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Mamma è matta, papà è ubriaco, Fredrik Sjöberg (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2020

mamma_e_matta_altaOgni libro di Fredrik Sjöberg è una garanzia. Nel senso che cominci a leggerlo nella convinzione che conoscerai una storia e, come sempre, scopri più di una vita. Anche in “Mamma è matta, papà è ubriaco” l’entomologo svedese ci porta alla scoperta di una vita sconosciuta, o meglio, di un artista – Anton Dich- finito nel dimenticatoio. Il tutto parte da un quadro -il ritratto di due cugine- , nel quale l’autore si è imbattuto in un’asta danese e, da subito si scatena in lui l’attenzione per l’autore Anton Dich. Chi era, cosa fece, chi sposò, che rapporto aveva con le due ragazzine ritratte e perché nessuno si ricorda di lui? Nel nuovo libro pubblicato da Iperborea si cerca di ricostruire la vita di Dich. Punto di partenza sono i racconti di alcuni nipoti dell’artista. Storie che conducono Sjöeberg nei primi anni del 1900, nella vita di Eva Adler, moglie di Dich, e nella sua famiglia nella quale le donne ebbero grande spirito di iniziativa imprenditoriale, avendo spesso più successo dei mariti. Eva e Anton, già che amore quasi perfetto! Sì perché prima di Dich, Eva era sposata con un altro artista, tal Ivar Aresonius, che morì giovanissimo dopo aver fatto opere su opere molto apprezzate dal pubblico e dalla critica. Anton arrivò dopo e per tutta la sua vita e carriera, lo spettro del primo marito di Eva aleggiò su di lui. Il libro di Sjöberg è una vera e propria avventura che ci porta a Stoccolma, in Austria, in Germania, in Italia, sempre sulle tracce di Dich. La cosa che stupisce è che questo artista (patrigno di una delle ragazzine dipinte) riuscì, sembrerebbe, ad imbattersi in artisti come Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars, trovandosi al posto giusto, pure nel momento giusto, senza però riuscire ad avere mai il successo tanto desiderato. Dich era pure un uomo dal carattere complesso, molto autocritico, che non esitava ad esternare la sua insoddisfazione sulle sue stesse opere, da lui stesso prese di mira e, in diversi casi, distrutte. Conoscenti ne aveva Dich, una moglie che lo amava pure, ma il suo unico più grande amico -quello che poi complicava sempre le relazioni con gli altri- fu l’alcool. L’inseparabile bottiglia sarà anche quella che porterà Dich nella tomba, nel 1935, a Bordighera dove, ancora oggi, è sepolto. La tomba si deve cercare, e lo conferma anche l’autore, ma c’è. “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg si inserisce alla perfezione nella serie di libri da lui scritti e dedicati a quegli artisti, studiosi che ebbero un grande intuito ma che, per uno strano scherzo del destino, finirono nel dimenticatoio. Ricordiamo “L’arte di collezionare le mosche” (Iperborea 2015), con protagonista René Malaise, scienziato svedese, inventore della trappola per mosche.  “Il re dell’uvetta” (Iperborea, 2016), con protagonista Gustaf Eisen, zoologo, pittore, archeologo, fotografo, esperto di lombrichi divenuto un pioniere della coltivazione dell’uvetta in California. “L’arte della fuga” (Iperborea 2017) dedicato al pittore paesaggista Gunnar Widforss, sconosciuto in patria, ma osannato in America.  “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg è il viaggio nella Storia, in luoghi diversi e epoche lontane, alla ricerca degli indizi giusti per poter ricostruire una vita, quella del pittore Anton Dich, facendone degna memoria e restituendola ai lettori di oggi e del domani. Traduzione Andrea Berardini.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Dopo L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato da The Times «Nature Book of the Year», Iperborea ha pubblicato Il re dell’uvetta, L’arte della fuga, Perché ci ostiniamo e Mamma è matta, papà è ubriaco.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa Iperborea.

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

T. Singer di Dag Solstad (Iperborea, 2019) a cura di Viviana Filippini

14 febbraio 2020

singerT. Singer, protagonista del romanzo di Dag Solstad, edito da Iperborea è un aspirante scrittore e tale rimane. Singer ad un certo punto si rende conto che i suoi sogni, le sue aspirazioni resteranno nella sua fantasia. Il suo romanzo, letto, riletto, scritto, riscritto, corretto e non corretto, rimarrà lì, incompleto, come molto altro nella vita del protagonista. Per questo motivo T. Singer decide di dare un senso all’indefinito del suo vivere e si pone l’obiettivo di diventare bibliotecario a Telemark, un piccolo paesino sperduto in mezzo alle montagne. Singer, 34 anni, ha una casa, va a lavorare, torna a casa e torna dai libri. Una vita monotona poi, un giorno, come in un fiaba, incontra Merete, una bella ragazza con la quale inizia una relazione. Ad un certo punto T. Singer e Merete, più Isabella (la figlia dei lei), andranno a vivere assieme formando quella che per il protagonista è una famiglia. Singer comincia a fare delle cose che mai aveva fatto prima: lava, stira, cucina, e lo fa con impegno e diligenza. Il suo unico problema, che lo caratterizzerà per tutto il romanzo, è quella totale incapacità di esprimere in modo netto e chiaro ciò che pensa, i sentimenti che prova e, a tratti, anche ad assumersi responsabilità. Un atteggiamento che porterà Merete a prendere le distanze e a volersi allontanare in modo definitivo da Singer, ma il destino beffardo interverrà a complicare le cose. T. Singer si troverà  a fare il padre single di una “figlia” (Isabella) che nemmeno è la sua. Quello che emerge dal vivere (se così lo si può definire) dell’uomo qualunque di Solstad è un’esistenza fatta di ossessiva ripetitività, tale da rasentare un alto grado di disperazione, affrontato però con pacata ironia dal protagonista. Non è una cosa da poco, perché proprio T. Singer di Solstad ha un qualcosa che richiama da vicino lo Stoner del romanzo di John Williams, sì perché proprio come il professore creato dallo scrittore americano, il bibliotecario di Solstad è un uomo tranquillo (troppo), che vive la sua vita di ogni giorno, senza manifestare mai fino in fondo e a chi lo circonda,  i suoi sentimenti. Ci sono alcuni momenti nei quali T. Singer fa percepire le sue paure, le sue insicurezze, le sue ossessioni per il fallimento, ma non sono mai momenti condivisi con gli altri. Quello che tormenta Singer, lui se lo racconta in uno o più monologhi personali e in completa solitudine, perché è solo parlando con se stesso che Singer tira fuori ogni suo tormento e preoccupazione. Altro tratto comune del bibliotecario con Stoner di Williams, è l’immensa solitudine, sempre presente, prima, durante e dopo la relazione con la moglie Merete. Il suo essere animo solitario è qualcosa di straziante e allo stesso tempo comico, nel senso che in certi momenti si ride e si partecipa alla goffaggine del protagonista, che in improvvisi slanci di entusiasmo prende l’iniziativa per fare, ma non sempre i risultati sono quelli sperati. In altri frangenti letterari si percepiscono il tormento e la disperazione nell’animo di Singer. Dag Solstad ha una scrittura travolgente, ipnotica, che ti porta dentro alla vita di T. Singer, un uomo che sta con gli altri, me che è – o forse vuole essere- profondamente solitario e, in quella ripetitiva solitudine esistenziale, dove per certi momenti anche il lettore rivede se stesso, il bibliotecario ci sguazza a meraviglia. Traduzione Maria Valeria D’Avino.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen e Romanzo 11, libro 18.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea e a Francesca Gerosa.

Fiabe norvegesi, a cura di Bruno Berni (Iperborea 2019) A cura di Viviana Filippini

24 novembre 2019

20190925151600_314_cover_altaLe fiabe nordiche sono una delle cellule della casa editrice Iperborea, grazie alla quale noi lettori italiani abbiamo la possibilità di addentrarci dentro il fascino che caratterizza la letteratura e la cultura dei Paesi del Nord Europa. Di recente è uscito, a cura di Bruno Berni, il tomo “Fiabe Norvegesi”, il sesto della serie dedicata alle fiabe nordiche. La raccolta ha per protagoniste narrazioni di origine antica, nelle quali gli esseri umani si muovono al fianco di creature come i troll, gli orchi e, perché no, anche animali  parlanti che non solo aiutano i protagonisti, ma nascondono, in certi casi, la loro vera natura sotto la veste animalesca. Da subito si è catapultati in un mondo misterioso, un po’ fantastico, munito di elementi con richiamo netto e preciso alla realtà. Nelle fiabe ci sono giganti che celano il cuore e solo chi avrà il giusto animo gentile e arguto riuscirà a trovarlo. Ci sono fratelli maggiori cha maltrattano e ingannano i minori, i quali si trovano coinvolti in mirabolanti avventure per ottenere, si spera, il giusto riscatto. Ci sono giovani principesse promesse in spose a principi meschini, imbroglioni e umili contadini dall’intelligenza acuta. Pagina dopo pagina, ci si addentra in un mondo quotidiano, nel quale, accanto alla presenza umana non mancano creature fantastiche e animali parlanti o elementi del mondo naturale (piante e fiori) che stupiscono il lettore con i loro poteri e improvvisi colpi di scena. Come per i volumi precedenti dedicati alle fiabe, anche in questo con al centro quelle norvegesi, c’è un’interessante postfazione che permette ai lettori di avere informazioni sulle fiabe presenti nel patrimonio folklorico norvegese. Per esempio si scopre che i testi, per abitudine trasmessi oralmente, vennero raccolti e scritti per la prima volta nell’Ottocento, da Asbjørnsen e Moe. La trascrizione fu importante, poiché permise a queste storie raccontate per un tempo incalcolabile a voce, di essere fissate in una forma precisa. Ciò che affascina, leggendo le fiabe norvegesi è che in esse ci sono elementi  noti, perché se andiamo a cercare nella memoria ci accorgiamo che ritornano anche nelle classiche fiabe che ci hanno raccontato da piccoli. Alcuni esempi concreti? Ci sono ragazze poverelle che indossano e perdono scarpette preziose proprio come Cenerentola. Gatti parlanti che hanno gli stivali, in questo caso, delle sette leghe. Principi trasformati in animali pronti a tornare umani quando l’incantesimo verrà sciolto. Non solo. In queste fiabe norvegesi ci sono anche personaggi che ritornano in modo costante un po’ in tutta la produzione fiabistica nordica, come accade per la figura di Ceneraccio, presente anche nella fiabe islandesi e faroesi, un segno evidente del ruolo consolidato che la tipologia di figura letteraria ha nella narrazione nordica. Le “Fiabe norvegesi” sono una raccolta di storie antiche, dove una morale c’è sempre. Esse sono ideali per un pubblico bambino e adulto che, da un parte, ha la possibilità di viaggiare in mirabolanti avventure nei boschi e nei paesaggi norvegesi e, dall’altro, soprattutto per il lettore adulto, ha la speranza di recuperare il proprio animo fanciullo volando sulle ali della fantasia. Le fiabe sono corredate dalle illustrazioni di Vincenzo Del Vecchio. Traduzione Bruno Berni.

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Ha insegnato letteratura danese alle università di Urbino e Pisa. Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di studi Germanici, dove è ricercatore. Ha scritto saggi e volumi sulle letterature nordiche e pubblicato diverse traduzioni di autori scandinavi: Andersen, Karen Blixen, Ludvig Holberg, August Strindberg e Peter Høeg. Lavori che gli hanno permesso di ottenere il premio Hans Chritsina Andersen nel 2004, il Dansk Oversaetterpris nel 2009, il Premio Nazionale per la Traduzione del 2013 del ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Jungle Rudy, Jan Brokken, (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2018

Jungle Rudy“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, e Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa Iperborea e a tutto lo staff editoriale.

The Passenger, il nuovo progetto Iperborea per gli esploratori del mondo e per chi vuole conoscere altri Paesi. A cura di Viviana Filippini

10 giugno 2018

passengerApproderà in libreria da Mecoledì 13 giugno The Passenger, il nuovo progetto editoriale messo in campo dalla casa editrice Iperborea.Il tutto è una raccolta di reportage letterari e saggi narrativi che si impegnano a narrare la vita contemporanea di un paese e dei suoi abitanti. Tra le pagine si troveranno tante storie diverse e voci per conoscere, comprendere, approfondire e, perché no, lasciarsi ispirare dalle realtà che verranno indagate. La rivista sarà ancora più coinvolgente grazie alla presenza di rubriche, box esplicativi, cartine, infografiche, illustrazioni originali e «consigli d’autore». E non è tutto, perché ogni numero accoglie un progetto fotografico originale curato da un fotografo internazionale andato nel paese protagonista della rivista per documentare le storie più significative. Il primo volume avrà per protagonista l’Islanda. In esso ci saranno testi di  Hallgrímur Helgason sbalordito da strani individui, o meglio alieni, vestiti da trekking che hanno invaso la sua città; il premio Nobel Halldór Laxness allarmato, già nel 1970, dalla devastazione delle più remote valli del paese per lo sfruttamento delle risorse naturali; Jón Kalman Stefánsson che consiglia cosa leggere, guardare e ascoltare; Silvia Cosimini si concentra sul pericolo di estinzione di una lingua millenaria; il critico e musicista Atli Bollason analizza come i suoi colleghi abbiano cavalcato la moda del «borealismo», e molto altro. Turismo, politica, tradizione, religione, commercio (si analizza il rapporto sempre più stretto con la Cina), musica (c’è la storia di un sindaco con un passato da punk e di cosa ha fatto per scacciare la crisi), ambiente, energia, cultura e tanto altro, permetteranno ai lettori di scoprire altri aspetti insoliti dell’Islanda oltre a quelli già noti. Dopo la lettura di The Passenger-Islanda, ci si accorgerà che l’Islanda, nota ai più come la terra dei vichinghi e delle saghe, della natura incontaminata, delle canzoni di Björk, degli elfi, delle piscine geotermiche e delle foto dei ghiacciai sulle bacheche degli amici in vacanza, è un piccolo mondo composto da una miriade di sfaccettature.

I prossimi numeri di Passenger saranno dedicati all’Olanda, il Giappone, la Norvegia e molti altri.

FOTOGRAFIE: Elena Chernyshova (Agenzia Prospekt)

AUTORI: Atli Bollason, Egill Bjarnason, Silke Bigalke, Silvia Cosimini, Arthur Guschin, Hallgrímur Helgason, Halldór Laxness, Andri Snær Magnason, Leonardo Piccione, Edward Posnett, Constantin Seibt, Jón Kalman Stefánsson, Donovan Webster.

COLLABORATORI: Egill Bjarnason, Ester Borgese, Silvia Cosimini, Halldór Guðmundsson, Paolo Lodigiani, Leonardo Piccione, Antonio De Sortis, Alessandro Storti, Guðrún Vilmundardóttir.

Source: inviato dall’editore.

:: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2018
Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson

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Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” è un libro per ragazzi di Selma Lagerlöf, la prima donna ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura, scritto nel 1906, tre anni prima di ricevere l’importante riconoscimento. Iperborea lo ha pubblicato con una nuova traduzione e in versione integrale, per permettere ai lettori bambini e, perché no, pure agli adulti di conoscere le mirabolanti avventure di Holgersson. Chi è Nils Holgersson? È un ragazzino vivace, ribelle e pure dispettoso che non perde mai l’occasione di fare scherzi agli animali della fattoria dove vive i genitori. Un famoso proverbio dice “il gioco è bello fin che dura poco” e, ad un certo punto, Nils la combina grossa, tanto che il suo fare scherzi avrà conseguenze impreviste, soprattutto per lui. Infatti il folletto che il protagonista aveva preso di mira si vendica trasformandolo non in un mostriciattolo, ma in un ragazzino minuscolo come un topolino. Nils è in panico, non sa cosa fare per rimediare al guaio che ha combinato. È solo e trova sostegno in Mårten, un papero domestico, anche lui anima solitaria, che ha lasciato la famiglia per unirsi a uno stormo di oche selvatiche nel loro lungo volo migratorio verso la Lapponia. Il tutto per dimostrare che anche un papero domestico può affrontare certe sfide riservate solo agli animali selvatici. Nils e Mårten compiranno sì un itinerario meraviglioso durante il quale incontreranno altri animali parlanti e pure creature fantastiche, ma questa avventurosa esperienza sarà per il ragazzino e il papero piena zeppa di prove da superare. Nel libro per ragazzi scritto dalla Lagerlöf, oltre all’intreccio riguardante Nils, si innestano nella narrazione una serie di leggende nordiche, che si mescolano e relazionano al mondo della natura e a quello degli animali. Allo stesso tempo, viaggiando con i due protagonisti, il lettore ha la possibilità di conoscere la geografia, il paesaggio e gli usi e costumi del mondo svedese dove Nils è nato. Il libro della Lagerlöf è un romanzo d’avventura e di formazione, dove l’atmosfera è un perfetto miscuglio tra realtà e fantasia. Nils e Mårten vivono tante esperienze differenti e tutte sono a loro necessarie, non solo per farsi accettare dalla comunità nella quale vivono o in quella dove – chi lo sa’- torneranno; esse sono importanti, perché li aiutano a diventare maturi e comprendere cosa è bene e male. “Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” è un libro sulla maturazione, anche se vissuta in una dimensione fiabesca, nella quale Nils imparerà a comprendere il valore dell’amicizia, del rispetto del prossimo diverso da sé (non a caso il suo principale alleato diventa un papero domestico) e della solidarietà tra individui (Nils e il papero si sostengono e aiutano a vicenda) che permette di abbattere i pregiudizi e di superare le insidie. Leggere oggi “Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” della Lagerlöf è far rivivere un importante classico della letteratura per ragazzi, ed è comprendere che crescere non sempre è un cammino facile però, con la buona volontà e i giusti sostegni, come dimostra la storia di Nils, è possibile diventare persone migliori.

Selma Lagerlöf Nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla “Saga di Gösta Berling” (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, al “Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” (1907), indiscusso capolavoro e grande successo editoriale che le valse una fama mai concessa ad alcun connazionale, le sue opere sono state tradotte, filmate, illustrate ovunque.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Greta grintosa di Astrid Lindgren (Iperborea – I Miniborei 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

2 gennaio 2018
greta grintosa

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Greta Grintosa è il titolo del secondo energico volumetto della nuova collana di Iperborea ma è anche il titolo del primo dei dieci racconti inediti scritti dalla straordinaria Astrid Lindgren e contenuti nello stesso volume.
Ogni racconto ha come protagonisti bambini genuini, semplici, buoni e generosi che vivono in una Svezia che Lindgren descrive con colori d’incanto, candidi e fantasiosi. Greta sostituisce la nonna per non cancellare il Natale, la principessa Lise Lotta scopre che giocare è divertente, Bertil fa amicizia con Pirolino, un bambino grande come un topo, Göran non può più camminare ma una notte il Signor De Gigliis lo porta a Calasera, Gunnar e Gunnilla scoprono che l’uccellino del cucù conosce mille avventure e non è affatto di legno. Le pagine di questi racconti strabordano di immaginazione, di gioia e di vitalità e rendono la quotidianità magica nei dettagli più minuti. Lo stile della Lindgren è sempre lo stesso: semplice ma acuto e divertente, estremamente piacevole anche per un lettore adulto. Questo volumetto sembra animarsi della stessa magia contenuta nei racconti delle sue pagine ed invita i bambini a chiudere smartphone e tablet perché sotto al letto potrebbe abitare un nuovo amico, perché di notte è possibile guidare il tram nel Paese di chissà dove e perché ogni avventura diventa vera se si crede nella forza dell’immaginazione.
Oggi i bambini appaiono molto diversi dai personaggi di questi racconti, la società cerca di trasformarli in una versione in miniatura degli adulti, privandoli della propria identità. Per questo, la letteratura deve assumersi il compito di preservare la tenerezza, la spontaneità e l’incredibile forza immaginifica di ogni bambino attraverso storie potenti e suggestive che non lascino assopire la loro vera natura. Iperborea con Greta Grintosa procede proprio per questa felice strada.
Traduzione di Laura Cangemi

Astrid Lindgren (1907-2002) è l’autrice delle indimenticabili avventure di Pippi Calzelunghe e di piccoli personaggi ribelli e saggi, modelli di coraggio, indipendenza e creatività. Ha ottenuto il Premio Hans Christian Andersen, il Lewis Carroll Shelf Award, l’International Book Award dell’Unesco e altri numerosi riconoscimenti.

Source: libro inviato al recensore dalla casa editrice.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sai fischiare Johanna? di Ulf Stark (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

12 dicembre 2017
sai fischiare Johanna

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Arriva in libreria la collana dei Miniborei della Iperborea, che raccoglie libri per l’infanzia. Tra i testi pubblicati anche “Sai fischiare, Johanna?” dello svedese Ulf Stark. Protagonisti due amici di sette anni, Ulf e Berra. I ragazzini giocano, si divertono, però Ulf è fortunato perché, a differenza di Berra, lui ha un nonno che lo fa divertire e che gli dà pure la mancia. Berra invece non ha un nonno, lo desidererebbe e sarà proprio grazie all’aiuto dell’inseparabile amico che anche il piccolo Berra troverà un nonno. Chi è? Il signor Nils, ospite di una casa di riposo, che è contento di aver trovato un nipotino. I tre vivono mirabolanti avventure, perché nonno Nils non solo racconta fantastiche storie, ma insegna anche ai due ragazzini a costruire un grande aquilone con uno scialle di seta e una cravatta. Poi, Ulf e Berra si accorgono che il nonno Nils fischietta sempre una canzone e i due incuriositi gli chiedono cosa sia il motivetto e il nonno risponde che è «Sai fischiare, Johanna?», che lui ama tanto perché Johanna era il nome della moglie. Tra nonno Nils e Berra si scatena una grandiosa amicizia, ricca di amore e affetto tra persone che non hanno legami di parentela, a dimostrazione del fatto che a volte può esserci maggiore empatia con le persone che si incontrano sul proprio cammino che con quelle della propria famiglia. “Sai fischiare, Johanna?” dello svedese Ulf Stark è un libro per bambini che dimostra quanto solido e intenso possa essere il legame tra nonni e nipoti ed stato vincitore del prestigioso Premio tedesco per la Letteratura d’infanzia nel 1994. Inoltre ogni anno la tv svedese a Natale trasmette il film che è stato tratto dal libro. Illustrazioni di Olof Landström. Tra le altre uscite del 2017 “Greta Grintosa” di Astrid Lindgren e “Il meraviglioso viaggio di Nills Holgersson” di Selma Lagerlöf.

Ulf Stark (1944-2017) è stato uno dei più importanti scrittori svedesi per l’infanzia e tra i più amati dai giovani lettori. Pubblicato con successo in tutto il mondo, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l’Astrid Lindgren Award, il Deutsche Jugendliteraturpreis, l’Augustpriset e il Nordic Children Literature Prize.

Source: inviato dall’ Editore. Si ringrazia Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa Iperborea.

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:: Fiabe svedesi, Bruno Berni (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

13 novembre 2017

fiabe svedesi“Fiabe svedesi” è l’ultimo volume uscito per Iperborea che raccoglie le fiabe della tradizione nordica. In questo testo, curato da Bruno Berni si alternano vicende fantastiche nelle quali si incontrano diversi personaggi alla prese con sfide e prove da affrontare, per dare un nuovo corso al proprio destino e a quello del mondo dove vivono. Tanti sono i personaggi che si alternano nel libro, sono creature letterarie coinvolte in avventure nelle quali spesso e volentieri sono chiamati a confrontarsi con esseri appartenenti al mondo della fantasia. Tra i protagonisti ci sono ragazzi che fanno a gara con misteriosi giganti per vedere chi mangia di più. Accanto a loro, incontriamo principi- come Hatt- costretti a vivere al buio e a uscire solo dopo il tramonto, affinché nessuno li veda. Non mancano poi principesse trasformate in topoline da inspiegabili sortilegi e gelosie. Queste vicende si alternano alle avventure di umili contadini in lotta contro mostruosi giganti e draghi, oppure in cammino in boschi rigogliosi di una natura nordica nella quale si nascondono misteriose creature. Tra di esse ci sono troll che gelosamente custodiscono tesori, animali pronti a dare aiuto a chi ne ha davvero bisogno, lucci, rane e anche altre animali parlanti. Ognuna delle fiabe svedesi qui presenti è stata tratta da “Svenska folk-sagor ock äfventyr” (Fiabe e leggende popolari svedesi) di Gunnar Olof Hyltén e George Stephens, due amici che lavorarono assieme per la pubblicazione di una raccolta, uscita a Stoccolma nel 1844 e nel1849, diventata il punto di partenza per lo studio deli racconti della tradizione svedese. La “Fiabe svedesi” sono un’importante risorsa che aiuta il lettore contemporaneo a conoscere il patrimonio narrativo del Paese del Nord Europa, scovando paesaggi fatti da una vegetazione ben diversa da quella mediterranea, usi e costumi differenti da quelli del Sud dell’Europa e, allo steso tempo, personaggi fiabeschi che ritornano nella nostra memoria durante la lettura – vedi il richiamo a il Gatto con gli stivali o la Principessa sul pisello) raccolti dai fratelli Grimm, da Hans Christian Andersen, da Perrault, Basile. Nelle “Fiabe svedesi”, curate da Bruno Berni, riecheggiano i personaggi fiabeschi della tradizione, variati a seconda delle esigenze della cultura nordica, a dimostrazione di come nella tradizione narrativa orale esistano dei modelli (degli archetipi potremmo definirli) che ritornano in modo costane e continuo, presentati con forma diversa. Le “Fiabe svedesi”, vanno ad unirsi agli altri tre volumi dedicati alle fiabe nordiche pubblicati da Iperborea: “Fiabe Lapponi” (2014), “Fiabe Danesi” (2015), “Fiabe Islandesi” (2016). Volumi da leggere anche da adulti per ritrovare la spensieratezza magica di un tempo. Curatore e traduzione dallo svedese: Bruno Berni.

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Ha insegnato letteratura danese alle università di Urbino e Pisa. Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di studi Germanici, dove è ricercatore. Ha scritto saggi e volumi sulle letterature nordiche e pubblicato diverse traduzioni di autori scandinavi: Andersen, Karen Blixen, Ludvig Holberg, August Strindberg e Peter Høeg. Lavori che gli hanno permesso di ottenere il premio Hans Chritsina Andersen nel 2004, il Dansk Oversaetterpris nel 2009, il Premio Nazionale per la Traduzione del 2013 del ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvio dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

:: Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jón R. Hjálmarsson (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2017

strade d' IslandaL’Islanda sta lassù verso il Polo nord. L’Islanda è sì una terra lontana e ancora un po’ troppo sconosciuta, ma molto affascinante. Per saperne di più vi consiglio la lettura de “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson, edito da Iperborea. Il curatore, esperto in cultura e storia islandese, ci porta a compiere un viaggio fisico e mentale lungo la statale n. 1, una delle principali vie di comunicazione della terra nordica dislocata nell’oceano Atlantico. Lungo la via ci sono una serie di località nelle quali il lettore potrà conoscere le diverse e tante storie popolari che animano la cultura e la tradizione del popolo islandese. Questo libro è la testimonianza di quanto siano numerose le leggende e i miti che la popolazione dell’isola si è tramandata nel corso dei secoli e che, ancora oggi, tali narrazioni sono molto vive nell’immaginario popolare. Non a caso addentrandoci nelle pagine di storie narrate (ideali da leggere davanti al camino con copertina di lana e un tè caldo) si scoprono storie di creature più o meno mostruose dalle quali, in molti casi, hanno preso i nomi alcune delle cittadine presenti nell’isola. Per rendere ancora più coinvolgente la scoperte di queste storie, il testo è corredato da apposite mappe e illustrazioni di Felix Petruska con raffigurate – a seconda della zona dell’isola dove ci si sposta- le misteriose creature che in quei posti presero forma. Ed ecco allora la storia di Testarossa, la crudele balena del Havlafiördur, o ancora le vicende sul serpente del lago Lagarfljótm, sullo spettro marino di Hvammnsnúpur, alternate alla leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi o a quella del contadino di Grímsey e l’orsa polare. Il volumetto curato da Hjalmarsson è un vero e proprio muoversi tra elfi, troll, stregoni, spettri, banditi ed eroi che, nel corso dei secoli, sono andati a formare il background tradizionale, popolare e folcloristico islandese. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è un libro interessante, una sorta di guida di viaggio alternativa e innovativa, perché permette a chi legge di muoversi nell’immaginazione popolare islandese alla scoperta di una cultura diversa dalla nostra. Allo stesso tempo, il testo pubblicato da Iperborea, aiuta il lettore a scoprire le caratteristiche dell’ambiente, degli usi e dei costumi diffusi in Islanda. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è caratterizzato da un’atmosfera di magia, nella quale il sacro e il profano si mescolano alla perfezione, dimostrando lo stato di impotenza e mancanza di spiegazioni del genere umano davanti ai misteri della vita e della grandiosa forza della natura. Traduzione Silvia Cosimini.

Jón R. Hjálmarsson, nato nel 1922, dopo gli studi in Storia all’Università di Oslo, è stato preside nelle scuole di Skógar e Selfoss e direttore didattico della circoscrizione dell’Islanda meridionale. Nel 1983 è stato insignito della croce dell’Ordine del Falcone islandese. Dall’approfondimento della storia e della cultura del proprio paese è nato il progetto di questo libro.

Source: libro inviato all’editore al recensore. Grazie a Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa.

:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017
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Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

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