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“Delitti di lago 4”. Racconti gialli per scopo solidale pro Gemma Rara Onlus e malattie genetiche. A dialogo con Ambretta Sampietro curatrice della raccolta edita da Morellini a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2020

0Come è nata l’idea del volume “Delitti di lago 4”? 

Delitti di Lago 4 edita da Morellini Editore è la sesta antologia di una serie che coniuga il genere giallo con l’ambientazione lacustre iniziata nel 2012 con Delitti d’acqua dolce edita da Lampi di stampa e proseguita con Giallo Lago edita da Eclissi.  Mauro Morellini a partire dal 2015 ha pubblicato Delitti di Lago, Nuovi Delitti di Lago e Delitti di Lago vol. 3, ogni antologia contiene 20 racconti. L’idea di realizzare la prima antologia è nata durante la prima edizione del premio letterario Giallo Stresa che avevo ideato io, erano arrivati quasi un centinaio di racconti gialli ambientati sul lago Maggiore ma uno solo sarebbe stato pubblicato dal Giallo Mondadori. Era un peccato che altri racconti non venissero letti, così insieme a Luigi Pachì ne avevamo scelti una ventina che erano stati pubblicati grazie a Mariano Settembri che allora era direttore editoriale di Lampi di Stampa. L’idea era piaciuta ai lettori e ai librai, così l’avventura è proseguita. I Delitti di Lago sono anche diventati una collana editoriale, oltre alle antologie Morellini ha pubblicato il romanzo Rose bianche sull’acqua di Erica Gibogini ambientato a Orta.»

I proventi derivanti dalla vendita della raccolta di racconti gialli “Delitti di lago 4” andrà in beneficenza. Chi sarà il detinatario e lo scopo dell’ente? 

I diritti d’autore del libro e dell’e-book verranno corrisposti dall’editore alla Gemma Rara Onlus, un’associazione di volontariato che fa capo all’Ospedale di Circolo di Varese e si propone di aiutare le persone affette da malattie genetiche. La sua attività è volta a favorire lo studio e la ricerca per la diagnosi e la prevenzione delle malattie rare.

Come sono stati coinvolti i 20 autori? In base a cosa sono stati scelti o cercati? 

La maggior parte degli autori aveva già partecipato alle precedenti antologie e sono felice che abbiano contribuito anche a questa con i loro racconti. Ho chiesto anche ad altri autori che conoscevo e che hanno subito aderito sapendo la destinazione dei diritti d’autore. Mercedes Bresso, Aldo Lado, Silvio Raffo, Mariano Sabatini, Lucia Tilde Ingrosso, Sara Kim Fattorini, Sergej Roic, Erica Arosio, Giorgio Maimone e Danilo Pennone hanno scritto i racconti apposta per l’antologia mentre i racconti di Angela Borghi, Sergio Cova, Emilia Covini, Erica Gibogini, Alessandro Marchetti Guasparini, Nicoletta Minola, Alberto Pizzi, Maurizio Polimeni, Patrizia Rota e Laura Veroni avevano partecipato anche a un premio letterario con cui avevo collaborato lo scorso anno. I racconti sono tutti inediti.

Ci sono racconti ambientati nel presente, nel passato e diversi sono i personaggi: famiglie, marescialli, partigiani, amanti, avvocati. Il giallo è un genere che si adatta un po’ ad ogni epoca e tipologia di personaggi? 

Direi proprio di sì, potenzialmente chiunque potrebbe essere un assassino. Chi almeno una volta nella vita non ha pensato come compiere un delitto perfetto per liberarsi di un rivale o di un famigliare ingombrante? Di delitti è costellata la storia dell’umanità, a cominciare da Caino che uccise il fratello Abele.

Agli scrittori presenti sono state date linee guida o hanno lavorato in completa libertà?

«L’unica richiesta era l’ambientazione di un racconto giallo in una località di lago reale e un limite di lunghezza.»

Il lago è solo scenario o parte integrante dei racconti gialli? 

Nei racconti il lago è sempre parte integrante della narrazione, come contrasto con la sua bellezza all’efferatezza dei delitti. La gente di lago è molto particolare, laboriosa, poco espansiva con un suo personale senso di giustizia. Uno degli scopi dell’antologia è invogliare i lettori a visitare i luoghi descritti. Il lago ideale per commettere un delitto è stato per più della metà degli autori il Lago Maggiore, seguono il Ceresio, il lago d’Orta, il lago di Como, il lago di Varese e il Trasimeno.

C’è qualcuno dei racconti che ti ha colpito in modo maggiore per costruzione, ritmo, trama e intreccio? 

Mi piacciono tutti i racconti che hanno varietà di stile e di ritmo ma sono tutti coinvolgenti e piacevoli da leggere. Mi ha colpito il fatto che in qualche racconto il giallo è costituito da fatti misteriosi che non necessariamente sono omicidi ma con altrettanta suspence. Per non far torto a nessuno cito la quarta di copertina scritta da Andrea Tarabbia, vincitore del Premio Campiello 2019 che ha saputo focalizzare così bene il caleidoscopio di racconti che compone l’antologia.

Chi è il lettore ideale di Delitti del lago 4?   

Tutti quelli che amano il genere giallo. La brevità del racconto è, a mio avviso, la misura giusta adatta al nostro tempo in cui comunichiamo con messaggi brevi: whatsapp, sms e twitter. Dai librai so che le antologie dei Delitti sono apprezzate anche da stranieri che conoscono l’italiano ma non abbastanza da affrontare un romanzo.

Per maggiori informazioni potete conusultare il sito dell’editore Morellini qui

Mamma è matta, papà è ubriaco, Fredrik Sjöberg (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2020

mamma_e_matta_altaOgni libro di Fredrik Sjöberg è una garanzia. Nel senso che cominci a leggerlo nella convinzione che conoscerai una storia e, come sempre, scopri più di una vita. Anche in “Mamma è matta, papà è ubriaco” l’entomologo svedese ci porta alla scoperta di una vita sconosciuta, o meglio, di un artista – Anton Dich- finito nel dimenticatoio. Il tutto parte da un quadro -il ritratto di due cugine- , nel quale l’autore si è imbattuto in un’asta danese e, da subito si scatena in lui l’attenzione per l’autore Anton Dich. Chi era, cosa fece, chi sposò, che rapporto aveva con le due ragazzine ritratte e perché nessuno si ricorda di lui? Nel nuovo libro pubblicato da Iperborea si cerca di ricostruire la vita di Dich. Punto di partenza sono i racconti di alcuni nipoti dell’artista. Storie che conducono Sjöeberg nei primi anni del 1900, nella vita di Eva Adler, moglie di Dich, e nella sua famiglia nella quale le donne ebbero grande spirito di iniziativa imprenditoriale, avendo spesso più successo dei mariti. Eva e Anton, già che amore quasi perfetto! Sì perché prima di Dich, Eva era sposata con un altro artista, tal Ivar Aresonius, che morì giovanissimo dopo aver fatto opere su opere molto apprezzate dal pubblico e dalla critica. Anton arrivò dopo e per tutta la sua vita e carriera, lo spettro del primo marito di Eva aleggiò su di lui. Il libro di Sjöberg è una vera e propria avventura che ci porta a Stoccolma, in Austria, in Germania, in Italia, sempre sulle tracce di Dich. La cosa che stupisce è che questo artista (patrigno di una delle ragazzine dipinte) riuscì, sembrerebbe, ad imbattersi in artisti come Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars, trovandosi al posto giusto, pure nel momento giusto, senza però riuscire ad avere mai il successo tanto desiderato. Dich era pure un uomo dal carattere complesso, molto autocritico, che non esitava ad esternare la sua insoddisfazione sulle sue stesse opere, da lui stesso prese di mira e, in diversi casi, distrutte. Conoscenti ne aveva Dich, una moglie che lo amava pure, ma il suo unico più grande amico -quello che poi complicava sempre le relazioni con gli altri- fu l’alcool. L’inseparabile bottiglia sarà anche quella che porterà Dich nella tomba, nel 1935, a Bordighera dove, ancora oggi, è sepolto. La tomba si deve cercare, e lo conferma anche l’autore, ma c’è. “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg si inserisce alla perfezione nella serie di libri da lui scritti e dedicati a quegli artisti, studiosi che ebbero un grande intuito ma che, per uno strano scherzo del destino, finirono nel dimenticatoio. Ricordiamo “L’arte di collezionare le mosche” (Iperborea 2015), con protagonista René Malaise, scienziato svedese, inventore della trappola per mosche.  “Il re dell’uvetta” (Iperborea, 2016), con protagonista Gustaf Eisen, zoologo, pittore, archeologo, fotografo, esperto di lombrichi divenuto un pioniere della coltivazione dell’uvetta in California. “L’arte della fuga” (Iperborea 2017) dedicato al pittore paesaggista Gunnar Widforss, sconosciuto in patria, ma osannato in America.  “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg è il viaggio nella Storia, in luoghi diversi e epoche lontane, alla ricerca degli indizi giusti per poter ricostruire una vita, quella del pittore Anton Dich, facendone degna memoria e restituendola ai lettori di oggi e del domani. Traduzione Andrea Berardini.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Dopo L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato da The Times «Nature Book of the Year», Iperborea ha pubblicato Il re dell’uvetta, L’arte della fuga, Perché ci ostiniamo e Mamma è matta, papà è ubriaco.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa Iperborea.

Empatia, Iris Bonetti (You Can Print 2019) A cura di Viviana Filippini

2 marzo 2020

Empatia1Empatia. Quante volte abbiamo sentito questa parola? Quante volte ci è capitato di sentire empatia con il prossimo. “Empatia” è anche il titolo del primo romanzo di Iris Bonetti, pubblicato con You can print. Protagonista di questa storia, che non è solo un thriller, è Sara. La giovane italiana è in America, in Oregon, poco lontana da Portland, al Bewitched Horse Ranch, dove aiuta il prossimo (bambini affetti da autismo) con attività terapeutiche. Questa giovane ha una qualità rara, nel senso che Sara non solo riesce a sentire emotivamente le sensazioni degli altri. Lei fa qualcosa in più, perché Sara riesce ad immedesimarsi nel prossimo, vivendo le stesse emozioni degli altri. Tale esperienza la fa con qualsiasi essere vivente con il quale si relaziona, dimostrando di avere una profondità empatia con il prossimo. Una qualità davvero rara che attira l’attenzione di Marc, uno studioso di neuroscienze. Lui vede in Sara un’importante risorsa per dare forma concreta al suo progetto: creare una medicina per curare quel vuoto di empatia che attanaglia il mondo. Tra un esperimento e l’altro destini di Sara e Marc si intrecceranno e si scoprirà che, da una parte, ci sono coloro che lavorano a fin di bene, ma altri, che a tratti sembrano insospettabili, agiscono per interessi che vanno ben oltre il valore positivo e umano che può avere l’empatia. Anzi, sono pronti a tutto pur di ottenere ciò che vogliono per dominare e sottomettere il mondo. Il romanzo di Iris Bonetti mescola nella trama narrativa diversi generi (thriller, psicologia, avventura, scienza) e pone attenzione anche su vari temi riguardanti l’uomo e la ricerca continua in ambito scientifico. C’è l’amore per il proprio lavoro, messo in campo dalla protagonista e quella tenacia che spinge ad andare oltre gli ostacoli, per raggiungere la meta. C’è la volontà di sperimentare e di fare tutto il possibile, per ottenere i propri obiettivi. Ci sono il mondo dell’infanzia, l’indagine della psiche e dei sentimenti umani e il tema universale dell’eterno conflitto tra bene e male. Una lotta perenne che torna da sempre nel corso dei tempi e che dimostra quanto possono essere differenti le forme attraverso le quali esso si manifesta. Il romanzo della Bonetti è corposo (quasi 500 pagine suddivise in tre parti), ma l’incastro ben fatto tra le componenti crea un ritmo serrato, cinematografico, che porta, pagina dopo pagina, ad assistere al passaggio del tempo e alla trasformazione (in bene o in male) dei protagonisti. Non mancano colpi di scena che non ti aspetti e quei paesaggi che fanno da ambientazione, così ben definiti e tratteggiati, da avere la sensazione di essere in quei posti narrati.  “Empatia” di Iris Bonetti trascina il lettore in un’avventura palpitante, a tratti anche metafisica ma, allo stesso tempo, porta chi legge a riflettere sul rapporto col prossimo e all’empatia che mettiamo in gioco nella relazione con l’altro.

Iris Bonetti è nata a Milano. Ha iniziato la sua carriera nel 1991 come fotografa. I libri che ha scritto e pubblicato sono 10, più 2 bookapp: “I segreti di Romeo e Giulietta”, arrivato tra i finalisti del Golden Award of Montreux e “Gli animali di Pinocchio” che ha ottenuto il patrocinio dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi. Ha pubblicato il primo romanzo per adulti “Empatia” a giugno 2019 e il secondo “Isolati” pubblicato a gennaio 2020.

Source: inviato dall’autrice.

Una questione di tempo, Alex Capus, (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2020

CapusUna questione di tempo” è il romanzo di Alex Capus uscito in Italia per Keller editore. La storia è particolare, perché comincia con una scena della quale capiremo il senso solo addentrandoci nel romanzo dello scrittore nato in Francia. Fin dalle prime pagine assistiamo a quello che accade a Anton Rüder, in fuga dalla savana, finalmente vicino ai binari, così affamato su un pentolone di pappa di avena di soldati inglesi che gli stanno attorno. Poi scappa, di nuovo, con il malloppo per gustarselo in santa pace. Questo è l’inizio del libro di Capus e dopo questo frangente il lettore viene catapultato nel 1913, nel Mare del Nord, dove ci sono i cantieri navali Meyer. Qui troviamo lo stesso Anton Rüder al lavoro con altri colleghi, mentre sta smontando la nave Götzen in pezzi sempre più piccoli che andranno spediti in Africa, sul Lago Tanganica, dove c’è l’area sotto il controllo dei tedeschi. In realtà anche Rüder si ritroverà in Africa. Nello stesso momento Geoffrey Spicer Simpson, un comandante strambo, anche un po’ sbruffone come si avrà modo di vedere durante la lettura, arriva dal Regno Unito, nella stessa area dove ci stanno i tedeschi (lato opposto) con Mimi e Toutou. Due ragazze? No. Le due sono delle malconce cannoniere spedite sulle acque del Tanganica. È l’epoca del colonialismo e della Prima guerra mondiale che di lì a poco prende il via, tanto che tedeschi e inglesi presenti, da pacifici conviventi si troveranno ad essere all’improvviso nemici. Capus ci porta dentro ad un mondo lontano più di un secolo da noi e lo fa con un romanzo storico dettagliato, nel quale però c’è anche una profonda dimensione umana data dei diversi caratteri dei personaggi presenti nella scena narrativa. Ognuno di loro ha un proprio modo di fare, che li rende unici e inimitabili al mondo. Capus ci narra il senso di spaesamento e destabilizzazione percepito dai militari in guerra, ma lontani dalle trincee europee. Per esempio Rüder, che pensava di dover solo rimontare la nave, ad un certo punto si trova arruolato e lui la guerra nemmeno voleva farla. Ben diverso il tenente colonnello Zimmer, che non è solo la rappresentazione del massimo rigore militare ma, purtroppo, anche l’insensibilità fatta persona. Per quanto riguarda l’inglese Simpson, è un fanfarone e gradasso, però nel momento in cui accetta la missione in Africa, in lui qualcosa cambia, facendo emergere un’immagine che non corrisponde del tutto alla percezione che gli altri hanno di questo comandante. Pagina dopo pagina, ci si accorge che ogni essere umano ha un proprio modo di vedere e interpretare le cose, perché i personaggi creati da Capus non solo hanno una loro veduta sulla guerra, ma hanno anche un personale modo per gestire il rapporto con le popolazioni africane, con le quali ad un certo punto devono convivere. Nel libro non mancano momenti, dove i soldati sfuggono alla rigidità degli ordini militari per relazionarsi alle popolazioni locali, diventando amici dei Masai, andando oltre i pregiudizi e provando a conoscere al meglio la natura africana, poco nota ai protagonisti che hanno sempre vissuto in Europa.  “Una questione di tempo” di Alex Capus è un romanzo storico ispirato a fatti reali (la nave passeggeri Graf von Götzen, è esistita davvero, ed era dedicata ad un politico e esploratore tedesco Gustav Adolf von Götzen) ma, allo stesso tempo, è una narrazione dove ironia e sentimento convivono alla perfezione portando il lettore negli animi e sentimenti di ognuno dei personaggi dove si trovano amore, amicizia, paura e speranza per il futuro. Traduzione dal Tedesco Franco Filice.

Alex Capus è nato nel 1961 in Francia, ha studiato storia, filosofia e antropologia a Basilea e ha lavorato, sia durante che dopo i suoi studi, come giornalista e redattore per diversi giornali. È uno degli autori tedeschi più famosi e amati dal grande pubblico, noto a livello internazionale con il bestseller “Leon e Louise” in Italia edito da Garzanti con il titolo “Ogni istante di te e di me”. Ha pubblicato numerose opere con grande successo di critica e pubblico ed è traduttore, tra gli altri, di John Fante. Tra i numerosi premi che si è aggiudicato: 2013 Publikumspreis des Westschweizer Radio und Fernsehens; 2005 Förderpreis des Kantons Solothurn; 2005 Anerkennungspreis der Stadt Olten; 1998 Werkjahr der Stiftung Pro Helvetia; 1998 Förderpreis des Kulturkreises der deutschen Wirtschaft im BDI; 1996 Werkjahr des Kantons Solothurn; 1995 Literaturpreis Regiobank Solothurn.

Source: libro del recensore.

La sapienza segreta delle api, Pamela Lyndon Travers, (Liberilibri 2019) A cura di Viviana Filippini

30 gennaio 2020

La sapienza segreta delle api verdeAlmeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e  Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni,  ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.

Pamela L. Travers (Maryborough, Australia, 1899- Londra 1996). Nome d’arte di Helen Lyndon Goff, nacque in Australia da genitori irlandesi. È universalmente nota per la serie di romanzi fantastici con protagonista Mary Poppins. Folklorista e studiosa di mitografia comparata, s’interessò inoltre al bud­dismo zen e studiò sul campo le tradizioni degli indiani d’America. Fu allieva di Gurdjieff e subì l’influenza di W.B.Yeats e G.W.Russell, che la introdussero nei circoli letterari irlandesi e inter­nazionali. Morì nubile nella capitale britannica, all’età di 97 anni.

Source richiesto all’editore. Grazie a Maria Stefani Gelsomini dell’ufficio stampa Liberilibri.

“Sarò un stella Amiche e Rivali” e “Sarò una stella Perfetta … o quasi”, Elizabeth Barféty (Gallucci 2019) A cura di Viviana Filippini

24 gennaio 2020

 

Sono usciti i primi due libri della serie “Sarò una stella” pubblicati dalla casa editrice Gallucci di Roma, scritti da Elizabeth Berféty, illustrati da Magalie Foutrier e realizzati in collaborazione con l’Opéra National de Paris. Il primo “Sarò un stella. Amiche e Rivali” ha per protagonista Mila, una ragazzina alle prese con lo studio della danza, sempre pronta a sostenere gli altri e un po’ tentennante nell’esporsi in prima linea. In realtà, tutta la Scuola di danza dell’Opéra dove sta studiando il gruppo di amiche e amici è in agitazione, perché due allieve del primo anno saranno scelte per esibirsi sul palcoscenico del Palais Garnie. Maina, Constance, Doriana, Zoe, tutte sono alla prese con le diverse pose da imparare per dare il meglio di loro, anche se la paura e il timore di non essere all’altezza della situazione, sono quelle che frenano un po’ Maina. Poi, per tutti, ci sarà una speciale visita nella scuola e questa ospite, con le sue parole, infonderà nuovo coraggio ed entusiasmo a tutti. Il secondo libro “Sarò una stella. Perfetta … o quasi”, è sempre ambientato nella scuola di danza dell’Opéra de Paris, e questa volta la protagonista dell’episodio narrato è Constance, la più brava tra i compagni di corso, anche se qualcosa la tormenta e questo metterà in crisi il suo cammino di danzatrice. Un attacco di panico durante una dimostrazione, i dubbi se continuare a studiare danza o no, la scoperta della danza moderna, metteranno un po’ di panico nell’animo sensibile di Constance, sempre alla ricerca della perfezione per non deludere chi le vuole bene e chi crede in lei. I romanzi della Barféty sono un vero e proprio viaggio in una delle più importanti scuole di danza al mondo: L’ Opéra de Paris. Quello che emerge dalla lettura di entrambi i libri sono l’eccellenza, il rigore e la serietà della scuola, dove gli studenti che vi partecipano, lo fanno con impegno e profonda dedizione per diventare i grandi ballerini del domani. Non solo tecnica però, ma anche professionalità, studio, passione, e umanità. Nelle pagine dei due romanzi sono importanti i legami umani e le complicità che si creano tra compagni di corso e i rapporti  tra generazioni diverse, ossia tra gli studenti e quegli adulti (professori, ballerini professionisti e anche genitori) che oltre ad essere docenti, diventano dei punti di riferimento esistenziali per i piccoli protagonisti. Tutti e due i volumi, alla fine, presentano notizie sulla scuola dell’Opéra e un glossario con le definizioni del linguaggio specifico utilizzato nel mondo della danza. Sarò un stella. Amiche e Rivali” e “Sarò una stella. Perfetta… o quasi” di Elizabeth Barféty sono romanzi di formazione che hanno al centro giovani protagonisti impegnati a studiare per dare vita concreta a quelli che sono i loro sogni, senza perdere mai la speranza che quello che tanto desiderano possa un giorno diventare realtà. Traduzione del francese Camilla Diez.

Elizabeth Barféty è nata nel 1982, Elizabeth Barféty vive nella regione parigina. Da piccola le piaceva così tanto leggere che un venerdì sera è rimasta chiusa nella biblioteca comunale. Per fortuna un guardiano è arrivato a liberarla… Da adulta, la passione per i libri è diventata una professione: cura, traduce e scrive romanzi, documentari e fumetti destinati a bambini e ragazzi e pubblicati da diversi editori.

Magalie Foutrier giovane artista e illustratrice, Magalie Foutrier è molto apprezzata anche nel campo della pubblicità, da celebri marchi della moda e della cosmetica, per il suo tocco femminile molto “charmant” e “parigino.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’Ufficio stampa Gallucci.

Bianca, Bart Moeyaert, (Sinnos 2019) A cura di Viviana Filippini

16 dicembre 2019

BIANCABianca, dodici anni, perennemente scontrosa, infastidita e intrattabile. Bianca, in tutta questa sua personale complessità, è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto dal fiammingo Bart Moeyaert, edito in Italia da Sinnos. La ragazzina vive con la madre e con quel fratello –Alan- che, ogni tanto ha degli improvvisi svenimenti. Crisi che portano la madre a preoccuparsi molto per il figlio, mentre Bianca ha un atteggiamento non ben definito. Da una parte è si preoccupata per il fratello ma, allo stesso tempo, si domanda quanto sia davvero reale quel suo non stare bene. Bianca sta spesso zitta, e nessuno comprende fino in fondo i suoi silenzi e i pensieri che le passano per la testa e lei, da parte sua, si sente del tutto incompresa, non capìta dalla famiglia e da tutto il mondo che la circonda. Tanto è vero che non tollera nemmeno Cruz, la nuova compagna del padre, perché lui, da quando sta con lei, non è più la stessa persona. Poi accade qualcosa di fenomenale e di piacevole per Bianca, perché a casa sua arriva Billie, attrice della  serie tv che lei adora. Il passare un pomeriggio con la propria star preferita, vederla vivere nel quotidiano lontana da telecamere e riflettori, farà capire molte cose alla giovane protagonista. Tanto per cominciare Bianca comprenderà che anche Billie ha una vita sua vera e propria fuori dallo schermo, dove ha un figlio da crescere, amici e amiche reali, ben diversi da quelli narrati nella fiction. Altra cosa che Bianca capisce sempre grazie a Billie, è che quel suo sentirsi in conflitto con il mondo non è così giusto e deve essere in qualche modo risolto. Per cominciare il cambiamento, Bianca ad un certo punto, quando l’attrice le chiede come si chiama, risponde Perdon (perdono) e poi, ascoltando le parole della sua star preferita, la ragazzina sente in lei un profondo pentimento. Bianca inizia a prendere maggiore coscienza di sé, dei propri errori e del suo agire non sempre corretto che la fa sentire arrabbiata e che fa soffrire chi le vuole davvero bene. La ragazzina si pente di essersi ritagliata da tutte le foto di famiglia, del suo chiudersi a riccio nei confronti degli altri e del suo dubitare dei disturbi del fratello Alan. Bianca vede in modo nuovo anche il rapporto con la madre, perché quel lungo abbraccio che le due si danno dopo l’ennesima- e più grave del solito- crisi di Alan, permette all’adolescente di comprende che lei, con i suoi 12 anni, è molto importante per quella donna che le ha dato la vita. “Bianca” di Bart Moeyaert è un romanzo di formazione, nel quale la giovane protagonista matura a piccoli passi, imparando a fare i conti con se stessa, con i propri errori e a comprendere, grazie all’incontro con la sua attrice preferita, che a volte, prima di giudicare e prendere decisioni affrettate, si devono cercare di caprie al meglio le persone che si incontrano nel proprio cammino di vita e se necessario, anche se non è facile, si deve chiedere loro scusa. Traduzione Laura Pignatti.

Bart Moeyaert è l’ALMA 2019 (Astrid Lindgren Memoria Award) ovvero il premio Nobel della letteratura per ragazzi. È tra i più importanti scrittori fiamminghi contemporanei, tradotto in tutto il mondo. Con Sinnos ha già pubblicato Il Club della via lattea, finalista al Premio Cento 2018, e Mangia la foglia (2018).

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

Fiabe norvegesi, a cura di Bruno Berni (Iperborea 2019) A cura di Viviana Filippini

24 novembre 2019

20190925151600_314_cover_altaLe fiabe nordiche sono una delle cellule della casa editrice Iperborea, grazie alla quale noi lettori italiani abbiamo la possibilità di addentrarci dentro il fascino che caratterizza la letteratura e la cultura dei Paesi del Nord Europa. Di recente è uscito, a cura di Bruno Berni, il tomo “Fiabe Norvegesi”, il sesto della serie dedicata alle fiabe nordiche. La raccolta ha per protagoniste narrazioni di origine antica, nelle quali gli esseri umani si muovono al fianco di creature come i troll, gli orchi e, perché no, anche animali  parlanti che non solo aiutano i protagonisti, ma nascondono, in certi casi, la loro vera natura sotto la veste animalesca. Da subito si è catapultati in un mondo misterioso, un po’ fantastico, munito di elementi con richiamo netto e preciso alla realtà. Nelle fiabe ci sono giganti che celano il cuore e solo chi avrà il giusto animo gentile e arguto riuscirà a trovarlo. Ci sono fratelli maggiori cha maltrattano e ingannano i minori, i quali si trovano coinvolti in mirabolanti avventure per ottenere, si spera, il giusto riscatto. Ci sono giovani principesse promesse in spose a principi meschini, imbroglioni e umili contadini dall’intelligenza acuta. Pagina dopo pagina, ci si addentra in un mondo quotidiano, nel quale, accanto alla presenza umana non mancano creature fantastiche e animali parlanti o elementi del mondo naturale (piante e fiori) che stupiscono il lettore con i loro poteri e improvvisi colpi di scena. Come per i volumi precedenti dedicati alle fiabe, anche in questo con al centro quelle norvegesi, c’è un’interessante postfazione che permette ai lettori di avere informazioni sulle fiabe presenti nel patrimonio folklorico norvegese. Per esempio si scopre che i testi, per abitudine trasmessi oralmente, vennero raccolti e scritti per la prima volta nell’Ottocento, da Asbjørnsen e Moe. La trascrizione fu importante, poiché permise a queste storie raccontate per un tempo incalcolabile a voce, di essere fissate in una forma precisa. Ciò che affascina, leggendo le fiabe norvegesi è che in esse ci sono elementi  noti, perché se andiamo a cercare nella memoria ci accorgiamo che ritornano anche nelle classiche fiabe che ci hanno raccontato da piccoli. Alcuni esempi concreti? Ci sono ragazze poverelle che indossano e perdono scarpette preziose proprio come Cenerentola. Gatti parlanti che hanno gli stivali, in questo caso, delle sette leghe. Principi trasformati in animali pronti a tornare umani quando l’incantesimo verrà sciolto. Non solo. In queste fiabe norvegesi ci sono anche personaggi che ritornano in modo costante un po’ in tutta la produzione fiabistica nordica, come accade per la figura di Ceneraccio, presente anche nella fiabe islandesi e faroesi, un segno evidente del ruolo consolidato che la tipologia di figura letteraria ha nella narrazione nordica. Le “Fiabe norvegesi” sono una raccolta di storie antiche, dove una morale c’è sempre. Esse sono ideali per un pubblico bambino e adulto che, da un parte, ha la possibilità di viaggiare in mirabolanti avventure nei boschi e nei paesaggi norvegesi e, dall’altro, soprattutto per il lettore adulto, ha la speranza di recuperare il proprio animo fanciullo volando sulle ali della fantasia. Le fiabe sono corredate dalle illustrazioni di Vincenzo Del Vecchio. Traduzione Bruno Berni.

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Ha insegnato letteratura danese alle università di Urbino e Pisa. Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di studi Germanici, dove è ricercatore. Ha scritto saggi e volumi sulle letterature nordiche e pubblicato diverse traduzioni di autori scandinavi: Andersen, Karen Blixen, Ludvig Holberg, August Strindberg e Peter Høeg. Lavori che gli hanno permesso di ottenere il premio Hans Chritsina Andersen nel 2004, il Dansk Oversaetterpris nel 2009, il Premio Nazionale per la Traduzione del 2013 del ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutrimenti, 2019) A cura di Viviana Filippini

10 novembre 2019

Terzo matrimonioQuanto il diverso spaventa e crea dei sospetti? Spesso, anzi, a volte troppo, e ne sanno qualcosa i protagonisti del romanzo “Il terzo matrimonio” di Tom Lanoye, edito in Italia da Nutrimenti. Maarten Seebregs è anziano, omosessuale, vedovo e parecchio al verde. Maarten ci è presentato seduto in un bar con un certo Vandessel. Quest’ultimo ha contattato l’anziano protagonista per una proposta: sposare Tamara, una donna di colore arrivata dall’Africa. Maarten dovrà diventare marito della giovane per farle ottenere la cittadinanza belga, dovrà vivere con lei come se fossero una coppia a tutti gli effetti senza però, e a questo ci tiene Vendessel, il minimo contatto fisico. Maarten accetta, perché c’è un lauto compenso. Lui è solitario, introverso, con un dolore incolmabile per la morte, mai superata, dell’amato Gaëtan. Sposerà Tamara, non per amore, ma per soldi, senza però rendersi conto che questa nuova convivenza forzata scatenerà per lui un vero e proprio cambiamento esistenziale. Sì perché non solo Tamara indosserà le vestaglie del defunto Gaëtan, non solo farà la doccia nel bagno con le mattonelle con i delfini che tanto piaceva alla coppia. Tamara, con una bellezza particolare che la fa assomigliare un po’ ad un ragazzo, si comporterà in tutto e per tutto come la fidanzata del protagonista. A ficcare il naso nella strana coppia arriveranno i due addetti dell’ufficio immigrazione che, più e più volte, piomberanno nella vita di Maarten e Tamara per scoprire cosa i due nascondo, anche se leggendo ci si accorgerà che forse a nascondere qualcosa è Tamara. Oltre al pressante ufficio immigrazione, arriveranno i pettegolezzi dei vicini che spiano Maarten e la compagna, gli atteggiamenti razzisti, bugie e improvvisi risvegli passionali che Maarten stesso aveva dimenticato di provare. Tutto il romanzo è caratterizzato da un’atmosfera tragicomica nella quale si alternano scene davvero comiche e momenti di profondo dramma esistenziale, che fanno comprendere quanto la quotidianità sia caratterizzata da momenti positivi e negativi, che si alternano come fossero le note di uno spartito musicale. “Il terzo matrimonio” del belga Lanoye è un romanzo acuto e intelligente, come lo è l’atteggiamento con il quale l’autore affronta il tema del diverso, nel senso che Maarten e Tamara sono identificati come i “diversi” (per cultura, colore della pelle, orientamento sessuale) che gli altri respingono. Certo è che i due vivono la diversità in epoche diverse, ma è la tipologia di società dove stanno, che fa pesare loro il loro modo di essere. Maarten è gay e nel libro ci sono molti flashback che evidenziano le difficoltà che lui ha avuto per poter vivere la sua vita col compagno, e nel presente la sua omosessualità non è ancora del tutto accettata (basta addentrarsi nel rapporto che ha con il padre). Lei, Tamara, è la diversa perché ha la pelle di un altro colore, perché è arrivata da un posto lontano e sta per sposare un uomo che potrebbe essere suo padre. Due umani “diversi” agli occhi degli altri che li circondano e che non li accettano per il loro essere se stessi, così come, sono senza filtri. “Il terzo matrimonio” di Tom Lanoye è un romanzo molto attuale, perché evidenzia come possono cambiare le epoche, i tempi, ma se è la testa delle persone a non cambiare, i pregiudizi verso chi è ritenuto diverso restano gli stessi. Traduzione di Franco Paris.

Tom Lanoye (1958) è scrittore, autore teatrale e poeta belga di lingua fiamminga. Gode di grande popolarità in patria ed è presenza fissa ai maggiori festival teatrali europei. Per la sua produzione letteraria ha ricevuto numerosi premi, tra cui tre Gouden Bladwijzer, un Gouden Uil Literatuurprijs, un Henriette Roland Holst-prijs e un Gouden Ganzenveer. Vive e lavora dividendosi tra Anversa e Città del Capo. Con Il terzo matrimonio è stato finalista al Libris Literatuur Prijs, il più importante riconoscimento letterario olandese, e al Gouden Uil, premio belga per opere in lingua fiamminga. Dal romanzo è stato tratto nel 2018 il film Troisièmes Noces di David Lambert.

Source: inviato dall’editore Nutrimenti.

“Mi hanno chiuso la scuola”, Chiara Lico, (Lapis edizione 2019) A cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2019

ScuolaTorna in libreria e sempre con un libro per ragazzi la giornalista Chiara Lico, e lo fa con “Mi hanno chiuso la scuola”, pubblicato da Lapis edizioni. Protagonista Mos (Moscardino), un ragazzino che ama la sua scuola non solo per gli amici e gli insegnanti, ma come edificio, perché è un luogo dove si sente bene a studiare e con i compagni. Il dramma si compie quando Mos, accidentalmente, scopre che qualcuno (certi adulti che hanno interessi economici) è intenzionato a chiudere la sua scuola. Il ragazzino è disperato, allo stesso tempo arrabbiato, tanto che comincia a manifestare la sua irritazione vestendosi ogni singolo giorno, dalla testa ai piedi, di colore verde.  La cosa si complica in modo maggiore quando Mos scopre che la ragazzina per la quale ha perso la testa, Marilù, è la figlia di uno degli adulti (non vi svelo chi è) coinvolti nella vendita della scuola e questo scatenerà nel protagonista sentimenti contrastanti. Mos è quindi travolto e stravolto da emozioni e sensazioni del tutto nuove per lui e lo stress che lo colpisce lo mette a k.o. causandogli improvvisi, e anche parecchio lunghi, attacchi di sonno. Il protagonista non si perde d’animo e cerca di coinvolgere i suoi compagni in azioni che puntano alla salvezza della scuola, ma il loro agire si rivelerà composto dei veri e propri disastri. Mamma, papà, la sorella non sempre comprendono Mos, anzi spesso fraintendono quel suo attaccamento alla scuola e lo rimproverano per i suoi gesti che si trasformano in marachelle dalla conseguenze spesso incalcolabili. E l’essere incompreso colpisce il protagonista anche sul campo di calcio, dove né la sua allenatrice, né i suoi compagni di squadra sembrano comprendere il suo dramma. Il romanzo della Lico è la storia di una passione di un ragazzino per quello che è stato il luogo della sua prima formazione alla vita, non solo scolastica, ma alla vita quotidiana di ogni singolo giorno.  L’autrice si concentra sul fatto che a volte certi avvenimenti nell’esistenza delle personesono il segno incisivo del cambiamenti di abitudini consolidate, e questo variare, in alcuni casi sconvolge- come accade per Mos- chi ne è direttamente coinvolto. Mos sarà scosso dalla chiusura della scuola, dal nuovo istituto dove andrà a lezione, dai nuovi compagni che per lui sono un mondo tutto da scoprire. Mos protagonista di “Mi hanno chiuso al scuola” di Chiara Lico, vive uno dei primi step del suo cammino di formazione, nel senso che la chiusura della scuola è una prova che scatenerà in lui un cambiamento. Il libro di Chiara Lico dimostra che nella vita delle persone accadono eventi che a volte lasciano dei segni indelebili e abituarsi al nuovo che avanza e nel quale ci si trova immersi, a volte, sembra del tutto impossibile, ma la storia di Mos, dimostra che cambiare è si può, anche se il percorso è un po’ tortuoso. La storia è arricchita dalle simpatiche illustrazioni di Francesco Fagnini.

Chiara Lico lavora in RAI, al Tg2 dove si occupa di cronaca e conduce il telegiornale: ha realizzato servizi, inchieste e approfondimenti che hanno sempre come sfondo il sociale. Ha lavorato per il gruppo editoreiale L’espresso e per Mediaset (Tg5). Collabora con il blog de ilfattoquotidiano.it. Dal 2019 conduce il magazine Tg2Italia. NRl 2017 Chira Lico ha pubblicato il suo primo romanzo per ragazzi: “Il rischio” (Sinnos editore). Per saperne di più https://www.chiaralico.it/

Source: richiesto dal recensore all’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Lapis Edizione.

“Lettere a Hawthorne”, Herman Melville, a cura di Giuseppe Nori (LiberiLibri 2019) a cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2019

lettere H.Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti  scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato  uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.

Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).

Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994). 

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.