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:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

:: White Noise diventerà un film

15 gennaio 2021

Quando chiesi a Luigi Bernardi se mi consigliava di leggere Rumore Bianco di Don DeLillo mi disse sì, assolutamente, anzi si stupì che non l’avessi già letto. Così comprai l’edizione Einaudi tradotta da Mario Biondi e mi innamorai di quel libro, a prima vista si potrebbe dire. La notizia che il regista newyorkese Noah Baumbach lo adatterà per Netflix, con protagonisti Greta Gerwig (Babette) e Adam Driver (Jack Gladney) sulle prime mi ha incuriosito molto. Poi ho letto delle polemiche sul fatto che sia o meno un film filmabile e ho sorriso pensando alla faccia che avrebbe fatto Bernardi. Okey, Baumbach non ha mai tratto un film da un libro, e Rumore Bianco è un capolavoro proprio soprattutto per la scrittura molto entusiasta. Ma sì, penso in tutta onestà se ne possa fare un film, tutto è filmabile, se si ha un progetto in mente. Netflix sicuramente provvederà ai mezzi necessari per la realizzazione e noi spettatori non dovremo far altro che sederci in poltrona e guardare lo spettacolo. Le riprese inizieranno il prossimo giugno, la notizia sembra confermata, per cui polemiche o meno il film si farà. Vedremo chi scriverà la sceneggiatura, e se DeLillo sarà coinvolto, sempre che ne abbia voglia. Si sa scrivere una sceneggiatura è diverso che scrivere un romanzo, ma di precedenti illustri di grandi scrittori anche ottimi sceneggiatori ce ne sono, per cui stiamo a vedere.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: In uscita – I capolavori di GEORGE ORWELL – a cura di Enrico Terrinoni

13 gennaio 2021

A settant’anni dalla morte di George Orwell, Newton Compton manda in libreria le opere del grande scrittore, tre volumi a cura dell’anglista e traduttore Enrico Terrinoni.  
Ne I capolavori (Newton Compton, I Mammut, pp. 960, euro 12,90) il lettore potrà leggere: La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi e a Londra;  Giorni in Birmania e infine Omaggio alla Catalogna. 
Ma Newton Compton rende anche disponibili, ciascuno in un volume a sé stante, i romanzi più noti di Orwell: 1984  e La fattoria degli animali (Newton Compton, I Minimammut, pp. 164, euro 5,90).   Un’occasione imperdibile dunque per riscoprire il grande scrittore che ha saputo scorgere nelle parole, come sottolinea Enrico Terrinoni nella sua introduzione, “un legame strettissimo con la politica, mostrandosi preoccupato dal declino del linguaggio”: «L’inglese si sta abbrutendo, perché i nostri pensieri si stanno facendo brutti e futili», argomentava Orwell. «Muoiono le metafore, abbondano le immagini trite, manca la precisione nelle descrizioni… C’è bisogno allora di opere metaforiche e allegoriche.»  Quelle opere indimenticabili, ancora attuali, che George Orwell ci ha regalato.

La fattoria degli animali (1945) è una favola in cui gli animali soppiantano gli umani espropriando la fattoria in cui lavorano sotto continui maltrattamenti. Dopo aver cacciato gli uomini la gestiscono autonomamente, fino a quando lo spirito rivoluzionario non sarà tradito e verranno a imporsi altre forme di sfruttamento: un’allegoria delle rivoluzioni trasformatesi in autoritarismi, o anche un esempio di letteratura per l’infanzia in cui si legge in controluce la lotta eterna tra giustizia e ingiustizia.

1984 (pubblicato nel 1949) è l’ultima opera di Orwell e il suo classico per eccellenza. Romanzo distopico, vede la storia di una società futuristica e disumanizzata, rigidamente divisa in classi e dominata da un’ideologia perversa che sovverte i valori basilari della civilizzazione, come anche i cardini della comunicazione, primo tra tutti il linguaggio. È, paradossalmente, sia una visione apocalittica dell’evoluzione del socialismo agli occhi di un autore anarchico, sia una feroce critica di tutti i capitalismi, colpevoli di proporre propagandisticamente visioni distorte della realtà.  

Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), l’opera prima di George Orwell, è un prezioso scritto che contamina autobiografia, invenzione e reportage, una perla della letteratura della working-class.  

Ma il primo, vero romanzo è Giorni in Birmania (1934), in cui Orwell demistifica l’imperialismo inglese, denunciandone il razzismo e svelando la falsa coscienza degli europei. Omaggio alla Catalogna (1938) è un resoconto personale della Guerra Civile Spagnola, a cui Orwell partecipò; la sua è una testimonianza diretta e al contempo un’opera di grande interesse storico. È anche il racconto di un’utopia, di quel sogno interrotto che condusse l’autore alla stagione delle distopie che lo avrebbe reso immortale.

George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato in India da una famiglia scozzese nel 1903 e morto a Londra nel 1950. Giornalista culturale, saggista, critico letterario, Orwell è oggi considerato uno dei maggiori autori di lingua inglese del Novecento. Partecipò alla guerra civile spagnola contro Franco; da posizioni socialiste, passò in seguito a una dura critica del regime staliniano. La Newton Compton ha pubblicato 1984, La fattoria degli animali e il volume unico I capolavori (La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi.

Enrico Terrinoni è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia. È autore della monumentale traduzione dell’Ulisse di Joyce, pubblicata dalla Newton Compton con grande successo di critica. Ha tradotto, tra gli altri, Muriel Spark, Brendan Behan, G.M. Flynn, B.S. Johnson, John Burnside, Miguel Siyuco. Collabora con «Il Manifesto». È autore di Oltre abita il silenzio, saggio “eretico” di teoria della traduzione.

:: LA PROMESSA DI CHLOE – CHLOE’S PROMISE di Barbara Panetta, a cura di Paola Rambaldi

13 gennaio 2021

Barbara Panetta, nata a Reggio Calabria, vive a Londra col marito tedesco e le due figlie trilingue “Con Emily e Lucy parlo in italiano e loro si rivolgono a me a volte in italiano e a volte in inglese. Col padre si esprimono in tedesco e a scuola usano l’inglese”.

Dopo la laurea in lingue, Barbara, si e trasferita a Buenos Aires per completare un master in linguistica sperimentale, gli studi linguistici e l’interesse per la psicoanalisi l’hanno poi portata a dedicarsi alla scrittura. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo Ricordi in movimento e si è a lungo occupata di traduzioni, collaborando anche con musicisti di fama internazionale. Scrive storie, cura antologie di racconti, e ama leggere favole alle sue figlie, spesso inventandole.
La storia di Chloe infatti è molto piaciuta alle bambine, tanto da condividerla con gli amici, così durante il Lockdown, Barbara, si è decisa a illustrarla con gli acquerelli proponendola in pubblicazione e destinandone il ricavato in beneficenza.
La promessa di Chloe, tradotto in italiano e inglese, è un libro dove si racconta dell’esausta Chloe, una formichina operaia che lavora senza sosta per raccogliere cibo per l’inverno, che chiede una pausa ai genitori con la promessa di un maggior impegno nei giorni a venire.
I genitori valuteranno se concedere o meno l’agognata pausa e Chloe e i fratellini saranno tenuti a mantenere la loro promessa.
L’acquerello ha colori morbidi che piacciono ai bambini e il libro è correlato da una colonna sonora creata appositamente da un musicista. L’aspetto musicale non va sottovalutato. Agendo in maniera irrazionale genera sentimenti nell’ascoltatore. E Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe adatta al testo affiancandola a pezzi conosciuti, associando a ogni frase e stato d’animo la giusta creazione musicale. Questo aiuta il bambino a ricordare meglio parole ed espressioni linguistiche e facilita l’apprendimento dell’inglese.
Per acquisire una buona pronuncia La promessa di Chloe può essere accompagnata dall’ascolto del video-libro Ant Chloe che trovate su YouTube
https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=4PPKo_m54SA

Le lingue si apprendono attraverso molti stimoli, incluso un libro che può essere letto dal genitore ai bambini, o in maniera autonoma da un bambino più grande seguendo la traduzione. Se anche il neonato non è in grado di comprendere ciò che ascolta, sa distinguere la lingua familiare da un’altra e le ricerche dimostrano che essere esposti a due sistemi linguistici diversi favorisce da sempre una sensibilità maggiore verso le componenti del linguaggio.
Il bimbo bilingue apprende che per ogni oggetto ci può essere più di un’etichetta ed è in grado di gestire due lingue contemporaneamente.
In questo caso i bambini si identificano con la formichina Chloe e i suoi fratellini, perché sono piccoli come loro. E nel loro piccolo sono capaci di intraprendere grandi percorsi e comprendere che chi semina raccoglie. Attraverso l’uso di un linguaggio semplice Barbara trasmette questo messaggio ai bambini.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve.

Io stessa, incuriosita, ne ho appena ordinato una copia da regalare a mia nipote Bianca di quattro anni.

:: La vibrante protesta di Faber il poeta – a cura di Nicola Vacca

11 gennaio 2021

Fabrizio De André è stato e resterà sempre uno dei nostri più grandi poeti. A ventidue anni dalla sua scomparsa (il cantautore è morto a Milano l’11 febbraio 1999), Faber continua a essere una presenza ingombrante e scomoda con le sue parole taglienti e anarchiche.
Leggere e ascoltare De André per molti di noi oggi è ancora una necessità, perché la sua poesia è ancora un’urgenza che suona l’allarme.
Le storie, i volti, i sentimenti cantati da Fabrizio non ci parlano solo di vite negate e di vite subite, ma anche di riscatto e resistenza.
Di questo nostro grande navigante che va in direzione ostinata e contraria, noi uomini liberi oggi abbiamo bisogno più che mai.
Abbiamo bisogno delle sue parole irriverenti perché oggi gli ultimi sono ancora qui, gli emarginati sono diventati un esercito, il potere è ancora quel sistema che ci prende per fame, la libertà è in pericolo e la guerra è una minaccia quotidiana.
Ci manca la sua voce ironica e dolente anche se ci resta la sua grande poesia che non smettiamo mai di ascoltare affinché il disastro che ci circonda non ci colga impreparati.

«Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori: i nomadi, le infinite prinçese chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a se stesso, è già di per sé un vincente».

Vibrano ancora le parole del grande Fabrizio su questa decadente domenica delle salme e su di noi anime morte che abbiamo il dovere civile di non rassegnarci e di svegliarci prima che tutta questa decadenza dell’effimero ci uccida e ci estingua.
De André ha sempre vissuto fuori dal gregge e lo ripeteva sempre con le sue parole nomadi libere di viaggiare.
In smisurata preghiera scrive:

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità».

Faber era convinto che le parole sonno affascinanti perché cambiano continuamente di significato. «Sono nomadi come sono gli uomini», disse durante un concerto.
In queste affermazioni c’è il grande poeta che insegue la lingua, cerca nella libertà delle parole quella contaminazione che apre il cuore degli uomini, abbatte i muri, e arricchisce il pensiero.
Faber crocifigge il mondo caduto in un inverno inesorabile, scopre la possibilità della rivolta, comincia a sognare con i piedi per terra e nel ballo mascherato della vita ci ricorda che Tutti morimmo a stento.
Oggi è andata male, bisogna inventarsi un domani. Il futuro passa per la «vibrante protesta» di Fabrizio De André, un uomo solo che ha avuto il coraggio di lottare con le maggioranze perverse di uomini organizzati.

«È che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita (ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità, credo di averla vissuta), mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto paura, semplicemente questo. Poi si potrebbe parlare a lungo».

Davanti agli elementi del disastro le tue parole di lotta e di libertà sono la nostra eredità. Certo, stiamo ancora attendendo la buona novella e chissà se mai ci sarà un nuovo messia. Intanto noi in un libero andare abbiamo nel nostro zaino di viandanti le tue parole apocrife e nomadi di uomo in rivolta che ha avuto il coraggio di dire sempre no.
Anche se ci mancano i tuoi occhi vigili su tutta la bruttezza di questo mondo, da cui tu te ne sei andato in un freddo gennaio, lo stesso mese in cui si congedò dalla vita il tuo grande amico Luigi che è per sempre nei versi bellissimi di quella tua preghiera laica e blasfema, un tarlo nelle coscienze dei «Signori benpensanti».

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Processo a Shanghai” (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2021

Benvenuto Xiaolong e grazie per avere accettato questa nuova intervista, e sempre un piacere leggere i tuoi libri e sei sempre molto disponibile quando ti chiedo un’intervista per cui cominciamo. Allora è da poco uscito in Italia Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella. La prima domanda quindi che ti faccio è: secondo te la Cina, attualmente, è uno stato di diritto? E soprattutto, anche in passato lo è stata mai veramente?

A: È sempre un piacere parlare con te. La tua domanda mi ricorda un dibattito in Cina non molto tempo fa. Qualcuno ha sollevato una domanda sui social media: cos’è più grande in Cina, la legge o il partito? In altre parole, è lo stato di diritto o lo stato del PCC che prevale in Cina? Alcuni intellettuali discutevano animatamente in un modo o nell’altro, ma praticamente tutti conoscono la vera risposta. Quindi, dopo un paio di settimane, il “People’s Daily”, il giornale controllato dal partito, ha chiuso il dibattito dichiarando che si tratta di una falsa questione. Le persone non possono parlare di diritto separatamente dal partito. Punto. E nella mia ricerca per Processo a Shanghai, sono arrivato a trovare qualcosa che non è mai stato discusso nei libri di testo di storia cinese: non esiste una magistratura indipendente in Cina, non ora, non in passato. Nessuna separazione di potere. Nessun controllo o limitazione. In effetti, quelle storie di giudici ben note nell’antica Cina non sono corrette: il giudice Dee o il giudice Bao non erano giudici, ma funzionari di alto rango che prestavano servizio negli interessi del governo.

Premetto che io personalmente ho una grande ammirazione per il mondo cinese, per la sua cultura, la sua filosofia, la sua poesia, la sua arte. La Cina è depositaria di una cultura millenaria che potrebbe solo avere un effetto virtuoso sulla società globale anche se attualmente il suo sistema politico, il cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi, è minato dal suo interno da derive autoritarie che se non arginate da una separazione dei poteri potrebbero portare a un serio conflitto di civiltà con il mondo occidentale. Nei tuoi libri ti fai mediatore di queste due culture, questo ruolo l’hai scelto o ti è capitato come per caso?

A: Questa è un’ottima domanda. È la tradizione culturale in cui sono cresciuto. A causa dei miei frequenti viaggi in Cina, alcuni dei miei amici hanno persino scherzato sul mio complesso cinese. Lo stesso si può dire dell’ispettore Chen con il suo attaccamento alla cultura antica, in particolare alla poesia e filosofia cinese classica. E hai ragione sull’ispettore Chen che media tra la vecchia cultura e il cosiddetto socialismo minato dall’interno da una deriva autoritaria, che ha già portato a un grave conflitto con il mondo occidentale. Come Chen, ho lavorato per anni in Cina, credendo che avrei potuto fare la differenza introducendo la letteratura modernista occidentale in Cina e traducendo la poesia cinese classica in inglese. Anch’io ho sognato la coesistenza complementare delle due culture. Ormai, tuttavia, Chen è un uomo molto disilluso, e lo sono anch’io. Detto questo, non siamo ancora pronti ad arrenderci.

C’è un bellissimo film di Zhang Yimou, The Story of Qiu Ju, in cui una intensa Gong Li si occupa in un certo senso del funzionamento della giustizia “cinese”. Pensi che attualmente ci siano scuole di pensiero in Cina, più propense ad un adattamento del sistema giudiziario cinese in chiave occidentale? O inclini a una maggiore autonomia dei poteri, e una minore subordinazione all’autorità del partito unico?

A: All’epoca in cui è stato realizzato The Story of Qiu Ju (1992), alcuni cinesi parlavano del funzionamento della giustizia “cinese”, qualunque cosa quel termine potesse significare per i cinesi. In un certo senso, ci sono così tante storie di incorruttibili giudici gongan nell’antica Cina perché non c’è giustizia nel senso occidentale del termine, quindi nell’inconscio collettivo, le storie di incorruttibili giudici/ufficiali sono emerse come una sorta di compensazione. Non molto tempo fa, l’attuale giudice supremo della Cina, Zhou Qiang, ha dichiarato apertamente che la Cina deve sfoderare la spada contro il sistema giudiziario occidentale. Quanto alla subordinazione all’autorità del partito unico, in realtà sta diventando sempre più presente. Solo un paio di giorni fa, una giornalista cinese indipendente è stata condannata a quattro anni di reclusione a causa delle sue notizie da Wuhan durante l’epidemia di coronavirus. È stata giudicata colpevole di “aver provocato disordini”, un reato comunemente usato dal governo del PCC per perseguitare le persone per aver denunciato o scritto sul lato oscuro della società.

Mi sono avvicinata al socialismo (forse utopico) all’università e lo preferisco di gran lunga al capitalismo esasperato, ma sono consapevole che il socialismo con caratteristiche cinesi è un’interpretazione e quasi una metabolizzazione di un sistema politico nato in Occidente. Quasi una forma di colonizzazione culturale, si potrebbe dire. Quale sistema politico autenticamente cinese sarebbe desiderabile in Cina oggi, secondo te?

A: Nel termine “socialismo con caratteristiche cinesi”, la modifica delle “caratteristiche cinesi” parla di tutto questo; in altre parole, è un cosiddetto socialismo o sistema politico che non puoi trovare da nessun’altra parte se non in Cina. È una combinazione di dittatura proletaria comunista (un termine positivo molto propagandato nella mia giovinezza) con il capitalismo clientelare (intrecciato con la gigantesca e onnipresente ragnatela del potere autoritario del PCC). E oggi è ulteriormente trincerato da un implacabile controllo ideologico e da una rete di sorveglianza onnipotente. Come l’ispettore Chen, ero piuttosto idealista riguardo al socialismo in gioventù, ma una volta modificato con “caratteristiche cinesi”, è una storia completamente diversa.

Nel tuo romanzo fai cenno ai droni che sorvegliano le persone, della videosorveglianza si può fare un uso virtuoso, per il controllo della criminalità e il mantenimento della sicurezza, come un uso nefasto se porta alla soppressione dei più fondamentali diritti umani e alla persecuzione dei dissidenti. Insomma le tecnologie non son un male in sé ma bisogna vedere l’uso che se ne fa. Cosa ne pensi?

A: Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che le tecnologie non sono cattive di per sé, ma devi vedere come vengono utilizzate. Posso darti un altro esempio che io stesso ho sperimentato. WeChat è una piattaforma di social media che offre molte comode funzioni ai cinesi. Nei treni della metropolitana, puoi vedere la maggior parte dei giovani che tengono i cellulari in mano, impegnati a mandare messaggi, leggere e parlare attraverso WeChat, e troppo spesso uso WeChat per chiamare i miei amici cinesi sul web. D’altra parte, WeChat è una piattaforma seguita da vicino e sorvegliata dai webcop ventiquattr’ore su ventiquattro. Se dici o pubblichi qualsiasi cosa considerata potenzialmente contro il PCC, sarai immediatamente scovato per essere punito e il tuo messaggio scomparirà con un segno di avvertimento per violazione dei regolamenti governativi, anche se quali regolamenti, i webcops non li specificheranno. Un paio di anni fa, ho scritto un articolo in memoria di Yang Xianyi, un noto studioso cinese, che fu espulso dal PCC dopo la sua denuncia della sanguinosa repressione di Tian’anmen nel 1989. Il mio articolo non diceva nulla sulla repressione, ma lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato su WeChat, è stato rimosso con un segnale di avvertimento rosso. Quello che è successo a me non è stato così disastroso. Il dottor Li Wenliang, che ha menzionato su WeCaht un’epidemia simile alla SARCE scoppiata a Wuhan quando il PCC stava ancora disperatamente coprendola, è stato convocato all’ufficio di polizia dove ha dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza per aver detto cose non approvate dal governo. E il dottor Li è morto di coronavirus poco dopo.

Nel tuo romanzo accenni a un tipo di reclusione senza processo, un tempo utilizzata per combattere la corruzione da parte dei politici, ora estesa a tutti i settori della società. Perché è accettata dall’opinione pubblica cinese? Si riferisce a qualche forma di tradizione culturale?

A: Si chiama Shuanggui in cinese. Shuang significa doppio, gui significa specifico. Quindi significa detenzione o reclusione per un periodo di tempo specifico e in un luogo specifico. A differenza della normale detenzione con un determinato periodo di tempo, può durare indefinitamente e, per quanto riguarda il luogo, può essere ovunque, in segreto. In altre parole, il PCC ha il potere di mettere le persone in detenzione senza mandato e processo aperto. Inizialmente, è stata presentata sui giornali ufficiali come una pratica speciale per trattare con funzionari del Partito corrotti che potrebbero avere connivenze attraverso i loro contatti, sebbene fosse così progettata per controllare i danni, poiché durante lo Shuanggui vengono “messi a posto” tutti i dettagli più sordidi. Al giorno d’oggi, Shuanggui è esteso a tutti i settori della società, alla gente comune. Ovviamente è un tema controverso nell’opinione pubblica cinese, ma “accettato” perché le persone potrebbero mettersi nei guai se esprimono le loro vere opinioni. Per quanto riguarda ogni possibile relazione con la tradizione culturale, potresti aver sentito di un vecchio detto cinese: quando l’imperatore vuole che un uomo muoia, non ha altra scelta che morire. È anche conforme al sistema etico Confusion (n.d.t gioco di parole tra Confuciano e confusione).

C’è molta amarezza, molto disincanto nel tuo romanzo e allo stesso tempo un debole filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati. Ti fidi dei giovani? Pensi che i giovani cinesi saranno in grado di portare una nuova ondata di cambiamento?

A: L’ispettore Chen è un uomo molto disincantato e disilluso che non può non provare amarezza per come stanno andando le cose nella Cina di oggi. Lo sono anch’io. Tanto più amareggiato perché ama davvero il paese, per il quale una volta aveva speranze e sogni idealistici. Di recente, ho riletto “1984”. Il controllo ideologico del PCC e la configurazione supportata da tutte le tecnologie di sorveglianza hanno messo i giovani cinesi in una situazione difficile, anche peggio che in “1984”. La propaganda spudorata del Partito sembra funzionare per lo meno fino a un certo punto. Per non parlare del materialismo incoraggiato dal PCC che continua a erodere l’idealismo politico tra di loro. Detto questo, ho ancora un filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati e che i giovani cinesi possano essere in grado di portare una nuova ondata di cambiamento.

Chen Cao, il tuo personaggio legge con interesse “Poeti e omicidi” del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. E si impegna a scrivere un racconto con il giudice Dee, questa volta autenticamente cinese. Hai mai provato a fare lo stesso?

A: Sì, o io o Chen Cao l’abbiamo fatto. In origine, la novella interpretata dal giudice Dee era stato progettato come parte del romanzo dell’ispettore Chen. Poiché non gode più della fiducia del PCC, Chen deve indagare in segreto su un caso estremamente delicato mentre sta leggendo “Poeti e omicidi” di Gulik sugli exploit del giudice Dee. Così viene colpito dall’idea di scrivere una novella del giudice Dee come copertura per le sue indagini. Nella sua ricerca per il romanzo, si rende conto che le indagini criminali in Cina devono sempre essere al servizio della politica – attualmente nell’interesse del PCC e in passato nell’interesse degli imperatori. Così le due indagini si commentano a vicenda. Su suggerimento del mio editor di Marsilio, le due parti escono come due libri separati. Quindi leggerai presto il libro del giudice in modo indipendente. E potrebbe essere divertente leggerli fianco a fianco.

E poi non posso fare a meno di chiederti di Jin, l’assistente di Chen Cao. Ha finalmente trovato una compagna?

A: In “Processo a Shanghai”, Chen si rende conto che potrebbe esserci un futuro, una lunga strada per Jin e lui per andare insieme, mano nella mano. Nel prossimo romanzo dell’ispettore Chen, “Murder in the Days of Coronavirus”, Jin lavora ancora a stretto contatto, incrollabilmente al fianco di Chen. Chen si sente però sempre più turbato al pensiero che al giorno d’oggi lui, in quanto bersaglio inconfondibile sotto l’onnipresente sorveglianza governativa, non può che mettere a repentaglio la vita e la carriera di una ragazza come lei – a causa della sua compagnia. Nel frattempo, non può non sentirsi sempre più attratto da lei come sua vera compagna.

E infine, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.  

A: Dal titolo, “Murder in the Days of Coronavirus”, puoi più o meno indovinare di cosa tratti il romanzo. È ambientato nei giorni in cui il governo del PCC vede i primi segni di gestione dell’epidemia, iniziando a fare propaganda spudoratamente sul lavoro del regime autoritario, ma con qualcosa di simile a un caso di omicidio seriale che accade in un ospedale affollato di pazienti Covid-19, il caso è visto come politico, per cui il governo chiede l’aiuto di Chen per arrivare a una rapida soluzione. Nel frattempo, Chen sta lavorando in segreto a un progetto completamente diverso: la traduzione in inglese di un diario di un’epidemia a Wuhan scritto da un suo amico che vive lì. È un libro che non sarebbe mai stato pubblicato in Cina e, con l’aiuto di Jin, Chen riesce a portare avanti sia l’indagine che la traduzione nonostante tutti i rischi …

:: Mi manca il Novecento: Leonardo Sciascia, a futura memoria – La letteratura civile di un maestro eretico a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2021

L’8 gennaio 1921 a Racalmunto nacque il più grande e libero intellettuale del Novecento. Il suo nome è Leonardo Sciascia.
Lo scrittore più importante e più scomodo del dopoguerra, l’uomo che non non hai mai cercato il compromesso, l’intellettuale che ha combattuto la menzogna del potere attraverso la letteratura della ragione.
Leonardo Sciascia sempre dalla parte degli infedeli e della verità, una vita spesa a dare l’allarme, come il suo amato Camus.
Uno scrittore impegnato sul fronte della polemica, sempre pronto alla deflagrazione delle idee, un uomo che poteva permettersi di andare in direzione ostinata e contraria che ha sempre anteposto la verità alla menzogna.
La sua letteratura civile è un esempio e anche una lezione, ma è anche profezia.
Compito di uno scrittore autentico è quello di vedere le cose prima che esse accadano.
Leonardo Sciascia con le parole e il pensiero libero è stesso un testimone prezioso, e spesso inascoltato, delle macerie di questo nostra Italia.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore.
Da autorevole polemista non amò mai l’arte ibrida del compromesso. Durante il rapimento di Aldo Moro non risparmiò critiche pungenti alle istituzioni. Nel lucido saggio L’affaire Moro, pubblicato da Sellerio, indignato scriveva: «Vale la pena difendere questo nostro Stato?». Sciascia, addolorato dal rapimento dello statista democristiano, è arrivato alla conclusione che questo Stato fosse affetto da gravissime difficoltà istituzionali.
Lo scrittore di Racalmuto è stato un precursore dei nostri tempi: il primo a denunciare le aberrazioni del sistema giudiziario, intuendo, con largo anticipo e lucida intelligenza, i drammatici esiti della giustizia politica.
Un capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prese con chi nella magistratura usava la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida».
La lotta alla mafia non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile, né questo nobile principio può essere strumentalizzato per raggiungere meri fini carrieristici.
Basta dare un’occhiata alle trattative tra lo Stato e Cosa nostra di cui si sta discutendo oggi, per capire come i professionisti dell’antimafia, che lo scrittore polemicamente aveva smascherato, sono ancora in servizio permanente effettivo.
Sciascia aveva la grande capacità di intuire verità scomode di estrema attualità. Egli è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati. Grande sostenitore dello Stato di diritto e strenuo sostenitore della giustizia giusta, dopo le aberrazioni giustizialiste del caso Tortora, Sciascia riteneva vergognoso che un magistrato nel nostro ordinamento non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice.
Il tema della giustizia giusta, di cui fu divulgatore, è stato un punto fermo soprattutto nella sua instancabile attività di polemista. Alle sue pagine sul garantismo – grande lezione di civiltà – oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista. «Tutto è legato, per me ,al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo». A queste parole egli pensava quando sul Corriere sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
Molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987- Sciascia scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, avendo il coraggio di denunciare le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario.

«Se al simbolo della giustizia- osservava da autentico veggente- si sostituisse quello delle manette, saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo è riuscito. E si parla tanto di manette, oggi, tante se ne vedono sui giornali o sui teleschermi: oggetti che magari saranno necessari ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e quando simbolicamente agitate sono ripugnanti».

Sciascia stigmatizzò i pericoli reali della giustizia spettacolo, di cui la cultura del tintinnio delle manette è stata negli anni Novanta la sua evidente manifestazione.
Anche in questo è stato profeta. Qualche anno dopo è arrivata la via giudiziaria alla politica con i processi sommari e il tintinnio delle manette. Sciagure che hanno minato alle sue fondamenta lo Stato di diritto, che già lo scrittore siciliano vedeva minacciato e compromesso.

L’attività saggistica di Sciascia e il grande amore per la verità

Leonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità e questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e dell’eresia.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio: «avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».
Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è
».

Sciascia, la letteratura e la polemica

Leonardo Sciascia scrittore autenticamente libero non amava nessun richiamo all’ordine nelle cose letterarie e nella letteratura.
Leonardo Sciascia, occupandosi della letteratura italiana dal ’ 40 ai giorni più recenti e scrivendo di libri che resisteranno oltre la stagione della loro pubblicazione, dichiara completamente finita la generazione del carabiniere a cavallo, con le sue storiche malinconie e nostalgie, con gli apologhi della conservazione, con le evasioni e gli arabeschi.
Negli scritti letterari Leonardo Sciascia è sempre al centro con una lucidità estrema del dibattitto nel suo mondo culturale. Con le sue annotazioni sa sempre essere testimone non ortodosso, libero e scomodo di quello che gli accade intorno. Da uomo libero come pochi scrive: «L’Italia è davvero lunga. Ma bisogna anche dire, il mondo culturale italiano è pieno di dimenticanze, disguidi ed equivoci».
Sempre dalla parte degli infedeli, anche quando la sua riflessione lucida e caustica si occupa di critica alla politica.
Da leggere la voce «Montecitorio» da un progetto di un «Dizionario» di cui alcune voci furono pubblicate sul «Corriere della Sera». In questo volume ne sono riportate alcune tra cui quella dedicata alla Camera dei Deputati in cui Sciascia descrive il suo rapporto personale con quell’aula sorda e grigia dopo la sua elezione in Parlamento.

« Sorda in quel che vi si diceva; grigia in quel che si muoveva. Seminate in un terreno già preparato (si pensi all’antiparlamentarismo de «I vecchi e i giovani» di Pirandello), le due parole ancora verdeggiano. E confesso di averle ritrovate, di esserne stato per un momento come aduggiato, il 20 giugno, mentre da un banco alto della sinistra guardavo quelle centinaia di facce confitte nei gironi degli scanni e sentivo le voci raccogliersi indistinte, salire, gonfiarsi e ribollire come una nuvola. Una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti. Solo che si sentissero condannati: e sarebbero meno sordi e meno grigi.Al contrario che nel regno di Dio, in una repubblica democratica molti sono gli eletti, pochi i chiamati».

A futura memoria, Sciascia con noi per sempre

A noi restano le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

:: Nasceva oggi: Giorgio Caproni

7 gennaio 2021

Nasceva oggi a Livorno, il 7 gennaio 1912, Giorgio Caproni.

:: Come diventare una book blogger (felice) di Shanmei

5 gennaio 2021
Clicca sulla cover per l’acquisto

Ci sono diversi manuali sul blogging in lingua italiana, destinati al mondo del blogging prettamente italiano, alcuni più specifici e tecnici, altri più generalisti dedicati ai principianti che per la prima volta si accostano a questo mondo variegato e complesso. Ne ho letti alcuni, altri li ho solo sfogliati o ne ho letto l’indice. Essere blogger è anche questo, informarsi, cercare di essere addetti alla comunicazione consapevoli, seri, responsabili. E mi sono detta perché non raccogliere quello che ho imparato in dieci anni di blogging in un manuale, di facile consultazione, dedicato sia ai neofiti assoluti che ai blogger più navigati che hanno voglia di percorrere nuove strade, confrontarsi con altre esperienze?

Ecco da questo nasce Come diventare una book blogger (felice), un manuale pratico ben lungi da essere considerato una bibbia del blogging, ma diverso dagli altri manuali in commercio, dedicato a quel settore specifico che è il blogging letterario.

Lo definisco manuale, ma forse è più corretto dire vademecum. Contiene insomma una serie di consigli, escamotage, soluzioni che ho trovato in anni e anni di blogging più che altro da autodidatta. Non posso definirmi una blogger professionista perché attualmente non è la mia primaria fonte di reddito, né una fonte di reddito, ma l’impegno, la dedizione, la fatica è reale, e insomma leggermente diversa da quella dedicata un hobby prettamente amatoriale.

A chi può essere utile questo manuale non manuale?

Innanzitutto a chi si accosta anche per la prima volta al mondo del blogging letterario, o per mera curiosità, o perché sta valutando anche seriamente se aprirne uno. Lungi da me volere incoraggiare o dissuadere, io mi limito a raccontare la mia esperienza e quello che ho imparato in questi anni.

A chi, magari anche da anni, ha un blog letterario ed è curioso di conoscere altri percorsi, di vedere come determinati problemi sono stati affrontati, studiare altre filosofie, altri schemi. 

Ho commesso errori? Tanti e probabilmente li continuo a compiere. Un blogger professionista, con partita IVA, che vive del suo lavoro probabilmente troverà quanto scrivo di scarso interesse, ma non rimpiango le scelte che ho fatto, la strada che ho percorso. Forse occupandomi di altro di food, viaggi, lifestyle, politica avrei avuto più soddisfazioni economiche, ma io amo i libri, amo leggerli, recensirli, intervistare gli scrittori che li hanno scritti. Ognuno insomma deve scegliere la sua vocazione, il proprio campo e cercare di eccellere in quello.

Ora se sono una eccelsa blogger ne dubito, ma il mio percorso è questo, continuerò ad andare avanti per vedere dove la strada conduce. Cercherò di migliorarmi, di evolvere, magari di lasciare il bozzolo della blogger dilettante per diventare a tutti gli effetti una professionista. In fondo è il mio sogno, e credo sia il sogno di molti blogger che coltivano il loro hobby con passione e determinazione.

Devo anche dire che quando sento dire che il blogging letterario è solo un hobby, senza sbocchi, senza livelli di crescita, un po’ mi arrabbio, perché non è così. Certo l’editoria è in crisi, la gente non legge, i lavori creativi e intellettuali sono sottopagati o non pagati del tutto, molto si basa sul volontariato, ma io mi auspico che un giorno chi ne voglia fare un lavoro possa farlo. Acquisendo le competenze giuste, facendosi aiutare da altri professionisti, migliorando sempre.

Ecco questo è l’augurio che faccio a me e faccio a voi. La libertà di poter scegliere che tipo di blogger volete diventare. E soprattutto vi auguro che mai troviate sul vostro cammino qualcuno che vi dica: è impossibile. O se anche lo trovate, perlomeno siate liberi di non credergli.  

:: Mi manca il Novecento: Lacrime e santi di E. M. Cioran a cura di Nicola Vacca

5 gennaio 2021

«Il Dio che Cioran concepisce, quindi, è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio pernicioso (un «Sadico Cosmico», citando Lewis) macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto – nulla».

Prendo in prestito queste parole da uno scritto di Antonio Di Gennaro per introdurre alcune considerazioni dopo la rilettura di Lacrime e santi, uno dei tanti libri dinamitardi di Emil Cioran.
Paradossalmente la sua posizione nei confronti di Dio contro nasce dalla frequentazione assidua dei mistici, che Cioran ama incondizionatamente.
In questa ermeneutica delle lacrime, come definisce egli stesso il suo libro, Emil si affida a tutti i paradossi del suo pensiero per inchiodare Dio, ovvero il funesto demiurgo, alle sue responsabilità.
Qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio, la sua colpa è aver creato un mondo osceno, corrotto, obbrobrioso. Il peggiore dei mondi possibili.
«C’è del putrido nell’idea di Dio», scrive Cioran. Dio, non è più presente: nemmeno le nostre bestemmie riescono a rianimarlo. Si chiede Cioran: in quale ospizio si sta riposando?
Queste alcune delle considerazioni sulla divinità decrepita presenti in Lacrime e santi, piccolo e prezioso libro in cui i mistici incontrano la bestemmia.
Cioran non rinuncia mai a essere estremo pensando per paradossi. Sostiene che più i paradossi su Dio sono audaci, più esprimono l’essenza.
Dio è dovunque e in nessun luogo. Tutt’al più oggi è un Assente universale, scriva il paradossale Cioran quasi per sconfessare con pensieri che conservano un aroma di sangue e di carne un Dio apparso nella giusta luce che Emil considera un niente in più.
Cioran rivolge a Dio e al cristianesimo un attacco frontale e lo fa a viso aperto grazie anche al suo grande amore per i mistici e al rifiuto totale della cultura dogmatica e della teologia.

«La teologia è la negazione di Dio. Che idea bizzarra, mettersi in cerca di argomenti per provare la sua esistenza! Tutti quei Trattati non valgono un’ esclamazione di santa Teresa. Da quando la teologia esiste, non una sola coscienza ne ha ricavato una certezza in più, perché essa non è altro che la versione atea della fede. Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica. Tutto ciò che è istituzione e teoria cessa di essere vivo. La Chiesa e la teologia hanno assicurato a Dio un’agonia duratura. Soltanto la musica, di tanto in tanto, lo ha rianimato».

Questo è uno dei passi più significativi di Lacrime e santi e ci mostra la religiosità atea di Cioran che passa per la verità scomoda dei mistici ma mette in rilievo senza filtri la questione religiosa all’interno del pensiero tragico di Cioran, un uomo e un pensatore che nei suoi scritti e nella sua vita ha ingaggiato un duello frontale con Dio.
Lacrime e santi è la preghiera di un ateo che si ribella alla cattiveria di Dio, l’idea più pratica e pericolosa che mai sia stata concepita, grazie alla quale l’umanità si salva o si perde.
Con una predisposizione alla lacrime e armato di scetticismo, che è il coraggio supremo della filosofia e della vita, Cioran abbraccia la mistica (che eli stesso definisce un’evasione dalla conoscenza) per perdersi privo di speranza nei deserti interiori di Dio, una demenza ufficiale, accettata. Ancora una volta ricorre alla figura significante del paradosso e scrive che tutto il cristianesimo è un’unica crisi di lacrime, di cui resta un sapore amaro in cui Dio è soltanto una passione fuggevole, una moda della mente e senza di lui tutto è notte e con lui la luce diventa inutile. Il paradosso ancora una volta è servito e la verità la sentiamo vicina, molto vicina.

:: Dal libro al cinema: Il Commissario Ricciardi serie tv diretta da Alessandro D’Alatri a cura di Giulietta Iannone

3 gennaio 2021

Una bella notizia per tutti i fan del Commissario Luigi Ricciardi, personaggio letterario nato dalla penna di Maurizio de Giovanni: il 25 gennaio uscirà su RAI Uno il primo di 6 episodi dedicati alle indagini del celebre commissario dagli occhi verdi nella Napoli degli anni ’30.

Un successo annunciato, una conferma per chi ha già amato la serie letteraria, un mezzo per avvicinare anche i pochi che ancora non la conoscono. Tutti, insomma siamo curiosi di vedere i personaggi prendere vita.

Ricciardi avrà il volto di Lino Guanciale, Enrica sarà interpretata da Maria Vera Ratti, Maione da Antonio Milo, la tata Rosa da Nunzia Schiano, il dottor Modo da Enrico Ianniello, Bambinella da Adriano Falivene. Gli episodi saranno: In fondo al mio cuore, Vipera, Il giorno dei morti, Il posto di ognuno, La condanna del sangue, e Il senso del dolore.

Ora tocca solo avere ancora un po’ di pazienza e vedere cosa sono riusciti a fare, ma dalle foto di scena sembra già che abbiano fatto un ottimo lavoro. Buona visione!