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:: Campo di pietra, Tove Jansson, Iperborea 2022 A cura di Viviana Filippini

9 settembre 2022

La scrittura nasconde in sé tante sfumature e lo dimostra la storia di “Campo di Pietra” di Tove Jansson, pubblicata da Iperborea. Il protagonista è un giornalista in pensione, Jonas, che ha appeso, ma solo in apparenza, la penna al chiodo. In realtà, per l’uomo c’è ancora un’importante sfida, ossia la scrittura della biografia di Y, il cui nome vero non viene mai citato, però intuiamo che è un grande magnate dei media. Jonas sa chi è Y, conosce alcuni aspetti del suo vissuto, ma deve approfondirli e da subito il protagonista si rende conto che non sarà un cammino facile, perché scrivere un articolo di giornale è un conto, ma raccontare la vita di un individuo, soprattutto di una persona come Y, è qualcosa di molto più complicato. L’autrice ci dimostra come questo giornalista cerchi di portare a termine quella che per lui è l ‘ultima opera, unita a tutte le difficoltà, gli imprevisti e intoppi che Jonas trova nel momento in cui si cimenta nella scrittura. Jonas vive questa sua impresa, o commissione- visto che sono altri ad avergli chiesto di scrivere-, in modo tormentato, perché ci sono i committenti che lo punzecchiano in più occasioni sulle bozze preparate che – secondo loro- hanno qualcosa di poco coinvolgente e interessante per il pubblico. La Jansson ci mostra un uomo anziano, senza amici, con colleghi che ormai sono diventati ex e che stanno a distanza. Jonas è solo, attorno a lui ci sono solo le due figlie, Karin e Maria, che provano, ancora un volta, ad avvicinare il padre e lo fanno invitandolo ad una vacanza da trascorrere assieme. L’azione delle due donne non è solo un tentativo di riavvicinarsi al padre, ma la volontà di proteggerlo e questo porterà Jonas, da una parte, a scrivere molto meno e, dall’altra, a prendere maggiore consapevolezza dell’esistenza di una vita vera, quotidiana, fatta di persone e di sentimenti nuovi e non solo di esistenze costruite con le parole. Questa nuova piccola saggezza, conduce Jonas a conoscere meglio e davvero le figlie, soprattutto la sensibile Maria. Il romanzo è ambientato a sud della città di Loviisa e sarà durante una vacanza a contatto con la natura brulla, con i boschi e con le pietre grezze del paesaggio, che il vecchio giornalista, dando ogni tanto un’occhiata al suo scritto, non solo leggerà la vita di Y in modo nuovo, ma farà una vera a propria autoanalisi del proprio io che gli permetterà di comprendere come è lui, cosa ha fatto di giusto e di sbagliato nella sua vita lavorativa e privata. In questo romanzo, attraverso la figura di Jonas, la finlandese Jansson attua una riflessione sul valore delle parole, su quello che esse possono fare (bene o male) a chi le legge e a chi le scrive. “Campo di pietra”, però, è anche un’acuta riflessione che la Jansson fa sulla solitudine e isolamento che caratterizzata la vita di coloro, scrittori e giornalisti, che lavorano con le parole e che narrano la vita degli altri a volte dimenticandosi della propria. Traduzione Carmen Cima Giorgetti.

Tove Jansson nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, che le valse tra gli altri il Premio Andersen e una fama senza tempo. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, tra cui “Il libro dell’estate”, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

:: Bandito, Selma Lagerlöf, (Iperborea 2022) A cura di Viviana Filippini

26 Maggio 2022

Selma Lagerlöf torna in libreria con “Bandito”, libro edito da Iperborea. Partendo dalle vicende del giovane Sven, tornato in Svezia dopo anni passati nell’aristocrazia inglese ed essere sopravvissuto ad una spedizione al Polo Nord, capiamo subito che il giovanotto non avrà vita facile nella sua terra. L’autrice pone l’attenzione su quanto un’azione compiuta possa avere conseguenze perenni sul vissuto della persona che l’ha messa in atto. Ne sa qualcosa appunto Sven, il protagonista di “Bandito” che, tornato a casa, si trova ad avere attorno vera e propria terra bruciata. Nessuna delle persone che Sven incontra riesce a comprendere quel gesto da lui compiuto durante la spedizione al Polo Nord. I suoi conterranei non comprendono che quel gesto non è stato compiuto per cattiveria, ma è stato fatto per spirito di sopravvivenza proprio e degli altri membri della spedizione. Il cannibalismo risulta essere inaccettabile agli occhi della gente che conosce Sven, è un atto ritenuto una vera e propria mostruosità che allontana tutti dal protagonista, tanto che quel cibarsi per sopravvivere, gli resterà addosso come un marchio indelebile. Non importa se Sven farà ogni cosa possibile per aiutare il prossimo, prestandosi a costruire una scuola, a riportare ordine su un peschereccio che aveva perso la sua funzione lavorativa, ma neppure il giovane parroco arrivato con la moglie Sigrun lo perdonerà e Sven sarà sempre visto come il bandito, colui che si è macchiato di un peccato gravissimo che deve essere escluso per l’immonda azione compiuta. L’unica persona che sembra essere in grado di comprenderlo è proprio Sigrun, la giovane moglie del parroco. La storia di Sven e Sigrun viene poi narrata da Lotta Hedman, una donna che ha strane visioni mistiche, una grande fede e che conosce bene quello che riguarda i due giovani e il loro destini intrecciati, a tal punto da diventare quasi indissolubili. La ricerca di stabilità e di pace che i personaggi stanno compiendo non solo è complicata, ma viene messa in crisi dalla Prima guerra mondiale che porterà i protagonisti di questa storia a rivedere in modo completo le loro scelte di vita. Selma Lagerlöf, la prima donna ad aver vinto il premio Nobel nel 1909, con “Bandito” crea una storia dove la realtà bellica e il destino di Sven e Sigrun si intrecciano a dimostrazione di come i conflitti (mondiali e sociali dei singoli) sconvolgano l’esistenza delle persone. “Bandito” è anche una storia di un lungo e doloroso cammino di un uomo alla ricerca di un riscatto sociale, di redenzione, ma soprattutto di comprensione vera da parte del prossimo che sembra solo giudicare senza cercare a fondo le origini di gesti compiuti per la sopravvivenza. Traduzione di Luca Tapparo. Postfazione di Chiara Valerio.

Selma Lagerlöf è nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940. Destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Tra le tante opere ricordiamo la “Saga di Gösta Berling” (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, il  “Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” e tanti altri.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Un’intervista con Maria Valeria D’Avino a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2022

Benvenuta Maria Valeria D’Avino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award per aver tradotto “L’uccello nero” di Gunnar Gunnarsson (Iperborea), tra l’altro un libro meraviglioso, un precursore se vogliamo del noir nordico. Condividi questa definizione?

Mi sembra che l’etichetta “precursore del noir nordico” vada un po’ stretta a questo libro che da una parte va molto molto al di là di un delitto, anzi due, e di un’indagine, anche se li contiene entrambi, e dall’altra rischia di deludere un lettore che cerca soprattutto una storia nera. Quanto a questo, però, la storia che racconta questo libro è davvero nera, anzi nerissima, ha che fare con i sentimenti più violenti, oscuri e inconfessabili dell’animo umano, con il delitto e con il castigo. Quindi in fondo forse sì, possiamo dire di trovarci davanti a un classico della letteratura noir, sicuramente uno dei suoi vertici, anzi, e tra i più originali.

Naturalmente il nostro è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, tu hai sicuramente vinto premi ben più prestigiosi. Pensi che per un traduttore un premio possa essere di aiuto per una giusta considerazione del suo lavoro?

Sicuramente i premi fanno piacere, ma non sono sicura che contribuiscano a diffondere la conoscenza e la considerazione del ruolo e del lavoro dei traduttori. Per questo ci vorrebbero dei critici letterari e forse anche dei lettori più consapevoli.

Dove sei cresciuta? Che libri leggevi durante la tua infanzia e adolescenza?

Sono cresciuta a Roma, per mia fortuna in una famiglia di lettori. Anch’io sono stata fin da piccola una lettrice appassionata.

Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho studiato lettere con indirizzo anglogermanico e – passando attraverso il tedesco e la filologia germanica – mi sono appassionata presto, durante gli anni di università, alle culture e alle letterature dei paesi nordici, all’inizio in particolare della Danimarca. Era un territorio interessante e inesplorato in Italia, sia per la letteratura che allora qui era praticamente sconosciuta, sia per la struttura sociale, così diversa dalla nostra, e della quale ho potuto fare esperienza diretta già negli anni dei miei studi, grazie ai programmi di sostegno finanziario danesi. Uno dei vantaggi di lavorare dalle lingue nordiche è la politica culturale di quei paesi, che incentiva e sostiene finanziariamente la formazione e il lavoro dei traduttori dalle loro lingue, permettendo viaggi di ricerca, partecipazione a fiere e festival letterari.

La lingua è un organismo vivo che si trasforma continuamente: credo sia essenziale per un traduttore avere contatti frequenti e diretti non solo con la letteratura, ma anche la vita quotidiana del paese in cui si parla la lingua da cui traduce.

Sono diventata traduttrice a tempo pieno dopo aver lavorato per molti anni alla radio, anni in cui ho anche tradotto qualche libro, ma sempre in maniera sporadica. Non ho mai seguito corsi specifici per imparare ha tradurre, credo di aver imparato molto sul campo, soprattutto grazie all’incontro – e a volte allo scontro – con chi nelle case editrici si occupava della revisione. Un ruolo importantissimo nell’editoria, anche più ignorato di quello del traduttore, eppure essenziale. Un buon rapporto con il revisore è una vera gioia per il traduttore e una garanzia per la qualità del testo.

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

È difficile rispondere, bisognerebbe avere dei criteri in base ai quali stabilire l’importanza. Di sicuro ho avuto la fortuna di tradurre autori grandissimi, come i classici Knut Hamsun, Henrik Ibsen, Gunnar Gunnarsson, e tra i contemporanei Dag Solstad, che è considerato il più importante autore norvegese vivente, ma anche Roy Jacobsen, Gaute Heivoll, Johan Harstad e i danesi Thorkild Hansen, Dan Turell, Siri Ranva Hjelm Jacobsen… ogni volta che cerco di fare queste liste poi mi dispiace per quelli che rimangono fuori.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo molta letteratura delle lingue dalle quali traduco, sia per lavoro sia per interesse personale. E dedico sempre qualche mese l’anno alla lettura di libri italiani, classici e contemporanei, per “temperare” l’orecchio. In genere poi cerco di armonizzare le mie letture con il testo che sto traducendo, di trovarmi in un ambiente linguistico affine, per così dire. Ma poi ci sono gli innamoramenti improvvisi, gli autori del cuore che devo assolutamente leggere appena esce un nuovo libro, insomma sulla scrivania e sul comodino ci sono sempre pile inesauribili.

C’è qualche libro attuale di autori nordici che consiglieresti ai nostri lettori?

Consiglio una delle mie ultime traduzioni, Gli invisibili di Roy Jacobsen, uscito quest’anno da Iperborea. È il primo di una serie di quattro romanzi, la storia di una famiglia che abita una remota isoletta nel Nord della Norvegia, tra isolamento e modernità, nella natura potente e bellissima del nord e con una protagonista indimenticabile.

E consiglio Chiamo i miei fratelli di Jonas Hassen Khemiri tradotto da Katia De Marco per Einaudi, un romanzo breve ma densissimo che parla dei nostri pregiudizi e della paura dell’”altro”.

Parliamo ora di “L’uccello nero” (Iperborea). Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già l’ autore Gunnar Gunnarsson ? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Avevo già tradotto per Iperborea un altro libro di Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, che ormai è un vero classico natalizio e un piccolo libro di culto. Lavoro con Iperborea da moltissimo tempo ormai, e immagino che mi assegnino certi libri perché pensano che siano nelle mie corde.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile? Mi avevi anticipato che tutta la traduzione è stata difficile, ma appunto mi chiedevo quale ostacolo hai dovuto superare per arrivare alla qualità che hai dimostrato.

L’uccello nero è un libro scritto in danese da un autore islandese. Questa è stata senza dubbio una delle difficoltà principali. È come se l’islandese fosse sempre in filigrana sotto al danese, senza contare i numerosissimi termini che nel dizionario danese proprio non esistono, magari perché si riferiscono a fenomeni naturali, geologici o anche culturali che sono specifici dell’Islanda. Per fortuna, lavorando sul testo di un grande scrittore, una strada per la traduzione si trova sempre.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autore, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Quello di Gunnar Gunnarsson è sicuramente uno stile complesso, elaborato, molto diverso da quello degli autori scandinavi contemporanei, e questo è abbastanza ovvio, trattandosi di un autore nato nel 1889. Credo che questo libro, in particolare, possa essere apprezzato proprio per questa voce lontana nello spazio e nel tempo, che non ha paura di scandagliare i lati più oscuri e raccapriccianti del comportamento umano, ma nemmeno di lasciare al lettore ampie zone d’incertezza, di dubbio, d’inquietudine. Terribili paesaggi umani a contrasto con meravigliosi paesaggi naturali. Cosa può desiderare di più un lettore coraggioso?

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Insieme a Sara Culeddu sto traducendo un grande romanzo americano, però scritto in norvegese. Si chiama Max, Misha e l’Offensiva del Tet e l’ha scritto Johan Harstad, del quale qualche anno fa Iperborea ha pubblicato Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? , sempre nella mia traduzione. Questo nuovo romanzo uscirà invece per Sellerio l’anno prossimo.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Fiabe finlandesi AA.VV. (Iperborea 2021) a cura di Emilio Patavini

21 dicembre 2021

Dopo Fiabe lapponi, Fiabe danesi, Fiabe islandesi, Fiabe svedesi, Fiabe faroesi, Fiabe norvegesi e Leggende groenlandesi, il 17 novembre è uscito per Iperborea Fiabe finlandesi, ottavo volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni. Le diciannove fiabe presenti, splendidamente tradotte da Giorgia Ferrari e Sanna Maria Martin, sono tratte dalle Suomen kansan satuja ja tarinoita (1852-1866) di Eero Salmelainen e arricchite dalle magnifiche illustrazioni di Sonia Diab. Seguono un utile glossario e una postfazione delle traduttrici. Da appassionato del Kalevala e della cultura finnica, non potevo farmi sfuggire questa nuova uscita. A dire il vero, non è la prima volta che mi accosto a una raccolta dedicata al folclore finlandese: due anni fa ho letto infatti le fiabe dell’illustratore finlandese Rudolf Koivu tradotte da Paula Loikala nell’antologia Fiabe finlandesi (Aracne editrice 2018). Le prime fiabe popolari finlandesi a essere pubblicate sono proprio quelle raccolte da Eero Salmelainen in quattro volumi, tra 1852-1866, sotto il titolo Suomen kansan satuja ja tarinoita (“Fiabe e racconti popolari finlandesi”), che sono state qui selezionate e tradotte. Nelle sue Suomen kansan sadut (Fiabe popolari finlandesi), Pirkko-Liisa Rausmaa classifica così le tipologie di fiabe finlandesi (le classificazioni corrispondono ai titoli dei sei volumi della sua opera):

Ihmesadut (“Fiabe con miracoli”);Legenda ja novellisadut (“Fiabe con leggende e novelle);Sadut tyhmästä paholaisesta (“Fiabe del diavolo stupido”);Eläinsadut (“Fiabe con animali”);Hölmöläissadut (“Fiabe con buffoni”)Pilasadut ja kaskut (“Fiabe umoristiche e aneddoti”).

La prima fiaba dell’edizione Iperborea, Il fabbro Ilmarinen va a chiedere in sposa la figlia del re di Hiitola, è ricca di echi kalevaliani: si pensi per esempio al potere creativo assunto dal canto di versi, strettamente legato alla tradizione sciamanica. Come è tipico del protagonista del Kalevala – il vecchio bardo Väinämöinen –, al fabbro Ilmarinen basta cantare le parole magiche che un’isola si spalanca in mezzo al mare. Nella stessa fiaba si possono rintracciare riferimenti ad altri personaggi del poema nazionale finnico, come il nome dello zio di Kullervo, Untamo, qui chiamato nella sua forma estesa Untamoinen e presentato come un vecchio che è «in parte nel passato e in parte nel futuro». Nella fiaba di Antti Biforco compare anche un cane di nome Musti (“nero”), come il cane di Kullervo nel Kalevala. La fiaba intitolata Ceneraccio non può che rimandare all’Askeladden (letteralmente, “il ragazzo della cenere”), protagonista di molte delle Fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e Moe (Einaudi, Torino 1962). Solitamente ultimo di tre fratelli («C’erano una volta tre fratelli, due erano buoni e uno era Ceneraccio») e seduto presso il focolare, intento a rimestarne le ceneri, Ceneraccio è il personaggio che riesce a superare le prove grazie alla propria astuzia, e alla fine della fiaba ottiene la mano della principessa e metà del regno. Ne Il ragazzo trasformato in cavallo troviamo Perkele, figura interessante da analizzare dal punto di vista linguistico. Perkele è il nome finlandese di Perkúnas, dio baltico del tuono, connesso etimologicamente al norreno Fjǫrgyn, altro nome della madre di Thor (il dio del tuono per gli antichi scandinavi) e a Perun, il dio supremo degli slavi, cui erano sacre le querce. Tutti questi nomi di antiche divinità sono collegati alla radice indoeuropea *perkwu-, da cui derivano il latino quercus “quercia” e l’inglese fir “abete”. James Frazer, nel quindicesimo capitolo de Il Ramo d’oro, intitolato Il culto della quercia, scrive:

«La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. […] Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il dio della quercia, del fulmine e della pioggia».

Con la conversione al cristianesimo, il nome di Perkele, antico dio pagano, viene assimilato a quello del demonio, divenendo così sinonimo di Satana.

Continuando con la rassegna delle fiabe tradotte in questa edizione, Antti Biforco è la versione finlandese de I tre capelli d’oro del diavolo: nella fiaba dei fratelli Grimm il protagonista deve la propria fortuna al fatto di essere nato con la camicia (cioè al fatto di essere nato completamente avvolto nel sacco amniotico, come il piccolo Danny Torrance nel celebre romanzo di Stephen King), mentre nella fiaba finlandese tutto è dovuto alla predizione di due tietäjät, gli sciamani della tradizione ugrofinnica. Tra le fiabe che ho più apprezzato vale la pena di citare L’uccello d’oro e l’acqua della vita e L’uomo che andò in cielo. Quest’ultima fiaba, molto ingegnosa e divertente, narra la storia di un uomo astuto che è riuscito a ingannare il diavolo e persino la Morte: le dinamiche descritte e i temi trattati rimandano a fiabe della tradizione norvegese, come Il ragazzo e il diavolo e Il fabbro ferraio che non fecero entrare all’inferno, e secondo la classificazione di Pirkko-Liisa Rausmaa essa può essere inserita tra le “Fiabe del diavolo stupido”.Non mancano le cosiddette «eläinsadut», cioè le fiabe che hanno per protagonisti gli animali della foresta, come il lupo, la volpe, la lepre e l’orso, animale che all’interno di un’antica società di cacciatori com’era quella finlandese si carica di particolari significati totemici. Nell’ultima fiaba è presente il motivo della macina, che si ricollega al protagonista del primo racconto: Ilmarinen è infatti il mitico fabbro che forgia il sampo, artefatto magico e misterioso, come si legge nel decimo runo del Kalevala:

«Il marinen fabbro allora, l’artigiano sempiterno, fucinava, martellavae picchiava allegramente: con grand’arte fece il Sampo: un mulino, la farina,ed un altro sal versava, e denaro un terzo dava.»

(Traduzione di Paolo Emilio Pavolini) Il mito del mulino dell’abbondanza, che macina sale e rende il mare salato, non è tipico solo della cultura finnica ma è presente anche nella mitologia nordica, come nel Grottasǫngr, poema norreno del Codex Regius dedicato al mulino del re danese Fróði, chiamato appunto Grotti, le cui due pietre della macina erano così grandi da poter essere mosse solo da due gigantesse, Fenja e Menja. Lo stesso motivo si può trovare nelle fiabe norvegesi, come ne Il macinino che macinava in fondo al mare: «Il macinino è ancor oggi in fondo al mare e continua a macinare; è per questo che il mare è salato». Quelle contenute nella raccolta di Iperborea sono fiabe brevissime, venate da un particolare senso dell’umorismo, che secondo l’editore anticiperebbero «la narrativa finlandese dei nostri giorni» (un nome su tutti, Arto Paasilinna). Rievocano quelle atmosfere che si respirano nel grande poema nazionale finnico, il Kalevala, con la leggerezza propria delle fiabe. La trascrizione dei racconti popolari finlandesi per opera di Salmelainen, a detta delle traduttrici, «è piuttosto scorrevole, conserva numerose espressioni dialettali e preserva un ammaliante stile popolare». Al sostrato sciamanico di origine ugrofinnica, col tempo si sono poi aggiunte influenze scandinave e slave, in quanto «il territorio finlandese diventa un punto di confluenza tra le fiabe russe e quelle di provenienza occidentale e scandinava». La Finlandia è una terra magica, che ben si presta al clima fiabesco: nei suoi racconto popolari, tramandati oralmente di generazione in generazione, emergono prepotentemente le caratteristiche del territorio, come la foresta (più del 70% del paese è ricoperto da boschi) e i laghi (la Finlandia ne possiede 188000). «È infatti proprio lei, la natura, lo sfondo privilegiato delle fiabe tradizionali, che sono poi il cuore stesso della cultura popolare», scrivono le traduttrici. Altro elemento caratterizzante è la presenza della sauna, che in finlandese significa propriamente “stanza da bagno”. Ancora oggi la sua importanza è segnalata da questo dato: su cinque milioni di abitanti, in Finlandia si contano circa tre milioni di saune. Le fiabe seguono un andamento tradizionale, archetipico, riscontrabile in altri racconti popolari con gli stessi elementi fissi e con lo stesso schema tipico della «triplicazione» – come lo chiamò Vladimir Propp nel suo seminale saggio Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 2000) –, elemento narrativo che accomuna e contraddistingue ogni racconto fiabesco che si rispetti. Sono molti i personaggi e le creature che popolano la mitologia finnica e che si possono incontrare tra le pagine: Tapio, lo spirito della foresta; la vecchia Louhi, signora di Pohjola; Hiisi, lo spirito maligno che vive a Hiitola; Syöjätär, la terribile madre dei serpenti; i metsänhaltija, spiriti silvani che se rispettati rendono propizia la caccia e i vetehiset, spiriti acquatici abitatori dei laghi. Nota: il finlandese non è una lingua scandinava! Anzi, non è proprio una lingua indoeuropea, ma appartiene assieme all’ungherese, all’estone e al lappone al ceppo ugrofinnico della famiglia delle lingue uraliche. Il finlandese è una lingua completamente diversa da quella degli altri paesi nordici, e non presenta affinità né con le lingue germaniche né con quelle slave. Tuttavia, non mancano prestiti germanici, conservatisi in forma arcaica, come kulta “oro” e kuningas “re”; ma anche prestiti slavi, relativi alla sfera religiosa cristiana: pakana “pagano”, pappi “prete”, raamattu “bibbia”, virsta “versta” (unità di misura). Caratteristiche della lingua finlandese sono l’agglutinazione, la completa assenza di genere grammaticale, la mancanza dell’articolo e la presenza di ben quindici casi, espressi attraverso suffissi. La Finlandia restò sotto la dominazione svedese dal dodicesimo al diciannovesimo secolo; dal 1809 al 1917, anno dell’indipendenza, fu controllata dai russi. Nel 1520 la Chiesa di Finlandia aderì alla Riforma Protestante e il sovrano di Svezia Gustavo Vasa rese il protestantesimo religione ufficiale del suo regno: da allora la maggior parte della popolazione finlandese si professa luterana. Il padre della letteratura finlandese scritta è Mikael Agricola, allievo di Lutero e Melantone a Wittenberg, divenuto il primo vescovo protestante del paese, con sede a Åbo, che oggi chiamiamo Turku. Nel 1548 uscì la sua traduzione del Nuovo Testamento, mentre la sua opera più famosa è l’Abckiria (“Abbecedario”), il primo libro scritto in lingua finlandese. Secoli dopo, J.R.R. Tolkien si basò proprio sulla lingua finlandese, per il «piacere estetico» che essa gli procurava, come fonte di ispirazione per la creazione della sua lingua elfica più conosciuta, il Quenya.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Iperborea.

L’anima delle città, Jan Brokken (Iperborea, 2021) A cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2021

Parigi, Amsterdam, Bologna, Cagliari, Düsseldorf e tante altre città sono le protagoniste di “L’anima delle città” di Jan Brokken, edito da Iperborea. In tutte le località narrate l’autore ci è stato una o più volte e quello che ne risulta è un vero e proprio reportage sulle città e sulle persone che in quei luoghi hanno vissuto o hanno avuto un legame particolare con esse, perché per esempio, proprio in quelle località ha preso forma ed espressione la loro creatività artistica o culturale. Pagina dopo pagina emergono i ritratti di tanti posti fisici e delle vite di coloro che li hanno animati in prima persona. Quello che colpisce di questo libro è che emergono due anime. Una è quella delle città nelle quali B. ha viaggiato e soggiornato, vere e proprie protagoniste a tutto tondo della narrazione. L’altra anima è quella delle persone raccontate da Brokken, mostrate in tutte le diverse sfaccettature che le caratterizzano . Il libro a tratti assomiglia a un romanzo, poi però ti accorgi che è anche un saggio, ma è pure un libro di ritratti biografici che conquistano chi legge, un elemento che dimostra quanto la loro dimensione umane sia approfondita dall’autore e molto legata alla città nella quale hanno vissuto. In un certo senso è come se Brokken prendesse per mano i lettori per portarli alla scoperta della Bologna raccontata attraverso il rapporto che l’artista Giorgio Morandi ebbe con la città, poi ci trasferiamo a Vilnius dove troviamo il pittore lituano Mikalojus Čiurlionis, che non fu solo un grande esponente del simbolismo in pittura, ma anche uno dei primi artisti ad aver sperimentato l’arte astratta e compositore di brevi componimenti musicali. Interessante anche il viaggio a Bergamo dove Brokken ci presenta la località raccontando la vita di Gaetano Donizetti, nato da una famiglia di umilissime origini e che riuscì a diventare uno dei più amati compositori e operisti del 1800, anche se la sua fine non fu del tutto gloriosa. Interessante anche il viaggio a Düsseldorf in compagnia dell’originale artista Beuys, sempre pronto a sorprendere con le sue performance artistiche. Non manca un viaggio a San Pietroburgo con Dmítrij Šostakóvič e la sua travagliata vita che lo porterà a non lasciare mai, a differenza dei figli, la madre Russia e poi torniamo in Italia, a Cagliari, per scoprire lei: Eva Mameli Calvino, non solo mamma di Italo Calvino, ma anche una botanica, naturalista e accademica italiana, amante delle sfide scientifiche, civili e prima donna italiana a conseguire la libera docenza in un’università. In “L’anima delle città”, Jan Brokken ancora una volta dimostra la sua grande sensibilità, la sua vivace curiosità che lo portano a indagare e raccontare le città da un punto di vista insolito, dove oltre agli interessi principali come l’arte, la poesia, la musica e l’architettura spiccano ritratti profondamente umani di importanti personalità che hanno lasciato un segno nella storia. Per rendere ancora più piacevole la lettura del libro, grazie anche alla collaborazione con l’Ambasciata e il Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, sono stati realizzati una serie di podcast con la voce di Natashca Lusenti e i suoni di Paolo Corleoni. Traduzione Claudia Cozzi.

Jan Brokken è uno scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa, e I Giusti, reportage sull’operazione di salvataggio del 1940 che coinvolse più di ottomila ebrei.

Source: Richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia,” di Elizabeth Åsbrink (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

30 aprile 2021

È arrivato in libreria per Iperborea “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” di Elizabeth Åsbrink. L’autrice prende per mano il lettore portandolo in un vero e proprio viaggio all’interno della storia, cultura e vita di personaggi svedesi, dando origine ad una sorta di danza in movimento dal passato al presente. Un percorso che permette a chi legge di conoscere tante curiosità su quello che è stato il corso esistenziale svedese. Si va dai fatti storici del tempo che fu -che sarebbero degni di diventare protagonisti di una serie televisiva tanto sono ingarbugliati gli intrecci tra sentimento, potere e realtà- ai singoli personaggi che hanno fatto la storia della Svezia. Interessante è notare come certe immagini che oggi abbiamo ben consolidate o che diamo per scontate e da sempre presenti per identificare il mondo svedese, si scopre come in realtà siano collegate a determinate esigenze storiche o sociali (un esempio il lavarsi per bene o il levarsi le scarpe quando si entra in casa). Non mancano però delle incursioni nelle vite di personaggi mitologici e reali. Tra di loro possiamo ricordare Thor e il suo martello; per passare a Ellen Key una delle più importanti autrici svedesi, conosciuta soprattutto per i suoi numerosi scritti in ambito educativo, etico e femminista e considerata una dei principali membri del movimento letterario svedese ispirato al naturalismo.  O che dire del viaggetto nel mondo dell’IKEA, nota azienda creata da Kamprad che, indipendentemente dal suo passato più o meno scomodo, divenne – e lo è ancora oggi- un punto di riferimento fondamentale per l’arredamento e l’oggettistica della casa. Ma non è tutto, perché nelle pagine si incontrano anche Pippi Calze Lunghe, nata dalla penna di Astrid Lindgren; il geniale medico e botanico Carl Nilsson Linnaeus (Carlo Linneo) troppo impegnato a studiare e classificare la realtà vivente e circostante per pensare a stesso o Zlatan Ibrahimović diventato icona della svedesità a livello mondiale. La Åsbrink utilizza diverse parole, una per ogni capitolo, proprio per mettere in luce la Svezia e le diverse componenti che hanno permesso al paese di diventare un vero e proprio punto di riferimento per il resto del mondo vista come un Paese nel quale si riescono a coniugare la ricchezza, la redistribuzione e la libertà con l’eguaglianza. La cosa bella di “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” è che il lettore può leggere i capitoli uno dietro l’altro, oppure può scegliere l’argomento che più gli interessa e immergersi in un vero e proprio pellegrinaggio nelle parole e nei fatti narranti i sacrifici, le lotte e gli ideali di un popolo che nel corso del tempo hanno condotto alla determinazione della svedesità come eccellenza. Traduzione Alessandro Borini.

Elisabeth Åsbrink è una nota scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Con 1947 (Iperborea 2018), il suo primo libro tradotto in Italia, Elisabeth Åsbrink scava nei retroscena degli eventi e compone un racconto poetico e documentatissimo di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. Nel 2021 Iperborea ha pubblicato Made in Sweden, dove l’autrice ci accompagna in un viaggio tra cinquanta parole, eventi, persone e personaggi che hanno fatto la Svezia.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Lettere tra due mari di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (Iperborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2021

Cara sorella tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.

L’acqua è la culla della vita, liquido amniotico, pioggia che disseta la terra, mare che sfocia nell’oceano. L’acqua è madre, principio femminile, fonte e custode di energia. L’acqua è la protagonista dei cambiamenti climatici in corso sulla terra. I ghiacci si sciolgono, il livello dei mari si innalza, fino a ricoprere tutto il globo terrestre d’acqua?

È questo il nostro destino ultimo? rifondare il mito della Grande Madre?

La scrittrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ha scritto un delizioso piccolo libro dal titolo Lettere tra due mari in cui ipotizza un carteggio epistolare intimo, tenero e un po’ selvaggio tra Atlantica e Mediterranea, due sorelle, due mari vittime di inquinamento, che rimpiangono un passato lontano, che desiderano ricongiungersi.

Con penna delicata e lieve, e grande sensibilità l’autrice dà voce all’acqua con voce ambientalista e poetica, capace di far riflettere e toccare le coscienze, grazie alla sua bellezza. Da custodire e regalare a persone preziose. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. Illustrazioni di Dorte Naomi.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen (1980) Cresciuta in Danimarca da una famiglia originaria delle isole Faroe, dopo gli studi umanistici si dedica alla scrittura e collabora con diversi quotidiani e riviste. Con il suo primo romanzo, Isola (vincitore del Premio MARetica 2019), ispirato alla sua storia personale, si impone subito all’attenzione di pubblico e critica per l’originalità della sua voce poetica, tanto da essere affiancata ai grandi cantori del Nord, William Heinesen, Einar Már Guðmundsson, Jon Fosse e Jón Kalman Stefánsson.

Dorte Naomi (1975) è un’artista figurativa e illustratrice danese. I suoi disegni, opere grafiche e dipinti, che sono stati esposti presso musei e gallerie danesi e internazionali, trattano spesso della fusione tra l’essere umano e la natura in uno spazio tra simmetria e caos.

Maria Valeria D’Avino è nata a Roma, ha studiato letteratura Scandinava in Italia, dove si è laureata presso l’Università La Sapienza, e a Copenaghen. Dopo molti anni alla Rai (Radio, Multimedia) si è dedicata esclusivamente alla traduzione, soprattutto di narrativa danese e norvegese. Collabora con diverse case editrici italiane (Iperborea, Marsilio, Feltrinelli, Orecchio Acerbo). Tra gli autori tradotti per Iperborea: Knut Hamsun, Jørn Riel, Dag Solstad, Johan Harstad, Monica Kristensen, Gunnar Gunnarsson.

Il serpente, Stig Dagerman (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2021

Stig Dagerman lo abbiamo conosciuto grazie al romanzo “Autunno tedesco” uscito nel 2018 per Iperborea. Ora l’editore pubblica la prima opera narrativa dello scrittore, “Il serpente”, uscita in Svezia nel 1945. Il romanzo è suddiviso in due parti, ma quello che narra al lettore è l’umanità messa a dura prova dall’incombere della Seconda guerra mondiale che opprime e non lascia intravedere un chiaro evolversi del futuro per i protagonisti. La prima parte – Irène-è narrata in terza persona, quindi chi racconta ai lettori è qualcuno che conosce bene da vicino quelle che sono le esperienze dei soldati protagonisti nella caserma di Stoccolma. In quel luogo non accade nulla di particolare, se non il fatto che i commilitoni presenti in quel campo di addestramento in campagna convivono tra loro e con la presenza di un serpente. Il rettile scatena reazioni diverse tra coloro che lo vedono, per esempio il sergente Bohman è un po’ in panico e in lui scatta un qualcosa che lo blocca alla vista della serpe che si muove in modo veloce e imprevedibile. Bill, invece, non teme la biscia, anzi, con grande tranquillità la cattura. Eroismo? Non si sa. Forse la sua è più voglia di farsi vedere coraggioso dal sergente per avere qualche libera uscita in più, perché sa che ci sarà una festa e che, oltre a bevande alcoliche a fiumi, lì saranno presenti davvero belle ragazze. Il lettore segue Bill, Wera e Irène, ma anche quel serpente che il soldato si porta sempre appresso, dentro lo zainetto e che ad un certo punto, agendo da solo, seminerà il panico completo e confusione tra gli invitati, ma ancora di più in Irène e Bill. I due giovani cominceranno a sentirsi coinvolti in situazioni che stanno in bilico tra realtà e surrealtà, dove l’incapacità di capire i fatti e gli eventi in modo completo li porterà anche a compiere gesti inaspettati. Il libro di Dagerman ha poi una seconda parte, “Non riusciamo a dormire”, dove la narrazione è diversa, nel senso che si alterano diverse storie (sei in totale), come se fossero dei racconti che possono essere letti assieme o anche in modo singolo. In essi ci sono soldati in attesa che qualcosa accada e mentre attendono, si raccontano storie di vita vissuta per allontanare le paure. Il libro di Dagerman è un insieme di momenti lirici, un susseguirsi di metafore che devono essere decifrate e scandagliate per garantire la comprensione del loro senso e, una volta comprese, diventa più facile addentrarsi delle menti e animi dei diversi personaggi protagonisti e negli impulsi che li spingono ad agire. Lo stesso serpente del titolo però è qualcosa di più dell’animale che viene catturato e nascosto come se fosse un giocattolo per fare paura o per divertire. Il serpente rappresenta la paura, il terrore che attanaglia e blocca chi lo incontra. Il serpente che mette tutti a disagio è però anche la rappresentazione metaforica quella libertà e autonomia decisionale che i protagonisti invece in quel momento non hanno, perché sottomessi alle regole imposte loro dalla società e dagli eventi storici nei quali vivono. Traduzione dallo svedese postfazione Fulvio Ferrari.

Stieg Dagerman nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Source: richiesto all’ufficio stampa Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

Storie di gente felice, Lars Gustafsson, (Iperborea 2020) A cura Viviana Filippini

18 ottobre 2020

Vi siete mai chiesti cos’è la felicità? Soprattutto, essa esiste? Gli esseri umani riescono sempre a fare tutto quello che desiderano nella loro vita? E quando lo fanno, sono davvero soddisfatti? A queste, e a tante altre domande sul vivere e l’essere felici, il lettore può trovare interessanti spunti di riflessione in “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Dieci storie di vita nella quale l’autore filosofo, poeta e drammaturgo svedese affronta molte delle tematiche che hanno caratterizzato la sua produzione letteraria dagli anni Cinquanta in poi. Addentrandosi nella narrazione il lettore del libro, la cui prima comparsa nel mondo letterario risale al 1981, scopre diverse vicende umane dalle quali emergono le sensazioni e impressioni, ma anche i pensieri e i tormenti emotivi e esistenziali dei protagonisti, un po’ tutti accomunati dalla ricerca e spiegazione della felicità. Ad esempio nelle prime pagine ci si imbatte in Zio Sven, un professionista ingegnere chimico della ferriera inviato in Cina durante il periodo della rivoluzione culturale. Sarà proprio osservando la società cinese in trasformazione e riflettendo sui pensieri di Mao, che Sven troverà un interessante soluzione per la sua missione. Dalla storia di zio Sven si passa a quella di un fisico con problemi di insonnia, che re guardando un elenco telefonico scopre che forse la sua fidanzata di un tempo è ancora viva e questa possibilità lo rende felice, anzi gli dona una speranza di poterla chiamare e magari incontrare. Interessanti anche i diversi personaggi che compaiono nel racconto “Le quattro ferrovie di Iserlhon” dove viaggiatori, macchinisti con la passione per la filosofia e gente comune esternano i loro pensieri sul vivere, così come un bar ad Atene fornisce tutti gli elementi per dare forma ad una nuova storia d’amore. La cosa che colpisce di queste storie di vita è che in ognuna delle situazioni nelle quali i diversi personaggi si trovano (compresi pittori, artisti, filosofi messi accanto a gente comune) hanno la possibilità di essere loro stessi, nel senso che in quegli istanti sono davvero felici e anche il lettore percepisce questo stato d’animo e il loro stare bene. E allora si rimane stupiti davanti al racconto della storia di un bambino diventato adulto e impegnato ad affrontare le sue paure e a trovare le piccole gioie del quotidiano che rendono meno cupi tutti i giorni della sua vita trascorsi in una casa di cura per persone diversamente abili. Gli uomini e donne (come quella innamorata che subito dopo il matrimonio vede il marito trasformarsi nel suo peggiore aguzzino) di Gustafsson compaiono a noi lettori nella loro umana natura, forte e fragile allo stesso tempo, come è anche il tormentato e noto filosofo di Röcken (Nietzsche) consumato dal dolore. Ogni storia narrata da Gustafsson è un alternarsi continuo tra dimensione reale e onirica, passato e presente, vita vissuta e ancora da vivere, ricordi d’infanzia e riferimenti geografici a luoghi ben noti (Svezia, Italia, Grecia), che l’autore stesso ha recuperato dal proprio vissuto personale e messo in queste dieci storie di vita. Le esistenze umane di “Storie di gente felice” sembrano le parenti nordiche delle vicende narrate da Borghes e i protagonisti di ognuna di esse appaiono al lettore come delle vite in continuo movimento tra le salite e le discese che l’esistere quotidiano ci riserva e dove si ha la sensazione che la felicità sia sempre presente, anche se nascosta e tutta da scovare. Traduzione di Carmen Cima Giorgetti.

Lars Gustafsson (1936-2016), originario del sud della Svezia che fa da sfondo a molti suoi romanzi, è considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo e romanziere fra i più tradotti all’estero, ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, in Texas. Nei suoi racconti come nelle poesie si riconosce quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità che l’hanno fatto definire il «Borges svedese». In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento, il Premio Boccaccio, il Grinzane Cavour e il Premio Nonino. Tra i suoi titoli pubblicati da Iperborea, Morte di un apicultoreIl pomeriggio di un piastrellistaLe bianche braccia della signora Sorgedahl, L’uomo sulla bicicletta blu.

Source: richiesto all’editore Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa.

Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa. Mathijs Deen, (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

28 giugno 2020

per-antiche-strade-1Per antiche strade” è il nuovo lavoro letterario di Mathijs Deen, edito da Iperborea. Il testo è un vero e proprio viaggio nella storia d’Europa, come indicato nel sottotitolo, su antiche vie di comunicazione. Lo scrittore olandese parte da un ricordo d’infanzia quando andava dai nonni e il padre, alla guida della loro macchina, era solito dire: “Questa è la E8, che va da Londra a Mosca”. Un dettaglio che colpì molto il piccolo Mathijs e lo fece a tal punto che ora, in questo testo, lo scrittore ci invita a seguirlo nell’intricato reticolo di vie e strade presenti in Europa. Quello che Deen fa in “Per antiche strade” è importante, perché mette noi fruitori del presente a conoscenza di alcune delle più importanti arterie di collegamento tra città europee di oggi. In realtà, dal presente, l’autore ci trascina nel passato, mostrandoci, attraverso le storie e le vite di uomini e donne, che quelle strade vennero calpestate, percorse e solcate molto prima di noi, a dimostrazione della loro pluricentenaria esistenza. Non a caso durante la lettura si incontra la più ampia e variegata umanità, dove si alternano esploratori, conquistatori, mercanti, profughi, banditi e pure pellegrini, che nel corso dei millenni esplorarono le strade europee, lasciando le basi di quello che oggi è il nostro puzzle socio-culturale identitario. Quello che Deen fa è appassionante e stimola molto il lettore, in quanto la sua scrittura e quello che essa contiene, raccontano le strade e le vite di persone storicamente vissute, ma non sempre conosciute. Qualche esempio? Nel libro si trovano le tracce dei primi uomini giunti in Europa dall’Africa nell’era del Pleistocene. Poi incontriamo Bulla Felix, un brigante romano che rubava ai ricchi, liberava gli schiavi e ammetto che questo suo fare mi ha ricordato un certo Robih Hood arrivanto qualche tempo dopo. Come non rimanere affascinati dalla figura di Guðríðr Porbjarnardóttir, una giovane donna islandese battezzata che arrivò in Europa e dal Papa, nella speranza di capire se i suoi genitori pagani sarebbero finiti in paradiso. Non solo, perché nel libro di Deen ci sono tante figure curiose, compreso un suo lontano parente che finì a combattere in Russia al fianco di Napoleone, o le vite di coloro che parteciparono alla prime corse automobilistiche non su circuito, ma direttamente sulle strade di collegamento tra le capitali europee. “Per antiche strade” di Mathijs Deen è un libro davvero interessante, nel quale le strade dell’Europa sono narrate attraverso le biografie di coloro che le percorsero e questo approccio stilistico è molto avvincente, non solo perché ci permette di conoscere le vite di alcuni personaggi storici esistiti prima di noi ma, grazie al loro spostarsi nel continente , noi lettori conosciamo le sfaccettature, le trasformazioni delle cultura europea, e anche le conseguenze derivanti dai contrasti politici, economici, religiosi (come la storia dell’ebreo che scappò dalla Spagna, perché bersaglio dell’Inquisizione e finì in Olanda dove portò l’arte del teatro) e culturali che hanno caratterizzato e reso tale la nostra Europa. Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.Ricordo anche i podcast dedicati a “Per antiche strade” di Mathijs Deen in 8 puntate realizzati, con la collaborazione di Matteo Caccia, attore e speaker radiofonico, presenti sulle principali piattaforme streaming gratuite.

Mathijs Deen (1962) è uno scrittore e giornalista, autore di programmi di storia per la radio olandese. Ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti e di saggi. “Per antiche strade” è in corso di pubblicazione in vari paesi europei.

Source: richiesto dal recensore. Grazie a Francesca Gerosa e all’ufficio stampa Iperborea.

Saga di Gunnar (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

8 giugno 2020

gunnarLeggere la “Saga di Gunnar”, pubblicata da poco da Iperborea, è fare un vero e proprio viaggio nell’antico folclore della tradizione narrativa islandese. Questa breve storia, un tempo di certo tramandata oralmente, ha per protagonista Gunnar, un giovanotto scapestrato, ma solo in apparenza. Affermo questo perché all’inizio della storia il protagonista ci appare un po’ svogliato, annoiato dal vivere e senza obiettivi precisi per il domani, tanto è vero che questo atteggiamento di Gunnar, lo ha portato nel tempo a guadagnarsi il titolo di “Idiota di Keldungnúpur”.
Poi, come avviene nella più classica avventura dell’eroe, Gunnar inizia a cambiare nel momento in cui il fratello maggiore lo porta con sé per partecipare a gare di lotta.  Gli scontri permetteranno a Gunnar di dimostrare la sua forza e astuzia, sconfiggendo le prepotenze dei figli del loro acerrimo nemico. Gunnar è anche consapevole che i suoi trionfi lo hanno reso facile bersaglio di vendetta, ma questo non lo intimorisce, anzi gli dà ulteriori opportunità per dimostrare la sua astuzia, forza e intelligenza. La vicenda di Gunnar è ambientata nel X secolo nella parte sud orientale dell’Islanda dove le avventure di questo giovanotto prendono forma dimostrando il suo cammino per diventare a tutti gli effetti il classico eroe. La vicenda ha qualcosa di diverso e di originale rispetto alle altre della tradizione islandese e nordica, nel senso che a differenza di altri testi dove capita che accanto ai personaggi principali si innestino dei filoni narrativi con protagonisti i personaggi comprimari del principale (la Saga di Guatrekr dalla Svezia ne è un esempio), nella saga dedicata a Gunnar il protagonista unico dell’intreccio narrativo è lui stesso alle prese con nemici da combattere, troll e trollesse da sconfiggere. Il giovane subirà una vera e propria catarsi che gli permetterà di diventare un uomo, nonché il capostipite primario delle sue genti. Questo cambiare attraverso delle prove da superare (i combattimenti) e il comprendere i propri errori e scusarsi di essi, sono i segni evidenti che il protagonista si trasforma, diventando un giovane uomo, saggio e equilibrato nel proprio fare e agire. La “Saga di Gunnar” è assimilabile al romanzo di formazione, perché il protagonista è l’incarnazione di un modello comportamentale in fase di crescita alla ricerca nel suo posto nel mondo. La solidità caratteriale e morale raggiunta da Gunnar diventano un punto di riferimento per il lettore di ieri e anche un po’ per quello di oggi. Per il fruitore islandese l’antico testo è anche un qualcosa in più, in quanto le vicende di Gunnar hanno al centro la vita e l’operato di un uomo che per gli islandesi è il più antico e importante antenato, il capostipite della loro stirpe. Non a caso dove Gunnar avrebbe vissuto, oggi troviamo anche una grotta a lui dedicata a Keldugnúpur, un segno evidente di quanto sia importante per la terra nordica. Il testo presenta un’accurata introduzione dove si spiega la storia della saga di Gunnar e delle altre tipiche dell’Islanda, ponendo l’attenzione sulle somiglianze e anche sulle differenze che rendono Gunnar unico. Nell’appendice sono presenti alcune varianti narrative ritrovate e relative a Gunnar e alle sue avventure, grazie alle quali il lettore ha la possibilità di percepire le sottili variazioni narrative che hanno caratterizzato la saga di Gunnar. Traduzione di Roberto Pagani. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Mamma è matta, papà è ubriaco, Fredrik Sjöberg (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2020

mamma_e_matta_altaOgni libro di Fredrik Sjöberg è una garanzia. Nel senso che cominci a leggerlo nella convinzione che conoscerai una storia e, come sempre, scopri più di una vita. Anche in “Mamma è matta, papà è ubriaco” l’entomologo svedese ci porta alla scoperta di una vita sconosciuta, o meglio, di un artista – Anton Dich- finito nel dimenticatoio. Il tutto parte da un quadro -il ritratto di due cugine- , nel quale l’autore si è imbattuto in un’asta danese e, da subito si scatena in lui l’attenzione per l’autore Anton Dich. Chi era, cosa fece, chi sposò, che rapporto aveva con le due ragazzine ritratte e perché nessuno si ricorda di lui? Nel nuovo libro pubblicato da Iperborea si cerca di ricostruire la vita di Dich. Punto di partenza sono i racconti di alcuni nipoti dell’artista. Storie che conducono Sjöeberg nei primi anni del 1900, nella vita di Eva Adler, moglie di Dich, e nella sua famiglia nella quale le donne ebbero grande spirito di iniziativa imprenditoriale, avendo spesso più successo dei mariti. Eva e Anton, già che amore quasi perfetto! Sì perché prima di Dich, Eva era sposata con un altro artista, tal Ivar Aresonius, che morì giovanissimo dopo aver fatto opere su opere molto apprezzate dal pubblico e dalla critica. Anton arrivò dopo e per tutta la sua vita e carriera, lo spettro del primo marito di Eva aleggiò su di lui. Il libro di Sjöberg è una vera e propria avventura che ci porta a Stoccolma, in Austria, in Germania, in Italia, sempre sulle tracce di Dich. La cosa che stupisce è che questo artista (patrigno di una delle ragazzine dipinte) riuscì, sembrerebbe, ad imbattersi in artisti come Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars, trovandosi al posto giusto, pure nel momento giusto, senza però riuscire ad avere mai il successo tanto desiderato. Dich era pure un uomo dal carattere complesso, molto autocritico, che non esitava ad esternare la sua insoddisfazione sulle sue stesse opere, da lui stesso prese di mira e, in diversi casi, distrutte. Conoscenti ne aveva Dich, una moglie che lo amava pure, ma il suo unico più grande amico -quello che poi complicava sempre le relazioni con gli altri- fu l’alcool. L’inseparabile bottiglia sarà anche quella che porterà Dich nella tomba, nel 1935, a Bordighera dove, ancora oggi, è sepolto. La tomba si deve cercare, e lo conferma anche l’autore, ma c’è. “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg si inserisce alla perfezione nella serie di libri da lui scritti e dedicati a quegli artisti, studiosi che ebbero un grande intuito ma che, per uno strano scherzo del destino, finirono nel dimenticatoio. Ricordiamo “L’arte di collezionare le mosche” (Iperborea 2015), con protagonista René Malaise, scienziato svedese, inventore della trappola per mosche.  “Il re dell’uvetta” (Iperborea, 2016), con protagonista Gustaf Eisen, zoologo, pittore, archeologo, fotografo, esperto di lombrichi divenuto un pioniere della coltivazione dell’uvetta in California. “L’arte della fuga” (Iperborea 2017) dedicato al pittore paesaggista Gunnar Widforss, sconosciuto in patria, ma osannato in America.  “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg è il viaggio nella Storia, in luoghi diversi e epoche lontane, alla ricerca degli indizi giusti per poter ricostruire una vita, quella del pittore Anton Dich, facendone degna memoria e restituendola ai lettori di oggi e del domani. Traduzione Andrea Berardini.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Dopo L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato da The Times «Nature Book of the Year», Iperborea ha pubblicato Il re dell’uvetta, L’arte della fuga, Perché ci ostiniamo e Mamma è matta, papà è ubriaco.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa Iperborea.