Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Gleba di Tersite Rossi (Pendragon 2019) a cura di Massimo Ricciuti

21 ottobre 2019

GlebaIn una grande città italiana s’intersecano le vicende di vari personaggi, destinati a incontrarsi in un unico e terribile disegno. Paolo, un diciassettenne insicuro, frequenta una scuola particolare, che spinge i frequentanti a una competizione senza scrupoli e ad annullare le proprie emozioni, controllate dall’amigdala. Amina, una ragazza marocchina, per un periodo è compagna di studi del coetaneo Paolo, ma poi prende una brutta strada e deve rivolgersi al fratello, fanatico religioso che ha scelto il Jihad. Adriana, impiegata modello, è, in realtà, un’aspirante brigatista che medita vendetta contro i “padroni”. Poi ci sono Valeria ed Enrico, moglie e marito, che portano avanti un rapporto precario tanto quanto le rispettive occupazioni lavorative. Queste sono le principali figure di Gleba, alle quali se ne affiancano tante altre, per comporre quello che è un vero e proprio romanzo corale. Numerose sono le tematiche affrontate dall’opera: su tutte spicca il lavoro, che è quasi sempre precario, insoddisfacente e alienante. Il termine “gleba” assume così un duplice significato: come terra che dà origine alla vita e come terra a cui essere asserviti. Altro argomento portante del romanzo è il terrorismo, nella doppia accezione di islamico e brigatista. Del primo è protagonista Kemal, il fanatico fratello di Amina, del secondo Adriana, entrambi guidati da figure superiori che hanno come obiettivo due attentati. Passando all’autore del romanzo, va detto che, in realtà, si tratta di un collettivo di scrittura. Il nome è un omaggio a Tersite, l’antieroe per antonomasia della mitologia greca, qui incarnato da Paolo. Gleba è la quarta opera di Tersite Rossi ed è di difficile classificazione: questo perché tratta parecchie tematiche, utilizzando generi letterari diversi. Fondamentali sono, comunque, i significati politici e sociali che caratterizzano anche i tre precedenti romanzi. Tutti si possono ascrivere alla cosiddetta letteratura impegnata: di volta in volta gli autori si sono occupati di mafia, politica, economia e tanto altro. Anche in Gleba s’intuisce la notevole opera di documentazione, così come l’indagine sulla realtà, da cui tutto prende avvio. Quanto al finale, lascia aperto uno spiraglio di speranza almeno per due dei protagonisti. A dominare resta, però, la paura di un futuro dominato sempre più dalle tecnologie, in grado di rendere schiavi gli uomini e annullarne i sentimenti e la volontà.

Tersite Rossi è un collettivo di scrittura.
Esordisce nel 2010 con il romanzo “È già sera, tutto è finito” (Pendragon), appartenente al genere della Narrativa d’Inchiesta e centrato sul tema della cosiddetta trattativa fra Stato e mafia d’inizio anni Novanta (finalista al Premio Alessandro Tassoni 2011 e al premio Penna d’Autore 2011).
Nel 2012 esce il suo secondo romanzo con le “edizioni e/o”, il noir distopico “Sinistri”, all’interno della collana “SabotAge” curata da Massimo Carlotto, ambientato in un futuro fin troppo prossimo, intriso di tecnocrazia liberticida e folli tentativi di ribellione.
Nel 2016 esce il suo terzo romanzo, il thriller economico-antropologico “I Signori della Cenere” (Pendragon), a chiudere la “trilogia dell’antieroe” avviata con i precedenti due, sullo sfondo della crisi finanziaria d’inizio millennio e delle sue ragioni più profonde, ancestrali.
Nel 2019 esce il suo quarto romanzo, “Gleba” (Pendragon), appartenente al filone della new italian epic e centrato sulla tematica del lavoro, sfruttato e vendicato, che segna l’ingresso nell’era del post-eroe.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Cocktail d’autore di Petunia Ollister (Slow Food Editore, 2019) a cura di Eva Dei

14 ottobre 2019

cocktail d'autore

Stefania Soma, in arte Petunia Ollister, torna in libreria a due anni di distanza da Colazioni d’autore. È passato molto tempo dal primo post di #bookbreakfast, ma Petunia continua a deliziarci sulla sua pagina instagram (@petuniaollister) con le sue colazioni letterarie, offrendoci foto sempre più impeccabili e “invitanti”.
Negli ultimi tempi fra i tavoli dei suoi set, in mezzo a libri e tazze di caffè, hanno iniziato a fare la loro comparsa bottiglie di Campari, limoncello Villa Massa, rum Zacapa e gin Hendrick’s. Queste bottiglie di alcolici sono comunque legate con un fil rouge ai libri che le accompagnano, a volte perché ne richiamano i contenuti o li citano, altre volte perché frutto di collaborazioni (come per esempio quella con lo Zacapa Noir Festival). Queste foto sono state però anche una sorta anticipazione del secondo libro dell’autrice. Cocktail d’autore uscirà infatti il prossimo 16 ottobre, edito sempre da Slow Food Editore. Con questo nuovo volume Petunia Ollister decide di non darci più il buongiorno, ma preferisce accompagnarci all’ora dell’aperitivo o del dopocena, in un tour letterario dei più famosi cocktail.
La struttura di questo nuovo volume ricorda molto il precedente. La pagina di destra è completamente dedicata alla foto, curata esteticamente in tutti i suoi dettagli: oltre al libro e al cocktail (servito ovviamente nel bicchiere più adatto), compaiono ingredienti, strumenti da barman e altri elementi d’arredo che rievocano le atmosfere del libro. La pagina di sinistra invece è divisa quasi in due metà: quella superiore occupata da una citazione o riflessione sul libro scelto, quella inferiore dedicata alla ricetta del cocktail.
I cocktail presentati sono “d’autore” in una doppia accezione: prima di tutto perché vengono citati o sono ispirati alle opere letterarie a cui sono abbinati. I cocktail abbandonano dunque la loro ambientazione evanescente ed effimera e si materializzano sui tavoli in eleganti bicchieri. Tutto ciò è stato possibile, ed ecco il secondo motivo che li rende “d’autore”, grazie alla collaborazione con alcuni professionisti del settore che hanno regalato le loro ricette a questo progetto.
Sfogliando le pagine di questo libro vi troverete quindi a sorseggiare un Gin Rickey rievocando le suggestive atmosfere di Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, brinderete con Charles Bukowski con un bicchiere di Vodka Sour e assaggerete un Gotto Esplosivo Pangalattico chiedendovi se era così che se lo immaginava Douglas Adams. Un libro che inebrierà il vostro corpo e la vostra mente.

Petunia Ollister nasce qualche anno fa come nom de plume di Stefania Soma. Dal gennaio 2015 scatta e pubblica sul suo account Instagram @petuniaollister i #bookbreakfast, foto di libri sul tavolo della colazione, scattate dall’alto, con una grande attenzione per i colori, i materiali, lo styling. Ha lavorato per quindici anni nel campo della conservazione e valorizzazione dei beni culturali, fotografici e librari. Ha collaborato con Radio Rai e tutte le domeniche è su Robinson, inserto culturale di Repubblica. Scrive per “La Stampa” e racconta Torino con gli occhi di una Marziana. Il suo primo libro Colazioni d’autore #bookbreakfast è uscito per Slow Food Editore.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.

:: Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider (Oligo 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2019

Per un pugno di cioccolataEsce oggi 10 ottobre, nella collana Oro diretta da Davide Bregola di Oligo Editore, la raccolta di racconti Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider. 10 racconti, più i due finali strettamente autobiografici, che ci riportano nella Germania degli anni ’30 e ’40, sotto il regime hitleriano, più incursioni in tempi più recenti. Sia per il valore di testimonianza, che per la qualità letteraria del testo, gli scritti di Helga Schneider acquistano sempre una doppia valenza che colpisce nel profondo il lettore. Insomma è difficile restare indifferenti mentre si leggono storie all’apparenza semplici e quotidiane che in realtà racchiudono grumi di sofferenza e disperazione che forse il tempo ha conservato come insetti nell’ambra.
Helga Schneider era bambina in quegli anni, nasce infatti nel 1937 in Slesia, ma ha conservato memoria di quei tempi irreali e terribili, e può a buon titolo fungere da monito alle nuove generazioni che si trovano frastornate tra revisionismi e nuove interpretazioni della storia. La sua voce è chiara e autorevole, e il suo talento letterario sembra annullare il tempo che è passato e farci vivere quegli avvenimenti come se scorressero anche sotto i nostri occhi. Insomma attraverso di lei anche noi siamo testimoni di quegli anni, anni di barbarie, ma nello stesso tempo di solidarietà e coraggio. Anni di fame, miseria, bombardamenti, repressioni, e nello stesso tempo di altruismo, speranza, e risolutezza.
Se la dittatura nazista fu di per sé una tragedia immane, che portò sull’orlo del baratro il popolo tedesco, e alla morte nei campi di concentramento milioni di ebrei, le persone che subirono gli effetti devastanti di questa follia collettiva dovettero convivere chi con il fanatismo chi con il senso di colpa e Helga Schneider con grande acutezza e sensibilità ci descrive queste fasi che hanno ripercussioni ancora oggi sul suo e sul nostro vissuto. I sopravvissuti si sono trovati anche davanti a sé il fardello della memoria e del ricordo, oltre al dovere della testimonianza perché Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, come profetizza la stessa Schneider nella nota introduttiva.
Ma veniamo ai racconti: la raccolta si apre con Per un pugno di cioccolata, in cui troviamo una ragazzina di tredici anni, Lotte, alle prese con la temibile Frau Schmitt. In Eli Sommers, racconto ambientato invece negli anni ’80, una giornalista è sul punto di fare lo scoop della sua carriera, rivelando al mondo il passato terribile di un famoso scrittore, ma il destino e la pietà umana spariglieranno le carte. In Vojnà kaputt troviamo invece un ragazzino ebreo e la sua mamma malata prigionieri in uno scantinato, e poco dopo l’arrivo dei soldati sovietici. I disertori invece ci riporta all’attenzione la triste pagina della Volkssturm, arma disperata di Hitler in un esercito ormai allo sbaraglio, che si riflette nella storia di un nonno e di un nipote. Ne La bicicletta rossa una ragazzina che sogna una bici si trova a fare quasi involontariamente una cosa terribile per ottenerla. In Sep muore di pace, protagonista è un cane che si trova in mezzo alla follia della guerra. Follia che tutto distorce e capovolge. In Pavel Anatol ci viene narrata la triste storia di un soldato sovietico che si innamora di una donna tedesca. In Friedrich un reduce torna a casa; troverà sua moglie viva, ad attenderlo? Ne L’uomo che amava i temporali, due anziani alle prese con la fame e il razionamento celebrano il miracolo di stare ancora insieme. In Noi torneremo! Aspettando il nuovo Reich, una madre riconosce la figlia in una ragazza devastata dalla “rieducazione” nazista. Infine i due racconti autobiografici della Schneider con al centro suo fratello e la sua madre biologica.
La scrittura della Schneider è limpida ed essenziale, molto evocativa, e colpisce soprattutto considerando il fatto che l’italiano non è la sua lingua madre, sebbene viva in Italia dagli anni ’60. Poi un’altra caratteristica che emerge è il valore anche terapeutico della scrittura che ha aiutato l’autrice stessa a convivere con un passato di cui non aveva alcuna colpa, ma che avrebbe potuto schiacciarla. E questa forza si sprigiona dalle sue pagine e giunge chiara al lettore.

Helga Schneider è nata nel 1937 in Slesia, regione della Germania che dopo la guerra fu ceduta alla Polonia; durante la guerra, la madre, convinta sostenitrice dell’ideologia nazista, si arruolò nelle SS e divenne guardiana nei campi di sterminio, abbandonando i figli alle cure della nonna. Helga vive a Bologna dal 1963, è naturalizzata italiana e scrive in italiano. Ha all’attivo libri per Rizzoli, Salani, Einaudi e Adelphi. In particolare si ricorda Il rogo di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna Ardissone dell’Ufficio stampa.

:: Carne di Betzabea di Fabrizio Raccis (Catartica edizioni, 2019) a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2019

coperrtina frLa donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.
Carne di Betzabea (Catartica edizioni, pagine 87, euro 12,50) è un inno carnale e spirituale alla donna.
Il poeta è interessato alla corporeità della parola e scrive versi non trascurando mai quella necessaria fisicitàche la scrittura deve avere per significare, ignorando l’inconsistenza dei dettati preconfezionati.
Fabrizio è un poeta autentico perché conosce il sanguinare delle parole.
Il suo scrivere evita gli orpelli. Sulla pagina arriva una poesia schietta in cui l’amore per una donna si fa toccare con mano nella sua autenticità carnale:

«Potrei vivere di refusi / tra le tue frasi confuse e ottuse, / potrei passare decenni a vedere / il tuo corpo vibrare, mentre discendi le scale».

Con grande passione il poeta canta e esalta la donna fuori dalla retorica dell’idillio, ma attraversando le stanze della vita quotidiana dove i corpi, fatti di carne, si toccano, si accoppiano in amplessi in cui il sudore scatena vertigini di inenarrabili passioni
Questa di Fabrizio Raccis è una poesia d’amore che si insinua nelle ferite aperte dell’esistenza. Una poesia che non cerca suture ma deflagrazioni cariche di amore e di perdita inebriante di sensi.

«Ti vedo, sotto la pelle / sotto quel fascio di nervi e muscoli / sotto quel sangue, / fino al midollo e alle ossa».

Finalmente una poesia d’amore che non si vergogna nel mostrarsi nuda e cruda.
Carne di Betzabea è un canzoniere antiretorico: in queste poesie il romanticismo diviene selvaggio e il poeta ha molto coraggio nel proporre versi «sibilanti e pungenti». Poesie come pugnali che squartano la carne nuda degli amanti colti nel dono di un reciproco e incondizionato consumarsi nel trasporto di una stagione totale (quella dell’amore appunto) che non conosce inibizioni o pregiudizi.
Qui i sensi si scatenano e il poeta prima di tutto è un uomo che da dichiarato amante della carne non rinuncia alla bellezza burbera e inarrivabile dell’amore e alla sua donna che mostra tuta la sua volontà di potenza attraverso la verità di un corpo nudo.

:: Pietro e Paolo di Marcello Fois (Einaudi, 2019) a cura di Eva Dei

27 settembre 2019

Pietro e PaoloPietro Carta e Paolo Mannoni sono amici fin dall’infanzia. Nati entrambi a Nuoro nel 1899, li unisce un rapporto fraterno, a tratti simbiontico. A separarli però ci ha pensato la vita: il primo figlio di poveri braccianti, l’altro ultimo figlio di una delle famiglie più ricche della città. I due crescono insieme: Paolo tra le agiatezze che gli permette la sua classe sociale, Pietro con gli scarti che rimangono. Ma nonostante tutto i due restano inseparabili: Paolo racconta a Pietro quello che impara a scuola, Pietro dal canto suo lo istruisce sulle cose pratiche della vita. Sapere teorico ed empirico, ricchezza e povertà, “verbi servili e ausiliari” sembrano trovare il loro equilibrio, finché la storia non entra in scena con prepotenza. L’aria nefasta della Prima Guerra Mondiale ha già investito la Sardegna, molti uomini sono stati reclutati, ma dopo la disfatta di Caporetto è arrivato il momento di richiamare i più giovani. Tra questi c’è anche Paolo. A nulla valgono i tentativi di Don Pasqualino, suo padre, di ricorrere ad amicizie e promesse per salvare il figlio dall’arruolamento. Resta solo una cosa da fare, convincere Pietro, l’amico fedele, il ragazzo povero ma di buon cuore, ad arruolarsi come volontario per proteggere Paolo. Don Pasqualino non esita nemmeno un momento a legare a doppio filo la vita di Pietro a quella del figlio: deve diventare la sua ombra, seguirlo e difenderlo dai pericoli. Lo deve fare per riconoscenza, per assicurarsi il benessere della propria famiglia e soprattutto lo deve fare se crede nell’amicizia.
Una volta finita la guerra Pietro e Paolo faranno ritorno a casa, ma niente sarà più come prima.
Dopo il folgorante Del dirsi addio (Einaudi, 2017), Marcello Fois torna in libreria con Pietro e Paolo.
Un romanzo più breve, diciasette capitoli che si sviluppano come una sorta di conto alla rovescia. Il lettore si incammina con Pietro al capitolo sedici, in una passeggiata che lo condurrà indietro nel tempo, nella storia, fino a raggiungere il capitolo zero, la meta finale, che altro non è che l’incontro con Paolo. Una storia più breve, più snella, che probabilmente nella penna di un altro autore non avrebbe reso altrettanto bene.

Il dio dei racconti, quello che sa ogni cosa prima che diventi voce o avvenga sul foglio, avrebbe potuto dichiarare il perché e il percome. Avrebbe potuto cioè rendere inutile qualunque resoconto e di conseguenza, se stesso. Da tempi immemorabili gli dèi omettono i particolari salienti per difendere il proprio significato. Spargendo solo briciole di senso. Sicché agli umani, auditori, lettori, non resta che raccoglierle come quei passeri.

La maestria di Fois, però, viene fuori fin da subito in questo moderno “Il principe e il povero”. L’autore costruisce un microcosmo narrativo; nonostante alcune incursioni di personaggi secondari ma pregnanti, il fulcro dell’intera vicenda, ruota intorno ai due giovani amici. Allo stesso modo un legame intimo e profondo al centro di tutto: l’amicizia. Ma anche Nuoro, il cuore della Sardegna, sembra un luogo rarefatto, dove il paesaggio la fa da padrone, grazie anche alle precise descrizioni naturalistiche dell’autore. A schiacciare questo microcosmo e il suo fragile equilibrio ci pensa qualcosa di esterno, di lontano come la prima grande guerra moderna.
Infine il titolo non può non rievocare l’immagine dei due santi omonimi. Nascosto a un primo sguardo un filo sottile che unisce religione e laicità si muove nel testo di Fois. Si parla di apparizioni note, come quelle di Fatima, che però vengono completamente dissacrate. Fa da contraltare a questa scelta il voto segreto che i due amici fanno a S. Lucia prima della loro partenza per la guerra; un voto che racchiude allo stesso tempo sia il futuro dei due amici, ma che è anche una sorta di simbolo, una promessa, insita nei loro stessi nomi: Paolo, il santo accecato dall’apparizione di Gesù e Pietro, colui che come invisibile, riesce miracolosamente a sfuggire al carcere.

Marcello Fois (Nuoro 1960) vive e lavora a Bologna. Tra i tanti suoi libri ricordiamo Picta (premio Calvino 1992), Ferro Recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere, Sheol, Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour, Volponi e Alassio 2007), Stirpe (premio Città di Vigevano e premio Frontino Montefeltro 2010), Nel tempo di mezzo (finalista al premio Campiello e al premio Strega 2012), L’importanza dei luoghi comuni (2013), Luce perfetta (premio Asti d’Appello 2016), Manuale di lettura creativa (2016), Quasi Grazia (2016), Del dirsi addio (2017 e 2018), il libro in versi L’infinito non finire (2018) e Pietro e Paolo (2019).

Source: libro del recensore.

:: Ossigeno di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2019) a cura di Eva Dei

17 settembre 2019

OssigenoUn container, pochi metri quadrati per contenere quattordici anni di vita vissuta, per crescere, passare da essere una bambina a essere un’adolescente, fino a diventare una donna. Dagli otto ai ventidue anni, Laura vive tra quelle mura di metallo prigioniera dello stimato professore di antropologia Carlo Maria Balestri. Per la mente malata del mostro lei è una cavia, un esperimento: tutto è studiato e calcolato per modellare la sua mente, il suo carattere. Per punirla la ignora fino a renderla debole e remissiva, la lascia nel suo brodo in quel container per giorni; invece per indurla a fare quello che vuole usa la tecnica del bastone e della carota. Laura compila album da colorare, risolve rebus matematici, riempie interi quaderni di esercizi e se è abbastanza brava riceve un premio. Quando è più piccola si tratta di biscotti, cioccolata, una bambola, man mano che cresce uno walkman, dei libri, ma anche le sigarette, perché tutto ciò che costituisce un vizio, una dipendenza, la lega ancora di più al suo volere. Crescendo anche gli esercizi a cui la sottopone si fanno più difficili: lezioni di inglese in cassetta, temi da svolgere che si trasformano in veri e propri saggi di antropologia e sociologia. Laura descrive il mondo esterno chiusa in una scatola di ferro e le sue riflessioni finiscono rimaneggiate e rimpolpate nei libri del suo rapitore:

Il professor Balestri si è costruito un allenatore per non uscire dai giochi e spegnersi a poco a poco in vista della pensione (…)”.

Ma un giorno qualcuno apre la porta del container e Laura è libera; il mostro del golfo, come viene definito dai giornali Balestri, viene arrestato e tutto apparentemente potrebbe convergere verso una futura tranquillità, ma in realtà la mano che ha aperto la porta di quella prigione ha scoperchiato il vaso di Pandora: nessuno è più libero, ognuno è prigioniero dei suoi demoni. C’è Luca, che scopre di essere figlio di un mostro e ha paura di averne ereditato il tarlo, Anna, la madre di quella bambina rapita, che si ritrova davanti una figlia che le appare come un’estranea e poi c’è lei, Laura che deve imparare a vivere là fuori, oltre la soglia di quel container. Resta solo una domanda: chi ha rinchiuso chi?

Se c’è qualcosa di sbagliato non riesci a capirlo. Senza la gabbia non sei niente. Tutti credono il contrario, ma la verità è questa: non sei mai uscita da lì.”

Sacha Naspini torna in libreria a più di un anno di distanza dal suo ultimo libro con Ossigeno (Edizioni E/O). Con una storia completamente diversa da Le Case, l’autore ci porta in un universo narrativo che si apre e chiude su sé stesso come delle matrioske. Tutta la narrazione si gioca sullo spazio che si dilata e restringe intorno ai personaggi, dandoci un senso di claustrofobia e tensione crescente.
Ossigeno ha tutti gli elementi per essere un thriller, ma rinuncia a questa definizione nel momento stesso in cui Naspini sposta il focus narrativo. Carlo Maria Balestri, padre affettuoso e stimato professore, ma allo stesso tempo mostro responsabile della segregazione e scomparsa di almeno tre bambine, viene assicurato alla giustizia all’inizio del primo capitolo. Con quel “Vennero a prenderlo alle otto di sera” Balestri entra ed esce di scena, resta ovviamente nei ricordi delle vite che ha segnato, ma Naspini non vuole indagare il lato oscuro di questo nuovo dottor Jeckyll – mister Hyde, capire perché ha agito in questo modo, cosa gli accadrà una volta catturato. No, la sua attenzione è tutta per quelli che restano: Luca, Anna, Martina e ovviamente Laura.
Ritroviamo lo stile narrativo di Naspini che, alternando le voci narranti, frammenta la realtà restituendoci la storia pezzo per pezzo. Quando il puzzle sembra dare forma a un disegno, nell’ultimo capitolo l’autore sparpaglia tutte le tessere, disorientando il lettore e conducendolo in un tempo e in un luogo apparentemente estraneo all’intera vicenda.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, che vi lascerà con un puzzle tridimensionale in mano, perché la verità non è mai una sola: ha sempre più facce.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Libera uscita di Debora Omassi (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

17 agosto 2019
Libera uscita di Debora Omassi

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Esordio con Rizzoli per la scrittrice bresciana Debora Omassi. Un romanzo sfaccettato, interessante, pungente. È la storia di Barbara, che decide di arruolarsi per capire se stessa. O forse per scappare da sé. Oppure perché ha paura di ciò che potrebbe essere, in realtà. Scorrendo le pagine di questo libro ciascun lettore saprà dare la giusta interpretazione alla nuova vita di questa giovane donna. Al padre, che lei ha sempre ammirato, ai ricordi che saranno sempre presenti. Alla dura legge della caserma e dell’esercito. Agli sguardi indagatori che la lasceranno svuotata. Al suo fidanzato, che vive la decisione di Barbara come un abbandono, un lutto. A Barbara stessa e alla sua profonda crisi d’identità.
L’autrice ha dimostrato piena capacità di entrare e uscire dalla vita di Barbara insieme a lei, di districarsi benissimo tra un prima e un dopo esercito, di saper affrontare la paura e lo sconforto della sua protagonista con determinazione.
Ma chi è Barbara, davvero? Chi sta cercando? Cosa vuole o deve dimostrare e, soprattutto, a chi?
Barbara è il sudore durante le esercitazioni, i polmoni affaticati, l’assorbente che non riesce a cambiare. È precisione e ordine, è il bisogno di giurare fedeltà e la voglia di scappare di corsa. È il desiderio di amare, senza intoppi, senza il dubbio di poter ferire qualcuno.
Le parole di Debora Omassi sono piccoli e sottili aghi che feriscono creando disagio, inquietudine, necessità e voglia di capire. Perché Barbara potrebbe essere chiunque fra noi.
Personaggi ben costruiti, sia femminili che maschili. Editing perfetto. Ben equilibrati schiettezza e sensibilità.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Debora Omassi è nata a Brescia nel 1993. Vive a Milano, dove lavora come libraia. Ha esordito nel 2015 sulla rivista «Nuovi Argomenti» e ha pubblicato la raccolta di racconti Fuori si gela (2016). Questo è il suo primo romanzo.

Fonte: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I ragazzi che scalarono il futuro di Maurizio Gazzarri (Edizioni ETS, 2018) a cura di Daniela Distefano

25 luglio 2019

I RAGAZZI CHE SCALARONO IL FUTUROLa bella stagione degli speranzosi anni ’50 e ’60 fa da sfondo a questo bel libro, cucito su misura dei lettori più esigenti: spalma una storia di passione tecnologica sul pane dei sentimenti puri, della genuinità delle relazioni, della freschezza dell’amicizia imperitura; quei rapporti umani che fanno gridare al miracolo quando producono soluzioni a problemi del futuro. Ma andiamo con ordine e partiamo dal plot. I personaggi principali sono due ventenni, Giorgio e Angela, e le loro vite si incrociano con quelle dei protagonisti della sfida che portò alla realizzazione della prima calcolatrice elettronica italiana a Pisa. La narrazione parte dall’idea iniziale di creare una calcolatrice elettronica, così da arrivare alla effettiva realizzazione della Macchina Ridotta prima e di quella che fu chiamata CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) poi; tutto questo passando per la fondamentale collaborazione dell’Università con la Olivetti, in particolare con il centro in via del Capannone a Barbaricina, dove fu costruito il prototipo “zero” delle macchine ELEA. Il 13 novembre 1961 la CEP fu presentata al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Si sono gettate in tal modo le basi per il futuro sviluppo dell’informatica in Italia, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere, di comunicare, di lavorare, di stare nel mondo.
Il libro è molto diverso da altre ricostruzioni dell’argomento pubblicate nel passato. Tanto per cominciare, non è un saggio, ma lo si può definire un romanzo storico, perché gli avvenimenti della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti a Pisa sono intrecciati con gli eventi della storia della città e dell’Italia di quel periodo.
Nel pieno del fermento avveniristico, la Storia si incontra con la finzione narrativa e nasce la storia di Giorgio e di Angela, lui giovane ingegnere coinvolto nella costruzione della CEP, lei, sua fidanzata, operaia della fabbrica Marzotto e protagonista delle prime lotte delle donne per l’emancipazione. C’è anche una rivale di Angela, Ella, una scienziata americana che Giorgio conosce nel suo viaggio negli USA e che con il suo fascino intellettuale mina le sicurezze di Giorgio sulle sue scelte di cuore. Le due donne, appartenenti a classi sociali e mondi molto diversi, sono entrambe figure intelligenti, tenaci e volitive. In particolare, è molto ben descritta la crescita personale di Angela, che, da ragazza semplice e ingenua, con il passare degli anni e il contatto con gli avvenimenti della fabbrica e le lotte per i diritti delle donne, acquisisce una sempre maggior coscienza del suo ruolo nel mondo.

Giorgio commentò a modo suo:”E’ vero, senza evoluzione non c’è futuro, di nessun tipo”. Angela era visibilmente allegra: le piacevano quei discorsi solo apparentemente leggeri e senza capo né coda. Provò a dire la sua, mettendoci tutta la serietà di cui era capace, intrecciando quei concetti con la sua vita in fabbrica. “La spinta che dà il cambiamento, anche solo come ipotesi, è essenziale per migliorare la condizione degli uomini e delle donne. Noi operaie, per esempio, se non avessimo in testa obiettivi di miglioramento della nostra condizione, faremmo meglio a rinunciare a lavorare in fabbrica. Se voi ingegneri migliorate le macchine, noi rischiamo meno di farci male e possiamo evitare di fare lavori ripetitivi, noiosi e logoranti. Ma anche se noi operaie, se noi sindacaliste, conquistiamo nuovi diritti con le nostre lotte, non migliora soltanto la nostra condizione di lavoro, ma anche quella delle nostre famiglie, dei nostri figli, delle nostre comunità, delle nostre città””.

A tutto fa da sfondo la città di Pisa con i suoi monumenti, le sue strade, le sue luci cangianti e seducenti. Un libro delizioso, scritto sulla scorta di una templare ispirazione. Perfetto ritratto di quel momento d’oro della nostra storia italiana che dopo il supplizio fascista è stata capace di ricominciare da zero per poi proiettarsi in avanti con fiducia e provvidenza. Finalista al premio Biella Letteratura e Industria 2019.

Maurizio Gazzarri è nato a Volterra nel 1971. Nel 1990 si trasferisce a Pisa dove si laurea in Scienze dell’Informazione. Dal 2008 al 2018 ha svolto il ruolo di capogabinetto del Sindaco di Pisa occupandosi di digitalizzazione dei servizi, comunicazione, partecipazione e coordinamento di progetti innovativi. Nel 2018 è uscito questo romanzo d’esordio, “I ragazzi che scalarono il futuro”(Edizioni ETS), che racconta, mescolando realtà e fantasia, la nascita dell’informatica italiana e la realizzazione dalla CEP e della ELEA, le prime calcolatrici elettroniche italiane.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ Ufficio stampa Edizioni ETS.

:: Ilaria Tuti: Ninfa dormiente (Longanesi 2019) a cura di Federica Belleri

15 luglio 2019
Ninfa Dormiente di Ilaria Tuti

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Secondo romanzo edito da Longanesi e scritto dall’autrice Ilaria Tuti. Anche questa volta la storia è ambientata in Friuli, terra della scrittrice, illuminata dai colori primaverili e dai profumi legati al risveglio della natura. L’inverno è passato e il commissario Teresa Battaglia deve ricostruire una morte misteriosa, antica, legata a un disegno di una bellissima donna. Che sembra pulsare, uscire dal foglio ed è in grado di catturare lo sguardo di tutti. Lei è la Ninfa Dormiente. Non è facile per Teresa contattare l’autore del disegno e non è facile comunicare con lui. La sua capacità di entrare in empatia con l’altro, la ripagherà. E sarà il punto di partenza.
Non è affatto semplice per me scrivere di questo libro, la paura di svelare è tanta. Mi limiterò all’essenziale che, credetemi, è già immenso. Perché correrei il rischio di aggiungere particolari che invece vanno scoperti man mano. Come la vita e la salute di Teresa, il suo rapporto bellissimo con l’ispettore Marini, la simbiosi avvolgente con la sua squadra. Come i nuovi personaggi creati da Ilaria Tuti, in grado di affascinare e stupire, anche in senso negativo. Come un popolo unico, da proteggere. Come i morti, che forse andrebbero trattati con rispetto.
Ninfa Dormiente parla soprattutto di donne, di tradizione. Di amore e odio, di possesso e gelosia. Di vita e di morte. Di culto e di elementi naturali. Del buio che sta intorno, che ci abbraccia e ci nasconde ciò che non si dovrebbe mai trovare. È una storia completa nei sentimenti, visti da varie angolazioni, anche da lontano. È una storia di segreti ed è ricca di colori e sfumature. Esprime la forza destabilizzante di qualcosa da tramandare, di un’eredità antica, di un dolore che strazia fino ad ammutolire, di una guerra impossibile da dimenticare. Prende il lettore sotto braccio verso una vita nuova, o la fine della vita stessa. Ci fa capire il vero significato della parola “affetto” e del “silenzio”.
In corso di lettura ci si commuove per l’intensità e la cura delle parole usate dall’autrice. Non è sufficiente essere curiosi e desiderare di voltare pagina per sapere come procede il racconto, bisogna farsi portare nel bosco, per mano. Nessuna luce a illuminare il sentiero o il groviglio dei rovi. Ci saranno occhi che vedranno al posto nostro, con una sensibilità incredibile. Bisogna ricucire pian piano il tessuto lacerato e bruciacchiato di chi ha sofferto come non mai, ed è stato succube di qualcosa di troppo grande e difficile da governare. Perché qualcuno osserva Teresa, osserva la Ninfa. Custodisce e protegge. Spaventa quando si mostra. Dal 1945 o forse da prima. Perché il tempo in alcuni luoghi chiusi, non è mai davvero trascorso.
Editing perfetto, trama che non presenta nessun cedimento. Il mio personale complimento alla scrittrice.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Da ragazzina voleva fare la fotografa, ma ha studiato Economia. Ama il mare, ma vive in montagna. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il suo romanzo d’esordio, Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), è stato un vero e proprio caso editoriale in Italia e all’estero, selezionato come Crime Book of the Month dal Times nel marzo 2019. Tra i punti di forza, un’ambientazione suggestiva e inquietante, uno stile fresco e maturo allo stesso tempo, un meccanismo narrativo impeccabile e una protagonista, Teresa Battaglia, da subito indimenticabile.

Fonte: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Filippo Violi: Frammenti di fuoco – Nel deserto del sud Europa (Pav edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

12 luglio 2019

cop violiUno scrittore degno di questo nome deve essere prima di tutto un uomo in rivolta. Filippo Violi, già con il precedente Cronache da un campo di battaglia (pubblicato da Imprimatur nel 2014), ha dimostrato di avere entrambi i titoli.
In questi giorni esce il suo nuovo romanzo.
Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa (Pav edizioni) Un altro forte libro – denuncia il cui il suo autore cerca di far emergere la storia dei vinti e degli ultimi con l’intento di creare un sapere carico di lotta.

«Al mondo d’oggi non si dovrebbe lasciare nulla al caso. E anche la letteratura e giusto che faccia la sua parte».

Pagine incendiarie di uno scrittore che ha a cuore le sorti dell’umanità e con coraggio rovistando tra le sue macerie.
È un romanzo sociale, un intreccio di storie che si muovono su prospettive differenti, che finiscono così per toccarsi tra di loro. Così Violi definisce il suo libro. Al centro della narrazione la storia dei vinti, la storia di verità altrimenti sottaciute, nascoste, con il nobile intento di creare un sapere storico di lotta.
L’autore ricorre al frammento e lo vede come un elemento di rottura contro la linearità totalitaria della storia, che privilegia in forma assoluta il racconto dal lato esclusivo del vincitore.

«L’intento dell’autore è quello di raccontare piccole storie locali, racchiuse in frammenti di vite umane, verità sconsiderate, sottaciute, magari per molti privi d’ interesse e valore. Istinti profondi di vita che percorrendo i sentieri dell’esistenza interagiscono, rilevando il marciume che vigila a cielo aperto sul pianeta terra».

Violi al centro delle sue storie mette Crotone, la città in cui vive e scrive di ciò che accade e che conosce. Una città che una volta era la culla della civiltà della Magna Grecia e che oggi, dilaniata e abbandonata a se stessa, è diventata il deserto del sud Europa.
Nei suoi frammenti incendiari Filippo Violi racconta il malaffare, le ingiustizie sociali, i drammi umani e non ha paura di inchiodare alle proprie responsabilità la politica e i politici che hanno messo le mani sulla città trasformando una comunità in una terra di conquista, desolata.
Ha coraggio lo scrittore nel raccontare le gesta di uomini spietati, dissoluti che si sono proclamati grandi uomini politici e che si sono arricchiti divorando risorse pubbliche, aggraziandosi di benessere e diventati, negli anni, abili venditori della parola democrazia (Frammento quarto, I banditori del Passovecchio).
Nel primo frammento (I reparti inclini al piano) il dramma della sanità a Crotone attraverso la storia di un figlio e un padre, malato terminale che nell’ospedale subiscono atrocemente questa non luogo di disumanità diventato un pachiderma inospitale in mano alle famiglie clientelari, dove ormai sono stati azzerati del tutto i sentimenti benevoli dell’animo umano.
Frammenti di fuoco è una cruda testimonianza di vita di una piccola cittadina della Regione Calabria. Violi racconta tutti i misfatti politici e sociali di Crotone, realtà periferica del sud – Europa. Tutti i personaggi che troverete nel libro esistono realmente e i fatti narrati sono realmente narrati. Filippo Violi è uno scrittore che non rinuncia alla parreṡìa, il diritto – dovere di dire a tutti i costi la verità. E la sua schiettezza fa molto male.
Frammenti di fuoco è un vero e proprio taglio. Il libro coraggioso uno scrittore che non si nasconde e denuncia apertamente inchiodando sulla pagina i responsabili del declino di una città e di un intero paese. Filippo Violi come Sciascia e Pasolini. Uno scrittore corsaro che prova a fare chiarezza nelle rovine.
Leggetelo perché qui le anime morte proliferano.

Filippo Violi è nato a Crotone nel 1970, dove tuttora risiede. Laureato in Scienze politiche presso l’Ateneo di Bologna con una tesi su Michel Foucault, dal 2000 è funzionario pubblico presso l’Ente Provincia di Crotone. È autore di diversi scritti e articoli su giornali locali. Per Imprimatur ha pubblicato nel 2014 ‘Cronache da un campo di battaglia‘.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

Nota: https://pavedizioni.it/prodotto/frammenti-di-fuoco

:: Piergiorgio Pulixi: L’isola delle anime (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

12 luglio 2019

L'isola delle anime di Piergiorgio PulixiPiergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
La questura di Cagliari si trova di fronte alla leggenda, alla forza impressa dalla tradizione sarda, alla brutalità inaudita di una morte quasi annunciata. Da questo punto di partenza si torna indietro nel tempo e si procede in avanti attraverso il sangue che scorre e che viene donato alla terra. Senza scampo, come se fosse normale. E allora ecco comparire una lama affilata, una maschera con corna caprine e una pelle di pecora a coprire un giovane corpo. Perché e da dove arriva questo omicidio?
L’autore ci presenta due ispettrici, Eva e Mara, che dovranno affiancarsi in questa complessa indagine. Due donne che hanno ferite aperte ma sono determinate e preparate. Due caratteri opposti che non mancheranno di stuzzicarsi e di mandarsi tranquillamente a quel paese. Due protagoniste, come altri in questo noir, che devono rinascere in ogni modo e ritrovare se stesse prima di realizzare in che modo sono state “punite”. Ogni dettaglio in questo libro ha un’origine, un punto in cui si è formato. Ogni momento di sfiducia deve essere studiato senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Ogni persona sospetta ha un passato, ha paura, è ossessionata da qualcosa o qualcuno.
Ma la terra ha bisogno di mangiare e di bere se deve proteggere, e le anime che le vengono donate servono a questo.
Sacrificio, rabbia incontenibile, imprevisto, panico, misteri o maledizioni, tradimento. Sono altri temi affrontati in questo libro ricco e intenso, caldo e freddo come solo la lingua sarda sa essere, spigoloso, dallo sguardo granitico. Nessuno sconto, la posizione di ognuno deve essere mantenuta. Finché …
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Luna – Cronaca e retroscena delle missioni che hanno cambiato per sempre i sogni dell’uomo di Bruno Vespa (RaiLibri 2019) a cura di Paolo S. Cavazza

4 luglio 2019
Luna

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Il nome di Bruno Vespa sulla copertina di uno dei numerosi libri pubblicati per il cinquantenario dell’Apollo 11 potrebbe suscitare qualche legittima perplessità. Tuttavia questo libro non va esaminato con un atteggiamento pregiudizialmente sfavorevole: in primo luogo perché non è privo di meriti e riserva qualche sorpresa anche a un lettore esperto della materia; e poi perché bisogna tenere conto del pubblico al quale è indirizzato. Un pubblico che non comprerebbe, per esempio, le recenti uscite di Piero Bianucci, Giovanni Caprara o Patrizia Caraveo: perché non conosce gli autori, o forse perché li ritiene “troppo difficili”.
In questo caso Bruno Vespa è una garanzia: una narrazione che non si sofferma su astrusi dettagli tecnici o su sofisticate analisi storico-politiche, ma si focalizza sui protagonisti dell’impresa – personaggi di per sé abbastanza eccezionali – e sulle reazioni dei testimoni dell’epoca, alcuni dei quali ben noti a tutti.
L’autore inizia rievocando l’allunaggio dell’Apollo 11 tramite i ricordi di Tito Stagno, che cita il suo memorabile battibecco in diretta con Ruggero Orlando, che era a Houston, sul momento dell’effettivo contatto con il suolo del modulo lunare Eagle.
(In realtà, riascoltando quel passaggio seguendo la trascrizione dei dialoghi, si nota che l’equivoco fu dovuto al fatto che Stagno interpretò le parole di Aldrin “Contact light” come segnale dell’avvenuto atterraggio, mentre in realtà si trattava del primo contatto di una delle sonde che si protendevano sotto i pattini del LEM. L’emozione e la concitazione di quello storico momento fecero il resto.)
Nei capitoli successivi Vespa delinea una breve storia della gara spaziale fra americani e sovietici, con gli inziali successi dei russi e l’improvvisa battuta d’arresto dovuta alla morte prematura di Sergei Korolev, il progettista del missile vettore R-7 (tuttora usato in una versione aggiornata per lanciare le Soyuz) il quale, come direttore dell’ufficio tecnico OKB-1, era in buoni rapporti con Nikita Krusciov ed era riuscito a coordinare le molte anime e le troppe personalità del programma spaziale sovietico. Vespa nota giustamente che la soffocante burocrazia sovietica e la rivalità fra i vari uffici tecnici finirono per ostacolare il programma comune, ma non mette in evidenza il fatto che, dopo la tragedia dell’Apollo 1 nel gennaio 1967, la NASA dovette stringere il controllo sui suoi fornitori applicando metodi quasi dittatoriali, poco diversi da quelli usati da Korolev.
Anche in questa parte il libro si concentra più sui personaggi, inclusi precursori come Tsiolkovskij e Goddard, che sulla storia e sugli aspetti tecnici, mantenendo un tono di inchiesta giornalistica che, se può risultare insoddisfacente per un esperto della materia, mi sembra più che adeguato al pubblico verso il quale il libro è indirizzato.
Vespa rende omaggio a Oriana Fallaci, attenta cronista dell’epoca, e include nel testo lunghe citazioni dai suoi libri e dalle sue interviste: si tratta di brani che talvolta, riletti con gli occhi di oggi, fanno una strana impressione. È evidente che Oriana, pur essendo una acuta osservatrice della realtà americana dell’epoca, quando parlava degli astronauti esprimeva quasi esclusivamente le sue idiosincrasie personali. Esemplare la disistima – reciproca, va detto – fra lei e Neil Armstrong, due personalità antitetiche che non potevano trovare un punto d’incontro. Chi volesse approfondire la conoscenza di un personaggio unico e straordinario come Armstrong dovrebbe leggere la biografia di James Hansen, First Man – Il Primo Uomo (Rizzoli), citata anche da Vespa. Ma questo libro lungo e complesso si colloca probabilmente oltre l’orizzonte del pubblico a cui l’autore tradizionalmente si rivolge.
Non mancano inesattezze e lacune, alcune delle quali scusabili vista l’oggettiva complessità della materia; voglio segnalare soltanto la svista più grave, che riguarda il programma lunare sovietico. Vespa ricorda, giustamente, il disastro della sonda Luna 15, che nei giorni dell’Apollo 11 fallì l’allunaggio. Per i russi fu una pubblica umiliazione, dato che la loro missione non era affatto segreta: avevano dovuto discutere con gli americani il piano di volo, per rassicurarli che non c’erano rischi di interferenze con l’Apollo. Vespa però scrive che dopo Luna 15 i russi abbandonarono completamente i loro programmi lunari; ma questo non è affatto vero, perché alcuni mesi dopo i sovietici colsero il successo mancato grazie alla sonda Luna 16, e Luna 17, nel 1970, ottenne un primato assoluto: il primo veicolo teleguidato sul suolo di un altro mondo – il Lunokhod 1 – che fu anche il primo veicolo di superficie sulla Luna, precedendo di quasi un anno la Lunar Rover dell’Apollo 15. I sovietici chiusero definitivamente il loro programma di esplorazione lunare solo nel 1976, con la sonda Luna 24.
L’ultimo capitolo del libro è un excursus sulla Luna nel mito, nell’arte e nella letteratura, da Luciano di Samosata a Jackson Pollock, passando per Ariosto, Leopardi, Beethoven, Verne, Pirandello, Calvino… Non è del tutto fuori posto rispetto alla narrazione precedente, ma a tratti sembra quasi un ripensamento, o un contentino per un lettore di formazione classica.
Nel complesso però questo libro di oltre 250 pagine regge piuttosto bene anche il giudizio di un lettore già esperto della materia. Se la notorietà dell’autore può attirare qualche nuovo appassionato e distoglierlo dalle sgangherate sirene dei complottisti e dei negazionisti che infestano i social network, lo sforzo dell’autore e di chi lo ha assistito in questa impresa non sarà stato vano.

Bruno Vespa (L’Aquila, 1944) ha cominciato il suo lavoro di giornalista a 16 anni. Laureatosi in Legge con una tesi sul diritto di cronaca, ha vinto il concorso per entrare in Rai classificandosi al primo posto. Dal 1990 al 1993 ha diretto il Tg1. Dal 1996, la sua trasmissione “Porta a porta” è il programma di politica, attualità e costume più seguito. Tra i premi più prestigiosi ha vinto il Bancarella (2004), per due volte il Saint-Vincent per la televisione (1979 e 2000) e nel 2011 quello alla carriera, anno in cui ha vinto il premio Estense per il giornalismo. Tra i suoi ultimi volumi pubblicati, ricordiamo: Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Vincitori e vinti, L’Italia spezzata, L’amore e il potere, Viaggio in un’Italia diversa, Donne di cuori, Il cuore e la spada, Questo amore, Il Palazzo e la piazza, Sale, zucchero e caffè, Italiani voltagabbana, Donne d’Italia, C’eravamo tanto amati, Soli al comando e Rivoluzione.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa RaiLibri.

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