:: Visioni di cinema: Due parole sull’Odissea di Nolan di Emilio Patavini

by

L’Odissea, il nuovo kolossal di Christopher Nolan, ha già incassato 260 milioni di dollari al botteghino mondiale, superando il budget di produzione, il più alto di sempre per il regista  britannico. Tutti lo hanno visto, tutti hanno espresso la loro opinione. Tra lodi sperticate e critiche feroci è già stato detto tutto quello che si poteva dire su quello che è forse il film più discusso dell’anno. Un merito del film è sicuramente quello di aver riportato il mito al centro della discussione, ma allo stesso tempo il suo principale difetto è proprio la mancanza di afflato mitico. Certo, si tratta della personale riscrittura di un poema di quasi tremila anni fa da parte di un regista contemporaneo, e come tale deve essere analizzato, ma non si può fare a meno di notare come in questa rielaborazione abbia così poco spazio il gusto per l’immaginifico e il senso del meraviglioso che informano il poema e lo rendono così diverso dall’altro poema attribuito a Omero, l’Iliade. C’è chi ha definito l’Odissea il primo fantasy della storia della letteratura, ma sarebbe più corretto dire che esso ha costituito un archetipo illustre per il genere fantastico, introducendo quelli che sono ormai topoi ricorrenti, come il viaggio dell’eroe (in questo caso il nostos, il ritorno a casa) o la presenza di magia e di creature mostruose. La sceneggiatura di Nolan ha un taglio molto moderno, raggruppando segmenti narrativi da più fonti e condensandoli insieme: per esempio, il film racconta in flashback l’inganno di Ulisse e la presa e caduta di Troia, ma allude anche alla vendetta di Oreste, attingendo dalle tragedie di Eschilo.

L’Odissea di Nolan non ha certamente alcuna pretesa di aderenza filologica al testo omerico, e non si pone troppi problemi a discostarsi dal mito. Per fare alcuni esempi, il fiore di loto viene consumato a Ogigia, dimora di Calipso, anziché sull’isola dei Lotofagi; il personaggio di Sinone, ignoto a Omero ma presente nell’Eneide, da spergiuro e principale attore dell’inganno del cavallo di Troia diviene vittima dei raggiri di Ulisse; i Lestrigoni passano da giganti antropofagi a enormi guerrieri in anacronistiche armature medievali che affondano due delle tre navi di Ulisse in una scena girata in un fiordo scozzese. Non serve l’acribia di un filologo per notare l’implausibilità del design dei costumi (in particolare l’armatura di Agamennone, che pare riciclata dalla trilogia di Batman), incongruenze, anacronismi (le statue greche in origine erano colorate e non bianche come appaiono oggi) e inesattezze mitologiche (le sirene si intravedono appena, poiché lo spettatore è concentrato sul loro canto, ma sembrano più vicine alle raffigurazioni convenzionali che alle originali donne-uccello). Il linguaggio (almeno nel doppiaggio italiano) non è particolarmente altisonante; la presenza nei dialoghi di espressioni come “veterano della guerra di Troia”, “fortunato bastardo” e riferimenti espliciti agli escrementi umani, unitamente a una certa tendenza hollywoodiana alla spettacolarizzazione e all’immancabile combattimento finale, fanno pensare più al classico film di guerra americano che a una trasposizione di un poema epico. Occorre però aggiungere che in alcuni aspetti mantiene un certo grado di fedeltà al mito: per esempio, i morti sono rappresentati come ombre assetate di sangue, attirate dal rito della nekyia, anche se Ulisse non compie una catabasi agli inferi per consultare Tiresia, ma sono i defunti stessi – come nella migliore tradizione zombie di Fulci – a emergere dalla spiaggia nera islandese in cui è stata girata la scena. Una delle più vistose differenze dal poema omerico è indubbiamente il nome stesso dell’eroe interpretato da Matt Damon, che viene chiamato Ulisse, nome latino coniato da Livio Andronico, nella sua traduzione dell’Odissea, che deriva da una variante dialettale del nome greco Odisseo. Il suo personaggio, a ben guardare, è ben diverso dall’eroe dal multiforme ingegno (polýtropos) e dotato della proverbiale scaltrezza (mètis) cui siamo abituato: egli appare più come un eroe “decostruito”, segnato dal trauma collettivo della guerra e dai suoi drammatici costi umani. Non è un caso che si definisca un “veterano”, proprio come un reduce del Vietnam affetto da disturbo da stress post-traumatico. Alla fine Ulisse veleggia verso l’“occidente sconosciuto”, in quello che non è tanto un “folle volo” di dantesca memoria, bensì un esilio resosi necessario per onorare la memoria dei suoi compagni insepolti. La scelta di introdurre un elemento estraneo al mito ma tratto dalla storia, come quello dei misteriosi popoli del mare, viene vanificata però dall’affermazione di Ulisse, che confidandosi con Penelope ammette: “Siamo noi i popoli del mare”. Questa frase, insieme al concetto più volte ribadito di civiltà in decadenza e della fine dell’età del bronzo, scalza  Ulisse dalla sua posizione di guerriero invulnerabile e appartenente al lontano passato eroico e lo rende un everyman, unuomo occidentale, appartenente a una civiltà in declino e, come vuole l’etimologia di “occidente”, destinata a tramontare. Forse è proprio perché si vuole raccontare un mito antico con gli occhi del presente (dimenticando forse che il mito non ha bisogno di essere modernizzato per stare al passo con i tempi, essendo una materia eterna che parla agli uomini di ogni tempo), che il regista ha scelto di non rappresentare divinità antropomorfe, all’infuori delle fuggevoli apparizioni di Atena, interpretata da Zendaya. Alle volte, complice anche un montaggio serrato, in movimento tra passato e presente, tra ricordo doloroso e nostalgia di casa, le peripezie appaiono stilizzate e semplicistiche e i personaggi non restano sempre memorabili, ma il senso del meraviglioso, pur se presente in quantità omeopatiche rispetto alle scene di guerra, per fortuna, non è ancora completamente delegato alla computer-generated imagery o, peggio, all’intelligenza artificiale. Prediligere film con effetti speciali analogici e artigianali non è una nostalgia passatista, ma una scelta estetica coraggiosa. Sarebbe una falsa ma legittima speranza andare in sala con l’aspettativa di trovarsi di fronte a una pellicola che condivida l’atmosfera dei vecchi peplum con gli effetti speciali di Ray Harryhausen (Il 7° viaggio di Sinbad, Gli argonauti, Scontro di titani) o, per restare in tema, di Mario Bava e Carlo Rambaldi (E.T., Alien, King Kong, il Dune di Lynch ecc.), che insieme curarono gli effetti speciali del memorabile episodio di Polifemo per la miniserie RAI del 1968 diretta da Franco Rossi. È stata però una piacevole sorpresa trovare la scena di Polifemo girata perlopiù con un animatronic di 6 metri, con qualche ritocco digitale. Stando alle sue parole, Nolan si è ispirato a Guillermo del Toro (in particolare al mostro de Il labirinto del fauno)e al celebre dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Nolan si discosta dall’originale omerico, ormai entrato nell’immaginario collettivo, scegliendo di non mostrare né il celebre gioco linguistico di Nessuno né lo stratagemma della fuga di Odisseo e dei suoi compagni aggrappati al ventre delle pecore. In effetti, il ciclope – da mostro non umanizzato quale viene rappresentato – non parla proprio, se non per evocare, in una lingua sconosciuta, la maledizione del padre Poseidone. Gli amanti del body horror (chi scrive incluso) hanno potuto apprezzare la scena di Circe, in cui i compagni di Ulisse vengono tramutati in maiali attraverso la deformazione fisica dei corpi, in una orripilante metamorfosi. Che abbia raggiunto il suo scopo lo hanno confermato le reazioni di disgusto in sala. Meno fedele al mito la permanenza di un anno sull’isola della maga Circe, con cui Ulisse, secondo alcune versioni (come raccontato anche nella Storia Vera diLuciano), avrebbe concepito in un momento di infedeltà coniugale un figlio di nome Telegono, destinato a vendicare il padre.


Scopri di più da Liberi di scrivere

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Tag: , ,

Lascia un commento