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:: L’arrivo in Cina- Lo strano caso del missionario scomparso -Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa Volume #2 di Shanmei

6 luglio 2021

Cina settentrionale, rada di Taku, 29 agosto 1900

La lunga traversata era finita.

Dopo quarantadue giorni di navigazione, dove dovettero affrontare sabotaggi, tempeste, epidemie e un delitto, il piroscafo Giava era finalmente giunto nel bel mezzo del Mar Giallo.

Raggiunsero la rada di Taku all’alba del 29 agosto 1900 e l’arrivo si rivelò diverso da tutte le precedenti aspettative.

Li aspettava una folla di navi ancorate di tutte le nazionalità con la disposizione di gettare l’ancora a circa dieci miglia dalla costa sabbiosa, non potevano avvicinarsi di più.

Il basso fondale non permetteva ulteriori manovre, rendendo lo sbarco di uomini e mezzi un’impresa complicata e pericolosa soprattutto per le condizioni mutevoli del mare.

L’acqua era torbida, fatta più che altro di fango, di un colore opaco che virava dal marrone al giallo grazie al fiume Pei-ho che lì vi sfociava, il più fangoso fiume del mondo dopo lo Yang-tze.

Il tenente Luigi Bianchi osservò la flotta internazionale chiedendosi come avrebbero fatto a sbarcare. Servivano pontoni, scialuppe, vaporetti, zattere o quant’altro e loro ne erano privi, l’alto comando aveva pensato a tutto ma non a come rendere possibile lo sbarco. Il che avrebbe chiesto altro tempo e rallentato ulteriormente le operazioni, ma ormai Pechino era presa, le Legazioni liberate, un aggiuntivo ritardo non avrebbe cambiato di molto le cose. Le imprese eroiche erano spettate ad altri, a loro toccava al massimo disperdere le ulteriore sacche di resistenza dei Boxer sopravvissuti, sempre che ce ne fossero stati.

Il sergente Vincenzo Bertelli gli si avvicinò e guardò nella sua stessa direzione.

«Dunque questa è la Cina, non si vede la costa».

«Già sembra che ce l’abbiamo fatta, siamo sopravvissuti al viaggio» commentò sotto voce accendendosi una sigaretta turca.

«Non è curioso di vedere questo strano paese. Lo conosciamo solo da quello che abbiamo letto sui libri, dagli atlanti, dai racconti dei missionari e ora lo vedremo di persona, sempre che riusciremo a passare attraverso questa selva di navi. Sembra un formicaio».

«In qualche modo faremo, non sottovaluti lo spirito italico di improvvisazione».

«Ah, proprio quello ci ha messo sempre nei guai. Non mi stupirei che ci dessero l’ordine di raggiungere la costa a nuoto, e nuotare in quest’acqua color caffè latte deve essere proprio un’esperienza piacevole».

«Va andiamo a fare colazione, poi penseremo al da farsi. È sempre meglio ragionare a pancia piena».

«Non la contraddico tenente ci mancherebbe».

Il tenente Bianchi raggiunse la sala mensa e si sedette al tavolo degli ufficiali dove lo aspettava il tenente medico Maurizio Valente con l’espressione torva e corrucciata.

«Dunque Pechino è stata liberata, non arrivano che notizie di stragi e saccheggi. Anche il palazzo imperiale è stato devastato, e l’Imperatrice è fuggita. Hanno fatto anche una ridicola cerimonia celebrativa della vittoria, con fanfare e uniforme d’alta ordinanza» sbuffò scoraggiato.

«E che potevamo aspettarci, hanno colto l’occasione per dare più colore all’impresa, dopo tutto l’Imperatrice Madre sembrava essere il vero capo di questi Boxer. Volevano cacciare gli occidentali dal loro paese, se li sono trovati nelle loro camere da letto» disse Bertelli dal tavolo accanto versandosi una generosa tazza di caffè.

«Cosa ne pensa tenente Bianchi, le sembra giusto?» gli chiese Valente esasperato.

«È una manovra dimostrativa, vogliono scoraggiare ulteriori resistenze. Che non salti più a nessuno in mente di opporsi ai piani di noi occidentali. Piani economici per lo più, la Cina è un grande mercato e conviene a tutti che resti aperto».

«Sì, certo ma io parlo dei saccheggi, degli incendi, delle devastazioni…»

«Adesso che sbarchiamo lo vedremo con i nostri occhi cosa è successo, ne saremo testimoni, e potremo giudicare».

«Sempre diplomatico lei. Ma io sono un medico, io salvo vite, e queste morti inutili mi fanno arrabbiare più che rattristare. Giungono notizie di massacri di donne, vecchie  bambini. Si sono abbandonati alle peggiori scelleratezze e questo è contrario a tutte le leggi morali ed etiche. Noi non siamo dei barbari tenente Bianchi, noi apparteniamo a paesi civili, dannazione» disse Valente quasi urlando e Bertelli gli diede un colpetto sul braccio.

«Su Valente non si agiti, faccia la sua colazione, vedrà che tutto si sistemerà. Certo che noi siamo gente civile, infondo. Magari le notizie che ha ricevuto sono state pesantemente ingrandite. Sa come molti amano fare narrazioni pittoresche e colorite».

«No, Bertelli non lo penso affatto. Anzi per me hanno ridimensionato le cose. Ho paura di quello che troveremo una volta sbarcati. Ho davvero paura».

Il silenzio cadde sulla tavolata e nessuno osò parlare per parecchi minuti finchè Valente non si alzò.

«Con permesso, ma l’appetito mi è completamente passato» disse e si allontanò.

«Per me è ancora scosso per quello che è successo durante il viaggio» disse Bertelli, inzuppando un pezzo di pane in una tazza di latte.

Il tenente Bianchi annuì e sorseggiò il suo caffè ma un brutto presentimento lo colse.

Non pensava che Valente esagerasse, anche lui aveva ricevuto notizie allarmanti. Non tanto per quanto riguardava questi famigerati Boxer, ma anche per gli eccessi a cui si stavano abbandonando i loro alleati.

«Adesso pensiamo a sbarcare, poi si vedrà il da farsi» disse sovra pensiero e Bertelli annuì continuando a mangiare con appetito.

Disponibile in preordine su Amazon in digitale al costo di 2,99 Euro, data di pubblicazione 24 dicembre 2021.

:: Merrion Square by Shanmei

19 giugno 2021

Che giornata lunga è stata
James Joyce

Le ragnatele del tempo avevano ormai ricoperto come un velo di polvere le iridescenti ombre della memoria ma sebbene un vetro opaco avesse distorto per sempre le struggenti immagini di un mondo svanito nelle ombre del passato, Mr Edward O ’Neil non poteva smettere di pensare a quella mattina d’estate in cui sua moglie era entrata nella sua vita. Certo ormai i contorni delle cose avevano perso ogni nitidezza, ondeggiando come la superficie di un lago increspato dal vento, ma la sola cosa completamente immobile e ferma nella sua mente era la creatura fluttuante fasciata di bianco alla stazione di Westland Row.
Era l’estate del 1907.
La nebbia del primo mattino stava lentamente diradandosi da Dublino mentre i raggi di un pallido sole filtravano a fatica attraverso le nuvole perlacee. Era una giornata importante per Edward e per l’occasione aveva messo più cura del solito nel vestire. Non che fosse un uomo trasandato, ma quel giorno si sentiva in dovere di tralasciare gli abiti cupi e scuri che costituivano il suo abbigliamento abituale in favore di un completo grigio. Niente poteva fare per abolire i rigidi colletti inamidati ma in onore della circostanza aveva scelto una cravatta di seta azzurra e fissandone i riflessi sorrise.
Era un professore di letteratura inglese al Trinity College e questo conferiva a tutta la sua persona una severità che traspariva da ogni suo gesto e da ogni sua sfumata espressione. Quella mattina però la sua imperturbabilità e leggendaria calma era come svanita e si sorprendeva di controllare l’ora ogni cinque minuti.
Edward abitava in un elegante casa in mattoni con il candido ingresso a colonne e la porta splendeva di un brillante blu elettrico e si affacciava sulla tranquilla e alberata Merrion Square. Edward amava quella zona di Dublino, ornata di dimore georgiane e di lampioni in ferro battuto e passava ore in silenziosa meditazione vagabondando attraverso i parchi e le vie traverse in cerca di vecchie librerie piene di tesori ai suoi occhi inestimabili.
La vita di Edward scorreva all’insegna della tranquillità, senza imprevisti e totalmente priva di forti emozioni. Edward aborriva tutto ciò che anche minimamente avrebbe potuto scalfire la sua pace.
Il suo volto emanava severità e rigore, forse per via della durezza degli occhi di un azzurro troppo cupo o per l’asprezza conferita dagli zigomi. La sua vita era una proiezione del suo carattere e come lui era monotona e piatta come un mare senza onde e unicamente scandita dal ritmo lieve delle sessioni estive che si alternavano a quelle invernali.
Edward odiava le novità, sotto qualsiasi forma si presentassero, e il suo unico passatempo oltre il lavoro che occupava la maggior parte del suo tempo, era passeggiare per le strade affollate con il suo passo sicuro e il suo inseparabile bastone da passeggio con il manico d’argento finemente cesellato.
Sebbene passasse principalmente il suo tempo a parlare ai suoi studenti di geni immortali come Shakespeare, Woodsworth o Blake, la poesia non era mai entrata nella sua vita. Non aveva amici, nè hobby, nè passioni che trascendessero l’ordine rigoroso che si era imposto.
Edward viveva la sua vita da estraneo in un mondo di estranei. Non che fosse infelice, al contrario, un profondo senso di dignità lo rassicurava e gli faceva sentire quanto fosse fortunato e privilegiato a poter osservare la vita con tale superiore distacco.
Il suo rigore intellettuale, la sua riservatezza, il mistero che avvolgeva la sua vita, faceva si che anche i colleghi prendessero da lui una sorta di distanza non priva di rispetto. Il professor O ’Neil era un’ istituzione, una sorta di curioso esemplare in via di estinzione perennemente truce e silenzioso.
Poi in primavera, era successo un fatto straordinario: si era sposato.
Tutto era nato per una sorta di equivoco, un sovrapporsi di circostanze che gli avevano impedito di ritirarsi dignitosamente. Era rimasto intrappolato in una spessa rete di equivoci e fraintendimenti che l’avevano portato al passo fatidico. Tutti i suoi conoscenti erano esterrefatti a partire dalla sua cuoca Mrs Deidre Ryan che ormai era rassegnata a considerarlo un caso senza speranza. Il professor O ‘Neil si era recato in un’ agenzia di Dublino che organizzava dignitosi matrimoni con signorine di buona famiglia per ricambiare un favore ad un certo Mr Gandon che effettivamente  cercava moglie. L’impiegata che si occupava del suo caso aveva sbadatamente registrato a suo nome la pratica così l’avveduto e prudente Mr O ‘Neil si era trovato fidanzato ad una certa Miss Aurore Connelly di Waterville. Il tutto era avvenuto in pieno semestre in corso con gli esami alle porte e le file di studenti disperati in crisi con le proprie tesi. Mai Mr O ‘Neil si era ritrovato in una situazione più imbarazzante. L’unica cosa da fare in un caso simile era chiedere al rettore una licenza e recarsi personalmente a Waterville per chiarire tutto.
Sfortunatamente il gesto venne mal interpretato dai parenti della fidanzata che si affrettarono ad organizzare in tutta fretta la cerimonia. Fu così che l’assennato e giudizioso Mr O ’Neil, senza neanche capire come, si trovò davanti all’altare al fianco di una perfetta sconosciuta.
Per Edward era stata la fine del suo mondo.
Aurore era una creatura strana e misteriosa e quasi cupa con un vago senso di sofferenza riflesso nei delicati tratti del volto. Come la vittima sacrificale di un antico rito pagano aveva accettato rassegnata quel matrimonio per accontentare la folla dei parenti. In tutta quella confusione Edward aveva provato la snervante sensazione che da un momento all’altro Aurore avrebbe potuto frantumarsi in un minutissimi frammenti come un cristallo.
La ragazza non era esattamente il tipo di donna che lui immaginava come compagna ideale della sua vita. Più che altro gli ricordava una bianca farfalla impigliata in un rovo. Edward si era sentito esattamente come quei crudeli naturalisti che collezionano farfalle, catturandole con buffi retini e infilzandole vive a spilloni per non rovinare la brillantezza delle ali e poterle così conservare dietro bacheche di cristallo.
La fragilità e la timidezza di Aurore riusciva solo a farlo sentire costantemente a disagio. La sua sola presenza, silenziosa come un’ ombra, gli causava un’ansia crescente e un fastidioso sudore freddo alle mani e così aveva accettato quasi con sollievo il fatto che la sposa l’avrebbe raggiunto a Dublino solo all’inizio dell’estate.
Il tempo comunque era passato e a mezzogiorno, alla stazione di Westland Row, Edward sarebbe andato a prendere sua moglie. Era una bella mattina di prima estate e dalle finestre aperte entrava una lieve aria fresca che gonfiava le tende dolcemente. La casa era silenziosa e Mrs Ryan era chiusa in cucina alle prese con un elaborato pranzo degno delle grandi occasioni. Salumi affumicati, crostacei, trote, carne di manzo, e le migliori verdure che aveva conteso, con ruvida cortesia, con le altre massaie al mercato di Moore Street. Mrs Ryan era una donna brusca con i capelli grigi raccolti in una stretta crocchia sulla nuca e la riga in mezzo. Era sempre di fretta e trattava Edward con aspra durezza, cosa che ormai era divenuta una tale abitudine che aveva assunto i contorni della normalità.
Aurore aspettava con ai piedi i suoi pochi bagagli in mezzo alla folla ondeggiante della stazione. L’alto orologio a caratteri romani segnava mezzogiorno e dieci e Aurore si sentiva assalita dalla disperazione in quella vociante folla di sconosciuti.
Dublino era una grande città e mai Aurore aveva visto tanta gente assiepata in una stazione. Perdersi in quella folla sarebbe stato così facile. Il viaggio era stato stancante. La monotonia del paesaggio fuori dal finestrino del treno l’aveva poi reso interminabile. Mai in vita sua si era allontanata così tanto da Waterville e certo mai da sola.
Ma ora Aurore era sola. Sola e affidata ad uno sconosciuto che non ostante tutto era suo marito. Ai piedi aveva il suo bagaglio. Il suo corredo ricamato a mano con le sue iniziali in ogni angolo delle candide lenzuola, nei fazzoletti, nelle federe, negli asciugamani di spugna bianca con le frange.
Tutto ciò che aveva al mondo era ai suoi piedi. Poi all’improvviso vide Edward tra la folla e tracce di contentezza sul suo volto solenne e austero. Il sollievo di non essere più sola fu subito sommerso dall’ansia di non essere gradita. Molto compitamente Edward si avvicinò a sua moglie e si irrigidì in un inchino.
“Benvenuta a Dublino” disse e tese una mano verso di lei e Aurore la strinse con un sorriso lieve. Edward fece cenno ad un facchino di occuparsi dei bagagli e, sebbene Merrion Square fosse solo a pochi passi dalla stazione, noleggiò una vettura. Per tutto il breve tragitto, Aurore non disse una parola, con gli occhi spaventati incollati oltre il vetro schizzato di pioggia e rigida sulla punta del sedile con le mani in grembo.
La vettura si fermò davanti alla scalinata di pietra grigia circondata da due ali di nera ringhiera di ferro battuto. La pietra era un po’ lucida per la pioggia ed Edward si affrettò a scendere e ad aprire l’ombrello. Per un attimo fu certo che Mrs Ryan sbirciasse da dietro una tenda  del secondo piano ma si limitò ad aiutare Aurore a scendere dal predellino. Aurore osservò stupita l’ingresso e l’edera rampicante che ricopriva buona parte della facciata. D’autunno l’effetto sarebbe stato ancora più intenso con le foglie rosseggianti che avvolgevano il muro come le fiamme di un incendio. Aurore rimase tragicamente immobile davanti alla porta chiusa. Poi entrò e fu assalita come in tutti i posti nuovi da un odore diverso da quello di casa sua.

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

La gamba di legno di mio zio, Fabio Stassi (Sinnos 2019) A cura di Viviana Filippini

3 dicembre 2019

LA-GAMBA-DI-LEGNO-DI-MIO-ZIONon so, ma magari qualcuno di voi lettori ha uno zio d’America. Io non ce l’ho, ma lo ha il protagonista del libro per ragazzi “La gamba di legno di mio zio”, di Fabio Stassi, edito da Sinnos. Stassi è un autore di libri per adulti, ma in lui non manca l’entusiasmo per la scrittura per i lettori più piccoli e così è nata questa avventurosa vicenda nella quale, la fantasia e i ricordi del suo vissuto personale si mescolano dando vita ad una narrazione avvincente, accompagnata dalle colorate e simpatiche illustrazioni di Veronica Truttero. La storia è curiosa da subito, perché il piccolo protagonista ama molto leggere e la sua passione per le parole stampate è una vera e propria ossessione che lo porta ad immergersi in modo completo nei libri. Il giovane protagonista fantastica sulle creature che incontra nei libri, si immagina di vivere avventure con mostri marini, o accanto a eroici marinai pronti a solcare i mari per raggiungere le mete desiderate. Vicine a queste creature della fantasia, il protagonista conosce le vicende dei parenti emigrati per il mondo e, allora, se li immagina al fianco dei grandi personaggi trovati nei libri. Uno di questi parenti, un anziano che assomiglia ad un capitano di altri tempi per la sua barba lunga e per quella gamba rigida, è lo zio d’America, quello con la gamba di legno che parla, parla, parla, narrando al protagonista (e anche a noi) il suo vissuto. I viaggi compiuti, gli imprevisti affrontati e la voglia di mettersi in gioco dello zio dalla gamba di legno conquistano il giovane protagonista, che resta ammaliato dalla vita del parente arrivato da lontano. Raccontando della gamba di legno dello zio, Stassi narra la storia di una famiglia, dei suoi legami, di quei viaggi della speranza messi in atto da molti (indipendentemente dal colore della pelle o dalla cultura) per poter avere un futuro migliore e lo scrittore li mette accanto alla Storia e anche alla letteratura (Long John Silver, Capitano Achab, Capitano Nemo). In “La gamba di legno di mio zio”, le protagoniste sono le vite quotidiane di coloro che sono gli attori della storia (quella con la “s” minuscola), di quella storia che caratterizza le vite di ogni giorno, nella loro umile essenza che, come dimostra Stassi, nasconde qualcosa di potente, avventuroso e straordinario. Età lettura: dai 6 anni.

Fabio Stassi è uno dei più interessanti scrittori italiani contemporanei, pubblicato da Sellerio e Minimum fax. Con “L’ultimo ballo di Charlot” (tradotto in 18 paesi) è arrivato secondo al premio Campiello. Tra i premi vinti: l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino.

Veronica Truttero è nata a Padova, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’Accademia Drosselmeier. È illustratrice ma anche libraia (a Ravenna anima, con Sara Panzavolta e Alice Keller, la libreria Momo). Con il suo segno versatile e la sua ironia delicata ha illustrato, nel catalogo Sinnos, diversi titoli, spesso ideati insieme ad Alice Keller, dalla narrativa al fumetto, fino all’albo illustrato.

Source: richiesto all’editore, grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa Sinnos.

:: Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa by Shanmei

22 aprile 2019

12v Nave nel porto

Napoli giovedì 19 luglio 1900 San Vincenzo de Paoli

La luce di quel lontano mattino di mezza estate era accecante, il pulviscolo dorato, il cielo di un vivo blu cobalto, quasi privo di nuvole, e per quanto ci si sforzasse di vedere cattivi presagi, era difficile scorgere in quel giorno nient’altro che eccitazione e aspettativa.
La folla vociante stazionava da giorni tra i moli del porto, era usanza che questo spettacolo di varia umanità si ripetesse alle partenze dei contingenti militari, nessuno si voleva perdere l’attimo della partenza e le notizie che si rincorrevano non facevano ben sperare che sarebbe stata a breve.
Il frastuono era incessante, fischi, grida, richiami, risate, applausi si susseguivano a ondate, specialmente quando qualcuno gettava in pasto alla folla la notizia che il Re era presente con la sua uniforme d’alta ordinanza, la barba bianca e ben curata, e l’aria marziale delle grandi occasioni.
Ma, ahimé, il Re se anche era a Napoli ormai da giorni se ne stava al sicuro, a sorseggiare bevande fresche in compagnia dell’alta nobiltà partenopea al riparo dai raggi del sole. Avrebbe passato in rassegna le truppe solo al momento opportuno poco prima della partenza, avrebbe pronunciato il suo breve discorso, salutato compito, stretto qualche mano, se il protocollo l’avesse concesso, e avrebbe lasciato Napoli in tutta fretta destinato ad altre incombenze forse meno esotiche di quella ma altrettanto importanti.
Almeno questo si mormorava non mettendo in conto l’ostinazione del sovrano che davvero voleva stringere ogni mano, perlomeno quelle degli ufficiali, augurare buon viaggio e felice ritorno.
Anche il Papa, Leone XII, aveva impartito la Sua benedizione alle truppe e all’impresa tramite il Vescovo di Napoli che aveva letto il Suo messaggio caloroso e partecipe giunto come telegramma.
Le operazioni di imbarco ormai erano terminate, i piroscafi Minghetti, Giava e Singapore, messi a disposizione dalla Compagnia di Navigazione Italiana attendevano strapieni ancorati al porto e a dirla tutta nessuno sapeva perché le procedure legate alla partenza non fossero state ancora avviate.
Forse si aspettava un telegramma dal Parlamento, come se fosse stato ancora possibile un cenno che avesse mandato tutto alla malora, rimettendo tutto nelle mani dell’ Onnipotente.
Ma la partenza era imminente, c’era poco da costruire castelli in aria con sogni impossibili di dietrofront.
L’utilità di quel contingente, forse mandato in soccorso in ritardo, quando ormai le notizie che si susseguivano facevano ben sperare che al loro arrivo in Cina tutto sarebbe stato concluso, era dubbia, ma non si poteva restare indietro, si doveva partecipare, sia come dovere morale, c’erano delle vite in gioco da difendere, che per non sfigurare.
C’erano stati degli oppositori, questo sì, contrari a quella partenza, e avevano fatto sentire la loro voce anche in maniera alquanto vivace: uno spreco di denaro pubblico, uno spreco di vite e competenze. Ma le voci discordanti erano state rapidamente messe in minoranza, e ora la Cina rappresentava un’ occasione di riscatto, dopo Adua, luminosa e vicina da catturare con una mano.
Il tenente Luigi Bianchi osservò la folla che premeva verso la banchina e si sentì stranamente a disagio. Il caldo non era ancora soffocante, certo non come quello che avrebbero incontrato durante la traversata e a questo proposito si faceva poche illusioni. Come tutti i veterani dell’Africa aveva un’idea precisa di cosa significasse sentirsi soffocare dall’afa, sentire l’aria bruciare nei polmoni come oro fuso, e implorare un refolo di vento che non c’è.
Certo l’Africa non era la Cina, c’era tutt’altro clima, seppure quei dementi dei piani alti dell’approvvigionamento li avevano equipaggiati come se non lo sapessero: uniformi leggere, caschi di sughero, stivali di cartone. Avevano derrate da smerciare, e quindi avevano trovato vantaggioso stiparle alla bell’e meglio nelle loro stive. Tanto mica potevano protestare. Erano soldati, dovevano solo ubbidire, combattere e morire.
Cercò di mandare via quei cattivi pensieri ma i volti puliti e eccitati dei novellini che per la prima volta lasciavano l’Italia non gli permetteva di fare diversamente.
Anche se bisognava ammettere molti erano come lui, scelti perché si erano distinti in Africa, o perlomeno erano sopravvissuti. Vecchi amici, alcune vere carogne, ma per lo più buoni soldati, che si astenevano dagli eccessi, rispettavano donne e bambini, soccorrevano quando era il caso i compagni feriti anche a rischio della propria vita. Vecchie pellacce, certo, chi poteva negarlo, ma buoni compagni quando il nemico ti accerchiava.
Quel viaggio li avrebbe cambiati. Ne avrebbe indurito i tratti, smussato il carattere, incupito lo sguardo. Alcuni non sarebbero tornati se non come una medaglia al valore. Ogni buon soldato mette sempre in conto questo prima di una partenza, ma il segreto è non lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dall’ umor nero, dalle paturnie. O è finita, tanto vale spararsi una pallottola in testa.
“E così i quattro cenciosi italiani sono pronti a partire” disse lapidario il sergente Vincenzo Bertelli, marchigiano, socialista non dell’ultima ora e tiratore scelto infallibile, anche dalle lunghe distanze.
“Ci mancava solo lei a sottolineare la sacralità del momento” rispose il tenente Bianchi a cui si era rivolto quasi bisbigliando.
“Non dico mica fanfaluche, guardi si vedono i rattoppi e i rammendi delle uniformi, le misure sbagliate, e guardi gli stivali, alla prima pioggia saranno tutti scalzi. E intanto si ride, si brinda, si folleggia. Patetico”.
“Potrebbe essere accusato di demoralizzare le truppe se non la conoscessi” disse Bianchi lisciandosi i guanti e guardandosi intorno.
“Mica sono tutti come lei tenente. Con la sua bella divisa impeccabile, sempre pulita e stirata, i suoi stivali lucidi e di vera pelle e vero cuoio…” Bianchi lo fermò infastidito.
“Adesso aduliamo i superiori?”.
“Ma ci mancherebbe, lei mi conosce, dico solo quello che vedo, dico solo la verità. Ma ce ne accorgeremo quando, e soprattutto se, arriveremo in Cina” disse sibillino con uno strano scintillio negli occhi marroni.
“Cosa vuole dire Bertelli?”
“Ma niente, niente, fanfaluche da vecchio socialista”.
“Mi avete incuriosito, non lasciate il discorso a metà”.
“Dico solo che quando arriveremo in Cina e troveremo tutte le altre truppe bardate di tutto punto, ci faremo la solita figura da pezzenti. Ecco cosa voglio dire, signor tenente. E non mi contraddica, sa che ho ragione”.
“No, no non la contraddico, ma la invito a usare prudenza. Rischia grosso a fare discorsi così disfattisti. Qualche giorno di guardina è il meno. Potrebbero bloccarle le promozioni, danneggiarle veramente la reputazione. Con me non rischia, lo sa bene, ma ci sono molti codardi che fanno la spia”.
“Ma che vuole, sergente sono, e sergente resterò. Che vuole che me ne importi. Ho scelto di partire per la Cina per lasciare l’Italia. Non credo che ci tornerò, perlomeno volontariamente. Mia moglie Maria è morta di difterite, non ho figli, né fratelli. Sono solo al mondo. Mi troverò una bella cinesina e metterò famiglia là” disse e terminò con una gran risata.
Di colpo il gran vociare cessò e tutte le teste si volsero nella stessa direzione. Su una lancia stava arrivando il Re. Con la sua scorta salì a bordo del Giava e tenendo a debita distanza la truppa iniziò a stringere le mani degli ufficiali. Furono intanto diffusi dei ciclostilati con il discorso del Re alle truppe. Alcuni soldati lo gettarono sprezzantemente in acqua.
Luigi Bianchi lo lesse e lo ripiegò mettendolo in una tasca.
Quando fu il momento strinse la mano del Re. Era fresca e asciutta, e profumava di violetta. Chissà perché, anche tantissimi anni dopo avrebbe associato a quel momento quell’odore, non prettamente maschile.
Il Re scambiò con lui qualche parola, gli chiese cortesemente come stava, se aveva famiglia, e lo affidò a Dio Onnipotente, ultimo rifugio di tutti noi nell’ora del bisogno.
Luigi Bianchi ringraziò e si allontanò educatamente. Aveva alcune lettere da scrivere e voleva scattare qualche foto con la sua Goertz, prima che fosse stato impossibile.
Scese dalla nave e cercò un osteria del porto. Ordinò un fiasco di vino novello, una pastasciutta al pomodoro, e agnello con patate e iniziò a scrivere ai suoi genitori, a suo fratello Michele, ad alcune cugine.
Imbucò le lettere e iniziò a scattare le foto, prima di tornare a bordo in cerca della sua cabina. In realtà le cabine degli ufficiali non erano ancora state distribuite, ma tutti avevano la strana tendenza ad accontentarlo, così aveva scelto la sua prima degli altri.
Controllò che la sua attrezzatura per fare foto fosse in buono stato, la teneva accanto alla branda, e ringraziò il cielo che non avessero rotto le lastre.
Tornò sul ponte e si avvicinò al parapetto. Stavano caricando a bordo i cavalli e gli asini. Sarebbe stato un viaggio parecchio affollato, per non contare la puzza e gli afrori vari. Tenere pulita una nave bestiame non era uno scherzo, ma sembrava che nessuno lo tenesse in conto, data l’euforia generale.
La sua era la nave con meno cristiani a bordo, ma quegli ospiti a quattro zampe avrebbero portato malattie e sporcizia. Controllò che il suo cavallo stesse bene, e diede una mancia al soldato con mansioni da stalliere, che fece un po’ fatica ad accettarla dal tenente Bianchi, data la sua fama di buon cuore e generosità.
Saba era spaventata, tutta quella confusione la rendeva nervosa. Era una cavalla di tre anni, color grigio fumo. Una brava bestia, paziente e molto intelligente. Gli accarezzò il muso e gli parlò sotto voce per calmarla. Al suono della sua voce l’animale smise di nitrire e di calciare con le zampe posteriori. Si lasciò docilmente legare e i suoi occhi dolci e liquidi sembravano umani tanto erano vividi.
“Brava Saba” disse e le diede una zolletta di zucchero di cui era ghiotta. Almeno avrebbero viaggiato insieme, e tra le tante contrarietà di questo era felice.

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