Archivio dell'autore

:: Esce oggi su Amazon “È tempo di vivere (Le avventure di Chou Jiao Vol. 3)” di Shanmei

18 ottobre 2020
Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo “È tempo di partire” ed “È tempo di tornare” la terza avventura delle gesta meravigliose, anche se ben poche eroiche, di Chòu jiǎo personaggio guascone, ma dal cuore d’oro, nella Cina di fine Ottocento.

L’avevamo lasciato che abbandonava Pechino e Fiore di Ibisco per tornare in campagna dalla sua famiglia, lo ritroviamo deciso più che mai a perseguire una setta segreta che traffica in oppio.

Sempre un wuxia comico, ma con venature più malinconiche. In attesa dell’ultimo capitolo “È tempo di amare” che chiuderà la quadrilogia.

Disponibile online in digitale anche su Unlimited.

“ARF! presenta: QUALCOS’ALTRO!”

15 ottobre 2020

Dopo l’annullamento di ARF! il Festival del Fumetto di Roma – a causa dell’emergenza Coronavirus – rimandando la sesta edizione a maggio 2021, gli organizzatori (definiti da sempre ARFers) tornano al Mattatoio, il Museo d’arte contemporanea di Testaccio, per presentare da venerdì 20 novembre a domenica 22 QUALCOS’ALTRO, un intero weekend di mostre dedicate al fumetto, concepite come esperienza totalizzante e immersiva.

Una grande esposizione, allestita nel Padiglione 9B, con le tavole originali di Darwyn Cooke – uno dei veri innovatori del medium fumetto – mostrate per la prima volta assoluta in Italia, le copertine di Dave Johnson, il poliedrico artista contemporaneo di comic book, asceso alla fama internazionale grazie a un capolavoro come Superman: Red Son, le riflessioni e avventure/disavventure dei personaggi di Silvia Ziche e le tavoledegli oltre 80 autori del libro COme Vite Distanti.

Silvia Ziche, che illustra il manifesto dell’esposizione, è senza ombra di dubbio una delle più affermate fumettiste italiane. Autrice Disney sin dal 1991, una firma costante del settimanale Topolino, ha creato storie a fumetti e vignette satiriche anche per Linus, Smemoranda, Comix e Cuore.

Pubblica i suoi lavori con i più importanti editori italianitra i quali Einaudi, Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli Comics e Sergio Bonelli Editore che l’hanno portata e tante prestigiose collaborazioni che includono Vincenzo Cerami e Luciana Littizzetto. E’ però per il settimanale Donna Moderna che crea Lucrezia, probabilmente il suo personaggio più celebre, considerato suo alter-ego, di cui, dal 2006 ogni settimana, racconta le riflessioni, le avventure/disavventure, le crisi sentimentali.  E proprio con Lucrezia, Silvia Ziche oltrepassa il costume e la satira, toccando, attraverso libri come E noi dove eravamo? o L’allegra vita delle quote rosa tematiche tanto femminili quanto femministe: la lotta delle donne per l’emancipazione e la libertà, l’eradicazione del concetto stesso di patriarcato impresso nel nostro retaggio culturale. Un “attivismo disegnato” che non utilizza slogan, ma le matite, lo humour, l’acume e la sensibilità della pluripremiata autrice veneta.

Darwyn Cooke l’autore canadese, prematuramente scomparso, è stato uno dei veri innovatori del medium fumetto, grazie al suo inconfondibile stile retrò che ha rielaborato in chiave moderna gli stilemi del noir e del fumetto supereroistico degli anni ’40, ’50 e ‘60. La mostra delle sue tavole originali a Roma, esposte per la prima volta assoluta in Italia, ripercorre tutto il suo percorso artistico, da Batman, Catwoman e tutte le leggende della DC Comics (The New Frontier) fino a The Spirit e i mutanti della Marvel, includendo momenti più adulti come il Parkerdello scrittore Richard Stark o i Minutemen tratti dal Watchmendi Alan Moore.

L’opera di Darwyn Cooke (1962-2016), vincitore di tredici Eisner Awards, otto Harvey Awards e cinque Joe Schuster Awards, prosegue idealmente quel filo tematico inaugurato da ARF! nel 2019 con la mostra di Frank Quitely, cioè la ricerca di una personalissima cifra stilistica “autoriale” applicata alle grandi icone POP del fumetto mainstream nordamericano: «Se c’è stata una costante nella carriera di Darwyn Cooke è stata la coerenza nel restare sempre lontano dalle mode. Non le ha mai inseguite, proprio come fanno gli innovatori, ma non le ha mai nemmeno dettate, perché è stato un disegnatore e un autore letteralmente inimitabile» (Fumettologica).

Dave Johnson, classe 1965, è uno dei più poliedrici artisti contemporanei di comic book (scrittore, disegnatore, colorista, inchiostratore, letterista, designer) che collabora regolarmente con Marvel, DC Comics e Dark Horse, asceso alla fama internazionale grazie a un capolavoro come Superman: Red Son di Mark Millar. La mostra al Mattatoio celebra quella specifica parte del suo lavoro per cui è stato consacrato nel mondo: la sua attività da copertinista. Capaci di raccontare ed evocare interi mondi, di definire la linea editoriale stessa delle collane in cui vengono pubblicate, le straordinarie copertine di Johnson – grazie al proprio segno riconoscibilissimo e all’impressionante senso grafico nella gestione di equilibri e spazi – attraversano senza soluzione di continuità personaggi e generi: Batman, Superman, Hellboy, Lucifer, Deadpool, 100 Bullets, Harley Quinn e tanti altri, esposti con studi preparatori e illustrazioni inedite, mai viste prima in Europa.

Infine, la mostra dedicata al libro COme Vite Distanti, ideato e prodotto da ARF! in collaborazione con PressUP durante il lockdown della scorsa primavera, i cui 62.385 euro raccolti grazie alla sua vendita on-line sono stati interamente donati all’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma per l’emergenza Covid e la ricerca. Introdotta dalla penna di Alessandro Baricco, la mostra presenta tutte le tavole del volume con oltre 80 dei maggiori autori del panorama nazionale tra i quali Milo Manara, Gipi, Zerocalcare, Manuele Fior, Fumettibrutti, Giuseppe Palumbo, Sio, Sara Pichelli, Zuzu, Mirka Andolfo e Paolo Bacilieri, coinvolti “coralmente” in un’unica storia, per quella che è stata unanimemente riconosciuta da lettori e critica come l’espressione più alta di coesione e generosità di un’intera categoria professionale italiana.

ARF! presenta: QUALCOS’ALTRO! è un intero weekend di mostre dedicate al Fumetto, concepite come esperienza totalizzante e immersiva, nel cui bookshop i visitatori potranno trovare tutti i titoli degli autori esposti, un catalogo esclusivo (acquistabile solo ed esclusivamente durante i tre giorni dell’evento) e una specialissima tiratura di COme Vite Distanti, fresco vincitore del Premio Boscarato 2020 assegnato dal Treviso Comic Book Festival.

:: Poesie giovanili di Paolo Volponi (Einaudi, 2020) a cura di Nicola Vacca

14 ottobre 2020

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Paolo Volponi è stato anche poeta, e che poeta. Indimenticabili i suoi tre libri di poesia: Il ramarro (1948), L’antica moneta (1955) e Le porte dell’Appennino (1960, premio Viareggio).
Volponi ha esordito in letteratura come poeta e nella sua esistenza, anche quando è diventato uno scrittore affermato, non ha mai smesso di lavorare ai suoi versi.
Il giovane poeta Volponi, allegorico e controcorrente, si muove inizialmente nella tradizione lirica, usa il verso breve e sembra influenzato da Ungaretti.
Poi c’è la seconda fase in cui lo scrittore si distanzia dalla vocazione degli esordi.
Qualche anno fa, in un cassetto della casa urbinate dello scrittore, sono stati trovati alcuni fascicoli: fogli manoscritti e dattiloscritti, autografi, appunti e frammenti.
Tra questo materiale prezioso c’erano anche poesie inedite che risalgono alla seconda metà degli anni Quaranta, alle soglie del Ramarro, e arrivano fino ai primi anni Cinquanta, quando Volponi sta scrivendo L’antica moneta.
Adesso quel materiale è stato raccolto e pubblicato per la prima volta nella collana bianca di Einaudi con il titolo Poesie giovanili (a cura di Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli).
Nel Volponi giovane poeta si incontra un’immediatezza matura, un verso scarno e pungente che sa essere di carne e immanente.
Paolo Volponi fa sanguinare le parole, scrive versi per cogliere la parola nel suo stato di crisi. Il poeta è vicino in questo periodo alla lezione Ungarettiano de L’Allegria.
Le parole sono schegge, i versi arrivano alla coscienza dei lettori come siluri che cercano la deflagrazione.
La parola di Paolo Volponi nella prima fase della sua poesia è forte, la sua scrittura non cerca mai mediazioni, colpisce e affonda con una carnalità che si avvicina al vero delle cose.

«Volevi ingannarmi. / Stringevi / le cosce, / e smaniavi / per la tua verginità. / T’ho tirata giù / dal letto / per i capelli, /nuda sul pavimento. / Mi sono rivestito /Senza più guardarti».

Il giovane Paolo Volponi è un poeta autentico, un lirico diretto che ha tra le mani una parola sempre pronta a esplodere.
Ha ragione Salvatore Ritrovato, alla fine della sua nota introduttiva quando scrive che i versi raccolti in questo volume ci mostrano un Volponi che cerca fisicamente il suo lettore per metterlo di fronte a una poesia che ha più certezze.
Questa percorsa dal giovane Volponi, oggi che si leggono troppi poeti che mostrano una sicurezza granitica e hanno la presunzione di avere la verità in tasca, è la strada maestra per riportare la poesia nella sua casa.

Paolo Volponi è nato a Urbino il 6 febbraio 1924. A ventiquattro anni, laureato in legge, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Il ramarro. Nel 1950 inizia il suo rapporto di lavoro con la Olivetti, via via più impegnativo fino ai massimi livelli dirigenziali, che si chiuderà soltanto agli albori degli anni Settanta. Nella primavera del ’54 prende avvio l’amicizia con Pier Paolo Pasolini, da cui riceverà uno stimolo decisivo in direzione del romanzo. Nel ’72 viene chiamato a Torino da Umberto Agnelli per uno studio sui rapporti fra città e fabbrica, e prende il via la sua collaborazione con la Fiat. Nell’83 viene eletto al Senato nel collegio della sua città: il suo impegno parlamentare si interromperà solo nel 1993, per ragioni di salute. Volponi muore il 23 agosto dell’anno successivo.
Einaudi ha pubblicato Corporale, La macchina mondiale (Premio Strega 1965), Poesie e poemetti 1946-66, Il lanciatore di giavellotto, Il sipario ducale, Con testo a fronte. Poesie e poemetti (Premio Mondello 1986) e inoltre, negli «Einaudi Tascabili»: Memoriale, Il pianeta irritabile, Le mosche del capitale, La strada per Roma (Premio Strega 1991) e Poesie. 1946 – 1994 (2001). Nella «Nue» sono stati pubblicati Romanzi e prose I (2002), Romanzi e prose II (2002) e Romanzi e prose III (2003); nelle «Letture», I racconti (2017) e, nella «Collezione di poesia», Poesie govanili (2020).

Source: inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

:: La morte di Belle di Georges Simenon (Adephi 2020) a cura di Nicola Vacca

12 ottobre 2020

Una sera nella tranquilla provincia americana in casa qualunque si svolgono scene di una vita familiare ordinaria.
Il professor Ashby lavora al tornio, la moglie è uscita. I due coniugi ospitano Belle, una ragazza diciottenne.
La mattina dopo viene trovata morta nella sua stanza. Questo episodio grave sconvolge la vita della piccola città e l’unico sospettato è il padrone di casa che al momento del crimine era solo in casa.
Con La morte di Belle Georges Simenon entra come sempre nel lato nero dei suoi personaggi e scava fino all’ossa nella loro psicologia inquieta e sinistra.
Il romanzo era apparso in francese nel 1952, viene tradotto in inglese. Gli abitanti di Lakeville, in Connecticut, dove Simenon si è trasferito da quattro anni, non la prendono bene.
Benché l’autore abbia spostato l’azione nello stato di New York, non possono non riconoscersi nella piccola comunità puritana che Simenon descrive con tutte le sue ipocrisie nel romanzo.
Tra gli interrogatori dell’autoritaria giudiziaria e gli appostamenti l’indagine con il suo ritmo incalzante si fa sentire sui nervi dell’unico indiziato che subisce la pressione.
Ashby non vive bene questa situazione e questo clima di sospetto fa riaffiorare nei suoi ricordi gli incubi della sua giovinezza. Viene assalito da un turbamento feroce, entra in una spirale che lo avvolge e gli fa perdere la lucidità.
Simenon ci porta come sempre in fondo al racconto con la sua scrittura avvincente e non ci lascia tregua fino a quando non arriviamo all’ultima pagina.
Chi ha ucciso Belle Sherman? Alla fine di questo straordinario romanzo dell’ossessione tutto sarà più chiaro, o forse no. Questo è uno dei romanzi più riusciti di Simenon. Un viaggio senza ritorno nei recessi oscuri della mente dove si può sempre incontrare una persona normale che è capace di diventare un feroce assassino.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: THE HERCULE POIROT CENTENARY BLOGATHON: Poirot sul Nilo

12 ottobre 2020

«Oh, i moventi dei delitti sono spesso banalissimi…»
«E i più frequenti quali sono Poirot?»
«Il più frequente: il denaro; voglio dire l’avidità di guadagno nelle sue varie manifestazioni. Poi la vendetta, l’amore, la paura, l’odio puro, la beneficenza…»
«Oh, signor Poirot!»
«È così signora. Mi è capitato spesso di vedere… diciamo A soppresso da B per beneficiare C! Certa gente dimentica che la vita e la morte sono cose riguardanti esclusivamente il buon Dio».

A Sir Max Edgar Mallowan, secondo marito di Dame Agatha Christie, se vogliamo dobbiamo la cosiddetta trilogia esotica della Christie. Proprio il suo lavoro di archeologo portò la moglie in quei luoghi del Medio Oriente che divennero scenario per Non c’è più scampo, La Domatrice e Poirot sul Nilo, quest’ultimo romanzo al centro delle mie riflessioni per il THE HERCULE POIROT CENTENARY BLOGATHON in onore del centenario di Poirot, il più famoso investigatore belga della storia della letteratura.

Poirot sul Nilo (Death on the Nile, 1937), tradotto da Enrico Piceni per Arnoldo Mondadori Editore, è forse uno dei romanzi della Christie più famosi assieme Ad Assassinio sull’Orient Express. È del 2008 l’edizione che ho avuto modo di consultare per questo viaggio sul Nilo in compagnia di Poirot, di due sfortunati amanti e di tutta l’allegra compagnia al loro seguito.

La storia si svolge perlopiù su un piroscafo il “Karnak” e a prescindere dall’epilogo tragico, che mi guardo bene dal descrivervi nel dettaglio, mantiene un tono frizzante e pieno di verve che rende la storia per così dire agrodolce.

Ma veniamo al cuore della trama: Jacqueline de Bellfort e Simon Doyle si amano o meglio come sottolinea acutamente Poirot vedendoli in un ristorante Un qui aime et un qui se lasse aimer. Poi la crisi, la ristrutturazione aziendale come direbbero oggi, fa perdere il lavoro a Simon e spinge Jacqueline a chiedere a una sua vecchia compagnia di scuola, una delle donne più ricche di Inghilterra, Linnet Ridgeway, di assumerlo come amministratore delle sue tenute. Lei lo fa e pensa bene di soffiare il fidanzato all’amica e dopo tre mesi sposarlo e recarsi in Egitto in viaggio di nozze.

Ed è qui che Poirot li rincontra, Simon Doyle sposato con Linnet Ridgeway e Jacqueline de Bellfort, l’amante abbandonata al seguito. Al volo intuisce che la storia non potrà finire bene, gli animi sono troppo accesi, le passioni fuori controllo, e infatti a bordo del Karnak avviene il dramma: Jacqueline de Bellfort spara a Simon Doyle, a una gamba niente di particolarmente grave e la stessa notte Linnet Ridgeway viene uccisa. A Poirot e al colonnello Race, un antica conoscenza di Poirot, il compito di indagare e svelare il macchinoso e complicato meccanismo che ha portato al delitto.

Questa è la trama principale alla quale si uniscono alcune sottotrame: una collana scomparsa, un amministratore disonesto, una cameriera ricattatrice, una figlia che cerca di salvare dal bere la madre, una scrittrice di romanzi passionali che non riesce più a riconquistare il suo pubblico e il successo passato (caricatura per certi versi della Christie stessa), una nobildonna americana cleptomane, e infine non manca la tipica ingenua americana che grazie a questo viaggio troverà inaspettatamente l’amore.

Le atmosfere esotiche dell’Egitto anni Trenta fanno da sfondo a una storia per certi versi inevitabile, che la ricca e viziata Linnet Ridgeway sia la vittima predestinata è fatale per molti versi, e anche se non è ingenua per niente, forse il credersi troppo furba è il suo unico difetto, ha poche armi per difendersi, cade nella trappola che le hanno teso con tutte le scarpe. E sebbene Poirot forse anticipa i fatti che seguiranno si limita ad assistere da spettatore e mettere in guardia dai pericoli un po’ come Triangolo a Rodi. Ma il suo compito è svelare trame non sventare delitti sebbene forse in questo caso la tentazione l’abbia avuta.

Post di lancio ed elenco dei blog partecipanti: qui.

:: 25 anni del Professionista su Segretissimo!

10 ottobre 2020

Per festeggiare i 25 anni del Professionista di Stephen Gunn, alias Stefano Di Marino, su Segretissimo ben due romanzi inediti: Nella città che brucia e Gangland Red Zone.

Avventura, azione, spionaggio, esotismo ed erotismo. Chance Renard, il Professionista. Agente di ventura, impegnato in ogni angolo del mondo in missioni impossibili contro nemici sempre più feroci, sempre più letali. Al suo fianco donne troppo belle e troppo pericolose. E una sola regola: nessuna regola. Tornano tutte le avventure del Professionista, a partire dalle origini e con romanzi inediti scritti appositamente per colmare le lacune nella storia di una vera leggenda di Segretissimo.

NELLA CITTÀ CHE BRUCIA In un’assolatissima estate Chance Renard scopre di avere un fratello, figlio di una donna che suo padre credeva morta. Il filo dei ricordi lo spinge a indagare nella Saigon degli anni Settanta, quando Robert Renard affrontò il generale Sole Nero, re dei contrabbandieri indocinesi. Ma è una pista insidiosa che porta fino a oggi. Il Professionista e suo fratello Xian si ritrovano braccati da un’organizzazione che ha stretto un pericoloso legame con il passato e si è trasferita in Europa.

GANGLAND RED ZONE Corsa disperata per Chance Renard e suo fratello Xian bloccati a Gangland, costretti a un percorso a ostacoli per salvare la pelle. Una situazione che in gergo si definisce Red Zone. Nessuna via di uscita. E per cavarsela il Professionista deve chiamare a raccolta la Bimba, il Gobbo, il Freddo, insomma la vecchia Banda, per un confronto finale in un luna park abbandonato che diventa un campo di battaglia alla periferia della città.

:: Libera di Elisabetta Bordieri

8 ottobre 2020

Arrivò in treno un’ora prima all’appuntamento in una tarda mattinata afosa e opprimente di mezza estate, dove anche le foglie degli alberi rimanevano immobili a preservare quella poca aria disponibile. Come sempre aveva bisogno di ingessare le forze per ottenere il massimo nel lavoro, di sciamare fuori dalla sua mente per portare a termine il compito che le era stato commissionato. Una professione rischiosa, la sua, che le occupava poco tempo e guadagni proficui, sicuramente immorale, ma di questo Loca si preoccupava poco: aveva le sue strategie per non provare rimorsi, rancori o rimpianti. C’era stato un tempo però in cui nel suo cuore vorticavano sentimenti gentili come in una giostra sospinta da emozioni continue, un tempo troppo poco vissuto in cui il suo nome era un altro, quello con il quale era nata e che quasi non ricordava più, un tempo spensierato quando ancora la vita aveva occhi e voce e offriva piccole opportunità di riscatto per quel piccolo paese ostile e sperduto nelle pianure amazzoniche dell’est colombiano. Solo dopo, poco più che bambina, ormai orfana e sola, le persone del posto iniziarono a chiamarla con quel nomignolo così subdolo e sottile, quasi un incitamento, glielo urlavano dietro ogni volta che passava, fino a cucirglielo sul cuore con ago e filo rosso sangue. La sua voglia di vivere era affamata di sana follia troppo difficile da gestire e da far comprendere, ormai era la squilibrata del villaggio e allora, crescendo, capì che era meglio scendere dalla giostra e privarsi di qualsiasi moto di slancio e di impulsivo sentire, meglio corazzare la sua vita sgretolata di un’imperturbabile patina fino a cristallizzarla, meglio entrare a far parte di quel giro losco e corrotto, meglio far credere a tutti di essere davvero pazza, di essere… loca. In ogni caso questo sarebbe stato l’ultimo suo incarico, voleva smettere con quella vita reticente di pericoli e inganni, ma non poteva certo comunicarlo a loro. Quando si entra nel giro non se ne può più uscire. Era una semplice regola. O dentro o fuori. Come un legionario d’altri tempi. Impossibile trovare una falla all’interno del clan per trovare una scappatoia. Ma fuori significava una sola cosa, esplicita, definitiva e risolutiva. Eppure sapeva che avrebbe trovato un modo per riorganizzare il secondo tempo della sua vita e per mettere in atto la sua ultima prova di resilienza, solo non conosceva come e quando. Si guardò intorno per capire al volo i connotati di quel paese dove non era mai stata e cercò quindi, ancora una volta, una chiesa qualsiasi nei pressi, come era solita fare prima di mettersi all’opera, una sorta di protocollo cerimoniale, un rito propiziatorio per chiedere perdono a suo modo del suo operato a qualche dio disponibile e, magari, non troppo occupato in quel momento a scorrazzare nei cieli. Ne trovò una un po’ appartata, con un’entrata laterale senza celebrazioni in corso ma solo con qualche manciata di fedeli canticchianti sommesse nenie lamentose. Vi entrò sedendosi in disparte e nascondendo bene il revolver che aveva al fianco: girava sempre armata quando lavorava. E restò in attesa della consueta telefonata che le avrebbe dato il via.

  • Ciao, Loca.
    Una voce alle sue spalle, fioca ma possente, la fece sussultare. Non si girò e non rispose. Attese che riprendesse.
  • E’ un po’ che non ci vediamo.
    Rimase in silenzio ancora.
  • Dobbiamo parlare. Esci prima tu, c’è una panchina qui fuori, siediti. Io ti raggiungo a breve.
    Si alzò e, come da ordini impartiti, uscì e aspettò.
  • Allora Loca, come stai?
  • Cosa ci fai qui, Juanita? Perché non mi ha telefonato Ramon come sempre?
  • Ehi che modi, rilassati, Ramon si sta occupando di altro e poi dai, un po’ di coalizione tra donne. Ti porto dei saluti, quelli di El nuestro Señor.
  • Ringrazialo.
  • Tutto qui?
  • Non ho mai conosciuto El tu Señor, non so nemmeno se esista.
  • Ma lui conosce te e ognuno di noi, come fosse un vero dios, e ricordati che ci ha tirato fuori dalla miseria, non scordarlo mai.
  • Non mi interessano i rapporti univoci, genio.
  • Stai attenta a come parli, Loca.
  • Se non c’è altro, io avrei un impegno, come sai.
  • C’è altro. Una variazione di programma. L’obiettivo è cambiato. Si tratta di un mezzo scienziato, un tipo del nord direttamente dalla costa, un fisico di Cartagena.
  • Una variazione?
  • Su questo foglio ci sono tutte le coordinate. Il tipo ti aspetta nel locale, tu conversando chiederai, come al solito, tutte le informazioni che troverai scritte qui, vedi di studiartele per bene.
  • Perché devo farlo io?
  • Sei un sicario semplice. Non è contemplato fare domande, né avere risposte. Ricorda: o dentro o fuori.
  • Un sicario è un killer e io non ho mai ucciso nessuno.
  • Tu spiani la strada per chi materialmente conclude l’affare.
  • Io vi do solo delle informazioni, non so che uso ne facciate dopo.
  • Mi stai facendo perdere tempo. Hai solo due ore. Ciao Loca.
    Juanita sparì all’istante e lei restò sola, incenerita sulla panchina con quel foglio in mano che le bruciava tra le dita. Lesse rapidamente i dettagli e restò lì immobile a scrutare la strada deserta. Qualche goccia di pioggia iniziò la sua danza sull’asfalto rovente, sarebbe durato poco il refrigerio, ma quel profumo di bagnato la rimandava con la mente alla sua fragile infanzia quando ogni acquazzone era una festa e un’occasione di gioco tra bambini per dimenticarsi della povertà. Era passata poco più di un’ora quando vide in lontananza la sagoma di un uomo avvicinarsi, poteva essere il tipo in anticipo. Lo scrutò con prudenza e cautela. Un po’ in là con l’età e con il peso, camminava eretto, camicia bianca aperta sul collo e giacca blu nonostante il caldo opprimente, portava una borsa nera nella mano destra, una di quelle professionali. Sempre più vicino notò i capelli ancora neri e fluenti in armonica sintonia con due occhi chiari incastonati in un viso ovale e magnetico con il sopracciglio destro gradevolmente asimmetrico e irregolare. Le parve un viso familiare, forse visto in televisione o sui giornali. Abbassò lo sguardo per un attimo per non farsi notare e, quando lo rialzò, colse il momento in cui l’uomo entrò nel locale prestabilito. Era lui. Attese ancora qualche istante e si avviò. Lo trovò ancora in piedi accanto a un tavolino.
  • Buongiorno, posso accomodarmi?
  • Ciao Francisca, certo, prego siediti ma lasciati prima salutare come meriti.
    Loca non fece in tempo a schivare un bacio sulla guancia. Poi sentì un colpo perforarle il petto, una scossa elettrica da mille ampere: non sentiva chiamarsi così da secoli. Rimase in piedi.
  • Per l’esattezza Maria Angeles Francisca, se non ricordo male. Tutti ti chiamavano affettuosamente Frances, ma a me i diminutivi non sono mai piaciuti e poi la francisca era un’arma lo sai? Una scure da lancio utilizzata dai popoli germanici. Dovresti essere fiera di portare un nome simile e possente.
    Una spirale di pensieri disordinati turbinavano nel buio della sua mente cercando una via d’uscita. Chi era quell’uomo? Intanto notò un rigonfiamento sotto la giacca all’altezza del fianco. Era armato.
  • Ma devo dire che Loca ti dona ugualmente, un nome affettuoso dopotutto.
    Poi, quella folgorazione maledetta, quella certezza granitica. E capì.
  • Ti va di bere qualcosa? Un po’ tardi forse per un aperitivo ma sono certo che ancora non hai pranzato, su dai, sediamoci. Ramon, portaci due bicchieri di bollicine buone, uno champagne d’eccellenza per un evento così.
    Loca restò in silenzio come era stata addestrata dalla vita, mentre immagini e ricordi si rincorrevano nella sua testa in un rovinio infernale, come un’orchestra allo sbando senza direttore. Si sedette dopo di lui.
  • Sai Loca, ogni mattina mi alzo e penso che quello sia il giorno zero. Ogni giorno lo è, oggi e anche domani. E allora il mio buongiorno non è riprendere da dove avevo finito ma ricominciare, ricominciare sempre guardandomi indietro senza voltarmi mai. Da giovane non ragionavo così, le mie mattine erano pervase dalla continua ricerca della verità assoluta, solo dopo ho capito che grande errore fosse, perché la verità è un labirinto dentro il quale si cela la sua grandezza. E questo è il mio nuovo equilibrio di vita. Ma beviamo ora e brindiamo alla tua e a questo meraviglioso Paese che è la Colombia.
    Loca non si mosse e non toccò il bicchiere, doveva rimanere sobria. Lui, sorseggiando, proseguì.
  • So che stai fingendo una calma piatta ma che dentro sei in ebollizione. Chiudi gli occhi, inspira ed espira profondamente, trasforma la tua respirazione in un atto consapevole, ti rigenera il corpo e ti disossida la mente. Se impari a ciclizzare questi esercizi otterrai nuovi stimoli e risultati concreti, soprattutto in un lavoro come il nostro sempre sotto pressione.
    Incredibilmente Loca si ritrovò a chiudere gli occhi. Si perse in quella respirazione spirituale e anestetica per un tempo che non seppe mai fino a che li riaprì di scatto.
  • Va meglio? Juanita, portaci uno spuntino e chiedi a Ramon di rabboccare i calici anche se il suo è ancora pieno.
    Erano tutti lì in quel bar, la sua trappola mortale. Sì, è vero, andava meglio. Ora toccava a lei.
  • Cosa vuole da me, Señor. Insegnarmi pratiche zen?
  • Voglio solo farti una sorpresa.
  • Odio le soprese.
  • Allora dimmi cosa vuoi tu, Loca.
    Era stata scoperta. Avevano capito che voleva andarsene. Ormai era finita. Tentò il tutto per tutto.
  • Francisca non è solo un’arma. Francisca significa anche libre e io voglio essere una donna libera.
    Non credeva di averlo detto, un istinto incauto e pericoloso. El Señor restò muto e allora riprese.
  • Il mio giorno zero è stato tanto tempo fa e i giorni successivi sono stati uno e poi due e poi tre e poi mille e poi diecimila e poi c’è oggi che è ancora un altro numero. Io mi volto sempre per guardare indietro invece, mi volto tutti i giorni e rivedo la mia infanzia felice, poi la mia giovinezza calpestata e asfaltata, la mia libertà imprigionata. La mia verità è questa ed è assoluta e non c’è nessun labirinto e nessuna grandezza in cui perdersi. E questo paese è bello per gente come lei che si muove in auto di lusso e beve champagne. Perché questo giochetto dello scienziato, Señor? Perché mi ha voluto incontrare? Non credo che lei sia un dios, come dice Juanita, ma so che è tanto astuto da non sottovalutare la mia intelligenza. Cosa sperava di ottenere? Un mea culpa interiore e che cascassi ai suoi piedi? Un gratias vobis a eterna riconoscenza? Io non le devo nulla Señor. Com’era: dentro o fuori? Beh, sa che c’è? Io scelgo fuori. E grazie per lo champagne, si beva anche il mio alla sua salute che alla mia ci penso da me.
    Fece per alzarsi e andarsene ma lui riprese.
  • Sono a conoscenza della tua insofferenza sempre più forte, io so tutto, diciamo come una sottospecie di dios, e ho un grande potere, Loca.
  • Certamente, quello di ordinare a Juanita e Ramon di spararmi. Faccia pure.
  • Tu credi davvero che io sia così miserabile?
  • Non lo so, me lo dica lei, lo è? E aggiunga pure allora, sono curiosa, quale altro potere ha El nuestro Señor?
  • Quello di fare l’impossibile. Fino a oggi ho sempre fatto solo il possibile per te.
  • Oh sì, l’ho visto il suo possibile, una vita al limite della malavita. E ora mi dirà pure che sono ingrata oppure che avrei potuto rifiutare.
    Fece un cenno ai due di allontanarsi. Loca li vide uscire dal locale e subito dopo sentì il rombo di un’auto. Erano soli.
  • Vedi Francisca…
  • Non si azzardi a chiamarmi così, quello è il nome della purezza. Io per lei sono solo Loca.
  • D’accordo. Loca, io posso renderti una mujer libre, come vuoi tu. Com’è che si dice: se puoi sognarlo puoi realizzarlo. Ti dimostro come. Voltati qualche minuto per favore e stai ferma.
  • Anche poeta ora e cos’ha in quella borsa? Un kalashnikov silenziato per polverizzarmi alle spalle?
  • Ti chiedo solo pochi minuti.
    E di nuovo stranamente Loca si ritrovò a obbedire. Si girò e lo sentì dietro le spalle trafficare, ma restò immobile. Un attesa di pochi minuti.
  • Puoi girarti ora.
    Loca si voltò con lo sguardo basso e vide ogni tipo di porcheria sparsa sul tavolo: strisciate di mastice e colla, frammenti di tessuto sfilacciato, pelle artefatta e slabbrata, brandelli di capelli posticci, pezzi di plastica colorata e di cartapesta smembrata. Quello che rimaneva del viso del Señor.
  • Ciao Francisca. Sono Pedro. Pedro Miguel Gomez Ortega. Tuo padre.
    Il terrore di alzare gli occhi e ritrovarsi davanti uno scheletro o un’accozzaglia di ossa la fece rabbrividire. Poi vide altro. Il sopracciglio destro irregolare e asimmetrico tornò nella sua naturale posizione. I tratti del viso si asciugarono rivelando una snellezza che non c’era prima. Gli occhi divennero scuri e i capelli bianchi e corti. Accantonò il vomito che le saliva dallo stomaco e, glaciale, attese che la sceneggiata continuasse.
  • Nessuno sa chi sono e mi trovo costretto a camuffarmi da anni ormai. Esco raramente, troppo complicato, puoi immaginare, vivo recluso, per questo nessuno mi conosce. Oggi ho immaginato che uno scienziato potesse avere questa faccia che vedi ora sparsa sul tavolo. E poi francamente mi diverte mascherarmi. Mi spiace avertelo detto così ma non avevo scelta. Non sono qui a chiederti scusa. Di cosa poi? Di averti tolto dalla strada? Di averti dato da mangiare e da dormire? No, non devo chiederti scusa di niente. E poi sono padre di altri niños e muchachas sparsi per la Colombia e non solo, tutti con la tua stessa storia di emarginazione, ma tutti con qualcuno che badasse a loro. Di tua madre non ricordo nemmeno il nome, come delle altre donne d’altronde, ma tu sei rimasta sola e mi sono preso cura di te, nei modi che sai. Dovrei pretendere dei ringraziamenti ma non lo farò. Sono qui a dirti che puoi andartene, Francisca, del resto sei sempre mia figlia e io un padre che vuole il suo bene.
    Loca si alzò di scatto, tirò fuori la pistola e la puntò dritta su di lui che inmediatamente fece un balzo indietro con la sedia e portò la mano sul fianco pronto a usare l’arma.
  • Non ti muovere. Ti conviene stare fermo e seduto e non chiamarmi mai più Francisca. Non so chi tu sia e non mi interessa saperlo. Per me resti solo un farabutto e un criminale. Non mi hai tolto da nessuna strada perché non c’erano strade nel mio paese ma solo fango e giungla. Mia madre era una ragazzina quando mi ha avuto, tu nemmeno sai che privilegio hai avuto nel conoscerla e il suo nome invece io ce l’ho scolpito nel cuore. Non so nemmeno se nelle mie vene scorra il tuo stesso sangue ma ti assicuro che un vincolo naturale o un’affinità consanguinea o un grado di banale parentela non hanno nulla a che vedere con il rispetto e la stima. Non sono questi i legami d’amore.
    Miguel, impietrito, non si mosse, con la mano ferma ancorata sulla fondina. Loca teneva il dito saldo sul grilletto. Solo il silenzio deflagrava l’aria. Poi d’impulso abbassò il braccio. Gli voltò le spalle e incurante si avviò all’uscita. Si girò verso di lui un’ultima volta.
  • Sai una cosa Señor? Ho imparato che è meglio amputarsi prima, che morire di cancrena poi. Me ne vado. Ho una vita da rivivere da capo. Ti lascio il mio nome, il mio passato e il mio disprezzo. Non sei tu a rendermi la mi libertad. Perché io libera lo sono già. Comunque. Da ora.
    E poi solo quel fischio acuto, quel breve sibilo ronzante del volo del proiettile, quel suo viaggio a premere avanti a sé nel semispazio, per vincere la resistenza degli strati d’aria fino a risucchiarla in un preciso calcolo di direzione, senza nessuna deviazione di traiettoria. Un suono continuo quasi musicale interrotto solo dal rumore finale della detonazione. Ci fu una reazione esplosiva, un’onda d’urto, un impulso di pressione. Una manciata di secondi e tutto finì. Nell’aria densa solo fumo, polvere, gas e sangue. Sì, ormai era libera, finalmente libera.

Elisabetta Bordieri nasce a Roma ma vive in Toscana tra colline e aironi, dentro una cartolina. Scrive e corre. Corre e scrive. Il racconto è il genere che predilige poiché è dentro l’essenzialità che si cela il limite del superfluo.

:: Scheletri: il nuovo libro di Zerocalcare

8 ottobre 2020

Il nuovo romanzo grafico inedito di Zerocalcare in libreria dal 15 ottobre, è un thriller, ambientato a Roma, nel mondo di uno Zerocalcare diciottenne, che viene a contatto con il sottobosco degli spacciatori di periferia. Un romanzo grafico che l’autore definisce ‘più efferato del solito’ una storia di fiction che si ispira alla realtà, tra oggi e vent’anni fa, tra la paura del futuro e quella del presente.

Diciotto anni, e una bugia ingombrante: Zero ogni mattina dice alla madre che va all’università, ma in realtà passa cinque ore seduto in metropolitana, da capolinea a capolinea. È così che fa la conoscenza di Arloc, un ragazzo un poco più piccolo di lui che ha altri motivi per voler perdere le sue giornate in un vagone della metro B di Roma. Man mano che la loro amicizia si fa più profonda, le ombre nella vita e nella psiche di Arloc si fondono con le tenebre del mondo dello spaccio di droga della periferia romana.

Un romanzo grafico che l’autore definisce ‘più efferato del solito’, un thriller che si ispira alla realtà, tra oggi e vent’anni fa, tra la paura del futuro e quella del presente.

Nell’immagine la copertina regular, come sempre con i colori del bravissimo Alberto Madrigal.

Zerocalcare è nato ad Arezzo il 12 dicembre 1983. Dopo aver vissuto in Francia, si trasferisce a Rebibbia (Roma), quartiere cui l’autore è molto legato. Da sempre molto attivo nel mondo dei centri sociali, nel 2011 realizza il suo primo libro a fumetti, La profezia dell’armadillo, che nel 2012 viene ristampato in un’edizione a colori dalla Casa editrice milanese BAO Publishing.

:: Il punto B – Memorie da una città del Nord di Annalisa Scaglione

6 ottobre 2020

Si parte.

Piove da settimane, che al mare fa triste, e anche l’idea di una “due giorni” al gelo di una città straniera  mai visitata pare allettante, soprattutto se siamo quasi vicini a Natale e ci si aspetta quel clima nordico così suggestivo e romantico da scaldare il cuore. Il corpo no. Per quello ci sarebbero le Maldive, ovvio, e non per 48 ore, per almeno una settimana.

Per fortuna ho il colbacco. Quello di mio padre, in pelo di volpe, una vera volpe provvista di coda che, grazie al senso estetico di mia madre, è stata tagliata tempo fa, rendendo il copricapo un po’ più prêt à porter, per così dire. Forse papà, spirito mai tramontato di giovane marmotta, se ne fregava appieno. Ma, effettivamente, presentarmi all’aeroporto di Milano con una lunga coda di pelo dalla nuca al sedere … beh, forse forse potrebbe crearmi qualche problemino di inadeguatezza. Mon dieu, lungi l’idea di competere con il continuo e abituale viavai di splendide figliole che animano ogni angolo del capoluogo lombardo ma, ecco, quel minimo di autostima che ancora sopravvive in me sconsiglia il look marmotta. Meglio il taglio netto e passare inosservate.  

La pioggia al mare dissocia. La nebbia a Milano ha la magica prerogativa di farti sentire al posto giusto. La vedi – non vedi – e sai dove sei. Anche quei pinguini che cercano di abbracciarmi nel tragitto dal parcheggio al terminal sanno il fatto loro: confondo il gelo con le loro beccate che  magicamente mi guidano alle porte automatiche. Il gate è lì, l’aereo parte fra due ore.

Vi ringrazio, signori.

Destinazione: Berlino.

E questo è il primo punto. Lì fa ancora più freddo. E nevica! Ma dai che bello, che cosa dolce questa neve sulla faccia. Pizzica un po’ per il venticello che soffia a 80 km orari, ma che vuoi, l’ebbrezza di due giorni di svago, una città da esplorare, l’alberghetto tanto carino sono prospettive che mi riempiono di sano entusiasmo. Sì, certo, sono stanchina, perché sono le 21.30 ora locale, che poi è quella di Genova dove piove e quella di Milano dove non si vede a un metro, sono sveglia dalle cinque di questa mattina, ho fatto su le ultime cose e la mattinata complicata in ufficio non ha giovato… taxi! Ne vedo solo uno, bello pronto. L’albergo è vicino, in cinque minuti ci sono. E già assaporo quei bei piumotti nordici, quelli che non si capisce dove siano le lenzuola perché è tutta una cosa sola, tanto soffice e delicata, tanto da pubblicità di gente beata che salta e si tuffa in pigiama su lettoni che sembrano nuvole di panna montata. Ora che ci penso ho anche fame, dopo la doccia ci starebbe benissimo una bella salsiccia con i crauti. Tanto con questo freddo il mio corpo consuma, nel disperato tentativo di mantenere la temperatura su quei 37 gradi che mi assicurano la sopravvivenza.

Taxi! L’autista esce dall’auto e apre il portabagagli, sporge la testa in fuori e mi sorride. Gli manca un incisivo superiore. È turco. “ Guten abend”, lo approccio nel mio improvvisato tedesco. Risponde, è fatta, ci capiamo.

E lì, in quel momento quasi perfetto, non sai, non puoi sapere che la bella sensazione che stai provando può rovinosamente precipitare. Non sai che quella semplice, banale certezza – ora salgo sul taxi e in un lampo arrivo a destinazione – si sta trasformando in un incubo.

Il turco storce il naso. Ripeto il nome dell’albergo – Berlin, santi numi, è facilissimo! Berlin! ...

Non sa dove sia.

Come?!?!? Ecco, lo sapevo, non ti puoi fidare di internet, lo dice anche mia nonna. Tiro fuori il foglio stropicciato, la conferma della mia prenotazione con tanto di figurina in bianco e nero di Google Maps e glielo sbatto sul muso. Sai leggere? Hotel Berlin, solo 1,3 km da qui. Uno scherzetto!

Mi guarda allibito  – santi numi che cosa ho detto.  Mi guarda dritto negli occhi e in un perfetto inglese parte nella risata più crassa e sguaiata che abbia mai visto. Mi sento stupida. Perché mi tratta così? Me lo dice subito, è chiaro e diretto, il classico uomo che sa fare male. Non mi porterà. Per un chilometro punto tre di distanza lui non si muove, lui il motore nemmeno lo accende. Un signore, il principe che ho sempre sognato, il poeta della mia anima stanca. Rimango senza parole. E questa è una cosa grossa, perché non è da me restare a bocca aperta, al gelo, di notte, con le valigie, davanti a un uomo senza un dente. Ma questo maschio, evidentemente, è diverso. Il turco mi spiazza. Mi osservo da fuori, ho lo sguardo da ebete e l’espressione pure. Mi sembro innamorata all’istante. Eh no, da dentro mi vedo meglio e niente è così lontano dal concetto di amore come quello che provo ora. Mi incammino, incredula, verso la mia sconosciuta destinazione.

Ed ecco il secondo punto: qual è la mia disperata destinazione? Quello laggiù, grandissimo palazzone anonimo, ha sopra una scritta rossa, molto luminosa, ma il lieve strato di ghiaccio che si sta formando tra la lente a contatto e il mio globo oculare non aiuta nella corretta percezione dei caratteri …hotel….Berlin? Certo che no. Quindici minuti per trovare l’uscita dal parcheggio dei taxi, sette per attraversare la tangenziale che appena intuisco e oltrepasso senza pensare, con un urlo silenzioso auto incoraggiante, idiota come un manager sui carboni ardenti. Si chiama City. Non è il mio. E in effetti non corrisponde a quello della foto che ho portato con me. Torno indietro. Due punkabbestia – non capisco il sesso ma fa niente – sembrano gestire il parcheggio dell’aeroporto, o forse si sono messi un attimo al riparo dalla tempesta atmosferica in corso, perfettamente in linea con quella del mio animo (a distanza di tempo posso affermare che la simbiosi con la natura è una vera stronzata, in certe circostanze). Non importa perché siano lì, l’importante è che ci siano, che parlino almeno un yes e un no in inglese e che sappiano, di grazia, verso quale rotta mi tocca lanciarmi per raggiungere il mio hotel. Faccio la domanda, con il tono più perentorio di cui sono capace, sicura, decisa. O mi rispondete o vi stacco il piercing, ma questo lo lascio solo intuire. L’uomo, credo sia l’uomo, lo sa: un chilometro e mezzo sulla tangenziale maledetta, girando alla sinistra del semaforo, quello che avevo già attraversato circa venti minuti prima nella speranza di aver individuato subito l’albergo.

Bene, ora ho una meta. Perché, effettivamente, quello che mi più mi infastidisce, così, in generale, è non avere uno scopo ben preciso nella mia quotidianità. Questo senso di vuoto io proprio non riesco a reggerlo.

E mi sento vicina ad Amundsen, con il trolley al posto della slitta e i miei pensieri che abbaiano come i suoi cani. Per fortuna il colbacco resiste.

Nella via a veloce scorrimento di cui sopra, uno stradone talmente triste che il cuore quasi si conforta al ricordo delle tangenziali milanesi, sento che non devo demordere. E poi, che cosa dovrei temere? Sono adulta, in forze e mi sono fatta, in gioventù, ben due interrail e una decina di viaggetti da sola. Parlo cinque lingue, tedesco e turco a parte si capisce, e da sempre sono pervasa da un profondo sentimento cosmopolita che mi identifica con “la sorella gemella del mondo”.

Ecco, a questo proposito, in questo preciso momento, vorrei rivedere questa mia posizione.

Il suggerimento in tal senso mi è presto fornito dalla sorte nell’unico locale pubblico aperto nel deserto di cemento e capannoni che sto attraversando. Sono abbastanza esausta, infreddolita e disorientata, dopo venticinque minuti di marcia forzata senza incontrare anima viva. Decido di varcare quella soglia che mi separa dalla realtà, di affacciarmi per un attimo in un locale pieno di esseri umani. Entro. L’odore di montone infilzato e cotto per ore e ore me lo fa capire subito: sono umani, sì, ma turchi, e parlano fra di loro in maniera incomprensibile. In altre occasioni avrei ordinato al volo un sano kebab “only onions”, la mia passione gastronomica delle estati in Inghilterra. Ma ora sono in Germania e, a quanto pare, l’impero Ottomano mi perseguita. Mi avvicino al banco ma non ordino il sacro montone. Ruoto gli occhi intorno, con la rapidità della fase rem. Sono l’unica donna, ma il capo è coperto, provvidenziale colbacco! E azzardo la domanda – l’Hotel… – che esce più come un’invocazione, una sorta di preghiera a tutte le divinità del cielo. Avranno pietà di me? Si avvicinano in quattro o cinque, ma io l’ho chiesto al ragazzo del banco, non incrocio gli sguardi, tieni giù gli occhi, parlano inglese con me grazie al cielo, turco e tedesco fra di loro, alzano le voci, muovono le braccia in varie direzioni, sud, nord, forse sud-est, io lì che prego per una risoluzione pacifica del conflitto che proprio non volevo creare. «Three kilometers from here, back», sentenzia perentorio il ragazzo del banco con il grembiule macchiato di strutto e, troncando ogni discussione, sbatte sul banco un boccale di birra da tre litri. Che non è per me.  

Ringrazio ed esco. La tensione è alle stelle. Il vento incalza e la mia rabbia pure. Tre chilometri da qui, opposto senso di marcia? Devo tornare indietro, rifare tutto daccapo, anche i punkabbestia saranno andati a dormire (nel delirio li immagino arrotolati nel mio piumotto, nella mia stanza, nel mio hotel). Non posso, non voglio credere a quanto mi hanno detto. D’accordo, la verità fa sempre molto, molto male quando è completamente divergente dalle tue aspettative, e quando sei snervato dentro è proprio insopportabile. Non cedo al pianto e mi convinco che i turchi mi abbiano mentito. Davanti al locale si è fermato un taxi che prima non c’era. Un piccolo accenno di speranza. L’autista è seduto dentro, e io busso al finestrino. Un ometto piccino, biondiccio con gli occhi azzurri. Bene, forse è un taxista più del luogo, altezza a parte, e ciò mi può finalmente aiutare, fornire la chiave di questa assurda caccia al tesoro. Mi preparo psicologicamente a offrirgli una corsa doppia, tripla se è il caso, e gli indico sul foglio bagnato zuppo della prenotazione il nome del mio hotel. Un secondo di silenzio e lui, senza nemmeno avvisare, mi vomita sulla faccia una valanga di parole durissime, cattive, tedesche. Esce dalla macchina, sbatte la portiera e, con un grugnito che suona come il più popolare degli inviti a viaggiare, se ne entra per un kebab.

Rimango lì, ancora una volta basita.

Spirito cosmopolita? Sorella gemella del mondo? Qui no, qui non vale. Secondo me sono alieni.

E ora il punto è che vorrei chiamare a casa, i miei, gli amici, le persone che amo e anche quelle che amo così così, per avvisare tutti immediatamente. Chiudete le finestre, sbarrate le porte, non comunicate e non pensate! L’invasione è cominciata e, se tanto mi dà tanto, questi possono arrivare fin là… Ma sono sfinita, l’ho già detto, e riesco a pensare soltanto a me stessa. Prendo il cellulare e digito il numero dell’hotel, l’ho stampato per sicurezza. È un rischio, ne sono consapevole, perché non so come potrebbero reagire al mio disperato bisogno di aiuto.

Al terzo squillo mi aspetto un banalissimo Hallo, Hotel Berlin, Guten Abend, ma no. La risposta della fräulein dura circa due minuti di parole incomprensibili – e di euro di chiamata che per me è ovviamente internazionale, senza contare l’obolo aggiuntivo di € 1,00 che il mio implacabile gestore si trattiene. Non riesco a fingere, la mia voce trema nell’approccio telefonico in inglese. Calma e concentrati. Respira forte. Va tutto bene, ma il training autogeno non funziona, quando torno mi faccio restituire i soldi del corso. Purtroppo è con tono disperato e confuso che cerco di spiegare l’incresciosa condizione in cui mi trovo e non commuovo, com’è da aspettarsi. Alla voce metallica della receptionist descrivo minuziosamente tutto quello che vedo intorno, nel tentativo disperato che capisca dove sono, che chiami i soccorsi, una muta di San Bernardo, che mandi un elicottero! Ma nei paraggi non ci sono segni particolari, nessuna macchia di colore nella desolazione che mi circonda.

Mi chiede se ho una bussola.

?

E spasmodicamente comincio, con le mani assiderate – i guanti sono nel trolley, in aereo si schiattava dal caldo – a scavare nelle mie tasche. Wait a moment, please, che ora la trovo ‘sta bussola. Fazzoletti, biglietto del treno Chiavari – Genova Brignole che è qui dall’anno scorso, scontrino del parrucchiere, cinque centesimi e un mezzo pacchetto di chewing-gum ghiacciati, talmente duri che non oso metterli in bocca, pena mutuo immediato per sostenere l’ennesima seduta dal dentista che da anni alimento e mantengo (pare che ultimamente si sia comprato una Porsche e mi sento dannatamente responsabile di questo suo avventato acquisto). C’è un buco nella tasca del piumino e lo chiarisco alla fräulein: la bussola mi è scappata da lì.

Non ride, e francamente adesso nemmeno io.

E a questo punto, all’improvviso, il punto di vista cambia, mi si riaccende la fiammella della speranza. Alzo gli occhi e la vedo, come per miracolo. La pompa di benzina! Sì, vai, ci siamo! Ora glielo dico, la fräulein avrà fatto il pieno almeno qualche volta, dico, se lavora qui vicino l’avrà fatto, no?!? E allora sa dove sono e mi aiuta… sì, forse… ecco… proprio adesso mi assale un’ansia assurda. E cado, cado rovinosamente sul particolare, il dettaglio che può fare la differenza e salvarmi. Io-non-mi-ricordo-come-si-dice-pompa di benzina- in-inglese.

Vuoto assoluto, buio completo. Sono finita.

Per inciso apro un inciso, piccolo, solo una parentesi tonda, per mettere nero su bianco il mio attuale bisogno di certezze. La situazione è complessa e io sono stufa. Non si può passare dalla disperazione alla speranza con questa velocità. Mi scopro a pensare, con maggiore intensità, a un’idilliaca condizione di pace esistenziale. Magari nel mio albergo. Starò crescendo.

Avrò detto qualcosa di significativo, anche se non me ne sono accorta, perché la ragazza, all’improvviso, smette di farmi domande sul mio essere qui o e lascia i punti interrogativi per il più rassicurante dei punti. Quello fermo, fisso, il punto classico, insomma.

Left.

È risoluta e la cosa mi dà coraggio. Devo stare sulla sinistra del vialone e proseguire solo per altri quattrocento metri, una sciocchezza dopo i chilometri fatti, e, sempre secondo lei, trovo l’hotel.

Non mi posso sbagliare, dice. Non mi devo sbagliare, penso.

Il punto, un altro, è che io non so contare i metri.

Non perché io non sappia contare fino a quattrocento – chiaro che mi rompo ma ce la faccio – quanto perché proprio la misurazione dello spazio con i suoi parametri annessi e connessi mi è incomprensibile. Tutto quello che riguarda numeri e conti mi è oscuro. È come se una parte del mio cervello fosse assolutamente spenta, o mai stata creata, o che ne so. Il bello è che non me ne importa assolutamente niente, questione di forma mentis, la mia, e non mi sono mai buttata giù per questo. Il brutto è che questo mi ha sempre creato qualche problemino, sia con la matematica di cui non ho mai capito l’utilità, sia di comunicazione in certi casi (certo signora, la lanterna è famosissima, guardi è poco più in là, saranno…cinquanta metri, però non so se a quest’ora la fanno visitare. Ma lei vada, provi, tanto è qui vicino… Giusto quei tre chilometri dalla piazza del centro, dedalo di vicoli dove non batte il sole. I più bei quartieri del mondo per me, ma non so se la malcapitata turista, un po’ troppo ben vestita per la casbah da attraversare, l’avrà pensata così).

Comunque, a occhio – il mio! – e croce, secondo me sui quattrocento metri ci sono. L’albergo no. Tristezza assoluta, palazzoni di uffici ovviamente vuoti a quest’ora, buio sconfortante.  Mi siedo sul trolley, in silenzio, nella speranza che un angelo mi venga in soccorso. Si sa, gli angeli con Berlino vanno a nozze, fatto che francamente non mi spiego, e allora perché mai non dovrebbero aiutare me? Perché sono straniera?

Un sussulto di disperazione occupa momentaneamente il mio stomaco vuoto. La temperatura della faccia rasenta i – 10°C che, sempre per il problema di misure a cui sopra ho accennato, potrebbero anche essere meno. Di più no. Se solo mi esce una lacrima mi ritrovo un solco al primo disgelo e non conviene, perché in questo momento il chirurgo plastico si colloca tremendamente fuori dal mio budget.  

Dall’altro lato della strada intravedo una casa tanto carina, una specie di miraggio nel deserto dell’orrido. Sembra quella delle favole, ha mille lucine di tutti i colori e tende rosse alle finestre. Intuisco un bel camino acceso, sicuro che dentro fa caldo. Ha un aspetto così gentile! Certo non può essere la mia meta perché quel bonbon di casa è senz’ombra di dubbio a destra, e la mia meta si trova left, left, left.

E a questo punto mi sento guidata, saranno gli angeli, mi hanno ascoltata? e mi lancio senza nemmeno arrivare al semaforo verso quella visione provvidenziale. Apro la porta e mi ritrovo nel ristorante più tipico che potessi immaginare, candele accese, atmosfera rassicurante. C’è anche un presepe per terra e rimango male per il mio involontario calcio al bue che sta egregiamente svolgendo il suo compito. La ragazza in abito tradizionale, grembiulone e maniche a sbuffo, mi sorride, vedendomi entrare. Sorride? Fisso lo sguardo al cartellino appuntato sul decolleté bello pienotto: Heidi. E come potrebbe chiamarsi altrimenti?

Heidi guarda, mi vedi? io sono davvero disperata non so dove sono che cosa faccio ho anche un filo di crisi esistenziale ma questo non è il momento di parlarne lo so … vedi Heidi tu mi hai sorriso e ora è logico che mi aiuti perché non so quanto posso andare oltre sto vivendo un incubo e mi sento stanchissima sola vuota ho fame e voglia di dormire sai Heidi anche di farmi una doccia se posso concedermi un piccolo lusso ma non chiedo di più va bene così ecco… se solo tu cortesemente potessi dirmi se sai… «DOV’È L’HOTEL BERLIN?».

Mi dice che siamo nel ristorante dell’albergo, che devo solo attraversare il corridoio, aprire la porta, attraversare il cortile, entrare da un’altra porta che mi trovo di fronte, ecco vede, quella dove c’è l’insegna dell’albergo, e lì trovo la reception.

Mi viene quasi da ridere, ma ho la consapevolezza che si tratti di una reazione isterica.

Grazie Heidi, sono arrivata.

Annalisa Scaglione è nata nel 1970. Laureata in Giurisprudenza, vive e lavora in Liguria. Nel 2020 è stato pubblicato il suo primo romanzo, “La partita va giocata” (Ed. Scatole Parlanti).

:: Premio Nobel per la Letteratura 2020 – dite la vostra: Louise Glück

6 ottobre 2020

Giovedì 8 ottobre alle 13 sarà annunciato il Premio Nobel per la Letteratura 2020. Chi fareste vincere? quali sono i vostri candidati? Lo potete scrivere nei commenti a questo post poi scopriremo l’8 ottobre se qualcuno di noi c’è anche andato vicino. Io propongo Don DeLillo so che non vincerà ma ormai voto per lui da vent’anni. E proprio quest’anno di pandemia sarebbe una buona scelta. Ora dite la vostra.

:: Arrivano parole dal jazz di Nicola Vacca (Oltre Edizioni 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

Esce domani, 6 ottobre, Arrivano parole dal jazz raccolta poetica che l’autore Nicola Vacca dedica agli artisti che hanno fatto grande questa musica nata nei primi del Novecento come diramazione del Blues. Ma più che un mero omaggio in versi alle stelle più fulgenti di questa nobile arte è un viaggio come lo stesso jazz è, un viaggio nelle parole, nelle emozioni che il jazz suscita nell’autore, nel mondo che queste note sanno ricreare, un mondo malinconico, sporcato di pioggia e di screpolato spleen. Proprio la quarta parte della silloge “Perchè amo il jazz” ci porta nel cuore vero di questo volume e ci aiuta a dare una chiave di lettura per comprendere la profondità di questo amore per questa musica maudit, che trae le radici più profonde dai canti degli schiavi afroamericani d’America. Un dolore universale sembra sgorgare da questa musica senza tempo, che come tutte le arti eterne è stata amata e elaborata non solo da artisti afroamericani lasciando inciso nell’anima il senso vero di questa musica che travalica appunto le barriere etniche e sociali. Nicola Vacca trova le parole per esprimere tutto ciò e lo fa con semplicità e immediatezza, carismi della sua voce poetica autentica e sincera. Leggo tra le righe tanta sofferenza sublimata in bellezza, da vite molto spesso tormentate, precipitate negli inferni artificiali, o lasciate troppo presto alla deriva e condannate all’autodistruzione. E nonostante questi lati oscuri il jazz tocca le corde tese dell’anima, quasi non sporcandosi con le contingenze del mondo ma infondendo quel senso di meraviglioso che abbaglia e stordisce. Lasciarsi trasportare in questo mondo è appunto un viaggio nell’altrove, nel mitico e nel meraviglioso, nell’eternità rarefatta di un assolo, di un virtuosismo o di una voce sincopata e unica. Riuscire a trasmettere in parole cosa il jazz è, cosa rappresenta per tantissime persone nel mondo è la preziosa qualità di questo testo forse più destinato ad essere recitato in parole e musica che semplicemente letto. Ma anche nell’intimo di una lettura in solitudine trasmette quelle vibrazioni che scaldano il cuore e uniscono in una sorta di fratellanza universale le persone più diverse e complesse. Da segnalare la playlist finale a cura di Tommaso Tucci e le essenziali illustrazioni di Alfonso Avagliano che impreziosiscono il volume oggetto d’arte di per sè. Prefazione di Vittorino Curci.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog “Zona di disagio”. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa e l’autore.

:: Helgoland di Carlo Rovelli (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

5 ottobre 2020

La nascita della fisica quantistica e le conseguenze sul mondo di oggi, tutto raccontato come in un romanzo di formazione.
Un’ impresa degna della grande intelligenza di Carlo Rovelli che in Helgoland con la sua scrittura convincente e sobria ci conduce per mano in una avventura straordinaria che decifra le carte della realtà.
Un saggio in cui il noto fisico oltre a manifestare la sua passione per la fisica quantistica racconta la stagione irripetibile di una generazione di pensatori cresciuti nel mito di Albert Einstein.
Tutto ha inizio nel giugno 1925 quando un giovane fisico di nome Werner Heisenberg si ritira in un’isola nel Mare del Nord e in quel luogo ha trovato che ha permesso di rendere conto di tutti i fatti recalcitranti e di costruire la struttura materica della meccanica quantistica. In quei giorni nacque la più grande rivoluzione scientifica: la teoria dei quanti che permise di vedere la realtà dentro un interno di stana bellezza.
Rovelli inizia con lui il suo viaggio nel mondo della fisica quantistica, facendoci innamorare con le sue narrazioni contaminate di questo mondo affascinante che è alla base della vita, della realtà e delle nostre umane relazioni.

«Ho scritto queste pagine in primo luogo per chi non conosce la fisica quantistica ed è curioso di comprendere, cosa sia e cosa implichi».

Nel libro il fisico non si parla addosso ma viene incontro ai lettori con autentica chiarezza, essendo coinciso nella trattazione degli argomenti e con molta umiltà afferma: «Più che spiegare come capire la meccanica quantistica, forse spiego solo perché è così difficile capirla».
Carlo Rovelli accetta la sfida: tuffare lo sguardo nell’abisso della teoria dei quanti, senza temere di sprofondare nell’insondabile.
La meccanica quantistica è un’esperienza psichedelica e Rovelli con i suoi racconti ci porta nel cuore di questa vicenda dove la scienza incontra la conoscenza e dove l’esperienza va a braccetto con la filosofia.
Il compito della scienza è quello di non aver paura di ripensare il mondo. Tutto passa per il coraggio di reiventare in profondità il mondo, questo è il fascino sottile della scienza e Carlo Rovelli ritiene necessaria una conoscenza immanente sempre dedita al dubbio che sia sempre in grado di scavare nella realtà.

«La fisica mi sembrava il luogo dove l’intreccio fra la struttura della realtà e le strutture del pensiero fosse più stretto, il luogo dove questo intreccio fosse messo alla prova incandescente di un’evoluzione continua. Il viaggio intrapreso è stato più misterioso di quanto mi aspettassi».

Il viaggio di Helgoland ci conduce in un mondo ricco di relazioni che comprende la nostra mente, i nostri pensieri, tutta la nostra vita.

«Scoprire nuove mappe per pensare la realtà, che ci mostrano il mondo un poco meglio. Questa è la teoria dei quanti».

Grazie a Carlo Rovelli per questo nuovo e indimenticabile viaggio nella prospettiva stupefacente della meccanica quantistica che parla di noi.

Carlo Rovelli (1956), fisico italiano, si è laureato all’Università di Bologna ed ha poi svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, prima di rientrare in Europa presso il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Insieme a Lee Smolin e Abhay Ashtekar ha introdotto la cosiddetta Teoria della gravitazione quantistica a loop. Lui e Smolin hanno successivamente perfezionato la teoria sulla base degli studi di Penrose. Attualmente la teoria della gravitazione quantistica a loop è considerata la teoria quantistica della gravità più accreditata e trova tentativi di applicazione nella cosmologia quantistica e nella fisica quantistica dei buchi neri. Rovelli ha inoltre sviluppato una formulazione della meccanica classica e quantistica che non fa riferimenti espliciti alla nozione di tempo. In collaborazione con Alain Connes, ha proposto l’ipotesi del tempo termico, nella quale il tempo emerge solo in un contesto termodinamico o statistico. Infine, ha introdotto una interpretazione relazionale della meccanica quantistica basata sull’idea che lo stato quantistico di un sistema deve sempre essere interpretato come relativo in un altro sistema fisico (ad es. la velocità di un oggetto è sempre relativa ad un altro oggetto). Rovelli si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con un libro sul filosofo greco Anassimandro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.