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:: Il segreto del mondo di Daniela Distefano

15 dicembre 2017

origini del mondo

Un bimbo non voleva mangiare la frutta, allora la sua mamma gli disse:
“Mangia questa mela perché se non lo fai faccio scendere la Pioggerella Tremarella che con le sue gocce fa diventare gli esseri umani piccoli piccoli come formichine!”.
“Mamma, ma io sono già piccolo!”.
“Se non mangi la Pioggerella Tremarella ti farà diventare un puntino!”.
Il bimbo disse allora: “ Mangio la frutta ma tu raccontami la storia della Pioggia Tremarella”.
La mamma allora iniziò questa fiaba che parla del segreto del mondo.
“Un giorno, molto tempo fa, prima che noi tutti nascessimo, prima del Sole e della Luna, la Terra era infinita. Era coperta di fiori che ricevevano tutta la luce dal basso e non c’era il Cielo azzurro.
La Pioggia era un fiume immenso che scorreva sul mondo immergendosi nell’oceano globale.
Non c’erano ancora l’uomo, la donna, il bambino, solo piante e fiori.
Dio pensò che era tutto troppo noioso, sempre immobile, eterno,
e così creò gli animali, poi gli esseri umani e i loro figli.
Ma questi volevano solo giocare e scherzare con le nuvole che allora erano basse e non in alto nel Cielo.
Le nuvole erano di tanti colori, i bimbi le raccoglievano e poi le mangiavano come fossero zucchero filato.
Sembrava il Paradiso, ma era la Terra come non era stata vista mai.
I bimbi crescevano, e anche il pianeta aveva adesso un altro aspetto.
Erano sorti il Sole, e, di sera, la Luna che con i loro occhi sempre vigili proteggevano le creature di Dio. Gli uomini divennero tanti, alti, forti, e arroganti.
Credevano di essere i padroni della Terra, Dio era infelice così volle punirli.
Ogni volta che un uomo, una donna, o un bambino diventavano superbi, Dio faceva scendere dal Cielo la Pioggia Tremarella che li rimpiccioliva come nanetti.
Bastava anche un solo capriccio, un bisticcio, una prepotenza che la Pioggia Tremarella cadeva con grosse gocce che facevano il loro lavoro di punizione divina.
Presto le persone rimpicciolite divennero una moltitudine, non c’era più spazio per loro sul mondo. Dio era molto triste perché anche se aveva mandato la Pioggia Tremarella, gli esseri umani non avevano cambiato il loro comportamento malvagio.
Alla fine ebbe un’idea.
Tutte le persone rimpicciolite sarebbero diventate giganti se si pentivano dei loro capricci.
Fu così che sulla Terra adesso si vedevano bambini enormi e uomini nani, donne gigantesche e giovani adulti alti quanto un dito.
Era un mondo sproporzionato.
I bimbi buoni erano grandissimi e tenevano nel pugno i genitori cattivi, ma poi questi ridiventavano buoni e grandi e il bimbo che non voleva mangiare la pappa diventava minuscolo.
Fu così che Dio comprese di aver fatto il mondo un po’ confuso e la Pioggerella Tremarella ritornò a rimpicciolire solamente. Chi faceva il monello era monello e nanerottolo a vita”.
-“ Dunque, io mamma, se non mangio la mela non cresco più?”.
-“Si. Tu mangia la mela, perché poi grande ci diventi”.
-“ E che ne è stato dei bimbi e degli altri esseri umani che non sono più cresciuti?”.
-“ Dio gli ha trasformati in gocce tremanti, così la Pioggerella Tremarella li può tenere d’occhio”.
-“Mamma, guarda, sta per piovere!”.
-“Allora affrettati con quella mela!”.

:: Cuore nuovo e altre poesie di Federico Garcia Lorca (Via del Vento edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

12 dicembre 2017

FEDERICO GARCIA LORCA CUORE NUOVOCerco chi cerco,/ 
dimmi: a te che te ne importa?/ 
Cerco quello che cerco,/ 
la mia gioia e la mia persona”.

Le poesie racchiuse nel raffinato opuscolo “Cuore nuovo” (pubblicato da “Via del Vento edizioni”) di Federico Garcia Lorca mi sembrano sotto Natale come tante stelle rosse che popolano l’immaginario più cristallino, quello che come una membrana avvolge l’anima, la sede del nostro emotivo sentire. E’ tutto un fruscio, potrebbero essere foglie morte cadute sul marciapiede, ma il loro spessore è tipico della neve che copiosa scende a imbiancare le pareti dello spirito mai curvo di un poeta grande come la sua paura. Il timore di un genio di rimanere compreso a metà. Perché le liriche di Lorca sono fatte di strati come la torta sette veli. Una bontà per intenditori e non. Chi non ha amato il suo coraggio, la sua lungimiranza, il suo antiappiattimento esistenziale? E’ stato un intellettuale che ha giocato d’azzardo con i propri struggimenti interiori. E ha battuto la propria umana parzialità. Lo dimostrano queste poesie che a un lavoro di profondo scavo nelle tematiche popolari e colte uniscono – persino nel teatro – un’intensa ispirazione del fare poetico. Sin dai suoi primi libri, del resto, si denota un profondo malessere nelle evocazioni nostalgiche dell’infanzia – paradiso perduto – o del dolore del suo cuore che testimoniano una crisi giovanile da rapportare al problema della sua omosessualità.
Basta assaporare pochi versi della “Poesia doppia del Lago Eden”:

(..) “Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,/
voglio la mia libertà, il mio amore umano/
all’angolo più oscuro del vento che nessuno vuole./
Il mio amore umano!”.

E’ il grido, l’urlo di un essere che ha provato le vertigini dell’assoluto vuoto esterno, mentre dentro è un vulcano che erutta desiderio di liberazione, amore, incanto. Il poeta è riuscito a creare una impalcatura individuale attraverso l’uso del monologo drammatico: soggetti fuori dalla norma difendono le loro idee fino alla morte. I protagonisti però nascono e si confondono nella moltitudine. E’ nella massa umana che si prova e si conosce la solitudine. E un genio è sempre solitario in cima all’albero. Il linguaggio si rinnova, c’è un uso abbondante di metafore nonché una visione a volte atroce e terribile: Amore e Morte diventano complementari, come in quasi tutta la produzione lorchiana.
A Mercedes nel suo volo

Una viola di luce rigida e gelata/
sei ormai tra i dirupi dell’altura./
Una voce senza gola, voce oscura/
che suona in tutto senza suonare in nulla./
Il tuo pensiero è neve scivolata/
nella gloria senza fine della bianchezza./
Il tuo profilo è perenne bruciatura,/
il tuo cuore colomba liberata./
Canta ormai nell’aria senza catena/
la mattutina fragrante melodia,/
monte di luce e piaga di giglio./
Noi qua di giorno e di notte/
faremo all’angolo della pena/
una ghirlanda di malinconia”.

Volume curato e tradotto da Alessandro Ghignoli.

Federico Garcia Lorca nasce a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Nel 1918 pubblica il suo primo libro “Impresiones y paisaje” frutto dei suoi viaggi nella vecchia Castiglia. Nel 1929 parte per gli Stati Uniti.
Soggiorna presso la Columbia University.
Frequenta i quartieri dei neri e degli immigrati e rimane affascinato dal jazz. Nel 1930 si reca a Cuba per un ciclo di conferenze e alla fine dell’anno ritorna in Spagna.
Nel luglio del 1936, quando la guerra civile è ormai imminente, Lorca si reca a Granada; denunciato come “rosso”, si rifugia in casa della famiglia Rosales, viene arrestato il 17 agosto ed è fucilato dai franchisti nella notte tra il 18 e il 19 presso Viznar.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Come cambia l’informazione – I giornali on line: Tra normativa e prassi, le responsabilità del giornalista a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2017

rotative

PALERMO – L’evento formativo che si è tenuto nell’Aula Magna del Tribunale di Palermo, lo scorso sedici novembre, ha visto la partecipazione sentita di due categorie professionali che stanno vivendo profondi e repentini cambiamenti nella loro quotidiana attività. Un po’ per la crisi economica, un po’ per l’evoluzione tecnologica, si avverte il bisogno di rinverdire i presupposti strategici sia dell’ordine dei giornalisti italiani, sia di quello degli avvocati. E a parlare per primo è stato l’avvocato Giuseppe Di Stefano il quale ha affermato:

Un evento come questo ci forma, siamo in contatto con i giornalisti per avere una visione comune della società”.

Da dove partire per arrivare al cuore delle problematiche di questo convegno?
Dalle leggi in Italia. Quante sono?
75.000 a livello statale; 150.000 in totale, comprendendo anche le leggi regionali.
In Francia, ci sono circa 7.000 leggi, in Germania anche meno.

Da noi, dunque leggi sconfinate, un numero senza limiti.
Riflettiamo su questo dato di fatto, poi possiamo procedere per affrontare gli altri aspetti sorprendenti che ci riguardano come cittadini dalle troppe norme che non sempre agiscono in difesa dei diritti.
A seguire, l’intervento dell’avvocato Nino Caleca per il quale se la comparsa di internet è un’evoluzione, ciò significa che entriamo in un mondo totalmente nuovo, e occorrono anche accorgimenti giuridici diversi; vale a dire adeguare le norme penali alle regole del web.
Operazione quasi impossibile. Ed emerge la dicotomia tra due ambiti, quello europeo e quello degli Stati Uniti. Esistono due blocchi.
Da una parte, l’Europa si prodiga per una libertà di espressione che tuteli e trovi un limite; dall’altra la visione U.S.A. molto più tollerante e morbida.
Cioè, per gli States non esisterebbero limiti alla manifestazione di pensiero.
Per esempio, per gli statunitensi non ci sarebbe bisogno di intervenire neanche di fronte alle c.d. Fake News.
Quale delle due soluzioni prevarrà alla fine? Chi avrà la meglio, Europa o Stati Uniti?

Due concetti vanno approfonditi per interpretare il problema:

1) Internet è un sistema di produzione di informazione decentralizzato: tutti sul web possono produrre informazione.
2)Per rendere utilizzabile questa massa di informazioni è essenziale il ruolo di chi ordina questi flussi di notizie (perché qualcuno c’è che lo fa) tramite algoritmi.

Ora, la rete è aperta a tutti, ma pochi sono i soggetti che mettono in ordine queste informazioni. Questo è quello che fa per esempio Google News, il motore di ricerca più affidabile.
In Italia, i giornali sono in crisi e la Rete per i giovani è la principale fonte di informazione.
Già, ma cos’è un “algoritmo”? Semplicemente un numero di operazioni con cui si risolvono alcuni problemi; un insieme di istruzioni: con l’algoritmo le macchine imparano da sole (“machine learning”: “l’apprendimento automatico rappresenta un insieme di metodi sviluppati negli ultimi decenni in varie comunità scientifiche con diversi nomi come statistica computazionale, riconoscimento di pattern, reti neurali artificiali, filtraggio adattivo, teoria dei sistemi …”).
Più dati leggo, più sono in grado di sapere ciò che il consumatore vuole.
Stessa concezione anche con il social dei social, Facebook.
E’ così che vengono calpestati i diritti alla riservatezza, e anche alla dignità umana.
Ma di questa violazione i provider rispondono?
Nella diffamazione attraverso internet, è possibile individuare da dove parte l’offesa, cioè dove si commette la prima azione. Poi il resto è tutto una catena.
La Polizia postale, responsabile di questa materia, tuttavia non compie quasi mai indagini.
E’ ancora un teatro in costruzione, la difesa da nuovi mezzi di diffamazione.
Come controllare allora il mondo dei social media di per sé non controllabile facilmente?
La chat è uno spazio in cui si consumano i reati potenziali.
Il resto del seminario è stato dedicato tutto alla trattazione del Testo Unico dei doveri del giornalista (2016-2017) che – come si legge nella premessa –

nasce dall’esigenza di armonizzare i precedenti documenti deontologici al fine di consentire una maggiore chiarezza di interpretazione e facilitare l’applicazione di tutte le norme, la cui inosservanza può determinare la responsabilità disciplinare dell’iscritto all’Ordine”.

Occorre prima di tutto una tempestiva rettifica di notizie, obbligo non solo per il giornalista, ma anche per l’editore di una testata.
Diritto all’oblio? Parliamone. Quale condotta deve tenere il giornalista in merito?
Fondamentale è il rispetto della identità della persona.
Riferimenti a fatti del passato devono essere effettuati solo se necessari. Occorre poi dare notizia del reinserimento del soggetto nella società; pure una valutazione attenta sull’opportunità di pubblicare una notizia.
Più andando a fondo con questo ragionamento, viene in superficie la questione del trattamento dei dati personali. La riservatezza, per esempio, per i dati che riguardano minori (Carta di Treviso), soggetti deboli, stranieri.
Importantissimo, oltre ai doveri di rettifica delle notizie, il rispetto delle fonti e del segreto professionale.
Siamo nell’ambito di una sfera spesso trasgredita.
Ultime tematiche sono: i doveri in termini di pubblicità e sondaggi, informazione sportiva, e uffici stampa.
Le conclusioni di questo percorso formativo sono volte a scacciare gli spettri del panico di fronte al dilagare di una informazione non garantita.
E’ vero, l’America ha un diverso concetto di libertà, e noi in Europa siamo più per la tutela, la garanzia.
Ma non serve l’eccessiva cautela, la rete non è il far west, anzi, a volte esprime una vigilanza impressionante. Provando a tirare le somme, siamo in una fase cruciale, di passaggio, sappiamo che quello che abbiamo davanti è ancora confuso, oscuro, incerto, ma non per questo dobbiamo privarci della speranza che possa in futuro servire l’ignoto per decodificare presente e passato.
Cliccate su google la parola “coraggio” e imparerete a volare.

:: Un gioco di pazienza di Shanmei (Amazon Media 2017) a cura di Daniela Distefano

15 novembre 2017

UN GIOCO DI PAZIENZASi riesce a vivere senza immaginazione? Probabile che sia impossibile, ma non sempre la fantasia va a braccetto con la realtà.
E senza la zavorra dell’intelletto, la visionarietà vola alto, oltre il Cielo, verso il bianco che non conosce contorni, sfumature, confini, limiti e cippi vari.
Poniamo che questo opuscolo di pochissime pagine sia come recita il suo sottotitolo:
“un racconto giallo nella Cina misteriosa di inizio ‘900”.
E’ solo frutto della vena noir e umoristica dell’autrice o c’è una radice alla base del fusto?
Per questo racconto, scritto qualche anno fa, Shanmei si è ispirata alla vita del suo bisnonno Luigi Paolo Piovano, che realmente tra il 1900 e il 1905 visse in Cina, e vi andò come militare di Carriera facente parte del Secondo Contingente Italiano, inviato nel Celeste Impero in difesa delle Legazioni assediate dai Boxers.
Abbiamo scoperto così il basamento sul quale è edificato l’edificio narrativo. Ma chi è il protagonista fittizio di questa storia?
Si chiama Luigi Bianchi e decise di partire perché:

“ero giovane, pieno di entusiasmo, ancora scosso dalle notizie che provenivano da quelle terre lontane dalle lettere dei missionari, di missioni incendiate, occidentali uccisi, donne e bambini in pericolo di vita”.

Ben poco sapeva del suo viaggio, e di quando sarebbe tornato. Poteva trattarsi di mesi e invece occupò cinque anni della sua vita.
Un giorno bussa alla sua porta (e alla sua coscienza) Padre Geroni:
il cappellano militare vuole che Luigi vada a trovare Padre De Filippi.
Questi ha ricevuto in confessione una confidenza, ma non può violare il segreto che il sacramento difende.
C’entra in qualche modo Cheng, ragazzo cinese, figlio della lavandaia che lavora nel campo della Caserma.
Ha visto qualcosa che potrebbe scagionare un uomo accusato ingiustamente.

“Cheng non può testimoniare, o almeno lo farà, mi ha assicurato, ma non prima che serie indagini abbiano scagionato Sun Dong, cameriere alla Fenice d’Oro, accusato di aver avvelenato un ricco mercante francese. Non è stato lui.
Cheng ha visto chi è stato, ma non sa descriverlo”.

Ora Cheng è davvero in pericolo: l’unico testimone, un testimone scomodo. Riuscirà a salvarsi?
In pentola, bollono convenzioni,trappole, intrighi ed un finale che distorce ogni profezia.
E’ servito un piatto ricco di saporiti elementi tratti dai ricordi, dalle memorie, dall’invenzione, dalla esplorazione alla ricerca del mondo nascosto dell’essere umano.
Gioco, trastullo, passione, racconto ludico, chiamatelo come volete, ma il genere di questo racconto è plurimo, racchiude molti sub-procedimenti della scrittura. Si avverte un lavorìo, una cesellatura, un esercizio di limatura che non corrode la freschezza del risultato.
Un piccolo orologio di precisione, un bijoux che orna la mente, e scaccia il pensiero monocromo.
La Cina è la seducente terra da salvare, ben sapendo che poi è essa stessa l’accogliente ventre per ogni avventuriero del tempo.
I personaggi non sono macchiette né semplici cartoncini vuoti da ritagliare ed incollare. C’è una tipizzazione lieve, una mano che guida e non un filo di burattino.
L’autrice si avvale di un repertorio di luoghi comuni sull’Impero Celeste, per cogliere il divertimento nello scomporli, un tassello dopo l’altro.
Ci provi il lettore a ficcarli nella giusta casella. Come suggerisce il finale che sfata lo scalpore, tossicchia previsioni non palesi, osserva il canto del cigno delle nostre certezze. E non finisce qui, sembra voler dire. E noi seguitiamo a credere.

Shanmei nasce a Milano alla fine degli anni ’60. Dopo studi universitari, ha iniziato ad occuparsi di libri e editoria.
Dal 2010 pubblica in antologie varie racconti surreali, buffi, un po’ pop, soprattutto flash fiction.
Appassionata di hard boiled vintage anni ’50 ha parlato nei suoi racconti anche di pirati, di piloti di cargo interstellari, di soldati di ventura, di ballerine del Moulin Rouge, di antichi romani.

Source: acquisto personale del recensore.

Nota: disponibile solo su Amazon qui

:: L’ascensore di Daniela Distefano

10 novembre 2017

Foto L'ascensoreSi radeva come tutte le mattine, il caffè gorgogliava sul fornello, Pauline portava la cagnetta Doris a fare i bisognini in giardino. Un giorno come un altro mentre l’autunno avanzava scostando le tende di un’estate scaltra e pervasiva.
Avevano scelto questa stagione umida e incerta per andare in vacanza, le valigie pronte, i documenti a vista, i biglietti dell’aereo in borsa, Pauline era maniaca della precisione e della puntualità.
Ma perché “era”?
Marco non se lo chiese nemmeno, un piccolo rivolo di sangue gli colava da una guancia, la barba non c’era più, e si era ferito.
“Pauline!”
Si aspettava un “Che c’è?”.
Non udì nulla se non il ritorno della sua voce nasale e un suono appena percettibile, forse l’ascensore che annunciava la fine della passeggiatina di Doris, non erano ancora rientrate le sue “femmine”.
Con la schiuma da barba sul mento e i capelli a scienziato pazzo, aprì la porta dell’entrata, era stata appena socchiusa, Pauline non era il tipo da aspettarsi aggressioni, rapine, furti…
Vide la signora Clarissa che saliva le scale con enormi buste della spesa, roba da cucina hard, una zucchina fuoriusciva da un sacchetto, un cavolo sbucava da un contenitore, l’ascensore era occupato e così si era fatta a piedi quella scalinata ottocentesca di uno dei palazzi più antichi della città.
“Se vuole, l’aiuto”.
“Oh, grazie mille, ma sono quasi arrivata, col fiatone però ce l’ho fatta”.
“Come vuole, io…”
“Io”, finì lì. Non poteva finire la frase ” Aspetto mia moglie e la cagnetta Doris che saranno dentro l’ascensore e..”.
Le due “femmine” della sua vita erano effettivamente all’interno dell’ascensore, ma quando questo si aprì Marco capì che la vita non è come un barattolo della nutella, magnifico e previsto, bensì un’insalata in busta, dove puoi trovarci a volte insetti, pesticidi, ed altre spiacevoli sorprese.
Marco Ottoni, trentacinque anni, impiegato in un istituto di credito, ha ucciso la moglie ventisettenne di origini francesi, Pauline Cassel, questa mattina quando la vittima tornava dopo aver portato a spasso la sua cagnolina.
Ancora ignoto il movente. L’assassino era pronto a fuggire.
Nessun testimone, solo una signora anziana dice di aver visto l’uxoricida vicino l’ascensore e di aver scambiato con lui convenevoli, evidentemente per depistare, per non richiamare la sua attenzione.
La vittima è stata pugnalata con dodici coltellate alla schiena, la cagnolina è morta prima. Il marito si dichiara innocente:
“Non stavo fuggendo, dovevamo andare in vacanza!”.
“Non sono stato io, vi state sbagliando, non ci sono impronte! Non ho usato guanti!”.
Spegniamo questo televisore, Cip. Bel pappagallino, adesso ne vedremo delle belle. Domani vado dal parrucchiere perché vengono ad intervistarmi quelli del telegiornale, uh! Che emozione, Cip!
Non doveva partire quella cagna, e nemmeno la sua padrona: gne gne, e non salutano; offri loro un dono prezioso come l’amicizia e ti sporcano il giardino. Il mio Lucio, il mio terzo marito me lo diceva sempre:
“Clarissa sei una donna formidabile ma anche un po’ pericolosa.
Se non ti va a genio qualcuno, non vale nulla per te il manuale dell’amministratore condominiale!!!”.
La odiavo con i suoi ninnoli, con i suoi sorrisi ipocriti, e poi una come lei mi portò via il mio Lucio. Il suo miserabile marito se la pianga pure, io e Cip lo aiuteremo a trovare un altro colpevole.
“Sì, un tizio col berretto scuro”.
“Ne è sicura, signora? E’ proprio certa di aver visto un uomo che usciva di fretta e furia dal portone del palazzo?”.
“Certissima, e sono spaventata adesso anche per me, un’anziana sola sola, col suo pappagallino.. mentre il mondo è cattivo. Sì, è proprio cattivo”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Io, cristiana di Monica Mondo (San Paolo Edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

6 novembre 2017

IO, CRISTIANA di Monica Mondo“Col tempo mi accorgo che l’unica cosa che vale e che fa pienamente uomini è la ricerca, che muove l’intelligenza e il cuore”.

Sull’intelligenza, di cui siamo più o meno dotati, pochi hanno dubbi, ma è il cuore la guida, e va seguito, però non prima di aver dato tutto perché la ragione ceda, intelligentemente – sostiene Monica Mondo, autrice di questo opuscolo che rischiara l’anima, lucida la fede, rinfranca lo spirito.
Mi accingo a parlarne con molto timore, non voglio sciupare il dono di pagine che sorprendono per chiarezza di idee e scrittura armoniosa.
Si respira una nuova religione, non quella degli anni in cui viviamo (senza fiducia, speranza, affidamento). Persino la più invocata delle parole che ci connotano, la libertà, ha un sapore divenuto senza sale, ed il Signore lo diceva: senza sale non c’è buon cibo.
Cos’è allora la libertà?

E’ una parola che ci esalta, ci commuove; una parola che ci definisce nel profondo. Così vorremmo essere: liberi. Il suo suono rimanda a pensieri e volti che fanno parte della storia e di noi. Dagli eroi di Maratona ai martiri del nostro tempo, che ancora lasciano madre, padre, sorelle, fratelli, figli per un ideale di libertà.
Rimanda a Dante:”Libertà vo cercando ch’è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta”.
Graffiata sui muri delle celle dei condannati a morte.
Sospirata in lunghe prigionie, cercata attraversando il mare.
Si può morire, per la libertà, propria e altrui. Si può rinunciarvi, per donarla. Siamo figli di una cultura che ha posto la libertà a base del diritto..”.

Sono certa che da qualche parte nel mondo siamo già pronti per accogliere la liberazione del Signore, c’è un paradiso che per essere tale dev’essere condiviso da tutti, non solo da molti. Forse Gesù vuole solo che aspettiamo: alla fine ogni essere umano varcherà la soglia dell’Eden celeste partendo da un rivelato Eden terrestre. Vivo in un’isola che ha tutto per essere Cielo, ma sembra da sempre terra di diavoli. Rifletto leggendo questo libro ricco di spunti.
Un’idea affascinante?

“Perché non studiamo i santi insieme agli eroi? Perché conosciamo i nomi di Masaniello e Pietro Micca, di Garibaldi e Matteotti, e tocca entrare a catechismo per saperne di più di Filippo Neri e Faà di Bruno, di don Bosco e Massimiliano Kolbe. Hanno storie bellissime, i santi: scuotono, infiammano, incantano, muovono a sentimenti nobili, ci ricordano che non tutto è stato male. I santi entrano invece nei “librini” di catechismo, nella legenda del canone, non nella storia”.

Perché?
Penso a santi e sante sconosciuti, a Marthe Robin, a Natuzza Evolo, a tutte le figure che nel nostro tempo sono state dei fari nella notte dell’ateismo.
Perché oggi molti giovani non vogliono essere come loro e desiderano invece avere, possedere, comandare?
Mi piacerebbe che la scuola, gli insegnanti, facessero comprendere ai ragazzi – un moderno, tecnologico, gregge senza pastore – che la gioia della vita è anche sacrificio per Dio, lotta per se stessi, amore per gli altri.
Non solo volontariato, ma anche struttura del cervello, rivoluzione della prospettiva. Si crescerebbe con più consapevolezza, pronti ad affrontare il vero combattimento contro il Male e le sue propaggini.
Parole vuote, retorica, genericità? No, semplicemente Dio.
Se ami Gesù, ami anche l’essere vivente.
Lasciatemi sognare, perdermi tra un salmo, sostare sotto la quercia di un vangelo.
Non sono nulla, ma per Dio valgo tantissimo. Lasciatemi sognare. Un mondo senza più bullismo, senza insulti, senza complessi di inferiorità. Perché è questo che vivono molti ragazzi delle nuove generazioni che non hanno conosciuto la speranza, l’età dell’oro della fine delle sanguinarie guerre totalitarie.
Quello che stiamo facendo è incanalarci verso una spirale di odio e rancore. Non ne usciremo bene, meglio saperlo, meglio edificare sulla roccia, perché solo così non vedremo crollare i nostri riferimenti, le nostre fondamenta, la nostra storia unica di cristiani da oltre duemila anni.

Monica Mondo, torinese, laureata in Lettere Classiche, vive a Roma, dove lavora come autore e conduttore a TV 2000. Ha scritto per diverse testate giornalistiche, di cultura e politica; ha lavorato nell’editoria e per la radio. E’ mamma di tre figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Si ringrazia Alessandro dell’ Ufficio Stampa San Paolo.

:: America! di Alessandro Maradini (Gattomerlino Edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2017

AmericaUn esordio che merita attenzione quello che si frantuma in queste sette storie, tutte forti di un concentrato di meticolosità e stilosità.
Già dai titoli entra in scena un nuovo modo di rapportarsi con la letteratura.
“Technicolor”, “Rettiliani”, “Papaveri”,”Clic”, “Dave!”, “Extrasistole”, “Fine della notte” sono ganci che collegano i nostri pensieri ai sensi della comprensione ermetica. L’autore di questa raccolta, Alessandro Maradini, si è divertito nel dare una rappresentazione non stereotipata dell’America intesa come miraggio bizzarro, non infranto, ma tendente all’affievolimento.
Il primo racconto – “Technicolor” – è frutto della passione dello scrittore per la letteratura afroamericana.
Si scava dentro il terreno che divide il bianco dal nero.
I protagonisti sono impegnati a valutare l’effettiva bianchità o negritudine.
In “Rettiliani”, l’autore vuole porre ironicamente un personaggio dinanzi all’imprevisto che fa traballare le certezze della vita: in questo caso il rapimento alieno del cane di un convinto repubblicano che a causa di questo evento scivolerà verso contrarie posizioni politiche.
“Papaveri” racconta il legame tra arruolamento e disagio economico.
Il protagonista sceglierà l’esercito in seguito alla grave e persistente crisi economica della propria famiglia.
“Clic” è una storia che finisce con una madre in pieno disfacimento emotivo davanti all’albero di Natale.
L’insostenibile leggerezza della gestione del quotidiano è vista con gli occhi di un preadolescente amante della pallacanestro.
“Dave!” è forse il racconto più riuscito.
In esso è condensato lo spirito di una nazione.
Letterman è un uomo ricchissimo, quasi sempre più ricco dei suoi ospiti, ma la percezione dello spettatore non va in questa direzione.
Letterman è come un supermercato che offre la possibilità di mostrare i prodotti alle aziende produttrici.
“Extrasistole” nasce durante una passeggiata nel quartiere San Lorenzo a Roma, dove l’autore ha risieduto per due anni.
Anche qui si materializza una sorta di ribaltamento della visuale:
il protagonista, il sosia, immagina la vita del privilegiato, quando quest’ultimo è incuriosito dalla vita del sosia sfigato.
“Fine della notte” conclude la raccolta e ci parla di un fatto di cronaca, cioè la morte nel luglio del 2011 della cantante britannica Amy Winehouse, una delle principali esponenti del soul bianco degli anni duemila.
L’autore ha provato a immaginare la madre della cantante. Il racconto è ambientato a Londra.
“America” è un libro che necessita di un piccolo sforzo per assaporare le delizie di una lingua modellata come creta a immagine e somiglianza di un sogno, di una visione onirica che l’autore ha voluto condividere con il lettore.
E’ come un gioco, un game fatto di rimandi, di evocazioni, di impressioni.
Se vi sentite spaesati davanti ad una scrittura a riccio, allora vorrà dire che siete arrivati a destinazione. Il viaggio è articolato, lo stile è ricercato, raffinato, impreziosito da spunti istrionici. Benvenuti nell’America dell’immaginazione facile, e dello sgabuzzino delle prospettive marce.
Ma volete mettere? Il nostro cervello comincia a parlottare da solo quando la parola comincia a circolare nelle vene, America, America, America.
Solo questo conta, solo questo è Cielo bevuto per Terra.

Alessandro Maradini è nato agli inizi degli anni Ottanta a Fidenza, lungo la via Emilia. Ha vissuto in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Attualmente risiede a Salsomaggiore Terme.
Ha studiato Culture Letterarie Europee all’università di Bologna.
Da sempre interessato alla storia della cultura degli anni ’60 e ’70, sia italiana che estera, tenta di comprenderne lo spirito attraverso le produzioni di alcuni dei suoi interpreti tra cui Marco Ferreri, Elio Petri, R.W. Fassbinder, Alighiero Boetti.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Stefania Gaggini dell’ Ufficio stampa.

:: L’ultimo segreto di Lady Diana. Il mistero del rapporto tra la principessa più amata e Madre Teresa di Luciano Regolo (San Paolo, 2017) a cura di Daniela Distefano

27 settembre 2017

Senza titolo-7Lady Diana e Santa Madre Teresa di Calcutta – due icone che non appartengono più al Tempo – sono edere pulsanti nel nostro registro dei ricordi.
Se appartennero ad un opposto contesto, la morte di entrambe le avvicinò, l’una fu il puntello dell’altra.
Ma chi era davvero Lady Diana? Quale fu la sua amletica eredità?
Nel suo intimo sgorgarono e crebbero, con costanza, la ricerca spirituale e il bisogno genuino di lenire gli affanni altrui.
Proprio in questa spinta verso l’Oltre, Diana trovava il più autentico conforto al dolore interiore e alle prove per lei inaccettabili.
Anche per Madre Teresa Lady Diana era “una matita nelle mani di Dio”.
Alcuni scettici pensavano che Lady Diana strumentalizzasse la sua figura.
Ecco la risposta della Santa: “Io non ho mai incontrato la principessa Diana. Non ho mai ricevuto la principessa Diana, ma l’infelice Diana, è una cosa molto diversa”.
Per lei principesse o poveri erano la stessa cosa, chiunque avesse bisogno di amore era povero. E Diana aveva bisogno d’amore, Madre Teresa ne aveva avvertito in pieno la sofferenza.
Le sue parole ed il suo esempio lasciarono un solco profondo in Lady Diana e per rendersene conto basta guardare come e quanto cambiò la sua vita dal ’92 in poi o le iniziative in cui si impegnò anche a livello internazionale.
Crebbe in lei la consapevolezza del senso da dare alla sua vita. Sulla sua scrivania bene in evidenza la frase di Madre Teresa che aveva scelto quale motto della sua rinascita: “Una vita non vissuta per altri non è una vita”.
Queste due donne del mondo moderno non operarono metodicamente, come specialiste nell’alleviare l’agonia umana; come soleva dire
Santa Teresa di Calcutta:”Quello che facciamo non è assistenza sociale, ma l’opera di Dio. Non siamo assistenti sociali, siamo anime consacrate, chiamate a compiere l’opera di Dio”.

Luciano Regolo, classe 1966, giornalista, ha lavorato per diverse testate come “Repubblica”, “Oggi” e “Chi”. Ha diretto “Novella 2000”, “Eva Tremila” e “Vip”, il quotidiano “L’Ora della Calabria”, ricevendo a Ischia nel 2014 il premio speciale per la difesa nella libertà di stampa, e poi “Mate”, la prima rivista di divulgazione matematica.
Attualmente è freelance. Ha scritto numerosi libri sulla storia dei Savoia e sul rapporto oscuro tra Corona e fascismo e i best seller: “Natuzza Evolo.
Il miracolo di una vita” (2010), “Natuzza amica mia” (2011), “Il dolore si fa gioia: Padre Pio e Natuzza. Due vite, un messaggio (2013), “Le lacrime della Vergine (2014) e “Dove la Madonna parlò a Natuzza”(2014);
con padre Raffaele Talmelli “Il diavolo. Riconoscere la sua seduzione, difendersi dai suoi attacchi” (2014).

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Alessandro Fuso dell’ ufficio stampa.

:: Angela, Daniela Distefano

15 settembre 2017

ANGELA - Racconto

Una volta ho fatto una scoperta portentosa: mi piace viaggiare.
Poggio la testa sul bordo del finestrino, in treno o in aereo mi godo la visuale come in trance.
Lascio espandere la mente tra le nuvole dello stupore, non sono a casa, non sono in luogo ben delimitato, viaggio, avverto la potenza degli ingranaggi, tutti diretti verso una destinazione ben precisa: la mia.
Vedo intorno a me tanti aggeggi sonori, smartphone, cellulari, tablet…
Ognuno perso nel proprio mondo virtuale, un anziano esce dalla valigia a mano caramelle, le offre a tutti; un bimbo gioca con i colori, scompone l’ordine delle riviste posizionate dietro i sedili del velivolo. Io traduco una dispensa sul tentativo di una Costituzione europea, poi una sul Trattato di Lisbona, infine una copia del “Time” di qualche settimana fa.
Non credevo che ce l’avrei fatta, non conoscevo neanche bene i miei desideri, so che quando studio ritrovo quella parte di me che mi più piace, mi convince, mi appaga.
E così qualche mese fa la laurea è arrivata con un botto che non mi ha sconvolto.
Nelle foto scattate quel giorno il mio viso è imperturbabile; ero felice, indubbiamente, però sapevo che sarei diventata di colpo il sasso gettato nello stagno.
Un bersaglio facile a cui mirare.
Ma io sono qui adesso, c’è una metropoli ad attendermi, gente saggia, il cuore delle Istituzioni europee mentre avverto che sta per cominciare una lotta che non avrei mai voluto ingaggiare.
– Auguri Angela, complimentoni alla mia cugina più bella”.
– “Auguri, scusami se non sono potuta venire alla tua laurea, sei proprio bella cognatina cara”.
– “ Vai sempre così, Angela, e non ti scordare di noi che ti vogliamo tanto bene”.
Messaggi di parenti e conoscenti a cui rispondo su Facebook con un pizzico di imbarazzo.
La mia famiglia ha pagato i miei studi, non il mio cervello.
Le prime volte che andavo a svolgere un esame facevo finta di niente, però temevo l’appello: il mio non è un cognome comunissimo, ma lo facevo passare per tale.
Sorridevo, mi piace quando non si riesce a leggere nei miei pensieri, ho imparato a bluffare con i sorrisi, le mezze parole, la fronte dubbiosa.
Anche il severo professor Gambino cadde nella trappola, o forse, per pietà nei miei confronti, ci volle cadere.
Il mio fidanzatino di allora era geloso della mia passione per gli studi, ma non lo lasciai per questo. Difficile passare la vita con chi non condivide le tue perplessità ideologiche, la tua passione per il codice civile, il pane di nozioni con cui ti nutri da anni.
Era orgoglioso di me, non del mio ragionare. Così feci il mio primo viaggio da sola. Gli occhi della Famiglia su di me.
Adesso la figlia di Totò Li Causi si è laureata, la nipote del boss Centone va a Bruxelles, una cosa da meraviglia.
Un onore per tutti i parenti, un vanto per il Sud mafioso?
“Ma che si è messa in testa?” .
Io? No. Io no.
Io non ho mai ucciso nessuno, mai odiato, mai rubato l’esistenza del popolo.
E allora?
Allora sono la gallina grassa, bella soda, mi hanno allevato per impreziosire il nome della mia stirpe, non per farmi vivere dignitosamente.
Forse un giorno metterò la muta al mio dolore, adesso fingo di non scappare per andare a cercare una salvezza che non nasce da un’ esibita necessità.
Il sole su questo treno veloce mi illumina il viso, mi specchio sorniona: sì, lo so che sono carina, me lo hanno sempre detto:
“Che bedda la nostra Angela”; “Quanto si è fatta bedda, Angela, forse si vergognerà di noi un giorno”.
E’ difficile crederlo, ma non ho provato mai vergogna per il mio cognome, per me stessa, invece, sempre.
Troppo appariscente, troppo pensierosa, troppo spigolosa per un clan di mafiosi che cercavano nelle donne un profilo basso.
Con una mano ti accarezzano, con l’altra ti strozzano le prospettive.
Odiano chi è diverso da loro. E’ uno sberleffo il complimento sfacciato, l’inchino falso di chi vorrebbe vederti inciampare.
E poi tutti, uomini e donne, mariti e mogli, tutti così, tutti così diversi da me.
Io ero la picciridda che non doveva sporcarsi le mani.
Una statua, come un pezzo di marmo da cui si ricava la personificazione della “Solitudine”. Sono l’immagine di chi è incompreso dalla nascita. Non capisco il loro decalogo mortifero, il loro parlare con la mimica facciale.
Non so perché sono capitata in questa famiglia, perché mia madre si curvi fino a toccare le suole delle scarpe, ogni giorno, ogni settimana, ogni santo mese di questo decennio di vita da sopravvivenza.
Eppure neanche lei mi capisce. Non comprende che la mia non è una ribellione generazionale, è un tentativo di non farmi sommergere dalla macchia di petrolio riversata su un mare cristallino.
Osservo i miei fratellini, giocano a farsi ammazzare, li vedo già grandi prendere le redini del comando criminale.
Non io. Io no, io no, mai.
Non posso credere che questo peso che mi porto nel cuore un giorno potrà avere ali per volare via, come faccio io adesso su questo treno, e prima ancora sull’aereo.
Ma ovunque andrò sentirò sempre il fiato grosso di coloro che mi respirano sul collo. L’abbraccio fatale che arriva dappertutto, in ogni angolo del pianeta dove deciderò di rimanere come nuova casa, nuovo inizio, altra storia.
Questo futuro però non è ancora realtà.
La realtà è che posso vivere solo di sogni. Ripenso ai momenti più belli che ho vissuto: gli esami brillantemente superati, la gioia del mio diploma di laurea stretto tra le mani tremanti.
E poi quella volta in cui il mio professore di diritto amministrativo mi guardò con i suoi occhi neri e penetranti e disse che la mia relazione sulla legge n.241 del 1990 era impeccabile e mi avrebbe assegnato il voto più alto con la lode.
Io? Io ho studiato giurisprudenza, e sono imparentata con le cosche. Io pago i miei libri con i soldi sporchi della criminalità. Non mi vergogno di loro, ma devo imparare a non vergognarmi di me stessa.
C’è voluto del tempo perché capissi che sono la buccia di una mela marcia al suo interno, una buccia invitante per non far cadere la mela nel cestino dei rifiuti.
Nulla è gratis, e so bene che la mia presenza accresce il loro valore ( mentre io sento di non valere nulla). Ma per me tutto ciò ha un prezzo troppo alto. E allora, nei momenti più neri della pece, penso a Dio. Se finora non sono stata che creta nelle sue mani, un giorno voglio poterlo servire con la coscienza pulita.
Morendo farei felice me stessa e coloro che non mi amano, ma non farei il volere del Signore. Lui vuole il pezzetto di croce sostenuto in vita, quindi accetto questo piccolo sacrificio. E mi riempio le tasche di sassi speranzosi.
No che non ce l’ho un’amica vera, nessun amore struggente, solo io e il mio giorno vuoto. Però così è più facile partire, lasciarsi poco alle spalle, dissetarsi alla fonte dell’ignoto. Non è quello che ho scelto, è quello che ho accettato.
Non si può vivere rinnegando se stessi. Ancora un’altra fermata e prendo la metropolitana del mio avvenire.
E’ come un tunnel, adesso comincio ad intravedere la luce, poco alla volta distinguo l’uscita da questo buco nero che è la mia vita.
Nessuno al mondo vuole questo, ma lo voglio io con tutta me stessa. Mi odieranno, proveranno a fermarmi, mi inseguiranno, ma io sarò al sicuro. Io ho Dio che mi avvolge con il suo manto luminoso.
Marica è morta, qualche anno fa. Anche lei voleva evadere dalla griglia compatta dei suoi consanguinei mafiosi. Si è uccisa, per vergogna, non ha retto, e come Virginia Woolf si è tuffata nel fiume, ha radunato tutto il suo coraggio ed è scomparsa dal mondo per recuperare un pezzetto di verità.
Perché quello che più ferisce, annienta, isterilisce, è il non contatto con la realtà. Si deve fingere sempre, essere sempre pronti a ingoiare le umiliazioni, le condanne della gente per bene. Si deve camminare a testa alta, mentre il verme solitario ti corrode il fegato. Io so come ci si sente, Marica voleva bere i raggi del sole, ed è morta sola.
Ha perso il contatto con l’Umiltà e si è fatta eroica, stoica, di marmo. Io penso che nei momenti più doloranti e opprimenti dobbiamo noi tutti riscoprire il valore dell’essere umili dentro.
Non l’umiltà esteriore, ma la consapevolezza che non siamo nulla, solo puntini che il Signore illumina di tanto in tanto. E’ l’orgoglio, la vanità che ci fa sprofondare, ma se siamo muro basso nessuno lo abbatterà per oltrepassarlo. Il mio muro adesso è talmente basso che neanche una bomba lo potrebbe frantumare.
Ma per essere davvero indistruttibile, il muro deve anche essere “edificato sulla roccia”. Così dice Gesù nel Vangelo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia..” (Vangelo secondo Matteo 7,20).
Forse la mia casa è invece costruita nella sabbia. Vorrei fortificare le mie aspirazioni, volgere il Male in Bene, però non sono alchimista e butto il mio tempo libero sul giro astrale dei pianeti.
Pure strega.
Merito di essere bruciata in un rogo che la mia Famiglia allestirebbe in grande stile, ma adesso sono in viaggio, ed io so che viaggiare mi dispensa dal muto rancore, dalla rabbia per aver paura delle persone a cui appartengo.
Un’ultima tappa, un solo ostacolo, poi la libertà. Tremavo come una foglia autunnale, ma adesso solo calma, serenità, attesa. “La felicità dell’attesa”, come scrive Carmine Abate nell’omonimo romanzo.
Ultimamente, però, leggo soprattutto libri di genere, voglio capire perché le donne si odiano così tanto. Si vedono, si annusano, vorrebbero essere l’una al posto dell’altra, poi si fanno la guerra.
E si piange. Renè Girard ha elaborato la teoria mimetica. Calza a pennello per spiegare l’evoluzione femminile. Cioè è in atto un’evoluzione, ma c’è anche un grosso masso sulla strada della liberazione.
Quel sasso siamo noi stesse, il nostro specchiarci sulla vita delle altre. I nostri omicidi, crimini, delitti, sono più sofisticati. Si punta a devitalizzare la propria simile, la cassetta dei lavori sono i nostri sguardi maligni, la subdola adulazione, i trabocchetti verbali, poi si passa agli attacchi nei punti deboli, la vile trafila delle menzogne, le ipocrisie, le minacce, l’insulto sboccato, i sorrisi alieni.
A questo punto interviene l’uomo, e la donna capitola del tutto. “Eliminata”. Come nel programma televisivo “L’isola dei famosi”.
Sono una donna del Sud, ma di un paese avanzato, occidentale, democratico. E non abbiamo avuto finora mai un Presidente della Repubblica donna.
Mai. Mai negli Stati Uniti, mai. Eppure l’America è da sempre terra di conquiste civili. Perché? Perché sono le donne che non vogliono proprie simili al Potere.
Quando Barack Obama è stato eletto primo Presidente di colore degli Stati Uniti, un zoom sulla gente nelle piazze faceva vedere volti con gli occhi lucidi. Persone di colore con i lucciconi, striscioni di festa, canti e balli perché l’evento aveva una portata storica eccezionale. Ma quante donne avrebbero condiviso la stessa emozione per la vittoria di una loro simile dopo una millenaria esistenza all’ombra del maschio?
Noi donne non ci stimiamo: vorremmo essere perfette, ma odiamo la perfezione nelle altre. Quante volte ho desiderato essere come le altre, e quante volte ho visto la rabbia delle altre per non essere come me. Il mondo si è capovolto, un giorno arriverà il buon Dio che ci porterà nel Regno dei Cieli dove non esisterà più la guerra. Ma già da adesso potremmo metterci in cammino.
L’omosessuale non è più uno spauracchio, il povero un giorno godrà del reddito di cittadinanza, l’odio sarà esorcizzato con i corsi di “amore per il prossimo” online. Solo la fede sarà oggetto del contendere.
Fede cristiana, fede musulmana, fede buddhista etc. Ma anche queste divisioni saranno superate recitando come un salmo la dottrina di John Rawls. Allora avremo un primo presidente della Repubblica donna.
E non sarà uno specchietto per le allodole, ma rappresenterà una popolazione matura, civile, unita. Una sola voce per il Paese. E mentre penso queste cose, mi accorgo che il mio tragitto si è concluso.
Prendo armi e bagagli, e mi guardo intorno.
Una metropoli europea, un profumo di gelsomino alle narici, respiro e mi avvio cantando:

E’ certo un brivido/averti qui con me/ in volo libero/ sugli anni andati ormai…”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Cleopatra – L’ultima regina d’Egitto – Christian Jacq (tre60 2017) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2017

cleopatraDiciamolo pure: gli adolescenti di oggi sono depotenziati rispetto ai teenager dell’antichità che potevano ereditare regni, imperi, principati anche in tenera età e li sapevano amministrare sotto la supervisione di un tutore non sempre in odor di saggezza.
Cleopatra era una girl che a diciotto anni ha ereditato da Tolomeo XII il regno d’Egitto.
Non era un regalo della Fortuna. Allora l’Egitto attraversava un passaggio critico del suo sistema politico.
Cleopatra doveva risollevare le sorti non solo economiche del proprio Paese. Sul suo cammino poi mille nemici (funzionari corrotti, ufficiali spietati, consiglieri sleali, e un ragazzino, suo fratello Tolomeo, che le voleva strappare il trono); l’eunuco Fotino, il precettore Teodoto e il generale Achilla, rappresentavano un consiglio di reggenza per spezzare il potere di Cleopatra. Dopo averla indotta all’esilio, volevano eliminarla.
Ma il pericolo incombente era un altro, era Roma.
Ecco allora il simulacro dell’Amore a trasfigurarle il destino.
Giulio Cesare, il padrone del mondo, divenne il suo amante.

“Una guerra civile è sempre un’impresa disastrosa” ammette Cesare.
“Se riesco a favorire una riconciliazione tra voi rinuncerai a combattere?”
“Lo prometto. E tu, rinuncerai a impossessarti del mio paese?”
“Roma ha bisogno delle ricchezze dell’Egitto, in particolare dei suoi cereali, e intendo promuovere stabili relazioni commerciali con un potere forte e duraturo.”
“Con me e Tolomeo, in altre parole.”
“Queste erano le esigenze del tuo defunto padre, e tale è la vostra legge; dal suo rispetto dipenderà una pace dalla quale trarremo tutti profitto.”
“Queste parole sagge mi soddisfano. Celebriamo il nostro patto.”

Cleopatra voleva avere un figlio da lui però, dopo la nascita di Cesarione, Cesare fu ucciso, il resto è storia nella Storia.
“Cleopatra. L’ultima regina d’Egitto” (tre60), romanzo di Christian Jacq, è una cavalcata narrativa che toglie il respiro, si lascia sfogliare con accanimento e avidamente. Un trucco da prestigiatore per far dimenticare le ore al lettore.
Ottimo compagno per chi rimane ancora in spiaggia a settembre nonostante qualche nuvola e qualche brivido non solo causato dal tempo.
Non mancano gli ingredienti genuini del racconto d’avventura, forse un po’ annacquata l’introspezione psicologica dei personaggi, forse qualche concessione furba alla verve dell’immaginazione, ma l’impalcatura letteraria regge, la sostanza è dipinta con i colori della perizia artigianale creativa di cui Jacq è maestro. Traduzione: Maddalena Togliani.

Christian Jacq ha raggiunto il successo mondiale con Il Romanzo di Ramses, una saga pubblicata in 29 Paesi che ha battuto ogni record di vendita. Un caso editoriale eclatante, nato dalla sua passione per l’antico Egitto, dai suoi studi di archeologia e dalla sua ispirata forza narrativa.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Barbara Trianni.

:: Traditi e traditori, Guglielmo Mariani, (Giovane Holden Edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

27 luglio 2017
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Siamo in guerra, la più spudorata, la più alienante dell’umanità: 8 aprile 1945, tra qualche settimana finisce il III Raich, ma nessuno ci crede ancora.
Si respira odore di morti, putridume ovunque, in ogni angolo dei territori in conflitto, il Secondo conflitto mondiale.
Kristine ha tre figli e decide di fuggire per non assistere al precipitare degli eventi. Suo marito è generale delle SS di stanza in Polonia, non può partire con la sua famiglia che adesso è diretta verso ovest, fino alla Baviera, invasa dagli americani.
Ma accade qualcosa che fa voltare pagina al destino di questa madre e dei suoi pargoli, qualcosa di inaspettato, di non credibile in pieno abominio umano. Sboccia un sentimento come ginestra tra i sassi, in mezzo
alla migrazione biblica di milioni di persone che temono l’Armata Rossa incalzante.
Mentre perlustrano una foresta, si imbattono in una casa disabitata.
Non è una casa qualunque, di quelle diroccate, mezzo spettrali, ritrovo per animali o assassini bestiali, no. E’ piuttosto una magione dei sogni, non manca nulla, è colma di provviste, e Kristine capisce subito di aver trovato la cuccagna.
Passa del tempo e un giorno arriva un uomo portato dal vento. Il vento della passione per Kristine. Il suo nome è Vladislav, in missione per la Resistenza Polacca.
Tra i due si accende una fiammella d’amore incendiaria. Non riescono a resistere più di tanto, cedono e si arrendono l’uno tra le braccia dell’altra.
Un amore impossibile? sì. Anche perché non si può vivere a lungo nell’acquario se non si è pesci muti.
Non lontano accadono eventi drammatici, quattro eserciti si contendono il suolo tedesco.
Il finale non va svelato, però davvero non importa saperlo o meno, quel che è certo è che questo romanzo ci ha donato ore di piacevole svago prendendo spunto invece dalla storia, da un passato che di favolistico ha ben poco.
Se siete al mare, in spiaggia, sotto l’ombrellone, o se vi godete la montagna con il suo verde estivo, oppure semplicemente scacciate il caldo con l’acchiappa mosche sulla terrazza di casa, potrete assaporare questo concentrato di fantasia sensuale in un contesto che è descritto con doveroso puntiglio.

Guglielmo Mariani, medico, ha insegnato nelle Università di Roma, L’Aquila e Palermo. Ora è Professore all’Università di Westminster, Londra.
Ha pubblicato più di 370 lavori scientifici, la maggior parte su prestigiose riviste internazionali.
Il suo primo romanzo, “Roberto”, Armando Curcio Editore, 2014, ha ottenuto il secondo premio al Concorso Letterario Zingarelli nel 2015; nel 2016 pubblica il secondo romanzo “Il Gaullista di Parma”, Editrice DGS.
Il suo ambito preferito è la Storia nella quale cala i suoi personaggi per dare alle loro vicende umane un significato più ampio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miranda e Marco della “Giovane Holden Edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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