Gli scritti contenuti in questa XV antologia del premio Gramsci di Ales hanno il fine di fornire contributi alla conoscenza del pensiero del nostro grande conterraneo, che non rinnegò mai la sua sardità ma travalicò i confini di ogni regionalismo e nazionalismo per diventare un profondo indagatore su tante “quistioni” di portata universale. La raccolta dei saggi premiati è in perfetta sintonia con lo spirito dei pensieri gramsciani e ne confermano l’attualità. Dalle acute analisi di Piermarco Piu sulle politiche della subalternità, intesa nel modo più pregnante, alla Rivoluzione e controrivoluzione nel mondo intellettuale di Emiliano Alessandroni, all’analisi meridionalista di Michele Marseglia, al pluralismo tra egemonia e democrazia di Mattia Dessì. La qualità dei contributi al premio Gramsci ci invita a continuare su questa strada.
:: Antologia premio Gramsci 15ª edizione
8 dicembre 2019Il clan dei Poe di Moto Hagio (J-Pop, 2019) a cura di Elena Romanello
7 dicembre 2019
Mentre sta per uscire un nuovo capitolo di una saga iniziata decenni fa, J-POP ripropone Il clan dei Poe, manga gotico di Moto Hagio, una delle autrici di shojo manga che ha rivoluzionato il genere, proponendo nelle sue opere tematiche nuove e spesso scomode.
Allan Twilight entra in contatto, nella Londra nebbiosa del 1879, con due fratelli eternamente giovani, che nascondono non pochi segreti con cui soggiogheranno il loro nuovo amico e familiare.
Edgar e Marybell Portsnell sono due piccoli orfani che vengono adottati da una casata di vampiri, i Poe, che li rendono come loro, cristalizzandoli per sempre nell’età della prima adolescenza, un segreto che non devono svelare a nessuno. Edgar e Marybell sono costretti a spostarsi spesso, per non insospettire le persone, bellissimi, soli al mondo, imprigionati nell’età in cui si crede all’amore assoluto, anche contro ogni logica. Tutto questo resta immobile finché non arriva Allan, innamoratosi di Marybell senza saperne il segreto, ma pronto ad affascinare anche Edgar, che vedrà in lui il compagno con cui partire per l’Europa in cerca del senso dell’esistenza dopo una tragedia che l’ha diviso dalla sorella amante.
Tra le righe emerge la passione di Moto Hagio per la narrativa gotica occidentale dell’Ottocento: il manga è del 1972, quattro anni prima di Intervista col vampiro di Anne Rice, di cui condivide varie tematiche, la sensualità, la maledizione dell’eterna giovinezza, l’omosessualità, e piacerà comunque a chi ama storie di vampiri tra tradizione e modernità, parlando di solitudine, di ricerca di un’impossibile infelicità, di smarrimento, di discriminazione e odio verso il diverso.
La loro vita insieme sarà lunga, una continua ripetizione di momenti che tornano in anni diversi, una vita fuori dal tempo che affascinò il pubblico giapponese di inizio anni Settanta e che è ancora attualissima oggi, per scoprire appunto cosa possono essere e cosa sono gli shojo manga, tra i fumetti più innovativi e interessanti, soprattutto questo tipo di storie.
Moto Hagio nasce nel 1949 e debutta come mangaka appena ventenne nel 1969 con la storia breve Lulu to Mimi sulla rivista Nakayoshi della Kodansha, realizzando storie brevi anche per la Shogakukan. Due anni dopo pubblica Juichigatsu no Gimunajiumu (The November Gymnasium) una storia breve che tratta apertamente la storia d’amore tra due ragazzi in collegio.Nel 1974 sviluppa il tema nella storia più lunga Toma no shinzo (Il cuore di Thomas) e insieme ad altre autrici, e cioè Yumiko Ōshima, Ryōko Yamagishi, Keiko Takemiya, Riyoko Ikeda, che verranno poi identificate come Gruppo 24, si fa pioniera di un movimento che ridefinisce il genere shoujo Nel 1976 Moto Hagio viene premiata con lo Shogakukan Manga Award per il fantascientifico Juichinin Iru! (Siamo in 11!) e Poe no Ichizoku (Il clan dei Poe). Nel corso della sua carriera ha pubblicato molte altre opere, come Terra e… e Marginal.
Provenienza: libro del recensore.
Leggere The Witcher di Andrzej Sapkowski in attesa della serie Netflix a cura di Elena Romanello
7 dicembre 2019
Il 20 dicembre sarà una data molto importante per gli appassionati di fantasy in Italia e non solo: arriva infatti su Netflix, anche in italiano, una delle serie più attese del momento, The Witcher, dalla serie di romanzi e racconti di Andrzej Sapkowski, già chiamata da qualcuno il nuovo Game of thrones, con i dovuti distinguo.
L’attesa è tanta, come si è visto anche a Lucca Comics & Games, affollata di cosplayer ispirati alla serie e con un percorso in tema sotto le mura che ha fatto il tutto esaurito durante i giorni della fiera, con code davvero chilometriche.
Per l’occasione la casa editrice Nord riedita i primi tre volumi di questa appassionante saga e cioè Il guardiano degli innocenti, Il sangue degli elfi e La spada del destino, per vivere o rivivere in anteprima le avventure di Geralt de Riva, uno strigo, individuo dai poteri sovraumani, che si guadagna da vivere uccidendo creature temibili come demoni, orchi, elfi.
Geralt è stato addestrato fin da bambino a questo, con pozioni e incantesimi ed è temuto anche da chi lo ingaggia, è considerato un male necessario, un mercenario che una volta che è stato pagato va allontanato il più in fretta possibile. Del resto, lo stesso Geralt ha capito che da temere sono innanzitutto tanti esseri umani, spietati e pronti a mettere in giro menzogne per conservare il potere, molto peggio dei mostri che lui deve affrontare.
La prima stagione del serial sarà un po’ diversa dal primo romanzo, ma dal prossimamente promette bene: Andrzej Sapkowski si è detto più che soddisfatto dalla trasposizione dei suoi libri, già da tempo un videogioco, mentre il protagonista Henry Cavill è entusiasta del ruolo.
Per cui non resta che attendere il 20 dicembre e nell’attesa magari leggere i libri, o anche mentre si guarda la serie o dopo: del resto, nel fantasy, le trasposizioni al cinema o in TV aiutano sempre la letteratura…
Gatti di Shifra Horn (Fazi, 2019) a cura di Elena Romanello
5 dicembre 2019
Torna in libreria sempre per Fazi un libro che è una vera e propria bibbia per gattofili, Gatti appunto di Shifra Horn, una delle voci più interessanti comunque della narrativa mediorientale e israeliana.
Come suggerisce il titolo, l’autrice, scrittrice, giornalista e attivista, parla dei suoi gatti, compagni della sua vita vagabonda e interessante, forse un po’ caotica, in quello che è un inno al felino domestico che da millenni vive con gli esseri umani e che iniziò a convivere con noi proprio tra Egitto e Medio Oriente.
I gatti di Shifra Horn sanno donare momenti di puro divertimento e avventura, anche solo in casa: nella vita dell’autrice ci sono Zelda, una micia tricolore, Neko-chan, gatta giapponese senza coda, Sheeshee, l’himalaiano dagli occhi blu, Zizi, nera come il carbone, e Levana, micia bianca che adora i documentari in televisione.
Shifra Horn vive con i gatti da quando era bambina, come per ogni gattofilo o gattofila nel corso degli anni e con i gatti ha diviso la sua vita, anche quando ha cambiato casa, andando da Tel Aviv in Giappone e poi di nuovo a Gerusalemme.
Gatti è un po’ un diario e un po’ un racconto, che racconta di gatti e anche di qualche altro animale, cani, pappagalli, topi, ma i felini sono i protagonisti e gli eroi di un amore senza confine, che resiste a tutto, presenza nella vita dell’autrice e ovviamente di tanti altri e altre che si ritroveranno in queste pagine.
Un libro per gattofili, certo, ma anche un modo originale per raccontare il mondo contemporaneo e le vicende di alcuni Paesi sempre nel mirino della Storia e dell’attualità, un libro per sorridere e pensare, da leggere con magari vicino un bel micio che fa le coccole, come i compagni di vita di Shifra Horn.
Shifra Horn è nata nel 1951 a Tel Aviv da madre sefardita e padre russo e ha trascorso la sua infanzia a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in Studi biblici e Archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo l’ambito della comunicazione di massa. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. In seguito, ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Oltre a Gatti, Fazi Editore ha pubblicato La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Scorpion Dance (2016) e Quattro madri (2018).
Provenienza: libro del recensore.
Il silenzio delle ragazze di Pat Barker (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello
4 dicembre 2019
L’antichità classica, con in particolare la guerra di Troia, scontro di civiltà e per il dominio tra Grecia e Medio Oriente, oltre che annientamento di un mondo, continua ad ispirare la letteratura contemporanea, con storie che spesso hanno esaltato il lato fantastico.
Il silenzio delle ragazze di Pat Barker, studiosa della guerra dal punto di vista sociale e antropologico, soprattutto dei suoi effetti sulla popolazione civile, invece affronta l’argomento da un punto di vista storico, raccontando la storia di una figura rimasta per secoli sullo sfondo delle vicende narrate nell’Iliade: la schiava Briseide. Non mancano riferimenti alla presenza degli dei, ma sono pochi e non determinanti nella trama.
Briseide faceva parte della famiglia reale di Lirnesso, una delle città fedeli a Troia, e quando la sua terra viene espugnata dagli Achei viene catturata con le altre donne e bambine, assistendo prima all’omicidio degli uomini della sua famiglia e di tutti gli uomini, bambini compresi, anche nel ventre delle mamme, e al suicidio della cugina Arianna.
Briseide diventa un trofeo per Achille, la sua concubina, schiava, infermiera, sempre a sua disposizione, ma non dimentica e assiste agli splendori ma anche alle miserie di un eroe che ha scelto fama perpetua ma vita breve anziché di vivere una vita lunga e oscura.
Briseide non è sola, ci sono le sue concittadine, ma anche donne di altre città, e con le altre donne assiste alle varie fasi della guerra di Troia, alla morte di Patroclo, al massacro di Ettore da parte di Achille, alla visita di Priamo, alla capitolazione della città e ad altri eventi meno noti che rivivono tramite le sue parole.
Una vita di privazioni e miserie, la loro, ma forse ci sarà un barlume di speranza un giorno anche per lei, con una conclusione per un personaggio di cui effettivamente non si sapeva più nulla dopo poche righe nei poemi omerici.
Un romanzo interessante e appassionante, a tratti crudo, che rievoca fatti molto più vicini a noi, spesso passati sugli schermi televisivi come una sorta di finzione rapida, dalla guerra nella ex Jugoslavia a quella in Siria, capace di parlare dal punto di vista delle donne e in generale di tutti gli emarginati e i reietti, e anche di ridimensionare personaggi considerati troppo a lungo eroi quando eroi non lo erano, nemmeno nell’epoca dei poemi di Omero.
Purtroppo l’edizione italiana non ha ripreso la bellissima copertina dell’edizione inglese, ma ha comunque un suo perché anche l’immagine usata.
Il silenzio delle ragazze è un libro per i cultori della classicità ma anche per chi vuole comparare passato e presente e ricordare che ogni epoca ha avuto e ha i suoi drammi e le sue ingiustizie.
Pat Barker è nata a Thornaby-on-Tees nel 1943 e vive a Durham. Ha insegnato Storia e si è occupata per anni del tema della guerra. Tra gli altri, è autrice della celebre trilogia di romanzi Rigenerazione (Il Melangolo 1997) incentrata sulla Prima guerra mondiale e vincitrice del Man Booker Prize 1995. Il silenzio delle ragazze sarà presto un film e uno spettacolo teatrale.
Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM Piemonte.
La gamba di legno di mio zio, Fabio Stassi (Sinnos 2019) A cura di Viviana Filippini
3 dicembre 2019
Non so, ma magari qualcuno di voi lettori ha uno zio d’America. Io non ce l’ho, ma lo ha il protagonista del libro per ragazzi “La gamba di legno di mio zio”, di Fabio Stassi, edito da Sinnos. Stassi è un autore di libri per adulti, ma in lui non manca l’entusiasmo per la scrittura per i lettori più piccoli e così è nata questa avventurosa vicenda nella quale, la fantasia e i ricordi del suo vissuto personale si mescolano dando vita ad una narrazione avvincente, accompagnata dalle colorate e simpatiche illustrazioni di Veronica Truttero. La storia è curiosa da subito, perché il piccolo protagonista ama molto leggere e la sua passione per le parole stampate è una vera e propria ossessione che lo porta ad immergersi in modo completo nei libri. Il giovane protagonista fantastica sulle creature che incontra nei libri, si immagina di vivere avventure con mostri marini, o accanto a eroici marinai pronti a solcare i mari per raggiungere le mete desiderate. Vicine a queste creature della fantasia, il protagonista conosce le vicende dei parenti emigrati per il mondo e, allora, se li immagina al fianco dei grandi personaggi trovati nei libri. Uno di questi parenti, un anziano che assomiglia ad un capitano di altri tempi per la sua barba lunga e per quella gamba rigida, è lo zio d’America, quello con la gamba di legno che parla, parla, parla, narrando al protagonista (e anche a noi) il suo vissuto. I viaggi compiuti, gli imprevisti affrontati e la voglia di mettersi in gioco dello zio dalla gamba di legno conquistano il giovane protagonista, che resta ammaliato dalla vita del parente arrivato da lontano. Raccontando della gamba di legno dello zio, Stassi narra la storia di una famiglia, dei suoi legami, di quei viaggi della speranza messi in atto da molti (indipendentemente dal colore della pelle o dalla cultura) per poter avere un futuro migliore e lo scrittore li mette accanto alla Storia e anche alla letteratura (Long John Silver, Capitano Achab, Capitano Nemo). In “La gamba di legno di mio zio”, le protagoniste sono le vite quotidiane di coloro che sono gli attori della storia (quella con la “s” minuscola), di quella storia che caratterizza le vite di ogni giorno, nella loro umile essenza che, come dimostra Stassi, nasconde qualcosa di potente, avventuroso e straordinario. Età lettura: dai 6 anni.
Fabio Stassi è uno dei più interessanti scrittori italiani contemporanei, pubblicato da Sellerio e Minimum fax. Con “L’ultimo ballo di Charlot” (tradotto in 18 paesi) è arrivato secondo al premio Campiello. Tra i premi vinti: l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino.
Veronica Truttero è nata a Padova, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’Accademia Drosselmeier. È illustratrice ma anche libraia (a Ravenna anima, con Sara Panzavolta e Alice Keller, la libreria Momo). Con il suo segno versatile e la sua ironia delicata ha illustrato, nel catalogo Sinnos, diversi titoli, spesso ideati insieme ad Alice Keller, dalla narrativa al fumetto, fino all’albo illustrato.
Source: richiesto all’editore, grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa Sinnos.
:: E per Natale regalate un libro – 2019 🎄
29 novembre 2019
Il tempo sembra volato, ma fra poco è già Natale, domenica è il primo giorno di Avvento, e i più previdenti stanno già preparando i regali da fare alle persone a cui vogliono bene. Insomma è qualcosa in più di mero consumismo, è condivisione, comunione, e pensare anche agli altri e non sempre solo a sè. Dunque cosa c’è di meglio che regalare libri, si spende poco, è un regalo che resta, e se il libro non piace lo si regala ad altri. Ma i libri di cui parleremo oggi con i tradizionali consigli dei collaboratori di Liberi sono tutti belli, per cui andate sul sicuro.
Inizio con i primi consigli pervenutimi, poi man mano aggiorno con quelli che arriveranno. Buon Natale e passatelo con chi amate.
Ah, dimenticavo per incartarli usate carta da pacchi ecologica.
Valeria Giola
Ninfee Nere di Michael Bussi
per chi non si accontenta dei gialli
Figlie di una nuova era di Carmen Korn
per chi non crede nel potere dell’amicizia
La vita segreta degli scrittori di G.Musso
dedicato a chi non si accontenta di una bella trama
L’albergo delle donne tristi di Marcela Serrano
per chi ama i grandi classici
La gabbia dorata di Camilla Lackberg
per tutte le donne
Davide Mana
Lucia Berlin – La donna che scriveva racconti – Bollati Boringhieri
Steve Brusatte – Ascesa e caduta dei dinosauri – UTET
Michael Moorcock – Elric – Mondadori
Nnedi Okorafor – Binti – Mondadori
Bram Stoker – Dracula (nuova edizione a cura di Franco Pezzini) – Mondadori
Eva Dei
“Pietro e Paolo“, M. Fois, Einaudi
“L’inverno di Giona“, F. Tapparelli, Mondadori
“Ossigeno“, S. Naspini, E/O
“L’ultima intervista“, E. Nevo, Neri Pozza
“L’ora di Agatha“, A.C. Bomann, Iperborea
Federica Belleri
–Il giardino dei mostri, di Lorenza Pieri
–Libera uscita, di Debora Omassi
–Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti
–L’isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi
–Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini
Nicola Vacca
Michel Houellebecq Serotonina La nave di Teseo
Bret Easton Ellis Bianco Einaudi
Luigi di Ruscio Poesie scelte Marcos Y Marcos
Roberto Saporito Come una barca sul cemento Arkadia
J Saramago Diario dell’anno del Nobel Feltrinelli
Giulietta Iannone
Risorgere Paolo Pecere Chiarelettere
Il secondo cavaliere Alex Beer Edizioni EO
Racconti di Pietroburgo Nikolaj Gogol’ Marcos Y Marcos
Racconti del crimine Tanizaki Junichiro Marsilio
Il mio nome è Jack Reacher Lee Child Longanesi
Viviana Filippini
La frontiera, Erika Fatland (Marsilio 2019)
Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutimenti 2019)
Bianca, Bart Moeyaret (Sinnos 2019)
Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019)
I fantasmi di Darwin Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019)
Maria Anna Cingolo
L’ educazione Tara Westover Feltrinelli
Le ragazze del Pillar Stefano Turconi, Teresa Radice BAO Publishing
I ragazzi della Nickel Colson Whitehead Mondadori
L’onda Suzy Lee Corraini Edizioni
Cento poesie d’amore a Ladyhawke Michele Mari Einaudi
Elena Romanello
Timeless (Il Castoro)
La trilogia di Nevernight (Mondadori)
Il grande libro della fantasy classica (Fanucci)
321 cose utili da sapere sugli animali (Rizzoli)
Il diario della mia scomparsa (J-Pop)
:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico
29 novembre 2019
Da colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.
Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.
Le figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.
Se Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.
Roland Barthes è stato uno dei più influenti intellettuali francesi della seconda metà del Novecento. Saggista, critico letterario, ma soprattutto linguista. Esempio di studioso onnicomprensivo, Barthes viene ancora oggi considerato fra i maggiori esponenti dello strutturalismo.
La short fiction, la narrativa breve, molto amata in America, o perlomeno dai lettori di lingua inglese, è un genere narrativo molto complesso che fa della brevità e dell’essenzialità il suo tratto distintivo. Insomma bisogna creare micromondi con una manciata di parole, arrivando fino alla flash fiction in cui lo spazio narrativo è ancora più compresso. In Italia non ha tutta questa diffusione, e se pensiamo che anche solo i semplici racconti brevi vengono guardati con diffidenza possiamo capire quanto questa arte sia praticata e letta da una nicchia molto piccola di lettori e scrittori. Sta di fatto che io adoro la flash fiction, e ho iniziato proprio una ventina di anni fa scrivendola, per cui ho presente le difficoltà e le abilità tecniche necessarie. Geraldine Meyer scrive racconti riconducibili a questa arte, e nel suo Mors tua vita mea, raccolta che contiene 13 micro racconti, ce ne dà un saggio molto esaustivo. Sono racconti molto particolari, intinti nel curaro, metafora che amo molto, avvelenati da quella sorta di male di vivere che molti autori diversissimi tra loro hanno affrontato nella narrativa più estesa. Racchiudono insomma pennellate di veleno, sotto una patina di apparente quotidianità. Geraldine Meyer ci parla della vita di tutti, ed è molto attenta e lo fa con apparente immediatezza. Sono tutti antieroi i suoi personaggi, persone che si rivelano diverse da cosa credono o vogliono essere, in cui prevale egoismo, grettezza, ipocrisia. Il lettore prova poca benevolenza per questa varia umanità, che tuttavia non è così lontana anch’essa dalla nostra quotidianità. Vicini di casa così se ne incontrano, a volte possiamo riconoscerci pure noi in certi atteggiamenti che non ci piacciono con cui magari lottiamo. O al contrario scelte che ci auguriamo di non dovere affrontare, perché non sapremmo bene come reagiremo. Sapremo fare la cosa giusta, etica morale, come prestare soccorso a qualcuno, quando facendolo perderemo del nostro, rischieremmo il nostro futuro? Piccoli crimini, tentazioni, dubbi, insomma così vicini a noi da confonderci e gettarci addosso una certa inquietudine. Geraldine Meyer si limita a raccontare, pure le rassicuranti giustificazioni che siamo capaci a darci. Agghiacciante per esempio Non nominare il nome di Dio invano; straziante, Mors tua vita mea, che dà il titolo alla raccolta; diabolico L’azienda. Il lavoro rende liberi, come non richiamare alla memoria “Arbeit macht frei”, infelice motto presente all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti, il primo racconto della raccolta per esempio ci riporta a quel dilemma morale che incontriamo tutti nella vita, la nostra moralità spesso finisce quando a rischio ci siamo noi con le nostre deboli certezze, il nostro gretto egoismo, l’incapacità di amare altri da sé. Che dire Geraldine Meyer è brava, affatto scontata, e soprattutto capace di entrare nel vissuto della gente con estrema naturalezza. Leggetela, saprà cambiare molte prospettive. Copertina minimale, supplemento editoriale per tirature limitate e numerate del periodico Il Bardo di Maurizio Leo.
























