Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Cento parole di Gennaro Guida (L’ArgoLibro editore, 2019) a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2019

COP cento parole-page-001Cento parole possono bastare per raccontare ai bambini attraverso il fiabesco il mondo in cui viviamo, il mondo che vorremmo.
Gennaro Guida con originalità e tantissima intuizione scrive piccole favole, avvalendosi della brevità (che sarebbe piaciuta molto a Calvino) per educare i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani, alla bellezza, all’amore, all’amicizia e a tutti quei valori necessari per costruire un modo di vita umano.
In cento parole, Guida scrive favole scomodando diversi registri di scrittura: il surreale si contamina con il reale, il visionario abbraccia l’onirico. Da questo interessante contagio nascono storie davvero belle e edificanti che hanno come uno scopo la crescita morale nel nome della pace, della conoscenza e del dialogo.
L’autore ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Gianni Rodari. Il grande scrittore sosteneva che la fiaba per il bambino ha la stessa verità del gioco. A questa verità di affida anche Guida quando intinge la penna nella sua creatività per raccontare in cento parole storie che diventano favole – metafora di un mondo da cambiare.
Cento parole (L’ArgoLibro editore, pagine 100, euro 14,00) è un piccolo e prezioso libro originale che apre a infiniti mondi con una narrazione semplice in cui l’autore di queste favole brevi suggerisce ai giovani lettori, e non solo, un percorso di vita e di valori sani da trasmettere in forma pedagogica ai bambini, ai quali, come diceva Gaber, non bisogna insegnare la nostra morale peché è cosi stanca e malata, potrebbe far male.

«Guida moderno educatore, – si legge nella nota introduttiva firmata da Raffaele Aragona – è affascinato dagli esperimenti linguistici delle avanguardie storiche o dei ludolinguisti moderni e contemporanei»

Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Rossa Cianciulli, che con un tratto di inchiostri e matite dà un volto alle creature immaginarie uscite dalla penna e dall’invenzione fertile di Gennaro Guida.
Una ricerca estetica, questa della pittrice, che sa scavare nelle parole dell’autore di queste splendide favole e interpretarne la dimensione del gioco e del racconto.
Gennaro Guida invita tutti, adulti e bambini, a avvicinarsi alle parole con i cinque sensi. A sentire attraverso la loro cura quel profumo intenso della fantasia, un dono prezioso che ci permette di essere liberi e umani.

Nota: http://largolibro.blogspot.com/2019/01/gennaro-guida-cento-parole.html

Source: Libro arrivato da ufficio stampa.

:: Sette rose per Rachel di Marie-Christophe Ruata-Arn (Sinnos editore 2019) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2019

Sette rose per RachelElena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.

Marie-Christophe Ruata-Arn ha un doppia formazione di architetto e sceneggiatrice. Oltre a insegnare, progettare, scrivere sceneggiature per spettacoli teatrali e programmi televisivi, romanzi per ragazzi e adulti, suona anche in un gruppo rock tutto al femminile

Source: inviato al recensore dall’editore Sinnos. Grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa.

Due attese di Maurizio Lacavalla (Edizioni BD, 2019) a cura di Maria Anna Cingolo

20 giugno 2019

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Due attese è il graphic novel d’esordio di Maurizio Lacavalla, edito da Edizioni BD nella collana Next, tutta dedicata a giovani artisti italiani di talento.
Eugene lavora per un’agenzia che si occupa di ritrovare i dispersi a seguito dei conflitti mondiali, persone che non hanno fatto ritorno a casa e che i familiari hanno continuato invano ad aspettare. Eugene ha il compito di rintracciarli, vivi o morti, per consentire ai loro cari una sepoltura se non fisica almeno emotiva. Il nuovo caso che deve seguire riguarda Emilio, un soldato della seconda guerra mondiale, sposato con Maria e con una figlia. La lista d’attesa dell’agenzia era così lunga che quando Eugene arriva a Barletta, città natale di Emilio, sua moglie, novantaduenne, è morta senza trovare risposta alle sue domande, trasferendo il peso dell’assenza di Emilio sulla sua discendenza. La figlia di Emilio ormai è diventata nonna e il nipote di lei, Salvatore, ha la stessa fronte e le stesse labbra del suo bisnonno.  Eugene parte alla ricerca della verità, trovando finalmente il colpevole della scomparsa dell’uomo: Karl, un gerarca vendicativo e senza braccia, ancora saturo di odio. Invece, Salvatore e sua nonna sono destinati ad aspettare ancora, sommando l’attesa di Emilio a quella di Eugene. Due attese, appunto, entrambe interminabili. 
Le tavole di questo fumetto sono così espressive da lasciare spazio a pochi dialoghi. L’artista in bianco e nero dà corpo al dolore e alla sete di verità, il suo tratto, forte, netto, sicuro si fa contraltare dell’incertezza dell’anima, i volti spesso ridotti a ombre nascondono i connotati dimenticati delle persone che sono state amate troppo tempo fa e di cui non si riconoscerebbe nemmeno più la voce. Quella di Maurizio Lacavalla, di voce, è, invece, inconfondibile e davvero difficile da dimenticare.

Maurizio Lacavalla nasce nel 1992 a Barletta. Vive e lavora a Bologna dove nel 2016 ha fondato Sciame, un collettivo che pubblica fumetti e libri illustrati. Due attese è il suo fumetto di esordio.

Source: Copia inviata al recensore. Ringraziamo Simone Tribuzio dell’Ufficio Stampa di Edizioni BD.

:: Poesie dal campo di concentramento di Josef Čapek (Miraggi Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

7 Mag 2019

Poesie-dal-campo-di-concentramentoJosef Čapek appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka. È morto da poeta e da combattente antifascista e antinazista in un lager. Durante la sua detenzione nel campo di concentramento scrisse poesie.
Questi versi rappresentano una testimonianza e un paradosso. Il poeta – intellettuale – prigioniero scrive dal terribile baratro dell’universo concentrazionario con l’intenzione di scavare nell’impossibilità della parola e allo stesso tempo è vigile e presente davanti al terrore dei suoi aguzzini.
L’editore Miraggi pubblica una scelta delle poesie dello scrittore boemo. Poesie dal campo di concentramento (traduzione di Lara Fortunato) è un viaggio nel calvario di un uomo privato della sua libertà. La poesia di Čapeck affonda i suoi artigli nella rappresentazione più feroce che il male ha raggiunto nel secolo breve.
Dall’inferno del campo di concentramento il poeta scrive del baratro senza fine, perde il sonno per scrivere poesie come tracce di bene davanti all’orrore del sangue.
La poesia per Čapek è l’unica istanza di verità. Nella poesia la parola rimane viva e sveglia. È proprio grazie alla sua lucidità che il poeta è in grado nei suoi versi di catturare nell’essenzialità l’inferno mortale del campo di concentramento.

«A tratti i componimenti – scrive Laura Fortunato nella prefazione – si fanno cronache condensate dello sterminio in atto, riuscendo a ignorare del tutto la miseria degli aguzzini, per porre invece al centro la condizione dei prigionieri».

Josef Čapek prese apertamente posizione contro l’avanzata del nazismo, nel 1939 fu arrestato e deportato in un campo di concentramento.
Qui scelse la poesia per cantare la disgrazia, il lutto e il dolore dei giorni infernali trascorsi nell’orrore terribile del campo di concentramento dove «le cose umane si sgretolano» e l’angelo della morte arriva in volo per oscurare con le ali il palpito della vita.
Nel campo di concentramento, dove il nulla fiorisce e gli uccelli non cantano e primavera e inverno sono una catena di giorni di pena continua e tristezza, Josef Čapek scrive poesie chiedendo alla parola di donargli tutto il suo impeto per descrivere dal vivo e nel vero tutto il turbamento dell’orrore.
Il 25 febbraio del 1945 Čapek venne trasportato nel campo di concentramento di Bergen –Belsen, dove morì qualche mese dopo.
Consapevole di andare incontro alla morte scrisse la sua ultima struggente poesia.
Si congedò dal mondo con Prima del grande viaggio:

«Difficili momenti, giorni difficili / non vi è scelta, decisione, / ultimi giorni scuri, / siete giorni di vita o di morte? / Indietro alla vita o nelle fauci della morte / – cosa vi sarà alla fine del viaggio? / A migliaia vanno, non sei solo… / Avrai, non avrai fortuna? / Sorto è il giorno del grande viaggio / – da tempo vi sei preparato: / messe di vita o di morte / – tanto vai verso casa – tu torni a casa!».

Poesie dal campo di concentramento è un libro da leggere. Solo un poeta poteva lasciarci in eredità la testimonianza straziante e viva dell’orrore di cui sono capaci gli esseri umani.

Josef Capek (Hronov, 23 marzo 1887 – Bergen Belsen, aprile 1945) è stato un pittore e scrittore ceco, e appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka.
Fratello di Karel Capek, fu autore di varie opere in collaborazione col fratello (tra cui Della vita degli insetti, 1925), ma ne scrisse anche altre autonomamente. Tra queste Lelio (1917) e La terra dei molti nomi (1923). Fu l’inventore della parola “Robot”.
Morì nell’aprile del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, dove venne deportato a causa del suo atteggiamento ostile nei confronti della politica di Hitler e del Führer stesso. Durante la prigionia scrisse Básne z koncentracního tabora, una raccolta di poesie, pubblicata postuma nel 1946.

Source: libro del recensore.

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una notte nella foresta di Blaise Cendrars (Lamantica edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 febbraio 2019

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Blaise Cendrars è uno degli scrittori più geniali del Novecento. È stato un giramondo apolide e solitario. Nelle sue opere ha raccontato se stesso e la sua inquietudine.
Scrittore ribelle e dissoluto non ha mai creduto a niente e soprattutto non ha mai preso sul serio la sua vita e i suoi libri. Proprio puer questo motivo è stato un grande scrittore. Dovremmo leggerlo di più e scoprire la sua eclettica irriverenza.
Siamo grati a Lamantica edizioni (www.lamantica.it) per aver pubblicato Una notte nella foresta (nella pregevole traduzione di Federica Cremaschi) un primo frammento di un’autobiografia in cui Cendrars si presenta al lettore con tutto il suo carico di disperazione e inquietudine, raccontando tutto se stesso senza risparmiare nessun dettaglio.
In queste pagine taglienti e intense lo scrittore non ha paura di mettere a nudo la sua natura di solitario disilluso che non si aspetta niente dalla vita avventurosa che conduce.

«L’ombelico dell’universo è un buco: non è un duomo ma un antro. Bisogna lasciarsi scivolare, abbandonarsi, lasciarsi trascinare dalla propria pesantezza per raggiungere il centro del mondo e contemplare non la mummia imputrescibile degli imperatori, né la maschera e dei papi, ma piuttosto i volti ardenti delle streghe che roteano nelle fiamme».

Cendrars è uno scrittore onesto e non si nasconde mai dietro quello che scrive. Anche in queste pagine lo troveremo tutto, impareremo a conoscerlo in tutti i suoi eccessi:

«In effetti non scrivo mai .Gli amici non sanno mai dove sono. Non ho l’abitudine di confidarmi. E poi sono un uomo inquieto, duro con me stesso, come tutti i solitari».

Una notte nella foresta costituisce un’introduzione all’opera dello scrittore, un’immagine dello stile dell’uomo, così scrive nella prefazione Riccardo Benedettini.
Scrivere e vivere per Cendrars sono la stessa cosa. La vita, come la scrittura, è un duro mestiere.
Lo scrittore e l’uomo sanguinano allo stesso modo e si mostrano nudi e scorticati con la pelle strappata.
Cendrars è un genio. Nei suoi libri troveremo se stesso e la sua vita intensa, girovaga e difficile, consumata a cercare e a raccontare l’uomo così com’è.

Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (La Chaux-de-Fonds, 1º settembre 1887 – Parigi, 21 gennaio 1961), è stato uno scrittore svizzero naturalizzato francese.
La sua opera è stata fin dagli inizi caratterizzata dal viaggio e dall’avventura. Nella sua poesia come nella sua prosa (romanzi, corrispondenze, memorie) all’esaltazione della modernità si aggiunge la volontà di crearsi una leggenda dove l’immaginario s’intreccia inestricabilmente al reale.
Attivo nella legione straniera francese, partecipa alla prima guerra mondiale. Il 28 settembre 1915, perde in combattimento l’avambraccio destro, la sua mano di scrittore. Questa menomazione marca profondamente l’opera di Cendrars, facendogli scoprire la sua identità di mancino. Il suo rapporto con la scrittura ne sarà completamente cambiato.
Poeta, scrittore, reporter, realizzatore cinematografico, sceneggiatore, fondatore di riviste culturali, uomo d’affari, Blaise Cendrars avrà una forte influenza su tutte le avanguardie artistiche e letterarie di inizio XX secolo. La sua opera è di grande respiro e un inno alla vita.
Morì nel 1961 e venne sepolto nel Cimitero dei Batignolles, a Parigi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: I Maigret 9 e I Maigret 10 di Georges Simenon (Adelphi, 2015) a cura di Daniela Distefano

3 dicembre 2018
I MAIGRET 9- Simenon

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Parliamo ancora di Georges Simenon, perché Simenon non stanca mai; la sua ispirazione è come la sua produzione letteraria: sterminata. Questi due volumi Adelphi, in particolare, rachiudono racconti di fine compattezza, come se lo scrittore di origine belga li avesse prima messi a mollo e poi asciugati al sole della sua lucidità.

I Maigret 9:

Maigret e l’uomo della panchina.
Maigret ha paura
Maigret si sbaglia
Maigret a scuola
Maigret e la giovane morta.

In questa raccolta, ricorrono i consueti elementi dell’immaginario di Simenon; l’ordinario cielo lacrimoso – per esempio – così congeniale al commissario Maigret quando si tratta di affrontare un nuovo, incancrenito, caso:

La pioggia veniva giù con tanta ostinazione e violenza che non era più solo pioggia, né il vento era più solo il vento gelido: sembrava piuttosto che si fosse scatenata la furia degli elementi. Qualche ora prima sulla banchina mal riparata della stazione di Niort, aggredito dagli ultimi spasimi di un inverno che non si decideva a finire, Maigret aveva pensato a una belva che non vuole morire e morde, con accanimento, sino alla fine”.

E poi, che dire della predilezione dello scrittore per le ambientazioni esterne, per quei luoghi di perdizione dove si consuma a fiumi alcol di tutte le gradazioni? Calvados, birra, whisky, vino rosso, vino bianco, acquavite, pernod, martini… Un locale cult? “La Brasserie Dauphine”, da dove il commissario Maigret fa portare il vassoio di panini e birre nelle giornate o serate di estenuanti interrogatori quando non c’è tempo di pranzare o cenare a casa e gli indagati invece sono messi alle strette dopo un boccale di birra e un sandwich. Nelle storie raccontate con la manopola meccanicistica, Simenon svela pure la strategia, le tattiche investigative del commissario Maigret. Nulla di trascendentale, ma neanche di totalmente casuale:

A ogni nuova inchiesta il suo umore descriveva, per così dire, pressapoco la medesima curva. All’inizio vedeva i personaggi dall’esterno. Ne coglieva le piccole manie, ed era divertente. Poi a poco a poco si metteva nei loro panni, si chiedeva come mai si comportassero in quel modo o in quell’altro, si sorprendeva a pensare come loro, e questo era molto meno divertente. Solo in seguito, dopo averli visti talmente tante volte da non stupirsi più di nulla, capitava che riuscisse a riderne..”.

I Maigret 10:

Maigret e il ministro
Maigret e il corpo senza testa
La trappola di Maigret
Maigret prende un granchio
Maigret si diverte.

In questo volume, proseguono le indagini serrate e ingarbugliate. Maigret compie passi da formica ogni volta che la situazione rimane annebbiata, procede con lentezza, assapora i vari ingredienti ma non sempre ottiene subito il composto giusto:

Quando si legge sui giornali il resoconto di un’inchiesta, ci si immagina che la polizia proceda in linea retta, sapendo fin dall’inizio dove andrà a parare. I fatti si susseguono con una logica, come le entrate e le uscite dei personaggi in una buona commedia. Di rado vengono riportati gli andirivieni inutili, le ricerche estenuanti che finiscono in un vicolo cieco, le informazioni prese alla cieca a destra e a manca. Maigret non avrebbe potuto citare una sola indagine durante la quale, a un certo punto, non si fosse arenato”.

Nel racconto “La trappola di Maigret”, è di scena persino un caso da manuale del crimine patologico : in sei mesi, cinque donne che camminavano di sera nelle vie di Parigi erano state vittima di un unico assassino. Per Maigret una vera e propria ossessione. Le altre inchieste vengono condotte seguendo una logica da carpe diem,

Come si dice per un soldato che fiuta la polvere da sparo, lui intuiva che là, nel suo ufficio, stava per succedere qualcosa. Quella particolare agitazione di cui parlava la radio lui la conosceva bene, dato che per centinaia di volte era stato lui a provocarla. Un’ inchiesta procede a rilento, o almeno così sembra, per giorni, a volte per settimane. Poi, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, accade qualcosa: una telefonata anonima, magari, o una scoperta apparentemente insignificante”.

Insomma, Simenon dà a Maigret carta bianca sui casi da sbrogliare, ma lo tiene anche al guinzaglio facendogli seguire – quasi annusare – tracce, orme che lo porteranno al disvelamento della verità, o a quel bozzolo che la contiene.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il nostro caro Lucio: Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana di Donato Zoppo (Hoepli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

17 ottobre 2018

lucio battistiA vent’anni dalla scomparsa di un genio musicale, quale Lucio Battisti, avvenuta il nove settembre del 1998, a soli cinquantacinque anni di età, Donato Zoppo scrive “Il nostro caro Lucio”, edito dalla Hoepli, costo al pubblico Euro 17,90.
Qui vengono ripercorse in modo pedissequo ed assai nostalgico le tappe fondamentali della carriera fulminante del cantautore di Poggio Bustone.
Gigante indiscusso della musica leggera italiana, è stato indubbiamente capace di lasciare ai contemporanei e ai posteri un segno tangibile ed inviolabile nella cultura del suo stesso Paese.
Grazie a lui si può tranquillamente affermare, senza esagerazione e facili trionfalismi, che la canzonetta è salita di rango, divenendo nobile arte!
Battisti ha dunque firmato brani musicali indimenticabili, che, ancora oggi, grazie alla loro forza e modernità, sono in grado di emozionare e di far venire la pelle d’oca per l’intensità dei medesimi contenuti.
Con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol, ha costituito uno dei sodalizi più clamorosi e riusciti della storia della musica leggera nostrana!
Il suo talento cristallino e la sua innata sensibilità ha fatto sì che quest’artista riuscisse a prevedere quelle nuove tendenze e quei nuovi movimenti che avrebbero poi fatto breccia nel suo pubblico.
Di indole e timida e assai riservata ha fatto della sua vita privata un baluardo da proteggere a tutto tondo; poche sono state nella sua lunga carriera le interviste intimistiche concesse ai mass-media, centellinati perfino i suoi concerti!
È grazie quindi a Mogol i suoi successi stratosferici, quali “Acqua azzurra acqua chiara”; “Un’avventura”; “Dieci ragazze”; “Io vivrò senza te”; “Fiori rosa fiori di pesco”; “Emozioni” e moltissimi altri, uno più emozionante dell’altro.
Lucio, come lo stesso autore di questo meraviglioso libro-ricordo afferma, è stato anche capace di trovare sempre l’appeal più giusto per declinare tutte le più piccole sfumature della forma canzone, trovando stimoli e forza nuova per esplorare, con grande umiltà e convinzione, altrettanti spazi musicali. Infatti la sua stessa vasta produzione va dal melodico, al rock; dal blues al folk; attraversando anche mondi paralleli, quali progressive e disco music ; fino a toccare con estrema delicatezza un pop elettronico di assai rara eleganza.
Donato Zoppo oltre al racconto delle peripezie artistiche di Battisti, ci offre anche un’indagine sul privato dell’uomo cercando di individuare quelle motivazioni scatenanti che lo hanno portato a condurre una vita riservata, quasi monacale.
Dalle bellissime e sentite pagine di questo libro si avvince così una personalità complessa, ma al contempo stesso affascinante; per certi versi si può tranquillamente affermare che ci si imbatte in un ribelle, in un conclamato anticonformista; un mito indistruttibile che anche oggi al suo peso ed il suo perché!
Da leggere per ricordare, da leggere per conoscere.

Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Audio Review” e “Jam”. Ha all’attivo libri su King Crimson, PFM, Area, Genesis.

Source: libro del recensore.

:: Attraversare i muri di Marina Abramović (Giunti Editore 2017) a cura di Elisa Napoli

6 giugno 2018

“DATTRAVERSARE I MURIedico questo libro agli AMICI e ai NEMICI”.

Inizia così la biografia di Marina Abramović, artista rivoluzionaria, pasionaria, instancabile e geniale performer dedita in toto al suo lavoro. Attraversare i muri non è solo il titolo di queste 400 pagine, dalle quali si fatica a staccarsi, ma è il resoconto della straordinaria vita di una donna che ha creduto di farcela e spera che questo libro sia di ispirazione a tutti coloro che hanno un sogno, perché “non esistono ostacoli insuperabili se si ha la forza di volontà e se si ama ciò che si fa”. Di ostacoli Marina ne ha superati tanti: nata nella Jugoslavia postbellica in una famiglia dove il ruolo matriarcale ha profondamente segnato la sua vita, cresce con la nonna Milica fino a 6 anni quando poi, a seguito della nascita del fratello, viene riaccolta dai genitori in un clima litigioso e privo di amore, se non verso il fratello maschio che diventa, da subito, il preferito. Mai un Natale felice, un gesto affettuoso, mai nulla fuori posto per via dell’ossessione materna verso la pulizia e l’ordine; Marina tuttavia cresce in un ambiente intellettuale ricco che la porta a voler essere, fin da bambina, un’artista. La madre, nonostante la mal sopportazione verso quella che sarebbe poi diventata la più grande performer esistente (capace di attirare più di 700.000 persone fuori da un museo), nutre un amore incondizionato per l’arte e la incoraggia, facendole certamente mancare l’affetto ma mai i soldi per i colori, i libri, il teatro. Le ferree regole vissute da bambina hanno forgiato un gigante, una donna incredibilmente forte a livello mentale e fisico, in grado di vivere l’amore e il lavoro, suoi baluardi fondamentali, in modo totalmente appassionato ed estremo: Marina ama e lo fa incondizionatamente, è insaziabile e pretenziosa, passionale e tumultuosa, sempre pronta a spingersi al limite fino al punto di vivere emozioni ed amori burrascosi in grado di farle sanguinare l’anima. Questa autobiografia ci fa entrare nel sodalizio artistico tra Marina e Ulay (suo compagno di lavoro e di vita per oltre 12 anni) e ci incanta, spingendoci a cercare non la metà perfetta della mela ma quella che ci ispira, ci prende per mano e ci conduce verso nuovi orizzonti. Nati nello stesso giorno dello stesso anno, i due artisti hanno creduto di essere, per molto tempo, una cosa sola, un’unica anima e, legati da uno strano filo invisibile, sono stati creatori di diverse performances fino all’ultima, alla muraglia cinese e al loro saluto finale. Tutto inizia dall’arte e lì si conclude. Se la sai accogliere Marina entra nella tua vita e attraversa il tuo di muro, si getta sfrontatamente contro di esso e, in qualche modo, ti cambia. Ti ispira. Perché di persone così, in grado davvero di muovere le masse, ce ne sono pochissime. Ti attrae perché è vita. E, se la riconosci, non puoi fare altro che respirarla, sentire l’energia vulcanica che ti attraversa e iniziare a creare il tuo mondo.

Marina Abramović cresciuta nell’ex Jugoslavia, è una leggendaria performance artist. Oggi vive fra New York e la Husdon Valley.

Source Acquisto personale.

:: Francesco Dezio racconta “La gente per bene”: cronache di un disoccupato quarantenne del terzo millennio a cura di Pierpaolo Riganti

14 Mag 2018

la gente per beneCamminiamo io e me stesso su un tapis roulant e la città finta ci scorre davanti, l’attraversiamo rimanendo sempre nello stesso punto. Cambia lo scenario, che continua a svolgersi davanti a noi mentre, con una costanza stoica, allunghiamo le nostre gambe sul nastro di gomma. Passeggiamo e riflettiamo, artificialmente scontornati in questo surrogato di realtà.” (pag. 187).

È la freddezza siderale di un’allucinazione il timbro dell’ultimo romanzo di Francesco Dezio (La gente per bene, TerraRossa edizioni, marzo 2018), pugliese di Altamura, che per la terza volta si cimenta nella narrativa sociale impegnata dopo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004, ora ripubblicato da TerraRossa edizioni) e Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo 2014). Questa volta l’autore prova ad affrontare un tema tabù: la disoccupazione cronica, lo scippo programmato di qualsiasi possibilità di immaginare un futuro (se non come incubo), l’inerzia motoria, la solitudine che accompagna il protagonista al fantasma di se stesso. Tutto questo in un tessuto sociale claustrofobico ed incancrenito dalle metastasi delle collusioni tra imprenditoria e malaffare, della corruzione, dello sviluppo selvaggio e accelerato ma osteoporotico (non appena si incespichi nei mali globali della crisi e del dilagare dei Cinesi), della speculazione edilizia che metamorfizza i paesaggi rurali del Sud fino a renderli, appunto, allucinazioni irriconoscibili.
Un tema letterariamente sfidante, come non è mai stato trattato in Italia: esso va oltre la narrativa operaistica degli anni Zero, inaugurata dallo stesso Dezio con Nicola Rubino (cui seguirono, solo per citarne alcuni, Emanuele Tonon, Il nemico, Isbn 2009; Massimiliano Santarossa con Viaggio nella notte, Hacca 2013; Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013); e va oltre la stessa “letteratura precaria”, che ha trovato l’ultimo e più compiuto sigillo in Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi 2016.
La disoccupazione, con l’incapacità di acquisto e l’isolamento sociale, paralizza ogni possibilità di sviluppo narrativo: “… te ne stai in camera ma ruoti su te stesso sulla sedia, magari così catturi il vento del cambiamento e voli via… non ti sei neppure accorto che le rotelline della sedia su cui stai seduto stanno incidendo il pavimento a forza di ruotare. Pure tu stai scavando, per vedere la luce in fondo al tunnel. Cammini in tondo per la stanza come i matti. Ascolti le pareti in cerca di risposte.” (pag. 190). Al protagonista, scollato da sé, in un mondo che non riconosce più come suo (perché di fatto ne è stato espulso, non partecipando alla dialettica sfruttamento – produzione), non resta altro da fare che aggirarsi per la città con sguardo sbigottito eppure lucido: ex disegnatore meccanico ed ex grafico, può tenere allenata la sua professionalità soltanto osservando interi quartieri cresciuti come funghi senza nessuna razionalità urbanistica e geometrica, rimasti deserti perché invenduti: “Ci erano venuti ad abitare i salottari, chi lavorava nei divanifici e aveva potuto mettere soldi da parte per la dépendance, el buen retiro, in grado di riscattare quelle vite ordinarie in un sogno di riuscita sociale (…). Torno a guardare le palazzine, tutte identiche, a linea retta disegnate in AutoCAD, color grigio cemento e beige (…) innalzate sulla base dello stesso progetto, moltiplicate come in un gioco di specchi…” (pag. 178).
Oppure non gli resta che ascoltare gli sfoghi logorroici di altri individui malridotti come lui, spesso rappresentati senza alcuna solidarietà ed empatia come canaglieschi, qualunquisti, ipocriti, o al contrario come intransigenti idealisti di retroguardia, anche attraverso l’uso del dialetto come mezzo di caratterizzazione psicologica e sociale: “La flessibilità l’hanno inventata loro, altro che i cinesi. La conosci la v’rzell? … È una sottile lamina d’acciaio, come le linguine… le tagliatelle, la pasta che si mangia, con la differenza che la v’rzell la puoi piegare a tuo piacimento e non si spezza. Così ti vogliono, flessb’l’ com’ alla v’rzell.” (pag. 168).
O, al più, può fantasticare sulla vita di altri, immaginarsi di essere Un Altro. Ecco dunque che, nell’impossibilità di raccontare una sua storia, l’io narrante rinuncia all’autofiction e racconta la vita dell’Imprenditore Manucci, il re dei divani: è qui che questo romanzo dalla struttura polimorfica ritrova un ritmo forsennatamente veloce e raggiunge il suo culmine di sperimentazione stilistica, con apici esilaranti di deformazione comica (pag. 146: “ L’Italia era appena uscita dalla fame nera e si piazzava davanti agli schermi dei televisori. Lui trovava di cattivo gusto quegli speciali in bianco e nero sui meridionali che sporgendosi dal finestrino del treno in partenza per il Nord davano baci volanti a moglie e morra di figli al seguito, pronti a pulire le deiezioni del Paese Sviluppato. O di certe selvagge che si rotolavano a terra a ritmo di tamburello (…). Manucci non voleva e non poteva essere per tutta la vita un dipendente, no, lui doveva mettersi a conto proprio…”).
Infine, al protagonista non resta che chiudersi in uno spazio domestico imploso su se stesso, in un contesto familiare tutt’altro che idillico e protettivo, dove i rapporti filiali sono usurati dalla fatica di tirare a campare; ed ecco che la casa si contrae: dallo spazio-finestra dove si può osservare un mondo periferico che ancora si muove, sia pure negli ultimi spasmi (pag. 127:“i vetri della finestra del soggiorno tremano per lo spostamento d’aria prodotto dai TIR che percorrono la provinciale che porta a Corato. La strada attraversa questo quartiere di case popolari, dove c’è sempre qualche pregiudicato agli arresti domiciliari affacciato ad impartire ordini. Dirimpetto c’è il più grande centro edile forse di tutta la Puglia (…). Gli occhi di mio fratello, che di tanto in tanto si sporge dal balcone della cucina, vagano annoiati sul mercato rionale che c’è qui sotto…”), si passa alla cucina, dove si consuma un pranzo a base di rimbrotti e rancori reciproci tra padri e figli, poi alla cameretta, davanti al monitor del computer, quasi sempre sui siti cercalavoro a inviare inutili curricola, fino al letto che assomiglia ad un cataletto funebre.
Un romanzo, dunque, che ininterrottamente si apre, in una forma ibrida, al reportage narrativo, alla satira, alla letteratura no fiction (la storia del nonno, soldato, emigrante e poi di nuovo agricoltore nel secondo dopoguerra; le sempre più saltuarie esperienze lavorative in aziende piccole e fragili negli anni Duemila…) ed imbastisce così un’originale storia dell’industrializzazione del Sud, che smarca l’autore da qualsiasi debito letterario nei confronti degli autori su citati (e di altri ancora), in un’Italia spezzata in due (ne è stata l’ennesima conferma la divaricazione tra Nord e Sud del Paese nel voto del 4 marzo) e che continua a mostrare di avere due narrazioni.

Source: libro del recensore.

:: Un giorno come un altro. Storia d’amore, perle e riscatti, Filippo Venturi, (Pendragon, 2015), a cura di Micol Borzatta

24 luglio 2015
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Siamo nel 2014 a Bologna. La mostra “Il mito della Golden Age”, organizzata nel fatiscente Palazzo Fava, espone il famosissimo dipinto di Vermeer dal titolo La ragazza con l’orecchino di Perla.
Martino, un meccanico spiantato che si dedica ai furti di cerchioni, riesce a entrare nel palazzo e a rubare il dipinto. Ciò non avviene grazie alla sua bravura e alla sua astuzia, ma grazie a una serie di circostanza fortuite.
Martino infatti non sa bene come muoversi e la sua goffaggine lo porta a fare passi incerti e catastrofici che però non saranno per niente d’aiuto ai funzionari di polizia che non sapranno cogliere la fortuna.
Un romanzo molto divertente e fuori dagli schemi che porta il lettore a tifare per i cattivi che riescono a fare breccia nel suo cuore grazie alle loro azioni imbranate e alla loro ingenuità.
Lo stile di narrazione è molto semplice e leggero, ma non per questo mancano i colpi di scena che danno quella marcia in più che coinvolge a fondo il lettore.
Una trama ben sviluppata che permette di conoscere una Bologna un po’ diversa dal solito.

Filippo Venturi, nasce nel 1972. Vive e lavora a Bologna come ristoratore.
Ha già pubblicato nel 2010 Intanto Dustin Hoffman non fa più un film. Nel 2012 Forse in paradiso incontro John Belushi. Nel 2013 Un saluto ai ragazzi, raccolta di racconti scritto insieme a Emilio Marrese e Cristiano Governa. Tutte le pubblicazioni sono con Pendragon.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Filippo Venturi per la disponibilità.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.