Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una notte nella foresta di Blaise Cendrars (Lamantica edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 febbraio 2019

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Blaise Cendrars è uno degli scrittori più geniali del Novecento. È stato un giramondo apolide e solitario. Nelle sue opere ha raccontato se stesso e la sua inquietudine.
Scrittore ribelle e dissoluto non ha mai creduto a niente e soprattutto non ha mai preso sul serio la sua vita e i suoi libri. Proprio puer questo motivo è stato un grande scrittore. Dovremmo leggerlo di più e scoprire la sua eclettica irriverenza.
Siamo grati a Lamantica edizioni (www.lamantica.it) per aver pubblicato Una notte nella foresta (nella pregevole traduzione di Federica Cremaschi) un primo frammento di un’autobiografia in cui Cendrars si presenta al lettore con tutto il suo carico di disperazione e inquietudine, raccontando tutto se stesso senza risparmiare nessun dettaglio.
In queste pagine taglienti e intense lo scrittore non ha paura di mettere a nudo la sua natura di solitario disilluso che non si aspetta niente dalla vita avventurosa che conduce.

«L’ombelico dell’universo è un buco: non è un duomo ma un antro. Bisogna lasciarsi scivolare, abbandonarsi, lasciarsi trascinare dalla propria pesantezza per raggiungere il centro del mondo e contemplare non la mummia imputrescibile degli imperatori, né la maschera e dei papi, ma piuttosto i volti ardenti delle streghe che roteano nelle fiamme».

Cendrars è uno scrittore onesto e non si nasconde mai dietro quello che scrive. Anche in queste pagine lo troveremo tutto, impareremo a conoscerlo in tutti i suoi eccessi:

«In effetti non scrivo mai .Gli amici non sanno mai dove sono. Non ho l’abitudine di confidarmi. E poi sono un uomo inquieto, duro con me stesso, come tutti i solitari».

Una notte nella foresta costituisce un’introduzione all’opera dello scrittore, un’immagine dello stile dell’uomo, così scrive nella prefazione Riccardo Benedettini.
Scrivere e vivere per Cendrars sono la stessa cosa. La vita, come la scrittura, è un duro mestiere.
Lo scrittore e l’uomo sanguinano allo stesso modo e si mostrano nudi e scorticati con la pelle strappata.
Cendrars è un genio. Nei suoi libri troveremo se stesso e la sua vita intensa, girovaga e difficile, consumata a cercare e a raccontare l’uomo così com’è.

Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (La Chaux-de-Fonds, 1º settembre 1887 – Parigi, 21 gennaio 1961), è stato uno scrittore svizzero naturalizzato francese.
La sua opera è stata fin dagli inizi caratterizzata dal viaggio e dall’avventura. Nella sua poesia come nella sua prosa (romanzi, corrispondenze, memorie) all’esaltazione della modernità si aggiunge la volontà di crearsi una leggenda dove l’immaginario s’intreccia inestricabilmente al reale.
Attivo nella legione straniera francese, partecipa alla prima guerra mondiale. Il 28 settembre 1915, perde in combattimento l’avambraccio destro, la sua mano di scrittore. Questa menomazione marca profondamente l’opera di Cendrars, facendogli scoprire la sua identità di mancino. Il suo rapporto con la scrittura ne sarà completamente cambiato.
Poeta, scrittore, reporter, realizzatore cinematografico, sceneggiatore, fondatore di riviste culturali, uomo d’affari, Blaise Cendrars avrà una forte influenza su tutte le avanguardie artistiche e letterarie di inizio XX secolo. La sua opera è di grande respiro e un inno alla vita.
Morì nel 1961 e venne sepolto nel Cimitero dei Batignolles, a Parigi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: I Maigret 9 e I Maigret 10 di Georges Simenon (Adelphi, 2015) a cura di Daniela Distefano

3 dicembre 2018
I MAIGRET 9- Simenon

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Parliamo ancora di Georges Simenon, perché Simenon non stanca mai; la sua ispirazione è come la sua produzione letteraria: sterminata. Questi due volumi Adelphi, in particolare, rachiudono racconti di fine compattezza, come se lo scrittore di origine belga li avesse prima messi a mollo e poi asciugati al sole della sua lucidità.

I Maigret 9:

Maigret e l’uomo della panchina.
Maigret ha paura
Maigret si sbaglia
Maigret a scuola
Maigret e la giovane morta.

In questa raccolta, ricorrono i consueti elementi dell’immaginario di Simenon; l’ordinario cielo lacrimoso – per esempio – così congeniale al commissario Maigret quando si tratta di affrontare un nuovo, incancrenito, caso:

La pioggia veniva giù con tanta ostinazione e violenza che non era più solo pioggia, né il vento era più solo il vento gelido: sembrava piuttosto che si fosse scatenata la furia degli elementi. Qualche ora prima sulla banchina mal riparata della stazione di Niort, aggredito dagli ultimi spasimi di un inverno che non si decideva a finire, Maigret aveva pensato a una belva che non vuole morire e morde, con accanimento, sino alla fine”.

E poi, che dire della predilezione dello scrittore per le ambientazioni esterne, per quei luoghi di perdizione dove si consuma a fiumi alcol di tutte le gradazioni? Calvados, birra, whisky, vino rosso, vino bianco, acquavite, pernod, martini… Un locale cult? “La Brasserie Dauphine”, da dove il commissario Maigret fa portare il vassoio di panini e birre nelle giornate o serate di estenuanti interrogatori quando non c’è tempo di pranzare o cenare a casa e gli indagati invece sono messi alle strette dopo un boccale di birra e un sandwich. Nelle storie raccontate con la manopola meccanicistica, Simenon svela pure la strategia, le tattiche investigative del commissario Maigret. Nulla di trascendentale, ma neanche di totalmente casuale:

A ogni nuova inchiesta il suo umore descriveva, per così dire, pressapoco la medesima curva. All’inizio vedeva i personaggi dall’esterno. Ne coglieva le piccole manie, ed era divertente. Poi a poco a poco si metteva nei loro panni, si chiedeva come mai si comportassero in quel modo o in quell’altro, si sorprendeva a pensare come loro, e questo era molto meno divertente. Solo in seguito, dopo averli visti talmente tante volte da non stupirsi più di nulla, capitava che riuscisse a riderne..”.

I Maigret 10:

Maigret e il ministro
Maigret e il corpo senza testa
La trappola di Maigret
Maigret prende un granchio
Maigret si diverte.

In questo volume, proseguono le indagini serrate e ingarbugliate. Maigret compie passi da formica ogni volta che la situazione rimane annebbiata, procede con lentezza, assapora i vari ingredienti ma non sempre ottiene subito il composto giusto:

Quando si legge sui giornali il resoconto di un’inchiesta, ci si immagina che la polizia proceda in linea retta, sapendo fin dall’inizio dove andrà a parare. I fatti si susseguono con una logica, come le entrate e le uscite dei personaggi in una buona commedia. Di rado vengono riportati gli andirivieni inutili, le ricerche estenuanti che finiscono in un vicolo cieco, le informazioni prese alla cieca a destra e a manca. Maigret non avrebbe potuto citare una sola indagine durante la quale, a un certo punto, non si fosse arenato”.

Nel racconto “La trappola di Maigret”, è di scena persino un caso da manuale del crimine patologico : in sei mesi, cinque donne che camminavano di sera nelle vie di Parigi erano state vittima di un unico assassino. Per Maigret una vera e propria ossessione. Le altre inchieste vengono condotte seguendo una logica da carpe diem,

Come si dice per un soldato che fiuta la polvere da sparo, lui intuiva che là, nel suo ufficio, stava per succedere qualcosa. Quella particolare agitazione di cui parlava la radio lui la conosceva bene, dato che per centinaia di volte era stato lui a provocarla. Un’ inchiesta procede a rilento, o almeno così sembra, per giorni, a volte per settimane. Poi, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, accade qualcosa: una telefonata anonima, magari, o una scoperta apparentemente insignificante”.

Insomma, Simenon dà a Maigret carta bianca sui casi da sbrogliare, ma lo tiene anche al guinzaglio facendogli seguire – quasi annusare – tracce, orme che lo porteranno al disvelamento della verità, o a quel bozzolo che la contiene.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il nostro caro Lucio: Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana di Donato Zoppo (Hoepli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

17 ottobre 2018

lucio battistiA vent’anni dalla scomparsa di un genio musicale, quale Lucio Battisti, avvenuta il nove settembre del 1998, a soli cinquantacinque anni di età, Donato Zoppo scrive “Il nostro caro Lucio”, edito dalla Hoepli, costo al pubblico Euro 17,90.
Qui vengono ripercorse in modo pedissequo ed assai nostalgico le tappe fondamentali della carriera fulminante del cantautore di Poggio Bustone.
Gigante indiscusso della musica leggera italiana, è stato indubbiamente capace di lasciare ai contemporanei e ai posteri un segno tangibile ed inviolabile nella cultura del suo stesso Paese.
Grazie a lui si può tranquillamente affermare, senza esagerazione e facili trionfalismi, che la canzonetta è salita di rango, divenendo nobile arte!
Battisti ha dunque firmato brani musicali indimenticabili, che, ancora oggi, grazie alla loro forza e modernità, sono in grado di emozionare e di far venire la pelle d’oca per l’intensità dei medesimi contenuti.
Con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol, ha costituito uno dei sodalizi più clamorosi e riusciti della storia della musica leggera nostrana!
Il suo talento cristallino e la sua innata sensibilità ha fatto sì che quest’artista riuscisse a prevedere quelle nuove tendenze e quei nuovi movimenti che avrebbero poi fatto breccia nel suo pubblico.
Di indole e timida e assai riservata ha fatto della sua vita privata un baluardo da proteggere a tutto tondo; poche sono state nella sua lunga carriera le interviste intimistiche concesse ai mass-media, centellinati perfino i suoi concerti!
È grazie quindi a Mogol i suoi successi stratosferici, quali “Acqua azzurra acqua chiara”; “Un’avventura”; “Dieci ragazze”; “Io vivrò senza te”; “Fiori rosa fiori di pesco”; “Emozioni” e moltissimi altri, uno più emozionante dell’altro.
Lucio, come lo stesso autore di questo meraviglioso libro-ricordo afferma, è stato anche capace di trovare sempre l’appeal più giusto per declinare tutte le più piccole sfumature della forma canzone, trovando stimoli e forza nuova per esplorare, con grande umiltà e convinzione, altrettanti spazi musicali. Infatti la sua stessa vasta produzione va dal melodico, al rock; dal blues al folk; attraversando anche mondi paralleli, quali progressive e disco music ; fino a toccare con estrema delicatezza un pop elettronico di assai rara eleganza.
Donato Zoppo oltre al racconto delle peripezie artistiche di Battisti, ci offre anche un’indagine sul privato dell’uomo cercando di individuare quelle motivazioni scatenanti che lo hanno portato a condurre una vita riservata, quasi monacale.
Dalle bellissime e sentite pagine di questo libro si avvince così una personalità complessa, ma al contempo stesso affascinante; per certi versi si può tranquillamente affermare che ci si imbatte in un ribelle, in un conclamato anticonformista; un mito indistruttibile che anche oggi al suo peso ed il suo perché!
Da leggere per ricordare, da leggere per conoscere.

Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Audio Review” e “Jam”. Ha all’attivo libri su King Crimson, PFM, Area, Genesis.

Source: libro del recensore.

:: Attraversare i muri di Marina Abramović (Giunti Editore 2017) a cura di Elisa Napoli

6 giugno 2018

“DATTRAVERSARE I MURIedico questo libro agli AMICI e ai NEMICI”.

Inizia così la biografia di Marina Abramović, artista rivoluzionaria, pasionaria, instancabile e geniale performer dedita in toto al suo lavoro. Attraversare i muri non è solo il titolo di queste 400 pagine, dalle quali si fatica a staccarsi, ma è il resoconto della straordinaria vita di una donna che ha creduto di farcela e spera che questo libro sia di ispirazione a tutti coloro che hanno un sogno, perché “non esistono ostacoli insuperabili se si ha la forza di volontà e se si ama ciò che si fa”. Di ostacoli Marina ne ha superati tanti: nata nella Jugoslavia postbellica in una famiglia dove il ruolo matriarcale ha profondamente segnato la sua vita, cresce con la nonna Milica fino a 6 anni quando poi, a seguito della nascita del fratello, viene riaccolta dai genitori in un clima litigioso e privo di amore, se non verso il fratello maschio che diventa, da subito, il preferito. Mai un Natale felice, un gesto affettuoso, mai nulla fuori posto per via dell’ossessione materna verso la pulizia e l’ordine; Marina tuttavia cresce in un ambiente intellettuale ricco che la porta a voler essere, fin da bambina, un’artista. La madre, nonostante la mal sopportazione verso quella che sarebbe poi diventata la più grande performer esistente (capace di attirare più di 700.000 persone fuori da un museo), nutre un amore incondizionato per l’arte e la incoraggia, facendole certamente mancare l’affetto ma mai i soldi per i colori, i libri, il teatro. Le ferree regole vissute da bambina hanno forgiato un gigante, una donna incredibilmente forte a livello mentale e fisico, in grado di vivere l’amore e il lavoro, suoi baluardi fondamentali, in modo totalmente appassionato ed estremo: Marina ama e lo fa incondizionatamente, è insaziabile e pretenziosa, passionale e tumultuosa, sempre pronta a spingersi al limite fino al punto di vivere emozioni ed amori burrascosi in grado di farle sanguinare l’anima. Questa autobiografia ci fa entrare nel sodalizio artistico tra Marina e Ulay (suo compagno di lavoro e di vita per oltre 12 anni) e ci incanta, spingendoci a cercare non la metà perfetta della mela ma quella che ci ispira, ci prende per mano e ci conduce verso nuovi orizzonti. Nati nello stesso giorno dello stesso anno, i due artisti hanno creduto di essere, per molto tempo, una cosa sola, un’unica anima e, legati da uno strano filo invisibile, sono stati creatori di diverse performances fino all’ultima, alla muraglia cinese e al loro saluto finale. Tutto inizia dall’arte e lì si conclude. Se la sai accogliere Marina entra nella tua vita e attraversa il tuo di muro, si getta sfrontatamente contro di esso e, in qualche modo, ti cambia. Ti ispira. Perché di persone così, in grado davvero di muovere le masse, ce ne sono pochissime. Ti attrae perché è vita. E, se la riconosci, non puoi fare altro che respirarla, sentire l’energia vulcanica che ti attraversa e iniziare a creare il tuo mondo.

Marina Abramović cresciuta nell’ex Jugoslavia, è una leggendaria performance artist. Oggi vive fra New York e la Husdon Valley.

Source Acquisto personale.

:: Francesco Dezio racconta “La gente per bene”: cronache di un disoccupato quarantenne del terzo millennio a cura di Pierpaolo Riganti

14 maggio 2018

la gente per beneCamminiamo io e me stesso su un tapis roulant e la città finta ci scorre davanti, l’attraversiamo rimanendo sempre nello stesso punto. Cambia lo scenario, che continua a svolgersi davanti a noi mentre, con una costanza stoica, allunghiamo le nostre gambe sul nastro di gomma. Passeggiamo e riflettiamo, artificialmente scontornati in questo surrogato di realtà.” (pag. 187).

È la freddezza siderale di un’allucinazione il timbro dell’ultimo romanzo di Francesco Dezio (La gente per bene, TerraRossa edizioni, marzo 2018), pugliese di Altamura, che per la terza volta si cimenta nella narrativa sociale impegnata dopo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004, ora ripubblicato da TerraRossa edizioni) e Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo 2014). Questa volta l’autore prova ad affrontare un tema tabù: la disoccupazione cronica, lo scippo programmato di qualsiasi possibilità di immaginare un futuro (se non come incubo), l’inerzia motoria, la solitudine che accompagna il protagonista al fantasma di se stesso. Tutto questo in un tessuto sociale claustrofobico ed incancrenito dalle metastasi delle collusioni tra imprenditoria e malaffare, della corruzione, dello sviluppo selvaggio e accelerato ma osteoporotico (non appena si incespichi nei mali globali della crisi e del dilagare dei Cinesi), della speculazione edilizia che metamorfizza i paesaggi rurali del Sud fino a renderli, appunto, allucinazioni irriconoscibili.
Un tema letterariamente sfidante, come non è mai stato trattato in Italia: esso va oltre la narrativa operaistica degli anni Zero, inaugurata dallo stesso Dezio con Nicola Rubino (cui seguirono, solo per citarne alcuni, Emanuele Tonon, Il nemico, Isbn 2009; Massimiliano Santarossa con Viaggio nella notte, Hacca 2013; Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013); e va oltre la stessa “letteratura precaria”, che ha trovato l’ultimo e più compiuto sigillo in Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi 2016.
La disoccupazione, con l’incapacità di acquisto e l’isolamento sociale, paralizza ogni possibilità di sviluppo narrativo: “… te ne stai in camera ma ruoti su te stesso sulla sedia, magari così catturi il vento del cambiamento e voli via… non ti sei neppure accorto che le rotelline della sedia su cui stai seduto stanno incidendo il pavimento a forza di ruotare. Pure tu stai scavando, per vedere la luce in fondo al tunnel. Cammini in tondo per la stanza come i matti. Ascolti le pareti in cerca di risposte.” (pag. 190). Al protagonista, scollato da sé, in un mondo che non riconosce più come suo (perché di fatto ne è stato espulso, non partecipando alla dialettica sfruttamento – produzione), non resta altro da fare che aggirarsi per la città con sguardo sbigottito eppure lucido: ex disegnatore meccanico ed ex grafico, può tenere allenata la sua professionalità soltanto osservando interi quartieri cresciuti come funghi senza nessuna razionalità urbanistica e geometrica, rimasti deserti perché invenduti: “Ci erano venuti ad abitare i salottari, chi lavorava nei divanifici e aveva potuto mettere soldi da parte per la dépendance, el buen retiro, in grado di riscattare quelle vite ordinarie in un sogno di riuscita sociale (…). Torno a guardare le palazzine, tutte identiche, a linea retta disegnate in AutoCAD, color grigio cemento e beige (…) innalzate sulla base dello stesso progetto, moltiplicate come in un gioco di specchi…” (pag. 178).
Oppure non gli resta che ascoltare gli sfoghi logorroici di altri individui malridotti come lui, spesso rappresentati senza alcuna solidarietà ed empatia come canaglieschi, qualunquisti, ipocriti, o al contrario come intransigenti idealisti di retroguardia, anche attraverso l’uso del dialetto come mezzo di caratterizzazione psicologica e sociale: “La flessibilità l’hanno inventata loro, altro che i cinesi. La conosci la v’rzell? … È una sottile lamina d’acciaio, come le linguine… le tagliatelle, la pasta che si mangia, con la differenza che la v’rzell la puoi piegare a tuo piacimento e non si spezza. Così ti vogliono, flessb’l’ com’ alla v’rzell.” (pag. 168).
O, al più, può fantasticare sulla vita di altri, immaginarsi di essere Un Altro. Ecco dunque che, nell’impossibilità di raccontare una sua storia, l’io narrante rinuncia all’autofiction e racconta la vita dell’Imprenditore Manucci, il re dei divani: è qui che questo romanzo dalla struttura polimorfica ritrova un ritmo forsennatamente veloce e raggiunge il suo culmine di sperimentazione stilistica, con apici esilaranti di deformazione comica (pag. 146: “ L’Italia era appena uscita dalla fame nera e si piazzava davanti agli schermi dei televisori. Lui trovava di cattivo gusto quegli speciali in bianco e nero sui meridionali che sporgendosi dal finestrino del treno in partenza per il Nord davano baci volanti a moglie e morra di figli al seguito, pronti a pulire le deiezioni del Paese Sviluppato. O di certe selvagge che si rotolavano a terra a ritmo di tamburello (…). Manucci non voleva e non poteva essere per tutta la vita un dipendente, no, lui doveva mettersi a conto proprio…”).
Infine, al protagonista non resta che chiudersi in uno spazio domestico imploso su se stesso, in un contesto familiare tutt’altro che idillico e protettivo, dove i rapporti filiali sono usurati dalla fatica di tirare a campare; ed ecco che la casa si contrae: dallo spazio-finestra dove si può osservare un mondo periferico che ancora si muove, sia pure negli ultimi spasmi (pag. 127:“i vetri della finestra del soggiorno tremano per lo spostamento d’aria prodotto dai TIR che percorrono la provinciale che porta a Corato. La strada attraversa questo quartiere di case popolari, dove c’è sempre qualche pregiudicato agli arresti domiciliari affacciato ad impartire ordini. Dirimpetto c’è il più grande centro edile forse di tutta la Puglia (…). Gli occhi di mio fratello, che di tanto in tanto si sporge dal balcone della cucina, vagano annoiati sul mercato rionale che c’è qui sotto…”), si passa alla cucina, dove si consuma un pranzo a base di rimbrotti e rancori reciproci tra padri e figli, poi alla cameretta, davanti al monitor del computer, quasi sempre sui siti cercalavoro a inviare inutili curricola, fino al letto che assomiglia ad un cataletto funebre.
Un romanzo, dunque, che ininterrottamente si apre, in una forma ibrida, al reportage narrativo, alla satira, alla letteratura no fiction (la storia del nonno, soldato, emigrante e poi di nuovo agricoltore nel secondo dopoguerra; le sempre più saltuarie esperienze lavorative in aziende piccole e fragili negli anni Duemila…) ed imbastisce così un’originale storia dell’industrializzazione del Sud, che smarca l’autore da qualsiasi debito letterario nei confronti degli autori su citati (e di altri ancora), in un’Italia spezzata in due (ne è stata l’ennesima conferma la divaricazione tra Nord e Sud del Paese nel voto del 4 marzo) e che continua a mostrare di avere due narrazioni.

Source: libro del recensore.

:: Un giorno come un altro. Storia d’amore, perle e riscatti, Filippo Venturi, (Pendragon, 2015), a cura di Micol Borzatta

24 luglio 2015
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Siamo nel 2014 a Bologna. La mostra “Il mito della Golden Age”, organizzata nel fatiscente Palazzo Fava, espone il famosissimo dipinto di Vermeer dal titolo La ragazza con l’orecchino di Perla.
Martino, un meccanico spiantato che si dedica ai furti di cerchioni, riesce a entrare nel palazzo e a rubare il dipinto. Ciò non avviene grazie alla sua bravura e alla sua astuzia, ma grazie a una serie di circostanza fortuite.
Martino infatti non sa bene come muoversi e la sua goffaggine lo porta a fare passi incerti e catastrofici che però non saranno per niente d’aiuto ai funzionari di polizia che non sapranno cogliere la fortuna.
Un romanzo molto divertente e fuori dagli schemi che porta il lettore a tifare per i cattivi che riescono a fare breccia nel suo cuore grazie alle loro azioni imbranate e alla loro ingenuità.
Lo stile di narrazione è molto semplice e leggero, ma non per questo mancano i colpi di scena che danno quella marcia in più che coinvolge a fondo il lettore.
Una trama ben sviluppata che permette di conoscere una Bologna un po’ diversa dal solito.

Filippo Venturi, nasce nel 1972. Vive e lavora a Bologna come ristoratore.
Ha già pubblicato nel 2010 Intanto Dustin Hoffman non fa più un film. Nel 2012 Forse in paradiso incontro John Belushi. Nel 2013 Un saluto ai ragazzi, raccolta di racconti scritto insieme a Emilio Marrese e Cristiano Governa. Tutte le pubblicazioni sono con Pendragon.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Filippo Venturi per la disponibilità.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Come un film francese, Roberto Saporito, (Del Vecchio editore, 2015)

21 luglio 2015
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Roberto Saporito è uno scrittore che legge.
Non in modo bulimico o compulsivo (come me), non affastellando sul suo comodino ideale (un lettore ha per antonomasia accanto al letto un comodino stracolmo di libri) di tutto dalla narrativa commerciale, all’ultimo successo (che la bandella assicura ha venduto mille mila copie), qualche classico (perché se non leggi l’Ulisse, pur non capendoci niente, non sei nessuno), fino ai libri d’arte (oh, ce ne sono di bellissimi), qualche autobiografia di personaggio famoso (sai com’è tutti ne parlano, vuoi mica trovarti in società e non avere niente da dire a tal proposito), qualche libro di cucina, e perché no un corso su carta su come disporre i fiori o tagliare le siepi.
No, non legge per motivi futili.
Legge in modo selettivo, forse snob, prediligendo scritture eleganti e raffinate, (ha una passione per i postmoderni, e per gli esistenzialisti, anche).
Dico questo non perché sia entrata di nascosto nottetempo in casa sua, a sbirciare i libri della sua biblioteca (rigorosamente d’acciaio cromato), ma perché lo capisco leggendo i suoi libri, e perché lui non fa in effetti niente per nasconderlo (oltre a liste di musica, non è raro trovare nei suoi libri consigli di lettura; a pagina 9 – e sì, le ho contate- ce ne è pure una in Come un film francese).
Oltre a leggere, ruba. Dalla realtà. Da sé stesso, aspetti a volte marginali, a volte qualche riflessione filosofica chiarificatrice (sulla letteratura, sulla vita), a volte una sua passione (per gli abiti neri e la Costa Azzurra).
Ma il personaggio senza nome, protagonista di Come un film francese, non è lui.
Non ci somiglia, per molti versi, per niente.
E’ un personaggio letterario, una creatura simbiotica che vive solo in queste pagine. Roberto Saporito è molto più simpatico. Trovo buffo chi scambia l’autore per il suo personaggio, a volte commovente. Anche se alcuni autori si arrabbiano, anche vivacemente quando succede.
Ci sono autori che amano deformare nei loro libri i loro nemici, Saporito ama fare la stessa cosa con se stesso.
E in questo gioco letterario, forse solo lui si orienta, completamente.
Noi lettori accontentiamoci di sentire gli echi letterari della Recherche di Proust, de Il Grande Gatsby di Fitzgerald, di Lolita di Nabokov; le citazioni in chiaro, da DeLillo a Bernardi, da Roth a Ballard, sono solo una parte del gioco, questa volta, metaletterario, (sì, Saporito ci parla di cosa è la buona scrittura e fornisce strumenti validi al lettore per investigarla), che conduce non senza eleganza. Altra cosa è elencare autori famosi, solo per dire io sono un intellettuale colto e à la page.
Come un film francese, riflettevo una volta letta l’ultima pagina e chiedendomi il perché del gesto estremo in essa contenuto, è come un esorcismo laico e consapevole, una sorta di freudiano processo di liberazione, come quando si brucia in piazza il simulacro di Guy Fawkes.
Per un testo così breve, diciamo, tanta carne al fuoco, per restare in metafora. Buona lettura!

Ps: la tomba, a cui si accenna in copertina, è di Proust, è importante, correggetelo nelle prossime ristampe.

Ps2: ah, se mi scrivesse una dedica su un suo libro, non correrebbe il rischio di trovare il volume in una bancarella dell’usato, ma io non sono un critico importante, sono troppo pigra.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, dopo gli studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessi, Anche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Le fatiche di Ercole, Sergio Parini, Jacopo Fo (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2015
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Arriverà tra pochi giorni (il 23 luglio) in libreria il libro Le fatiche di Ercole scritto da Sergio Parini con i disegni Jacopo Fo (figlio di Dario) edito da Gallucci. Il libro, adatto ai bambini dagli 8 anni in su, racconta le avventure di quel personaggio della mitologia greca che può essere considerato il primo super eroe della storia: Ercole. Il libro ripercorre le dodici fatiche che Ercole dovette affrontare per rimediare al tremendo errore compiuto e per ritrovare la serenità perduta. Ad affidargli le diverse missioni, re Euristeo che, di volta in volta, sceglierà prove sempre più difficili per mettere in crisi l’eroico Ercole. Da leoni super potenti, a draghi con sette teste, passando per irraggiungibili cervi e affascinanti fanciulle dalla cintura preziosa, il figlio di Zeus e Alcmena ne vedrà delle belle. Il libro di Parini narra, con un linguaggio semplice e scorrevole, le avventure del forte Ercole, rese ancor più divertenti ed emozionati dalla colorate immagini di Jacopo Fo. Quello che mi è piaciuto di questo libro è la volontà di raccontare a piccini e adulti (non a caso sul retro del libro è segnata la fascia di età del lettore ideale che va dagli 8 ai 99 anni) una figura mitologica che da più di tremila anni attraversa la storia dentro libri, dipinti e anche film. Ercole appare sì come un super eroe dal fisico scolpito e dalla forza sovraumana, ma allo stesso tempo presenta pure delle piccole fragilità che lo rendono simile a noi lettori di oggi e che ci fanno capire che anche un individuo mitico come lui ha qualche piccola imperfezione. L’Ercole protagonista di Le fatiche di Ercole di Parini si rende conto che nella vita e, in questo caso, nelle sue mirabolanti avventure, non si deve usare solo la forza per ottenere ciò che si vuole. Essa spesso va unita alla razionalità, alla gentilezza, ad un pizzico di astuzia, di pazienza e di volontà per poter raggiungere l’obiettivo stabilito.

Sergio Parini è nato nel 1955 a Milano, dove vive. Prima di mettersi a scrivere ha fatto per un po’ l’organizzatore di concerti (uno solo, per la verità, ma buono: quello che ha lanciato gli Skiantos) e il rocchettaro (L’invasione degli Uomini Paprika). Con Jacopo Fo ha scritto ’68 – C’era una volta la rivoluzione. Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. Ha un bambino, Giorgio, per il quale adora inventare e rielaborare storie. Le fatiche di Ercole è una di queste.

Jacopo Fo è nato a Roma nel 1955. Scrittore, attore, regista, attivista, a 18 anni ha cominciato a pubblicare vignette e fumetti su varie riviste underground. Nel 1978 è stato tra i fondatori del settimanale satirico “Il Male”. Autore di una quarantina di libri, tra saggi e romanzi, scrive e disegna per numerosi quotidiani e riviste, da “Cuore” a “Il Corriere della Sera”. Nel 1981 ha fondato in Umbria, dove vive e lavora, la Libera Università di Alcatraz, impegnata a diffondere la cultura della pace, dell’arte e dell’ecologia. Per Gallucci ha realizzato i disegni del volume Le fatiche di Ercole.

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:: Il lago, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Ancora mi ricordo di quel giorno, come se fosse ieri.

Era il 2005, ormai dieci anni fa. Se fosse mattina o pomeriggio, non importa. Entrai nella piccola libreria al centro del paese e, dopo un ponderato giro tra i pochi scaffali presenti, scelsi un libro dalla copertina particolare, i cui colori viravano dal viola chiaro all’azzurro intenso, col titolo in giallino e il nome della scrittrice ancora più chiaro. – Banana – pensai – che nome buffo per una scrittrice, mi piace -.

Si trattava di Amrita, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2005).

Non avevo mai letto nulla della Yoshimoto: quello fu l’inizio di una lunga serie di amore puro per le sue pubblicazioni. Ho letto praticamente gran parte dei suoi libri. Da Kitchen ad Honeymoon, aggiungendoci svariate riletture di Amrita (perché, com’è che si dice, il primo amore non si scorda mai), passando per Presagio Triste, Ricordi di un vicolo cieco… e adesso Il lago.

Che strano: non sembrava proprio un titolo à la Yoshimoto. Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo.

Vi dico la verità: se dovessi analizzarlo per inquadrarlo in un genere prestabilito dovrei dire che Il lago è un romanzo di formazione, dai risvolti ovviamente esistenzialisti, un goccio di mistero, un cucchiaino di nebbia e uno zucchero. Non posso (e non devo, in questa sede), quindi vi anticipo già da adesso che quello che andrete a leggere nient’altro è che il racconto di un viaggio totalizzante e sfumato nei suoi contorni, nel tempo e nello spazio. Eros e Thanatos, elaborazione di un lutto e presa di coscienza di vari distacchi, diffidenza e percezione sensoriale, paura dell’altro e desiderio di aver qualcuno a fianco, ricordi, destini, immagini meravigliose ed altrettanto terrificanti, sogno e realtà: tutto si mescola in una metonimia: quella di un lago. Non troppo esteso, ma neanche troppo piccolo, ha il proprio bacino lungo un sentiero impervio che porta in cima ad una montagna, a tre ore di treno dalla metropoli sconfinata e non so quante ore di cammino contare per darvi solo una possibile idea di lontananza.

Questo lago è naturale, reale, fisico, esistente. Eppure il proprio aspetto cambia rispetto alle condizioni emotive e psicofisiche di chi si trova a guardarlo: può sembrare stupendo, meraviglioso, dalle mille increspature che riflettono un bellissimo tramonto. Un autentico paesaggio zen, che sta lì, a disposizione di chiunque volesse fermarsi a contemplare e godere della propria bellezza naturalistica:

“[…] La superficie del lago era increspata da piccole onde”; la fioritura dei ciliegi intorno l’avrebbero coperto da un velo rosa.”

Oppure può rivelarsi solamente uno specchio d’acqua, poco più grande di una pozzanghera, insignificante. E ancora, potrebbe rivelarsi orrorifico e terribile. Tutto questo non dipende dalla natura in sé. Dipende da noi. Da chi guarda, da chi osserva, da chi vive una determinata situazione.

Partiamo dall’inizio.

Dopo aver vissuto anni in una cittadina di provincia poco fuori da Tokyo, Chihiro si ritrova a dover elaborare il lutto per la perdita della cara mamma. Decide, così, di trasferirsi nella metropoli in modo da poter fronteggiare i tempi duri del distacco da una persona tanto amata.

Non solo: abbandonare la provincia significava anche lasciarsi alle spalle un passato difficile. La gente l’aveva sempre giudicata male, lei come la sua famiglia, poiché era considerata figlia illegittima di una mama-san proprietaria di un locale notturno e di un uomo d’affari spesso fuori per lavoro. In questa condizione che gli altri vedevano come immorale e disonorevole, alla Chichiro bambina – ragazzina non era mai mancato nulla. Portava il cognome di sua madre, ma suo padre non l’aveva mai abbandonata. Anzi, essendo cresciuta in un ambiente non convenzionale, per niente adatto ad una bambina della sua età, i genitori cercavano sempre di proteggerla. Soprattutto sua madre, con cui Chihiro ebbe sempre un rapporto di straordinaria empatia.

Con la morte della mamma, tutto cambiò.

Per caso, a Tokyo, conosce Nakajima, un ragazzo di qualche anno più giovane di lei che si rivelerà essere il suo esatto contrario. Sia per quanto riguarda personalità e sfera emotiva, sia per il suo modo di relazionarsi e avere così un contatto fisico con una donna. Sono diversi anche per attitudini ed interessi: lui, dottorando, studia da mattina a sera per portare a termine il suo lavoro di ricerca; lei è un’artista visuale, ha studiato scenografia e, per lavoro, dipinge murales: dà nuova vita a quegli angoli che sembrano dimenticati dai cittadini.

Nonostante tutto, i due sembrano completarsi a vicenda, così Nakajima diventa ospite fisso a casa di Chihiro, contribuisce alle spese e non disdegna definirsi suo coinquilino o addirittura a definire lei come “la mia ragazza”. Eppure tra loro non c’è molto contatto, per volere di lui, ma anche – inconsciamente – di lei. Infatti, più che tenerlo per mano quando dormono insieme, non riesce a fare. Inoltre capita spesso che sua madre le si presenti in sogno. D’altra parte, anche dimostra da subito di avere ad un passato che, col passare del tempo, si fa sempre più presente. Tra loro c’è un forte sentimento che non riesce, però, a sfociare in nulla che riguardi la sfera della sensualità. Anche abbracciarsi sembra una cosa fuori dal normale per Nakajima e Chihiro, eppure stanno insieme.

Ci vorranno diversi viaggi accompagnate da spiegazioni appena sussurrate e da eventi chiarificatori prima che i due possa solo sperare di aver trovato un equilibrio. Senza farsi male l’un l’altro o, addirittura, far del male a se stessi.

L’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto ci porta in un ambiente in cui il concetto di caos metropolitano si perde, per lasciare spazio ad una vita tranquilla (almeno sulla carta) in cui i protagonisti devono fare i conti, prima che con il proprio passato, con loro stessi.

Come due facce di una stessa medaglia, Chihiro e Nakajima scopriranno cose che non credevano possibili, lasciandoci splendidamente e/o amaramente immersi nel dubbio.

Approfondimento: la Yoshimoto presenta Il lago presso LaFeltrinelli Duomo a Milano: video (dal canale YouTube Feltrinelli Editore)

Banana Yoshimoto (吉本ばなな Yoshimoto Banana), pseudonimo di Mahoko Yoshimoto (吉本真秀子 Yoshimoto Mahoko), classe 1964, è una scrittrice giapponese. Tutti i suoi libri in edizione italiana sono editi da Feltrinelli, a partire da Kitchen (1991); N.P. (1992); Sonno profondo (1994); Tsugumi (1994); Lucertola; Sly (1995) fino ad arrivare ad Honeymoon (2000); Presagio triste (2003); Amrita (2005). Il lago è il suo ultimo lavoro. Molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ama, invece, parlare molto di ciò che scrive: “tendo a sentirmi colpevole perché scrivo queste storie quasi per divertimento”. Ha un giornale online per i suoi lettori anglofoni. La Yoshimoto ha vinto il premio Scanno (1993), il premio Maschera d’Argento (1999) e il premio Capri (2011).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Ultimo piano (o porno totale), Francesco D’Isa (Imprimatur, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Momento – momento – momento:

come mio solito, vi rubo due secondi per corredare questo articolo di una piccola nota introduttiva: come collaboratrice di Liberi di scrivere, lettrice e recensore del libro di cui potete vedere la coloratissima e geometrica copertina qui di fianco, volevo avvertirvi che no, non si tratta di letteratura erotica; non troverete contenuti così scabrosi da rovinarvi la vita e sì, il sottotitolo tra parentesi se ne sta lì con un intento ben preciso.

Se Ultimo Piano è il titolo del romanzo, Porno Totale, messo tra parentesi e con quella “o” a precederlo, è il titolo del più grande film porno che un regista affermato nel suo ambiente, Claude, vuole realizzare.

Il suo capolavoro, il suo film più completo e totalizzante, l’ultimo. Il più importante. Una pellicola in cui il desiderio non è più soltanto l’oggetto di un altro desiderio ancora più irraggiungibile e lontano, ma diventa il centro esatto in cui qualsiasi brama di qualunque essere umano può venire soddisfatta ed appagata nel momento stesso in cui viene concepita. Nient’altro che prefiggersi l’obiettivo di annientare il desiderio stesso, servendosi di quello che definisce, appunto, “porno totale”.

Narratore della vicenda, osservatore esterno (ma neanche troppo), quasi fosse un Big Brother in carne e ossa, è il proprietario della Perverse Angels, immenso palazzone squadrato, simmetrico e colorato come se ogni facciata fosse quella di un cubo di Rubik, è Frank Spiegelmann, che non indugia ad autodefinirsi un uomo orrendo, un diabolus in macchina con velleità da voyeur.

Mi chiamo Frank Spiegelmann e sono un uomo orrendo. Sono alto un metro e quarantasei, ho qualche ciuffo rossiccio appiccicato al cranio e non esito a definirmi calvo; inoltre sono grasso, flaccido, col naso a patata e la bocca sottile. I miei occhi, stretti e vagamente orientali, sono privi di qualunque fascino esotico e mi rendono simile a un grasso felino malato. Nonostante questo sono circondato da belle donne, che potrei cogliere come mele da un albero che l’Onnipotente ha posto alla mia ridicola altezza: il motivo è che sono il proprietario della più grande casa di produzione pornografica della Federazione Europea – e di mille altre cose, tra immobili, ristoranti, alberghi e case di cura. Non lo dico per vanità, ma perché sia chiaro che so che la decisione che mi aspetta sancirà la fine del mio impero. Non solo: le diaboliche forze all’opera dietro questa scelta non si limiteranno alla mia capitolazione, ma forse trascineranno con me anche il palazzo in cui mi trovo, uno dei gioielli di Varsavia, con i suoi cinquanta piani scintillanti – tutti miei.
Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato. In fondo eccedere è parte integrante del mio lavoro.

Non a caso, Frank è il proprietario della casa cinematografica per cui lavarono i due fratelli Claude & Claude, maschio e femmina uniti dallo stesso nome, ma da carriere diametralmente opposte, seppure complementari: il fratello, regista affermato nel suo ambito, la sorella recita negli stessi film, facendosi chiamare Eva.

Claude regista, proprio come l’autore, ha studiato Filosofia per poi dedicarsi a tutt’altro. L’arte ha molte facce, ma ha senz’altro bisogno di solide basi e studi.

Siamo in una Varsavia indefinita ed immaginaria, così come sono le aspirazioni umane. Quel grattacielo altissimo, palazzone dalle mille facciate colorate, è strutturato secondo una precisa gerarchia, quasi secondo i principi di un’oligarchia ben acclarata: ai piani alti è tutto un paradiso, man mano che si scende si cade nell’abnegazione e nella miseria… e pensare che fino al Medioevo i piani alti erano prevalentemente riservati ai servi, ai meno abbienti.

Nella nostra società, invece, è tutto diverso.

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L’autore delinea e disegna uno specchio riflesso, ma anche un po’ distorto, del modo di vivere odierno. Lo fa in quella Varsavia “Federale”, molto colorata, ma grigia nell’animo, pur essendo considerata “città del cuore di molti”, soprattutto da chi arriva dalla provincia.

Qualche riga più sopra mi sono accorta di aver usato il termine “disegna”: non avrei potuto esprimermi in altro modo, dato che questo romanzo, più che un’opera da leggere, si deve guardare, scrutare, osservare.

Il nodo cruciale della storia è appunto quello racchiuso nel verbo osservare, campo semantico in cui si svolge l’intera narrazione: non si tratta di un semplice romanzo, ma di un esperimento di inchiostro su carta che è, a suo modo, compreso nella stessa arte visuale, in un mondo apparentemente lontano, ma che diventa così vicino non appena ci si dimostri disposti ad addentrarsi nel sistema perfetto della Perverse Angels.

Vi avevo avvertiti, non c’è traccia di letteratura erotica. Non esplicitamente. Certo, le parole sesso, porno, pornografia etc etc sono all’ordine del giorno, ma non racchiudono il senso di ciò che Francesco D’Isa vuole tramandare. Un libro che va letto più di una volta per afferrarne il senso e la (non troppo velata) critica sociale.

Osservare pare essere diventato un imperativo categorico ai nostri giorni: tanto più osserviamo i comportamenti altri, meglio riusciamo a capire noi stessi.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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© immagine Francesco D’Isa, “How it works”.