Archivio dell'autore

:: L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi di Antonio Zoppetti (Franco Cesati Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2018
antonio-zoppetti-etichettario-anglicismi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Facciamo un gioco: prendete un quotidiano cartaceo o in rete, scegliete un articolo a caso e evidenziate quanti anglicismi o pseudo anglicismi trovate. Fatto? Ora contateli e magari circolettateli con il pennarello giallo. Quanti ce ne sono? Nessuno? Meno di cinque? Più di cinque? Conoscete di ogni termine il reale significato, anche di quei termini economici da cui dipendono le sorti della nostra vita? Conoscete parole italiane che li equivalgono? Antonio Zoppetti, già autore di Diciamolo in italiano: l’abuso dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), deve aver fatto un gioco simile, e deve essersi spaventato. Certo sì usiamo parole straniere (non c’è niente di male in questo) se non c’è un’alternativa nella nostra lingua, ma se invece questa alternativa c’è, e pure con maggiori sfumature di significato, perché ostinarci a usare termini stranieri o pseudo tali (ammettiamolo certe parole sono davvero tremende: perché usare appetizer? quando c’è stuzzichino o antipasto) dei quali, forse, non ne conosciamo nemmeno appieno il significato? E così il nostro simpatico Zoppetti, ormai paladino di questa crociata per la difesa della lingua italiana, ha fatto una specie di contro guida, di dizionario dei sinonimi (se scrivete per lavoro o per svago usateli, sono fantastici per arricchire lessico e precisione di termini) e l’ha intitolata L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi. Un testo divertente, di agile lettura e nello stesso tempo serio e completo, impaginato in maniera molto originale e ricco di aneddoti, curiosità, precisazioni linguistiche e culturali. Se avete in mente di fare come regalo di Natale per un vostro figlio o nipote che studia al Liceo o all’Università, un regalo utile e non banale, beh con questo libro andate sul sicuro. Ha una copertina vivace e colorata ed anche un oggetto libro assai piacevole. L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri. L’appiattimento dell’utilizzo acritico di questi termini stranieri o finto stranieri coniati ad hoc può avere ripercussioni anche negative sulla comprensione del narrato, o sull’annacquamento di certi termini che invece hanno valenze molto gravi e serie. Pensiamo solo al termine offshore, quando lo si usa c’è quasi un intento ironico, alla moda, neutro quando in realtà si parla di società con sedi in paradisi fiscali, che svolgono azioni fraudolente evadendo le tasse. Detto in italiano non vi dà maggiore senso della gravità del problema? E prendiamo un altro termine come hacker, usato in italiano quasi sempre con valenze negative e dispregiative, quando può averne anche di positive nel senso di esperto informatico, mago del computer, quando l’etica e la filosofia hacker non prevede il danneggiamento, il furto di dati, lo sfruttamento personale per ottenere guadagni illeciti, in questo caso c’è il termine cracker a definire il vero pirata il ladro o criminale informatico. Lascio a voi scoprire la grande ricchezza di questo testo, che vi consiglio di tenere sempre a portata di mano.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Cesati.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
cp

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 700 mila visualizzazioni!

12 dicembre 2018

cake

Abbiamo raggiunto oggi le 700 mila visualizzazioni! Nella lunga strada verso il milione che chissà quando raggingeremo. Comunque oggi è un giorno di festa, abbiamo comprato qui i biscotti a forma di alberello, stellina, angioletto e apriremo una bottiglia di spumante. Va be’ che di ragioni vere per festeggiare ce ne sono poche, ma intanto meglio accontentarsi dei piccoli piaceri che la vita ci dispensa. Allora tanti auguri a noi!

:: Addio a Loredana Limone

12 dicembre 2018

Loredana

Con grande tristezza diamo l’annuncio della scomparsa di Loredana Limone, morta sabato scorso 8 dicembre a Milano, città dove da tempo si era trasferita. Grande amica del nostro blog, e amica personale della nostra collaboratrice Viviana Filippini, la ricordiamo come una persona solare e spiritosa, che ha affrontato la malattia con grande coraggio e non lasciandosi mai abbattere, fino a renderla pubblica per trasmettere la sua positività a tutti i malati che come lei affrontano questa dura prova. Sempre sorridente, era nata a Napoli nel 1961, e aveva iniziato a scrivere fiabe per bambini. Esperta di gastronomia si fece conoscere dai lettori italiani nel 2012 con il suo primo romanzo Borgo Propizio che diventò in seguito una serie di romanzi molto amati. Vinse il Premio Fellini. In sua memoria vi invitiamo a riscoprire i suoi libri pieni di ottimismo, allegria e gioia di vivere.

:: Nostra Signora dei Dolori – Le apparizioni della Madonna in Rwanda a Kibeho di Vincenzo Mercante (Edizioni Segno 2016) a cura di Daniela Distefano

11 dicembre 2018

NOSTRA SIGNORA DEI DOLORI - V. MercanteEra il 28 novembre del 1981, quando, in un fazzoletto di terra africana, la Madonna apparve ad alcune ragazze invitandole a pregare per la salvezza del mondo. Perché scelse di manifestarsi in questo paese martoriato? Nel 1980 Kibeho era una tipica cittadina della regione di Gikongoro, dove continuavano vivissime le influenze dei riti tribali. La prima apparizione ebbe come protagonista Alphonsine Mumureke, alunna di 16 anni, pia e mite. Sabato 28 novembre 1981 si trovava nel refettorio quando, mentre serviva a tavola le compagne, sentì una voce che la chiamava: “Figlia mia”. Sebbene intimorita, rispose: “Eccomi”, inginocchiandosi e facendo il segno della croce. Improvvisamente si ritrovò in un altro luogo pieno di luce e gradualmente vide uscire da una nuvola la figura di una donna bellissima, vestita di bianco con un velo candido che le cingeva la testa, mentre le mani erano giunte sul petto. Fattasi coraggio, Alphonsine chiese: “Chi sei?”. Ella rispose: “Sono la Madre del Verbo, ma tu cosa pensi della religione?”. “Io amo Dio e sua Madre che ci ha dato il Figlio che ci ha salvati”, replicò. “Se è così – continuò la bella Signora – vengo a rassicurarti perché ho ascoltato le tue preghiere. Vorrei però che le tue compagne avessero più fede, perché non credono abbastanza”. E la ragazza: “Madre del Salvatore, se veramente sei tu che vieni a dirci che nella nostra scuola la fede è poca, vuol dire che vieni ad aiutarci. Sono proprio contenta che tu sia apparsa a me”.
Il 28 novembre 1989 si verificò l’ultima apparizione con l’accorato messaggio:

Figli miei, il fatto che vi dico addio non significa che mi dimentichi dell’Africa e del mondo. Attraverso Alphonsine vi ho manifestato i miei desideri. Pregate, seguite il vangelo di mio Figlio e sarete felici nell’intimo della vostra anima. Vi benedico tutti come siete. La benedizione non la do solo a coloro che sono venuti qui a Kibeho ma al mondo intero. Le vostre dififcoltà presentatele come offerta, siano il vostro sacrificio quotidiano. Figli miei, non c’è sotto il cielo un luogo in cui si possa trovare riparo dalle disgrazie. Ciò che importa è saperle accettare ed offrirle per la conversione dei peccatori. Ditemi sempre tutti i vostri desideri, perché io vi amo, vi amo assai! E sono venuta perché vedevo che avevate bisogno del mio aiuto”.

Come è facile prevedere, dilagarono incredulità, dubbio e scetticismo tra le ragazze, le suore e i sacerdoti, in quanto non si era mai sentito che la Madonna conversasse per ore con una veggente. Ma il 12 gennaio 1982 un’altra alunna, Nathalie M., di 18 anni, ebbe il dono di una manifestazione celeste nel dormitorio del collegio e ricevette il seguente messaggio:

Figlia, sono triste! E ciò che mi affligge è che ho comunicato un messaggio e voi non l’avete accolto come desidero”.

In lunghi colloqui la Madonna educa Nathalie a intercedere per il mondo e a pregare.

Prega molto per il mondo, perché sta scomparendo la fede. Prega ininterrottamente . Mentre tu sei ancora su questa terra, devi contribuire alla salvezza di molti uomini togliendoli dal pericolo di dannarsi. Ti renderò animatrice di preghiera”.

Fu triste Nathalie quando la Santa Vergine Maria le rivelò che la sua vita sarebbe stata segnata dalla sofferenza. Amorevolmente la educò ad accettare il dolore con serenità, insegnandole che anche la sofferenza viene dalle mani di Dio con una finalità prestabilita, quasi sempre ignota alla ragione umana, perché la vita non è assurda è solo misteriosa. La Madonna apparve anche ad altre compagne, un dono di incalcolabile valore in un luogo oggetto di attività infernale (Terribile calamità, il genocidio tra Hutu e Tutsi. In Rwanda furono massacrate circa un milione di persone, perlopiù di etnia Tutsi. Ma atroce fu pure la persecuzione contro i cristiani). A ricordo delle apparizioni, a Kibeho, è stato eretto il Santuario di Nostra Signora dei Dolori visitato da milioni di persone.

Vincenzo Mercante vive ed opera a Trieste. Laureato in lettere moderne all’Università di Padova, già insegnante di materie letterarie nei licei scientifici statali, diplomato in Sacra Scrittura a Roma, ha frequentato corsi in psicologia, cinematografia e biblioteconomia conseguendone attestati di merito. In qualità poi di giornalista-pubblicista ed esperto di comunicazione massmediale collabora con vari settimanali, riviste di argomento storico-letterario e numerosi periodici. Fondatore del Centro Culturale David Maria Turoldo, organizza incontri musicali,  storici e letterari, sia di prosa che di poesia, nonché dibattiti cinematografici. Il 25 maggio 2008 Vincenzo Mercante ha ricevuto una Menzione Speciale da parte dell’Associazione Altamarea nell’ambito del Premio Letterario Internazionale  Trieste “Scritture di Frontiera dedicato ad Umberto Saba 2007”. Precedentemente, oltre ad una segnalazione nel Concorso Nazionale Ibiskos Città di Salò per la narrativa, il 28 aprile 2008 gli è stato assegnato il secondo premio internazionale di letteratura Portus Lunae città di La Spezia per il saggio sul popolo ebraico intitolato Il dolore bimillenario.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la signora Miriam dell’Ufficio Stampa di “Edizioni Segno”.

:: Eva era africana di Rita Levi-Montalcini con Giuseppina Tripodi (Gallucci Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2018
rita-levi-montalcini

Clicca sulla cover per l’acquisto

Carlo Gallucci Editore presenta in un’edizione rinnovata un testo scritto da Rita Levi- Montalcini con la collaborazione di Giuseppina Tripodi e le illustrazioni di Giuliano Ferri, dal titolo Eva era africana. Un testo scientificamente documentato e attendibile e nello stesso tempo di piacevole e facile lettura indicato ai ragazzi dai 10 anni in su, per sfatare alcune cose non vere ancora diffuse in quest’epoca di fake news in cui la scienza, e il sapere hanno toccato se possibile il suo più basso grado di popolarità.
Utile quindi fare una controinformazione corretta e puntuale, e chiarire ai più giovani concetti semplici ma fondamentali per il loro processo di crescita ed evoluzione intellettuale. Ma questo testo non è solo interessante per questo, è nello stesso tempo un nuovo tassello nella costruzione di un nuovo mondo in cui l’emancipazione femminile, specie delle donne del sud del mondo, diviene un punto fondamentale per il progresso e il benessere dell’umanità intera.
Il libro si compone di quattro parti: Da dove veniamo, Africane di ieri, … e di oggi, e infine Voci dall’Africa.
La prima parte veicola concetti come l’evoluzionismo, (da alcuni, sembra strano, ancora avversato in favore del creazionismo per una non corretta interpretazione letterale della Bibbia), la non scientificità del concetto di razze umane, quando le differenze esistenti tra le persone sono solo il frutto dell’adattamento alle condizioni climatiche o ambientali, la vera età del pianeta terra (voi adulti la sapete, senza sbirciare su Google?), la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una linea unicamente materna e femminile (il DNA mitocondriale si trasmette solo così) avversando un’ idea errata di una superiorità genetica maschile e anzi avvalorando quasi il contrario. Per giungere a una scoperta affascinante e fondamentale, che tramite gli studi fatti si è giunti alla certezza che sia esistita una madre comune a tutto il genere umano (geneticamente parlando) denominata Eva, e di cui sappiamo pure la provenienza geografica: era africana.
Dopo una parte introduttiva decisamente didattica e scientifica il libro presenta una carrellata di donne africane che letteralmente hanno fatto la storia da Eva, a Lucy, alle regine d’Africa dell’Antico Egitto, fino alle donne africane di oggi che si sono distinte per meriti sociali, scientifici e culturali: Assia Djebar, Josephine Ouedraogo, Wangari Maathai, Aminata Traoré, Celina Cossa, Fatou Ndiaye Sow, Hawa Aden Mohamed, Nahid Toubia. Tutte donne che hanno potuto studiare, per la lungimiranza dei loro genitori, in paesi dove l’istruzione femminile è ancora avversata. Donne intelligenti, coraggiose, solidali, modelli per le nuove generazioni. Donne capaci per le loro doti morali e intellettuali di diventare ministri, chirurghi, dirigenti sindacali, scrittrici, di vincere il Nobel.
Se le avversità temprano nella dura lotta per le sopravvivenza e l’adattamento, queste donne ne hanno affrontate tante e non si sono mai arrese, un monito per tutte le donne, non solo africane.

Rita Levi-Montalcini (Torino, 1909 – Roma, 2012), Premio Nobel per la Medicina nel 1986, senatore a vita, membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontificia. L’omonima Fondazione porta avanti il suo costante impegno a favore dell’emancipazione delle giovani donne africane attraverso l’istruzione. Con Gallucci, ha pubblicato Eva era africana e il best-seller dedicato alle ragazze e ai ragazzi: Le tue antenate.

Giuseppina Tripodi è nata a Reggio Calabria nel 1951. Per oltre quarant’anni ha collaborato con Rita Levi-Montalcini. Insieme hanno scritto numerosi libri divulgativi tra cui Eva era africana e Le tue antenate, pubblicati da Gallucci.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/Florence, Eva era africana, La pulce d’acqua, Le tue antenate, La ballata di Geordie, Le filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate, Regina reginella, Rime del fare e non fare, Rime di fiaba e realtà e Principi e principesse.

:: Vuoto di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

10 dicembre 2018
COPMDG

Clicca sulla cover per l’acquisto

Con Vuoto Maurizio de Giovanni ci riporta nel cuore delle vicende dei Bastardi di Pizzofalcone.
Da anni abbiamo imparato ad amare i poliziotti inquieti del commissariato più indisciplinato d’Italia e le storie raccontate dallo scrittore napoletano.
Anche in quest’ultimo romanzo li ritroviamo tutti in una forma eccellente, pronti a regalarci forti emozioni.
Vuoto, già dal suo incipit, contiene pagine di alta letteratura. De Giovanni, in questo libro è davvero bravo e dimostra di essere uno scrittore di talento quando tra le righe del nuovo caso in cui sono coinvolti i Bastardi di Pizzofalcone si cimenta in riflessioni davvero magistrali sulla presenza minacciosa del vuoto nell’esistenza.
Seguendo la misteriosa scomparsa di una professoressa di Lettere di un liceo tecnico, perdendosi nei misteriosi intrighi che nascondano la verità, Maurizio de Giovanni passa in rassegna uno per uno i suoi personaggi Bastardi, entrando nei loro singolari vuoti incolmabili in preda a una disagiata inquietudine.
Un’ inquietudine che cresce con l’arrivo dal Nord di un sostituto di Giorgio Pisanelli.
Elsa Martini con il suo vuoto di passato porta scompiglio nella squadra.
I Bastardi di Pizzofalcone anche questa volta si trovano tra le mani un caso difficile e delicato.
Ognuno ha il suo vuoto cucito addosso e il problema del vuoto, scrive De Giovanni, è nelle cose che ci sono dentro.
I Bastardi si trovano in uno dei momenti più difficili della loro vita e anche Napoli è una città in cui c’è troppo vuoto.
L’unica cosa che gli resta da fare e scavare nel vuoto per combattere il peso stesso di un vuoto sempre pieno di paura e di morte.
Così, fedeli alla loro informalità e allergici alle regole, i Bastardi si mettono all’opera per arrivare anche questa volta alla verità e archiviare con successo un altro caso.
Vuoto, tra tutti i volumi della serie dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, è quello che più ci aiuta a conoscere da vicino tutti i singolari personaggi inventati dalla fantasia fertile di Maurizio de Giovanni.
L’autore entra nell’anima nera e disagiata di ognuno dei poliziotti, ce li mostra tutti nel loro rapporto confidenziale con il proprio vuoto personale.
Un vuoto incolmabile con cui intimamente fanno i conti. Con tutto il peso dell’inquietudine addosso, loro sono consapevoli che non riusciranno mai a possedere tutti i colori e i segreti di quel vuoto dentro cui saranno sempre costretti a scavare per trovare se stessi. «Perché a volte, nel fine settimana, il vuoto si riempie».

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il morto nel bunker, Martin Pollack, (Keller editore 2018) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2018
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

A chi appartiene il corpo senza vita ritrovato in un bunker del sud Tirolo nel 1947? Potrebbe sembrare un gancio per un giallo, ma è vera vita. A cercare la risposta e a dare un nome a quel morto, Martin Pollack nel suo ultimo libro “Il morto nel bunker” edito da Keller. Sì perché il corpo senza vita trovato in Alta Val d’Isarco è quello di suo padre, non quello che lo ha cresciuto, ma quello biologico: Gerhard Bast. Pollack una volta attua un’indagine sulla realtà, relativa alla sua famiglia, per dare forma al vero padre, nel tentavo di colmare dei silenzi e vuoti che da sempre hanno caratterizzato la sua vita. Pollack cerca di riedificare l’identità di un uomo assassinato mentre era in fuga, in quanto ufficiale delle SS. Pollack scoprirà che il padre biologico era figlio di un avvocato e la sua famiglia era fortemente legata alla purezza della cultura tedesca ma, nonostante gli studi il giovane Bast decise di seguire la carriera militare. Passo dopo passo, Pollack mette assieme i tanti frammenti di una vita di un uomo che lui non ha mai conosciuto di persona, scoprendo che amava andare in montagna e che ebbe diversi gradi nell’esercito del regime. In Pollack, oltre ad un po’ di sconvolgimento, scattano una vasta gamma di domande. Per esempio, l’autore si chiede se durante la sua carriera militare suo padre ordinò o partecipò allo sterminio di vite innocenti vite, perché non ariani. Non solo, ma cerca anche di capire cosa portò sua madre ad innamorarsi di Bast. Pollack attua un viaggio alla scoperta del proprio io, attraverso la riscoperta delle proprie radici paterne e di un mondo familiare un po’ cupo e inquietante, nel quale l’attaccamento alle radici di matrice tedesca era una vera e propria ossessione. Leggendo il libro verità di Pollack si ha la sensazione che l’autore ci prenda per mano e ci porti con lui avanti e indietro nel tempo, nel tentativo di riuscire a ricostruire l’identità di un uomo che è stato un padre biologico, ma non un padre effettivo ed affettivo per il proprio figlio. In realtà, il libro non è solo una fare memoria delle proprie origini. In “Il morto nel bunker”, Pollack, da un lato, indaga per ricostruire la figura del padre e, dall’altra, ci racconta la società nella quale Bast divenne grande, quella Stiria Inferiore (oggi Slovenia) che, in quel periodo, era una parte dell’Impero Asburgico, divenuto Regno di Jugoslavia nel 1919, dove poi presero forma le acide tensioni tra germanofoni e sloveni che portarono al nazionalsocialismo. Traduzione dal tedesco Luca Vitali.

Martin Pollack: Nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per lo «Spiegel», a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998. Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive nel Burgenland e a Vienna. Tra i suoi libri più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e a tutto lo staff di Keller editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
1

Clicca sulla cover per l’acqusito

Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente a auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk di Piergiorgio Paterlini (Einaudi ragazzi 2018) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2018
Il mio amore non può farti male

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il 27 novembre del 1978, Harvey Milk, Consigliere comunale di San Francisco e primo politico americano dichiaratamente omosessuale venne assassinato con cinque colpi pistola dall’ex consigliere Dan White. A 40 anni di distanza dal tragico fatto, nel quale cadde vittima anche il sindaco di allora (George Moscone) della città di San Francisco, la casa editrice Einaudi pubblica il libro “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini. Quella scritta da Peterlini è una biografia narrata in prima persona, dove l’autore veste i panni di Harvey Milk per raccontarci la vita del politico. La storia di sviluppa come una sorta di lungo piano sequenza, nel quale Milk alterna al ricordo dei cinque colpi di arma da fuoco, le fasi fondamentali del cammino di formazione umana e amministrativa. Pagina dopo pagina Milk/Paterlini ci confessa la sua volontà di portare avanti battaglie in difesa delle persone deboli, puntando al fatto che lui per persone deboli non intendeva solo gli omosessuali, ma tutti coloro che si trovavano in condizioni di difficoltà (bambini, anziani, individui ai margini della società). Accanto a questo costante impegno per gli altri, Milk evidenzia le difficoltà riscontrate, le sconfitte che dovette subire, gli attacchi personali che gli fecero per il suo orientamento sessuale e per scoraggiarlo nella sua impresa. Harvey però non mollò mai, perché aveva una tenacia che lo spingeva ad andare avanti e ad agire per cambiare in meglio le cose, superando gli ostacoli del destino e i pregiudizi delle persone. Nel libro biografico, Milk parla molto di sé, della sua formazione (si laureò in matematica all’Albany State College nel 1951), del trasferimento nel quartiere di Castro a San Francisco nel 1972, dove Milk aprì con il compagno il loro negozio di fotografia e dove proprio per il suo impegno ad assumere il ruolo di portavoce della vasta comunità gay venne soprannominato “Il Sindaco”. Non mancano pagine dedicate alla famiglia Milk, alle origini ebraiche e lituane, alla carriera nella Marina del padre e della madre, la quale si batté proprio perché anche le donne potessero entrare in questo corpo militare. Un nucleo familiare dal quale Harvey ereditò la voglia di impegnarsi per ciò che è giusto e per il prossimo. Nella narrazione trovano spazio anche le storie d’amore di Harvey Milk, importanti relazioni narrate con garbo e delicatezza da Paterlini, che permisero a Milk di amare ed essere profondamente amato dai suoi compagni (sempre tutti più giovani di lui). “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini è la storia sì di un politico, ma è soprattutto la narrazione dell’esistenza di un uomo che decise, con impegno e dedizione, di combattere per i diritti degli omosessuali e dei più deboli, nella speranza di permettere a tutti di abbattere i pregiudizi e vivere una vita in libertà e felicità.

Piergiorgio Paterlini (1954) vive a Reggio Emilia. Il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 15 edizioni dal 1991). Fra gli altri libri: Matrimoni (2004, poi Matrimoni gay, 2006), Fisica quantistica della vita quotidiana (2013), I brutti anatroccoli (2014), Lasciate in pace Marcello (Edizioni EL 1997, poi Einaudi 2015), Bambinate (2017), tutti presso Einaudi. Con Gianni Vattimo ha pubblicato Non Essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (Ponte alle Grazie, 2015). È tradotto in una decina di Paesi. Scrive per la Repubblica e per L’Espresso.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna De Giovanni dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Johnny degli angeli di Athos Bigongiali (MdS Editore, 2018) a cura di Fabio Orrico

6 dicembre 2018

Copertina_Johnny_degli_AngeliJohnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.

Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Paul Bowles, viaggiatore dell’anima a cura di Giulietta Iannone

5 dicembre 2018

bowles_paul_WD

Paul Frederic Bowles nacque il 30 dicembre del 1910 a New York, città di per sé cosmopolita, forse la più sofisticata e cosmopolita d’America, capace di trasmettere al giovane Paul (non ostante la disprezzasse profondamente) oltre a una notevole dose di curiosità, che sviluppò grazie a un talento artistico eclettico e precoce, una certa irrequietezza e allergia a dogmi e regole sociali prestabilite, che fecero di lui un viaggiatore dell’anima, prima ancora che un viaggiatore in senso letterale. La sua radicale indipendenza, che gli procurò in vita sia estimatori che detrattori, (il critico Leslie Fiedler arrivò a definirlo il pornografo del terrore), e ora l’oblio, lo spinse ad abbandonare l’università, appena diciottenne, per un viaggio in Europa, senza dire niente ai suoi genitori e portando con sé una copia de I falsari di André Gide.

Arrivò a Parigi, la caotica e bohémienne Parigi della fine degli anni ’20, il centro artistico del mondo, dove tutto succedeva, dove Gertrude Stein aveva radunato la sua corte pittoresca e variopinta di scrittori statunitensi espatriati, lontani dalla propria terra e dalle proprie radici, di cui Paul Bowles, impeccabilmente vestito da perfetto dandy, (stile e fascino che conservò per tutta la vita), fece parte per un breve ma significativo periodo, prima di intraprendere il viaggio che gli avrebbe cambiato la vita.

Del suo incontro con Tangeri (in arabo: طنجة, Tanja) poco sappiamo, misteriosi restano anche i motivi per cui decise di eleggere la città a sua patria di adozione. La sua autobiografia è piuttosto avara di informazioni in merito ed emergono pochi accenni, che non fanno veramente luce su un incontro che si presume drammatico e violento: una pioggia di luce, vicoli affollati sulle sponde del Mediterraneo, bazar, caffè, mosaici dai colori sgargianti, spezie, odore d’ incenso bruciato e hashish, cieli di un blu accecante. Sappiamo comunque per certo che se anche disse che vi si trasferì per caso qualcosa di questa città lo colpì così nel profondo che nel 1947, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne la sua città e decise di trasferirvisi definitivamente, fino alla morte avvenuta nel 1999.

Il rapporto che lo legò a Tangeri resta ambiguo, ma non è difficile ritenere che la città gli concesse una libertà che altrove non avrebbe goduto. Paul Bowles restò senz’altro affascinato dalla cultura della città, porto franco, crocevia di genti esotiche, legate a codici misteriosi a seconda dei gruppi etnici a cui appartenevano, a un passo dalle coste della Spagna. E dallo spirito tollerante che si respirava, dove ognuno poteva vivere la propria sessualità in piena libertà.

Tangeri in fondo era il suo esilio, il suo rifugio, il luogo perfetto per creare e per ospitare, con la moglie Jane Auer anch’essa scrittrice, gli espatriati nord americani che vagabondavano per il piuttosto affollato nord Africa in cerca di avventure lecite e spesso illecite, gente interessante come William S. Burroughs, Tennessee Williams, o Truman Capote. Pur tuttavia il senso di estraneità, tipico dell’occidentale in visita in un nuovo mondo, che coltivò come un vezzo e traspare vividamente in ogni suo scritto, non lo abbandonò mai. Ma non dobbiamo confondere l’estraneità, con la superiorità. A differenza dell’esotismo spiccio che contagiava molti suoi (ex)connazionali, Bowles mantenne un rispettoso distacco scevro di giudizi o finta pietà nei confronti del mondo arabo islamico.

Nei suoi quattro romanzi, e più di sessanta racconti brevi, quasi sempre troviamo come protagonista un occidentale perso in un labirinto, violentemente a confronto con le proprie contraddizioni e quelle di un mondo (altro) dove ogni senso sembra esasperato. Pensiamo a Tè nel deserto, forse il suo romanzo più famoso, anche grazie soprattutto alla visione granulosa e scabra che ne fece Bernando Bertolucci proiettandolo sul grande schermo, o a Lascia che accada del 1952, romanzo breve ambientato nel periodo in cui Tangeri era città internazionale, forse il mio preferito. Bowles non scrisse solo romanzi e racconti, ma anche libri di viaggi, saggi, poesie, traduzioni, centinaia di recensioni, un’ autobiografia, Senza mai fermarsi: una autobiografia (Without stopping, 1972), e Jeffrey Miller pubblicò una raccolta di sue lettere, In Touch nel 1995, pochi anni prima della sua morte, rendendo così fruibile parte della sua corrispondenza. E compose musica, non da dilettante. Ma soprattutto non visse solo in Marocco, anzi visitò anche la zona del Sahara, l’Algeria, la Tunisia. Il suo sguardo ovunque si posasse registrava con spietata lucidità le luci e soprattutto le ombre di un mondo in cui una violenza occulta serpeggiava, si insinuava nelle pieghe dell’anima anche dei più refrattari.

Tacciato di freddezza, accusato di insensibilità, e persino di immoralità, Bowles racchiuse nei suoi libri una visione, una personale e cruda esposizione di fatti, di movimenti interiori, di sconfitte e di vittorie. E soprattutto lo fece in modo non convenzionale, non schiavo delle mode o del pensiero dominante. Non adulava (o peggio rimpiangeva) il grasso Occidente da cui era fuggito, non idolatrava, senza vederne i difetti, la terra che l’aveva accolto. Paul Bowles insomma rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento, e sembra sconcertare l’oblio con il quale oggi è accolto. Pochi hanno letto i suoi romanzi, ancora meno i suoi racconti. Ho provato a chiedere chi è Paul Bowles, molti candidamente mi hanno risposto che non lo conoscevano, altri vagamente l’avevano sentito nominare, mentre conoscevano la vicenda narrata in The Sheltering Sky. Per il film, non per il libro. Quando forse mai quanto in questo periodo storico è interessante confrontarsi con una personalità lucida e tagliente quanto fu quella di Paul Bowles, tra post- colonialismo e cultura araba.