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:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: E così per non morire di Paolo Roversi (SEM, 2026) a cura di Patrizia Debicke

5 agosto 2026

Paolo Roversi torna con un thriller, costruito attorno a una delle pagine più oscure della cronaca nera milanese: il mistero del cosiddetto “Mostro di Milano”, un serial killer rimasto senza volto, responsabile dell’uccisione di numerose donne fra gli anni Sessanta e Settanta. Da questa vicenda realmente esistita, l’autore trae spunto per costruire una trama nella quale realtà e finzione si fondono, dando vita a un’indagine capace di attraversare il tempo e dimostrare come il male non scompaia mai davvero, ma resti in attesa dell’occasione giusta per riaffiorare.
La storia parte dal febbraio del 2020, mentre Milano e il resto del mondo stanno per essere travolti dall’emergenza sanitaria. Quattro donne sole vengono assassinate nel giro di poche settimane. Delitti efferati, quasi ignorati dall’opinione pubblica perché l’attenzione è ormai monopolizzata dal Covid. È proprio in questo scenario sospeso e irreale vediamo arrivare  in città Gaia Virgili, profiler dell’Europol giunta alla quarta indagine della serie. Richiamata dal direttore dell’UACV Renato Bernardi, da sempre suo mentore e punto di riferimento, comprenderà presto che gli omicidi contemporanei riproducono con inquietante precisione una lunga sequenza di cold case rimasti irrisolti decenni prima.
Gaia è una protagonista moderna, intelligente, in grado di leggere la mente criminale senza perdere la propria umanità. Lontana dalla sua squadra “Beccaria”, dovrà confrontarsi con un’indagine molto complessa che la porrà in una specie di viaggio dell’eroe, nel corso del quale emergeranno anche inediti aspetti della sua personalità. Al suo fianco, giunta inattesa dall’Aia ci sarà Karen,  la bella la poliziotta olandese dalla pelle ambrata e gli occhi smeraldo molto diversa per formazione, quasi il suo opposto per sfumature caratteriali e differenti approcci investigativi. Dal confronto fra le due nascerà tuttavia un’ efficace dinamica narrativa.
L’indagine si sviluppa su due livelli temporali perfettamente intrecciati. Da una parte la Milano del boom economico e degli anni di piombo, attraversata dalla criminalità, dalla paura e da profonde trasformazioni sociali; dall’altra la metropoli svuotata dalla pandemia, silenziosa, immobile, privata della sua vitalità. Roversi imposta un affascinante scambio fra queste due città. Le strade deserte del lockdown diventano così il nuovo ideale palcoscenico per un assassino che pare muoversi sulle orme  di un fantasma riaffiorato dagli archivi della memoria.
Milano non è un semplice sfondo, ma quasi una presenza per cambiare il volto  degli eventi. La città operosa, frenetica e luminosa lascia progressivamente spazio a un paesaggio quasi spettrale, dominato dal silenzio, dalle ossessive sirene delle ambulanze, dalle strade vuote e dalla paura del contagio. Il virus diventa una seconda minaccia, invisibile quanto il serial killer, e Roversi imposta un parallelismo fra due diverse forme di male, entrambe capaci di modificare radicalmente la vita delle persone. Da una parte un assassino che colpisce donne vulnerabili, dall’altra una pandemia che rende tutti fragili, cancellando certezze e abitudini. Interessante è la riflessione sulla memoria. Attraverso il faticoso recupero dei vecchi fascicoli investigativi, l’autore restituisce voce a vittime ormai dimenticate, ricordando quanto troppo spesso la giustizia non riesca a dare un nome ai colpevoli, mentre il tempo finisce per cancellare anche il ricordo delle vittime, Quasi un sacrosanto omaggio a coloro che la cronaca aveva relegato nell’oblio.
Come sempre, Roversi dimostra una notevole abilità nel governare lo sviluppo della trama. Alterna continui cambi di prospettiva, dissemina false piste, alimenta dubbi e sospetti. Ogni nuovo indizio apre inattesi scenari e costringe il lettore a rimettere in discussione ogni certezza. La tensione cresce pagina dopo pagina fino a un finale sorprendente ma coerente.
E così per non morire conferma la bravura di Paolo Roversi nel coniugare thriller, cronaca e memoria storica. Roversi utilizza una leggenda nera della Milano criminale per raccontare non soltanto la caccia a un serial killer, ma anche il peso dei ricordi, il valore della giustizia e la necessità di non dimenticare. Ne nasce un romanzo, ricco di suspence e di suggestioni, nel quale il passato continua a dialogare con il presente ricordandoci quanto il male sappia mutare forma senza mai estinguersi davvero.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire…

:: La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 agosto 2026

La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa è un thriller storico che immerge le proprie radici nella Roma barocca del 1635, trasformando la Città Eterna in un oscuro labirinto di misteri, superstizioni e giochi di potere. Fin dalle prime pagine il lettore viene trascinato in un’indagine cupa e inquietante, ispirata a fatti allora realmente accaduti, e per i quali  la ricostruzione storica non rappresenta un semplice sfondo, ma si trasforma a pieno titolo  parte integrante della trama.
L’alba del 28 agosto si apre con un’immagine destinata a segnare la memoria: sotto l’Arco di Portogallo viene rinvenuto il corpo orribilmente martoriato di una giovane prostituta. Non è un delitto come gli altri. La violenza dell’omicidio lascia intuire l’esistenza di una mente crudele e metodica, e altri nuovi assassinii alimenteranno il sospetto che Roma sia divenuta il terreno di caccia di un serial killer, inconsueta figura in un romanzo ambientato nel Seicento ma plausibile e perfettamente inserita nella narrazione.
Il protagonista, Giovan Battista Spada, Governatore di Roma, emerge come una figura di grande spessore. Uomo di legge, fedele servitore della Chiesa, possiede un forte senso della giustizia che lo porta a non fermarsi davanti alle opportunità politiche. Staffa lo tratteggia come un uomo  equilibrato, in grado di sorreggere con lucidità di investigatore l’arduo  peso delle responsabilità istituzionali. L’indagine si trasformerà  pertanto anche in un arduo percorso interiore, con  Spada che scoprirà in sé  fragilità e sentimenti nascosti fino ad allora.
Accanto a lui agiscono due fondamentali personaggi. Il notaro Livi, suo principale  collaboratore, fedele e razionale, da sempre rappresenta un indispensabile sostegno nelle fasi più delicate delle inchieste, ed Eleonora Malaspina, una dama di alto lignaggio ridotta quasi in miseria che  aggiunge emotiva profondità alla storia. Non soltanto una presenza sentimentale: la nobildonna dimostrando intelligenza, determinazione e sensibilità, contribuirà  concretamente allo sviluppo delle indagini, offrendo al Governatore un diverso  sguardo sulla realtà che lo circonda.
Tra gli aspetti più riusciti del romanzo figura senz’altro l’ambientazione. La Roma secentesca descritta da Staffa appare viva, pulsante e profondamente contraddittoria. Da una parte si ammirano i ricchi palazzi nobiliari, le chiese monumentali e il fasto della corte pontificia dominata da Urbano VIII e dalla potente famiglia Barberini mentre  dall’altra emergono vicoli maleodoranti, locande malfamate, quartieri popolari e un sottobosco umano fatto di mendicanti, prostitute e reietti. Due mondi che tuttavia si incrociano continuamente, mostrando le profonde disuguaglianze di una società governata dal privilegio.
Ancora più suggestive risultano le sequenze ambientate nelle catacombe. Quel nero e laido dedalo sotterraneo, umido e soffocante, assume quasi  il valore di un autentico personaggio. Tra oscuri cunicoli, tombe dimenticate e opprimenti silenzi, l’autore costruisce pagine ricche di tensione, in  grado di trasmettere un continuo e opprimente senso di pericolo. Anche perché proprio nelle profondità della città, tenute lontano dalla luce e dal potere, che si nascondono le più scomode verità e i grevi segreti destinati a cambiare il corso dell’indagine.
La trama  procede con ritmo sostenuto, alternando intriganti momenti investigativi, ricostruzione storica e suspense psicologica. La ricerca dell’assassino non rappresenta soltanto una corsa contro il tempo, ma diventa il pretesto per raccontare una società afflitta da paura, fanatismo religioso, miseria e ambizioni politiche. Le pressioni esercitate dai Barberini affinché il caso venga risolto in fretta  evidenziano quanto e come il potere tema il disordine più della giustizia.
La scrittura di Giuseppe Staffa si distingue per la capacità di fondere precisione documentaria e ben calibrata tensione narrativa. Le descrizioni sono ricche senza risultare ridondanti, i dialoghi mantengono credibilità storica e la suspense cresce progressivamente fino a un sorprendente epilogo, nel quale ogni tassello troverà  la propria giusta collocazione.
La notte del terzo fuoco si rivela pertanto  un romanzo capace di soddisfare sia gli appassionati di thriller che gli amanti di narrativa storica. L’autore ci fa dono di una Roma affascinante e sinistra, popolata da memorabili figure e percorsa da ombre che sembrano appartenere tanto ai suoi vicoli quanto all’animo umano. Un’indagine avvincente, costruita con intelligenza, che riesce a  dimostrare come il passato possa raccontare anche oggi le più profonde paure dell’essere umano.

Giuseppe Staffa è nato a Roma nel 1973. Già consulente storico e archeologico per la trasmissione televisiva di RAI 3 Cose dell’altro Geo, dal 2014 collabora con le riviste «Focus Storia-Wars». e «Focus Storia». Con la Newton Compton ha pubblicato, tra l’altro, I grandi condottieri del Medioevo, I grandi imperatori, L’incredibile storia del Medioevo e I secoli bui del Medioevo.

:: Vedove di Camus di Elena Rui (L’Orma editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2026

Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato nel 2025 da L’Orma Editore, casa editrice indipendente di respiro internazionale, e tra i sei finalisti del Premio Strega di quest’anno, è un romanzo decisamente anomalo. La sua originalità si dispiega su più livelli: narrativo, morale, etico e, se vogliamo, anche metaletterario. È, in fondo, letteratura sulla letteratura, con al centro un autore iconico come Albert Camus, Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, osservato attraverso lo sguardo attento e innamorato di quattro donne: la moglie Francine Faure e le amanti Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès.

È proprio questo cambio di prospettiva a costituire uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Sempre in filigrana resta la voce narrativa di Elena Rui che, laddove la ricerca storica lascia inevitabili zone d’ombra, interviene con un’immaginazione sorvegliata, coerente e plausibile. Del resto, per affrontare seriamente uno scrittore come Camus è necessario attraversarne la biografia, le opere, le lettere, i taccuini, il contesto storico e la ricezione critica. Rui lo fa con rigore, ma senza rinunciare alla libertà della narrativa.

Chi meglio delle donne che lo hanno amato può gettare una luce nuova su uno scrittore che ha segnato non solo la letteratura francese, ma quella mondiale? Lungi dal cadere nell’agiografia o nel trattato accademico, Rui restituisce il lato più umano di Camus: la sua sensibilità, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Un autore che spesso si affronta con rispetto e persino con una certa soggezione viene qui riportato alla dimensione dell’uomo. E chi ama non si lascia intimidire: vede anche ciò che è meno nobile, più quotidiano, come accade a Francine, la moglie che lo ha conosciuto lontano dai riflettori della gloria letteraria.

Il romanzo evita con intelligenza ogni deriva voyeuristica o da gossip. L’autrice guarda con rispetto a queste quattro donne, al loro dolore, alla loro perdita e alla loro irriducibile unicità. È un’operazione letteraria rischiosa, soprattutto per una scrittrice giovane, seppure forte di una formazione accademica di prim’ordine. Eppure la scommessa, se di scommessa si può parlare, appare pienamente riuscita. Sarà interessante seguirne il percorso anche oltre i riflettori del Premio Strega.

Lo stile è elegante e sobrio, attraversato da una malinconia sottile e poetica. Il lutto di quattro donne diventa il punto di partenza per interrogarsi su qualcosa di più universale: l’essenza dell’amore, la fedeltà — qui l’unica davvero fedele è Francine —, l’identità e il modo in cui continuiamo a vivere nelle vite degli altri, sempre filtrati da uno sguardo diverso, irripetibile, inevitabilmente soggettivo.

Tornando allo Strega, che proclamerà il vincitore l’8 luglio, se guardiamo alla storia della letteratura italiana Mari resta il favorito: è il candidato con la poetica più riconoscibile e probabilmente più influente. Da anni la critica lo considera uno scrittore capace di costruire un universo personale, fatto di una lingua inconfondibile, di un immaginario coerente e di una continua riflessione sul rapporto tra memoria, invenzione e tradizione. È naturale, dunque, che venga indicato come l’erede di una linea che passa attraverso Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, pur restando un autore pienamente autonomo.

Eppure confesso che sarei felice se a vincere quest’anno fosse Elena Rui. Non per simpatie o antipatie personali, ma perché un’opera tanto originale, sostenuta da un editore indipendente, merita un riconoscimento di questo livello. Sarebbe un premio non soltanto a un libro riuscito, ma anche a una delle voci più promettenti della narrativa italiana contemporanea.

Elena Rui, nata a Padova nel 1980, vive in Francia dal 2005. Ha insegnato italiano ad Albi, Tolosa e Parigi. Ha già pubblicato La famiglia degli altri (Garzanti, 2021) e la raccolta di racconti Affetti non desiderati (Arkadia, 2024). Vedove di Camus è il suo ultimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: L’occupazione di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2026) a cura di Valentina Demelas

11 Maggio 2026

Alessandro Berselli, con L’occupazione, pubblicato da Elliot, torna a esplorare quelle zone fragili, incandescenti e contraddittorie dell’essere umano che attraversano da sempre la sua narrativa. Ambientato nel maggio del 1978, il romanzo si muove tra contestazioni studentesche, tensioni ideologiche e desiderio di cambiamento, sullo sfondo di uno dei momenti più drammatici della storia italiana recente: i giorni del caso Moro.

Matteo e Zoe sono adolescenti politicamente impegnati, accomunati dalla stessa educazione sentimentale e culturale, dalle stesse passioni musicali e da un legame sospeso tra amicizia, attrazione e bisogno reciproco di riconoscersi. Frequentano il liceo scientifico Schopenhauer – in una città che richiama chiaramente Bologna pur senza mai nominarla esplicitamente – occupato dai collettivi di sinistra proprio nelle ore che precedono il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Quello che dovrebbe essere uno spazio di confronto e partecipazione si trasforma però rapidamente in un ambiente attraversato da rivalità, tensioni interne, paure e conflitti sempre più difficili da contenere.

Il contesto storico viene utilizzato con grande efficacia, evitando sia la nostalgia, sia la semplice ricostruzione d’epoca. La grande Storia entra continuamente nelle vite private dei protagonisti e altera ogni equilibrio. La morte di Moro e quella di una ragazza durante i giorni dell’occupazione segnano infatti uno spartiacque drammatico, facendo precipitare il romanzo in un clima sempre più cupo e disilluso. La politica, qui, non è mai teoria astratta: invade i rapporti umani, modifica le emozioni, esaspera le fragilità e mette continuamente alla prova identità ancora instabili.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dei personaggi. Matteo non viene mai trasformato in un simbolo generazionale artificiale: è un ragazzo che desidera lasciare un segno, essere riconosciuto, sentirsi importante. La paura di una vita mediocre e anonima attraversa costantemente i suoi pensieri. Vuole cambiare il mondo, ma desidera anche essere visto e amato. Nel rapporto con Zoe convivono idealizzazione, desiderio, vulnerabilità e competizione emotiva, restituendo con autenticità l’intensità assoluta tipica dell’adolescenza.

Significativa anche la figura di Igor, ex militante di Lotta Continua e presenza carismatica durante l’occupazione. Attraverso di lui il romanzo mostra quanto il fascino della leadership politica possa facilmente trasformarsi in seduzione personale, soprattutto in un’età in cui tutto viene vissuto in maniera radicale e totalizzante.

L’autore ricostruisce il clima culturale della fine degli anni Settanta attraverso riferimenti musicali, cinematografici e letterari che non diventano mai semplici elementi decorativi o nostalgici. La musica accompagna costantemente gli stati emotivi dei personaggi: David Bowie, Iggy Pop con Lust for Life, i Jefferson Airplane, Patti Smith, i Ramones, Lou Reed, i Talking Heads, Francesco Guccini e Bruce Springsteen diventano parte integrante del romanzo e del suo immaginario generazionale. Nel testo compare anche Father and Son di Cat Stevens, evocata come simbolo del conflitto tra generazioni e del desiderio di cambiamento.

Lo stile è diretto, asciutto, molto visivo. La scrittura evita il tono ideologico o pedagogico e lascia che siano soprattutto i fatti, le relazioni e le conseguenze delle azioni a parlare. L’occupazione osserva senza semplificare e restituisce con lucidità il clima di una stagione storica attraversata da entusiasmo, rabbia, desiderio di appartenenza e progressiva perdita delle illusioni.

Ed è forse proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più autentico: nella scelta di raccontare l’adolescenza come esperienza universale. Cambiano le epoche, i linguaggi e i riferimenti culturali, ma restano identici il bisogno di sentirsi importanti, il desiderio di essere amati, la paura di non lasciare traccia e l’illusione di poter cambiare il mondo vivendo tutto per la prima volta.

Quello che resta alla fine della lettura è soprattutto il senso di una frattura. Ragazzi convinti di poter costruire qualcosa di nuovo si ritrovano lentamente schiacciati da una realtà molto più dura delle loro aspettative. Ed è proprio questa collisione tra sogno politico, desiderio personale e violenza della Storia a rendere L’occupazione un romanzo intenso, amaro e profondamente umano.

Alessandro Berselli, nato nel 1965 a Bologna, è scrittore e docente di tecniche della narrazione sin dagli anni Novanta. Tra i suoi ultimi romanzi ricordiamo Le siamesi (Elliot, 2017), La dottrina del male (Elliot, 2019), Il liceo (Elliot, 2021, vincitore del Premio Giallo Garda) e Gli eversivi (Nero Rizzoli, 2023).Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Valentina Cela, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: Generose anime di eroi di Gianni Riotta (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

1 Maggio 2026

Il titolo rimanda a eroi ancestrali, le loro anime appuntite con la selce del loro sudore di sapiens. Poi Ulisse scoprì l’inganno, e tutti lo seguirono per accecare i propri Polifemi, disseminati nei campi dell’odio di classe, di razza, di genere, nel veleno col quale si annacqua la famiglia cristiana. Il libro parla di indagini (ispettore  Dallera e detective Ernst), morti tatuati, gladiatori, streghe idolatrate (shadowMum): << Il vuoto dentro di noi è peggiore della paura intorno a noi, ecco la verità che non vogliamo ascoltare>>… Ricorda San Paolo: il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina arriverà quando le persone, per “prurito di udire” (cioè per capriccio o desiderio di novità), rifiuteranno la verità per seguire maestri che assecondano i loro desideri.

Poi ci sono Acheng, innamorato e vergine, e Meredith De Lattre, spia per azzeramento sentimentale. Il padre, troppo duro, è ambasciatore chiave nelle episodi del plot, forse per sopperire alla mancanza di una figura di spicco nella vicenda di una giovane donna sola ma non solitaria. Le fanno compagnia i sogni e molto lavoro rischioso, quel tanto che basta per scansare rimpianti, e dolore per la separazione dal marito infedele. Il romanzo segue un percorso pittorico, mi ricorda un dipinto con horror vacui  dove tutto è riempito fino all’ultimo spazio vuoto della tela. Potrei intitolare questo articolo: 

“L’ultima stagione del giorno”, perché questo thriller ispira pensieri odierni e apocalittici.

E’ tutto un pullulare di  mondi sotterranei, senza connotati geografici permanenti.Un libro che parla di una ricerca disperata, di un desiderio di Redenzione, spinto fino alla maniacalità delle intercalazioni. Intessuto di ispirazioni bibliche, citazioni filosofiche, letterarie, di informatica, di cyber-society. Sembra ispirarsi, in alcuni frangenti, al salmista:  

<<Lo stolto pensa:”Dio non c’è”.

Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. …

Sono tutti traviati….>>

E poi : “Per essi non c’è conversione e non temono Dio. Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici, ha violato la sua alleanza. Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”.

Le pagine sono fitte di azioni e combinazioni; una di queste scene, con Acheng,  Meredith e altri personaggi, mi ha fatto pensare al cartone animato Scooby-Doo, laddove quattro  ragazzi e il loro cane alano girano il mondo in un furgone  chiamato  “Mystery Machine” per risolvere misteri che solitamente comprendono storie di fantasmi e altre entità soprannaturali. Al termine di ciascun episodio si scopre che queste forze hanno una spiegazione razionale e in genere si tratta di malintenzionati che cercano di spaventare e allontanare la gente per commettere crimini indisturbati. Nel thriller, i malintenzionati non solo spaventano ma minacciano, pervertono e uccidono.

Fanno da sfondo i punti caldi del pianeta, quelli dove la guerra attraversa le rotaie della realtà per scomparire dietro la tenda dell’incomprensibile. C’è persino la Roma felliniana di vicoli, ristoranti, amanti, cicisbei..e figure subdole che cercano di emergere dalla nullità ingolfandosi nel bitume del raschiamento sociale.

 La prima presidente donna deve  vedersela con il caso di cadaveri, per lo più  giovani uomini, spesso con segni di torture, abbandonati intorno ad ambasciate e altre sedi istituzionali, perfetto caso di guerra ibrida digitale.

Siamo passati così dallo “Stato minimo” (vedi l’economista del secolo scorso Friedrich August von Hayek), allo “Stato minato” del globo attuale.

-<<Meredith, sai cosa accadrebbe in America se terroristi, o mercenari di una potenza estera, si impadronissero di un ordigno nucleare o rapissero la presidente?>>.

-<<Paura, papà, città evacuate, forze armate mobilitate, voli interrotti, web censurato da NSA, Congresso e Corte Suprema nei bunker clandestini, magari Yukka, in Nevada, dove un tempo nascondevano le scorie radioattive.>>

<<No, Meredith. Dopo più di duecento anni,dal 1776, per imperfetta che sia stata, finirebbe la nostra democrazia.>>

Il primo presidente donna nel romanzo però ha una doppia croce .. la figlia rapita e la paura per la Nazione.

Aggiungerei una terza croce per lei, la figlia Aisley,  First Daughter della prima presidente donna, ha rapporti intimi con il suo ragazzo non fisso, anche se poi,  i rapitori che la tengono in ostaggio affermano che la ragazza è vergine e che la stupreranno se la madre non farà ciò che essi desiderano. Qui si aprirebbe un capitolo a parte sul tema della verginità. La perdita di fede nelle famiglie, la non fiducia nella religione cattolica cristiana, ha fatto sprofondare ai minimi termini i precetti del Signore camuffandoli per cose vecchie, datate, non più proponibili. Vediamo questa fiumana di fanciulli che come nel sogno di San Giovanni Bosco sventolano fieri il proprio fazzoletto:

<<Io pure mi avvicinai – dice Don Bosco –  a quella Signora e udii che, nell’atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: – Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l’avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra>>. Il fazzoletto della Santa Vergine Maria è la Purezza; molti si staranno contorcendo, ma forse uccidiamo i bambini con gli aborti perché non siamo più capaci di sostenerla o riconoscerla. E con questo vi auguro un lieto mese della nostra Mamma del Cielo.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: L’inglese di Tiziano di Patrizia Debicke Van Der Noot, dal 10 aprile

26 marzo 2026

Dicembre 1545.
Un’Europa dilaniata dallo scontro tra cattolici e protestanti trattiene il respiro: a Trento si apre il Concilio destinato a ridisegnare il destino della cristianità. Ma dietro le solenni vesti cardinalizie si agitano ambizioni, rancori e paure. Il legato del papa è un nemico temibile per Enrico VIII, sovrano ormai preda della follia e della crudeltà senile, che dalla sua corte libera veleni, intrighi e assassini. In questo clima di sospetti, prende il via il viaggio in Italia di Lord Templeton, giovane e brillante figlioccio del potente duca di Norfolk, inviato segreto della corona inglese. La sua prima tappa è Venezia, città di maschere e di inganni. Lord Templeton desidera farsi ritrarre da Tiziano, ma il ritratto è solo una copertura. Durante il fastoso ricevimento di Carnevale al Palazzo dei Dogi, tra musiche, velluti e sguardi ambigui, sventerà un complotto mortale che coinvolge la seducente cortigiana Angela Gradi e salverà la vita al nipote del papa, il cardinale Alessandro Farnese. Al suo fianco, Templeton giungerà a Roma, conquistandone la fiducia e l’amicizia. Ma nella città eterna, dove il potere si mescola al peccato, una bellissima duchessa romana lo attirerà in una rete di desiderio e tradimento, esponendolo a un pericoloso passo falso.
Qual è il segreto che Lord Templeton nasconde? E qual è il vero scopo della sua missione?
Il tempo stringe. Un piano infernale sta per scattare. E il destino dell’Europa potrebbe cambiare per sempre.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo varie esperienze lavorative dal 2003 si dedica alla scrittura. Ha viaggiato molto e ha trascorso la sua vita sia in Italia che all’estero.
Ha scritto romanzi, gialli, gialli storici con Corbaccio (tra cui L’uomo dagli occhi glauchi ora ripubblicato da AltreVoci con il titolo L’Inglese di Tiziano), TEA, Todaro e AliRibelli, e racconti per antologie e racconti lunghi pubblicati in e-book con Milano Nera e Delos Digital. Ha vinto diversi premi, tra cui il Premio alla carriera al IX Premio Europa nel 2012 e il premio della critica al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” di Seravvezza nel 2015 per La sentinella del papa. Nel 2022 si classifica seconda al Liberi di Scrivere Award con Il segreto del calice fiammingo e nel 2025 vince il Premio Selezione IusArteLibri e Festival 2025 per la sezione “Storie Nobili e Nobiliari”.
È collaboratore editoriale di Writers Magazine Italia, Milano Nera, Contorni di noir, Libro guerriero e Liberi di Scrivere, e coordinatore e conduttore per il Festival del Giallo di Pistoia. Tiene conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo. Conduce workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: Tutte le ragazze mentono di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2026

Nel cuore di una Sardegna lontana dalle cartoline, con Tutte le ragazze mentono Piergiorgio Pulixi costruisce un thriller che affonda le radici nel disagio adolescenziale e nell’ipocrisia di provincia, offrendo un quadro teso, emotivamente denso, in cui il mistero si intreccia con il dolore e con l’ostinato bisogno di verità. Il romanzo è ambientato a  Saruxi, cittadina  sarda ex importante polo industriale dell’isola, che  emerge come un luogo sospeso, dove il tempo potrebbe  essersi fermato e ogni rapporto umano si nutre di sguardi, sospetti e silenzi. Le strade, le case, la foresta di lecci spesso avvolta nella nebbia contribuiscono poi a creare un senso costante di oppressione, come un’invisibile gabbia dalla quale non si può fuggire. In questo spazio chiuso, in cui tutti conoscono tutti, la verità può deformarsi  fino a diventare irriconoscibile e le apparenze invece assumere assoluto valore.
Sarà proprio da questa tensione che nasce e si sviluppa la trama. La morte di Denise, la “ragazza perfetta”, ritrovata sui binari del treno, rappresenta un’insanabile  frattura. Il suicidio, accettato senza troppe domande dalla comunità, diventa però per la sorella minore Melissa, Sissy, un insopportabile mistero. E sarà la sua voce, diretta e priva di filtri, a guidare il lettore dentro la sua personale indagine, provocata da un forte impulso emotivo. Perché istintivamente  lei non crede che sua sorella si sia tolta la vita.
Sissy è una protagonista ben calibrata: fragile, insicura, spesso sopraffatta dal dolore, ma incapace di arrendersi. Non dispone delle certezze di un’investigatrice, va avanti per intuizioni, errori e ossessioni. Il lutto della sua famiglia si riflette in ogni gesto, trasformando la casa in uno spazio svuotato, dove la vita sembra essersi ritirata lasciando solo un’eco di ciò che era prima.
Accanto a lei un insieme di ambigui personaggi, mai del tutto leggibili. Il gruppo delle ragazze più popolari incarna alla perfezione il tema centrale del romanzo: la distanza tra immagine pubblica e realtà interiore. Belle, ammirate, apparentemente invincibili, celano invidie, rivalità e sottili crudeltà, alimentate da tossiche dinamiche e dal costante bisogno di apparire. Pulixi tratteggia queste figure, evitando caricature ma lasciando emergere credibili contraddizioni.
Anche i personaggi maschili contribuiscono al quadro emotivo. Thomas, il fidanzato di Denise, pareva un ragazzo perfetto, ma la sua trasformazione dopo la tragedia propone dubbi. Loris, angelo biondo, presenza quasi favolosamente evocata, aumenta l’ inquietudine, proponendo  collegamenti che allargano il mistero.
L’intreccio s’impone  con una progressiva accumulazione di indizi, sospetti e parziali  rivelazioni. L’indagine di Sissy procede a zig zag tra fotografie, messaggi e ricordi, creando un mosaico con ogni tessera che sembra rimandare a un’altra verità. La storia poi si complica ancor più con la sequela di presunti suicidi che colpiscono la comunità, amplificando la sensazione di pericolo e trasformando il dubbio in certezza: dietro quelle morti si cela per forza qualcosa di oscuro.
Il ritmo narrativo è incalzante, la scrittura asciutta e coinvolgente, in grado di tenere alta la tensione senza rinunciare a momenti di introspezione. Le descrizioni, mai ridondanti, evocano immagini essenziali e un’atmosfera carica di inquietudine. La nebbia, il freddo, il buio si trasformano in elementi simbolici che riflettono lo stato d’animo della protagonista.
Tra i temi più forti risaltano la menzogna, il peso delle apparenze e la fragilità delle relazioni adolescenziali. L’amore, vissuto in modo assoluto e totalizzante, si intreccia con gelosia e paura, fino a toccare pericolose derive. Il romanzo esplora anche il dolore del lutto, mostrando come una perdita soprattutto violenta possa disgregare gli equilibri familiari e lasciare profonde cicatrici.
Il titolo ha un valore provocatorio e simbolico : In questo contesto locale forse  nessuno è davvero innocente, e la verità qualcosa di difficile da raggiungere.
A conti fatti un vero  thriller psicologico, capace di coniugare tensione e introspezione. Pulixi costruisce una storia che cattura e inquieta, accompagnando il lettore fino a un finale che mischia tutte le carte e costringe a rileggere ogni dettaglio sotto una luce diversa.
Un romanzo che, dietro la struttura del giallo, nasconde un’indagine più approfondita sulle pieghe  che si annidano nelle relazioni umane e su quanto spesso separano ciò che siamo da ciò che vogliamo dimostrare.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, dopo anni di lavoro  a Londra  si è spostato  a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O). Dal 2018 inizia la sua collaborazione anche con Rizzoli.