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:: Un libro di guarigione, intervista a Gaia Rayneri a cura di Valentino G. Colapinto

26 settembre 2022
Foto di Simone Li Gregni ©

Gaia Rayneri (Torino, 1986) ha debuttato giovanissima col fortunato Pulce non c’è (Einaudi, 2009), in cui racconta in chiave tragicomica il dramma giudiziario che ha coinvolto il padre, accusato ingiustamente di abusi sessuali nei confronti della sorellina autistica – vicenda poi trasposta sul grande schermo dall’omonimo film di Giuseppe Bonito (2012). Ha pubblicato inoltre il libro per ragazzi Ugone (Rizzoli, 2011) e il romanzo Dipende cosa intendi per cattivo (Einaudi, 2018). Nella sua ultima opera, Un libro di guarigione (HarperCollins, 2022), racconta coraggiosamente il grave periodo di sofferenza mentale che ha dovuto affrontare per una decina d’anni, a partire proprio dal momento del suo successo, e da cui è riuscita a venire fuori non grazie a terapie e psicofarmaci, che si sono dimostrati inefficaci, ma con un percorso di crescita personale che combina meditazione, spiritualità e amore.

Buongiorno, per chi la conosce adesso è difficile immaginare che la Gaia di cui racconta, che ha sofferto così tanto e per così tanto tempo, e la Gaia che vediamo oggi, serena e solare, siano la stessa persona. Aveva mai pensato di arrivare a un tale livello di guarigione?

No, non pensavo assolutamente che fosse possibile arrivare a un livello simile di benessere e felicità. Pensavo che sarei stata male per tutta la vita, perché comunque è quello che ti fa credere la diagnosi che avevo ricevuto, ossia disturbo borderline di personalità: si è condannati a un dolore grandissimo, che non passerà mai. E invece non è vero. So che la mia vita ha bisogno di alcuni requisiti per andare bene; ho bisogno di tempo per prendermi cura di me stessa, per meditare. Se lavorassi in un ufficio a Milano otto ore al giorno non penso che starei bene, anche perché non sarebbe il mio cammino.

Come hanno reagito le persone intorno a lei, in primis le Dottoresse (l’autrice chiama così nel libro le sue psicoterapeute)? Ha mai pensato di far arrivare loro il suo libro?

Mentre scrivevo, pensavo sempre di farglielo arrivare; poi in realtà quando è uscito ho preferito non farlo, perché non volevo che fosse recepito come una critica. A volte però mi chiedo se l’abbiano letto e se mi faranno sapere qualcosa o che interpretazione ne darebbero.

Anche chi non ha capito niente del mio percorso, adesso è felice di vedermi stare bene. Ma nelle fasi più di transizione, tante persone avevano paura che facessi delle cose che potevano sembrare un po’ strane. Oggi si parla più spesso di meditazione, ma sembra ancora che chi la pratichi faccia parte di qualche setta.

Con alcune persone con cui ero molto amica quando c’era la mia vecchia versione di me, che si lamentava sempre ed era molto pessimista, ho dovuto invece prendere un po’ le distanze perché erano un freno al cambiamento.

Nel libro ha preferito non raccontare nei dettagli quali fossero i traumi che secondo le Dottoresse erano all’origine della sua crisi, è però inevitabile pensare che ritrovarsi ad avere a cinque anni una sorellina autistica e aver vissuto da adolescente un dramma giudiziario che ha coinvolto tutta la sua famiglia in una qualche maniera abbiano lasciato una traccia, anche a distanza di tempo.

Sono felicissima che la mia infanzia sia finita. E più divento grande, più sono felice. Sarebbe interessante capire quanti tratti che le Dottoresse attribuivano al disturbo borderline siano comuni a persone con fratelli o sorelle disabili. Il problema non è mai stata la disabilità di mia sorella, che è una persona piena di amore incondizionato, ma nella mia famiglia c’era sempre uno stato di emergenza e quindi una serie di bisogni primari miei non sono stati soddisfatti. Ho dovuto imparare io a soddisfarli, purtroppo spesso non c’è nessun supporto per il fratello o la sorella di un disabile.

In più c’è stato il caso delle false accuse verso mio padre: ero ancora un’adolescente ed è stato un grandissimo carico di dolore, che sicuramente è uscito anche dopo negli anni. Sono crollata nell’unico momento in cui improvvisamente non avevo più nessun impegno scandito e nessuna cosa che mi tappasse il contatto con quello che sentivo veramente.

Il capitolo in cui racconta la notte in cui ha cercato aiuto, prima chiamando il 118 o poi andando di persona al Pronto Soccorso, è raggelante e ricorda film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Descrive l’assurdità di un mondo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. In quelle pagine spiega che forse l’unica cosa di cui avevi davvero bisogno era un abbraccio. Quello che ha trovato, però, è stata un’etichetta, una diagnosi che era anche una condanna. E il primo passo per guarire è stato metterla in discussione e ripartire da zero.

E sì perché creava tanti effetti collaterali, che mi tenevano ingabbiata. Uno era la sensazione di soffrire più degli altri. La diagnosi prevede infatti che i borderline provino emozioni esagerate, anche per quanto riguarda il dolore. A un certo punto ho iniziato a fare lavori su me stessi di altro tipo, credendo ancora però nella diagnosi. Quando la tiravo fuori con le persone che mi stavano vicino, per esempio dopo una giornata di consapevolezza, gli altri mi dicevano che alla fine tutti soffriamo. La medicalizzazione del dolore porta a dirsi “io soffro di più” oppure “sono l’unico che soffre”, quando invece le statistiche dicono che una persona su quattro ha problemi psicologici.

E poi c’è il discorso dei farmaci, che su di me non hanno mai funzionato: ho subito un accanimento molto forte a riguardo. È molto strano che chi si prende cura di un male psichico sia privo della minima umanità ed empatia, credo che faccia parte dei punti deboli di un sistema che non funziona.

Riguardo agli psicofarmaci, solo recentemente si sta discutendo del fatto che la loro efficacia è testata su soggetti neurotipici, mentre su persone altamente sensibili o comunque neurodivergenti (che costituiscono una percentuale non piccola della popolazione, almeno il 20%) essi avrebbero effetti ben diversi, spesso esagerati o controproducenti. E inoltre c’è un dibattito se sia giusto ridurre la sensibilità e quindi anche la creatività, tramite un utilizzo massiccio degli psicofarmaci volto a eliminare o minimizzare ogni forma di dolore. Lei racconta che quando era costretta ad assumerli, avevano un impatto rilevante sull’attività creativa.

Avevano un impatto enorme. Le due stesure del libro che stavo scrivendo erano molto diverse da quello che scriverei di solito. Ho vissuto molto questo effetto livellante e normalizzante degli psicofarmaci, anche verso cose che – lasciandomi libera di viverle fino in fondo – sono quelle che mi hanno portato alla guarigione. Se sento che la mia vita non mi piace, non è che devo curarmi per farmela piacere per forza.

Ho deciso di fare un mestiere, la scrittrice, che per la maggior parte delle persone non è neppure un lavoro e mi affido all’incertezza economica, piuttosto che fare l’impiegata o l’insegnante. Ma tutto questo, quando c’è una diagnosi di mezzo, viene interpretato come un sintomo di follia. Anche quando avevo l’ingenuità di raccontare alle Dottoresse delle cose relative al cammino spirituale che stavo vivendo, arrivava subito un farmaco per eliminarle, quando invece erano esperienze che possono portare a una concezione della vita diversa ma che per molte persone è destabilizzante. Come insegnano Foucault e altri la storia della psichiatria è sempre stata collegata al controllo sociale, spesso in maniera inconsapevole.

Lei afferma che il suo dolore è raccontabile solo perché è riuscita a superarlo, che pensava che le persone normali non soffrissero e che l’obiettivo della guarigione fosse eliminare la sofferenza, quando in realtà poi si è resa conto che tutti soffrono, solo che spesso lo si nasconde o si cerca di anestetizzare il dolore. Qual è allora il segreto per “soffrire bene”?

Secondo me bisogna partire dal fatto che la sofferenza è prevista nella vita, non è uno sbaglio. Non fingere di stare bene e neppure cadere nella positività tossica. Questo aiuta tanto, e aiuta anche poter condividere i propri stati d’animo in gruppi che lavorano sulla consapevolezza interiore.

È un lavoro continuo che bisogna fare su se stessi, ma è anche molto sano restare in una dimensione di gioco. La vita per me è un gioco sacro. Bisogna saper prendere le cose con leggerezza per non stressarsi troppo col lavoro spirituale, altrimenti diventa tutto pesantissimo

La parola chiave del suo libro è amore, intendendo con questa parola un sentimento incondizionato e universale. Racconta di aver sofferto per anni di mancanza di amore e poi di averla superata iniziando a nutrire gratitudine per tutto quanto di buono era già presente nella sua vita, per esempio ringraziando gli oggetti intorno a lei dell’aiuto che le davano, e iniziando ad amare se stessa e gli altri, invece di pretendere quell’amore di cui aveva un disperato bisogno.

L’amore per me è la chiave, mentre nella visione medica non si parla mai di amore. Ho visto su di me che cercare qualcuno che mi desse amore era la garanzia per non riceverlo mai; per chiunque è più piacevole avere accanto una persona risolta, invece di una che ha problemi. Secondo le Dottoresse, siccome non avevo ricevuto abbastanza amore non avrei mai più potuto funzionare correttamente. Avrei solo potuto rattoppare la situazione per poter stare un po’ meglio, ma non avrei mai potuto sentirmi come chi ha ricevuto da bambino tutto l’amore di cui aveva bisogno. Adesso invece mi rendo conto che sto molto meglio di tante persone che, almeno in teoria, hanno ricevuto tutto quell’amore da piccoli, perché comunque ho fatto e faccio quotidianamente un percorso di consapevolezza, ho ricevuto una chiamata a vivere la vita in un certo modo.

Per questo è importante prendersi la responsabilità delle proprie azioni, anche se si ha una diagnosi particolare. È vero che è faticoso ed è un lavoro costante, ma costanti sono anche i doni, spesso in modi sorprendenti. La vita ti regala delle cose, anche piccole, ma che lasciano un senso tale di bellezza e poesia che sono in realtà grandi.

Il passo fondamentale è stato imparare a dare amore a me stessa, scardinando quel meccanismo che avevo interiorizzato dalla mia famiglia, per cui siccome l’emergenza era sempre mia sorella nessuno si è mai particolarmente preoccupato che io avessi amore. Se ce n’era un po’, era da dare subito a mia sorella, perché sembrava che le mancasse tutto.

E poi ho dovuto scardinare l’abitudine che ci inculca la società di non pensare a noi stessi. Molti non hanno il tempo di dare amore e cura a se stessi. Io per molti anni ho sentito un senso di colpa mostruoso quando davo amore a me stessa, avevo interiorizzato che quel tempo non fosse produttivo. Forse non lo è sotto un’ottica di profitto, però consente di stare bene in salute e lo scopo della vita non è quello di essere produttivi quanto il benessere e la felicità. Preoccuparsi della nostra felicità è il primo passo per potersi poi preoccupare della felicità degli altri e rimettere in circolo felicità e amore.

Secondo un approccio psichiatrico l’origine dei disturbi mentali è dovuta a un malfunzionamento della chimica del cervello, secondo un approccio psicanalitico a traumi famigliari, ma secondo alcuni studiosi come David Smail in The origins of unhappiness, poi ripreso da Mark Fisher, l’infelicità è strutturale alla società neoliberista in cui viviamo.

Vedo tantissimi giovani che sono persi, che stanno malissimo. Questa società rende per forza di cose infelici una serie di individui, ma perché solo alcuni e altri no? Non credo che accada a caso e, più che come una condanna, lo interpreto come un richiamo. Quello è il tuo compito: se in questo mondo non puoi stare bene, vai a creare un mondo in cui puoi stare bene. Se non si fa però un lavoro su di sé, si rischia di restare nella lotta contro il resto del mondo e non credo che questa sia la soluzione. Se passa dal lavoro su di sé, questo non succede, perché ogni cosa è interpretata sia come un aspetto sociale che personale.

Nelle sue pagine si legge una forte critica alla psicanalisi classica, freudiana, per cui la felicità non è il fine della terapia e non c’è spazio per anima e spiritualità. Nel suo libro invece la spiritualità diventa un mezzo di guarigione, interpretando la sofferenza stessa come una chiamata a un percorso spirituale. Citerò Jung: “La vera terapia consiste nell’approccio al divino; più si raggiunge l’esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia.”

A volte più malattie e difficoltà arrivano, più la chiamata è forte. Possono servire per spingerti finalmente nella direzione giusta, per esempio iniziando a meditare.

Si intuisce che nel libro ha condensato tanto materiale. Ha pensato a un seguito o a un podcast per ampliare l’argomento?

Al podcast ci ho pensato. Non ho ancora avuto il tempo materiale, ma sento che potrebbe aiutare. In realtà il prossimo libro che voglio scrivere ha proprio a che fare con la consapevolezza e il cammino spirituale. E poi sto scrivendo molto per ragazzi.

:: Delitti all’imbrunire- Le indagini del commissario Chiusano di Letizia Triches, (Newton Compton Editori 2022) a cura di Valeria Gatti

26 settembre 2022

È l’ultimo sabato di novembre e sembra maggio, anche se la luce e i colori della città si sono accesi di un languore nostalgico che conferisce alle cose un sapore struggente. Nell’aria si avverte un desiderio che è mancanza di qualcosa. “

Forse non è un caso che la solitudine sia un sostantivo femminile. Donne che affrontano la solitudine con caparbietà e spirito d’inventiva, con accettazione e saggezza, con attenzione e desiderio di ripartenza, sono state protagoniste dell’arte in ogni sua forma e continueranno a esserlo. La solitudine ha in sé un mistero affascinante: la strategia, cioè i mezzi e le modalità per affrontare la sfida, quell’insieme di risorse da mettere in campo per trarre forza da una condizione disagevole e quello struggente mix di emozioni che ne deriva.

Quando ho osservato la copertina di “Delitti all’imbrunire- Le indagini del commissario Chiusano” di Letizia Triches, Newton Compton Editori, ho pensato proprio a questo. L’immagine rappresenta in primo piano una donna, di spalle, sullo sfondo le luci dell’imbrunire e il Mausoleo di Adriano. La donna ha una postura rigida, il suo sguardo non si vede, ed è scalza. Un’immagine suggestiva, di solitudine, ma anche di sfida e coraggio.

Ho ritrovato questa suggestione in Chantal Chiusano, commissario di origini ischiane, personaggio creato da Letizia Triches. Chantal si trova a dover indagare su una serie di delitti che avvengono nella Roma del 1993. Una scia di potere avvolge la città: sta per essere varata una nuova legge che potrebbe cambiare per sempre la gestione museale pubblica con l’ingresso del comparto privato. L’intrigo è ben delineato: i fatti, le voci, i tradimenti, il ruolo della famiglia, la psicologia dei personaggi sono tutti elementi che convergono nella trama e che, a tratti, confondono il lettore, in senso positivo ovviamente. La narrazione è affidata a un narratore ma una voce diretta irrompe nella scena, di tanto in tanto, e crea un gradevole scompiglio. Nella narrazione, inoltre, l’autrice ha scelto di inserire rimandi all’opera precedente “Omicidio a regola d’arte”; questo elemento pur non essendo vincolante per il lettore aggiunge curiosità.

Uno degli elementi che mi ha colpito maggiormente, in questa lettura, è stata la capacità dell’autrice di descrivere i personaggi attraverso gli occhi di un altro personaggio:

Non ho mai nutrito alcun dubbio sulla buona riuscita delle indagini, perché in vita mia non ho mai incontrato un’altra donna come te. La tua abilità di immergerti nei numerosi rivoli della verità e delle false verità, senza correre il rischio di perderti, è impressionante.”

A tratti, questi passaggi aggiungono una particolare soggettività che permette al lettore di avvicinarsi ai personaggi, di entrare in sintonia con loro.

Un ulteriore elemento che gratifica il lettore è l’ambientazione. Siamo a Roma, ma non è la Roma che ti aspetti. I quartieri e la periferia, i monumenti, le vie che si impregnano delle luci dell’imbrunire… sono queste alcune delle immagini che l’autrice è riuscita a raccontare. È come un omaggio alla Città Eterna e in alcuni passaggi diventa impossibile trattenere l’emozione:

Dall’alto del Gianicolo si vedeva la città innalzarsi a balze, un rosa che si accendeva di rosso, un avorio che diventava dorato, le cupole infinite che risplendevano come gioielli antichi.”

E, per finire, va citato uno degli elementi che ha certamente reso quest’opera un’ottima lettura: l’arte. Sembrerebbe che sia raccontata solo la scultura, in queste pagine, ma in realtà di arte è impregnato l’intero romanzo, a mio avviso. Pensate a Roma – un’opera d’arte a cielo aperto- la legislazione del momento, le impressioni – e la preparazione – del commissario Chiusano, l’economia che ruota attorno alla cultura. Il tutto condito da una intensa dose di mistero, inganno, vizi, supposizioni e certezze.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano. Per saperne di più: letiziatriches.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Antonella Ufficio Stampa Newton Compton

:: Pena la morte e altri racconti di Georges Simenon (Adelphi, 2022) a cura di Nicola Vacca

21 settembre 2022

Suspense e tragicomico, sono questi i registri che Georges Simenon usa nei racconti raccolti in volume con il titolo Pena la morte (traduzione di Marina Di Leo), pubblicati recentemente da Adelphi.

Anche nell’arte del racconto il grande scrittore belga eccelle.

Nel libro troviamo cinque storie e non manca mai nella narrazione l’elemento sorpresa e la scrittura è sempre un intrigo degno del migliore Simenon.

Da Il peschereccio di Émile a Pena la morte Simenon inventa storie che pescano nel torbido della creatura umana con tutte le sue fragilità e le sue pochezze, tiene conto nel caratterizzare i personaggi della loro componente miserabile e meschina.

Truffatori, avventurieri, uomini senza qualità, sono questi i protagonisti di queste cinque storie nelle quali il lettore si avventura, lasciandosi catturare dalle trame di Simenon che non concede mai un momento di tregua al suo raccontare che si conficca nella pagina per tracimare con tutta la sua grande letteratura.

Davvero unici i personaggi di questi racconti, stretti nella loro insoddisfazioni, cupi nel loro vesti nero che si portano dentro, un po’ grotteschi e un po’ malandrini, sempre in cerca di una via di scampo all’assurdo inquietante che travolge le loro esistenze.

Sono proprio i personaggi a scrivere le storie che Simenon racconta. Intorno a loro tutto il nero di esistenze infelici e l’assenza di un riscatto e di una fuga.

In Pena la morte, come nei romanzi duri, lo scrittore scende negli abissi della condizione umana e attraverso i suoi personaggi regola i conti con i suoi demoni.

Simenon ha scritto centosettantotto racconti, la maggior parte di quelli presenti in questo libro sono stati scritti in America.

Per lo scrittore il soggiorno americano coincise con un periodo proficuo per la sua attività.

I racconti di Pena la morte ne sono la prova concreta.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro inviato da ufficio stampa.

:: Monografia Gen. Luigi Paolo Piovano

20 settembre 2022

Chi segue il mio blog sa che da alcuni anni scrivo racconti e novelle libearamente ispirate alla figura del mio bisnonno Luigi Paolo Piovano, storie di pura fantasia sebbene abbia curato il contesto storico, il personaggio si presta a storie di avventura e mistero, e infatti sto coltivando da anni il progetto di scrivere una monografia interamente dedicata al mio bisnonno.

A darmi il diciamo coraggio di fare qualche passo in più nella concretizzazione del progetto è stato il saggio Piemontesi ai confini del mondo di Davide Mana in cui un intero paragrafo è dedicato alla sua figura e alla sua memoria. Venerdì scorso è uscita un’intervista riguardo al libro sul giornale della mia città a Davide Mana che molto cavallerescamente nomina anche me e i miei racconti polizieschi ispirati alla sua figura. Ma parallelamente a questi mia ambizione è dunque scrivere un vero saggio monografico sulla sua figura, dall’infanzia, all’Africa, alla Cina, al Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

Fotografo dilettante, coraggioso esploratore, mente curiosa e inquieta, amante dello studio e dei libri oltre che studioso di lingue e dottrine orientali (riscrisse con la sua calligrafia, credo traducendolo dal cinese, Il Libro della Virtú di Lao Tzu) Paolo Luigi Piovano è sicuramente una figura che si presta ad essere approfondita. Per cui mi sono detta scrivi un pitch, allega un po’ di foto e mandale in giro per editori per vedere se a qualcuno interessa il progetto. Progetto che necessiterà di approfondite ricerche magari negli archivi storici dell’Esercito a Roma, e seguendo le tracce che possiedo, alcune lettere, memorabilia e cimeli, intervistando chi l’ha potuto conoscere, e si ricorda ancora di lui. Raccogliendo dati, e ricordi, approfondendo insomma tutto il vissuto e la memoria.

Ecco questo è il progetto se verrà coronato da un libro, magari ricco di fotografie sarete i primi a saperlo.

:: Il mistero della torre del parco e altre storie di Luca Crovi (SEM Milano 2022) a cura di Valerio Calzolaio

18 settembre 2022

Milano e non solo. 1926-1933. A Parco Sempione nella tarda mattinata del 9 agosto 1933, alla presenza del ministro dei Lavori Pubblici onorevole Crollalanza, sta per essere pomposamente inaugurata l’agile snella ardita Torre Littoria (pure con un pranzo nella magnifica terrazza), centootto metri e sessanta centimetri, il secondo luogo più alto della città (circa un metro meno della Madonnina del Duomo), il quinto d’Europa (Eiffel a Parigi, a Berlino, a Grenoble), architettata da Gio Ponti, costruita in 68 giorni. Già qualche settimana prima, dopo una serie di furti, su cortese richiesta personale dell’architetto, era dovuto intervenire il buon mite commissario Carlo De Vincenzi, convincendo El Pinza, il capo dei malnatt della ligéra a restituire tutti i materiali rubati in cambio dell’assunzione di un paio di operai del Bottonuto, il quartiere più nero della città. Quella stessa mattina presto, il custode del cantiere trova nella cabina dell’ascensore della torre il cadavere di un uomo con in testa una maschera antigas, si tratta del sottufficiale Sigismondo Remigi della Compagnia Speciale X, decorato sul campo per le azioni svolte durante la Grande Guerra. Ci fu un sospetto su una di quelle azioni, forse mandarono a morire un manipolo di Arditi con maschere difettose. Ora che l’edificio è stato tranquillamente completato, si tratta di un delitto eclatante, De Vincenzi indaga e, come immaginava, seguono poi altri omicidi, probabilmente ancora connessi a quell’antico episodio. Il commissario dovrà andare a Luino nella magnifica Villa Salvi per ricostruire ingiustizie e giustizie. Il bel racconto è costruito con le tecniche dei feuilleton più classici, fu pubblicato a marzo 2020 durante la pandemia dal quotidiano “Il Giornale”, dieci puntate di circa 1.800 battute (qui con alcune aggiunte), ed è il più lungo e complesso di una deliziosa raccolta di oltre una decina di storie con protagonista il personaggio di Augusto De Angelis, cui il racconto (inserito verso la fine) dà il titolo complessivo.

Ennesima ottima prova letteraria per il critico creativo, conduttore radiofonico, storico del genere giallo ed esuberante fumettologo (alla Sergio Bonelli Editore) Luca Crovi(Milano, 1968). Il racconto “Un pescecane all’Arena”, ambientato nel luglio 1926, costituisce la prima avventura di De Vincenzi scritta dall’autore contemporaneo e risale al 2018, precedente dunque il romanzo d’esordio della serie (“L’ombra del campione”, Rizzoli 2018), continuata con due romanzi nel 2020 e 2022 e ora con questa intera raccolta ben congegnata come un unicum, un romanzo a episodi sul commissario. A impersonare il filo narrativo e a farci da Virgilio sul protagonista è, infatti, la sciura Matilde Maria Ballerini, la vedova portinaia tuttofare della piccola casa di via Massena dove lui abita, ispirata alla bisnonna di Crovi. Maria adora De Vincenzi (il “poeta del crimine”) e legge molto. Quando, in modo apparentemente casuale, trova una sua cartellina azzurra, scopre che contiene una lettera del commissario al dottor Augusto De Angelis (1888-1944, lo scrittore dell’epoca che ha dato lo spunto a Crovi), dove si parla della loro collaborazione per il giallo in via di pubblicazione, “Il banchiere assassinato”, e De Vincenzi annuncia di voler allegare foto, materiali e, soprattutto, dattiloscritti “abbozzi di storie”, da cui forse ricavare altri romanzi, già con molti dialoghi in milanese o malavitoso (il rapporto del commissario con i criminali è una delle chicche già nel grande De Angelis). Siamo nelle mani (sempre in terza persona) dell’acuta sensibile portinaia che si gode ogni foglio, commenta le trame, aggiunge citazioni e poesie (debitrice verso molti libri del padrone di casa, da Platone a Sant’Agostino e a vari poeti italiani e stranieri), descrive le immagini (una ventina in tutto, splendidamente in bianco e nero, provenienti dal Fondo Riccardo Bauer, come spiega nell’appendice Crovi, che conclude il volume costruendo un racconto in cui Bauer incontra De Vincenzi). Nei successivi racconti il commissario incrocia con garbo Alfred Hitchcock, Antonio Gramsci, Nguyễn Sinh Cung (Hồ Chí Minh), Nicolò Carosio e molte altre personalità poi divenute famosissime, davvero storicamente capitate in quegli anni a Milano (in questura, in carcere, nella Trattoria della Pesa, in stazione e in altri luoghi topici descritti con maestria, pure fuori la città). Lo spunto è in un fatto di cronaca (se criminale, più furti che omicidi) o in una contingenza sociale e istituzionale. Lo stesso De Angelis si doterà della cartelletta. Nella gita in Piemonte un oste truffaldino rifila agli avventori Bracchetto annacquato. Stramilano cantata da Cravel.

Luca Crovi è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Collabora con diversi quotidiani e periodici, ed è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) trasformata nell’omonima trasmissione radiofonica di Radiodue. Per Rizzoli ha pubblicato L’ombra del campione (2018) e L’ultima canzone del Naviglio (2020).

Source: libro del recensore.

:: Titanio di Stefano Bonazzi (Alessandro Polidoro Editore 2022) a cura di Federica Belleri

17 settembre 2022

Questo libro porta il lettore nel mondo della famiglia e degli affetti. Ma non nel senso classico del termine, bensì facendogli attraversare e toccare con mano il disagio, la paura, il male, l’orrore. Perché non tutte le famiglie sono da cartolina. Non tutte vivono nell’agio. Tante “ignorano” cosa sia il mondo fuori dal loro guscio, perché ne sono spaventate. Altrettante preferiscono rimanere chiuse e isolate o dedicarsi all’illecito perché “così si fa prima e si guadagna”. E chi ne fa le spese? Un figlio, tanti figli, troppi figli. Costretti a non conoscere, a non vivere, a non condividere. E ad accettare passivamente tutto quello che gli viene detto o proposto di fare. Ed ecco che da questa condizione emergono i mostri, i reietti, gli esclusi a prescindere. In che modo? La lettura di questo romanzo vi porterà a scoprirlo.

I toni sono abbastanza forti, l’autore non fa regali a nessuno in questo senso. Ma è anche in grado di utilizzare parole tenere, che mitigano la tensione della trama.

Titanio è una storia, una grande metafora, un importante momento di riflessione.

Bellissimo. Buona lettura.

Stefano Bonazzi è ferrarese. È grafico pubblicitario e fotografo. Si ispira all’arte surrealista. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo “A bocca chiusa”. Nel 2017 esce il suo secondo romanzo “L’abbandonatrice”. Alcuni suoi racconti sono stati selezionati come finalisti al premio “NebbiaGialla” negli anni 2015-2016-2017. Ha scritto in numerose antologie. Collabora con “Il Loggione Letterario” e “Satisfiction”.

Fonte: copia omaggio inviata dall’autore

:: Lo spettro del Dio mortale, Hobbes, Schmitt e la sovranità di Etienne Balibar, raccolta a cura di Giada Scotto (Rogas Edizioni 2022) a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2022

L’idea di sovranità è al giorno d’oggi in crisi? Oppure la messa in discussione della sua tradizionale configurazione statale e nazionale offre l’occasione di un suo differente rilancio? Questi gli interrogativi al centro dei saggi di Balibar, proposti per la prima volta in Italia. Lavorando sulla teoria della sovranità di Hobbes e sul pensiero di uno dei suoi massimi interpreti novecenteschi, Carl Schmitt, il filosofo francese porta alla luce le contraddizioni e le aporie interne alla dottrina dello Stato e al contempo l’irrinunciabilità dell’idea eccedente di sovranità per sostenere e alimentare le istanze democratiche.

Lo spettro del Dio mortale, Hobbes, Schmitt e la sovranità è una raccolta di quattro saggi del filosofo francese Etienne Balibar, curata dalla ricercatrice Giada Scotto, tre dei quali qui tradotti per la prima volta in lingua italiana. Il testo contiene: Prolegomeni alla sovranità: la frontiera, lo Stato, il popolo apparso nel 2000 sulla rivista “Le Temps Modernes”; Lo Hobbes di Schmitt, lo Schmitt di Hobbes, nato prima come prefazione poi pubblicato autonomamente nel 2010 all’interno della raccolta di saggi Violence et civiltè; Schmitt una lettura conservatrice di Hobbes? apparso nel 2003 sulla rivista “Droit” e infine Il Dio mortale e i suoi fedeli soggetti: Hobbes, Schmitt e le antonomie della laicità pubblicato nel 2012 sulla rivista “Ethique, politique, religions”. Testi scritti in tempi differenti che concorrono a formare un’unica complessa e articolata discussione sul concetto di sovranità che Balibar ha sviluppato dal confronto con Carl Schmitt, teorico novecentesco della sovranità, e soprattutto dalla interpretazione schmittiana della dottrina della sovranità di Thomas Hobbes.

Partendo dal concetto di crisi della sovranità, estesa e mutuata da una più estesa incertezza delle istituzioni sovranazionali che formano la costruzione europea, Balibar si interroga su quali sono i limiti e le contraddizioni di queste categorie di pensiero in un contesto problematico e in sempre costante evoluzione come quello in cui ci troviamo a vivere per pervenire a interessanti soluzioni non solo filosofiche astratte ma anche applicabili al contesto politico e sociale contemporaneo.

Forse è meglio prima di addentrarci nello studio delle analisi qui contenute fare un passo indietro e gettare un po’ di luce sul pensiero e la formazione di Balibar. Allievo di Louis Althusser, formatosi in un confronto dialettico con Marx e Lenin, Balibar è tra gli intellettuali di sinistra più attivi del secondo Novecento francese. Una militanza politica problematica quella con il Partito comunista francese, in cui militò dal 1961, per poi uscirne drammaticamente nel 1981 in seguito a severe critiche sull’operato del partito di cui denunciò severamente il suo nazionalismo in materia di immigrazione a fronte di episodi violenti verificatesi nelle banlieu parigine. Il crescente emergere in Francia di sentimenti nazionalisti e xenofobi, non solo tra aderenti della destra del Front National di Jean Marie Le Pen, portò Balibar a sentire la necessità e l’urgenza di un ripensamento della questione della sovranità e di una decostruzione della configurazione statale. La democratizzazione della democrazia sembra una delle sue più recenti proposte al vaglio. Tra cittadinanza, cosmopolitismo e lotta contro la clandestinità come fonte di esclusione e ingiustizia, il tema dell’immigrazione ha un ruolo fondamentale nella rielaborazione di concetti come sovranità, nazione, e stato.

Étienne Balibar (1942) è professore emerito di Filosofia politica e morale all’università Paris X-Nanterre e distinguished professor of Humanities alla University of California di Irvine. Allievo e collaboratore di Louis Althusser, è tra i più autorevoli filosofi politici contemporanei. Tra le sue pubblicazioni tradotte più recentemente Cittadinanza (2012), Crisi e fine dell’Europa? (2016), Gli universali. Equivoci, derive e strategie dell’universalismo (2018), Al cuore della crisi (2020).

Giada Scotto (1991) è dottoressa di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università Sapienza di Roma con uno studio sulla teologia politica di Carl Schmitt. La sua ricerca è parte di un più ampio interesse per la filosofia politica e per il dibattito contemporaneo sulla genesi e il funzionamento degli Stati democratici.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Simone Ufficio Stampa Rogas Edizioni.

:: Torino Nouvelle Vague di Franco Ricciardiello (Todaro, Lugano 2022) a cura di Valerio Calzolaio

13 settembre 2022

Torino. Ottobre 2008. All’Hotel a cinque stelle Duc d’Aoste et de Chambéry soggiornano molte delle personalità ospiti del festival cinematografico della Nouvelle Vague, soprattutto registi, attori e relativi accompagnatori. Il sabato sera al Museo del Cinema si svolge proprio la splendente sfarzosa Nuit Blanche, premi e discorsi importanti. Quando tutti insieme tornano in albergo viene assassinata Alma Sofi Jensen Falk, famosa attrice francese 68enne, nata in Svezia e con cittadinanza italiana, da tutti conosciuta come Sophie Alma, il suo primo marito era stato l’immenso anziano Jean-Simon Leclercq, occhiali dalla montatura di celluloide nera e pochi capelli grigi pettinati in tutte le direzioni, anche lui presente con la nuova compagna. Arrivano i poliziotti, il cadavere si trova nell’ampia stanza all’ultimo piano, medico legale e scientifica compiono le iniziali verifiche, prima dell’alba prende in mano la situazione il commissario Mauro Ferrando, i giornalisti non sono ancora arrivati ma non tarderanno. Cercando nel giardino sotto le finestre del ristorante, Mauro trova la probabile arma del delitto, la statuetta consegnata poche ore prima dal festival all’attrice, e domenica mattina presto va a Palazzo di Giustizia per parlare con il Procuratore, che assegna il caso al più caro amico e coetaneo di Mauro, il 36enne pm Erasmo ‘Rasmo Mancini, da luglio tornato a vivere e lavorare a Torino (dopo otto anni a Roma con la moglie), ormai consensualmente separato e capace il mese prima (in ferie) di risolvere comunque due rapimenti di minori e un omicidio (oltre che di scrivere un libro), appassionato di cinema e indefesso lavoratore. Anche Mancini era andato alla Notte Bianca, per accompagnare la giovane traduttrice (dal e verso cinese e giapponese) Marina Cattani, aveva pure fuggevolmente incontrato l’uccisa sul belvedere che sorregge la guglia della Mole Antonelliana. È tutto un programma… tanto più che molti sono convinti che il colpevole sia Leclerq.

L’ottimo poliedrico scrittore Franco Ricciardiello (Vercelli, 1961) voleva realizzare un omaggio a Jean-Luc Godard (1930) e non poteva certo sapere che sarebbe morto oggi, il 13 settembre, a pochi mesi dalla pubblicazione del suo bel romanzo, narrato in terza persona su Erasmo (alcune scene su Mauro, in parallelo, la soluzione spetterà a entrambi). Leggere quest’avventura è un buon modo no fiction per ricordare il grande réalisateur de cinéma. I titoli dei quindici capitoli riprendono i titoli dei film da lui diretti, da À bout de souffle a Un film comme les autres; poi l’indagine impone di vedere o fa tornare alla memoria innumerevoli sue scene, raccontate con cura e precisione. I dialoghi spesso surreali fra i protagonisti e il regista sono in linea con i personaggi creati nella relativa cinematografia (Mancini era vissuto a Parigi e parla bene francese, meno l’inglese). Ovviamente Leclerq è Godard, praticamente ogni straordinaria risposta agli interrogatori più o meno formali è tratta da sue interviste e dichiarazioni. Del resto, quasi a metà romanzo, il regista sceglie di confessare l’omicidio, pur se il pm capisce subito che non è vero, lui invece è l’affascinante protagonista della fiction. Se può va elegante e comodo in bicicletta, evita i giornalisti e le telecamere, non beve alcolici, scrive di musica, non ha un televisore, l’aspetto spicca oltremodo. Ogni donna gli sorride e lo brama, molte e belle lo insidiano. Il suo metodo investigativo è accumulare quante più informazioni possibili, tentare collegamenti incrociati e aumentare le probabilità di incappare nell’indizio casuale che può aiutare. Così studia eventuali casi analoghi di femminicidi o violenze da parte di gente famosa (e li rileggiamo con lui) e non gli sfugge che c’è stato anche l’annegamento nel Po di un uomo con fisionomia scandinava o svedese. Erasmo è attratto da Marina e vivono da settimane una storia segreta (vegetariana), hanno fatto il patto di non nascondersi mai nulla, ma anche lei piace e deve pure testimoniare in un processo nel quale lui sostiene l’accusa da pubblico ministero, non si potrebbe. Inoltre, Mancini è davvero assorbito dal lavoro, come Ferrando soffrono di terrore del vuoto e di alta febbre del fare. Una giornalista intraprendente si ubriaca col Beaujolais, Erasmo ricomincia a gustare il bicerin col cioccolato fondente. Musiche tante e ben scelte, anche se la soluzione sta negli Abba.

Franco Ricciardiello, nato a Vercelli nel 1961, scrive e pubblica fantascienza dal 1981. Ha pubblicato due romanzi su Urania, Ai margini del caos, vincitore del premio Urania nel 1998 uscito anche in Francia da Flammarion, e Radio aliena Hasselblad, nel 2002. Suoi racconti sono stati inclusi nelle antologie bestseller Millelire di Stampa Alternativa. Negli anni ottanta ha collaborato e diretto la fanzine The Dark Side. Più recentemente ha scritto anche gialli, vincendo nel 2002 il premio di narrativa poliziesca Orme Gialle e nel 2005 il premio Gran Giallo Città di Cattolica. Nel 2007 col romanzo Autunno Antimonio ha vinto il premio Delitto d’Autore.

Source: libro del recensore.

:: W. G. Sebald – Tessiture di sogno- Adelphi – a cura di Nicola Vacca

13 settembre 2022

W. G. Sebald morì in un incidente stradale il 14 dicembre 2001, da poche settimane aveva dato alle stampe Austerlitz, quel grande romanzo che tutti abbiamo amato.

Adelphi pubblica adesso Tessiture di sogno, un volume che raccoglie una serie di prose e di saggi.

Una lettura obbligata per tornare a apprezzare il Sebald saggista.

Pagine dense di pensiero, osservazioni pungenti sull’esistenza che si disgrega, parole alte che omaggiamo alcuni grandi maestri della letteratura mondiale.

Sebald il viaggiatore, il saggista e il critico. In questo splendido libro troviamo l’anima e la coscienza dello scrittore che divagano per lasciare una traccia nel pensiero del mondo.

La prima parte contiene quattro splendide prose che raccontano il suo essere viandante.

Pagine nelle quali lo scrittore racconta le suggestioni dell’isola, girovagando e annotando sul taccuino le impressioni di un viaggio con uno spirito vagabondo da viandante.

Sono davvero toccati le impressioni che Sebald scrive, affascinato dalla Corsica ecco un esempio: «E muovendo da un presente immemore verso un futuro che l’intelligenza di nessun individuo riuscirà a comprendere, alla fine anche noi lasceremo la vita, senza provare alcun bisogno di restarvi ancora per qualche istante almeno, o di potervi se mai fare ritorno».

La seconda parte del volume mostra il Sebald saggista e critico.

Sebald uomo e intellettuale della crisi che scrive sulle macerie del tempo, scava a fondo nell’abisso per coglierne tutte le apocalissi nel momento più significativo della distruzione.

Lo scrittore non fa altro in questi scritti che affrontare i temi fondamentali della sua opera letteraria.

In Tra storia e storia naturale. La descrizione letteraria della distruzione totale e in Costruzioni del lutto, lo scrittore affronta il cuore pulsante della sua riflessione, dando un volto letterario al ricordo, alla distruzione al senso della perdita, temi che troveremmo nella sua narrativa.

Sebald analizza il modo in cui la letteratura recepì l’esperienza collettiva della distruzione toccando gli interi ambiti dell’esistenza.

Gli scritti che Sebald dedica a Kafka, Nabokov e Chatwin sono tra le pagine più belle di questo libro.

Di Nabokov scrive che ha più volte cercato di gettare un po’ di luce nel buio, in cui sono immerse entrambe le estraneità della nostra vita, o per meglio dire di illuminare proprio da quei due punti estremi la nostra incomprensibile esistenza.

Di Kafka ci mostra la sua immagine complessa, leggendo i Diari, entrando nella sua testa senza quasi accorgersi di varcare la soglia dell’assurdo, cogliendo l’aspirazione dello scrittore e della propria persona nella sua fisicità.

Quando Sebald si mette sulle tracce di Bruce Chatwin resta completamente stregato dal fascino di un viandante inarrestabile che resterà per sempre un enigma, inclassificabile come lo sono tutti suoi libri.

A fine volume Sebald parla di sé davanti all’Accademia Tedesca per la Lingua e la Poesia e di tutte le tessiture di sogno che ha inventato nei suoi modi complessi e problematici del fare letteratura.

Che meraviglia vagare insieme a lui in «un regno luminoso, appena soffuso di un alito surreale come lo sono tutti i prodigi, e ci si ritrova, per così dire, sulla soglia di una verità assoluta».

W. G. Sebald scrittore tedesco, nato a Wertach im Allgäu (Baviera) il 18 maggio 1944 e morto a Norwich (contea di Norfolk) il 14 dicembre 2001. Sebald visse dal 1970 in Inghilterra, dove insegnò letteratura tedesca contemporanea presso la University of East Anglia a Norwich. La sua parabola narrativa iniziò nel 1988 con un libro di poesie, proseguì nel 1990 con i quattro racconti di Schwindel. Gefühle (trad. it. 2003), un libro in cui domina il tema del viaggio: protagonista e narratore si muovono fra Vienna, Venezia, Verona, il Lago di Garda e le Alpi Bavaresi in compagnia di Stendhal, G. Casanova e F. Kafka. Difficile trovare definizioni efficaci per Austerlitz (2001; trad. it. 2002): la storia è infatti in questo libro travolgente processo distruttivo. Le tragedie del Novecento, soprattutto quelle tedesche, vengono rivisitate con gli occhi di chi le ha vissute o di chi ne è scampato, come nel caso di Jacques Austerlitz, protagonista del romanzo: egli cerca di ripercorrere la propria storia, a partire dall’infanzia trascorsa nel Galles nella casa del predicatore Elias.

Source: libro del recensore.

:: Twenty – Il nuovo secolo americano: venti anni di guerra e pace nelle cronache di un giornalista italiano di Francesco Semprini (Signs Books 2021) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2022

Federico Rampini scrive, nella prefazione di “Twenty”, che «mettere insieme i fatti, gli eventi, allineandoli uno dopo l’altro, ricostruire il dettaglio di ciò che accadde, è un tipo di lavoro che, alla lunga, invecchia meno delle dotte e presuntuose analisi, degli editoriali in prima pagina, molti dei quali, se riletti oggi, provocano imbarazzo. Francesco Semprini ha messo insieme, in quest’opera, il suo lavoro di cronista in prima linea, materiale tuttora utile e interessante». “Twenty” è la narrazione dell’America del XXI secolo attraverso scatti e dispacci che lasciano lo spazio di giudicare, conferendo opportuni strumenti di critica… con la consapevolezza di una narrazione prevalentemente in presa diretta, senza filtri e senza alcun privilegio, se non quello dell’autore di essere rimasto sempre il più vicino possibile ai fatti.

Per capire l’America, o meglio gli Stati Uniti d’America, errore di termini in cui incorriamo spesso quando nominiamo i territori d’oltre Oceano, l’America naturalmente è un continente che comprende Nord e Sud America per cui anche Messico, Argentina, Perù, etc.., ho trovato di estremo interesse la lettura di Twenty – Il nuovo secolo americano: venti anni di guerra e pace nelle cronache di un giornalista italiano di Francesco Semprini, edito nel 2021 da Signs Books. Gli Stati Uniti d’America con tutte le loro criticità, le loro recessioni, la disoccupazione, le crisi istituzionali sono un macrocosmo variegato e complesso la cui analisi, anche svolta da importanti analisti è sempre difficile e sfugge a molte sottigliezze, per cui è interessante raccoggliere i fatti, filtrati dall’esperienza di un giornalista che vive negli Stati Uniti dal 2001, e seppure di sensibilità prettamente europea conosce dinamiche e problematiche di un paese a volte molto diverso da come l’immaginiamo. Fenomeni di massa e mediatici come Trump non sono spiegabili senza conoscere il vero cuore degli Stati Uniti, la sua gente, quello scontento, quella delusione non solo in termini di crisi economica, che hanno fatto recedere il paese da faro della libertà, con un preciso ruolo anche a livello mondiale e una sorta di orgoglio nazionale, in un secondo piano rispetto a nuove realtà emergenti. Ho trovato di estremo interesse i capitoli riservati a Trump, dal decimo con il titolo più che emblematico Uragano Trump, che consiglio di leggere soprattutto in prospettiva delle nuove elezioni del 2024 che probabilmente riproporranno un confronto (ancora più agguerrito e senza regole) tra Hillary Clinton e Trump, con un paese molto cambiato dopo una pandemia devastante, e una crisi militare nel cuore slavo dell’Europa. Le incognite sono tante ma per comprendere questo paese è bene capire l’importanza e il ruolo che caratterizzano le relazioni specialmente con la Cina, vero punto in cui convergono tutte le tensioni esterne e interne. A quel punto la Casa Bianca dovrà decidere se ritenere Pechino responsabile della devastazione umana ed economica causata dal Covid-19. E questo sarà davvero il punto di svolta delle nuove amministrazioni. Io in tutta sincerità mi auguro che non si arrivi mai a uno scontro diretto, in favore di una sempre maggiore cooperazione e conoscenza reciproca. Politicizzare il virus forse sarà proprio l’errore più grave che i candidati sia repubblicani che democratici potranno fare, perchè sì addensa il consenso nel breve termine contro un nemico comune, ma è foriero di incognite ancora maggiori nel lungo periodo. Tutte riflessioni che ho maturato durante la lettura di questo libro che consiglio sia a chi è a digiuno di faccende statunitensi, sia a chi pur conoscendo il paese si pone degli interrogativi. Semprini è molto abile nel rendere la materia interessante. Edizione arricchita da illustrazioni e contenuti multimediali fruibili con smartphone o tablet (QR Code). Il volume è anche audiolibro con i brani letti da Francesco Semprini. Prefazione di Federico Rampini. Postfazione di Alberto Simoni.

Francesco Semprini, giornalista professionista, vive negli Stati Uniti dal 2001. Ha seguito per La Stampa le più importanti vicende politiche ed economiche americane del nuovo secolo, ed è stato inviato di guerra nei principali teatri di crisi del pianeta. Per il quotidiano torinese ha aperto un ufficio di corrispondenza alle Nazioni Unite. Ha curato ed è co-autore del volume Emergenza Libia (Rubbettino Editore) e ha prodotto Siete Mil, documentario breve sulla crisi del Venezuela.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa dedicato.

:: In breve: Le trecce d’oro dei defunti di Alan Bradley (Sellerio 2022) a cura di Valerio Calzolaio

10 settembre 2022

Toronto. 1952. Flavia, 13enne dagli occhi azzurri, udito sopraffino e talento chimico, è alla festa di matrimonio della sorella 19enne Feely, insieme all’altra sorella (di mezzo) Daffy. Dalla crema della torta vien fuori un dito mozzato, scopre che apparteneva al cadavere sepolto della chitarrista spagnola Adriana Castelnuovo. Sa di essere “una ragazza di intelligenza superiore alla media” e che la polizia di Sua Maestà ha spesso richiesto con successo la sua consulenza. Decide di fondare un’agenzia investigativa insieme al fido Dogger, già valletto e giardiniere del suo defunto padre. Il loro primo caso riguarda una loro vicina, devono ritrovare la corrispondenza del padre di lei, omeopata appartatosi in casa di cura, ma la signora viene uccisa e forse c’entra qualcosa anche quel dito. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dal canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’undicesimo, “Le trecce d’oro dei defunti”, come sempre in prima persona.

Alan Bradley (Toronto, 1938) è stato professore, giornalista, autore radiofonico fino a quando si è dedicato interamente all’attività di scrittore. Nel 2007 il suo primo romanzo con protagonista Flavia de Luce vince il Dagger Award, il premio della Crime Writers’ Association inglese, come miglior esordio. La serie Flavia de Luce mysteries, arrivata al sesto volume, è ora un sorprendente successo mondiale, premiata con vari riconoscimenti e tradotta in 31 lingue. Questa casa editrice ha pubblicato Aringhe rosse senza mostarda (2013), Il Natale di Flavia de Luce (2013), A spasso tra le tombe (2014), Un segreto per Flavia de Luce (2015), Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli (2016) La morte non è cosa per ragazzine (2017), Flavia de Luce e il cadavere nel camino (2017), Il gatto striato miagola tre volte. Un romanzo di Flavia de Luce (2019), Un posto intimo e bello (2020).

Source: libro del recensore.

:: L’incubo della farfalla di Francesco Ferracin (Linea, Padova 2022) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2022

Mentre osservavo la zuppa sobbollire, il mio telefono cellulare cominciò a squillare. Un numero italiano che cominciava con 095. Non conoscendo nessuno con quel prefisso, esitai un attimo prima di rispondere. E quando lo feci, all’altro capo una voce disse: «Sono Battiato, ti ricordi?»
(…)

Non lo avevo capito, allora, ma il suo era stato un congedo, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, in questa esistenza. Il ricordo di quello che mi disse non mi abbandonerà  mai, come mai dimenticherò la sua generosità e il privilegio di essergli stato amico. Ci sono voluti altri cinque anni prima che mi decidessi a pubblicare il risultato di quel nostro incontro artistico, nella sua interezza, e così facendo mettere il punto a una storia che mi ha accompagnato per metà della mia vita.

Dalla postfazione: Battiato nel Regno del ritorno.

Venezia, Berlino e altrove. 1998-2021. Il racconto potrebbe iniziare dalla postfazione dello scrittore e sceneggiatore seminomade Francesco Ferracin (Venezia, 1973), intitolata: “L’INCUBO DELLA FARFALLA sive Franco Battiato e il Regno del Ritorno”, ovvero Francesco e Franco. L’autore incrociò meglio le canzoni del musicista solo nell’estate 1992, un amico stufo dei suoi insopportabili gusti aveva infilato una cassetta nell’autoradio andando in spiaggia al Lido di Jesolo. Questa volta ci fu una folgorazione, le parole evocavano immagini, odori, echi antichi e moderni, un’esperienza sinestetica. La musica di Battiato accompagna Ferracin nei tre decenni successivi, lontano da Venezia durante i primi due, in giro per il mondo a seguire la passione e la vocazione per il cinema. Quando scrive Eight, un progetto di film ispirato a/da Ching sulle leggi della sincronicità, si convince che solo Battiato (in quei giorni di settembre 2005 in concorso a Venezia con il secondo lungometraggio) avrebbe saputo come girarlo. Gli invia una mail, s’incontrano a Padova, parlano di taoismo esoterico, retroguardie artistico-musicali, poesia e cinema trascendentali. Iniziano allora uno scambio di idee e una frequentazione culturale. A fine 2007 Battiato va a Berlino dove Ferracin ora prevalentemente vive, con moglie e infante di due mesi. Lo chiama e si vedono più volte, parlano subito del nuovo film del grande artista, Handel, e negli anni successivi s’avvia la collaborazione su un impegnativo progetto che per varie ragioni non vede la luce, Viaggio nel regno del ritorno. Si confrontano per anni, Ferracin ne stende la sceneggiatura, nel 2013 confida a Battiato di aver scritto nel 1998 un poema epico e fantastico sullo stesso tema narrativo, il monologo di un elfo, spunti da Tolkien (appartenente alla frangia più tradizionalista del cattolicesimo). Battiato è entusiasta del testo, lo rivede e ne realizzano insieme il poema sinfonico L’incubo della farfalla, un successo, appunto!

Pensieri scritti (in genere pensati e scritti su un taccuino a un tavolo di caffè), poesie, musiche, narrazioni sparse di storie tra fiction e realtà, incroci di frasi, versi, toni, stazioni e note musicali (dal mi bemolle al re minore): un’opera musicale in prosa o un’autografia (confessione immediata di un’anima trascendente) o un prosimetro o un poema o il racconto autobiografico di un corpo che prende coscienza di sé attraverso illusioni e contraddizioni contemporanee o la trattazione poetica del venire al mondo e di interrogarsene tramite la fantasia, vedete voi. Irrecensibile, sincronica, elegiaca, curiosa, godibile. Lo stesso autore si serve pure della dotta introduzione “Autografia di un’anima” firmata René A. d’Albion, allo scopo di spiegare il complicato ricorso alla lingua scritta per rivelare quello che solo la musica e la pittura sono in grado di fare, soprattutto quei testi (come questi) vergati attraverso un processo di intuizione arazionale. L’opera è breve, divisa in quattro parti interconnesse, sempre intervallando frasi e versi, citazioni e giochi di parole: Impermanenza (titoletti in varie lingue, narrazione in prima), Metamorphosis (24 brevi paragrafi in prima), L’incubo della farfalla (4 movimenti, in terza e prima), El Juego (vari momenti diacronici nel tempo fra il 1890 e il 1995, in prima). L’esistenziale romantico tema narrativo è il ritorno, un percorso verticale a spirale, non orizzontale, né tantomeno positivo. La terza parte, che dà il titolo all’intero volume, prende spunto da un aneddoto sul filosofo taoista Chang-Tzu (369-286 a.C.): addormentato sotto a un albero sogna di essere una farfalla che si posa su un fiore e si addormenta; quando si sveglia non sa se è lui ad aver sognato di essere una farfalla o se è la farfalla che sta sognando di essere un filosofo addormentato; più un incubo che un sogno, suggerì Battiato. Il testo della loro collaborazione è stato rielaborato anni dopo, affinché potesse essere messo in scena nella sua interezza, ora per la prima volta stampato.

Francesco Ferracin nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l’Europa e l’Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Ha collaborato con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L’incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel.

Source: libro del recensore.