Posts Tagged ‘Daniela Distefano’

:: America! di Alessandro Maradini (Gattomerlino Edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2017
America

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Un esordio che merita attenzione quello che si frantuma in queste sette storie, tutte forti di un concentrato di meticolosità e stilosità.
Già dai titoli entra in scena un nuovo modo di rapportarsi con la letteratura.
“Technicolor”, “Rettiliani”, “Papaveri”,”Clic”, “Dave!”, “Extrasistole”, “Fine della notte” sono ganci che collegano i nostri pensieri ai sensi della comprensione ermetica. L’autore di questa raccolta, Alessandro Maradini, si è divertito nel dare una rappresentazione non stereotipata dell’America intesa come miraggio bizzarro, non infranto, ma tendente all’affievolimento.
Il primo racconto – “Technicolor” – è frutto della passione dello scrittore per la letteratura afroamericana.
Si scava dentro il terreno che divide il bianco dal nero.
I protagonisti sono impegnati a valutare l’effettiva bianchità o negritudine.
In “Rettiliani”, l’autore vuole porre ironicamente un personaggio dinanzi all’imprevisto che fa traballare le certezze della vita: in questo caso il rapimento alieno del cane di un convinto repubblicano che a causa di questo evento scivolerà verso contrarie posizioni politiche.
“Papaveri” racconta il legame tra arruolamento e disagio economico.
Il protagonista sceglierà l’esercito in seguito alla grave e persistente crisi economica della propria famiglia.
“Clic” è una storia che finisce con una madre in pieno disfacimento emotivo davanti all’albero di Natale.
L’insostenibile leggerezza della gestione del quotidiano è vista con gli occhi di un preadolescente amante della pallacanestro.
“Dave!” è forse il racconto più riuscito.
In esso è condensato lo spirito di una nazione.
Letterman è un uomo ricchissimo, quasi sempre più ricco dei suoi ospiti, ma la percezione dello spettatore non va in questa direzione.
Letterman è come un supermercato che offre la possibilità di mostrare i prodotti alle aziende produttrici.
“Extrasistole” nasce durante una passeggiata nel quartiere San Lorenzo a Roma, dove l’autore ha risieduto per due anni.
Anche qui si materializza una sorta di ribaltamento della visuale:
il protagonista, il sosia, immagina la vita del privilegiato, quando quest’ultimo è incuriosito dalla vita del sosia sfigato.
“Fine della notte” conclude la raccolta e ci parla di un fatto di cronaca, cioè la morte nel luglio del 2011 della cantante britannica Amy Winehouse, una delle principali esponenti del soul bianco degli anni duemila.
L’autore ha provato a immaginare la madre della cantante. Il racconto è ambientato a Londra.
“America” è un libro che necessita di un piccolo sforzo per assaporare le delizie di una lingua modellata come creta a immagine e somiglianza di un sogno, di una visione onirica che l’autore ha voluto condividere con il lettore.
E’ come un gioco, un game fatto di rimandi, di evocazioni, di impressioni.
Se vi sentite spaesati davanti ad una scrittura a riccio, allora vorrà dire che siete arrivati a destinazione. Il viaggio è articolato, lo stile è ricercato, raffinato, impreziosito da spunti istrionici. Benvenuti nell’America dell’immaginazione facile, e dello sgabuzzino delle prospettive marce.
Ma volete mettere? Il nostro cervello comincia a parlottare da solo quando la parola comincia a circolare nelle vene, America, America, America.
Solo questo conta, solo questo è Cielo bevuto per Terra.

Alessandro Maradini è nato agli inizi degli anni Ottanta a Fidenza, lungo la via Emilia. Ha vissuto in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Attualmente risiede a Salsomaggiore Terme.
Ha studiato Culture Letterarie Europee all’università di Bologna.
Da sempre interessato alla storia della cultura degli anni ’60 e ’70, sia italiana che estera, tenta di comprenderne lo spirito attraverso le produzioni di alcuni dei suoi interpreti tra cui Marco Ferreri, Elio Petri, R.W. Fassbinder, Alighiero Boetti.

Scheda libro:

Prezzo: € 12,00 (su Libreria Universitaria € 12, 00)
Ebook: non disponibile
Pagine: 106
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Stefania Gaggini dell’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ultimo segreto di Lady Diana. Il mistero del rapporto tra la principessa più amata e Madre Teresa di Luciano Regolo (San Paolo, 2017) a cura di Daniela Distefano

27 settembre 2017
Senza titolo-7

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Lady Diana e Santa Madre Teresa di Calcutta – due icone che non appartengono più al Tempo – sono edere pulsanti nel nostro registro dei ricordi.
Se appartennero ad un opposto contesto, la morte di entrambe le avvicinò, l’una fu il puntello dell’altra.
Ma chi era davvero Lady Diana? Quale fu la sua amletica eredità?
Nel suo intimo sgorgarono e crebbero, con costanza, la ricerca spirituale e il bisogno genuino di lenire gli affanni altrui.
Proprio in questa spinta verso l’Oltre, Diana trovava il più autentico conforto al dolore interiore e alle prove per lei inaccettabili.
Anche per Madre Teresa Lady Diana era “una matita nelle mani di Dio”.
Alcuni scettici pensavano che Lady Diana strumentalizzasse la sua figura.
Ecco la risposta della Santa: “Io non ho mai incontrato la principessa Diana. Non ho mai ricevuto la principessa Diana, ma l’infelice Diana, è una cosa molto diversa”.
Per lei principesse o poveri erano la stessa cosa, chiunque avesse bisogno di amore era povero. E Diana aveva bisogno d’amore, Madre Teresa ne aveva avvertito in pieno la sofferenza.
Le sue parole ed il suo esempio lasciarono un solco profondo in Lady Diana e per rendersene conto basta guardare come e quanto cambiò la sua vita dal ’92 in poi o le iniziative in cui si impegnò anche a livello internazionale.
Crebbe in lei la consapevolezza del senso da dare alla sua vita. Sulla sua scrivania bene in evidenza la frase di Madre Teresa che aveva scelto quale motto della sua rinascita: “Una vita non vissuta per altri non è una vita”.
Queste due donne del mondo moderno non operarono metodicamente, come specialiste nell’alleviare l’agonia umana; come soleva dire
Santa Teresa di Calcutta:”Quello che facciamo non è assistenza sociale, ma l’opera di Dio. Non siamo assistenti sociali, siamo anime consacrate, chiamate a compiere l’opera di Dio”.

Luciano Regolo, classe 1966, giornalista, ha lavorato per diverse testate come “Repubblica”, “Oggi” e “Chi”. Ha diretto “Novella 2000”, “Eva Tremila” e “Vip”, il quotidiano “L’Ora della Calabria”, ricevendo a Ischia nel 2014 il premio speciale per la difesa nella libertà di stampa, e poi “Mate”, la prima rivista di divulgazione matematica.
Attualmente è freelance. Ha scritto numerosi libri sulla storia dei Savoia e sul rapporto oscuro tra Corona e fascismo e i best seller: “Natuzza Evolo.
Il miracolo di una vita” (2010), “Natuzza amica mia” (2011), “Il dolore si fa gioia: Padre Pio e Natuzza. Due vite, un messaggio (2013), “Le lacrime della Vergine (2014) e “Dove la Madonna parlò a Natuzza”(2014);
con padre Raffaele Talmelli “Il diavolo. Riconoscere la sua seduzione, difendersi dai suoi attacchi” (2014).

Scheda libro:

Prezzo: € 17,50 (su Libreria Universitaria € 14, 87)
Ebook: disponibile
Pagine: 272
Formato: rilegato
Scheda editore: qui

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Alessandro Fuso dell’ ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Angela, Daniela Distefano

15 settembre 2017

ANGELA - Racconto

Una volta ho fatto una scoperta portentosa: mi piace viaggiare.
Poggio la testa sul bordo del finestrino, in treno o in aereo mi godo la visuale come in trance.
Lascio espandere la mente tra le nuvole dello stupore, non sono a casa, non sono in luogo ben delimitato, viaggio, avverto la potenza degli ingranaggi, tutti diretti verso una destinazione ben precisa: la mia.
Vedo intorno a me tanti aggeggi sonori, smartphone, cellulari, tablet…
Ognuno perso nel proprio mondo virtuale, un anziano esce dalla valigia a mano caramelle, le offre a tutti; un bimbo gioca con i colori, scompone l’ordine delle riviste posizionate dietro i sedili del velivolo. Io traduco una dispensa sul tentativo di una Costituzione europea, poi una sul Trattato di Lisbona, infine una copia del “Time” di qualche settimana fa.
Non credevo che ce l’avrei fatta, non conoscevo neanche bene i miei desideri, so che quando studio ritrovo quella parte di me che mi più piace, mi convince, mi appaga.
E così qualche mese fa la laurea è arrivata con un botto che non mi ha sconvolto.
Nelle foto scattate quel giorno il mio viso è imperturbabile; ero felice, indubbiamente, però sapevo che sarei diventata di colpo il sasso gettato nello stagno.
Un bersaglio facile a cui mirare.
Ma io sono qui adesso, c’è una metropoli ad attendermi, gente saggia, il cuore delle Istituzioni europee mentre avverto che sta per cominciare una lotta che non avrei mai voluto ingaggiare.
– Auguri Angela, complimentoni alla mia cugina più bella”.
– “Auguri, scusami se non sono potuta venire alla tua laurea, sei proprio bella cognatina cara”.
– “ Vai sempre così, Angela, e non ti scordare di noi che ti vogliamo tanto bene”.
Messaggi di parenti e conoscenti a cui rispondo su Facebook con un pizzico di imbarazzo.
La mia famiglia ha pagato i miei studi, non il mio cervello.
Le prime volte che andavo a svolgere un esame facevo finta di niente, però temevo l’appello: il mio non è un cognome comunissimo, ma lo facevo passare per tale.
Sorridevo, mi piace quando non si riesce a leggere nei miei pensieri, ho imparato a bluffare con i sorrisi, le mezze parole, la fronte dubbiosa.
Anche il severo professor Gambino cadde nella trappola, o forse, per pietà nei miei confronti, ci volle cadere.
Il mio fidanzatino di allora era geloso della mia passione per gli studi, ma non lo lasciai per questo. Difficile passare la vita con chi non condivide le tue perplessità ideologiche, la tua passione per il codice civile, il pane di nozioni con cui ti nutri da anni.
Era orgoglioso di me, non del mio ragionare. Così feci il mio primo viaggio da sola. Gli occhi della Famiglia su di me.
Adesso la figlia di Totò Li Causi si è laureata, la nipote del boss Centone va a Bruxelles, una cosa da meraviglia.
Un onore per tutti i parenti, un vanto per il Sud mafioso?
“Ma che si è messa in testa?” .
Io? No. Io no.
Io non ho mai ucciso nessuno, mai odiato, mai rubato l’esistenza del popolo.
E allora?
Allora sono la gallina grassa, bella soda, mi hanno allevato per impreziosire il nome della mia stirpe, non per farmi vivere dignitosamente.
Forse un giorno metterò la muta al mio dolore, adesso fingo di non scappare per andare a cercare una salvezza che non nasce da un’ esibita necessità.
Il sole su questo treno veloce mi illumina il viso, mi specchio sorniona: sì, lo so che sono carina, me lo hanno sempre detto:
“Che bedda la nostra Angela”; “Quanto si è fatta bedda, Angela, forse si vergognerà di noi un giorno”.
E’ difficile crederlo, ma non ho provato mai vergogna per il mio cognome, per me stessa, invece, sempre.
Troppo appariscente, troppo pensierosa, troppo spigolosa per un clan di mafiosi che cercavano nelle donne un profilo basso.
Con una mano ti accarezzano, con l’altra ti strozzano le prospettive.
Odiano chi è diverso da loro. E’ uno sberleffo il complimento sfacciato, l’inchino falso di chi vorrebbe vederti inciampare.
E poi tutti, uomini e donne, mariti e mogli, tutti così, tutti così diversi da me.
Io ero la picciridda che non doveva sporcarsi le mani.
Una statua, come un pezzo di marmo da cui si ricava la personificazione della “Solitudine”. Sono l’immagine di chi è incompreso dalla nascita. Non capisco il loro decalogo mortifero, il loro parlare con la mimica facciale.
Non so perché sono capitata in questa famiglia, perché mia madre si curvi fino a toccare le suole delle scarpe, ogni giorno, ogni settimana, ogni santo mese di questo decennio di vita da sopravvivenza.
Eppure neanche lei mi capisce. Non comprende che la mia non è una ribellione generazionale, è un tentativo di non farmi sommergere dalla macchia di petrolio riversata su un mare cristallino.
Osservo i miei fratellini, giocano a farsi ammazzare, li vedo già grandi prendere le redini del comando criminale.
Non io. Io no, io no, mai.
Non posso credere che questo peso che mi porto nel cuore un giorno potrà avere ali per volare via, come faccio io adesso su questo treno, e prima ancora sull’aereo.
Ma ovunque andrò sentirò sempre il fiato grosso di coloro che mi respirano sul collo. L’abbraccio fatale che arriva dappertutto, in ogni angolo del pianeta dove deciderò di rimanere come nuova casa, nuovo inizio, altra storia.
Questo futuro però non è ancora realtà.
La realtà è che posso vivere solo di sogni. Ripenso ai momenti più belli che ho vissuto: gli esami brillantemente superati, la gioia del mio diploma di laurea stretto tra le mani tremanti.
E poi quella volta in cui il mio professore di diritto amministrativo mi guardò con i suoi occhi neri e penetranti e disse che la mia relazione sulla legge n.241 del 1990 era impeccabile e mi avrebbe assegnato il voto più alto con la lode.
Io? Io ho studiato giurisprudenza, e sono imparentata con le cosche. Io pago i miei libri con i soldi sporchi della criminalità. Non mi vergogno di loro, ma devo imparare a non vergognarmi di me stessa.
C’è voluto del tempo perché capissi che sono la buccia di una mela marcia al suo interno, una buccia invitante per non far cadere la mela nel cestino dei rifiuti.
Nulla è gratis, e so bene che la mia presenza accresce il loro valore ( mentre io sento di non valere nulla). Ma per me tutto ciò ha un prezzo troppo alto. E allora, nei momenti più neri della pece, penso a Dio. Se finora non sono stata che creta nelle sue mani, un giorno voglio poterlo servire con la coscienza pulita.
Morendo farei felice me stessa e coloro che non mi amano, ma non farei il volere del Signore. Lui vuole il pezzetto di croce sostenuto in vita, quindi accetto questo piccolo sacrificio. E mi riempio le tasche di sassi speranzosi.
No che non ce l’ho un’amica vera, nessun amore struggente, solo io e il mio giorno vuoto. Però così è più facile partire, lasciarsi poco alle spalle, dissetarsi alla fonte dell’ignoto. Non è quello che ho scelto, è quello che ho accettato.
Non si può vivere rinnegando se stessi. Ancora un’altra fermata e prendo la metropolitana del mio avvenire.
E’ come un tunnel, adesso comincio ad intravedere la luce, poco alla volta distinguo l’uscita da questo buco nero che è la mia vita.
Nessuno al mondo vuole questo, ma lo voglio io con tutta me stessa. Mi odieranno, proveranno a fermarmi, mi inseguiranno, ma io sarò al sicuro. Io ho Dio che mi avvolge con il suo manto luminoso.
Marica è morta, qualche anno fa. Anche lei voleva evadere dalla griglia compatta dei suoi consanguinei mafiosi. Si è uccisa, per vergogna, non ha retto, e come Virginia Woolf si è tuffata nel fiume, ha radunato tutto il suo coraggio ed è scomparsa dal mondo per recuperare un pezzetto di verità.
Perché quello che più ferisce, annienta, isterilisce, è il non contatto con la realtà. Si deve fingere sempre, essere sempre pronti a ingoiare le umiliazioni, le condanne della gente per bene. Si deve camminare a testa alta, mentre il verme solitario ti corrode il fegato. Io so come ci si sente, Marica voleva bere i raggi del sole, ed è morta sola.
Ha perso il contatto con l’Umiltà e si è fatta eroica, stoica, di marmo. Io penso che nei momenti più doloranti e opprimenti dobbiamo noi tutti riscoprire il valore dell’essere umili dentro.
Non l’umiltà esteriore, ma la consapevolezza che non siamo nulla, solo puntini che il Signore illumina di tanto in tanto. E’ l’orgoglio, la vanità che ci fa sprofondare, ma se siamo muro basso nessuno lo abbatterà per oltrepassarlo. Il mio muro adesso è talmente basso che neanche una bomba lo potrebbe frantumare.
Ma per essere davvero indistruttibile, il muro deve anche essere “edificato sulla roccia”. Così dice Gesù nel Vangelo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia..” (Vangelo secondo Matteo 7,20).
Forse la mia casa è invece costruita nella sabbia. Vorrei fortificare le mie aspirazioni, volgere il Male in Bene, però non sono alchimista e butto il mio tempo libero sul giro astrale dei pianeti.
Pure strega.
Merito di essere bruciata in un rogo che la mia Famiglia allestirebbe in grande stile, ma adesso sono in viaggio, ed io so che viaggiare mi dispensa dal muto rancore, dalla rabbia per aver paura delle persone a cui appartengo.
Un’ultima tappa, un solo ostacolo, poi la libertà. Tremavo come una foglia autunnale, ma adesso solo calma, serenità, attesa. “La felicità dell’attesa”, come scrive Carmine Abate nell’omonimo romanzo.
Ultimamente, però, leggo soprattutto libri di genere, voglio capire perché le donne si odiano così tanto. Si vedono, si annusano, vorrebbero essere l’una al posto dell’altra, poi si fanno la guerra.
E si piange. Renè Girard ha elaborato la teoria mimetica. Calza a pennello per spiegare l’evoluzione femminile. Cioè è in atto un’evoluzione, ma c’è anche un grosso masso sulla strada della liberazione.
Quel sasso siamo noi stesse, il nostro specchiarci sulla vita delle altre. I nostri omicidi, crimini, delitti, sono più sofisticati. Si punta a devitalizzare la propria simile, la cassetta dei lavori sono i nostri sguardi maligni, la subdola adulazione, i trabocchetti verbali, poi si passa agli attacchi nei punti deboli, la vile trafila delle menzogne, le ipocrisie, le minacce, l’insulto sboccato, i sorrisi alieni.
A questo punto interviene l’uomo, e la donna capitola del tutto. “Eliminata”. Come nel programma televisivo “L’isola dei famosi”.
Sono una donna del Sud, ma di un paese avanzato, occidentale, democratico. E non abbiamo avuto finora mai un Presidente della Repubblica donna.
Mai. Mai negli Stati Uniti, mai. Eppure l’America è da sempre terra di conquiste civili. Perché? Perché sono le donne che non vogliono proprie simili al Potere.
Quando Barack Obama è stato eletto primo Presidente di colore degli Stati Uniti, un zoom sulla gente nelle piazze faceva vedere volti con gli occhi lucidi. Persone di colore con i lucciconi, striscioni di festa, canti e balli perché l’evento aveva una portata storica eccezionale. Ma quante donne avrebbero condiviso la stessa emozione per la vittoria di una loro simile dopo una millenaria esistenza all’ombra del maschio?
Noi donne non ci stimiamo: vorremmo essere perfette, ma odiamo la perfezione nelle altre. Quante volte ho desiderato essere come le altre, e quante volte ho visto la rabbia delle altre per non essere come me. Il mondo si è capovolto, un giorno arriverà il buon Dio che ci porterà nel Regno dei Cieli dove non esisterà più la guerra. Ma già da adesso potremmo metterci in cammino.
L’omosessuale non è più uno spauracchio, il povero un giorno godrà del reddito di cittadinanza, l’odio sarà esorcizzato con i corsi di “amore per il prossimo” online. Solo la fede sarà oggetto del contendere.
Fede cristiana, fede musulmana, fede buddhista etc. Ma anche queste divisioni saranno superate recitando come un salmo la dottrina di John Rawls. Allora avremo un primo presidente della Repubblica donna.
E non sarà uno specchietto per le allodole, ma rappresenterà una popolazione matura, civile, unita. Una sola voce per il Paese. E mentre penso queste cose, mi accorgo che il mio tragitto si è concluso.
Prendo armi e bagagli, e mi guardo intorno.
Una metropoli europea, un profumo di gelsomino alle narici, respiro e mi avvio cantando:

E’ certo un brivido/averti qui con me/ in volo libero/ sugli anni andati ormai…”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Cleopatra – L’ultima regina d’Egitto – Christian Jacq (tre60 2017) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2017
cleopatra

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Diciamolo pure: gli adolescenti di oggi sono depotenziati rispetto ai teenager dell’antichità che potevano ereditare regni, imperi, principati anche in tenera età e li sapevano amministrare sotto la supervisione di un tutore non sempre in odor di saggezza.
Cleopatra era una girl che a diciotto anni ha ereditato da Tolomeo XII il regno d’Egitto.
Non era un regalo della Fortuna. Allora l’Egitto attraversava un passaggio critico del suo sistema politico.
Cleopatra doveva risollevare le sorti non solo economiche del proprio Paese. Sul suo cammino poi mille nemici (funzionari corrotti, ufficiali spietati, consiglieri sleali, e un ragazzino, suo fratello Tolomeo, che le voleva strappare il trono); l’eunuco Fotino, il precettore Teodoto e il generale Achilla, rappresentavano un consiglio di reggenza per spezzare il potere di Cleopatra. Dopo averla indotta all’esilio, volevano eliminarla.
Ma il pericolo incombente era un altro, era Roma.
Ecco allora il simulacro dell’Amore a trasfigurarle il destino.
Giulio Cesare, il padrone del mondo, divenne il suo amante.

“Una guerra civile è sempre un’impresa disastrosa” ammette Cesare.
“Se riesco a favorire una riconciliazione tra voi rinuncerai a combattere?”
“Lo prometto. E tu, rinuncerai a impossessarti del mio paese?”
“Roma ha bisogno delle ricchezze dell’Egitto, in particolare dei suoi cereali, e intendo promuovere stabili relazioni commerciali con un potere forte e duraturo.”
“Con me e Tolomeo, in altre parole.”
“Queste erano le esigenze del tuo defunto padre, e tale è la vostra legge; dal suo rispetto dipenderà una pace dalla quale trarremo tutti profitto.”
“Queste parole sagge mi soddisfano. Celebriamo il nostro patto.”

Cleopatra voleva avere un figlio da lui però, dopo la nascita di Cesarione, Cesare fu ucciso, il resto è storia nella Storia.
“Cleopatra. L’ultima regina d’Egitto” (tre60), romanzo di Christian Jacq, è una cavalcata narrativa che toglie il respiro, si lascia sfogliare con accanimento e avidamente. Un trucco da prestigiatore per far dimenticare le ore al lettore.
Ottimo compagno per chi rimane ancora in spiaggia a settembre nonostante qualche nuvola e qualche brivido non solo causato dal tempo.
Non mancano gli ingredienti genuini del racconto d’avventura, forse un po’ annacquata l’introspezione psicologica dei personaggi, forse qualche concessione furba alla verve dell’immaginazione, ma l’impalcatura letteraria regge, la sostanza è dipinta con i colori della perizia artigianale creativa di cui Jacq è maestro. Traduzione: Maddalena Togliani.

Christian Jacq ha raggiunto il successo mondiale con Il Romanzo di Ramses, una saga pubblicata in 29 Paesi che ha battuto ogni record di vendita. Un caso editoriale eclatante, nato dalla sua passione per l’antico Egitto, dai suoi studi di archeologia e dalla sua ispirata forza narrativa.

Scheda libro:

Prezzo: 9,90 Euro (su Libreria Universitaria 8, 41)
Ebook: disponibile
Pagine: 336
Formato: cartonato con sovraccoperta
Scheda editore: qui

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Barbara Trianni.

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:: Traditi e traditori, Guglielmo Mariani, (Giovane Holden Edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

27 luglio 2017
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Siamo in guerra, la più spudorata, la più alienante dell’umanità: 8 aprile 1945, tra qualche settimana finisce il III Raich, ma nessuno ci crede ancora.
Si respira odore di morti, putridume ovunque, in ogni angolo dei territori in conflitto, il Secondo conflitto mondiale.
Kristine ha tre figli e decide di fuggire per non assistere al precipitare degli eventi. Suo marito è generale delle SS di stanza in Polonia, non può partire con la sua famiglia che adesso è diretta verso ovest, fino alla Baviera, invasa dagli americani.
Ma accade qualcosa che fa voltare pagina al destino di questa madre e dei suoi pargoli, qualcosa di inaspettato, di non credibile in pieno abominio umano. Sboccia un sentimento come ginestra tra i sassi, in mezzo
alla migrazione biblica di milioni di persone che temono l’Armata Rossa incalzante.
Mentre perlustrano una foresta, si imbattono in una casa disabitata.
Non è una casa qualunque, di quelle diroccate, mezzo spettrali, ritrovo per animali o assassini bestiali, no. E’ piuttosto una magione dei sogni, non manca nulla, è colma di provviste, e Kristine capisce subito di aver trovato la cuccagna.
Passa del tempo e un giorno arriva un uomo portato dal vento. Il vento della passione per Kristine. Il suo nome è Vladislav, in missione per la Resistenza Polacca.
Tra i due si accende una fiammella d’amore incendiaria. Non riescono a resistere più di tanto, cedono e si arrendono l’uno tra le braccia dell’altra.
Un amore impossibile? sì. Anche perché non si può vivere a lungo nell’acquario se non si è pesci muti.
Non lontano accadono eventi drammatici, quattro eserciti si contendono il suolo tedesco.
Il finale non va svelato, però davvero non importa saperlo o meno, quel che è certo è che questo romanzo ci ha donato ore di piacevole svago prendendo spunto invece dalla storia, da un passato che di favolistico ha ben poco.
Se siete al mare, in spiaggia, sotto l’ombrellone, o se vi godete la montagna con il suo verde estivo, oppure semplicemente scacciate il caldo con l’acchiappa mosche sulla terrazza di casa, potrete assaporare questo concentrato di fantasia sensuale in un contesto che è descritto con doveroso puntiglio.

Guglielmo Mariani, medico, ha insegnato nelle Università di Roma, L’Aquila e Palermo. Ora è Professore all’Università di Westminster, Londra.
Ha pubblicato più di 370 lavori scientifici, la maggior parte su prestigiose riviste internazionali.
Il suo primo romanzo, “Roberto”, Armando Curcio Editore, 2014, ha ottenuto il secondo premio al Concorso Letterario Zingarelli nel 2015; nel 2016 pubblica il secondo romanzo “Il Gaullista di Parma”, Editrice DGS.
Il suo ambito preferito è la Storia nella quale cala i suoi personaggi per dare alle loro vicende umane un significato più ampio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miranda e Marco della “Giovane Holden Edizioni”.

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:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: Lasciami il posto, Daniela Distefano

9 luglio 2017

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Cambio frequenza nella radio dell’auto di mia madre, tutto è lento come lei, e poi essere imbottigliati nel traffico a ferragosto è come fare un barbecue di se stessi. Sono appena tornata da un giretto in centro con un’amica. Nei negozi roba che costa troppo o troppo poco. Non mi sono rilassata perché ho il chiodo fisso di Marco conficcato nelle tempie. Mi ha mandato tre messaggi sullo smartphone. Vuole vedermi. Ma per dirmi cosa? E’ finita tra noi da un bel po’, mi vedo con un altro ragazzo, un amore recuperato dalla prima giovinezza. Marco mi aspetta sotto casa, eccolo, ed io sono in frantumi.
Non voglio salire sulla tua auto, ho da fare, vattene. Ti prego, non farmi spazientire, non tirarmi, non voglio, non ho nulla da dirti. Lasciami i polsi, ti imploro, se non vuoi capirlo chiamo aiuto. Siamo per strada, esattamente sulla tangenziale Catania- Paternò.
Studio Medicina, ho vent’anni e Marco mi ha convinta a salire sulla sua auto giurandomi che sarà l’ultima volta che accade.
Non parla; un lavavetri al semaforo ci vede sfrecciare incuranti dei suoi occhi supplichevoli e lancia un urlo a tutto volume come quello del vecchio profeta pazzo Elijah terrorizzato dal diabolico Capitano Ahab nel romanzo “Moby Dick”. Registro queste emozioni.
Allora, cos’hai da dirmi? Non girarci intorno, non torno sui miei passi, non ti amo più, no che non sono dura, restiamo amici se ti va, ma perché non parli? Dimmi qualcosa, mi fai paura. Almeno dimmi dove stiamo andando. Vedo che è più calmo, quasi sereno, ha raggiunto il suo scopo, sono in suo potere. E comincia a questo punto la mia agonia.
Tre mesi fa mi sono accorta di essere ad un bivio dell’ esistenza. Ho sofferto pensando che lasciare Marco sarebbe stato per lui una sconfitta e un colpo al suo orgoglio, ma c’era di mezzo il mio avvenire. Mi ero iscritta alla facoltà di Economia, poi però ho scoperto di avere una particolare sensibilità nei confronti delle persone che soffrono. Non sono una santona o una guaritrice, mi piacerebbe alleviare un po’ il dolore di chi lo sopporta in solitudine.
Mio padre è morto quando avevo dieci anni, mia madre ed io viviamo in simbiosi come due sorelle gemelle dalle braccia incollate. Sono la sua appendice. E’ stata lei a dirmi che se Marco non era più nel mio cuore era giusto separare le nostre vite.
Guardo i capannoni vuoti e abbandonati che corrono davanti al finestrino dell’automobile di Marco, è una fila indiana che mi getta sconforto ogni volta che ci passo accanto, poi però altri funghi commerciali sorgono come centri di raccolta umana, non mi piace, amo la grande città, ma non la sua propaggine industriale, commerciale, anti-estetica, le cattedrali secolari del 2000 e oltre.
No che non ho cessato di aver paura, ho lasciato la borsa con dentro lo smartphone nella macchina di mia madre, sono spacciata, non voglio pensare al peggio, ma inesorabilmente mi avvicino all’orlo dell’abisso.
E’ chiaro che non ne uscirò facilmente, non riesco a trovare una soluzione, non c’è nessuno che può far niente. Non so cosa sarà, e se continuerò ad esserci. Troppo buio dentro al mio animo congelato.
Mi viene in mente la ninna nanna che mia mamma mi cantava per farmi addormentare quando ero piccolissima: “Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do.. se la do all’uomo nero se la tiene un anno intero..”. Una canzoncina popolarissima che adesso mi fa sgocciolare una smorfia e voglia di dimenticare tutto. Davvero Marco è l’uomo nero? E da quando? Quando ha cominciato a scansare lo specchio per non vedersi nelle pupille, per non ammettere a se stesso di essere un Visitor oramai? Dietro l’aspetto gagliardo si nasconde una pelle di serpente in putrefazione; le sue parole, i suoi monosillabi, hanno un timbro alienante.
Dice il Signore Gesù nel Vangelo che non conta quello che entra nella bocca, ma quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore. “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”.
Oddio Marco, ti prego, riportami a casa. Mi dispiace davvero che sia finita, ma siamo adulti, anche tu ammetterai che non è più una favola noi due insieme. Marco, mi senti?
Lo vedo premere sull’acceleratore, abbiamo sorpassato una volante della Polizia, non c’è stato tempo di attirare l’attenzione su di noi, una coppia in viaggio in piena estate con una giornata di sole che tiene nascosti i misfatti degli uomini neri, che ci tengono anni interi.
Finalmente la macchina decelera, c’è una rotonda ultimata da poco tempo, siamo in coda, mi balena l’idea di gettarmi fuori al volo, ci riesco. Ma sfortunatamente accanto alla carreggiata c’è un’area di sosta dove vedo parcheggiare Marco. Cerco di correre per non farmi acciuffare. Marco è rapidissimo, io faccio zigzag tra le auto in fila, grido, voglio convogliare l’attenzione dei passanti su di me.
Ma cosa succede? Non c’è nessuno che mi dà un aiuto, molti alzano il finestrino nonostante l’afa imperante, una coppia di anziani mi rivolge un insulto, vedo una sagoma che il sole trasfigura ai miei occhi pieni di lacrime, è Marco.
Amore, non litighiamo davanti a tutte queste persone, amore andiamo in trattoria e parliamo.
Mi stringe il braccio, poi – appena raggiungiamo la sua auto- mi guarda con occhio animale, pupille nere e abissali, non c’è nessuno che si ferma a chiedere se qualcosa non va.
Marco tenta di innaffiarmi di benzina. Appena lo capisco mi agito con tutto il corpo e la voce, inutilmente.
Ma guarda questi che fanno spettacoli in mezzo alla strada, un signore dice alla sua signora.
Che vergogna, non c’è più decenza, via, non guardiamoli sennò non ce li scrolliamo più di dosso.
Marco mi soffoca con tutte e due le mani sul collo, poi mi dà fuoco.
Nessuno ha visto, nessuno si è fermato per evitare questa tragedia. Marco va via e corre a lavoro per cercarsi un alibi, per convincersi di non aver agito da mostro.
Sì, perché se nessuno si è accorto di niente, o nessuno voglia convincersi di nulla, lui rimane il bravo ragazzo che è stato mollato dalla fidanzata. Ragazzate, ma mica orco, orco è una parola per asociali, Marco, invece, paga le tasse, ha una famiglia, amici, il lavoro.
E poi chi piangerà questa ragazza, a parte la madre?
Noi donne siamo isole nell’oceano umano. Non ci curiamo se molte nostre simili nel mondo sono schiave, ancora, nel 2000 e oltre.
Volevo studiare per diventare medico. Ero più matura, non amavo più Marco per questo, ero cresciuta.
Lui era rimasto il bambinone che ottiene sempre tutto. Io volevo dedicarmi al mio prossimo perché tramite la fede ho scoperto di non essere del tutto inservibile.
La mia morte ha spazzato via la vigliaccheria e l’indifferenza degli esseri umani; nel punto esatto dove è stato ritrovato il mio corpo bruciato sono arrivati fiori, messaggi scritti, candele accese, immagini sacre, e un po’ di rimorso.
Forse si poteva evitare questa vergogna. Qualcuno, non tutti, almeno un passante, poteva fermarsi, poteva avvertire la polizia che stava succedendo qualcosa di strano, qualcosa forse di turpe. Ma la gente è andata avanti, come sempre, come se fossimo telecomandati, dei robot che vivono con meccanismi automatici, dei burattini manovrati dalle nostre preoccupazioni.
Ci accaniamo su cose che non meritano una vita. Chi c’era lì a quell’ora, in quell’istante esatto mentre Marco mi dava alle fiamme? Chi si è voltato dall’altra parte per non essere testimone di un delitto atroce? In Cielo lo sanno, c’era quel ragazzo col cappellino che doveva consegnare un pacco ed era in ritardo con la consegna. C’erano anche due donne che parlavano, parlavano di vestiti che sono troppo vecchi, del guardaroba da rinnovare, dei soldi che non bastano mai, dei mariti, della spesa, dei bambini che chiedono tutto e vogliono essere accontentati.
C’era pure un ciclista intento a battere il suo personale record, c’era una signora che era appena stata dal parrucchiere di lusso, intenta a parlare al telefonino, in comunicazione con il mondo, con la crema di questo mondo. C’era una coppia di giovani innamorati. Lui le baciava le dita mentre a pochi passi io esalavo l’ultimo respiro come una vittima dell’Olocausto, buttata ai bordi di una polverosa arteria stradale come scempio nello scempio e monito per tutti: non crediamo neanche se vediamo.
E ora è arrivato il momento di parlare dell’artefice di questo ordinario fatto di cronaca. Marco è tornato a casa dopo aver eseguito il suo lavoro metodicamente, come sempre. La polizia lo attendeva con un mandato di arresto, lui l’indiziato principale. Sono stati letti gli ultimi messaggi che ci siamo scambiati.
In uno io dicevo: “Perché Marco vuoi uccidermi?”. Marco messo alle strette ha subito confessato, ha raccontato per filo e per segno come si sono svolti i fatti.
Non ha trascurato il benché minimo particolare, non spera nella grazia, ma non sembra preoccuparsene. Il vero martello sul chiodo ero io. Ero io la sua ossessione, ed ora che si è liberato di me è pronto a rifarsi una vita, sia pure dietro le sbarre.
Sono passati due anni dall’uccisione di Paula Gettoni, l’ex fidanzato Marco Procelli si dichiara sempre colpevole, non vuole ostacolare la giustizia.
Da qualche mese viene a trovarlo, nelle ore di visita, una giovane donna che ammette di essere la sua nuova fidanzata.
I due si sono conosciuti tramite lettere scritte, e fotografie.
Marco vive da santo oramai da otto anni, non si è dimenticato di me, ma nella nostra lotta all’ultimo sangue io ho perso e lui ha vinto. Io non ci sono più, lui ha una nuova famiglia, pure un figlio, anche questo regalo per la sua buona condotta.
Ed ha vinto su tutti i fronti perché dopo il polverone che lo ha messo in una gabbia anche mediatica, la gente è tornata a provare la stessa emozione nei miei confronti, nei confronti di una vittima di femminicidio: indifferenza.
Povera ragazza, ma intanto la società ha decretato il mio oblio. Non c’è morte sociale per l’assassino.
E così eccomi a bere la rugiada dei petali sulla mia tomba. Un’altra donna, lo so, in questo stesso istante subisce violenza, è uccisa, stuprata, malmenata e vive con terrore le sue ore. Allora invoca Gesù e si rivolge all’altra che l’ha preceduta,e che adesso è nel Regno dei Cieli: “Lasciami il posto”. E l’altra – tra le altre – in sogno le dice: “Così sia”.

:: Carlo Pisacane. Lettere al fratello borbonico 1847- 1855, libro curato da Carmine Pinto, Ernesto Maria Pisacane, e Silvia Sonetti (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2017
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Carlo Pisacane fu l’eroe romantico per eccellenza. Dopo una lunga serie di peripezie tra l’Europa e l’Africa diventò un militante della rivoluzione risorgimentale, alla fine martire del nazionalismo italiano.
Suo fratello, Filippo Pisacane, fu un fedele sostenitore della dinastia borbonica, leale amico della famiglia del re. Scelse prima l’esilio a Roma, poi il ritiro in Francia.
Due concezioni dell’esistenza agli antipodi, due modi opposti di partecipare alla Storia dell’epoca, ma connessi da un filo robusto di affetto e rispetto.
Lo testimoniano queste lettere che la casa editrice Rubbettino ha avuto l’onore di pubblicare qualche anno fa.
Cosa rappresentò Carlo Pisacane per l’Italia?
Sappiamo che non ebbe ruoli di primo piano, fu intellettuale riconosciuto solo dopo la morte. La sua tragica fine, nell’impresa di Sapri, ne fece uno dei pilastri della costruzione mitica della nazione italiana.
La Spedizione fu, per molti aspetti, l’ultimo atto del 1848: ripropose il progetto radicale mazziniano, l’esaltazione dell’eroismo e del sacrificio spinto ai limiti del suicidio.
Pisacane era convinto di tentare il tutto per tutto: provocare la rivoluzione in Italia per ricominciare il 1848 spezzato da errori e tradimenti.
Era un militare, e un napoletano. Uomo d’azione da sempre, non era capace di resistere al richiamo della grande avventura e si legò di nuovo a Mazzini, con il sogno di tornare nella sua patria, per demolirla.
Queste lettere al fratello sono un piccolo frammento che getta luce su uno degli aspetti più controversi delle origini della nazione.
L’ultima lettera chiude il carteggio al 1855. La vita di Carlo si spense due anni più tardi nel tragico epilogo della Spedizione di Sapri.
Quella di Filippo, invece, proseguì fino alla fine, al servizio della causa dinastica.
Sul palcoscenico del melodramma dell’800 italiano, Carlo e Filippo, interpretarono due personaggi contrari e complementari.
Carlo fu eroe della nuova patria, la sua fu una vita densa di viaggi, esperienze, moti incessanti. Filippo rimase saldo, invece, nel circuito sociale e culturale napoletano fino alla fuga dalla sua patria divenuta straniera.
Entrambi, dunque, finirono vinti, spegnendo i propri giorni dopo aver vanamente inseguito un ideale.
Merita, a mio giudizio, di essere indagata la relazione che romanticamente unì Carlo ad Enrichetta di Lorenzo, moglie di un ricco commerciante, abbandonato assieme ai figli in nome del Vero Amore.
I due vissero per breve periodo insieme, ebbero una figlia, si separarono fisicamente varie volte, ma il loro legame andò oltre, oltre il destino, oltre la lontananza, oltre la morte. Nelle lettere si avverte la traccia di un sentimento imperituro, Carlo racconta al fratello la sua scelta di vita privata con Enrichetta.
Un esempio, il loro, di coppia che conosce il sacrificio perché non riesce sostenere il peso di una divisione.
Un esempio che oggi può sembrare antiquato, ma il vero amore non lo è mai.

Carmine Pinto, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, si occupa di Storia politica e di Storia militare.

Ernesto Maria Pisacane, medico, è impegnato nel riordino, lo studio e la pubblicazione dei documenti dell’archivio privato della sua famiglia.

Silvia Sonetti si occupa di Storia del Risorgimento e Storia dell’Ottocento presso l’Università di Salerno.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Pio La Torre. Ecco chi sei, di Filippo e Franco La Torre con Riccardo Ferrigato, (Edizioni San Paolo, 2017), a cura di Daniela Distefano

1 luglio 2017
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“La realtà non ha mai paura: se non la guardi, è perché sei tu ad averne”.

Chi era veramente Pio La Torre? Cosa ha rappresentato per il nostro Paese sempre deficitario di uomini veri?
Questo libro, la cui prefazione è stata affidata a Giuseppe Tornatore, cerca di fare chiarezza su un personaggio storico e venerabile.
Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica.
A 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe, di un uomo, di un padre che noi tutti abbiamo il dovere di ricordare.
La sua era una sagoma modellata sull’antimafia, ma Pio La Torre aveva anche altre manie, se così vogliamo chiamarle.
Una su tutte: la difesa dei più poveri.
Voleva uno Stato giusto, che non schiaccia i deboli e che non è debole coi forti, una società senza sfruttamento.
Se fosse nato in una città della Pianura Padana, La Torre sarebbe stato il peggior nemico degli industriali senza scrupoli; è diventato, invece, il peggior nemico della mafia e di chi se ne serviva.
L’ha combattuta perché era l’antitesi della sua fede nell’uomo.
Aveva ambizioni concrete e di enorme portata, una riforma agraria, per esempio.
L’obiettivo ossessivo era togliere la “roba” ai mafiosi perché la galera a volte era inutile: pure da dietro le sbarre si può rimanere potenti.
Qual era il suo slogan, il suo motto ancestrale?
Tutto può cambiare”, non è vero che “non cambia nulla”.
Lo Stato, le istituzioni hanno lasciato solo Pio La Torre.
Anche Berlinguer lo disse ad alcuni compagni: “Solo adesso capisco…”, ma era tardi.
Se si fosse compreso il peso gigantesco che Pio La Torre portava sulle sue spalle, forse la mafia non avrebbe trionfato in modo così eclatante.
E’ stata una perdita per tutti, e tutti hanno contribuito a procurarla.
La retrocessione economica di questi anni, gli sbalzi sociali, la sfiducia sono l’effetto di un crollo umano: abbiamo perso coscienza della Verità.
Forse possiamo tentare di rimuoverla, ma presto o tardi dobbiamo fare i conti con il nostro passato di gente che manda a morire i fiori, per sopravvivere da soli nel deserto.

Filippo La Torre (1950) è docente di Chirurgia Generale presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università La Sapenza di Roma.

Franco La Torre (1956) è esperto in cooperazione internazionale. E’ autore di “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo, 2015).

Riccardo Ferrigato (1986) è autore di diversi documentari per Rai Storia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa Edizioni San Paolo.

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:: La corriera stravagante, John Steinbeck, (Bompiani, 2016), a cura di Daniela Distefano

21 giugno 2017
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Pubblicato per la prima volta nel 1947, il romanzo di John Steinbeck
“La corriera stravagante” è un autentico monumento alla rocambolesca bizzarria della vita. Un’opera d’arte che si legge con il palato del buongustaio letterario.
La storia narrata ha inizio da una stazione di servizio a cui erano annessi anche un ristorante e un servizio autobus, tutti gestiti da
Juan Chicoy e da sua moglie Alice.
In una giornata offuscata dal maltempo un gruppo male assortito di personaggi decide di partire a bordo della corriera Sweetheart – il cui autista è sempre Juan Chicoy – per raggiungere la località immaginaria di San Juan de la Cruz sulla costa californiana del Pacifico.
In viaggio verso una meta evanescente come una Chimera, ci sono:
Kit “Fignolo” Carson, il garzone che aiuta Juan come meccanico nell’officina, con la sua brutta acne, e la sua passione per le torte;
Ernest Horton, un reduce di guerra, rappresentante di commercio con una grossa valigia piena di oggetti strani e strampalati;
Elliot Pritchard, tipico businessman americano, cauto, calcolatore, ipocrita e attento alle apparenze;
Bernice Pritchard, sua moglie, donna graziosa con continui mal di testa forse provocati ad arte per contrariare i colpi dei più cari;
Mildred Pritchard, irrequieta figlia dei Pritchard (avrà una breve fuga d’amore con Juan e imparerà a volare con il proprio istinto);
Norma, la cameriera del ristorante, aspetto insignificante, innamorata di un divo di Hollywood (lascia il suo lavoro e sulla corriera conosce Camille Oaks vistosa ragazza “avventuriera”);
Van Brunt, un vecchio insopportabile attratto da tutto il genere femminile.
Una sfilza di figure rifinite nei minimi particolari. In una giornata che doveva scorrere veloce come l’età terrestre, questa gente rimane bloccata in mezzo al verde ed è allora che il velo delle convenzioni umane viene strappato lasciando ogni personaggio in balìa dei sensi più animaleschi, il peggio dell’animo, la scorza che gettata fa rimanere l’essere nudo e indifeso.

Bernice Pritchard, per quanto dichiarasse di non essere superstiziosa, dava una grande importanza ai segni premonitori.
Il fatto che l’autobus si fosse guastato all’inizio del viaggio la spaventava, perché le pareva di vederci il pronostico di una serie di guai, che avrebbero finito col rovinare tutto il viaggio.

Mentre Juan e i suoi passeggeri sono sulla corriera e non sanno ancora che ci rimarranno per un bel po’, Alice è rimasta da sola nella stazione di servizio. Ha chiuso tutto e si gode la solitudine ritrovata ubriacandosi e cacciando una mosca molesta. Lei crede che Juan non la ami più:

Per Alice, esistevano veramente solo le cose e le persone suscettibili di aggiungere o togliere qualcosa alla sua vita immediata.
E ora mentre giaceva in abbandono, calda e tranquilla, la sua mente riprese a lavorare, e con il pensiero le tornò il terrore.
Ripassò tutta la scena. Il terrore nasceva dalla dolcezza stessa di Juan: avrebbe dovuto picchiarla, ma non l’aveva fatto, e la sua mancanza era ragione d’angustia.
Forse non gli importava più nulla di lei, e l’esperienza le aveva insegnato che la gentilezza indifferente di un uomo verso una donna è il primo sintomo della sua intenzione di piantarla.

La corriera stravagante” è un libro perfetto, riuscito, impeccabile come tutti i capolavori. E’ per via di una leggerezza che solo il lavorio dell’autore sulla scrittura è stato in grado di assicurare. Un romanzo pensato per divertire e godibile come una bibita refrigerante. Ma c’è una penetrazione psicologica nel descrivere gli attori di questo racconto che non ci permette di trasformare la leggerezza in superficialità.
Tutto è meditato. Tutto è calibrato, e Juan che voleva cambiare vita, andare in Messico, lasciare Alice, abbandonare in mezzo al nulla i suoi passeggeri della corriera impantanata, farà una scelta non dettata dal dovere, ma dalla sorpresa di un flirt durato un istante abbondante.

John Steinbeck (1902- 1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale.
Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”.
Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: La schiavitù raccontata a mia figlia, Christiane Taubira, (Baldini&Castoldi, 2017), a cura di Daniela Distefano

14 giugno 2017
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Se ti dico “Terra della libertà”, a che Paese pensi?
Agli Stati Uniti, naturalmente.
Ma è in questa Terra di libertà che la schiavitù figurava tra le leggi dello Stato della Virginia ancora nel 1980.
Coincidenza: questo è stato l’anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato facente parte dell’ONU ad abolire la schiavitù.
Nei testi giuridici, non ancora nei fatti!

Un dialogo fra madre e figlia fa da sottofondo a questo opuscolo dal titolo eloquente: “La Schiavitù raccontata a mia figlia” (Baldini&Castoldi) di Christiane Taubira.
Ma cos’è la schiavitù oggi e cos’è stata nel passato?
E’ in corso una riflessione nel tentativo di definire il contenuto del crimine contro l’umanità.
“Non sono né il numero delle vittime né l’intensità della loro sofferenza, ma la negazione della parte eterna dell’uomo che è in ciascuno”, a costituire un crimine contro l’umanità.
Lo stato di guerra non è dunque l’unico contesto nel quale possa essere perpetrato.
E non c’è un concetto più pertinente per racchiudere la totalità di quello che furono la tratta e la schiavitù, cioè il primo sistema economico e la prima organizzazione sociale gerarchizzata le cui fondamenta sono la deportazione in massa della popolazione e l’omicidio legalizzato.
Come si è sviluppata la schiavitù nella Storia?
Napoleone Bonaparte, imperatore di Francia, ripristinò l’asservimento nelle colonie francesi per soddisfare le rivendicazioni dei proprietari delle piantagioni.

Quando vi parlano di Luigi XIV, il Re Sole, a Versailles, vi devono anche insegnare che promulgò il Codice nero, che dichiarava gli schiavi “beni mobili”
e autorizzava i padroni a infliggere loro sevizie corporali…

I numeri sono da vergogna.
Numero totale dei deportati nelle rotte dall’Africa all’America: fra i 15 e i 30 milioni.
La schiavitù è durata in Europa per oltre quattro secoli, in Francia due.
C’è poco altro da aggiungere, la deportazione degli ebrei è il nostro grado zero del genere umano, ma almeno ne abbiamo consapevolezza.
Il sistematico oltraggio alla popolazione di colore valica ogni nostro pentimento.
Siamo mostri se non amiamo come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo.

La pace non è né l’equilibrio del terrore, né la supremazia dei più forti.
La pace è questa fragile costruzione comune, ricucita senza sosta sulle ingiustizie e le disuguaglianze che ci ostiniamo a combattere.

Una conversazione, questa, che vuole essere propulsiva e stimolante.
Azzeriamo il debito dei Paesi del Terzo mondo,
non per scolparci, ma per riprendere il filo dell’umiltà, la corda alla quale ci aggrappiamo per non cadere nel vuoto.
Le future generazioni hanno bisogno di una ragione per crescere senza rimorsi oltraggiosi, senza quei massi che la nostra coscienza ci tramanda a volte automaticamente, meccanicamente, involontariamente.

Christiane Taubira (1952) – guardasigilli di Francia dal 2012 fino alle dimissioni del gennaio 2016 – è uno dei più autorevoli e influenti esponenti della gauche francese.
Impegnata in politica, in difesa dei diritti umani e delle libertà civili sin da giovanissima, è stata protagonista delle battaglie per il matrimonio per le coppie omosessuali e per la riforma della giustizia penale.

Source: libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Mario Vanni dell’Ufficio stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: “Il cinese a fumetti”, Stefano Misesti, (NPE, 2017), a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2017
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Negli ultimi tempi è aumentato rapidamente il numero della popolazione cinese in Italia: sono mezzo milione di persone oramai.
Si è imposta di conseguenza la necessità di inalare la cultura ultramillenaria di questo popolo che ci vive intorno.
Da dove cominciare allora? Dalla lingua, naturalmente.
Fatta eccezione per una non scontata somiglianza della sintassi, siamo anni luce distanti dalla scrittura cinese e muovere i primi passi nell’apprendere questa lingua così magnetica può costituire uno sforzo immane per le nostre capacità.
Ci viene incontro questo opuscolo edito da NPE, “Il cinese a fumetti” di Stefano Misesti il quale afferma:
Questo libro è una raccolta di appunti sulla lingua cinese che ho condiviso in questi anni sul mio blog”.
La prima parola importante? “Persona” che ha il carattere simile al bastone da rabdomante e si pronuncia “Rén”.
Quando si incontra qualcuno si dice: Tu bene, cioè “Nì Hao” che equivale al nostro “Ciao”, “Salve”.
Andando avanti con le pagine, ricche di vignette divertenti e utili, c’è spazio per piccole storie che come fiabe incantano e come pensieri alleggeriscono il peso dell’apprendimento:

L’inventore dei caratteri cinesi quando era piccolo disse: “da grande farò il disegnatore dei cerchi”. Ma per quanto si sforzasse i cerchi gli venivano male. Era diventato lo zimbello del 93% della popolazione. Così crebbe con un profondo odio verso questa forma geometrica. “Non disegnerò mai più cerchi in vita mia”. Il problema sorse quando dovette inventare il carattere del Sole.
Decise di farlo quadrato. Ma qualcuno gli fece notare che aveva già disegnato il carattere “bocca” allo stesso modo. Con un gesto di rabbia tracciò una linea per cancellarlo. Ma questo carattere piacque. Sole si dice:”Rì”. E viene anche usato nelle date per indicare il giorno.

Un amorevole modo di imparare il cinese sorridendo e gustando immagini davvero “acchiappanti”, studiate per far fiaccare il meno possibile il nostro cervello, destinate a togliere un po’ il velo dietro cui si celano occhi a mandorla che amano la nostra civiltà ma non cessano di osservare i comandamenti della propria storia, cultura, tradizione.

Parliamo un po’ della scarsa fantasia dell’inventore dei caratteri cinesi. Soprattutto per quanto riguarda la frutta. Nel suo mondo ideale tutti i frutti dovevano avere un suono simile.
La pera è “Li’ Zi”; la prugna “Li Zi”;la castagna “Lì Zi”.
Mi accusano di scarsa fantasia? Allora i Lychees li chiamiamo “Lì Zhi”.
E’ un po’ come chiamare la banana “banàna”; l’arancia “bànana”; i fichi “bananà”; il mandarino “panana”.
La gente criticò molto l’inventore dei caratteri cinesi per questo metodo. “Ti critichiamo. Non ti stimiamo più”.
Allora cambio sistema. Per esempio la mela non la chiamerò più “Li’ Zhi” ma “Ping Guò” che è come chiamano anche la nota ditta dell’I Pad.

Stefano Misesti è illustratore, autore di fumetti e pittore. Nato a Como nel 1966, da più di dieci anni vive e lavora un po’ in Italia e un po’ a Taipei (Taiwan). Ha illustrato numerosi libri per ragazzi, fumetti per riviste di costume, economia, design e ha esposto i suoi lavori in diverse mostre personali e collettive.
Attualmente collabora con “Avvenire” e con “Fumettologia.it”
misesti.blogspot.com

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Angelo Zabaglio della “NPE Editore”.

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