Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Il passato non si cancella. Un caso per l’ispettore Anita Landi, Domenico Wanderlingh, (Astoria 2021) A cura di Viviana Filippini

16 luglio 2021

Anita Landi è la protagonista di “Il passato non si cancella. Un caso per l’ispettore Anita Landi” di Domenico Wanderlingh, pubblicato da Astoria. Il libro è un giallo ambientato nella Milano contemporanea, dove la protagonista dovrà fare i conti con due omicidi- forse sono tre- che hanno colpito la città.  Anita Landi si mette subito al lavoro per capire se quello di Luigi Cortesi e Greta Kampf è un omicidio-suicidio o qualcosa di diverso. Strano caso, la stessa sera della morte della coppia, in un’altra abitazione vicino al luogo del delitto viene ritrovato il cadavere della custode di un palazzo. La morte sembra essere stata causata da un tragico e fatale incidente domestico, ma sarà davvero così? L’ispettore Landi- ex atleta delle Fiamme Oro entrata nel corpo di polizia dopo un drammatico fatto che l’ha colpita nel personale- comincia a raccogliere informazioni e dettagli, ma da subito i colleghi iniziano a metterle i bastoni tra le ruote per escluderla da ogni cosa. Anzi, la spediscono a sistemare il caso della custode. Anita comincerà a sospettare che forse la donna non è morta per una semplice caduta in casa, ma per qualcosa d’altro. La giovane ispettrice non sarà sola in questa indagine poiché, inaspettatamente, troverà alleanza in Giacomo Valli, amministratore dei palazzi teatro dei fatti e nel suo coinquilino Francesco Gazzola, importante e stimato avvocato con la passione dei fornelli, in forte crisi d’identità. Dopo una iniziale ritrosia di Anita a fidarsi di Valli e Gazzola, i tre diventeranno un interessante e affiatato trio pronto a tutto per far luce sulla vera natura della morte della custode e per capire se essa ha qualche legame con lo strano omicidio-suicidio in via Malpighi. Anita Landi dovrà affrontare un’umanità variegata (broker ricchi e spietati, graziose anziani, necrofili, vicini di casa, giornalisti sciacalli, informatori della Polizia e agenti dei servizi segreti) che non sempre è quello che vuole far credere. Il romanzo di Wanderlingh ha una struttura dal ritmo incalzante, cinematografica, ricca di colpi di scena e imprevisti che spiazzano i protagonisti, ma anche lo stesso lettore. Interessante è la caratterizzazione dei personaggi. Anita è sì atletica, sportiva, dinamica e forte, ma dentro ha dei dolori profondi dovuti a un grave lutto che l’ha colpita da vicino e la cui dinamica non è mai stata ben definita. Questo shock personale influenza molto il suo modo di fare e anche di relazionarsi con le persone, tanto è vero che la ragazza è spesso sulla difensiva con chi non conosce, mentre la sua vita privata ed emotiva è un insieme di relazioni andate male e Anita cerca di capire il perché e il per come. Giacomo, l’amministratore dei condomini, è di una gentilezza che sembra quasi fuori tempo e luogo, in un mondo come quello di oggi dove ognuno pensa spesso solo a se stesso. Francesco Gazzola invece aveva tutto, ma qualcosa in lui si è come rotto e lo ha portato a spezzare qualsiasi tipo di relazione con il mondo esterno. “Il passato non si cancella” di Domenico Wanderlingh è un giallo ben costruito, dove ogni elemento narrativo è messo al punto giusto per creare una storia nella quale la suspense va in crescendo. Quello che è intrigante è anche la capacità di indagare l’animo e la psiche dei personaggi messa in atto da Wanderlingh, che ha creato personaggi umani con fragilità e tormenti che rendono Anita Landi e i suoi comprimari non molto diversi da noi lettori.

Domenico Wanderlingh lavora per una società di gestione del risparmio. Dopo aver autopubblicato due romanzi e un’antologia di racconti molto apprezzati sul web esordisce adesso in libreria con questa indagine poliziesca inedita.

Source: inviato dall’ufficio stampa Astoria.

:: L’arrivo in Cina- Lo strano caso del missionario scomparso -Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa Volume #2 di Shanmei

6 luglio 2021

Cina settentrionale, rada di Taku, 29 agosto 1900

La lunga traversata era finita.

Dopo quarantadue giorni di navigazione, dove dovettero affrontare sabotaggi, tempeste, epidemie e un delitto, il piroscafo Giava era finalmente giunto nel bel mezzo del Mar Giallo.

Raggiunsero la rada di Taku all’alba del 29 agosto 1900 e l’arrivo si rivelò diverso da tutte le precedenti aspettative.

Li aspettava una folla di navi ancorate di tutte le nazionalità con la disposizione di gettare l’ancora a circa dieci miglia dalla costa sabbiosa, non potevano avvicinarsi di più.

Il basso fondale non permetteva ulteriori manovre, rendendo lo sbarco di uomini e mezzi un’impresa complicata e pericolosa soprattutto per le condizioni mutevoli del mare.

L’acqua era torbida, fatta più che altro di fango, di un colore opaco che virava dal marrone al giallo grazie al fiume Pei-ho che lì vi sfociava, il più fangoso fiume del mondo dopo lo Yang-tze.

Il tenente Luigi Bianchi osservò la flotta internazionale chiedendosi come avrebbero fatto a sbarcare. Servivano pontoni, scialuppe, vaporetti, zattere o quant’altro e loro ne erano privi, l’alto comando aveva pensato a tutto ma non a come rendere possibile lo sbarco. Il che avrebbe chiesto altro tempo e rallentato ulteriormente le operazioni, ma ormai Pechino era presa, le Legazioni liberate, un aggiuntivo ritardo non avrebbe cambiato di molto le cose. Le imprese eroiche erano spettate ad altri, a loro toccava al massimo disperdere le ulteriore sacche di resistenza dei Boxer sopravvissuti, sempre che ce ne fossero stati.

Il sergente Vincenzo Bertelli gli si avvicinò e guardò nella sua stessa direzione.

«Dunque questa è la Cina, non si vede la costa».

«Già sembra che ce l’abbiamo fatta, siamo sopravvissuti al viaggio» commentò sotto voce accendendosi una sigaretta turca.

«Non è curioso di vedere questo strano paese. Lo conosciamo solo da quello che abbiamo letto sui libri, dagli atlanti, dai racconti dei missionari e ora lo vedremo di persona, sempre che riusciremo a passare attraverso questa selva di navi. Sembra un formicaio».

«In qualche modo faremo, non sottovaluti lo spirito italico di improvvisazione».

«Ah, proprio quello ci ha messo sempre nei guai. Non mi stupirei che ci dessero l’ordine di raggiungere la costa a nuoto, e nuotare in quest’acqua color caffè latte deve essere proprio un’esperienza piacevole».

«Va andiamo a fare colazione, poi penseremo al da farsi. È sempre meglio ragionare a pancia piena».

«Non la contraddico tenente ci mancherebbe».

Il tenente Bianchi raggiunse la sala mensa e si sedette al tavolo degli ufficiali dove lo aspettava il tenente medico Maurizio Valente con l’espressione torva e corrucciata.

«Dunque Pechino è stata liberata, non arrivano che notizie di stragi e saccheggi. Anche il palazzo imperiale è stato devastato, e l’Imperatrice è fuggita. Hanno fatto anche una ridicola cerimonia celebrativa della vittoria, con fanfare e uniforme d’alta ordinanza» sbuffò scoraggiato.

«E che potevamo aspettarci, hanno colto l’occasione per dare più colore all’impresa, dopo tutto l’Imperatrice Madre sembrava essere il vero capo di questi Boxer. Volevano cacciare gli occidentali dal loro paese, se li sono trovati nelle loro camere da letto» disse Bertelli dal tavolo accanto versandosi una generosa tazza di caffè.

«Cosa ne pensa tenente Bianchi, le sembra giusto?» gli chiese Valente esasperato.

«È una manovra dimostrativa, vogliono scoraggiare ulteriori resistenze. Che non salti più a nessuno in mente di opporsi ai piani di noi occidentali. Piani economici per lo più, la Cina è un grande mercato e conviene a tutti che resti aperto».

«Sì, certo ma io parlo dei saccheggi, degli incendi, delle devastazioni…»

«Adesso che sbarchiamo lo vedremo con i nostri occhi cosa è successo, ne saremo testimoni, e potremo giudicare».

«Sempre diplomatico lei. Ma io sono un medico, io salvo vite, e queste morti inutili mi fanno arrabbiare più che rattristare. Giungono notizie di massacri di donne, vecchie  bambini. Si sono abbandonati alle peggiori scelleratezze e questo è contrario a tutte le leggi morali ed etiche. Noi non siamo dei barbari tenente Bianchi, noi apparteniamo a paesi civili, dannazione» disse Valente quasi urlando e Bertelli gli diede un colpetto sul braccio.

«Su Valente non si agiti, faccia la sua colazione, vedrà che tutto si sistemerà. Certo che noi siamo gente civile, infondo. Magari le notizie che ha ricevuto sono state pesantemente ingrandite. Sa come molti amano fare narrazioni pittoresche e colorite».

«No, Bertelli non lo penso affatto. Anzi per me hanno ridimensionato le cose. Ho paura di quello che troveremo una volta sbarcati. Ho davvero paura».

Il silenzio cadde sulla tavolata e nessuno osò parlare per parecchi minuti finchè Valente non si alzò.

«Con permesso, ma l’appetito mi è completamente passato» disse e si allontanò.

«Per me è ancora scosso per quello che è successo durante il viaggio» disse Bertelli, inzuppando un pezzo di pane in una tazza di latte.

Il tenente Bianchi annuì e sorseggiò il suo caffè ma un brutto presentimento lo colse.

Non pensava che Valente esagerasse, anche lui aveva ricevuto notizie allarmanti. Non tanto per quanto riguardava questi famigerati Boxer, ma anche per gli eccessi a cui si stavano abbandonando i loro alleati.

«Adesso pensiamo a sbarcare, poi si vedrà il da farsi» disse sovra pensiero e Bertelli annuì continuando a mangiare con appetito.

Disponibile in preordine su Amazon in digitale al costo di 2,99 Euro, data di pubblicazione 24 dicembre 2021.

:: Lo sguardo avanti – La Somalia, l’Italia, la mia storia di Abdullahi Ahmed (Add Editore 2020)

21 gennaio 2021

“Sono Abdullahi Ahmed, sono nato a Mogadiscio, in Somalia. Voglio raccontarvi una parte della mia storia che a me piace definire “la ricerca della felicità”, perché non si può essere stranieri per sempre.”

Quando Abdullahi parte da Mogadiscio ha 19 anni. Alle spalle si lascia una nazione nel pieno di una guerra civile in cui è difficile capire le forze in campo e vedere una speranza oltre agli attentati e alla distruzione. La sua idea è raggiungere un posto in cui poter studiare e mettere da parte qualche soldo che serva a dare un futuro a lui e ai suoi fratelli. Il viaggio che affronta passa attraverso l’inferno del Sahara, la Libia e un attracco a Lampedusa dove verrà accolto e caricato su un aereo per la destinazione che qualcuno ha pensato per lui: la provincia di Torino. Comincia da qui la nuova vita di Abdullahi, a Settimo Torinese, dove diventa un cittadino attivo dedicandosi al lavoro di mediatore culturale e impegnandosi nelle scuole dove ha incontrato migliaia di studenti per parlare di migrazioni, accoglienza, culture, popoli, diritti. Nel 2016 diventa cittadino italiano.

Tra gli obiettivi più importanti raggiunti da Abdullahi, ci sono il Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene e l’associazione Generazione Ponte con la quale fa dialogare i ragazzi somali con quelli italiani, per scambiare punti di vista ed esperienze, guardando all’Europa come luogo del possibile. Dopo tredici anni, Abdullahi si sta preparando a tornare in Somalia con alcune borse di studio per i ragazzi di Mogadiscio che ancora devono costruire il proprio mondo.

Il libro è una storia e un punto di partenza, pensato anche come strumento didattico, che unisce il racconto di un viaggio e la bellezza di un approdo, la paura per un futuro difficile da immaginare e la gioia di lavorare per migliorare la vita degli altri.

Abdullahi Ahmed, nato a Mogadiscio nel 1988, è arrivato in Italia nel 2008. Oggi è cittadino italiano e ideatore del Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene, un racconto collettivo di pratiche vincenti per superare il razzismo e la discriminazione e promuovere una cultura europea fondata sui valori della pace e dell’accoglienza. Uno degli obiettivi del Festival è portare sull’isola la voce di rifugiati e richiedenti asilo.

:: L’inferno invisibile di Luca Martini (Golem Edizioni 2020) a cura di Paola Rambaldi

5 novembre 2020

“Le tre e ventuno. Non dormo, non riesco. Il tuo neo, quei denti bianchi, regolari e perfetti. Dove sei adesso? Non ce la faccio, mi alzo. Solo il tuo nome, solo quello. Perché ci hanno messo l’h alla fine?
Riapro il libro dei nomi. Leggo e imparo a memoria. In arabo è اراسma non lo so pronunciare. In ebraico è.ereva eved omissilleb onous ehc àssihc ,הרש In finlandese suona come da noi, Saara, soltanto avrà i capelli più chiari e più pazienza nel pronunciarne il nome. In russo è strano, è scritto in cirillico, Capa, all’incirca, ma si pronuncia Sara. Bizzarrie delle lingue. In svedese è Zarah e l’immagino con le trecce e i maglioni con gli alci rossi indosso. In tutte le altre lingue del mondo è Sara.
Un nome universale, tre lettere diverse, due vocali, due consonanti, una sola magia.”

Alessandro lavora in un SerT e sul lavoro ha il vizio di affezionarsi troppo ai pazienti. La sua ex, Emma, l’ha lasciato per un altro. Ogni sera va a trovare il padre ricoverato in una struttura per anziani, anche se per il genitore, che lui vada o non vada, non fa alcuna differenza. Non lo riconosce nemmeno e vive solo nel rimpianto dell’amata moglie Ada. Sua madre

“Alessandro se la ricordava sempre uguale, forse perché non l’aveva vista invecchiare ed era rimasta una specie di icona sacra. Gli era sempre sembrata identica, precisa e irraggiungibile, perfettamente ordinata nella sua “divisa” di ordinanza che teneva nella vita: camicia bianca perennemente inamidata, una gonna nera, calze intonate e un paio di scarpe con tacco, sempre scure. Era stata una maestra elementare esemplare, una donna tutta d’un pezzo, di quelle di una volta, con il carattere forte e sfuggente di una leonessa ferita”.

Alessandro va a trovare il padre per tacitare i sensi di colpa e fatica a staccarsi da Emma e dalla fede che porta al dito. È un pasionario in tutto. Ma la sua vita deve cambiare e si trova costretto a comprare una casa sua e a creare uno stacco netto con la ex, anche se non vorrebbe.
E qui il destino ha qualcosa in serbo per lui.
Sarah arriva quando meno se l’aspetta. In un momento delicato, dopo la morte di un paziente a cui era sinceramente affezionato.
Si incontrano di sfuggita in un negozio di dischi.
Lei senza volere gli scippa il disco che cercava da anni. Il tempo di inseguirla e di vederla sparire dietro l’angolo che la ritrova dal notaio al momento del rogito.
È lei la proprietaria dell’appartamento che sta per comprare. E per Alessandro è un colpo di fulmine.
Nei giorni a seguire se la ritrova più volte sotto casa. Sarah con la H dice di avere nostalgia del suo vecchio appartamento. Lui la fa entrare. Fanno l’amore.
Ma saranno davvero i batticuori di cui Alessandro ha tanto bisogno?
La sua vita cambia drasticamente e passare dalla felicità al dolore è un niente.
Ma fino a che punto siamo disposti ad arrivare per amore?

Un susseguirsi di emozioni in crescendo trascineranno il lettore a un finale inaspettato.
Dopo il successo di Mio padre era comunista ecco di nuovo la bella scrittura di Luca Martini in una storia personale e sensibile. Una scrittura che ti fa sentire a casa.

Luca Martini – Bologna – 1971 – presente in numerose antologie e riviste letterarie – è autore di romanzi, poesie, racconti, monologhi teatrali e favole illustrate. Ha pubblicato i romanzi: Mio padre era comunista, Il tuo cuore è una scopa, le raccolte di racconti: L’amore non c’entra, Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, Il nostro due agosto e ha curato le antologie: Vinyl – Storie di dischi che cambiano la vita con Gianluca Morozzi e On The radio – Storie di radio, DJ e rock’n’roll con Barbara Panetta.

Source: libro del recensore.

Wonder Woman Warbringer (Il Castoro, 2020) di Leigh Bardugo e Louise Simonson, a cura di Elena Romanello

4 novembre 2020

La casa editrice Il Castoro amplia il suo sguardo sull’immaginario fantastico per un pubblico giovane e non solo, proponendo una graphic novel recente sulle origini di Wonder Woman, in quest’anno senza fiere del fumetto e dove non si sa quando uscirà il secondo capitolo cinematografiche delle avventure di quella che è un’icona femminista per antonomasia.
Nell’attesa, è senz’altro interessante immergersi nelle nuove avventure della principessa delle Amazzoni, raccontate in un’ottica diversa rispetto alle storie che si sono succedute da William Moulton Marston in poi, in un universo creato da tre donne, tra storia, disegni e adattamento.
Nella storia raccontata nel volume troviamo Diana, desiderosa di mettersi alla prova con le sue leggendarie sorelle guerriere, sull’isola di Themyscira: ad un certo punto però trasgredisce la legge delle amazzoni, salvando una mortale, Alia Keralis, ragazza alla deriva nel mare intorno all’isola e a rischio di vita.
Alia però non è una semplice ragazza del mondo esterno, è una Warbringer, discendente diretta di Elena di Troia, destinata a provocare un’era di guerre e catastrofi.
Sulle sue tracce, ci sono infatti varie fazioni, mortali e divini, che vogliono o ucciderla o impossessarsi di lei per usarla come arma: Diana e Alia si trovano a dover fuggire insieme per cercare di salvare i loro mondi.
Una storia indipendente rispetto alle altre su Wonder Woman uscite anche in tempi recenti, capace di rifondare un personaggio e un universo, ricordando i forti legami con l’immaginario dei miti e non dimenticando le sapienti mescolanze tra universi diversi del fantastico che sa fare, per esempio, un Neil Gaiman, a cui lo stile grafico si rifà in vari punti.
Wonder Woman Warbringer è senz’altro per le nuove generazioni, che hanno conosciuto il personaggio grazie al film con Gal Gadot, ma piacerà anche ai fan più anziani, quelli che ricordano i telefilm con Linda Carter e la stagione di fumetti di DC Comics dei decenni passati, testimoniando come certi personaggi sappiano reincarnarsi sempre in mille nuove vite e avventure.
Del resto, la forza dei super eroi e super eroine dei comics è proprio quella di vivere nuove storie grazie ad autori e autrici che, in ogni generazione, continuano a raccontare le loro gesta guardando anche al mondo di oggi e ai suoi cambiamenti e sapendo sempre appassionare fan vecchi e nuovi.


Leigh Bardugo è autrice bestseller del New York Times con i suoi racconti brevi e romanzi fantasy di enorme successo, tra cui la serie fantasy Grishaverse che ha venduto oltre tre milioni di copie nel mondo. È nata a Gerusalemme, cresciuta nella California del Sud, e si è laureata all’università di Yale. Ora vive e scrive a Los Angeles.
Louise Simonson scrive fumetti su mostri, fantascienza, supereroi, e personaggi fantasy. È autrice di molti titoli bestseller per Marvel e DC Comics. Ha scritto anche molti libri per bambini. È sposata con il fumettista Walter Simonson e vive vicino a New York City.
Kit Seaton è cresciuta nutrendosi di fumetti, cartoni animati e tonnellate di fiabe illustrate. Ha fatto molti lavori prima di trovare finalmente la sua strada come fumettista. Ha conseguito un master in illustrazione e ha insegnato in diverse università. Divide casa con il suo gatto Gus e un cagnolino di nome Panya nell’entroterra nord-occidentale.

Provenienza: libro del recensore.

:: Review Party: La corona del potere di Matteo Strukul (Newton Compton 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

1494. L’ombra di Carlo VIII  si al­lunga come una maledizione sulla penisola italica. Intanto Ludovico il Moro ha da tempo usurpato il ducato di Milano. A Roma Ro­drigo Borgia, eletto papa, alimenta un nepotismo sfrenato e colleziona amanti. Venezia osserva tutto grazie a una fitta rete di informatori, magi­stralmente orchestrata da Antonio Condulmer, Maestro delle Spie del­la Serenissima, mentre il re francese valica le Alpi e, complice l’alleanza con Ludovico il Moro, giunge con l’esercito alle porte di Firenze. Piero de’ Medici, figlio del Magnifico, la­scia passare l’invasore, accettandone le condizioni umilianti e venendo in seguito bandito dalla città che si of­fre, ormai prostrata, ai sermoni apo­calittici di Girolamo Savonarola. Mentre il papa si rinchiude a Castel Sant’Angelo, Carlo marcia su Roma con l’intento di saccheggiarla, per poi mettere a ferro e fuoco Napoli e reclamare il regno nel nome del­la sua casata, gli Angiò. L’inesperto Ferrandino non ha alcuna possibi­lità di opporsi. In un’Italia sbranata dal “mal francese”, che dilaga come un’epidemia mortale, convivono lo splendore del Cenacolo di Leonardo da Vinci e l’orrore della battaglia di Fornovo; le passioni e la deprava­zione del papa più immorale della Storia e le prediche apocalittiche di un frate ferrarese che finirà bruciato sul rogo…

Matteo Strukul, dopo un esordio molto noir si è dedicato al romanzo storico con totevole successo, sua è infatti la saga bestseller I Medici, tetralogia di romanzi storici con protagonista la celebre dinastia fiorentina, il cui primo libro I Medici. Una dinastia al potere (Newton Compton) è risultato vincitore del Premio Bancarella 2017. Con La corona del potere, in uscita oggi 5 ottobre per Newton Compton, prosegue la saga inaugurata da Le sette dinastie e ci porta nell’Italia tragica e meravigliosa del Rinascimento in cui convissero il genio di Leonardo da Vinci, la tragica dinastia dei Borgia, gli eredi di Lorenzo il Magnifico, re, spie, papi e un umile predicatore domenicano Girolamo Savonarola, originario di Ferrara, impiccato e poi arso sul rogo a Firenze con l’accusa di eresia. Quello che abbiamo studiato sui banchi di scuola però acquista nei romanzi di Strukul una patina avventurosa e sanguigna che rende la storia, con spruzzate di sana fantasia, interessante, vivida e ricca di pathos. Strukul è riuscito a trovare una formula innovativa che ha reso il romanzo storico capace di attrarre i più variegati lettori, non solo gli amanti del romanzo storico classico molto fedele storiograficamente, ma anche coloro che non disdegnano tinte noir e thriller. Di omicidi, guerre, tradimenti, congiure il Rinascimento è ricco ed è diventato l’humus giusto per permettere a Strukul di sbizzarrire la sua fantasia molto cinematografica se vogliamo. I capitoli sono brevi quasi quadri allegorici, finestre che si aprono sul lontano passato e ci permettoto di sbirciare in castelli assediati, nelle alcove dei potenti, nelle stanze del potere dove si giocarono grandi fortune e grandi tragedie. L’animo di Strukul resta fondamentalmente noir, e forse proprio questo l’aiuta a vedere i lati oscuri delle luci del Rinascimento che non dimentichiamoci seppure diede vita a grandiose opere artistiche resta a tutti gli effetti un’epoca sanguinosa e ben poco tranquilla. La sua visione corale di quegli anni aggiunge un tocco personale a storie che bene o male conosciamo anche attraverso gli scritti di altri autori, ma leggendole in questo libro sembrano nuove e inattese. Colpi di scena compresi.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973.  È laure­ato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in Diritto europeo. Le sue opere sono in corso di pubblicazio­ne in diciotto lingue, pubblicate in quaranta Paesi e opzionate per il ci­nema. Il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, ha vinto il Premio Bancarella 2017. La serie (che comprende anche Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in dodici lingue e in più di venticinque Paesi. La Newton Compton ha pubblica­to anche Inquisizione Michelangelo e Le sette dinastie, il primo romanzo della nuova saga che continua con La corona del potere.

La casa sull’argine di Daniela Raimondi (Nord Editore, 2020) a cura di Eva Dei

3 ottobre 2020

All’inizio del XIX secolo a Stellata, paesino lungo il corso del Po vicino Ferrara, arriva una carovana di gitani. Le forti piogge e un’altra serie di eventi portano gli zingari a fermarsi più del dovuto nel borgo e se questo prima scombussola non poco la quotidianità dei suoi abitanti, non passa molto tempo prima che entrambi i gruppi si adattino.

Senza che gli abitanti quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.

Succede così anche per la famiglia Casadio, che in quegli anni vive poco fuori dal paese, in una località chiamata “La Fossa”, a causa del canale che segna il confine tra le province di Ferrara e di Mantova.
Giacomo, uomo solitario e malinconico, inguaribile sognatore, sposa Viollca, zingara dal fare spavaldo. I due non potrebbero essere più diversi; Viollca non rinuncia alle sue gonne colorate, ad ornarsi i capelli corvini con piume di fagiano, né ad alcune credenze gitane, come per esempio quella di lasciare fuori dalla porta un po’ di latte per il serpente buono, dalla pancia bianca, che protegge gli abitanti della casa. Giacomo accetta tutto di buon grado, tranne il ricorso alle pratiche divinatorie, obbligandola a riporre i tarocchi in una scatola in fondo all’armadio. Ma la nascita di Dollaro, il loro unico figlio, da avvio a una mescolanza di geni e caratteristiche che nemmeno Giacomo può fermare. Un destino più forte si compirà in seno alla famiglia Casadio. Viollca ne coglierà i segni alcuni anni dopo, consultando i tarocchi abbandonati.

Sentì che il messaggio si faceva più chiaro…Un’unione sbagliata…un matrimonio in seno a quella famiglia di sognatori…e una sventura enorme, una morte tragica…forse più di una, e legate a un bambino, o a una gravidanza.

Daniela Raimondi ci racconta la storia dei Casadio nel suo romanzo La casa sull’argine.
Già dal primo impatto (la grafica della copertina) il libro ricorda senza dubbio I leoni di Sicilia di Stefania Auci. Si tratta in effetti di due cronache familiari inserite in una cornice storica, ma una volta immersi nella lettura saltano agli occhi le prime differenze. Se i Florio sono una famiglia nota e storicamente conosciuta, non si può dire lo stesso dei Casadio, creazione di fantasia dell’autrice che solo per alcuni spunti si è ispirata a fatti storici o alla propria biografia familiare.
Anche la ricostruzione storica non ha la stessa rilevanza: più particolareggiata e centrale quella della Auci, meno predominante quella della Raimondi.
Lo sviluppo totalmente creativo della storia dei Casadio permette una maggiore libertà narrativa, alla quale segue una maggiore scorrevolezza nella lettura. La Raimondi inizia la sua narrazione nell’800 fino ad arrivare ai giorni nostri. La profezia di Viollca serve a creare un legame, una continuità tra le varie generazioni della famiglia, ma a suscitare anche mistero e interesse nel lettore. I fatti storici raccontati si inseriscono quasi sempre come agenti che modificano la vita dei personaggi e servono a raccontarci in maniera più fedele le loro vicende. Sono sicuramente secondari rispetto ai personaggi. A questo si affianca poi una sorta di “realismo magico”, dato dalla profezia e dalla ripartizione della discendenza: uomini e donne dai capelli biondi, l’incarnato chiaro e i capelli azzurri, i sognatori, provenienti dal ramo di Giacomo Casadio, e uomini e donne dalla carnagione più scura, capelli e occhi neri, con le doti divinatorie del ramo gitano.
A chiudere il cerchio e la storia possono essere solo due cose: l’avverarsi della profezia o l’unione dei due rami della famiglia in un’unica persona.

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna.
Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine è il suo primo romanzo.

Source: richiesto dal recensore all’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

:: Tre maestri di Goffredo Fofi (Marietti 1820, 2020) a cura di Nicola Vacca

25 settembre 2020

Goffredo Fofi, uno degli ultimi intellettuali liberi e veri, in un piccolo libro pubblicato in versione digitale da Marietti nella collana i Rèfoli, rende omaggio al Novecento ricordando quelli che per lui sono stati tre grandi maestri.
Tre maestri è l’omaggio a alcune grandi figure del Novecento italiano: Aldo Capitini, Renato Panzieri, Elsa Morante.
Aldo Capitini, filosofo e educatore sostenitore della nonviolenza, un pensatore che è stato un punto di riferimento per intere generazioni.

«Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore, e Capitini è stato indubbiamente una delle persone che più hanno influito sul mio modo di vivere e di ragionare. Non per questo mi sento in grado di poter offrire, sul suo pensiero, qualcosa di più che una testimonianza, e quel tanto di riflessione teorica cui ogni pratica sociale e ogni scelta individuale di intervento costringono. Non mi sono mai preoccupato di definire le mie posizioni rispetto a Capitini o alla nonviolenza, né credo di aver da dire molto in proposito. L’unico modo in cui ho creduto di poter render conto dell’insegnamento capitiniano è stato semplicemente quello di continuare ad agire culturalmente e politicamente, nella realtà italiana del nostro tempo, mettendo in pratica alcune delle cose apprese da Aldo».

Fofi con entusiasmo e tanta umiltà scrive del suo maestro e racconta in questo breve scritto la grandezza della sua umanità e l’attualità del suo pensiero.
Capitini insieme a Guido Calogero nel 1940 firma il Manifesto del liberal –socialismo, che influenzerà la nascita del Partito d’azione.
Fofi scrive che Aldo Capitini è stato l’unico personaggio di statura europea che abbia teorizzato la nonviolenza in anni in cui queste tematiche erano emarginate e soffocate.


«Quelli delle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo, e poi quelli della polarizzazione post-bellica tra mondo borghese e mondo comunista, e in Italia tra mondo comunista e mondo cattolico negli anni in cui la situazione internazionale era di “guerra fredda”, lo scontro era tra un predominio democristiano ideologicamente molto duro e un partito sottoposto alle direttive staliniane».

L’utopia di Aldo Capitini non è stata compresa dalla cultura del suo tempo. Capita spesso ai grandi uomini abituati a ragionare con la propria testa e lottano sempre da uomini liberi contro le ortodossie del pensiero.
Raniero Panzieri, politico e scrittore, è considerato uno dei fonatori dell’operaismo.
Fofi lo incontra a metà degli anni cinquanta nella redazione di Mondo Operaio, la storica rivista socialista.

«Ma forse la “qualità” di Panzieri che più di tutte, nel tempo, mi ha affascinato era la sua ostinazione, la sua incrollabile e allo stesso tempo apparentemente svagata, non enfatica attenzione a mettere insieme, cucire e ricucire, aiutare a muovere, formare e riformare, in momenti non facili, gruppi che non scindessero mai tra loro teoria e pratica. Anche dopo le tante sconfitte di quel movimento operaio nel quale aveva così fortemente creduto, questo rimane il suo insegnamento fondamentale».

Ecco chi era il maestro Renato Panzieri per Goffredo Fofi, una delle intelligenze più vive della sua generazione, morto troppo giovane, a 43 anni, nel 1964. Come sempre accade, se ne vanno prima sempre i migliori.

«Elsa sapeva assai bene di essere uno «scrittore» e non uno «scrivente», un «poeta» e non un «letterato»; ma conosceva altrettanto bene i limiti della sua possibile azione quale scrittore e poeta – pure se quella era la «sua» vocazione, accettata e rivendicata, e considerata tra le altissime se non la più alta. La tensione che s’instaurava nelle sue idee – per esempio nei saggi fondamentali di quella raccolta – era quella tra un’analisi esigente e spietata, senza paraocchi di sorta, tutta verso l’estremo, l’essenza delle cose, e un progetto che non poteva che essere enorme, nella sua semplicità, conseguentemente all’importanza delle richieste che da quell’analisi scaturivano: la lotta contro il «sistema della disintegrazione», contro «l’irrealtà». Essere poeti non bastava. Bisognava fare di più, individuare altra presenza, altra azione nel mondo che non quella della parola. La poesia non era sufficiente a salvare gli Useppi e le Iduzze, a consolare i Davidi. Questa constatazione rende più alta la sua poesia, perché più grave ed esigente è la sua contraddizione».

Goffredo Fofi chiude il suo breve omaggio ai suoi maestri scrivendo di Elsa Morante e della sua lucidità nei confronti delle parole che metteva nei suoi grandi romanzi, diventati un pezzo importante della nostra coscienza di italiani.
La Storia, in quel dialogo straordinario con il suo tempo, la scrittrice cercava se stessa e la dimensione di un popolo e di una Nazione.
Fofi vede in Elsa Morante «una scrittrice più ricca, più densa, più originale di quella dei maggiori della letteratura italiana del secolo, si chiamino pure Verga, Svevo, Rebora o Pirandello o Gadda».
Una fuoriclasse con un grande fiuto sociologico, intelligenza politica e una franchezza crudele nel guadare attraverso i suoi libri in faccia la storia del nostro tempo.
Grazie a Goffredo Fofi per queste pagine sul Novecento che ci manca. Quello dei maestri la cui lezione non bisogna mai dimenticare.

Goffredo Fofi si è occupato di critica cinematografia e letteraria, ha diretto e fondato riviste di rilievo culturale e politico – da Linea d’ombra a Gli asini – e ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni Cinquanta a oggi.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa.

:: Nives di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2020) a cura di Eva Dei

22 settembre 2020

Dopo la morte del marito Anteo, Nives si ritrova sola nella sua casa a poggio Corbello. La figlia Laura è ripartita per la Francia con la sua famiglia una settimana dopo il funerale; a nulla sono valsi i tentativi di convincere la madre a seguirla e trasferirsi con loro. Nives è stata irremovibile: dopo una vita intera passata in quella tenuta con le proprie abitudini, curando gli animali, sradicarsi dà lì per andare in Linguadoca sarebbe come trasferirsi tra i marziani.
Nives però non considerato la solitudine con cui deve fare i conti ogni giorno, in quella casa isolata di campagna, dove i ritmi sono scanditi soltanto dalle incombenze da sbrigare; non avere nessuno con cui scambiare una parola o condividere un pensiero non è una rinuncia di poco conto. La giornata procede a rallentatore, fino ad arrivare alla sera, senza dubbio il momento peggiore.

“Che, non mi basto?” si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. Soprattutto le cose piccole, da nulla, come bere un bicchiere d’acqua. Neanche un cane che dicesse: “E quest’arsura?”, così per scambiare una parola. Sottointendendo: ti vedo, esisti. Non essere guardata da anima viva la faceva sentire un fantasma.

Dormire diventa impossibile, con il calare della notte l’angoscia l’assale, il senso di abbandono è troppo forte per riuscire a chiudere occhio. Dopo vari giorni passati tra scombussolamenti e nostalgie, Nives ricorda una storia che le era stata raccontata da bambina e che l’aveva sempre divertita. Sua madre Fiammetta, poco dopo il matrimonio, era stata costretta a vivere da sola, con il marito al fronte e i bombardamenti sulla città vicina che si avvertivano fino al paese. In preda alla paura e all’angoscia la madre di Nives catturò un grillo e lo chiuse in una scatoletta che teneva sul comodino. L’insetto diventò così il suo compagno di quel periodo: ci parlava e le faceva compagnia. L’idea era sicuramente bizzarra, ma se aveva funzionato una volta, perché non provarci una seconda. Spinta da questa riflessione Nives decide quindi di portare in casa la sua gallina preferita, Giacomina. L’esperimento funziona, Nives torna a dormire placidamente e continua quindi quella strana convivenza. Tutto si complica quando una sera Giacomina resta come ipnotizzata davanti alla televisione. Niente sembra riportare l’animale alla normalità, quindi Nives decide di chiamare il veterinario del paese, Loriano Bottai.
Con questa telefonata inizia veramente l’ultimo romanzo di Sacha Naspini, uscito il 2 settembre in libreria ed edito da Edizioni E/O. Forse è più giusto parlare di racconto breve per Nives, 132 pagine che scorrono veloci, trattandosi di una storia che si svolge all’interno di un’unica chiamata telefonica. Un dialogo fatto di botta e risposta la fa da padrone, lasciando solo ogni tanto spazio a qualche momento di riflessione.
La conversazione tra Nives e Loriano inizia in maniera grottesca, a tratti comica, con il veterinario reduce da troppi bicchierini e la donna all’altro capo del filo che cerca di spiegargli che la gallina che ha come coinquilina è rimasta imbambolata davanti alla pubblicità del detersivo Dash. In seguito i due si fanno trascinare dai ricordi di gioventù, anche se in realtà a guidare e dirigere la conversazione è sempre Nives. Lentamente la nostalgia lascia il posto a confessioni e rancore, portando a galla segreti tenuti nascosti per troppo tempo. Con la morte del marito sembra che Nives non abbia più remore a portare a termine una resa dei conti che probabilmente covava da tempo dentro di sé, tanto che viene da chiedersi da quanto tempo aspettasse l’occasione per avere una scusa futile per potersi confrontare con Loriano.

Nives si accorse che stava facendo una cosa fuori dalla grazia di Dio: stava perdonando. Le veniva così, spontaneo. Lo capiva: era una galera nuova, cui non era per niente abituata. Un po’ la pacificava; d’altro canto la sconquassava: lei, senza la rabbia, era nulla.

Sotto alcuni aspetti ritroviamo lo scrittore di Ciò che Dio unisce (Piano B, 2014): una storia breve, asciutta, in cui i protagonisti sono una coppia. Nel precedente romanzo i due erano indotti a un faccia a faccia da una situazione di prigionia fisica, in questo caso invece basterebbe interrompere la telefonata, abbassare il ricevitore per mettere fine alla conversazione, ma seppur Loriano minacci e pensi più volte di farlo, qualcosa sembra impedirglielo.
Se l’intuizione della chiamata telefonica sembra veramente interessante, forse in Nives, viene a mancare un po’ di mordente. La trama si ramifica in modo da offrire spazio ad approfondimenti che però l’autore decide di non cogliere. Ritroviamo invece la scrittura di Naspini e quel suo passare dall’ironico al grottesco e conturbante, che è diventato ormai sua firma stilistica.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro del recensore.

:: Sul riccio di Éric Chevillard (Prehistorica Editore 2020) a cura di Nicola Vacca

22 settembre 2020

Éric Chevillard è uno scrittore fuori dal comune e inventa storie straordinarie e surreali difficili da classificare ma che ai suoi lettori piacciono tantissimo.
Prendete per esempio Sul riccio, romanzo dell’autore francese arrivato da noi grazie alla traduzione di Gianmaria Finardi.
Chevillard è definito dalla critica francese «l’inclassificabile». Niente di più vero, basta addentrarsi nei labirinti di questo strano e appassionato romanzo.
Qui troviamo uno scrittore alle prese con la sua autobiografia (che ha per titolo Vacuum extractor), disposto a mettersi a nudo, a scrivere il suo libro più importante della sua vita, a strapparsi la maschera, a mettersi a nudo una volta per tutte.
Lo scrittore è pronto per questa impresa, sul tavolo è tutto pronto. C’è solo una cosa assurda che lo turba, la presenza di un riccio naïf e globuloso.
Il riccio ostacola il progetto autobiografico ambizioso dello scrittore.
Il sistema nervoso del romanziere è messo a dura prova, ma lui non si arrenda e affronta le sue paure intraprendendo con la piccola e ingombrante presenza una sfida a colpi di introspezione psicologica.
Come in un flusso di coscienza e con parole in libertà, lo scrittore incomincia a divagare e affida alla pagina bianca i lavori preparatori del suo libro autobiografico affrontando a colpi di parole quel piccolo mostro che lo guarda e gli impedisce di organizzare le idee per raccontare se stesso in maniera circostanziata nel libro più importante della sua vita.

«Vacuum extractor dovrà essere un’autobiografia notturna, con il rischio si assomigliare fastidiosamente a una monografia sul riccio naïf e globuloso dato che, simile in questo a quel piccolo mammifero irsuto, io comincio ad agitarmi per davvero a notte fatta».

Per oltre duecento pagine lo scrittore in preda alla collera si affida alla pagina bianca e esorcizza la presenza del riccio mettendo insieme un corpus di frammenti e divagazioni in cui le ansie introspettive lasciano spesso il posto a una narrazione nervosa dove le sue riflessioni amare sulla letteratura e la vita trovano sempre un posto.

«Questo mondo è brutale, imprevedibile, incomprensibile, terrificante. La comunicazione tra gli esseri è impossibile e la solitudine di ciascuno assoluta, definitiva: gli autistici hanno semplicemente ragione».

Sul riccio è un romanzo straordinario assurdo e folle, perché straordinario, assurdo e folle e anche il suo autore. Già con Sul soffitto, pubblicato da Del Vecchio editore nel 2015, ci eravamo accorti di avere di fronte uno scrittore geniale che sa pescare come pochi suoi contemporanei nell’assurdo.
E poi ecco Sul riccio, un libro senza una trama certa che sa scavare nei meccanismi più intimi della letteratura.
Alla fine lo scrittore disturbato dalla presenza del riccio riuscirà a portare a termine il suo progetto autobiografico oppure si perderà nel raccontare senza trascurare nessun dettaglio la disavventura esistenziale con il suo piccolo ospite che non ha nessuna intenzione di andare in letargo?
Sul riccio è un romanzo difficile e metaletterario che si fa leggere fino all’ultima parola, perché (ce lo dice lo stesso autore) ognuno di noi riuscirà a vedere se stesso. Proprio come ha fatto lo scrittore – protagonista che nel riccio naïf e globuloso ha trovato il suo alter ego.

Eric Chevillard, è nato nel 1964 a La Roche-sur-Yvon. Nella sua biografia scrive: “Eric Chevillard divide il suo tempo tra la Francia (trentanove anni) e il Mali (cinque settimane). Ancora ieri, uno dei suoi biografi è morto di noia”. E’ scrittore di racconti, romanzi e forme brevi e per la sua opera ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti tra cui il “Prix Fénéon pour la Literature”. Alcuni suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue tra cui inglese, tedesco, cinese, croato, spagnolo, russo e svedese.

Source: libro inviato al recensore dall’ufficio stampa.

:: Cento parole di Gennaro Guida (L’ArgoLibro editore, 2019) a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2019

COP cento parole-page-001Cento parole possono bastare per raccontare ai bambini attraverso il fiabesco il mondo in cui viviamo, il mondo che vorremmo.
Gennaro Guida con originalità e tantissima intuizione scrive piccole favole, avvalendosi della brevità (che sarebbe piaciuta molto a Calvino) per educare i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani, alla bellezza, all’amore, all’amicizia e a tutti quei valori necessari per costruire un modo di vita umano.
In cento parole, Guida scrive favole scomodando diversi registri di scrittura: il surreale si contamina con il reale, il visionario abbraccia l’onirico. Da questo interessante contagio nascono storie davvero belle e edificanti che hanno come uno scopo la crescita morale nel nome della pace, della conoscenza e del dialogo.
L’autore ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Gianni Rodari. Il grande scrittore sosteneva che la fiaba per il bambino ha la stessa verità del gioco. A questa verità di affida anche Guida quando intinge la penna nella sua creatività per raccontare in cento parole storie che diventano favole – metafora di un mondo da cambiare.
Cento parole (L’ArgoLibro editore, pagine 100, euro 14,00) è un piccolo e prezioso libro originale che apre a infiniti mondi con una narrazione semplice in cui l’autore di queste favole brevi suggerisce ai giovani lettori, e non solo, un percorso di vita e di valori sani da trasmettere in forma pedagogica ai bambini, ai quali, come diceva Gaber, non bisogna insegnare la nostra morale peché è cosi stanca e malata, potrebbe far male.

«Guida moderno educatore, – si legge nella nota introduttiva firmata da Raffaele Aragona – è affascinato dagli esperimenti linguistici delle avanguardie storiche o dei ludolinguisti moderni e contemporanei»

Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Rossa Cianciulli, che con un tratto di inchiostri e matite dà un volto alle creature immaginarie uscite dalla penna e dall’invenzione fertile di Gennaro Guida.
Una ricerca estetica, questa della pittrice, che sa scavare nelle parole dell’autore di queste splendide favole e interpretarne la dimensione del gioco e del racconto.
Gennaro Guida invita tutti, adulti e bambini, a avvicinarsi alle parole con i cinque sensi. A sentire attraverso la loro cura quel profumo intenso della fantasia, un dono prezioso che ci permette di essere liberi e umani.

Nota: http://largolibro.blogspot.com/2019/01/gennaro-guida-cento-parole.html

Source: Libro arrivato da ufficio stampa.

:: Sette rose per Rachel di Marie-Christophe Ruata-Arn (Sinnos editore 2019) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2019

Sette rose per RachelElena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.

Marie-Christophe Ruata-Arn ha un doppia formazione di architetto e sceneggiatrice. Oltre a insegnare, progettare, scrivere sceneggiature per spettacoli teatrali e programmi televisivi, romanzi per ragazzi e adulti, suona anche in un gruppo rock tutto al femminile

Source: inviato al recensore dall’editore Sinnos. Grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa.