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Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022

 “L’officina delle anime rotte” è il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sé un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale è possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: “Parola cantadora”; “I racconti di Nanna”; “S.Illuminato Confessore”. Un mistero dal passato. È autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini in “Echi” (2006).

Come è nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiosità, elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come è accaduto a questi racconti. L’origine è in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui è nata Aridela, ma qui è rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto “Alzheimer”. Gli è molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; così sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignità di storie. Uno sprone necessario, o perché, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come è stato per lei muoversi tra sogno e realtà, tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilà, ma con una accezione più ampia del “il mondo dei morti”. Onirico non è la parola esatta, perché non è una mia elaborazione, ma esiste di per sé e a volte è fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianità, attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di là della mia volontà. Forse una parte di me è sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi è facile quindi ripescarlo qua e là in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalità e sacralità. Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la verità ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo “l’Altrove” alla “verità” (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lì si trovino i germi della spiritualità (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lì si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse età, c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenità?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicità dei Vangeli, così presente nelle parole di papa Francesco, è la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanità così fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore è soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora “infantile” rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenità di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non è solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La città de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare “candidi come la neve o come le ali della colomba”. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre è contro natura; ma ancor più lo è farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finché tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano né onori o paradisi

né tavole opulente

né musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietà degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

“Aridela”: perché è il primo racconto che allora avevo intitolato “La creatura d’acqua”; perché è un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralità femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarà il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi è nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso è un’epoca “né empia né devota”, io aggiungerei di grande viltà. Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli è lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontà. Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirà ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere è qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili è stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perché tutto intorno a me mandava messaggi, storie. Così, mentre si affinava la mia capacità di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtà angusta come è la città in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente è per caso e niente senza senso.

:: Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann (Giuntina 2019) a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2022

Piccola autobiografia di mio padre che ho preso assieme a L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, è un brevissimo libro, una trentina di pagine, narrato in prima persona, che narra la vita del padre dell’autore, dalla sua nascita alla morte. E’ dedicato alle sue due nipotine Alma e Shira e ed è stato scritto non solo per loro. Schulim Vogelmann nacque in Polonia, nella Galizia orientale, allora impero austroungarico da Nahum Vogelmann e Sissel Pfeffer. Era il 28 aprile del 1903. Aveva un fratello di nome Mordechai (che divenne rabbino) e una sorella Miriam. Seguiamo la sua vita dalla Prima Guerra Mondiale, al soggiorno in Palestina all’arrivo a Firenze, dove trovò lavoro nella tipografia di Leo Samuel Olschki. Sposò la figlia del rabbino di Torino Dario Disegni, Anna, ed ebbe una figlia Sissel. Poi nel 1938 arrivarono in Italia le leggi razziali, e nel tentativo di fuggire in Svizzera, lui e la famiglia, sua moglie e sua figlia furono mandati ad Auschwitz. Anna e Sissel furono uccise il primo giorno (lo scoprì dopo la guerra dalla Croce Rossa) lui sopravvisse grazie alla lista di Schindler. Tornò a Firenze e comprò la tipografia nella quale aveva lavorato da giovane e iniziò per la famiglia Vogelmann la loro saga familiare come editori. Fatti scarni, raccontati con amore e tenerezza, che ci riportano a un periodo buio della nostra storia, le leggi razziali, la guerra, i campi di concentramento, il mondo alla rovescia in cui Schulim Vogelmann visse non perdendo mai la sua umanità, trovò anzi il coraggio di risposarsi, avere nuovi figli, una famiglia e sopravvivere alle ceneri di un mondo per costruire il futuro. Mi ha colpito la citazione di una massima attribuita a Shemuel Hakatan: “quando cade il tuo nemico non ti rallegrare”, frase che gli tornò in mento sul treno per Auschwitz dove viaggiava insieme a un noto ebreo fascista. Velato di umorismo yiddish, è un libro che consiglio, fa bene al cuore.

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

:: L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann (Giuntina 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2022

L’orologio di papà

Perché ad Auschwitz,
oltre alla fame, il freddo e la fatica,
mio padre soffriva di non avere l’orologio,
una volta tornato e fatti un po’ di soldi
si comprò un bel Patek Philippe,
che poi mi lasciò in eredità,
e che io pensavo di lasciare a mio figlio.
Ma un giorno me l’hanno rubato.
Per cui a mio figlio gli lascerò questa poesia
che nessuno gli ruberà.

L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, che consiglio assieme a Piccola autobiografia di mio padre sempre di Daniel Vogelmann, è un libriccino sottile ricco di aneddoti e ricordi su ben tre generazioni di Vogelmann: il padre Schulim, il figlio Daniel (autore del libro) e il nipote di Schulim, Shulim. E’ un libro breve, che con voce poetica parla di memoria, di ricordi familiari che si fanno memoria storica, della storia di una famiglia che di generazione in generazione dalla tipografia Giuntina ha portato avanti poi la casa editrice Giuntina (fondata nel 1980 da Daniel) e celebre per aver pubblicato, a spese dell’autore, il celeberrimo Lady Chatterley’s Lover di David Herbert Lawrence. Schegge di memoria, ricordi dolci o più dolorosi soffusi di malinconia e gioia di vivere, rassegnazione e divertito ottimismo. Si ride spesso, si piange, ci si commuove, e si vedono scorrere tanti ritratti familiari di persone di cui ci piacerebbe sapere di più: come di Anna Dissegni, prima moglie di Schulim, e della piccola Sissel, sua figlia, perite ad Auschwitz il giorno stesso del loro arrivo al campo, mentre Schulim sopo la prigionia soppravviverà e potrà tornare a Firenze, e continuare la sua vita. Il mondo può essere un luogo crudele, ma gli affetti sembrano portare un po’ di luce. Schulim, l’unico italiano a far parte della famosa lista di Schindler, viene ricordato da suo figlio Daniel con affetto e tenerezza e diventa quasi un amico anche per chi legge. Buona lettura!

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

:: Il francese di Massimo Carlotto (Mondadori 2022) a cura di Federica Belleri

4 febbraio 2022

Massimo Carlotto torna in libreria per Giallo Mondadori.

Il personaggio che ci fa conoscere è Il Francese, che gestisce una maison di donne belle e particolari. Ha un volume di affari di un certo tipo e sa sfruttare al meglio ogni occasione. Ha parole giuste da spendere al momento giusto e rappresenta la salvezza alla quale attaccarsi in caso di pericolo. Davvero è così? Davvero Il Francese ha tutto sotto controllo? Davvero è un benefattore?

A voi scoprirlo. 

Ancora una volta questa storia è ambientata nel nord est italiano. Ancora una volta la provincia è tra i protagonisti, che tutto vedono e sanno, ma non parlano facilmente. A meno che vengano pagati. In nero.

E ancora una volta l’autore ci racconta della polvere sotto al tappeto, dell’imprevisto che ribalta tutto, del ricatto legato al ricatto. Perché i cattivi non mollano, ma nemmeno le vittime lo fanno. E sono disposte a vendersi l’anima per continuare a sopravvivere. Perché la vita di certe ragazze/donne, è insignificante. È solo commercio e percentuali di incasso. Il resto non conta. Non conta lo sfruttamento e la violenza. Non contano le bugie e la recitazione. Vale solo il denaro e il sapersi destreggiare in un mare di schifezze troppo spesso ignorate da chi conta.  Tanti gli argomenti affrontati in questo libro e tante le denunce sociali. Massimo Carlotto in questo è davvero un maestro. 

Una slavina. Ecco a cosa mi ha fatto pensare questa lettura. Prevedibile, certo. Ma poco gestibile una volta arrivata a valle. O forse molto ben gestita, perché no. Dipende dal punto di osservazione.

Buona lettura. Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Scoperto dalla critica e scrittrice Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, vincitore del premio del Giovedì 1996. Ha inoltre scritto altri undici romanzi: La verità dell’Alligatore, Il Mistero di Mangiabarche, Le Irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Arrivederci amore, ciao.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

Il mistero delle dieci torri di Marcello Simoni (Newton Compton, 2021) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2021

Sono anni che Marcello Simoni porta i suoi lettori in secoli passati, considerati a torto per troppi anni come bui e ostici, e in realtà teatro di vicende appassionanti e intricate. 
Quest’anno arriva in libreria una raccolta di suoi racconti, scritti nel corso degli anni, alcuni antecedenti ai libri che l’hanno reso famoso, altri no, inediti o introvabili, in cui ritrovare luoghi e personaggi ormai nel cuore di molti o scoprire nuovi intrecci e atmosfere che, chissà, un giorno potranno essere riletti in altre vicende. Del resto, i racconti sono un genere praticato da molti autori di gialli e di libri d’avventura, partendo dagli stessi Emilio Salgari e Arthur Conan Doyle, e sono una vera prova per il talento di uno scrittore, visto che in poche pagine deve raccontare vicende che appassionino senza lo spazio di un romanzo.
Nelle pagine de Il mistero delle dieci torri si ritrovano personaggi amati e noti, come Ignazio da Toledo, alle prese con i misteri che ha dovuto svelare prima di lasciare la Palermo di Federico II fingendosi morto, o anche il suo antagonista, l’astrologus Michele Scoto, sempre in cerca di complotti da ordire. Altre storie faranno scoprire personaggi come il fratello gemello di Cosimo de’ Medici, il corsaro Khayr al-Dīn Barbarossa, uno dei pirati che Marcello Simoni ha omaggiato nel corso degli anni, il cavaliere ospitaliero Leone Strozzi e  Licio Ganello, un mago fiorentino destinato da morto a diventare l’oggetto degli studi sui cadaveri di Leonardo da Vinci.
Marcello Simoni porta in un viaggio tra terra e mare, attraverso i secoli, in luoghi lontani e affascinanti, per scoprire quello che è il suo immaginario, un immaginario in continuo divenire e molto vario e trovandosi a suo agio ovunque, dalla nascita della città etrusca di Spina alle battaglie navali con i pirati nel Mar di Levante alla fine del Cinquecento, senza dimenticare la Sicilia della corte di Federico II, le corti rinascimentali e le lagune vicino a Ferrara piene di nebbia e segreti durante il secondo dopoguerra. 
Una raccolta di racconti che verrà divorato da tutti i fan dell’autore, ma anche un modo per avvicinare nuovi lettori alle sue storie, visto che c’è chi non ha voglia magari di impegnarsi subito con una saga letteraria, e può capire però con queste storie i mondi di Marcello Simoni.

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga. La saga che narra le avventure di Ignazio da Toledo, l’astuto mercante di libri, ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di thriller storici, vendendo oltre un milione e mezzo di copie.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura di Monica Biasiolo

17 dicembre 2021

La letteratura è, insieme alla parola del poeta, in primis la parola dell’uomo che, con essa, difende di solito la sua libertà e i suoi valori, criticando spesso un sistema di relazioni e di poteri che lo inghiottiscono. La reazione al sopruso e alla violenza è destinata a sfociare spesso nella rivolta, e tale è anche quella dei «demoni ballerini» che dà il titolo alla nuova raccolta di versi di Antonio Catalfamo edita dalla casa editrice Pendragon e accompagnata da un’esaustiva e ricercata prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e un altrettanto documentato e ampio saggio di Alfredo Antonaros. Di Antonio Catalfamo scorrono nella mente di chi lo conosce numerosi studi di critica letteraria e nomi che hanno fatto la storia della letteratura, nomi che rendono testimonianza della versatilità e della profonda cultura dell’autore: da Dante a Boccaccio per passare a Giulio Cesare Croce e poi ancora al Settecento fino ad arrivare alla «critica integrale» di Gramsci, attraversare gli anni di Pasolini e non solo. Ma Catalfamo è da sempre anche poeta; un esercizio, quello della poesia, già sostenuto da diverse sillogi (la prima datata 1989), che racchiudono squarci di vita vissuta e assetate di giustizia sociale, che trasudano lotte tenaci e miti che hanno come protagonisti principali gli umili, gli oppressi; e versi che non devono essere certamente disgiunti dall’attività di esegeta di Catalfamo. Fatti, avvenimenti, paesaggi geografici, ma soprattutto antropologici, si intrecciano nelle liriche, dispiegando un tessuto narrativo che avvince e coinvolge perché fedele sguardo sulla realtà. Dal forte retroterra autobiografico, la poesia che scorre dalla penna di quest’autore siciliano è innanzitutto ritratto ed espressione di incessante impegno umano e civile; perché lo scrittore non si deve sottrarre al quotidiano, ma esperirlo in tutte le sue sfumature e contraddizioni, e non può non ricordarsi di nulla o ‘solo di qualcosa’.

Li si voglia chiamare con il già citato epiteto di «demoni ballerini» o più comunemente pastori-contadini siciliani, o ancora «spiriti ribelli o rivoluzionari», le voci di questi protagonisti emergono dalle belle pagine di Catalfamo che racconta gente e situazioni, afferrandone i particolari, in un’iconografia che non mostra mai un’immobilità asettica e distaccata. I volti e i gesti narrati parlano di passione, voglia di osare e di lottare. Poesia che dà nome ed esistenza alle cose, quella del poeta nato in provincia di Messina nomina (e nominandoli li fa propri) sentimenti, idee e propositi, facendo percepire l’emergenza e la sostanza di un reale che si sfrange tra presa di coscienza e conoscenza, essenza e sostanza, sguardo alla società e denuncia dei misfatti di una politica ignara e assente perché, come anche scriveva il premio Nobel Elias Canetti in Die Provinz des Menschen – Aufzeichnungen 1942-1972, «[c]hi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo». Del resto la giustizia, come diceva Solone usando la stessa metafora della tela del ragno, «trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi». La poesia, in Catalfamo, consapevole delle illusioni, si pone domande, non indugia a descrivere interessi e impotenza, non si vergogna di chiedere e di smascherare contraddizioni e ipocrisie vendute come oro colato; immagini forti, truci, tragiche, come quelle di corpi penzolanti «ancora dal cappio», con «i piedi sospesi nel vuoto», di «ville abusive [che] crescono», di miseria e disperazione; reminiscenze mitiche e mitologiche; padroni, potenti e prepotenti; vecchi compagni; «il dolore / di ferite che non vogliono guarire: / sotterranee, come un fiume carsico, / [e che] squarciano il cuore»; tradizioni antichissime e ancestrali nel cuore di un Sud magico e di straordinaria potenza visiva, come quello che colora il mondo contadino di Carlo Levi. E, scorrendo le pagine della raccolta, vengono in mente precise parole leviane:

«I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di un’eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana […]».

Come in Levi risorge poi in Catalfamo l’uomo di fronte alla massa, l’umanità davanti alla disumanizzazione perpetrata da un sistema che prevede e basa la sua labile spettacolarità nella creazione e mantenimento di dislivelli dicotomici: «sopra,» si legge in La mia poesia,

«i padroni di terre, / con i magazzini pieni di vino, olio, / formaggio gonfio, panie di fichi secchi, / pomodori invernali e agli / intrecciati a ghirlanda. / Sotto, i contadini, che prendono / la decima nel riparto dei prodotti, / gli artigiani, pagati a merito / con una bottiglia di vino».

«[A]mbasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo», alla pari ancora una volta dello scrittore torinese giunto ad Eboli, Catalfamo scatta, con i potenti versi di questa sua nuova raccolta, una serie di eloquenti fotogrammi in successione dell’esistere umano di cui si erge a testimone e custode. «E così nasce, […]» scrive in chiusura di uno dei componimenti facenti parte della silloge, «la poesia»: Catalfamo invita il lettore a seguirlo in un viaggio alla riscoperta dell’“esperienza”, di una parola che non si piega al volere della “comunicazione standardizzata”, di una poesia che si erge a ‘ideologia’. Si costituisce in queste pagine una scrittura che svela, raccontandoli, riti e memorie che, nella poesia, cercano l’uomo e che tornano sulla pagina per testimoniare, insieme al loro esistere, la loro valenza mitica, non relegata all’archetipo, bensì presente e viva sempre e ovunque, nel presente come nel futuro. Concordanze, contaminazioni, compenetrazioni e una forte coralità: queste sono alcune delle caratteristiche precipue della poesia dello scrittore siciliano; una poesia fatta di protagonisti che, come il poeta (e attraverso la voce del poeta), mettono in dialogo la propria storia di persone, e in cui convergono nondimeno altre importanti voci, quelle dei «compagni poeti», autori in cui Catalfamo si riconosce (Majakowski, Fenoglio, Quasimodo, ma anche Neruda, Nâzim Hikmet, Ghiannis Ritsos, ecc). Il risultato è una rappresentazione uditiva polifonica della storia; una storia che, sempre tradotta in una parola immediata, duttile, riflessa, come quella di Montale, e al contempo fortemente icastica, non si esaurisce nel passato, perché la «poesia», scrive Catalfamo, «mi serve / a raccontare» e «[s]olo la poesia può lenire i dolori della vita». Che cos’è allora la poesia se non strumento conoscitivo privilegiato che rivela l’essenza dell’universo delle cose e se non mezzo “salvifico” di fronte a una realtà in cui l’uomo rischia di perdere il senso soprattutto di se stesso?

Tra gli intertesti la critica non ha mancato giustamente di ricordare come nomi centrali quelli di Pavese e Vittorini, ma sono anche altri i modelli e i riferimenti intertestuali contenuti nella lirica dello scrittore. Mito, storia e poesia (come recita anche il sottotitolo del lavoro critico dell’autore su Rocco Scotellaro, autore citato del resto anche esplicitamente in uno dei componimenti della raccolta), si intrecciano in maniera organica, mentre alcuni passi paiono evocare per la successione dei ritratti commoventi e crudi che presentano le pagine della Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters. Nella raccolta, troviamo, in modo analogo alla silloge dello scrittore americano, un po’ tutti: il maestro, la Carabiniera, il calzolaio, la madre, il prete, il padre, il contadino, il compagno operaio, il primario, l’infermiera, il sindaco-poeta, ecc. Eppure, allo stesso tempo, è il collettivo a guadagnare un posto di primo piano: a fianco dell’individuo è infatti il gruppo come tale a dominare il palcoscenico della scrittura di Catalfamo; sono i braccianti, i notabili, il clero, i poveri, i padroni, i lavoratori e i disoccupati, i vecchi combattenti… Là una piccola cittadina della provincia americana e la presentazione di una galleria di 248 personaggi che descrivono le vicende di un microcosmo morale fornisce a chi lo legge un nuovo modo di guardare le cose e l’umano. Anche per Catalfamo, come per Masters, è importante recuperare la memoria per scoprire se le cose sono cambiate rispetto al passato. E non paiono esserlo. Nella raccolta dello scrittore nato a Barcellona Pozzo di Grotto, formata da 53 componimenti in totale, una parola è ripetuta in modo quasi costante: si tratta del termine «compagno/i», abbinato alla fede politica comunista dell’autore; un comunismo, quello del poeta, considerato non solo nella sua storicità e nei ricordi delle figure del padre e del nonno, ma anche come fenomeno non storicizzato, ovvero nel suo significato di necessario momento evolutivo, di umanesimo in senso gramsciano, di progetto per cambiare la realtà quotidiana delle cose. In La malora, lirica del 2014, il compagno, nel ventaglio di figurazioni della presentazione fatta, è uno e molteplice ad un tempo. Fotografato nella sua attività è lui che

«coltiva la pianta del comunismo / la difende dalle tempeste / e dalle erbe malsane / del tradimento».

Sono parole, quelle di Catalfamo, che non lasciano margini di incertezza interpretativa, anche quando lo sguardo si ferma su topografie, le cui coordinate geografiche arretrano per diventare documentazione e ricerca storico-antropologica, contenitore di pensieri e immagini. È il caso di Trieste, «città mito-poietica», di Saba, metropoli multietnica e cosmopolita, e allo stesso tempo «la città dei rastrellamenti / e della Risiera, / del fascismo», «dei partigiani», ecc.; ma anche di altri luoghi legati a richiami culturali di eccellenza, come della Casarsa di Pasolini, «il giovane poeta» fuggito da un «Friuli bigotto […] verso altri mondi», eppure fedele «[al]la religione dei […] [suoi] avi contadini».

Il mosaico del tempo tracciato nelle pagine di Catalfamo ricopre, così come il passato, le ombre più profonde del presente attuale: disonestà e cupidigia economica vengono fissate in modo tenace nei versi in cui il poeta ritrae in modo vivido e senza eccessi l’Italia dell’era Covid, mettendo nero su bianco il noto, senza parole inutili.

Ascoltiamole le parole di questa silloge, che non nascondono, ma mostrano l’esigenza di portare alla luce e cogliere significati, di arrivare fino in fondo; e con questo, «[m]ito e rivoluzione», che è necessario cogliere nell’attimo e su cui riflettere. Sì, esse sono qualcosa su cui riflettere.

:: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2021

Ecco due nuovi libri per bambini, dai 7 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore, in maiuscolo e minuscolo, per lettori esperti: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino per avvicinare i più piccoli al ciclo bretone, soprattutto ai miti e alle storie leggendarie riguardanti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, una delle più famose saghe di sempre, caposaldo del genere fantasy.

Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi, questi due libri coloratissimi accompagnano i giovani lettori a immaginare un mondo tra il reale e il fantastico, ricco di nobili ideali, coraggio e amore per l’avventura.

Il coraggioso Artù, la bella Ginevra, Camelot, la magica Excalibur, Mago Merlino, il mago più potente e simpatico di tutti i tempi, diveneranno per i bimbi compagni di gioco e di avventura.

Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Piero Bulzoni cresce tra i fumetti finché non decide di farne a sua volta, formandosi ai corsi dell’Arena del Fumetto a Bologna. Popola le sue strisce di animali buffi come capibara, megattere, sphynx. Intanto continua a riempirsi la testa di storie e colori, passando dai libri per l’infanzia ai film d’animazione.

Antonio Mirizzi scrive e disegna fumetti; a volte li scrive e basta, altre volte li disegna solamente, e comunque più di tutto gli piace scriverli. Nel resto del tempo legge e studia i fumetti degli altri. È insegnante presso i corsi di Arena del Fumetto a Bologna, destinati anche ai bambini, e collabora con lo Studio Inventario.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore che come sempre ci invia in anteprima tutte le migiori novità per bimbi e ragazzi.

I solitari. Scrittori appartati d’Italia, Davide Bregola (Oligo editore 2021) A cura di Viviana Filippini

22 novembre 2021

“I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è il libro di Davide Bregola edito da Oligo editore. Un libro curioso che sembra avere un titolo da film, ma anche da romanzo. In realtà, il libro di Bregola permette ai lettori di andare a scoprire, e riscoprire, tutta una serie di scrittori e scrittrici italiani che hanno lasciato un segno nel mondo letterario, ma che, oggi come oggi, sono lontani dai riflettori e dalle fiere del libro. Sono 15 ritratti di autori e autrici narrati per quello che hanno creato, per quei romanzi che hanno avuto un ruolo centrale e importante nel mondo letterario tanto che da alcuni di essi vennero tratti pure dei film.  Da questo libro però emerge anche la loro dimensione umana ed emotiva, unite a quella riservatezza del vivere che li ha indotti a stare lontani dai riflettori del mondo letterario. Il libro edito da Oligo è il frutto di una rubrica che Davide Bregola ha sulle pagine culturali de “Il Giornale” e che ha messo a punto andando a scovare queste figure magari un po’ restie ad apparire in pubblico, ma ancora presenti e attive nel loro modo di fare scrittura. Ed ecco alcuni di loro come il sardo Gavino Ledda, autore di “Padre padrone” tradotto in tutto il mondo, diventato film da Palma d’oro a Cannes nel 1977 e lui ora è impegnato in una ricerca del tutto personale sul linguaggio della sua terra. E che dire di Francesco Permunian residente sulle rive del lago di Garda, che si dedica alla scrittura generando sempre i suo mondi letterari dove ci sono personaggi afflitti da malattie mentali  e ambiguità. Non manca nemmeno Stefano Benni, sì proprio il bolognese autore di “Bar Sport”, il quale, dagli anni ’80, ha sempre scritto restando però lontano dai riflettori. Bregola incontra pure Carmen Covito, l’autrice del romanzo “La bruttina stagionata” che vinse il Premio Rapallo-Carige “Opera Prima” 1992 e il Premio Bancarella 1993,  e venne pure tradotto in tedesco, spagnolo, francese, olandese, greco, rumeno. Poteva bastare? Forse, ma dal libro furono pure tratti un monologo teatrale interpretato da Gabriella Franchini con la regia di Franca Valeri, adattamento di Ira Rubini, e un film interpretato da Carla Signoris, con sceneggiatura e regia di Anna Di Francisca. Tra le pagine si trovano anche Giovanni Lindo Ferretti cantante dei CCCP, poi dei CSI e dei PRG (Per Grazia Ricevuta) che è considerato uno dei padri fondatori del Punk, ma è anche uno scrittore amante dei cavalli e di una vita profondamente riservata. E poi ci sono ancora Aldo Busi, Gianni Celati, Rocco Brindisi, Roberto Barbolini, Ugo Cornia, Vitaliano Trevisan, Vincenzo Pardini, Lara Cardella, Susanna Bissoli, Grazia Verasani…. “I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è un libro dove Bregola viaggia in lungo e in largo per l’Italia in cerca di quegli autori e autrici nascosti per scoprire che fine hanno fatto e perché hanno scelto di stare a lato del palco letterario. Allo stesso tempo “I solitari”, è un testo davvero interessante che permette di fare un breve viaggio nelle vita altrui e stuzzica il lettore ad andare a recuperare i libri di questi 15 autori per leggerli, riscoprirli, facendo rivivere le loro storie e i loro personaggi.

Davide Bregola è scrittore e consulente editoriale. Ha pubblicato vari saggi e romanzi per diverse case editrici. Nel 2017 è stato Finalista al Premio Chiara con il libro La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Avagliano). Per Oligo Editore dirige la collana Daimon. Scrive sulle pagine culturali de  “Il Giornale” e “Il Foglio”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: L’enigma del fante di cuori di Patrizia Debicke, Alessandra Ruspoli (Delos 2020) a cura di Giulietta Iannone

21 novembre 2021

Con la morte della regina Anna di Gran Bretagna, ultima sovrana del casato degli Stuart, a succederle giunge in Inghilterra il protestante George Louis von Hannover, asceso al trono col nome di Giorgio I. Sullo scenario delle sanguinose lotte di potere che mettono cattolici contro protestanti, e whigs contro tories, si sviluppa una congiura tessuta da quattro misteriosi cavalieri che prendono il nome dai 4 semi delle carte da gioco: il fante di quadri, il fante di fiori, e gli ancora più misteriosi fante di picche e il più pericoloso di tutti il fante di cuori. A difendere il re legittimo il suo consigliere e capo della sicurezza, il coraggioso e aitante Francis Dunn, Lord Donagall, protagonista indiscusso di questa emozionante vicenda a metà tra Dumas padre e Rafael Sabatini, in cui avventura, intrighi e combattimenti all’ultimo sangue si alternano anche a vicende più prettamente di corte tra intrighi dello scacchiere internazionale e faccende di cuore. Valore aggiunto della vicenda che impreziosisce una narrazione classica e solida, una grande attenzione per gli ambienti e i costumi dell’epoca, descritti con sfarzo, dovizia di particolari ed eleganza, frutto della grande documentazione e ricerca storica di costume di Alessandra Ruspoli, che con la madre Patrizia Debicke firma quest’appassionante thriller storico, scritto con gli ingredienti giusti per interessare gli appassionati di romanzi d’appendice, meglio conosciuti come feuilleton, con in più un tocco di spystory storica di sapore vintage, che accresce di fascino una storia senza tempo, romantica e nello stesso tempo avventurosa. Una lezione di stile anche per chi volesse iniziare a imparare a scrivere romanzi storici.

Patrizia Debicke ha pubblicato romanzi gialli, thriller, storici d’avventura, racconti ed e–book: L’oro dei Medici (Corbaccio – Tea), La gemma del cardinale (Corbaccio- Tea) e L’uomo dagli occhi glauchi(Corbaccio, ebook Odissea Digital), che ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir (12/2010). Al IX Premio Europa a Pisa, la Debicke ha ricevuto il Premio alla carriera. Per Todaro, ha firmato i romanzi La Sentinella del Papa e La congiura di San Domenico. Nel 2015 con Parallelo45 è uscito L’eredità Medicea e nel 2017, con DBooks Il ritratto scomparso. Con Delos Digital ha pubblicato anche i racconti Il segreto di Velasquez (2014) e La congiura Philippe le Bon (2014), nel 2018 il manuale Come si scrive un romanzo storico e il racconto Gli occhi di Courcelles.

Alessandra Ruspoli vive a Firenze. Da grande avrebbe voluto fare la strega… Ha lavorato nella Moda per Emilio Pucci e Jean Paul Gaultier. Ha collaborato con riviste come Capital, Modaviva, Uomo Harper’sBazaar, Aqua. Ha pubblicato il romanzo Dieci Piccoli Sette Nani, scritto con Lucio Nocentini. Ha organizzato le mostre “L’Arcadia di Arnold Boecklin” e “Rodolphe Toepffer: Invito al viaggio e Invenzione del fumetto” con il Consolato di Svizzera a Firenze. Convegnistica e Marketing per Reconta Ernst & Young a Firenze. È diplomata in Trompe l’Oeil e Decorazione d’Interni a Palazzo Spinelli a Firenze. Arredamento e Interior Design in campo alberghiero. Appassionata di vini e Sommelier. Adora le civette…

:: Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!, A.G.A.R., Reggio Calabria, 2019; Non dirmi che ho amato il vento! , A.G.A.R., Reggio Calabria, 2021 a cura di Antonio Catalfamo

17 novembre 2021

La letteratura italiana è in crisi da parecchio tempo, tanto che nel 1997 gli accademici di Svezia dovettero conferire il Premio Nobel per la Letteratura a un drammaturgo come Dario Fo, perché evidentemente ritennero che non ci fosse in Italia un “letterato puro” a cui assegnare l’ambito riconoscimento. Questa crisi non deriva tanto dalla «struttura» (intesa marxianamente come base economica e sociale), in quanto essa può servire, anzi, nei suoi momenti di difficoltà, a far emergere una “letteratura di denuncia” dei mali della società, quanto dalla «sovrastruttura», cioè dalla decisione delle grandi case editrici, in mano ai monopolisti dell’informazione, di privilegiare una “letteratura di evasione”, con lo scopo di narcotizzare la collettività del lettori, puntando, ad esempio, sul «genere» (o «sottogenere») «giallo» (o «noir») o «rosa» (vale a dire sul libro che si legge in un’ora sulla spiaggia o la sera, a letto, prima di prendere sonno), oppure sulle «saghe» delle grandi famiglie, che hanno avuto successo nella vita partendo dal basso, per creare il mito della ricchezza anche nei poveri, oppure ancora su romanzi falsamente «storici», che, prendendo spunto dalle vicende personali ed esistenziali di alcuni soggetti, seguiti nella loro formazione, tratteggino la storia sociale che fa da sfondo e che, per l’appunto, rimane in secondo piano, a caratteri sfumati, con lo scopo di costituire una sorta di “specchietto per le allodole” o di “carta moschicida”, cioè di attirare il lettore di varia età ed estrazione sociale, il quale si riconoscerà nostalgicamente in questo o quel periodo (il Sessantotto studentesco, il Sessantanove operaio, gli anni del terrorismo e degli «opposti estremismi», ecc.), omettendo il «punto di vista» dell’autore, sul piano della «focalizzazione», o, meglio ancora, escludendo oculatamente ogni «punto di vista», in modo che ogni lettore si senta protagonista e, in un certo senso, “coautore” del libro, e lo recepisca come meglio gli aggrada, trovando magari in esso motivi di autogiustificazione.

Queste sapienti «strategie comunicative» tagliano fuori dal grande (per dimensioni, non per qualità) mercato editoriale numerose opere letterarie di valore (etico ed artistico), che rimangono marginalizzate, affidate alla generosità di piccole case editrici periferiche, che non hanno la forza di farle arrivare nelle vetrine delle librerie su una vasta area del Paese. Tutta una letteratura, che attinge specialmente ai succhi vitali del territorio, e che, in tal senso, definiamo «regionalista», viene confinata al “passaparola”, allo slancio volontaristico di chi ama veramente la cultura e si impegna a farla circolare seppur in circuiti ristretti. Così sembra finita la «letteratura meridionalista», che ebbe il periodo di massima affermazione negli anni del «neorealismo» e, poi, dell’«impegno».

Una delle “vittime sacrificali” di questo “gioco al massacro”, è, a nostro avviso, Maria Teresa Liuzzo, radicata nella sua Calabria, che ha deciso di autoprodursi, dando vita ad una piccola casa editrice, A.G.A.R. di Reggio, con la quale stampa i suoi libri di poesie e di narrativa, compresi gli ultimi due romanzi, che fanno parte di una programmata «trilogia» in via di completamento: … E adesso parlo! (2019); Non dirmi che ho amato il vento! (2021). Siamo in presenza di «romanzi di formazione», incentrati sul mondo dell’infanzia sofferta, vissuta in terre desolate e condannate all’arretratezza culturale da tutta una serie di scelte storiche che costituiscono, nel loro insieme, la plurisecolare «questione meridionale», sulla scia della migliore letteratura calabrese: La teda (1957), Tibi e Tascia (1959), Il selvaggio di Santa Venere (1977) di Saverio Strati e, soprattutto, La ragazza del vicolo scuro (1977) di Mario La Cava.

La specificità è rappresentata, innanzitutto, dal fatto che l’autrice di questi due romanzi è una donna, una di quelle donne di Calabria che dimostrano di avere, al di là dell’apparente fragilità e ritrosia, una forte tempra di combattenti, in un mondo dominato dal maschilismo estremo, una grande ricchezza interiore, una poeticità naturale che, poi, si trasfonde con perizia in arte. Possiamo dire che Maria Teresa Liuzzo si muove lungo la strada segnata da figure come Alba Florio (Scilla, 1910 – Messina, 2011), poetessa calabrese sottostimata dalla critica “togata” (ed oggi, purtroppo, quasi dimenticata), scoperta nel suo reale valore poetico da Antonio Piromalli, che, non a caso, ha voluto assegnare, nel 1993, alla Liuzzo proprio il Premio intitolato all’illustre conterranea. La Giuria era costituta, in quell’occasione, da autorevoli studiosi: oltre a Piromalli, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Lucio Pisani, Toni Iermano. Lo stesso Piromalli ha incluso la Liuzzo nella sua monumentale Letteratura calabrese, procedendo, in tal modo, ad un’attività di storicizzazione e classificazione della sua opera.

Ai caratteri della «poesia solitaria e drammatica» (la definizione è di Piromalli) della Florio sembra proprio ispirarsi Maria Teresa Liuzzo nei suoi versi e anche, per quel che ci riguarda più da vicino, nei due romanzi in questione. Protagonista di questi ultimi è una bambina, Mary, che già all’età di cinque anni scrive poesie e vive in una dimensione poetica la sua tragica esistenza, contrapponendo questa ricchezza interiore a un mondo cinico e crudele, che è quello del paese calabrese in cui è nata ed è costretta a vivere, ma è anche quello familiare, che rappresenta una sorta di «microcosmo» nel quale si riproducono tutte le brutture del «macrocosmo», costituito, per l’appunto, dall’ambiente sociale paesano.

Maria Teresa Liuzzo rinuncia programmaticamente al mito, coltivato dal suo conterraneo Corrado Alvaro, di una «necessaria realtà contadina ricca di valori» (Antonio Piromalli) e descrive il mondo paesano in tutta la sua istintiva violenza, nella sua brutalità, primitività e bestialità, quasi fosse una proiezione della dimensione del «selvaggio», del barbarico, dell’irrazionale, presente, secondo il Vico, lungo il percorso esistenziale dell’umanità. La scrittrice si discosta dalla rappresentazione idillica del mondo contadino che ha nutrito tanta letteratura, non solo meridionale, accostandosi, per converso, ad opere che sono espressione di altre aree geografiche, come Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese e La malora (1954) di Beppe Fenoglio. Ricordiamo, in particolare, che nel citato romanzo pavesiano il protagonista, Talino, ha un rapporto incestuoso con la sorella Gisella e la uccide piantandole un forcone nella gola. Tutto il mondo contadino langarolo descritto da Pavese in Paesi tuoi, così come quello de La malora fenogliana, è dominato da una cieca violenza istintiva e primordiale.

Lo stesso accade nei due romanzi della Liuzzo, a partire dal primo. Mary si trova a vivere in una famiglia dissestata, nella quale il padre non fa altro che dilapidare il patrimonio. Su di lei, a cinque anni, ricade la responsabilità di crescere i fratelli più piccoli. Si trasferisce presso parenti e qui subisce ogni tipo di violenza fisica e morale. Trova un’alternativa alla società belluina da cui è circondata nella poesia e nella religione. Lei stessa rappresenta, pur essendo una bambina, alternativa etica a quel mondo. Troviamo, dunque, nei due romanzi della «trilogia» sinora usciti quella dimensione della «moralità» (Antonio Piromalli) che caratterizza la letteratura calabrese nelle sue forme migliori, ma questa moralità non è quella collettiva, immaginata da Saverio Strati come componente fondamentale del mondo del lavoro, che, facendo leva su di essa, si autocandida a soppiantare il sistema di potere e di sfruttamento esistente in una Calabria semi-feudale dominata dal padronato, che disconosce i diritti elementari dei lavoratori, bensì la moralità individuale, che la piccola Mary ritrova dentro di sé. Una moralità che è, per l’appunto, individuale, ma non privata, in quanto la bambina, e poi la ragazza, nel prosieguo della trama narrativa e nel passaggio al secondo romanzo della «trilogia», propone di fatto, con gli stessi comportamenti, questa sua dimensione etica come esempio da seguire a tutti gli altri. La «religiosità» di Mary è in linea con quella oggi portata avanti, con spirito «neofrancescano», da papa Bergoglio, che invita l’umanità intera a fare proprio il messaggio del «santo poverello» di Assisi per cambiare in meglio la società, seppur facendo leva non su strumenti di lotta politica e sociale, bensì di natura etica. E qui l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo finisce per saldarsi con la letteratura religiosa che, all’insegna del «neofrancescanesimo» di Bergoglio, sta facendosi lentamente strada, attraverso poeti e scrittori come Elena Bartone, anche lei calabrese (trasferitasi al Nord per motivi di lavoro, ma orgogliosa delle proprie radici), anche lei tenuta ingiustamente ai margini del mondo letterario “ufficiale”, anche lei autrice di una «trilogia», questa volta in versi, dedicata a San Francesco: Francesco, nel silenzio (2015); Apostrofi di gioie sovrumane (2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (2021). Questo filone va tenuto sotto osservazione dai critici più avveduti, perché, nell’ambito della sterilità generale della letteratura italiana contemporanea, assieme a quello dei «poeti operai» (Fabio Franzin, Matteo Rusconi), è tra i pochi veramente fecondi, gravidi di presente e, ancor più, di futuro.

La religiosità di cui è portavoce Maria Teresa Liuzzo, attraverso il personaggio letterario di Mary, è quella popolare, una religiosità elementare, ma fortemente sentita, radicata nell’«io», che ha lontane scaturigini, ctonie ed ipoctonie, nell’animo delle persone buone, che, di fatto, costituiscono un’alternativa etica al «mondo vile ed infernale» (per dirla con Cesare Pavese) che le circonda. E’ stato osservato da una parte della critica il legame che esiste nei romanzi della Liuzzo tra religiosità e sentimento poetico che fa da sfondo, nonostante si tratti di opere in prosa. Il legame tra religione e poesia non è casuale, rimonta nei secoli, ed è proprio della cultura popolare. Giuseppe Bonaviri, in un’intervista, ha ricordato che al suo paese, Mineo, c’era una rocca, chiamata la «Pietra della poesia», davanti alla quale nei secoli si incontravano i poeti popolari per recitare i loro versi. Bonaviri dice che si tratta di uno dei luoghi «mitici» in cui il mondo terreno è collegato a quello sotterraneo, dal quale promanano onde gravitazionali che generano benessere spirituale per gli uomini (e ispirazione poetica), tanto che in questi luoghi spesso sorgono i templi o le chiese.

Certo l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo dimostra abilità tecnica, conoscenze “professionali”, capacità di usare le regole della «narratologia», di procedere alternando «prolessi» ed «analessi», di intrecciare i piani narrativi, pur nell’ambito di un andamento perlopiù paratattico, ma al fondo sta questa religiosità pura, semplice, espressione di poesia spontanea, cristallina, limpida, che è radicata nell’animo popolare e che ha una dimensione «mitica», che sprofonda nel «mistero».

Vogliamo, infine, evidenziare lo spessore psicologico di cui l’autrice ha dotato il personaggio di Mary, che le ha permesso di non rimanere prigioniera del «bozzettismo», che rappresenta un limite a cui non ha saputo sottrarsi lo stesso Corrado Alvaro, al pari di tanti altri scrittori meridionalisti e regionalisti, in quanto quello che viene considerato il suo capolavoro, Gente in Aspromonte (1930), risente del «naturalismo», per l’appunto, bozzettistico che inficia la letteratura «realistica» italiana degli anni Trenta del Novecento, al quale ha saputo, per converso, porre rimedio, nelle sue forme migliori, il «neorealismo» letterario dell’immediato secondo dopoguerra, anche per la sua capacità, in autori come Pavese, di innestare il «mito» sul ceppo della «realtà» (Enzo Siciliano).

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo, con Prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e Postfazione di Alfredo Antonaros (Pendragon, Bologna, 2021) a cura di Carmine Chiodo

9 ottobre 2021

Oltre che penetrante critico letterario, Antonio Catalfamo si mostra anche un dotato e significativo poeta. Dico subito che critica e poesia sono fortemente intrecciate, nel senso che i sentimenti, le vedute, le convinzioni storico-politiche e sociali che stanno alla base della sua esegesi letteraria li troviamo pure ben espressi in poesia. Ciò significa che Catalfamo bada a mettere in evidenza e a sottolineare i valori umani, la libertà, la dignità della persona umana e quindi dichiara guerra alle angherie, alle prevaricazioni, ai soprusi, tutte cose che offendono la libertà. Son questi valori, cari a Catalfamo, che lievitano nella sua scrittura critica e poetica. Quindi le sue, partendo da queste premesse, non sono poesie di maniera, o di scuola, non obbediscono alle mode o a movimenti poetici d’avanguardia, ma sono impregnate di quelli che sono – lo ripeto – i sentimenti umani, i valori di uguaglianza e di libertà: insomma la «rivolta», per richiamare la parola che compare nel titolo della splendida silloge che sto esaminando (La rivolta dei demoni ballerini, Pendragon, Bologna, 2021, euro 14), verso ogni forma di dittatura e di oppressione umana.

Catalfamo viene ed è stato educato da una famiglia che ha portato sempre avanti quei valori, quella rivolta contro la dittatura ed egli, memore di ciò, la prosegue ora anche in poesia con questa altra silloge ben analizzata da Wafaa A. Raouf El Beih e Alfredo Antonaros che ne mettono in evidenza tutto il significato e l’importanza. In sostanza le loro osservazioni ci aiutano a capire più a fondo le motivazioni che hanno spinto il poeta a scrivere questi versi, come pure, specie nella prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih, si mostra la formazione poetica di Catalfamo e il suo evolversi nel corso del tempo.

Il Nostro appartiene a un clima culturale, politico, che è impregnato di idee gramsciane e antifasciste, ereditate – lo dicevo prima – dai nonni, dal padre, insegnante di lettere e immerso nella lotta contro ogni forma di fascismo e di sistemi che si basano su soprusi e vessazioni. Fin da ragazzo Antonio Catalfamo ha coltivato la poesia, e non solo, e al riguardo leggo nelle pagine della Prefazione che egli si è

«accostato molto presto alla poesia. Già quando frequentava le elementari e, d’estate, passava le vacanze nel paese d’origine del padre, aveva appreso da un giovane amico manovale che le poesie, non solo possono essere lette nei libri di scuola, ma ognuno può anche scriverle».

Questo amico operaio aveva composto delle poesie scritte su un grosso quaderno che teneva sotto il materasso, e tirò fuori questo quaderno e lesse all’allora giovanissimo Antonio una poesia che parlava di una ragazza vietnamita violentata da un soldato americano, e tal poesia suggestionò molto Catalfamo che da quel momento in avanti cominciò anch’egli a scrivere poesie, diverse da quelle di altri poeti anche noti, poesie che parlavano e parlano di problemi veri, passati e presenti, e son problemi che riguardano gli uomini oppressi, sfruttati, offesi da ingiustizie e sistemi politici che si basano sulla forza e sulla violenza. Per essi compone versi Catalfamo ed è qui che il poeta parla chiaro e ha il coraggio, come è già stato felicemente osservato, di dire la verità, di mostrare, di additare «l’esistenza» di idee e movimenti comunisti che, nel contempo, sono riaffermati e fatti rivivere richiamando uomini e idee che si sono manifestate nella vita sociale passata ed hanno visto protagonisti, come in Sicilia, i familiari del poeta. Riaffermare quelle idee come «un fiume che scorre da Ora al Futuro», come ha scritto Jack Hirschman a proposito dei versi del Nostro.

Poesia come conoscenza e denuncia, dunque; poesia come lotta a far primeggiare gli autentici valori umani e non le ingiustizie e le disuguaglianze; poesia come lotta per conquistare quei valori, quella libertà che le forze brutali di un potere efferato cercano di reprimere. Quindi queste poesie di Catalfamo dovrebbero essere lette e meditate dalle nuove generazioni. Catalfamo è poeta di sostanza e non di masturbazioni cervellotiche e sentimentali, va dritto al problema, parla chiaro e senza peli sulla lingua, e talvolta la sua poesia assume cadenze narrative per esprimere aspetti biografici o legati alla sua famiglia e alla storia sociale dell’ambiente siciliano in cui è vissuto:

«Mio padre / appollaiato su un albero / studiava i classici, / penetrava il mito greco […]. / Sognava una nuova grecità: / i pastori con i greggi / e i campanacci invadevano / le stanze del potere, / imponevano il comunismo, / che ci rende tutti uguali. / Fondò l’Alleanza contadini / in una vecchia stalla, / il fieno ammucchiato alle pareti, / ritirò concimi a prezzi modici, / istruì pratiche per i trattori Brumi» (Simbologia della vigna). E ancora il padre che faceva comizi, «parlava / dal balcone / a una piazza vuota, / i braccianti ascoltavano / rinchiusi nelle loro tane, / animali braccati / dai campieri mafiosi / e dai loro padroni, / che non sapevano / quanto terra avessero» (Il comunismo e mio padre).

Da questi versi che fin qui ho citato si evince chiaramente il tenore e lo spessore della poesia di Catalfano che si serve di essa, come si legge chiaramente nel componimento dal titolo La mia poesia, per raccontare la

«vita degli umili / a dire sgrì, / come Santo Cali / a dire mmé, / a usare il linguaggio universale / di uomini, piante, animali, / a ritornare al naturale di Ruzzante. / Non mi interessano i versi barocchi / del poeta-puttaniere / che ruba amore mercenario / nella città dello Stretto, / dominata dalla follia, / dal tanfo di salamoia / nei barili del porto».

In fondo questo testo è una dichiarazione di poetica, è una presentazione di se stesso come poeta e nello stesso tempo prende le distanze dai poeti renitenti, da quelli esoterici. A guardar bene nella silloge è presente l’Italia del dopo-guerra ma pure – come detto – la famiglia del poeta, ma son presenti pure i pastori del suo paese che non sanno né leggere né scrivere, i quali «nella loro lotta contro il fascismo ecclesiastico e la mafia, hanno imparato dal miglior maestro – la lotta stessa -cos’è il comunismo» (Jack Hirschman). Certamente ci troviamo davanti a una silloge molto complessa nei motivi e tematiche, ma omogenea, compatta, che riflette quelle che sono le convinzioni culturali, politiche, esistenziali del poeta che esterna il suo sentire in modi diretti e comprensibili da tutti. C’è «l’eterno carnevale della storia» (Il comunismo e mio padre), per esempio. Ancora si parla di uomini, donne, ragazze, di gente che il poeta ha incontrato o di cui ha sentito parlare ed ora sono richiamati attraverso versi sempre fortemente comunicativi e naturali (la naturalezza, secondo me, è uno dei principali pregi di questa silloge, e al riguardo cito i versi seguenti:

«Ritorna nei miei ricordi / Maria Grazia chimera, / ragazza di Udine. / […] / Novella Saffo, / coltivi in silenzio / passioni inconfessabili» (Novella Saffo); «Tu mi chiedi / il significato delle parole, / io ti rispondo, con Eduardo, / che le parole sono colorate. / Le parole nere, / che preannunciano / guerre e lutti» e poi le parole «viola», le parole «rosse» e queste son quelle amate da Catalfamo e non quelle «grigie», per fare un altro esempio, «dei burocrati / dalle rinomate scartoffie, / che stancano l’uomo comune» (Le parole).

Ma chi sono questi «demoni ballerini»? Ecco la risposta: i pastori-contadini siciliani che lavoravano i feudi «dei padroni forestieri» ed erano schiavizzati. Ma il

«sangue di Euno / ribolliva nelle loro vene, / provocando la rivolta degli schiavi: / come demoni ballerini, / leggeri nella danza, / vennero in paese, / viaggiando di notte. / Aprirono la Camera del Lavoro» (La rivolta dei demoni ballerini).

Questi demoni hanno dei nomi qui evocati: Peppe Trelire, «il più feroce»; Don Mariano e Peppe Lasagna: essi poi diventarono satiri e andarono all’assalto delle «centrali del potere». Catalfamo richiama un mondo, quello contadino, che non c’è più, ma che ha avuto grande importanza, che ha segnato la storia di un’epoca e di cui c’è abbondante traccia in queste poesie varie nei toni, ora ironici, ora fortemente satirici, ora narrativi, che racchiudono fatti, avvenimenti e personaggi, atmosfere, miti di un tempo trascorso, quello contadino, e del suo riscatto dalla schiavitù padronale. Però nella poesia, in questa poesia c’è non solo questo ma dell’altro: la società attuale, il tempo presente, la pandemia, e altro ancora, e il tutto viene sempre espresso con un linguaggio molto intenso e chiaro. Eccolo ora il poeta operato di cataratta «con sistemi ultramoderni», ma nell’ospedale manca qualcosa:

«L’affetto materno / di Varvàra Alexandrovna, / le sue cure amorevoli», per cui ci si sente un numero (e si viene chiamati per numero, appunto), e si corre da una stanza all’altra, ma – aggiunge Catalfamo – «io non sono Quasimodo / e questa non è / una società comunista, / in cui tre parole / hanno lo stesso peso: / madre, / pane, / compagno» (Operazione).

Ciò che più conta è che Antonio Catalfamo compone versi che racchiudono vita vissuta e salde convinzioni e sono scritti con vero cuore e sentimenti :

«I ruffiani si nascondono ovunque, / si mimetizzano per le strade / come alberi, / piante ornamentali, / oggetti banali» (Ruffiani); «Riattiveremo / onde gravitazionali / che consacrano i templi, / tramandano le civiltà, / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (Poesia biologica).

E da un cuore puro e onesto sortisce questa poesia:

«Solo la poesia può lenire / i dolori della vita, / rendere eterna, madre mia, / la tua memoria / per chi ti conobbe / negli anni migliori, / quando, regina della parola, / dispensavi a tutti / conforto e speranza / nel mondo vile e infernale» (Petrarchesca); «Figlio dell’amore / e del dolore, / piccolo amico, / io ti conosco / attraverso le parole / di tua madre, / che non possono mentire. / Tu leggi le fiabe di Rodari / e, forse, impari / che il mondo è ingiusto / e tocca a noi / difendere i più deboli, / anche se sempre ci deludono» (Martiniano).

Per terminare queste mie considerazioni sulla poesia di Catalfamo dico che egli, lettore anche di Giordano Bruno, è un poeta di sostanza, di pensiero e che si affida a una poesia naturale ed efficace per dire la sua presenza nella società, nel metterne a fuoco le storture, i pseudo valori e le magagne del potere. La sua poesia è specchio della sua personalità di uomo tutto di un pezzo, come suol dirsi, di pertinace difensore dei valori umani e della giustizia sociale, cantore dell’ «umanesimo comunista».

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

:: Figlia della cenere di Ilaria Tuti (Longanesi 2021) a cura di Federica Belleri

1 ottobre 2021

Teresa cara, questi pensieri sono per te. Per il tuo essere una donna speciale, per la forza che mi hai dimostrato nelle pagine dei romanzi che la tua creatrice ha scritto. Sono per te, che hai sofferto e ancora soffri. Che stai facendo i conti con le tue fragilità e una malattia che non ti abbandonerà mai. Per te, che negli anni hai saputo costruire intorno una squadra protettiva e affidabile, nonostante agli inizi in commissariato tu sia stata ostacolata e tenuta poco in considerazione. Perché il tuo fiuto investigativo faceva e fa paura. Perché tu sai osservare la morte, sai guardarla con occhi speciali e determinazione. Perché sai cosa vuol dire provare empatia e compassione, sia con le vittime che con gli assassini. Perché conosci il baratro dove vive una mente criminale.
Teresa cara, ti rassegnerai mai al futuro che ti aspetta? Non credo. Avrai il coraggio di scendere all’inferno per poi risalire? Sicuramente, ora sei pronta per questo passo. Lo hai già fatto più volte. La Storia, potrà aiutarti. Le confidenze da fare, la necessità di una spalla alla quale appoggiarti. L’orrore da oltrepassare per forza, per far coincidere tutto con l’inizio.
Teresa cara, concludi questo doloroso percorso. Non mollare. Ormai sai che puoi contare su chi hai intorno e sai anche chi ti ha mentito pensando di farla franca. Perché tutti abbiamo un lato buio colmo di segreti e omissioni. Pure tu. Spero di ritrovarti presto. 
Splendido romanzo, che vi invito ad aprire e vivere.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.

Fonte: acquisto personale del recensore.