Archive for the ‘Inediti’ Category

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

La gamba di legno di mio zio, Fabio Stassi (Sinnos 2019) A cura di Viviana Filippini

3 dicembre 2019

LA-GAMBA-DI-LEGNO-DI-MIO-ZIONon so, ma magari qualcuno di voi lettori ha uno zio d’America. Io non ce l’ho, ma lo ha il protagonista del libro per ragazzi “La gamba di legno di mio zio”, di Fabio Stassi, edito da Sinnos. Stassi è un autore di libri per adulti, ma in lui non manca l’entusiasmo per la scrittura per i lettori più piccoli e così è nata questa avventurosa vicenda nella quale, la fantasia e i ricordi del suo vissuto personale si mescolano dando vita ad una narrazione avvincente, accompagnata dalle colorate e simpatiche illustrazioni di Veronica Truttero. La storia è curiosa da subito, perché il piccolo protagonista ama molto leggere e la sua passione per le parole stampate è una vera e propria ossessione che lo porta ad immergersi in modo completo nei libri. Il giovane protagonista fantastica sulle creature che incontra nei libri, si immagina di vivere avventure con mostri marini, o accanto a eroici marinai pronti a solcare i mari per raggiungere le mete desiderate. Vicine a queste creature della fantasia, il protagonista conosce le vicende dei parenti emigrati per il mondo e, allora, se li immagina al fianco dei grandi personaggi trovati nei libri. Uno di questi parenti, un anziano che assomiglia ad un capitano di altri tempi per la sua barba lunga e per quella gamba rigida, è lo zio d’America, quello con la gamba di legno che parla, parla, parla, narrando al protagonista (e anche a noi) il suo vissuto. I viaggi compiuti, gli imprevisti affrontati e la voglia di mettersi in gioco dello zio dalla gamba di legno conquistano il giovane protagonista, che resta ammaliato dalla vita del parente arrivato da lontano. Raccontando della gamba di legno dello zio, Stassi narra la storia di una famiglia, dei suoi legami, di quei viaggi della speranza messi in atto da molti (indipendentemente dal colore della pelle o dalla cultura) per poter avere un futuro migliore e lo scrittore li mette accanto alla Storia e anche alla letteratura (Long John Silver, Capitano Achab, Capitano Nemo). In “La gamba di legno di mio zio”, le protagoniste sono le vite quotidiane di coloro che sono gli attori della storia (quella con la “s” minuscola), di quella storia che caratterizza le vite di ogni giorno, nella loro umile essenza che, come dimostra Stassi, nasconde qualcosa di potente, avventuroso e straordinario. Età lettura: dai 6 anni.

Fabio Stassi è uno dei più interessanti scrittori italiani contemporanei, pubblicato da Sellerio e Minimum fax. Con “L’ultimo ballo di Charlot” (tradotto in 18 paesi) è arrivato secondo al premio Campiello. Tra i premi vinti: l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino.

Veronica Truttero è nata a Padova, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’Accademia Drosselmeier. È illustratrice ma anche libraia (a Ravenna anima, con Sara Panzavolta e Alice Keller, la libreria Momo). Con il suo segno versatile e la sua ironia delicata ha illustrato, nel catalogo Sinnos, diversi titoli, spesso ideati insieme ad Alice Keller, dalla narrativa al fumetto, fino all’albo illustrato.

Source: richiesto all’editore, grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa Sinnos.

:: Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa by Shanmei

22 aprile 2019

12v Nave nel porto

Napoli giovedì 19 luglio 1900 San Vincenzo de Paoli

La luce di quel lontano mattino di mezza estate era accecante, il pulviscolo dorato, il cielo di un vivo blu cobalto, quasi privo di nuvole, e per quanto ci si sforzasse di vedere cattivi presagi, era difficile scorgere in quel giorno nient’altro che eccitazione e aspettativa.
La folla vociante stazionava da giorni tra i moli del porto, era usanza che questo spettacolo di varia umanità si ripetesse alle partenze dei contingenti militari, nessuno si voleva perdere l’attimo della partenza e le notizie che si rincorrevano non facevano ben sperare che sarebbe stata a breve.
Il frastuono era incessante, fischi, grida, richiami, risate, applausi si susseguivano a ondate, specialmente quando qualcuno gettava in pasto alla folla la notizia che il Re era presente con la sua uniforme d’alta ordinanza, la barba bianca e ben curata, e l’aria marziale delle grandi occasioni.
Ma, ahimé, il Re se anche era a Napoli ormai da giorni se ne stava al sicuro, a sorseggiare bevande fresche in compagnia dell’alta nobiltà partenopea al riparo dai raggi del sole. Avrebbe passato in rassegna le truppe solo al momento opportuno poco prima della partenza, avrebbe pronunciato il suo breve discorso, salutato compito, stretto qualche mano, se il protocollo l’avesse concesso, e avrebbe lasciato Napoli in tutta fretta destinato ad altre incombenze forse meno esotiche di quella ma altrettanto importanti.
Almeno questo si mormorava non mettendo in conto l’ostinazione del sovrano che davvero voleva stringere ogni mano, perlomeno quelle degli ufficiali, augurare buon viaggio e felice ritorno.
Anche il Papa, Leone XII, aveva impartito la Sua benedizione alle truppe e all’impresa tramite il Vescovo di Napoli che aveva letto il Suo messaggio caloroso e partecipe giunto come telegramma.
Le operazioni di imbarco ormai erano terminate, i piroscafi Minghetti, Giava e Singapore, messi a disposizione dalla Compagnia di Navigazione Italiana attendevano strapieni ancorati al porto e a dirla tutta nessuno sapeva perché le procedure legate alla partenza non fossero state ancora avviate.
Forse si aspettava un telegramma dal Parlamento, come se fosse stato ancora possibile un cenno che avesse mandato tutto alla malora, rimettendo tutto nelle mani dell’ Onnipotente.
Ma la partenza era imminente, c’era poco da costruire castelli in aria con sogni impossibili di dietrofront.
L’utilità di quel contingente, forse mandato in soccorso in ritardo, quando ormai le notizie che si susseguivano facevano ben sperare che al loro arrivo in Cina tutto sarebbe stato concluso, era dubbia, ma non si poteva restare indietro, si doveva partecipare, sia come dovere morale, c’erano delle vite in gioco da difendere, che per non sfigurare.
C’erano stati degli oppositori, questo sì, contrari a quella partenza, e avevano fatto sentire la loro voce anche in maniera alquanto vivace: uno spreco di denaro pubblico, uno spreco di vite e competenze. Ma le voci discordanti erano state rapidamente messe in minoranza, e ora la Cina rappresentava un’ occasione di riscatto, dopo Adua, luminosa e vicina da catturare con una mano.
Il tenente Luigi Bianchi osservò la folla che premeva verso la banchina e si sentì stranamente a disagio. Il caldo non era ancora soffocante, certo non come quello che avrebbero incontrato durante la traversata e a questo proposito si faceva poche illusioni. Come tutti i veterani dell’Africa aveva un’idea precisa di cosa significasse sentirsi soffocare dall’afa, sentire l’aria bruciare nei polmoni come oro fuso, e implorare un refolo di vento che non c’è.
Certo l’Africa non era la Cina, c’era tutt’altro clima, seppure quei dementi dei piani alti dell’approvvigionamento li avevano equipaggiati come se non lo sapessero: uniformi leggere, caschi di sughero, stivali di cartone. Avevano derrate da smerciare, e quindi avevano trovato vantaggioso stiparle alla bell’e meglio nelle loro stive. Tanto mica potevano protestare. Erano soldati, dovevano solo ubbidire, combattere e morire.
Cercò di mandare via quei cattivi pensieri ma i volti puliti e eccitati dei novellini che per la prima volta lasciavano l’Italia non gli permetteva di fare diversamente.
Anche se bisognava ammettere molti erano come lui, scelti perché si erano distinti in Africa, o perlomeno erano sopravvissuti. Vecchi amici, alcune vere carogne, ma per lo più buoni soldati, che si astenevano dagli eccessi, rispettavano donne e bambini, soccorrevano quando era il caso i compagni feriti anche a rischio della propria vita. Vecchie pellacce, certo, chi poteva negarlo, ma buoni compagni quando il nemico ti accerchiava.
Quel viaggio li avrebbe cambiati. Ne avrebbe indurito i tratti, smussato il carattere, incupito lo sguardo. Alcuni non sarebbero tornati se non come una medaglia al valore. Ogni buon soldato mette sempre in conto questo prima di una partenza, ma il segreto è non lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dall’ umor nero, dalle paturnie. O è finita, tanto vale spararsi una pallottola in testa.
“E così i quattro cenciosi italiani sono pronti a partire” disse lapidario il sergente Vincenzo Bertelli, marchigiano, socialista non dell’ultima ora e tiratore scelto infallibile, anche dalle lunghe distanze.
“Ci mancava solo lei a sottolineare la sacralità del momento” rispose il tenente Bianchi a cui si era rivolto quasi bisbigliando.
“Non dico mica fanfaluche, guardi si vedono i rattoppi e i rammendi delle uniformi, le misure sbagliate, e guardi gli stivali, alla prima pioggia saranno tutti scalzi. E intanto si ride, si brinda, si folleggia. Patetico”.
“Potrebbe essere accusato di demoralizzare le truppe se non la conoscessi” disse Bianchi lisciandosi i guanti e guardandosi intorno.
“Mica sono tutti come lei tenente. Con la sua bella divisa impeccabile, sempre pulita e stirata, i suoi stivali lucidi e di vera pelle e vero cuoio…” Bianchi lo fermò infastidito.
“Adesso aduliamo i superiori?”.
“Ma ci mancherebbe, lei mi conosce, dico solo quello che vedo, dico solo la verità. Ma ce ne accorgeremo quando, e soprattutto se, arriveremo in Cina” disse sibillino con uno strano scintillio negli occhi marroni.
“Cosa vuole dire Bertelli?”
“Ma niente, niente, fanfaluche da vecchio socialista”.
“Mi avete incuriosito, non lasciate il discorso a metà”.
“Dico solo che quando arriveremo in Cina e troveremo tutte le altre truppe bardate di tutto punto, ci faremo la solita figura da pezzenti. Ecco cosa voglio dire, signor tenente. E non mi contraddica, sa che ho ragione”.
“No, no non la contraddico, ma la invito a usare prudenza. Rischia grosso a fare discorsi così disfattisti. Qualche giorno di guardina è il meno. Potrebbero bloccarle le promozioni, danneggiarle veramente la reputazione. Con me non rischia, lo sa bene, ma ci sono molti codardi che fanno la spia”.
“Ma che vuole, sergente sono, e sergente resterò. Che vuole che me ne importi. Ho scelto di partire per la Cina per lasciare l’Italia. Non credo che ci tornerò, perlomeno volontariamente. Mia moglie Maria è morta di difterite, non ho figli, né fratelli. Sono solo al mondo. Mi troverò una bella cinesina e metterò famiglia là” disse e terminò con una gran risata.
Di colpo il gran vociare cessò e tutte le teste si volsero nella stessa direzione. Su una lancia stava arrivando il Re. Con la sua scorta salì a bordo del Giava e tenendo a debita distanza la truppa iniziò a stringere le mani degli ufficiali. Furono intanto diffusi dei ciclostilati con il discorso del Re alle truppe. Alcuni soldati lo gettarono sprezzantemente in acqua.
Luigi Bianchi lo lesse e lo ripiegò mettendolo in una tasca.
Quando fu il momento strinse la mano del Re. Era fresca e asciutta, e profumava di violetta. Chissà perché, anche tantissimi anni dopo avrebbe associato a quel momento quell’odore, non prettamente maschile.
Il Re scambiò con lui qualche parola, gli chiese cortesemente come stava, se aveva famiglia, e lo affidò a Dio Onnipotente, ultimo rifugio di tutti noi nell’ora del bisogno.
Luigi Bianchi ringraziò e si allontanò educatamente. Aveva alcune lettere da scrivere e voleva scattare qualche foto con la sua Goertz, prima che fosse stato impossibile.
Scese dalla nave e cercò un osteria del porto. Ordinò un fiasco di vino novello, una pastasciutta al pomodoro, e agnello con patate e iniziò a scrivere ai suoi genitori, a suo fratello Michele, ad alcune cugine.
Imbucò le lettere e iniziò a scattare le foto, prima di tornare a bordo in cerca della sua cabina. In realtà le cabine degli ufficiali non erano ancora state distribuite, ma tutti avevano la strana tendenza ad accontentarlo, così aveva scelto la sua prima degli altri.
Controllò che la sua attrezzatura per fare foto fosse in buono stato, la teneva accanto alla branda, e ringraziò il cielo che non avessero rotto le lastre.
Tornò sul ponte e si avvicinò al parapetto. Stavano caricando a bordo i cavalli e gli asini. Sarebbe stato un viaggio parecchio affollato, per non contare la puzza e gli afrori vari. Tenere pulita una nave bestiame non era uno scherzo, ma sembrava che nessuno lo tenesse in conto, data l’euforia generale.
La sua era la nave con meno cristiani a bordo, ma quegli ospiti a quattro zampe avrebbero portato malattie e sporcizia. Controllò che il suo cavallo stesse bene, e diede una mancia al soldato con mansioni da stalliere, che fece un po’ fatica ad accettarla dal tenente Bianchi, data la sua fama di buon cuore e generosità.
Saba era spaventata, tutta quella confusione la rendeva nervosa. Era una cavalla di tre anni, color grigio fumo. Una brava bestia, paziente e molto intelligente. Gli accarezzò il muso e gli parlò sotto voce per calmarla. Al suono della sua voce l’animale smise di nitrire e di calciare con le zampe posteriori. Si lasciò docilmente legare e i suoi occhi dolci e liquidi sembravano umani tanto erano vividi.
“Brava Saba” disse e le diede una zolletta di zucchero di cui era ghiotta. Almeno avrebbero viaggiato insieme, e tra le tante contrarietà di questo era felice.