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:: Omicidio a Mallowan Hall di Colleen Cambridge (Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

16 marzo 2023

Nascosto tra le dolci colline verdi del Devon, Mallowan Hall combina il meglio della tradizione inglese con le moderne comodità disponibili del 1930. Per un aspetto, tuttavia, Mallowan Hall si distingue dalle altre pittoresche case di campagna fuori città.
Il maniero infatti ospita l’archeologo Max Mallowan e la sua famosissima moglie, Agatha Christie.
La loro governante, Phyllida Bright, tanto efficiente quanto simpatica, gestisce, sopportando la supervisione del maggiordomo Mr Dobble, la grande casa e la servitù con pugno di ferro in guanto di velluto. Nella vita di Phyllida Bright infatti tutto sembra sempre al suo posto e sotto controllo. Ha accettato la sua più che decorosa occupazione, soprattutto per la vecchia e collaudata amicizia con la padrona di casa, moglie dell’archeologo, che stima come persona dalla quale è molto stimata avendo condiviso in guerra il servizio al fronte per l’organizzazione dei soccorsi ai feriti. Ogni mattina Mrs Bright, ignorando il burbero sguardo di semiriprovazione del maggiordomo, serra la sua bella folta capigliatura biondo rosso, ben pettinata e domata in uno chignon, ma continua a indossare abiti di buon gusto che mettano nel giusto risalto la sua aggraziata figura. Apprezza molto il fatto che la sua datrice di lavoro sia una giallista celebre in tutto il mondo, gode della sua confidenza , approfitta della lettura delle sue pagine in anteprima e proteggendo con rigore la sua privacy,le garantisce il tempo e la discrezione necessaria per scrivere in tranquillità.
Appassionata di narrativa poliziesca, Phyllida deve però ancora trovare nella vita reale un gentiluomo affascinante quanto l’eroe belga della signora Agatha, Hercule Poirot.
Ma benchè abituata all’omicidio e ai suoi metodi come frequenti argomenti di conversazione, e per aver dovuto sopportare la vista di tanti morti durante la Grande guerra, quella mattina, entrando per prima in biblioteca, sarà costretta ad affrontare un cadavere molto reale e “molto” morto disteso sul pavimento… Un primo impatto retto bene. Intanto non reagisce urlando ma si china invece per appurare l’identità del morto, notando che è coperto di sangue per una penna stilografica conficcata nel collo e riconoscendo in lui Philip Waring, nome con il quale si era presentato la sera prima durante una cena organizzata dai padroni di casa. Il suo nome non figurava sulla lista degli invitati e lui era piombato all’improvviso a Mallowan Hall, dichiarandosi un giornalista pronto a fare l’intervista a suo dire promessagli da Mrs Christie. La successiva tempesta con pioggia e vento nella zona aveva costretto la scrittrice a invitarlo a fermarsi anche per la notte…
E ora qualcuno l’aveva ammazzato.

Phyllida sa che di fronte a una situazione del genere bisogna agire bene e in fretta, ragion per cui come prima cosa telefona alla polizia e subito dopo fa chiamare il maggiordomo per organizzare con discrezione gli interrogatori degli ospiti e della servitù, ben diciotto dipendenti.
C’è il rischio infatti che la notizia, per forza già rimbalzata in zona via etere, diventi troppo presto di dominio pubblico, mettendo a rischio la privacy della sua amica e padrona. Cosa che non gioverebbe a nessuno e tanto meno a lei con sul groppone una casa piena di ospiti e gran parte dello staff distratto e impaurito.
Ma a suo vedere la polizia locale, che fin dai primi passi navigherà nella nebbia più totale, non sapendo da dove cominciare a indagare, tratta il caso con superficialità, lasciando orde di giornalisti affamati di notizie accampati fuori dalle mura della proprietà e che persino sconfinano indecorosamente in giardino.
Quando poi verrà scoperto un altro cadavere, una delle sue cameriere stavolta, con la testa fracassata da un corpo contundente, a Phyllida non resterà che impegnarsi in prima persona sulle orme del suo beniamino Monsieur Poirot, e seguire ogni possibile pista per poter incastrare una alla volta tutte le tessere del complicato puzzle .
Ciò nondimeno qualcosa nella sua testa le dice che l’assassino è vicino, in agguato e minacciosamente pronto a colpire ancora. Magari si nasconde addirittura tra gli ospiti di Mallowan Hall. Con l’aiuto del bel medico del villaggio, il dottor Bhatt, de maggiordomo, Mr Dobble, di Mr Bradford, nuovo misterioso e atletico autista, e sguinzagliando tutto il personale domestico, non si lascerà fermare.
E la nostra Poirot in gonnella dovrà prendere alcune decisioni barcamenandosi tra due omicidi, infedeltà con succose situazioni vicine allo scandalo , false piste, indizi e presagi, il tutto sufficiente per riempire un romanzo di Agatha Christie e qui inserito per sviare il lettore e abbastanza per consentire a quello più intelligente di riflettere. Ma solo la prontezza e l’intelligenza di Phillida, durante un raduno di potenziali sospetti, la porteranno a rivelare il nome di chi ha ucciso…
Omicidio a Mallowan Hall, con l’ambientazione a casa della scrittrice di gialli più amata di sempre, è l’ indovinato atout di questo romanzo fresco, ironico e denso di colpi di scena, il primo della serie con Phillida Bright come protagonista, che l’autrice l’americana Cambridge dedica alla società inglese anni trenta . Quella stessa società che molti tra i lettori avranno già imparato a conoscere attraverso l’ormai famosissimo Downton Abbey.
L’autrice ha “studiato” e descrive molto bene, con i giusti toni e particolari il mondo e i protagonisti collocati in quell’epoca. La sua eroina è una detective improvvisata ma dall’intuito brillante, inquadrata in una elegante cornice che appassionerà i fan di Agatha Christie.

Colleen Cambridge, è lo pseudonimo che Colleen Gleason prolifica e ben nota scrittrice americana ha utilizzato per la sua nuova serie dai calibrati toni Inghilterra anni 30, dedicata al personaggio (immaginario) di Phyllida Bright, governante di Agatha Christie (1890 – 1976).

Source: libro del recensore.

:: L’incertezza della rana di Giorgio Bastonini, (Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

9 marzo 2023

Sembra una sera come tante, nelle strade e i nei vicoli di Latina che conserva ancora i segni del suo passato fascista, quando tornerà in pista Paolo Santarelli lo strano piemme in servizio presso la procura di Latina, quello con alla destra Palazzo Emme, storico edificio costruito al battesimo della nuova città che, a quell’epoca si chiamava, Littoria.
Lui, Paolo Santarelli , che Giorgio Bastonini ci aveva già presentato nel suo precedente giallo uscito due anni fa. Strano personasggio ma soprattutto completamente diverso dall’immagine formale che uno può aspettarsi da un magistrato.
Paolo Santarelli infatti è una persona che si presenta tutti i giorni in ufficio, con ai piedi le Converse e indossando una felpa colorata. Uno poi che, ignorando la macchina di servizio con qualunque tempo va in giro pedalando in bicicletta e con uno strano rapporto con l’universo femminile: ha una ex alle spalle, attualmente è impegnato con un’accomodante fidanzata con la quale mantiene soprattutto un rapporto a distanza, anche a ore impossibili, fatto soprattutto di messaggi.
Mantiene una rispettosa e proficua convivenza con il commissario Bertoni, acuto funzionario della mobile, ma in città, visto che lo si considera ancora un estraneo perché campano di origine, ha pochi amici. Tra loro Livio, padrone del bar Piccolino dove subito, più veloce del vento, arrivano tutte le notizie di quanto succede a Latina…
Fine novembre, dopo aver adempiuto con rassegnazione al sacrificio del suo sangue preteso dall’implacabile nugolo delle locali zanzare autunnali, Santarelli ha raggiunto a piedi il bar Piccolino per accordarsi con il proprietario su una cacio e pepe serale. Ma appena arrivato verrà informato da Livio di una sparatoria appena avvenuta in città, e dopo aver ricuperato il cellulare, come al solito dimenticato in ufficio, ci troverà dentro l’avviso che anche una telefonata anonima ha segnalato il fattaccio. Non gli resta che saltare in bicicletta e pedalare verso il luogo del delitto.
dove il commissario Bertoni è già al lavoro con i suoi uomini. A prima vista, parrebbe trattarsi di un regolamento di conti e dunque per Santerelli vorrebbe dire un’ indagine di routine. Sul litorale, infatti, qualcuno ha sparato al giovane rampollo del clan Romano, a Gianluca, detto “Spaghetto”, il giovane e viziato virgulto della famiglia mafiosa di rom stanziali con il monopolio di spaccio, usura ed estorsioni”. Famiglia che da tempo Santarelli prova in ogni modo a incastrare.
Ma non si tratta di un regolamento di conti e il nostro piemmelo scoprirà presto, mentre torna a piedi a casa, dalle parole di Raffaele Locatelli, grassoccio chimico e ricercatore scientifico trentenne con tanti segreti e troppi nemici… che l’avvicina per strada per rivelargli di aver sparato a Spaghetto proprio nella piazzola e di temere la vendetta dei Romano. Ma avrà appena il tempo di ammettere una furibonda lite con Spaghetto, causata da divergenze per la comune società e accennare a un casale in campagna dove sta sperimentando le sue ricerche, prima che la sua voce venga sopraffatta dal rumore di una accelerata e da una 500 bianca, comparsa all’improvviso dal nulla, qualcuno gli sparerà, uccidendolo.
Due delitti ma anche due colpevoli prontamente individuati: con Raffaele Locatelli, reo confesso del primo delitto e presumibilmente assassinato per vendetta nel secondo . E il suo carnefice verrà facilmente identificato tramite le intercettazioni dei membri del clan.
Tanti piemme si fregherebbero le mani davanti all’occasione di chiudere in un solo colpo due casi, ma Paolo Santarelli è “uno strano pubblico ministero”: lui vuole vederci più chiaro, andare più a fondo a tutta la faccenda. Tanto per cominciare scoprire cosa combinava Locatelli, un giovane chimico nella società con il clan dei Romano, che campano con l’usura e la vendita di droga?
L’approfondita perquisizione della sua casa si rivelerà un buco nell’acqua, nonostante la vicinanza di una conturbante amica della vittima, una cartomante che sicuramente lo conosceva bene. Più interessante si rivelerà la visita fatta in bicicletta da Santarelli all’azienda agricola di cui Raffaele era titolare: all’interno di un capannone scoprirà infatti una meravigliosa serra con dentro piccoli stagni con una rigogliosa flora acquatica affollata da piccole rane.
Ma quale interesse avevano Locatelli e Spaghetto a trapiantare nell’Agro Pontino quello che pare un piccolo pezzo di Amazzonia? Per sbrogliare il mistero, che potrebbe avere lunghissimi e ramificati tentacoli internazionali, Paolo Santarelli dovrà darsi da fare e affrontare con determinazione e coraggio – e, se necessario, facendo anche uso di sostanze particolari –, un’ intricata e molto pericolosa situazione che affonda le sue radici addirittura oltreoceano.
Ma Santarelli è una persona prima di un magistrato. Una persona in grado di vivere e vedere la vita con un’ottica diversa , in grado di applicare la legge ma anche di farlo bene. Talvolta infatti non si possono giudicare le persone, valutando supinamente le loro azioni. Bisogna saper interpretare le regole con giustizia ed equità.
Una trama brillante con un protagonista brillante e ironico, un giovane quarantenne anticonformista aperto, intelligente e colto, che ogni tanto incespica un filino nei suoi rapporti al femminile.
L’incertezza della rana è una conferma per Giorgio Bastonini di saper raccontare con il giusto mix di commedia e tragedia una certa vita di provincia italiana, creando un’altra storia non comune, divertente e che non ha scordato in questo caso di rifarsi persino a un fatto di cronaca realmente accaduto. Santarelli infatti verrà chiamato a sostituire un collega nel dibattito finale di un processo in cui sono imputati alcuni giovani accusati di aver pestato a morte un ragazzo, colpevole volere far da paciere in una rissa. Chiari i riferimenti alla tragica storia del povero Willi Monteiro, ucciso a Colleferro due anni fa.

Giorgio Bastonini è nato nel 1961 a Parigi e vive fra Latina e Milano. Ama il caffè, il vin brulé e il suono del ticchettio della tastiera. Per pagare le bollette fa il commercialista. Il Giallo Mondadori ha pubblicato nel 2021 la prima avventura con protagonista il piemme Paolo Santarelli, Uno strano pubblico ministero.

Source: libro del recensore.

:: Karolus. Il romanzo di Carlo Magno di Franco Forte (Mondadori 2023) a cura di Valerio Calzolaio

6 marzo 2023

25 dicembre 800. Roma. Quel Natale il Papa sta per proclamare un nuovo sovrano, a ricevere la corona è Carlo Magno (742 – 814), primogenito della stirpe dei Carolingi, immerso in una storia di coraggio e amori, sangue e dubbi, battaglie e trionfi, complotti e intrighi, rimpianti e perdite. E segreti! In “Karolus”, attingendo a sterminate storiografia e bibliografia, l’ottimo scrittore, sceneggiatore e giornalista Franco Forte (Milano, 1962), direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori (compreso Il Giallo), narra lungamente e intensamente le gesta del celebre reggente unico del Sacro Romano Impero, dalla primissima infanzia agli ultimi istanti di vita. Dopo la dedica (alla famiglia), l’albero genealogico della “stirpe”: prima da Pipino il Breve a Carlo e ai suoi tanti fratelli e sorelle minori; poi dalle cinque mogli agli innumerevoli figli, soprattutto di Ildegarda (la terza, sposata nel 771 e morta nel 783). Seguono ascesa e dominio, attraverso sei godibili capitoli.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Carthago, Roma in fiamme, Caligola, Cesare l’Immortale e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

Source: libro del recensore.

:: Favola per rinnegati di Alessandro Bongiorni (Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

17 febbraio 2023

Per il Giallo Mondadori, Alessandro Bongiorni ci offre un altro intenso ed espressivo romanzo poliziesco dai toni noir, agganciato alla più oscura cronaca criminale quotidiana.
Dopo sette anni di assenza (nel 2018 ha scritto invece un romanzo con il sequestro Moro per scenario) riporta in libreria con Favola per rinnegati il suo protagonista Rudy Carrera, vicecommissario alla questura milanese e un poliziotto fatto a modo suo.
Un Rudy Carrera che avrebbe potuto fare carriera, se solo ogni tanto fosse stato capace di tacere, di accettare qualche compromesso, di seguire le indagini “giuste”. Ma non sarebbe stato cosa da lui…
Per anni infatti pur nell’amarezza della routine e della frustrazione, ha fatto di testa sua seguendo caparbiamente la sua strada e accettandone il prezzo da pagare , con l’aiuto dell’ whisky, sempre e solo inesorabilmente JB è riuscito a galleggiare nella giungla d’asfalto milanese, barcamenandosi tra i fantasmi del passato, l’ostilità dei propri superiori e ormai la mancanza di una vera vita sentimentale.
Inizio novembre e una serata molto fredda per la stagione. Piazza San Marco il cuore di Brera sarà là che un ragazzo, vent’anni circa, con in mano un Kalashnikov, sceso da una Ford Ka viola con a bordo un altro ragazzo, aprirà ferocemente il fuoco davanti a un locale alla moda di Milano, il Bicèr de Vin, uccidendo otto persone a due passi dalla chiesa e lasciando a terra un numero imprecisato di feriti. Da quel momento tutta la zona e il centro vengono imprigionati da una terrificante atmosfera da incubo.
Dopo la strage l’assassino risalirà velocemente in macchina lanciandola su strada, a tutto gas. Richiamati da Achilli ( detto Pelide) che passava la serata in una locale poco lontano , arrivando , di corsa a piedi a Piazza San Marco, arriveranno in prima linea anche la Esposito e il vice questore Rudi Carrera, insomma praticamente tutta la squadra… La scena è da paura. Ovunque sangue, morte e desolazione . Nel frattempo l’assassino imboccati i viali, dopo una brutta sbandata, andato a sbattere contro un palo della luce e sbalzato per l’urto con violenza fuori dall’abitacolo, morirà sfracellato, incastrato in una cancellata del Parco Sempione. Il sopraggiungere di volanti e civette dei carabinieri, tutte a caccia della Ka viola, permetterà di estrarre dall’auto in fiamme, il ragazzo che era seduto accanto a lui , il passeggero ancora vivo.
Il massacro per le crudeli modalità attuative rimanderebbe all’attentato parigino, organizzato nel Bataclan.
Alla macabra conta finale, il numero delle vittime sarà di otto morti: sette donne e un uomo e dieci feriti: otto donne e due uomini e quella carneficina verrà subito strillata dai media e definita come: la strage delle donne . Secondo tutti i testimoni superstiti dell’accaduto, l’unico a sparare è stato il conducente della Ka e anche l’esame dello stub, fatto sul ferito in ospedale, scagionerà il passeggero e complice sopravvissuto e ricoverato in rianimazione.
Si dovrebbe pensare all’Isis? Seguire la Pista islamica? E magari lasciare subito libero spazio ai servizi segreti?
I due ragazzi che viaggiavano sulla Ka però sono italiani e incensurati.
L’indagine pertanto viene provvisoriamente affidata al vicecommissario Rudi Carrera e alla sua squadra.
Carrera, sarà costretto fin dall’inizio a confrontarsi con ingannevoli false piste a vuoto e pressanti richieste di rapide soluzioni di comodo, che gli vengono richieste dall’alto con per parola d’ordine: darsi una mossa e sbrigarsi a risolvere il caso. Ma Carrera che sente puzza di bruciato, non ci sta. Ha già capito che se vuole davvero sbrogliare quella bruttissima storia deve partire dall’arma utilizzata per la strage, non dalle presunte motivazioni del folle gesto, tipo implicazioni politiche e religiose, ma proprio solo dall’arma. Bisogna capire da dove arriva quel Kalashnikov in mano all’assassino. Cosa c’è dietro e come e perché due ragazzi timidi neanche ventenni, siano riusciti ad avere a disposizione un micidiale fucile d’assalto, in perfetto ordine ma con la matricola abrasa?
E mentre anche i servizi segreti scendono pesantemente in campo, Carrera con l’innato fiuto che anche i più accesi detrattori gli riconoscono e l’accanimento di chi si sente ai limiti dell’autodistruzione, si impegna e ci mette addirittura la faccia. E sapendo di non avere niente da perdere, riuscirà con la sua testardaggine a scavare nei punti più oscuri ma nevralgici di una società sfrenata e senza scrupoli, arrivando a mettere insieme tutte le fila di chi opera proficuamente nell’ombra senza scrupoli né remore e a scoprire diramazioni e anomalie addirittura inconcepibili. L’indagine lo porterà a confrontarsi con incredibili distorsioni sociali che spaventano, ma lo costringerà anche a muoversi sulla scena al convulso ritmo di una avventurosa pellicola mistery/spystory. Una filmografia ben rappresentata da Clint Estwood al cinema sempre insuperabile cow-boy e poliziotto.
Sue poche occasioni di relax, forse. qualche passeggiata di sera nella vecchissima Milano, impregnata di romanità , o meglio con ancora il marchio di capitale di un impero, l’amicizia e il confronto con la saggezza di Raimondo, barbone per scelta, la sua squadra sempre al suo fianco in ogni e qualunque condizione dunque una spinta a insistere e continuare. Ma sempre con quel vuoto, quel mugugno dentro che continua a mordere implacabile e il lancinante senso mancanza di qualcosa ormai chiusa e perduta.
Ormai un dannato, senza via d’uscita? O invece da una qualche parte potrebbe ancora esistere una buona favola, ritagliata apposta per lui?

Alessandro Bongiorni, nato a Milano nel 1985, è laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso l’università IULM. Ha conseguito anche la laurea magistrale in Televisione, Cinema e New Media, con una tesi su Elmore Leonard. Dal 2008 è giornalista pubblicista e negli ultimi anni ha svolto diversi lavori nel campo dei media. Una voce del panorama giallo noir italiano.

Source: libro del recensore.

:: H.P. Lovecraft. Edizione annotata (Mondadori 2022) Recensione a cura di Emilio Patavini

4 novembre 2022

«Non è morto ciò che può vivere in eterno,

e in strani eoni anche la morte può morire»

(H.P. Lovecraft, La città senza nome)

Scrittore, poeta, saggista ed epistolografo – autore, si stima, di un centinaio di migliaia di lettere. Nativo del New England e uomo del Rhode Island, tanto da aver fatto incidere sulla propria lapide I am Providence (“Io sono Providence”). Figura chiave della narrativa fantastica e capostipite della weird fiction. Scrittore pulp e al tempo stesso continuatore della tradizione gotica americana inaugurata da Edgar Allan Poe. Arcaista nello stile e grande innovatore del suo genere, che mischia orrore e fantascienza. Narratore di quella che definì «la più antica e potente emozione umana», la paura dell’ignoto. Maestro nel creare mondi di orrore cosmico e universi alieni e indifferenti spalancati su abissi indicibili. H.P. Lovecraft è tutto questo: è «il Copernico dell’horror», per usare una felice espressione di Fritz Leiber, è il gigante sulle cui spalle stanno intere «generazioni di scrittori di horror fiction» (Joyce Carol Oates), da Robert Bloch a Stephen King. Questa splendida e curatissima edizione Mondadori annotata da Leslie S. Klinger e introdotta da Alan Moore è un degno omaggio al Solitario di Providence. L’edizione italiana dell’opera di Klinger, curata da Massimo Scorsone e targata Oscar Draghi, contiene un migliaio di note che approfondiscono numerosi aspetti della vita e delle opere di Lovecraft, oltre a quasi trecento illustrazioni, tra cui alcune sgargianti copertine dei pulp magazines d’epoca, come Weird Tales e Astounding Stories. Viene antologizzato in questo volume il meglio della produzione narrativa lovecraftiana: ventidue opere tra romanzi brevi e racconti, tra cui Dagon, Il richiamo di Cthulhu, Il colore venuto dallo spazio, L’orrore di Dunwich, Le montagne della follia, La maschera di Innsmouth e molti altri. Le traduzioni dei racconti sono tratte dal volume Tutti i racconti (Mondadori 2017) curato da Giuseppe Lippi, ma il curatore ha ritradotto alcuni passaggi laddove richiesto dal commento di Klinger. Dopo l’introduzione di Alan Moore segue la corposa ed esaustiva prefazione di Leslie S. Klinger, essenziale punto di partenza per conoscere Lovecraft. La prefazione si apre con una accurata storia del genere horror, dall’antichità fino all’epoca d’oro dei pulp magazines, passando naturalmente per gli ispiratori di Lovecraft: Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Robert W. Chambers e i suoi quattro «maestri moderni» – Arthur Machen, Lord Dunsany, Algernon Blackwood e M.R. James. Segue un breve profilo biografico in cui, tra le altre cose, Klinger ci presenta il ritratto di un lettore onnivoro (scopriamo essere divoratore dei pulp), mente curiosa attratta dalla chimica, dall’astronomia e dai classici greci e latini. In seguito viene presa in esame la carriera letteraria di Lovecraft, dai suoi esordi come autore di articoli scientifici amatoriali (compresa una sua lettera pubblicata su Scientific American) fino alla produzione narrativa, oltre naturalmente alla sua attività prolifica e quasi compulsiva di epistolografo. Mi sarei aspettato anche qualche cenno alla sua vasta opera poetica, tuttavia non presente in questa sezione. Analizzando la ricezione critica di Lovecraft, Klinger cita la stroncatura da parte del critico di The New Yorker, Edmund Wilson, tristemente noto per aver definito Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien «juvenile trash» (“robaccia per bambini”). Inutile dire che a Wilson non piacesse neanche Lovecraft: definì infatti «ciarpame» i suoi racconti e ironizzò che l’unico orrore suscitato dai suoi scritti è «l’orrore suscitato dal cattivo gusto e dalla pessima scrittura». Viene quindi analizzato il pensiero filosofico dell’autore (il “cosmicismo”) e ripercorsa la storia dei cosiddetti Cthulhu Mythos, definizione coniata da August Derleth per designare la mitologia personale di H.P. Lovecraft (da lui chiamata «ciclo di Arkham» in una lettera a Clark Ashton Smith), che si differenzia dal legendarium tolkieniano «visto e considerato che nessuna orditura linguistica e mitologica accuratamente elaborata appare sottesa alle sue invenzioni narrative» (p. LXIV). I racconti sono preceduti da alcune righe di presentazione e corredati da illustrazioni comparse sulle riviste (una sua tutte, Weird Tales), fotografie di luoghi citati o che hanno ispirato l’autore, locandine di film, pagine manoscritte e schizzi autografi di Lovecraft, copertine dei suoi libri, mappe e molto altro. In fondo al volume troviamo le appendici: una tavola cronologica degli eventi narrati nelle opere di Lovecraft, il personale docenti della Miskatonic University, uno scritto di Lovecraft sulla Storia del «Necronomicon», la genealogia degli Antichi, una cronologia della produzione narrativa lovecraftiana compilata da S.T. Joshi, una cronologia dei racconti scritti in collaborazione con altri autori o come ghostwriter, un interessante rassegna delle principali influenze lovecraftiane sulla cultura popolare (dai giochi di ruolo alla band rock H.P. Lovecraft fino ai fumetti EC Comics), una tabella dei lungometraggi cinematografici basati sulle sue opere, una lista degli adattamenti audio e radiofonici e infine una nutrita bibliografia contenente i testi consultati e le edizioni di riferimento dell’opera lovecraftiana. Non siete ancora convinti? Sentite cosa hanno detto di questo Lovecraft annotato: Joyce Carol Oates lo ha definito «un tesoro per tutti i fan di Lovecraft», Harlan Ellison «una pietra miliare degli studi sulla moderna letteratura gotica», S.T. Joshi «una magnifica festa per la mente per ogni appassionato di Lovecraft e della weird fiction». Insomma, questa miniera di informazioni sulla vita e le opere del Solitario di Providence non può mancare nelle librerie di studiosi e appassionati.

Leslie S. Klinger (1946) è uno dei massimi esperti di Sherlock Holmes, Dracula, Frankenstein e H.P. Lovecraft. È il Tesoriere della Horror Writers Association. Laureato in inglese all’University of California e in legge all’University of California School of Law, vive a Malibu, California, e pratica la professione legale a Westwood, California. Ha curato le edizioni annotate di Sherlock Holmes, American Gods e Sandman di Neil Gaiman e Watchmen di Alan Moore.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Oscar Mondadori.

:: L’arazzo di Fionavar (Mondadori 2022) di Guy Gavriel Kay recensione a cura di Emilio Patavini

11 marzo 2022

Tra il 1993 e il 1994 uscirono per Sperling & Kupfer i tre volumi della trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: La strada dei re e La via del fuoco nella traduzione di Riccardo Valla e Il sentiero della notte nella traduzione di Linda De Angelis. Il 25 gennaio 2022 Mondadori ha ripubblicato i tre romanzi che compongono la trilogia di Fionavar nella collana Oscar Draghi, in un unico volume dal titolo L’arazzo di Fionavar e dalla veste editoriale come sempre curata, arricchita dalle illustrazioni di Martin Springett. I titoli dei romanzi sono stati ritradotti in maniera più fedele all’originale: L’albero dell’estate (The Summer Tree), La fiamma errabonda (The Wandering Fire) e La strada più oscura (The Darkest Road). Guy Gavriel Kay, canadese, classe 1954, è un autore di romanzi fantasy, perlopiù di ambientazione storica (anche se per Fionavar si parla di high fantasy o più propriamente di portal fantasy, come vedremo), poco conosciuto in Italia ma molto apprezzato all’estero. Per chi ha letto Il Silmarillion (1977) di J.R.R. Tolkien, il nome di Guy Gavriel Kay dovrebbe suonare familiare. Infatti, alla fine della sua Premessa all’opera postuma del padre, Christopher Tolkien scrisse: «Nell’opera, difficile e sempre discutibile, di sistemazione del testo, sono stato ampiamente assistito da Guy [Gavriel] Kay, che ha collaborato con me nel biennio 1974-75».

Nella sua introduzione, il curatore Massimo Scorsone definisce L’arazzo di Fionavar come il «più smaltato epic fantasy di lewis-tolkieniane ascendenze» (p. 6), e infatti i precedenti letterari di quest’opera sono proprio i due capisaldi del fantasy moderno: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, con il suo impianto mitopoietico «coerente e consistente», e le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, con i quattro fratelli Pevensie qui tramutati nei cinque studenti dell’Università di Toronto che vengono trasportati su Fionavar. Se ne Il nipote del mago e ne Il leone, la strega e l’armadio la vicenda prende le mosse nel «mondo primario» (per usare una terminologia tolkieniana), trasferendosi poi in un «mondo secondario», ne L’arazzo di Fionavar non è il nostro mondo a ricoprire il ruolo di «mondo primario», ma Fionavar stessa, più volte definita come «il primo di tutti i mondi» (p. 38), le cui vestigia sopravvivono nei nostri miti e nelle nostre leggende. Inoltre, L’arazzo di Fionavar si inserisce nel solco della tradizione del portal o quest fantasy, un sottogenere del fantasy in cui il protagonista è trasportato in un altro mondo tramite un portale, non importa che si tratti della tana di un coniglio come in Alice nel paese delle meraviglie, di un armadio magico come nelle già citate Cronache di Narnia o di un tornado come ne Il meraviglioso mago di Oz. Come altri esempi di portal fantasy si possono citare Coraline di Neil Gaiman, John Carter di Marte, primo volume del Ciclo di Barsoom, ma anche Le Cronache di Thomas Covenant di Stephen R. Donaldson, La Figlia del Re degli Elfi di Lord Dunsany e Le cronache di Ambra di Roger Zelazny.

Il primo volume che qui recensisco, L’albero dell’estate, è uscito in Canada nel 1984; mentre gli altri due seguirono due anni dopo. Negli anni ‘80 spopolavano numerose riproposizioni del fantasy tolkieniano (un nome su tutti: Terry Brooks). Guy Gavriel Kay ha saputo dimostrare di poter dare vita una rielaborazione consapevole, originale e profonda di quel modello attingendo dalle stesse fonti e dagli stessi archetipi di Tolkien: mitologia norrena, materia celtica e leggende arturiane trovano posto in un affresco mitopoietico che affascina e cattura il lettore sin dalle prime pagine.

Per ammissione dello stesso Guy Gavriel Kay, L’arazzo di Fionavar è la sua opera che più risente dell’influenza tolkieniana. Lo si può notare in molti aspetti, almeno nel primo volume: troviamo creature simili a elfi e orchi, un luogotenente dell’Oscuro Signore Rakoth Maugrim (incatenato come il Melkor-Morgoth tolkieniano), un bosco magico simile a Fangorn. Per certi versi, anche la concezione del Male arroccato a Nord – basti pensare a quanto scrisse Tolkien nella lettera 294 dell’8 febbraio 1967 –, deriva direttamente da Il Silmarillion. Come si è visto, Guy Gavriel Kay ha collaborato per due anni con Christopher Tolkien proprio alla pubblicazione del magnum opus tolkieniano. C’è persino un metallo, simile al mithril, «che i nani consideravano il più prezioso dono della terra: l’argento di Eridu, dalle sfumature azzurre» (p. 151). Ecco infine due passi in cui si possono confrontare le creature descritte da Guy Gavriel Kay con gli elfi di Tolkien:

«Noi siamo estremamente longevi, e non moriamo di vecchiaia, ma ci uccidono il ferro, il fuoco, e i patimenti del cuore. La stanchezza di vivere, poi, ci spinge a fare vela verso il nostro canto, ma questa è una cosa diversa. […] A ovest c’è un luogo che non è segnato su alcuna carta […], e noi andiamo laggiù, quando lasciamo Fionavar, a meno che Fionavar non ci uccida prima.»

(p. 160)

«Erano vecchi, saggi e bellissimi, e il loro spirito brillava nei loro occhi sotto forma di una fiamma multicolore, e la loro arte era un omaggio al Tessitore, di cui erano i figli più luminosi. Nella loro essenza era intessuta una celebrazione della vita, e nell’antica lingua il loro nome significava la luce che si oppone al buio»

(p. 161)

Come gli elfi di Tolkien, estremamente longevi ma non immuni da una morte violenta e dai «patimenti del cuore», le creature di Guy Gavriel Kay lasciano la loro terra per fare vela verso occidente. Nella storia della letteratura, l’Occidente è da sempre associato alla sede delle Terre Immortali o delle Isole dei Beati: basti pensare ad Aman nell’universo di Tolkien, ad Avalon, l’isola dove Artù potrà guarire le sue ferite, alle Tír na nÓg, meta degli imrama degli eroi e dei monaci irlandesi, o ancora alle Isole Esperidi greche. Un’ulteriore conferma di come su Fionavar convergano miti, archetipi, riferimenti culturali e cliché tipici del fantasy, visti da una prospettiva differente, evocati da un world-building ben costruito e da una prosa fresca ed elegante. Una storia a tratti lirica, a tratti epica, capace di trasmette forti emozioni.

Come disse C.S. Lewis de Il Signore degli Anelli: «Qui ci sono cose meravigliose che feriscono come spade o bruciano come gelido acciaio. Ecco un libro che vi spezzerà il cuore».

Guy Gavriel Kay (Weyburn, Canada, 1954) trascorre gli anni della giovinezza a Winnipeg; dopo la laurea all’University of Manitoba, nel 1974, si trasferisce a Oxford dove assiste Christopher Tolkien nella pubblicazione de Il Silmarillion (1977). Tra il 1981 e il 1989 lavora come sceneggiatore televisivo; il suo esordio letterario The Summer Tree, pubblicato nel 1984, primo romanzo della trilogia de L’arazzo di Fionavar, completata nel 1986. Ha scritto in seguito romanzi fantasy come Tigana (1990; tr. it. Il paese delle due lune, 1992), Ysabel (World Fantasy Award 2008), Under Heaven (2010; tr. it. La rinascita di Shen Tai, 2012) e molti altri. Il suo ultimo romanzo è A Brightness Long Ago (2019). Nel 2014 Kay è divenuto membro dell’Order of Canada per i suoi meriti letterari e nel 2021 ha tenuto una conferenza online per l’ottava edizione delle Tolkien Lectures.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Alfonso Zarbo di Oscar Mondadori Vault.

:: Il francese di Massimo Carlotto (Mondadori 2022) a cura di Federica Belleri

4 febbraio 2022

Massimo Carlotto torna in libreria per Giallo Mondadori.

Il personaggio che ci fa conoscere è Il Francese, che gestisce una maison di donne belle e particolari. Ha un volume di affari di un certo tipo e sa sfruttare al meglio ogni occasione. Ha parole giuste da spendere al momento giusto e rappresenta la salvezza alla quale attaccarsi in caso di pericolo. Davvero è così? Davvero Il Francese ha tutto sotto controllo? Davvero è un benefattore?

A voi scoprirlo. 

Ancora una volta questa storia è ambientata nel nord est italiano. Ancora una volta la provincia è tra i protagonisti, che tutto vedono e sanno, ma non parlano facilmente. A meno che vengano pagati. In nero.

E ancora una volta l’autore ci racconta della polvere sotto al tappeto, dell’imprevisto che ribalta tutto, del ricatto legato al ricatto. Perché i cattivi non mollano, ma nemmeno le vittime lo fanno. E sono disposte a vendersi l’anima per continuare a sopravvivere. Perché la vita di certe ragazze/donne, è insignificante. È solo commercio e percentuali di incasso. Il resto non conta. Non conta lo sfruttamento e la violenza. Non contano le bugie e la recitazione. Vale solo il denaro e il sapersi destreggiare in un mare di schifezze troppo spesso ignorate da chi conta.  Tanti gli argomenti affrontati in questo libro e tante le denunce sociali. Massimo Carlotto in questo è davvero un maestro. 

Una slavina. Ecco a cosa mi ha fatto pensare questa lettura. Prevedibile, certo. Ma poco gestibile una volta arrivata a valle. O forse molto ben gestita, perché no. Dipende dal punto di osservazione.

Buona lettura. Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Scoperto dalla critica e scrittrice Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, vincitore del premio del Giovedì 1996. Ha inoltre scritto altri undici romanzi: La verità dell’Alligatore, Il Mistero di Mangiabarche, Le Irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Arrivederci amore, ciao.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Quando Philip K. Dick denunciò Stanisław Lem all’FBI: Recensione di Universi (Mondadori 2021) a cura di Emilio Patavini

21 ottobre 2021

«Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’Intelligenza

è difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo»

(Stanisław Lem, Prefazione a Golem XIV)

Il 2021 è l’anno di Lem, a dichiararlo è il Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco, in occasione del centenario della nascita dello scrittore e futurologo Stanisław Lem (1921-2006), avvenuta il 12 settembre di cento anni fa. Ogni definizione sembra riduttiva per un autore che come pochi altri ha saputo unire i propri interessi scientifici – dalla cibernetica alla fisica, dalla biologia alla matematica – alla finzione narrativa e all’indagine filosofica, non senza rinunciare a una cifra personale di eclettismo (i suoi scritti sono caratterizzati da arguti neologismi e dal gusto per il grottesco). Stanisław Lem ha venduto oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in più di 50 lingue, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in patria e all’estero, è stato candidato dalla Polonia al Premio Nobel e fatto cittadino onorario di Cracovia. Il settimanale americano Newsweek lo ha definito «il miglior scrittore di fantascienza in qualsiasi lingua».

Stanisław Lem nacque a Leopoli – oggi in Ucraina – nel 1921, da una famiglia polacca di origine ebraica. Crebbe nella biblioteca scientifica del padre, un ricco laringoiatra; con un Q.I. di 180 fu considerato «il bambino più intelligente della Polonia meridionale». Raccontò la propria infanzia a Leopoli nel romanzo autobiografico del 1966, Il castello alto (Bollati Boringhieri 2008).

Quando nel 1941 i nazisti istituirono il ghetto a Leopoli, si procurò documenti falsi assicurando a se stesso e alla propria famiglia una via di salvezza dai campi di concentramento. Durante l’occupazione tedesca lavorò come saldatore e meccanico in un’officina, e nel frattempo compiva azioni di sabotaggio a danno dei veicoli tedeschi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, studiò medicina all’Università Jagellonica di Cracovia, dove si laureò quello stesso anno, anche se il suo principale interesse fu la cibernetica. Prima dell’invasione tedesca, Lem aveva studiato medicina all’Università di Leopoli per seguire le orme paterne, ma con l’occupazione sovietica della Polonia orientale, la famiglia decise di trasferirsi a Cracovia. Mentre i suoi colleghi si arruolavano come chirurghi di guerra, Lem abbandonò gli studi, come ricordò in seguito: «Non superai l’ultimo esame. Nessuno poteva costringermi a dare la risposte che volevano». In quei tempi, infatti, si erano imposte le teorie di Lysenko, che Lem si rifiutava di accettare perché andavano contro la genetica mendeliana in favore di un’idea lamarckiana di biologia, distorta al fine di abbracciare l’ideologia sovietica.

Uomo poliglotta e di immensa cultura; scettico per natura, in una sua intervista si definì «ateo per ragioni morali» perché, come disse, «mi sembra che il mondo sia messo insieme in uno modo così penoso che preferisco credere che non sia stato creato da nessuno piuttosto che pensare che qualcuno lo abbia creato intenzionalmente».

Il suo primo romanzo è L’ospedale dei dannati (Bollati Boringhieri 2006), ambientato in un ospedale psichiatrico durante l’occupazione nazista, scritto tra il 1948 e il 1950, ma pubblicato solo nel 1956, a seguito del disgelo e del cosiddetto “Ottobre polacco”. I suoi primi romanzi di fantascienza sono utopie anticapitaliste che risentono fortemente del «realismo socialista» imposto dal regime: basti pensare che i censori lo costrinsero a eliminare dal suo secondo romanzo di fantascienza La nube di Magellano (in cui Lem parla di una “Biblioteca Trionica” e predice Google) la parola «cibernetica», perché era allora considerata «una falsa scienza capitalista». Lem la sostituì con un termine di sua invenzione, «meccanioristica», ma questo non bastò a passare il vaglio di un censore, che si accorse del calco. Con la morte di Stalin, Lem abbandonò il realismo socialista imposto ai suoi primi romanzi (che in seguito non apprezzerà), e produsse i suoi capolavori, vere e proprie gemme letterarie della fantascienza moderna.

Considerava trash la fantascienza americana, con l’eccezione di Philip K. Dick, che definì come un «visionario tra i ciarlatani». L’ammirazione per Dick si riflette nella volontà di pubblicare, nel 1972, un’edizione polacca di Ubik, il migliore romanzo dello scrittore americano. Iniziarono così i contatti tra i due scrittori, che si accordarono per la pubblicazione. Tuttavia, la Wydnawnictwo Literackie, la casa editrice di Lem, poteva pagare i diritti d’autore solo con la valuta polacca. Dick avrebbe dovuto così recarsi di persona in Polonia e spendere là i suoi złoty, mentre avrebbe voluto essere pagato in dollari, e subito. Al tempo Dick, dipendente da amfetamine e altre droghe, era in un momento particolare della sua travagliata vita: tra febbraio e marzo 1974 iniziarono a farsi sempre più frequenti allucinazioni dovute all’effetto del tiopental sodico, somministratogli come anestetico in un intervento odontoiatrico. Le sue esperienze mistiche e trascendentali si manifestarono nel periodo 2/3/74 e si tradussero in un manoscritto di quasi ottomila pagine, tra appunti scritti a mano e a macchina, che verrà poi pubblicato come l’Esegesi. In questo periodo, Dick credeva di essere un cristiano perseguitato al tempo dell’imperatore Nerone (il suo mantra era «The Empire never ended») e sosteneva di essere in contatto con un’intelligenza divina chiamata VALIS. È in questo contesto, nella paranoia da cui fu sempre affetto, che Dick decise di scrivere all’FBI. Nel settembre 1974, in piena guerra fredda, denunciò al Federal Bureau la presenza di un «gruppo senza nome di Cracovia» che agiva sotto il nome di Stanisław Lem, ma che in realtà era un «comitato composito» comunista, il cui obiettivo era quello di infiltrarsi nel mondo della fantascienza americana. Sappiamo che Lem non è mai stato membro del partito comunista, ma per Dick rappresentava un’evidente minaccia: dietro all’acronimo di L.E.M. vedeva la sinistra figura di una spia, ma dietro il suo cognome poteva celarsi al massimo l’acronimo del Lunar Excursion Module, il modulo lunare usato per l’allunaggio del 1969. In realtà, le vere ragioni all’origine del suo rancore personale, come ricorda Lawrence Sutin – biografo di Dick – sono tutt’altre: «Phil era arrabbiato per quelle che riteneva promesse non mantenute relative ai diritti d’autore, e – ingiustamente – ne diede la colpa a Lem». A seguito delle pressioni di Dick, nel 1976, Lem venne espulso dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America (SFWA), l’associazione degli scrittori americani di fantascienza di cui Lem era stato fatto membro onorario nel 1973, e che ne revocò l’iscrizione per via delle sue posizioni critiche nei confronti della fantascienza americana.

I pensieri e gli scritti di Lem (tra cui molti inediti) sono raccolti in questo volume di oltre 1500 pagine, uscito il 14 settembre per gli Oscar Moderni Baobab della Mondadori. Qui ogni lettore può trovare qualcosa per sé: dalle fiabe fantascientifiche ai viaggi spaziali, dalle invenzioni strampalate di due inventori robotici a recensioni di libri inesistenti, sino alle altissime vette del suo pensiero scientifico-filosofico. Universi si apre con l’ottima introduzione del traduttore Lorenzo Pompeo, indispensabile per chiunque voglia comprendere la vicenda biografica dell’autore; introduzione in cui Lem viene considerato come «il più grande scrittore di fantascienza non angloamericano».

La prima raccolta che il lettore può trovare sfogliando Universi è Memorie di un viaggiatore spaziale, incentrata sui viaggi spaziali, con protagonista l’astronauta Ijon Tichy (presente anche ne Il congresso di futurologia, non contenuto in questa antologia); la seconda raccolta di viaggi spaziali, I viaggi del pilota Pirx, è dedicata invece al suo successore, il pilota Pirx. Nelle peripezie di Tichy, Lem riflette con acuta e sottile ironia che per certi versi ricorda la leggerezza di Swift sullo spazio e le sue contraddizioni, introducendo anche lucide previsioni, come l’avvento del turismo spaziale, che quest’anno ha avuto appuntamenti importanti con Virgin Galactic e SpaceX. Nella prima avventura spaziale, il viaggio settimo, Tichy entra in un vortice gravitazionale, e per via di «incalcolabili effetti relativistici» si creano innumerevoli copie di se stesso. Memorabile è anche la scherzosa pseudo-introduzione all’edizione critica delle Memorie di Ijon Tichy: la Tichologia ricalca in qualche modo la Solaristica, mentre gli pseudobiblia nelle note a piè di pagina anticipano la passione di Lem per gli apocrifi, che verrà approfondita nella sua ultima fase creativa.

Come lascia intendere il titolo, Fiabe per robot è una raccolta di fiabe fantascientifiche con robot come protagonisti e in cui si respirano atmosfere da fairy-tale, con tutti i cliché del caso. Preparatevi a scontri tra elettroguerrieri e elettrodraghi al suono di clangori metallici e a colpi di ciberarmi; a storie di principesse robot e di vecchi re robot. Come quella di un malvagio tiranno che vive in un palazzo di platino, talmente avido da ordinare ai suoi sudditi di indossare armature di uranio, in modo che non possano più radunarsi e ordire congiure contro di lui, perché ogni volta che si avvicinano si innesca una reazione a catena che causa un’esplosione.

Sulla scia delle fiabe robotiche, Cyberiade è l’epopea dell’era cibernetica («L’armi canto, e de’ robot il valore»), e racconta le comiche avventure di due inventori, Trurl e Klapaucius: non sono umani (anzi, visipallidi, come sono chiamati), ma robot, i primi esseri «veramente intelligenti». I protagonisti di Cyberiade sono costruttori di strampalate invenzioni, come il bardo elettronico, una macchina capace di recitare e produrre poesie attraverso sofisticati programmi informatici che simulano l’intero universo e la storia della civiltà – racconto che mi ha fatto pensare a The Great Automatic Grammatizator di Roald Dahl. In questi racconti, che hanno spesso finali esilaranti e al limite dell’assurdo, Lem dà libero sfogo a quella che abbiamo ormai imparato a riconoscere come suo carattere distintivo: giochi di parole e neologismi che conferiscono un’ aura di scientificità alle sue fiabe fantastiche. Non a caso, John Updike ha definito Lem come il poeta «della terminologia scientifica», e ha detto che i suoi libri sono per coloro «i cui cuori battono più forte quando ogni mese arriva Scientific American».

Le short stories contenute in Enigma raccolgono il corpus della narrativa breve di Lem, da Il ratto del labirinto (1956) a Il materassino (1995). La raccolta prende il nome da Enigma, racconto in cui due monaci robotici discutono di teologia cibernetica. Tra gli altri racconti si segnalano anche L’invasione da Aldebaran, che rielabora il topos più ricorrente della produzione lemmiana, quello del contatto con una civiltà aliena, ma questa volta dal punto di vista dei tentacolari invasori provenienti da Aldebaran. Degni di nota sono anche Il materassino (suo ultimo racconto), amara riflessione sulla realtà virtuale (che mi ha ricordato alcune pagine di Tempo fuor di sesto di Dick), e L’amico. Quest’ultimo, geniale come ogni creazione letteraria dell’autore, è una storia ricca di suspense che per le sue atmosfere cupe e gotiche deve qualcosa a Frankenstein di Mary Shelley e indaga, tra ampliamenti cerebrali e cervelli elettronici, gli inquietanti risvolti del rapporto con l’intelligenza artificiale. La passione di Lem per la cibernetica nasceva dalla sua fascinazione per il mistero della mente umana (uno dei suoi primi scritti è proprio un trattato intitolato Teoria della funzione del cervello), come emerge dal suo romanzo più famoso, Solaris: «L’uomo è andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate». Forse un domani scopriremo ogni cosa sulle galassie, su soli lontani e sconosciuti, su universi nuovi e pianeti distanti anni luce, ma – sembra dirci Lem – quella macchina complessa e inconoscibile che chiamiamo cervello resterà un mistero. Forse spalancherebbe abissi e baratri troppo profondi per essere compresi.

Nelle sue ultime opere, Lem abbandonò la narrativa di fantascienza per cui è ricordato, per indossare i panni dell’estensore di apocrifi, cui è dedicata la terza e ultima sezione di Universi. Vuoto assoluto raccoglie recensioni di libri mai scritti, un genere inaugurato da Jorge Luis Borges. Il libro si apre con una recensione del libro stesso, a firma di un certo St. Lem; tra gli altri pseudobiblia qui presentati, vale la pena di citare Gigamesh, l’equivalente dell’Ulysses joyciano basato non sull’Odissea ma sul poema mesopotamico Gilgamesh; Gruppenführer Louis XIV, storia di un ex gerarca nazista che ricrea la corte di Re Sole nel cuore dell’Argentina; e infine Idiota di Gian Carlo Spallanzani, versione italiana del capolavoro di Dostoevskij (pubblicata nella finzione di Lem proprio dalla Mondadori). Spesso l’esito delle critiche fittizie è comico e grottesco; l’autore riesce, come un’abile equilibrista, a passare con una naturalezza disarmante dal tono giocoso della farsa e della parodia a trattazioni che potrebbero annoiare coloro che si aspettavano di leggere racconti di fantascienza. Va ricordato inoltre che il Lem delle recensioni fittizie è molto più caustico e disinibito, se confrontato allo stile di altri suoi scritti, ed è notevole la differenza con il tono leggero e scherzoso delle Fiabe per robot e Cyberiade; differenza che si acuisce ancor di più se si guarda ai suoi primi romanzi, rigidamente ancorati ai dettami del realsocialismo.

Il seguito di Vuoto assoluto è Grandezza immaginaria, che consiste in una serie di introduzioni apocrife a libri ancora da scrivere, come la Storia della letteratura bitica, che tratta di un genere letterario incomprensibile per gli uomini, in cui i computer si chiedono se gli esseri umani abbiano o meno una coscienza.

E poi c’è Golem XIV: dopo un’interessante prefazione del curatore fittizio, che ricostruisce brevemente la storia dei computer e dei cervelli elettronici del futuro, ci si trova di fronte a «una piccola parte delle registrazioni magnetiche» delle conferenze tenute da un supercomputer di 14a generazione della serie GOLEM progettato dal MIT. Golem XIV era stato messo a capo dello stato maggiore americano dal Pentagono, ma aveva fin da subito dimostrato un totale disinteresse nei confronti della guerra: per esso, le questioni militari sono nulla in confronto ai dilemmi filosofici. Golem XIV è un computer ribelle la cui intelligenza superiore non risponde più agli ordini dei suoi programmatori (come l’omonimo mostro della tradizione ebraica), ma il suo unico interesse è la «filosofia elettronica», ed è per questo che tiene conferenze su temi prescelti rivolte a una platea ristretta di umani (da lui accuratamente selezionati). La prima conferenza di questo computer-filosofo è sull’uomo, mentre l’ultima su stesso: qui emerge il tema prediletto di Lem, leitmotiv di tutta la sua produzione, che come ha rilevato Carlo Pagetti corrisponde al tema dell’ “incontro ravvicinato”: il contatto, in questo caso, di «umani con un essere intelligente, ma non umano», per dirla con Lem. Questo potrebbe essere il destino dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale? Un interrogativo che ogni lettore si pone durante la lettura. D’altro canto, Golem XIV affronta i problemi etici che riguardano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, quando diventa troppo intelligente: infatti, il Golem è una macchina in grado di pensare un milione di volte più velocemente della mente umana. Golem XIV può essere considerato come la summa più alta del pensiero filosofico di Lem, espressione della sua visione di cibernetica.

Provocazione è un’estensione di Vuoto assoluto: qui sono raccolte le pseudo-recensioni di un’opera in due volumi scritta dal filosofo tedesco Aspernicus: ricorda Lem che alcuni scienziati e storici polacchi credettero che il libro in questione esistesse veramente e provarono a procurarsene una copia. La prima parte di Provocazione affronta il tema della soluzione finale e del genocidio ebraico (tema che riguarda da vicino la storia personale di Lem), mentre la seconda si concentra su One Human Minute, libro inesistente che, attraverso tabelle statistiche stilate da computer, elenca tutto ciò che accade all’umanità in un minuto. Nel suo commento, Lem formula la legge che porta il suo nome: «Nessuno legge più nulla; se legge, non capisce niente; se capisce qualcosa, lo dimentica all’istante».

Biblioteca del XXI secolo contiene The World as Holocaust: un brillante saggio che esplora il concetto di «creazione attraverso la distruzione» richiamato dal titolo, inteso non come la teoria del catastrofismo di Cuvier, bensì come catastrofi su scala cosmica. Qui Lem si interroga sul nostro posto in quel «deserto silenzioso» che è l’universo, sulla ricerca di vita extraterrestre, sull’origine del cosmo, sulla composizione chimica degli astri e persino sull’ipotesi del Multiverso (scrive Lem: «La teoria del Big Bang è salvata dall’ipotesi che, nel corso dell’esplosione creatrice, sia stata generata nello stesso momento un’enorme quantità di Universi. Il nostro Cosmo fu solo uno dei tanti. La teoria che mette d’accordo l’omogeneità dell’attuale Cosmo con l’impossibile omogeneità della sua espansione, attraverso l’idea che il Cosmo primordiale non costituisse un universo ma un multiverso, è stata enunciata nel 1982»), già anticipata nella sua Grandezza immaginaria (1972), in cui troviamo La nuova cosmogonia, un ipotetico discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio Nobel, con riflessioni sul paradosso di Fermi e sulla visione del «Cosmo come Gioco».

Leggere Lem significa abbandonarsi al vero piacere della lettura; lasciarsi condurre per mano da un’immaginazione inesauribile, tra galassie senza confini e territori ancora da esplorare. La sua ironia pungente, il suo personale senso dell’umorismo, i suoi neologismi elaborati, la maestria con cui è capace di creare situazioni iperbolicamente paradossali, il suo dotto enciclopedismo scientifico, sono solo alcuni aspetti della sua opera e fanno di Stanisław Lem una delle voci più originali del panorama letterario del Novecento – un uomo che ha visto il futuro.

Stanislaw Lem (Leopoli, Polonia, oggi Ucraina, 1921 – Cracovia 2006). È autore di indimenticabili romanzi di fantascienza quali La nube di Magellano (1955) e Eden (1959). Dal suo libro più celebre, Solaris (1961), nel 1972 il regista russo Andrej Tarkovskij realizzò un film, premiato a Cannes, che portò alla popolarità Lem in Europa e in tutto l’Occidente. Le opere di Lem sono tradotte in oltre 40 lingue.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mondadori.

Cosplay Girl di Valentino Notari (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2021

0-1In attesa che tornino le fiere del fumetto, c’è un libro in cui in molti ci si riconoscerà: Cosplay Girl di Valentino Notari, una storia ambientata nel mondo nerd e otaku, tra eventi fumettistiche e altre tematiche collegate e non alla vita degli appassionati e cultori.
Alice ha nel suo passato il terremoto in Abruzzo e un pesante bullismo subito a scuola, a causa anche del suo sovrappeso, poi risolto. Nel suo presente, studia Storia del costume alla Sapienza di Roma e, dopo aver scoperto il mondo del cosplay e delle fiere del fumetto, ha trovato nuovi spunti per quella che era sempre stata una sua passione nascosta, quella per gli universi del fumetto e del fantastico e anche un riconoscimento come persona.
Un giorno, al Romics, tutto precipita, la sua esibizione va a pallino, e il suo ragazzo la lascia per quella che è sempre stata la sua rivale: inoltre, tutto il mondo cosplayer inizia a sparlarle dietro, comprese due sorelle che lei credeva sue amiche. Alice va a Lucca Comics un paio di mesi dopo, spronata dall’amico di una vita Diego, ma anche qui le cose precipitano, e mentre vaga in una sera fredda e piovosa la ragazza incontra Federica, in arte Sweet Pea, una cosplayer bella e celebre, lontana da lei mille miglia, che la prende sotto la sua ala. Con lei scoprirà un nuovo mondo, non sempre idilliaco, e altre possibilità, oltre che un nuovo corso da dare alla sua vita.
Cosplay Girl immerge nella vita del mondo nerd delle fiere, in una delle sue espressioni più amate ma nello stesso tempo controverse, il cosplayer, raccontando la vita di una ragazza di oggi, alle prese con mille problemi reali, anche coraggiosi da affrontare, visto che nelle pagine si parla di autolesionismo, di disturbi alimentari, di molestie sessuali, di calunnie, oltre che di omosessualità, e non solo perché oggi è un argomento di moda.
Gli appassionati del mondo delle fiere sinceri sanno che tutto questo è vita vissuta, la storia di Alice, dei suo amici e antagonisti è inventata, ma basata su fatti reali, e non solo perché si citano Romics, Lucca Comics, il World Cosplay Sumit e vari manga, comics, videogames, film e serie TV di grande presa, ma perché si racconta cosa c’è dietro a quella patina colorata e fantasiosa, come fatica, duro lavoro, disciplina, soddisfazioni, ma anche invidie, gelosie, maldicenze, stalking, molestie.
Cose non sempre belle, certo, che non devono scoraggiare chi vuole avvicinarsi a questo rutilante mondo, in cui tanti ragazzi e ragazze trovano da anni una ragione di vita, un modo per riscattarsi e scoprire che non si è soli con passioni che sono diventate mainstream ma che fino a qualche anno fa erano considerati di nicchia, per persone che venivano definite un po’ sfigate, in cerca di un’evasione da una realtà per cui erano inadeguati.
Cosplay Girl è un libro che si legge tutto d’un fiato, innanzitutto per chi fa parte di questo mondo e ha l’età di Alice, ma anche per chi vuole saperne di più, e non spaventatevi, il mondo del cosplay e delle fiere in fondo riflette la vita con tutte le sue gioie e i suoi dolori.
Ma è’ comunque un libro interessante anche per i nerd di un’altra generazione, per chi oggi guarda alle persone dell’età della protagonista con un po’ di invidia, perché per certi versi chi ha vent’anni più delle persone della generazione di Alice ha dovuto lottare molto di più per far capire che andare alle fiere, essere appassionati di narrativa fantasy, di anime giapponesi, di comics, di serie televisive di fantascienza, e volersi vestire come i propri beniamini non era una follia da prendere in giro, un modo per compensare fallimenti esistenziali a scuola, nel lavoro e nei rapporti interpersonali e sentimentali, ma uno stile di vita.
Valentino Notari racconta una cultura giovanile di oggi, non dimenticando altre questioni di attualità, in una storia godibile e che si divora tutta d’un fiato, che potrebbe essere apripista ad una serie di romanzi in cui raccontare il mondo nerd e otaku, al centro di uno dei più colorati e interessanti microcosmi della contemporaneità, dove tra l’altro girano non pochi interessi economici e culturali.

Valentino Notari è, da anni, un cosplayer di fama mondiale. Partecipa alle più importanti competizioni italiane e internazionali. Cosplay Girl è il suo primo romanzo.

Provenienza: libro del recensore.

La città di vapore di Carlos Ruiz Zafón (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

27 marzo 2021

978880473823HIG-312x480Sono passati ormai alcuni mesi dalla morte prematura e improvvisa, per un male incurabile, di Carlos Ruiz Zafón, uno dei più amati se non il più amato autore spagnolo contemporaneo, creatore dell’indimenticabile universo del Cimitero dei Libri Dimenticati di Barcellona e non solo.
Ora giunge anche in Italia la sua ultima opera. La città di vapore, una raccolta di racconti, anche brevi e fulminanti, ambientati in quello stesso mondo che l’ha fatto conoscere ed amare, e che va a raggiungere sullo scaffale le altre sue opere, in un angolo che sarà sempre nel cuore dei suoi lettori.
I racconti portano quindi di nuovo in quella Barcellona magica e oscura, così diversa dallo stereotipo che spesso se ne ha di città solare, per raccontare altri pezzi legati alla saga e ai suoi personaggi, ma anche a chi ha vissuto ed è passato tra quelle vie iconiche, antiche e che hanno visto Storia e storie.
Nelle pagine del libro, che si legge velocemente ma non certo in maniera superficiale, si incontrano un ragazzino di strada nella capitale catalana che decide di diventare scrittore quando i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca coetanea che gli ha rubato il cuore, una ragazza madre ricordata dal figlio che non ha mai conosciuto, la giovane figlia impossibile di un medico che non ha dimenticato di avere un cuore nei momenti più bui, un architetto che fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile, un uomo misterioso che vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito, su un suo perduto amore, Gaudí in viaggio verso New York che si diletta con luce e vapore, la materia delle città ideali.
Una serie di storie, quindi, che estendono l’universo narrativo della saga di  Zafón amata in tutto il mondo, ormai nei classici contemporanei, tra narrativa fantastica, di realismo magico e vicina alla grande tradizione dell’Ottocento, da Dickens ad Hugo passando per Dumas: si scopre infatti come è stata costruita la mitica biblioteca o restroscena su alcuni celebri personaggi, tra scrittori maledetti, architetti visionari, edifici incredibili e una Barcellona mitica e magica.
Un’occasione quindi per dire addio ad un grande e ai suoi mondi incredibili, evocativi e avvolgenti come lo è solo la letteratura che resta nel cuore.

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964 – Los Angeles, 2020) è uno degli scrittori più conosciuti nel panorama della letteratura internazionale dei nostri giorni e l’autore spagnolo più letto in tutto il mondo dopo Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Ha cominciato la sua carriera nel 1993 con un libro per ragazzi, Il Principe della Nebbia, che, insieme a Il Palazzo della Mezzanotte e Le luci di settembre, forma la “Trilogia della Nebbia”. A questa serie è seguito poi Marina. Nel 2001 ha pubblicato L’ombra del vento, il primo romanzo della saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, che comprende Il gioco dell’angeloIl Prigioniero del Cielo Il Labirinto degli Spiriti: un universo letterario che si è trasformato in uno dei più grandi fenomeni editoriali dei cinque continenti. I suoi romanzi, in Italia, sono tutti pubblicati da Mondadori. La città di vapore è uscito postumo in Spagna nel 2020.

Provenienza: libro del recensore.

Il prequel di Hunger Games, a cura di Elena Romanello

22 marzo 2021

A distanza di alcuni anni Suzanne Collins è tornata nel mondo di Hunger Games, interessante e appassionante saga young adult che si può leggere a qualsiasi età anche perché non è certo banale, raccontandone l’antefatto, in Ballata dell’usignolo e del serpente.
La storia racconta infatti eventi avvenuti sessantacinque anni prima delle avventure di Katniss Everdeen, durante una delle prime edizioni degli Hunger Games, a cui partecipava l’allora giovanissimo Coriolanus Snow, futuro capo di Panem, ridotto in miseria con la sua famiglia durante le lotte dei Giorni Bui, che partecipa alla competizione per guadagnare i soldi che gli servirebbero per l’Università.
Coriolanus è ben diverso dal freddo e crudele capo che i lettori della trilogia originale conoscono, magistralmente interpretato nella versione cinematografica dal grande Donald Sutherland, è un giovane idealista, ma che presto cambierà volto, con un percorso diverso da quello fatto da Katniss anni dopo, malgrado la presenza nella sua vita della giovane Lucy Gray, simbolo dell’unico suo lato umano e del suo unico rimpianto.
Anche con questo libro Suzanne Collins conferma il suo talento ad aver costruito un futuro distopico inquietante e quasi profetico, metafora di tanti aspetti del mondo di oggi, reality show in testa, aprendo la strada ad una serie di romanzi young adult del genere, sulla scia di classici senza tempo come 1984 di George Orwell o Il mondo nuovo di Aldous Huxley. La fantascienza negli anni ha preso vari volti, quello distopico, stimolato da un presente sempre più inquietante, è uno dei più interessanti e ricchi di spunti, destinato a non esaurirsi, anzi.
Anche Ballata dell’usignolo e del serpente verrà portato al cinema, con Suzanne Collins come produttrice: ancora non si conosce il cast, e in particolare chi farà Coriolanus da giovane, ma sarà senz’altro un film interessante da vedere, come quelli precedenti. L’autrice è intenzionata a scrivere altre storie ambientate sempre nel mondo di Panem e degli Hunger Games, questo futuro che mai come adesso fa paura e fa riflettere.

I romanzi distopici di George Orwell a cura di Elena Romanello

10 dicembre 2020

978880473490HIG-337x480Mai come in questo periodo si è sentito parlare di distopia, una società negativa, diventata realtà, e si è citato George Orwell,  uno dei massimi scrittori del Novecento, attivista e autore sia di cronache reali che di romanzi di fantascienza.
Oscar Draghi propone un volume unico con vari scritti dell’autore, Il peggiore dei mondi possibili, con cui ci si confronta con l’Orwell autore di fantascienza e con l’Orwell realista, scoprendo la grandezza di entrambi.
Il libro contiene vari scritti: si comincia con Fiorirà l’aspidistria un romanzo autobiografico, in cui l’autore racconta la sua esperienza di giovane insegnante disilluso nella Londra bigotta degli anni Trenta.
Si prosegue con Omaggio alla Catalogna, il resoconto del periodo in cui George Orwell andò a combattere in Spagna contro la dittatura franchista.  Una boccata d’aria è di nuovo un romanzo, con al centro un uomo stanco della vita, che si rifugia in campagna in cerca di nuovi spunti di vita.
La fattoria degli animali non ha bisogno di presentazioni, una storia di denuncia sociale nascosta da favola con protagonisti gli animali, in un classico da leggere ad ogni età. Si chiude doverosamente con 1984, forse il libro di Orwell più famoso e emblematico, sguardo terrificante su un futuro totalitario, ispirato all’epoca all’autore dalle dittature sue contemporanee, stalinismo in testa, ma profetico per tante involuzioni sociali, non ultime alcune recenti.
Si può quindi leggere, con queste opere, scritte tra il 1936 e il 1948,  un panorama sociale, politico e narrativo che si è nutrito insieme di suggestioni biografiche, grandi eventi storici, immaginazione letteraria, capendo come mai George Orwell è uno dei grandi autori del Novecento. Il volume ospita anche un profilo dell’autore e una sezioni di  giudizi critici dei contemporanei.