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:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: L’inglese di Tiziano di Patrizia Debicke Van Der Noot, dal 10 aprile

26 marzo 2026

Dicembre 1545.
Un’Europa dilaniata dallo scontro tra cattolici e protestanti trattiene il respiro: a Trento si apre il Concilio destinato a ridisegnare il destino della cristianità. Ma dietro le solenni vesti cardinalizie si agitano ambizioni, rancori e paure. Il legato del papa è un nemico temibile per Enrico VIII, sovrano ormai preda della follia e della crudeltà senile, che dalla sua corte libera veleni, intrighi e assassini. In questo clima di sospetti, prende il via il viaggio in Italia di Lord Templeton, giovane e brillante figlioccio del potente duca di Norfolk, inviato segreto della corona inglese. La sua prima tappa è Venezia, città di maschere e di inganni. Lord Templeton desidera farsi ritrarre da Tiziano, ma il ritratto è solo una copertura. Durante il fastoso ricevimento di Carnevale al Palazzo dei Dogi, tra musiche, velluti e sguardi ambigui, sventerà un complotto mortale che coinvolge la seducente cortigiana Angela Gradi e salverà la vita al nipote del papa, il cardinale Alessandro Farnese. Al suo fianco, Templeton giungerà a Roma, conquistandone la fiducia e l’amicizia. Ma nella città eterna, dove il potere si mescola al peccato, una bellissima duchessa romana lo attirerà in una rete di desiderio e tradimento, esponendolo a un pericoloso passo falso.
Qual è il segreto che Lord Templeton nasconde? E qual è il vero scopo della sua missione?
Il tempo stringe. Un piano infernale sta per scattare. E il destino dell’Europa potrebbe cambiare per sempre.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo varie esperienze lavorative dal 2003 si dedica alla scrittura. Ha viaggiato molto e ha trascorso la sua vita sia in Italia che all’estero.
Ha scritto romanzi, gialli, gialli storici con Corbaccio (tra cui L’uomo dagli occhi glauchi ora ripubblicato da AltreVoci con il titolo L’Inglese di Tiziano), TEA, Todaro e AliRibelli, e racconti per antologie e racconti lunghi pubblicati in e-book con Milano Nera e Delos Digital. Ha vinto diversi premi, tra cui il Premio alla carriera al IX Premio Europa nel 2012 e il premio della critica al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” di Seravvezza nel 2015 per La sentinella del papa. Nel 2022 si classifica seconda al Liberi di Scrivere Award con Il segreto del calice fiammingo e nel 2025 vince il Premio Selezione IusArteLibri e Festival 2025 per la sezione “Storie Nobili e Nobiliari”.
È collaboratore editoriale di Writers Magazine Italia, Milano Nera, Contorni di noir, Libro guerriero e Liberi di Scrivere, e coordinatore e conduttore per il Festival del Giallo di Pistoia. Tiene conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo. Conduce workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: Tutte le ragazze mentono di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2026

Nel cuore di una Sardegna lontana dalle cartoline, con Tutte le ragazze mentono Piergiorgio Pulixi costruisce un thriller che affonda le radici nel disagio adolescenziale e nell’ipocrisia di provincia, offrendo un quadro teso, emotivamente denso, in cui il mistero si intreccia con il dolore e con l’ostinato bisogno di verità. Il romanzo è ambientato a  Saruxi, cittadina  sarda ex importante polo industriale dell’isola, che  emerge come un luogo sospeso, dove il tempo potrebbe  essersi fermato e ogni rapporto umano si nutre di sguardi, sospetti e silenzi. Le strade, le case, la foresta di lecci spesso avvolta nella nebbia contribuiscono poi a creare un senso costante di oppressione, come un’invisibile gabbia dalla quale non si può fuggire. In questo spazio chiuso, in cui tutti conoscono tutti, la verità può deformarsi  fino a diventare irriconoscibile e le apparenze invece assumere assoluto valore.
Sarà proprio da questa tensione che nasce e si sviluppa la trama. La morte di Denise, la “ragazza perfetta”, ritrovata sui binari del treno, rappresenta un’insanabile  frattura. Il suicidio, accettato senza troppe domande dalla comunità, diventa però per la sorella minore Melissa, Sissy, un insopportabile mistero. E sarà la sua voce, diretta e priva di filtri, a guidare il lettore dentro la sua personale indagine, provocata da un forte impulso emotivo. Perché istintivamente  lei non crede che sua sorella si sia tolta la vita.
Sissy è una protagonista ben calibrata: fragile, insicura, spesso sopraffatta dal dolore, ma incapace di arrendersi. Non dispone delle certezze di un’investigatrice, va avanti per intuizioni, errori e ossessioni. Il lutto della sua famiglia si riflette in ogni gesto, trasformando la casa in uno spazio svuotato, dove la vita sembra essersi ritirata lasciando solo un’eco di ciò che era prima.
Accanto a lei un insieme di ambigui personaggi, mai del tutto leggibili. Il gruppo delle ragazze più popolari incarna alla perfezione il tema centrale del romanzo: la distanza tra immagine pubblica e realtà interiore. Belle, ammirate, apparentemente invincibili, celano invidie, rivalità e sottili crudeltà, alimentate da tossiche dinamiche e dal costante bisogno di apparire. Pulixi tratteggia queste figure, evitando caricature ma lasciando emergere credibili contraddizioni.
Anche i personaggi maschili contribuiscono al quadro emotivo. Thomas, il fidanzato di Denise, pareva un ragazzo perfetto, ma la sua trasformazione dopo la tragedia propone dubbi. Loris, angelo biondo, presenza quasi favolosamente evocata, aumenta l’ inquietudine, proponendo  collegamenti che allargano il mistero.
L’intreccio s’impone  con una progressiva accumulazione di indizi, sospetti e parziali  rivelazioni. L’indagine di Sissy procede a zig zag tra fotografie, messaggi e ricordi, creando un mosaico con ogni tessera che sembra rimandare a un’altra verità. La storia poi si complica ancor più con la sequela di presunti suicidi che colpiscono la comunità, amplificando la sensazione di pericolo e trasformando il dubbio in certezza: dietro quelle morti si cela per forza qualcosa di oscuro.
Il ritmo narrativo è incalzante, la scrittura asciutta e coinvolgente, in grado di tenere alta la tensione senza rinunciare a momenti di introspezione. Le descrizioni, mai ridondanti, evocano immagini essenziali e un’atmosfera carica di inquietudine. La nebbia, il freddo, il buio si trasformano in elementi simbolici che riflettono lo stato d’animo della protagonista.
Tra i temi più forti risaltano la menzogna, il peso delle apparenze e la fragilità delle relazioni adolescenziali. L’amore, vissuto in modo assoluto e totalizzante, si intreccia con gelosia e paura, fino a toccare pericolose derive. Il romanzo esplora anche il dolore del lutto, mostrando come una perdita soprattutto violenta possa disgregare gli equilibri familiari e lasciare profonde cicatrici.
Il titolo ha un valore provocatorio e simbolico : In questo contesto locale forse  nessuno è davvero innocente, e la verità qualcosa di difficile da raggiungere.
A conti fatti un vero  thriller psicologico, capace di coniugare tensione e introspezione. Pulixi costruisce una storia che cattura e inquieta, accompagnando il lettore fino a un finale che mischia tutte le carte e costringe a rileggere ogni dettaglio sotto una luce diversa.
Un romanzo che, dietro la struttura del giallo, nasconde un’indagine più approfondita sulle pieghe  che si annidano nelle relazioni umane e su quanto spesso separano ciò che siamo da ciò che vogliamo dimostrare.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, dopo anni di lavoro  a Londra  si è spostato  a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O). Dal 2018 inizia la sua collaborazione anche con Rizzoli.

:: Più in là del silenzio, Fabrizio Guarducci, Monica Milandri (Le Lettere, 2026) A cura di Viviana Filippini

21 marzo 2026

Cosa accadrebbe se vi invitassero ad una cena, dove vige la regola del silenzio con sola concessione di ascolto della musica? Ne sanno qualcosa i personaggi di “Più in là del silenzio” di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, edito da Le Lettere. La storia narrata parte con la vicenda di un gruppo di amici, della loro cena senza parole  e di quello che ha portato a tale situazione. Protagonisti veri e propri però, leggendo, sono Teodoro e Claudia. Lui professore universitario, molto ordinato, preciso, metodico e non sempre abile ad esprimere i suoi sentimenti. Lei, figlia del rumore e del caos, lavora nella sua boutique e cerca di capire il non detto del compagno. Guarducci e Milandri creano una narrazione dove oltre alla vita di coppia che attraversa una crisi forte come una tempesta, viene messa in evidenza la funzione che ha il silenzio e come esso cambi di valore tra Teodoro e Claudia, dando una vera e propria svolta alla loro esistenza. All’inizio, quando tra i due scoppia una crisi relazionale fatta dai troppi silenzi di Teodoro che non si esprime e non manifesta quello che prova, il silenzio diventa una componente che opprime e pesa sullo stato emotivo della coppia. Su quello di Claudia che vorrebbe un dialogo più consistente con Teodoro e su Teodoro stesso, il quale si chiude a riccio, non si espone e arriva pure a dire alla sua amata che forse lei non avrebbe mai dovuto sceglierlo. Poi, quel silenzio vestito da punto di rottura diventa una scelta ben precisa di vita, dove le parole sono bandite per lasciare spazio ai gesti. Tra Teodoro e Claudia il silenzio diventa qualcosa di nuovo, una forza motrice, che li accompagna nei loro gesti di ogni giorno e che diventa pian piano una forma di fiducia reciproca. Pezzo dopo pezzo, grazie al silenzio, la coppia trova nuova stabilità. A loro non servono più le parole, basta osservarsi e ascoltarsi nel silenzio e in silenzio. Questo modo di vivere genera cambiamenti in Teodoro e Claudia. I loro amici notano questa trasformazione e, in sedi separate, lo fanno notare ai due. Claudia capisce che è cambiata grazie al silenzio, mentre Teodoro è diverso – gli fa notare l’amico Marco- non per quello che dice, ma per come lo dice. Claudia e Teodoro  protagonisti di “Più in là del silenzio”  di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, da coppia avviata verso la frantumazione, vivono un percorso di cambiamento, che li trasforma emotivamente e psicologicamente, in quanto i due hanno trovato nel silenzio, che spesso spaventa e crea imbarazzo, lo stato ideale di vita, lo strumento giusto per vivere in pace la loro relazione. Per loro il silenzio non è più un vuoto che opprime, che annienta e spaventa. Per Teodoro e Claudia il silenzio è diventato linfa esistenziale e spazio da vivere e in cui esistere in pace, amore e armonia con se stessi e con il mondo che li circonda.

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Undeground alla fine degli Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato mistica, estetica e tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. Inoltre, è autore cinematografico: Paradigma Italiano (premiato PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021), Anemos (2023) e La patria delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), Theoria. Il divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La patria delle emozioni (2023), Eclissi (2023, selezione premio Strega 2024) e Il richiamo del sentimento (2025). (Fonte sito Le Lettere)

Monica Milandri è appassionata di arte e musica classica; vive e lavora a Firenze. (Fonte sito Le Lettere)

Source: Ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: In disgrazia del Cielo e della terra – L’amore omosessuale nella letteratura italiana di Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre (Rogas Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 marzo 2026

In disgrazia del Cielo e della terra, edito nel 2023 da Rogas Edizioni, è un saggio argomentato, ma di respiro divulgativo, che affronta un tema importante e delicato con grande sensibilità e coraggio: la presenza e la rappresentazione dell’amore omosessuale nella letteratura italiana. Gli autori, Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre, accompagnano il lettore in un viaggio attraverso i secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, mostrando come gli scrittori, si è scelto di parlare prevalentemente della omosessualità maschile, abbiano raccontato sentimenti, passioni e difficoltà spesso nascosti o censurati.

Il titolo richiama l’idea di chi, per molto tempo, è stato considerato “fuori posto” o addirittura “contro natura”. Il libro spiega come, in diverse epoche, l’amore tra persone dello stesso sesso sia stato visto con sospetto o condanna, ma anche come la letteratura abbia trovato modi coraggiosi, ironici e persino poetici per parlarne.

Gli autori non si limitano a elencare opere e autori, per svelare magare retroscena piccanti di nomi famosi: cercano invece, molto meritoriamente, di far capire il contesto storico e culturale in cui quei testi sono nati, aiutando il lettore a comprendere perché certe storie siano state raccontate in modo velato o simbolico tramite una fitta rete di sottintesi e linguaggi in codice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è che dimostra come l’amore, in tutte le sue variegate forme, sia sempre stato parte della nostra cultura. Anche quando non se ne poteva parlare apertamente, la letteratura ha custodito emozioni autentiche e profonde. Questo messaggio è particolarmente importante per i ragazzi, perlomeno delle scuole superiori dai 18 anni in su: leggere queste pagine, magari guidati da insegnanti dalla mente aperta che incoraggiano dibattiti in classe, significa scoprire che la diversità in ambito affettivo- sessuale non è qualcosa di nuovo o “strano”, ma una realtà che esiste da sempre, e che a differenza del mondo pagano greco e romano che la considerava del tutto naturale e accettabile, nel mondo europeo cristiano ha affrontato pregiudizi, anatemi morali e religiosi, fino a entrare nelle leggi civili.

Non solo le streghe venivano arse sul rogo nei secoli bui, ma anche coloro che venivano accusati di omosessualità e crimini “contro natura”. Il cristianesimo ha una derivazione diretta dall’ebraismo e la Bibbia è abbastanza chiara nel condannare la sodomia al pari della zoofilia, dell’incesto e dell’adulterio e la fornicazione. C’è comunque da fare un’osservazione non marginale, ripresa da molte correnti religiose di stampo progressista e protestante, ma anche cattolico, rivalutate nei giorni nostri: è la violenza, lo stupro, l’abuso su minori a essere condannato, non l’orientamento sessuale delle persone che essendo intrinseco alla natura umana contiene del bene, e non va condannato o stigmatizzato.

L’amore omosessuale è appunto amore, contiene progetti di vita in comune, rispetto, affetto, complicità, crescita interiore, aspirazione alla salvezza, desiderio, solidarietà, piacere di stare insieme, fedeltà, castità e non va unicamente relegato all’atto sessuale in sè, e la letteratura, forse più liberamente di altri contesti, l’ha sempre compreso e valorizzato fino ai movimenti di liberazione, di affermazione dei diritti civili dei giorni nostri.

Lo stile è chiaro e appassionato. Pur trattando argomenti complessi, gli autori cercano di spiegare tutto con attenzione e rispetto, rendendo il testo accessibile anche a giovani lettori curiosi e desiderosi di capire meglio la storia della letteratura e della società italiana.

In conclusione, In disgrazia del Cielo e della terra è un libro che invita a riflettere, a conoscere e a rispettare. È una lettura preziosa non solo per chi ama la letteratura, ma per chiunque voglia comprendere meglio il passato e costruire un futuro più consapevole e inclusivo.

Francesco Gnerre ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e Teoria della letteratura presso l’Università di Roma Tor Vergata. È autore di testi scolastici e di studi di sociologia della letteratura. Tra le sue pubblicazioni L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Rogas Edizioni, 2016) e La biblioteca ritrovata (Rogas Edizioni, 2015). Per anni è stato tra i redattori delle riviste «Babilonia» e «Pride».  

Daniele Coluzzi, professore di Lettere a Roma, si laurea con una tesi sull’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Da circa tre anni è divulgatore culturale sui social, dove si occupa di storia, letteratura e mitologia. Attualmente è seguito da più di 200 mila persone. Ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Io sono Persefone (Rizzoli, 2022).

:: L’ultima dei Calvino di Alessandro Girola (Plutonia Publications, 2018) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2026

Esiste un bel cofanetto, in due volumi, precedentemente edito da Einaudi nel 1956, io ho l’edizione Oscar Mondadori del 1968, che raccoglie il meglio delle fiabe italiane, della tradizione popolare, raccolte e tradotte dai vari dialetti da Italo Calvino, che vi consiglio certamente di recuperare, ci saranno sicuramente edizioni più recenti, in cui emerge un dato inquietante e significativo: la fiaba non è mai stata asettica, c’è sempre stato un elemento horror, in cui il fascino dell’orrido ha avuto presa, il gotico, il fantastico, l’orientaleggiante si è sempre intrecciato con elementi in cui il deforme, il volgare e il zozzo si mischia al sublime. Si sa orchi, streghe, maghi, creature del crepuscolo hanno acquistato oltre al loro valore simbolico, ed esorcizzante, un valore letterario ed erudito. Alessandro Girola prende a piene mani da questo humus culturale per molta sua narrativa.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Girola è un giovane autore milanese, di indubbio talento, che da anni pubblica testi indipendenti, e ultimamente ha acquistato anche una valenza di editore pubblicando testi di altri. Il fantastico, la narrativa di genere, l’horror classico declinato con le sue tante sfumature dall’inquietudine, alla paura, ne è la cifra distintiva. L’ultima dei Calvino è un omaggio non tanto velato a quella tradizione prettamente italiana, legata alla fiaba popolare, in cui il territorio si fa protagonista.

Girola sceglie il Piemonte, terra di masche e di leggende per ambientare il suo romanzo breve, o racconto lungo come si suol dire, che si colloca senza tante cerimonie nel filone del folk horror italiano contemporaneo, di stampo prettamente regionale e tradizionale, seppure non usi il dialetto come cifra stilistica. Scrive in italiano, un buon italiano letterario, nutrito da tanta buona letteratura, non solo di genere.

Girola è uno scrittore completo, non solo dotato di talento creativo, ma anche di uno spiccato talento imprenditoriale che ne preserva l’indipendenza stilistica e anche formale. E negli anni sta crescendo, migliorando, evolvendosi. Io non amo particolarmente la narrativa horror, streghe, demoni, messe nere, maledizioni, fate assassine, vampiri, non mi catturano più di tanto, ma il male esiste, e può essere simbolizzato, ed esorcizzato, da queste creature del crepuscolo che da secoli appassionano legioni di lettori.

L’ultima dei Calvino è ambientato a Carassone dei Govoni, un borgo immaginario arroccato sulle Alpi Marittime: un luogo pittoresco e al contempo inquietante che subito orienta il lettore verso una dimensione narrativa in cui il quotidiano si intreccia con il sovrannaturale. La morte di Eligio Calvino, il padre padrone della piccola comunità, che notare bene muore a 120 anni e già questo fa una certa impressione, di insolito e straordinario, dà l’avvio alla storia.

L’eredità viene reclamata dalla giovane e bellissima bisnipote Berenice, una creatura dai lunghi capelli rossi e un fascino magnetico. Sarà una fata, sarà una strega? A voi scoprirlo, comunque dicevo tra i beni di cui ha diritto ci sono anche i capitali di una fiabesca polizza vita, che se dati metterebbero in seria difficoltà finanziaria la piccola compagnia assicurativa torinese, la Caboto, che li ha garantiti. Che fare? Mandare nel paesino l’agente migliore la giovane Emma, per convincere l’ereditiera a non reclamare il capitale e se mai reinvestirlo in complicati maneggi che implicano la vendita anche di terreni e proprietà.

Emma, che non rimane insensibile al fascino di Berenice, ebbene sì, c’è anche una sfumatura erotica, ma molto, molto delicata, dovrà immergersi nei misteri del borgo e cercare di risolvere la questione economica e contrattuale. La trama segue così un doppio binario: da una parte, l’intreccio “terreno” di polizze, eredità e relazioni sociali; dall’altra, un crescendo di elementi folklorici — leggende di spiriti notturni, demoni incatenati, fate assassine e magia nera — con cui Girola costruisce un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

L’ambientazione è sicuramente la parte più riuscita, oltre a una buona caratterizzazione dei personaggi, anche i minori, e a una crescente inquietudine, disseminata con tocchi leggeri, che dal giallo assicurativo (da me molto apprezzato) vira con naturalezza all’horror più splatter. Avrebbe potuto anche non mettercelo il sovrannaturale, la storia funzionava lo stesso.

Lo stile di Girola è diretto e scorrevole, molto immaginifico, ti sembra di vederle le scene che narra. Il ritmo è costante, e piacevole, i dialoghi convincenti e funzionali al racconto senza appesantire troppo la trama. Girola ha giocato in sottrazione mettendo solo l’essenziale, senza troppi orpelli. L’atmosfera evocativa, l’intrecciarsi di generi diversi, piuttosto originale, la buona tenuta dei personaggi, tutto concorre a creare una storia solida, e di piacevole lettura.

Certo se non amate l’horror, e né la narrativa breve, forse non fa per voi, ma se amate sperimentare anche letterature insolite, saprà sorprendervi.

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Alessandro Girola. Nato a Milano, classe 1975. Scrittore, recensore e blogger dal 2005. Gestisce diversi progetti di scrittura condivisa e collabora con portali, blogzine e webzine che si occupano di narrativa di genere, di entertainment e folklore locale.           

:: Via delle Streghe di Marilù Oliva (Solferino, 2026) a cura di Paola Rambaldi

21 febbraio 2026

Di notte Serena segue il ragazzo nel parco per coglierlo alle spalle. Non riesce a perdonargli di aver ucciso sua sorella. Gaia si fidava ma lui, con la scusa di portarla a cena, l’aveva trascinata nel bosco per ucciderla ed era stato assolto per mancanza di prove. Gaia non lo amava più ma sperava ancora di trasformare il rapporto in amicizia, di allontanarlo con le buone. Pensava che col tempo se ne facesse una ragione anche se continuava a tempestarla di messaggi lamentosi. E Serena, che non riesce a togliersi dagli occhi il corpo martoriato della sorella, vuole solo vendetta.

Le basta un balzo per stordirlo con una mazzata prima di sgozzarlo.  

Femminicidi. Patriarcato. Uomini che non accettano rifiuti. Denunce prese sottogamba. Braccialetti elettronici che non servono. Ergastoli annullati per immotivate mancanze di premeditazione. Ormai uccidono una donna al giorno. Ma cosa si fa di concreto per combattere questa piaga?

Marilù Oliva ne parla nel suo ultimo romanzo Via delle Streghe attraverso la storia di quattro donne ferite che si adoperano per cambiare il corso degli eventi con la vendetta. Una vendetta che ben comprendo nel veder scorrere troppi femminicidi impuniti al telegiornale. Quattro donne, vicine di casa, che vivono in un’immaginaria Via delle Streghe a Bologna, che si incontrano ogni sera dopo cena per una tisana, per confrontarsi, ma soprattutto per pianificare omicidi per eliminare i responsabili di femminicidi che l’hanno fatta franca.

Zulmira, Serena, Magalie ed Iside, quattro donne unite da un’amicizia incrollabile.

Zulmira, 70 anni è la veggente del quartiere. Vedova. Ha cominciato ricevendo clienti in garage e ora la cercano in tanti, anche se suo figlio si vergogna di lei.  Per lei le erbe sono fondamentali. Ne coltiva in terrazzo e ne procura in internet per farne veleni. Ha appena avuto una pessima notizia, di quelle che ti cambiano la vita, ma non ne ha ancora parlato nemmeno alle amiche.

Serena, 30 anni, appassionata di kung fu e felicemente fidanzata a un poliziotto, ha avuto la sorella Gaia uccisa senza giustizia.

Magalie, 44 anni, docente universitaria di Storia medievale specializzata in Storia delle streghe, è stata adottata a sei anni dopo che il padre ha ucciso sua madre sotto i suoi occhi.  

Iside, 20 anni, trans che non si è mai sentita maschio, è la hacker del gruppo finita in sedia a rotelle dopo aver tentato il suicidio gettandosi dal quinto piano per le troppe angherie subite.

Quattro donne determinate in cerca di riscatto. Ognuna segnata da un trauma e con ottimi motivi per vendicarsi. Quattro donne che ancora non sanno che la violenza ti può prendere la mano, che contempla imprevisti e che può diventare molto pericolosa.  Ma uccidere un autore di femminicidio forse non cambierà niente, sanno che ne arriveranno altri, ma sono sicure che ci sarà un bastardo in meno sulla terra.

Marilù Oliva, da brava insegnante, vorrebbe tanto vedere l’ora di Educazione affettiva nelle scuole di cui tanto si parla. L’unico modo per contrastare il patriarcato sarebbe educare alla civiltà e il senso del suo romanzo è sensibilizzare. Le sue quattro vendicatrici vogliono scuotere l’opinione pubblica e indurre i governi a nuove misure. Non credono nella bacchetta magica ma nel potere della volontà. Sanno che non si può sostituire la legalità ma sanno anche che urge un cambiamento culturale affinché certi casi di cronaca non siano più all’ordine del giorno.

I criminali impuniti non devono farla franca.

Quattro donne che vogliono mutare il corso degli eventi con la loro magia, che cercano di riscattare le troppe donne finite sul rogo, che sanno che la loro missione è sbagliata, ma sono esasperate dai troppi casi di cronaca.  Attraverso i delitti il mondo della magia diventa metafora di una ribellione estrema per Marilù Oliva che da una vita si batte in difesa delle donne. Un romanzo da non perdere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di tre dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021), Repetita (2023) e Questo libro non esiste (2025, Premio Scerbanenco dei Lettori). Con il saggio Atlante goloso del mito (Rizzoli 2024), ha vinto il Premio Bancarella Cucina 2025.

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:: Il silenzio che resta di Giuliano Pasini (Piemme, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

19 febbraio 2026

Elena Dal Pozzo è stata, tempo addietro, una brava giornalista del Corriere della Sera, con una folgorante carriera in arrivo. Poi è nato Mattia e la donna ha deciso di occuparsi solo della famiglia. All’inizio del romanzo la troviamo nello studio di una nota dottoressa che la sta sottoponendo a una seduta d’ipnoterapia. Questo perché un anno prima, nel 2017, Mattia è sparito, lasciando Elena nello sconforto. Per cercare di distrarsi, adesso lavora in un’emittente locale che il suo nuovo compagno ha creato appositamente per lei. Quando il dolore si fa insopportabile, Elena ricorre a un mix di farmaci e di alcolici che, di certo, non l’aiuta. A peggiorare le cose, nel giorno del primo anniversario della scomparsa di Mattia, si perdono le tracce di un altro bambino. Stesso nome, stessa età (sei anni) e stesso luogo, a Treviso lungo il fiume Sile. Il caso viene seguito da due persone che la donna conosce bene: il borioso questore Sernagiotto e il vice questore Santo Mixielutzi. Il primo non ha mai perdonato la giornalista per alcuni articoli scritti in passato. L’altro, un sardo tutto d’un pezzo, è soprannominato la Sfinge, perché sembra non lasciar trasparire alcuna emozione. La sparizione del secondo bambino rischia di far crollare il castello accusatorio che aveva portato all’arresto di un colpevole. Le nuove indagini faranno venire a galla alcune scioccanti verità che riguardano tutti i protagonisti della vicenda.

Il silenzio che resta potrebbe, in parte, spiazzare i lettori di Giuliano Pasini. Questo è un vero e proprio thriller psicologico, che si discosta un po’ dai romanzi precedenti. In realtà, l’autore è sempre stato molto attento alla caratterizzazione interiore dei personaggi e lo dimostra ancora di più nel suo ultimo lavoro. Le figure che emergono maggiormente sono due, entrambe segnate da dolorose vicende personali. Elena è una donna fragile, con un padre assente e una madre che non l’ha mai sostenuta. Attanagliata dal senso di colpa per aver perso di vista il figlio, giusto il tempo che sparisse, trova conforto solo nelle lunghe telefonate con la misteriosa amica Giulia, che vive in Grecia. Insieme alla dottoressa che l’ha in cura, sta cercando di attraversare le cinque fasi del lutto, che sono anche le parti in cui è suddiviso il romanzo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’altra figura centrale è quella di Santo Mixielutzi, già presente, anche se non come protagonista, in alcune opere precedenti. Legato alla sua terra da un rapporto di amore e odio, il vice questore reca sulle spalle un tragico evento del passato, legato all’ex compagna Dora. Per tale motivo comprende il dolore di Elena e si avvicina sempre di più a lei, fin quasi a superare i limiti imposti dalle circostanze. Al romanzo fa da sfondo Treviso (con una breve “parentesi” veneziana), città che l’autore conosce molto bene. Lo stesso Pasini ha raccontato che l’idea di questo lavoro gli è balenata in testa dieci anni fa e che non l’ha mai abbandonato, pur scrivendo altro nel frattempo. Noi lettori dobbiamo ringraziarlo per la sua testardaggine nell’aver voluto portare alla luce la storia di Elena e per averla narrata in modo così intenso e profondo.

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti.

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:: Un anno nel Medioevo di Luigi Barnaba Frigoli (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 febbraio 2026

Con Un anno nel Medioevo, Luigi Barnaba Frigoli costruisce un ambizioso affresco storico sorprendentemente immersivo, in grado di restituire al lettore la complessità di un’epoca troppo sovente limitata o meglio soffocata nello stereotipo dei “secoli bui”.
Questo progetto, come sottolinea Andrea Frediani nella prefazione, nasce dalla doppia competenza dell’autore poco comune e molto preziosa: quella di storico e di narratore.
Da questa sua perfetta convergenza prende forma un vivace saggio narrativo ibrido, dove il rigore delle fonti convive con una forte tensione evocativa, che riesce a trasformare la divulgazione in conoscenza pratica.
Il contesto evocato è il 1299, un anno di passaggio carico di gravi tensioni politiche, religiose e sociali, sospeso alla vigilia del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII.
L’Italia, la penisola, frammentata in poteri e fazioni, appare come un largo crocevia di conflitti, ambizioni e fermenti culturali, con le città che si espandono e i commerci fioriscono mentre le campagne restano ancora legate ad antichi ritmi esistenziali. In questo stratificato scenario, Frigoli ha preferito utilizzare una struttura esplicativa corale: ovverosia i dodici mesi dell’anno vissuti in prima persona da sei protagonisti, emblematiche figure di altrettanti ceti e ruoli sociali.
Bianca, immaginaria contadina (l’unico personaggio nato dalla fantasia dell’autore) della Val Trebbia, rappresenta il mondo dei “laboratores”, fatto di fatica, stagionali ritualità e comunitarie credenze. Attraverso il suo sguardo emergono il sistema feudale, la precarietà dell’esistenza e la centralità dei riti collettivi, scanditi dal duro lavoro agricolo e dal calendario liturgico.
Geri Spini, potente mercante fiorentino, incarna la nuova alta borghesia urbana, che diventa la principale protagonista di un’economia in espansione e di città sempre più dinamiche, dove il denaro ridisegna gerarchie e opportunità.
Matilde di Hackeborn, monaca e mistica, introduce il lettore nella vincolata pace della dimensione claustrale, fatta di spiritualità intensa, interiori tensioni e contraddizioni tra fede, disciplina e personale sensibilità.
Ruggero da Fiore, soldato di ventura e corsaro, porta sulla scena il duro e instabile mondo delle armi, delle mutevoli alleanze e della violenza usata come professione, mentre Beatrice d’Este consente al lettore lo straordinario accesso ai grandi palazzi aristocratici, dove matrimoni strategici, intrighi e rapporti di potere determinano sia il destino delle donne che quello delle dinastie.
Infine, il cardinale Iacopo Caetani degli Stefaneschi offre uno sguardo privilegiato sui vasti corridoi della Curia romana, sulle accorte strategie di Bonifacio VIII e sulla complessa costruzione simbolica e politica del Giubileo, evento destinato a segnare profondamente l’immaginario europeo.
La forza del volume risiede proprio in questo prospettico dispositivo con sei voci che si alternano, mentre sei diverse coscienze filtrano la realtà, permettendo al lettore di attraversare il Medioevo dall’interno. Non si tratta di una semplice sequenza di capitoli tematici, ma di un vero percorso esistenziale, dove ogni personaggio affronta stagioni, malattie, conflitti, paure e ambizioni, sempre entro i confini rigidi di una società fortemente normata da tradizione, religione e consuetudine.
Frigoli insiste sulla vita quotidiana dei suoi sei personaggi : cosa si mangiava, come si curavano le malattie, quali superstizioni o idee guidavano le loro scelte, come ciascuno di loro percepiva il peccato, la morte e la salvezza. Ne emerge un Medioevo vivo, contraddittorio, capace di ferocia e di gioia, mistico e pragmatico, dove la distanza dal presente mette in risalto universali costanti del carattere umano.
Il ricorso sistematico alle fonti medievali e alla storiografia moderna conferisce solidità all’impianto, mentre le parti indispensabili e di plausibile ricostruzione per la trama sono dichiarate con metodologica onestà, trasformando il testo in un laboratorio di consapevole divulgazione.
In questo senso, Un anno nel Medioevo dialoga idealmente con la lezione di Barbara Tuchman, Jacques Le Goff ed Eileen Power, ma tenta una strada personale: raccontare la storia come esperienza vissuta, senza rinunciare alla precisione scientifica. Il risultato è un’opera capace di parlare a una vasta platea di lettori, offrendo tanto il piacere del racconto quanto la profondità dell’analisi storica. Un viaggio nel tempo che non si limita a ricostruire un’epoca, ma invita a interrogarsi sulla persistenza delle paure, delle ambizioni e delle speranze che continuano e continueranno sempre a caratterizzare l’essere umano.

Luigi Barnaba Frigoli, nato a Milano nel 1978, è giornalista e studioso di storia medievale. È autore di diversi fortunati romanzi storici sui Visconti: La Vipera e il Diavolo, Maledetta serpe (Premio letterario Lago Gerundo 2018 per il miglior romanzo storico) e Il morso del basilisco. Nel 2017 ha scritto un saggio sulla fondazione del Duomo di Milano, La Cattedrale del Diavolo. Ha pubblicato i romanzi Guerriera. L’incredibile storia di Bona Lombardi (premio speciale Amalago-Agar Sorbatti 2024) e Il terzo Grimm. Ha realizzato una serie di podcast su figure femminili del Medioevo italiano, disponibili su Spotify. La Newton Compton ha pubblicato Un anno nel Medioevo.

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:: Nel segno di Kafka di Alessandro Bruni (Fratelli Frilli Editori, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

14 febbraio 2026

Una studentessa italiana scompare misteriosamente a Praga e i suoi genitori decidono di affidarne le ricerche all’avvocato bolognese Andrea Domani Battaglia. Da qui prende avvio il nuovo romanzo di Alessandro Bruni, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Sonia Merumici sta ultimando la propria tesi di laurea su Kafka quando, da un giorno all’altro, smette di comunicare con la sua famiglia. I genitori, un’agiata coppia bolognese, si recano a Praga, dove apprendono che la Polizia locale segue la pista del suicidio, perché una ragazza è stata vista gettarsi nella Moldava. Tornati in Italia, i Merumici si rivolgono all’avvocato Domani Battaglia. Sulle prime, il legale è restio ad accettare l’incarico, ma poi si lascia convincere, attratto anche dalla cospicua offerta economica. Arrivato nella capitale ceca dopo un lungo viaggio in treno, perché non ama volare, l’avvocato prende contatto con le autorità del posto, che si dimostrano poco collaborative. Decide, così, di agire per conto proprio, imbattendosi in personaggi singolari, come Michelle, ragazza francese coinquilina di Sonia e come Pavel, simpatico taxista tuttofare. Domani Battaglia viene coinvolto in una particolare caccia al tesoro per le vie di Praga, tramite alcune pagine della tesi di laurea che scova nei luoghi più impensati.
Nel segno di Kafka è un romanzo che si può definire atipico e colto. Atipico perché attraversa vari generi letterari. Colto perché sono davvero tante le citazioni di opere letterarie che troviamo al suo interno. Quanto al protagonista, è un uomo che ha da poco perso la moglie, con la quale, tra l’altro, si era recato in viaggio proprio a Praga. Ha una figlia di nove anni, Camilla, molto sveglia per la sua età e che viene accudita da una zia. Domani Battaglia cerca di mantenere uno stretto legame con la sua bambina, come dimostrano anche le chiamate che cerca di farle quotidianamente mentre si trova all’estero. L’avvocato ha, inoltre, problemi ad addormentarsi ed è preda di stranissimi sogni che finiscono spesso per trasformarsi in spaventosi incubi. Alcuni di questi lo aiuteranno, in un certo modo, a trovare la soluzione del mistero. Non si può non parlare della presenza incombente e costante di Franz Kafka, della sua vita e delle sue opere. Sonia è ossessionata da questa figura, al punto da dubitare se concludere o meno la propria tesi. La stessa Praga, gelida e coperta di neve, è piena di luoghi che rimandano a uno dei suoi cittadini più illustri. Nelle pagine del romanzo i lettori troveranno anche una sorta di sfida a decifrare i messaggi che giungono al protagonista. Buona caccia al tesoro a tutti, allora.

Alessandro Bruni, nato a Bologna nel 1972, di professione avvocato civilista, già autore dei romanzi Ulisse aveva una figlia (2015); Killing Rock Revolution (2017), La prossima estate – Un requiem per il noir (2019) (Persiani Editore) che compongono una sorta di trilogia dell’equivoco secondo il registro della tragedia, della commedia itinerante e della spy story complottista. Nel 2020 pubblica il romanzo breve We Were Grunge (Persiani Editore) opera sul confine dell’auto-fiction dedicata all’epopea dei musicisti di Seattle e partecipa all’antologia di racconti E poi ci troveremo come le star (Morellini Editore), dedicata e ambientata in alcuni bar italiani. Nel 2021 pubblica il romanzo L’errante (Round Robin Editrice), un noir sociale che affronta le tematiche dello scontro ideologico fra Occidente e Islam.

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