Posts Tagged ‘Iperborea’

:: Fiabe svedesi, Bruno Berni (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

13 novembre 2017
fiabe svedesi

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“Fiabe svedesi” è l’ultimo volume uscito per Iperborea che raccoglie le fiabe della tradizione nordica. In questo testo, curato da Bruno Berni si alternano vicende fantastiche nelle quali si incontrano diversi personaggi alla prese con sfide e prove da affrontare, per dare un nuovo corso al proprio destino e a quello del mondo dove vivono. Tanti sono i personaggi che si alternano nel libro, sono creature letterarie coinvolte in avventure nelle quali spesso e volentieri sono chiamati a confrontarsi con esseri appartenenti al mondo della fantasia. Tra i protagonisti ci sono ragazzi che fanno a gara con misteriosi giganti per vedere chi mangia di più. Accanto a loro, incontriamo principi- come Hatt- costretti a vivere al buio e a uscire solo dopo il tramonto, affinché nessuno li veda. Non mancano poi principesse trasformate in topoline da inspiegabili sortilegi e gelosie. Queste vicende si alternano alle avventure di umili contadini in lotta contro mostruosi giganti e draghi, oppure in cammino in boschi rigogliosi di una natura nordica nella quale si nascondono misteriose creature. Tra di esse ci sono troll che gelosamente custodiscono tesori, animali pronti a dare aiuto a chi ne ha davvero bisogno, lucci, rane e anche altre animali parlanti. Ognuna delle fiabe svedesi qui presenti è stata tratta da “Svenska folk-sagor ock äfventyr” (Fiabe e leggende popolari svedesi) di Gunnar Olof Hyltén e George Stephens, due amici che lavorarono assieme per la pubblicazione di una raccolta, uscita a Stoccolma nel 1844 e nel1849, diventata il punto di partenza per lo studio deli racconti della tradizione svedese. La “Fiabe svedesi” sono un’importante risorsa che aiuta il lettore contemporaneo a conoscere il patrimonio narrativo del Paese del Nord Europa, scovando paesaggi fatti da una vegetazione ben diversa da quella mediterranea, usi e costumi differenti da quelli del Sud dell’Europa e, allo steso tempo, personaggi fiabeschi che ritornano nella nostra memoria durante la lettura – vedi il richiamo a il Gatto con gli stivali o la Principessa sul pisello) raccolti dai fratelli Grimm, da Hans Christian Andersen, da Perrault, Basile. Nelle “Fiabe svedesi”, curate da Bruno Berni, riecheggiano i personaggi fiabeschi della tradizione, variati a seconda delle esigenze della cultura nordica, a dimostrazione di come nella tradizione narrativa orale esistano dei modelli (degli archetipi potremmo definirli) che ritornano in modo costane e continuo, presentati con forma diversa. Le “Fiabe svedesi”, vanno ad unirsi agli altri tre volumi dedicati alle fiabe nordiche pubblicati da Iperborea: “Fiabe Lapponi” (2014), “Fiabe Danesi” (2015), “Fiabe Islandesi” (2016). Volumi da leggere anche da adulti per ritrovare la spensieratezza magica di un tempo. Curatore e traduzione dallo svedese: Bruno Berni.

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Ha insegnato letteratura danese alle università di Urbino e Pisa. Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di studi Germanici, dove è ricercatore. Ha scritto saggi e volumi sulle letterature nordiche e pubblicato diverse traduzioni di autori scandinavi: Andersen, Karen Blixen, Ludvig Holberg, August Strindberg e Peter Høeg. Lavori che gli hanno permesso di ottenere il premio Hans Chritsina Andersen nel 2004, il Dansk Oversaetterpris nel 2009, il Premio Nazionale per la Traduzione del 2013 del ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvio dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jón R. Hjálmarsson (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2017
strade d' Islanda

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L’Islanda sta lassù verso il Polo nord. L’Islanda è sì una terra lontana e ancora un po’ troppo sconosciuta, ma molto affascinante. Per saperne di più vi consiglio la lettura de “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson, edito da Iperborea. Il curatore, esperto in cultura e storia islandese, ci porta a compiere un viaggio fisico e mentale lungo la statale n. 1, una delle principali vie di comunicazione della terra nordica dislocata nell’oceano Atlantico. Lungo la via ci sono una serie di località nelle quali il lettore potrà conoscere le diverse e tante storie popolari che animano la cultura e la tradizione del popolo islandese. Questo libro è la testimonianza di quanto siano numerose le leggende e i miti che la popolazione dell’isola si è tramandata nel corso dei secoli e che, ancora oggi, tali narrazioni sono molto vive nell’immaginario popolare. Non a caso addentrandoci nelle pagine di storie narrate (ideali da leggere davanti al camino con copertina di lana e un tè caldo) si scoprono storie di creature più o meno mostruose dalle quali, in molti casi, hanno preso i nomi alcune delle cittadine presenti nell’isola. Per rendere ancora più coinvolgente la scoperte di queste storie, il testo è corredato da apposite mappe e illustrazioni di Felix Petruska con raffigurate – a seconda della zona dell’isola dove ci si sposta- le misteriose creature che in quei posti presero forma. Ed ecco allora la storia di Testarossa, la crudele balena del Havlafiördur, o ancora le vicende sul serpente del lago Lagarfljótm, sullo spettro marino di Hvammnsnúpur, alternate alla leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi o a quella del contadino di Grímsey e l’orsa polare. Il volumetto curato da Hjalmarsson è un vero e proprio muoversi tra elfi, troll, stregoni, spettri, banditi ed eroi che, nel corso dei secoli, sono andati a formare il background tradizionale, popolare e folcloristico islandese. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è un libro interessante, una sorta di guida di viaggio alternativa e innovativa, perché permette a chi legge di muoversi nell’immaginazione popolare islandese alla scoperta di una cultura diversa dalla nostra. Allo stesso tempo, il testo pubblicato da Iperborea, aiuta il lettore a scoprire le caratteristiche dell’ambiente, degli usi e dei costumi diffusi in Islanda. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è caratterizzato da un’atmosfera di magia, nella quale il sacro e il profano si mescolano alla perfezione, dimostrando lo stato di impotenza e mancanza di spiegazioni del genere umano davanti ai misteri della vita e della grandiosa forza della natura. Traduzione Silvia Cosimini.

Jón R. Hjálmarsson, nato nel 1922, dopo gli studi in Storia all’Università di Oslo, è stato preside nelle scuole di Skógar e Selfoss e direttore didattico della circoscrizione dell’Islanda meridionale. Nel 1983 è stato insignito della croce dell’Ordine del Falcone islandese. Dall’approfondimento della storia e della cultura del proprio paese è nato il progetto di questo libro.

Scheda libro:

Prezzo: € 16, 00 (su Libreria Universitaria € 13, 60)
Ebook: non disponibile
Pagine: 225
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: libro inviato all’editore al recensore. Grazie a Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa.

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:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017
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Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

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:: L’oratorio di Natale, Göran Tunström (Iperborea, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

14 febbraio 2017
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“Un mese di giugno, all’inizio degli anni Trenta, Solveig Nordensson è nel cortile di ghiaia davanti alla sua fattoria, nel Varmland, i piedi appoggiati ai pedali della bicicletta nuova che le ha regalato Aron, come appena innamorata, calda di felicità, le mani sul manubrio scintillante. Sta per andare a Sunne a parlare con il cantore Jancke del concerto d’autunno che finalmente, dopo dieci anni di preparativi, avrà luogo.
Dice a Sidner: «Mi devo essere dimenticata di spegnere il giradischi.»
Poi gli scompiglia i capelli, accarezza Eva-Liisa sulla guancia e guarda il lago e le lunghe ombre del pomeriggio sui campi.
«Lo spengo io mamma,» risponde Sidner ma, come avrebbe poi aggiunto molte volte: «Non lo feci.» Tutti e tre restano per un po’ in ascolto verso la finestra aperta, all’interno la puntina danza i suoi canti giubilo…

Lasset das Zagen, verbannet die Klage,
Stimmet voll Jauchzen und Fröhlichkeit an!
Dienet dem Höchsten mit herrlichen Chören,
Lasst uns den Namen des Herrschers verehren!

Ecco che come già tante altre volte si fa silenzio nel loro intimo, si sentono vicini, avvolti dalla musica di Natale di Bach.
«Prima però devi spingermi, Sidner.»
E lu iappoggia le mani sul portapacchi, punta i piedi nudi nella ghiaia e le dà una spinta. Solveig si siede sulla sella e si lascia trasportare dalla discesa, i raggi cantano, sabbia esasolini schizzano via e lei si riempie i polmoni di tuta l’estate che le viene incontro dagli alberi e dai fossi, respira i profumi delle regine dei prati, delle presuole gialle e delle margherite, e Sidner corre dall’altra parte della fattoria, si affaccia alla parete scoscesa, proprio sopra la curva e grida «Ciao…»” (1).

A Sunne, nel Varmland, un concerto vero e proprio, di quelli che si tengono nelle grandi città, non c’è mai stato. No, a Sunne c’è solo un piccolo coro senza pretese, e da anni ormai il direttore, il cantore Jancke, ha detto addio alle sue grandi ambizioni. Ma poi arriva Solveig, che ha vissuto in America e che è tornata piena di allegria, di gioia e di passione; Solveig che è forse l’unica al mondo in grado di convincere tutti – cantore e musicisti, a impegnarsi per ben 10 anni nella preparazione dell’“Oratorio di Natale” di Bach. Ma, per via di un tragico incidente, il concerto tanto atteso non si terrà. Non come previsto, comunque: a condurlo, mezzo secolo dopo quell’autunno degli anni trenta, ci penserà Victor Nordensson, nipote di Solveig e musicista di fama internazionale…
Partendo da un evento tragico, che fornisce l’abbrivio alla vicenda, ma in un certo senso ne indica anche l’unico approdo possibile, Tunström costruisce una saga di famiglia dall’andamento circolare che, spaziando tra Svezia, America e Nuova Zelanda(2) e dialogando con la grande letteratura del Novecento(3), si dipana lungo un arco di cinquant’anni in un vitalistico proliferare di storie grandi e piccole, portate avanti attraverso un incredibile campionario di punti di vista, di voci, di scelte verbali e narrative(4). E forse è anche grazie a questa sua varietà, a questa sua freschezza tecnica che, pur nascendo da una riflessione sul dolore, sulla perdita, e sui suoi effetti sulla vita di chi resta, L’oratorio di Natale non risulta né cupo né doloroso, ma si legge come un romanzo vivo e pieno di luce, tutto pervaso da un’inspiegabile (ma a ben vedere giustificata) leggerezza.
L’oratorio di Natale di Göran Tunström, che vi segnaliamo con colpevole ritardo ma non senza convinzione come una delle uscite più interessanti del 2016, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nella splendida traduzione di Fulvio Ferrari.

Göran Tunström (1937-2000), è stato uno dei romanzieri svedesi più innovativi di fine secolo. La sua sensualità e l’estro visionario e fantastico sono espressi pienamente nel capolavoro L’Oratorio di Natale, con il quale ha raggiunto il successo. Lettera dal deserto è il suo settimo titolo pubblicato in Italia da Iperborea.

Source:  libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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(1)Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 23-24. Traduzione di Fulvio Ferrari.

(2)Ma il centro del racconto resta sempre Sunne; “è una limitazione che mi dà libertà”, ha infatti dichiarato l’autore (cfr. la breve ma illuminante postfazione di Ferrari, in Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 435-445), che nel ridotto microcosmo della sua città natale ha saputo costruire un intero universo narrativo.

(3)Ma non solo: tra le pagine di L’oratorio di Natale, oltre alle eco da Musil e da Mann -l’autore dei Buddenbrook, ma anche il Mann musicofilo e teorico del Doctor Faustus e di certi saggi d’estetica musicale- si leggono anche rimandi ad Hamsun, ombre di Goethe, reminiscenze di Rilke, per tacere dell’ambigua (doppia?) presenza della scrittrice Selma Lagerlöf, del ruolo svolto dalla Commedia di Dante, da Huckelberry Finn, dalla letteratura esoterica ecc.

(4)Dalla narrazione in prima persona con focalizzazione interna a quella in terza persona con focalizzazione zero, dal presente in uso nella parte relativa agli anni ’30 al passato remoto dell’incipit ambientato negli anni ’80 (come a voler riflettere non solo le voci, ma anche i vari modi di raccontarsi propri dei personaggi), dai modi da realismo magico al “semplice” resoconto, dall’inserto epistolare e diaristico all’uso diretto delle citazioni letterarie (penso, per esempio all’uso fatto dei testi di Dante e di Mark Twain) e musicali per far procedere l’intreccio ecc.

:: Grande come l’universo – storia di una famiglia, Jón Kalman Stefánsson (Iperborea, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

5 ottobre 2016
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Nelle pagine di “Grande come l’universo” Stefánsson ritorna a parlare di Ari, poeta ed editore islandese, e della sua famiglia, questa volta addentrandosi più a fondo nella psicologia dei protagonisti e garantendo spunti di riflessione più ampi. Come nel primo capitolo del dittico, “I pesci non hanno gambe”, il romanzo è ambientato in Islanda, terra di mare, di stelle e soprattutto di pesca.

Il sistema stellare ruota sopra l’Islanda, ma qui l’universo ruota intorna al pesce. (Pag. 74)

Una voce non identificabile, forse la sua stessa coscienza, racconta la storia di Ari in un romanzo che non segue una struttura lineare ma è costituito da sezioni alternate, un’altalena tra tempi e personaggi lontani e vicini, con l’unico obiettivo di raccontare la Vita. Ari possiede una straordinaria inclinazione verso l’arte e la poesia, ha in sé un seme che per generazioni è rimasto assopito in alcuni membri della sua stirpe e che solo in lui ha la possibilità di fiorire davvero. L’ex-poeta deve tornare a scrivere per curare, attraverso la parola, le ferite del suo passato, coinvolgendo fin dalle radici il suo albero genealogico. La decisione di Ari di cercare di cambiare le cose, può permettergli di calmare le acque familiari, il cui mare da anni è in tempesta, agitato da morte, dolore e incomprensioni.
Generazione dopo generazione l’Islanda resta, fredda, a guardare, seguendo le vicende di Ari e dei suoi parenti che sotto il cielo infinito trascinano le loro esistenze. Il romanzo stringe in un unico abbraccio tutte le loro sofferenze, le lacune affettive, il non detto e i rancori; bacia i loro amori sbriciolati, i sacrifici e le lacrime; accarezza le loro paure e le trasforma in coraggio.
Attraverso una prosa estremamente vicina ai versi, Stefánsson ci ricorda che soltanto al buio si vedono le stelle e che, quindi, se “il buio non riesce a spegnere ogni luce”, la speranza può essere regina del cuore umano ogni volta che è accompagnata dal perdono e dall’amore. In fondo, “non è mai troppo tardi finché si è ancora vivi”.
Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Jón Kalman Stefánsson: nato a Reykjavìk nel 1963, ex insegnante e bibliotecario, si è dedicato alla poesia e alla narrativa diventando una delle voci più importanti della letteratura nordica. Iperborea ha inoltre pubblicato la trilogia “Paradiso e inferno”, “La tristezza degli angeli” e “Il cuore dell’uomo”; mentre “I pesci non hanno gambe” è il capitolo che precede “Grande come l’universo”.

Source: acquisto personale in libreria.

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:: L’uomo dell’istante. Un romanzo su Søren Kierkegaard, Stig Dalager, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

8 giugno 2016
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Chi era davvero il filosofo Søren Kierkegaard? Prova a spiegarcelo Stig Dalager nel libro L’uomo dell’istante, pubblicato in Italia da Iperborea. Il testo è una biografia romanzata molto intensa nella quale lo scrittore riesce a farci percepire l’essenza fisica del grande pensatore danese. Perché dico l’essenza fisica? Per il semplice fatto che Dalager ci mostra un Kierkegaard fatto di un corpo materico, debilitato dal tormento del troppo pensare e dalla malattia. Siamo nel 1885, a Copenaghen, il filosofo ha 42 anni quando entra in ospedale perché è così ammalato e stanco di vivere, da aver deciso – in tutta autonomia – che è giunto il momento di porre fine alla sua vita di dolore (fisico e psicologico). Accanto a sé Kierkegaard non vuole nessuno. Accetta solo la presenza della signorina Fibiger, la quale lo accudisce e lo aiuta a compiere ogni singola azione: dal mangiare, al vestirsi, all’alzarsi per andare in bagno. In realtà la donna, a conseguenza del proprio passato di sofferenze e rinunce, è la sola a comprendere alla perfezione lo stato di disagio morale che attanaglia e tormenta il filosofo. Il romanzo è caratterizzato da un continuo alternarsi di flashback/sogni dai quali il lettore può comprendere cosa abbia scatenato la costante lotta interiore che spinse lo studioso ad attaccare anche la Chiesta istituzionale e non solo. Nei diversi frammenti del “tempo che fu”, che vanno a “visitare” Kierkegaard ci sono il padre dalla religiosità estrema e inflessibile che scatenò in Søren un perenne conflitto tra il senso del dovere e quello di colpa. Accanto a questa figura emergono le tante opere che il pensatore scrisse utilizzando diversi pseudonimi, identità fittizie che gli permisero di riflettere e pensare in modo completamente libero e di rispondere anche agli subìti per i propri difetti fisici. La vera costante del libro, o meglio, quello che potrebbe essere identificato con il leitmotive narrativo è senza ombra di dubbio la figura di Regine Olsen. Il grande e unico amore al quale Kierkegaard, uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo, rinunciò, con grande dolore e difficoltà, per dedicare tutta la propria esistenza allo studio e alla riflessione. Dalager, grazie ad uno studio accurato dei testi e dei diari del filosofo, riesce a costruire una narrazione che va oltre la dimensione del pensiero filosofico e poetico del pensatore danese, perché questo scritto ci porta alla scoperta del lato più intimo, privato e umano di un essere vivente del passato, diventato noto soprattutto per i propri testi. Dalle pagine di L’uomo del destino esce un Søren Kierkegaard umano, fatto di carne, di sentimenti e di tutte quelle contraddizioni che lo rendono, a nostri occhi di lettori e individui di oggi, un uomo colmo di fragilità ed emozioni simili alle nostre. Traduzione e postfazione di Ingrid Basso.

Stig Dalager (1952) è uno dei più noti scrittori danesi contemporanei. Specializzato in romanzi di ispirazione biografica (oltre a Kierkegaard, tra gli altri, Hans Christian Andersen e Marie Curie) i suoi lavori sono tradotti in oltre 20 paesi. Il lavoro di Dalager come romanziere e drammaturgo si concentra sulle condizioni esistenziali più profonde, su quella ricerca del sé più vero che accomuna le storie della gente comune con quelle dei personaggi entrati a far parte della Storia.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, Cees Nootboom, (Iperborea, 2016), a cura di Viviana Filippini

28 aprile 2016
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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Questo è uno degli insegnamenti di Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, scritto dall’olandese Cees Nooteboom e pubblicato in Italia da Iperborea. Il libro dello scrittore olandese è una sorta di lungo pellegrinaggio alla scoperta e al mantenimento vivo della memoria di poeti, scrittori e pensatori di diverse epoche storiche, attraverso la visita alle loro sepolture. Quello che Tumbas consente a noi lettori, è di esplorare attraverso l’esperienza personale dell’autore i luoghi di sepoltura delle personalità letterarie e culturali, narrate nelle pagine del libro. Le lapidi che lo scrittore incontra sul suo cammino non solo portano all’occhio di chi legge i dati anagrafici dell’intellettuale sepolto, ma le parole su di esse incise aiutano a conoscere lo scrittore defunto e un po’ di quello che fece in vita. Queste pietre sepolcrali sono come dei libri che Nooteboom “sfoglia”, per portarci a leggere e conoscere la tomba di Marcel Proust al Père Laschaise, o a camminare nella verde natura dell’isola di Samoa per visitare la tomba di R.L. Stevenson. Solitaria e raminga è la tomba di Italo Calvino, mentre quella di Leopardi è lì da secoli su una collinetta sopra Napoli. Tumbas parte dalle sepolture fisiche di questi uomini e donne di cultura, che l’autore stesso è andato a cercare, girando per il mondo. Ogni sepoltura, visitata e raccontata, trascina i lettori dentro gli universi intellettuali di persone che con il loro lavoro di penna, lettere e carta hanno influenzato e, in certi casi, cambiato la cultura e la società. Quello che emerge non è solo la scoperta dei luoghi, dove persone come Melville, Ezra Puond, Gregory Corso, Nabokov o Shelley e Keats sono sepolti. Il percorso compiuto da Cees Nooteboom è quello che permette a questi defunti letterati di rivivere non solo nei loro testi (poesie, romanzi, saggi scritti), ma anche nel ricordo di chi volendo, dopo la lettura del libro, potrebbe andare a rendere loro omaggio. L’autore non si limita a mostrarci e indicarci dove i sepolcri si trovano. No. Ogni tomba visitata scatena nello scrittore olandese pensieri, riflessioni e ed emozioni che ci fanno capire quanto importati sono stati per lui questi intellettuali. I corpi fisici dei tanti scrittori raggruppati nel libro di Nooteboom oggi non ci son più, ma la loro memoria rivive nelle loro eterne case di pietra e nelle opere che li hanno consacrati nella grande memoria del mondo. Tumbas di Cees Nooteboom è un libro che ci stuzzica ad andare a rileggere i testi dei vari scrittori protagonisti ma, allo stesso tempo, ci invita a mantenere viva la foscoliana corrispondenza di amorosi sensi con coloro che abbiamo amato o incontrato nel nostro cammino di vita. Intense e molto funzionali alla resa del libro e alla sua efficacia sono le foto fatte alle tombe da Simone Sassen. Traduzione Fulvio Ferrari.

Cees Nooteboom autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da Iperborea, Le volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola e Tumbas.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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