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:: Il telefono rosso di Andrea Peirone (Bibliotheka Edizioni, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

10 settembre 2026

Estate 1970: Adriano è un giovane giornalista del Corriere della Sera e si trova a essere collega del famoso scrittore Dino Buzzati. Il ragazzo ha da poco perso il padre in circostanze poco chiare e non se ne dà pace. Un aiuto inaspettato gli giunge proprio dall’illustre collega, che lo invita a una festa in un’elegante villa sul Lago di Como, il cui proprietario è l’enigmatico conte Sabadin. Qui Adriano fa la conoscenza del noto sensitivo Gustavo Adolfo Rol, che decide di effettuare uno dei suoi famosi esperimenti. Tramite un apparecchio commutatore fa squillare un telefono e chiede ad Adriano di rispondere. Dall’altra parte arriva la voce di Luciano, il padre morto. Dopo un primo, comprensibile attimo di smarrimento, il giovane chiede al genitore come e perché sia stato ucciso e soprattutto da chi. A questa seguiranno altre telefonate, che permetteranno di far venire alla luce la verità.

Il telefono rosso è un breve e originale romanzo di Andrea Peirone, pubblicato da Bibliotheka Edizioni. Accanto al personaggio di Adriano troviamo figure realmente esistite, come il giornalista e scrittore Buzzati e il sensitivo Rol. Il romanzo alterna le vicende di Adriano a quelle di suo padre, narrate in prima persona e ascoltate dal giovane tramite il particolare apparecchio. Apprendiamo così che Fosco, fratello di Luciano e zio di Adriano, aveva lasciato moglie e figli per convivere con un’altra donna. A un certo punto, lo stesso Fosco era sparito e si era immischiato in un brutto giro con gente poco raccomandabile. Il fratello aveva fatto di tutto per rintracciarlo e alla fine ci era riuscito, pagando, però, un prezzo altissimo. Il romanzo mescola alcuni elementi del giallo con risvolti storici e politici, essendo ambientato alcuni mesi dopo la strage di Piazza Fontana. Il tocco “sovrannaturale” è dato dalla presenza di Rol e del suo apparecchio, che permette di comunicare con l’aldilà. Molto intense sono le pagine che raccontano del breve ricongiungimento tra i due fratelli. Così come l’ultimo contatto telefonico fra padre e figlio, in cui Luciano e Adriano riescono a dirsi ciò che non si erano mai detti di persona. Il tutto sullo sfondo del Lago di Como e di alcuni luoghi di “manzoniana” memoria.

Andrea Peirone: Ha vinto la VI edizione del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como con il racconto La Gabbia Dorata ed è stato finalista della VII edizione con L’Uomo del Magnodeno. Ha pubblicato la raccolta di racconti Compendio di Orrori Laghee e il racconto Sotto Spirito sulla rivista di letteratura Inkroci.  

:: Un’intervista con Paolo Ferruccio Cuniberti, a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2026

Benvenuto Paolo su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Ci parli di lei: dove è nato, che studi ha fatto, ci parli della sua famiglia.

Sono torinese, nato a Torino, da una famiglia di “immigrati” dalla profonda provincia piemontese di Cuneo, nel Roero. Non è un dettaglio avere queste origini, nonostante periodicamente mi sia capitato di rimuoverle, perché alla ragion dei fatti, hanno segnato gran parte della mia esistenza e anche della mia scrittura. A Torino ho frequentato un liceo scientifico negli anni 70, anni come si sa piuttosto turbolenti, e ho poi fatto un percorso universitario altalenante tra l’indirizzo storico a Scienze Politiche e la Facoltà di Lettere, alla fine senza concludere con un diploma di laurea. Erano anni difficili, ma sono stati comunque studi per me molto formativi.

Ha anche un sito, l’aiuta nel rapporto diretto coi suoi lettori, e per promuovere il suo lavoro?

Il mio blog in realtà langue da un bel po’, perché un tempo attribuivo una certa importanza al fatto di apparire sul web e in particolare sui social. Mi capitava di intervenire su vari argomenti o di annunciare eventi insignificanti. Poi, dopo questa ubriacatura da presenzialismo in cui tutti devono dire la loro, mi sono saggiamente reso conto che il tacere è oro. Non ho più l’ansia da prestazione dell’esordiente, anche se non posso considerarmi, nonostante l’età, un autore molto conosciuto. Oggi mi limito a qualche minima comunicazione di servizio destinata a chi mi conosce. Non credo che i social abbiano spostato di molto l’attenzione del pubblico su qualche scrittore. Per lo più funziona ancora il passaparola o, per i più fortunati, e magari già noti al grande pubblico, la televisione.

Lei ha attraversato ambiti molto diversi — teatro, cinema, grafica, etnografia, radio e letteratura. Quanto queste esperienze hanno influenzato il suo modo di scrivere?

Ho iniziato a scrivere per pubblicare in forma di articoli alcuni brevi studi di carattere etnografico, pubblicati su riviste culturali, principalmente riferiti al mio territorio d’origine. Quasi tutti infine raccolti nel libro Orsi, spose e carnevali. Quindi saggistica. Ma, avendo anche una formazione letteraria dovuta alle tante letture, il mio stile saggistico poteva prendere anche toni meno austeri rispetto a una scrittura rigorosamente scientifica. Poi, senza voler in alcun modo farne una vanteria, credo di aver sempre posseduto una specie di spirito spiccatamente umanistico, con la curiosità di interessarmi di tutto, dall’arte, alla musica, alla scienza. Per questo ho attraversato, e il più delle volte solo sfiorato, tanti ambienti e varie discipline. Certo, con il rischio oggettivo della superficialità.

Torino e il Piemonte sembrano avere un ruolo importante nel suo percorso. Che rapporto ha con il territorio in cui è nato e quanto entra nei suoi romanzi?

Come ho detto prima, pur essendo nato a Torino in una famiglia piccolo borghese, le radici famigliari stanno nella cultura contadina da cui proveniamo. Quando ho iniziato a scrivere romanzi dovevo fare i conti con queste radici e questo passato, scrivendo in uno stile abbastanza tradizionale. I primi tre romanzi sono infatti una sorta di trilogia del passato prossimo, dedicati rispettivamente agli anni 60, con la fine della civiltà contadina e l’inurbamento dalle campagne (Un’altra estate); agli anni 70, gli anni del post 68 a Torino e del disorientamento giovanile (Body and soul); e ancora la Torino degli anni 80 dove i rapporti sociali e le istanze ideali stavano per essere sommersi dall’edonismo individuale (Indagine su Anna). Concluso questo trittico, ho avuto meno interesse a occuparmi ancora del tema delle mie origini.

Accanto al Piemonte, nella sua attività emerge una particolare attenzione per il Sud e soprattutto per la Sicilia. Che cosa l’ha portata a guardare con tanta curiosità verso questa parte d’Italia?

C’è stato prima di tutto un evento personale perché ho sposato una siciliana trapiantata a Torino. Tramite mia moglie ho potuto conoscere da vicino un altro mondo culturale, linguistico, anche gastronomico, che non mi apparteneva, sebbene le comuni radici famigliari contadine avessero punti di affinità. Da questa frequentazione della Sicilia sono nati via via rapporti molto importanti e sono tuttora in contatto con numerosi esponenti della cultura e del vivacissimo mondo artistico siciliano che, tra tante difficoltà, non finisce tuttavia di sorprendermi e che spesso, devo dire a malincuore, non ha eguali nella mia regione. Il Piemonte vive di individualità che stentano a fare rete tra loro. Mi capita più spesso di essere invitato in Sicilia che a casa mia.

Nel suo lavoro sull’etnografia si è occupato di tradizioni, feste, rituali e cultura popolare. Che cosa possono insegnarci oggi queste forme della memoria collettiva? Ha mai scritto fiabe o favole?

Sulla fiaba e sul mito ho letto e studiato quasi tutto ciò che è indispensabile conoscere, dai formalisti russi alla psicanalisi. Tuttavia non ne ho mai scritto in forma narrativa; non ne sento l’esigenza. Credo anzi che la fiaba vada consegnata al suo mondo popolare ancestrale che già contiene tutto. Proprio perché si tratta di memoria collettiva la fiaba tradizionale può parlare efficacemente ai bambini di oggi come a quelli di ieri. Caso diverso sono le forme rituali popolari che oggi hanno perso quasi del tutto i propri significati profondi e vengono riproposte spesso per fini meramente folcloristico-turistici. Meglio comunque una festa degli Abbà in montagna che un rally motoristico!

Il suo romanzo Un’altra estate porta già nel titolo l’idea di un tempo che ritorna o che viene ricordato. Quanto sono importanti la memoria e il passato nella sua narrativa?

Penso di aver detto già qualcosa in merito precedentemente. Nella cultura popolare, a differenza della nostra contemporaneità, il tempo era circolare, perché determinato da cicli calendariali: stagionali, lunari, settimanali, perfino mestruali. Il romanzo da lei citato racconta il trauma del passaggio da quel mondo a quello della produzione urbana, seriale, industriale. Anche l’amore è scardinato dal nuovo mondo. Il passato contadino diventa per l’appunto memoria. Va ricordato, non va dimenticato, con la consapevolezza che un mondo millenario si è disgregato e ne restano solo relitti, spesso museificati nelle numerose raccolte di oggetti della cosiddetta civiltà contadina.

È stato finalista sia al Premio InediTo sia al Premio Neri Pozza. Quanto conta, per uno scrittore, il riconoscimento da parte dei premi letterari e quanto invece conta il rapporto diretto con i lettori?

Quest’anno ho anche avuto il privilegio di essere designato vincitore per il premio Buttitta 2026 ad Agrigento. Ma non sono certo che quando si tratta di premi “minori”, al di là del piacere personale, vi sia un reale incremento dei lettori. Penso contino ben poco. E alle presentazioni ormai è tanto se ci si trova di fronte uno sparuto gruppo di persone. Alla Littizzetto basta essere tutte le settimane in tv per vendere novantamila copie. C’è altro da aggiungere?

Ha lavorato anche nel teatro e ha organizzato rassegne e incontri culturali. Che cosa ha imparato dal teatro che oggi porta con sé nella scrittura dei romanzi?

Anche per l’ambito del teatro devo alcune collaborazioni (da esterno) alla passata attività di mia moglie. Si è trattato essenzialmente di sporadiche esperienze giovanili. Però il teatro contemporaneo o di avanguardia, mi ha senza dubbio insegnato l’efficacia del gesto prima ancora che della parola, il che, può sembrare un paradosso, deve far riflettere sul fatto che le parole creano immagini e che devono essere essenziali, quelle giuste, nette, disambiguate. La perfezione del gesto deve essere riflessa nella perfezione del linguaggio.

Ha curato l’edizione postuma di Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia, occupandosi anche del saggio critico. Che cosa l’ha spinta ad assumersi il compito di restituire ai lettori la voce di un poeta scomparso?

Questa è una bella domanda! In Sicilia ho conosciuto, sono ormai quasi una quindicina di anni, il pittore palermitano Vincenzo Ognibene che di Battaglia è stato grande amico fino alla morte avvenuta nel 1995 all’età di soli 44 anni. Ognibene, da allora, ha curato innumerevoli pubblicazioni postume, o riedizioni, dell’opera omnia di Battaglia, nato come poeta dialettale, ma il cui valore è stato subito riconosciuto da Sciascia e Pasolini. Battaglia ha scritto anche poesia in italiano raccolta per intero in un’ampia silloge e testi teatrali di sapore beckettiano. Infine, poco prima di morire, un unico romanzo, breve, ma ricco di arditezze strutturali e linguistiche, a tratti surreale, che è rimasto intatto in un cassetto. Restava questo da pubblicare, e Ognibene mi ha chiesto di occuparmene. Il manoscritto non richiedeva particolari interventi (peraltro non si fa editing su un autore che non è più in vita), ma ho sentito la necessità di associargli una postfazione che ne analizzasse i contenuti.

I suoi libri hanno protagonisti e atmosfere molto diverse: da Body and Soul a Indagine su Anna, fino a Ultima Esperanza e La curva del tempo (2025, ed. Medinova). C’è un filo conduttore che lei riconosce, a posteriori, nella sua produzione narrativa?

Me lo sono chiesto anch’io, perché alcune delle mie prove letterarie appaiono assai diverse tra loro a una prima lettura. C’è una certa unità tematica nella prima trilogia che, come dicevo, riguarda l’evoluzione della società in tre decenni. Poi il ponderoso Ultima Esperanza che si discosta completamente dai precedenti ed è un romanzo storico ambientato nel Cile di fine 800 ai tempi delle guerre con gli indios, infine La curva del tempo che è un romanzo fatto di frammenti che si intrecciano tra passato, presente e futuro. Forse in quest’ultimo breve romanzo c’è il senso di tutti i precedenti: il tema del tempo, la posizione dell’umanità nel mondo, le speranze e soprattutto le ingiustizie.

Vorrei chiudere questa intervista segnalando che è anche membro della giuria del nuovo premio letterario Colline Narranti promosso dal Comune di Gassino Torinese che scade a ottobre. Tema di quest’anno Il Cambiamento. Ce ne vuole parlare?

Premetto che sono stato cooptato e non faccio parte dell’organizzazione, ma sono onorato di essere stato coinvolto. Trovo interessante l’iniziativa e mi fa piacere fare parte della giuria. Si tratta di un premio, aperto a tutta Italia e non solo, per racconti che abbiano appunto la tematica ampia del “cambiamento”, che si tratti di cambiamento interiore, sociale, magari climatico, o perché no esteriore. Scadenza 31 ottobre 2026. Mi dicono che stanno arrivando numerosi elaborati per cui credo che la selezione sarà impegnativa. Appuntamento per la premiazione al Salone del Libro di Torino 2027.

:: “Santa Francesca Romana e il Purgatorio” di Marcello Stanzione e Carmine Alvino, (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2026

La conosciamo come la santa dei viaggiatori: la tradizione racconta che Santa Francesca vedesse chiaramente il suo angelo custode, il quale le rischiarava la strada e la guidava di notte tra i vicoli noir di Roma mentre andava ad aiutare i poveri. E poi la bilocazione: le si attribuiva il dono miracoloso di trovarsi in più luoghi nello stesso momento, una capacità di “spostamento rapido” ideale per chi viaggia. Sin qui il Manifesto della sua santità, ma questo Lume acceso in eterno per il Signore seguì nei suoi ultimi anni di vita un complesso itinerario mistico, nel corso del quale fu ricompensata da altre grazie soprannaturali dovendo però anche subire gravi e dolorosi tormenti, persecuzioni crescenti e aggressioni persino fisiche di spiriti maligni; fu gratificata da doni straordinari come visioni e profezie.

In questo prismatico volume, ci si inoltra nel viaggio che l’umanità compie alla fine della vita terrena per purificarsi dei peccati se non si è caduti nella Bolgia infernale o se non si è raggiunto il grado della perfezione in Terra per poter godere immediatamente il suolo etereo del Paradiso. Santa Francesca Romana lo ha compiuto per noi catapultandoci nel mondo della Purgazione e dell’Attesa.

L’unica differenza forte tra processo catartico terrestre e ultraterrenno riguarda la possibilità dei meriti e dei demeriti. Poiché la possibilità di scegliere è riservata solo al periodo terrestre della nostra esistenza, ne consegue che la capacità di crescere nell’amore o di aggravare lo stato personale di colpa e di pena si può espletare solo nel mondo di quaggiù e non nell’altro: “Bisogna riconoscere che il purgatorio è uno stato davvero simile a quello degli uomini santi della terra, a parte l’assoluta incapacità di meritare e di demeritare”.

Stando così le cose si può affermare che coloro che hanno deciso di trasformare l’esperienza esistenziale terrena in un purgatorio anticipato, optando coscientemente e volontariamente per una vita moralmente ordinata e inzuppata di penitenze nelle sue varie forme(digiuno, preghiera, elemosina, opere buone, pazienza nelle tribolazioni), non sono affatto persone da compiangere, ma al contrario, persone da ammirare ed emulare, in quanto hanno compreso, anche se per grazia divina, che soltanto nel cammino di purificazione, per unirsi di più a Dio, si può sperimentare la gioia più grande e autentica sulla terra. Non si tratta di poveri uomini stupidi che rinunciano a vivere, ma di persone illuminate e fortificate dalla grazia divina, per cui le cose terrene sono viste come polvere e le cose celesti come beni reali, come valori imperituri, interiormente appaganti e degni di essere amati, ricercati, e vissuti.

Il Purgatorio di Santa Francesca Romana è dominato dalla presenza degli angeli e risuona del canto dolente della preghiera penitenziale. Il tema del dolore e del tormento espiatorio abbandona ogni riferimento alla corporeità. Il Purgatorio di santa Francesca infatti è il regno della speranza e del perdono; esso è diviso in vari livelli, a loro volta raggruppati in tre regioni distinte, una Inferiore, una Mediana e una Superiore, nelle quali le pene sono commisurate in relazione alla gravità dei peccati commessi in vita. La Regione Inferiore è molto vicina all’Inferno, l’anima che è ivi posta non solo è assistita dall’angelo custode che le fu affidato dall’infusione dell’anima nel corpo, ma è costretta a sopportare oltre al castigo della fiamma mondatrice, la continua presenza del demone, che continua a tormentarla, seppur, spiritualmente, esso sia estraneo al Purgatorio.

Nei Messaggi a Medjugorje la Santissima Vergine Maria avrebbe detto ai Veggenti: “In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicino all’ Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”.

Il luogo Inferiore del Purgatorio

L’ancella di Cristo, comandata dall’obbligo di obbedienza imposto dal confessore, rivela la Visione di questo luogo di purgazione delle anime.

Ella vide infatti, all’ingresso di questo luogo delle parole scritte che così dicevano: “Questo è il Purgatorio, luogo di speranza, ove le anime qui esistenti compiono un intervallo”. Accompagnata dall’Arcangelo San Raffaele, il Divin Principe così le spiega quella enigmatica frase: “… Questo è il luogo del Purgatorio, nel quale le anime stanno a mondarsi dei loro peccati, ed è chiamato anche con l’altro nome di Luogo di Speranza…”.

Difatti, quel luogo inferiore era pieno di fuoco limpido, diversamente dal  fuoco infernale che è scuro e tenebroso. Questo fuoco ha una grande fiamma rossa, che tuttavia non contempla quelle anime che sono in essa. E quindi le anime qui esistenti hanno sempre le tenebre esteriori, ma interiormente sono attinte nella misura della grazia che possiedono, perché conoscano la verità e la determinazione del tempo.

Quelle anime che in questa vita commisero gravi peccati, sono qui collocati dagli angeli che a loro furono affidati in vita affinché si purghino in quella fiamma e là rimangono in quello stesso fuoco secondo le qualità e la quantità dei peccati commessi.

Quelle anime, poi, dopo il tempo debito, uscendo da quelle pene nelle quali erano stati per lungo tempo, ascendono al secondo luogo.

Qualunque anima esistente nel fuoco del Purgatorio per qualunque peccato mortale da lei commesso deve rimanere in quello stesso luogo per sette anni, da questo tempo niente le può essere diminuito, nemmeno la più piccola parte di un’ora per elemosine fatte per loro  da quelli che sono in questo mondo o orazioni e atti benefici sino a quando sia finito il predetto tempo. Nel modo in cui il Signore nostro Gesù Cristo compì 33 anni e certi mesi, così è necessario che le anime esistenti in quel luogo rimangano nel medesimo sette anni per qualunque peccato mortale.  Disse anche questa umile ancella di Cristo che quelle anime esistenti nel Purgatorio, tuttavia non sono tanto tormentate nel fuoco atroce e ardente, grazie a suffragi,  orazioni ed  elemosine.

Inoltre  le anime che stanno in quel  fuoco del Purgatorio, a causa delle gravi pene che sopportano, continuamente gridano con voci pie e umili, senza fermarsi:” O Dio pio e misericordioso, misericordia, misericordia…”.

Riconoscono, infatti, che giustamente e degnamente sopportano queste sofferenze. E poiché si accontentano delle stesse pene, ricevono qualche refrigerio e qualche consolazione, sapendo che sono per venire alla Gloria Beata. In quel luogo dove si infliggevano maggiori pene stavano le anime dei sacerdoti perchè non si erano esercitati secondo la dignità ricevuta nella cura delle anime che avevano.

Il luogo Mediano del Purgatorio era suddiviso in tre luoghi abbastanza grandi, nei quali operava la divina giustizia.

Nel primo vi era un luogo pieno di ghiaccio freddissimo, il secondo era pieno di pece liquefatta mista a olio bollentissimo e con altre pene, l’altro luogo poi era quasi di alcuni metalli liquefatti, forse oro o argento (..).

Nel luogo mediano erano costituiti 38 angeli che accoglievano le anime che uscivano dal fuoco inferiore del Purgatorio e anche anime che quando erano nei corpi, non avevano commesso peccati così gravi da meritare di essere  nel luogo inferiore. E questi  gloriosi angeli  quando accoglievano le predette anime non lo facevano con improperi, come facevano i demoni quando gettavano le anime nell’inferno, ma accoglievano le stesse con grazia e molto umanamente, trasportandole da luogo a luogo, e con grande carità. I 5 anni previsti nel  luogo mediano erano abbreviati e potevano essere abbreviati per mezzo dei suffragi, orazioni ed elemosine per tutte le anime che si trovano lì. Le anime che si trovano qui non hanno visione orribile dei demoni e lodano sempre la misericordia del Signore e Gli rendono grazie.

Disse anche questa umile ancella di Cristo che i suffragi fatti dai viventi per le anime che stanno nell’inferno, né possono giovare agli stessi, né anche alle anime esistenti nel Purgatorio, ma solo risultano in utilità a quelli che li fanno.

Il luogo Superiore del Purgatorio era più luogo di quiete che di pene.

Qui stavano le anime già purificate dai peccati. Nell’acqua le stesse anime ricevevano un grandissimo refrigerio, consolazione, e letizia senza alcuna pena. Vi erano, infatti,  le anime degli uomini e delle donne che in questo mondo vissero con giustizia e fecero penitenza e soddisfazione, si occuparono di sante opere e si affidarono alla Divina Volontà, ricevettero il martirio per amore di Dio, oppure erano stati da poco battezzati  e non avevano commesso nessun peccato. Pertanto nessuna anima creata, per quanto in questo mondo fosse stata giusta e avesse fatto le più grandi penitenze, è libera di entrare in questo luogo, ma è necessario che prima di entrare alla Gloria beata si ponga in quell’acqua, che è purificante e mondante, eccettuate tuttavia quelle anime che furono privilegiate dal Signore nostro Gesù Cristo e dalla sua Santissima Madre.

Dopo l’immersione nell’acqua, quelle anime venivano spinte fuori e dagli angeli venivano condotte in un altro luogo nel quale c’era un certo uomo nobile e onorevole, Abramo. E sebbene Abramo stia nel coro serafico, tuttavia c’è un luogo ordinato nella vita eterna che è chiamato “seno di Abramo”.

Quando l’anima felice si trova qui, proviene da lei un certo suono melodioso di non immaginabile soavità; con la guida di questo dolcisssimo suono, ascende e passa attraverso tutti i cori inferiori ed è posta nel coro serafico, nella postazione ordinata alla stessa anima felice dalla Divina Provvidenza. E quando più ascendono ai cori superiori e alle loro postazioni,maggiori solennità e gaudi vengono loro apportati e sempre quei gaudi crescono gradatamente, pertanto, per tutti i cori angelici e in tutta quanta la patria beata si fa una letizia indicibile di tutte le anime che si avvicinano alla stessa gloria beata.

Conclusione del mio articolo

Sono convinta che anche sulla Terra si possa vivere a tratti  il Paradiso, è la gioia della Gratitudine che fa correre in chiesa per inginocchiarsi e dire a Dio Grazie di quello che siamo, che abbiamo, che non meritiamo. Ma le vittime d’Amore di Gesù hanno scelto oltre la Delizia anche la Croce dell’esistenza, un percorso di purgatorio in Terra per salvare la propria e l’anima altrui.

Senz’altro una scelta coraggiosa, in fondo l’unica che possiamo intraprendere se vogliamo salire in Cielo senza passare dal fuoco della Purificazione estrema o se si rischia di dannarsi con comportamenti che nostro Signore patisce sulla Croce per amore nostro.

Viviamo un’epoca di Sodoma e Gomorra spensierata, tra guerre, pandemie, calamità naturali, eutanasia, aborto, fame, droga, e… senza più riferimenti a Dio, alla Croce, nei testi scolastici o universitari… peggio di così c’è la morte del pianeta, ci avviamo verso questo traguardo.. Ma il Signore ci ha lasciato i Vangeli, le Potenze degli Inferi non prevarranno sulla Chiesa; “IO sarò con voi fino alla fine del Mondo”, dice  Gesù. Allora? Cosa temiamo ancora uomini di poca fede? Ci salveranno le scimmie da dove gli studiosi ci fanno discendere o verrà il nostro Salvatore che l’ha promesso e si è fatto uomo come noi per salvarci? Aspettiamoci il peggio, perché poi verrà il meglio, pregando tutto si attutisce, Dio Padre è un Padre Giusto ma anche infinitamente Misericordioso.

:: Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2026) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2026

Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.

Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.

Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.

Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.

Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.

De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.

È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.

In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.

Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice. 

:: Visioni di cinema: Balzac e la piccola sarta cinese di Dai Sijie

29 agosto 2026

Tratto dall’omonimo romanzo semi-autobiografico di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese è anche un film del 2002 diretto dallo stesso autore del libro e presentato nella sezione Un Certain Regard al 55° Festival di Cannes. È un’opera deliziosa, commovente e divertente, attraversata da una vena poetica e da una malinconia delicata, che parla di amore, amicizia, libertà e, soprattutto, del potere straordinario che i libri possono avere nel cambiare la vita di chi li legge.

Ambientato nella Cina maoista durante gli anni della Rivoluzione culturale, in un piccolo e pittoresco villaggio di montagna del Sichuan, il film racconta la giovinezza di due ragazzi, Ma e il suo migliore amico Luo, entrambi mandati in montagna per essere “rieducati” secondo i principi del regime comunista. Provenienti da famiglie di estrazione borghese e figli di medici considerati nemici del popolo, i due devono scontare la propria presunta colpa attraverso il duro lavoro nei campi e nella miniera, contribuendo, secondo la logica del regime, alla costruzione della nuova Cina del Compagno Mao.

In un ambiente fatto di privazioni, fatica, sporcizia e lavori massacranti, i due ragazzi scoprono però anche una realtà diversa da quella che il regime vorrebbe imporre loro. Incontrano infatti la Piccola Sarta, una bellissima e ingenua ragazza del villaggio, nipote di un sarto, che vive immersa in un mondo semplice e apparentemente lontanissimo da quello dei due giovani. Entrambi si innamorano di lei, dando vita a un delicato intreccio sentimentale in cui amicizia, desiderio, e amore finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. La ragazza, inizialmente affascinata soprattutto dai racconti che Ma e Luo le fanno, viene conquistata da quel mondo sconosciuto che i due riescono a evocare attraverso le loro letture.

Ed è proprio la letteratura il vero cuore del film. I due amici entrano in possesso di una valigia piena di romanzi occidentali, sottratti a Quattrocchi, un altro ragazzo mandato in quel campo di rieducazione. Tra quei libri ci sono soprattutto le opere di Balzac, ma anche altri grandi autori della letteratura europea. In una Cina in cui la cultura occidentale è considerata pericolosa e sovversiva, quei romanzi rappresentano per i protagonisti una finestra improvvisamente spalancata su un universo completamente diverso: un mondo fatto di sentimenti, passioni, libertà individuale, sogni e possibilità.

I libri diventano così una vera e propria forma di evasione dalla realtà oppressiva in cui Ma e Luo sono costretti a vivere. Ma non sono soltanto un rifugio: sono anche uno strumento di formazione e di emancipazione. Attraverso le storie raccontate nei romanzi, i ragazzi imparano a conoscere il mondo, ma soprattutto imparano a conoscere se stessi, i propri desideri e le proprie emozioni. E ciò che leggono finisce per trasformare anche chi li circonda, in particolare la Piccola Sarta, che grazie alla letteratura comincia a immaginare per sé una vita diversa, al di là dei confini angusti del villaggio e del ruolo che la società sembra averle assegnato.

Il film riesce così a raccontare con leggerezza una realtà storica tutt’altro che leggera. Sullo sfondo c’è infatti la violenza ideologica della Rivoluzione culturale, con la sua sistematica repressione della cultura, del pensiero individuale e di tutto ciò che poteva essere considerato estraneo ai principi del maoismo. Dai Sijie evita però di trasformare il film in una semplice denuncia politica: preferisce raccontare questa realtà attraverso gli occhi dei suoi giovani protagonisti, mescolando dramma, ironia, sensualità e poesia. Proprio questo equilibrio rende la storia particolarmente coinvolgente.

Accanto alla magia della letteratura, anche i paesaggi assumono un ruolo fondamentale. Le montagne del Sichuan, i sentieri, i villaggi immersi nella natura e gli scorci della Cina rurale sono di una bellezza quasi fiabesca e creano un forte contrasto con la durezza della situazione politica e con le condizioni di vita dei protagonisti. La natura appare libera e incontaminata proprio mentre gli uomini sono costretti dentro le rigide regole imposte dal regime. La splendida fotografia accentua ulteriormente questo contrasto, regalando al film immagini suggestive e contribuendo a trasmettere contemporaneamente la bellezza, la nostalgia e la malinconia che attraversano tutta la storia.

Balzac e la piccola sarta cinese è quindi un film sulla scoperta della libertà attraverso la cultura, ma anche una storia di formazione, di amicizia e di primo amore. È il racconto di come un libro possa diventare un oggetto rivoluzionario, capace di aprire una breccia anche nelle realtà più chiuse e oppressive. E forse è proprio questo l’aspetto più bello del film: l’idea che le storie che leggiamo non rimangano confinate sulle pagine, ma possano insinuarsi nella nostra vita, modificare il nostro modo di guardare il mondo e persino suggerirci la possibilità di diventare qualcun altro.

Un film poetico e delicato, capace di commuovere senza mai essere stucchevole e di raccontare, con grazia e ironia, il potere della letteratura e il desiderio universale di libertà.

:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2026

Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Presto sui vostri kindle: L’Imperatrice dei Mari di Shanmei

24 agosto 2026

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.

:: Una giornata a passo leggero di Jelena Lengold (Voland, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2026

Una giornata a passo leggero della scrittrice serba Jelena Lengold, tradotto da Elisa Copetti per Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo di notevole qualità letteraria che ci porta nella vita di uno scrittore di successo della Belgrado contemporanea, Isidor Kraus, cinquantenne, molto amato dai lettori e apprezzato da stuoli di donne, anche giovani, per il suo fascino dimesso e disincantato.

Arrivato a quel punto della vita in cui, inevitabilmente, si cominciano a fare bilanci, Isidor si accorge di non riuscire più a scrivere con la facilità di un tempo. O forse si accorge che il romanzo che vuole realmente scrivere — quello dedicato alla vita di suo padre, morto da poco — è l’unico che sente davvero necessario, invece di continuare a perdersi nei racconti di sé stesso e nella propria incapacità di costruire relazioni stabili, capaci di renderlo emotivamente completo e, forse, finalmente realizzato.

Ma cos’è la scrittura? E cos’è, davvero, la letteratura?

Sembra chiederselo Lengold, trasformando il romanzo in un’ampia e affascinante riflessione metaletteraria sulla capacità della letteratura non soltanto di scavare nel profondo delle anime, ma anche di curarle, in uno slancio salvifico che la avvicina alla musica e, più in generale, all’arte.

Ma la letteratura può davvero salvare?

Oppure le fratture del passato, i rapporti mai completamente risolti, le fughe attraverso le quali abbiamo cercato di rifugiarci per elaborare i lutti restano comunque lì, a incombere sulle nostre vite, anche quando crediamo di averle finalmente superate?

Isidor Kraus sembra cinico, disilluso. Non vuole che gli altri si aspettino più nulla da lui. Ma è una maschera, sedimentata negli anni in cui ha cercato di dimenticare un amore che lo ha segnato davvero, quello vissuto a diciotto anni, quando si ama in modo assoluto, senza egoismi e senza limiti.

E quell’amore, mai veramente dimenticato, torna improvvisamente nella sua vita attraverso alcune mail ricevute da un ipotetico lettore. Ne nasce uno scambio di botta e risposta al quale Isidor aderisce con riluttanza, fino a quando quell’uomo svela la propria identità: non è un anonimo lettore, ma il figlio di Irma, che ha bisogno del suo aiuto.

Sebbene il protagonista sia maschile, sono soprattutto le donne che ruotano intorno a lui a costruirne, in qualche modo, l’identità: Olga, la traduttrice; Maja, la giovane giornalista televisiva; Irma, l’amore della giovinezza; e la madre, morta troppo presto, quando Isidor era ancora adolescente.

Sono loro, con la loro presenza o con la loro assenza, la voce sommessa che arricchisce e insieme ferisce la vita di un uomo che ha trovato nella scrittura una via di fuga, un modo per difendersi dalle insidie del tempo e dai dolori della vita.

Lengold scrive con una grazia particolare, senza mai forzare il sentimento. C’è malinconia, ma non c’è compiacimento; c’è dolore, ma rimane quasi sempre sottovoce. Ed è forse proprio questa misura a rendere così intensa la storia di Isidor: la sensazione che dietro la sua ironia, dietro il suo disincanto e dietro la sua apparente capacità di non aver bisogno di nessuno, si nasconda un uomo che continua a fare i conti con ciò che ha perduto.

Poetico, delicato, sommesso, Una giornata a passo leggero è un romanzo sulla memoria, sull’amore, sulla perdita e sulla possibilità — forse illusoria, forse necessaria — che raccontare ciò che ci ha ferito possa finalmente aiutarci a comprenderlo.

Un romanzo bellissimo, luminoso, scritto da una delle voci più importanti della letteratura serba della sua generazione.

Jelena Lengold Nata nel 1959 a Kruševac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Vašarski Mađioničar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.

Elisa Copetti È una traduttrice friulana, docente di lingua serbo-croata presso l’Università di Udine. Ha tradotto svariati romanzi e opere teatrali di autori serbi e croati, vincendo nel 2008 il Concorso internazionale “Estroverso”, dedicato alla traduzione di letteratura per l’infanzia dalle lingue dell’est Europa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.