Posts Tagged ‘Iperborea’

:: E se il mondo salta in aria,  Sarah Jäger (Iperborea, 2026) A cura di Viviana Filippini

31 agosto 2026

Vacanze in arrivo e pronti tutti per la piscina. Non per tutti però, perché i due protagonisti – Juri e Ava, 14 anni- di “E se il mondo salta in aria”,  Sarah Jäger, edito da Iperborea sono invece chiusi in casa. Lui ha fatto una scelta volontaria, perché ha paura di tutto quello che è e c’è nel mondo e solo stando nella propria camera riesce a sentirsi al sicuro. Ava, al contrario, è sempre a zonzo con gli amici e anche a causa di questo è stata messa in punizione. Juri e Ava, ognuno a casa sua, in realtà si conoscono perché erano in classe assieme alle scuole elementari, ed è da molto che non si vedono e sentono. Ava, che non sa come far passare il tempo, contatta Juri su WhatsApp, e lui, strano ma vero, le risponde dando il via a qualcosa di inaspettato, spiritosi, simpatico e allo stesso commovente. Il libro per ragazzi della Jäger è interessante, perché affronta il tema dell’amicizia, e di come a volte, proprio in questo caso, i social possono diventare un appiglio e uno scoglio a cui aggrapparsi per trovare la salvezza, perché per i due protagonisti adolescenti inizierà uno scambio di messaggi che sarà qualcosa di un semplice invio o di una spunta azzurra. In questa chiacchierata virtuale dove entrambi si raccontano a ruota libera è Interessante notare la diversità di approccio alla comunicazione usata dai due protagonisti.  Ava  per esempio  usa solo vocali ed è una chiacchierona, mentre Juri manda solo messaggi scritti ed è sempre minato dalla sua insicuro e paura della vita. Il legame virtuale che nasce pagina dopo pagina, o meglio messaggio in chat dopo messaggio in chat, evidenzia come il costante scambio tra i due ragazzi diventi un vero e proprio salvagente per entrambi, perché piano piano i due cominceranno a raccontarsi le loro ansie, gioie, timori e paure. Messaggio dopo messaggio in “E se il mondo salta in aria” Juri e Ava, isolati dal resto del mondo,  impareranno a riscoprire il valore speciale dell’amicizia, del sostenersi a vicenda e farsi forza uniti anche ad una giusta dose di coraggio per affrontare il rapporto e confronto con quella la realtà esterna che tanto spaventa e disorienta. Il romanzo è stato il vincitore del Deutscher Jugendliteraturpreis 2025, il più importante riconoscimento tedesco per la letteratura per ragazzi. Illustrazioni di Sarah Maus e traduzione di Valentina Freschi.

Sarah Jäger è una scrittrice ed esperta di pedagogia teatrale, è sempre alla ricerca di storie che colpiscano il cuore, la mente e la pancia dei suoi giovani lettori. Ha scritto diversi romanzi apprezzati per la forza narrativa con cui raccontano il mondo delle emozioni e dei sentimenti degli adolescenti.

Source: della lettrice.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

::Nulla da invidiare, Barbara Demick, (Iperborea 2026) a cura di Viviana Filipini

23 giugno 2026

“Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord” è il saggio di Barbara Demick edito da Iperborea. Il libro è frutto di anni di lavoro a Seul della giornalista che ha avuto modo di raccogliere voci dal mondo della Corea del Nord, mostrando quella che è la vera vita, ben diversa dall’immagine che ci arriva dai media, spesso filtrata, per fa apparire quello che in realtà non è. Snodo narrativo dal quale si propaga la narrazione è Chongjin, terza città più grande del paese, dove vivono alcune delle voci presenti in questo libro  che è un saggio e un reportage. Da subito l’immagine che abbiamo di Chongjin è quella di una centro abitato dove la povertà e la carestia dilagano, dove spesso e volentieri manca l’energia elettrica, dove il cibo è del tutto inesistente e dove ogni singola mossa che viene compiuta è sotto controllo del potere. Il periodo in questione riguarda il Paese  tra gli anni   Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Tra le voci raccolte ci sono quelle di  Mi-ran e Jun-sang, una ragazza e un ragazzo che si amano, ma lo fanno con garbo, con attenzione per non dare scandalo, come quando vanno a passeggiare di notte e tra loro, per mantenere le distanze, tengono la bicicletta di lui. Loro che studiano e lavorano creandosi aspettative grandi per il futuro, quando poi sono soli nelle loro case meditano la fuga (che non si confessano per evitare di finire nei guai) da un mondo dove non si sentono liberi.  Loro sono una coppia, poi ci sono voci singole  di coloro che da medici assistono impotenti al dilagare della fame e delle malattie; ci sono ragazzi soli che finiscono in campi di detenzione dove trovano padri incarcerati per anni per aver cercato di procurare cibo alla famiglia affamata; donne che si inventano biscotti e attività per sfamare i figli; ci sono persone che vivono  nel terrore del verificarsi di un controllo a casa con l’arrivo di appositi comitati che verificano l’esposizione della foto del capo di governo. L’immagine che emerge dal libro della  Demick è quella di un mondo dove la propaganda domina, filtra i contenuti in entrata e in uscita. Un universo nel quale chi ci vive viene sottomesso, manipolato e indotto ad agire e pensare in un certo modo  nel rispetto ferreo delle regole, mentre chi cerca di agire in modo diverso viene arrestato, messo sotto inchiesta eo sempre tenuto d’occhio. Coloro che riescono a scappare – anche con escamotage rocamboleschi-  lo fanno per non tornare più (spesso con grande dolore) nella propria terra. Un andarsene  per  vivere in quel Sud tutto da conoscere e scoprire, dove la vita è progresso vero, indipendenza, autonomia e soprattutto libertà di vivere e di esistere. “Nulla da invidiare” di Barbara Demick è un libro corale dove si raccolgono storie e si narrarono i cambiamenti di potere nella Corea del Nord, nella quale sembra esserci una possibilità di cambiamento, di trasformazione e di maggiore rapporto e confronto con l’Occidente che rimangono però, a quanto si deduce, solo una facciata di superficie. Traduzione di: Valentina Ricci.

Barbara Demick, scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con “Nulla da invidiare” ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche “I mangiatori di Buddha”.

:: Nel cuore del gatto di Jina Khayyer (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

16 giugno 2026

Nel cuore del gatto è il romanzo d’esordio dell’autrice di origini iraniane Jina Khayyer, pubblicato da Iperborea e tradotto da Silvia Albesano. Attraverso una narrazione stratificata che intreccia memoria familiare, ricerca identitaria e riflessione politica, il libro restituisce un ritratto dell’Iran contemporaneo lontano dalle semplificazioni della cronaca e del dibattito pubblico. Sullo sfondo delle proteste scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022, l’autrice costruisce una storia che attraversa generazioni di donne e differenti modi di vivere il senso di appartenenza.

La protagonista si chiama Jina, proprio come la giovane donna divenuta il simbolo del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Ha origini iraniane, ma è nata e cresciuta in Europa e vive quella condizione tipica della diaspora che consiste nel sentirsi intimamente legata a una terra che, allo stesso tempo, continua a rimanere in parte distante. Quando l’angoscia per la sorte della sorella Roya e della nipote Nika, rimaste a Teheran, diventa insostenibile, il presente lascia spazio al ricordo del suo primo viaggio in Iran. Da questa frattura prende forma un mosaico di incontri, vicende e memorie che collega il passato e il presente della sua famiglia.

Sono soprattutto i personaggi femminili a dare spessore e profondità alla narrazione, a rappresentarne le voci più significative. Accanto alle giovani donne che sfidano apertamente il regime, come Iman, trovano spazio le anziane zie che custodiscono le tracce di un mondo cancellato dalla Rivoluzione islamica. Attraverso le loro storie emergono desideri interrotti, affetti perduti e differenti forme di resistenza, talvolta silenziose, talvolta apertamente conflittuali.

Pur confrontandosi con temi profondamente politici, Khayyer evita di trasformare il romanzo in una semplice testimonianza. La repressione attraversa la narrazione senza esaurirne il significato. L’Iran che emerge da queste pagine è fatto anche di poesia, tradizioni, paesaggi, lingua e memoria culturale. È un paese attraversato da profonde contraddizioni, raccontato nella sua dimensione più umana e quotidiana. Un ruolo particolarmente significativo è affidato alla lingua persiana, descritta come un patrimonio vivo nel quale immagini, simboli e memoria continuano a sopravvivere.

Accanto alla riflessione politica, il romanzo sviluppa anche una profonda indagine sul rapporto tra memoria e identità. Le vicende delle diverse generazioni sembrano richiamarsi continuamente, mostrando come le ferite della storia non appartengano soltanto a chi le ha vissute direttamente, ma continuino a produrre conseguenze nel tempo. Questa eredità del passato assume così il valore di una risorsa complessa: un peso da portare, ma anche uno strumento di resistenza e sopravvivenza. In questa prospettiva il racconto individuale si apre progressivamente a una dimensione collettiva che coinvolge un intero paese.

Suggestivo è anche il modo in cui il viaggio geografico si trasforma gradualmente in un percorso interiore. Da Teheran a Persepoli, dal deserto ai luoghi legati alla tradizione zoroastriana, ogni tappa contribuisce a ricomporre il rapporto della protagonista con le proprie radici. Anche il titolo del romanzo ha una particolare valenza simbolica: richiama la celebre immagine dell’Iran come un gatto accovacciato, suggerisce un’immersione nel cuore della sua storia e della sua identità.

La struttura procede per frammenti, ricordi e racconti intrecciati, rispecchiando il funzionamento stesso della memoria. Ne nasce un racconto composito nel quale storia personale e storia collettiva si riflettono continuamente l’una nell’altra. Alla cronaca politica si alternano momenti più lirici e contemplativi, contribuendo a restituire la ricchezza culturale e simbolica dell’universo narrato.

Nel cuore del gatto si inserisce nel filone della narrativa diasporica iraniana contemporanea, trovando una propria voce nell’equilibrio tra dimensione politica e intimità familiare. Più che offrire una spiegazione dell’Iran, il romanzo invita ad attraversarne le ferite, le contraddizioni, le tradizioni, i colori, la vitalità, restituendo il ritratto di un paese che continua a resistere attraverso la memoria, la cultura e le donne che ne custodiscono la storia.

Jina Khayyer, scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.Source: libro gentilmente donato dall’editore presso il Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Quello che cerchi sta cercando te di Kader Abdolah (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

15 Maggio 2026

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, quando si sente il bisogno di rallentare, fare silenzio e tornare a interrogarsi sulle cose essenziali. Quello che cerchi sta cercando te. Un viaggio mistico nella vita e nella poesia di Rumi, pubblicato da Iperborea, con la traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, è uno di quei libri. E non soltanto perché racconta la vita di Rumi, poeta mistico amatissimo ancora oggi in tutto il mondo, ma perché Kader Abdolah riesce a trasformare la sua storia in qualcosa che parla profondamente anche al presente: identità, perdita, libertà, desiderio di appartenenza, bisogno di senso.

Abdolah, scrittore iraniano rifugiato nei Paesi Bassi dagli anni Ottanta, sceglie di raccontare Rumi non come una figura distante e intoccabile, ma come un uomo attraversato dalla storia, dall’esilio e dalle trasformazioni interiori. Ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti del libro: il fatto che la spiritualità non venga mai trattata come qualcosa di astratto o decorativo, ma come un’esperienza profondamente umana, viva, concreta.

Rumi, pseudonimo di Mowlana Jalaloddin Mohammad Balkhi, nasce nel 1207 a Balkh, in un’epoca di straordinario fermento culturale destinata però a essere travolta dalla violenza dell’invasione mongola guidata da Gengis Khan. La fuga insieme al padre segna l’inizio di un lungo viaggio che attraversa Baghdad, La Mecca, Aleppo e la Via della Seta fino a Konya. Un percorso geografico che nel libro coincide anche con una continua trasformazione interiore.

La scrittura di Abdolah è evocativa, ma molto accessibile, capace di costruire atmosfere senza mai risultare pesante. Le città, i bazar, le madrase e i deserti diventano luoghi vivi, mai semplici fondali esotici. Si ha spesso la sensazione di attraversare una grande fiaba antica, ma con una sensibilità molto contemporanea.

Il cuore emotivo del libro arriva con l’incontro tra Rumi e Shams di Tabriz, il mistico che cambia radicalmente il suo modo di guardare il mondo. Abdolah racconta molto bene questa trasformazione: il passaggio da una spiritualità legata alle regole e allo studio a qualcosa di più libero, intuitivo e totalizzante. Non a caso una delle frasi più potenti del libro è: La religione dell’amore è tutta diversa dalle altre religioni. Una frase che sintetizza perfettamente la visione di Rumi e che oggi, in un tempo spesso dominato da divisioni e rigidità identitarie, suona sorprendentemente moderna.

Molto bella anche la scelta di inserire nel volume novantadue poesie e numerosi racconti attribuiti alla tradizione di Rumi. Fra i versi più intensi c’è sicuramente Non senza te:

Da anni mi chiedo:

chi sono?

Sono fuoco?

Desiderio?

Una scintilla del tutto?

Sì, cosa, chi sono?

Quando ti ho incontrato,

l’ho capito.

Che

senza di me tu non potevi essere

e

io non senza di te.

È difficile non leggere queste parole come una sorta di dialogo con Dio, o comunque con una dimensione assoluta capace di superare i confini dell’ego e della separazione.

Ed è proprio qui che si comprende anche il senso profondo del titolo. Quello che cerchi sta cercando te è una delle massime più celebri attribuite a Rumi e richiama una visione profondamente legata alla tradizione sufi: ciò che desideriamo autenticamente non è separato da noi, ma entra in relazione con il nostro modo di vivere, pensare, agire. In questa prospettiva anche il karma non viene inteso come punizione o premio, ma come una forma di attrazione spirituale e umana. Le azioni, le intenzioni e persino la consapevolezza che sviluppiamo contribuiscono a orientare ciò che entra nella nostra vita. È anche per questo che i versi di Rumi, a distanza di secoli, continuano a parlare ai lettori contemporanei: perché affrontano temi universali come nascita, morte, destino, desiderio e trasformazione con una semplicità solo apparente.

Uno degli elementi più interessanti del libro è il legame tra Abdolah e il suo protagonista. Entrambi esuli, entrambi costretti a lasciare la propria terra, entrambi profondamente legati alla parola e alla memoria culturale come forma di resistenza.

Quello che cerchi sta cercando te è quindi molto più di una biografia romanzata. È un libro che parla di ricerca interiore senza retorica, di spiritualità senza dogmi e di identità senza confini rigidi. Colto, ma scorrevole, intenso, ma mai pesante, riesce a riportare Rumi nella contemporaneità con grande eleganza, ricordandoci quanto alcune domande umane restino universali, anche a distanza di otto secoli.

Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

Elisabetta Svaluto Moreolo, dopo la laurea in traduzione alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università degli Studi di Trieste, dal 1988 svolge l’attività di lettrice e traduttrice letteraria dal nederlandese e dall’inglese, collaborando con diverse case editrici italiane. Fa parte dei traduttori accreditati della Dutch Foundation for Literature e del Rijksmuseum di Amsterdam, e dal 2000 insegna traduzione dal nederlandese alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano. Tra i numerosi autori da lei tradotti si annoverano Kader Abdolah, Gerbrand Bakker, Hugo Claus, Leon De Winter, Willem Jan Otten, Allard Schröder e Tommy Wieringa.Source: libro gentilmente inviato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Saga di Grettir il forte (Iperborea, 2026), a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2026

È arrivato in libreria uno dei capisaldi della letteratura medievale nordica inserito nel filone delle Saghe degli islandesi che ha per protagonista la figura di Grettir il forte. Le sue vicende si trovano nel libro la “Saga di Grettir il forte”, edito da Iperborea, dove vengono narrate le gesta più eroiche, ma anche drammatiche di questo uomo dalla forza impressionante e in certi momenti davvero sovrumana. Chi è però Grettir il forte? Per scoprirlo basta immergersi nella storia  tradotta da Cristiano Vecli con prefazione di Fulvio Ferrari e seguire le vicende di Grettir Ásmundarson un eroe epico, un po’ giustiziere, un po’ fuorilegge, un po’ eroe un po’ emarginato, ispirato oltretutto ad un figura realmente esistita nell’XI secolo. Grettir ha origine vichinghe, discende da quei vichinghi che si ribellarono al re della Norvegia, lasciando quella terra d’origine per dirigersi in Islanda. Grettir arriva qui, ma da subito il suo carattere un po’ irruento e focoso lo portano a non riuscire ad adattarsi all’Islanda contadina e cristiana nata dopo la colonizzazione. Una sua incapacità di ambientarsi che dona al lettore un Grettir intento a vivere a modo suo, impegnato a compiere scorribande, a punire ed eliminare i cattivi di turno ma, a volte, anche i buoni, come se non sempre riuscisse a distinguere ciò che è bene da quello che è davvero male. Non mancano combattimenti con esseri umani, con le creature fantastiche dei troll, fino al dragur, un morto vivente che imperversa nelle campagne dell’Islanda. Ecco, questo gesto costringerà Grettir ad una vera e propria maledizione che lo porterà all’emarginazione e anche al terrore del buio. Situazione che però non impediranno al protagonista, animato da un’energia fuori dal comune di vivere altre mirabolanti avventura nella terra d’Islanda e, come si leggerà grazie anche ai suoi comprimari, passeranno anche per Costantinopoli, dove finisce appunto il fratello del protagonista. La saga di Grettir è affascinante e avventurosa, con elementi magici, che però non tolgono spazio a personaggi letterari che hanno tratti e caratteristiche tipicamente umani. Per esempio, Grettir è sfortunato, quello non lo si può negare ed emerge anche in diversi momenti della narrazione questo suo tale stato, però, allo stesso tempo è forte e coraggioso. Suo fratello invece- Þorsteinn- è astuto e affascinante, tanto è vero che grazie a queste sue qualità, e pure ad una buona dose di fortuna (quella che manca a Grettir) riuscirà a uscire di prigione.  La “Saga di Grettir il forte” è un altro importante tassello narrativo per la letteratura nordica e costituisce un testo letterario nel quale le atmosfere tipiche del gotico si mescolano al realismo, come per ammantare un uomo -Grettir- alle prese con gli imprevisti della vita, e  quel suo corso esistenziale dove il coraggio, la sofferenza, l’ onore e il destino più o meno avverso, sono gli elementi del vissuto di un personaggio letterario entrato nella leggenda, nella cultura norrena e oggi, a noi lettori contemporanei.

Source: ufficio stampa Iperborea.

:: L’ospite regale di Henrik Pontoppidan (Iperborea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2026

L’ospite regale (Den Kongelige Gæst, 1908) di Henrik Pontoppidan (1857-1943) edito da Iperborea, con traduzione dal danese e postfazione di Fulvio Ferrari, è un romanzo breve o racconto lungo se vogliamo, ricco di suggestioni e inquietanti divagazioni sul matrimonio, sul perbenismo delle piccole comunità del Nord Europa di inizio Novecento, sul potere perturbante dell’insolito e del grottesco. La storia è molto semplice e lineare e si svolge in poche pagine che ci portano nell’intimità e nei fragili equilibri di una coppia della buona borghesia: lui medico, lei madre di tre figli piccoli. Innamorati, felici, sposati da sei anni. Una coppia di coniugi che una sera si trova al suo desco un ospite inatteso, di cui mai sapremo l’identità, un principe, un buffone, messer Carnevale, una figura mitologica o se vogliamo biblica, ma non dirò altro sull’identità di questo oscuro personaggio lo scoprirete leggendo il racconto e soprattutto la postfazione molto esplicativa. Questo incontro si rivela fatale per gli equilibri della coppia e soprattutto getta nell’inquietudine e nella malinconia la donna che scopre di aver vissuto fino allora in una felicità fasulla, in un paradiso ormai perduto che lascia spazio a una realtà più cruda ma certamente più vera.

Henrik Pontoppidan (1857–1943) è stato uno dei massimi scrittori danesi, premio Nobel per la letteratura nel 1917. Ammirato da György Lukács e definito da Thomas Mann «un autore epico di razza», in Italia è conosciuto soprattutto per il romanzo Pietro il fortunato. La sua narrativa si caratterizza per un realismo critico e un profondo interesse per le trasformazioni sociali e morali della Danimarca tra Ottocento e Novecento.

:: Quello che cerchi sta cercando te di Kader Abdolah dal 12 novembre in libreria

12 novembre 2025

Kader Abdolah, in bilico tra la fiaba e la biografia, racconta la vita di Rumi, poeta in esilio, ponte tra le culture d’Oriente e Occidente.

Poeta, mistico sufi, libero pensatore, propagatore e innovatore di una tradizione millenaria, Rumi nacque nel 1207 a Balkh, oggi in Afghanistan, circondato dalla grande letteratura persiana e dalla magia dell’arabo coranico. Ma era il tramonto di un’epoca, quella del califfato di Baghdad, l’età d’oro della cultura islamica, stroncata dall’invasione di Gengis Khan: è la sua violenza che per tutta la vita Rumi rifugge, da quando, ragazzino, scappò da Balkh con il padre. Amato ancora oggi in tutto il mondo, per Kader Abdolah, cresciuto con le sue poesie, non è solo un mito, ma uno spirito affine: come lui esule, come lui emissario di una cultura così antica da sopravvivere ai capricci del potere sanguinario. Come lui, ha trovato una nuova vita nell’esilio. Lungo la Via della Seta, il giovane Rumi conosce il mondo: tra madrase e bazar, visita Baghdad, La Mecca, Aleppo, impara il greco di Platone e il latino. Finché, nella nuova casa in Turchia, a Konya, con moglie e figli, conosce l’amore: quello di Shams di Tabriz – il Sole di Tabriz, come dice il suo nome, rifugio da un’esistenza di rigide regole e ispirazione per indimenticabili poesie. Amore, dolore, fuga, il senso della vita, la gioia della libertà e dell’istinto: tra Persia e Olanda, l’umanità è sempre in cerca di una verità che potrà trovare solo in se stessa, ed esprimere solo con la letteratura. Abdolah, cantastorie esule afflitto dalla nostalgia, racconta il viaggio di Rumi come una fiaba delle Mille e una notte, aggiungendo le sue personali versioni di oltre novanta poesie e molti racconti del grande mistico. E in questo modo diventa un ponte tra il Medioevo persiano e l’Europa contemporanea.

Elisabetta Svaluto Moreolo Dopo la laurea in traduzione alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università degli Studi di Trieste, dal 1988 svolge l’attività di lettrice e traduttrice letteraria dal nederlandese e dall’inglese, collaborando con diverse case editrici italiane. Fa parte dei traduttori accreditati della Dutch Foundation for Literature e del Rijksmuseum di Amsterdam, e dal 2000 insegna traduzione dal nederlandese alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano. Tra i numerosi autori da lei tradotti si annoverano Kader Abdolah, Gerbrand Bakker, Hugo Claus, Leon De Winter, Willem Jan Otten, Allard Schröder e Tommy Wieringa.

Kader Abdolah Nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuoteUn pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

:: L’onesta bugiarda di Tove Jansson (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2025

Profondo Nord: un villaggio innevato da fiaba, e l’amicizia ambigua e inquietante tra due donne profondamente diverse, ma forse complementari, (forse addirittura entrambe specchio e riflesso dell’autrice) sono al centro di L’onesta bugiarda (titolo originale Den ärliga bedragaren, 1982), di Tove Jansson, autrice finlandese, della minoranza che scrive in lingua svedese. Edito in Italia questo ottobre in una nuova edizione da Iperborea e tradotto da Carmen Giorgetti Cima, L’onesta bugiarda è un romanzo psicologico e introspettivo, dalle insolite cadenze del thriller, che scava nelle dinamiche misteriose che legano i due personaggi principali, due donne, una anziana, e una giovane: Anna Aemelin, una sensibile illustratrice di libri per bambini che passa il suo tempo a dipingere con gli acquarelli boschi e conigli, ricevendo tante lettere dai suoi piccoli fan, e Katri Kling, una giovane donna enigmatica e scontrosa, caratterizzata da inquietanti occhi gialli da strega, nota per la sua intransigenza morale e la sua eccessiva e provocatoria sincerità, (non mente mai nemmeno per convenzioni sociali), che vive con un fratello disabile e un pastore tedesco senza nome. Anna Aemelin abita da sola in una grande casa, simile a un coniglio, che attira subito l’interesse di Katri che vorrebbe viverci con il fratello e inizia così a coltivare questa strana amicizia che Anna ricambia incapace di dire no alle persone. Anna vive ancora legata all’infanzia, ai suoi genitori, al suo mondo interiore fantastico e immerso nelle atmosfere fiabesche dei suoi disegni. Katri è invece razionale, pratica, forse anche calcolatrice, legata ai soldi e alla materialità del vivere. Due mondi psicologicamente in antitesi che si incontrano per vincere la grande solitudine che le accomuna. Abbandonata la letteratura per l’infanzia, celebre il suo mondo incantato dei Mumin, Tove Jansson ci presenta un romanzo per lettori adulti, caratterizzato da una lingua evocativa, elegante, e intrisa di sentimenti contrastanti, ma capace di suscitare interrogativi profondi sull’esistenza, sull’ambivalenza dei gesti quotidiani, sulla capacità di ferire la sensibilità altrui anche quando non lo si vorrebbe. Ma chi è l’onesta bugiarda del titolo? Forse lo sono entrambe le protagoniste in una profonda riflessione su cosa sia la verità, sempre mutevole e mai definitiva, e quanto la sincerità a tutti i costi non sia sempre un valore positivo, ma possa ferire appunto o diventare uno strumento di controllo, di manipolazione e di dominio. È una lettura lenta, sinuosa, cadenzata, priva di reali scossoni o colpi di scena, ma ricca di dettagli minimi, di impalpabile ricchezza espositiva che riflette un mondo interiore in perenne mutamento. Anche la descrizione della natura arricchisce di bellezza la narrazione con i suoi boschi oscuri e misteriosi e la sua neve perenne che congela un mondo di sentimenti inespressi, in cui le parole non sempre servono a comunicare, e di vulnerabilità. Anche fuori dalla letteratura per l’infanzia, Tove Jansson sa far sentire la sua voce, netta, precisa, autentica, forse più parlandoci di sé stessa che dei suoi personaggi. Molto amato da Ursula K. Le Guin. Da riscoprire. Postfazione di: Arianna Giorgia Bonazzi, immagine di copertina di Dee Nickerson.

Padre scultore e madre illustratrice, Tove Jansson (1914-2001) cresce tra una vivace casa-atelier di Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese. Il mondo d’arte e fantasia dell’infanzia nutre la sua vocazione di pittrice, vignettista e scrittrice e le ispira la serie di libri sui Mumin, oggi un classico di culto noto e amato in tutto il mondo. Con lo stesso spirito, ironico e poetico, acuto e dissacrante, si è rivolta anche agli adulti. Iperborea ha pubblicato La barca e io, Viaggio con bagaglio leggero, Fair Play, Campo di pietra e il best-seller Il libro dell’estate. È inoltre in corso di pubblicazione per Iperborea l’intera serie delle strisce dei Mumin e una collana speciale di albi illustrati tratti dalle loro storie più celebri.

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:: Il fiume infinito di Mathijs Deen (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

26 settembre 2025

Il Reno, in queste pagine, si trasforma da corso d’acqua in presenza primordiale: non un semplice fiume, ma un organismo vivente che scorre al di là del tempo, delle nazioni e delle mutazioni terrestri. L’autore, Mathijs Deen, ci accompagna lungo le sue sponde con una voce brillante, curiosa e profondamente consapevole. Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno, pubblicato da Iperborea con la brillante, esperta e sensibile traduzione di Chiara Nardo, è un’opera che si pone a metà strada tra saggio, racconto e reportage.

Deen apre l’opera scandagliando il tempo geologico: le montagne che emergono, i meccanismi tettonici, le alluvioni e gli spostamenti del suolo. In questa lunga “animazione” storica, il Reno non ha una sorgente definitiva, perché è composto dalle piogge, dai piccoli affluenti, dai rigagnoli: una visione che dissolve ogni punto d’origine e suggerisce che il fiume esista prima e dopo qualsiasi confine.

Ma non restiamo ai macro-fenomeni: l’autore intreccia storie, creature e uomini che popolano il fiume. Una femmina di salmone di tre milioni di anni tenta di riscoprire il percorso dei suoi avi, ma riconosce un corso d’acqua totalmente trasformato; la “ragazza di Steinheim” – tra i resti umani più antichi ritrovati lungo il Reno – ci parla di malattia, vita e migrazione umana lontana nel tempo; battaglie romane contro Frisi e Cauci, l’assalto al ponte di Remagen nel 1945 e l’emozione di due ex cittadini della DDR che finalmente approdano alla roccia della Lorelei diventano pietre miliari di un percorso che coniuga la Storia con le storie.

La cifra stilistica di Deen è quella di uno sguardo lieve e insieme profondamente informato, capace di oscillare tra scienza e immaginazione, senza che l’una oscuri l’altra. La prosa sa essere raffinata e sorprendente, ironica e solenne, visionaria e perturbante. In più, l’autore si colloca come testimone discreto: una piccola presenza accidentale di fronte all’immensità del fiume e del paesaggio.

Il pregio maggiore del libro è la capacità di fare del Reno un simbolo europeo: un filo d’acqua che connette valli, nazioni e culture. Nel raccontare le vicende delle sponde – naturali, storiche e, via via, politiche – Deen ci ricorda che il fiume è insieme confine e percorso, limite e incontro. Tuttavia, nel desiderio di includere molto – ere geologiche, migliaia di anni, migliaia di storie, spunti autobiografici – il testo può risultare a tratti irregolare nello slancio narrativo, senza comunque fare scemare l’interesse e la curiosità, che rimangono sempre vivi nel lettore.

Il fiume infinito funziona come un canto epico e meditativo: Deen non pretende di spiegare tutto, ma stimola una visione fluida, anamorfica, in cui ogni epoca risuona nel presente di tutti. È un libro da leggere a ritmo lento, da assaporare concedendosi soste e pause, per lasciarsi suggestionare dall’eterna corrente di un fiume che pare respirare.

Un’opera che non si limita a parlare del Reno, ma ne restituisce l’eco, la potenza e la presenza forte. Si tratta di un contributo originale e di valore, che ci restituisce i luoghi naturali come custodi di memoria ed evoluzione.

Mathijs Deen è uno scrittore e giornalista olandese, autore di reportage, documentari, programmi radiofonici, saggi narrativi, racconti e romanzi che gli sono valsi importanti riconoscimenti di pubblico e critica. Iperborea ha pubblicato inoltre Per antiche strade, che combina ricerca storica, diario di viaggio e racconto, e il romanzo La nave faro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore dopo una presentazione tenuta al Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca ufficio stampa Iperborea per l’invito e l’autore per la graditissima dedica.

:: Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale di Tania Branigan (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 settembre 2025

Per capire la Cina contemporanea di Xi Jinping non si può prescindere dal conoscere cosa successe in Cina dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao Tse-tung. Un solo decennio in cui si attuò la cosidetta Rivoluzione Culturale, uno spartiacque traumatico e repentino che segnò per sempre un prima e un dopo nella tumultuosa storia cinese. La Cina sopravvisse e pose le basi dell’odierno miracolo economico che tanto impensierisce le nostre sempre più fragili democrazie occidentali da sempre tese a propugnare valori come la libertà, l’indipendenza, la giustizia, il democratico progresso condiviso. Se anche in Occidente abbiamo assistito a diverse rivoluzioni (altrettanto sanguinarie) come la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Inglese o quella Americana, per non parlare di quella Russa se vogliamo per esteso considerare anche la Russia Occidente, la Grande Rivoluzione culturale proletaria cinese ebbe caratteristiche sue proprie che segnarono per sempre nel profondo lo spirito e l’anima cinese. Fu un movimento che spazzò via le vecchie strutture tradizionali culturali, etiche, sociali e pose le basi di una nuova Cina che non ha mai smesso di evolversi e che ora conosciamo come potenza emergente nello scacchiere internazionale e desta grandi timori e un bricciolo di curiosità e forse anche ammirazione da parte nostra. Per fare luce su questo periodo controverso, e per molti versi ancora sconosciuto, della storia cinese, è sicuramente interessante leggere Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale della giornalista britannica Tania Branigan per sette anni in Cina come corrispondente di The Guardian. Edito in Italia da Iperborea e tradotto da Silvia Rota Sperti, Memoria Rossa più che un semplice saggio è un vero e proprio reportage che raccoglie le testimonianze dolorose e autentiche di chi partecipò alla Rivoluzione Culturale e ancora oggi ne conserva le cicatrici. Nessuno ne uscì innocente, vittime e carnefici si scambiarono i ruoli, in una lotta per la sopravvivenza in cui non era ben chiaro come si dovesse agire. Unico faro era il pensiero di Mao, che i giovani arruolati nel considetto grande esercito delle Guardie Rosse, seguivano con entusiasmo e autentica partecipazione. Non era facile rompere definitavemente con il passato, con la cultura tradizionale di stampo confuciano che perdurava da millenni. Fu uno spartiacque traumatico, come dicevamo prima, la delazione, la violenza, il sospetto erano diffuse, figli denunciavano i genitori, studenti uccidevano i propri professori, mogli e mariti si denunciavano a vicenda, e i campi di rieducazione erano veri e propri lager dove vigeva la tortura. I vecchi proprietari terrieri venivano assassinati passando a una collettivazione forzata delle terre che almeno nei primi tempi segno fame carestia, miseria diffuse, ma Mao ordinò di andare avanti e così i cinesi fecero verso un luminoso futuro che si intravedeva dalle ceneri e dalle rovine del passato. Si poteva cadere in disgrazia o essere riabilitati, tutto per un capriccio o una fortuita circostanza, gli eroi di ieri potevano diventare le vittime di domani, ma nonostante tutto questo la Cina conservò la sua anima. La Cina di oggi sembra destinata a fare i conti con questo ingombrante passato, sebbene il controllo sociale, oggi potenziato da tecnologia e software, sembra volerlo rimuovere. Ma la Cina di oggi è figlia della Cina di ieri, e il benessere economico ottenuto a caro prezzo da solo non basta a depurare dai fantasmi del passato e dalla necessità di conservare una coscienza, un’identità e valori condivisi in cui riconoscersi. Anche noi in Occidente abbiamo molto da imparare da queste esperienze, ora che per timore di guerre future si vuole fare abbattere il welfare per potenziare le spese belliche. Lo sgretolarsi dei capisaldi democratici è sempre più evidente ed è bene ricordare che fanno parte della nostra identità e della nostra anima, e che perdendoli, andrebbero persi per sempre.

Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.

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:: La porta delle stelle di Ingvild Rishøi (Iperborea 2024) a cura di Valentina Demelas

30 gennaio 2025

La porta delle stelle, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione accurata di Maria Valeria D’Avino, è una favola moderna che illumina le ombre della realtà – rievocando le atmosfere di Lindgren, Dickens e Andersen – ma è anche, e soprattutto, un ritratto nitido della contemporaneità, capace di intrecciare sogno e crudezza, poesia e realismo, attraverso una narrazione che pulsa di umanità.

La storia è ambientata a Tøyen, un quartiere periferico di Oslo, durante un inverno rigido e ostile. Qui incontriamo Ronja, una bambina di dieci anni dalla vivace intelligenza e dal cuore grande, e sua sorella Melissa, appena diciassettenne, ma già costretta a indossare le vesti dell’adulta in una famiglia difficile. Il padre, nonostante il suo affetto sincero, è troppo fragile per essere un vero sostegno, mentre la precarietà economica e sociale si insinua in ogni aspetto della loro esistenza.

La voce di Ronja, infantile, diretta e priva di artifici, guida il lettore tra le difficoltà della vita con uno sguardo che, pur ingenuo, non manca mai di profondità. Melissa, invece, incarna il peso delle responsabilità troppo grandi per una ragazza della sua età. Il loro rapporto, fatto di tensioni, ma anche di affetto e di una solidarietà indistruttibile, è il vero perno emotivo del testo.

Il periodo natalizio fa da sfondo alla narrazione, donandole un’aura senza tempo. Le lucine, la neve e i piccoli rituali del Natale richiamano le fiabe più classiche – ad esempio La piccola fiammiferaia – senza mai scivolare nel didascalico. Questa atmosfera, densa di simbolismo, si fonde con una contemporaneità spietata, creando un contrasto potente che amplifica il coinvolgimento del lettore.

La forza del racconto risiede nello stile di Ingvild Rishøi: minimalista e delicato, ma capace di scavare a fondo nel cuore di chi si immerge in questa esperienza di lettura. Ogni frase è calibrata con precisione, ogni immagine evoca un’emozione o una riflessione. Attraverso una prosa essenziale e poetica, l’autrice trasforma le piccole vicende quotidiane in un racconto universale, esplorando con sensibilità temi complessi. Eppure, accanto a ogni ombra, pulsa una luce potente: quella dell’innocenza dei bambini, della capacità di resistere e della speranza che a Natale un miracolo possa davvero capitare.

L’autrice evita con maestria le insidie del sentimentalismo, si muove con equilibrio tra durezza e tenerezza, lasciando spazio a momenti di solidarietà, piccoli gesti commoventi di umanità che illuminano anche le situazioni più cupe. Pur trattando temi intensamente emotivi, la narrazione non scivola mai nella retorica o nel patetico. Ogni lacrima che il libro può suscitare è autentica, mai forzata.

La porta delle stelle è un libro da assaporare e custodire, una lettura che invita a guardare oltre le apparenze e a scoprire la bellezza nascosta nelle piccole cose, anche nei momenti più difficili. È una favola classica che parla al cuore senza essere stucchevole, capace di emozionare, far riflettere, ma è anche «un lucido racconto della contemporaneità, crudo e onirico, che con sottile eleganza si muove tra la cura dell’altro e lo sconforto, tra la bellezza della speranza infantile e la fame che rende le prede predatori».

Consigliato a chi cerca storie capaci di toccare l’anima con grazia e profondità, questo libro è una piccola gemma che non lascia indifferenti.

Ingvild Rishøi è nata nel 1978, è una delle più importanti scrittrici norvegesi contemporanee. Ha conquistato i lettori con la sua narrazione essenziale ma potente, con un occhio attento per le meraviglie della vita quotidiana e per i personaggi vulnerabili ai margini della società. Le sue storie rievocano le atmosfere di grandi scrittori del passato come Astrid Lindgren, H.C. Andersen e Charles Dickens. I suoi libri, pubblicati in oltre venti paesi, hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Brage, il Premio della critica e il Premio Dobloug dell’Accademia svedese.

Maria Valeria D’Avino è nata a Roma, ha studiato letterature della Scandinavia in Italia, dove si è laureata presso l’Università La Sapienza, e a Copenaghen. Ha lavorato per circa dieci anni per la RAI (Radio, Multimedia), collabora con l’Associazione Asinitas come insegnante di italiano L2 in corsi rivolti alle persone migranti e tiene seminari di traduzione e scrittura. Collabora con varie case editrici per consulenze e scouting e traduce soprattutto narrativa danese e norvegese (Iperborea, Marsilio, Feltrinelli, Orecchio Acerbo). Tra gli autori tradotti, Knut Hamsun, Cora Sandel, Jørn Riel, Dag Solstad, Thorkild Hansen, Johan Harstad, Dan Turèll, Monica Kristensen, Gaute Heivoll, Jussi Adler-Olsen, Gunnar Staalesen, Janne Teller, Gunnar Gunnarsson.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.