Posts Tagged ‘Mondadori’

:: Messaggi dall’aldilà – Guida alla quarta dimensione di Sylvia Browne (Mondadori 2013) a cura di Marcello Caccialanza

4 dicembre 2017

messaggi dall' aldilàMessaggi dall’aldilà rappresenta una sorta di vademecum ideale, che raccoglie in modo preciso e dettagliato quelle leggi che sottointendono l’energia psichica e i cosiddetti talenti extrasensoriali.
Il credere o meno a queste teorie non deve in alcun modo precludere la lettura di un testo che si presenta affascinante e coinvolgente nel suo contenuto e nel suo stesso ritmo narrativo.
Da una parte, infatti, chi è scettico ha la concreta possibilità di interpretare queste leggi come delle particolarissime forme di intuizione e di creatività.
Dall’altra parte, invece, i più romantici e sognatori possono fantasticare intorno ai numerosi nomi che queste forze hanno assunto nella medesima evoluzione temporale: Spiriti guida; Angeli; Ricordi di altre vite; Protezione contro gli attacchi delle potenze oscure; la Quarta dimensione.
Messaggi dall’aldilà è dunque un libro di un certo spessore perché mette finalmente in luce come la nostra civiltà ha saputo esplorare la regione più ricca ed interessante della nostra mente.
Esploratrice d’eccezione è l’autrice, una delle più famose veggenti americane. Il segreto della sua estrema competenza nel presentare un argomento alquanto ostico, si fonda senza dubbio nel buon senso e nella concretezza: nessun altro specialista in materia ha saputo dare tante notizie, consigli e vere e proprie istruzioni riguardo i nostri poteri extrasensoriali!
In quest’opera la stessa Sylvia Browne risponde, in maniera davvero appassionata e con una straordinaria naturalezza, ad importanti curiosità spirituali, quali l’identità degli Angeli; gli accadimenti che si susseguono dopo la morte ed ancora la veridicità dei fantasmi.

Sylvia Browne è la più famosa veggente americana. Appartenente ad una famiglia di medium, ha raggiunto il successo grazie alle sue straordinarie doti.
Negli Stati Uniti ha pubblicato fin’ora tre libri che sono arrivati ai primi posti della classifica dei bestseller del “ New York Times”.

Source: libro del recensore.

:: Milano Bagdad – Diario di un magistrato in prima linea nella lotta al terrorismo islamico in Italia di Stefano Dambruoso, con Guido Olimpio (Mondadori 2004) a cura di Marcello Caccialanza

21 novembre 2017

Milano BagdadCome sono organizzate le cellule del terrorismo islamico operanti in Italia? Qual è la loro funzione in ambito internazionale? Dove si concentrano i militanti e quali sono i loro contatti con i paesi musulmani? Con questo libro, Stefano Dambruoso, magistrato della procura milanese in prima linea nelle indagini sul terrorismo islamico, e il giornalista Guido Olimpio, esperto di terrorismo internazionale, ci illustrano la reale entità del pericolo e in quali direzioni si stanno muovendo gli inquirenti, quali sono le persone che contano all’interno della rete di moschee e centri di aggregazione musulmana, quali le zone a più alto rischio di attentati in questi mesi. Le indagini condotte negli ultimi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, hanno fornito un quadro inquietante. È emersa una rete di specifiche funzioni gerarchiche e parallele, dal predicatore al reclutatore, dal finanziere al capo militare, dal responsabile dell’informazione all’addetto alle relazioni fino allo shahid, l’ultimo anello della catena. Le nazionalità sono diverse e così pure l’estrazione sociale. Diverse sono anche le sigle, intrecciate talora in un groviglio non facilmente districabile, con cambi di ruolo e di alleanze e lotte di potere interne. Un crogiuolo di forze aggreganti insieme a forze disgreganti, dove l’esaltazione massima dell’individualità rappresentata dall’attentatore suicida si affianca alla volontà di riscatto della comune radice islamica. Prende corpo un asse Milano-Bagdad, composto di elementi formati in Europa e federato con i gruppi locali mediorientali, un organismo che si muove nel segno della globalizzazione utilizzando per i suoi scopi l’informatica e la neotecnologia assieme alla strumentazione bellica più primitiva e più accessibile. Sull’altro fronte c’è il lavoro investigativo delle varie procure italiane, collegate con le procure europee, che, fra mille difficoltà, hanno compiuto grandi passi avanti negli ultimi anni. Questo libro è il diario di bordo di un ufficio giudiziario impegnato giorno per giorno contro il terrorismo.

Un libro dalla stesura difficile e dal contenuto attuale, scritto con grande puntualità di nozioni ed obiettività di intento; capostipite di quella letteratura d’attualità che purtroppo non ha smesso di tenere banco anche ai giorni nostri.
Questo testo concepito a quattro mani da Stefano Dambruoso con la collaborazione di Guido Olimpio- datato 2003-2004- rappresenta a ragion veduta un primo e valido esempio di documento/studio in merito alla spinosa questione del terrorismo.
Si parte dalla presentazione a tutto tondo del radicalismo islamico, cioè una sorta di rete di supporto logistico al terrorismo di Al Qaeda, eversione allo stato puro che si trasforma in un sistema operante che uccide materialmente.
Per poi in un secondo momento sottolineare, con grande lucidità, di come la città di Milano e la Lombardia stessa siano a tutti gli effetti i luoghi più appetibili, in cui prendono forma queste tesi di morte. Infatti, nolente o volente, il faro che illumina il terrorismo islamico in Italia resta la Moschea di viale Jenner, sita nel capoluogo lombardo.
L’autore medesimo, però, per sfatare equivoci e facili generalizzazioni che potrebbero scaturire un pericoloso scontro di civiltà, si affretta ad affermare con grande chiarezza che la stragrande maggioranza dei luoghi di culto frequentati da Mussulmani non sono da ritenersi fucina di violenza e di odio.
Anche se, grazie alle sue ricerche ben ponderate e suffragate da riscontri tangibili, si è riusciti a dimostrare che dal computer di viale Jenner sono partiti prima dell’ 11 settembre importanti messaggi per l’Afghanistan, creando così un invisibile filo telematico che ha dunque unito gli estremisti presenti nel nostro Paese alle basi organizzate da Bin Laden.
In un rapporto ufficiale gli stessi Americani hanno confermato che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle sono emerse documentazioni attendibili che hanno dimostrato senza ombra di dubbio la complicità di Viale Jenner …quale centro di reclutamento per gli stessi militanti.
Da leggere per riflettere e trarre le proprie considerazioni!

Stefano Dambruoso, esperto giuridico presso la Rappresentanza permanente italiana alle Nazioni Unite di Vienna, è stato per otto anni Sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, dove si è occupato in particolare di inchieste sul terrorismo ultra-fondamentalista islamico.

Guido Olimpio giornalista esperto di terrorismo internazionale ha seguito sul Corriere della Sera le attività della stessa forma di terrorismo in Italia e all’estero.

Source: libro del recensore.

:: Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere di Barbara Cantini (Mondadori 2017)

9 novembre 2017

barbara-cantini-mortinaHalloween è già passato con la sua scia di zucche intagliate, dolci speziati e favole dell’orrore, ma ciò non mi impedisce di parlare di un libro delizioso che solo incidentalmente è ambientato a Halloween. I temi che tratta sono infatti universali e narrati con così tanta delicatezza e umorismo che sarebbe un vero peccato relegare il libro in un unico periodo dell ‘anno. Si intitola Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere, è un libro illustrato a colori di 48 pagine, con copertina cartonata e ci parla di una bambina molto speciale: una bambina zombie. Testo e illustrazioni sono della bravissima Barbara Cantini, che caratterizza le sue figure oltre che con una grande originalità di tratto, anche con una simpatia e una verve davvero contagiosa che si trasmetterà sicuramente ai piccoli e grandi lettori che sfoglieranno il libro. Sebbene consigliato dai 6 ai 9 anni, credo sia adatto a tutte le età. E avendo visto il book trailer qui vi assicuro non mi dispiacerebbe se diventasse un cartone. Ma conosciamo meglio Mortina. Mortina è una bambina simpatica e dolcissima dall’aspetto insolito. Non ha il colorito roseo delle altre bambine. Anzi è decisamente bianca. O meglio di un pallore mortale, tendente al grigio- verdognolo. I suoi occhi sono rotondi come palle, e sporgenti, contornati da due livide occhiaie. I suoi arti si possono staccare e ricucire. Vive insieme alla zia Dipartita in una grande casa circondata da un parco. Come unico amico ha un simpatico levriero albino di nome Mesto, ma il suo più grande desiderio è quello di avere per amici bambini della sua età, per poter giocare e non essere costretta a stare sola. Non ostante i divieti della zia che pensa che una bambina come lei non sarebbe mai accettata, la grande occasione arriva a Halloween. Tutti saranno mascherati, non si accorgeranno del suo aspetto insolito e forse spaventoso. Ma sarà davvero così? Cosa succederebbe se i bambini del villaggio scoprissero che lei non si maschera, che lei è una piccola zombie davvero? Non vi anticipo cosa succederà, vi lascio il piacere della scoperta, ma colgo l’occasione per fare alcune riflessioni che il libro mi ha ispirato. Intanto ci si domanda cosa sia la normalità, e se la diversità faccia davvero così paura e non possa anzi arricchire le persone con cui entriamo in contatto. Mortina è diversa dagli altri bambini, ma non per questo peggiore. Anzi è dolce, amichevole, generosa, spiritosa. Non si arrende di fronte alle difficoltà, ma anzi trova soluzioni creative e originali per superarle. Trasmette un messaggio positivo, un invito a fare lo stesso. E a non avere paura delle reazioni degli altri. Molte volte sono davvero capaci di sorprenderci.

Anticipo che Barbara, l’autrice, è simpatica quanto il suo personaggio e ha accettato di rispondere a qualche mia domanda. Le sto scrivendo proprio in queste ore. A prestissimo, dunque.

Barbara Cantini, scrittrice e illustratrice, ha creato per il teatro e per la tv prima di dedicarsi all’illustrazione per ragazzi.

Source: libro inviato dall’ editore, si ringrazia Giulia dell’ Ufficio Stampa Mondadori Ragazzi.

:: Due edizioni a confronto: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Testo inglese a fronte) a cura di Nicola Vacca

19 ottobre 2017

antologia di spoon river

Spoon River è un luogo vero non segnato su nessuna carta geografica. Ma è anche un luogo immaginario che esiste solo nella fantasia di chi vuole farci credere di esserci stato.
Edgar Lee Masters è il poeta americano che ha inventato Spoon River, un posto unico che esiste attraverso una serie suggestiva di allusioni.
Quel meraviglioso libro che poi ha scritto è diventato nel tempo uno dei punti di riferimento più importanti della poesia mondiale.
Antologia di Spoon River fu pubblicata negli USA per la prima volta nel 1915 e in edizione definitiva esattamente cent’anni fa, nel 1916, dall’editore newyorkese MacMillan (alcune poesie erano già apparse fra il 1914 e il 1915 sulle pagine del «Reedy’s Mirror»).
In Italia la traduzione arriverà solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese che la segnalò a Fernanda Pivano come esempio di differenza tra letteratura inglese e letteratura americana.
Antologia di Spoon River è, infatti, profondamente americana: descrivendo il microcosmo di una cittadina rurale del Midwest, Masters ha voluto indagare il macrocosmo della vita umana in un’ironica e commovente enciclopedia di dolori, rimpianti ed emozioni. Il poeta fa parlare le lapidi di quanti hanno trovato sepoltura nel cimitero sulla collina: questi 244 personaggi riassumono la loro vita, danno voce a recriminazioni, tentano di raddrizzare i torti e, in sintesi, raccontano la loro verità. Prigionieri durante la loro vita di una mentalità provinciale e ristretta, frustrati nei tentativi di evasione, ora da morti sono definitivamente prigionieri, perseguitati da una maledizione, la maledizione di Spoon River.
Ogni generazione di lettori ama questo libro che a distanza di un secolo offre sempreverdi emozioni.
La galleria dei personaggi che Masters mette sulla carta è la metafora della civiltà contemporanea ma è anche lo specchio della condizione umana.
Ci sono tutte le classi sociali sulle lapidi di Spoon River, a testimonianza di tutte le contraddizioni dell’esistenza.
Antonio Porta che ha tradotto il capolavoro di Edgar Lee Masters (nel 1987 in Oscar poesia Mondadori e di recente è uscita una nuova edizione da Il Saggiatore con l’aggiunta di tre frammenti inediti) scrive: «Il viaggio agli inferi, dunque, nella poesia antica, come in quella moderna, viene affrontato da Edgar Lee Masters anche nel nome di Dante e lungo la via tracciata dall’Inferno della Commedia. La poesia che ci parla del regno dei morti, il regno in cui, finalmente, la verità della giustizia non si fa attendere e non è più velata dagli scenari della sopraffazione».
Gli epitaffi raccontati in prima persona dai defunti con la lingua schietta di una poesia che si sporca le mani con tutte le sfumature dell’inferno dei viventi ( a parlare di se stessi nel libro di Masters: suicidi, puttane, imbroglioni, direttori di banca corrotti, atei, blasfemi) hanno consegnato alla storia «un poeta robusto», come giustamente fece osservare Ezra Pound.
A cento anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia un’ altra traduzione. La prima l’ha curata per Mondadori Luigi Ballerini.
Il poeta e critico con la nuova traduzione mette in luce ciò che Masters racconta di sé attraverso i suoi personaggi (sul versante politico ad esempio sappiamo che detestava Abraham Lincoln, e che non manca occasione di esercitare il suo sarcasmo in modo diretto e indiretto; sul versante privato invece è noto che numerose delle ragazze seppellite sulla collina richiamano il suo primo grande amore, Margaret George). Ballerini dà risalto alla struttura narrativa dell’antologia, al suo disegno, agli echi e ai rimandi, ai modelli letterari; e anche alle dinamiche sociali e politiche della provincia americana e alle caratteristiche di tutte quelle figure – quasi stereotipi – che la affollano: il medico, il giudice, il becchino, il direttore del giornale e quello della banca, la maestra.
Il Saggiatore ,invece, ripropone una nuova edizione dell’Antologia nella prestigiosa traduzione di Antonio Porta.In questo volume ci sono tre testi inediti di Edgar Lee Masters presentati in esclusiva per i lettori italiani.
Porta nel suo lavoro ha cercato di rispettare la sostanza dialogica dell’originale, conservando per ciascun personaggio un linguaggio proprio, in modo da trasmettere al linguaggio della poesia italiana il modello del monologo – confessione messo così felicemente a punto da Lee Masters.
Sono le parole intramontabili di Antonio Porta che consegnano alla posterità l’Antologia di Spoon River e ci spiegano perché vale la pena oggi tradurre questo poeta straordinario. Con Edgar Lee Masters «la poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare da lontano catastrofi individuali e sociali».

Edgar Lee Masters, Garnett, Kansas, 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 1950. Avvocato, nel 1916 pubblicò l’edizione definitiva della sua Antologia di Spoon River, che ebbe un clamoroso successo internazionale.

Source: libri arrivati al recensore dai rispettivi uffici stampa Mondadori e Il Saggiatore.

:: Il manifesto del libero lettore – Alessandro Piperno (Mondadori, 2017) a cura di Nicola Vacca

4 settembre 2017

libero lettoreIl libero lettore è colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità, che immergendosi in un’opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria.
Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell’autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale.
La nostra letteratura ha davvero bisogno di liberi lettori. Alessandro Piperno pubblica Il manifesto del libero lettore, un volume di saggi letterari dedicato a otto scrittori di cui lui non sa fare a meno e nel prologo discute sull’arte del romanzo e del meraviglioso vizio di leggere abbracciando la causa del libero lettore.
Questo è un libro che elogia la narrativa e vede nel libero lettore una intelligente via di fuga.
Il libero lettore appartiene a una categoria umana che considera il romanzo un vizio e che non si vergogna di insolentire i libri che detesta.
Il santo patrono del libero lettore è Michel Montaigne, il decano delle lettere francesi.
Con il punto di vista del libero lettore, Alessandro Piperno cerca di rispondere ad alcune domante sul romanzo. Lo scrittore si chiede quando un libro è un classico, come si stabilisce la qualità di un romanzo, discute sul rapporto tra scrittore, lettore e personaggi.
Un discorso a tutto tondo sulla meravigliosa «religione del romanzo» visto, amato e letto con gli occhi eretici del libero lettore. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente.
Da libero lettore Piperno ripercorre la storia del suo amore per la letteratura, e soprattutto per i romanzi, percorrendo le rotte tracciate da otto giganti della narrativa universale.
Gli otto scrittori di cui l’autore non sa fare a meno sono: Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov.
Otto classici proposti da un libero lettore e che senza ombra di dubbio ancora oggi fanno la storia della letteratura.
Alessandro Piperno propone una quindicesima definizione di classico da aggiungere alle quattordici stilate da Italo Calvino.
Per lo scrittore romano un romanzo è davvero un classico se ha apportato una rivoluzione tecnica rispetto ai romanzi scritti prima del suo avvento sulla scena letteraria.
Il manifesto del libero lettore è un libro entusiasta che ci conduce nel meraviglioso mondo della letteratura e nel magico paese della narrativa che noi tutti amiamo.
E poi troviamo il libero lettore che considera la lettura un vizio e i libri strumenti di piacere, come la droga, il sesso, l’alcol, non il fine ultimo della vita.
Del libero lettore si ama soprattutto la sua insubordinazione e la sua volubilità. Infatti le sue esigenze mutano a seconda delle circostanze, degli stati d’animo e dell’età.
Quello che lo distingue dalla categoria dei lettori professionisti è appunto l’euforia della libertà e quindi non gli interessa leggere romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo e soprattutto si tiene lontano dai presunti messaggi morali.
Il libero lettore, quindi, è libero veramente e sa benissimo che i libri, come qualsiasi altro piacere, hanno parecchi inconvenienti.

Alessandro Piperno è nato a Roma nel 1972. Insegna Letteratura francese a Tor Vergata. Ha pubblicato per Mondadori il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni (2005). E’ inoltre autore di Il demone reazionario. Sulle tracce di Baudelaire e di Sartre, (Gaffi, 2007) e Contro la memoria (Fandango, 2012). Nel 2010 è uscito per Mondadori Persecuzione, che in Francia è stato finalista ai premi Médicis e Femina, e ha vinto il Prix du Milleur livre étranger e che insieme a Inseparabili (Premio Strega 2012), dà vita al dittico Il fuoco amico dei ricordi (pubblicato in un unico volume nel 2016. Nel 2013 è uscita una raccolta di racconti Pubblici Informati, e nel 2016 Dove la storia finisce, entrambi editi per Mondadori.

Source: acquisto del recensore.

:: Il fratello unico – Alberto Garlini (Mondadori, 2017) a cura di Federica Belleri

4 settembre 2017

Fratello unicoMettetevi comodi e lasciatevi prendere per mano dalla giovane e brillante Margherita. Sta per farvi conoscere un singolare personaggio, schivo e ombroso quanto basta. L’ha assunta come segretaria. Siamo nel parmense, nelle campagne che seguono le anse del Po. Saul Lovisoni è un uomo ricco di famiglia, laureato ad Harvard, famosissimo in polizia per aver risolto casi importanti e complicati; scrittore di un giallo da un milione di copie, rinchiuso in un silenzio preoccupante da qualche anno. Perché? Saul è bello, intrigante, originale. Perché scrive sui suoi taccuini neri senza più pubblicare nulla? Perché si è rifugiato in un casolare sperduto? Perché ha lasciato la polizia? Margherita lo scoprirà presto, mentre lo aiuta a sistemare la sua ricca biblioteca e l’agenzia di investigazioni appena aperta. La ragazza racconta la sua storia, fra il potere dell’energia che sprigiona e i momenti di chiusura e isolamento. La sua vita si incastra con quella della giovane donna e di Bernardo, fratello scomparso di una contessa. È il primo caso importante che Saul decide di accettare. Fin dalle prime battute capiamo che il modo di fare dell’ex poliziotto è unico, perché fa sua questa vicenda accogliendo lo stupore e la curiosità di Margherita, in un botta e risposta fatto di citazioni letterarie, colori, frasi dirette, ironiche. L’importanza della sparizione di Bernardo è la stessa che potrebbe essere legata alla trama di un libro, al modo in cui viene raccontata, a come, leggendola, si è in grado di osservare e di “sentire” i particolari. Chi è Bernardo e cosa gli è accaduto? Margherita è affascinata e intimorita dalla complessa personalità di Saul. Lui le sta insegnando a sentire il dolore, a percepire le sfumature delle parole scritte e di quelle non dette. I due si completano in modo anomalo. Lui la studia, la punzecchia, le propone imput insoliti riconducibili al caso. Discutono, litigano, si scoprono nei punti deboli, ma Saul è sempre un passo avanti a lei. Come fa?
Il fratello unico porta a un epilogo che ricorda i gialli di P.D.James. Una rosa di possibili responsabili o colpevoli al cospetto di Saul e Margherita, in una sorta di schermaglia fatta di domande, indizi e ricostruzioni rappresentative di un racconto, nel racconto stesso. Affari, denaro, cattiveria, prevaricazione. Prepotenza, egoismo, potere. Segreti, frustrazioni, rabbia. Garlini ha scritto un giallo dai toni classici, rivisti in chiave originale. Parma è teatro di un mistero. Arte e cultura sono parte integrante della vicenda. La scrittura è coinvolgente, la psicologia dei personaggi è in primo piano. La sensibilità e le emozioni si srotolano pagina dopo pagina. L’autore scava nell’anima, mescola odio e amore, solleva il coperchio e osserva l’effetto delle parole di Saul, in ebollizione. Come afferma Garlini nelle note finali, Il fratello unico è una narrazione umile ma, aggiungerei, assolutamente meravigliosa e speciale. Complimenti all’autore. Buona lettura.

Alberto Garlini: è nato a Parma nel 1969, vive a Pordenone. Ha pubblicato Una timida santità e Fútbol bailado per Sironi editore; Tutto il mondo ha voglia di ballare per Mondadori e, nel 2012, La legge dell’odio per Einaudi. È tra i curatori della manifestazione culturale Pordenonelegge.Nel 2017, con Mondadori, pubblica Il fratello unico. Un’indagine di Saul Lovisoni.

Source: inviato al recensore dall’ editore.

:: Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 febbraio 2017
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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La guerra dei nostri nonni, Aldo Cazzullo (Mondadori, 2014) a cura di Natalina Saporito

1 luglio 2016

de“Abbiamo fatto tutti la guerra senza amarla, ma anche senza far storie

Prendo in prestito la frase del racconto “L’ultimo fante” contenuta in questa meravigliosa raccolta di testimonianze e la declino restituendole un significato diverso, forse l’unico possibile che occhi “distanti” come i miei potrebbero attribuirgli.

I nostri nonni e bisnonni hanno fatto la guerra senza amarla è verissimo così come è vero che non hanno fatto storie e tenuto il broncio per tutte le perdite e il sangue versato ma l’insieme delle loro storie hanno fatto la grande STORIA, e leggere le loro vite non è mai abbastanza…non è mai abbastanza per recuperare quel senso d’identità che eventi di portata mondiale come la Grande Guerra e il secondo conflitto hanno cercato di annientare. Aldo Cazzullo è riuscito, con il suo prezioso lavoro, a farci avvicinare alla forza morale e fisica, al dolore e ai sentimenti della guerra in guerra che i nostri nonni hanno provato sulla e nella loro pelle di cui tutti noi, ancora, portiamo e porteremo, nelle nostre esistenze, i segni. Straordinario.

Aldo Cazzullo: Giornalista italiano. Dopo quindici anni a “La Stampa” di Torino, dal 2003 è inviato speciale ed editorialista del “Corriere della Sera”. Ha raccontato le Olimpiadi di Atene e di Pechino, gli attentati dell’11 settembre, il G8 di Genova, gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi ad opera delle Brigate Rosse. Tra i suoi libri, pubblicati da Mondadori e incentrati in gran parte sul tema dell’identità nazionale, ricordiamo: Ragazzi di via Po (1997), I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (1998), Il caso Sofri (2004), I grandi vecchi (2006), Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita (2007), L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali (2009), Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione (2010), La mia anima è ovunque tu sia (2011), L’Italia s’è ridesta. Viaggio nel paese che resiste e rinasce (2012), Basta piangere! Storie di un’Italia che non si lamentava (2013) e La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 2014). Ricordiamo anche I torinesi da Cavour a oggi, edito nel 2004 per Laterza.

:: La collera di Napoli, Diego Lama (Mondadori, 2016) a cura di Diego Di Dio

24 giugno 2016
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Napoli, settembre 1884. Un’epidemia di colera provoca migliaia di vittime in appena due settimane.Veneruso, un commissario di polizia depresso e irritabile, indaga sul ritrovamento dei cadaveri di alcune giovani orfane mutilate su una spiaggia vicino al porto. Le ragazze provengono tutte dallo stesso convento di monache di clausura. Le ricerche di Veneruso e dei suoi scalcagnati agenti riveleranno presto passioni segrete, vizi inconfessabili e relazioni pericolose tra le religiose. All’indagine principale si aggiungono altri casi paralleli, altri omicidi, altri assassini.

La collera di Napoli è il primo romanzo che leggo di Diego Lama.
Il fatto che sia risultato vincitore al Tedeschi mi ha incuriosito parecchio e, ovviamente, ha aumentato a dismisura le mie aspettative. Spesso accade che, leggendo un libro che si è affermato in un premio importante come questo, le pretese rimangano in parte deluse, ma non è questo il caso.
La collera di Napoli non solo introduce nel panorama del giallo storico un personaggio unico, irritabile, nervoso e a suo modo divertente come il commissario Veneruso, ma innesta questo personaggio su uno sfondo storico ben descritto, accurato e definito. Eppure, nonostante la potenza narrativa del protagonista, la cosa che mi ha colpito di più del romanzo non è né lui, né la storia principale, tessuta in maniera sapiente e accorta. No.
La cosa che mi ha colpito di più sono le storie, le piccole vicende collaterali che affluiscono nel fiume della vicenda principale, i piccoli aneddoti, i piccoli gialli che arricchiscono un quadro umano variegato, disperato e bellissimo. C’è qualcosa di geniale in questa scelta dell’autore di non limitarsi a narrare la vicenda principale o le storie a essa funzionali, ma di arricchire il romanzo con uno sguardo traversale indirizzato alle piccole storie di vita e di paese, ai personaggi curiosi e affamati, al popolo napoletano piegato dalla malattia e dalla povertà, ai gesti disperati e alle parole indimenticabili di personaggi ai limiti della società, falegnami, prostitute, preti e suore.
Diego Lama, con La collera di Napoli, irrompe nel panorama editoriale italiano come uno dei più promettenti scrittori gialli contemporanei, congegnando un romanzo che denuncia non solo un potente talento narrativo, ma anche una affinata capacità di gestire trame e sottotrame, di costruire personaggi e dialoghi credibili, di dare vita a tanti piccoli universi letterari.

Diego Lama Napoli 1964. Architetto e giornalista, ha pubblicato diversi romanzi e racconti. Pubblica nel 2013 La collera di Napoli con protagonista il commissario Veneruso con cui è stato vincitore del Premio Tedeschi 2015, pubblicato nel Giallo Mondadori n. 3136 nel mese di ottobre 2015. Il romanzo viene ristampato nel giugno del 2016 negli Oscar Mondadori.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992)

22 giugno 2016
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Innanzitutto è bene precisare che L’ americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica, lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia. Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’ impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per The Sunday Times e Le Figaro durante la guerra d’ Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni 50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da lui tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.
Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’ Indocina, cosa portò la battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni 50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza. Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.
Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fu coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.
L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’ unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.
L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra dirci Greene, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.
Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della propria), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparato dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.
E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni nere intente a spettegolare, le risaie, il tè servito ad ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul piano della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogathon “I migliori film tratti dai libri”: Triangolo a Rodi, di Dame Agatha Christie

20 giugno 2016

Hercule Poirot sedeva sulla sabbia bianca e il suo sguardo vagava sulla smagliante superficie azzurra dell’acqua. Era vestito con eleganza puntigliosa, quasi eccessiva; abito di flanella di taglio sportivo, e un cappello di panama a tesa larga che gli parava il capo. La sua generazione apparteneva al tempo in cui si credeva nella necessità di proteggersi con cura dai raggi solari.

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Scegliete il miglior film o la miglior serie tv tratta da un libro, sembra facile ma non lo è affatto, perché per quanto si sia sempre molto critici quando si compiono operazioni del genere (il libro era meglio, quante volte l’avete sentito dire) esistono anche casi in cui la trasposizione cinematografica è così accurata, originale, elegante, che beh ti può spingere a riscoprire un autore che per vari motivi più o meno validi non avevi mai preso in gran seria considerazione, (anche se magari monumentale come Agatha Christie).
Diciamolo chi non ama i gialli classici all’inglese con Scotland Yard, zitelle impiccione, villaggi ameni, tè delle cinque, e via dicendo non è molto tentato di imbattersi nei suoi libri, liquidati come storielle borghesi in cui il delitto è più che altro un pretesto o peggio un gioco di società. Converrete che lo spessore morale o anche solo filosofico della cosa sembra del tutto assente, il delitto quasi una burla o una scusa per parlarci di ricchi aristocratici sfaccendati, ereditiere quasi ninfomani, scrittrici eccentriche o archeologi fuori dal mondo. Insomma se si cerca uno specchio della società, lo si trova ben distorto o quanto meno privo di spunti davvero interessanti.
Almeno questo pensavo (sbagliando) prima di imbattermi nella serie tv dedicata a Poirot, Agatha Christie ‘s Poirot. Serie televisiva britannica, prodotta originariamente dalla London Weekend Television e poi dalla ITV Production and Agatha Christie Ltd, con ben 13 stagioni, per un totale di 70 episodi ispirati in parte ai racconti brevi e in parte ai romanzi di Dame Agatha Christie.
La mostruosa bravura di David Suchet, ma a dire il vero di tutti i vari comprimari da Hugh Fraser, Philip Jackson, Pauline Moran, a Zoë Wanamaker, oltre a tanti attori di teatro o vere e proprie star come Michael Fassbender, Jessica Chastain, Elliott Gould, John Hannah, Elizabeth McGovern, i dialoghi frizzanti, le scenografie sontuose, le ricostruzioni d’epoca certosine fin nei minimi particolari, gli abiti, l’arredamento, le macchine, i giornali, le riviste, insomma credo che Agatha Christie ‘s Poirot si meriti di stare qui in questo post, senza rimpianti, insomma.

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Dicevo gli episodi sono 70, e io ne ho scelto uno forse minore, Triangle at Rhodes, regia di Renny Rye, tratto da un racconto e forse neanche il più famoso, Triangolo a Rodi, che compare nella raccolta “Quattro casi per Hercule Poirot” edita da Mondadori e tradotta da Grazia Griffini e Lidia Lax, nel 1990 per il centenario dalla nascita, che ben si presta a questo mio piccolo ma entusiasta omaggio. Ho anche scelto Triangolo a Rodi perché avevo sottomano il libro, e ho potuto leggere il racconto più volte, e ho potuto rivedere anche l’episodio studiandone struttura e peculiarità e facendo i debiti raffronti.
Ma partiamo dal racconto, la cui trama se vogliamo è quanto meno esile. Poirot si trova in vacanza, (Poirot viaggia parecchio, va in Iraq, in Egitto, sull’Orient express, in Costa Azzurra o anche solo in campagna a ritemprarsi). In questo episodio va a Rodi, isola del scintillante Mediterraneo cara a tanti inglesi, giusto un accenno al fatto che era sotto il governo italiano – e vi rimase fino a metà del 1943-, (nel telefilm molti soldati italiani scorrazzano sull’ isola in tenuta da figli della lupa disprezzati dagli indigeni), poi la storia ruota intorno a un comunissimo triangolo amoroso, che in realtà non è affatto quello che appare a prima vista.
Insomma poche pagine e il lettore ha un’ idea di quanto la fantasia della Christie sia capace di creare illusioni, svelandole subito dopo sotto gli occhi (più o meno disorientati) del lettore come in un abile gioco di prestigio. Naturalmente Poirot capisce tutto, ma non ha modo di intervenire nè di fermare gli eventi che inevitabilmente porteranno al delitto. Se vogliamo questo racconto ha tutti gli elementi che poi la Christie amplierà nel romanzo Evil Under the Sun, (Corpi al sole), cambiando personaggi, nomi, moventi e anche l’isola se vogliamo, ma un senso di dejavu li unisce sicuramente.

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Da questa storia prende spunto la trama dell’episodio televisivo, prendendo numerose licenze poetiche pur mantenendosi fedele, a volte fin anche nei dialoghi, in un equilibrio forse davvero difficile da ripetere. Insomma è come se uno stato di grazia mettesse tutto al suo posto. L’episodio televisivo se vogliamo acuisce l’aspetto politico, il Poirot televisivo è fortemente antifascista, e antinazista e in molti episodi esprime chiaramente la sua avversione per Hitler e per l’occupazione del Belgio, e il suo esilio in Gran Bretagna ne è se vogliamo una diretta conseguenza, mentre nel racconto questo aspetto è forse meno marcato (unico accenno come prima dicevo che fa la Christie è l’occupazione italiana dell’isola).
Un’altra connotazione è la sua fede religiosa cattolica, spesso nelle puntate lo troviamo con un rosario in mano, o in una chiesa, testimone di una fede autentica e non posticcia, e in questo episodio proprio la conoscenza del credo cattolico lo spinge a scoprire una discrepanza che lo porterà dritto dritto a svelare la realtà dei fatti e il vero colpevole. Nel racconto è più tutto basato sulla perspicacia di Poirot nel conoscere il carattere delle persone, anche quando esse vogliono nascondere la loro vera natura.
Dicevo è una storia di inganni, di fraintendimenti, di personaggi che danno fumo negli occhi spostando l’attenzione dalla più classica dinamica che si possa pensare: un marito che ha sposato per denaro una donna e in realtà ne ama un’altra. Niente di più banale o squallido, ma la Christie nel pur minimo spazio che le concede un racconto, per dinamicità dell’intreccio, profondità psicologica dei personaggi e gusto per il paradosso dà un esempio di quanto la sua arte e la sua bravura siano capaci di fare.

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La critica sociale è velata ma ferrea e tagliente, l’avidità che porta al delitto è specchio di una società effimera e sfaccendata, di cui certo la Christie faceva parte ma ciò non le impediva di vederne le derive pur nascoste dall’effervescenza della coreografia. L’arte del pettegolezzo, all’opera nel personaggio della signorina Pamela Lyall, (una splendida Frances Low), l’ostentazione della ricchezza, che trova tragicamente ragion d’essere nel personaggio della viziata, e per certi versi ingenua, Mrs Valentine Dacres-Chantry, la parte della moglie tradita, (in cui una donna è giusto vista come vittima e sottomessa) recitata alla perfezione dall’ambigua Marjorie Gold, l’arrampicatore sociale, con i panni del bruto e sanguigno comandante di marina Tony Chantry (c’era un lui qualcosa della scimmia primordiale), e infine Mr Douglas Gold, l’uomo di paglia, di cui la Christie si limita a dire per bocca della Lyall “è un uomo tremendamente bello”.
Visione letteraria e visione filmica insomma si fondono, dando luce a mille sfaccettature diverse, meglio di così insomma è difficile trovare. E devo aggiungere che avendo avuto modo di vedere anche il telefilm doppiato in spagnolo, il doppiatore italiano Eugenio Marinelli contribuisce e non poco alla simpatia del personaggio.

Tappa del Blogathon I migliori film tratti dai libri. A questo link potete trovare l’elenco di tutti i blog partecipanti: qui.   

:: La rancura, Romano Luperini, (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

13 aprile 2016
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La rancura (Mondadori, 2016) di Romano Luperini è un romanzo incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlio, sugli scontri generazionali ma soprattutto sui silenzi, sulle mancate occasioni di incontro, di dialogo. Un libro che focalizza sulle azioni compiute dai padri e motivate dalla volontà di cambiare il mondo per “lasciare” ai propri figli un posto migliore. Solo che per fare questo i padri, paradossalmente, trascurano il rapporto con i figli che vivono queste assenze, queste distanze come un abbandono. E si alimentano le incomprensioni.
Il testo di Luperini è diviso in tre parti. La prima intitolata Memoriale sul padre è una docu-fiction di tipo storico, la seconda (Il figlio) un’autobiografia romanzata mentre l’ultima (Il figlio del figlio) un racconto in terza persona.
Il titolo riprende il termine “rancura” utilizzato da Montale proprio per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre.

«Rimasi interdetto, senza sapere se essere orgoglioso o impaurito del suo elogio; e per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.»

Il Memoriale del padre porta il lettore ai giorni della Seconda guerra mondiale, sul fronte italiano ai confini orientali e poi in terra straniera: Istria, Slovenia, ex-Jugoslavia… Paesi, culture, sentimenti che si mescolano e si confondono come i colori delle casacche indossate dai soldati. Ragazzi giovanissimi che si ritrovano a comandare battaglioni, ufficiali di un esercito che tale non è che combatte per un Paese che ancora non ha trovato la propria identità. Cambiamenti epocali che passano attraverso i corpi e le menti di questi giovani uomini, li formano, li fortificano e li cambiano, inesorabilmente.
Luigi Lupi, dopo il fronte e la guerra, non riesce a ritornare alla borghese quotidianità della vita dalla quale già era fuggito in passato e diventa “strano”. Suo figlio, Valerio, ha paura di lui, lo teme come anche sua madre. E allora decide che lui deve essere diverso da suo padre. Suo figlio, Marcello, penserà le stesse identiche cose. Fasi e cicli che si ripetono ma che sembrano perdere spessore e assottigliarsi di volta in volta. Come se ogni generazione “scelga” di poter fare a meno prima degli ideali, poi delle ideologie e infine della ribellione. Passare dalla lettura di racconti dal fronte nel Memoriale del padre alla descrizione dei ragazzi in fila per il provino a un reality show ne Il figlio del figlio rende drammaticamente l’idea di quanto è andato perduto, sprecato.
È un romanzo lungo, La rancura di Romano Luperini, un racconto dettagliato di innumerevoli sfaccettature di vite, volti, comportamenti, sentimenti… tre generazioni di uomini della stessa famiglia che non riescono a trovare altro punto d’incontro che non sia la terra, la campagna e lo stile di vita che a questa si lega. Tra i crinali e i boschi della campagna toscana scoprono la forza di ritrovare se stessi e affrontare sentimenti ed emozioni inespressi.

«Si asciuga le mani, guarda dalla finestra l’albicocco gocciolante, la strada ancora lucida dalla pioggia, gli olivi ripiegati su se stessi nelle valli, il crinale caliginoso dei colli. Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.»

Romano Luperini: Critico letterario e scrittore. Nato a Lucca nel 1940. Numerose sono le sue pubblicazioni di critica su letteratura e politica del Novecento. Tra i romanzi più recenti: L’età estrema (Sellerio, 2008) e L’uso della vita (Transeuropa, 2013).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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