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:: Il sottosuolo di Praga di Marco Scarlatti (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 agosto 2026

Praga, neve, lampioni avvolti nella nebbia, il fuoco acceso nel camino e una pendola capace di trasformare il silenzio in una presenza inquietante. È questa la città scelta da Marco Scarlatti per costruire Il sottosuolo di Praga, romanzo gotico e investigativo in cui realtà storica, suggestioni letterarie e immaginazione finiscono per confondersi fino a diventare un’unica cosa. Una Praga asburgica, malinconica e affascinante, solcata da ombre visibili e invisibili, in cui un immaginario palcoscenico lascia spazio a una realtà fatta da tensioni sociali, pregiudizi, ambizioni, vizi privati e segreti destinati a riaffiorare dalle profondità.
Protagonista della storia Franz Kafka, ancora lontano dalla fama letteraria destinata a renderlo immortale. Di giorno è un impiegato delle assicurazioni, lavoro che fa con crescente e malcelata insofferenza; di notte scrive, combattendo contro l’insonnia e forse contro la sua vocazione letteraria. È un uomo introverso, fragile, tormentato dal rapporto con il padre, dal timore del matrimonio e dalla difficoltà di trovare spazio per la propria creatività. Scarlatti parte da queste tensioni per creare un altro Kafka, trasformandolo in un improbabile ma affascinante investigatore.
Tutto comincerà con un episodio raccapricciante. Un sacco contenente un maiale insanguinato verrà lasciato davanti alla casa di Mordechai Weiss, ricco e importante ebreo della comunità praghese. Nella sue viscere si nasconde qualcosa di più terribile, un messaggio di odio capace di evocare antichi rituali ancestrali.  Ma si tratta di persecuzione antisemita o invece in quella mostruosità si nasconde una vendetta personale?
L’interrogativo guadagna peso quando verrà ritrovato il cadavere orrendamente mutilato di Martin von Bering, imprenditore tedesco amico di Kafka ai tempi del ginnasio. Ma quella morte non sarà un episodio isolato. Altri delitti, altre vittime e altrettanta ferocia trasformeranno Praga in un teatro del terrore. Oscar Havliček viene massacrato nella Città Vecchia, mentre Arthur Rumford viene ridotto a una massa irriconoscibile. Tre uomini diversi, tre barbare esecuzioni di inaudita ferocia: ora trovare il legame tra le vittime diventa la chiave dell’enigma.
Kafka non dovrebbe interessarsi a questo. Non è un poliziotto, non ha esperienza investigativa e il suo carattere schivo sembra renderlo ancora meno adatto a un confronto con assassini e criminali. E tuttavia qualcosa dentro di lui si mette in moto. La curiosità prende il sopravvento, alimentata anche dal fascino esercitato dal metodo deduttivo. Comincia a guardarsi intorno, raccogliere informazioni, annotare dettagli, trasformando le sue passeggiate notturne in esplorazioni investigative.

Accanto a lui c’è Max Brod, amico, interlocutore e compagno in quelle incursioni. Il loro rapporto permette all’autore di inserire nella narrazione anche un importante confronto sulle diverse anime dell’ebraismo praghese. Da una parte il sionismo, orientato verso la costruzione di una patria in Palestina; dall’altra il diasporismo, legato all’idea di una comunità destinata a vivere dispersa. Sullo sfondo poi si avverte il peso dell’antisemitismo, come una minaccia concreta e in grado di condizionare rapporti personali, aspirazioni economiche e vita quotidiana.
La Praga di Scarlatti è piena di contrasti. Dietro il perbenismo, il rispetto delle convenzioni, l’incubo della reputazione, si cela un universo di ipocrisie. I matrimoni rispettabili convivono con adulteri e prostitute, le convenienze familiari soffocano sentimenti e desideri, mentre privilegi e ingiustizie vengono tollerati purché restino lontani dagli occhi della società. Nei fumosi locali, nei vicoli della Città Vecchia, intorno all’antico cimitero ebraico e lungo la Moldava si muovono personaggi sospesi tra rispettabilità e abiezione.
A rendere più inquietante l’indagine appare una gigantesca figura, una materializzazione delle leggende praghesi, in grado di evocare il mito del Golem. Kafka arriverà persino a incontrarla durante una delle sue passeggiate notturne. Una creatura enorme lo segue nella neve e l’impiegato delle assicurazioni, fino a quel momento solo osservatore degli eventi, scoprirà improvvisamente di essere anche lui un potenziale bersaglio. Ma sta proprio nell’indovinato connubio tra il Kafka storico e quello immaginario di Scarlatti il punto più intrigante della trama che non pretende di ricostruire una biografia alternativa e utilizza invece lo scrittore come soggetto, evidenziando paure, ossessioni e intuizioni destinate a trovare un’eco nella sua futura produzione letteraria. Il riferimento a Sherlock Holmes, inoltre, non appare casuale e nasce dal reale interesse di Kafka per il detective londinese. Ma per meglio valutare il significato del titolo del romanzo bisogna scendere nel sottosuolo di Praga, entrare in un mondo dove storia, superstizione e criminalità sembrano incontrarsi. Un viaggio fisico, ma soprattutto interiore in cui Kafka dovrà affrontare le sue paure e mettere alla prova la propria capacità di osservare e imparare a guardare oltre.
Marco Scarlatti costruisce una storia volutamente lenta, ma elegante e suggestiva. L’orrore non è affidato solo alla crudezza dei delitti: ma nasce soprattutto dalle ombre, dai silenzi, dalle leggende e dalla costante sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di impossibile. Il sottosuolo di Praga è un percorso nella città di Kafka prima che Kafka diventi lo scrittore in grado di raccontare l’assurdo. Un’indagine gotica nella quale il vero mostro potrebbe trovarsi sotto le strade della città, nelle sue paure collettive oppure dentro gli uomini. E mentre la neve continua a cadere sulla Praga imperiale, il futuro autore de La metamorfosi scopre una fondamentale verità: alcune porte, una volta aperte, non permettono di tornare indietro.

Marco Scarlatti è nato a Roma, dove vive e lavora. Col suo vero nome ha pubblicato La zona libera (Cut up edizioni, 2012), suo romanzo d’esordio. Col secondo romanzo, L’anno del Drago (L’Erudita, 2012), ha trattato i temi della crisi finanziaria e dello stress nel mondo del lavoro di oggi. Il suo racconto “Lo spettro dei sogni” è apparso nella raccolta digitale Sorridi, bellezza! (Rizzoli, 2013). Ha pubblicato numerosi racconti, spesso d’ambientazione fantastica, in antologie collettive con diversi editori. Ha tradotto dal francese alcuni lavori di Jean Ray, poi pubblicati per la Profondo Rosso Edizioni. E-mail ecc. ecc.

Il cervello che ride Neuroscienze dell’umorismo di Mirella Manfredi (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

23 luglio 2026

Che cosa accade nel nostro cervello quando una battuta ci sorprende e ci strappa una risata? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, il saggio edito da Carocci, in cui Mirella Manfredi accompagna il lettore alla scoperta di uno dei fenomeni più universali e, allo stesso tempo, più complessi dell’esperienza umana.

Docente universitaria e direttrice di un gruppo di ricerca dedicato all’umorismo e alla neurodiversità, l’autrice affronta l’argomento con il rigore della scienziata e la chiarezza di una divulgatrice esperta. Ne nasce un volume di dimensioni contenute, ma straordinariamente ricco di contenuti: un saggio denso e concentrato, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare all’accuratezza scientifica e offrendo, in poco più di cento pagine, una panoramica ampia e aggiornata sul tema.

Il libro ci ricorda che ridere è molto più di una reazione spontanea: è il risultato di un articolato processo cognitivo. Per cogliere il comico, il cervello deve interpretare il contesto, riconoscere le incongruenze, elaborare aspettative e comprendere le intenzioni degli altri. L’umorismo diventa così una chiave di lettura privilegiata per esplorare il funzionamento della mente e il modo in cui costruiamo anche le nostre relazioni.

Il percorso si sviluppa con ordine e coerenza, muovendo dalle principali teorie sull’umorismo per arrivare alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Attraverso studi sperimentali, tecniche di neuroimaging ed elettrofisiologia, il volume illustra come la ricerca abbia progressivamente chiarito il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione del comico. A questa prospettiva si affiancano interessanti approfondimenti sullo sviluppo del senso dell’umorismo nell’infanzia, sulle possibili componenti ereditarie, sul rapporto con creatività e problem solving e sugli effetti che la risata può esercitare sul benessere psicofisico e sulle dinamiche relazionali.

Particolarmente stimolanti risultano anche le pagine dedicate alle radici evolutive dell’umorismo e ai comportamenti osservati nel regno animale, che ampliano lo sguardo oltre la sola dimensione umana. Di grande interesse è inoltre il capitolo conclusivo, dedicato alla neurodiversità, nel quale vengono analizzate le peculiarità dell’umorismo nell’autismo e nella sindrome di Williams. Temi che mostrano come un’esperienza apparentemente semplice possa offrire preziose informazioni sui meccanismi della cognizione.

Mirella Manfredi firma un’opera di grande qualità divulgativa, riuscendo a trasformare risultati scientifici complessi in un racconto chiaro, fluido e coinvolgente, mantenendo sempre un elevato livello di precisione. La lettura procede con naturalezza grazie a un equilibrio ben calibrato tra evidenze sperimentali, riferimenti alla letteratura scientifica e spunti di riflessione che invitano a guardare con occhi nuovi un gesto quotidiano come il ridere.

Il cervello che ride è un saggio che informa, incuriosisce e stimola il pensiero, restituendo all’umorismo tutta la sua complessità biologica, cognitiva e sociale. Una lettura consigliata non soltanto a chi si interessa di neuroscienze, ma anche a chi desidera comprendere meglio una delle manifestazioni più caratteristiche dell’essere umano e il ruolo che essa svolge nella nostra vita emotiva, cognitiva e relazionale.

Mirella Manfredi è professoressa di Neurodiversità e cognizione nella facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo, dove dirige un gruppo di ricerca su umorismo e neurodiversità. È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: Domenica di Georges Simenon (Adelphi Milano 2026) a cura di Valerio Calzolaio

19 luglio 2026

Bastide, ai piedi del massiccio dell’Estérel, Costa Azzurra e relativo entroterra, Mediterraneo. Una domenica di fine maggio al termine degli anni Cinquanta. Émile Fayolle si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire; gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente. Ha preso da tempo la sua decisione, da undici mesi ha previsto molto e preparato tutto per quel giorno, ora è arrivato. Da anni era in corso una partita conflittuale con la bionda moglie Berthe Harnaud, probabilmente addirittura dal momento della conoscenza (andavano a scuola insieme, lei due anni più grande e gran lettrice) e poi dall’inizio della relazione. Si erano frequentati pochissimo, lui (originario della Vandea) apprendista cuoco, lei con i genitori in un ristorantino ristrutturato nei pressi di Cannes. Nemmeno ventenne va a fare lo chef da loro. Progressivamente, capiscono che conviene a entrambi sposarsi; Berthe è di fatto la padrona (c’è anche un contratto di mezzo, con la madre quando il padre muore), forse innamorata; Émile il dipendente che si occupa dell’ottima essenziale cucina, abbastanza estraneo all’amore; non si sa per colpa di chi comunque figli non arrivano. Trascorrono anni: lui si sente comprato, deve pensare solo a cucinare bene, va solitario a pesca e gioca a bocce, frequenta prostitute in riva al mare, si lega a una 32enne turista inglese (che, dopo aver fatto sesso di nascosto, viene cacciata dalla moglie), imbastisce per tre anni una stabile relazione affettiva con la giovane silenziosa cameriera Ada (neanche maggiorenne e forse con un ritardo cognitivo). Émile matura vieppiù che deve liberarsi di Berthe, ci pensa di continuo, pianifica come riuscirci senza lasciare tracce, sperimenta e alla fine tenta. Perché no, visto che entrambi sanno che la partita è aperta?

Anche questo romanzo è una prova d’autore, giallo a proprio modo, con sorpresa finale. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi dal 1985 sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti, questo romanzo era inedito e risale all’estate 1958. La narrazione è in terza al passato, quasi una scena teatrale fissa sull’ossessionato semplice protagonista, sui suoi ricordi, sull’evoluzione di pensieri e propositi, intervallati da brevi rari dialoghi con gli altri personaggi. Inizia e finisce quella fatidica mite assolata domenica (da cui il titolo), in quelle zone di fatto era già piena estate da decenni: “in gioco non erano più le cause, i moventi, ancor meno le scuse. Era una questione di vita o di morte che andava risolta fra lui e Berthe”, uno dei due deve vincere. Émile ha continuato a dormire con la moglie, è riuscito a non far mandare via la “zingara” Ada, che dorme sopra in un’angusta mansarda e lo incontra remissivamente al Casolare. In copertina un paesaggio svizzero (dipinto nel 1923), che rende l’idea dell’appetibile locale La Bastide (in Provenza): piatto consigliato il risotto ai calamari. Vini locali, spesso rosé.

:: Ken Greenhall, L’accompagnatrice (Adelphi 2026) a cura di Emilio Patavini

19 luglio 2026

A maggio di quest’anno Adelphi ha pubblicato la prima edizione italiana de L’accompagnatrice di Ken Greenhall, l’autore americano riscoperto con l’uscita, lo scorso settembre, di Elizabeth (di cui mi sono occupato sull’Indice dei libri del mese). Apparso per la prima volta nel 1988 come The Companion, può essere ascritto allo stesso filone di Elizabeth, definito dall’autore stesso un romanzo dell’innaturale (prendendo il termine innaturale come personale declinazione del soprannaturale), anche se occorre chiarire sin da subito che questo nuovo titolo di Greenhall non ha lo stesso mordente narrativo del suo romanzo di esordio. Da un confronto tra i due romanzi, L’accompagnatrice risulta sicuramente più sottotono, complice una narrazione meno intrigante. Il prossimo titolo in preparazione, Hell Hound (1977), da cui è stato tratto il film Baxter (1989), si preannuncia una lettura più interessante.

Venendo alla trama, Jillian Cole si è appena trasferita a Serena, una cittadina di provincia nell’Iowa, nel cuore del Midwest americano. Insieme a lei vive il padre cieco, appassionato di musica jazz e dotato, a quanto si dice, di poteri taumaturgici. Jillian lavora come accompagnatrice, prendendosi cura di donne fragili e anziane. La sua nuova assistita, Elizabeth Dobb, vive in una grande casa ed è la ricca matriarca di una famiglia che oggi si definirebbe disfunzionale, composta da due figli gemelli, David ed Eva, e da una nipote, Shirley. Jillian e il padre hanno due doni opposti: mentre lui sembrerebbe in grado di guarire i malati con l’imposizione delle mani, la protagonista non è solo un premuroso angelo custode, ma anche un agognato angelo della morte che, quando l’ora si avvicina, pone fine alle sofferenze delle donne con cui entra in contatto emotivo. L’ombra del passato sembra però seguirla nei suoi spostamenti e darle la caccia, sulla falsariga della vecchia filastrocca inglese di “Jack and Jill” (due nomi non a caso).

Ancora una volta Greenhall si cela dietro una voce narrante femminile, consapevole della propria conturbante femminilità, ma anche capace di trasmettere il senso del sinistro e del torbido. Ancora una volta il romanzo è sospeso tra le due pulsioni freudiane di eros e thanatos: Jillian instaura un legame speciale, «spirituale» (p. 153), con le sue datrici di lavoro, e dalle sue parole traspare non solo il suo ruolo di psicopompo, ma anche una certa tensione erotica. Proprio come in Elizabeth, seppure in maniera meno convincente, si tratta di una protagonista ambigua, al punto che il lettore è portato a dubitare del suo racconto e a chiedersi se la voce narrante sia veramente affidabile o se quanto legge non sia altro che il frutto dei deliri di una psicopatica, di una «aberrazione psicologica» (p. 186), che ci restituisce solo una versione distorta della realtà. Torna a essere presente la morbosità che si può riscontrare in Elizabeth, anche se qui in misura più preponderante e – a mio avviso – ingiustificata. A differenza del romanzo d’esordio di Greenhall, non troviamo propriamente atmosfere gotiche, ma al massimo qualche presagio inquietante e rivelazioni di segreti di famiglia tenuti nascosti in soffitta. Anche se le due opere, come abbiamo visto, condividono i medesimi stilemi, ne L’accompagnatrice la riflessione è incentrata su temi di respiro filosofico come la vita dopo la morte, la presenza dell’anima e la ricerca tormentata della felicità, ma anche sulle più delicate (e, se vogliamo, attuali) questioni del fine vita e dell’identità di genere.  

Ken Greenhall (1928-2014), nato a Detroit, Michigan, da genitori inglesi, lavorò come editor per l’Encyclopedia Americana e per la New Columbia Encyclopedia.

Source: inviato dall’ufficio stampa Adelphi, che ringraziamo.

:: La casa nella prateria torna in TV, su Netflix una nuova serie ispirata alla saga letteraria di Laura Ingalls Wilder

9 luglio 2026

L’universo di La casa nella prateria, di cui ricordiamo il celebre serial statunitense degli anni ’70, sta per tornare sullo schermo. Dal 9 luglio debutta infatti su Netflix una nuova serie ispirata ai celebri romanzi autobiografici di Laura Ingalls Wilder, annunciata come una trasposizione particolarmente fedele dell’opera originale.

Per chi desidera (ri)scoprire la storia da cui tutto è nato, il catalogo Gallucci propone l’intera saga della scrittrice americana tradotta da Paola Mazzarelli, esperta di letteratura americana: un progetto editoriale ambizioso sviluppato nel corso di diversi anni e tuttora unico nel panorama editoriale italiano.

La collana è composta da tutti e nove i libri: La casa nella prateria; La casa nella prateria 2. Sulle rive del Plum Creek; La casa nella prateria 3. Sulle sponde del Silver Lake; La casa nella prateria 4. Il lungo inverno; La casa nella prateria 5. Piccola città del West; La casa nella prateria 6. Gli anni d’oro; La casa nella prateria 7 I primi quattro anni; La casa nella prateria. Nei Grandi Boschi del Wisconsin e infine La casa nella prateria. La storia di Almanzo.

Buona lettura, e buona visione!

:: Il giardino segreto delle api di Jane Johnson (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

15 Maggio 2026

Nella Cornovaglia più aspra e selvaggia, là dove il vento arriva dall’oceano portando con sé odore di salsedine e di terra bagnata, Il giardino segreto delle api diventa interprete di una storia in grado di mischiare memoria, dolore e appartenenza. È un romanzo, calato in un paesaggio che sembra sospeso fuori dal tempo, in cui la natura non rappresenta solo lo sfondo, ma è presenza quasi sacra, pronta a custodire segreti e verità rimaste insepolte.
La tenuta di Trengrose domina la narrazione. I frutteti, i prati invasi dalle campanule, i sentieri battuti dalla pioggia e il cottage di pietra abitato da Ezra Curnow compongono un fragile microcosmo, minacciato dall’arrivo della modernità. Ezra vive là da sempre. E prima di lui suo padre, suo nonno e le precedenti generazioni della sua famiglia hanno sempre abitato ai margini della proprietà. Per Ezra ogni stagione ha il suo linguaggio: il biancospino in fiore la primavera, le foglie trascinate dal vento in autunno, il silenzio dell’inverno, l’estate con il tepore  accumunate dal ronzio delle api attorno all’arnia. Ogni particolare contribuisce al rapporto fra uomo e natura.
L’incipit è di una straordinaria forza evocativa. Ezra, in piedi davanti alle api, annuncia la morte di Eliza Rosevear secondo il rituale tramandato nei secoli. Copre l’arnia con un drappo nero e parla agli insetti come fossero creature in grado di comprendere il dolore umano. In poche pagine il romanzo chiarisce immediatamente il proprio fulcro narrativo: la memoria delle cose, la continuità fra passato e presente, il rispetto verso una natura considerata parte integrante della vita.
La morte di Eliza rompe l’equilibrio di Tengrose. Senza un testamento, il futuro della tenuta diventa incerto e l’arrivo dei nuovi proprietari trasforma il romanzo in qualcosa di più complesso di una semplice storia famigliare. Toby Hardman, finanziere londinese ambizioso e arrogante, vede nella proprietà soltanto un investimento. Il cottage di Ezra deve diventare un alloggio turistico, i prati un’attrazione per visitatori. In lui si concentra una mentalità predatoria incapace di cogliere il valore autentico dei luoghi. La Cornovaglia, agli occhi di Toby, non è una terra da comprendere ma qualcosa da sfruttare.
Ed è proprio in questo contrasto che il romanzo sviluppa la sua forza. Da una parte Ezra, uomo essenziale, quasi fuori dal tempo, privo di qualunque avidità materiale, dall’altra l’oggi, dominato dal profitto e dalla speculazione. L’autore affronta temi concreti: il turismo invasivo, il costo delle abitazioni, la perdita di tradizioni locali, senza trasformare la narrazione in un manifesto ideologico. Tutto passa attraverso i personaggi, le loro scelte e i loro conflitti.
Ezra è senz’altro la figura più azzeccata. Burbero, ostinato, ironico, vive circondato dagli animali e tratta ogni creatura con rispetto. Dialoga con le api, osserva gli uccelli, accetta la libertà del suo gatto senza pretendere di possederlo. La sua esistenza appare povera solo a chi misura il valore delle cose con il denaro. In realtà Ezra custodisce una invisibile ricchezza: il senso di appartenenza, la memoria della terra, la capacità di riconoscere la bellezza nei gesti più semplici. Ma non è una figura idealizzata. Poco alla volta infatti riemergono le ombre del suo passato, ferite nascoste sotto la superficie del quotidiano. I segreti legati a Trengrose si intrecciano a una dimensione più ampia e dolorosa, in grado di valicare  tre generazioni e di aprire improvvisi squarci sulla guerra e sulla violenza. Alcuni capitoli, ambientati nella Cipro degli anni Cinquanta, introducono improvvisa suspence, in netto contrasto con la quiete della campagna cornica. Sono pagine dure, quasi spiazzanti, ma fondamentali per comprendere.
Molto efficace risulta anche l’evoluzione dei nuovi proprietari, gli Hardman. Inizialmente degli invasori destinati a distruggere l’equilibrio, ma pian piano, lei, Minty e i figli, Dominic e Miranda, finiranno per lasciarsi conquistare dal fascino della tenuta e dalla figura di Ezra. Attraverso il contatto poi con quel paesaggio imparano a guardare il mondo in modo diverso, quasi riscoprendo un’umanità perduta.
L’atmosfera è sempre in sospeso fra realismo e incanto. Per tutto il romanzo aleggia una lieve componente soprannaturale, quasi la terra stessa custodisse le voci del passato. I segreti di Eliza Rosevear emergono lentamente, alimentando una tensione narrativa che accompagna il lettore fino alla fine.
Lo stile nostalgico ben si adatta alla storia. Le descrizioni della Cornovaglia sono ricche di luce, vento, colori e odori. Si percepiscono il rumore delle onde contro le scogliere, il canto degli uccelli al tramonto, il ronzio delle api. È una scrittura che par rallentare il tempo mentre ci invita a osservare, con la sensazione di visitare un luogo abitato da personaggi imperfetti ma vivi. Dentro la storia convivono mistero, memoria, dolore e speranza, in armonioso equilibrio. Il giardino segreto delle api più di un romanzo familiare pare una riflessione sul rapporto fra esseri umani e natura, sul rischio di perdere il legame con i luoghi e sulla illusoria convinzione che tutto possa essere comprato.

Jane Johnson, è una scrittrice e editrice britannica. È l’editor inglese di George R.R. Martin, Robin Hood e Dean Koontz, e per molti anni è stata responsabile editoriale delle opere di J.R.R. Tolkien. È sposata con uno chef berbero e vive tra la Cornovaglia e il Marocco. La Newton Compton ha pubblicato Il giardino segreto delle api.

:: L’occupazione di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2026) a cura di Valentina Demelas

11 Maggio 2026

Alessandro Berselli, con L’occupazione, pubblicato da Elliot, torna a esplorare quelle zone fragili, incandescenti e contraddittorie dell’essere umano che attraversano da sempre la sua narrativa. Ambientato nel maggio del 1978, il romanzo si muove tra contestazioni studentesche, tensioni ideologiche e desiderio di cambiamento, sullo sfondo di uno dei momenti più drammatici della storia italiana recente: i giorni del caso Moro.

Matteo e Zoe sono adolescenti politicamente impegnati, accomunati dalla stessa educazione sentimentale e culturale, dalle stesse passioni musicali e da un legame sospeso tra amicizia, attrazione e bisogno reciproco di riconoscersi. Frequentano il liceo scientifico Schopenhauer – in una città che richiama chiaramente Bologna pur senza mai nominarla esplicitamente – occupato dai collettivi di sinistra proprio nelle ore che precedono il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Quello che dovrebbe essere uno spazio di confronto e partecipazione si trasforma però rapidamente in un ambiente attraversato da rivalità, tensioni interne, paure e conflitti sempre più difficili da contenere.

Il contesto storico viene utilizzato con grande efficacia, evitando sia la nostalgia, sia la semplice ricostruzione d’epoca. La grande Storia entra continuamente nelle vite private dei protagonisti e altera ogni equilibrio. La morte di Moro e quella di una ragazza durante i giorni dell’occupazione segnano infatti uno spartiacque drammatico, facendo precipitare il romanzo in un clima sempre più cupo e disilluso. La politica, qui, non è mai teoria astratta: invade i rapporti umani, modifica le emozioni, esaspera le fragilità e mette continuamente alla prova identità ancora instabili.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dei personaggi. Matteo non viene mai trasformato in un simbolo generazionale artificiale: è un ragazzo che desidera lasciare un segno, essere riconosciuto, sentirsi importante. La paura di una vita mediocre e anonima attraversa costantemente i suoi pensieri. Vuole cambiare il mondo, ma desidera anche essere visto e amato. Nel rapporto con Zoe convivono idealizzazione, desiderio, vulnerabilità e competizione emotiva, restituendo con autenticità l’intensità assoluta tipica dell’adolescenza.

Significativa anche la figura di Igor, ex militante di Lotta Continua e presenza carismatica durante l’occupazione. Attraverso di lui il romanzo mostra quanto il fascino della leadership politica possa facilmente trasformarsi in seduzione personale, soprattutto in un’età in cui tutto viene vissuto in maniera radicale e totalizzante.

L’autore ricostruisce il clima culturale della fine degli anni Settanta attraverso riferimenti musicali, cinematografici e letterari che non diventano mai semplici elementi decorativi o nostalgici. La musica accompagna costantemente gli stati emotivi dei personaggi: David Bowie, Iggy Pop con Lust for Life, i Jefferson Airplane, Patti Smith, i Ramones, Lou Reed, i Talking Heads, Francesco Guccini e Bruce Springsteen diventano parte integrante del romanzo e del suo immaginario generazionale. Nel testo compare anche Father and Son di Cat Stevens, evocata come simbolo del conflitto tra generazioni e del desiderio di cambiamento.

Lo stile è diretto, asciutto, molto visivo. La scrittura evita il tono ideologico o pedagogico e lascia che siano soprattutto i fatti, le relazioni e le conseguenze delle azioni a parlare. L’occupazione osserva senza semplificare e restituisce con lucidità il clima di una stagione storica attraversata da entusiasmo, rabbia, desiderio di appartenenza e progressiva perdita delle illusioni.

Ed è forse proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più autentico: nella scelta di raccontare l’adolescenza come esperienza universale. Cambiano le epoche, i linguaggi e i riferimenti culturali, ma restano identici il bisogno di sentirsi importanti, il desiderio di essere amati, la paura di non lasciare traccia e l’illusione di poter cambiare il mondo vivendo tutto per la prima volta.

Quello che resta alla fine della lettura è soprattutto il senso di una frattura. Ragazzi convinti di poter costruire qualcosa di nuovo si ritrovano lentamente schiacciati da una realtà molto più dura delle loro aspettative. Ed è proprio questa collisione tra sogno politico, desiderio personale e violenza della Storia a rendere L’occupazione un romanzo intenso, amaro e profondamente umano.

Alessandro Berselli, nato nel 1965 a Bologna, è scrittore e docente di tecniche della narrazione sin dagli anni Novanta. Tra i suoi ultimi romanzi ricordiamo Le siamesi (Elliot, 2017), La dottrina del male (Elliot, 2019), Il liceo (Elliot, 2021, vincitore del Premio Giallo Garda) e Gli eversivi (Nero Rizzoli, 2023).Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Valentina Cela, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: L’inglese di Tiziano di Patrizia Debicke Van Der Noot (Altre Voci edizioni 2026) a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2026

Già edito nel 2010 per Corbaccio col titolo L’uomo dagli occhi glauchi e ambientato a partire dal 1543, con un lungo preambolo che vi invito a leggere con attenzione, non slegato alla trama, L’inglese di Tiziano, di Patrizia Debicke Van Der Noot edito da Altre Voci edizioni, si apre su un’Europa attraversata da tensioni religiose e politiche: mentre a Trento nel dicembre del 1545 prende avvio il Concilio destinato a ridefinire gli equilibri della cristianità e dare avvio alla Controriforma, il conflitto tra cattolici e protestanti, che ha insanguinato l’Europa, si intreccia con giochi di potere sempre più pericolosi. In questo scenario dominato dall’ombra nera di Enrico VIII, ormai figura instabile e sempre più manipolabile e spietata, si inserisce la missione segreta del giovane Lord Francis Templeton.

Cattolico, figlioccio e persona di fiducia del potente duca di Norfolk, Templeton, uomo d’azione dal fisico atletico e nello stesso tempo abile uomo di corte, arriva a Venezia nel febbraio del 1546 con un obiettivo ufficiale apparentemente innocuo: farsi ritrarre dal maestro Tiziano, nella città lagunare in incognito. Ma dietro questa facciata si cela un incarico ben più oscuro. La città lagunare, descritta con vividezza come un teatro di maschere e inganni nello splendore del Carnevale, diventa il primo banco di prova della sua abilità diplomatica e della sua astuzia. Durante un sontuoso ricevimento al Palazzo Ducale, Templeton udito un commento tra la folla di maschere sventa, aiutato dal capitano pontificio Vasco Doni, un complotto che coinvolge la seducente cortigiana veneziana Angela Gradi teso ad assassinare un principe della Chiesa, ospite del Doge, il cardinale Alessandro Farnese, nipote del Papa Paolo III, e da questo momento coprotagonista se vogliamo del romanzo.

Il viaggio prosegue verso Roma, dove la trama si infittisce ulteriormente. Qui, tra intrighi curiali e seduzioni pericolose, Templeton si trova coinvolto in una rete di passioni e tradimenti dopo l’incontro con una misteriosa duchessa romana, la bella Olimpia Riario, già amante del cardinale Alessandro Farnese. La capitale della cristianità emerge come luogo ambiguo, in cui spiritualità e corruzione convivono, e dove ogni scelta può avere conseguenze irreversibili. E intanto l’alluvione sta per abbattersi su Roma…

La forza del romanzo sta proprio nell’intreccio tra questa trama ricca di colpi di scena e una solida base storica. Debicke Van Der Noot riesce a costruire un racconto che è al tempo stesso thriller politico e affresco rinascimentale. Il segreto che Templeton custodisce e il vero scopo della sua missione in Italia diventano così il motore narrativo, tra svelamenti e disvelamenti, ambiguità e rivelazioi, mantenendo alta la tensione fino alle battute finali, dove i rimandi abilmente disseminati nel testo troveranno piena collocazione, mentre sullo sfondo si delinea un possibile sconvolgimento del destino europeo non solo personale dei personaggi.

Dal punto di vista critico, l’opera convince per la capacità di rendere vivi i grandi eventi storici senza trasformarli in semplice cornice. Il Concilio di Trento, le tensioni religiose e le rivalità tra corti non sono solo sfondo, ma elementi attivi che influenzano le scelte dei personaggi. E questo arricchisce la trama, senza appesantirla eccessivamente con rimandi didascalici, segno distintivo della penna dell’autrice, capace di grande equilibrio e coerenza narrativa.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura è fluida, colta e ben cadenzata da periodi lunghi e ariosi: Debicke Van Der Noot alterna descrizioni dettagliate a dialoghi vivaci, specchio dei personaggi, mantenendo costante e viva l’attenzione del lettore, anche il più esigente. Particolarmente riuscita è la caratterizzazione dei personaggi, che non risultano mai semplici figure storiche cristallizzate, ma individui complessi, mossi da desideri, ambizioni e fragilità molto umane, sia i personaggi positivi che gli antagonisti.

In definitiva, L’inglese di Tiziano è un romanzo sontuoso e molto ben scritto che unisce intrigo, storia e introspezione psicologica ed è proprio la ricchezza di dettagli e di riferimenti ad arricchire la trama già cadenzata per ritmo e suspence. Con eleganza l’autrice spazia tra arte, diplomazia e intrighi del Rinascimento europeo confermando la sua grande abilità di muoversi tra epoche e coniugare il rigore documentario dello storico con una narrazione coinvolgente e un pizzico raffinato di sensualità, del vero narratore di razza.   

La figura di Templeton poi, sospesa tra lealtà politica e conflitto interiore, incarna perfettamente il tema centrale dell’opera: l’ambiguità delle identità in un’epoca in cui sopravvivere significava spesso saper indossare più maschere. Il romanzo funziona davvero quando l’arte smette di essere sfondo e diventa rivelazione, trasformando il ritratto di Tiziano nel cuore stesso dell’identità narrativa e io condivido l’intuizione dell’autrice.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo varie esperienze lavorative dal 2003 si dedica alla scrittura. Ha viaggiato molto e ha trascorso la sua vita sia in Italia che all’estero.
Ha scritto romanzi, gialli, gialli storici con Corbaccio (tra cui L’uomo dagli occhi glauchi ora ripubblicato da AltreVoci con il titolo L’Inglese di Tiziano), TEA, Todaro e AliRibelli, e racconti per antologie e racconti lunghi pubblicati in e-book con Milano Nera e Delos Digital. Ha vinto diversi premi, tra cui il Premio alla carriera al IX Premio Europa nel 2012 e il premio della critica al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” di Seravvezza nel 2015 per La sentinella del papa. Nel 2022 si classifica seconda al Liberi di Scrivere Award con Il segreto del calice fiammingo e nel 2025 vince il Premio Selezione IusArteLibri e Festival 2025 per la sezione “Storie Nobili e Nobiliari”.
È collaboratore editoriale di Writers Magazine Italia, Milano Nera, Contorni di noir, Libro guerriero e Liberi di Scrivere, e coordinatore e conduttore per il Festival del Giallo di Pistoia. Tiene conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo. Conduce workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

:: Come monetizzare un blog: strategie concrete e qualche riflessione personale

18 febbraio 2026

Premesso che non sono un’esperta, ci sono tanti tutorial in giro per la rete molto più tecnici, cercherò di fare il punto della situazione e imparare con voi. Aprire un blog è facile: ci vogliono pochi passaggi e sei subito online. Alcune piattaforme prevedono di defaul la monetizzazione, io parlerò della mia esperienza, WordPress, e in parte Patreon che permette di dare contenuti in esclusiva ad alcuni lettori. Non mi viene in mente il nome di quello che va per la maggiore per diffondere contenuti culturali (Substack, ecco il nome) ma ce ne sono altri oltre Patreon, anche Ko-fi molto ben usato da Alessandro Girola per diffondere i suoi podcast e i suoi testi. Che tu stia scrivendo di lifestyle, business, libri, scrittura, editoria, tecnologia o viaggi, monetizzare è possibile — ma non avviene per caso.

La Pubblicità è il metodo più diffuso e conosciuto, quello che ti da una rendita passiva monetizzando le visite o al più i click. La forma più immediata di monetizzazione è inserire annunci pubblicitari. Ma, io odio i banner pubblicitari, mi danno proprio fastidio, specie se non sei tu a scegliere i banner. Anche Wikipedia sta attivando una campagna per chiedere donazioni spontanee ai suoi utenti per non mettere pubblicità e paywall. Comunque Google AdSense permette di mostrare annunci automatici sul tuo blog e guadagnare in base a clic o visualizzazioni. Molto facile da attivare, con il piano Premium di WordPress è quasi automatico, e non contempla nessun prodotto da creare. Ma prevede traffico alto, (è una buona soluzione se superi almeno 10.000 visite mensili) e guadagni inizialmente bassi. Con il rischio che alcuni lettori trovino i banner e non tornino più. E poi le visite sono una conseguenza automatica se fai un buon lavoro, ma non ha senso rincorrerle. Insomma se lavori bene le visite arrivano naturalmente. Meglio che con pubblicità su Facebook, o altro.

L’affiliate marketing è un altro metodo molto in voga, che uso anche io, e non monetizza le recensioni ma la tua credibilità, se il libro che promuovi è veramente buono, puoi fidelizzare il lettore, se no lo perdi per sempre. Amazon Assoziates è il più in voga ma io uso anche Libreria Universitaria. Il programma Amazon è il più utilizzato. Esempio: scrivi un articolo sui “migliori libri di crescita personale” e inserisci link affiliati ai prodotti consigliati. Non devi gestire spedizioni o clienti e guadagni proporzionalmente alla fiducia del tuo pubblico. Ma le commissioni sono molto, molto basse, pochi centesimi.

Collaborazioni e post sponsorizzati arrivano quando il blog cresce, anche se ai blogger i Brand preferiscono gli influencer che smuovono mille mila follower. Esempi: recensini prodotto, articoli con citazione del brand, newsletter sponsorizzate. Qui il guadagno non dipende dalle visite ma dal tuo posizionamento nel mercato. Nelle nicchie specifiche (finanza, beauty, tech) i compensi possono essere molto interessanti.

Vendita di prodotti digitali è il modello più redditizio nel lungo periodo. Puoi vendere ebook, template, guide pratiche, corsi online, Membership. Chi costruisce un’audience fedele può usare piattaforme come Shopify o Gumroad per vendere direttamente. Qui il blog diventa un vero asset imprenditoriale.

Piattaforme Video e Live Streaming: YouTube: Tramite il Programma Partner (AdSense, abbonamenti al canale, Super Chat), è una delle piattaforme più potenti per la divulgazione culturale video. Twitch: Utilizzato per dirette, visite guidate virtuali, interviste o approfondimenti culturali dal vivo.

Piattaforme Digitali e di Nicchia (Made in Italy): ITsART: Nata per lo streaming di spettacoli, arte, teatro e documentari culturali italiani. amuseapp: Una nuova piattaforma italiana che si concentra sull’uso dell’AI e contenuti culturali nei luoghi di culto e cultura. Gumroad: Ottimo per vendere direttamente prodotti digitali (e-book, guide, pdf, piccoli documentari).

Servizi e consulenze: se il tuo blog dimostra competenza in un settore, puoi offrire: coaching, consulenze, servizi freelance, workshop. Molti professionisti usano il blog come strumento di personal branding per attrarre clienti qualificati.

Membership e community private: Creare contenuti premium accessibili solo tramite abbonamento mensile. Piattaforme come Patreon permettono di offrire contenuti esclusivi ai membri.

Crowdfunding/Donazioni: Sostegno libero da parte della community (Ko-fi).

Monetizzare un blog dunque è possibile. Non fatevi scoraggiare. Ma non è magia, è metodo.

Il punto non è “come faccio a guadagnare?”, ma: “Come posso diventare così utile che le persone siano felici di pagarmi?”

Spero di esservi stata utile, alla prossima Shan::

:: Indagine su Cézanne, Charles-Ferdinand Ramuz (Oligo editore 2025) A cura di Viviana Filippini

15 dicembre 2025

Charles-Ferdinand Ramuz poeta e scrittore svizzero, è stato tra i più significativi intellettuali svizzeri della prima metà del Novecento. Qui lo conosciamo attraverso le sue parole nel libro “Indagine su Cézanne” edito, da Oligo editore. Il testo, a cura di Marino Magliani e tradotto da Sandro Ricaldone e Marino Magliani, comprende due brevi saggi editi per la prima volta in Italia: “L’esempio di Cezanne”, risalente al 1914 e comparso sulla rivista “Cahiers vaudois” da Ramuz fondata,  e l’altro “Cézanne il precursore”, frutto di una conferenza del 1915/16, ma uscito postumo nel 1948. Al centro degli scritti l’interesse da parte dell’autore  per l’arte e per la figura del pittore francese Paul Cézanne. Ricordiamo che Ramuz ebbe modo di conoscere la società e la cultura francesi, perché visse a Parigi tra il 1902 e il 1914. Il libro è composto da due saggi, ma leggendoli si ha come la netta sensazione di essere al fianco dello scrittore nato in Svizzera e di muoversi con lui sulle tracce del pittore francese. Quello che emerge è una profonda attenzione e cura rivolta al paesaggio il quale non solo viene presentato come luoghi dove muoversi, ma viene preposto in ogni suo elemento che va dalle forme, ai colori, alle geometrie che si nascondono sotto la superficie, per arrivare anche ad immaginare i profumi e gli odori. I due testi sono un vero e proprio pellegrinaggio sulle orme del pittore Post-impressionista nato ad Aix-en-Provence. Certo è che Ramuz porta chi legge dentro al mondo di Cézanne, a quel suo lavorare solitario che gli ha permesso di cogliere con il colore e la sua pittura l’essenza e le forme pure che stanno alla base di ogni cosa della quotidianità. Un percezione frutto di una ricerca artistica personale che comunque, se si riflette bene, ha rivoluzionato in modo completo la percezione  umana e dell’arte del Novecento. Il testo comprende anche delle tavole con opere a pastello, acquerello e disegni di Cézanne.

Charles-Ferdinand Ramuz (Losana 1878 – Pully 1947) è stato uno scrittore svizzero di lingua francese. Figlio di un modesto commerciante, si laureò in lettere classiche a Losanna e nel 1902 si trasferì a Parigi, dove rimase fino al 1914. Esordì con i versi d’ispirazione simbolista del “Piccolo villaggio” (Petit village, 1903) e con il romanzo realista “Aline” (1904). Rientrato in Svizzera all’inizio della guerra, insieme con altri fondò i «Cahiers Vaudois». Amico di Stravinskij compose il libretto “Storia del soldato” (Histoire du soldat, 1918). (Biografia fonte web).

Source: inviato da ufficio stampa 1A comunicazione.

:: Profumi di Daniela Barone

14 dicembre 2025

Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente. Non c’è modo di opporvisi.’

Patrick Süskind

Il primo ricordo olfattivo è quello dei salumi e delle grosse provole di una botteghina di San Giovanni Rotondo vicino al Santuario di Padre Pio. Non avevo ancora compiuto tre anni ma l’urgenza del lungo viaggio fu dettata dalla malattia della mamma che vedeva nel frate la soluzione ai suoi problemi. In realtà le  fobie di mia madre avrebbero necessitato piuttosto di uno psichiatra ma papà aveva voluto accontentarla.  Quel viaggio si rivelò un fiasco: il fraticello con le stigmate fu duro con lei al punto di cacciarla dal confessionale, apprendendo che lei non partecipava mai alla messa domenicale per la sua salute cagionevole.

   Un altro odore vivido nella mia memoria è legato ai detersivi usati dalla mamma per pulire i pavimenti, in particolare quello penetrante dell’ammoniaca. A nulla servivano le mie rimostranze: per lei era un’azione imprescindibile usare quei detergenti che mi costringevano a trovare riparo nella mia stanzetta.

   Che dire però del profumo inebriante dei petali di rosa a maggio, quando lei comprava da una contadina quei fiori per farne uno sciroppo denso e soave? La casa era pervasa da quell’odore dolciastro ma soprattutto dalle sue chiacchiere allegre: non era facile rendere contenta la mamma, sempre assorta in chissà quali pensieri, talvolta addirittura incupita. Anche papà era coinvolto nelle operazioni di selezione dei petali e di bollitura del liquido rosa che gorgogliava nelle pentole: una vera festa per le orecchie e le narici.

   Della mia infanzia ricordo anche l’odore del sapone di Marsiglia che la bisnonna Giuditta adoperava per lavare montagne di bucato a casa nostra. Veniva da noi per dare  una mano alla mamma, perennemente e misteriosamente ammalata. Per tenermi occupata era sufficiente darmi una pezza o un fazzolettino che io insaponavo con energia nel tentativo d’imitarla, in piedi sopra uno sgabellino traballante che mi permetteva di arrivare al grande lavello di marmo.

   Il profumo che più mi ricorda mia madre  resta però quello del ragù domenicale. Ancora nel dormiveglia percepivo il buon odore del sugo che preparava diligentemente in pentole rigorosamente di terracotta. Non si staccava mai dai fornelli e disapprovava le vicine che, casalinghe come lei, si distraevano talvolta con altre faccende facendo attaccare i pezzetti di carne  al fondo delle pignatte.

   Quando ero ammalata, la mamma mi preparava un delizioso purè di patate che emanava l’odore del burro mescolato in abbondanza al composto. Ancora oggi, quando sono indisposta o malinconica, amo prepararmi questo cibo perché mi fa sentire  coccolata.

   A volte mi domando quali profumi evocherò ai miei figli e ai nipotini quando non sarò più con loro. Sicuramente  si ricorderanno del buon odore del mio pesto ma non riuscirò mai a competere con mia madre, maestra di ragù, frittelle di fiori di zucca e polpettoni.

   Pur trascurando la sua persona, forse per un voto, la mamma non sapeva però resistere alle eau de parfum: qualunque fragranza la conquistava, purché fresca e leggera; se ne metteva in gran quantità, incurante dei rimbrotti di papà. A me piaceva vederla contenta come una bambina, tanto rari erano i momenti gioiosi nella sua vita.

  Rimane poi impresso nella mia memoria l’odore penetrante del detergente che usavo per lavare Francesco, il mio primogenito. Che gioia è tuttora legata al ricordo dei primi bagnetti impacciati nel lavabo del bagno a poche settimane dalla sua nascita!

Le estati trascorse nella casa di montagna con i tre figli piccoli mi fanno tornare alla mente il profumo dell’erba appena tagliata, l’odore del letame delle mucche condotte ogni mattina al pascolo e quello dell’acqua un po’ stagnante delle vasche delle trote pescate con gran divertimento. A volte un pastore passava da casa nostra con un cestello di latte appena munto che facevo bollire per i miei bambini. Quest’odore  mi ricorda il latte che bevevo a colazione alle elementari e i dolori alla pancia che inevitabilmente mi affliggevano. Inutile far notare alla mamma che non digerivo questa bevanda: per lei era l’unico alimento che si poteva dare ad una figlia per colazione, punto e basta. 

   Nuove esperienze olfattive segnarono gli anni della maturità e il secondo matrimonio con Dave.  Lui era curiosamente uno chef, o almeno lo era stato quando viveva in Canada, e se ne faceva un gran vanto. Di lui i miei figli ricordano ogni tanto il profumo dei panzerotti domenicali ma null’altro: quasi nessun cibo potè allietare i nostri pasti, appesanti dai suoi grevi silenzi, o peggio ancora, dalle sue sfuriate.

   Dopo la morte della mamma papà venne a vivere da me. Malandato nei suoi novant’anni, invase la mia tranquilla vita di donna oramai sola con i miasmi dei suoi pannoloni. Non bastavano deodoranti, né finestre spalancate anche in pieno inverno, a dissipare quel fetore. Povero papà. Oggi in me prevale però il ricordo del profumo del suo dopobarba, quando negli suoi ultimi giorni lo radevo e cospargevo il suo viso emaciato di quella lozione odorosa e lenitiva.

   Mi piace infine ricordare l’ondata di profumi di spezie mai conosciute che mi accolse al mio arrivo in India lo scorso anno. La guida locale mi cinse di una corona aulente di fiori gialli, rossi e arancioni; percepii poi l’odore di cardamomo, cannella, vaniglia, e di chissà quali altri aromi indecifrabili. Fu un’esperienza intensa anche sentire gli effluvi vagamente sgradevoli emanati da elefanti e scimmiette onnipresenti e forse, da centinaia di indiani nel brulicare del traffico caotico di Delhi. Davanti al Taj Mahal odorai tanti fiori rigogliosi e immaginai l’imperatore Shah Jahan mentre deponeva delicati boccioli sulla tomba dell’amatissima sposa. I fiori sono soprattutto consolazione per noi viventi che amiamo portarli al cimitero dai nostri cari. Io metto spesso tulipani gialli sul loculo della  mamma, sapendo quanto amasse quel colore. Saranno gialli anche i pochi fiori che vorrò al mio funerale: gialli come la stanzetta di Van Gogh, come il mio piccolo sofà, come il sole sghembo che disegnavo nei quaderni di prima elementare.

:: Mistero al profumo di cannella, i segreti di Cinnamon Falls di R.L. Killmore (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

11 ottobre 2025

Tra le colline avvolte dal profumo di cannella e foglie dorate, Cinnamon Falls si presenta come un  rifugio ideale per chi fugge dal dolore, ma anche come il luogo dove i segreti, come la nebbia del mattino, non si diradano mai del tutto. Dopo una rottura umiliante, un grande amore costruito solo su una menzogna, Nia torna nella sua cittadina natale con il cuore in frantumi e l’intenzione di ritrovare un po’ di pace tra i sorrisi familiari e la gelateria di famiglia, frequentatissima e cuore pulsante della comunità. Ma la tranquillità autunnale che spera di trovare si incrina presto: un atroce delitto sconvolge la quiete della Festa d’Autunno e costringe la protagonista a fare i conti non solo con il presente, ma anche con un passato che credeva di avere sepolto.
L’autrice costruisce un’ambientazione calda e accogliente, quasi cinematografica, che ricorda le atmosfere delle serie britanniche di gialli “leggeri” o le cittadine perfette dei film Hallmark. Ogni dettaglio, il fumo che sale dalle tazze di sidro caldo, le zucche intagliate, i vicoli profumati di burro e spezie,  restituisce una sensazione di intimità domestica, di quella provincia americana dove tutti si conoscono, ma nessuno sa davvero tutto di nessuno. È proprio in questo microcosmo, apparentemente sereno, che si insinua l’ombra del mistero: un corpo ritrovato nella tavola calda di Rosie, la madre della migliore amica di Nia, morta anni prima in circostanze tragiche, e un messaggio inquietante che lascia presagire nuovi delitti.
Nia, fragile e impulsiva, ma guidata da una forza interiore che la spinge a non voltarsi dall’altra parte, si ritrova suo malgrado coinvolta nelle indagini. Non è un’investigatrice nata, e la sua curiosità troppo spesso sconfina nell’imprudenza: si muove in bilico tra coraggio e incoscienza, tra il desiderio di capire e la necessità di espiare sensi di colpa antichi. Al suo fianco ritroviamo Jesse, ex fidanzato del liceo e ora poliziotto escluso personalmente dall’inchiesta sul caso perché vecchio amico della vittima. Alto, tenebroso, segnato da un passato irrisolto, Jesse incarna la classica figura del “buono ferito”, diviso tra dovere e sentimento. Il loro rapporto è una danza di esitazioni e ricordi, fatta di battute non dette e di sguardi che parlano più delle parole: un legame sospeso tra nostalgia e un futuro forse ancora possibile.
Accanto a loro si muove una vasta galleria di personaggi secondari che contribuisce a rendere Cinnamon Falls viva e pulsante: l’amica eccentrica dai capelli viola, presenza ironica e leale; i vicini curiosi e affettuosi; i clienti abituali della gelateria, testimoni involontari di un dramma che si insinua nella quotidianità. Persino Midnight, il viziato gatto nero della famiglia di  Nia, sembra parte integrante del racconto, quasi un simbolo silenzioso della curiosità e della capacità di sopravvivere all’inquietudine.
Il ritmo narrativo alterna momenti di tensione a pause di dolcezza domestica: mentre l’indagine procede tra false piste e colpi di scena, l’autrice dosa con equilibrio mistero e romanticismo, evitando di far prevalere l’uno sull’altro. Il giallo, pur con qualche prevedibilità di troppo, mantiene viva l’attenzione con piccoli dettagli ben disseminati e un’atmosfera coerente che unisce brivido e conforto. L’elemento romantico, aggiunge calore e umanità a una vicenda che parla, in fondo, di nuove possibilità non solo in amore, ma nella vita.
La colorata Festa d’Autunno, con  la sua allegria di superficie, diventa il perfetto contrappunto simbolico al dolore e al mistero che serpeggiano sotto un’apparente calma con  la celebrazione della rinascita, della fine che prelude a un nuovo inizio. E in questo senso Nia rappresenta la città stessa, ferita, ma capace di riscoprire la propria forza.
Un mistero autunnale dal sapore di spezie e malinconia, dove il delitto serve da pretesto per esplorare i legami, le ferite e le nostalgie che uniscono una piccola comunità. Un romanzo che si legge con piacere, magari con una coperta sulle ginocchia e una tazza fumante accanto, lasciandosi avvolgere da un’atmosfera in cui ogni pagina profuma di cannella, amicizia e seconde occasioni.

Tradotto da Laura Mastroddi.

R.L. Killmore è lo pseudonimo dell’autrice statunitense Necole Ryse. Necole scrive da quando aveva quattro anni, quando incise trionfalmente l’alfabeto sul cofano della nuova Volvo della nonna. Quando non batte furiosamente i tasti del suo PC riempiendo fogli Word, piange su una pila di manoscritti incompiuti, abbandona serrati regimi di esercizio fisico autoimposti, rimprovera bambini innocenti nelle biblioteche o ascolta le conversazioni degli altri. Mistero al profumo di cannella. I segreti di Cinnamon Falls è il primo romanzo pubblicato dalla Newton Compton.