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:: Il codice di Dean R. Koontz (Fanucci 2022) a cura di Emilio Patavini

5 aprile 2022

È da poco uscito per Fanucci Il codice di Dean R. Koontz, nella traduzione di Annarita Guarnieri. Il romanzo (titolo originale: Elsewhere), è stato pubblicato per la prima volta nel 2020, ma nel frattempo Koontz ha scritto due romanzi, mentre altri due sono già pronti per essere pubblicati. Autore di successo con all’attivo più di 120 titoli e oltre 450 milioni di copie vendute, Dean R. Koontz, è nato in Pennsylvania nel 1945, e attualmente vive in California. Ha scritto numerosi thriller, horror e romanzi di fantascienza (pubblicati da Urania ed Editrice Nord), e viene spesso accostato a Stephen King. Le analogie non si fermano al genere di romanzi che scrivono o al fatto di essere scrittori bestseller (anche se inaspettatamente King ha venduto e scritto meno di Koontz): entrambi sono stati insegnanti di inglese prima di dedicarsi alla scrittura e le loro opere sono state adattate per il grande schermo.

Il codice, diciamolo, non parte da premesse particolarmente originali: un senzatetto, noto come Ed l’Inquietante, affida a Jeffy Coltrane una scatola apparentemente innocua, ricercata dagli agenti federali poiché contiene nientemeno che la “chiave di tutto”. Jeffy Coltrane vive in California, ed è l’unico a prendersi cura della figlia undicenne Amity da quando sua moglie Michelle è misteriosamente scomparsa sette anni prima. Ed gli raccomanda di nascondere la chiave di tutto e soprattutto di non usarla per nessuna ragione. Le cose si complicano quando Jeffy e Amity scoprono che la chiave di tutto dà accesso a infiniti mondi paralleli, e qui iniziano le loro disavventure. Il what if alla base del libro è: “Cosa accadrebbe se i due avessero la possibilità di trovare un mondo parallelo in cui Michelle è ancora viva?”

I mondi paralleli sono intesi da Koontz come linee temporali alternative, in cui il destino della Terra ha subito un corso differente da quello che conosciamo. Nel libro si cita Hugh Everett III, fisico dell’Università di Princeton, noto per la sua “interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica proposta nel 1957, secondo cui ogni evento della realtà produce infinite diramazioni dell’universo. La teoria del multiverso è stata anche l’oggetto dell’ultimo articolo scientifico di Stephen Hawking, completato pochi giorni prima della sua morte e pubblicato nel 2018 sul Journal of High Energy Physics.

Dean Koontz è un maestro della suspense. Il codice è un romanzo che intrattiene senza particolari pretese o aspirazioni, e può contare su uno stile scorrevole e una narrazione serrata e avvincente. Difficile categorizzarlo in un solo genere: è anzitutto una storia basata su spunti speculativi come il multiverso e le infinite realtà alternative della Terra; è anche un thriller, per chi ama le storie avventurose, ricche di tensione e azione; ma nei mondi che Jeffy e Amity visitano sono presenti anche scorci di mondi distopici e orrifici a metà tra 1984 e L’isola del dottor Moreau. Numerosi sono i riferimenti al fantasy disseminati in tutto il libro: da Tolkien a La principessa sposa di William Goldman.

Dean R. Koontz, classe 1945, è autore di thriller di successo e bestseller di fama internazionale. Nato e cresciuto in Pennsylvania, attualmente vive in California insieme a sua moglie e due cani. Per tanti anni è stato insegnante di inglese in una scuola superiore, prima di dedicarsi alla scrittura pubblicando nel 1968 il suo primo romanzo: Jumbo-10. Il Rinnegato. Con più di 120 titoli all’attivo e oltre 500 milioni di copie vendute, Dean Koontz è considerato uno dei maestri del genere thriller.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fanucci Editore.

:: L’arazzo di Fionavar (Mondadori 2022) di Guy Gavriel Kay recensione a cura di Emilio Patavini

11 marzo 2022

Tra il 1993 e il 1994 uscirono per Sperling & Kupfer i tre volumi della trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: La strada dei re e La via del fuoco nella traduzione di Riccardo Valla e Il sentiero della notte nella traduzione di Linda De Angelis. Il 25 gennaio 2022 Mondadori ha ripubblicato i tre romanzi che compongono la trilogia di Fionavar nella collana Oscar Draghi, in un unico volume dal titolo L’arazzo di Fionavar e dalla veste editoriale come sempre curata, arricchita dalle illustrazioni di Martin Springett. I titoli dei romanzi sono stati ritradotti in maniera più fedele all’originale: L’albero dell’estate (The Summer Tree), La fiamma errabonda (The Wandering Fire) e La strada più oscura (The Darkest Road). Guy Gavriel Kay, canadese, classe 1954, è un autore di romanzi fantasy, perlopiù di ambientazione storica (anche se per Fionavar si parla di high fantasy o più propriamente di portal fantasy, come vedremo), poco conosciuto in Italia ma molto apprezzato all’estero. Per chi ha letto Il Silmarillion (1977) di J.R.R. Tolkien, il nome di Guy Gavriel Kay dovrebbe suonare familiare. Infatti, alla fine della sua Premessa all’opera postuma del padre, Christopher Tolkien scrisse: «Nell’opera, difficile e sempre discutibile, di sistemazione del testo, sono stato ampiamente assistito da Guy [Gavriel] Kay, che ha collaborato con me nel biennio 1974-75».

Nella sua introduzione, il curatore Massimo Scorsone definisce L’arazzo di Fionavar come il «più smaltato epic fantasy di lewis-tolkieniane ascendenze» (p. 6), e infatti i precedenti letterari di quest’opera sono proprio i due capisaldi del fantasy moderno: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, con il suo impianto mitopoietico «coerente e consistente», e le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, con i quattro fratelli Pevensie qui tramutati nei cinque studenti dell’Università di Toronto che vengono trasportati su Fionavar. Se ne Il nipote del mago e ne Il leone, la strega e l’armadio la vicenda prende le mosse nel «mondo primario» (per usare una terminologia tolkieniana), trasferendosi poi in un «mondo secondario», ne L’arazzo di Fionavar non è il nostro mondo a ricoprire il ruolo di «mondo primario», ma Fionavar stessa, più volte definita come «il primo di tutti i mondi» (p. 38), le cui vestigia sopravvivono nei nostri miti e nelle nostre leggende. Inoltre, L’arazzo di Fionavar si inserisce nel solco della tradizione del portal o quest fantasy, un sottogenere del fantasy in cui il protagonista è trasportato in un altro mondo tramite un portale, non importa che si tratti della tana di un coniglio come in Alice nel paese delle meraviglie, di un armadio magico come nelle già citate Cronache di Narnia o di un tornado come ne Il meraviglioso mago di Oz. Come altri esempi di portal fantasy si possono citare Coraline di Neil Gaiman, John Carter di Marte, primo volume del Ciclo di Barsoom, ma anche Le Cronache di Thomas Covenant di Stephen R. Donaldson, La Figlia del Re degli Elfi di Lord Dunsany e Le cronache di Ambra di Roger Zelazny.

Il primo volume che qui recensisco, L’albero dell’estate, è uscito in Canada nel 1984; mentre gli altri due seguirono due anni dopo. Negli anni ‘80 spopolavano numerose riproposizioni del fantasy tolkieniano (un nome su tutti: Terry Brooks). Guy Gavriel Kay ha saputo dimostrare di poter dare vita una rielaborazione consapevole, originale e profonda di quel modello attingendo dalle stesse fonti e dagli stessi archetipi di Tolkien: mitologia norrena, materia celtica e leggende arturiane trovano posto in un affresco mitopoietico che affascina e cattura il lettore sin dalle prime pagine.

Per ammissione dello stesso Guy Gavriel Kay, L’arazzo di Fionavar è la sua opera che più risente dell’influenza tolkieniana. Lo si può notare in molti aspetti, almeno nel primo volume: troviamo creature simili a elfi e orchi, un luogotenente dell’Oscuro Signore Rakoth Maugrim (incatenato come il Melkor-Morgoth tolkieniano), un bosco magico simile a Fangorn. Per certi versi, anche la concezione del Male arroccato a Nord – basti pensare a quanto scrisse Tolkien nella lettera 294 dell’8 febbraio 1967 –, deriva direttamente da Il Silmarillion. Come si è visto, Guy Gavriel Kay ha collaborato per due anni con Christopher Tolkien proprio alla pubblicazione del magnum opus tolkieniano. C’è persino un metallo, simile al mithril, «che i nani consideravano il più prezioso dono della terra: l’argento di Eridu, dalle sfumature azzurre» (p. 151). Ecco infine due passi in cui si possono confrontare le creature descritte da Guy Gavriel Kay con gli elfi di Tolkien:

«Noi siamo estremamente longevi, e non moriamo di vecchiaia, ma ci uccidono il ferro, il fuoco, e i patimenti del cuore. La stanchezza di vivere, poi, ci spinge a fare vela verso il nostro canto, ma questa è una cosa diversa. […] A ovest c’è un luogo che non è segnato su alcuna carta […], e noi andiamo laggiù, quando lasciamo Fionavar, a meno che Fionavar non ci uccida prima.»

(p. 160)

«Erano vecchi, saggi e bellissimi, e il loro spirito brillava nei loro occhi sotto forma di una fiamma multicolore, e la loro arte era un omaggio al Tessitore, di cui erano i figli più luminosi. Nella loro essenza era intessuta una celebrazione della vita, e nell’antica lingua il loro nome significava la luce che si oppone al buio»

(p. 161)

Come gli elfi di Tolkien, estremamente longevi ma non immuni da una morte violenta e dai «patimenti del cuore», le creature di Guy Gavriel Kay lasciano la loro terra per fare vela verso occidente. Nella storia della letteratura, l’Occidente è da sempre associato alla sede delle Terre Immortali o delle Isole dei Beati: basti pensare ad Aman nell’universo di Tolkien, ad Avalon, l’isola dove Artù potrà guarire le sue ferite, alle Tír na nÓg, meta degli imrama degli eroi e dei monaci irlandesi, o ancora alle Isole Esperidi greche. Un’ulteriore conferma di come su Fionavar convergano miti, archetipi, riferimenti culturali e cliché tipici del fantasy, visti da una prospettiva differente, evocati da un world-building ben costruito e da una prosa fresca ed elegante. Una storia a tratti lirica, a tratti epica, capace di trasmette forti emozioni.

Come disse C.S. Lewis de Il Signore degli Anelli: «Qui ci sono cose meravigliose che feriscono come spade o bruciano come gelido acciaio. Ecco un libro che vi spezzerà il cuore».

Guy Gavriel Kay (Weyburn, Canada, 1954) trascorre gli anni della giovinezza a Winnipeg; dopo la laurea all’University of Manitoba, nel 1974, si trasferisce a Oxford dove assiste Christopher Tolkien nella pubblicazione de Il Silmarillion (1977). Tra il 1981 e il 1989 lavora come sceneggiatore televisivo; il suo esordio letterario The Summer Tree, pubblicato nel 1984, primo romanzo della trilogia de L’arazzo di Fionavar, completata nel 1986. Ha scritto in seguito romanzi fantasy come Tigana (1990; tr. it. Il paese delle due lune, 1992), Ysabel (World Fantasy Award 2008), Under Heaven (2010; tr. it. La rinascita di Shen Tai, 2012) e molti altri. Il suo ultimo romanzo è A Brightness Long Ago (2019). Nel 2014 Kay è divenuto membro dell’Order of Canada per i suoi meriti letterari e nel 2021 ha tenuto una conferenza online per l’ottava edizione delle Tolkien Lectures.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Alfonso Zarbo di Oscar Mondadori Vault.

:: 1982-2022: 40 anni senza Philip K. Dick. Intervista a Carlo Pagetti a cura di Emilio Patavini

2 marzo 2022

Sono passati quarant’anni dalla morte di Philip K. Dick, avvenuta il 2 marzo 1982. Il 25 giugno di quell’anno sarebbe uscito nelle sale Blade Runner, l’adattamento cinematografico di Ridley Scott del suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, che lo avrebbe consacrato al grande pubblico come uno degli autori di fantascienza più influenti del Novecento. A questo proposito, ieri è uscito per Mondadori Le tre stigmate di Palmer Eldritch negli Oscar Moderni Cult accompagnato dal saggio Il mondo secondo Philip K. Dick. Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del saggio, il professor Carlo Pagetti.

Benvenuto professor Pagetti, grazie per la sua disponibilità. Da appassionato di Philip K. Dick, è per me un piacere oltre che un onore poterla intervistare. È uno dei massimi esperti italiani di fantascienza, da oltre quarant’anni si occupa di questo scrittore, oggi divenuto un autore di culto e un’icona pop. Per prima cosa può parlarci della sua ultima pubblicazione, Il mondo secondo Philip K. Dick, uscito ieri negli Oscar Saggi? Come descriverebbe il suo rapporto con PKD? Per molti lettori, Dick diventa una sorta di «crazy friend» come lo ha definito lo scrittore Jonathan Lethem. È così anche per lei?

Vorrei fare una precisazione: mi sembra inutile ripetere qui – in modo più sintetico – quello che ho scritto ne Il mondo secondo Philip K. Dick. Nella Premessa e nella Conclusione del volume ripercorro le tappe del mio lunghissimo rapporto critico con Dick, iniziato nel 1958 e non ancora terminato oggi. Parlo anche delle persone che, a livello editoriale, hanno condiviso con me l’interesse per PKD: Gianfranco Viviani con Valla e Nicolazzini, Sergio Fanucci con Carratello e Briasco. Rievoco l’incontro decisivo con Darko Suvin, a cui ho dedicato il mio studio, e quello recente con Elisabetta Risari, che mi ha aiutato a mettere assieme quasi tutte le mie Introduzioni in precedenza pubblicate da Fanucci nella ‘Collezione Dick’, assieme a nuovo materiale. Posso aggiungere qualche ricordo e qualche commento. Mi piace la definizione di “crazy friend” utilizzata da Jonathan Lethem. Peraltro, qualsiasi scrittore o scrittrice a cui ci si affeziona, diventa una sorta di “crazy friend”.

Quali sono i suoi romanzi preferiti dell’autore e da quali consiglia di partire per avvicinarsi per la prima volta all’autore?

Sicuramente i romanzi dell’inizio degli anni ’60, in primis La svastica sul sole e Noi marziani, più in generale le opere che vengono rivisitate nella terza sezione de Il mondo secondo PKD. Ma rivaluterei anche alcune delle prime opere, come L’occhio del cielo, e molte delle successive, tra cui solo Ubik ha avuto una considerevole eco, come il parodico e grottesco The Zap Gun (non so che titolo verrà scelto da Mondadori) e la trilogia di Valis. Un caso a parte è costituito da Do Androids Dream of Electric Sheep ? (anche in questo caso non ho idea del titolo che avrà nella nuova collana dickiana di Mondadori), portato sullo schermo da Ridley Scott come Blade Runner e nel sequel di Villeneuve. Il romanzo merita di essere approfondito indipendentemente dal film di Scott, a cui deve il suo successo.

Philip K. Dick: tra genio e follia… Era veramente pazzo?

Avendo studiato e insegnato per una vita la letteratura inglese e quella anglo-americana, non ho mai creduto alla teoria romantica o decadente dell’artista “tra genio e follia.” Quando scriveva le sue opere, Dick era lucido, lucidissimo, come il poeta Coleridge (consumatore di oppio) o altri artisti ‘sregolati’ del passato.

Emmanuel Carrère ha definito Dick come «una specie di Dostoevskij della nostra epoca», Ursula K. Le Guin come «il nostro Borges (our homegrown Borges)». Se lei dovesse definirlo in poche parole, cosa direbbe?

Non sono favorevole a paragoni azzardati, che hanno soprattutto una valenza pubblicitaria. Cosa vuol dire esattamente “una specie di Dostoevskij della nostra epoca”?. Senz’altro si può tirare in ballo Borges, ma il vero scrittore borgesiano che sovrappone fantascienza e fantastico è in America il Gene Wolfe de Il libro del nuovo sole, un complesso di cinque romanzi, pubblicati negli anni ’80, che ho introdotto per Mondadori. Uscirà tra poco.

Un altro grande scrittore di fantascienza, Stanisław Lem, ha definito Dick come «un visionario tra i ciarlatani». Si trova d’accordo con Lem? Cosa ha di diverso rispetto agli altri scrittori di fantascienza, rispetto ai «ciarlatani» di cui parla Lem?

La domanda andrebbe (andava) rivolta a Lem, che ci fornisce alcune risposte convincenti nel suo saggio su Dick pubblicato nel 1975 sul numero unico di Science-Fiction Studies dedicato a PKD. Ad ogni modo, Lem considerava gli scrittori americani di fantascienza dei mestieranti, senza arte né parte, scarsamente aiutati dal loro reading public, e riconosceva in Dick una genuina carica intellettuale ed etica.

Lei si è occupato a fondo di utopia. Nelle opere di Dick si possono trovare molti esempi di distopia, anche se Umberto Rossi e Jonathan Lethem concordano nel considerare Cronache del dopobomba come una “utopia pastorale”. Qual è la dimensione della distopia e dell’utopia in PKD?

Ormai utopia, distopia e fantascienza (e anche il fantastico) sono generi che convergono e si sovrappongono. Sono convinto che anche l’amico Umberto Rossi sia d’accordo. Dick ha un ruolo fondamentale in questa operazione, sostanzialmente postmoderna, accostandosi liberamente a vari percorsi narrativi.

Possiamo dire che Dick è stato uno degli scrittori simbolo del ‘900? Riducendo il campo, qual è il suo ruolo nel postmodernismo? A suo avviso quali sono gli scrittori (di fantascienza e non) che più si avvicinano a Dick, se ce ne sono? Azzardo qualche nome: William S. Burroughs, Kurt Vonnegut, Thomas Pynchon, George Saunders…

Non so se possiamo servirci di categorie così ampie. PKD è uno dei maggiori romanzieri americani degli anni ’60-70 del secolo scorso anche perché ha capito che la tradizione narrativa va rifondata e arricchita di nuove prospettive formali e culturali. Quando nel 1965 Leslie Fiedler pubblica il suo saggio fondamentale sui “nuovi mutanti”, i romanzieri legati alle convenzioni della popular culture che stanno marciando verso il centro del sistema letterario, cita soprattutto Kurt Vonnegut, jr., ma avrebbe potuto benissimo ricordarsi di PKD, se lo avesse letto. Tanti scrittori americani contemporanei e successivi hanno tratto stimoli notevoli dalla lettura di PKD, e lo stesso è capitato per il cinema, non solo in Blade Runner.

Philip K. Dick è noto per aver scritto fantascienza, ma aveva ambizioni mainstream. All’epoca essere uno scrittore di fantascienza significava essere confinati in una sorta di ghetto, come scrisse Dick stesso nell’introduzione a Non saremo noi: «la fantascienza era cosi disprezzata che praticamente agli occhi dell’intera America non esisteva nemmeno». Può parlarci del filone realistico dei romanzi dickiani?

Dedico una sezione de Il mondo secondo PKD alla rivisitazione di alcuni dei romanzi realistici dickiani. I più organizzati sono interessanti, ma Dick aveva bisogno di allontanarsi dal modello realistico per compiere le sue escursioni in una ‘realtà’ fittizia indecifrabile e allucinata.

Durante il suo celebre discorso di Metz, tenuto in Francia nel 1977, Dick disse: «Viviamo in una realtà programmata dai computer. E gli unici indizi che abbiamo della sua esistenza si manifestano quando cambia qualche variabile, quando avviene una qualche alterazione nella nostra realtà». Secondo la sua visione viviamo in una realtà computerizzata governata da un’intelligenza divina, il Programmatore. Viene quindi spontaneo chiedersi: le idee di Dick hanno ispirato i film di Matrix?

Ho qualche riserva sul termine “ispirare”. La cultura contemporanea tende all’ibridazione, alla mescolanza, al gioco intertestuale. Detto questo, certamente Dick può avere ‘ispirato’ i film di Matrix, ma anche alcuni film di Cronenberg e molto altro ancora.

Parliamo dell’Esegesi, quel mastodontico e complesso apparato di note e appunti (si parla di oltre 8000 pagine), summa della sua intera produzione, in cui Dick descrive le esperienze mistiche vissute nel periodo del 2-3-74 (febbraio-marzo 1974). Si tratta di un testo importante per capire Dick? A chi ne consiglia la lettura?

L’Esegesi è significativa come fonte ricca di spunti autobiografici e intellettuali. Non trascurerei però l’importanza delle numerose lettere dickiane, di cui non esiste una edizione critica. Quando Dick muore nel 1982, l’uso del personal computer è appena agli inizi, e dunque Dick è uno degli ultimi scrittori ad averci lasciato una voluminosa testimonianza epistolare.

Sempre nell’Esegesi, Dick scrive: «Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. […] Il cuore della mia scrittura non e l’arte, ma la verità». In effetti i suoi romanzi sono ricchi di riferimenti filosofici: Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Valis risentono fortemente dello gnosticismo, ne Il tempo fuor di sesto si sente l’influenza dell’anamnesi platonica, in Ubik vengono citati il mito della caverna e Il libro tibetano dei morti, e l’I Ching, importante testo della tradizione filosofica cinese, ha rivestito un ruolo di primo piano nella stesura de La svastica sul sole. Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo quindi considerare Dick più come un «filosofo narrativo», per usare le sue parole, o come uno scrittore di fantascienza filosofica, al pari del già citato Lem?

Insisto da sempre che Dick deve essere considerato un romanziere e solo un romanziere, il quale immette nella sua visione narrativa spunti autobiografici, riflessioni filosofiche, allusioni politiche, considerazioni formali. Ma lo stesso si potrebbe dire del teatro di Shakespeare (salvo che per l’aspetto autobiografico), per la poesia di T.S. Eliot, per la narrativa modernista di Joyce o di Virginia Woolf.

Abbiamo parlato delle implicazioni filosofiche nei romanzi di Dick. Quali sono invece le sue principali influenze letterarie? Lui stesso ammise l’influenza degli scrittori naturalisti francesi, come Flaubert, Stendhal, Balzac e Maupassant…

PKD è un lettore onnivoro, prende dove può, e senza mai disprezzare la cultura cosiddetta ‘bassa’, pur conoscendo bene gli autori della grande tradizione letteraria – e anche Shakespeare. Non c’è mai da fidarsi, però, quando un artista sciorina le sue fonti dirette. Egli può essere distratto, menzognero, parziale, beffardo, per mille motivi diversi. ‘Egli’ o ‘ella’, si capisce.

Come ultima domanda: cosa pensa della biografia di Lawrence Sutin e di quella romanzata di Emmanuel Carrère? Oltre al suo saggio di recentissima pubblicazione, quali altri libri consiglia per approfondire la figura di PKD?

La biografia di Sutin mi sembra sempre la più valida ed equilibrata. Consiglierei anche la lettura di The Search of Philip K. Dick di Anne Dick, la terza moglie del nostro autore, quella più consapevole e intellettuale. Mi pare sia ancora inedita in Italia. Aggiungo che in Italia esistono (pochi) eccellenti critici dickiani: Umberto Rossi, Gabriele Frasca, Salvatore Proietti sono i primi nomi che mi vengono in mente. E concludo ricordando di aver riscontrato, durante il lunghissimo periodo in cui ho insegnato all’università, un notevole interesse per PKD da parte di studenti e studentesse di spiccata personalità. Chi oggi volesse – e farebbe bene – accostarsi allo studio di PKD, dovrebbe compiere una accurata ricerca bibliografica. Il repertorio bibliografico non certo esaustivo che ho pubblicato alla fine de Il mondo secondo Philip K. Dick comprende qualche decina di testi critici e biografici.

Grazie del tempo che ci ha concesso.

Carlo Pagetti, professore di Letteratura inglese e Cultura Angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano, tra i massimi esperti narrativa fantastica, fantascienza e utopia. Si è occupato in particolare di William Shakespeare (ha curato e tradotto l’Enrico VI per Garzanti), H.G. Wells, William Morris, L. Frank Baum, Joseph Conrad, George Orwell, Charles Darwin, Nathaniel Hawthorne, Charles Dickens, Olaf Stapledon. Ha curato l’Opera completa (Fanucci 2020) di H.P. Lovecraft e l’opera omnia di Philip K. Dick per Fanucci.

:: L’ombra degli dei di John Gwynne (Fanucci 2022) Recensione a cura di Emilio Patavini

19 febbraio 2022

«Vígríðr si chiama il campo
dove si daranno battaglia
Surtr e gli dei benigni.
Cento miglia
si stende d’ogni parte;
quello è il campo loro destinato»

(Edda poetica, Vaftþrúðnismál 18; traduzione dal norreno di Gianna Chiesa Isnardi)

Un anno fa è uscito nel Regno Unito l’ultimo romanzo di John Gwynne, The Shadow of the Gods, primo capitolo della Saga dei Fratelli di sangue, cui presto si aggiungerà il secondo volume, The Hunger of the Gods, in uscita il 14 aprile 2022 per Orbit Books. Così, quando il 27 gennaio Fanucci Editore ha portato in Italia la traduzione, a opera di Francesco Vitellini, di questo romanzo fantasy ispirato alla mitologia nordica non ho potuto fare a meno di leggerlo.

Immaginate un’ambientazione post-Ragnarök, in cui gli dei sono morti ma i loro resti e la loro progenie continuano a influenzare la vita degli uomini sotto forma di magia. Immaginate due continenti, un po’ come Westeros ed Essos nei romanzi di G.R.R. Martin: Vigrið, a nord, che prende il nome dalla Piana della Battaglia in cui gli dei persero la vita secondo il mito norreno, e Iskidan a sud, creato su modello di un impero orientale. La storia è ambientata nel continente di Vigrið, una terra del ghiaccio e del fuoco (che deve qualcosa all’Islanda e ai suoi fiordi), in cui si consuma la lotta per il potere di re, regine e jarl. La narrazione si snoda su tre fili narrativi, seguendo le vicende di altrettanti personaggi: Orka, una proprietaria terriera dall’oscuro passato; Varg, uno schiavo che vorrebbe entrare a far parte dei Fratelli di Sangue; e infine Elvar, la figlia di uno jarl che si è unita alla compagnia degli Sterminatori per guadagnarsi fama in battaglia.

Quelli descritti da Gwynne sono personaggi vividi, ben caratterizzati, con le loro ombre e i loro segreti, spietati come il mondo in cui vivono. Superata la prima parte, in cui il lettore deve prendere confidenza con i personaggi e l’ambientazione, la storia diventa via via più dinamica, ricca di azione, le scene si fanno più movimentate grazie ai continui colpi di scena, per arrivare a un finale che è un crescendo di epicità e rivelazioni. Lo stile è evocativo e scorrevole: un ottimo esempio di show, don’t tell.

Il romanzo fonde un world-building di ispirazione nordica (l’autore è un re-enactor vichingo, perciò le armi, il vestiario, le armature, le tecniche di combattimento sono molto approfondite), con il folklore scandinavo (vaesen, tennúr, näcken, troll diverranno figure familiari per il lettore), attingendo a piene mani da fonti come il Beowulf e l’Edda. Come scrive l’autore nei Ringraziamenti: «Nella sua essenza, questo libro è ispirato sia a Beowulf che al Ragnarök, la battaglia della fine dei tempi in cui caddero gli dei e il mondo fu rinnovato» (p. 458). Infatti, sono presenti numerosi riferimenti alla mitologia norrena e al grande poema epico anglosassone. Gwynne non si è limitato a riciclare i miti nordici e a riproporli nella forma in cui li conosciamo: non compaiono Odino, Loki e Thor ma divinità di sua invenzione. L’autore ha reinterpretato i miti in un modo molto originale, ha recuperato gli archetipi e li ha impiegati per la creazione di propri miti, per inventare la propria epica. Di conseguenza, il suo word-building risulta coerente e credibile, con un passato mitico sullo sfondo. Secondo la sua mitologia, nel Guðfalla, la Caduta degli Dei (=Ragnarök), tutte le divinità persero la vita in uno scontro mortale: a capo del pantheon creato da Gwynne c’è Snaka (sorta di Jörmungandr), il dio serpente e padre degli dei; altre divinità sono Ulfrir, il dio lupo incatenato (=il lupo Fenrir) e Lik-Rifa, la dea drago imprigionata sotto il frassino Oskutreð (=Yggdrasill), di cui rosicchia le radici (come il drago Níðhöggr). Inoltre, dai miti scandinavi sono riprese le figure del berserkir (guerriero ricoperto di pelli d’orso), degli úlfheðnar (guerrieri ricoperti di pelli di lupo) e i riferimenti alla pratica magica del seiðr. Nel romanzo, inoltre, compaiono alcune frasi in norreno, che viene chiamato «lingua antica» o lingua Galdur, cioè la lingua degli incantesimi. Al Beowulf, invece, può essere fatto risalire il nome del figlio di Orka, Breca, nome del rivale di Beowulf in una famosa gara di nuoto. La terminologia norrena contribuisce ad arricchire l’ambientazione, rendendola ancora più credibile, tanto che in alcuni punti (soprattutto all’inizio) si ha quasi la sensazione di leggere un romanzo storico ambientato all’epoca dei vichinghi e non un fantasy. Ma come in ogni saga nordica che si rispetti ci sono i mostri, come troll con tanto di corna e zanne e una viscida creatura simile a Gollum che vive in una caverna subacquea.

In questo mondo sul baratro dell’oscurità, non solo gli dei sono morti, ma sono odiati e viene data la caccia ai loro discendenti, i Corrotti, nelle cui vene scorre sangue divino. L’Ombra degli dei può essere definito come un fantasy alla G.R.R. Martin con tinte dark fantasy, epiche scene di combattimento e la presenza del folklore scandinavo e della caccia ai mostri, come nella saga letteraria di The Witcher di Andrzej Sapkowski. Quello raccontato da John Gwynne è un «mondo oscuro e le azioni oscure lo governano» (p. 141), un mondo fatto di muri di scudi, di sale dell’idromele, di sangue e vendette. I tre fili narrativi sono accomunati da un senso di rivalsa e di riscatto, in un tempo in cui l’inverno sembra arrivare e le forze del male ridestarsi. Un romanzo che rievoca atmosfere dense di immaginazione e inventiva. Salite a bordo di un drakkar e lasciatevi trasportare a Vigrið, una terra in cui la leggenda diventa realtà.

John Gwynne è nato a Singapore e in seguito ha viaggiato molto. Attualmente vive con la moglie e i quattro figli nell’East Sussex. Autore della serie bestseller La fede e l’inganno, composta dai romanzi Malice – La guerra degli dèi, con cui si è aggiudicato il David Gemmell Morningstar Award per la categoria “Miglior fantasy”; Valour – L’astro splendente; Ruin – La lancia di Skald e Wrath – Nuove alleanze. È autore anche della trilogia Di sangue e ossa, che si compone dei romanzi Venti di guerra, Tempo di sangue e Tempo del coraggio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fanucci Editore.

:: 1952-2022: Urania, 70 anni di fantascienza a cura di Emilio Patavini

22 gennaio 2022

Fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli – fratellastro del regista Mario e nipote di Arnoldo Mondadori, nonché ideatore della parola “fantascienza” (calco dall’inglese science fiction) –, Urania è la più longeva collana italiana di fantascienza. Per celebrare i suoi 70 anni di vita è stato annunciato l’arrivo nelle edicole di una nuova collana intitolata “Urania: 70 anni di futuro”, che verrà distribuita a cadenza settimanale dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport. Sono previste 25 uscite, a partire dal 2 febbraio, con le copertine illustrate da Franco Brambilla e contraddistinte dall’iconico cerchio rosso. L’intento, scrive l’editor Franco Forte sul blog di Urania, è quello di «uscire dai confini del genere per proporsi al pubblico più ampio che si interessa magari anche solo marginalmente alla fantascienza».

La prima uscita ricalca il primo volume de I Romanzi di Urania, perché si tratta de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, seguono opere di autori classici (Isaac Asimov, Ray Bradbury, William Gibson, Richard Matheson, Clifford D. Simak, Matthew P. Shiel, Robert Sheckley, per citarne alcuni) e contemporanei (come N.K. Jemisin, Nnedi Okorafor, Chen Qiufan, Ian McDonald e Neal Stephenson), tra cui anche due scrittori italiani (Valerio Evangelisti e Massimo Mongai).

:: Ritornano in edicola I Primi Maestri del Fantastico a cura di Emilio Patavini

13 gennaio 2022

A distanza di un anno ritorna in edicola la collana I Primi Maestri del Fantastico edita da RBA, di cui vi avevamo parlato qui: il 4 gennaio è uscito infatti il primo volume, La macchina del tempo di H.G. Wells. La collana si compone di 70 volumi in edizioni vintage da collezione ispirate al modernismo, all’Art Déco e all’Arts & Crafts; le copertine, i caratteri tipografici, i frontespizi e le decorazioni si rifanno alle prime edizioni e contengono le illustrazioni di Harry Clarke, H. Alvim Corrêa, Harry Rountree e Nino Carbe.

Dando un’occhiata al piano dell’opera si intravedono tanti classici della letteratura fantastica scritti tra Otto e Novecento; opere di creatori di mondi e pionieri del fantastico spesso difficili da reperire. Potrete trovare opere fantascientifiche meno note, come Eva futura di Auguste Villiers De L’Isle-Adam e Un’odissea marziana di S.G. Weinbaum; i maestri dell’orrore, da Edgar Allan Poe a H.P. Lovecraft, passando per Il grande dio Pan di Arthur Machen e Carmilla di Sheridan Le Fanu. Non mancano le opere di Mary Shelley e Bram Stoker e i racconti del mistero di Robert Louis Stevenson, Guy de Maupassant, E.T.A. Hoffmann, Robert W. Chambers e Ambrose Bierce. Altre uscite comprendono distopie (come Il tallone di ferro e La peste scarlatta di Jack London e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin), capolavori della letteratura gotica (come Il Golem e Il domenicano bianco di Gustav Meyrink, Il monaco di Matthew G. Lewis, L’italiano di Ann Radcliffe, Il giro di vite di Henry James e Melmoth, l’uomo errante di Charles Robert Maturin, prozio di Oscar Wilde, settima uscita con il suo Il ritratto di Dorian Gray), opere satiriche (come La guerra delle salamandre di Karel Čapek, l’inventore della parola robot, L’isola dei pinguini di Anatole France e Un americano del Connecticut alla corte di re Artù di Mark Twain). Potrete scoprire i mondi perduti immaginati da H. Rider Haggard in Lei, la donna eterna e da Arthur Conan Doyle ne Il mondo perduto, sbarcare sulla Luna con H.G. Wells e Jules Verne, padri fondatori dello scientific romance, o se invece preferite il planetary romance, potrete andare su Marte con il ciclo di Barsoom (La principessa di Marte, Gli dei di Marte, Il signore della guerra di Marte, Thuvia, la fanciulla di Marte), scritto da Edgar Rice Burroughs, l’autore di Tarzan.

La seconda uscita, Frankenstein di Mary Shelley, sarà in edicola dal 18 gennaio.

:: Fiabe finlandesi AA.VV. (Iperborea 2021) a cura di Emilio Patavini

21 dicembre 2021

Dopo Fiabe lapponi, Fiabe danesi, Fiabe islandesi, Fiabe svedesi, Fiabe faroesi, Fiabe norvegesi e Leggende groenlandesi, il 17 novembre è uscito per Iperborea Fiabe finlandesi, ottavo volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni. Le diciannove fiabe presenti, splendidamente tradotte da Giorgia Ferrari e Sanna Maria Martin, sono tratte dalle Suomen kansan satuja ja tarinoita (1852-1866) di Eero Salmelainen e arricchite dalle magnifiche illustrazioni di Sonia Diab. Seguono un utile glossario e una postfazione delle traduttrici. Da appassionato del Kalevala e della cultura finnica, non potevo farmi sfuggire questa nuova uscita. A dire il vero, non è la prima volta che mi accosto a una raccolta dedicata al folclore finlandese: due anni fa ho letto infatti le fiabe dell’illustratore finlandese Rudolf Koivu tradotte da Paula Loikala nell’antologia Fiabe finlandesi (Aracne editrice 2018). Le prime fiabe popolari finlandesi a essere pubblicate sono proprio quelle raccolte da Eero Salmelainen in quattro volumi, tra 1852-1866, sotto il titolo Suomen kansan satuja ja tarinoita (“Fiabe e racconti popolari finlandesi”), che sono state qui selezionate e tradotte. Nelle sue Suomen kansan sadut (Fiabe popolari finlandesi), Pirkko-Liisa Rausmaa classifica così le tipologie di fiabe finlandesi (le classificazioni corrispondono ai titoli dei sei volumi della sua opera):

Ihmesadut (“Fiabe con miracoli”);Legenda ja novellisadut (“Fiabe con leggende e novelle);Sadut tyhmästä paholaisesta (“Fiabe del diavolo stupido”);Eläinsadut (“Fiabe con animali”);Hölmöläissadut (“Fiabe con buffoni”)Pilasadut ja kaskut (“Fiabe umoristiche e aneddoti”).

La prima fiaba dell’edizione Iperborea, Il fabbro Ilmarinen va a chiedere in sposa la figlia del re di Hiitola, è ricca di echi kalevaliani: si pensi per esempio al potere creativo assunto dal canto di versi, strettamente legato alla tradizione sciamanica. Come è tipico del protagonista del Kalevala – il vecchio bardo Väinämöinen –, al fabbro Ilmarinen basta cantare le parole magiche che un’isola si spalanca in mezzo al mare. Nella stessa fiaba si possono rintracciare riferimenti ad altri personaggi del poema nazionale finnico, come il nome dello zio di Kullervo, Untamo, qui chiamato nella sua forma estesa Untamoinen e presentato come un vecchio che è «in parte nel passato e in parte nel futuro». Nella fiaba di Antti Biforco compare anche un cane di nome Musti (“nero”), come il cane di Kullervo nel Kalevala. La fiaba intitolata Ceneraccio non può che rimandare all’Askeladden (letteralmente, “il ragazzo della cenere”), protagonista di molte delle Fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e Moe (Einaudi, Torino 1962). Solitamente ultimo di tre fratelli («C’erano una volta tre fratelli, due erano buoni e uno era Ceneraccio») e seduto presso il focolare, intento a rimestarne le ceneri, Ceneraccio è il personaggio che riesce a superare le prove grazie alla propria astuzia, e alla fine della fiaba ottiene la mano della principessa e metà del regno. Ne Il ragazzo trasformato in cavallo troviamo Perkele, figura interessante da analizzare dal punto di vista linguistico. Perkele è il nome finlandese di Perkúnas, dio baltico del tuono, connesso etimologicamente al norreno Fjǫrgyn, altro nome della madre di Thor (il dio del tuono per gli antichi scandinavi) e a Perun, il dio supremo degli slavi, cui erano sacre le querce. Tutti questi nomi di antiche divinità sono collegati alla radice indoeuropea *perkwu-, da cui derivano il latino quercus “quercia” e l’inglese fir “abete”. James Frazer, nel quindicesimo capitolo de Il Ramo d’oro, intitolato Il culto della quercia, scrive:

«La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. […] Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il dio della quercia, del fulmine e della pioggia».

Con la conversione al cristianesimo, il nome di Perkele, antico dio pagano, viene assimilato a quello del demonio, divenendo così sinonimo di Satana.

Continuando con la rassegna delle fiabe tradotte in questa edizione, Antti Biforco è la versione finlandese de I tre capelli d’oro del diavolo: nella fiaba dei fratelli Grimm il protagonista deve la propria fortuna al fatto di essere nato con la camicia (cioè al fatto di essere nato completamente avvolto nel sacco amniotico, come il piccolo Danny Torrance nel celebre romanzo di Stephen King), mentre nella fiaba finlandese tutto è dovuto alla predizione di due tietäjät, gli sciamani della tradizione ugrofinnica. Tra le fiabe che ho più apprezzato vale la pena di citare L’uccello d’oro e l’acqua della vita e L’uomo che andò in cielo. Quest’ultima fiaba, molto ingegnosa e divertente, narra la storia di un uomo astuto che è riuscito a ingannare il diavolo e persino la Morte: le dinamiche descritte e i temi trattati rimandano a fiabe della tradizione norvegese, come Il ragazzo e il diavolo e Il fabbro ferraio che non fecero entrare all’inferno, e secondo la classificazione di Pirkko-Liisa Rausmaa essa può essere inserita tra le “Fiabe del diavolo stupido”.Non mancano le cosiddette «eläinsadut», cioè le fiabe che hanno per protagonisti gli animali della foresta, come il lupo, la volpe, la lepre e l’orso, animale che all’interno di un’antica società di cacciatori com’era quella finlandese si carica di particolari significati totemici. Nell’ultima fiaba è presente il motivo della macina, che si ricollega al protagonista del primo racconto: Ilmarinen è infatti il mitico fabbro che forgia il sampo, artefatto magico e misterioso, come si legge nel decimo runo del Kalevala:

«Il marinen fabbro allora, l’artigiano sempiterno, fucinava, martellavae picchiava allegramente: con grand’arte fece il Sampo: un mulino, la farina,ed un altro sal versava, e denaro un terzo dava.»

(Traduzione di Paolo Emilio Pavolini) Il mito del mulino dell’abbondanza, che macina sale e rende il mare salato, non è tipico solo della cultura finnica ma è presente anche nella mitologia nordica, come nel Grottasǫngr, poema norreno del Codex Regius dedicato al mulino del re danese Fróði, chiamato appunto Grotti, le cui due pietre della macina erano così grandi da poter essere mosse solo da due gigantesse, Fenja e Menja. Lo stesso motivo si può trovare nelle fiabe norvegesi, come ne Il macinino che macinava in fondo al mare: «Il macinino è ancor oggi in fondo al mare e continua a macinare; è per questo che il mare è salato». Quelle contenute nella raccolta di Iperborea sono fiabe brevissime, venate da un particolare senso dell’umorismo, che secondo l’editore anticiperebbero «la narrativa finlandese dei nostri giorni» (un nome su tutti, Arto Paasilinna). Rievocano quelle atmosfere che si respirano nel grande poema nazionale finnico, il Kalevala, con la leggerezza propria delle fiabe. La trascrizione dei racconti popolari finlandesi per opera di Salmelainen, a detta delle traduttrici, «è piuttosto scorrevole, conserva numerose espressioni dialettali e preserva un ammaliante stile popolare». Al sostrato sciamanico di origine ugrofinnica, col tempo si sono poi aggiunte influenze scandinave e slave, in quanto «il territorio finlandese diventa un punto di confluenza tra le fiabe russe e quelle di provenienza occidentale e scandinava». La Finlandia è una terra magica, che ben si presta al clima fiabesco: nei suoi racconto popolari, tramandati oralmente di generazione in generazione, emergono prepotentemente le caratteristiche del territorio, come la foresta (più del 70% del paese è ricoperto da boschi) e i laghi (la Finlandia ne possiede 188000). «È infatti proprio lei, la natura, lo sfondo privilegiato delle fiabe tradizionali, che sono poi il cuore stesso della cultura popolare», scrivono le traduttrici. Altro elemento caratterizzante è la presenza della sauna, che in finlandese significa propriamente “stanza da bagno”. Ancora oggi la sua importanza è segnalata da questo dato: su cinque milioni di abitanti, in Finlandia si contano circa tre milioni di saune. Le fiabe seguono un andamento tradizionale, archetipico, riscontrabile in altri racconti popolari con gli stessi elementi fissi e con lo stesso schema tipico della «triplicazione» – come lo chiamò Vladimir Propp nel suo seminale saggio Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 2000) –, elemento narrativo che accomuna e contraddistingue ogni racconto fiabesco che si rispetti. Sono molti i personaggi e le creature che popolano la mitologia finnica e che si possono incontrare tra le pagine: Tapio, lo spirito della foresta; la vecchia Louhi, signora di Pohjola; Hiisi, lo spirito maligno che vive a Hiitola; Syöjätär, la terribile madre dei serpenti; i metsänhaltija, spiriti silvani che se rispettati rendono propizia la caccia e i vetehiset, spiriti acquatici abitatori dei laghi. Nota: il finlandese non è una lingua scandinava! Anzi, non è proprio una lingua indoeuropea, ma appartiene assieme all’ungherese, all’estone e al lappone al ceppo ugrofinnico della famiglia delle lingue uraliche. Il finlandese è una lingua completamente diversa da quella degli altri paesi nordici, e non presenta affinità né con le lingue germaniche né con quelle slave. Tuttavia, non mancano prestiti germanici, conservatisi in forma arcaica, come kulta “oro” e kuningas “re”; ma anche prestiti slavi, relativi alla sfera religiosa cristiana: pakana “pagano”, pappi “prete”, raamattu “bibbia”, virsta “versta” (unità di misura). Caratteristiche della lingua finlandese sono l’agglutinazione, la completa assenza di genere grammaticale, la mancanza dell’articolo e la presenza di ben quindici casi, espressi attraverso suffissi. La Finlandia restò sotto la dominazione svedese dal dodicesimo al diciannovesimo secolo; dal 1809 al 1917, anno dell’indipendenza, fu controllata dai russi. Nel 1520 la Chiesa di Finlandia aderì alla Riforma Protestante e il sovrano di Svezia Gustavo Vasa rese il protestantesimo religione ufficiale del suo regno: da allora la maggior parte della popolazione finlandese si professa luterana. Il padre della letteratura finlandese scritta è Mikael Agricola, allievo di Lutero e Melantone a Wittenberg, divenuto il primo vescovo protestante del paese, con sede a Åbo, che oggi chiamiamo Turku. Nel 1548 uscì la sua traduzione del Nuovo Testamento, mentre la sua opera più famosa è l’Abckiria (“Abbecedario”), il primo libro scritto in lingua finlandese. Secoli dopo, J.R.R. Tolkien si basò proprio sulla lingua finlandese, per il «piacere estetico» che essa gli procurava, come fonte di ispirazione per la creazione della sua lingua elfica più conosciuta, il Quenya.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Iperborea.

:: Snorri Sturluson. Edda di Marco Battaglia (Meltemi 2021) a cura di Emilio Patavini

9 novembre 2021

Bók þessi heitir Edda. Hana hefir saman setta Snorri Sturluson eptir þeim hætti sem hér er skipat. Er fyrst frá ásum ok Ymi, þar næst Skáldskaparmál ok heiti margra hluta, síðast Háttatal er Snorri hefir ort um Hákon konung ok Skúla hertuga.

(“Questo libro si intitola Edda. Snorri Sturluson lo ha composto nel modo in cui qui è presentato: per primo si narra degli Asi e di Ymir, poi della dizione poetica e della denominazione di molte cose e infine vi è il computo metrico, che Snorri compose in onore di re Hákon e dello jarl Skúli”)

Nelle prime pagine di Viaggio al centro della terra di Jules Verne, il professor Otto Lidenbrock, dopo aver scoperto il manoscritto in caratteri runici che lo porterà a scendere nelle viscere della terra, esclama: «Quest’opera è l’Heims-Kringla di Snorre Turleson, il famoso autore islandese del XII secolo». Questo fu il mio primo incontro con Snorri Sturluson, storico, poeta, erudito e uomo politico islandese. Fu autore dell’Heimskringla, dell’Edda in prosa e forse anche dell’Egilssaga – una delle più belle saghe islandesi, incentrata sulla vita del celebre poeta-guerriero – ed eletto due volte lögsögumaður (massima carica pubblica all’interno dell’Alþingi, il parlamento islandese). La vita di Snorri si concluse tragicamente: nella notte del 22 settembre 1241, mentre si trovava nella sua fattoria di Reykholt, morì assassinato per mano di sicari inviati dal re di Norvegia, intenzionato a disfarsi di tutti coloro che avevano preso parte alla congiura ordita contro di lui.

Esattamente ottocento anni fa, negli anni ‘20 del 1200, Snorri Sturluson compose l’Edda – la sua Edda, l’Edda in prosa o Edda di Snorri come è chiamata, da non confondere con l’insieme di carmi poetici più antichi noto con il nome di Edda poetica. L’origine del nome Edda è incerta. Secondo alcuni significa “bisnonna, ava” (qui «intesa come custode di racconti tradizionali»), altri la collegano al toponimo Oddi, dove Snorri trascorse l’infanzia, al sostantivo norreno óðr “poesia”, al verbo latino edo “comporre, pubblicare” o all’anglosassone giedd “canto”.

Come descrivere in poche parole questa straordinaria opera? Un manuale per aspiranti scaldi (i poeti di corte scandinavi); un trattato di mitologia norrena; un repertorio di episodi mitici rielaborati alla luce di un’interpretazione evemeristica: la materia è profondamente pagana, mentre il cristianesimo giunse in Islanda attorno all’anno 1000. L’Edda si compone di quattro parti: Fórmali (“Prologo”), Gylfaginning (“L’inganno di Gylfi”), Skáldskaparmál (“Dialoghi sull’arte poetica”) e Háttatal (“Computo metrico”).

La prima parte, il Prologo, si fonda sull’evemerismo e sulla ripresa del mito troiano. L’evemerismo è una dottrina del razionalismo greco; il suo fondatore, Evemero da Messina, sosteneva che gli dei del passato fossero figure umane adorate dai loro contemporanei e successivamente divinizzate dai posteri. Nel Fórmali emerge anche la pratica, molto diffusa nella storiografia medievale, di far risalire le origini del proprio popolo o della propria città a Troia, rifacendosi a un mito già rielaborato da Virgilio nell’Eneide e noto in Islanda attraverso la Trójumanna saga: si pensi per esempio ai Gesta Normannorum di Dudone di San Quintino, all’Historia Regum Britanniae di Geoffrey di Monmouth, al Liber historiae Francorum dello psuedo-Fredegario. Nell’Edda di Snorri (in particolare nel Prologo e nell’Epilogo dell’introduzione ai Dialoghi sull’arte poetica), gli Asi (gli dei norreni) provengono dall’Asia, e la loro città, Ásgarðr, è un altro nome per Troia (oltre che per Romaborg “Roma”). Sulla base di argomenti paraetimologici, Snorri identifica inoltre Ettore con Ǫku-Þórr (“Thor del carro”), Ulisse con Loki e il Ragnarøkkr con l’incendio di Troia.

La Gylfaginning è «l’unico trattato mitografico medioevale interamente dedicato a una cultura non classica». I suoi cinquantatré capitoli, basati su carmi precedenti, raccontano i più celebri miti norreni: dal Ginnungagap, il “Vuoto primordiale”, in cui viveva il gigante Ymir, alla fine del mondo, il Ragnarøkkr (“Crepuscolo degli dei”); dalla creazione del primo uomo e della prima donna (Askr “frassino” ed Embla “olmo”) all’elenco dei dodici Asi e delle dodici Asinnie; dalla nascita di Sleipnir (il cavallo a otto zampe di Odino) alla spedizione di Þórr e Loki nel regno dell’ingannevole gigante Útgarðaloki e alla morte di Baldr, il più bello degli dei.

I Dialoghi sull’arte poetica (Skáldskaparmál) sono un vero e proprio «manifesto poetico» che permette di conoscere i principi della poesia scaldica, caratterizzata da una struttura ricercata ed ermetica e da una forte natura encomiastica unita a notevole sperimentazione linguistica. I caratteri fondanti alla base della poesia scaldica sono le kenningar, metafore poetiche formate solitamente da due membri con cui si indicano le cose attraverso perifrasi. Spesso le kenningar potevano avere un significato oscuro e presupponevano un’approfondita conoscenza della mitologia norrena. Per esempio, la poesia è detta «sangue di Kvasir» e si rifà all’episodio del furto della bevanda della poesia da parte di Odino, oppure l’oro è detto «riscatto della lontra» in riferimento alla leggenda di Sigurðr, l’uccisore del drago Fáfnir, e dei Volsunghi. I Dialoghi sull’arte poetica contengono dunque elenchi di kenningar e heiti (“sinonimi poetici”) e alcuni degli episodi mitici cui alludono.
L’ultima parte dell’Edda, Háttatal, è una descrizione dei metri poetici sotto forma di encomio, composto per il re di Norvegia Hákon IV Hákonarson (futuro mandante dell’omicidio di Snorri) e per lo jarl Skúli Bárðarson.

Questo agile volume di poco più di 200 pagine non è la traduzione integrale dell’Edda di Snorri, come ci si potrebbe facilmente aspettare. Di essa ci sono già due traduzioni italiane, per quanto incomplete: quella di Giorgio Dolfini per Adelphi e quella di Gianna Chiesa Isnardi per Garzanti. Esse, infatti, non riportano il Fórmali, l’Háttatal e gran parte degli Skáldskaparmál. Il saggio di Battaglia ha il merito di analizzare l’Edda capitolo per capitolo, e può essere un utile compendio per chi già conosce l’opera e un’ottima guida alla lettura per un primo approccio. Esso non si limita a riportare, in modo completo ed esaustivo, i contenuti dell’Edda, ma si sofferma anche sulla sua ricezione nel corso dei secoli e sul suo valore antiquario.

Jorge Luis Borges – scrittore argentino che tra le altre cose fu anche appassionato e studioso di letterature germaniche medievali –, nel Prologo a Literaturas germánicas medievales (Buenos Aires 1978), scrisse: «Nel secolo XII, gli islandesi scoprono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, e questa scoperta è segreta e sterile per il resto del mondo, così come la loro scoperta dell’America». Vorrei ricollegarmi alla silenziosa scoperta dell’America da parte di quegli stessi inventori del romanzo perché il 20 ottobre è apparso sulla rivista Nature un articolo intitolato Evidence for European presence in the Americas in AD 1021, a sostegno di quanto testimoniato dalle saghe islandesi del Vinland. Circa mille anni fa, vale a dire quattrocento anni prima che Cristoforo Colombo sbarcasse in America, intraprendenti navigatori provenienti dalle estreme regioni settentrionali dell’Europa misero piede sul nuovo continente – precisamente in Labrador e Terranova, in Canada –, lasciando traccia del loro passaggio. Tracce analoghe, letterarie e non archeologiche, sono radicate nel nostro immaginario, in opere come la tetralogia di Wagner, Il Signore degli Anelli di Tolkien, Tre cuori e tre leoni e La spada spezzata di Poul Anderson, Il castello d’acciaio di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, Norse Mythology di Neil Gaiman, fino ai più recenti film Marvel. L’Edda di Snorri è un documento unico, giuntoci dal Medioevo scandinavo, che può fornire una chiave per la comprensione della mitologia norrena.

Marco Battaglia insegna Filologia germanica e Letterature scandinave all’Università di Pisa ed è membro dell’Istituto Italiano di Studi Germanici. I suoi interessi di studio includono le civiltà barbariche, la letteratura norrena e la ricezione del Medioevo germanico dal Rinascimento a oggi. È autore de I Germani (2013) e di Medioevo volgare germanico (2016), nonché curatore de Le civiltà letterarie del Medioevo germanico (2017). 

Source: richiesto all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi editore.

:: Quando Philip K. Dick denunciò Stanisław Lem all’FBI: Recensione di Universi (Mondadori 2021) a cura di Emilio Patavini

21 ottobre 2021

«Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’Intelligenza

è difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo»

(Stanisław Lem, Prefazione a Golem XIV)

Il 2021 è l’anno di Lem, a dichiararlo è il Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco, in occasione del centenario della nascita dello scrittore e futurologo Stanisław Lem (1921-2006), avvenuta il 12 settembre di cento anni fa. Ogni definizione sembra riduttiva per un autore che come pochi altri ha saputo unire i propri interessi scientifici – dalla cibernetica alla fisica, dalla biologia alla matematica – alla finzione narrativa e all’indagine filosofica, non senza rinunciare a una cifra personale di eclettismo (i suoi scritti sono caratterizzati da arguti neologismi e dal gusto per il grottesco). Stanisław Lem ha venduto oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in più di 50 lingue, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in patria e all’estero, è stato candidato dalla Polonia al Premio Nobel e fatto cittadino onorario di Cracovia. Il settimanale americano Newsweek lo ha definito «il miglior scrittore di fantascienza in qualsiasi lingua».

Stanisław Lem nacque a Leopoli – oggi in Ucraina – nel 1921, da una famiglia polacca di origine ebraica. Crebbe nella biblioteca scientifica del padre, un ricco laringoiatra; con un Q.I. di 180 fu considerato «il bambino più intelligente della Polonia meridionale». Raccontò la propria infanzia a Leopoli nel romanzo autobiografico del 1966, Il castello alto (Bollati Boringhieri 2008).

Quando nel 1941 i nazisti istituirono il ghetto a Leopoli, si procurò documenti falsi assicurando a se stesso e alla propria famiglia una via di salvezza dai campi di concentramento. Durante l’occupazione tedesca lavorò come saldatore e meccanico in un’officina, e nel frattempo compiva azioni di sabotaggio a danno dei veicoli tedeschi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, studiò medicina all’Università Jagellonica di Cracovia, dove si laureò quello stesso anno, anche se il suo principale interesse fu la cibernetica. Prima dell’invasione tedesca, Lem aveva studiato medicina all’Università di Leopoli per seguire le orme paterne, ma con l’occupazione sovietica della Polonia orientale, la famiglia decise di trasferirsi a Cracovia. Mentre i suoi colleghi si arruolavano come chirurghi di guerra, Lem abbandonò gli studi, come ricordò in seguito: «Non superai l’ultimo esame. Nessuno poteva costringermi a dare la risposte che volevano». In quei tempi, infatti, si erano imposte le teorie di Lysenko, che Lem si rifiutava di accettare perché andavano contro la genetica mendeliana in favore di un’idea lamarckiana di biologia, distorta al fine di abbracciare l’ideologia sovietica.

Uomo poliglotta e di immensa cultura; scettico per natura, in una sua intervista si definì «ateo per ragioni morali» perché, come disse, «mi sembra che il mondo sia messo insieme in uno modo così penoso che preferisco credere che non sia stato creato da nessuno piuttosto che pensare che qualcuno lo abbia creato intenzionalmente».

Il suo primo romanzo è L’ospedale dei dannati (Bollati Boringhieri 2006), ambientato in un ospedale psichiatrico durante l’occupazione nazista, scritto tra il 1948 e il 1950, ma pubblicato solo nel 1956, a seguito del disgelo e del cosiddetto “Ottobre polacco”. I suoi primi romanzi di fantascienza sono utopie anticapitaliste che risentono fortemente del «realismo socialista» imposto dal regime: basti pensare che i censori lo costrinsero a eliminare dal suo secondo romanzo di fantascienza La nube di Magellano (in cui Lem parla di una “Biblioteca Trionica” e predice Google) la parola «cibernetica», perché era allora considerata «una falsa scienza capitalista». Lem la sostituì con un termine di sua invenzione, «meccanioristica», ma questo non bastò a passare il vaglio di un censore, che si accorse del calco. Con la morte di Stalin, Lem abbandonò il realismo socialista imposto ai suoi primi romanzi (che in seguito non apprezzerà), e produsse i suoi capolavori, vere e proprie gemme letterarie della fantascienza moderna.

Considerava trash la fantascienza americana, con l’eccezione di Philip K. Dick, che definì come un «visionario tra i ciarlatani». L’ammirazione per Dick si riflette nella volontà di pubblicare, nel 1972, un’edizione polacca di Ubik, il migliore romanzo dello scrittore americano. Iniziarono così i contatti tra i due scrittori, che si accordarono per la pubblicazione. Tuttavia, la Wydnawnictwo Literackie, la casa editrice di Lem, poteva pagare i diritti d’autore solo con la valuta polacca. Dick avrebbe dovuto così recarsi di persona in Polonia e spendere là i suoi złoty, mentre avrebbe voluto essere pagato in dollari, e subito. Al tempo Dick, dipendente da amfetamine e altre droghe, era in un momento particolare della sua travagliata vita: tra febbraio e marzo 1974 iniziarono a farsi sempre più frequenti allucinazioni dovute all’effetto del tiopental sodico, somministratogli come anestetico in un intervento odontoiatrico. Le sue esperienze mistiche e trascendentali si manifestarono nel periodo 2/3/74 e si tradussero in un manoscritto di quasi ottomila pagine, tra appunti scritti a mano e a macchina, che verrà poi pubblicato come l’Esegesi. In questo periodo, Dick credeva di essere un cristiano perseguitato al tempo dell’imperatore Nerone (il suo mantra era «The Empire never ended») e sosteneva di essere in contatto con un’intelligenza divina chiamata VALIS. È in questo contesto, nella paranoia da cui fu sempre affetto, che Dick decise di scrivere all’FBI. Nel settembre 1974, in piena guerra fredda, denunciò al Federal Bureau la presenza di un «gruppo senza nome di Cracovia» che agiva sotto il nome di Stanisław Lem, ma che in realtà era un «comitato composito» comunista, il cui obiettivo era quello di infiltrarsi nel mondo della fantascienza americana. Sappiamo che Lem non è mai stato membro del partito comunista, ma per Dick rappresentava un’evidente minaccia: dietro all’acronimo di L.E.M. vedeva la sinistra figura di una spia, ma dietro il suo cognome poteva celarsi al massimo l’acronimo del Lunar Excursion Module, il modulo lunare usato per l’allunaggio del 1969. In realtà, le vere ragioni all’origine del suo rancore personale, come ricorda Lawrence Sutin – biografo di Dick – sono tutt’altre: «Phil era arrabbiato per quelle che riteneva promesse non mantenute relative ai diritti d’autore, e – ingiustamente – ne diede la colpa a Lem». A seguito delle pressioni di Dick, nel 1976, Lem venne espulso dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America (SFWA), l’associazione degli scrittori americani di fantascienza di cui Lem era stato fatto membro onorario nel 1973, e che ne revocò l’iscrizione per via delle sue posizioni critiche nei confronti della fantascienza americana.

I pensieri e gli scritti di Lem (tra cui molti inediti) sono raccolti in questo volume di oltre 1500 pagine, uscito il 14 settembre per gli Oscar Moderni Baobab della Mondadori. Qui ogni lettore può trovare qualcosa per sé: dalle fiabe fantascientifiche ai viaggi spaziali, dalle invenzioni strampalate di due inventori robotici a recensioni di libri inesistenti, sino alle altissime vette del suo pensiero scientifico-filosofico. Universi si apre con l’ottima introduzione del traduttore Lorenzo Pompeo, indispensabile per chiunque voglia comprendere la vicenda biografica dell’autore; introduzione in cui Lem viene considerato come «il più grande scrittore di fantascienza non angloamericano».

La prima raccolta che il lettore può trovare sfogliando Universi è Memorie di un viaggiatore spaziale, incentrata sui viaggi spaziali, con protagonista l’astronauta Ijon Tichy (presente anche ne Il congresso di futurologia, non contenuto in questa antologia); la seconda raccolta di viaggi spaziali, I viaggi del pilota Pirx, è dedicata invece al suo successore, il pilota Pirx. Nelle peripezie di Tichy, Lem riflette con acuta e sottile ironia che per certi versi ricorda la leggerezza di Swift sullo spazio e le sue contraddizioni, introducendo anche lucide previsioni, come l’avvento del turismo spaziale, che quest’anno ha avuto appuntamenti importanti con Virgin Galactic e SpaceX. Nella prima avventura spaziale, il viaggio settimo, Tichy entra in un vortice gravitazionale, e per via di «incalcolabili effetti relativistici» si creano innumerevoli copie di se stesso. Memorabile è anche la scherzosa pseudo-introduzione all’edizione critica delle Memorie di Ijon Tichy: la Tichologia ricalca in qualche modo la Solaristica, mentre gli pseudobiblia nelle note a piè di pagina anticipano la passione di Lem per gli apocrifi, che verrà approfondita nella sua ultima fase creativa.

Come lascia intendere il titolo, Fiabe per robot è una raccolta di fiabe fantascientifiche con robot come protagonisti e in cui si respirano atmosfere da fairy-tale, con tutti i cliché del caso. Preparatevi a scontri tra elettroguerrieri e elettrodraghi al suono di clangori metallici e a colpi di ciberarmi; a storie di principesse robot e di vecchi re robot. Come quella di un malvagio tiranno che vive in un palazzo di platino, talmente avido da ordinare ai suoi sudditi di indossare armature di uranio, in modo che non possano più radunarsi e ordire congiure contro di lui, perché ogni volta che si avvicinano si innesca una reazione a catena che causa un’esplosione.

Sulla scia delle fiabe robotiche, Cyberiade è l’epopea dell’era cibernetica («L’armi canto, e de’ robot il valore»), e racconta le comiche avventure di due inventori, Trurl e Klapaucius: non sono umani (anzi, visipallidi, come sono chiamati), ma robot, i primi esseri «veramente intelligenti». I protagonisti di Cyberiade sono costruttori di strampalate invenzioni, come il bardo elettronico, una macchina capace di recitare e produrre poesie attraverso sofisticati programmi informatici che simulano l’intero universo e la storia della civiltà – racconto che mi ha fatto pensare a The Great Automatic Grammatizator di Roald Dahl. In questi racconti, che hanno spesso finali esilaranti e al limite dell’assurdo, Lem dà libero sfogo a quella che abbiamo ormai imparato a riconoscere come suo carattere distintivo: giochi di parole e neologismi che conferiscono un’ aura di scientificità alle sue fiabe fantastiche. Non a caso, John Updike ha definito Lem come il poeta «della terminologia scientifica», e ha detto che i suoi libri sono per coloro «i cui cuori battono più forte quando ogni mese arriva Scientific American».

Le short stories contenute in Enigma raccolgono il corpus della narrativa breve di Lem, da Il ratto del labirinto (1956) a Il materassino (1995). La raccolta prende il nome da Enigma, racconto in cui due monaci robotici discutono di teologia cibernetica. Tra gli altri racconti si segnalano anche L’invasione da Aldebaran, che rielabora il topos più ricorrente della produzione lemmiana, quello del contatto con una civiltà aliena, ma questa volta dal punto di vista dei tentacolari invasori provenienti da Aldebaran. Degni di nota sono anche Il materassino (suo ultimo racconto), amara riflessione sulla realtà virtuale (che mi ha ricordato alcune pagine di Tempo fuor di sesto di Dick), e L’amico. Quest’ultimo, geniale come ogni creazione letteraria dell’autore, è una storia ricca di suspense che per le sue atmosfere cupe e gotiche deve qualcosa a Frankenstein di Mary Shelley e indaga, tra ampliamenti cerebrali e cervelli elettronici, gli inquietanti risvolti del rapporto con l’intelligenza artificiale. La passione di Lem per la cibernetica nasceva dalla sua fascinazione per il mistero della mente umana (uno dei suoi primi scritti è proprio un trattato intitolato Teoria della funzione del cervello), come emerge dal suo romanzo più famoso, Solaris: «L’uomo è andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate». Forse un domani scopriremo ogni cosa sulle galassie, su soli lontani e sconosciuti, su universi nuovi e pianeti distanti anni luce, ma – sembra dirci Lem – quella macchina complessa e inconoscibile che chiamiamo cervello resterà un mistero. Forse spalancherebbe abissi e baratri troppo profondi per essere compresi.

Nelle sue ultime opere, Lem abbandonò la narrativa di fantascienza per cui è ricordato, per indossare i panni dell’estensore di apocrifi, cui è dedicata la terza e ultima sezione di Universi. Vuoto assoluto raccoglie recensioni di libri mai scritti, un genere inaugurato da Jorge Luis Borges. Il libro si apre con una recensione del libro stesso, a firma di un certo St. Lem; tra gli altri pseudobiblia qui presentati, vale la pena di citare Gigamesh, l’equivalente dell’Ulysses joyciano basato non sull’Odissea ma sul poema mesopotamico Gilgamesh; Gruppenführer Louis XIV, storia di un ex gerarca nazista che ricrea la corte di Re Sole nel cuore dell’Argentina; e infine Idiota di Gian Carlo Spallanzani, versione italiana del capolavoro di Dostoevskij (pubblicata nella finzione di Lem proprio dalla Mondadori). Spesso l’esito delle critiche fittizie è comico e grottesco; l’autore riesce, come un’abile equilibrista, a passare con una naturalezza disarmante dal tono giocoso della farsa e della parodia a trattazioni che potrebbero annoiare coloro che si aspettavano di leggere racconti di fantascienza. Va ricordato inoltre che il Lem delle recensioni fittizie è molto più caustico e disinibito, se confrontato allo stile di altri suoi scritti, ed è notevole la differenza con il tono leggero e scherzoso delle Fiabe per robot e Cyberiade; differenza che si acuisce ancor di più se si guarda ai suoi primi romanzi, rigidamente ancorati ai dettami del realsocialismo.

Il seguito di Vuoto assoluto è Grandezza immaginaria, che consiste in una serie di introduzioni apocrife a libri ancora da scrivere, come la Storia della letteratura bitica, che tratta di un genere letterario incomprensibile per gli uomini, in cui i computer si chiedono se gli esseri umani abbiano o meno una coscienza.

E poi c’è Golem XIV: dopo un’interessante prefazione del curatore fittizio, che ricostruisce brevemente la storia dei computer e dei cervelli elettronici del futuro, ci si trova di fronte a «una piccola parte delle registrazioni magnetiche» delle conferenze tenute da un supercomputer di 14a generazione della serie GOLEM progettato dal MIT. Golem XIV era stato messo a capo dello stato maggiore americano dal Pentagono, ma aveva fin da subito dimostrato un totale disinteresse nei confronti della guerra: per esso, le questioni militari sono nulla in confronto ai dilemmi filosofici. Golem XIV è un computer ribelle la cui intelligenza superiore non risponde più agli ordini dei suoi programmatori (come l’omonimo mostro della tradizione ebraica), ma il suo unico interesse è la «filosofia elettronica», ed è per questo che tiene conferenze su temi prescelti rivolte a una platea ristretta di umani (da lui accuratamente selezionati). La prima conferenza di questo computer-filosofo è sull’uomo, mentre l’ultima su stesso: qui emerge il tema prediletto di Lem, leitmotiv di tutta la sua produzione, che come ha rilevato Carlo Pagetti corrisponde al tema dell’ “incontro ravvicinato”: il contatto, in questo caso, di «umani con un essere intelligente, ma non umano», per dirla con Lem. Questo potrebbe essere il destino dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale? Un interrogativo che ogni lettore si pone durante la lettura. D’altro canto, Golem XIV affronta i problemi etici che riguardano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, quando diventa troppo intelligente: infatti, il Golem è una macchina in grado di pensare un milione di volte più velocemente della mente umana. Golem XIV può essere considerato come la summa più alta del pensiero filosofico di Lem, espressione della sua visione di cibernetica.

Provocazione è un’estensione di Vuoto assoluto: qui sono raccolte le pseudo-recensioni di un’opera in due volumi scritta dal filosofo tedesco Aspernicus: ricorda Lem che alcuni scienziati e storici polacchi credettero che il libro in questione esistesse veramente e provarono a procurarsene una copia. La prima parte di Provocazione affronta il tema della soluzione finale e del genocidio ebraico (tema che riguarda da vicino la storia personale di Lem), mentre la seconda si concentra su One Human Minute, libro inesistente che, attraverso tabelle statistiche stilate da computer, elenca tutto ciò che accade all’umanità in un minuto. Nel suo commento, Lem formula la legge che porta il suo nome: «Nessuno legge più nulla; se legge, non capisce niente; se capisce qualcosa, lo dimentica all’istante».

Biblioteca del XXI secolo contiene The World as Holocaust: un brillante saggio che esplora il concetto di «creazione attraverso la distruzione» richiamato dal titolo, inteso non come la teoria del catastrofismo di Cuvier, bensì come catastrofi su scala cosmica. Qui Lem si interroga sul nostro posto in quel «deserto silenzioso» che è l’universo, sulla ricerca di vita extraterrestre, sull’origine del cosmo, sulla composizione chimica degli astri e persino sull’ipotesi del Multiverso (scrive Lem: «La teoria del Big Bang è salvata dall’ipotesi che, nel corso dell’esplosione creatrice, sia stata generata nello stesso momento un’enorme quantità di Universi. Il nostro Cosmo fu solo uno dei tanti. La teoria che mette d’accordo l’omogeneità dell’attuale Cosmo con l’impossibile omogeneità della sua espansione, attraverso l’idea che il Cosmo primordiale non costituisse un universo ma un multiverso, è stata enunciata nel 1982»), già anticipata nella sua Grandezza immaginaria (1972), in cui troviamo La nuova cosmogonia, un ipotetico discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio Nobel, con riflessioni sul paradosso di Fermi e sulla visione del «Cosmo come Gioco».

Leggere Lem significa abbandonarsi al vero piacere della lettura; lasciarsi condurre per mano da un’immaginazione inesauribile, tra galassie senza confini e territori ancora da esplorare. La sua ironia pungente, il suo personale senso dell’umorismo, i suoi neologismi elaborati, la maestria con cui è capace di creare situazioni iperbolicamente paradossali, il suo dotto enciclopedismo scientifico, sono solo alcuni aspetti della sua opera e fanno di Stanisław Lem una delle voci più originali del panorama letterario del Novecento – un uomo che ha visto il futuro.

Stanislaw Lem (Leopoli, Polonia, oggi Ucraina, 1921 – Cracovia 2006). È autore di indimenticabili romanzi di fantascienza quali La nube di Magellano (1955) e Eden (1959). Dal suo libro più celebre, Solaris (1961), nel 1972 il regista russo Andrej Tarkovskij realizzò un film, premiato a Cannes, che portò alla popolarità Lem in Europa e in tutto l’Occidente. Le opere di Lem sono tradotte in oltre 40 lingue.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mondadori.

:: Il grande dio Pan di Arthur Machen (Fanucci 2021) a cura di Emilio Patavini

1 settembre 2021

Scritto nel 1890, The Great God Pan è il grande e perturbante capolavoro di Arthur Machen, che unisce il folk horror celtico alla pseudoscienza occultista. Fu dato alle stampe nel 1894, lo stesso anno in cui il Premio Nobel Knut Hamsun pubblicò il suo romanzo più famoso, chiamato per l’appunto Pan.

Non posso esimermi dal presentare questo romanzo breve o racconto lungo dello scrittore gallese a partire dalle parole di un suo epigono, che di orrore se ne intendeva. Sto parlando di H.P. Lovecraft, e le parole che sto per citare sono tratte dal decimo capitolo (The Modern Masters) del suo saggio Supernatural Horror in Literature (“L’orrore soprannaturale nella letteratura”):

«Tra i creatori viventi di paura cosmica, assurti all’apice dell’arte, pochi, o forse nessuno, possono sperare di eguagliare il versatile Arthur Machen. […] Delle storie dell’orrore del signor Machen, la più famosa è forse “Il grande dio Pan” (1894), che racconta di un singolare e terribile esperimento e delle sue conseguenze. […] Tutto questo mistero è stranamente intrecciato alle divinità rurali romane del posto, come erano raffigurate negli antichi frammenti scultorei. […] Ma il fascino della storia sta in come è raccontata. Nessuno riuscirebbe a descrivere l’intera suspense e l’orrore finale di cui abbonda ogni paragrafo senza seguire un ordine preciso in cui il signor Machen disvela a poco a poco i suoi indizi e le sue rivelazioni […] e il lettore attento giunge alla fine solo con un brivido di apprezzamento e una propensione a ripetere le parole di uno dei personaggi: ‘È troppo incredibile, troppo mostruoso… non è possibile che esistano cose simili in questo mondo tranquillo […] Diamine, se un caso del genere fosse possibile, la terra sarebbe un luogo da incubo.’»

La sua è una terra pregna di leggende che affondano le radici in un tempo così antico da sfumare nel mito. Arthur Llewelyn Jones Machen nacque nel 1863 a Caerleon, così era chiamata Isca Silururm, prima centro della tribù celtica dei Siluri, poi castrum romano (ambientazione finale de L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi), bagnata dal fiume Usk (uisge, in gaelico scozzese, significa “acqua”; da uisge beatha “acqua di vita”, traduzione del latino aqua vitae “acquavite”, deriva whiskey). Secondo la raccolta dei miti gallesi del Mabinogion, Caer Llion sull’Usk è la residenza principale di re Artù, il luogo che egli aveva eletto a propria dimora, e corrisponde, secondo alcuni, alla celebre Camelot. A pochi passi dal Gwent, la regione del Gallese in cui Machen era nato e cresciuto, sorgeva, nel Gloucestershire, il tempio romano-celtico di Lydney Park, risalente al quarto secolo. Anni dopo, nel 1928, un giovane filologo di Oxford fu incaricato dagli archeologi Sir Mortimer e Tessa Wheeler di risalire all’origine del nome della divinità celtica invocata in una delle tabulae defixionis scoperte nel tempio, situato su una collina dal nome anglosassone di Dwarf’s Hill. Il dio invocato nelle tavole di bronzo era Nodens e il giovane filologo era J.R.R. Tolkien, che scriverà un saggio, intitolato “The Name Nodens”, pubblicato in appendice al ‘‘Report on the Excavation of the Prehistoric, Roman and Post-Roman Site in Lydney Park, Gloucestershire’’ (1932) di Wheeler per la Società degli Antiquari di Londra.

Essendoci ora chiara l’influenza che Machen ebbe su Lovecraft, possiamo anche supporre che il Solitario di Providence prese in prestito alcuni elementi de Il grande dio Pan, per trasporli nella propria opera. Uno di questi è sicuramente il dio Nodens, citato a p. 101 come «il dio del Profondo o dell’Abisso». Sicuramente Machen, da cultore di storia locale gallese ed esperto di antichità celtiche, doveva aver letto le Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire (London: Longmans, Green, and Co., 1879) di W.H. Bathurst (la cui famiglia possiede ancora Lydney Park), che a p. 39 della sua opera definisce Nodens proprio come «‘God of the deeps’ » e «‘God of the abyss’». Non è un caso se anche in H.P. Lovecraft troviamo citato Nodens due volte. Nel suo racconto del 1926 La casa misteriosa lassù nella nebbia (The Strange High House in the Mist), Lovecraft citerà «the gay and awful form of primal Nodens, Lord of the Great Abyss». Il nome Nodens apparirà anche nel suo romanzo breve del 1927 La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (The Dream-Quest of Unknown Kadath). In questi testi, Nodens è presentato, seguendo l’interpretazione data da Bathurst nelle Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire, come un dio marino, al pari di Poseidone e Nettuno, e Lovecraft lo mette a capo dei Night-Gaunts (i “magri notturni”, le figure che popolavano i suoi incubi infantili).

Ma veniamo alla trama del romanzo: di cosa parla Il grande dio Pan?

Il dottor Raymond è un chirurgo che da molti anni si è consacrato alla «medicina trascendentale». Tenta così un folle e tremendo esperimento: il suo intento è quello di «sollevare il velo» del reale e guardare in faccia la cruda e mostruosa realtà delle cose. Gli antichi «chiamavano questa esperienza ‘vedere il dio Pan’» (p. 11). Il dottore opera la figlia adottiva Mary al cervello, alterando le cellule della materia grigia così da poter aprire l’ «occhio interno», l’occhio della mente, e poter entrare in contatto con il dio Pan e tutte quelle forze primigenie che popolano il mondo sconosciuto che si cela oltre il velo del reale. Un pantheon che deve avere colpito molto H.P. Lovecraft, tanto che ne riproporrà uno lui stesso, unendo le entità malefiche cui Machen allude con le fantasmagorie mitopoietiche dell’irlandese Lord Dunsany, presentate in The Gods of Pegāna .

Dopo l’esperimento, forze sconosciute si mettono all’opera e strani avvenimenti hanno luogo. Episodi singolari e inquietanti, sempre più misteriosi, si susseguono in città, gettandola nel caos e nello scompiglio, mettendola in subbuglio e trasformandola in una «città da incubo» (p. 78).

La città, la Londra brumosa, cupa e notturna evocata dal romanzo, teatro di un’epidemia inspiegabile di suicidi, fa da contraltare alle atmosfere silvestri delle campagne gallesi, in cui Machen trova il tempo di accennare al proprio borgo natale, senza menzionarlo direttamente: «un villaggio al confine gallese, un centro di discreta importanza ai tempi dell’occupazione romana, ora ridotto a un borgo di case sparse, abitato da non più di cinquecento anime. Si trova su declivio a circa sei miglia dal mare, ed è riparato da una foresta imponente e pittoresca» (p. 26).

Questa Londra richiama perfettamente le atmosfere delle detective stories di Sherlock Holmes, ma anche la Londra del mystery di dottor Jekyll e di Mr. Hyde.

Nel romanzo di Machen, il Dio-Tutto Pan non si prende mai la scena da solo, si tratta di una «presenza che non era né umana né animale, né viva né morta, ma che in sé comprendeva tutto, racchiudeva la forma di ogni cosa, ma era a sua volta del tutto priva di forma» (pp. 18-19). Una figura cui si può solo alludere timidamente, un’entità tanto malefica che non si ha il coraggio di pronunciare.

Leggere quella che Stephen King (un altro scrittore che di orrore se ne intende) ha definito come «una delle migliori storie dell’orrore mai scritte», è stata un’esperienza un po’ diversa dal solito. Non è la classica storia dell’orrore contro cui, nel corso del tempo, abbiamo sviluppato anticorpi ben efficaci. Non c’è posto né per vampiri né per fantasmi, in questo storia. Solo il principio del male, l’hybris scellerata di uno scienziato che, seguendo l’archetipo shelleyano del dottor Victor Frankenstein, vuole scavalcare i limiti preimposti, che sono i limiti della nostra realtà, per guardare al di là di essa, per «sollevare il velo» e scoperchiare il vaso di Pandora.

Il tutto è qui proposto sotto forma di una storia avvincente e ricca di suspense, in cui troviamo atmosfere gotiche e l’influenza stevensoniana, riconosciuta dallo stesso Machen. Una nuova forma di romanzo gotico, che anche grazie alla sua brevità, si fa leggere piacevolmente e tutta d’un fiato, nonostante siano passati ormai quasi centotrenta anni dalla sua pubblicazione.

Ma allo stesso tempo restituisce un quadro chiaroscurale di quel clima tutto fin de siècle di un’Europa (e soprattutto un’Inghilterra) decadente, fatta di misticismo, fenomeni dell’occulto, passioni per il proibito, il torbido, l’arcano e il misterioso.

Un ritratto, questo, non certo privo di contraddizioni. È il caso di Arthur Conan Doyle: creatore di Sherlock Holmes, l’investigatore divenuto sinonimo di razionalità, ma allo stesso tempo convinto sostenitore dello spiritismo e appassionato del paranormale.

Questa edizione Fanucci de Il grande dio Pan, uscita il 26 agosto e facente parte della collana Piccola Biblioteca del Fantastico, riporta nelle librerie italiane uno degli orrori preferiti dal Solitario di Providence in una veste editoriale molto accattivante: il libro, 120 pagine, in copertina rigida, ha un splendida illustrazione in sovraccoperta di Antonello Silverini. Tuttavia il libro, se confrontato con le precedenti edizioni, è piuttosto povero di contenuti: si compone solo di una breve “Nota dell’editore”, del testo efficacemente tradotto da Annalisa Di Liddo e dell’immancabile “Postfazione” di Carlo Pagetti. I prezzi di questa Collana, che vuole ricalcare, nel suo formato, la mitica Fantacollana Nord, sono molto accessibili, e tra i titoli usciti precedentemente possiamo ricordare John Carter e la principessa di Marte di Edgar Rice Burroughs e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin. Del 2018 è l’edizione Adiaphora, 190 pagine, con testo originale a fronte, traduzione e note critiche di M. Olivetti Zapparelli e una postfazione di H.P. Lovecraft. Nel 2017, è uscita anche un’edizione di 96 pagine per la collana Eureka delle Edizioni Theoria, sempre con l’ottima traduzione di Annalisa Di Liddo. L’anno prima, per la collana Tre Sotterranei di Tre Editori uscì un’edizione di ben 260 pagine, completa della prefazione di Machen, un’introduzione di H.P. Lovecraft tratta dal suo già citato saggio, la traduzione di Alessandro Zabini, il saggio “Appunti su alcune fonti di Arthur Machen” del curatore, lo scritto “Il risveglio della selva” di S.J. Graf e una “breve antologia panica”, con brani tratti da Plutarco a John Milton, da R.L. Stevenson a W.B. Yeats.

Arthur Machen (1863-1947), scrittore gallese di narrativa del terrore, è oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti del suo epigono H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.
Fra le sue svariate influenze si possono citare Stevenson, de Quincey, Coleridge e Poe. Il suo stile e le tematiche da lui affrontate sono comunque originali e si può considerare come un innovatore del genere della narrativa soprannaturale. Infatti, nonostante abbia scritto numerosi libri di argomento storico, filosofico e teologico e sia stato anche membro di una compagnia teatrale shakespeariana, Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore, in particolare a Il grande dio Pan.

Source: del recensore.