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:: L’internazionalizzazione dell’Economia italiana. Nuove prospettive, nuove politiche?, curato da Beniamino Quintieri (Rubbettino 2016) a cura di Daniela Distefano

15 maggio 2018

2Questo volume, organizzato dalla fondazione Masi, si pone l’obiettivo di fornire a studiosi e policy-makers un quadro, il più possibile esaustivo, sui principali cambiamenti in atto nell’economia mondiale e sulle conseguenti implicazioni per le politiche commerciali”.

Lo scopo di questo testo analitico è prestare particolare attenzione alla posizione italiana nel contesto globale in continuo mutamento. Occorre approfondire il ruolo delle imprese commerciali esportatrici quale importante componente della competitività dell’Italia sui mercati internazionali ed in prospettiva la capacità esportativa del sistema produttivo nazionale. Esistono, per gli esperti nel campo, ampi margini di miglioramento. Si sviluppano nuovi mercati per le nostre imprese. La Cina si avvia a diventare la più grande economia mondiale e il ribilanciamento in atto in quel Paese è destinato ad avere un impatto rilevante sul mondo. Ma in quale misura l’Italia potrà beneficiarne? Il libro approfondisce anche tecnicamente questi interrogativi e punta a sviscerare tematiche nuove e all’avanguardia: il ruolo dell’e-commerce, per esempio, come strumento prevalente di vendita sui mercati esteri. Alcuni case studies hanno infatti segnalato che il ricorso a vendite dirette on line ha rappresentato uno dei principali fattori di crescita delle vendite/sopravvivenza per le imprese manifatturiere italiane nell’attuale fase di scarsa dinamicità della domanda interna e forte incertezza sui mercati internazionali. E per quanto riguarda il contesto internzionale della nostra politica economica? I nostri più importanti partner commerciali sono i Paesi membri dell’Unione Europea, che coprono il 55% delle esportazioni e il 57% delle importazioni italiane, seguiti dai Paesi asiatici, e dal Nord America. Le barriere commerciali rimangono ancora consistenti e assumono un ruolo significativo nelle decisioni tanto delle imprese che dei policy maker. Va però segnalato che lo scenario è ondulatorio per via del fenomeno migratorio. L’abbattimento degli steccati tra Est e Ovest, soprattutto in Europa, e l’abbassamento dei costi di trasporto, non solo per le merci, ma anche per le persone, sono tra i fattori responsabili di questa nuova globalizzazione per il movimento delle popolazioni. Gli esperti di mercato del lavoro si occupano da molti decenni di capire se tra i lavoratori nativi e migranti esiste complementarietà o sostituibilità. Quel che appare certo è che l’ingresso dei migranti significa non solo aumento di risorse per l’economia, ma anche aumento della varietà di queste risorse in termini di abilità produttive, di capitale umano e di capitale relazionale. Insomma il nostro Paese si muove come un elefante nella casa di vetro di barriere e non barriere economiche. A determinare la capacità di una Nazione di generare, trattenere e attrarre investimenti dall’estero concorrono molteplici fattori: ciclici, quali la dinamica della domanda interna, strutturali, come la dimensione di mercato, la specializzazione in determinati settori o la disponibilità di materie prime, fiscali, quali l’incidenza della tassazione sui profitti o sul lavoro, politici come – soprattutto nelle economie emergenti – la stabilità sociale e del governo, e infine la qualità delle istituzioni. Infine, negli ultimi venticinque anni si sono materializzati ineludibili cambiamenti: dalla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla costante riduzione dei muri commerciali e dei costi di trasporto. Il risultato è una nuova divisione del lavoro in cui la produzione dei prodotti finali è frammentata in catene globali del valore (GVC). In base a questo nuovo paradigma produttivo, il processo di produzione di un dato bene può essere suddiviso in compiti assegnati a diverse unità produttive localizzate in altri Paesi di tutto il mondo. Argomenti vivi, attuali, calamitanti, stimolanti di spunti e riflessioni. Il volume fotografa la nostra realtà economica, lo fa con molta prudenza e geometria linguistica. Utile non solo per addetti ai lavori, ma per quanti cercano di capire con il filtro dei ragionamenti perché non c’è da bearsi, anche se l’evoluzione umana mai è stata tanto accelarata e progredita come adesso.

Beniamino Quintieri è Professore ordinario di economia internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata; Presidente della Fondazione Manlio Masi – Osservatorio Nazionale per l’Internazionalizzazione e gli Scambi. In passato è stato Presidente dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, Commissario Generale del Governo per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010, Direttore del CEIS di Tor vergata. E’ autore di numerose pubblicazioni su tematiche relative all’economia internazionale, finanza pubblica, economia del lavoro e macroeconomia. Il 2 giugno 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la massima Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: La lunga vallata di John Steinbeck – curato da Luigi Sampietro (Bompiani 2017) a cura di Daniela Distefano

19 aprile 2018
STEINBECK - LA LUNGA VALLATA

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I crisantemi, La quaglia bianca, La fuga, Il serpente, La colazione, L’assalto, Il finimento, Il vigilante, Johnny Orso, L’omicidio, Santa Katy vergine, Il pony rosso: sono i titoli che compongono “La lunga vallata”, una raccolta di racconti apparsi separatamente in varie riviste negli anni Trenta e messa insieme da John Steinbeck su consiglio dell’amico Pascal Covici, dopo il grande successo di “Pian della Tortilla” (1935). Il volume fu pubblicato da Viking nel 1938 e divenne subito un bestseller. Steinbeck era un poeta dell’ordinario – di ciò che in inglese va sotto il nome di “basic grit and grime”, ovvero: “della polvere e della sporcizia di tutti i giorni” – a cui mal si adattano, se non altro per una questione di stile, le speculazioni astratte. In questi racconti si avverte però uno studio, una ricerca sul comportamento degli uomini in gruppo, ovvero di quell’istinto segreto che li guida quando vengono a trovarsi in uno stato di necessità. Spunti e varianti che torneranno spesso nella narrativa dello scrittore, come il perseguimento patologico di una impossibile perfezione, tema dominante di “La quaglia bianca” e di “Il finimento”; mentre “La fuga”, “L’assalto” e “Il pony rosso” sono costruiti sul motivo comune del rito di passaggio dei tre giovani protagonisti dallo stato di innocenza a quello di coscienza. Ed è su quest’ultimo racconto che oso soffermarmi. Si tratta di un racconto di formazione, una storia solida nella sua delicatezza. Un ragazzo riceve in dono dal padre un pony perché lo aiuti a crescere, cioè perché il bambino cresca allevando il suo piccolo cavallo. Jody si sente investito di una enorme responsabilità, e si sente fiero e orgoglioso nel riporre la sua fiducia in un mondo degli adulti ancora intoccabile. Scoprirà che anche i grandi, anche suo padre, anche Billy Buck (l’aiutante della fattoria), sono esseri senza arbitrio: non possono decidere sul destino di un animale, figurarsi su quello di un uomo. Siamo esseri deboli, impotenti, che però vivacchiano nell’altruismo e nella bontà, quando c’è, quando non è sprecata. Una storia scritta con acume, con particolarità di dettagli, di risvolti psicologici, con maestria e perizia. No, Steinbeck odiava la fuffa delle immaterialità, ma quanto idealismo in certe descrizioni vivide, in certi accorgimenti che la mente coglie come ciligie nel giardino della fantasia. Questo ragazzino – che si diverte a tirare sassi ai nidi delle rondini sotto le gronde; che si annoia nella ronzante calura di un pomeriggio d’estate; che gira attorno al ranch di famiglia , distrattamente, in cerca di qualcosa da fare – diventa adulto scoprendo la piccolezza del mondo maturo. E’ un frutto che già pesa, che va colto. Per lui l’estate agreste dell’infanzia è già finita , e

L’inverno arrivò di colpo. Cominciò con qualche raffica, e poi giù, una pioggia dirotta e inesauribile. Le colline persero il loro color paglia e annerirono sotto l’acqua, e i torrenti invernali cominciarono a scendere fragorosamente giù per i canyon. I funghi e le vesce apparirono sul terreno e, prima di Natale, si vide spuntar l’erba novella”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta.” Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lo scavo nel cuore di Daniela Distefano

6 aprile 2018

FOTO - Lo scavo nel cuore

Sul terreno denudato, dopo la pioggia copiosa dei giorni scorsi, è spuntato un piccolo, impalpabile, fiorellino. Lo guardo come perla di un tesoro custodito sotto il suolo fecondo. E’ bella stagione, quasi estate, e i lucciconi del cielo sono spettri innocui e passeggeri. Colgo questa primizia della terra, poi mi dedico alla parte più ardua del mio lavoro, fare luce sul mondo del passato, scavare e svelare la storia dell’uomo, sì, sono archeologa. “ L’archeologia è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L’attività dell’archeologo si avvale anche di metodi matematico – statistici”. E’ proprio quello che faccio ogni giorno, con passione, amore, temerarietà. Avevo sedici anni quando rimasi folgorata dalla visione del “Vaso François”, cioè un cratere, un vaso aperto che veniva usato per il vino, così denominato dal nome dello scopritore, Alessandro François. A realizzarlo intorno al 470 a.C. Kleitìas ed Ergòtimos i quali hanno occupato la fascia principale del vaso con la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco: le nozze di Teti con Pèleo, i futuri genitori di Achille. Io che mi sono tenuta sempre alla larga da matrimoni e da altri nodi gordiani, adoro questa coppia nuziale dipinta con maestria leggendaria. Ma c’è voluto del tempo, studio, sudore per riportare alla luce questo antico splendore (rinvenuto tra l’altro in frammenti e ricostruito con amorevole pazienza). Merito non mio, naturalmente, eppure chi ne ha effettuato la scoperta nel 1845 ha tracciato una via che noi archeologi del Ventunesimo Secolo seguiamo quasi fossimo seguaci di una setta, maniaci della precisione da chirurgo, investigatori del mondo sotterraneo. Oggi non si lavora, il terreno è fanghiglia, metto il fiore tra i capelli e corro da mia figlia che mi aspetta dietro il cancello della scuola. Siamo in due, siamo una famiglia ristretta: il mio ex compagno vive in Canada. Un padre presente a suo modo, ma non è colpa sua se ci siamo detti addio, un giorno di tre anni fa. Sono io che voglio la libertà, ogni legame mi sta stretto. Il mio sogno era l’archeologia, per caso è arrivata Carlotta, però non ho mai dimenticato la mia vocazione di talpa. Forse non sono mai stata davvero innamorata. Forse da piccola credevo nei baci eterni. Adesso ho altre responsabilità, adesso mi concentro su quello che ho intorno, un po’ meno su quello che porto dentro la mia anima, il mio cuore, la mia sensibilità. Posteggio e scendo dall’auto, mia figlia mi viene incontro, mi abbraccia, e poi mi dice qualcosa all’orecchio. Vuole che inviti il suo compagnetto Paolo a casa nostra un pomeriggio per fare i compiti di scuola e dopo giocare un po’. Dico che per me va benissimo, allora Carlotta mi porta verso l’altra entrata dell’istituto scolastico. Ad attenderci, un bambino che corrisponde alla descrizione di Paolo, e il suo papà. Mi avvicino, un po’ imbarazzata, li saluto sbrigativamente, poi guardo il padre di Paolo e lui mi fissa con eguale stupore – Giulia! Ed io – Stefano! Che bella sorpresa , non ci vediamo da un’eternità!
Puoi dirlo forte!
Sei sempre lo stesso, ed hai un bambino che ti somiglia tantissimo.
Tu sei invece diversa dai tempi del liceo, ma è un complimento, nel senso che ..
Lo vedo che si arrampica sugli specchi, si vede proprio che non si aspettava di vedere un fantasma del suo passato e forse non ha avuto il coraggio di dirmi che, all’epoca in cui ci frequentavamo come amici, ero una ranocchia con gli occhiali, tutta presa dai libri, dalle tesine, dalle fotocopie per l’ennesimo compito in classe.
Lui, invece, era il “rimorchiatore” del liceo. Gli andavano dietro tutte le ragazze della mia classe. Ma solo una aveva avuto la fortuna di accalappiarlo: Verdiana, la mia migliore amica.
Appena le racconto che ho incontrato il suo ex fidanzatino di gioventù, mi sommerge di domande. Com’è adesso? E’ sposato o divorziato? Ti ha parlato di me?
Al telefono non si vede, ma ho la faccia a mongolfiera. Non so che dire, Verdiana è fatta così, è curiosa di tutto e di tutti, le dico che devo preparare la cena a Carlotta, metto via lo smartphone con in testa un esercito di nuvole minacciose. La mia più cara amica è tale perché è da sempre l’opposto di come sono io, piuttosto schiva e non proprio socievole. Anche adesso che ho raggiunto una maturità serena, ogni tanto lancio lapilli di stizza, fuggo dalla grossolanità di certe situazione equivoche. E’ il mio scudo di ferro, ho imparato così a usare il mio cervello come arma per non far pensare alla mia bellezza nascosta. Verdiana, più esuberante, più appariscente di me, è rimasta quasi la stessa fisicamente. Io sono sempre parca di atteggiamenti sgargianti, ma rispetto al passato curo di più il mio aspetto, un tempo trasandato e incolore.
Ho schiarito i miei capelli, li porto adesso a metà lunghezza, ho scurito le palpebre con un tocco di eyeliner che ridisegna i contorni degli occhi di un nocciola ordinario. Porto spesso gli stivali, deformazione professionale anche quando indosso abiti a fiori che rendono più morbido il mio corpo non troppo in carne.
Mi guardo spesso allo specchio e sorrido se vedo una rughetta che avanza furbescamente. Sono all’apice della mia femminilità, tra qualche anno, tra qualche mese, comincerà la fase di “irrugazione” , come la chiamo io.
Ma non m’importa più di tanto, ho la fortuna di amare la vita per quello che mi ha dato senza troppi sacrifici.
Carlotta sta bene, cresce sana, la osservo e ogni volta è una meraviglia sapere che si sente amata.
Darei la vita per lei, e lei così gracile, così acerba, lo sa, lo sa già.
E’ sera, la metto a letto, le racconto una piccola storia che ho inventato mentre mentalmente organizzavo il lavoro che mi attende domani. E finalmente mi dedico alle incombenze domestiche.
Poi, sul tavolo osservo la “lekythos” che ho trovato nel corso di uno scavo di qualche settimana fa.
E’ un vaso dal corpo allungato, con un’unica ansa e ampio orlo svasato, bellissimo e ancora in condizioni ragguardevoli.
Mi sento però un po’ stanca per sviscerane le caratteristiche tecniche. Mi sciolgo dentro una vasca da bagno profumata di sali agrumati. La primavera mi provoca da sempre sonnolenza, finisco quasi addormentata dentro l’acqua che deterge il mio animo.
Non penso a nulla, sono totalmente in preda dell’atarassia. Lo so, non è un bene. Verdiana ed io litighiamo poco, ma su questo mio guscio che non riesce a spaccarsi lei proprio non si rassegna. Mi dice che devo sbloccarmi, organizza cene al buio per farmi conoscere uomini che finisco col cestinare al primo appuntamento. No, non credo che sia in fondo una tragedia se una donna vuol vivere la propria vita senza un uomo accanto, però il cruccio è un altro. E se esistesse invece questa persona? Se davvero esistesse la mia anima gemella?
Non credo al principe azzurro, e non mi faccio film delle storie che ho avuto. Eppure qualcosa lo sento, un fruscio di foglie sotto le piante dei piedi, un passo veloce, poi un’orma, infine una voce, bisbigliata, udita dietro una porta chiusa.
Io credo in Dio, ma forse non credo nel genere umano. L’amore del Signore è più grande di quello che noi esseri monchi possiamo provare l’uno per l’altro. Per questo Gesù diceva: “amate il vostro prossimo”, sapeva qual era il nostro tallone d’Achille. Ci scegliamo il partner in base ad alcuni requisiti che deve possedere. Poi li compariamo con i nostri desideri, siamo come delle “troniste” che cercano il compagno, il marito, il fidanzato, su un ipotetico catalogo. Sì, credo di non aver mai amato veramente. Altrimenti non farei certe dichiarazioni.
Passano le settimane come secondi spediti, rimuovo delicatamente le incrostazioni di un “oinochoe” a figure rosse della metà del V secolo a. C., praticamente dell’epoca alla quale risale il mio ultimo bacio ad un uomo.
Sorrido e mia figlia, che fa i compiti sul tavolo dove sono distesi i ferri del mio mestiere, mi chiede se sono felice. E poi mi chiede cos’è la felicità. Non sorrido più.
La felicità, la felicità, pensa a fare la matematica perché se la maestra dice che non sei brava vedrai quanto sarai felice! L’abbraccio, le do una cascata di baci, lei mi dice: Mamma, mamma, ti voglio bene. Come se premesse il bottone degli occhi, vengono giù lacrime a catinelle.
La prossima settimana è il suo compleanno e vorrei regalargli il mondo, ma lei vuole solo la torta al cioccolato e gli amichetti per festeggiare l’evento.
Non sono brava a organizzare feste di compleanno, non cucino mai niente di raffinato, non so fare i dolci. Quindi corro ai ripari e prenoto una torta prelibata nella pasticceria più grande della città. Il sole rende l’aria una serra riscaldata.
Allora dici che verrà?
Non lo so, ci sarà suo figlio alla festa per Carlotta, probabile che sia lui ad accompagnarlo, o forse la sua ex moglie.
Dici che potrei passare anch’io quel giorno come se mi trovassi nei paraggi?
Verdiana non è una donna sprovveduta, e quando vuole una cosa, tac! L’ottiene con pochi mezzi.
Le dico di fare quello che più crede opportuno.
Per lei ho raccolto alcune informazioni private sul padre di Paolo nonché suo ex fidanzato.
Vive da solo, è divorziato da un anno, lavora come dirigente comunale, il suo numero di targa è.. Scherzo. Quello mi rifiuto di fornirlo alla mia cara amica.
Sembriamo adolescenti senza alcun freno, ci telefoniamo per dirci cose del tipo: “Cosa ti metti addosso per la festa?”
Verdiana vuol essere fatale per il ritorno sulla scena del suo ex amore, io la assecondo, non voglio sfigurare il giorno della festa di mia figlia. Ed è arrivata la data fatidica.
Le candeline su cui soffiare non sono mancate, Verdiana però è rimasta delusa. Paolo non era accompagnato da suo padre Stefano, ma dalla baby sitter.
Ho riso di gusto nel vederle il trucco colargli dal mento dopo averle dato questa notizia crudele. Ci siamo tuffate allora nei ricordi e sui dolci che affollavano la tavola della mia cucina.
La mattina successiva, catalogo i reperti archeologici
che il mio team ha rinvenuto nel corso di un recente scavo.
Mentre svolgo quest’operazione di routine, mi arriva un messaggio sullo smartphone.
Non posso non pensare a Verdiana e alla sua dannata fortuna: Paolo ieri ha dimenticato il cellulare che porta sempre con sé (i bambini delle nuove generazioni hanno più appendici tecnologiche degli adulti).
Vado alla ricerca del telefonino di Paolo e lo trovo su un cuscino del divano. Poi mi metto d’accordo con Stefano per restiturglielo.
A questo punto, mi pare logico passare la palla alla mia amica che tanto scalpita per rivedere gli occhi del suo primo spasimante.
Provo a contattarla, ma la linea è contrastata. Alla fine risponde, ha la voce afflitta, il marito che l’ha tradita e se n’ è andato via di casa, è pentito e vorrebbe ritornare da lei.
Verdiana piange perché dopotutto è felice, lo ama ancora. Riaggancio ed esco, il sole è alto, giugno si profila all’orizzonte con le sue promesse, niente scuola per Carlotta, vacanza estiva da programmare, tempo di passeggiate, di esplorazioni, di natura rivitalizzante, di pane che devo comprare mentre penso a queste circostanze cicliche della vita.
Addento un panino, la signora del panificio mi saluta con gli occhi, ogni giorno è per lei uguale, ma anche lei avverte che la bella età è come questa stagione, chi ce l’ha nel cuore non riesce a togliersela mai.
Ed eccomi davanti al centro sportivo dove Stefano mi ha chiesto di vederci per restituirgli il telefonino di suo figlio.
Camicia arrotolata, jeans scuri, occhiali da vista, capelli neri con qua e là finissimi fili color argento.
Non lo guardo troppo, mentre mi avvicino, anche lui è pervaso da un’atomosfera dolce e nello stesso tempo tesa.
Camminiamo un po’, ci fermiamo davanti al campetto di calcio, dei ragazzi si allenano tirando a turno contro la porta vuota.
E così adesso fai l’archeologa, il tuo sogno di sempre.
Sì, ho coronato due sogni in realtà. Uno che ho sempre desiderato, e Carlotta che è un sogno mai sperato.
Ci sediamo su di un blocco di pietra, uno accanto all’altra, come se ci fossimo sempre stati, come se fossimo sempre stati lì, insieme, a goderci una giornata di sole qualunque.
E tu hai realizzato i sogni di quando eri ragazzo?
Forse mi sono accorto che erano sogni stupidi, volevo andare via, volevo essere ricordato per la mia capacità di progettare un futuro immaginifico, adesso lavoro come dirigente.
Mi occupo di sospensioni dei lavori, abbattimenti, riduzioni in pristino, di concessioni edilizie, di gare, di appalti.
Di tutto quello che un tempo non immaginavo potesse riguardarmi.
Fa una breve pausa, poi mi chiede di vederci, di vederci ancora, come adesso, da soli. Mi stupisco di me stessa, non credevo che certe cose avvengono in modo così naturale se sono destinate, se ci si trova bene, se non c’è imbarazzo nel raccontarsi i successi e le sconfitte. Entrambi abbiamo sacrificato il concetto di coppia in nome di un ideale professionale, ma chissà, magari è capitato semplicemente perché non avevamo accanto la persona giusta.
Il mio ex compagno, la sua ex moglie, una tappa importante per le nostre vite, ma non definitiva.
E’ così che la pensi.
Già.
Ci alziamo, ridiamo e pensiamo a quando lui con i riccioli in testa era stato il boyfriend di Verdiana. Mi confida di averla vista passare un giorno sotto il suo ufficio – E’ sempre la stessa – mi dice. Poi però mi prende la testa con entrambe le mani.
Tu non ci crederai mai, lo so, ma come faccio a dirtelo?
Io ti amavo segretamente, ho sempre amato te, anche allora. Solo che mi vergognavo dei miei sentimenti, sembravo un citrullo che voleva conquistare la prima della classe.
Eri sempre sommersa dai libri, eri piena di ideali, di voglia di combattere senza però metterti in mostra. Ti odiavo per questa tua declinazione marziana.
Davvero mi prende in contropiede questa sua confessione, non posso stare in silenzio a vita, ma cosa dirgli? Che lo amavo anch’io? Era il ragazzo di Verdiana! Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto l’adolescenza in simbiosi; e poi perché adesso tira fuori questi sentimenti remoti?
Io sono un’altra oramai, e anche lui non è più lo stesso.
Siamo due conoscenti che per caso si ritrovano e si frequentano per pura socialità.
Devo andare, gli dico.
Lui non mi trattiene, abbassa la testa, alla fine mi insegue chiedendomi scusa per come si è comportato.
Ha messo in conto che è passato del tempo e che forse, anche se non sono impegnata sentimentalmente, non ho la benché minima intenzione di stare con qualcuno.
Lo so, è deluso, ed io sono sconvolta.
Ci salutiamo con lo sguardo rivolto altrove.
Entro dentro la mia auto, faccio per accenderla e questa comincia a brontolare. Riprovo, niente.
Sono costretta a richiamarlo mentre già si allontana dalla mia vita.
Stefano si gira, corre verso di me.
Ci abbracciamo. Mi bacia, mi dice ti amo,
io sono presa dai suoi raptus di baci, alla fine mi lascio andare.
Sei qui con me adesso, e insieme possiamo andare dovunque, mi dice.
Gi rispondo – sì, con la tua macchina però.
Ho raccontato la mia storia perché sono passati due anni e oggi io e Stefano li festeggiamo con Carlotta e con i piccoli gemelli nati sei mesi fa. Sono sempre archeologa e continuo il mio lavoro di scavo, anche interiore. Ho scoperto dentro di me un cuore cicolpico che batte forsennatamente. E’ l’amore che do e che ricevo, tutto il resto è vita. Vita vera.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Italia, Europa, economia e banche. Gli interventi alle Assemblee dell’Associazione Bancaria Italiana di Carlo Azeglio Ciampi (Laterza 2018) a cura di Daniela Distefano

4 aprile 2018
Ciampi

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In questo volume – a cura di Federico Pascucci, e con la Postfazione di Pier Carlo Padoan, Pierluigi Ciocca afferma una verità inconfutabile:

Carlo Azeglio Ciampi è stato un esempio di ‘uomo-istituzione’. Lo è stato in ogni incarico ricoperto: la Banca d’Italia, il Governo, il Ministero del Tesoro, la Presidenza della Repubblica”.

Con la sua cultura, il suo impegno, la sua personalità, egli ha militato nella Banca per 47 anni. La conosceva dall’interno come nessun Governatore prima e dopo di lui. Ciampi ne risollevò le sorti. Seppe mobilitare un personale di alto livello sul motivo dell’autonomia, proprio di una banca centrale. Ma questo illustre livornese è stato anche un economista conscio che, idealmente, l’adesione più vantaggiosa alla prospettiva della moneta unica in Europa avrebbe presupposto la “messa della casa in ordine” di un’economia italiana affetta da squilibri solo in parte avviati a superamento. In qualità di Primo Ministro poi stilò con i sindacati quello che sarà ricordato come l’”Accordo Ciampi”. Qual era il suo convincimento più accanito? Egli credeva da sempre nella politica dei redditi anti-inflazionistica. Da Governatore l’aveva più volte auspicata. Quella che chiamava “costituzione monetaria” doveva –infine – reggersi su tre gambe: rigore di bilancio; moneta stabile; salari regolati. Aveva fatto propria la lezione tecnica del suo collaboratore Ezio Tarantelli, per questo assassinato dai terroristi nel 1985. Ma il cruccio era sempre quello di ridurre l’inflazione: andava abbattuta. Da allora a oggi l’economia,invece, ha ristagnato. La produttività congiunta di lavoro e capitale è addirittura in diversi anni scemata. Ciampi, “riserva della Repubblica”, salì al Quirinale nel maggio del 1999.
L’ultimo suo gesto fu di non cedere alle diffuse, pressanti, sollecitazioni per un secondo settenato. Ecco cosa affermava qualche anno prima, nel giugno del 1996:

Il Tesoro continuerà nella realizzazione del programma di dismissioni con la stessa determinazione e coerenza adottate per l’INA. E’ già impegnato nella preparazione della privatizzazione delle grandi imprese di pubblica utilità: l’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) e la STET ( Società Finanziaria Telefonica). Il procedere verso le dismissioni deve essere accompagnato da un forte impulso alla liberalizzazione e a una nuova regolazione dei mercati. Bisogna allontanare il rischio di passare da un monopolio pubblico a un monopolio privato”.

Altri dilemmi ne infiammavano lo spirito: Il male più grave che affligge la nostra economia, la nostra società? L’elevata, persistente disoccupazione. La globalizzazione dei mercati e l’incessante innovazione tecnologica hanno infatti modificato la divisione internazionale del lavoro. La risposta deve essere molteplice, articolata. Occorre una nuova cultura bancaria. Se solo avessimo acceso il cervello su uno di questi suoi canali-guida importantissimi e profetici, oggi non piangeremmo davanti al piattino vuoto della nostra Economia. Già, il nostro futuro e quello delle prossime generazioni.

Carlo Azeglio Ciampi è nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Ha conseguito la laurea in lettere e il diploma della Scuola Normale di Pisa nel 1941, e la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Pisa nel 1946. In questo stesso anno è stato assunto alla Banca d’Italia, dove ha inizialmente prestato servizio presso alcune filiali, svolgendo attività amministrativa e di ispezione ad aziende di credito. Nel 1960 è stato chiamato all’Amministrazione centrale al Servizio Studi, di cui ha assunto la direzione nel luglio 1970. Segretario generale della Banca nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1978, nell’ottobre 1979 è stato nominato Governatore e Presidente dell’Ufficio Italiano dei Cambi, funzioni che ha assolto fino al 28 aprile 1993.
Dall’aprile 1993 al maggio 1994 è stato Presidente del Consiglio dei ministri. Durante la XIII legislatura è stato Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, nel governo Prodi (dall’aprile 1996 all’ottobre 1998) e nel governo D’Alema (dall’ottobre 1998 al maggio 1999).
Ha ricoperto numerosi incarichi internazionali, tra cui quelli di: Presidente del Comitato dei governatori della Comunità europea e del Fondo europeo di cooperazione monetaria (nel 1982 e nel 1987); Vice presidente della Banca dei regolamenti internazionali (dal 1994 al 1996); presidente del Gruppo Consultivo per la competitività in seno alla Commissione europea (dal 1995 al 1996); Presidente del comitato interinale del Fondo Monetario Internazionale (dall’ottobre 1998 al maggio 1999).
Il 13 maggio del 1999 è stato eletto, in prima votazione
decimo Presidente della Repubblica Italiana.
A maggio del 2006, al termine del suo mandato, quale Presidente Emerito della Repubblica Italiana, ha assunto la carica di Senatore di diritto a vita. Muore a Roma nel 2016.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Laterza”.

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:: L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire di Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami (e viceversa) (Gorilla Sapiens Edizioni 2016) a cura di Daniela Distefano

19 marzo 2018
Angelo Zabaglio

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Il giocattolaio matto, Oggetti smarriti, La coppia perfetta, Io sono superman, Crash, E’ quasi magia Johnny, Il perdente, Pigiami scandalosi, Pubblicità occulta, Il brodo Star, Dormiamoci sopra, La buona volontà, Il problema igienico, Offerta speciale etc…

Sono solo alcuni dei racconti flash che compongono il volume “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire” (Gorilla Sapiens) di Angelo Zabaglio – (in arte Andrea Coffami), scrittore, musicista e performer di Latina – una raccolta che per gli argomenti trattati e il linguaggio utilizzato è consigliata a un pubblico insensibile. Si tratta di brevi storie surreali ed esilaranti, umoristiche, amare, gravitanti su un universo di stranezze, pulsioni e trasgressioni dall’ordinario. Lo scrittore ci porge un immaginario bizzarro e grottesco, non ci sono censure, solo il filtro di uno sguardo naïve. A definire lo stile pop di quest’opera contribuiscono il pastiche linguistico di dialetti, gerghi e stile colloquiale e i frequenti riferimenti alla cultura televisiva e cinematografica. Non c’è un filo conduttore che lega questi brandelli della mente, si segue lo sviluppo della stucchevolezza. L’eccesso, l’ironia spinta, lo sboccato stile dell’irriverenza non è un genere nuovo, ma vecchio quanto il sole. Già i latini si trastullavano con le sfacciataggini del riso tra i denti. Oggi la verve letteraria del comico pensante raggiunge livelli di parossismo per catturare le orecchie e gli occhi dei lettori più impressionabili. Questo libro vuole essere un ulteriore declinazione della provocazione, un pugno nello stomaco e un disegno a volte spinto. Ma è l’effetto voluto dalla scrittore, tutto fa parte del copione. Sfogliando le pagine ci si abitua a ricacciare indietro lo sberleffo, ed è allora che si rivela la natura di questi pensieri, di questi scorci, di questo scorrere della vita guardandola da un albero. Come quello del “Barone rampante”. Si sta bene lì in alto, si vedono tutte le piccolezze umane, tutte le impudicizie dello spirito. Non c’è però moralità, non c’è condanna, c’è solo umanità, quella che a volte manca anche negli esseri più eccelsi, e fluisce invece tra i reietti del mondo.

Chi è Angelo Zabaglio?
“Angelo Zabaglio è nato e già questo potrebbe bastare, ma andiamo oltre… Angelo vendeva i suoi libri per strada e se ne vanta ancora (ora è passato ai marciapiedi). Per un periodo si è esibito nelle metropolitane dove ha fatto amicizia con un sacco di zingari e zingare libere. Angelo è un ragazzo di una simpatia unica al mondo (e di questo siamo tutti grati al Signore). Un giorno decise di suicidarsi ma lasciò perdere. Angelo si drogava pesantemente per sentirsi un vero giovane. Angelo ama la musica e da circa una decina di anni collabora con l’artistoide Vertigo che gli remixa le sue poesie miscelandole con dei suoni elettronici che crea campionando lavori altrui. Le musiche di Vertigo sono scaricabili gratuitamente in rete. Il discorso legato al rap però continua sempre, nei testi dello zabaglione c’è sempre una gradevole sonorità che ricorda la musicalità legata al mondo hip hop. Quando più di una persona gli disse questa cosa (quella che avete appena letto) Angelo prova a partecipare ai vari slam poetry organizzati in giro per il mondo. Qualcuno lo vince, qualcuno lo perde, qualcuno si diverte, qualcuno non ci va perché perde la coincidenza del treno. Ma Angelo è un tipo che in fondo capisce che da soli non si va da nessuna parte intraprende quindi collaborazioni artistiche e sessuali con vari artisti che pian piano conosce durante il suo peregrinare. Il gruppo al quale vuole più bene è l’Anonima Scrittori di Latina, prende poi parte al progetto Folli Tra Fogli di Milano e inizia una bella collaborazione con il maestro esimio compositore illustrissimo Marco Russo. Con il Marco Russo incide il cd Pene che uscirà in allegato gratuito sulla rivista Underground Press (Nicola Pesce Editore). Suoi testi e testicoli sono apparsi sulle riviste Toilet, Underground Press eccetera eccetera. Ha pubblicato pure qualcosa tipo una raccolta di racconti denominata Storie brutali (Ed. Il Foglio) seguito poi dal romanzo breve Ed ora cominciamo (Prospettiva Editrice), dalla raccolta poetica Non tutti i dubbi sono di plastica (Arcipelago Edizione) ed infine dalla raccolta di racconti Lavorare stronca (Casa Editrice Tespi). Ma Angelo non vuole farsi mancare niente e allora entra in redazione del programma Camera car (Mithril Production) e intanto scrive pure per il cinema (o cimena) dai cortometraggi ai video/arte fino alla stesura a più mani del lungometraggio I write (in post-produzione). Poi lo chiamano a fare l’ispettore “Gadget” di produzione per il lungometraggio “Colpevole” di Vincenzo De Carolis e si mette a fare l’assistente alla regia per la commedia “Almeno speriamo che sia domenica”. Di notte, dopo le due ore di prostituzione sulla Salaria, lavora alla stesura di una nuova silloge poetica (in realtà il libro è finito ma non riesce a trovare il titolo giusto); tenta di ultimare con Vertigo il cd “Maniscalco” e scrive sceneggiature che non verranno mai realizzate. Nel tempo libero fuma, ripensa alle cose belle della vita, parla con i suoi amici immaginari… Angelo Zabaglio è affetto da personalità multiple ed ogni personalità ha un suo nome e cognome: Andrea Coffami, Marisa Schifani, Giuseppe Lotrito e Pino Malosi. Ultimamente si firma come Angelo Zabarzotto”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa di Gorilla Sapiens Edizioni.

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:: Il tiranno (e Scena) di Heinrich Mann curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni 2018) a cura di Daniela Distefano

13 marzo 2018
IL TIRANNO di H. Mann

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Lei mi rende triste, altezza. Ma è davvero così convinto di quel che dà ad intendere? Io sono una donna e in questo preciso istante la vedo in tutto e per tutto come un bambino, esattamente come noi donne vediamo gli uomini; la vedo proprio come se fosse il mio bambino. Quindi non credo che lei si diverta”.

Due pezzi di virtuosismo letterario, una sapiente miscela di toni forti e assordanti. Parlo di questi due inediti narrativi in Italia – “Il tiranno” e “Scena” – di Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, e autore del romanzo “Il professor Unrat”, noto come “ L’angelo azzurro”, dall’adattamento cinematografico. A pubblicarli la casa editrice “Via del Vento Edizioni”, la traduzione è affidata a Claudia Ciardi. Nel primo racconto,viene esposto il dilemma di un uomo segnato da un destino implacabile. Potrebbe essere un tiranno di oggi, potrebbe suscitare la medesima viltà:

Quando cominciai a regnare, tutto era già accaduto (..) La protervia che è nella solitudine mi indurì e compresi la natura ingannevole di ciò che prova per la vita colui che si riduce a uccidere. Imparai a farmi beffe dei traditori(..) Io sono come la chimera tra le rocce del deserto. Sotto di me striscia il vermicaio degli uomini (..) Si crederebbe al tiranno pentito?”

Questo tiranno fuori posto, cerca una fuga improbabile e ridicola nella passione per una giovane cabarettista di facili costumi, rimanendo invischiato in una spirale di eventi negativi. Si avverte una profondità analitica acuta e sottile. C’è nel cuore dell’essere umano un ineluttabile verbo, uno scansare la fede, un riconoscersi bilancia del proprio equilibrio. Penso ai dittatori di ieri e di oggi, avvinti, avviluppati tra le spine che soffocano il fiorire del vero grano. Hanno tutto eppure possiedono solo il proprio orgoglio, la fortuna è il loro credo, il resto è teatralità, è invidia, è morte, è solitudine. Quando si diventa insensibili ai nostri difetti, quando le nostre manchevolezze, le vituperate debolezze, non ci scoraggiano anche se vorremmo la perfezione di una vita dorata, ecco che nascano le inimicizie, i tradimenti, i coltelli, i deliri, il veleno, e la punizione. Il tiranno di ogni epoca non perdona, mai.
Nel secondo racconto, “Scena”, assistiamo a due spettacoli, quello reale di una coppia in crisi, e quello recitato con maestria dalla protagonista che si riscatta dopo essere stata abbandonata dall’uomo che ama, in procinto di sposare un’altra donna. Un testo assolutamente attuale, vivo, delizioso. Questi due lavori fanno parte del cosiddetto ‘ Spielmaterial’, materiale di impianto teatrale. Si respira un’affilata critica sociale, si tocca con mano una falsificazione del reale, diviene necessario l’istinto di potere. Le tensioni che si riflettono sullo scenario politico dopo il 1914 sono rivelatrici di un impulso a uscire dalla realtà. Un opuscoletto da leggere e serbare nell’anima, coinvolgente, esperenziale, semplicemente da incorniciare.

Heinrich Mann – Scrittore tedesco (Lubecca 1871 – Santa Monica, California, 1950), fratello maggiore di Thomas. Sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia, offrì nei suoi romanzi (Im Schlaraffenland ,1900; Professor Unrat ,1905) un quadro critico, dai toni talvolta aspri, della società guglielmina. VITA. Dal 1893 visse a Monaco, con lunghi soggiorni in Italia e in Francia, poi a Berlino, dove nel 1930 divenne presidente della sezione letteraria dell’Accademia prussiana delle belle arti. All’avvento del nazismo si rifugiò in Cecoslovacchia, e fu quindi per otto anni in Francia, dove, insieme a Gide, Bloch, Aragon e altri, fu a capo di movimenti intellettuali antifascisti e dove, nel 1938, fu eletto presidente del Fronte popolare tedesco. Nel 1940 riuscì a fuggire in Spagna e di lì in America. OPERE. Esordì con il romanzo In einer Familie (1894) confermando la sua vocazione di scrittore satirico, impegnato nella critica della società guglielmina nei successivi Im Schlaraffenland (1900), Die Jagd nach Liebe (1905), Professor Unrat (1905: da cui fu tratto il famoso film di J. von Sternberg Der blaue Engel del 1930), e più tardi nella trilogia Das Kaiserreich (Der Untertan, 1914, il suo romanzo più famoso; Die Armen, 1917; Der Kopf, 1925). Alle suggestioni dannunziane della triade Die Göttinnen (1903) e alle istanze moralistiche di Zwischen den Rassen (1907) e Die kleine Stadt (1909) seguì la felice vena intimista dei romanzi scritti tra la fine dell’impero e l’avvento del nazismo (Mutter Maria, 1927; Eugenie oder/”>oder die Bürgerzeit, 1928; Die grosse Sache, 1930; Ein ernstes Leben, 1932). Il romanzo storico Heinrich IV. von Frankreich (1935-38) si pone come una parabola del buon governo. M. fu anche novelliere e saggista; fra le novelle, assai note Pippo Spano (1905), Die Bösen (1908), Kobes (1925); fra i saggi, quelli raccolti in Geist und Tat (1931) e Ein Zeitalter wird besichtigt (1945), in cui si fondono autobiografia e riflessione politica.

Source: Libro inviato dall’Editore all’autore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

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:: Cargo di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Daniela Distefano

5 marzo 2018
CARGO - SIMENON

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Sulla costa del Pacifico splendeva un sole opprimente, che non brillava, un sole senza allegria.

Scordiamoci per un attimo del commissario Maigret, trasferiamoci nel mondo di Conrad e respiriamo a pieni polmoni l’aria truce delle ambientazioni così care a Simenon. No. Non è un tentativo fallito, bensì lo sfondo di un libro davvero magnetico: “Cargo”, scritto dal genio di Georges Simenon a Parigi nel 1935 e apparso a stampa l’anno seguente. Un viaggio avventuroso e fatale, dalla Francia a Panama, dalla Colombia a Tahiti.
Fin dall’inizio tutto accade come in un incubo. E proprio come in un incubo Joseph Mittel viene travolto da eventi che non controlla, e il cui senso gli è oscuro: prima la fuga da Parigi insieme a Charlotte, la sua compagna, che in nome dell’ ”Idea” ha ucciso il commerciante che la manteneva e che le aveva rifiutato il denaro per finanziare il loro mensile anarchico; poi l’arrivo a Dieppe, dove Mittel precipita “in un universo incoerente, buio e fradicio”; e per finire l’imbarco, in piena notte, sul Croix-de-Vie, che nella stiva trasporta un carico di mitragliatrici destinate a un gruppo rivoluzionario ecuadoriano. Qui al ragazzo toccherà lavorare come fuochista, mentre il comandante Mopps fa di Charlotte la propria amante.
Ma questo sarà, appunto, solo l’inizio: a Panama, Mittel e Charlotte scopriranno che la donna è stata colpita da un mandato di cattura internazionale e saranno quindi costretti a proseguire il viaggio verso il Sudamerica, dove nel frattempo la rivoluzione è fallita e delle mitragliatrici del comandante Mopps nessuno ha più bisogno – mentre lui, Mopps, non riesce più a fare a meno di Charlotte. Joseph Mittel si lascerà così trascinare da un continente all’altro nella costante, illusoria speranza che da qualche parte le cose possano assumere un senso, che lui stesso possa finalmente non essere più soltanto il gracile, solitario figlio del grande Mittelhauser, il “martire” anarchico che si era tagliato le vene in carcere quando lui aveva due anni e la cui ombra gigantesca lo ha sovrastato per tutta la vita.
Un romanzo abissale, una discesa nella bolgia più profonda, un intrico di circostanze infernali; tutto è sordido: le giornate appiccicose, il caldo asfissiante, la permanenza in un pianeta lontano dal mondo, e poi l’analisi spietata della psicologia dei personaggi. Non se ne esce facilmente, è un libro che rimane nello stomaco, che fa sudare le pagine, che corrode i nostri sensi. Simenon dà il meglio di sé in un racconto che sembra baciato da una scrittura impeccabile. Uno stato di grazia perenne tra fuochi di sentimenti che implodono perché non riescono mai a trovare l’uscita agognata.

Georges Simenon è un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista «Détective», appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: L’uomo della pioggia di Daniela Distefano

2 marzo 2018

FOTO RACCONTO L'UOMO DELLA PIOGGIA

L’autrice ci tiene a specificare che un racconto di genere rosa, e noi l’accontentiamo.

Non molla mai, Principe. Un insegnamento che la sua padrona, cioè io, non sa di aver assimilato. Eppure sono qui. Ho cinquantanove anni e sono già stata all’Inferno e in Paradiso, a volte contemporaneamente.
Principe, il mio bel cagnone collie è l’Angelo che mi assiste da anni, il mio bambinone che parla con gli occhi dolci e mi insegna a sopravvivere.
Sono vedova, sono sola, ma non solitaria.
Coltivo amicizie come piante sempre verdi, e credo nel Signore che ci protegge dai raggi a volte nefasti del destino.
Ho lavorato da giovane, ero impiegata presso un’azienda di condizionatori climatici. A ventisette anni, ho conosciuto – durante una trasferta lavorativa a Hong Kong – l’uomo della mia vita, Luciano era dirigente nella mia stessa ditta.
Ci siamo sposati in chiesa, lui ha divorziato dalla prima moglie, sposata con il rito civile e dalla quale aveva avuto due figli.
Per amor suo, non ho voluto provare la felicità di essere madre, non era d’accordo. Ma mi amava, di questo sono certa.
Siamo diventati “maturi” viaggiando, facendo mille esperienze insieme, non posso dire di avere avuto alcun rimpianto.
Poi – uno alla volta – sono caduti tutti i miei sogni. Luciano è morto improvvisamente per un ictus, un dolore per me irreparabile.
Da tempo non lavoravo più perché ero stata licenziata dall’azienda mentre mio marito ancora vi lavorava. Una volta venuto a mancare il suo sostegno amoroso, spirituale, vitale, è cessato anche quello economico. Tutto il patrimonio di Luciano è andato alla prima moglie e ai suoi figli, per me neanche le briciole. Ero disperata. Ma, come diceva Padre Pio, noi vediamo a volte il rovescio del ricamo, se lo capovolgiamo, tutto combacia alla perfezione.
Per mesi è stato un supplizio, alla fine mi sono arresa e ho smesso di lottare con la cattiva sorte. Sono rifiorita.
Con quelle poche risorse finanziarie che ero riuscita ad accantonare, ho avviato un’attività che oggi mi permette di vivere con serenità se non proprio nella bambagia: gestisco un bed and breakfast nel centro storico di Siena. Tramite i consigli di amici fidati (ho perso ogni contatto con i parenti del mio defunto marito) ho creato pure un sito internet; interagisco con tutto il mondo, soprattutto con cinesi e giapponesi innamorati della storia del Belpaese e dei suoi luoghi più eclatanti.
Sono riuscita così a non perdermi tra i cunicoli della depressione e della solitudine, ma i dolori non sono finiti. Dopo Luciano, un’altra perdita mi ha colpita con virulenza: è venuto a mancare il mio amato fratello. Non avevo dubbi sul fatto che Dio fosse proprio arrabbiato con me, e non ho mai nascosto né a lui né a me stessa di essere una comune peccatrice, una donna però che ha vissuto e che ha creduto nell’amore eterno. E ancora ci crede.
A poco a poco ho ripreso confidenza con la mia anima, mi sono nutrita ogni giorno di speranza, riflettevo sull’umanità, sui giochi degli innamorati, anch’io lo ero stata, un secolo fa, eppure allo specchio mi vedevo come un vecchio contenitore colmo di rifiuti. Non mi decidevo a buttarli via questi rimasugli di ricordi, di passato, di negatività. Poi ho conosciuto il mio Principe, per me come un figliolo. E adesso, quando ho fatto finalmente pace con i miei demoni, eccomi di nuovo travolta dagli scherzi dell’Amore.
Amore? Dico bene? Sembro una ragazzina e lui? Chi è lui? Lui è l’uomo della pioggia. Mi ha conquistata senza volerlo, senza averne l’intenzione. Ha telefonato una mattina, voleva una stanza singola per una sola notte, per una sola persona. Ero titubante, era già tutto esaurito, mancavano pochi giorni alle festività natalizie.
Gli risposi che non era possibile. Riagganciò. Aveva una voce profonda, dal timbro meridionale, non ci pensai più per tutto il giorno. Alla sera, si mise a piovere di brutto. Principe voleva lo stesso fare un giretto, lo portai a spasso per qualche minuto. Mentre rientravo, trovai sotto il portone del mio bed and breakfast un uomo con l’ombrello più buffo che avessi mai visto: su di esso era stampata una puffetta che balla.
Era Dario, l’uomo che aveva chiamato quella mattina e che avevo liquidato asetticamente. Gli dissi che non avevo stanze disponibili, come gli avevo detto al telefono, lui rimase in silenzio per un bel po’, poi mi rispose che aveva prenotato una stanza singola in un hotel a due passi dal centro storico, ma, con la pioggia e quel ridicolo ombrello, si era clamorosamente perduto.
Ci furono solo grasse risate da parte mia, perdersi a Siena, neanche una talpa cieca poteva farlo. Era un racconto esilarante, ed in contrasto con il suo sguardo che cominciò a far sragionare i miei pensieri. Aveva occhi nocciola, barba imperfetta, capelli grigi. Un sessantenne che dimostrava dieci anni di meno e molto fascino, quello non mi era sfuggito alla prima occhiata. In breve, mi raccontò di essere un ex professore, adesso curava i libri di una biblioteca comunale.
Era a Siena perché di tanto in tanto va a trovare i nipotini che vivono qui vicino. Il figlio, dopo aver sposato una senese un paio di anni fa, ha avviato uno studio dentistico nei dintorni. Gli offrii una cioccolata calda, poi se ne andò. Non mi andava ancora di confidarmi con lui, non volevo legarlo a me raccontandogli il mio passato di sofferenza.
Non lo vidi né sentii per quattro mesi, poi una visita improvvisa riaccese la scintilla. Dario parla poco di amore, di coppia, di vincoli.
Lui c’è però, semplicemente esiste ed oggi è lui il mio futuro, lo sa anche Principe che gli scodinzola ogni volta che lo vede, e lo vede sempre più spesso.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Il pozzo di Doris Lessing (Zoom Feltrinelli 2013) a cura di Daniela Distefano

14 febbraio 2018
IL POZZO di Doris Lessing

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Un ultimo ramoscello di ciliegio tra i lillà candidi e le giunchiglie gialle, in una panciuta brocca bianca…ce lo infilò coscienziosamente, a completare un disegno che aveva bisogno giusto di quell’attenzione. Gridando “Primavera!”, la brocca appoggiava su un tavolino al centro della stanza.

E’ San Valentino, per molti ma non per tutti. La festa degli innamorati è spesso un giorno triste per coloro che sono vittime di passioni incontrollate, di tradimenti, di sotterfugi sentimentali, di distorsioni affettive, di annichilimento del cuore, di spolpamento dell’anima, insomma, di dolore perché l’Amore anche quando è vero ed autentico si nutre di questa erbaccia amara. In questo racconto brevissimo si parla di un triangolo amoroso e di una scelta obbligata. Sarah, cinquantacinque anni portati con fierezza, riceve la visita di James, l’uomo di 53 anni con cui era stata sposata per dieci anni. Non sapeva perché venisse a trovarla, era trascorso del tempo dal loro ultimo incontro ravvicinato, i figli Nancy e Martin erano oramai grandi e indipendenti. James disse che voleva andare a trovarla “solo per parlare”. Già, ma di cosa? Se lo chiede con ansia e premonizione. Lui l’aveva tradita, abbandonata per un’altra donna, la magnetica Rose, però adesso non sentiva più quella fitta che accompagna sempre certe sconfitte dello spirito. In fondo, ci si abitua a tutto prima o poi. Forse voleva rimproverarla per qualcosa?
In realtà non ricordava che James avesse mai criticato le sue scelte, ma andarsene con una donna i cui gusti erano in tutto e per tutto opposti ai suoi non doveva essere considerata una critica?
James arriva col fiatone delle colpe e bussa alla sua porta del perdono:Ora sentiva che lui le era stato restituito. Può ritornare Sarah sui propri passi, può cancellare anni di silenzio interiore, accettare la proposta bizzarra del suo ex marito e partire insieme a lui verso una meta lontana come un sogno? Quando è stata ferita, solo il tempo ha rimosso le cicatrici; per lei, segretaria di direzione in una compagnia petrolifera, si era aperto un mondo ignoto e pieno di opportunità esistenziali. Si era messa a viaggiare, Parigi, New York, varie città dell’Inghilterra, un tripudio di giornate colorate dopo il monocromo fallimento matrimoniale. E adesso che si era liberata di lui, James veniva a scombinare le carte nuovamente. Forse si potrebbe dargli un’ultima chance, Sarah lo ama ancora, dopo tutto, dopo l’inferno della separazione? Ma questa storia include una ulteriore parte in gioco affatto marginale:Rose, amante e seconda moglie di James. Con lei tutto diventa pericoloso. Rose ha messo al mondo i figli di James, Rose la bugiarda, Rose la donna instabile che cerca protezione, Rose l’indomita, la sanguisuga, Rose è una minaccia per la serenità ritrovata di Sarah. Che fare? Lo scoprirete leggendo l’ultima pagina di questo “Pozzo” che può essere benefico solo se porta acqua e non ci si cade dentro. Sarah è una donna saggia come una pianta, riesce a vedere oltre la cortina di un fumo nocivo per lei e per il suo futuro. Un racconto scritto da una Doris Lessing in gran forma. Non un semplice intrattenimento o un esercizio di stile, ma un osservatorio sulle più astruse combinazioni di amore, coppia, e trappole.

Doris Lessing (Doris May Taylor) è nata in Persia (Iran), figlia di genitori inglesi, nel 1919, e ha vissuto l’infanzia a Kermanshah dove il padre lavorava in una banca. Nel 1925 la famiglia si è trasferita nella colonia britannica della Rhodesia (oggi Zimbabwe) a gestire una fattoria.
Doris Lessing ha studiato in un convento e poi in una scuola femminile di Salisbury, che ha abbandonato a quattordici anni. Ha completato la sua formazione da autodidatta, leggendo i grandi classici della letteratura. Ha lasciato la casa paterna a quindici anni.
Nel 1937 si è trasferita a Salisbury ed è iniziato il suo impegno politico, nella sinistra non razzista. A diciannove anni si sposa con Frank Charles Wisdom e ha da lui due figli, John e Jean.
Divorzia dal marito e lascia la famiglia nel 1943.
Si iscrive al Partito comunista, che abbandonerà nel 1954.
Sposa in seconde nozze l’attivista politico ebreo-tedesco Gottfried Lessing. Ma anche dal secondo marito si separa, nel 1949, dopo aver avuto da lui un figlio. Dopodiché si trasferisce in Inghilterra col figlio minore, Peter, e lì pubblica il suo primo romanzo, L’erba canta, nel 1950. Da questo momento consacra la sua vita alla scrittura.
Tra gli altri premi ha vinto il Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001.
Nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli. Il ciclo di fantascienza invece è edito da Fanucci.
La Lessing è morta il 17 novembre a Londra.

Source: libro acquistato dal recensore.

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:: E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica di Claudio Giunta (il Mulino 2017) a cura di Daniela Distefano

6 febbraio 2018
Claudio Giunta - E se non fosse la buona battaglia

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L’insieme di saperi che chiamiamo umanistici è un patrimonio del quale appare assurdo volersi privare. In uno dei saggi raccolti in questo volume ricordo la magnifica definizione che Guido Calogero ha dato della cultura classica, “questo formidabile strumento di vita”. Come rinunciare ai “formidabili strumenti di vita” che sono la letteratura, la poesia, l’arte e il pensiero del passato?

I saggi e gli articoli racchiusi in questo libro in parte sono inediti e in parte usciti negli ultimi anni in volumi miscellanei, giornali, riviste, blog. L’autore li ha insaporiti con qualche aggiustamento, qualche revisione, lasciando inalterato il profumo di una visione di insieme fresca e focalizzata. Al centro del suo ragionamento, il fluttuare delle più disparate opinioni in merito alla opportunità di dare ossigeno alla cultura umanistica, perché

la crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative.

Forse non si tratta di una vera e propria inversione di civiltà, quella di un tempo navigante nell’oceano letterario, quella attuale immersa nella Rete delle connessioni tecnologiche. Forse non è neanche un baratto, uno scambio, una sostituzione. Meglio non appesantire il già saturo brogliaccio delle prese di posizione, ci sono gli esperti, gli studiosi, c’è un mondo che si arrovella per far in modo che emerga una cosciente verità:

ciò che importa non è creare degli specialisti, ma comunicare una certa idea del sapere.

Come agire allora? Imporre un nuovo decalogo scolastico? Introdurre nei programmi annuali anche i fumetti? Le vite dei Santi? Tralasciare lo studio dei Secoli bui?

A scuola bisogna sì parlare della letteratura come del nostro patrimonio storico, ma bisogna anche usare la letteratura per ciò che essa ha da dire su come dovremmo vivere la nostra vita(..).”Il rosso e il nero”, o “Orgoglio e pregiudizio”, o “Il giorno della civetta” parlano alla coscienza di un adolescente con una immediatezza e una verità che i capolavori del Medioevo non possono avere.

E internet, come ha cambiato il difficile mestiere dello scrittore e il piacere irrinunciabile del lettore?

Scrivere per il web non è come scrivere un articolo per un giornale di carta, e scrivere un articolo per un giornale di carta non è come scrivere un libro: è comprensibile che l’attenzione e la cura aumentino progressivamente, dal primo all’ultimo passaggio, a mano a mano che aumentano il tempo d’esecuzione e l’ipotetica ‘durata’ del testo. E’ un fatto però che la gran parte dei testi che si scrivono e si leggono oggi si scrivono e si leggono direttamente su uno schermo.

Un testo lucido, coerente, rigoroso e insieme appassionante per chi vuole approfondire il ventaglio delle irregolarità mentali che sopraggiungono quando dobbiamo affrontare il delicato tema dell’istruzione, e di quella umanistica in particolare. I nostri giovani vanno rispettati nelle loro acerbe declinazioni, senza però rinunciare a dar loro un insegnamento da portare in valigia nel viaggio verso un mondo adulto e – si spera – saggio.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola. I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al “Sole 24 Ore” e a “Internazionale”. Condirige la “Nuova rivista di letteratura italiana”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa il Mulino.

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:: Il martirio del bagolaro di Rosario Russo (Carthago edizioni, 2012) a cura di Daniela Distefano

25 gennaio 2018
IL MARTIRIO DEL BAGOLARO

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“…Ma niente e nessuno poteva mai immaginare quale minaccia incombeva tra quei palazzi e quelle chiese, solo il baronello Nardo ed il conte Federico (Altamura) ne erano al corrente, ma non erano ancora riusciti a scoprire qualcosa di importante. La setta, in barba ai loro tentativi di fermarla, continuava tranquillamente ad uccidere e chissà chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto i colpi di quei fanatici”.

Il martirio del bagolaro” (Carthago edizioni) di Rosario Russo (Prefazione di Maria Concetta Gravagno) è un romanzo che si apre con la breve descrizione della frenesia per la festa di San Sebastiano, compatrono di Acireale, cittadina siciliana affacciata sul mare Jonio dal balcone naturale della Timpa. L’affaticarsi dei cittadini nella lenta risalita della strada del Tocco, l’affluenza dei fedeli sono simbolo della religiosità del popolo siciliano in cui religione e folklore si completano e si confondono. Fa da sfondo alla storia, dunque, l’Acireale ottocentesca, dai palazzi barocchi, dalle strade lastricate, dalle numerose chiese, conventi, reclusori che conservano il retaggio di usi, costumi, tradizioni sedimentati nel corso dei secoli. Innumerevoli regole scandiscono la vita privata e collettiva. La cittadina acese è l’emblema di tutta la società siciliana. In quel venti gennaio 1862, si inserisce il fatto che dà inizio all’inventio, la misteriosa morte di Lionardo Mancini, barone di Santa Caterina. Nel succedersi degli eventi il nipote Nardo giungerà a scoprire la verità sulla morte del nonno. Il suo sincero amore per la serva Venera lo aiuterà poi a raggiungere una catarsi che sublimerà i veri valori: l’amicizia, l’affetto, la speranza in un domani impensabile. Personaggio cruciale del racconto è quello di Federico Altamura, che diverrà fraterno amico di Nardo. I due mirano a portare a galla la verità sull’omicidio del nonno di Nardo, del conte Giuseppe Altamura e del ciantro Contina. Prenderanno un abbaglio sospettando anche del sindaco, ma le pagine finali saranno risolutrici. Un romanzo che sa di artigianato letterario, scritto con puntiglio, coscienza, laboriosità. Forse un po’ eccede seguendo le orme delle passate glorie narrative siciliane, non manca però di traghettare il lettore sulla sponda della gradevole lettura; intrattenimento più che auspicabile per trascorrere lietamente ore immerse nei profumi della Sicilia che fu. Si respira aria di convenzioni, rigidità classiste, gerarchie che vengono estirpate come scomode erbacce dal protagonista, un baronello che non si lascia piegare dal peso degli obblighi e dei doveri familiari. Lo stile, la scrittura, il ritmo, tutto è rivolto a rendere verosimile una storia siciliana di altri tempi, il dialetto è la zappa con cui l’autore scava nei nostri storici sotterranei e zampilla come prezioso liquido la lingua più fresca, più consona, più inestinguibile, perché intercetta i nostri ricordi, perché è ancora viva, valida, elegante e magnetica.

Rosario Russo, acese, con questo romanzo storico – “ Il martirio del bagolaro” (edizioni Carthago) – ha vinto il premio letterario nazionale Akademon.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Il passeggero del Polarlys di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

12 gennaio 2018
Il passeggero del Polarlys di Simenon

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Apparso a puntate sul quotidiano “L’Oeuvre”, nel 1930, con il titolo “Un delitto a bordo” e sotto lo pseudonimo di Georges Sim, “Il passeggero del Polarlys” fu il primo romanzo ad andare in libreria (nel giugno del 1932) con il vero nome dell’autore. E’ un racconto claustrofobico, impressione accentuata dal fatto che teatro di eventi cupi è una nave che lascia il porto di Amburgo per un viaggio che dovrà far tappa in Norvegia dove merci varie – macchinari, frutta, carne salata – verranno scambiate con altra mercanzia. A guidare il Polarlys è il capitano Petersen, figura centrale nel dispiegamento del plot. Altri personaggi chiave sono: un olandese di diciannove anni che si trova a svolgere le mansioni di terzo ufficiale e un vagabondo che deve sostituire il carbonaio malato. Tra i passeggeri, uno uomo si è fatto registrare ma scompare nel nulla; un altro passeggero è Bell Evjen, direttore di miniere; sulla nave anche un giovane rapato a zero, senza ciglia né sopracciglia, con un paio di occhiali dalle lenti spesse. E poi c’è lei,
Katia Storm, ambigua creatura luciferina:

La passeggera avanzava con disinvoltura. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta. Una strana figurina, esile nervosa, dalle movenze sensuali, che faceva ricorso a tutti gli artifici della moda per mettersi in mostra”.

A viaggiare sul Polarlys pure un sovrintendente di polizia:

Che ci fosse qualcosa di anomalo era evidente, altrimenti un alto funzionario di polizia non si sarebbe dato la pena di correre dietro al Polarlys fino a Cuxhaven. Qualcosa di grave”.

E succede proprio l’irreparabile, il sovrintendente viene assassinato. Nessuno può scendere a terra, inizia la caccia all’autore del delitto efferato.

Petersen non si era mai sentito così insoddisfatto, così disorientato, eppure non avrebbe saputo dire perché. Gli sembrava di vivere uno di quegli incubi strani che talvolta si hanno dopo un’indigestione. Erriamo attoniti in un mondo avverso, sentiamo vagamente il desiderio di svegliarci, ma non ci riusciamo”.

Forse non è il romanzo più riuscito dello scrittore belga più famoso e letto al mondo però l’atmosfera agghiacciante, nebulosa, la musica a requiem che fa da sottofondo ai pensieri, il ritratto debordante dell’unico personaggio femminile sono indizi della futura maturità di Simenon; una esperienza letteraria costruita mattone dopo mattone fino a riempire tutte le caselle della sua immaginazione. Lo stile è prosciugato, il ritmo segue il riflusso di un mare livido, nero, profondo, dannato. Si divorano le pagine seguendo gli sviluppi dei personaggi che come uccelli in gabbia sono disperati e perdutamente ignari. Non si avverte paura, orrore, tensione esasperante, tutto procede come una discesa lenta, agli inferi, nel vuoto delle vite più lontane dalla Luce, c’è solo un piccolo bagliore, ma è il riflesso delle anime infuocate e alla deriva di una esistenza per loro senza Dio.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere di lingua francese e di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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