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Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku, Richard Lloyd Parry, Exòrma, 2021 A cura di Viviana Filippini

13 gennaio 2022

«Nello tsunami, tutto ciò che era bianco divenne nero». Sono passati 11 anni da quell’ 11 marzo 2011, quando un gigantesco Tsunami si abbatté sulla costa nord-est del Giappone devastando la regione del Tohoku e causando più di 18.500 vittime. Oggi “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku”di Richard Lloyd Parry, edito da Exòrma, ci racconta quello che accadde prima, durante e dopo l’arrivo di quella imponente massa di acqua le cui onde arrivarono ad avere un’altezza pari a 36 metri. Quello che restò in seguito al passaggio del tremendo tsunami furono morte e distruzione. Poi c’erano i feriti e i vivi che cominciarono una ricerca dei dispersi, nella speranza, in molti casi vana, di trovare vivi i propri cari. Tante sono le storie di mogli alla ricerca dei mariti, di mariti in cerca delle mogli, di figli in cerca degli anziani genitori e di quei genitori coinvolti nella disperata ricerca dei propri figli usciti per andare a scuola e non più tornati. Una ricerca di giorni, settimane, mesi e anni che, in alcuni casi portò al ritrovamento dei resti, spesso irriconoscibili, dei propri cari mentre, in altri casi, la ricerca non portò a nessuno ritrovamento e a nessun corpo su cui piangere. Quello di Richard Lloyd Parry, dal 1995 corrispondente a Tokyo per «The Times», non è un romanzo, ma è un vero e proprio toccante reportage nel Giappone distrutto e colpito dallo Tsunami. Per fare questo, Loyd ha viaggiato per sei anni andando nel centro delle comunità ferite e dissolte, nel Tohoku, la periferia a nord orientale del Giappone. Un luogo lontano, un mondo dove i legami con il proprio passato sono molto forti e dove oggi si respira ancora un’atmosfera di una profonda spiritualità arcaica. Pagina dopo pagina, l’autore cerca di mettere assieme i tasselli un grande dramma umano che non solo colpì un intero Paese, ma che cambiò la vita e distrusse l’esistenza di molte famiglie. Loyd dal contesto generale si concentra infatti su quanto accaduto nella scuola elementare di Okawa, una piccola comunità vicina alla foce di un fiume e lo fa conoscendo e confrontandosi con gli abitanti della zona e ascoltando le loro storie. A Okawa furono molti coloro che non tornarono più a casa, anziani, giovani e bambini spazzati via dalla furia dell’acqua diventata indomabile. “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku” Richard Lloyd Parry ricostruisce e porta il lettore dentro i drammatici fatti del 2011. Lo fa in modo attento, minuzioso, ma quello che emoziona e fa riflettere sono le parole delle singole persone (madri come Nagano) che raccontano il proprio vissuto e di come una grande onda lo spazzò via per sempre. Un mettersi a nudo che evidenzia quanto sia importante coltivare i propri affetti e quanto il destino e la vita siano imprevedibili e precari. Traduzione di Pietro Del Vecchio.

Richard Lloyd Parry è corrispondente dall’Asia per «The Times» e scrittore. Nato nel 1969, ha studiato a Oxford. Ha raccontato storie da ventuno paesi, tra cui Iraq, Afghanistan, Indonesia, Timor Est, Corea del Nord, Papua Nuova Guinea, Vietnam, Kosovo e Macedonia. Suoi scritti sono apparsi anche sulla “London Review of Books” e sul “New York Times Magazine”.

Source: ricevuto dal recensore.

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertà” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021

“Giada Rossa- Una vita per la libertà” edito da Fiori d’Asia Editrice è il romanzo-verità di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrà stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterà dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

È nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo verità e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacità di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilità, come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si è sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse già determinato ogni suo passo. Da quando si è avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma è stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia è stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si è trovata, sia per le brutalità a cui ha dovuto assistere. È stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, è rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le è stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverà in un mondo del tutto nuovo, come riuscirà a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtà del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversità e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa è un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltà linguistiche e sociali, si è avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si è sforzata di interagire con gli italiani. È rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalità. Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festività. Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi è curiosa di assaggiare particolarità gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. È quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltà nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa è stata privata della figura paterna all’età di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualità della sorte, è riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre è sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignità. La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa è stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui è rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua età non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza età, ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicità piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto è importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa è stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita “l’altra metà del Cielo”: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si è mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attività commerciale. Si è sempre rimboccata le maniche ritenendosi “parte attiva e produttiva della società”. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si è trovata sola e in difficoltà ma non si è mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: “Ogni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversità. Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacità”. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come è stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura è portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtà e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa è la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, così come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede è una tematica a cui tengo particolarmente perché, a mio avviso, è sinonimo di scelta e di libertà. Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo né discriminarci solo perché abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontà ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco è nata a Brescia il 07 marzo 1977, è sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è stabilita nella città cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 è autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtà editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques Prévert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo “Giada Rossa – Una vita per la libertà” è superfinalista al Premio Città di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione è stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le è stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.

:: Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!, A.G.A.R., Reggio Calabria, 2019; Non dirmi che ho amato il vento! , A.G.A.R., Reggio Calabria, 2021 a cura di Antonio Catalfamo

17 novembre 2021

La letteratura italiana è in crisi da parecchio tempo, tanto che nel 1997 gli accademici di Svezia dovettero conferire il Premio Nobel per la Letteratura a un drammaturgo come Dario Fo, perché evidentemente ritennero che non ci fosse in Italia un “letterato puro” a cui assegnare l’ambito riconoscimento. Questa crisi non deriva tanto dalla «struttura» (intesa marxianamente come base economica e sociale), in quanto essa può servire, anzi, nei suoi momenti di difficoltà, a far emergere una “letteratura di denuncia” dei mali della società, quanto dalla «sovrastruttura», cioè dalla decisione delle grandi case editrici, in mano ai monopolisti dell’informazione, di privilegiare una “letteratura di evasione”, con lo scopo di narcotizzare la collettività del lettori, puntando, ad esempio, sul «genere» (o «sottogenere») «giallo» (o «noir») o «rosa» (vale a dire sul libro che si legge in un’ora sulla spiaggia o la sera, a letto, prima di prendere sonno), oppure sulle «saghe» delle grandi famiglie, che hanno avuto successo nella vita partendo dal basso, per creare il mito della ricchezza anche nei poveri, oppure ancora su romanzi falsamente «storici», che, prendendo spunto dalle vicende personali ed esistenziali di alcuni soggetti, seguiti nella loro formazione, tratteggino la storia sociale che fa da sfondo e che, per l’appunto, rimane in secondo piano, a caratteri sfumati, con lo scopo di costituire una sorta di “specchietto per le allodole” o di “carta moschicida”, cioè di attirare il lettore di varia età ed estrazione sociale, il quale si riconoscerà nostalgicamente in questo o quel periodo (il Sessantotto studentesco, il Sessantanove operaio, gli anni del terrorismo e degli «opposti estremismi», ecc.), omettendo il «punto di vista» dell’autore, sul piano della «focalizzazione», o, meglio ancora, escludendo oculatamente ogni «punto di vista», in modo che ogni lettore si senta protagonista e, in un certo senso, “coautore” del libro, e lo recepisca come meglio gli aggrada, trovando magari in esso motivi di autogiustificazione.

Queste sapienti «strategie comunicative» tagliano fuori dal grande (per dimensioni, non per qualità) mercato editoriale numerose opere letterarie di valore (etico ed artistico), che rimangono marginalizzate, affidate alla generosità di piccole case editrici periferiche, che non hanno la forza di farle arrivare nelle vetrine delle librerie su una vasta area del Paese. Tutta una letteratura, che attinge specialmente ai succhi vitali del territorio, e che, in tal senso, definiamo «regionalista», viene confinata al “passaparola”, allo slancio volontaristico di chi ama veramente la cultura e si impegna a farla circolare seppur in circuiti ristretti. Così sembra finita la «letteratura meridionalista», che ebbe il periodo di massima affermazione negli anni del «neorealismo» e, poi, dell’«impegno».

Una delle “vittime sacrificali” di questo “gioco al massacro”, è, a nostro avviso, Maria Teresa Liuzzo, radicata nella sua Calabria, che ha deciso di autoprodursi, dando vita ad una piccola casa editrice, A.G.A.R. di Reggio, con la quale stampa i suoi libri di poesie e di narrativa, compresi gli ultimi due romanzi, che fanno parte di una programmata «trilogia» in via di completamento: … E adesso parlo! (2019); Non dirmi che ho amato il vento! (2021). Siamo in presenza di «romanzi di formazione», incentrati sul mondo dell’infanzia sofferta, vissuta in terre desolate e condannate all’arretratezza culturale da tutta una serie di scelte storiche che costituiscono, nel loro insieme, la plurisecolare «questione meridionale», sulla scia della migliore letteratura calabrese: La teda (1957), Tibi e Tascia (1959), Il selvaggio di Santa Venere (1977) di Saverio Strati e, soprattutto, La ragazza del vicolo scuro (1977) di Mario La Cava.

La specificità è rappresentata, innanzitutto, dal fatto che l’autrice di questi due romanzi è una donna, una di quelle donne di Calabria che dimostrano di avere, al di là dell’apparente fragilità e ritrosia, una forte tempra di combattenti, in un mondo dominato dal maschilismo estremo, una grande ricchezza interiore, una poeticità naturale che, poi, si trasfonde con perizia in arte. Possiamo dire che Maria Teresa Liuzzo si muove lungo la strada segnata da figure come Alba Florio (Scilla, 1910 – Messina, 2011), poetessa calabrese sottostimata dalla critica “togata” (ed oggi, purtroppo, quasi dimenticata), scoperta nel suo reale valore poetico da Antonio Piromalli, che, non a caso, ha voluto assegnare, nel 1993, alla Liuzzo proprio il Premio intitolato all’illustre conterranea. La Giuria era costituta, in quell’occasione, da autorevoli studiosi: oltre a Piromalli, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Lucio Pisani, Toni Iermano. Lo stesso Piromalli ha incluso la Liuzzo nella sua monumentale Letteratura calabrese, procedendo, in tal modo, ad un’attività di storicizzazione e classificazione della sua opera.

Ai caratteri della «poesia solitaria e drammatica» (la definizione è di Piromalli) della Florio sembra proprio ispirarsi Maria Teresa Liuzzo nei suoi versi e anche, per quel che ci riguarda più da vicino, nei due romanzi in questione. Protagonista di questi ultimi è una bambina, Mary, che già all’età di cinque anni scrive poesie e vive in una dimensione poetica la sua tragica esistenza, contrapponendo questa ricchezza interiore a un mondo cinico e crudele, che è quello del paese calabrese in cui è nata ed è costretta a vivere, ma è anche quello familiare, che rappresenta una sorta di «microcosmo» nel quale si riproducono tutte le brutture del «macrocosmo», costituito, per l’appunto, dall’ambiente sociale paesano.

Maria Teresa Liuzzo rinuncia programmaticamente al mito, coltivato dal suo conterraneo Corrado Alvaro, di una «necessaria realtà contadina ricca di valori» (Antonio Piromalli) e descrive il mondo paesano in tutta la sua istintiva violenza, nella sua brutalità, primitività e bestialità, quasi fosse una proiezione della dimensione del «selvaggio», del barbarico, dell’irrazionale, presente, secondo il Vico, lungo il percorso esistenziale dell’umanità. La scrittrice si discosta dalla rappresentazione idillica del mondo contadino che ha nutrito tanta letteratura, non solo meridionale, accostandosi, per converso, ad opere che sono espressione di altre aree geografiche, come Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese e La malora (1954) di Beppe Fenoglio. Ricordiamo, in particolare, che nel citato romanzo pavesiano il protagonista, Talino, ha un rapporto incestuoso con la sorella Gisella e la uccide piantandole un forcone nella gola. Tutto il mondo contadino langarolo descritto da Pavese in Paesi tuoi, così come quello de La malora fenogliana, è dominato da una cieca violenza istintiva e primordiale.

Lo stesso accade nei due romanzi della Liuzzo, a partire dal primo. Mary si trova a vivere in una famiglia dissestata, nella quale il padre non fa altro che dilapidare il patrimonio. Su di lei, a cinque anni, ricade la responsabilità di crescere i fratelli più piccoli. Si trasferisce presso parenti e qui subisce ogni tipo di violenza fisica e morale. Trova un’alternativa alla società belluina da cui è circondata nella poesia e nella religione. Lei stessa rappresenta, pur essendo una bambina, alternativa etica a quel mondo. Troviamo, dunque, nei due romanzi della «trilogia» sinora usciti quella dimensione della «moralità» (Antonio Piromalli) che caratterizza la letteratura calabrese nelle sue forme migliori, ma questa moralità non è quella collettiva, immaginata da Saverio Strati come componente fondamentale del mondo del lavoro, che, facendo leva su di essa, si autocandida a soppiantare il sistema di potere e di sfruttamento esistente in una Calabria semi-feudale dominata dal padronato, che disconosce i diritti elementari dei lavoratori, bensì la moralità individuale, che la piccola Mary ritrova dentro di sé. Una moralità che è, per l’appunto, individuale, ma non privata, in quanto la bambina, e poi la ragazza, nel prosieguo della trama narrativa e nel passaggio al secondo romanzo della «trilogia», propone di fatto, con gli stessi comportamenti, questa sua dimensione etica come esempio da seguire a tutti gli altri. La «religiosità» di Mary è in linea con quella oggi portata avanti, con spirito «neofrancescano», da papa Bergoglio, che invita l’umanità intera a fare proprio il messaggio del «santo poverello» di Assisi per cambiare in meglio la società, seppur facendo leva non su strumenti di lotta politica e sociale, bensì di natura etica. E qui l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo finisce per saldarsi con la letteratura religiosa che, all’insegna del «neofrancescanesimo» di Bergoglio, sta facendosi lentamente strada, attraverso poeti e scrittori come Elena Bartone, anche lei calabrese (trasferitasi al Nord per motivi di lavoro, ma orgogliosa delle proprie radici), anche lei tenuta ingiustamente ai margini del mondo letterario “ufficiale”, anche lei autrice di una «trilogia», questa volta in versi, dedicata a San Francesco: Francesco, nel silenzio (2015); Apostrofi di gioie sovrumane (2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (2021). Questo filone va tenuto sotto osservazione dai critici più avveduti, perché, nell’ambito della sterilità generale della letteratura italiana contemporanea, assieme a quello dei «poeti operai» (Fabio Franzin, Matteo Rusconi), è tra i pochi veramente fecondi, gravidi di presente e, ancor più, di futuro.

La religiosità di cui è portavoce Maria Teresa Liuzzo, attraverso il personaggio letterario di Mary, è quella popolare, una religiosità elementare, ma fortemente sentita, radicata nell’«io», che ha lontane scaturigini, ctonie ed ipoctonie, nell’animo delle persone buone, che, di fatto, costituiscono un’alternativa etica al «mondo vile ed infernale» (per dirla con Cesare Pavese) che le circonda. E’ stato osservato da una parte della critica il legame che esiste nei romanzi della Liuzzo tra religiosità e sentimento poetico che fa da sfondo, nonostante si tratti di opere in prosa. Il legame tra religione e poesia non è casuale, rimonta nei secoli, ed è proprio della cultura popolare. Giuseppe Bonaviri, in un’intervista, ha ricordato che al suo paese, Mineo, c’era una rocca, chiamata la «Pietra della poesia», davanti alla quale nei secoli si incontravano i poeti popolari per recitare i loro versi. Bonaviri dice che si tratta di uno dei luoghi «mitici» in cui il mondo terreno è collegato a quello sotterraneo, dal quale promanano onde gravitazionali che generano benessere spirituale per gli uomini (e ispirazione poetica), tanto che in questi luoghi spesso sorgono i templi o le chiese.

Certo l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo dimostra abilità tecnica, conoscenze “professionali”, capacità di usare le regole della «narratologia», di procedere alternando «prolessi» ed «analessi», di intrecciare i piani narrativi, pur nell’ambito di un andamento perlopiù paratattico, ma al fondo sta questa religiosità pura, semplice, espressione di poesia spontanea, cristallina, limpida, che è radicata nell’animo popolare e che ha una dimensione «mitica», che sprofonda nel «mistero».

Vogliamo, infine, evidenziare lo spessore psicologico di cui l’autrice ha dotato il personaggio di Mary, che le ha permesso di non rimanere prigioniera del «bozzettismo», che rappresenta un limite a cui non ha saputo sottrarsi lo stesso Corrado Alvaro, al pari di tanti altri scrittori meridionalisti e regionalisti, in quanto quello che viene considerato il suo capolavoro, Gente in Aspromonte (1930), risente del «naturalismo», per l’appunto, bozzettistico che inficia la letteratura «realistica» italiana degli anni Trenta del Novecento, al quale ha saputo, per converso, porre rimedio, nelle sue forme migliori, il «neorealismo» letterario dell’immediato secondo dopoguerra, anche per la sua capacità, in autori come Pavese, di innestare il «mito» sul ceppo della «realtà» (Enzo Siciliano).

Mamá, Jorge Fernández Díaz (Nutimenti, 2021) A cura di Viviana Filippini

1 novembre 2021

Carmen ha 15 anni. Carmen con la sua valigia di cartone parte per l’Argentina, quella di Perón, lasciandosi alle spalle le Asturie. Nella casa d’infanzia, la ragazza lascia la mamma e i fratelli e questa partenza sarà per lei un distacco che pianterà nel suo animo segni indelebili. Carmen è la protagonista di “Mamá”, romanzo di Jorge Fernández Díaz, tradotto per Nutrimenti editore da Letizia Sacchini e Andrea Monti. Arrivata in Argentina, la giovane si troverà a vivere con una zia paterna e suo marito e, nonostante la vita comincerà lentamente ad andare un poco meglio, per lei sarà del tutto impossibile risanare quello strappo che l’ha costretta a lasciare il suo pesino incastonato tra i monti della Spagna. A raccontare la storia di Carmen è Jorge, autore del romanzo e figlio della protagonista. Quello che colpisce è come Carmen sia la rappresentazione classica della figura del migrante che sale su una nave (in questo più per volontà altrui che per sua) alla ricerca di una possibilità di vita migliore. Carmen infatti vive nella realtà della Spagna dei primi anni Quaranta, quando al guerra civile che ha dilaniato al terra è finita da poco. La madre, che ha altri figli oltre alla protagonista, la obbliga a partire per garantirle una vita migliore, dove povertà e fame non ci saranno più (ma sarà vero poi?) e le promette che appena potranno, andranno da lei. Peccato che per Carmen questa promessa resterà un sogno, un miraggio lontano, e lei, da sola, affronterà l’inserimento nella vita nel nuovo mondo dove diventerà grande, andrà a scuola e troverà marito. Un stabilità e una identità ricostruite a fatica, che verranno messe in crisi quando i suoi figli e nipoti, a causa anche del collasso economico argentino decideranno di andarsene (scappare sarebbe più adatto) da Buenos Aires. Per Carmen sarà un salto indietro nel tempo, in quella partenza da incubo di tanti anni prima che le cambiò per sempre l’esistenza. Quello che colpisce del libro è la capacità narrativa di Jorge Fernández Díaz di narrare la madre in modo realistico, ordinato dal punto di vista cronologico, ma anche emotivo, proprio per andare ad indagare i luoghi interiori della sua anima e la destabilizzazione che il cambio di vita, terra e emisfero scatenarono nella donna. Altro aspetto interessante è quella sensazione di perenne esilio che attanaglia in modo costante la donna, quel suo non sentirsi mai parte di un mondo fino in fondo. Un stato emotivo comune a molti migranti e quando Carmen arriva vicina all’equilibrio, esso viene messo in crisi da una nuova partenza. Jorge Fernández Díaz in “Mamá” narra due storie in parallelo e intrecciate tra loro. Da una parte, c’è la vicenda della madre e della sua famiglia divisa in continenti e più le emozioni raccontate grazie a un’accurata ricostruzione genealogica, storica e emotiva. Dall’altra parte, sulla scia del vissuto della propria famiglia, l’autore narra le trasformazioni e i cambiamenti storici della Spagna e dell’Argentina. Un raccontare storie di vita che in “Mamá” di Jorge Fernández Díaz  dimostrano quanto la Storia e le storie di gente comune si intreccino in modo indissolubile, magari non nei libri di scuola, ma nelle vite di coloro che la storia la vivono ogni giorno.  

Jorge Fernández Díaz, nato a Buenos Aires nel 1960, alterna da sempre il mestiere di cronista con l’attività di narratore. In quarant’anni di carriera giornalistica ha scritto per alcune delle principali testate argentine, come La RazónEl Cronista e La Nación, e ha diretto il settimanale Noticias. È autore di una ventina di libri tra gialli, memoir, raccolte di racconti, reportage e saggi. In Italia è stato pubblicato Il trafficante (Longanesi, 2019). Nel febbraio 2021 la città di Buenos Aires lo ha insignito del titolo di ‘Personalità eminente della cultura’; il filosofo Juan José Sebreli, nel corso della cerimonia, ha detto di lui: “Fernández Díaz è un faro, un intellettuale dotato di un’elegante semplicità discorsiva, che gli conferisce un coraggio raro nella lotta contro l’autoritarismo”.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Nutrimenti.

Il passato non si cancella. Un caso per l’ispettore Anita Landi, Domenico Wanderlingh, (Astoria 2021) A cura di Viviana Filippini

16 luglio 2021

Anita Landi è la protagonista di “Il passato non si cancella. Un caso per l’ispettore Anita Landi” di Domenico Wanderlingh, pubblicato da Astoria. Il libro è un giallo ambientato nella Milano contemporanea, dove la protagonista dovrà fare i conti con due omicidi- forse sono tre- che hanno colpito la città.  Anita Landi si mette subito al lavoro per capire se quello di Luigi Cortesi e Greta Kampf è un omicidio-suicidio o qualcosa di diverso. Strano caso, la stessa sera della morte della coppia, in un’altra abitazione vicino al luogo del delitto viene ritrovato il cadavere della custode di un palazzo. La morte sembra essere stata causata da un tragico e fatale incidente domestico, ma sarà davvero così? L’ispettore Landi- ex atleta delle Fiamme Oro entrata nel corpo di polizia dopo un drammatico fatto che l’ha colpita nel personale- comincia a raccogliere informazioni e dettagli, ma da subito i colleghi iniziano a metterle i bastoni tra le ruote per escluderla da ogni cosa. Anzi, la spediscono a sistemare il caso della custode. Anita comincerà a sospettare che forse la donna non è morta per una semplice caduta in casa, ma per qualcosa d’altro. La giovane ispettrice non sarà sola in questa indagine poiché, inaspettatamente, troverà alleanza in Giacomo Valli, amministratore dei palazzi teatro dei fatti e nel suo coinquilino Francesco Gazzola, importante e stimato avvocato con la passione dei fornelli, in forte crisi d’identità. Dopo una iniziale ritrosia di Anita a fidarsi di Valli e Gazzola, i tre diventeranno un interessante e affiatato trio pronto a tutto per far luce sulla vera natura della morte della custode e per capire se essa ha qualche legame con lo strano omicidio-suicidio in via Malpighi. Anita Landi dovrà affrontare un’umanità variegata (broker ricchi e spietati, graziose anziani, necrofili, vicini di casa, giornalisti sciacalli, informatori della Polizia e agenti dei servizi segreti) che non sempre è quello che vuole far credere. Il romanzo di Wanderlingh ha una struttura dal ritmo incalzante, cinematografica, ricca di colpi di scena e imprevisti che spiazzano i protagonisti, ma anche lo stesso lettore. Interessante è la caratterizzazione dei personaggi. Anita è sì atletica, sportiva, dinamica e forte, ma dentro ha dei dolori profondi dovuti a un grave lutto che l’ha colpita da vicino e la cui dinamica non è mai stata ben definita. Questo shock personale influenza molto il suo modo di fare e anche di relazionarsi con le persone, tanto è vero che la ragazza è spesso sulla difensiva con chi non conosce, mentre la sua vita privata ed emotiva è un insieme di relazioni andate male e Anita cerca di capire il perché e il per come. Giacomo, l’amministratore dei condomini, è di una gentilezza che sembra quasi fuori tempo e luogo, in un mondo come quello di oggi dove ognuno pensa spesso solo a se stesso. Francesco Gazzola invece aveva tutto, ma qualcosa in lui si è come rotto e lo ha portato a spezzare qualsiasi tipo di relazione con il mondo esterno. “Il passato non si cancella” di Domenico Wanderlingh è un giallo ben costruito, dove ogni elemento narrativo è messo al punto giusto per creare una storia nella quale la suspense va in crescendo. Quello che è intrigante è anche la capacità di indagare l’animo e la psiche dei personaggi messa in atto da Wanderlingh, che ha creato personaggi umani con fragilità e tormenti che rendono Anita Landi e i suoi comprimari non molto diversi da noi lettori.

Domenico Wanderlingh lavora per una società di gestione del risparmio. Dopo aver autopubblicato due romanzi e un’antologia di racconti molto apprezzati sul web esordisce adesso in libreria con questa indagine poliziesca inedita.

Source: inviato dall’ufficio stampa Astoria.

:: Lo sguardo avanti – La Somalia, l’Italia, la mia storia di Abdullahi Ahmed (Add Editore 2020)

21 gennaio 2021

“Sono Abdullahi Ahmed, sono nato a Mogadiscio, in Somalia. Voglio raccontarvi una parte della mia storia che a me piace definire “la ricerca della felicità”, perché non si può essere stranieri per sempre.”

Quando Abdullahi parte da Mogadiscio ha 19 anni. Alle spalle si lascia una nazione nel pieno di una guerra civile in cui è difficile capire le forze in campo e vedere una speranza oltre agli attentati e alla distruzione. La sua idea è raggiungere un posto in cui poter studiare e mettere da parte qualche soldo che serva a dare un futuro a lui e ai suoi fratelli. Il viaggio che affronta passa attraverso l’inferno del Sahara, la Libia e un attracco a Lampedusa dove verrà accolto e caricato su un aereo per la destinazione che qualcuno ha pensato per lui: la provincia di Torino. Comincia da qui la nuova vita di Abdullahi, a Settimo Torinese, dove diventa un cittadino attivo dedicandosi al lavoro di mediatore culturale e impegnandosi nelle scuole dove ha incontrato migliaia di studenti per parlare di migrazioni, accoglienza, culture, popoli, diritti. Nel 2016 diventa cittadino italiano.

Tra gli obiettivi più importanti raggiunti da Abdullahi, ci sono il Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene e l’associazione Generazione Ponte con la quale fa dialogare i ragazzi somali con quelli italiani, per scambiare punti di vista ed esperienze, guardando all’Europa come luogo del possibile. Dopo tredici anni, Abdullahi si sta preparando a tornare in Somalia con alcune borse di studio per i ragazzi di Mogadiscio che ancora devono costruire il proprio mondo.

Il libro è una storia e un punto di partenza, pensato anche come strumento didattico, che unisce il racconto di un viaggio e la bellezza di un approdo, la paura per un futuro difficile da immaginare e la gioia di lavorare per migliorare la vita degli altri.

Abdullahi Ahmed, nato a Mogadiscio nel 1988, è arrivato in Italia nel 2008. Oggi è cittadino italiano e ideatore del Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene, un racconto collettivo di pratiche vincenti per superare il razzismo e la discriminazione e promuovere una cultura europea fondata sui valori della pace e dell’accoglienza. Uno degli obiettivi del Festival è portare sull’isola la voce di rifugiati e richiedenti asilo.

:: L’inferno invisibile di Luca Martini (Golem Edizioni 2020) a cura di Paola Rambaldi

5 novembre 2020

“Le tre e ventuno. Non dormo, non riesco. Il tuo neo, quei denti bianchi, regolari e perfetti. Dove sei adesso? Non ce la faccio, mi alzo. Solo il tuo nome, solo quello. Perché ci hanno messo l’h alla fine?
Riapro il libro dei nomi. Leggo e imparo a memoria. In arabo è اراسma non lo so pronunciare. In ebraico è.ereva eved omissilleb onous ehc àssihc ,הרש In finlandese suona come da noi, Saara, soltanto avrà i capelli più chiari e più pazienza nel pronunciarne il nome. In russo è strano, è scritto in cirillico, Capa, all’incirca, ma si pronuncia Sara. Bizzarrie delle lingue. In svedese è Zarah e l’immagino con le trecce e i maglioni con gli alci rossi indosso. In tutte le altre lingue del mondo è Sara.
Un nome universale, tre lettere diverse, due vocali, due consonanti, una sola magia.”

Alessandro lavora in un SerT e sul lavoro ha il vizio di affezionarsi troppo ai pazienti. La sua ex, Emma, l’ha lasciato per un altro. Ogni sera va a trovare il padre ricoverato in una struttura per anziani, anche se per il genitore, che lui vada o non vada, non fa alcuna differenza. Non lo riconosce nemmeno e vive solo nel rimpianto dell’amata moglie Ada. Sua madre

“Alessandro se la ricordava sempre uguale, forse perché non l’aveva vista invecchiare ed era rimasta una specie di icona sacra. Gli era sempre sembrata identica, precisa e irraggiungibile, perfettamente ordinata nella sua “divisa” di ordinanza che teneva nella vita: camicia bianca perennemente inamidata, una gonna nera, calze intonate e un paio di scarpe con tacco, sempre scure. Era stata una maestra elementare esemplare, una donna tutta d’un pezzo, di quelle di una volta, con il carattere forte e sfuggente di una leonessa ferita”.

Alessandro va a trovare il padre per tacitare i sensi di colpa e fatica a staccarsi da Emma e dalla fede che porta al dito. È un pasionario in tutto. Ma la sua vita deve cambiare e si trova costretto a comprare una casa sua e a creare uno stacco netto con la ex, anche se non vorrebbe.
E qui il destino ha qualcosa in serbo per lui.
Sarah arriva quando meno se l’aspetta. In un momento delicato, dopo la morte di un paziente a cui era sinceramente affezionato.
Si incontrano di sfuggita in un negozio di dischi.
Lei senza volere gli scippa il disco che cercava da anni. Il tempo di inseguirla e di vederla sparire dietro l’angolo che la ritrova dal notaio al momento del rogito.
È lei la proprietaria dell’appartamento che sta per comprare. E per Alessandro è un colpo di fulmine.
Nei giorni a seguire se la ritrova più volte sotto casa. Sarah con la H dice di avere nostalgia del suo vecchio appartamento. Lui la fa entrare. Fanno l’amore.
Ma saranno davvero i batticuori di cui Alessandro ha tanto bisogno?
La sua vita cambia drasticamente e passare dalla felicità al dolore è un niente.
Ma fino a che punto siamo disposti ad arrivare per amore?

Un susseguirsi di emozioni in crescendo trascineranno il lettore a un finale inaspettato.
Dopo il successo di Mio padre era comunista ecco di nuovo la bella scrittura di Luca Martini in una storia personale e sensibile. Una scrittura che ti fa sentire a casa.

Luca Martini – Bologna – 1971 – presente in numerose antologie e riviste letterarie – è autore di romanzi, poesie, racconti, monologhi teatrali e favole illustrate. Ha pubblicato i romanzi: Mio padre era comunista, Il tuo cuore è una scopa, le raccolte di racconti: L’amore non c’entra, Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, Il nostro due agosto e ha curato le antologie: Vinyl – Storie di dischi che cambiano la vita con Gianluca Morozzi e On The radio – Storie di radio, DJ e rock’n’roll con Barbara Panetta.

Source: libro del recensore.

Wonder Woman Warbringer (Il Castoro, 2020) di Leigh Bardugo e Louise Simonson, a cura di Elena Romanello

4 novembre 2020

La casa editrice Il Castoro amplia il suo sguardo sull’immaginario fantastico per un pubblico giovane e non solo, proponendo una graphic novel recente sulle origini di Wonder Woman, in quest’anno senza fiere del fumetto e dove non si sa quando uscirà il secondo capitolo cinematografiche delle avventure di quella che è un’icona femminista per antonomasia.
Nell’attesa, è senz’altro interessante immergersi nelle nuove avventure della principessa delle Amazzoni, raccontate in un’ottica diversa rispetto alle storie che si sono succedute da William Moulton Marston in poi, in un universo creato da tre donne, tra storia, disegni e adattamento.
Nella storia raccontata nel volume troviamo Diana, desiderosa di mettersi alla prova con le sue leggendarie sorelle guerriere, sull’isola di Themyscira: ad un certo punto però trasgredisce la legge delle amazzoni, salvando una mortale, Alia Keralis, ragazza alla deriva nel mare intorno all’isola e a rischio di vita.
Alia però non è una semplice ragazza del mondo esterno, è una Warbringer, discendente diretta di Elena di Troia, destinata a provocare un’era di guerre e catastrofi.
Sulle sue tracce, ci sono infatti varie fazioni, mortali e divini, che vogliono o ucciderla o impossessarsi di lei per usarla come arma: Diana e Alia si trovano a dover fuggire insieme per cercare di salvare i loro mondi.
Una storia indipendente rispetto alle altre su Wonder Woman uscite anche in tempi recenti, capace di rifondare un personaggio e un universo, ricordando i forti legami con l’immaginario dei miti e non dimenticando le sapienti mescolanze tra universi diversi del fantastico che sa fare, per esempio, un Neil Gaiman, a cui lo stile grafico si rifà in vari punti.
Wonder Woman Warbringer è senz’altro per le nuove generazioni, che hanno conosciuto il personaggio grazie al film con Gal Gadot, ma piacerà anche ai fan più anziani, quelli che ricordano i telefilm con Linda Carter e la stagione di fumetti di DC Comics dei decenni passati, testimoniando come certi personaggi sappiano reincarnarsi sempre in mille nuove vite e avventure.
Del resto, la forza dei super eroi e super eroine dei comics è proprio quella di vivere nuove storie grazie ad autori e autrici che, in ogni generazione, continuano a raccontare le loro gesta guardando anche al mondo di oggi e ai suoi cambiamenti e sapendo sempre appassionare fan vecchi e nuovi.


Leigh Bardugo è autrice bestseller del New York Times con i suoi racconti brevi e romanzi fantasy di enorme successo, tra cui la serie fantasy Grishaverse che ha venduto oltre tre milioni di copie nel mondo. È nata a Gerusalemme, cresciuta nella California del Sud, e si è laureata all’università di Yale. Ora vive e scrive a Los Angeles.
Louise Simonson scrive fumetti su mostri, fantascienza, supereroi, e personaggi fantasy. È autrice di molti titoli bestseller per Marvel e DC Comics. Ha scritto anche molti libri per bambini. È sposata con il fumettista Walter Simonson e vive vicino a New York City.
Kit Seaton è cresciuta nutrendosi di fumetti, cartoni animati e tonnellate di fiabe illustrate. Ha fatto molti lavori prima di trovare finalmente la sua strada come fumettista. Ha conseguito un master in illustrazione e ha insegnato in diverse università. Divide casa con il suo gatto Gus e un cagnolino di nome Panya nell’entroterra nord-occidentale.

Provenienza: libro del recensore.

:: Review Party: La corona del potere di Matteo Strukul (Newton Compton 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

1494. L’ombra di Carlo VIII  si al­lunga come una maledizione sulla penisola italica. Intanto Ludovico il Moro ha da tempo usurpato il ducato di Milano. A Roma Ro­drigo Borgia, eletto papa, alimenta un nepotismo sfrenato e colleziona amanti. Venezia osserva tutto grazie a una fitta rete di informatori, magi­stralmente orchestrata da Antonio Condulmer, Maestro delle Spie del­la Serenissima, mentre il re francese valica le Alpi e, complice l’alleanza con Ludovico il Moro, giunge con l’esercito alle porte di Firenze. Piero de’ Medici, figlio del Magnifico, la­scia passare l’invasore, accettandone le condizioni umilianti e venendo in seguito bandito dalla città che si of­fre, ormai prostrata, ai sermoni apo­calittici di Girolamo Savonarola. Mentre il papa si rinchiude a Castel Sant’Angelo, Carlo marcia su Roma con l’intento di saccheggiarla, per poi mettere a ferro e fuoco Napoli e reclamare il regno nel nome del­la sua casata, gli Angiò. L’inesperto Ferrandino non ha alcuna possibi­lità di opporsi. In un’Italia sbranata dal “mal francese”, che dilaga come un’epidemia mortale, convivono lo splendore del Cenacolo di Leonardo da Vinci e l’orrore della battaglia di Fornovo; le passioni e la deprava­zione del papa più immorale della Storia e le prediche apocalittiche di un frate ferrarese che finirà bruciato sul rogo…

Matteo Strukul, dopo un esordio molto noir si è dedicato al romanzo storico con totevole successo, sua è infatti la saga bestseller I Medici, tetralogia di romanzi storici con protagonista la celebre dinastia fiorentina, il cui primo libro I Medici. Una dinastia al potere (Newton Compton) è risultato vincitore del Premio Bancarella 2017. Con La corona del potere, in uscita oggi 5 ottobre per Newton Compton, prosegue la saga inaugurata da Le sette dinastie e ci porta nell’Italia tragica e meravigliosa del Rinascimento in cui convissero il genio di Leonardo da Vinci, la tragica dinastia dei Borgia, gli eredi di Lorenzo il Magnifico, re, spie, papi e un umile predicatore domenicano Girolamo Savonarola, originario di Ferrara, impiccato e poi arso sul rogo a Firenze con l’accusa di eresia. Quello che abbiamo studiato sui banchi di scuola però acquista nei romanzi di Strukul una patina avventurosa e sanguigna che rende la storia, con spruzzate di sana fantasia, interessante, vivida e ricca di pathos. Strukul è riuscito a trovare una formula innovativa che ha reso il romanzo storico capace di attrarre i più variegati lettori, non solo gli amanti del romanzo storico classico molto fedele storiograficamente, ma anche coloro che non disdegnano tinte noir e thriller. Di omicidi, guerre, tradimenti, congiure il Rinascimento è ricco ed è diventato l’humus giusto per permettere a Strukul di sbizzarrire la sua fantasia molto cinematografica se vogliamo. I capitoli sono brevi quasi quadri allegorici, finestre che si aprono sul lontano passato e ci permettoto di sbirciare in castelli assediati, nelle alcove dei potenti, nelle stanze del potere dove si giocarono grandi fortune e grandi tragedie. L’animo di Strukul resta fondamentalmente noir, e forse proprio questo l’aiuta a vedere i lati oscuri delle luci del Rinascimento che non dimentichiamoci seppure diede vita a grandiose opere artistiche resta a tutti gli effetti un’epoca sanguinosa e ben poco tranquilla. La sua visione corale di quegli anni aggiunge un tocco personale a storie che bene o male conosciamo anche attraverso gli scritti di altri autori, ma leggendole in questo libro sembrano nuove e inattese. Colpi di scena compresi.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973.  È laure­ato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in Diritto europeo. Le sue opere sono in corso di pubblicazio­ne in diciotto lingue, pubblicate in quaranta Paesi e opzionate per il ci­nema. Il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, ha vinto il Premio Bancarella 2017. La serie (che comprende anche Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in dodici lingue e in più di venticinque Paesi. La Newton Compton ha pubblica­to anche Inquisizione Michelangelo e Le sette dinastie, il primo romanzo della nuova saga che continua con La corona del potere.

La casa sull’argine di Daniela Raimondi (Nord Editore, 2020) a cura di Eva Dei

3 ottobre 2020

All’inizio del XIX secolo a Stellata, paesino lungo il corso del Po vicino Ferrara, arriva una carovana di gitani. Le forti piogge e un’altra serie di eventi portano gli zingari a fermarsi più del dovuto nel borgo e se questo prima scombussola non poco la quotidianità dei suoi abitanti, non passa molto tempo prima che entrambi i gruppi si adattino.

Senza che gli abitanti quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.

Succede così anche per la famiglia Casadio, che in quegli anni vive poco fuori dal paese, in una località chiamata “La Fossa”, a causa del canale che segna il confine tra le province di Ferrara e di Mantova.
Giacomo, uomo solitario e malinconico, inguaribile sognatore, sposa Viollca, zingara dal fare spavaldo. I due non potrebbero essere più diversi; Viollca non rinuncia alle sue gonne colorate, ad ornarsi i capelli corvini con piume di fagiano, né ad alcune credenze gitane, come per esempio quella di lasciare fuori dalla porta un po’ di latte per il serpente buono, dalla pancia bianca, che protegge gli abitanti della casa. Giacomo accetta tutto di buon grado, tranne il ricorso alle pratiche divinatorie, obbligandola a riporre i tarocchi in una scatola in fondo all’armadio. Ma la nascita di Dollaro, il loro unico figlio, da avvio a una mescolanza di geni e caratteristiche che nemmeno Giacomo può fermare. Un destino più forte si compirà in seno alla famiglia Casadio. Viollca ne coglierà i segni alcuni anni dopo, consultando i tarocchi abbandonati.

Sentì che il messaggio si faceva più chiaro…Un’unione sbagliata…un matrimonio in seno a quella famiglia di sognatori…e una sventura enorme, una morte tragica…forse più di una, e legate a un bambino, o a una gravidanza.

Daniela Raimondi ci racconta la storia dei Casadio nel suo romanzo La casa sull’argine.
Già dal primo impatto (la grafica della copertina) il libro ricorda senza dubbio I leoni di Sicilia di Stefania Auci. Si tratta in effetti di due cronache familiari inserite in una cornice storica, ma una volta immersi nella lettura saltano agli occhi le prime differenze. Se i Florio sono una famiglia nota e storicamente conosciuta, non si può dire lo stesso dei Casadio, creazione di fantasia dell’autrice che solo per alcuni spunti si è ispirata a fatti storici o alla propria biografia familiare.
Anche la ricostruzione storica non ha la stessa rilevanza: più particolareggiata e centrale quella della Auci, meno predominante quella della Raimondi.
Lo sviluppo totalmente creativo della storia dei Casadio permette una maggiore libertà narrativa, alla quale segue una maggiore scorrevolezza nella lettura. La Raimondi inizia la sua narrazione nell’800 fino ad arrivare ai giorni nostri. La profezia di Viollca serve a creare un legame, una continuità tra le varie generazioni della famiglia, ma a suscitare anche mistero e interesse nel lettore. I fatti storici raccontati si inseriscono quasi sempre come agenti che modificano la vita dei personaggi e servono a raccontarci in maniera più fedele le loro vicende. Sono sicuramente secondari rispetto ai personaggi. A questo si affianca poi una sorta di “realismo magico”, dato dalla profezia e dalla ripartizione della discendenza: uomini e donne dai capelli biondi, l’incarnato chiaro e i capelli azzurri, i sognatori, provenienti dal ramo di Giacomo Casadio, e uomini e donne dalla carnagione più scura, capelli e occhi neri, con le doti divinatorie del ramo gitano.
A chiudere il cerchio e la storia possono essere solo due cose: l’avverarsi della profezia o l’unione dei due rami della famiglia in un’unica persona.

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna.
Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine è il suo primo romanzo.

Source: richiesto dal recensore all’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

:: Tre maestri di Goffredo Fofi (Marietti 1820, 2020) a cura di Nicola Vacca

25 settembre 2020

Goffredo Fofi, uno degli ultimi intellettuali liberi e veri, in un piccolo libro pubblicato in versione digitale da Marietti nella collana i Rèfoli, rende omaggio al Novecento ricordando quelli che per lui sono stati tre grandi maestri.
Tre maestri è l’omaggio a alcune grandi figure del Novecento italiano: Aldo Capitini, Renato Panzieri, Elsa Morante.
Aldo Capitini, filosofo e educatore sostenitore della nonviolenza, un pensatore che è stato un punto di riferimento per intere generazioni.

«Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore, e Capitini è stato indubbiamente una delle persone che più hanno influito sul mio modo di vivere e di ragionare. Non per questo mi sento in grado di poter offrire, sul suo pensiero, qualcosa di più che una testimonianza, e quel tanto di riflessione teorica cui ogni pratica sociale e ogni scelta individuale di intervento costringono. Non mi sono mai preoccupato di definire le mie posizioni rispetto a Capitini o alla nonviolenza, né credo di aver da dire molto in proposito. L’unico modo in cui ho creduto di poter render conto dell’insegnamento capitiniano è stato semplicemente quello di continuare ad agire culturalmente e politicamente, nella realtà italiana del nostro tempo, mettendo in pratica alcune delle cose apprese da Aldo».

Fofi con entusiasmo e tanta umiltà scrive del suo maestro e racconta in questo breve scritto la grandezza della sua umanità e l’attualità del suo pensiero.
Capitini insieme a Guido Calogero nel 1940 firma il Manifesto del liberal –socialismo, che influenzerà la nascita del Partito d’azione.
Fofi scrive che Aldo Capitini è stato l’unico personaggio di statura europea che abbia teorizzato la nonviolenza in anni in cui queste tematiche erano emarginate e soffocate.


«Quelli delle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo, e poi quelli della polarizzazione post-bellica tra mondo borghese e mondo comunista, e in Italia tra mondo comunista e mondo cattolico negli anni in cui la situazione internazionale era di “guerra fredda”, lo scontro era tra un predominio democristiano ideologicamente molto duro e un partito sottoposto alle direttive staliniane».

L’utopia di Aldo Capitini non è stata compresa dalla cultura del suo tempo. Capita spesso ai grandi uomini abituati a ragionare con la propria testa e lottano sempre da uomini liberi contro le ortodossie del pensiero.
Raniero Panzieri, politico e scrittore, è considerato uno dei fonatori dell’operaismo.
Fofi lo incontra a metà degli anni cinquanta nella redazione di Mondo Operaio, la storica rivista socialista.

«Ma forse la “qualità” di Panzieri che più di tutte, nel tempo, mi ha affascinato era la sua ostinazione, la sua incrollabile e allo stesso tempo apparentemente svagata, non enfatica attenzione a mettere insieme, cucire e ricucire, aiutare a muovere, formare e riformare, in momenti non facili, gruppi che non scindessero mai tra loro teoria e pratica. Anche dopo le tante sconfitte di quel movimento operaio nel quale aveva così fortemente creduto, questo rimane il suo insegnamento fondamentale».

Ecco chi era il maestro Renato Panzieri per Goffredo Fofi, una delle intelligenze più vive della sua generazione, morto troppo giovane, a 43 anni, nel 1964. Come sempre accade, se ne vanno prima sempre i migliori.

«Elsa sapeva assai bene di essere uno «scrittore» e non uno «scrivente», un «poeta» e non un «letterato»; ma conosceva altrettanto bene i limiti della sua possibile azione quale scrittore e poeta – pure se quella era la «sua» vocazione, accettata e rivendicata, e considerata tra le altissime se non la più alta. La tensione che s’instaurava nelle sue idee – per esempio nei saggi fondamentali di quella raccolta – era quella tra un’analisi esigente e spietata, senza paraocchi di sorta, tutta verso l’estremo, l’essenza delle cose, e un progetto che non poteva che essere enorme, nella sua semplicità, conseguentemente all’importanza delle richieste che da quell’analisi scaturivano: la lotta contro il «sistema della disintegrazione», contro «l’irrealtà». Essere poeti non bastava. Bisognava fare di più, individuare altra presenza, altra azione nel mondo che non quella della parola. La poesia non era sufficiente a salvare gli Useppi e le Iduzze, a consolare i Davidi. Questa constatazione rende più alta la sua poesia, perché più grave ed esigente è la sua contraddizione».

Goffredo Fofi chiude il suo breve omaggio ai suoi maestri scrivendo di Elsa Morante e della sua lucidità nei confronti delle parole che metteva nei suoi grandi romanzi, diventati un pezzo importante della nostra coscienza di italiani.
La Storia, in quel dialogo straordinario con il suo tempo, la scrittrice cercava se stessa e la dimensione di un popolo e di una Nazione.
Fofi vede in Elsa Morante «una scrittrice più ricca, più densa, più originale di quella dei maggiori della letteratura italiana del secolo, si chiamino pure Verga, Svevo, Rebora o Pirandello o Gadda».
Una fuoriclasse con un grande fiuto sociologico, intelligenza politica e una franchezza crudele nel guadare attraverso i suoi libri in faccia la storia del nostro tempo.
Grazie a Goffredo Fofi per queste pagine sul Novecento che ci manca. Quello dei maestri la cui lezione non bisogna mai dimenticare.

Goffredo Fofi si è occupato di critica cinematografia e letteraria, ha diretto e fondato riviste di rilievo culturale e politico – da Linea d’ombra a Gli asini – e ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni Cinquanta a oggi.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa.

:: Nives di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2020) a cura di Eva Dei

22 settembre 2020

Dopo la morte del marito Anteo, Nives si ritrova sola nella sua casa a poggio Corbello. La figlia Laura è ripartita per la Francia con la sua famiglia una settimana dopo il funerale; a nulla sono valsi i tentativi di convincere la madre a seguirla e trasferirsi con loro. Nives è stata irremovibile: dopo una vita intera passata in quella tenuta con le proprie abitudini, curando gli animali, sradicarsi dà lì per andare in Linguadoca sarebbe come trasferirsi tra i marziani.
Nives però non considerato la solitudine con cui deve fare i conti ogni giorno, in quella casa isolata di campagna, dove i ritmi sono scanditi soltanto dalle incombenze da sbrigare; non avere nessuno con cui scambiare una parola o condividere un pensiero non è una rinuncia di poco conto. La giornata procede a rallentatore, fino ad arrivare alla sera, senza dubbio il momento peggiore.

“Che, non mi basto?” si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. Soprattutto le cose piccole, da nulla, come bere un bicchiere d’acqua. Neanche un cane che dicesse: “E quest’arsura?”, così per scambiare una parola. Sottointendendo: ti vedo, esisti. Non essere guardata da anima viva la faceva sentire un fantasma.

Dormire diventa impossibile, con il calare della notte l’angoscia l’assale, il senso di abbandono è troppo forte per riuscire a chiudere occhio. Dopo vari giorni passati tra scombussolamenti e nostalgie, Nives ricorda una storia che le era stata raccontata da bambina e che l’aveva sempre divertita. Sua madre Fiammetta, poco dopo il matrimonio, era stata costretta a vivere da sola, con il marito al fronte e i bombardamenti sulla città vicina che si avvertivano fino al paese. In preda alla paura e all’angoscia la madre di Nives catturò un grillo e lo chiuse in una scatoletta che teneva sul comodino. L’insetto diventò così il suo compagno di quel periodo: ci parlava e le faceva compagnia. L’idea era sicuramente bizzarra, ma se aveva funzionato una volta, perché non provarci una seconda. Spinta da questa riflessione Nives decide quindi di portare in casa la sua gallina preferita, Giacomina. L’esperimento funziona, Nives torna a dormire placidamente e continua quindi quella strana convivenza. Tutto si complica quando una sera Giacomina resta come ipnotizzata davanti alla televisione. Niente sembra riportare l’animale alla normalità, quindi Nives decide di chiamare il veterinario del paese, Loriano Bottai.
Con questa telefonata inizia veramente l’ultimo romanzo di Sacha Naspini, uscito il 2 settembre in libreria ed edito da Edizioni E/O. Forse è più giusto parlare di racconto breve per Nives, 132 pagine che scorrono veloci, trattandosi di una storia che si svolge all’interno di un’unica chiamata telefonica. Un dialogo fatto di botta e risposta la fa da padrone, lasciando solo ogni tanto spazio a qualche momento di riflessione.
La conversazione tra Nives e Loriano inizia in maniera grottesca, a tratti comica, con il veterinario reduce da troppi bicchierini e la donna all’altro capo del filo che cerca di spiegargli che la gallina che ha come coinquilina è rimasta imbambolata davanti alla pubblicità del detersivo Dash. In seguito i due si fanno trascinare dai ricordi di gioventù, anche se in realtà a guidare e dirigere la conversazione è sempre Nives. Lentamente la nostalgia lascia il posto a confessioni e rancore, portando a galla segreti tenuti nascosti per troppo tempo. Con la morte del marito sembra che Nives non abbia più remore a portare a termine una resa dei conti che probabilmente covava da tempo dentro di sé, tanto che viene da chiedersi da quanto tempo aspettasse l’occasione per avere una scusa futile per potersi confrontare con Loriano.

Nives si accorse che stava facendo una cosa fuori dalla grazia di Dio: stava perdonando. Le veniva così, spontaneo. Lo capiva: era una galera nuova, cui non era per niente abituata. Un po’ la pacificava; d’altro canto la sconquassava: lei, senza la rabbia, era nulla.

Sotto alcuni aspetti ritroviamo lo scrittore di Ciò che Dio unisce (Piano B, 2014): una storia breve, asciutta, in cui i protagonisti sono una coppia. Nel precedente romanzo i due erano indotti a un faccia a faccia da una situazione di prigionia fisica, in questo caso invece basterebbe interrompere la telefonata, abbassare il ricevitore per mettere fine alla conversazione, ma seppur Loriano minacci e pensi più volte di farlo, qualcosa sembra impedirglielo.
Se l’intuizione della chiamata telefonica sembra veramente interessante, forse in Nives, viene a mancare un po’ di mordente. La trama si ramifica in modo da offrire spazio ad approfondimenti che però l’autore decide di non cogliere. Ritroviamo invece la scrittura di Naspini e quel suo passare dall’ironico al grottesco e conturbante, che è diventato ormai sua firma stilistica.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro del recensore.