Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Il segreto della libraia di Lisbona di Kerry Barret (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

29 ottobre 2026

Londra, 1938. Mentre l’Europa si prepara ad andare verso la guerra, Lara Hope lascia l’Inghilterra diretta in Portogallo con  la speranza di ritrovare dopo tanti anni di silenzio i parenti materni. I suoi genitori si erano conosciuti e sposati durante la Grande Guerra ma Lara, che non ricordava sua madre della quale conservata  solo una foto  con lei piccolissima in braccio,  da poco era rimasta  orfana anche del padre. Ottimo  attore e commediografo, nel suo testamento le aveva chiesto  di andare a cercare le sue altre radici. In Inghilterra aveva solo un cugino e anche lui l’aveva affettuosamente  spinta ad andare. Era partita per Lisbona.   Ma la città non è quella che aveva immaginato: i nonni sono morti da tempo.  Al loro indirizzo vivono altri, una madre con il figlio. Hanno comperato la casa di suo nonno dopo la sua morte.  Sanno che era già vedovo da tempo. Non c’erano eredi… Di fronte al suo sconforto, Miguel il figlio, suo coetaneo,  le dà gentilmente anche  il suo recapito di lavoro nel caso avesse bisogno di qualcosa durante il suo soggiorno portoghese . Dopo una notte di sonno agitato tuttavia Lara decide  di fare la valigia e tornare subito in Inghilterra, ma appena uscita dall’albergo con la valigia,  le rubano la borsa con il passaporto e il denaro. Per fortuna ha il contatto con Miguel e sua  madre…
Per lei, almeno all’inizio, l’unica  priorità sarà arrangiarsi e trovare un  modo per mettere da parte il denaro per rientrare  a Londra . Per cominciare con l’aiuto di Miguel troverà  un posto nel bar, dove il ragazzo lavora e, in seguito, in una grande libreria gestita da un’eccentrica inglese, Bea, capace di trasformare quel piccolo negozio in un luogo molto speciale. Tra gli scaffali, infatti, non circolano soltanto libri. Uno scambio apparentemente insignificante stuzzica la curiosità di Lara facendole intuire che dietro quella tranquilla attività si nasconda qualcosa di molto rischioso. La libreria è infatti un punto d’appoggio per l’intelligence britannica, impegnata in una difficile partita clandestina in cui le informazioni conteranno più delle armi.
Lisbona riesce a nascondere più di quanto si possa intuire. Il Portogallo di Salazar mantiene ufficialmente la neutralità, ma nelle strade, negli alberghi e nei caffè si incrociano diversi destini, accomunati dalla necessità di sfuggire a un’Europa diventata una trappola. La citta è il teatro ideale per intrighi internazionali, ma anche un precario rifugio per chi cerca di sottrarsi alla persecuzione e alla guerra. Dal porto passano uomini e donne disposti a tutto pur di raggiungere un luogo sicuro, con il prezzo della fuga che cresce. È un’umanità sospesa, costretta ad aspettare un visto, un passaggio, una decisione. La neutralità non cancella il conflitto: lo tiene soltanto fuori dalla porta, lasciandone filtrare paure e sospetti. Profughi in cerca di salvezza, diplomatici, aristocratici, uomini d’affari e agenti segreti convivono sotto lo sguardo sospettoso delle autorità. Basta sedersi a un tavolo di una caffè perché nemici dichiarati si ritrovino a pochi passi gli uni dagli altri, costretti a fingere indifferenza.
Lara ha le qualità che fanno al caso loro: conosce le lingue, sa osservare le persone e, soprattutto, ha un naturale talento per la recitazione. È capace di cambiare atteggiamento, voce e personalità secondo le circostanze, cosa che può creare la differenza. Il suo reclutamento nei servizi segreti le aprirà le porte di un mondo del tutto sconosciuto, fatto di identità costruite, messaggi cifrati e notizie false da diffondere. La ragazza un po’ imbranata arrivata a Lisbona dovrà imparare a impersonare una parte, dove ogni errore può costare la vita.
Kerry Barrett costruisce la sua trama alternando il fascino della città alle tensioni di una guerra combattuta anche lontano dal fronte, ambientata negli anni più bui del Novecento, ci  inserisce  una speciale atmosfera che richiama, un tantino direi, quella del celebre film Casablanca. I ricevimenti eleganti che si alternano con gli incontri mondani negli ambienti frequentati dall’alta società offrono occasioni preziose per raccogliere informazioni e confondere le tracce. Sotto le apparenze, tuttavia, si muovono interessi contrapposti, mentre la presenza di poliziotti filofascisti e spie tedesche rende difficile capire di chi mai ci si possa fidare. Anche gli incontri più innocenti potrebbero nascondere un secondo fine.
Lara è una protagonista vivace, coraggiosa e dotata di una certa ironia, ma non per questo immune da errori ed eccessi di intraprendenza. Il lieve tocco di sentimento tuttavia non guasta l’atmosfera. Bea e gli altri personaggi formeranno con lei un’insolita squadra, tenuta insieme dalla reciproca fiducia, dall’ingegno e dalla consapevolezza che nessuno può e deve agire da solo.
E mentre Lisbona continua a custodire i suoi segreti, la libreria di Bea resta un approdo singolare, dove certe storie scritte sui libri coesistono con quelle, molto più pericolose, di chi le vive sulla propria pelle.

Lucy Barrett è una scrittrice che vive nello Yorkshire, nel Regno Unito. Grazie alle sue competenze, Lucy ha ricoperto diversi ruoli – tra cui assistente editoriale, guest blogger, assistente alla comunicazione mediatica e copywriter – collaborando con svariati brand e testate, sia cartacee che online.

:: Tre giorni – Storie della Shoah di Nicoletta Sipos (Edizioni Ares, 2026) a cura di Giulietta Iannone

18 ottobre 2026

Tre giorni, tre storie minime sullo sfondo delle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, tra il 1939 e il 1944, sono al centro del nuovo libro di Nicoletta Sipos, edito da Ares Edizioni dal titolo”Tre storie – Storie della Shoah”. Un memento perchè non si ripeta tutto quel dolore, quella separazione di affetti, quei treni diretti verso campi di lavoro o di sterminio. Una giovane ragazza italiana che fugge verso l’Ungheria per raggiungere il suo amore, sette famiglie attendono la deportazione, un medico ebreo sul treno che lo porta verso la camera a gas. E’ molto bello, semplice, comprensibile, senza eccessi, senza retorica, racconta la vita così com’era, per educare le nuove generazioni, per portare un messaggio di pace, con la saggezza di chi ha vissuto tempi difficili. Con limpidezza di pensiero ci accompagna pagina per pagina e ci regala un volume pieno di sentimenti condivisi e di speranza anche nella drammaticità degli eventi. Storie vere, o perlomeno ispirate a fatti reali, tramandatati di generazione in generazione.

:: Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale – Responsabilità delle leader donne e del machismo femminile di Claudia Sarritzu (Catartica Edizioni, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 ottobre 2026

Una mano con le unghie dipinte di rosso, ma con lo smalto rovinato da settimane di guerra. Così fu trovata Irina Filkina, cinquantadue anni, operaia ucraina uccisa a Bucha in aprile nel 2022. La sua foto ci ha commosso pur nella sua normalità. Ma avremmo avuto la stessa dolorosa reazione davanti alla mano di una donna palestinese?
Claudia Sarritzu, giornalista cagliaritana nel suo saggio Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale, parte da questa domanda per trattare un tema che ci riguarda tutti, anche quando preferiremmo dimenticarcene. Quanto è più facile riconoscere la sofferenza di chi ci assomiglia piuttosto di quella di coloro che vivono, si vestono e procreano diversamente da noi.
Da questo momento la Sarritzu spostando il suo discorso sull’intera condizione femminile dell’oggi va oltre la dimensione familiare e le rivendicazioni di parità. Il patriarcato, sostiene, non è un’eredità secolare ristretta alla vita privata, ma un tentacolare sistema in grado di far propria la politica, le relazioni internazionali, le guerre e il linguaggio, mimetizzandosi in ogni cambiamento senza mai rinunciare alle proprie regole che sia America, Israele, Russia, Iran, Cina…
Il confronto fatto all’inizio tra un’europea e una palestinese dimostra un diffuso pregiudizio occidentale. Il velo si trasforma in motivo sufficiente per giudicare quanto siano libere le donne di diversa cultura. Ma la storia racconta ben altro. In Algeria, durante la dominazione francese, lo svelamento pubblico delle musulmane fu presentato come un gesto di emancipazione. Epperò dietro quella coreografia, c’era la pretesa del colonizzatore di decidere quale fosse la “giusta” libertà per le donne algerine, costringendole a seguire il proprio modello di vita. Avrebbero scelto altrimenti?
La storia iraniana poi mostra quanto possa cambiare il significato politico di un indumento. Durante il governo dello Shah, quando il velo fu scoraggiato, per alcune donne divenne un segno di opposizione all’eccessiva influenza occidentale. Dopo la rivoluzione, però il nuovo regime lo trasformò in un obbligo. Sempre la pretesa di controllare le donne.  E la Sarritzu invita a distinguere tra il rifiuto di un’imposizione e valutazione su scelte individuali.
La storia poi di  Masha Amini, in curdo Jina, arrestata perché accusata di indossare male il velo e poi morta, non si sa come in una stazione di polizia, evidenzia come la repressione riesca a colpire sia per motivi di genere che etnici.
La giornalista autrice mette in discussione un femminismo che rischia di valutare la libertà della donne secondo le proprie abitudini. Ampia prospettiva che allarga il discorso alla discriminazione razziale, alle disuguaglianze sociali e alle eredità coloniali. Il legame tra patriarcato e violenza poi emerge con particolare forza quando il discorso si sposta sui conflitti. Lo stupro è ed è stato utilizzato come un’arma di guerra e i corpi delle donne trasformati in strumenti con i quali umiliare e colpire intere comunità. Anche la maternità assume, in tali circostanze, un diverso significato da quello che le attribuiamo vivendo al riparo dalla distruzione. Giudicare le donne che continuano a mettere al mondo figli durante una guerra significa negare il diritto di un popolo a immaginare un futuro. Case, archivi, ulivi e cimiteri possono essere distrutti; la volontà di continuare a esistere reagisce sperando in nuove generazioni.
Il controllo passa pure dalle parole. Nel suo dialogo con la sociolinguista Vera Gheno, Sarritzu cita le  forme femminili delle professioni, spesso viste come battaglie marginali o confronti interni dello stesso femminismo. Dare un nome alle donne e riconoscerne le identità non è solo una questione grammaticale ma come essere o non essere identificate nella società.
Attraverso interviste e contributi di diversi ambiti, Claudia Sarritzu intreccia politica, storia e diritti, mettendo a confronto realtà lontane che finiscono per rivelare contraddizioni sorprendentemente simili.  A indicare la strada come, per esempio, potrebbe essere allargarsi alla letteratura citando la rivisitazione al femminile dei poemi epici fatta da  Marilù Oliva e da altre autrici  mentre Ciro Auriemma, noto scrittore e docente,  evidenzia le difficoltà incontrate tuttora dagli autori nel servirsi con efficacia  di una protagonista femminile.
Poi, che alcune donne sfondando un simbolico tetto di cristallo siano arrivare a  posizioni di comando non garantisce affatto che qualcosa sia cambiato nella parità di genere. Donne che sono ai vertici della politica come Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen fanno parte di un’ampia riflessione. Non sempre queste leader combattono il patriarcato, anzi talvolta lo assecondano servendosene addirittura per la propria carriera. È il machismo femminile del sottotitolo: la possibilità che l’accesso delle donne ai luoghi decisionali lasci intatte le regole, ma tenga “fuori le altre” anziché aprire la strada a un più ampio cambiamento del sistema.
La scrittura  della Sarritzu è sorretta da una convinzione che pervade tutto il libro: il patriarcato sta per cambiare faccia, adattandosi ai tempi e magari accordando alle donne accesso ai luoghi del potere, purché non abbiano modo riformare il sistema.
Un discorso scomodo? Ma senz’altro da affrontare.

Claudia Sarritzu Ghironi, classe 1986, è una giornalista cagliaritana esperta di linguaggio e politiche di genere. Per 10 anni ha scritto di politica nazionale e internazionale per Globalist. È stata conduttrice radiofonica e ha curato decine di video interviste per Tiscali. È autrice di due saggi giornalistici, La Sardegna è un’altra cosa, viaggio giornalistico nell’isola della crisi (Ethos edizioni) e Parole avanti, femminismo del terzo millennio con cui ha vinto il premio di saggistica nazionale Giuditta 2019. Attualmente si occupa di comunicazione istituzionale.

:: “Santa Geltrude La “Grande” di Helfta (Germania) – di Irene Corona, (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

14 ottobre 2026

La santa oggetto di questo opuscoletto è una delle più grandi mistiche del XIII secolo. Devota al Sacro Cuore di Gesù, il suo simbolo, di forza, coraggio e purezza è il giglio, mentre l’etimologia del nome significa “la vergine della lancia”. La storia di santa Gertrude o (Geltrude) la Grande (1256-1301), monaca tedesca in cui rifulse la grazia del Signore, è costellata di eventi soprannaturali, visioni, profezie, contemplazioni estatiche, dialoghi intensi con il figlio di Dio che le dettò i contenuti del suo libro più noto: le Rivelazioni. A questa santa, protettrice dei diabetici è legato anche un altro manuale fondamentale: gli Esercizi (compendio di preghiere e meditazioni per elevarsi nello spirito), indispensabili per ottenere sollievo dalle sofferenze spirituali e fisiche e per approfondire la dimensione della fede e perfezionarsi nella devozione. Gesù disse di lei: “Essa è per me una colomba senza fiele, perché come fiele detesta ogni peccato. E’ un giglio che mi compiaccio di portare in mano, perché è mia suprema delizia il trattenermi in un’anima pura e casta. E’ una rosa profumatissima, per la pazienza e la fedeltà che dimostra nel rendere grazie nelle cose avverse. E’ come un fiore di primavera in cui il mio sguardo si compiace di riposare perché vede in lei il desiderio e lo sforzo di tendere alla virtù e alla pienezza della perfezione. E’ un dolce tintinnìo che io sento risuonare intorno al mio capo, perché le sofferenze che essa sopporta sono come altrettante campanelle d’oro sospese al mio diadema, il cui suono diletta tutti gli abitanti del cielo”.

Votatesi completamente a Dio, sperimentò altissime forme di unione mistica anticipate da fenomeni straordinari come la ferita d’amore (la cosiddetta trasverberazione del cuore), lo scambio dei cuori e le stigmate interiori (o stigmate invisibili). Fu lei la prima in assoluto a tracciare una teologia della devozione al Sacro Cuore e ai suoi tempi, fra il 1200 e il 1300, era considerata già santa in vita. Fu canonizzata nel 1677.

Ma quali sono le notizie sulle sue origini? Quel che è certo è l’ingresso nel 1261 ancora giovanissima – ad appena 5 anni – nel monastero Cistercense di Helfta, in Germania, dove si segue la regola di San Benedetto. Le monache le fecero un piccolo abito monastico. Geltrude si distinse come migliore alunna e ad Helfta trascorrerà tutta la sua vita imparando –tra prove, tribolazioni e sofferenze – a dedicarsi esclusivamente a Gesù eletto a suo Sposo.

Il sapere era la sua passione, l’innalzamento culturale la sua finalità.  La futura Santa, fino all’età di 25 anni, si dedicò in maniera assidua allo studio dei saperi liberali (lettere, canto, miniatura, filosofia), restando però con l’anima divisa fra l’amore per Dio e l’amore per la letteratura. Ma la Provvidenza aveva deciso che Geltrude avrebbe conosciuto una fortissima crisi interiore che durerà alcune settimane. Dalle rovine avrà inizio la sua rinascita spirituale che la condurrà irresistibilmente a Dio, facendole riacquistare nell’amore divino la serenità perduta e il conforto dell’anima.

La nuova Geltrude si trova in unione mistica con Dio, grazie anche agli straordinari carismi concessi dall’Alto.

Ma che cosa determinò questa incredibile conversione? Tutto si spiega con una visione, la prima, che la santa ebbe di Gesù.

Cominciò a capire che la scienza umana ha una dimensione limitata e non è in grado di fornire risposte necessarie per placare la sete della conoscenza superiore. Il Figlio di Dio le appare nella sembianza di un adolescente che le annuncia l’imminente salvezza e le assicura che sarà lui a salvarla e liberarla: “Non temere!”.

Ai suoi tempi la fama di santità si sparse per ogni dove. La monaca ispirava una salutare compunzione o elargiva il conforto della consolazione spirituale.

Dolce e penetrante nella sua eloquenza, ella si immolava per la conversione degli infedeli e dei peccatori ma era intenta anche a promuovere la santificazione delle anime che vivevano in condizione religiosa.

“Ogni religioso – rivela il Signore alla sua apostola – è obbligato alla correzione e alla santificazione dei suoi fratelli. Egli deve dar loro saggi consigli e informare i Superiori dei difetti  che osserva in essi, affinché vi mettano riparo, guardandosene dallo scusarsi col dire ’Io non valgo più di loro’ ”.

E’ un compito di cui Geltrude si sente investita: se i religiosi lasciano perire i fratelli, il Signore domanderà loro un conto severo.

Passava a riassumere da mattina a sera lunghe pagine della Sacra Scrittura o a spiegare i passaggi più ostici. Faceva apostolato della Parola. La mistica era anche Messaggera del Sacro Cuore, in quanto rivelatrice all’ Umanità dei desideri e della volontà del Creatore. La sua missione consisteva anche nella consolazione delle persone afflitte.

Accanto alla virtù dell’umiltà – fedele custode di tutte le virtù – Geltrude possedeva tutte le altre virtù: iniziamo con la discrezione (madre di tutte le virtù) e la modestia. Cercava sempre il parere degli altri anche se erano di gran lunga  a lei inferiori, e ne teneva conto. Brillava la monaca per le virtù come l’obbedienza, l’astinenza, la povertà volontaria, la prudenza, la fortezza, la temperanza, la misericordia, la carità fraterna, la costanza, la riconoscenza, la gioia per la felicità altrui, il disprezzo del mondo e delle cose terrene, la carità verso Dio e il prossimo, regina di tutte le virtù. E sopra ogni cosa la totale fiducia in Dio. Il suo campo di apostolato erano gli afflitti e i peccatori. Ella aveva anche il dono della profezia. Fu lei ad annunciare alla badessa Sofia di Mansfeld che l’Imperatore eletto dai prìncipi  dell’Impero sarebbe morto per mano del legittimo successore, come avvenne nel 1289.  E ancora: il Signore le apparve per comunicare la morte imminente della sorella della badessa, Matilde, indicandole il giorno esatto.  Pare inoltre che i vestiti della monaca fossero forieri di frutti miracolosi: si racconta nelle Rivelazioni l’episodio di una persona che voleva comunicarsi ma era afflitta da pensieri cattivi. Allora, l’angelo custode le indicò di raccogliere un pezzetto di stoffa del vestito della monaca che aveva messo da parte. Lo avvicinò al cuore e, dopo le preghiere, il Signore la liberò dai pensieri di tentazione. Santa Geltrude è stata definita la “teologa del Sacro Cuore”. In nome della carità sottraeva anche del tempo alle estasi che l’univano a Dio. Stessa carità ebbe anche per i defunti in favore dei quali arrivava a spogliarsi completamente dei suoi meriti presenti e futuri suffragandone l’anima con speciali preghiere personali, oltre a quelle collettive, secondo la pratica seguita nel monastero di Helfta.

A lei il Signore concesse pure il dono delle stimmate invisibili, porterà fino alla morte impressa nell’anima l’icona dei chiodi della croce. Si tratta di un dono supremo di mistica che si raggiunge dopo sofferenze e prove, dopo cioè aver superato le “notti oscure dello spirito” (malattie, infermità, rammarico per non poter prendere parte alle cerimonie comuni e al coro) attraverso cui si purifica la parte superiore dell’anima.

La monaca si ammalò gravemente all’inizio del febbraio 1288. Le precarie condizioni di salute peggiorarono a causa di complicanze. Continuò a scrivere preghiere anche sul letto di morte. Pare che sia stata colta dalla morte quand’era in estasi. “Presto ti ritirerò da questa vita”: preannunciò Gesù alla sua serva. “Tutte le anime che hai salvato verranno a te incontro tra breve per condurti in Paradiso”. Molto probabilmente il suo trapasso avvenne il 17 novembre del 1302 (o del 1301, o del 1303). Non resta traccia del suo sepolcro.

Questo articolo su Santa Geltrude La Grande lo dedico alla mia ex professoressa di religione del liceo classico nonché amica di tanti anni di parrocchia insieme, Geltrude Anastasi. Con lei tutte le mattine intoniamo canti di Lode al Signore e alla Madonna nella gioia e nel santo dono dell’Eucarestia.

Il suo nome e il suo carattere richiamano quelli della santa di Helfta, la dolcezza, la fermezza, la carità e la pazienza, sono anche sue virtù. Spero di farne sempre tesoro qualunque strada un giorno possa dividerci fisicamente.

Nel cuore, la sentirò sempre vicina.

Preghiera mia a Santa Geltrude

O amata Sposa del Signore, o’ Santa Geltrude,

tu che percorresti il globo in un viaggio della mente,

tu che scacciasti le Erinni della scienza per cavalcare l’onda della Fede,

tu che accarezzasti il Cuore di Dio facendo semplicemente la Sua Volontà,

tu che patisti le forche dell’oscurità nelle settimane che precedono l’aurora,

apri il mio pensiero al Sole dell’Anima, a Gesù Cristo amante veramente fedele.

Fa che possa imitarti nelle dita spinose, nei ludìbri dello spirito.

Rendi immortale il tuo ricordo nelle mie giornate, nelle mie pause di vita

così da sperimentare il tuo conforto nelle mie afflizioni e tribolazioni quotidiane. Grazie per la Luce che hai trasmesso nella vita che hai condotto come un filo elettrico percorso dalla elettricità di Cristo, Vera Vita e Redenzione.

:: Casa è dove noi di Serena Venditto (Giallo Mondadori 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 settembre 2026

Ci sono case che diventano quasi parte di chi ci abita. Non sono più solo stanze, con mobili, porte e finestre, ma serbano confidenze, litigi, risate, momenti difficili. Per Malù Ferrari, Ariel, Samuel e Kobe, via Atri 36 ormai è questo. Ah, poi non scordiamoci il quinto inquilino, Mycroft, il gatto nero che, di diritto ormai, vive la loro vita.
Serena Venditto torna per raccontarci il suo piccolo universo, ma stavolta mette alla prova proprio ciò che li tiene insieme. Cominciamo da Malù, libraia, traduttrice e ricercatrice, e dalla sua settimana complicata: la discussione della tesi di dottorato è vicina, Marco, il suo fidanzato, sta per partire per la Svizzera, vorrebbe che lei lo seguisse, finiscono con litigare…
Ma in via Atri arriva una notizia decisamente peggiore. Il padrone dell’appartamento sarebbe costretto a vendere e, se davvero fosse così, loro dovrebbero andarsene.
Una brutta doccia fredda. Trovare casa a un prezzo abbordabile a Napoli non è certo facile. La città è sempre più affollata da strutture destinate ai turisti e gli appartamenti sul mercato, oltre a essere merce rara, costano un botto.
Ma dietro l’inattesa decisione del proprietario si nasconde una vicenda drammatica: sua moglie è agli arresti domiciliari, accusata di avere ucciso il vicino. Pagare l’avvocato per difenderla costerà molto, moltissimo.
Le circostanze dell’omicidio sembrano non lasciare spazio a dubbi. La donna è stata trovata accanto al cadavere con un coltello da cucina insanguinato in mano. È ancora sotto choc e continua a ripetere di non ricordare nulla. Si dice innocente, ma le prove sembrano raccontare un’altra storia.
Storia che Malù e gli amici, però, non intendono accettare. Se la polizia crede di aver chiuso il caso accusandola, devono fare qualcosa, darsi una mossa. Bisogna trovare l’assassino onde evitare un trasloco… Anche perché per loro quell’appartamento è diventato il posto dove hanno riunito la loro famiglia elettiva.
Con Malù come capo, sarà anche stavolta un’indagine sui generis, in cui il metodo investigativo lascia spazio all’intuizione, alla curiosità e a una buona dose di improvvisazione. Interrogatori poco ortodossi, improbabili incontri, un segreto piano B con visite alla ricerca di una nuova casa. Si parla d’arte, intervengono lezioni di yoga e alcune pause sentimentali si intrecciano alla caccia al colpevole.
La soluzione è a portata di mano, anche se sembra avvicinarsi e allontanarsi continuamente, mentre emergono segreti che potrebbero cambiare certe apparenze.

Malù, con la sua curiosità e il suo fiuto, resta il motore dell’indagine, con Ariel che mantiene il suo ruolo di persona forte e positiva e Samuel e Kobe che completano un gruppo nel quale le differenze possono diventare un vantaggio.
La professoressa Papararo guadagna spazio e personalità, confermandosi una figura importante nell’equilibrio della serie. E naturalmente Mycroft continua a fare il gatto, cioè a osservare il mondo con quella superiore indifferenza che gli consente di essere, contemporaneamente, presenza silenziosa e irresistibile protagonista.
Poi c’è Napoli. Una Napoli diversa dalle cartoline, rumorosa, contraddittoria, capace di cambiare rapidamente sotto la pressione del turismo. La trasformazione degli appartamenti in bed and breakfast non resta una battuta sul mercato immobiliare, ma diventa uno degli elementi tramite i quali il romanzo guarda alla città contemporanea. Case che cambiano destinazione, quartieri che si trasformano, abitanti costretti a fare i conti con una realtà in cui trovare un alloggio può diventare un’impresa. Ma per fortuna la vena ironica di Serena Venditto impedisce alla trama di appesantirsi. Divertente è il gioco che fa con la voce narrante, rivolgendosi direttamente al lettore, e coinvolgendolo nella storia e affidandogli quella complicità che par quasi trasformarlo in un altro coinquilino di via Atri.
Casa è dove noi, più che un giallo comunque brillante, appare soprattutto il racconto di un affetto. Sì, l’indagine serve a scoprire chi abbia commesso un omicidio, mentre la storia racconta piuttosto il bisogno di avere un posto nel mondo da chiamare casa. Anche quando è solo un appartamento di via Atri 36, condiviso da quattro coinquilini, un gatto nero e… ohimè, parecchi guai.

Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale. Ha esordito nella narrativa con la commedia Le intolleranze elementari (Homo Scrivens, 2012). Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori Aria di neve, il primo volume della serie gialla dedicata al gatto Mycroft e ai quattro coinquilini di via Atri 36, seguito da L’ultima mano di burraco (2019), Grand Hotel (2021), Commedia gialla con gatto nero (2023), Sette vite come i libri (2025). Gli stessi personaggi compaiono nell’antologia Gatti neri e vicoli bui (Homo Scrivens, 2022) e in E cosy sia (Giallo Mondadori Big, 2024). Nel 2025 è uscito il suo podcast narrativo E alla fine arriva il gatto, prequel della serie dei romanzi, prodotto da Mondadori Studios. Collabora con Homo Scrivens in qualità di editor e come direttrice della collana dedicata al giallo. Cura la rubrica #Barsport per il sito Napoliclick.

:: La pace sotto il cielo di Ch’ae Man-sik (Bonfirraro editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

19 settembre 2026

Classico della letteratura coreana novecentesca La pace sotto il cielo di Ch’ae Man-sik (1902-1950) è un romanzo che racchiude una feroce satira della società coreana della prima metà del Novecento, durante il dominio coloniale giapponese. L’edizione italiana, tradotta da Giulia Donati, è stata pubblicata quest’anno da Bonfirraro Editore, offrendo ai lettori italiani la possibilità di avvicinarsi a un’opera fondamentale della narrativa coreana moderna. Edito inizialmente a puntate nel 1938 sulla rivista Chogwang, fu ripubblicata successivamente in volume solo nel 1948 con il titolo definitivo appunto di “pace sotto il cielo”. Ma di che pace parliamo? non certo la nobile pace frutto di giustizia, uguaglianza e benessere condiviso. La pace è qui l’unico quieto vivere di mastro Yun, un anziano e ricchissimo proprietario terriero che si è ulteriormente arricchito praticando l’usura. Gretto, meschino, sgradevole, vorrebbe vivere per sempre per non separarsi dalle sue immense ricchezze e guida una famiglia altrettanto allo sbando. L’avidità, la grettezza, il sopruso sono mascherati da un’apparente bonarietà e a un culto per il quieto vivere pur sotto il giogo giapponese. Il tutto si incrinerà solo nel finale quando il nipote invece di portare prestigio alla famiglia con una carriera onorevole viene arrestato come socialista. Invece di scrivere un pamphlet politico Ch’ae Man-sik usa l’ironia per rendere più incisiva la critica a un mondo raccontando la storia di una famiglia che vive a Seoul egoisticamente arroccata nei suoi privilegi.

Ch’ae Man-sik (1902–1950) è considerato uno dei più importanti scrittori coreani del Novecento. Maestro della satira sociale, ha raccontato con ironia corrosiva e profonda lucidità critica le contraddizioni della Corea del suo tempo, segnata dal dominio coloniale giapponese e dall’impatto della modernizzazione. Le sue opere, oggi classici della letteratura coreana, uniscono realismo, umorismo e denuncia morale, offrendo un ritratto impietoso e profondamente umano della società e dei suoi squilibri.

:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2026

Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.

:: Il sottosuolo di Praga di Marco Scarlatti (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 agosto 2026

Praga, neve, lampioni avvolti nella nebbia, il fuoco acceso nel camino e una pendola capace di trasformare il silenzio in una presenza inquietante. È questa la città scelta da Marco Scarlatti per costruire Il sottosuolo di Praga, romanzo gotico e investigativo in cui realtà storica, suggestioni letterarie e immaginazione finiscono per confondersi fino a diventare un’unica cosa. Una Praga asburgica, malinconica e affascinante, solcata da ombre visibili e invisibili, in cui un immaginario palcoscenico lascia spazio a una realtà fatta da tensioni sociali, pregiudizi, ambizioni, vizi privati e segreti destinati a riaffiorare dalle profondità.
Protagonista della storia Franz Kafka, ancora lontano dalla fama letteraria destinata a renderlo immortale. Di giorno è un impiegato delle assicurazioni, lavoro che fa con crescente e malcelata insofferenza; di notte scrive, combattendo contro l’insonnia e forse contro la sua vocazione letteraria. È un uomo introverso, fragile, tormentato dal rapporto con il padre, dal timore del matrimonio e dalla difficoltà di trovare spazio per la propria creatività. Scarlatti parte da queste tensioni per creare un altro Kafka, trasformandolo in un improbabile ma affascinante investigatore.
Tutto comincerà con un episodio raccapricciante. Un sacco contenente un maiale insanguinato verrà lasciato davanti alla casa di Mordechai Weiss, ricco e importante ebreo della comunità praghese. Nella sue viscere si nasconde qualcosa di più terribile, un messaggio di odio capace di evocare antichi rituali ancestrali.  Ma si tratta di persecuzione antisemita o invece in quella mostruosità si nasconde una vendetta personale?
L’interrogativo guadagna peso quando verrà ritrovato il cadavere orrendamente mutilato di Martin von Bering, imprenditore tedesco amico di Kafka ai tempi del ginnasio. Ma quella morte non sarà un episodio isolato. Altri delitti, altre vittime e altrettanta ferocia trasformeranno Praga in un teatro del terrore. Oscar Havliček viene massacrato nella Città Vecchia, mentre Arthur Rumford viene ridotto a una massa irriconoscibile. Tre uomini diversi, tre barbare esecuzioni di inaudita ferocia: ora trovare il legame tra le vittime diventa la chiave dell’enigma.
Kafka non dovrebbe interessarsi a questo. Non è un poliziotto, non ha esperienza investigativa e il suo carattere schivo sembra renderlo ancora meno adatto a un confronto con assassini e criminali. E tuttavia qualcosa dentro di lui si mette in moto. La curiosità prende il sopravvento, alimentata anche dal fascino esercitato dal metodo deduttivo. Comincia a guardarsi intorno, raccogliere informazioni, annotare dettagli, trasformando le sue passeggiate notturne in esplorazioni investigative.

Accanto a lui c’è Max Brod, amico, interlocutore e compagno in quelle incursioni. Il loro rapporto permette all’autore di inserire nella narrazione anche un importante confronto sulle diverse anime dell’ebraismo praghese. Da una parte il sionismo, orientato verso la costruzione di una patria in Palestina; dall’altra il diasporismo, legato all’idea di una comunità destinata a vivere dispersa. Sullo sfondo poi si avverte il peso dell’antisemitismo, come una minaccia concreta e in grado di condizionare rapporti personali, aspirazioni economiche e vita quotidiana.
La Praga di Scarlatti è piena di contrasti. Dietro il perbenismo, il rispetto delle convenzioni, l’incubo della reputazione, si cela un universo di ipocrisie. I matrimoni rispettabili convivono con adulteri e prostitute, le convenienze familiari soffocano sentimenti e desideri, mentre privilegi e ingiustizie vengono tollerati purché restino lontani dagli occhi della società. Nei fumosi locali, nei vicoli della Città Vecchia, intorno all’antico cimitero ebraico e lungo la Moldava si muovono personaggi sospesi tra rispettabilità e abiezione.
A rendere più inquietante l’indagine appare una gigantesca figura, una materializzazione delle leggende praghesi, in grado di evocare il mito del Golem. Kafka arriverà persino a incontrarla durante una delle sue passeggiate notturne. Una creatura enorme lo segue nella neve e l’impiegato delle assicurazioni, fino a quel momento solo osservatore degli eventi, scoprirà improvvisamente di essere anche lui un potenziale bersaglio. Ma sta proprio nell’indovinato connubio tra il Kafka storico e quello immaginario di Scarlatti il punto più intrigante della trama che non pretende di ricostruire una biografia alternativa e utilizza invece lo scrittore come soggetto, evidenziando paure, ossessioni e intuizioni destinate a trovare un’eco nella sua futura produzione letteraria. Il riferimento a Sherlock Holmes, inoltre, non appare casuale e nasce dal reale interesse di Kafka per il detective londinese. Ma per meglio valutare il significato del titolo del romanzo bisogna scendere nel sottosuolo di Praga, entrare in un mondo dove storia, superstizione e criminalità sembrano incontrarsi. Un viaggio fisico, ma soprattutto interiore in cui Kafka dovrà affrontare le sue paure e mettere alla prova la propria capacità di osservare e imparare a guardare oltre.
Marco Scarlatti costruisce una storia volutamente lenta, ma elegante e suggestiva. L’orrore non è affidato solo alla crudezza dei delitti: ma nasce soprattutto dalle ombre, dai silenzi, dalle leggende e dalla costante sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di impossibile. Il sottosuolo di Praga è un percorso nella città di Kafka prima che Kafka diventi lo scrittore in grado di raccontare l’assurdo. Un’indagine gotica nella quale il vero mostro potrebbe trovarsi sotto le strade della città, nelle sue paure collettive oppure dentro gli uomini. E mentre la neve continua a cadere sulla Praga imperiale, il futuro autore de La metamorfosi scopre una fondamentale verità: alcune porte, una volta aperte, non permettono di tornare indietro.

Marco Scarlatti è nato a Roma, dove vive e lavora. Col suo vero nome ha pubblicato La zona libera (Cut up edizioni, 2012), suo romanzo d’esordio. Col secondo romanzo, L’anno del Drago (L’Erudita, 2012), ha trattato i temi della crisi finanziaria e dello stress nel mondo del lavoro di oggi. Il suo racconto “Lo spettro dei sogni” è apparso nella raccolta digitale Sorridi, bellezza! (Rizzoli, 2013). Ha pubblicato numerosi racconti, spesso d’ambientazione fantastica, in antologie collettive con diversi editori. Ha tradotto dal francese alcuni lavori di Jean Ray, poi pubblicati per la Profondo Rosso Edizioni. E-mail ecc. ecc.

:: Domenica di Georges Simenon (Adelphi Milano 2026) a cura di Valerio Calzolaio

19 luglio 2026

Bastide, ai piedi del massiccio dell’Estérel, Costa Azzurra e relativo entroterra, Mediterraneo. Una domenica di fine maggio al termine degli anni Cinquanta. Émile Fayolle si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire; gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente. Ha preso da tempo la sua decisione, da undici mesi ha previsto molto e preparato tutto per quel giorno, ora è arrivato. Da anni era in corso una partita conflittuale con la bionda moglie Berthe Harnaud, probabilmente addirittura dal momento della conoscenza (andavano a scuola insieme, lei due anni più grande e gran lettrice) e poi dall’inizio della relazione. Si erano frequentati pochissimo, lui (originario della Vandea) apprendista cuoco, lei con i genitori in un ristorantino ristrutturato nei pressi di Cannes. Nemmeno ventenne va a fare lo chef da loro. Progressivamente, capiscono che conviene a entrambi sposarsi; Berthe è di fatto la padrona (c’è anche un contratto di mezzo, con la madre quando il padre muore), forse innamorata; Émile il dipendente che si occupa dell’ottima essenziale cucina, abbastanza estraneo all’amore; non si sa per colpa di chi comunque figli non arrivano. Trascorrono anni: lui si sente comprato, deve pensare solo a cucinare bene, va solitario a pesca e gioca a bocce, frequenta prostitute in riva al mare, si lega a una 32enne turista inglese (che, dopo aver fatto sesso di nascosto, viene cacciata dalla moglie), imbastisce per tre anni una stabile relazione affettiva con la giovane silenziosa cameriera Ada (neanche maggiorenne e forse con un ritardo cognitivo). Émile matura vieppiù che deve liberarsi di Berthe, ci pensa di continuo, pianifica come riuscirci senza lasciare tracce, sperimenta e alla fine tenta. Perché no, visto che entrambi sanno che la partita è aperta?

Anche questo romanzo è una prova d’autore, giallo a proprio modo, con sorpresa finale. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi dal 1985 sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti, questo romanzo era inedito e risale all’estate 1958. La narrazione è in terza al passato, quasi una scena teatrale fissa sull’ossessionato semplice protagonista, sui suoi ricordi, sull’evoluzione di pensieri e propositi, intervallati da brevi rari dialoghi con gli altri personaggi. Inizia e finisce quella fatidica mite assolata domenica (da cui il titolo), in quelle zone di fatto era già piena estate da decenni: “in gioco non erano più le cause, i moventi, ancor meno le scuse. Era una questione di vita o di morte che andava risolta fra lui e Berthe”, uno dei due deve vincere. Émile ha continuato a dormire con la moglie, è riuscito a non far mandare via la “zingara” Ada, che dorme sopra in un’angusta mansarda e lo incontra remissivamente al Casolare. In copertina un paesaggio svizzero (dipinto nel 1923), che rende l’idea dell’appetibile locale La Bastide (in Provenza): piatto consigliato il risotto ai calamari. Vini locali, spesso rosé.

:: Ken Greenhall, L’accompagnatrice (Adelphi 2026) a cura di Emilio Patavini

19 luglio 2026

A maggio di quest’anno Adelphi ha pubblicato la prima edizione italiana de L’accompagnatrice di Ken Greenhall, l’autore americano riscoperto con l’uscita, lo scorso settembre, di Elizabeth (di cui mi sono occupato sull’Indice dei libri del mese). Apparso per la prima volta nel 1988 come The Companion, può essere ascritto allo stesso filone di Elizabeth, definito dall’autore stesso un romanzo dell’innaturale (prendendo il termine innaturale come personale declinazione del soprannaturale), anche se occorre chiarire sin da subito che questo nuovo titolo di Greenhall non ha lo stesso mordente narrativo del suo romanzo di esordio. Da un confronto tra i due romanzi, L’accompagnatrice risulta sicuramente più sottotono, complice una narrazione meno intrigante. Il prossimo titolo in preparazione, Hell Hound (1977), da cui è stato tratto il film Baxter (1989), si preannuncia una lettura più interessante.

Venendo alla trama, Jillian Cole si è appena trasferita a Serena, una cittadina di provincia nell’Iowa, nel cuore del Midwest americano. Insieme a lei vive il padre cieco, appassionato di musica jazz e dotato, a quanto si dice, di poteri taumaturgici. Jillian lavora come accompagnatrice, prendendosi cura di donne fragili e anziane. La sua nuova assistita, Elizabeth Dobb, vive in una grande casa ed è la ricca matriarca di una famiglia che oggi si definirebbe disfunzionale, composta da due figli gemelli, David ed Eva, e da una nipote, Shirley. Jillian e il padre hanno due doni opposti: mentre lui sembrerebbe in grado di guarire i malati con l’imposizione delle mani, la protagonista non è solo un premuroso angelo custode, ma anche un agognato angelo della morte che, quando l’ora si avvicina, pone fine alle sofferenze delle donne con cui entra in contatto emotivo. L’ombra del passato sembra però seguirla nei suoi spostamenti e darle la caccia, sulla falsariga della vecchia filastrocca inglese di “Jack and Jill” (due nomi non a caso).

Ancora una volta Greenhall si cela dietro una voce narrante femminile, consapevole della propria conturbante femminilità, ma anche capace di trasmettere il senso del sinistro e del torbido. Ancora una volta il romanzo è sospeso tra le due pulsioni freudiane di eros e thanatos: Jillian instaura un legame speciale, «spirituale» (p. 153), con le sue datrici di lavoro, e dalle sue parole traspare non solo il suo ruolo di psicopompo, ma anche una certa tensione erotica. Proprio come in Elizabeth, seppure in maniera meno convincente, si tratta di una protagonista ambigua, al punto che il lettore è portato a dubitare del suo racconto e a chiedersi se la voce narrante sia veramente affidabile o se quanto legge non sia altro che il frutto dei deliri di una psicopatica, di una «aberrazione psicologica» (p. 186), che ci restituisce solo una versione distorta della realtà. Torna a essere presente la morbosità che si può riscontrare in Elizabeth, anche se qui in misura più preponderante e – a mio avviso – ingiustificata. A differenza del romanzo d’esordio di Greenhall, non troviamo propriamente atmosfere gotiche, ma al massimo qualche presagio inquietante e rivelazioni di segreti di famiglia tenuti nascosti in soffitta. Anche se le due opere, come abbiamo visto, condividono i medesimi stilemi, ne L’accompagnatrice la riflessione è incentrata su temi di respiro filosofico come la vita dopo la morte, la presenza dell’anima e la ricerca tormentata della felicità, ma anche sulle più delicate (e, se vogliamo, attuali) questioni del fine vita e dell’identità di genere.  

Ken Greenhall (1928-2014), nato a Detroit, Michigan, da genitori inglesi, lavorò come editor per l’Encyclopedia Americana e per la New Columbia Encyclopedia.

Source: inviato dall’ufficio stampa Adelphi, che ringraziamo.

:: La casa nella prateria torna in TV, su Netflix una nuova serie ispirata alla saga letteraria di Laura Ingalls Wilder

9 luglio 2026

L’universo di La casa nella prateria, di cui ricordiamo il celebre serial statunitense degli anni ’70, sta per tornare sullo schermo. Dal 9 luglio debutta infatti su Netflix una nuova serie ispirata ai celebri romanzi autobiografici di Laura Ingalls Wilder, annunciata come una trasposizione particolarmente fedele dell’opera originale.

Per chi desidera (ri)scoprire la storia da cui tutto è nato, il catalogo Gallucci propone l’intera saga della scrittrice americana tradotta da Paola Mazzarelli, esperta di letteratura americana: un progetto editoriale ambizioso sviluppato nel corso di diversi anni e tuttora unico nel panorama editoriale italiano.

La collana è composta da tutti e nove i libri: La casa nella prateria; La casa nella prateria 2. Sulle rive del Plum Creek; La casa nella prateria 3. Sulle sponde del Silver Lake; La casa nella prateria 4. Il lungo inverno; La casa nella prateria 5. Piccola città del West; La casa nella prateria 6. Gli anni d’oro; La casa nella prateria 7 I primi quattro anni; La casa nella prateria. Nei Grandi Boschi del Wisconsin e infine La casa nella prateria. La storia di Almanzo.

Buona lettura, e buona visione!

:: Il giardino segreto delle api di Jane Johnson (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

15 Maggio 2026

Nella Cornovaglia più aspra e selvaggia, là dove il vento arriva dall’oceano portando con sé odore di salsedine e di terra bagnata, Il giardino segreto delle api diventa interprete di una storia in grado di mischiare memoria, dolore e appartenenza. È un romanzo, calato in un paesaggio che sembra sospeso fuori dal tempo, in cui la natura non rappresenta solo lo sfondo, ma è presenza quasi sacra, pronta a custodire segreti e verità rimaste insepolte.
La tenuta di Trengrose domina la narrazione. I frutteti, i prati invasi dalle campanule, i sentieri battuti dalla pioggia e il cottage di pietra abitato da Ezra Curnow compongono un fragile microcosmo, minacciato dall’arrivo della modernità. Ezra vive là da sempre. E prima di lui suo padre, suo nonno e le precedenti generazioni della sua famiglia hanno sempre abitato ai margini della proprietà. Per Ezra ogni stagione ha il suo linguaggio: il biancospino in fiore la primavera, le foglie trascinate dal vento in autunno, il silenzio dell’inverno, l’estate con il tepore  accumunate dal ronzio delle api attorno all’arnia. Ogni particolare contribuisce al rapporto fra uomo e natura.
L’incipit è di una straordinaria forza evocativa. Ezra, in piedi davanti alle api, annuncia la morte di Eliza Rosevear secondo il rituale tramandato nei secoli. Copre l’arnia con un drappo nero e parla agli insetti come fossero creature in grado di comprendere il dolore umano. In poche pagine il romanzo chiarisce immediatamente il proprio fulcro narrativo: la memoria delle cose, la continuità fra passato e presente, il rispetto verso una natura considerata parte integrante della vita.
La morte di Eliza rompe l’equilibrio di Tengrose. Senza un testamento, il futuro della tenuta diventa incerto e l’arrivo dei nuovi proprietari trasforma il romanzo in qualcosa di più complesso di una semplice storia famigliare. Toby Hardman, finanziere londinese ambizioso e arrogante, vede nella proprietà soltanto un investimento. Il cottage di Ezra deve diventare un alloggio turistico, i prati un’attrazione per visitatori. In lui si concentra una mentalità predatoria incapace di cogliere il valore autentico dei luoghi. La Cornovaglia, agli occhi di Toby, non è una terra da comprendere ma qualcosa da sfruttare.
Ed è proprio in questo contrasto che il romanzo sviluppa la sua forza. Da una parte Ezra, uomo essenziale, quasi fuori dal tempo, privo di qualunque avidità materiale, dall’altra l’oggi, dominato dal profitto e dalla speculazione. L’autore affronta temi concreti: il turismo invasivo, il costo delle abitazioni, la perdita di tradizioni locali, senza trasformare la narrazione in un manifesto ideologico. Tutto passa attraverso i personaggi, le loro scelte e i loro conflitti.
Ezra è senz’altro la figura più azzeccata. Burbero, ostinato, ironico, vive circondato dagli animali e tratta ogni creatura con rispetto. Dialoga con le api, osserva gli uccelli, accetta la libertà del suo gatto senza pretendere di possederlo. La sua esistenza appare povera solo a chi misura il valore delle cose con il denaro. In realtà Ezra custodisce una invisibile ricchezza: il senso di appartenenza, la memoria della terra, la capacità di riconoscere la bellezza nei gesti più semplici. Ma non è una figura idealizzata. Poco alla volta infatti riemergono le ombre del suo passato, ferite nascoste sotto la superficie del quotidiano. I segreti legati a Trengrose si intrecciano a una dimensione più ampia e dolorosa, in grado di valicare  tre generazioni e di aprire improvvisi squarci sulla guerra e sulla violenza. Alcuni capitoli, ambientati nella Cipro degli anni Cinquanta, introducono improvvisa suspence, in netto contrasto con la quiete della campagna cornica. Sono pagine dure, quasi spiazzanti, ma fondamentali per comprendere.
Molto efficace risulta anche l’evoluzione dei nuovi proprietari, gli Hardman. Inizialmente degli invasori destinati a distruggere l’equilibrio, ma pian piano, lei, Minty e i figli, Dominic e Miranda, finiranno per lasciarsi conquistare dal fascino della tenuta e dalla figura di Ezra. Attraverso il contatto poi con quel paesaggio imparano a guardare il mondo in modo diverso, quasi riscoprendo un’umanità perduta.
L’atmosfera è sempre in sospeso fra realismo e incanto. Per tutto il romanzo aleggia una lieve componente soprannaturale, quasi la terra stessa custodisse le voci del passato. I segreti di Eliza Rosevear emergono lentamente, alimentando una tensione narrativa che accompagna il lettore fino alla fine.
Lo stile nostalgico ben si adatta alla storia. Le descrizioni della Cornovaglia sono ricche di luce, vento, colori e odori. Si percepiscono il rumore delle onde contro le scogliere, il canto degli uccelli al tramonto, il ronzio delle api. È una scrittura che par rallentare il tempo mentre ci invita a osservare, con la sensazione di visitare un luogo abitato da personaggi imperfetti ma vivi. Dentro la storia convivono mistero, memoria, dolore e speranza, in armonioso equilibrio. Il giardino segreto delle api più di un romanzo familiare pare una riflessione sul rapporto fra esseri umani e natura, sul rischio di perdere il legame con i luoghi e sulla illusoria convinzione che tutto possa essere comprato.

Jane Johnson, è una scrittrice e editrice britannica. È l’editor inglese di George R.R. Martin, Robin Hood e Dean Koontz, e per molti anni è stata responsabile editoriale delle opere di J.R.R. Tolkien. È sposata con uno chef berbero e vive tra la Cornovaglia e il Marocco. La Newton Compton ha pubblicato Il giardino segreto delle api.