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Quindici anni di Vigdis Hjorth (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

30 agosto 2026

Quindici anni di Vigdis Hjorth, pubblicato in Italia da Fazi Editore nella traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, è un romanzo di formazione toccante, in cui la scoperta delle menzogne familiari porta la protagonista adolescente a interrogarsi sugli adulti, sul senso della realtà, sulla giustizia e su quanto sia difficile restare fedeli a se stessi.

Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina norvegese con i genitori, la sorella Elisabet e il fratellino Lasse. La sua esistenza è scandita da abitudini consolidate: i pasti insieme, le domeniche sugli sci, le gite al lago, le vacanze e le ricorrenze religiose. Quella regolarità la protegge:

«Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo».

L’equilibrio si rompe quando Paula scopre le lettere che la madre scrive alla nonna materna, donna severa e profondamente religiosa, figlia di un celebre predicatore. In quelle pagine la realtà viene resa più presentabile: l’esame di matematica fallito da Elisabet diventa un successo, il padre riceve una promozione mai avvenuta e Paula viene descritta come una nipote devota. Falsità forse piccole per un adulto, ma sufficienti a incrinare l’intero sistema di valori della ragazza.

Hjorth evita la contrapposizione troppo semplice tra l’innocenza dell’adolescente e l’ipocrisia dei grandi. Paula condanna la madre, ma cerca anche di comprenderne le ragioni: la paura del giudizio, il desiderio di compiacere la nonna, la frustrazione di una vita governata dalle aspettative altrui. La menzogna diventa così il sintomo di una più profonda rinuncia all’autenticità.

Anche la religione viene affrontata senza facili provocazioni. Paula non rifiuta la ricerca di un significato; si ribella a una fede ridotta a rituale, obbedienza e controllo. Il confronto con il pastore, unico adulto disposto ad ascoltarla, mostra la complessità del conflitto: persino lui può proporle soltanto un compromesso basato sulla finzione e sul silenzio.

Karen, la migliore amica, rappresenta invece uno spazio di libertà. Quando si trasferisce, le lettere scambiate tra le due ragazze diventano una forma di presenza e resistenza. La scrittura assume così un doppio valore: nelle mani della madre altera la realtà, in quelle di Paula e Karen prova a raggiungere una verità condivisa.

«Una frase può cambiare qualunque cosa. Si trattava di trovare la frase che poteva cambiare tutto l’impossibile, se l’avesse trovata, non avrebbe più avuto nemmeno bisogno di gridare, le sarebbe bastato dirla con calma».

In queste parole è racchiuso uno dei nuclei del libro.

La narrazione in terza persona aderisce alla coscienza di Paula. I periodi lunghi, le associazioni e i pensieri ricorrenti riproducono con precisione il rimuginio di una ragazza incapace di accettare risposte convenzionali, la pressione che cresce in lei e la maturazione della sua volontà.

La ribellione di Paula non è clamorosa: procede attraverso esitazioni, piccoli rifiuti e tentativi che si scontrano con l’indifferenza degli adulti. Hjorth racconta l’adolescenza come un’età di dolorosa lucidità, nella quale si scopre che le persone amate possono deludere, che una famiglia può soffocare anche mentre cerca di proteggere e che crescere significa scegliere quali eredità accogliere.

Quando Paula comprende di dover difendere personalmente la propria volontà, il romanzo raggiunge la sua affermazione più vitale:

«Le era concesso vivere una sola volta, per questo sarebbe successo quello che doveva succedere, fine».

Una frase asciutta, quasi brutale, che non promette una libertà senza conseguenze, ma segna il momento in cui la ragazza decide di assumersene il prezzo.

Si tratta di un romanzo intenso, rigoroso e profondamente umano, che affida alla protagonista una conquista essenziale: il diritto di decidere chi diventare.

Vigdis Hjorth, nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, tra cui una ventina di romanzi, conquistando numerosi premi letterari. Eredità (Fazi Editore, 2020), incluso nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale. Fazi Editore ha pubblicato anche Lontananza (2021), finalista all’International Booker Prize 2023, e Ripetizione (2025).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo l’ufficio stampa Fazi Editore.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

Il cervello che ride Neuroscienze dell’umorismo di Mirella Manfredi (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

23 luglio 2026

Che cosa accade nel nostro cervello quando una battuta ci sorprende e ci strappa una risata? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, il saggio edito da Carocci, in cui Mirella Manfredi accompagna il lettore alla scoperta di uno dei fenomeni più universali e, allo stesso tempo, più complessi dell’esperienza umana.

Docente universitaria e direttrice di un gruppo di ricerca dedicato all’umorismo e alla neurodiversità, l’autrice affronta l’argomento con il rigore della scienziata e la chiarezza di una divulgatrice esperta. Ne nasce un volume di dimensioni contenute, ma straordinariamente ricco di contenuti: un saggio denso e concentrato, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare all’accuratezza scientifica e offrendo, in poco più di cento pagine, una panoramica ampia e aggiornata sul tema.

Il libro ci ricorda che ridere è molto più di una reazione spontanea: è il risultato di un articolato processo cognitivo. Per cogliere il comico, il cervello deve interpretare il contesto, riconoscere le incongruenze, elaborare aspettative e comprendere le intenzioni degli altri. L’umorismo diventa così una chiave di lettura privilegiata per esplorare il funzionamento della mente e il modo in cui costruiamo anche le nostre relazioni.

Il percorso si sviluppa con ordine e coerenza, muovendo dalle principali teorie sull’umorismo per arrivare alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Attraverso studi sperimentali, tecniche di neuroimaging ed elettrofisiologia, il volume illustra come la ricerca abbia progressivamente chiarito il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione del comico. A questa prospettiva si affiancano interessanti approfondimenti sullo sviluppo del senso dell’umorismo nell’infanzia, sulle possibili componenti ereditarie, sul rapporto con creatività e problem solving e sugli effetti che la risata può esercitare sul benessere psicofisico e sulle dinamiche relazionali.

Particolarmente stimolanti risultano anche le pagine dedicate alle radici evolutive dell’umorismo e ai comportamenti osservati nel regno animale, che ampliano lo sguardo oltre la sola dimensione umana. Di grande interesse è inoltre il capitolo conclusivo, dedicato alla neurodiversità, nel quale vengono analizzate le peculiarità dell’umorismo nell’autismo e nella sindrome di Williams. Temi che mostrano come un’esperienza apparentemente semplice possa offrire preziose informazioni sui meccanismi della cognizione.

Mirella Manfredi firma un’opera di grande qualità divulgativa, riuscendo a trasformare risultati scientifici complessi in un racconto chiaro, fluido e coinvolgente, mantenendo sempre un elevato livello di precisione. La lettura procede con naturalezza grazie a un equilibrio ben calibrato tra evidenze sperimentali, riferimenti alla letteratura scientifica e spunti di riflessione che invitano a guardare con occhi nuovi un gesto quotidiano come il ridere.

Il cervello che ride è un saggio che informa, incuriosisce e stimola il pensiero, restituendo all’umorismo tutta la sua complessità biologica, cognitiva e sociale. Una lettura consigliata non soltanto a chi si interessa di neuroscienze, ma anche a chi desidera comprendere meglio una delle manifestazioni più caratteristiche dell’essere umano e il ruolo che essa svolge nella nostra vita emotiva, cognitiva e relazionale.

Mirella Manfredi è professoressa di Neurodiversità e cognizione nella facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo, dove dirige un gruppo di ricerca su umorismo e neurodiversità. È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: L’internato di Sebastian Fitzek (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

19 giugno 2026

Con L’internato, romanzo pubblicato da Fazi Editore nella traduzione di Sveva Lizza, Sebastian Fitzek torna in uno dei territori narrativi che conosce meglio: quello in cui la paura non nasce soltanto da ciò che accade, ma da ciò che non si riesce più a distinguere con certezza.

Verità, percezione, colpa, dolore e follia si intrecciano in un thriller psicologico costruito come una discesa progressiva dentro una zona della mente dove ogni appiglio sembra destinato a cedere.

Al centro del romanzo c’è Till Berkhoff, un padre devastato dalla scomparsa del figlio Max. È passato un anno, ma non esiste una verità, non esiste un corpo, non esiste una sentenza capace di trasformare l’angoscia in lutto. L’unico uomo che potrebbe sapere qualcosa è Guido Tramnitz, rinchiuso in una clinica psichiatrica di massima sicurezza dopo aver confessato due infanticidi. Ma Tramnitz tace. E quel silenzio, per Till, è una forma di tortura.

La premessa è semplice e potentissima: fin dove può spingersi un padre per conoscere la verità sul proprio figlio? Fitzek risponde portando il suo protagonista oltre il limite del ragionevole. Till decide infatti di entrare nella struttura in cui è ricoverato Tramnitz, fingendosi paziente, con l’obiettivo di avvicinarlo e strappargli finalmente una confessione. Da qui il romanzo si trasforma in un labirinto chiuso, soffocante, nel quale il confine tra simulazione e perdita di controllo diventa sempre più fragile.

La clinica psichiatrica non è un semplice scenario, ma una macchina narrativa. Corridoi, stanze blindate, protocolli, sorveglianza e isolamento costruiscono un’atmosfera claustrofobica che lavora sul lettore quasi fisicamente. Fitzek sa bene come creare dipendenza: capitoli brevi, cambi di prospettiva, finali sospesi, rivelazioni dosate con precisione. La sua scrittura non cerca la contemplazione, ma l’effetto. Non accompagna: trascina. È un tipo di thriller che punta sul ritmo e sulla tensione, e in questo senso funziona con notevole efficacia.

Il punto più interessante, però, non sta solo nel meccanismo. Sotto la superficie adrenalinica del romanzo c’è una domanda emotiva molto più dolorosa: che cosa resta di una persona quando le viene negata la possibilità di sapere? Till non è un investigatore, non è un eroe classico, non è nemmeno davvero lucido. È un uomo consumato dall’incertezza, e proprio questa fragilità rende il suo percorso più disturbante. Il dolore, in L’internato, non è un elemento secondario: è il motore dell’azione, la spinta che porta il protagonista a confondere sacrificio, ossessione e disperazione.

Fitzek lavora bene anche sull’inaffidabilità della percezione. In un luogo nato per contenere la follia, nessuno appare del tutto leggibile: pazienti, medici, vittime e carnefici sembrano muoversi in una zona ambigua, dove ogni verità può essere manipolata e ogni ricordo può diventare sospetto. È qui che il romanzo dà il meglio, perché costringe chi legge a condividere lo stesso disorientamento del protagonista.

In alcuni passaggi il gusto per il colpo di scena e per l’accelerazione rischia di prendere il sopravvento sulla complessità psicologica. Fitzek privilegia spesso l’impatto, la svolta, la tensione immediata, e questo può rendere alcuni snodi meno sottili di quanto il tema avrebbe permesso. Tuttavia sarebbe ingiusto chiedere a L’internato di essere un romanzo meditativo: la sua forza sta proprio nella capacità di trasformare un trauma intimo in un congegno narrativo spietato, leggibile tutto d’un fiato.

Il risultato è un thriller cupo, claustrofobico, disturbante, capace di tenere alta l’attenzione fino all’ultima pagina e di lasciare addosso una domanda scomoda: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenere una verità?

A rendere ancora più immersiva l’uscita del romanzo è stata anche l’esperienza dell’escape room dedicata al romanzo. La temporary room, nata dalla collaborazione tra Fazi Editore e The Impossible Society, si trova nel centro di Milano, in Corso di Porta Ticinese 107, ed è aperta al pubblico fino al 30 giugno: un’estensione perfettamente coerente con l’atmosfera del libro, pensata per chi ama entrare, almeno per gioco, nei corridoi più inquieti del thriller psicologico.

L’internato certamente conquista gli amanti del thriller psicologico, fidelizzandoli all’autore, ma ha tutte le qualità per coinvolgere anche chi di solito predilige altri generi. Perché, al di là della tensione e dei colpi di scena, è un libro scritto con grande mestiere, capace di tenere insieme ritmo, atmosfera e profondità emotiva. Una lettura intensa, coinvolgente, stimolante, difficile da interrompere e ancora più difficile da dimenticare.

Sebastian Fitzek,nato a Berlino nel 1971, ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da   Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventinove romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico: i suoi libri hanno venduto un totale di venti milioni di copie e sono stati tradotti in trentasei paesi. Oltre a L’internato, Fazi Editore ha pubblicato Portami a casa, dal quale è stata tratta una versione cinematografica per Amazon International, e Mimica.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo Cristina e Beatrice, ufficio stampa Fazi Editore.

:: Nel cuore del gatto di Jina Khayyer (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

16 giugno 2026

Nel cuore del gatto è il romanzo d’esordio dell’autrice di origini iraniane Jina Khayyer, pubblicato da Iperborea e tradotto da Silvia Albesano. Attraverso una narrazione stratificata che intreccia memoria familiare, ricerca identitaria e riflessione politica, il libro restituisce un ritratto dell’Iran contemporaneo lontano dalle semplificazioni della cronaca e del dibattito pubblico. Sullo sfondo delle proteste scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022, l’autrice costruisce una storia che attraversa generazioni di donne e differenti modi di vivere il senso di appartenenza.

La protagonista si chiama Jina, proprio come la giovane donna divenuta il simbolo del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Ha origini iraniane, ma è nata e cresciuta in Europa e vive quella condizione tipica della diaspora che consiste nel sentirsi intimamente legata a una terra che, allo stesso tempo, continua a rimanere in parte distante. Quando l’angoscia per la sorte della sorella Roya e della nipote Nika, rimaste a Teheran, diventa insostenibile, il presente lascia spazio al ricordo del suo primo viaggio in Iran. Da questa frattura prende forma un mosaico di incontri, vicende e memorie che collega il passato e il presente della sua famiglia.

Sono soprattutto i personaggi femminili a dare spessore e profondità alla narrazione, a rappresentarne le voci più significative. Accanto alle giovani donne che sfidano apertamente il regime, come Iman, trovano spazio le anziane zie che custodiscono le tracce di un mondo cancellato dalla Rivoluzione islamica. Attraverso le loro storie emergono desideri interrotti, affetti perduti e differenti forme di resistenza, talvolta silenziose, talvolta apertamente conflittuali.

Pur confrontandosi con temi profondamente politici, Khayyer evita di trasformare il romanzo in una semplice testimonianza. La repressione attraversa la narrazione senza esaurirne il significato. L’Iran che emerge da queste pagine è fatto anche di poesia, tradizioni, paesaggi, lingua e memoria culturale. È un paese attraversato da profonde contraddizioni, raccontato nella sua dimensione più umana e quotidiana. Un ruolo particolarmente significativo è affidato alla lingua persiana, descritta come un patrimonio vivo nel quale immagini, simboli e memoria continuano a sopravvivere.

Accanto alla riflessione politica, il romanzo sviluppa anche una profonda indagine sul rapporto tra memoria e identità. Le vicende delle diverse generazioni sembrano richiamarsi continuamente, mostrando come le ferite della storia non appartengano soltanto a chi le ha vissute direttamente, ma continuino a produrre conseguenze nel tempo. Questa eredità del passato assume così il valore di una risorsa complessa: un peso da portare, ma anche uno strumento di resistenza e sopravvivenza. In questa prospettiva il racconto individuale si apre progressivamente a una dimensione collettiva che coinvolge un intero paese.

Suggestivo è anche il modo in cui il viaggio geografico si trasforma gradualmente in un percorso interiore. Da Teheran a Persepoli, dal deserto ai luoghi legati alla tradizione zoroastriana, ogni tappa contribuisce a ricomporre il rapporto della protagonista con le proprie radici. Anche il titolo del romanzo ha una particolare valenza simbolica: richiama la celebre immagine dell’Iran come un gatto accovacciato, suggerisce un’immersione nel cuore della sua storia e della sua identità.

La struttura procede per frammenti, ricordi e racconti intrecciati, rispecchiando il funzionamento stesso della memoria. Ne nasce un racconto composito nel quale storia personale e storia collettiva si riflettono continuamente l’una nell’altra. Alla cronaca politica si alternano momenti più lirici e contemplativi, contribuendo a restituire la ricchezza culturale e simbolica dell’universo narrato.

Nel cuore del gatto si inserisce nel filone della narrativa diasporica iraniana contemporanea, trovando una propria voce nell’equilibrio tra dimensione politica e intimità familiare. Più che offrire una spiegazione dell’Iran, il romanzo invita ad attraversarne le ferite, le contraddizioni, le tradizioni, i colori, la vitalità, restituendo il ritratto di un paese che continua a resistere attraverso la memoria, la cultura e le donne che ne custodiscono la storia.

Jina Khayyer, scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.Source: libro gentilmente donato dall’editore presso il Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Quello che cerchi sta cercando te di Kader Abdolah (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

15 Maggio 2026

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, quando si sente il bisogno di rallentare, fare silenzio e tornare a interrogarsi sulle cose essenziali. Quello che cerchi sta cercando te. Un viaggio mistico nella vita e nella poesia di Rumi, pubblicato da Iperborea, con la traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, è uno di quei libri. E non soltanto perché racconta la vita di Rumi, poeta mistico amatissimo ancora oggi in tutto il mondo, ma perché Kader Abdolah riesce a trasformare la sua storia in qualcosa che parla profondamente anche al presente: identità, perdita, libertà, desiderio di appartenenza, bisogno di senso.

Abdolah, scrittore iraniano rifugiato nei Paesi Bassi dagli anni Ottanta, sceglie di raccontare Rumi non come una figura distante e intoccabile, ma come un uomo attraversato dalla storia, dall’esilio e dalle trasformazioni interiori. Ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti del libro: il fatto che la spiritualità non venga mai trattata come qualcosa di astratto o decorativo, ma come un’esperienza profondamente umana, viva, concreta.

Rumi, pseudonimo di Mowlana Jalaloddin Mohammad Balkhi, nasce nel 1207 a Balkh, in un’epoca di straordinario fermento culturale destinata però a essere travolta dalla violenza dell’invasione mongola guidata da Gengis Khan. La fuga insieme al padre segna l’inizio di un lungo viaggio che attraversa Baghdad, La Mecca, Aleppo e la Via della Seta fino a Konya. Un percorso geografico che nel libro coincide anche con una continua trasformazione interiore.

La scrittura di Abdolah è evocativa, ma molto accessibile, capace di costruire atmosfere senza mai risultare pesante. Le città, i bazar, le madrase e i deserti diventano luoghi vivi, mai semplici fondali esotici. Si ha spesso la sensazione di attraversare una grande fiaba antica, ma con una sensibilità molto contemporanea.

Il cuore emotivo del libro arriva con l’incontro tra Rumi e Shams di Tabriz, il mistico che cambia radicalmente il suo modo di guardare il mondo. Abdolah racconta molto bene questa trasformazione: il passaggio da una spiritualità legata alle regole e allo studio a qualcosa di più libero, intuitivo e totalizzante. Non a caso una delle frasi più potenti del libro è: La religione dell’amore è tutta diversa dalle altre religioni. Una frase che sintetizza perfettamente la visione di Rumi e che oggi, in un tempo spesso dominato da divisioni e rigidità identitarie, suona sorprendentemente moderna.

Molto bella anche la scelta di inserire nel volume novantadue poesie e numerosi racconti attribuiti alla tradizione di Rumi. Fra i versi più intensi c’è sicuramente Non senza te:

Da anni mi chiedo:

chi sono?

Sono fuoco?

Desiderio?

Una scintilla del tutto?

Sì, cosa, chi sono?

Quando ti ho incontrato,

l’ho capito.

Che

senza di me tu non potevi essere

e

io non senza di te.

È difficile non leggere queste parole come una sorta di dialogo con Dio, o comunque con una dimensione assoluta capace di superare i confini dell’ego e della separazione.

Ed è proprio qui che si comprende anche il senso profondo del titolo. Quello che cerchi sta cercando te è una delle massime più celebri attribuite a Rumi e richiama una visione profondamente legata alla tradizione sufi: ciò che desideriamo autenticamente non è separato da noi, ma entra in relazione con il nostro modo di vivere, pensare, agire. In questa prospettiva anche il karma non viene inteso come punizione o premio, ma come una forma di attrazione spirituale e umana. Le azioni, le intenzioni e persino la consapevolezza che sviluppiamo contribuiscono a orientare ciò che entra nella nostra vita. È anche per questo che i versi di Rumi, a distanza di secoli, continuano a parlare ai lettori contemporanei: perché affrontano temi universali come nascita, morte, destino, desiderio e trasformazione con una semplicità solo apparente.

Uno degli elementi più interessanti del libro è il legame tra Abdolah e il suo protagonista. Entrambi esuli, entrambi costretti a lasciare la propria terra, entrambi profondamente legati alla parola e alla memoria culturale come forma di resistenza.

Quello che cerchi sta cercando te è quindi molto più di una biografia romanzata. È un libro che parla di ricerca interiore senza retorica, di spiritualità senza dogmi e di identità senza confini rigidi. Colto, ma scorrevole, intenso, ma mai pesante, riesce a riportare Rumi nella contemporaneità con grande eleganza, ricordandoci quanto alcune domande umane restino universali, anche a distanza di otto secoli.

Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

Elisabetta Svaluto Moreolo, dopo la laurea in traduzione alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università degli Studi di Trieste, dal 1988 svolge l’attività di lettrice e traduttrice letteraria dal nederlandese e dall’inglese, collaborando con diverse case editrici italiane. Fa parte dei traduttori accreditati della Dutch Foundation for Literature e del Rijksmuseum di Amsterdam, e dal 2000 insegna traduzione dal nederlandese alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano. Tra i numerosi autori da lei tradotti si annoverano Kader Abdolah, Gerbrand Bakker, Hugo Claus, Leon De Winter, Willem Jan Otten, Allard Schröder e Tommy Wieringa.Source: libro gentilmente inviato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: L’occupazione di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2026) a cura di Valentina Demelas

11 Maggio 2026

Alessandro Berselli, con L’occupazione, pubblicato da Elliot, torna a esplorare quelle zone fragili, incandescenti e contraddittorie dell’essere umano che attraversano da sempre la sua narrativa. Ambientato nel maggio del 1978, il romanzo si muove tra contestazioni studentesche, tensioni ideologiche e desiderio di cambiamento, sullo sfondo di uno dei momenti più drammatici della storia italiana recente: i giorni del caso Moro.

Matteo e Zoe sono adolescenti politicamente impegnati, accomunati dalla stessa educazione sentimentale e culturale, dalle stesse passioni musicali e da un legame sospeso tra amicizia, attrazione e bisogno reciproco di riconoscersi. Frequentano il liceo scientifico Schopenhauer – in una città che richiama chiaramente Bologna pur senza mai nominarla esplicitamente – occupato dai collettivi di sinistra proprio nelle ore che precedono il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Quello che dovrebbe essere uno spazio di confronto e partecipazione si trasforma però rapidamente in un ambiente attraversato da rivalità, tensioni interne, paure e conflitti sempre più difficili da contenere.

Il contesto storico viene utilizzato con grande efficacia, evitando sia la nostalgia, sia la semplice ricostruzione d’epoca. La grande Storia entra continuamente nelle vite private dei protagonisti e altera ogni equilibrio. La morte di Moro e quella di una ragazza durante i giorni dell’occupazione segnano infatti uno spartiacque drammatico, facendo precipitare il romanzo in un clima sempre più cupo e disilluso. La politica, qui, non è mai teoria astratta: invade i rapporti umani, modifica le emozioni, esaspera le fragilità e mette continuamente alla prova identità ancora instabili.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dei personaggi. Matteo non viene mai trasformato in un simbolo generazionale artificiale: è un ragazzo che desidera lasciare un segno, essere riconosciuto, sentirsi importante. La paura di una vita mediocre e anonima attraversa costantemente i suoi pensieri. Vuole cambiare il mondo, ma desidera anche essere visto e amato. Nel rapporto con Zoe convivono idealizzazione, desiderio, vulnerabilità e competizione emotiva, restituendo con autenticità l’intensità assoluta tipica dell’adolescenza.

Significativa anche la figura di Igor, ex militante di Lotta Continua e presenza carismatica durante l’occupazione. Attraverso di lui il romanzo mostra quanto il fascino della leadership politica possa facilmente trasformarsi in seduzione personale, soprattutto in un’età in cui tutto viene vissuto in maniera radicale e totalizzante.

L’autore ricostruisce il clima culturale della fine degli anni Settanta attraverso riferimenti musicali, cinematografici e letterari che non diventano mai semplici elementi decorativi o nostalgici. La musica accompagna costantemente gli stati emotivi dei personaggi: David Bowie, Iggy Pop con Lust for Life, i Jefferson Airplane, Patti Smith, i Ramones, Lou Reed, i Talking Heads, Francesco Guccini e Bruce Springsteen diventano parte integrante del romanzo e del suo immaginario generazionale. Nel testo compare anche Father and Son di Cat Stevens, evocata come simbolo del conflitto tra generazioni e del desiderio di cambiamento.

Lo stile è diretto, asciutto, molto visivo. La scrittura evita il tono ideologico o pedagogico e lascia che siano soprattutto i fatti, le relazioni e le conseguenze delle azioni a parlare. L’occupazione osserva senza semplificare e restituisce con lucidità il clima di una stagione storica attraversata da entusiasmo, rabbia, desiderio di appartenenza e progressiva perdita delle illusioni.

Ed è forse proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più autentico: nella scelta di raccontare l’adolescenza come esperienza universale. Cambiano le epoche, i linguaggi e i riferimenti culturali, ma restano identici il bisogno di sentirsi importanti, il desiderio di essere amati, la paura di non lasciare traccia e l’illusione di poter cambiare il mondo vivendo tutto per la prima volta.

Quello che resta alla fine della lettura è soprattutto il senso di una frattura. Ragazzi convinti di poter costruire qualcosa di nuovo si ritrovano lentamente schiacciati da una realtà molto più dura delle loro aspettative. Ed è proprio questa collisione tra sogno politico, desiderio personale e violenza della Storia a rendere L’occupazione un romanzo intenso, amaro e profondamente umano.

Alessandro Berselli, nato nel 1965 a Bologna, è scrittore e docente di tecniche della narrazione sin dagli anni Novanta. Tra i suoi ultimi romanzi ricordiamo Le siamesi (Elliot, 2017), La dottrina del male (Elliot, 2019), Il liceo (Elliot, 2021, vincitore del Premio Giallo Garda) e Gli eversivi (Nero Rizzoli, 2023).Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Valentina Cela, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi a cura di Anna Chimenti e Maria Natale (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

8 marzo 2026

Ci sono libri che analizzano da vicino un fenomeno e altri che aiutano a orientarsi dentro una storia più ampia. La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi, curato da Anna Chimenti e Maria Natale con introduzione di Giovanni Pitruzzella, pubblicato da Carocci Editore, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. In centosessantotto pagine il volume ricostruisce, con taglio chiaro e documentato, il percorso attraverso cui la questione dell’uguaglianza tra uomini e donne è entrata nella trama della Costituzione italiana e, progressivamente, nella vita civile del nostro Paese.

Il punto di partenza è un dato storico spesso ricordato, ma non sempre compreso fino in fondo: all’Assemblea Costituente le donne elette erano appena ventuno su cinquecentocinquantasei membri. Una presenza esigua che tuttavia non impedì alle cosiddette “madri costituenti” di lasciare un segno significativo nei lavori dell’Assemblea. Il libro prende le mosse proprio da questo interrogativo: in che modo quelle poche parlamentari riuscirono a portare all’attenzione dei colleghi questioni allora considerate secondarie? Dalla parità tra uomini e donne all’accesso alle carriere pubbliche, dal riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio fino alla formulazione dell’articolo 11, con il celebre ripudio della guerra, la loro influenza si rivelò tutt’altro che marginale.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui mette in luce la dimensione linguistica della Costituzione. La Carta non emerge soltanto come un impianto giuridico, ma come il risultato di un confronto politico e culturale in cui le parole hanno avuto un ruolo decisivo. Termini come “sesso”, inserito nell’articolo 3 tra i fattori di discriminazione vietati, o il verbo “ripudia” dell’articolo 11, non sono scelte casuali: diventano, nel tempo, strumenti interpretativi che orientano l’evoluzione dei diritti e delle politiche pubbliche.

Il libro non segue la struttura di un saggio unitario, ma raccoglie contributi di diversi studiosi e studiose – tra cui Anna Finocchiaro – che affrontano il tema della parità di genere da prospettive differenti. I capitoli si muovono tra ambiti giuridici e sociali molto vari: dalla maternità surrogata e la tutela della dignità della donna alle disuguaglianze ancora presenti nel mondo accademico; dalle politiche di rappresentanza nelle leggi elettorali alla presenza femminile nella diplomazia e nella magistratura. Non mancano riflessioni sulla normativa contro la violenza di genere, sulla questione del cognome materno e sullo sviluppo della medicina di genere, tema sempre più centrale nel dibattito contemporaneo.

Il quadro che emerge è quello di un processo lungo e complesso. La Costituzione appare come il punto di partenza di una trasformazione che negli anni ha prodotto importanti avanzamenti normativi, ma che non può dirsi conclusa. I vari brevi saggi mostrano infatti quanto la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale abbia incontrato ostacoli culturali e istituzionali: basti pensare alle persistenti disparità nelle carriere universitarie o alla difficoltà di tradurre la presenza femminile nelle istituzioni in un reale equilibrio di potere.

Particolarmente stimolanti sono i contributi che tornano alle discussioni dell’Assemblea Costituente, restituendo spazio e voce alle protagoniste di quella stagione politica. Attraverso questi passaggi si comprende come alcune decisioni – ad esempio la scelta di non inserire in Costituzione il principio dell’indissolubilità del matrimonio – abbiano lasciato aperta la strada a riforme future, come quella sul divorzio.

La natura collettiva del volume rappresenta un importante punto di forza. La varietà dei temi permette infatti di offrire una panoramica ampia e aggiornata. Si viene accompagnati in modo pratico, grazie a un linguaggio semplice e accessibile, fruibile da tutti, attraverso molti argomenti trasversali, di interesse generale che fanno parte della quotidianità di ogni cittadino di ogni età e di ogni estrazione sociale.

Il volume offre un’esperienza di lettura preziosa che riesce a collegare in modo efficace la storia della Carta repubblicana alle questioni ancora aperte del presente, evitando semplificazioni retoriche. Leggendolo si comprende che il 2 giugno 1946 non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma l’inizio di un percorso che continua ancora oggi. Ed è proprio questa consapevolezza storica e civile a renderlo non solo utile, ma necessario, in ogni casa, scuola, ufficio pubblico, biblioteca.

Anna Chimenti, costituzionalista, è autrice di numerose pubblicazioni, tra cui Storia dei referendum. Dal divorzio alla riforma elettorale (Laterza, 1999); Informazione e televisione. La libertà vigilata (Laterza, 2000); La teoria gradualistica del diritto. Confronto con le idee e le istituzioni del diritto positivo francese (Giuffrè, 2003). Ha svolto la sua carriera tra l’Italia e il Regno Unito dove è academic visiting presso il St Antony’s College di Oxford.

Maria Natale, storica del diritto, dedica la sua attività di ricerca e le sue pubblicazioni a vari ambiti della storia giuridica e della giustizia; tra i suoi volumi: Nei flussi della modernità. Toga, chiesa e sovranità nel progetto di Michel de L’Hospital Cancelliere di Francia (Editoriale scientifica, 2023). È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale di AA. VV. (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025

Elliot Edizioni con il libro Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale affida i racconti tradizionali natalizi alle grandi voci classiche della letteratura anglofona, ma lo fa in modo originale e stimolante, evitando la scorciatoia del sentimentalismo facile. Una copertina splendida e sei racconti – tradotti in italiano da Arianna Moranduzzo – che esplorano le festività come momento di passaggio, di rivelazione, talvolta di disincanto: il risultato è un’antologia elegante, costruita su equilibri sottili, capace di restituire al Natale una profondità spesso dimenticata.

I racconti selezionati non cercano un’unità tematica rassicurante, ma funzionano per contrasti: luce e ombra, ironia e inquietudine, introspezione e immaginazione. Il Natale diventa così un espediente narrativo, uno spazio simbolico in cui i personaggi sono costretti a fare i conti con se stessi.

Ad aprire la raccolta è Anthony Trollope con Il ramo di vischio, che mette in scena un microcosmo rigidamente vittoriano, dominato da convenzioni sociali e tensioni sentimentali trattenute. La rivalità tra sorelle e la presenza di un pretendente ricco e desiderabile offrono all’autore l’occasione per una sottile analisi dei rapporti di potere affettivi. L’eleganza della scrittura è indiscutibile, ma il distacco emotivo della protagonista lascia il lettore volutamente sospeso, in una dimensione più ironica che consolatoria.

Con Alla locanda dell’agrifoglio di Charles Dickens il registro cambia nettamente. Il suo racconto, meno noto rispetto ai classici natalizi, è ambientato in una locanda isolata durante una violenta tormenta di neve. Qui il Natale non è rifugio, ma amplificatore di tensioni: l’atmosfera si fa cupa, quasi gotica, e i personaggi rivelano lati ambigui. Dickens dimostra ancora una volta come il contesto festivo possa diventare una lente per osservare le fragilità e le contraddizioni umane.

Il soprannaturale torna con forza nel racconto di Edith Wharton, dal titolo Dopo, ambientato in un maniero inglese infestato. I fantasmi, però, sembrano abitare soprattutto le coscienze dei protagonisti. Wharton utilizza l’elemento spettrale con finezza psicologica, trasformando la casa in uno spazio morale più che fisico. È uno dei testi più severi della raccolta, privo di qualsiasi indulgenza sentimentale.

A stemperare i toni interviene Lucy Maud Montgomery con Un’illuminazione natalizia, che racconta un Natale trascorso da un gruppo di adolescenti in un pensionato. Qui la festa diventa occasione di crescita, solidarietà e scoperta, con una narrazione luminosa che non scivola mai nella banalità.

Louisa May Alcott in Il sogno di Natale di Becky affronta la solitudine natalizia e il potere salvifico della fantasia con delicatezza quasi fiabesca; Margaret Oliphant con Racconto di Natale conduce i lettori in una dimensione inquieta e onirica, tra viaggi mancati, carrozze fuori dal tempo e famiglie enigmatiche, dove il Natale coincide con lo smarrimento.

Una lettura natalizia vicina ai canoni classici, ma mai prevedibile. Non tutti i racconti hanno la stessa intensità, e l’eterogeneità degli stili richiede un lettore disposto ad adattarsi, ma è proprio questa pluralità a rendere l’antologia efficace: un libro da leggere e godersi con calma, sotto l’albero o lontano dalle feste, ricordando che il miglior Natale letterario non si limita a consolare, ma invita a riflettere.

Racconti di: Anthony Trollope, Lucy Maud Montgomery, Charles Dickens, Louisa May Alcott, Edith Wharton, Margaret Oliphant.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giulia Olga Fasoli, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa (Newton Compton Editori 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025

Ci sono libri che promettono saggezza, altri che promettono soluzioni. Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa, pubblicato da Newton Compton Editori, promette qualcosa di più onesto e, per certi versi, più raro: il diritto di non prendersi sul serio. L’autore – brillante comico e influencer da migliaia di follower – firma un oggetto editoriale dichiaratamente ludico, che gioca con l’estetica e la struttura dei classici “libri-oracolo” per smontarne, con ironia, ogni pretesa di verità.

Il meccanismo è semplice e volutamente rituale: si pensa a una domanda, si respira, si chiudono gli occhi, si sfoglia (o si scrolla, se il testo è in versione ebook). Ma invece dell’illuminazione mistica, arriva la “saggezza minchiona”, una raccolta di circa duecento risposte assurde, provocatorie, nonsense, pensate non per risolvere problemi, ma per ridimensionarli. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è chiaro: a volte l’unica risposta sensata è una risata.

Dal punto di vista editoriale, Newton Compton intercetta con precisione un filone che negli ultimi anni ha trovato grande spazio: libri-gioco, manuali ironici, oggetti da regalo capaci di funzionare sia come letture individuali sia come catalizzatori sociali. Questo volume nasce esplicitamente per essere condiviso: portato alle feste, alle cene tra amici, alle serate in cui la conversazione langue e serve un pretesto per rompere il ghiaccio.

Villa dimostra di conoscere bene il linguaggio dell’umorismo contemporaneo, fatto di tempi rapidi, battute secche, risposte che funzionano per accumulo e sorpresa. Le frasi sono brevi, spesso lapidarie, pensate per colpire subito. Il divertimento nasce dal contrasto tra la solennità del rito iniziale e la totale inadeguatezza delle risposte a qualsiasi domanda esistenziale. È qui che il libro trova la sua forza: nello scarto tra aspettativa e risultato.

C’è però anche un limite strutturale, inevitabile per un’operazione di questo tipo. L’effetto sorpresa, dopo un certo numero di pagine, tende ad attenuarsi. Non tutte le risposte hanno lo stesso impatto e la lettura continuativa rischia di appiattire il ritmo comico. Il libro delle risposte minchione funziona molto meglio come esperienza intermittente, piuttosto che come testo da leggere dall’inizio alla fine.

Detto questo, l’obiettivo del libro non è mai quello di costruire un discorso coerente o un percorso narrativo. Il suo valore sta nell’uso che se ne fa: come antistress improvvisato, come gioco collettivo, come parodia gentile della nostra ossessione per le risposte giuste, definitive, illuminanti. In un’epoca in cui ogni scelta sembra dover essere ottimizzata e spiegata, rivendicare il nonsense diventa quasi un gesto liberatorio.

Il libro delle risposte minchione non insegna nulla, e proprio per questo funziona. Non offre soluzioni, ma concede tregua. Non promette crescita personale, ma una risata condivisa. E forse, oggi, è già una forma di saggezza, anche se minchiona, come da dichiarazione d’intenti.

Daniele Villa Genio78, all’anagrafe Daniele Villa, è nato a Piacenza nel 1978. Da anni le sue battute attraggono decine di migliaia di follower sul web. Ha lavorato nell’azienda edile di famiglia per quindici anni, fino a quando non è diventato autore. Con la Newton Compton ha pubblicato il Calendario minchioneGiochi da fare quando sei ubriaco, Il libro delle risposte minchione101 posti in cui fare sesso almeno una volta nella vita, Il libro delle scuse minchione 300 frasi che vorresti (ma non puoi) dire al lavoro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Beatrice Maione responsabile dell’ufficio stampadi Newton Compton Editori.

:: Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka a cura di Carla Gianotti (Carocci editore 2025) a cura di Valentina Demelas

14 novembre 2025

L’edizione di Vita di Milarepa di Tsang nyön Heruka curata da Carla Gianotti per Carocci editore, è un’opera che segna una svolta nel panorama editoriale italiano. Per la prima volta viene proposta una traduzione integrale, condotta direttamente dal tibetano, di uno dei testi più importanti della spiritualità buddhista: la straordinaria biografia del grande yogi tibetano, figura leggendaria vissuta tra il XI e il XII secolo, celebrato per aver raggiunto l’illuminazione in un’unica vita.

Siamo davanti a un namthar, genere letterario tipico della tradizione tibetana che fonde narrazione biografica e insegnamento spirituale. La storia di Milarepa è un viaggio di caduta e riscatto: da giovane pastore colpito da ingiustizie familiari, si abbandona alla vendetta e impara le arti magiche oscure, provocando morte e dolore. Ma il rimorso lo spinge a cercare la redenzione sotto la guida severa del maestro Marpa, attraverso prove durissime che lo conducono a una radicale trasformazione interiore. Ritiratosi tra i ghiacci dell’Himalaya, Milarepa vive in meditazione e solitudine, componendo canti spirituali di folgorante potenza poetica. È la storia di un uomo che, nel trasformare il proprio veleno in medicina, ci ricorda che la salvezza non è mai fuori portata.

La potenza di questa narrazione non è solo storica o religiosa, ma anche letteraria. Tsang nyön Heruka, autore del XV secolo, costruisce un racconto avvincente, ricco di dialoghi e visioni, ma soprattutto pieno di umanità. Milarepa non è un santo inaccessibile: è fragile, determinato, poetico. Parla un linguaggio schietto, libero dai formalismi monastici, che ancora oggi sa toccare corde profonde. Il suo esempio, più che teorico, è esistenziale: una spiritualità vissuta, incarnata, che passa attraverso il dolore e la solitudine per approdare alla compassione.

La traduzione integrale in lingua italiana direttamente dal tibetano curata da Carla Gianotti, rappresenta il vero valore aggiunto di questa edizione. Esperta di lingua e cultura tibetana, la prolifica autrice ha già firmato in passato una prima traduzione del testo, ma qui ci restituisce un lavoro interamente rinnovato: più ampio, filologicamente accurato e arricchito da un apparato critico di rara chiarezza. L’introduzione, le note e il glossario rendono accessibile anche ai non specialisti un testo altrimenti difficile, fornendo al lettore strumenti preziosi per orientarsi nel pensiero buddhista. E se alcuni passaggi – soprattutto quelli più densi di dottrina o simbolismo – possono inizialmente spaesare, le spiegazioni puntuali e l’architettura limpida dell’edizione permettono di superare agilmente ogni ostacolo.

Particolarmente stimolante è l’accostamento tra Milarepa e figure della spiritualità occidentale come San Francesco d’Assisi, proposto dalla stessa Gianotti: entrambi vissuti ai margini delle istituzioni religiose, accomunati da un linguaggio poetico, da una radicale libertà spirituale e da un amore assoluto per ogni essere vivente. In un’epoca come la nostra, così affamata di autenticità, questa voce antica arriva a ricordarci che la vera trasformazione nasce dal coraggio di guardarsi dentro, di spezzare le catene dell’ego e ascoltare il battito profondo del reale.

Raro è trovare in Italia un editore disposto a investire in un testo tibetano classico con tanta attenzione. L’operazione di Carocci è coraggiosa e meritoria: il libro, già accolto con entusiasmo dalla stampa specializzata, rappresenta un ponte fra culture, tempi e visioni del mondo.

Vita di Milarepa non è solo la storia di un uomo straordinario, ma un invito a riflettere sulla possibilità – per ciascuno di noi – di cambiare rotta, trasformare il dolore in consapevolezza e trovare, nella pratica spirituale, una via di libertà. Una lettura che arricchisce e accompagna, per chi vuole andare oltre gli stereotipi sulla spiritualità orientale e confrontarsi con una saggezza millenaria, ancora pienamente viva.

Carla Gianotti insegna Buddhismo indo-tibetano e conduce da anni incontri di meditazione buddhista di consapevolezza e seminari sulle dimensioni simboliche femminile e materna. Oltre alla Vita di Milarepa, ha tradotto numerosi testi dall’originale tibetano. Tra le sue pubblicazioni: Cenerentola nel Paese delle Nevi. Fiaba tibetana (UTET, 2002), Milarepa, Il Grande Sigillo (Mimesis, 2004), In forma materna (Ibiskos, 2009), Donne di Illuminazione. Dakin e demonesse, Madri Divine e maestre di Dharma (Ubaldini, 2012), Il respiro della fiducia. Pratica di consapevolezza e visione materna (Mimesis, 2015), JO MO. Donne e realizzazione spirituale in Tibet (Ubaldini, 2020) e Custodire, concepire. Il tempo e l’eccedenza (delle cose) (Mimesis, 2021).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.