Archivio dell'autore

:: Arrivederci a Settembre!

1 agosto 2022

Liberi si prende una meritata vacanza, come tutti gli anni ad agosto facciamo una pausa, ma ciò non toglie che qualche post estemporaneo, non programmato, possa uscire. Noi comunque torneremo a settembre. Buone vacanze a tutti!

:: Nasceva oggi: Raymond Chandler

23 luglio 2022

Nasceva oggi 23 luglio 1888 a Chicago, Raymond Chandler, qui ritratto con la sua gatta nera di nome Taki.

:: L’uno dall’altro di Philip Kerr

19 luglio 2022

Dopo la trilogia berlinese, proseguono le imperdibili indagini di Bernie Gunther con una nuova avventura del detective più scorretto di sempre.

È il 1949, Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi… Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma nella Germania del dopoguerra nulla è semplice: accettando il caso, Bernie affronta molto più di quanto si aspettasse, e presto si ritrova in pericolo, circondato da sciacalli, in un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri…

Philip Kerr Nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, pubblicato nel 1989 e primo capitolo della trilogia berlinese, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. È inoltre autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. Fazi Editore ha pubblicato l’intera trilogia: Violette di marzo (2020), Il criminale pallido (2020) e Un requiem tedesco (2021).

:: L’eredità medicea di Patrizia Debicke van der Noot

4 luglio 2022

Con L’eredità medicea, preceduto da L’oro dei Medici e La gemma del Cardinale de Medici, si conclude la trilogia sui Medici di Patrizia Debicke van der Noot, una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano.

6 gennaio 1537: nella notte della Befana, Lorenzino de’ Medici, detto Lorenzaccio, uccide a tradimento il cugino Alessandro de’ Medici, duca di Firenze. Firenze è decapitata. Serve un successore da nominare, e in fretta. Il diciassettenne Cosimo de’ Medici, unico figlio di Giovanni delle Bande Nere, assumerà il potere con l’appoggio di Alessandro Vitelli, comandante dell’esercito imperiale. Ma tanti, troppi nemici lontani e vicini tramano contro il nuovo duca. Un intero esercito si sta radunando ai confini per spodestarlo. E tra coloro che lo circondano, di chi può veramente fidarsi? Chi sono i crudeli mandanti dell’Ombra, lo sconosciuto traditore, la serpe in seno che attenta alla vita di Cosimo de’ Medici? E a cosa mirano? Riuscirà Alessandro Vitelli a intervenire in tempo per proteggerlo?

Patrizia Debicke van der Noot, nata a Firenze, ha viaggiato molto e ha trascorso la sua vita sia in Italia che all´estero. Nel luglio 2019 si è definitivamente trasferita dal Lussemburgo a Voghera.
È considerata una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano.
Collaboratore editoriale di Delos Books, Mentelocale, Milano Nera e The Blog Around The Corner, Contorni di noir, Libro guerriero, è coordinatrice e conduttrice per il Festival del Giallo di Pistoia. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari.

:: Susie Steiner (1971 – 2022)

3 luglio 2022

Autrice della serie poliziesca che ha per protagonista la detective Bradshaw della Polizia di Cambridge.

:: I pomeriggi della domenica – Vite vagabonde di Emil Szittya e Lajos Kassák di Roberto Sassi, Illustrato da Francesca Dimanuele (RAUM Italic, 2022) recensione a cura di Andrea Rényi

3 luglio 2022

La piccola editoria che lavora con passione dietro le quinte, quella fatta di case editrici artigianali, intrepide, con pochi titoli, offre spesso scoperte encomiabili, originali e indimenticabili. Al punto che da qualche tempo accolgo sempre volentieri l’occasione di poter leggere i loro libri nella speranza, a ragion veduta, di avere a che fare con pubblicazioni curate, insolite, e di alta qualità. Nelle ultime settimane me ne sono capitate ben due fra le mani, entrambe meritano l’attenzione di un pubblico più vasto.

Su questa testata desidero presentare il piccolo libro curioso di un giovane italiano sulle avventure di due intellettuali ungheresi in giro per l’Europa all’inizio del Novecento. L’autore, Roberto Sassi, è un sociologo urbano residente a Berlino, coautore, con Teresa Ciuffoletti, di Guida alla Berlino ribelle, per Voland (2017), coautore anche di Verborgenes Berlin (Jonglez Verlag, 2020), e di articoli in tema letterario e urbanistico. Il libro è stato pubblicato da Raum Italic, una casa editrice italo-tedesca di Berlino e distribuito dalla casa editrice manotavana Corraini.

I pomeriggi della domenica è incentrato sulla riscoperta di Wandern, il vagabondare, per lo più a piedi, che era un modo di scoprire l’Europa in voga fra i romantici tedeschi, e che i due ungheresi misero in pratica un secolo dopo spinti dal bisogno e dalla curiosità. Dei due protagonisti Lajos Kassák (1887 – 1967), scrittore, poeta e pittore, ha sempre goduto di una certa notorietà anche internazionale, fin dai suoi anni giovanili, mentre il libro riporta alla luce la figura dimenticata di Emil Szittya (1886 – 1964), nato a Budapest come Adolf Schenk, oggi sconosciuto ai più anche nella sua madre patria. Eppure Szittya era un intellettuale di spicco e pioniere dell’arte del Novecento: fra il 1906 e il 1907 partecipò alla vita della comunità cristiano-comunista di Monte Monescia sopra Ascona che il gruppo di fondatori, idealisti e artisti dal calibro di Bebel, Hesse, D.H. Lawrence, Laske-Schüler, provenienti da tutta l’Europa e persino da oltremare, ribattezzò Monte Verità. Szittya fu uno dei primi a comprendere la grandezza di Chagall e Henri Rousseau, frequentò Lenin e Trotskij, fondò riviste d’avanguardia e scrisse anche alcuni romanzi. Viveva giá da anni all’estero quando, nel 1909, incontrò Kassák a Stoccarda e ne divenne il mentore. Kassák vi era giunto a piedi da Budapest e con Szittya fece un giro di tre mesi per la Germania, il Belgio e la Francia. Si separarono a Parigi, quando Kassák sentì il richiamo di Budapest. Nel 1918 Szittya rimase implicato nell’affare Konsten che segnò la fine dei suoi rapporti con l’Ungheria. Si trasferì prima a Vienna, poi a Berlino, e nel 1927 scelse Parigi dove stabilirsi definitivamente. Annoverò fra le sue amicizie Stravinsky, Honegger, Eric Satie, e fra il 1940 e il 1944 partecipò alla resistenza francese, fino alla fine dei suoi giorni rimase se non protagonista, ma un personaggio onnipresente in tutto ciò che era in qualche modo legato all’arte e alla vita culturale contemporanea.

Oltre alla pittura, alla letteratura e alla traduzione, Lajos Kassák era anche un politico impegnato che definiva se stesso „un uomo socialista”. Come tale fu messo all’indice da tutti i regimi che si susseguirono nei suoi sessant’anni di attività politica e artistica. Colonna dell’avanguardia pittorica e prolifico poeta, era anche uno studioso delle tendenze artistiche della prima metà del Novecento, come l’Espressionismo, il Dadaismo, il Futurismo, il Surrealismo, il Costruttivismo. Da eccellente un uomo di lettere, era anche un attento cronista dei suoi tempi. La sua voluminosa opera autobiografica, Egy ember élete. Önéletrajz (Vita di un uomo. Autobiografia), rappresenta una fonte importante per la ricostruzione dell’epoca e della vita artistica anche europea.

In Vita di un uomo Kassák ripercorre anche i mesi di vagabondaggi ricchi di avventure con Szittya nel 1909, descrive gli espedienti ai quali erano ricorsi per assicurarsi la mera sopravvivenza, e i tanti incontri interessanti che avevano avuto la fortuna di fare. I capitoli dedicati alle loro vite vagabonde erano stati tradotti dall’ungherese in tedesco e in francese e pubblicati in volumi autonomi, dai quali Roberto Sassi ha saputo trarre ispirazione e comporre un piccolo libro interessante, ben scritto e pieno di sorprese. Le belle e ingegnose illustrazioni di Francesca Dimanuele accompagnano il testo creando un insieme armonico, e la stimolante postfazione di Gian Piero Piretto incornicia la storia e ne puntualizza gli elementi fondanti.

:: Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

Se la vanità sembra in un primo tempo il suo peggior difetto, più della lussuria, dell’ egoismo, della megalomania (forse è anche un assassino) più ci si inoltra nel suo tessuto mentale, (solido come la storia della lingua portoghese che viene richiamata con preziosa naturalezza dalle tante citazioni in portoghese arcaico, intrecciate al testo, perfette se vogliamo, un gioco di costruzioni a incastro), più l’irritante spocchia che lo avvolge si stempera in autentica disperazione, in buia solitudine, in doloroso fallimento per una vita bruciata nel paradossale vuoto di significato. (Per lui un filologo, quale orrore). E allora sì è difficile non provare simpatia per questo imperfetto essere umano, e nello stesso tempo grandioso personaggio. Entrare nella mente e nella vita di Heliseu richiede tempo e pazienza, bisogna adeguarsi alla cadenza dei suoi pensieri, e provenendo dalla lettura di un romanzo diametralmente opposto in intenti e considerazioni, ho raggiunto questa sintonia un po’ oltre le prime pagine. Ma quando questo è capitato, allora la lettura si è rivelata preziosa, interessante, ricca.

Cosa scopriamo di Heliseu da Motta e Silva? Un reazionario, come ho origliato una volta in quella stessa sala caffè, nemmeno riesce a essere di destra. Lui che di politica non vuole occuparsi, attanagliato dalla noia mortale della politica brasiliana, che pretenderebbe opinioni e prese di posizione. Marito infedele, di Mônica (sempre compianta), unico suo vero amore (ma è davvero capace di amare il nostro Heliseu? Lui è la fatica mortale della vita di coppia), la cui tragica fine lo crocifigge dai sensi di colpa. Padre insolvente di un figlio, Eduardo, la cui omosessualità crea tra i due un abisso e una separazione da niente colmata (lui che ha l’eleganza di risparmiare al padre i dettagli).  Figlio di un padre per cui la cosa importante per un uomo è avere una buona giacca, spendibile in tutte le occasioni. Amante di Therèse, giovane, bella e ambiziosa dottoranda dall’accento e le lusinghe di molte francesine il cui fascino è pari alla loro disinvoltura.
Se la sua vita pubblica la sua carriera è smagliante e ricca di soddisfazioni, (vince i concorsi per eccesso di competenze), la sua vita intima e privata è un totale fallimento, una nerissima sconfitta, un doloroso vuoto. Ma questa frattura sembra non pesargli. La sua vanità (o più che altro conferma di sé) che lo fa attardare un attimo di troppo allo specchio, è l’unica fragile debolezza di un momento. E poi il sipario cala. Mai sapremo se pronuncerà quel discorso (ormai così asciugato da apparire uno scheletro, sublime artificio di retorica), o anche se solo uscirà dalla porta di casa. Come nel monologo di Molly Bloom, una sola frase chiude il romanzo. Tezza  sceglie: Sto bene. Come se a qualcuno importasse. Forse al lettore sì.

Questo romanzo meriterebbe ben altra analisi e una mia più profonda conoscenza della letteratura in lingua portoghese o della storia brasiliana, (quanti rimandi, allusioni, assonanze, ironiche frecciate mi sono perduta) ma non ostante la fallibilità di chi scrive, la bellezza del testo traspare con così tanta forza, che già solo una comprensione parziale è sufficiente ad apprezzarlo.

:: Joanna Rakoff, Un anno con Salinger a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
Salinger non aveva necessità economiche, Il giovane Holden stava immobile come una pietra miliare inscalfibile e remota. Chi scrive un’opera così può anche metaforicamente spezzare la penna e non scrivere più niente. Neanche una riga. Ma non certo Salinger. Per alcuni scrivere è un’esigenza primaria, come bere, mangiare, dormire. Ma non lo è il pubblicare. Più che una mancanza di desiderio di confronto con il pubblico dei lettori (Salinger era adorato, ogni lettera a lui inviata lo testimoniava) si può ascrivere questo comportamento a qualcosa di più delicato, impalpabile, nobile. A un eccesso di sensibilità, più che di indifferenza.
Dicevo che la Rakoff in questo libro ci parla di Salinger, e sicuramente lo fa in modo indiretto, ellittico, riflesso forse l’unico modo adatto per parlare di questo scrittore. Tale e tanta è la tensione emotiva che riesce a trasmettere. Ma soprattutto ci parla di sé, della giovane ragazza che era quando entrò in punta di piedi, quasi dalla porta di servizio, in una delle più antiche e prestigiose agenzie letterarie di New York (la Harold Hober Associates, 425 Madison Avenue, fondata nel 1929, curatrice del J.D. Salinger Estate, di cui la Rakoff non fa mai il nome limitandosi a chiamarla l’Agenzia, come se fosse l’unica).
E ci parla di libri, di scrittura, del mondo letterario della seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso. Di agenti, editor, reading di David Foster Wallace, di editori che tengono in cantina casse di prove di stampa, di riviste letterarie, di quando Winona Ryder comprò una lettera di Salinger a un’asta e gliela inviò per posta, tanto sapeva quanto non amasse avere la sua corrispondenza in giro. Non solo aneddoti, pettegolezzi, voci di corridoio, più che altro il racconto appassionato di un mondo rarefatto e composito, con leggi e regole proprie, a suo modo implacabili, visto con gli occhi luminosi di una ragazza che scopre quasi con un sussulto di incredulità che la Letteratura, da sempre da lei adorata, ha anche derive più prosaiche: che ci sono contratti, clausole, scambi di denaro.
Esatto, è il denaro la cosa che sembra più sorprenderla, come se scalfisse la purezza di un ideale (è una scrittrice che sogna di vivere di poesia), pur non riuscendoci fino in fondo. Lei che vive in un appartamento senza lavello e senza riscaldamento (deve aprire il forno) e mangia quando può, centellinando persino un caffè, dopo che il padre ha smesso di pagare i suoi conti (bene, ora hai un lavoro) svelandole di aver richiesto un prestito d’onore per i suoi studi, falsificando la sua firma, prestito che ora deve ripagare a rate.
Non aspettatevi di scoprire chissà quale retroscena scabroso, quale verità inconfessata sulla vita di Salinger. Non svela fatti, nomi, date. Questa è più che altro la cronaca di un amore letterario nato in maniera insolita e imprevista. L’anatomia di una perdita, come la stessa autrice definisce tutti i libri di Jerry (ormai la confidenza è tale che si può permettere di chiamarlo così). E se questo non fosse chiaro all’inizio, sicuramente è evidente nel capitolo finale, con la forza di un’epifania.
La Rakoff parlò al telefono con Salinger, persino lo incontrò una volta quando lui si recò in Agenzia. Ormai era piuttosto anziano, debole d’udito, timido, paziente, disponibile, (io me lo immagino anche un po’ ingobbito, le persone molto alte di solito invecchiando lo diventano) e la Rakoff imparò ad amarlo tramite i suoi libri, non letti da lei ma dai suoi fan. Fu infatti leggendo le lettere che Salinger riceveva che scoprì la grandezza di questo autore, il cui talento maggiore era spingere, molto socraticamente, gli altri a parlare di sé.
La Rakoff non aveva mai letto niente di Salinger prima di mettere piede nell’Agenzia. E forse non è necessario aver letto Il giovane Holden, 9 Racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri per leggere questo libro. Ma dopo averlo letto non è escluso che proviate l’irrefrenabile desiderio di leggere questi libri. O rileggerli.
E se qualcuno rimarrà deluso, aspettandosi di conoscere di Salinger molto di più, non resta che ricordagli che di lui restano sempre i suoi libri già pubblicati, e presto tutti gli inediti che verranno dati alle stampe nei prossimi anni. La Rakoff a suo modo ha scritto una lunga lettera a Salinger, simile alle tante che lesse in quel fatidico anno e ancora si pente di non avere salvato. E forse questa consapevolezza è lo spirito giusto per affrontare questo memoir, questo tributo postumo, fatto per dirgli: hai visto poi alla fine sono riuscita a pubblicare le mie poesie, a diventare una scrittrice anche io.

:: Paul Auster, Trilogia di New York a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non è affatto facile. Non lo è per molti testi e molti autori, ancor più non lo è quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualità (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili.
Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profondità. Paul Auster è un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana è poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai è consuetudine riservargli. 
La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente.
Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace. 
È il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più “fantastica” del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di verità, per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica. Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarà mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore.
Poi mi sono detta: la sfida è affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profondità questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

Premetto che non ho letto l’opera in lingua originale ma nella traduzione di Massimo Bocchiola (Einaudi, 2014), trovata con una certa sorpresa su un banchetto di libri usati. Il destino o il caso tanto caro a Auster a quanto pare era silenziosamente all’opera, quasi nonostante me. 
La Trilogy si compone di tre testi: Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Quasi due romanzi brevi e un racconto lungo (Fantasmi consta di una cinquantina di pagine al massimo). Comune (apparente) denominatore la detection classica: un investigatore, un mistero, un’ indagine. Maschera o pretesto narrativo per parlare di identità (sovrapposte, violate, intercambiabili) linguaggio (i suoi limiti, il senso delle parole e quanto è facile distorcerlo tanto da destabilizzare, in questo caso il lettore), della città come labirinto (in questo caso una scintillante New York), dello straniamento come condizione naturale (o innaturale) dell’uomo contemporaneo, del senso del reale (che troppo spesso sfugge anche agli indagatori e detective più solerti). La complessità si coniuga con una naturale semplicità e bellezza sintattica fatta di eleganza di scrittura e virtuosismi, mi si passi la metafora musicale, mozartiani. La confezione brillante nasconde (o proprio occulta scientemente) reale sostanza, o maschera un dibattito sterile nella sua accezione postmodernista più deleteria? A questa domanda che sembra avere corrugato la fronte di parecchi suoi critici (alcuni decisamente feroci) piccati forse da un’apparente mancanza di senso, (come se fosse facile trovare alla vita e alla letteratura un senso) e di spiegamento del climax narrativo, risponderei accostando due realtà solo apparentemente incompatibili: la bellezza e il gioco dell’intelligenza hanno ragione di esistere per sé stessi, quindi a prescindere dalla loro più o meno dubbia utilità (pratica o intellettuale). Ovvero se anche Auster giocasse con il linguaggio, rendendolo duttile e plasmabile (nel primo racconto uno dei personaggi – il buon selvaggio [e l’origine del linguaggio] – è emblema proprio di questo) poca importanza avrebbe quando significante e significato sono proprio l’oggetto della dialettica austeriana. (Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, sembra approvare Eco). Per non considerare che a volte le parole superano l’autore stesso e nascondono significati (originari) a lui per primo nascosti, che magari si disvelano a un lettore occasionale (anche se dubito sia successo a un autore consapevole come Auster). Ma forse è successo a me con questo mio modesto tributo a un’opera senz’altro geniale e meritevole di essere letta, più che di essere raccontata.  E se dopo tutto Quinn avrebbe potuto essere lo stesso Auster se non avesse incontrato la donna che divenne la sua seconda moglie, lo svela in un’ intervista molto candidamente, noi non stentiamo a crederlo, seguendo questo gioco di specchi e di riflessi tra autore, personaggio, e narratore. Come sappia tenere in piedi questo “castello” di vetro è la cosa davvero sorprendente e la sola che dovrebbe davvero interessarci e affascinarci. Perché la letteratura ha un potere devastante, essendo la forma più naturale del linguaggio. Per letteratura si intende non fare distinzione alcuna tra narrativa, poesia, o altra struttura concettuale. E a noi questo basta.

:: Raniero La Valle, Cronache Ottomane a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di “faccende ottomane”, fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale “Il Giornale di Italia”, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini.
Si chiamava Renato La Valle. Ed è grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone così attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perché l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio, ci aiuterà infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche.
Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche “Sublime Porta” (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

In un alternarsi di parti discorsive (di Raniero La Valle) e di stralci di articoli o trascrizioni di telegrammi (di Renato La Valle), insomma facciamo luce su un periodo buio e ormai nascosto dalle ombre del tempo. Ed è singolare ma tutto è riportato cronologicamente, con date precise. I testi riprodotti su due colonne sono infatti le corrispondenze originarie di Renato La Valle, che generalmente mandava per posta, con uno scarto di due o tre giorni dall’invio all’arrivo a Roma. Di poche ore solo quando si trattava di telegrammi.
Dalla rivoluzione del 1908 all’arrivo al potere di Ataturk, tutto l’arco temporale è coperto, fino al commento dell’ormai ex inviato del Giornale di Italia che dedicava gli ultimi due articoli della sua carriera alla Turchia, sulla base della sua esperienza maturata come corrispondente da Costantinopoli.
Chiude il saggio un intervento conclusivo intitolato Il Dio della guerra non esiste fulcro della religiosità di papa Francesco che cambia per sempre la figura di Dio in rapporto alla guerra, ponendo queste due entità su due rette parallele inconciliabili, anzi definendole come due realtà che escludono l’un l’altra. L’autore condivide questa filosofia di pensiero e invita il lettore (che sia musulmano o cristiano) a fare lo stesso.

E questo ormai lo si può dire non solo parlando dal cuore del cristianesimo, ma anche parlando dal cuore dell’Islam. Il 13 ottobre 2007 centotrentotto leader religiosi musulmani di tutto il mondo scrissero una stupenda lettera alle chiese cristiane proponendo di riconoscere una parola comune tra voi e noi, e questa parola comune era il doppio amore per Dio e per il prossimo. Era l’offerta di un vero e proprio dialogo sulla fede comune che però, allora, al di l° di un gradimento di tipo diplomatico, i responsabili delle chiese cristiane di fatto fecero cadere. Poi venne l’Isis, e il 19 settembre 2014 è apparso un altro documento di matrice islamica che dell’Islam offre un’ immagine molto bella, ben diversa dalla maschera crudele dietro cui lo nasconde il sedicente nuovo Califfato, ma anche diversa dagli stereotipi dell’Islam cattivo correnti in Occidente. Si tratta, anche in questo caso, di una lettera di centoventisei guide religiose e studiosi islamici, rivolta però allo stesso Califfo al-Baghdadi, per condannare i delitti e per raccontare al mondo la vera natura, misericordiosa e pacifica, della fede della comunità islamica.

:: FRANCO FERRAROTTI: “VOCI DALLA CLAUSURA” E “L’AMICA BISBETICA”, GATTOMERLINO, ROMA, 2020 E 2021 a cura di Antonio Catalfamo

23 giugno 2022

Franco Ferrarotti, giunto al culmine degli anni, sta realizzando il “Somnium Scipionis”, contenuto in un frammento del “De re publica” di Cicerone, in cui «il vecchio Scipione compare in sogno al nipote Emiliano e gli dice che l’ideale sarebbe di riuscire a unire il “bios theoretikos”, la vita teoretica contemplativa dei greci, con il pragmatismo dei romani e poi Emiliano, “somno solutus”, sciolto dal sonno, si sveglia» (“Dialogo sulla poesia”, con un’antologia poetica, a cura di Piera Mattei, gattomerlino, Roma, 2018, p. 32).

Il grande sociologo, infatti, da un lato, deve adeguarsi alle esigenze pratiche, come muoversi ed alzarsi, dalla sedia o dal letto, con circospezione, prendere tutta una serie di precauzioni, imposte dall’età, per «raccordare» il suo organismo con la «volontà di movimento» ed evitare brutte cadute, e, dall’altro lato, ha la possibilità di «richiamare» «tutto il mondo teoretico, le idee, raccordarle con calma, con tranquillità» (ibidem).

E allora sgorga la poesia, che si configura, leopardianamente, come «ultrofilosofia», concrescenza di sentimento naturale e ragione, nella quale, però, «la natura abbia la maggior parte». Un’«ultrafilosofia», che «conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicina alla natura». Così leggiamo in un pensiero dello “Zibaldone” datato 7 giugno 1820. Un’ «ultrafilosofia» che, essa sola, può garantire una «rigenerazione».

La poesia si presenta come l’attività umana per eccellenza, che precede e racchiude, sovrasta, tutte le altre, intellettuali e pratiche. Tant’è che i primi legislatori, i primi filosofi, sono stati innanzitutto «poeti». Scrive, a tal proposito, Ferrarotti: «Le antiche costituzioni, quella di Licurgo per Sparta, erano testi poetici, ma anche Parmenide, Zenone, gli antichi testi filosofici erano poemi» (“Dialogo sulla poesia”, cit., p. 45). La poesia è la forma più autentica di conoscenza, perché compie il “miracolo” di attribuire ad «un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora […] un significato universale» (ivi, p. 12).

Si sviluppano all’insegna del «somniun Scipionis», della saldatura tra teoresi e prassi, e dell’«ultrafilosofia», come concrescenza di sentimento naturale e ragione, le due ultime raccolte poetiche di Franco Ferrarotti, pubblicate, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, dall’editore gattomerlino: “Voci dalla clausura”; “L’amica bisbetica”. Tutta la propria vita scorre davanti al poeta e impone una riflessione pacata. E’ la sua vita individuale, ma anche quella di tutto un mondo, il «mondo della penuria», vale a dire il mondo contadino, con la sua ricchezza umana, i suoi valori, che sono stati distrutti dalla società industrializzata e, poi, informatizzata, la società digitale iperconnessa dei giorni nostri, che annulla sia la dimensione collettiva, sia quella individuale, e sostituisce alla vita reale quella virtuale, predeterminata nei suoi contenuti da chi detiene il potere, nascondendosi dietro l’anonimato di Internet, e incidendo in maniera subdola sulle coscienze, trasformando le idee in cibi precotti, già preparati dai padroni del mondo, che impediscono la libertà dell’autodeterminazione, nel campo delle idee e dei comportamenti, in capo ai popoli e ai singoli individui.

La poesia di Ferrarotti si fa essenziale, verticale, e i versi spesso coincidono con singole parole, rappresentando un filo sottile della coscienza, che, però, non si spezza, permane con tutta la sua robustezza e con la sua capacità riflessiva autonoma. Così Ferrarotti descrive il mondo contadino della sua infanzia nella poesia d’apertura del volumetto “Voci della clausura”, come se di esso gli giungesse un’eco lontana in un mondo in cui, per converso, è sparita ogni presenza umana reale ed autonoma, per l’appunto: « Dall’esilio autoimposto / dal silenzio / dalla clausura in cui si mescolano notte e giorno / voci mi giungono interrotte / da lontani silenzi / cinguettii di rondini sfreccianti / il mondo che non ha ritorno / il mondo della lanterna / nitrivano i cavalli fra le stoppie / frinivano le cicale / nell’erba alta / anatre e oche nell’aia starnazzavano // muggivano le mucche / sparse nel prato / ferme / monumenti contemplanti / voci umane / voci animali / rompevano il silenzio / discreta musica / deserti mattini / sono tornati i pesci nel Canal Grande / anatroccoli nella “barcaccia” del Bernini. /Abbiamo perso ingombrante / la presenza umana / nell’Universo» (ivi, pp. 9-10).

La società attuale si è ridotta ad una «rete di ricatti reciproci, disordinato insorgere di rancori e sfiducia. E’ in crisi il rapporto interindividuale» (“Le ragioni della poesia nella società irretita”, gattomerlino, Roma, 2019, p. 20). Sono venuti meno i valori, gli ideali, che appartengono al passato, e , perciò, Ferrarotti lo rievoca con evidente nostalgia. La sua non è una visione conservatrice, “antiquariale”. Lo stesso Leopardi ha esaltato le civiltà antiche, in quanto quelle che si sogliono chiamare spregiativamente «illusioni» hanno spinto, per l’appunto, gli antichi a grandi gesta, ad abbracciare grandi passioni, e a fare grande poesia, che ora si è smarrita, nei tempi «moderni», dominati dal materialismo assoluto, dal razionalismo deteriore, che assume i connotati dell’interesse gretto, dell’egoismo più sfrenato.

Per queste ragioni, il richiamo al passato, come è stato messo in risalto proprio con riferimento a Leopardi dalla critica più avveduta, non necessariamente deve avere funzione conservatrice o, addirittura, reazionaria. Un ulteriore aspetto dell’«ultrafilosofia» consiste, infatti, nel continuo alternarsi di illusioni e ragione: la seconda distrugge le prime, che rinascono in forma nuova, vengono distrutte per l’ennesima volta, ma risorgono in forme sempre rinnovate, anche grazie all’immaginazione, che consente di andare oltre i sensi, al di là della vista, verso l’«infinito».

Lo sciogliersi nella natura, nel cosmo, alla ricerca dell’«infinito», caratterizza anche i versi di Franco Ferrarotti. L’«immaginazione» s’intreccia con la «memoria», assume una funzione moltiplicativa della realtà. La consapevolezza del «nulla» determina in lui la stessa reazione orgogliosa che troviamo nell’ultimo Leopardi, l’esaltazione dell’«io», la riacquisizione di tutte le sue energie e pulsioni vitali, a partire dall’amore. In Ferrarotti è fortemente presente la dimensione «erotica», della quale egli, nonostante l’età avanzata, non si vergogna affatto, perché rappresenta una componente fondamentale della vita. Scrive, infatti, l’illustre accademico nella sua confessione preliminare a “L’amica bisbetica”: «Credo di aver perso la fede verso i dieci anni, quando dovevo confessare gli “atti impuri”, vale a dire le numerose trasgressioni del sesto comandamento, per lo più dovute ad un sano istinto di auto-esplorazione. Mi pareva difficile e comunque incongruo considerare “impuri” gli atti da cui nasce la vita» (ivi, p. 9). L’ eros finisce per identificarsi con la vita e con la poesia, è anch’esso «la più grande forma conoscitiva» (“Dialogo sulla poesia”, cit., pp. 19-20). Ma va inteso nella sua vera essenza, superando la scissione artificiale e artificiosa tra corpo e spirito che è stata introdotta da Platone ed è presente nella religione cattolica, con il conseguente sentimento di «colpa», di «peccato della carne».

Non era così nei grandi poeti latini, come Catullo. Scrive Ferrarotti: «In Catullo […] non c’è questo eros dimidiato, e non esiste il senso di colpa, non c’è il “super ego” in termini freudiani… E quindi cosa c’è? C’è un’unità straordinaria, magnifica da capire non solo con l’intelletto, la ragione, ma col basso ventre. E qui c’è la grande forza della poesia: la poesia è una voce, ma è una voce in cui si avverte la grana della voce. E’ tutto un insieme, la carne e il sangue, senza la scissione operata da Platone» (ivi, p. 21). Come in Leopardi, anche in Ferrarotti c’è un rapporto inscindibile tra poetica e poesia, tra le sue teorie sull’uomo e la società ed i suoi versi, la visione del mondo che da essi emerge. Nella poesia di Ferrarotti troviamo questa forza dell’eros inteso classicamente come soffio «vitale»: «La forza dell’eros in senso classico è questa fondamentale unione, l’essere umano come carne e come spirito, spirito che spira, “anemos” proprio come soffio. E nello stesso tempo, proprio congenitamente legato a questo soffio, c’è l’impeto vitale da cui nasce la vita» (ivi, p. 22).

L’eros è, dunque, vita e dura finché essa dura. Leggiamo nei versi di Ferrarotti: «Ti sogno / mi vergogno / agogno / Ti sogno a gambe aperte / fiore corolla estuario / sudario / santuario / porto finale di passioni inconsumate / appassite / passate / inizio e fine / nostalgia di certe passeggiate / nella muta solitudine / dell’innocenza perduta» (“Sogno a mezzanotte”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 24). E ancora: «Capezzolo monello. girasole / della mia povera vita errabonda / Tu sei insieme perno, luna e sole / e sai di quante lacrime essa gronda. // Irrorami lo sterno, amore mio / i tuoi succhi vitali sono ambrosia / cade la notte, preda dell’oblio / vago nell’ombra di me stesso sosia. // Ma torneranno i giorni in cui le dita / saluteranno il sorgere dell’alba / diafani segni nel ciel della vita / oltre il grigiore dell’ignavia scialba» (“Notturna ambrosia”, ivi, p. 26). E a proposito della «sacra unione» tra spirito e corpo, che eleva al cielo: «Vorrei in te intuarmi, cavallina, / quale che sia il tempo che m’aspetta / baciarti la falcata ogni mattina / come conviene a chi d’amor rifletta. // Ma so che già lontan di buona lena / trottando vai per lidi a me preclusi / gemetti un giorno sul futon, serena / ilare l’aria intorno a noi refusi // nella carnal gaudiosa combustione / avvinti nell’afrore del piacere / per consumarci nella sacra unione / che al ciel innalza un inno di preghiere» (“Anima e carne”, in “L’amica bisbetica”, cit., p. 21). E, ancora, sulla scia di Catullo: «Il sentierino che dalla vagina / va ai dolci anfratti ove sostare è bello / amatissima strada clandestina / percorsa spesso da un estro monello. // Ed eccoci invasi dall’orgasmo / uniti in quel di sfavillante / a chiasmo radicati nella carne / una indivisa / palpitante / verrà il gran giorno. // Donami i tuoi occhi / per un istante solo di paradiso / i tuoi seni / l’anche flessuose / il viso / oltre la vanità di sogni sciocchi» (“Amate strade”, ivi, p. 10).

Come nell’ultimo Leopardi, amore e morte si intrecciano nelle poesie mature di Ferrarotti. La morte non è qualcosa di scisso dalla vita, ne rappresenta la continuità naturale, da accettare senza fratture traumatiche: « “Mors tua vita mea” / verrà verrà / ma non si sa / né come né quando / verrà forse danzando / o balbettando o “lento pede” / quando nessuno se l’aspetta / e neppur la vede / circospetta / l’uomo strabuzza gli occhi / ed è già spento / oh, morte ballerina / quando mi prenderai? / Di sera o di mattina? Mi liberi dall’onda / di una lunga vita / sia pure a notte fonda / sei l’ospite squisita» (“L’ospite squisita”, ivi, p. 25).

Ferrarotti va incontro alla morte con serenità, scherza con essa, gioca, come emerge dalla funzione ironica che in questi ultimi versi egli assegna alla rima, la considera «squisita ospite», come «amica bisbetica»: «Aspetto la morte / come un’amica bisbetica / verrà, non verrà? / Nessuno lo sa. / Ma so che all’appuntamento / sia sole o pioggia o tiri vento / non mancherà» (“L’amica bisbetica”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 20).

Franco Ferrarotti, come i grandi poeti, come Leopardi nell’interpretazione del De Sanctis, parlandoci della morte ci fa amare la vita.

Franco Ferrarotti, nato a Palazzolo Vercellese, è personalità originale, poliedrica e versatile: è stato consulente industriale, diplomatico, deputato, professore universitario, ma soprattutto è il creatore della sociologia in Italia. A Roma, nel 1960, vinse la prima cattedra di quella materia messa a concorso in Italia.
Poliglotta e studioso di apertura internazionale ha collaborato e collabora con le maggiori università e con importanti riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee.
Molti dei suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo, giapponese e in altre lingue.
Si è interessato dei problemi del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni.
È stato insignito dei maggiori riconoscimenti, nazionali e internazionali. Dal 1967 dirige la rivista La Critica Sociologica.

:: PROCLAMAZIONE DEI FINALISTI DELLA XXI EDIZIONE – PREMIO BIELLA LETTERATURA E INDUSTRIA 2022

22 giugno 2022

Roger ABRAVANELAristocrazia 2.0. Una nuova élite per salvare l’Italia (Solferino)

Marco ARMIEROL’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale (Einaudi)

Claudia BIANCHIHate speech. Il lato oscuro del linguaggio (Laterza)

Fabio DEOTTOL’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia (Bompiani)

Angelo MASTRANDREAL’ultimo miglio. Viaggio nel mondo della logistica e dell’e-commerce in Italia tra Amazon, rider, portacontainer, magazzinieri e criminalità organizzata (Manni)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a Paolo BARATTA

Il Giardino e l’Arsenale. Una storia della Biennale (Marsilio)

La Giuria, presieduta dallo scrittore Pier Francesco Gasparetto, è composta da: Claudio Bermond (docente universitario), Paola Borgna (docente universitaria), Ida Bozzi (giornalista) Paolo Bricco (giornalista e saggista), Loredana Lipperini (scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica), Sergio Pent (scrittore), Alberto Sinigaglia (giornalista) e Tiziano Toracca (docente universitario) ha inoltre assegnato un Premio Speciale a: Paolo Baratta per Il Giardino e l’Arsenale. Una storia della Biennale (Marsilio).