Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Il profumo della pioggia nei Balcani, Gordana Kuic (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2015
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All’inizio del Novecento, in una Sarajevo cosmopolita e centro nevralgico dell’Impero asburgico, vivono le sorelle Salom, figlie di una ricca famiglia ebraica di origini ladine, cresciute da una madre energica e attaccata alla tradizione che dovrà fare i conti con un mondo che cambia.
Una storia al femminile che ha come sfondo i primi decenni del Novecento, dallo scoppio della Prima guerra mondiale, che proprio nella città balcanica ebbe il suo primo atto, fino alla Seconda guerra mondiale e alla liberazione dai nazisti con l’avvento poi di Tito, eventi che hanno influenzato anche tempi più recenti.
Al centro di tutto ci sono cinque donne forti, che affrontano sulla loro pelle i cambiamenti storici e sociali, scegliendo qualcosa di diverso rispetto alle aspettative di una famiglia in cui si alternava il serbo al ladino, citato nel testo con tanto di note a pié di pagine. Cinque ritratti insoliti in un Paese legato al nostro da eventi e circostanze, ma in un’epoca di cui non si sa molto e in una città risalita alla ribalta vent’anni fa per il suo tragico assedio ma che è stata per secoli uno dei luoghi più interessanti e multiculturali d’Europa.
Basata sulle vicende della famiglia materna dell’autrice, su sua madre e sulle sue zie, il libro si concentra in particolare su due personaggi, Blanki, la mamma di Gordana Kuic, e Riki, la sorella minore, che sono le due più avventurose e pronte a sovvertire convenzioni e regole.
Blanki si innamora di Marko, un serbo cattolico proveniente da una famiglia colta e ricca e si lega a lui nonostante questi si rifiuti di sposarla e di presentarla, vivendo in una relazione che per l’epoca era a dir poco scandalosa e che comunque getta una luce sul coacervo di religioni e culture che c’era a Sarajevo. Riki fa un’altra scelta fuori dagli schemi borghesi, decide di recitare e di ballare, diventando una ballerina classica famosa e vivendo una storia d’amore con uno di quegli uomini sposati che mai lasceranno la moglie.
Chiaramente, Il profumo della pioggia nei Balcani non è una soap al femminile come purtroppo ci ha abituato certa letteratura ma non solo, ma una ricostruzione d’epoca con al centro di tutto la descrizione della vita, delle regole, dei riti, dei timori della comunità ebrea sefardita, divisa tra passato e presente, tradizione e mondo che cambia. Con sullo sfondo una città che è l’altra grande protagonista, accanto alle sorelle Salom.
Il titolo è fedele all’originale e rappresenta una sorta di nostalgia per un mondo che non c’è più, perduto per sempre ma che rivive nelle pagine e nei ricordi di un libro che è un’appassionante saga familiare, una testimonianza d’epoca, un quadro perso nel tempo e nella Storia.
Traduzione di Djunia Badnjevic e Manuela Orazi.

Gordana Kuic è nata a Belgrado nel 1942 e si è dedicata alla scrittura, di romanzi e racconti ispirati alla vita della sua famiglia dagli anni Ottanta. Le sue opere le sono valse vari premi nella ex Jugoslavia. Il profumo della pioggia nei Balcani è uscito per la prima volta nel 1986 come autoproduzione ed ha ispirato un balletto, una commedia teatrale e una serie tv.

Source: libro del recensore.

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:: La piscina, Ji Hyeon Lee, (Orecchio Acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

24 ottobre 2015
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La piscina è di Ji Hyeon Lee è un libro per bambini, dove le parole non esistono tra le pagine. A raccontare la storia bastano le immagini realizzate dall’illustratrice nata a Seoul. Protagonista sono un ragazzino e la piscina nella quale lui deve tuffarsi per fare il bagno. Mentre il protagonista è lì, fermo a bordo vasca ad indugiare se entrare o no nell’acqua, una marea di altre persone arriva e occupa tutta la piscina. Il bambino li osserva e poi si tuffa, nessuno lo guarda o lo avvicina, e lui nuota sempre più in profondità, fino a quando incontra una bambina dal costume rosso. I due ragazzini nuotano e nuotano, scoprendo mondi fantastici popolati da migliaia di pesciolini e di piante marine, fino all’incontro con una grandiosa creatura bianca. La piscina è una storia di un viaggio nella fantasia e nella capacità dei bambini di lasciare libera di lavorare la propria immaginazione. I due bambini nuotano e il loro vedere il mondo con uno sguardo puro e innocente è quello che gli permette di vivere avventure grandiose ed emozionanti. Le immagini della Lee sono semplici, ma hanno dei dettagli che permettono al lettore di comprendere la trasformazione che il bambino subisce quando incontra la bambina dal costume rosso. Prima di arrivare a lei, il ragazzino è triste, impaurito e cupo come tutti gli altri bagnanti. Nel momento in cui segue questa nuova amica non solo il mondo, ma anche lui stesso si colorerà e troverà quella felicità sconosciuta a tutti gli altri esseri umani. La piscina di Ji Hyen Lee è un libro solare, curioso e simpatico che invita il lettore, bambino o adulto che sia, a lasciarsi guidare dalle ali della fantasia.

Ji Hyen Lee è nata a Seoul, si è diplomata presso la scuola d’illustrazione HILLS. Ama le piccole stelle che brillano nel cielo notturno, i ciottoli che rotolano nei ruscelli, le foglie che danzano sulle punte dei rami. Lei spera che non solo i più piccoli, ma anche tanti adulti leggano libri per l’infanzia. La piscina è il suo primo albo illustrato.

Source: libro preso in biblioteca.

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:: Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

23 ottobre 2015
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Forse non lo sapete, ma a volte, la maggior parte delle volte ormai, è l’editoria indipendente a regalarci dei piccoli capolavori. Dopo Correzione di bozze in Alta Provenza e Carne Viva, torno a parlarvi di un autentico arcobaleno di colori proveniente dalla letteratura straniera (ispanica, sudamericana e, da poco, anche angloamericana), in traduzione italiana, quello dei libri SUR.

Lo faccio parlandovi di un epistolario: 23 lettere che la colombiana Emma Reyes, pittrice, scrisse e spedì per trent’anni, dalla Francia alla Colombia, al suo amico Gérman Arciniegas, colombiano come lei e giornalista, saggista, storico e diplomatico.

Nelle lettere indirizzate a questa sua amicizia di lunga data, ma anche e soprattutto a noi, Emma racconta di Bogotà e della sua infanzia, degli undici lunghi anni trascorsi in convento prima di potersi “lasciare tutto alle spalle” e partire alla volta di Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia, per poi fermarsi a vivere in Francia. Viaggerà molto, nel mentre, non smetterà mai di dipingere. Prima di tutto ciò, da ragazzina, visse anni di stenti e privazioni insieme alla sorella maggiore Helena.

Con la protezione che questo epistolare familiare ed amichevole le offre, prima, come tutto il romanzo, poi, Emma ha modo di tornare la bambina che era a quattro anni, narrando nel tono ovattato tipico di chi ricorda, gli anni più duri della sua vita fatti di abbandono, periodi di vagabondaggi e poca dolcezza che sarebbe consona alla sua età bambina. Lo fa con la stressa innocenza e lo stesso identico candore del tempo, cosa che trasmette un senso di straniamento e di empatia assoluta con il personaggio – narratrice – autrice.

“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

Non sapevamo giocare a niente è l’opera prima di un’autrice rimasta analfabeta fino alla maggiore età, una donna che non ha mai messo piede né a scuola né all’università, come ci fa sapere Diego Garzón, direttore della rivista colombiana Soho, in un articolo riportato ad aprile scorso sul blog di SUR, in occasione della pubblicazione.

Inoltre, ho trovato bellissima e molto importante per la comprensione del romanzo la prefazione a cura di Tiziana Lo Porto che offre il quadro biografico di quest’autrice, il cui unico romanzo, questo, verrà pubblicato solo postumo. Non sapevamo giocare a niente viene pubblicato per la prima volta nel 2012, divenendo subito un unicum nella letteratura sudamericana, oltre che un caso letterario amato dalla critica e dai lettori.

Traduzione di Violetta Colonnelli. Prefazione di Tiziana Lo Porto.

Emma Reyes (1919-2003), pittrice, nata a Bogotà, viaggia molto e negli anni ’50 si ferma a vivere a Parigi, dove ha modo di avvicinarsi all’élite culturale dell’epoca ed è conosciuta e ricordata ancora oggi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: E tu non sei tornato, Marceline Loridan Ivens (Bollati Boringhieri Editore, 2015) a cura di Elena Romanello

22 ottobre 2015
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Negli anni, sono tante, tantissime le testimonianze della Shoah che sono uscite nelle librerie di tutto il mondo, a cominciare, per restare in Italia, da quella, notissima, di Primo Levi. Un dramma assoluto, che tra l’altro non ha colpito solo gli ebrei, su cui molto probabilmente non si riuscirà mai a dire l’ultima parola.
E tu non sei tornato di Marceline Loridan Ivens, regista e documentarista, classe 1928, è un libretto di un centinaio di pagine, che colpiscono con una forza inaudita. In questa manciata di fogli l’autrice, ragazzina nella Francia occupata e simpatizzante per la Resistenza, oltre che ebrea, racconta la sua deportazione insieme al padre verso Auschwitz-Birkenau, da dove lei tornerà e lui no.
Lo stile, documentaristico e conciso, rievoca il dramma della sua giovinezza, che ha segnato poi una vita che è durata fino ad oggi in cui per anni ha rimosso questi ricordi. Marceline Loridan Ivens scrive la sua testimonianza come una sorta di lettera a questo padre perduto, un lutto che è difficile, comprensibilmente, per lei elaborare ancora oggi, anche perché, come già in Primo Levi, il suo interrogativo è ma cosa ho fatto per meritare di sopravvivere alla Shoah e perché io sono sopravvissuta e altri no?
Un libro che racconta senza denunciare, con parole che sono comunque pietre, narrando il dramma di chi fu perseguitato da giovane e giovanissimo, perché se Primo Levi era un giovane chimico che aveva superato da un po’ i vent’anni, Marceline Loridan Ivens era un’adolescente, una ragazzina, catapultata in un inferno che non l’ha mai abbandonata e di cui adesso, da anziana, sente il bisogno di parlare, dopo aver comunque già partecipato negli anni a dei progetti collettivi sulla deportazione, sia su carta che filmati.
E tu non sei tornato è una testimonianza nuova su forse la tragedia massima del XX secolo, un libro non ripetitivo ma che ribadisce concetti che con tutto il negazionismo che continua ad imperversare nella nostra società non fa mai male ripassare. Un libro che si legge in fretta, scorrevole ed efficace, ma che rimane, una lettera in cui una figlia chiede perdono a suo padre per essergli sopravvissuta (cosa che capita spesso, ma in altre circostanze) e in cui si chiede il senso e la giustezza di essere tornata. Una storia da consigliare ai più giovani, ma anche a chi è meno giovane e magari non sente più parlare di questi argomenti dai tempi della scuola, quando ha letto Se questo è un uomo o ha visto al cinema Schindler’s list, il testamento di una figlia a suo padre sulla vita, sulla morte, sulle tragedie che travolgono.

Marceline Loridan-Ivens (1928), di origine ebrea polacca, durante l’occupazione tedesca della Francia partecipa alla Resistenza. Catturata con il padre dalla Gestapo, è deportata ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Belsen, infine a Theresienstadt. Ha scritto e diretto il film La Petite prairie aux bouleaux, con Anouk Aimée, basato sulla sua esperienza di deportata. È stata attrice e scenografa, in collaborazione con il marito Joris Ivens – considerato uno dei maggiori documentaristi del xx secolo – e autrice a sua volta di numerosi documentari. Da anni si dedica con passione a raccontare la sua esperienza di deportata e sopravvissuta alla Shoah in tutte le scuole di Francia.

Source: libro del recensore.

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:: Il protocollo ombra, Kazuaki Takano (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2015
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Ecco un libro che mi sarebbe piaciuto leggere, uscito purtroppo lo scorso giugno, periodo in cui ero occupata in altro. La fantascienza incontra il thriller d’azione, con un sottofondo filosofico/morale che da spessore al tutto. Kazuaki Takano, giapponese, classe 1964, sembra un autore da tenere d’occhio. Ora vi lascio alla recensione di Elena Romanello. Buona lettura! 

Iraq, oggi, durante una guerra che dura da troppi anni ed è realissima: Jonathan Yaeger, membro delle forze speciali, con sulle spalle il dramma del suo bambino che sta morendo a sei anni per una malattia genetica per cui non esistono cure, accetta una missione nella giungla del Congo, altro luogo caldo del pianeta ma spesso dimenticato dai mass media, con altri uomini per annientare una non meglio identificata minaccia. Nello stesso tempo, in Giappone, Kento Koga, giovane scienziato e studioso, riceve un messaggio postumo del padre appena morto, che lo mette sulle tracce della chiave per una cura prodigiosa per una rara malattia, ma anche della scoperta che al mondo è nato qualcuno di più evoluto degli esseri umani. Infatti, in Congo Yaeger scoprirà che chi deve eliminare è un bimbo di tre anni, Akili, portatore di una mutazione in avanti che lo rende intelligentissimo e per questo temibile da chi non vuole rinunciare allo status quo. E Akili forse non è l’unico di questa nuova stirpe…
Un libro ricco di elementi questo romanzo di Kazuaki Takano, sceneggiatore cinematografico e grande cultore di narrativa e fumetti: qualcuno rievoca Michael Chrichton per un intreccio fantascientifico, di fantascienza basata sulla realtà di tutti i giorni e che parte comunque da dati scientifici, visto che è emerso dagli studi che l’homo sapiens, a cui appartengono gli esseri umani di oggi, era solo una delle tante specie di scimmie antropomorfe e che le altre sparirono per una selezione non sempre indolore, mentre non è da escludere che ci saranno nuove evoluzioni. Tra le righe, non mancano riflessioni sulle efferratezze di cui sono responsabili gli homo sapiens oggi, non ultime la guerra in Iraq, da sempre contestata in Giappone, e certe cose di cui si parla meno accadute appunto in zone come quella del Congo.
Il protocollo ombra però è innanzitutto una lettura piacevole, tra complotti governativi, ricerca della verità, importanza della scienza, voglia di saper capire i cambiamenti senza temerli e di accettare chi è diverso perché forse alla lunga può salvarci. Con atmosfere che, oltre che i romanzi di Chrichton e Glenn Cooper, possono ricordare anche serie tv come X-Files e Fringe, con al centro di tutto un interrogativo sul genere umano, se meriti davvero la salvezza oppure no. Un libro che rivela comunque un nuovo talento letterario nei generi d’azione e fantastico, proveniente da un mondo famoso per altre forme di creatività legate a questo, soprattutto nei fumetti e nell’animazione. Traduzione dall’inglese di Vito Ogro.

Kazuaki Takano, classe 1964, è uno sceneggiatore cinematografico. Il protocollo ombra è il romanzo che l’ha consacrato a livello internazionale come erede di Michael Crichton.

Source: libro del recensore.

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:: La bastarda degli Sforza, Carla M. Russo (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2015
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Carla Maria Russo torna con un nuovo romanzo storico, ambientato nella seconda metà del Quattrocento, basato su un personaggio realmente esistito, Caterina, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, diventata suo malgrado un simbolo di resistenza e ribellione, quando i fatti della vita la portano al centro di giochi di potere tra Papato e Ludovico il Moro, signorotto meneghino dalla fama non proprio cristallina.
L’autrice sceglie di raccontare la storia dalle parole stesse di Caterina, bambina ribelle, con la passione per i giochi cosiddetti della guerra, costretta ad un matrimonio infantile (piaga che per secoli ha imperversato anche alle nostre latitudini), poi pronta da adulta a lottare contro il potere temporale dei Papa Borgia e non solo, anche per difendere un marito che le è stato imposto e che non è in grado di prendere decisioni. E ci sarà un seguito, perché la sua storia non finisce qui.
Il personaggio di Caterina, tra realtà e leggenda, colpisce, donna in un mondo di uomini, senza romanzesco eccessivo e iperboli romantiche che per fortuna il romanzo storico si è lasciato alle spalle da un pezzo, ma raccontando una pagina di Storia italiana lontana ma che per secoli ha poi influenzato la vita e l’arte nella nostra penisola, nei due centri di Milano, luogo strategico prima delle montagne, e Roma, simbolo della cristianità e non solo .
Milano e Roma, i principati cosiddetti minori, gli intrighi di corte, le battaglie: c’è tutto in un libro che si rivolge a chi ama il genere, visto anche da un punto di vista al femminile, di donne che sono state importanti pur partendo da una condizione di sottomissione. Una storia comunque non melodrammatica, non stucchevole, non melensa, ma realistica, per cui l’autrice si è documentata e che restituisce con passione e senza noia.
Un modo anche per riscoprre un tempo che spesso a scuola viene sacrificato in poche righe e poco amato da chi deve studiarlo a tutti i costi e che al massimo è noto da qualche studioso, ma che in queste pagine rivive con vivacità, tanto da far venire davvero voglia di approfondire.
Qualcosa si ricorda del destino di Caterina Sforza, ma sarà interessante leggere le sue prossime avventure, che si spera non tarderanno, lotta di una donna per se stessa e la sua famiglia contro poteri che ieri come oggi, in altre zone magari, sono implacabili e crudeli.

Carla Maria Russo vive e lavora a Milano. Per Piemme ha pubblicato La sposa normanna, Il Cavaliere del Giglio, L’amante del Doge, Lola nascerà a diciott’anni e La regina irriverente.

Source: libro del recensore.

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:: 1980, David Peace (Il Saggiatore, 2015) a cura di Micol Borzatta

12 ottobre 2015
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Leeds. Dicembre 1980. Lo squarciatore dello Yorkshire ha colpito ancora. È la sua tredicesima vittima e la polizia non sa più come muoversi. L’opinione pubblica la sta prendendo di mira e la popolazione è terrorizzata.
Peter Hunter, considerato il più formidabile segugio delle forze dell’ordine, viene chiamato da Manchester per mettere fine alla storia. Con lui viene creata una squadra di agenti formidabili: Mike Hillman, Helen Marshal, John Murphy e Alec McDonald.
Peter e la sua squadra riprendono in mano ogni fascicolo, prova e documento dal 1974, ovvero da quando ci fu la prima vittima.
Inizia così una caccia all’uomo estenuante che ossessiona Peter Hunter sia di giorno che di notte. I visi delle vittime gli passano continuamente davanti agli occhi e il suo cervello continua a dirgli che l’elemento chiave è lì in mezzo alle prove, deve solo riuscire a identificarlo.
Un romanzo avvincente, terzo di una quadrilogia, che anche se autonomi si possono trovare molti intrecci tra di loro.
Peace usa uno stile molto particolare, sia per quanto riguarda il ritmo della narrazione che l’impostazione. Il ritmo infatti segue molto l’andamento della storia, dando così al lettore la sensazione precisa provata dai protagonisti: la frenesia, la demoralizzazione dello stallo, la rabbia al ritrovamento della nuova vittima…
Per quanto riguarda l’impostazione Peace precede ogni capitolo con una pagina scritta senza punteggiatura, senza maiuscole, senza interruzioni che narra le vicende sia dal punto di vista dell’assassino che della vittima, come se fosse un flusso di coscienza e di pensieri che dal libro arriva direttamente alla mente del lettore assorbendolo totalmente.
Le descrizioni sono molto dettagliate, ma per rispettare maggiormente la narrazione in prima persona, sono tutte fatte seguendo il punto di vista del narratore, ovvero Peter Hunter, dando così ancora più la sensazione al lettore di vivere tutto in prima persona.
Un thriller davvero mozzafiato e coinvolgente per una lettura piena di suspance dove si può notare la bravura di Peace di unire realtà e fantasia facendo fondere perfettamente l’una nell’altra.

David Peace (1967), nato e cresciuto nel West Yorkshire, nel 2003 è stato inserito nella lista dei migliori scrittori della Gran Bretagna dalla rivista Granta. È autore dell’osannato Red Riding Quartet che gli è valso l’epiteto di maestro del noir al pari di James Ellroy, mentre grazie al suo quinto romanzo, GB84 (Tropea, 2006), ha vinto il prestigioso James Tait Black Memorial Prize. Con Tokyo anno zero, bestseller in Gran Bretagna, Usa e Olanda e in traduzione in dieci lingue, è stato riconosciuto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il Saggiatore ha pubblicato anche Il maledetto United – il racconto della vicenda di Brian Clough, storico allenatore del Leeds United – che il Times ha definito «il più grande romanzo mai scritto sullo sport» e Red or Dead sulla figura leggendria di Bill Shankly, ex allenatore del Liverpool Football Club. Vive a Tokyo con la moglie e i figli.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Ilenia dell’Ufficio Stampa Il Saggiatore.

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:: Benedizione, Kent Haruf (NN Editore, 2015).

8 ottobre 2015
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La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: La ragazza del treno, Paula Hawkins (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 ottobre 2015
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Rachel, sola dopo un matrimonio fallito, fa una vita decisamente grigia, in cui uno dei momenti forse più vari e vivaci è quando prende il treno dai sobborghi di Londra dove vive per recarsi a lavorare o meglio, spesso a cercare nuove opportunità di lavoro. L’umanità che vede dal finestrino la appassiona, soprattutto una coppia decisamente benestante alle cui vicende assiste perché regolarmente vicino alla loro bellissima casa c’è sempre un semaforo che regolarmente ferma il treno. Ma una di quelle tante mattine tutti uguali per Rachel lei vede qualcosa di insolito su quella veranda, scoprendo poco dopo che quella donna perfetta e invidiabile è misteriosamente scomparsa. Un qualcosa che sconvolgerà la sua vita.
Il thriller è un genere sempreverde, in letteratura, cinema, televisione, ma è un genere su cui è sempre più difficile costruire qualcosa di nuovo e innovativo. Stavolta non ci sono poliziotti, agenti federali e simili, ma un’eroina per caso, una protagonista tanto simile ai tanti, troppi vinti della vita reale, una donna che passa in un posto per caso, tutti i giorni, costruendo e immaginandosi una sua realtà, spiando suo malgrado la vita di altri senza pensare che un giorno potrà travolgere la sua.
La ragazza del treno racconta un intreccio thriller con tensione crescente, partendo dalla normalità della vita di tanti (il libro è dedicato ai pendolari di Londra, categoria sociale fondamentale non solo nel Regno Unito) per svelare i misteri nascosti dietro facciate insospettabili, secondo una tradizione di thriller particolarmente amata in questi ultimi anni. Una storia di coinvolgimento in vicende più grandi di se stessi, in un intreccio complesso che solo alla fine si scioglie e in maniera non comunque scontata, che dimostra come mai questo libro non sia immeritatamente uno dei casi letterari dell’anno.
In fondo, Rachel potrebbe essere molti dei suoi lettori e lettrici, in fondo a tanti e tante è venuto da pensare a che vite fanno le persone che vediamo dal o sul treno, in autobus, nella vetrina di un negozio, di passaggio per strada.
Leggendo questo romanzo che diventerà presto un film vengono in mente due pellicole su un tema simile, pur con le dovute differenze: da un lato Le vite degli altri, Oscar 2006, la storia di un agente della Stasi che spia per lavoro gli altri non riuscendo più a vivere la sua esistenza, dall’altro il celeberrimo thriller di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile, in cui un reporter, interpretato da James Stewart, immobilizzato per un incidente, osservava i vicini di casa scoprendo un delitto e altri segreti partendo dalla normalità.
La ragazza del treno parla delle vite di oggi, della curiosità umana, dell’immaginare chissà cosa su chi non si conosce, di segreti, misteri e drammi che ovunque si nascondono, anche dove uno pensa meno.

Paula Hawkins ha lavorato quindici anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. La ragazza del treno è il suo primo thriller. Venduto agli editori di tutto il mondo prima ancora dell’uscita, è stato opzionato da Dreamworks.

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:: Delitto d’onore, Simonetta Delussu (Parallelo 45, 2015) a cura di Micol Borzatta

7 ottobre 2015
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Sardegna. Tertenia in Ogliastra. 1921. Irene Biolchini ormai ha 21 anni e viene addocchiata da Domenichino, un vedovo quarant’enne che si innamora subito di lei. Anche Irene è innamorata di lui, di questo uomo avvenente e con la moto, mezzo che le piace moltissimo per la sua rarità nel paese e di cui ormai riconosceva il rumore.
I genitori di Irene acconsentono al matrimonio quando Domenichino va a dichiararsi, anche se al padre della ragazza lui non piace per niente.
Passano i mesi, Irene è sempre più innamorata e il matrimonio si avvicina, così quando Domenichino le chiede come prova d’amore di dargli un figlio subito lei accetta quasi subito, facendosi convincere dal fatto che lui ormai ha quarant’anni e vuole una certezza di poter avere ancora dei figli, tanto in ogni caso il matrimonio è alle porte.
Purtroppo scoprirà ben presto che fu l’errore più grosso della sua vita. Domenichino infatti sparisce, lasciandola incinta di cinque mesi e disonorando tutta la famiglia, per poi sposarsi poco dopo con Fortunata Delussu.
Irene è distrutta e oltre all’infamia c’è anche il padre che le impone di uccidere Domenichino per lavare via l’onta con il sangue o a morire sarà lei e per mano dell’uomo che le ha dato la vita.
Irene vorrebbe morire, ma sa che così facendo morirebbe anche il bambino che ha in grembo, così per amor suo continua a vivere e si fa coraggio a mettere in atto il piano del padre, chiedendo aiuto al bandito Samuele Stochino, detto la Tigre dell’Ogliastra, per imparare a sparare.
Irene è una bravissima allieva, impara in fretta, e un giorno di ottobre, un giorno nuvoloso e uggioso, incontra Domenichino e gli spara un colpo in testa.
Un romanzo biografico che narra un fatto molto crudo che fece scalpore negli anni venti. Il tema trattato è quello di una pratica ormai abolita per fortuna, ma che un tempo era molto usata, anche se in realtà in senso inverso, ovvero erano le donne che dovevano morire, lavando così con il sangue l’onta del disonore che avevano arrecato alla loro famiglia.
Un romanzo che anche se parte davvero molto lento, dopo il primo terzo diventa inarrestabile, travolgendo il terrore con tutta la forza che Irene ha dovuto trovare dentro di sé per superare la prova più difficile della sua vita per amore di quel bambino che ha in grembo.
Lo stile usato dalla scrittrice è molto semplice e anche dove usa il dialetto rimane comunque comprensibile al lettore. Il ritmo, inizialmente molto lento, si riprende pian piano con forza e determinazione seguendo lo stato d’animo della protagonista.
Le descrizioni che ritroviamo sono minuziose sia a livello fisico, ma ancor di più a livello sentimentale, creando un rapporto empatico con il lettore che vive in prima persona le angosce e le ansie di Irene.
Un romanzo molto bello che insegna a una generazione inconsapevole cos’è stato e cosa volesse dire dover sottostare a regole che potevano determinare la vita e la morte di una persona.
Un ottimo spunto di riflessione che andrebbe letto anche nelle scuole.

Simonetta Delussu nasce a Tertenia in Ogliastra. Laureata in lettere e filosofia lavora prima in Germania per poi tornare in Sardegna. Nel 1992 ha pubblicato Gabbiani e nel 2011 Stregoneria in Sardegna. Per scrivere questo libro ha raccolto tutte le testimonianze degli anziani del paese che hanno vissuto la vicenda in prima persona.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio Stampa Parallelo45.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il Divino, Asaf Hanuka, Tomer Hanuka, Boaz Lavie, (Bao publishing 2015) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2015
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Il Divino è una storia a fumetti che ha per protagonisti due giovani mercenari americani – Jason e Mark- finiti nel sud est asiatico a compiere una missione molto particolare. Mark non è molto convinto di seguire Jason, ma la possibilità di avere più soldi per dare un futuro migliore alla moglie e al figlio in arrivo, son gli elementi che lo spingono ad accettare il lavoro. I due colleghi arrivati nella terra della missione segreta piazzeranno l’esplosivo per far saltare una grande montagna e vedranno cambiare per sempre il corso degli eventi, quando l’istinto umano di Mark lo porterà a prestare soccorso ad un ragazzino ferito. Il giovane americano sarà trasportato in una foresta dove una banda di bambini, capitanata da due gemelli dagli strani poterei magici, lo prenderà in ostaggio e sarà disposta a liberarlo solo se lui li aiuterà a disinnescare la bomba. Mark non vorrebbe mandare in fumo la missione, ma quando scopre la dolorosa violazione che quelle terre hanno subito, non esiterà a schierarsi dalla parte dei ragazzini e del mostruoso Divino. La storia creata dagli Hanuka, con la sceneggiatura di Lavie ha preso forma da una fotografia di qualche anno fa, era il 2000, che ritraeva due bambini, fratelli gemelli thailandesi, che con i loro compagni riuscirono a tenere in ostaggio ben ottocento persone.

02Da questa immagine reale, gli autori hanno preso spunto per la creazione di una storia a fumetti, nella quale i ragazzini soldato protagonisti lottano per la tutela e la salvaguardia del loro habitat naturale. Mark, il protagonista, incontrerà questa ciurma di giovani senza genitori, che vivono e sopravvivono nella foresta e l’uomo rimarrà sconvolto e colpito dalla scaltrezza e sicurezza di questi bambini, in realtà già uomini. A rendere avvincente, e anche un po’ inquietante, la lotta tra il bene e il male ne Il Divino, è la presenza di una misteriosa creatura da venerare, da rispettare e i poteri magici che permetto ai due gemelli di agire per portare a termine la loro missione di salvataggio del proprio mondo incontaminato. In questo libro attraverso il fumetto vengono trattati tematiche importanti come il rispetto per l’ambiente e la tutela del prossimo, messe a repentaglio dall’avidità del più forte, che tenta in ogni modo di sopprimere il più debole. Il Divino è una graphic-novel avvincete nella quale l’elemento della magia e della misteriosa figura del Divino si amalgamano alla perfezione alla riflessione riguardante l’esistenza di gruppi di guerrieri bambini costretti a diventare uomini troppo in fretta, e al bisogno di una maggiore tutela del patrimonio naturale. Traduzione Leonardo Favia.

Asaf Hanuka è nato nel 1974 e ha frequentato la scuola di fumetto Émile Cohl di Lione. Con il fratello gemello Tomer, ha creato il fumetto Bipolar, che è valso loro la nomination agli Ignatz Award e agli Eisner Award. Asaf ha contribuito alla realizzazione del film d’animazione candidato agli Oscar Valzer con Bashir. La sua pluri-premiata striscia autobiografica, The Realist, è pubblicata con periodicità settimanale all’interno del mensile Calcalist di Tel Aviv e sul blog dell’autore (http://realistcomics.blogspot.fr), ed è stata edita in Italia con il titolo di K.O. a Tel Aviv.

Tomer Hanuka è un illustratore il cui lavoro spazia dalla realizzazione di copertine per libri, al lavoro con riviste e a collaborazioni col cinema. Ha vinto numerosi premi presso la Society of Illustrators e la Society of Publication Designers e il suo lavoro è stato documentato sulla rivista Print, sulla copertina del New Yorker e su American Illustration. Una raccolta delle sue opere, dal titolo Overkill: The Art of Tomer Hanuka, è stata pubblicata nel 2011.

Boaz Lavie è un autore, regista e game designer di Tel Aviv. Ha scritto per programmi di successo su Israeli TV e ha pubblicato brevi racconti su riviste di letteratura. The Lake, un cortometraggio da lui scritto e diretto, è stato selezionato per il San Francisco International Film Festival, allo Slamdance, al Palm Springs Film Festival e in molti altri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Io non ti conosco, S.J. Watson, (Piemme, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

5 ottobre 2015
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La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

S.J. Watson Inglese, ha avuto un successo planetario con Non ti addormentare (Piemme, 2012), il romanzo d’esordio e bestseller internazionale, tradotto in tutto il mondo. Oggi ritorna con l’attesissimo secondo romanzo, Io non ti conosco, che sta incontrando eguale fortuna. Nato nelle Midlands, vive a Londra.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ufficio stampa Piemme.

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