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:: La dea di Morgantina. Il ritorno della madre terra (Bonfirraro, 2015) di Emilio Sarli a cura di Daniela Distefano

12 novembre 2018

La dea di Morgantina - BonfirraroIl plot di questo libro ci parla di un nostos singolare: il ritorno a casa della dea di Morgantina, di un mitologico capolavoro sganciato dal castone di terra, costretto in mani furtive, peregrino per le botteghe d’oltralpe e d’oltreoceano.
Dopo aver vagato per il mondo, la statua – dal 2011, nel Museo archeologico di Aidone- incanta di nuovo la Sicilia. Attraverso le vicende del protagonista Alfeo Rosso, prende corpo la parabola della dea di pietra. Il lettore si ritrova così catapultato nel tempo di Ducezio da Mineo e del suo sogno di dominio e libertà, duemilacinquecento anni prima. E la narrazione si trasforma in fiaba, un favola triste ma anche destinata a sovvertire i limiti e lacci del Tempo.

Una mattina di primavera sotto i portici dell’agorà (Ninfodoro)incontrò l’amore. Le chiese il nome, si chiamava Castalia, come la figlia del dio fiume; i primi raggi del sole erano gradevoli e nello zéfiro svolazzava la chioma d’oro della fanciulla, scapricciata, col sorriso dolce sulle labbra e tanta luce negli occhi. Si guardarono intensamente, si abbracciarono con passione, si baciarono a lungo”.

Erano felici Ninfodoro e Castalia. Ma una febbre letale s’impadronì del corpo di Castalia e, pian piano, si spense la luce dei suoi occhi. Il suo amato Ninfodoro vorticò nel precipizio, della mente e del corpo. Fu in una di quelle nottate nelle quali l’assillo fa male e graffia il cervello, le voglie sono trafitte e uccise dagli abissi del cuore, che un tarlo s’insinuò, come un chiodo fisso, nella sua testa: una statua per Castalia, perenne ricordo di un amore bello e fugace. Non perse tempo e si mise subito all’opera.

Allora, se Castalia non tornerà più, voglio fare per lei il monumento più bello del mondo, dev’essere la prova della bellezza del nostro amore!”.

Nella valle di Morgantina echeggiavano gli schiocchi delle mazzuole, il picchettio delle martelline di Demetrios, Kalistos e Philippos accompagnati dalla poesia di Alexandros. La statua doveva essere alta come dieci palmi di mano e ancora più. La testa doveva essere di marmo e così i piedi e le mani.
Gli abiti dovevano aderire bene al corpo, quasi fossero bagnati, la figura poteva essere ammirata da ogni parte. La scultura assunse così le sembianze della madreterra che – abbandonato l’Olimpo, arrabbiata con Zeus e tutti i numi – si fa donna calata sull’ecumène per trovare la Kore. La dea di Morgantina divenne e resta il simbolo di un amore immortale, carico di quel magnetismo che allontana ogni bizzarro schiaffo della sorte.
E incarna anche quel bisogno di ‘leggenda personale’ insito nel cuore di ogni essere umano. Forse per questo ne siamo così affascinati,oggi più di ieri, e smuoviamo mari e monti per andare a vedere se davvero quei panneggi, quelle pieghe, quel corpo di moderna eternità, sono in grado ancora di intrecciare l’anima. Un libro dallo stile sostenuto, posto ad un livello superiore di narrazione, lingua, immaginazione. Volutamente aulico, per affondare le incertezze che circondano i misteri, gli enigmi, i rebus della Sicilia, una terra attraversata da quadrati bianchi e neri come un cruciverba.

Emilio Sarli (Padula, http://www.emiliosarli.it) è avvocato, componente del Centro Studi e Ricerche Pietro Laveglia del Vallo di Diano e presidente del Caffè Letterario Il Meridiano. Segue tematiche giuridiche, storiche e ambientali, ha collaborato con riviste di diritto e ha pubblicato opere di narrativa e saggisitica.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Alberto Bonfirraro della casa editrice “Bonfirraro”.

:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: “Meno male che non siamo nati Lui” (2018) di Angelo Zabaglio feat. Andrea Coffami. A cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2018

ANGELO ZABAGLIO- Meno male che...Delirante litteram

Mare in tilt e prendi la scossa se ti bagni
stacca la spina di pesce prima di mangiare
devi nuotare per almeno tre ore altrimenti ti strozzi.
Titoli sballati per film doppiati peggio
peggio per te che armeggi nella pirateria
assolata in casa della prateria di pianto.
Delirante litteram
in rami e teli.
Tenda da campeggio per lei che si asciuga.
Pioggia fredda in estate torrida
corrida di toro sanguinante litteram.
Delirante litteram
in lite a rate.
Ante socchiuse che sbattono senza certezza
noi che balconi o terrazzi
o finestra pericolante litteram.

“Anarchico e corrosivo outsider”. E’ così che Angelo Zabaglio (alias Andrea Coffami e viceversa) è stato definito sulla scorta delle sue recenti pubblicazioni. Ed è una definizione esatta, anche alla luce di queste poesie che rivelano uno stato d’ animo sul bordo della ribellione; quasi impiastricciate di parole sudicie e insieme sfolgoranti. Il libro si avvale delle illustrazioni di Liz Castelletti e reca come titolo della prima poesia “Carboni senza Luca”, un vero e proprio manifesto della sua aguzza poetica.

Da dove

…Io sono uno scherzo di mestiere culturale,
rido di gioviali correzioni editoriali.
Fortunatamente ho cromosomi di
un anarchico suicida.
Con la stima sotto i piedi e la speranza
che mi aiuta.

Si tratta di una maniera in cui si percepisce l’autore, che di lirico mantiene l’ossatura di versi non precipitosi.
L’amore è qualcosa che difficilmente eleva. Si dipana l’ossessione del sesso che compensa questa granata di emozioni.

Cerchi in testa

Cerchiamoci a mo’ di amo
rompiamoci a mo’ di noci
strizziamoci a mo’ di mocio
baciamoci a mo’ di baco che ha sete.

Nella altre poesie di questa silloge – autoprodotta, ed è giusto precisarlo – ricorrono temi che forse tabù non sono più. Ma è fresca l’inventiva di associarli ad una lingua vivace, veloce, a volte torbida però sincera, fruttifera di associazioni mentali, rigorosa per l’affettazione giudiziosamente evitata.
I miti dei nostri giorni, le parole che rimbombano nel cervello per via degli stimoli pubblicitari, per via del moto elettronico della nostra ottusa comunicazione, sono serviti con la sagacia del demolitore.
Al macero l’idea stessa di vivere, di vederci topi microscopici che ruotano ciclicamente, che non hanno tempo per fissare sulla carta quello che più conta davvero nella vita, cioè la vita stessa per volare “liberi come un tozzo di pane”.
Meno male non siamo nati Lui” è una prova di come galleggiare tra gli impulsi esterni e il bisogno interiore di un canale, di una via d’uscita per gridare col megafono che, se esistiamo, un cammino potremmo sempre farlo tra le rocce del grottesco, le pietre della dissacrazione, le nuvole dei pensieri marci.

Angelo Zabaglio è nato a Latina. Dopo variegate esperienze lavorative, è approdato nel cosmo letterario pubblicando le raccolte poetiche “Ne prendo atto” (2013); “Serio f’aceto” (2012); il saggio umoristico “Sovvertire il cinema”(2010); la raccolta di racconti “Lavorare stronca” (2008) e la raccolta di poesie “Non tutti i dubbi sono di plastica” (2007). Nel 2016, è uscito il suo libro “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire”, edito da Gorilla Sapiens Edizioni.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La Madonna e Benedetta Rencurel – 54 anni di apparizioni di Vincenzo Mercante (Edizioni Segno, 2017) a cura di Daniela Distefano

23 settembre 2018

1“Ebbe il privilegio del viaggio in paradiso. Il 15 agosto 1698, giorno dell’Assunzione, la veggente sta recitando le litanie lauretane, quando fra le 19 e le 20, accompagnata da 4 angeli con il volto da bambini, le viene a far visita la Madonna che la inviata a seguirla: “Figlia mia, oggi voglio mostrarti delle cose che non hai mai visto e ti riempiranno di grande felicità”.

Questo libro racconta la vita di una veggente, la storia di una povera pastorella che ebbe in dono la comunicazione con l’aldilà. Benedetta Rencurel nacque nel settembre 1647 a Saint-Etienne- le- Laus. Una popolare leggenda fissa la nascita il giorno della festa di San Michele, quasi presagendo il suo forte legame con gli angeli. L’esistenza è dura sin dai primi anni di vita, gli stenti aumentano a dismisura con la morte del padre nel 1654, e la fame diviene pungente e quotidiana, ma i biografi annotano un’affermazione di Benedetta: “Il buon Dio e la sua Madre non possono lasciarci soli”. Non imparerà mai a leggere e a scrivere e fino al termine della vita firmerà con la consueta croce. Era un’ umile fanciulla, venne iniziata fin da bambina a zappare i campi altrui, a portare sulle spalle legna per il focolare, ad attingere l’acqua. Ne sortì un fisico tarchiato e resistente alla fatica e alle malattie.

Il poveraccio solitario e reietto – afferma l’autore del libro, Vincenzo Mercante – sortisce solitamente un carattere chiuso, ottusamente fissato sui piccoli beni materiali. La roba, per chi ne ha un pugno, diventa sacra, intoccabile, da custodirsi con gelosia. Ma l’animo di Benedetta, reso sensibilissimo dalla miseria che l’attorniava, la spingeva invece a gesti di generosità”.

Dagli occhi di quella giovane traspariva qualcosa di strano, di non definibile a prima vista e i più si astenevano da ogni giudizio nell’attesa di qualcosa che sapeva di mistero. A 14 anni le nasce dentro un desiderio fortissimo: “Ho provato, ridirà più volte negli interrogatori, un bisogno insaziabile di sofferenza”. Un giorno le appare San Maurizio che le dice: “Dirigiti verso la vallata sopra Saint-Etienne, e lì ti sarà concesso di vedere la Madre di Dio”. Ai margini di un bosco, in una grande cava di gesso, si apriva una piccola grotta chiamata le Fornaci, è qui che alla umile pastorella appare una bella Signora che tiene amorevolmente per mano un bimbo di rara bellezza. Nelle successive apparizioni, la Madonna si presenta: “Io sono Maria, la Madre di Gesù. Recati a Laus e cerca un’angusta cappella da cui si sprigionano profumi celestiali; lì mi vedrai molto spesso ed io ti comunicherò i miei desideri”. Dal 1673 fino alla morte, la vita di suor Benedetta (ha infatti preso il velo nell’ordine di San Domenico) si svolge in maniera armoniosa illuminata dalla presenza della Vergine e del suo Angelo che la spingono a chinarsi su una dolente umanità, desiderosa di sollievo nel corpo e nello spirito, bisognosa di pace interiore. Tra accanimenti del maligno, persecuzioni fisiche e morali, trascorrono 54 anni di apparizioni e fede senza interruzioni. Suor Benedetta muore il 28 dicembre 1718, nel pieno della gioia per la comunione con il Cielo.

Vincenzo Mercante (San Vito di Leguzzano, 2 agosto 1936) è uno scrittore e presbitero italiano. Vive ed opera a Trieste. Laureato in lettere moderne all’Università di Padova, già insegnante di materie letterarie nei licei scientifici statali, diplomato in Sacra Scrittura a Roma, ha frequentato corsi in psicologia, cinematografia e biblioteconomia conseguendone attestati di merito. In qualità poi di giornalista-pubblicista ed esperto di comunicazione massmediale collabora con vari settimanali, riviste di argomento storico-letterario e numerosi periodici. Fondatore del Centro Culturale David Maria Turoldo, organizza incontri musicali,  storici e letterari, sia di prosa che di poesia, nonché dibattiti cinematografici. Il Centro, gemellato con la missione don Bosco di Diamond Harbour nella provincia di Calcutta (Bengala – India), offe un costante aiuto per la realizzazione di  opere socialmente utili come scavo di pozzi di acqua dolce ed istallazioni di apparecchiature per fornire luce e gas a persone bisognose; infine mediante le adozioni a distanza incrementa la scolarizzazione di ragazzi volonterosi. Particolarità del Centro Turoldo è l’apertura alla mondialità e al dialogo interculturale aderendo alle iniziative del Centro Interdipartimentale di ricerca sulla Pace “Irene” dell’Università di Udine e del Centro interreligioso di Trieste. Il 25 maggio 2008 Vincenzo Mercante ha ricevuto una Menzione Speciale da parte dell’Associazione Altamarea nell’ambito del Premio Letterario Internazionale  Trieste “Scritture di Frontiera dedicato ad Umberto Saba 2007”. Precedentemente, oltre ad una segnalazione nel Concorso Nazionale Ibiskos Città di Salò per la narrativa, il 28 aprile 2008 gli è stato assegnato il secondo premio internazionale di letteratura Portus Lunae città di La Spezia per il saggio sul popolo  ebraico intitolato Il dolore bimillenario.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la signora Miriam dell’Ufficio Stampa “Edizioni Segno”.

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.

:: Sandro Pertini e la bandiera italiana, curato da Stefano Caretti e Maurizio Degli’Innocenti (Piero Lacaita Editore, 1998 e riedito nel 2016) a cura di Daniela Distefano

11 settembre 2018

SANDRO PERTINI e la bandiera italianaLotto per la libertà perché senza di essa non sono nessuno, perché ho dovuto riconquistarla dopo una lunga e dura lotta. Per me la libertà è la cosa più preziosa, qualcosa che non si può alienare. Ho gettato tutta la mia giovinezza sul fuoco della lotta per la sua conquista, e se a me, socialista, mi dovessero offrire le più radicali riforme sociali al prezzo della libertà, rifiuterei, perché la libertà non può essere merce di scambio”.

Il 25 settembre prossimo, ricorrono i 122 anni dalla nascita di un uomo iconico, Sandro Pertini. Autore di due “evasioni spettacolari”, ha subito una condanna a morte, l’esilio, quindici anni di privazione della libertà, ha trascorso mesi per monti e valli a capo dei partigiani, ed ha vissuto più di trent’anni di attività pubbliche. La sua lunga carriera politica nel dopoguerra è stata quella di un giornalista, direttore dell’”Avanti!”, senatore e deputato di Genova dal 1953, presidente della Camera dal 1968 al 1976. Egli non fu mai a capo di una corrente e la sua milizia socialista, la sua convinzione ideologica, derivavano più dalla fede che dal calcolo e dalle ambizioni. La sua vita è stata un vero romanzo. Questo volume – dedicato ai viaggi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini all’estero – è corredato da un ricco apparato critico e fotografico, ed è costruito sulle reazioni e sulle testimonianze rese nelle sue missioni internazionali. Ne vien fuori un Pertini ambasciatore nel mondo dei valori di solidarietà, di giustizia sociale e di convivenza pacifica tra le genti, nonché guardiano della Costituzione. Simbolo della resistenza umana ebbe conclamati difetti: era infatti capriccioso, imprevedibile, e “cocciuto”. Ha sfatato tutti i luoghi comuni sull’Italia, sfuggendo ai vecchi e consumati cliché. Il suo è stato un destino di uomo di azione, ma non gli mancarono le acute, precise, concrete, lucidissime riflessioni sui mali che già allora opprimevano la nostra società. Il leader italiano – nel suo incontro con il Capo di Stato U.S.A. Ronald Reagan – citò Franklyn D. Roosevelt:

noi siamo perfettamente convinti del fatto che non può esistere un’autentica libertà individuale senza sicurezza economica e indipendenza. Gli uomini bisognosi non sono uomini liberi”.

E sullo stesso tema, ecco come si espresse:

Non è più possibile tornare ai tempi del liberismo e dell’automatismo perché le popolazioni non possono più accettare le regole implacabili della vecchia economia di mercato. L’ordine sociale non reggerebbe più al peso di queste docce fredde che producono disoccupazione e distruggono posti di lavoro”.

Ciò non significa però, ha aggiunto il presidente italiano, che al vecchio modello si debba sostituire quello dell’assistenzialismo, del pressapochismo, dei debiti accumulati. Bisogna trovare nuovi rimedi ai nuovi mali e bisogna farlo pensando a strategie globali, ricercando forme di solidarietà effettiva tra Europa e Stati Uniti e tra questi due paesi e quelli in via di sviluppo. Pertini nell’epoca più dura dei suoi anni di carcere, scriveva alla madre: “Perché, mamma, nella vita talvolta è necessario lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”. Una frase, dal chiaro sapore paolino, strana e fatale per un uomo che incarnerà la speranza di un popolo bisognoso di certezze e normalità.

Stefano Caretti, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli studi di Siena, è autore di numerosi saggi sulla storia del socialismo. E’ il Vicepresidente della Fondazione di studi storici “Filippo Turati”.

Maurizio Degl’Innocenti, ordinario di Storia Contemporanea, è autore di una vasta saggistica sulla storia sociale e politica contemporanea. E’ condirettore della rivista “Storiaefuturo”. E’ il Presidente della fondazione di studi storici “Filippo Turati”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo il prof. Stefano Caretti per la gradita collaborazione.

:: Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2018

 

Furore di John Steinbeck“… Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo”.

Recensire un capolavoro – e “Furore” (Bompiani) di John Steinbeck lo è senza alcun dubbio – è sempre faticoso perché gli elogi si sprecano e diventano inutili, le parole sono mozze, prevalgono i sentimenti, la commozione, il pathos, l’entusiamo ma non esattamente traducibili in frasi connesse. Insomma, di questo romanzo potrei ben dire anche solo un “oh!” di stupore, e tanti saluti all’ampollosità. Prima di parlare di trama e dintorni, poche righe per inquadrare i connotati ideologici:

Erede di Emerson e Thoreau più che di Marx, Steinbeck scrisse in un articolo del 1952 che “la rivoluzione più grande e più stabile che si conosca ha avuto luogo quando tutti gli uomini hanno finalmente scoperto di avere singole anime, importanti nella loro individualità. Questo concetto”, concludeva, “ha cambiato in modo permanente la faccia del mondo”.

La storia è di quelle comuni a ogni migrante, di ogni epoca, di qualsiasi parte del globo. La famiglia Joad è costretta a partire: alla ricerca disperata di un nuovo lavoro, nuova casa, nuova vita.

Sono il coraggio e la determinazione a trasfigurare questi diseredati negli eredi del popolo dell’Esodo, così come lo erano stati i pionieri del West, nonché gli emigranti sbarcati a Castle Garden ed Ellis Island; e, prima ancora, quei dissidenti che, nel Seicento, avevano attraversato l’Atlantico per realizzare il regno di Dio sulla Terra. La prosa di Steinbeck, frutto dell’impeto e dello sdegno contro le conseguenze della Grande depressione accompagna, sostiene e mitizza il loro cammino verso una nuova casa. Ma, arrivati in California, i Joad scoprono di essere stranieri in patria.

I Joad perdono pezzi di famiglia strada facendo, si tramutano in esseri nomadi, degradano alla condizione quasi bestiale ma non perdono quella piccola fiamma che ancora li fa respirare sulla Terra. Con inconscienza, più che con coraggio, affrontano le traversie del destino e arrivano ad un passo prima della fine del tunnel. Un libro (la cui traduzione è affidata a Sergio Claudio Perroni, l’introduzione a Luigi Sampietro, la postfazione a Mario Andreose) che racchiude mille risvolti interpretativi, come una matrioska, come una scatola cinese. Si prende coscienza che l’uomo e la donna sono essere speculari, non identici ma intersecanti:

Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai”.

E’ l’America del viaggio verso il sogno che fa da sfondo a pagine frizionate con l’olio del pericolo, della speranza, del rigetto del passato. Da quando l’uomo è apparso sul mondo, è stato sempre in cammino, una viandanza che aveva lo scopo di raggiungere una meta, e questo traguardo è qualcosa che non si concepisce con la mente, l’intelletto, la memoria. E’ l’ignoto, si chiama non conoscenza di quello che desideriamo, ma anche liberazione perché “le rogne nascono tutte dal bisogno”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Nyx e altre poesie di Catherine Pozzi, curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento Edizioni 2013) recensione a cura di Daniela Distefano

30 luglio 2018
Nyx -Pozzi 1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ave
Altissimo amore, se accadrà che muoia/
senza aver saputo dove vi possedevo,/
in quale sole era la vostra dimora,/
in quale passato il vostro tempo, in che ora/ vi amavo,/
altissimo amore, che la memoria superate,/
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,/
in che fato solcavate la mia storia,/
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,/
o mia costante…
Quand’io per me stessa sarò perduta/
e sull’infinito abisso spartita,/
infinitamente, quando spezzata sarò,/
e il presente che m’avvolge/
avrà tradito,/
dall’universo in mille corpi infranta/
di mille istanti non ancora raccolti,/
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,/
per una strana stagione testimoniate/
un solo tesoro/
il mio nome testimoniate e la mia effigie/
di mille corpi trascinati dalla luce,/
viva unità senza nome e senza volto,/
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,/
altissimo amore.

1 luglio 1928- gennaio 1929

Se le parole trapuntano l’anima di chi le concepisce è anche vero che non è grazie ad esse che conosciamo la parabola di un essere umano: questa poetessa è stata tanto fortunata nella fecondità poetica, quanto vittima di un destino impietoso. Catherine Pozzi è nata a Parigi il 13 luglio 1882, figlia di Samuel Pozzi, celebre chirurgo. Il raffinato ‘salotto’ dei genitori in place Vendome ospita alcuni dei maggiori intellettuali che occupano il panorama francese. Un nome per tutti? Proust. Questa atmosfera favorirà la sua iniziazione letteraria, assorbendo gli influssi del Simbolismo, gli effluvi di un’epoca che ruggisce nei suoi vagiti sperimentali. Dal matrimonio con Edouard Bourdet, nasce un figlio maschio. Poi Catherine si innamora di André Fernet, giovane scrittore che morirà in un duello aereo nel’16. Il 17 giugno 1920 incontra Paul Valéry, e per lei è amore a prima vista. I due iniziano una burrascosa relazione, durata tra alti e bassi fino al ’28. Alle soglie degli anni’30 il consumo di oppiacei per lei è pressoché quotidiano. Catherine è una donna segnata dalla ricerca di una corrispondenza del proprio sé nel mondo e negli altri. Muore il tre dicembre del ’34. La sua è una costante ricerca del pieno, per colmare il vuoto di uno spirito indomito e sofferente. Non si arrende e continua a scavare, a perforarsi, ma traballa, si concede al crollo fisico e poi vince la morte con questi versi, gli ultimi del suo percorso terreno:

Nyx-Pozzi 2

…Non so perché muoio e annego/
prima di entrare nell’eterna sosta./
Non so di chi sono la preda,/
non so di chi sono l’amore.

Da Nyx
5 novembre 1934

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni”.

:: Geopolitica dell’incertezza di Giancarlo Elia Valori (Rubbettino, 2017), a cura di Daniela Distefano

19 luglio 2018

GEOPOLITICA dell'incertezzaQuesto libro raccoglie contributi e ragionamenti di un esperto di relazioni internazionali, Giancarlo Elia Valori, il quale a proposito della Brexit – che nel libro è una opzione non ancora convalidata dal voto – scrive:

La Gran Bretagna ha il potenziale, le idee e le armi per divenire, da sola, il power broken in tutte le aree che la interessano direttamente: il Mare del Nord, l’Oceano Indiano, il grande Medio Oriente. Londra, fuori dall’Unione, potrà rinegoziare un nuovo sistema tariffario globale senza essere obbligata a subire le normative di Bruxelles”.

Per quanto riguarda l’Italia, cosa fare?

Uscire dalla moneta unica non servirebbe. Ma, invece, operare liberamente sui grandi mercati globali, dove possiamo ancora fare concorrenza ai nostri “alleati” europei. Questo lo si deve fare subito, ma con tecniche dure e decise. Inoltre, accettare operazioni estero su estero, non in Euro, come avviene con la Cina e la Federazione russa. Ecco a cosa servirebbe una buona intelligence e una classe politica non composta da soli parvenu, come lo è oggi”.

Giancarlo Elia Valori è anche uno studioso certosino delle vicende che riguardano Medio Oriente e Israele. Secondo l’esperto, Israele fa una strategia globale, che è la ripetizione del vecchio “divide et impera” nello spazio arabo, tipico della Guerra Fredda, nonché della sua naturale ambizione a divenire potenza regionale, ora che l’Islam si scopre in guerra contro tutte le molteplici anime e poteri. Il riequilibrio strategico e nucleare si svilupperebbe poi in tre punti, tutti collegati fra loro. Il primo elemento riguarda un’Europa marginalizzata, dopo la fine della Guerra Fredda, che tale rimarrà negli anni a venire (sarà la Cina il prossimo competitor globale degli Usa). Il secondo tratto di rinnovamento geopolitico riguarda l’Asia, dove cresce la regionalizzazione delle tensioni e delle dottrine mondiali. Il terzo elemento di trasformazione riguarda il Medio Oriente. Integrare il caos mediorientale dentro un’area senza guida globale, salvo il ricatto petrolifero, e con un armamentario ormai obsoleto, come lo è oggi l’Ue, è un invito alla guerra, non alla pace. Infine, l’attezione va focalizzata proprio sullo scenario finale della crisi europea che si dibatte tra un umanitarismo da salotto e una reazione populista irrazionale e impossibile da gestire, esattamente come gli sbarchi dei migranti.

Tenere l’Europa sempre più irrilevante e spesso ridicola in politica estera, per contenere la Russia e poi la Cina, questo è il progetto degli Stati Uniti, che passerà da Barack Obama al suo successore, chiunque egli sia”.

Da il denaro.it, del 16 febbraio 2016.

Parole che suggellano le nostre inquietudini a due anni dal loro pronunciamento. Un libro che coinvolge, che perlustra, che sviscera fatti e dietrologie. Forse pecca di eccessivo tatticismo, di troppo meticoloso vivisezionamento delle prospettive geopolitiche, però questo è la garanzia che lo scrittore ha profuso riflessioni marcate da un punto di vista non sempre condivisibile ma di certo puntuali e ben argomentate.
Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario, è stato consulente di qualificati organismi. E’ presidente de “La Centrale Finanziaria Generale”, della “Fondazione Laboratorio per la Pubblica Amministrazione” e “Membro dell’Advisory Board School of Business Administration College of Management di Israele”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.