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:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari è davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o è una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, città che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu già fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacità strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la città a ogni costo, precludendosi così ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca è stato estremamente complesso. È durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

“Nel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non è andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, è esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacché esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensì, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrà, la bontà di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimenti…”

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

Sì, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremo ancora qui? L’umanità sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler è una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtà storica è ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantità sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. Né va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interiorità del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più è restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. Così, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identità psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

:: Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971)

22 gennaio 2022

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971), una tra le figure di maggior spicco nel panorama accademico finlandese del Novecento. Studioso di mitologia e folklore, storico delle religioni, poeta sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, membro del movimento letterario Tulenkantajat, durante la sua lunga carriera si è occupato del rapporto tra mitologia e tradizione orale baltofinnica affrontandone i nodi irrisolti con un approccio fenomenologico e comparativistico.

Sulle spedizioni vichinghe in Occidente sappiamo molto, ma è meno noto quanto le rotte verso le terre più estreme e arcane del Settentrione abbiano nei secoli catturato l’interesse e stimolato la fantasia degli scandinavi e di tutti i viaggiatori. Nell’890 l’avventuriero norvegese Óttar consegnò a re Alfredo il Grande le proprie memorie: con la nave e il suo equipaggio l’esploratore, costeggiando il Finnmark, era giunto al Mar Bianco, presumibilmente fino alla foce della Dvina Settentrionale, dove aveva visto coste sorprendentemente prospere e terre mirabilmente coltivate, ed era entrato in contatto con i Beormas, popolo «tanto ostile quanto civile» che parlava una lingua affine a quella dei vicini lapponi.

Partito dalla sua terra, il Hålogaland, Óttarr aveva costeggiato il Finnmark fino alla penisola di Kola, raggiungendo il Mar Bianco. Facendo vela verso sud, aveva lambito le terre dei terfinni di Kola, ovvero dei sámi di Ter (o lapponi di Turja), e il maestrale lo aveva condotto fino alla foce del «grande fiumeǧ dove aveva incontrato i biarmi con le loro «terre ben coltivate». Probabilmente, per il tramite di un interprete, Óttarr era riuscito a comunicare con loro. Gli avevano rivelato alcuni dettagli sulla loro terra e su quelle vicine, ma Óttarr non aveva riferito a Ælfrēd il contenuto dei racconti e, come ha osservato amaramente Kaarle Krohn, «a causa della sua spiccata laconicità ci sono negate importantissime informazioni sulle condizioni di vita dei nostri avi».

In un’epoca nella quale mito, desiderio di scoperta e interesse economico si tendevano la mano, il cosiddetto Bjarmaland divenne presto una meta ambita per pionieri, mercanti e predoni. Starkaðr gamli, Ragnar loðbrókr, Þorir hundr sono solo alcuni degli avventurieri che partirono per il nord, accecati dalla ricchezze dei finni d’Iperborea”.

Il tema della Biarmia, terra periferica e impenetrabile, eppure crocevia di culture, imperi e qanati, mercato fiorente, regno dalle ricchezze immaginifiche o mondo popolato da giganti e creature infere, ha attraversato tutto il Medioevo affascinando storici come Adamo di Brema e Sassone Grammatico, impreziosendo le topografie dei cicli scaldici, ma lasciando tuttavia irrisolte alcune questioni: a quale ceppo appartenevano i suoi misteriosi abitanti? Quale forma di civiltà avevano istituito e quale religione praticavano? La Biarmia storica era dunque la Pohjola dai mille tesori, il mitico “regno del Nord” dei cicli epici baltofinnici, reso celebre dal Kalevala?

:: 1952-2022: Urania, 70 anni di fantascienza a cura di Emilio Patavini

22 gennaio 2022

Fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli – fratellastro del regista Mario e nipote di Arnoldo Mondadori, nonché ideatore della parola “fantascienza” (calco dall’inglese science fiction) –, Urania è la più longeva collana italiana di fantascienza. Per celebrare i suoi 70 anni di vita è stato annunciato l’arrivo nelle edicole di una nuova collana intitolata “Urania: 70 anni di futuro”, che verrà distribuita a cadenza settimanale dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport. Sono previste 25 uscite, a partire dal 2 febbraio, con le copertine illustrate da Franco Brambilla e contraddistinte dall’iconico cerchio rosso. L’intento, scrive l’editor Franco Forte sul blog di Urania, è quello di «uscire dai confini del genere per proporsi al pubblico più ampio che si interessa magari anche solo marginalmente alla fantascienza».

La prima uscita ricalca il primo volume de I Romanzi di Urania, perché si tratta de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, seguono opere di autori classici (Isaac Asimov, Ray Bradbury, William Gibson, Richard Matheson, Clifford D. Simak, Matthew P. Shiel, Robert Sheckley, per citarne alcuni) e contemporanei (come N.K. Jemisin, Nnedi Okorafor, Chen Qiufan, Ian McDonald e Neal Stephenson), tra cui anche due scrittori italiani (Valerio Evangelisti e Massimo Mongai).

:: Anatomia del potere. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro Edizioni 2021) a cura di Nicola Vacca

19 gennaio 2022

Si parlerà molto di Pier Paolo Pasolini nel centenario della sua nascita che cade quest’anno. Molte saranno le pubblicazioni che gli saranno dedicate.

Lo scorso anno è uscito un saggio interessante che prende in esame l’attività di Pasolini drammaturgo.

Anatomia del potere. Orgia, Porcile e Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo è uno scavo monografico intorno al nodo tematico e problematico del potere che prende in esame tre opere importanti dello scrittore friulano.

L’autore è Georgios Katsantonis, studioso di teatro e letteratura. Le tre opere selezionate in questo saggio illustrano un tentativo di lettura del potere nelle varie declinazioni simboliche: l’erotizzazione del fascismo (Orgia), la fine della Polis (Porcile), la trasformazione della società in un universo concentrazionario (Calderón).

Katsantonis mette in evidenza la concezione filosofica e l’impegno politico di Pasolini drammaturgo, la cui intensa attività è stata profetica per il nostro contemporaneo.

Con questi tre scavi monografici l’autore si prefigge lo scopo, usando approfonditi modelli comparatistici, di entrare nella parte speculativa più intima dell’attività filosofica della drammaturgia pasoliniana attraverso l’analisi di tre opere fondamentali che più di tutte rappresentano lo scrittore corsaro.

Orgia, Porcile e Calderón con le loro trame che si intrecciano per raccontare la violenza della storia, la depravazione del potere, la dissoluzione del corpo, la distruzione del tempo.

Anatomia del potere è un saggio che approfondisce il lato fertile e profetico del Pasolini drammaturgo e coglie i punti rilevanti della sua filosofia che va in scena come una profezia con cui noi contemporanei dobbiamo ancora fare i conti.

Katsantonis con questo libro si sofferma su un segmento specifico dell’opera di Pier Paolo Pasolini, la sua passione per la drammaturgia attraverso la quale con incisività pensante e filosofica è riuscito a leggere il quadro apocalittico del nostro tempo.

Georgios Katsantonis è studioso di teatro e letteratura. Si è laureato in Studi Teatrali presso l’Università di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha tenuto conferenze in molti Atenei e Istituzioni italiane ed internazionali. Nel 2017 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei di Pisa, dedicato a giovani studiosi stranieri che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana. Georgios Katsantonis è anche vincitore della 37° edizione del Premio Pier Paolo Pasolini con la motivazione: “La ricerca presenta un notevole spessore culturale, riesce a far interagire senza forzature le teorie di Deleuze sul masochismo, il pensiero femminista, le riflessioni di Spinoza sul potere; e fa un confronto non scontato e del tutto nuovo con l’opera di Strindberg; e infine offre una traduzione in greco moderno di Orgia, un’operazione di sicuro da apprezzare.”

:: ISIDORO AIELLO: “IL MARE DI SENOFONTE” a cura di Antonio Catalfamo

18 gennaio 2022

Bartolo Cattafi ha indubbiamente esercitato un fascino sulle successive generazioni di poeti che hanno operato nella sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, per il lavorio esistenziale ch’essi hanno individuato dietro le sue poesie, per il simbolismo, a volte estremo, che, comunque, è sembrato evocativo di qualcos’altro che il lettore più consapevole deve scoprire e riscoprire in se stesso. Spesso questi poeti sono andati con la loro fantasia e creatività poetica molto oltre gli orizzonti prefigurati da Cattafi, il quale ha più volte confessato di scrivere sotto l’effetto d’un impulso “biologico”, senza un “progetto” predeterminato. E del soddisfacimento di un bisogno «biologico» ha parlato pure uno dei maggiori critici di Cattafi, Giovanni Raboni, a proposito del riesplodere nel poeta barcellonese, dopo anni di silenzio, delle poesie de L’aria secca del fuoco (1972), come se un vulcano, all’improvviso, fosse ridiventato attivo, eruttando lava in maniera torrentizia, inarrestabile, tanto che il poeta, per liberarsi di questo magma incandescente, si alzava dal letto ripetutamente nella notte per tradurre in versi il flusso inesorabile, rispondente, per l’appunto, a forze arcane, «biologiche».

Isidoro Aiello, classe 1963, originario di Bagheria, ma insediato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove ha conseguito la licenza liceale classica, per poi laurearsi in Economia e commercio all’Università di Messina e impegnarsi a fondo nell’azienda agricola di famiglia, ha al suo attivo diverse raccolte di poesie: L’essenziale, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2004; Colombe vittoriose, ivi, 2007; Clessidre, Il Gabbiano, Messina, 2009; Tela di ragno, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2011; Chitarre ritrovate, Edizioni Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto, 2013; Il mare di Senofonte, Le farfalle, Valverde (Catania), 2015; Poesie scelte (2004-2015), ivi, 2016; Crittogrammi, ivi, 2019. Al Premio nazionale «Bartolo Cattafi» 2007/2008 ha ricevuto una menzione d’onore per un giovane autore con la succitata silloge Colombe vittoriose.

Isidoro Aiello è stato considerato dalla critica un «cattafiano» per eccellenza, per la brevità dei suoi versi, per la carica simbolica in essi contenuta. ma è tra quei poeti di nuova generazione che hanno saputo andare oltre Cattafi e le sue suggestioni poetiche, seguendo un percorso originale. In Cattafi spesso la poesia si perde nel catalogo degli oggetti, non riuscendo a palesare il loro significato simbolico, ammesso che il poeta voglia darne ad essi uno, che voglia inserirli in un “progetto”, in una “strategia comunicativa”. La poesia vive in lui di vita propria, autonoma, la parola fluisce innamorandosi di se stessa, dando viva ad un “semacosmo”. Isidoro Aiello, per converso, riesce a sfuggire, come Flaubert, secondo l’interpretazione di Erich Auerbach, alla «mistica degli oggetti», persegue per il loro tramite un fine conoscitivo:

«Alfieri e Ulisse / entrambi legati / con forti corde /l’uno alla sedia / per studiare / l’altro all’albero / maestro della nave / per ascoltare / il canto delle sirene: /la tentazione della conoscenza (Legami, in Il mare di Senofonte, cit., p. 72).

C’è, al fondo della poesia di Isidoro Aiello, l’ansia conoscitiva che sta alla base del «mito» greco, che Nietzsche ha saputo indagare senza timori reverenziali, individuando in Socrate colui che ha messo fine alla tragedia superando l’equilibrio tra spirito apollineo e spirito dionisiaco. Uno sforzo, quello nicciano, volto a «scandagliare l’anima», secondo Isidoro Aiello, per trovare risposte:

«Forse sei ancora abbracciato / a quel cavallo di Torino / sei una corda tesa fra due torri / scandagliare l’anima è il tuo mestiere. / E così sarebbe tutto umano / troppo umano? / A volte invidio i tuoi baffi / la tua aria trasognata» (Nietzsche, ivi, p. 12).

Ed io ricordo Isidoro, mio compagno di classe al ginnasio, apparentemente assente, «trasognato», come Nietzsche, lontano con i suoi pensieri dalle lezioni scolastiche, ma in realtà presente, ma proiettato in avanti, pensoso, impegnato a riflettere, magari ancora in forme elementari, sul significato di quel «mito» greco che i professori cominciavano a rappresentarci. Entrambi, poi, pur seguendo strade diverse nella vita, abbiamo continuato a riflettere sul mito, sulla sua dimensione di «racconto», che apparentemente parla di dei, semidei ed eroi, ma in realtà, come ha osservato Mario Untersteiner, recensendo nel 1947, al loro primo apparire, i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, parla degli eterni problemi degli uomini.

Isidoro Aiello vive nella Magna Grecia, così chiamata perché, ad un certo punto, i coloni greci che l’abitavano divennero più numerosi di coloro che vivevano nella madrepatria. E la sua poesia è impregnata del «mito» classico greco. La sua opera più importante, a mio avviso, è Il mare di Senofonte, che richiama simbolicamente l’impresa dei mercenari greci, i quali, chiamati da Ciro il Giovane a sostenerlo con le armi nello scontro che l’opponeva al fratello Artaserse II per la successione al trono di Persia al padre Dario II, morto nella battaglia di Cunassa il contendente che li aveva assoldati, sono costretti ad una lunga marcia, piena di insidie e di scontri con l’esercito persiano di Artaserse II, finché arrivano a Trebisonda, e, alla vista del Mar Nero e, di fronte, della madrepatria, gridano «thálatta, thálatta». Il mare, dunque, come fonte di salvezza, ma anche del mistero della vita, che impone uno sforzo conoscitivo agli uomini, e, in particolare, ai poeti. Ritorna l’immagine di Ulisse e del suo «nóstos» infinito, ma anche quella de Il vecchio e il mare di Hemingway, della sfida che il vecchio marinaio lancia a se stesso nel confronto con il mare, con la sua forza arcana, che sembra essere depositaria di tutti i misteri dell’universo. Un’immagine, questa, che forse è stata presente alla mente di Isidoro Aiello nella composizione della poesia Amo:

«Pazientemente il pescatore / attorciglia la lenza all’amo. / In genere l’esca migliore / è l’acciuga salata. / Non si sa se sia più stanco / di vivere il pescatore o il pesce. / In ogni caso un destino li lega: / il mare» (Amo, ivi, p. 66).

Entra qui in gioco il destino, che, grecamente, sovrasta gli uomini. Cesare Pavese, occupandosi di Melville, ha sottolineato il furore conoscitivo del capitano Achab nella ricerca di Moby Dick, la Balena Bianca, simbolo del Male, ch’egli intende combattere con la sua carica morale quacchera. La stessa ansia conoscitiva anima Isidoro Aiello e le sue poesie. Non c’è in lui un semplice bisogno «biologico» di scrivere, come in Cattafi, nella rappresentazione che ne dà Giovanni Raboni, ma un “progetto” conoscitivo, un desiderio di sottoporre la realtà ad un’analisi razionale che consenta di penetrare il significato ultimo dell’esistenza umana.

E’ stato sempre Cesare Pavese, studiando l’opera di Edgar Lee Masters, a richiamare le parole dello scrittore americano, il quale ha identificato, come caratteristica del pensiero greco classico, il pensare «in universali», cioè l’avere una concezione generale del mondo. Questa dimensione universale del pensiero, però, manca, secondo Pavese, a Lee Masters, vittima della «grande angoscia americana», che consiste nel non avere una visione complessiva della vita. Al di sotto del «velame dei versi» di Isidoro Aiello c’è, invece, questo pensare «in universali», questa concezione generale del mondo, che è il presupposto per cambiarlo. C’è l’amore profondo per i poveri, gli emarginati, i reietti, che, purtroppo, nella società “opulenta” popolano i marciapiedi:

«Oggi sul marciapiede / ho incontrato un angelo / gentile luminoso trasparente / perdeva piume. / Alla fine mi ha parlato / della sua nuvola di stracci» (Specchio, ivi, p. 16).

I poveri sono, dunque, «angeli», messaggeri di Dio, che chiamano gli uomini alle loro responsabilità nei confronti del prossimo e alla solidarietà, perché ogni essere umano, per il fatto stesso di essere nato, merita di essere accolto nella “grande famiglia” a cui tutti apparteniamo per volontà divina. Esiste una chiara «assiologia», un sistema di valori positivi, nella poesia di Isidoro Aiello, fondato sull’amore per i poveri e sulla pace, contro tutte le guerre e la corsa sfrenata ed insensata agli armamenti:

«Sei un tenace fabbricatore / di armi: facilmente passi / dall’arco alla fionda / dal mitra alla Smith & Wesson / dal caccia all’atomica / dall’ariete alla catapulta / dal carro armato alla lupara / dalla portaerei alla bomba H. / In cima a tutto sventolano / bandiere suadenti / da collezionare / da mandare a memoria» (Armi, ivi, p. 50).

E’ forte nel poeta la consapevolezza che «alla fine vince Amore» (La mano, ivi, p. 32) e che bisogna lavorare ogni giorno per questa vittoria, non stare a guardare alla finestra. Il poeta è, nell’immaginario di Isidoro Aiello, come in Danilo Dolci, scrittore friulano trapianto in Sicilia, un «limone lunare», che infiora e produce frutti in ogni stagione, un «vero lottatore» che resiste a tutte le insidie e combatte ogni giorno le sua battaglia per far prevalere il Bene sul Male:

«Sono tre le fioriture del limone, / di un albero fin troppo generoso / sempreverde / da irrigare potare concimare. / Sì che è un vero lottatore / mal secco / tignola e cocciniglia / ragno rosso acaro delle meraviglie / sono sempre in agguato. / Solo il mal secco è mortale» (Zagara, ivi, p. 54).

E questa lotta merita il sorriso divino:

«Per forza di cose / all’amore mi aggrappo / la curva sinusoidale / è sempre segnata sulle carte. / A costo di un infido dolore canto / e forse dio sentendo / il mio canto sorride / se piangesse sarei triste» (Canto, ivi, p. 38).

C’è nella poesia di Isidoro Aiello, oltre al mito «regressivo» di Freud e di Jung, il mito «progressivo», «prolettico», di Ernst Bloch, che consiste nel percepire dentro di sé un travaglio, un desiderio di cambiare in meglio le cose del mondo, una spinta solidaristica a lasciare aperta la finestra per sentire se qualcuno chiama aiuto dalla strada.

:: Liberi di scrivere Award dodicesima edizione: i vincitori

15 gennaio 2022

Vince la dodicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva Solferino 2021

Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza.

Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.

Secondo classificato:

Il bambino che disegnava le ombre di Oriana Ramunno (Rizzoli 2021)

Quando Hugo Fischer arriva ad Auschwitz è il 23 dicembre del 1943, nevica e il Blocco 10 appare più spettrale del solito. Lui è l’investigatore di punta della Kriminalpolizei e nasconde un segreto che lo rende dipendente dalla morfina. È stato chiamato nel campo per scoprire chi ha assassinato Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con Josef Mengele durante i suoi esperimenti con i gemelli, ma non ha idea di quello che sta per affrontare. A Berlino infatti si sa ben poco di quello che succede nei campi di concentramento e lui non è pronto a fare i conti con gli orrori che vengono perpetrati oltre il filo spinato. Dalla soluzione del caso dipende la sua carriera, forse anche la sua vita, e Fischer si ritroverà a vedersela con militari e medici nazisti, un’umanità crudele e deviata, ma anche con alcuni prigionieri che continuano a resistere. Tra loro c’è Gioele, un bambino ebreo dagli occhi così particolari da avere attirato l’attenzione di Mengele. È stato lui a trovare il cadavere del dottor Braun e a tratteggiare la scena del delitto grazie alle sue sorprendenti abilità nel disegno. Mentre tutto intorno diventa, ogni giorno di più, una discesa finale agli inferi, tra Gioele e Hugo Fischer nascerà una strana amicizia, un affetto insolito in quel luogo dell’orrore, e proprio per questo ancora più prezioso.

Terzo classificato:

Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021)

Si tratta di un racconto che intende ripercorrere la Parabola evangelica del ‘Buon Samaritano’, più che rinarrandola, idealmente proseguendola.
Si parla di come non arrendersi alla amara sensazione che la propria storia di vita sia un destino ineluttabile. Si parla di passaggi della vita in cui si è come pugili al tappeto, e si sa che non ci si rialzerà, a meno che qualcuno non ci aiuti a tirarci su. Si parla di incontri che provocano spaesamento, perché capovolgono visioni del mondo fondate su pregiudizi radicatissimi e condivisi. Si parla della bellezza del lavoro, di rapporti tra uomini e donne. Si parla di violenza, inganno, colpa e vergogna. Si parla di compassione e di misericordia. Si parla di umanità e di cura.
(dalla prefazione del dottor Massimo Schinco).

Menzione speciale per la migliore traduzione

Maria Valeria D’Avino per aver tradotto “L’uccello nero” (Iperborea)

Premio speciale alla memoria

a Stefano Di Marino per il suo contributo come narratore e saggista, e per il suo impegno di divulgatore culturale che ha portato avanti negli anni con rispetto, competenza e passione.

:: Ritornano in edicola I Primi Maestri del Fantastico a cura di Emilio Patavini

13 gennaio 2022

A distanza di un anno ritorna in edicola la collana I Primi Maestri del Fantastico edita da RBA, di cui vi avevamo parlato qui: il 4 gennaio è uscito infatti il primo volume, La macchina del tempo di H.G. Wells. La collana si compone di 70 volumi in edizioni vintage da collezione ispirate al modernismo, all’Art Déco e all’Arts & Crafts; le copertine, i caratteri tipografici, i frontespizi e le decorazioni si rifanno alle prime edizioni e contengono le illustrazioni di Harry Clarke, H. Alvim Corrêa, Harry Rountree e Nino Carbe.

Dando un’occhiata al piano dell’opera si intravedono tanti classici della letteratura fantastica scritti tra Otto e Novecento; opere di creatori di mondi e pionieri del fantastico spesso difficili da reperire. Potrete trovare opere fantascientifiche meno note, come Eva futura di Auguste Villiers De L’Isle-Adam e Un’odissea marziana di S.G. Weinbaum; i maestri dell’orrore, da Edgar Allan Poe a H.P. Lovecraft, passando per Il grande dio Pan di Arthur Machen e Carmilla di Sheridan Le Fanu. Non mancano le opere di Mary Shelley e Bram Stoker e i racconti del mistero di Robert Louis Stevenson, Guy de Maupassant, E.T.A. Hoffmann, Robert W. Chambers e Ambrose Bierce. Altre uscite comprendono distopie (come Il tallone di ferro e La peste scarlatta di Jack London e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin), capolavori della letteratura gotica (come Il Golem e Il domenicano bianco di Gustav Meyrink, Il monaco di Matthew G. Lewis, L’italiano di Ann Radcliffe, Il giro di vite di Henry James e Melmoth, l’uomo errante di Charles Robert Maturin, prozio di Oscar Wilde, settima uscita con il suo Il ritratto di Dorian Gray), opere satiriche (come La guerra delle salamandre di Karel Čapek, l’inventore della parola robot, L’isola dei pinguini di Anatole France e Un americano del Connecticut alla corte di re Artù di Mark Twain). Potrete scoprire i mondi perduti immaginati da H. Rider Haggard in Lei, la donna eterna e da Arthur Conan Doyle ne Il mondo perduto, sbarcare sulla Luna con H.G. Wells e Jules Verne, padri fondatori dello scientific romance, o se invece preferite il planetary romance, potrete andare su Marte con il ciclo di Barsoom (La principessa di Marte, Gli dei di Marte, Il signore della guerra di Marte, Thuvia, la fanciulla di Marte), scritto da Edgar Rice Burroughs, l’autore di Tarzan.

La seconda uscita, Frankenstein di Mary Shelley, sarà in edicola dal 18 gennaio.

:: DOMENICO PISANA: “NELLA TRAFITTA DELLE ANTINOMIE” a cura di Antonio Catalfamo

13 gennaio 2022

Franco Ferrarotti ci ha avvertito ripetutamente della perdita progressiva di ruolo, di prestigio, di significato a cui è andata incontro la parola, spodestata dall’immagine nel passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La parola è essenziale per il discorso razionale, intersoggettivo, analitico. L’immagine è seducente, sintetica, a volte ipnotica. I mezzi di comunicazione elettronica, oggi dominanti, vivono di immagini, che, sebbene suggestive, accattivanti, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Ferrarotti ha evidenziato le gravi conseguenze di tutto ciò:

«Sarà allora, inevitabilmente, destinato a trionfare il disordine teoretico, miscellaneo e gratuito, l’illusione che spontaneità ed autenticità si corrispondano, premessa del confusionarismo pratico e della caduta di ogni vincolo logico, dal principio di non contraddizione alla “consecutio temporum”» (La parola e l’immagine, Solfanelli, Chieti, 2014, p. 73).

Il rischio è che nessuno sappia più ragionare in termini logici, che si giunga ad una confusione delle idee, al caos linguistico, a una notte in cui tutti i topi sembrino bigi, in cui non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto: insomma a una nuova Babele. In più l’immagine schiaccia la realtà sul presente, cancella la memoria, che non è più utile esercitare, perché si presuppone che sia tutta ben custodita “in salamoia” nella scatola del computer. Assistiamo, dunque, ad un assalto subdolo alla memoria, dall’«interno»: nel momento stesso in cui si finge di volerla potenziare con il ricorso alla tecnologia in realtà la si svilisce, la si devitalizza, oscurando «il sottile, meandrico processo in base al quale il passato ridiventa esperienza presente» (ivi, p. 72). Ma, osserva Ferrarotti, «senza la memoria l’essere umano si svuota; emergono gli uomini di paglia, gli uomini vuoti, gli “hollow men”, che il poeta (T. S. Eliot) ha previsto oltre mezzo secolo fa: caracollanti, disorientati abitatori della “terra guasta”, della “west land”. La memoria nasce invece dall’incontro fra cielo e terra, e proprio la terra, Gea ‒ racconta la mitologia classica ‒ giace per nove notti con Zeus e sono così procreate le nove Muse, di cui la memoria, Mnemosúne, è la primogenita» (ivi, p. 74). La memoria ha, infatti, in sé qualcosa di prodigioso, di soprannaturale, condensa in sé l’umano e il divino, e, perciò, non può essere archiviata in una scatola, seppur tecnologica, ma passiva, che non è in grado di riflettere, di ragionare, di assumere un atteggiamento critico o autocritico.

Questi scenari apocalittici si sono concretizzati in una raccolta poetica di Domenico Pisana: Nella trafitta delle antinomie, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020. L’autore è un personaggio poliedrico: teologo formatosi, fra l’altro, presso la Pontificia Università Lateranense, docente di religione nelle scuole, poeta, scrittore, saggista e critico letterario, giornalista, presidente del Caffè Letterario “Salvatore Quasimodo” di Modica. Questa sua cultura “prismatica” emerge in maniera dirompente dalla presente raccolta poetica, che presuppone, per l’appunto, profonde conoscenze storiche, politiche, letterarie, teologiche. A dominare la scena è il caos linguistico della società italiana (e non solo) attuale:

«Le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo ‒ forse ‒ dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano» (Le lingue incespicano, ivi, p. 15).

Siamo giunti alla Babele linguistica diagnosticata con acutezza d’analisi da Ferrarotti:

«Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti» (Il paese piega su Babele, ivi, p. 31).

E ancora:

«Viviamo di pensieri che non sono Parola, / si contano sillabe, suoni e insulti / si plagiano bellezze, costruiscono gabbie / si appicca il fuoco, si colorano le nuvole, / diventano amore, odio, inferno e paradiso. // Bruciano parole per reggere tesi, costruire / castelli con muri di cinta, frugare / nell’anima di uomini soli, si ergono sepolcri / e accendono fiaccole, sono lame e carezze, / miele e fiele, rose e spine» (Pensando di cambiare, ivi, p. 41).

Questo “neo-lalismo” (per recuperare un termine gramsciano), questa patologia del linguaggio, assume forme diverse, ad esempio forma dicotomica o “antinomica” (da qui il titolo della raccolta), di “doppia verità”, buona per tutti gli usi, specie ad opera dei politici, che sogliono parlare con “lingua biforcuta”. Un esempio eclatante dell’ “inquinamento linguistico” che ormai domina la scena politica in Italia è costituito dal solito rituale delle manovre finanziarie, che dovrebbero risolvere i problemi della povera gente, mentre in realtà producono l’effetto di rendere i ricchi sempre più ricchi, in un Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e l’altro 90% deve dividersi il rimanente 30% (Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 41):

«Di manovre lo stivale ne ha calzato diverse, / ora nell’ombra, ora nella luce, ora nei chiaroscuri / della notte, E siamo ancora qui: con poveri / più poveri e ricchi più ricchi. Una volta popolo, / poi popolino, ora populismo, si attende qualcuno / che faccia piazza pulita: forse il tempo / vedrà populocrati suonare la cetra fra i banchi / dei Palazzi e dipingere il quadro del paese. / […] Gli accordi dell’aula, il suono dell’odio, / l’urlo dei giusti e degli ingiusti, la muraglia / che respinge lo tsunami di parole, tutto è squallida / icona d’un paese che non c’è, di un logos smarrito, / di una virtù che cede il passo a ragnatele impenetrabili» (Manovre sopra lo Stivale, in Nella trafitta delle antinomie, cit., p. 36).

Un altro esempio è rappresentato dalle riunioni internazionali, con i capi di Stato e i ministri delle grandi potenze e degli alleati subalterni, che fingono di decidere, in una macabra messinscena, ma, alla fine, lasciano tutto insoluto, speculando sulle disgrazie dei poveri del mondo, che muoiono in mare oppure lungo gli altri pericolosissimi percorsi delle migrazioni forzate:

«Erano addormentate, stamani, le luci dell’alba / al vedere il Tavolo a 28 discutere con l’arguzia, / la malizia di maschere sul palco a recitare la parte: / un rude masaniello le aveva costrette nella notte / a stare di fronte per scrivere il tutto e il nulla» (La favola di Dublino, ivi, p. 30).

Sembra essersi realizzato quel «ritiro» di Dio dal mondo terreno pronosticato qualche secolo fa da Durkheim:

«Vedo le lacrime di Dio nell’oscurità del giardino, / il suo pianto che irrompe nel silenzio d’angelici uomini, / il dolore del padre su cui sbattono / occhi livorosi e pietre di violenza. // Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio / si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero / del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare dio» (Le lacrime di Dio, ivi, p. 21).

E, invece, secondo Domenico Pisana, è necessario il ritorno di Dio, il ritorno del Verbo, attraverso la poesia e i poeti, «artigiani del verso, profeti di parole che sognano / l’umano, amano l’umano, vogliono l’umano» (La verità è nel tanfo delle paludi, ivi, p. 32). Il poeta è, dunque, «fragile costruttore di sogni», «un uomo che cammina controvento attaccato / al filo di speranza che vince la disperazione» (Sono solo un uomo, ivi, p. 42). Acquista qui concretezza la religiosità nuova di papa Francesco, che non dev’essere invocazione egoistica della propria salvezza personale, bensì forma d’intervento nella realtà per cambiarla, a vantaggio di tutti, partendo dai poveri e dai diseredati, alimentando la speranza, che, secondo David Maria Turoldo, è, tra le virtù teologali, la più importante: perderla significherebbe la fine dell’umanità. E, allora, è necessario il ritorno alla «lingua di Dio», cioè alla lingua della misericordia, della solidarietà, dell’aiuto e dell’emancipazione dal bisogno del prossimo:

«Hablamos, ritorniamo a parlare la lingua di Dio / vero, a respirare le voci dell’aria con gli occhi / illuminati dall’amore, fermare le falci che vogliono / tagliare le radici antiche del pioppo. / Comincia tu, terra madrilena che temi la scissione, / Europa che parli d’unione stringendo la bocca; / prosegui tu, mia Italia, terra di poeti e romanzieri, / di artisti, musicisti e bellezze maestose, che soffri / di rancori distesa come un manto di menzogne / sopra il mare inquinato dall’olio di antiche ideologie. // Hablamos, parla tu, barca di Pietro invasa dalle onde, / lascia il canto di voci stonate e spargi il profumo / nella notte con parole di Luce che aprono le tombe, / con spighe di grano che saziano la fame, parole di fede / che riempiono di speranza i giardini dell’anima. // Hablamos, parliamo, tutti noi emigranti ed esiliati / nel campo dei sospetti, nella terra globale ove / voliamo come uccelli, senza volare nel sogno / dell’unione e dell’amore, liquidi tra nubi grigie / nel mare della solitudine, foglie bagnate di tristezza» (Hablamos!, ivi, pp. 44-45).

E’ necessario, infine, quel «ritorno all’uomo» che Cesare Pavese, dalle colonne de «L’Unità» di Torino invocò, il 20 maggio 1945, subito dopo la Liberazione, contro gli effetti disumananti prodotti dalla dittatura fascista, contro l’inquinamento delle parole che la propaganda demagogica del regime mussoliniano aveva determinato, auspicando un ritorno al significato primigenio delle parole stesse, alla loro aderenza alla realtà vera, come nocciolo alla polpa, perché poveri uomini, come noi, attendono quelle parole di conforto, di speranza, di cambiamento sociale, e non pronunciarle significherebbe tradirli. Questo «ritorno all’uomo» deve passare in Italia attraverso un ritorno allo spirito della Carta costituzionale, che Domenico Pisana così celebra nel settantesimo anniversario della sua entrata in vigore:

«Uomini e poche donne lasciarono boscaglie, rivissero / nell’aula i brividi degli obici e gli occhi videro balconi / di democrazia negli articoli bagnati dal sudore / del confronto nelle notti del parto approdato all’unità. / […] Sei bussola che riluce nel grigiore / dei palazzi e nell’oscuro spineto della corruzione; / non sei immortale ed immutabile, ma non voglio / che fazzoletti ti coprano la faccia, né tarme e tignole / corrodano latenti e silenziose il fiore che a 70 anni / in te ancora brilla e vive» (Sei bussola che riluce nel grigiore, ivi, p. 62).

E, assieme alla Carta costituzionale, è necessario che ritorni (per riprendere la felice definizione di Ferrarotti) la «civiltà del libro», che, nei secoli, anzi nei millenni, ha stimolato l’uomo a riflettere, su se stesso e sul mondo, ricavando da quest’analisi razionale i veri valori:

«C’è il libro, diletta compagna / distesa ai miei occhi / a un tramonto che non ardisce distrarci. // Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco, / negli scaffali dorme l’umanesimo / ed il presente lo invoca tra polvere di stelle; / e ogni parola, pensiero e sentimento / che noi beviamo nel silenzio della sera / rende liquida la stessa aria, / la stessa discesa della notte / che ci sorprende con gli occhi aperti / a scrutare pagine su pagine» (C’è il libro, diletta compagna…, ivi, p. 56).

E l’«umanesimo», come ha scritto Cesare Pavese («La Rassegna d’Italia», 5 maggio 1949), «non è una poltrona» su cui adagiarsi, un qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma continua ricerca, che va alimentata ogni giorno con pazienza e nuovi valori sani, in linea di continuità con quelli antichi, stabilendo l’armonia necessaria tra i vari tempi della storia: passato, presente, futuro.

Sono quelle di Domenico Pisana parole semplici, limpide, che attendevamo da tempo e finalmente sono arrivate, restituendoci la poesia della vita, l’unica che merita di essere realizzata.

:: Episodio increscioso – Ispirato a una vicenda reale di Laura Sciacca

12 gennaio 2022

EPISODIO INCRESCIOSO
Ispirato a una vicenda reale


Questo breve dramma teatrale si ispira a una storia vera. È impostato su una serie di monologhi che i vari personaggi recitano uno alla volta al centro del palcoscenico illuminato da una sola luce diretta sul personaggio. Tra un monologo e l’altro la luce si spegne lasciando per un attimo il teatro al buio. In ultimo parla la professoressa Aranzulla, nuda tranne che per gli occhiali e dei semplici drappi bianchi che le coprono le parti intime e il seno.

Da “La Sicilia” 23 gennaio 2020
“Un fatto increscioso si è svolto ieri presso la scuola media “Rodari” di XXX in provincia di XXX: un’insegnante si è avventata contro un alunno colpevole di non aver studiato la lezione assegnata, picchiandolo ripetutamente in viso e sul tronco, provocando nel malcapitato ragazzo un forte shock. Richiamati dalle urla dei compagni i collaboratori scolastici sono prontamente intervenuti per evitare ulteriori maltrattamenti e hanno avvisato il Dirigente scolastico e i genitori dell’allievo, il quale, subito
visitato dai solerti medici del Pronto Soccorso, pare non abbia subito danni permanenti, anche se rimane tuttora in osservazione. L’insegnante, sorda ai richiami del DS, dovrà ora vedersela con una denuncia presentata dai genitori dello studente ed è stata sospesa dal servizio per un tempo indefinito.”

Il Dirigente scolastico
“Sono davvero allibita di fronte al comportamento della docente Carmela Aranzulla. Ho subito provveduto a richiamarla e sospenderla dal servizio per tutelare gli altri studenti della scuola. Evidentemente la professoressa, ormai arrivata alle soglie della pensione, vive dei forti disagi emotivi e data l’età ha difficoltà a relazionarsi con le nuove generazioni, cose che la rendono ormai inadatta all’insegnamento. Mi auguro che nel periodo di sospensione dal servizio abbia modo di riflettere sul proprio operato e possa affrontare con dignità il processo. Al suo posto è stata già nominata una supplente, la quale potrà stabilire un clima di serenità nella classe e portare i ragazzi agli esami di licenza media. Noi tutti ci auguriamo che Giuseppe possa presto tornare in classe e dimenticare questo episodio che lo ha tanto scosso, proseguendo la sua carriera scolastica con successo.”

Una docente della scuola
“Carmela la conosco poco, è sempre stata una persona più che riservata, direi chiusa, dal carattere scontroso, anche nei confronti dei ragazzi. Mai un sorriso, una battuta simpatica, dicono. Certo io la conosco poco, non mi permetterei mai di giudicarla, però… di certo non era amata. Picchiare un alunno, poi! A una certa età si dovrebbe stare a casa a riposare e curare nipoti se non si è capaci di tenere la classe. È già faticoso per noi insegnanti giovani stare dietro alle continue esigenze di alunni e genitori per non deludere nessuno e mantenere viva l’attenzione dei ragazzi, così distratti, così vivaci.
Se la chiamerò? No, non credo. Vi ho già detto che la conosco poco e poi non saprei cosa dirle. Sarà meglio per lei rimanere lontana dalla scuola fino alla pensione, sarebbe oltraggioso presentarsi qui dove ha lasciato ben pochi ricordi positivi, credo che nessuno la saluterebbe neppure.”

Il collaboratore scolastico
“ A timpulate u pigghiau? Fici bonu! Ci resi chiddi che i so genitori non ci resunu mai! Avi tri anni ccà stu carusu ci rompe i cosiddetti a tutti, prufissuri, cumpagni e a nuautri collaboratori. Su era me figghiu ciava rumputu a testa!
A iddu e a mezza scola, tantu su vastasi sti carusi di oggi.1”

1 “L’ha preso a schiaffi? Ha fatto bene! Gli ha dato gli schiaffi che i suoi genitori non gli hanno mai dato! Sono tre anni che questo ragazzo rompe le scatole a tutti, professori, compagni e noi collaboratori. Se fosse stato mio figlio gli avrei già spaccato la testa! A lui e a mezza scuola, tanto sono maleducati i ragazzi di oggi!

La madre rappresentante di classe
“Questo gesto orribile era prevedibile! Fin dall’inizio dell’anno i nostri poveri ragazzi sono stati costretti a subire le vessazioni dell’insegnante di italiano: una severità fuori luogo, moltissimi compiti a casa, interrogazioni a sorpresa, pretese assurde in classe (che nessuno si alzasse mai o scambiasse una parola coi compagni), lezioni noiose, esposte in una maniera obsoleta, non in linea con le nuove direttive ministeriali che noi mamme siamo andate a spulciare e quando abbiamo gentilmente fatto presente all’insegnante la necessità di adeguarsi ad esse ci siamo sentite rispondere con insolenza “L’insegnamento è libero.” Ci siamo rivolte al Dirigente scolastico per far valere i nostri diritti, ma nessun richiamo ha raggiunto il suo scopo. Il povero Giuseppe è stato vittima di richiami verbali da inizio anno e ieri ha subito perfino delle percosse! Noi genitori manifestiamo piena solidarietà a lui e alla famiglia, la quale giustamente ha dovuto sporgere denuncia e ci auguriamo che la nuova insegnante sappia fare il suo mestiere per permettere ai nostri figli una crescita sana e armoniosa.”

Uno studente della classe di nome Davide
“Ieri ero seduto al primo banco e ho visto tutta la scena. La prof ha chiamato alla cattedra Giuseppe per interrogarlo, come gli aveva detto il giorno prima, anche se lui, come al solito, se ne era fregato. Il libro di italiano neanche ce l’ha o se ce l’ha non lo porta a scuola. Sta sempre a chiaccherare e quando i professori lo richiamano, ride. Anche ieri durante l’interrogazione faceva il buffone, senza provare a rispondere alle domande semplicissime della prof.
A un certo punto lei ha alzato la voce, chiedendogli di smetterla di fare ridacchiare, diceva che in terza media non si può arrivare in quelle condizioni e doveva provare a impegnarsi se voleva essere promosso. Lui invece di scusarsi ha iniziato a dire ad alta voce delle cose bruttissime alla prof del genere “Zitta stupida vecchia, vaff…etc.”. Lei l’ha preso dalle spalle e l’ha scrollato, dicendogli: “Calmati Giuseppe, stai esagerando!” e lui a quel punto urlando come un matto si è buttato per terra come se la prof l’avesse pugnalato a morte, ma tutti abbiamo capito che esagerava apposta. Sono arrivati i bidelli, è arrivata pure l’ambulanza. La Aranzulla era bianca in viso, immobile, non riusciva a fare nulla, mentre i compagni si alzavano in piedi, facevano quello che volevano, la preside le urlava contro, i bidelli andavano in giro per tutta la scuola a raccontare le cose a modo loro. Io penso che la Aranzulla sia severa, ma giusta. Dal primo giorno ha provato a insegnarci tante cose, non manca mai, ci fa dei discorsi su come diventare persone adulte in gamba. Altri insegnanti sono più simpatici, però poi con loro a sempre a finire che ce ne approfittiamo e lezione se ne fa poca, si fa solo casino.”

I genitori di Giuseppe
“Il bambino mi ha toccato sta strega! Guai a chi me lo tocca! Ora chiamo a suo padre, a costo che mi risponde quella stronza che gli riscalda il letto!
Sono sei mesi che non vede a suo figlio, manco una telefonata gli fa. Qua, davanti a voi gli chiamo! Prende il cellulare .
– Pronto, Saro! –
– Ccu si? – Voce maschile fuori campo, assonnata, semi ubriaca
– Saro, Angelina sono! –
– Cchi voi? –
– Vedi che quella stronza della professoressa di italiano ha preso a tumpulate a tuo figlio! –
– Cchi fici?! –
– Si, si davanti ai sò cumpagni! Aiutati a veniri a scola che dobbiamochiamare i carabinieri! Curri! –
– Stai vinennu. Ma unni fussi sta scola? 2-

2 – Pronto, Saro? – Chi sei? – Saro, sono Angelina! – Che vuoi? – Quella stronza della professoressa di italiano ha preso a schiaffi tuo figlio! – Che ha fatto?! – Si, si e davanti ai suoi compagni. Sbrigati a venire a scuola, dobbiamo chiamare i carabinieri! Corri! – Sto arrivando. Ma dove sarebbe questa scuola? -Ora cosa farò? Me lo chiedo anche io.

La professoressa Carmela Aranzulla
“Mi chiamo Carmela Aranzulla, ho 69 anni, insegno da quasi 35 anni. La mia carriera è iniziata presto, ho sempre saputo che il mio lavoro sarebbe stato questo. Fin da ragazza amavo l’idea di trasmettere agli altri il mio amore per la letteratura e forse ancor di più l’idea di suscitare nei ragazzi curiosità per il sapere in senso lato, il piacere di leggere una poesia e farsi affascinare dal suono delle parole, di leggere un romanzo e lasciarsi trasportare in mondi lontani, inaccessibili altrimenti. Credo di aver lavorato in almeno venti scuole sparse per la provincia, tra mare e montagne, prima di entrare di ruolo e stabilirmi nella scuola dove insegno ancora adesso, anzi insegnavo fino a ieri. Sono stata sospesa dal servizio, buttata fuori senza appello per…per cosa? L’ho preso per le spalle quel ragazzo, sì l’ho scrollato, è vero. In quel momento avrei voluto urlargli contro tutta la sua maleducazione, a lui e ai suoi compagni, insopportabili da inizio anno, ma non l’ho fatto, il mio gesto era controllato, la mia rabbia contenuta. Sono certissima di non avergli fatto alcun male. Eppure lui si è comportato come se l’avessi picchiato a sangue; non so fino a che punto arrivi in lui la consapevolezza nel suo gesto, però mi ha rovinata. Lo guardavo attonita contorcersi, incapace di far qualcosa. Sono tornata a casa come uno zombie dopo aver subito, senza proferire una parola, i rimproveri della preside e dei genitori di Giuseppe. Sapete ciò che mi ha fatto più male? I rimproveri? No, no. Due cose: il silenzio colpevole dei compagni di Giuseppe: hanno visto come si è svolta la scena realmente, eppure, che io sappia, nessuno ha detto una parola per riferire la verità. Loro però li giustifico, sono ragazzi, sono piccoli e immaturi, specchio delle proprie famiglie. Li viziano in maniera esagerata, giustificandoli sempre e temo, facciano così solo il loro male. Li vedo crescere deboli e svogliati. A 13 anni bisogna sapersi prendere un minimo di responsabilità delle proprie azioni, altrimenti la società ha fallito il proprio compito. L’altra cosa? Gli sguardi dei colleghi mentre passavo lungo il corridoio per andare via. Sguardi vacui, venati di cupa rassegnazione, mentre le classe dietro di loro pochi secondi dal loro allontanarsi dalla cattedra era già incontrollabile. A scuola non ho voglia di tornare
neanche per svuotare il mio cassetto. Attenderò il processo durante il quale potrò esporre le mie ragioni e certamente avere il giusto riscatto e dopo arriverà la pensione. Penso che non sentirò la mancanza del lavoro: già da qualche anno era reso sempre più difficile da burocrazia e continue esigenze di genitori e alunni. Auguro ai miei allievi di crescere bene, di diventare persone con la P maiuscola. Buio. Un attimo dopo le luci si riaccendono sul palcoscenico vuoto.


Voce fuori campo: Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti.
Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata.
Venne ritrovata qualche tempo dopo impiccata al lampadario di casa sua.
Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.

Voce dell’autrice fuoricampo: “Quando feci leggere ad alcune persone a me vicine la prima stesura di questo breve dramma, giunsero tutte alla stessa conclusione: gli era piaciuto, però gli sembrava davvero troppo triste, angosciante. Non sopportavano la disfatta della professoressa che aveva dedicato la vita alla scuola e la visione negativa del sistema scolastico, pur riconoscendo come fortemente realistico il contesto. Forse erano troppo abituate ad aspettarsi da me finali a lieto fine o forse, davvero era necessario lasciare una pur minima speranza per il futuro. E così mi sono rimessa gli occhiali rosa e ho scritto un doppio finale, nel mio stile e di pura fantasia. Scegliete quello che preferite.”


Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti. Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata.
Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.

Sul palcoscenico sta la professoressa Aranzulla sola, vestita in maniera dimessa. Dal soffitto pende una corda che finisce con un cappio. Laprofessoressa sta per metterselo al collo, quando squilla il telefono di casa. Sospira e va a rispondere mesta senza lasciare il cappio.


– Pronto prof? Buongiorno, sono Davide, si ricorda di me? La disturbo? –
– Davide?! – risponde incredula gettando la corda di lato – Certo che mi ricordo, come stai? Come sono andati gli esami? – improvvisamente piena di vita.
– Bene, soprattutto il compito di italiano, sa? Anzi l’ho chiamata proprio, perché vorrei farglielo leggere. Il titolo è “Il valore dell’amicizia” . –
– Mi farebbe molto piacere leggerlo! A tal proposito, perché non vieni a trovarmi ora che sei libero dalla scuola? Magari domani pomeriggio intorno alle 17? –
– Va bene! –
– Abito in via Trieste n. 12, primo piano. –
– Ci sarò prof! –
– Ti faccio trovare il gelato, che gusto ti piace? –
– Il mio gusto preferito è fragola extra variegata lampone con una montagna di panna montata sopra. –
– Che buffo, è anche il mio gusto preferito! Ok, a domani caro Davide. –
– A domani prof e…grazie. –
– Grazie a te, non sai quanto…-

Laura Sciacca è nata a Como, ma vive da sempre in Sicilia. È sposata, mamma di due bambini e insegna lettere alle scuole medie. Ha pubblicato L’ingrediente segretoRacconti per la famiglia e Candida e altre storie. Le piace raccontare e scrivere storie fantastiche per grandi e piccoli, sorridere e cucinare i prodotti del proprio orto.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista l’affascinante e tormentato Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Agosto 1942-marzo 1943. Due sono i misteri al centro di questo romanzo, complesso e difficile forse ancora più dei romanzi precedenti dell’autrice: scoprire chi ha ucciso due famosi scienziati romeni, e scoprire il significato di un sogno ricorrente in cui appare la Sinagoga degli zingari, sempre sfuggente, che oltre a dare il titolo al romanzo è anche il titolo di un’opera musicale scritta dal padre di Bora.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora, mai come in questo libro nudo difronte al lettore.

Sullo sfondo l’assedio di Stalingrado, una delle pagine più dolorose e terribili della Seconda Guerra Mondiale, descritta da Pastor con una tale dovizia di particolari e una tale sensibilità da apparirci in tutto il suo agghiacciante orrore, tanto che Bora pure sopravvivendo ne uscirà sdoppiato, una frattura insanabile infatti avverrà nella sua anima, una frattura che gli farà prendere coscienza di essere morto anche lui con i suoi uomini in quell’inferno, e che il Bora che uscirà da Stalingrado non potrà che essere l’ombra di sé stesso, un golem, un feticcio proiettato verso l’insensatezza delle fasi finali di una guerra ormai perduta. Di un mondo ormai perso per sempre, la cui condanna è il vuoto e l’annientamento.

La sinagoga degli zingari è senz’altro il più drammatico e oscuro romanzo della serie, non solo per le pagine di guerra, ma per quello scavo nella mente devastata del protagonista, andato ben oltre ai limiti umani, tra malattia, freddo, ben oltre i trenta gradi sotto zero, la paura, la disperazione.

Tra la narrazione in terza persona e le parti in prima persona tratte dai diari e dalle lettere si compone un puzzle di straordinario nitore, un affresco che ho veduto scorrere sotto i miei occhi e mi ha ricordato l’impressione che ho avuto sfogliando Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell, che vi consiglio anche se è in tedesco, è una collezione di fotografie di cui ne ricordo soprattutto una in cui un soldato con la testa fasciata in una benda macchiata di sangue si accende una sigaretta. Lo regalò mio zio a mio nonno, generale in pensione, che trascorse la Seconda Guerra Mondiale prigioniero in India degli inglesi e ricordava che di tutti i suoi colleghi quelli che furono mandati sul fronte russo non fecero più ritorno.

Una pagina di storia, un ritratto psicologico e morale di indubbia intensità, che portano un nuovo tassello nella saga di Bora, e confermano Ben Pastor come uno dei più significativi e profondi scrittori di romanzi storici ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciolle di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Il mistero della Fenice d’Oro: Sotto il cielo di Pechino (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa Vol 3) è in prenotazione

1 gennaio 2022

Torna il tenente Luigi Bianchi ufficiale piemontese al seguito della Missione Internazionale giunta in Cina per liberare le Legazioni e sedare la Rivolta dei Boxer. L’avevamo lasciato a Tient-sin in partenza per Pechino, località scelta per svernare in attesa della campagna di primavera per sopprimere le ultime resistenze dei Boxer sopravvissuti. Nel viaggio verso Pechino il tenente Bianchi sarà assalito dai Boxer e salvato da una donna misteriosa che lo curerà e lo porterà in salvo a Pechino. Dopo un periodo di convalescenza la donna di nome Mei gli chiederà aiuto nel trovare il colpevole dell’omicidio del saggio Liu Xian Dong, consigliere dell’imperatrice madre fuggita da Pechino e rifugiatasi a Xian. Il tenente Bianchi per debito di riconoscenza accetta e si mette a indagare, anche se ben presto si rende conto che la bellissima Mei di cui si sta innamorando nasconde un segreto, un segreto capace di cambiare le sorti di un impero.

Terza novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

Della stessa serie potete leggere “Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina” e “Lo strano caso del missionario scomparso“.

In piena Belle Époque un viaggio a ritroso nel tempo in un mondo perduto ma di cui giungono gli echi fino a noi.

Data di pubblicazione in ebook 25 aprile 2022, già in pre-ordine a un costo scontato di 2,99 Euro a questo link. Dopo la pubblicazione costerà 4,99 Euro.