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:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo, con Prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e Postfazione di Alfredo Antonaros (Pendragon, Bologna, 2021) a cura di Carmine Chiodo

9 ottobre 2021

Oltre che penetrante critico letterario, Antonio Catalfamo si mostra anche un dotato e significativo poeta. Dico subito che critica e poesia sono fortemente intrecciate, nel senso che i sentimenti, le vedute, le convinzioni storico-politiche e sociali che stanno alla base della sua esegesi letteraria li troviamo pure ben espressi in poesia. Ciò significa che Catalfamo bada a mettere in evidenza e a sottolineare i valori umani, la libertà, la dignità della persona umana e quindi dichiara guerra alle angherie, alle prevaricazioni, ai soprusi, tutte cose che offendono la libertà. Son questi valori, cari a Catalfamo, che lievitano nella sua scrittura critica e poetica. Quindi le sue, partendo da queste premesse, non sono poesie di maniera, o di scuola, non obbediscono alle mode o a movimenti poetici d’avanguardia, ma sono impregnate di quelli che sono – lo ripeto – i sentimenti umani, i valori di uguaglianza e di libertà: insomma la «rivolta», per richiamare la parola che compare nel titolo della splendida silloge che sto esaminando (La rivolta dei demoni ballerini, Pendragon, Bologna, 2021, euro 14), verso ogni forma di dittatura e di oppressione umana.

Catalfamo viene ed è stato educato da una famiglia che ha portato sempre avanti quei valori, quella rivolta contro la dittatura ed egli, memore di ciò, la prosegue ora anche in poesia con questa altra silloge ben analizzata da Wafaa A. Raouf El Beih e Alfredo Antonaros che ne mettono in evidenza tutto il significato e l’importanza. In sostanza le loro osservazioni ci aiutano a capire più a fondo le motivazioni che hanno spinto il poeta a scrivere questi versi, come pure, specie nella prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih, si mostra la formazione poetica di Catalfamo e il suo evolversi nel corso del tempo.

Il Nostro appartiene a un clima culturale, politico, che è impregnato di idee gramsciane e antifasciste, ereditate – lo dicevo prima – dai nonni, dal padre, insegnante di lettere e immerso nella lotta contro ogni forma di fascismo e di sistemi che si basano su soprusi e vessazioni. Fin da ragazzo Antonio Catalfamo ha coltivato la poesia, e non solo, e al riguardo leggo nelle pagine della Prefazione che egli si è

«accostato molto presto alla poesia. Già quando frequentava le elementari e, d’estate, passava le vacanze nel paese d’origine del padre, aveva appreso da un giovane amico manovale che le poesie, non solo possono essere lette nei libri di scuola, ma ognuno può anche scriverle».

Questo amico operaio aveva composto delle poesie scritte su un grosso quaderno che teneva sotto il materasso, e tirò fuori questo quaderno e lesse all’allora giovanissimo Antonio una poesia che parlava di una ragazza vietnamita violentata da un soldato americano, e tal poesia suggestionò molto Catalfamo che da quel momento in avanti cominciò anch’egli a scrivere poesie, diverse da quelle di altri poeti anche noti, poesie che parlavano e parlano di problemi veri, passati e presenti, e son problemi che riguardano gli uomini oppressi, sfruttati, offesi da ingiustizie e sistemi politici che si basano sulla forza e sulla violenza. Per essi compone versi Catalfamo ed è qui che il poeta parla chiaro e ha il coraggio, come è già stato felicemente osservato, di dire la verità, di mostrare, di additare «l’esistenza» di idee e movimenti comunisti che, nel contempo, sono riaffermati e fatti rivivere richiamando uomini e idee che si sono manifestate nella vita sociale passata ed hanno visto protagonisti, come in Sicilia, i familiari del poeta. Riaffermare quelle idee come «un fiume che scorre da Ora al Futuro», come ha scritto Jack Hirschman a proposito dei versi del Nostro.

Poesia come conoscenza e denuncia, dunque; poesia come lotta a far primeggiare gli autentici valori umani e non le ingiustizie e le disuguaglianze; poesia come lotta per conquistare quei valori, quella libertà che le forze brutali di un potere efferato cercano di reprimere. Quindi queste poesie di Catalfamo dovrebbero essere lette e meditate dalle nuove generazioni. Catalfamo è poeta di sostanza e non di masturbazioni cervellotiche e sentimentali, va dritto al problema, parla chiaro e senza peli sulla lingua, e talvolta la sua poesia assume cadenze narrative per esprimere aspetti biografici o legati alla sua famiglia e alla storia sociale dell’ambiente siciliano in cui è vissuto:

«Mio padre / appollaiato su un albero / studiava i classici, / penetrava il mito greco […]. / Sognava una nuova grecità: / i pastori con i greggi / e i campanacci invadevano / le stanze del potere, / imponevano il comunismo, / che ci rende tutti uguali. / Fondò l’Alleanza contadini / in una vecchia stalla, / il fieno ammucchiato alle pareti, / ritirò concimi a prezzi modici, / istruì pratiche per i trattori Brumi» (Simbologia della vigna). E ancora il padre che faceva comizi, «parlava / dal balcone / a una piazza vuota, / i braccianti ascoltavano / rinchiusi nelle loro tane, / animali braccati / dai campieri mafiosi / e dai loro padroni, / che non sapevano / quanto terra avessero» (Il comunismo e mio padre).

Da questi versi che fin qui ho citato si evince chiaramente il tenore e lo spessore della poesia di Catalfano che si serve di essa, come si legge chiaramente nel componimento dal titolo La mia poesia, per raccontare la

«vita degli umili / a dire sgrì, / come Santo Cali / a dire mmé, / a usare il linguaggio universale / di uomini, piante, animali, / a ritornare al naturale di Ruzzante. / Non mi interessano i versi barocchi / del poeta-puttaniere / che ruba amore mercenario / nella città dello Stretto, / dominata dalla follia, / dal tanfo di salamoia / nei barili del porto».

In fondo questo testo è una dichiarazione di poetica, è una presentazione di se stesso come poeta e nello stesso tempo prende le distanze dai poeti renitenti, da quelli esoterici. A guardar bene nella silloge è presente l’Italia del dopo-guerra ma pure – come detto – la famiglia del poeta, ma son presenti pure i pastori del suo paese che non sanno né leggere né scrivere, i quali «nella loro lotta contro il fascismo ecclesiastico e la mafia, hanno imparato dal miglior maestro – la lotta stessa -cos’è il comunismo» (Jack Hirschman). Certamente ci troviamo davanti a una silloge molto complessa nei motivi e tematiche, ma omogenea, compatta, che riflette quelle che sono le convinzioni culturali, politiche, esistenziali del poeta che esterna il suo sentire in modi diretti e comprensibili da tutti. C’è «l’eterno carnevale della storia» (Il comunismo e mio padre), per esempio. Ancora si parla di uomini, donne, ragazze, di gente che il poeta ha incontrato o di cui ha sentito parlare ed ora sono richiamati attraverso versi sempre fortemente comunicativi e naturali (la naturalezza, secondo me, è uno dei principali pregi di questa silloge, e al riguardo cito i versi seguenti:

«Ritorna nei miei ricordi / Maria Grazia chimera, / ragazza di Udine. / […] / Novella Saffo, / coltivi in silenzio / passioni inconfessabili» (Novella Saffo); «Tu mi chiedi / il significato delle parole, / io ti rispondo, con Eduardo, / che le parole sono colorate. / Le parole nere, / che preannunciano / guerre e lutti» e poi le parole «viola», le parole «rosse» e queste son quelle amate da Catalfamo e non quelle «grigie», per fare un altro esempio, «dei burocrati / dalle rinomate scartoffie, / che stancano l’uomo comune» (Le parole).

Ma chi sono questi «demoni ballerini»? Ecco la risposta: i pastori-contadini siciliani che lavoravano i feudi «dei padroni forestieri» ed erano schiavizzati. Ma il

«sangue di Euno / ribolliva nelle loro vene, / provocando la rivolta degli schiavi: / come demoni ballerini, / leggeri nella danza, / vennero in paese, / viaggiando di notte. / Aprirono la Camera del Lavoro» (La rivolta dei demoni ballerini).

Questi demoni hanno dei nomi qui evocati: Peppe Trelire, «il più feroce»; Don Mariano e Peppe Lasagna: essi poi diventarono satiri e andarono all’assalto delle «centrali del potere». Catalfamo richiama un mondo, quello contadino, che non c’è più, ma che ha avuto grande importanza, che ha segnato la storia di un’epoca e di cui c’è abbondante traccia in queste poesie varie nei toni, ora ironici, ora fortemente satirici, ora narrativi, che racchiudono fatti, avvenimenti e personaggi, atmosfere, miti di un tempo trascorso, quello contadino, e del suo riscatto dalla schiavitù padronale. Però nella poesia, in questa poesia c’è non solo questo ma dell’altro: la società attuale, il tempo presente, la pandemia, e altro ancora, e il tutto viene sempre espresso con un linguaggio molto intenso e chiaro. Eccolo ora il poeta operato di cataratta «con sistemi ultramoderni», ma nell’ospedale manca qualcosa:

«L’affetto materno / di Varvàra Alexandrovna, / le sue cure amorevoli», per cui ci si sente un numero (e si viene chiamati per numero, appunto), e si corre da una stanza all’altra, ma – aggiunge Catalfamo – «io non sono Quasimodo / e questa non è / una società comunista, / in cui tre parole / hanno lo stesso peso: / madre, / pane, / compagno» (Operazione).

Ciò che più conta è che Antonio Catalfamo compone versi che racchiudono vita vissuta e salde convinzioni e sono scritti con vero cuore e sentimenti :

«I ruffiani si nascondono ovunque, / si mimetizzano per le strade / come alberi, / piante ornamentali, / oggetti banali» (Ruffiani); «Riattiveremo / onde gravitazionali / che consacrano i templi, / tramandano le civiltà, / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (Poesia biologica).

E da un cuore puro e onesto sortisce questa poesia:

«Solo la poesia può lenire / i dolori della vita, / rendere eterna, madre mia, / la tua memoria / per chi ti conobbe / negli anni migliori, / quando, regina della parola, / dispensavi a tutti / conforto e speranza / nel mondo vile e infernale» (Petrarchesca); «Figlio dell’amore / e del dolore, / piccolo amico, / io ti conosco / attraverso le parole / di tua madre, / che non possono mentire. / Tu leggi le fiabe di Rodari / e, forse, impari / che il mondo è ingiusto / e tocca a noi / difendere i più deboli, / anche se sempre ci deludono» (Martiniano).

Per terminare queste mie considerazioni sulla poesia di Catalfamo dico che egli, lettore anche di Giordano Bruno, è un poeta di sostanza, di pensiero e che si affida a una poesia naturale ed efficace per dire la sua presenza nella società, nel metterne a fuoco le storture, i pseudo valori e le magagne del potere. La sua poesia è specchio della sua personalità di uomo tutto di un pezzo, come suol dirsi, di pertinace difensore dei valori umani e della giustizia sociale, cantore dell’ «umanesimo comunista».

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

:: Figlia della cenere di Ilaria Tuti (Longanesi 2021) a cura di Federica Belleri

1 ottobre 2021

Teresa cara, questi pensieri sono per te. Per il tuo essere una donna speciale, per la forza che mi hai dimostrato nelle pagine dei romanzi che la tua creatrice ha scritto. Sono per te, che hai sofferto e ancora soffri. Che stai facendo i conti con le tue fragilità e una malattia che non ti abbandonerà mai. Per te, che negli anni hai saputo costruire intorno una squadra protettiva e affidabile, nonostante agli inizi in commissariato tu sia stata ostacolata e tenuta poco in considerazione. Perché il tuo fiuto investigativo faceva e fa paura. Perché tu sai osservare la morte, sai guardarla con occhi speciali e determinazione. Perché sai cosa vuol dire provare empatia e compassione, sia con le vittime che con gli assassini. Perché conosci il baratro dove vive una mente criminale.
Teresa cara, ti rassegnerai mai al futuro che ti aspetta? Non credo. Avrai il coraggio di scendere all’inferno per poi risalire? Sicuramente, ora sei pronta per questo passo. Lo hai già fatto più volte. La Storia, potrà aiutarti. Le confidenze da fare, la necessità di una spalla alla quale appoggiarti. L’orrore da oltrepassare per forza, per far coincidere tutto con l’inizio.
Teresa cara, concludi questo doloroso percorso. Non mollare. Ormai sai che puoi contare su chi hai intorno e sai anche chi ti ha mentito pensando di farla franca. Perché tutti abbiamo un lato buio colmo di segreti e omissioni. Pure tu. Spero di ritrovarti presto. 
Splendido romanzo, che vi invito ad aprire e vivere.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2021

Edi Lazzi (segretario generale della Fiom – Cgil di Torino) in Buongiorno, lei è licenziata, edito da Edizioni Gruppo Abele, con prefazione di Francesca Re David, raccoglie le testimonianze di 10 donne, lavoratrici, che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi dell’auto e di declino industriale che hanno colpito Torino e il suo hinterland. Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena raccontano la loro esperienza personale legata al vero e proprio “lutto” che si vive e si cerca di elaborare quando si riceve la cosiddetta fatidica lettera di licenziamento. Vero e proprio lutto dicevo, perché il lavoro è vita come dice una delle testimoni, con conseguenze sia economiche che psicologiche e sociali, accompagnato da rabbia, incertezza, senso di perdita, crisi di identità e di ruolo, e di senso della vita. Fasi comuni, sebbene le esperienze di lavoro e di vita siano tra le più diverse, affrontato nei modi più diversi, ma sempre con grande senso di responsabilità e determinazione. Perché per le donne se vogliamo è ancora tutto più difficile. Colpisce poi soprattutto la generosità di queste donne disposte a ricordare periodi così dolorosi delle loro vite, perché la loro testimonianza sia di aiuto ad altri che hanno vissuto o temono di vivere le stesse esperienze. Molti non ce l’hanno fatta, dopo il licenziamento alcuni sono arrivati a vivere condizioni così forti di stress e di disagio da tentare il suicidio, a volte riuscendoci. Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Perchè non si può fuggire sempre lasciando solo dietro di sé rovine sociali ed economiche. Perchè è necessaria una riqualificazione e una ridefinzione di una piattaforma comune guidata da scelte etiche e solidaristiche e una riscoperta della comunità come punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda il territorio. Chiude la carrellata di testimonianze quella di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa, un raggio di speranza che per una volta si possa concludere positivamente per i lavoratori, per le imprese e per il tessuto sociale ed economico tutto.

Edi Lazzi Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino. Entrato in fabbrica come operaio, promuove la costituzione in azienda del sindacato Fiom-Cgil, di cui diventa delegato. In seguito è impegnato come funzionario sindacale nella zona ovest di Torino per poi seguire la Carrozzeria di Mirafiori. In veste di responsabile per tutto il gruppo Fiat a Torino, gestisce molte delle vertenze dell’ultimo decennio sul territorio. Ha conseguito due lauree, una in scienze politiche, l’altra presso la facoltà di giurisprudenza in scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: “Non capisco questo silenzio”: Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari di Fabio Geda (Baldini Castoldi 2010) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2021

Apriamo la rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso paese parlando di un libro molto bello, sincero e poetico, nonostante la drammaticità di alcune parti, scritto da Fabio Geda che in realtà trascrive l’esperienza raccontata direttamente da Enaiatollah Akbari prima bambino, poi adolescente, poi giovane uomo, in viaggio dall’Afghansitan all’Italia.

Quando inizia questa storia Enaiatollah Akbari è un vispo e intelligente bambino di circa 10 anni, non si può conoscere l’età precisa perchè nel suo paese, nella provincia di Ghazni, non c’è un vero e proprio registro delle nascite. Vive con la mamma, il fratello, la sorella, e le zie in un villaggio dell’Afghanistan di nome Nava, che significa grondaia, a sud di Kabul, e impara presto che la sua gente, la sua etnia, gli hazara sono mal visti e perseguitati sia dai Talebani (che non sono solo afghani, ma raccolgono militanti da tanti paesi diversi) che dai pashtun (afghani seguaci dell’Islam sunnita, mentre gli hazara sono sciiti). La morte di suo padre attaccato dai briganti mentre trasportava un carico di merci per i suoi padroni segna l’inizio dei problemi per la sua famiglia. Anche il carico è andato perduto e come risarcimento i suoi padroni vogliono avere in cambio Enaiat come schiavo. Per salvarlo, la vita in Afghanistan è difficile e pericolosa per tutti ma per lui ancora di più, la madre lo porta clandestinamente in Pakistan e lo lascia solo, prima di ritornare al suo villaggio. Inizia per Enaiat una vita da adulto, può contare solo su di sè e sul suo lavoro, ma è vispo e intelligente ve l’avevo anticipato e anche fortunato se la sa cavare e oltre a incontrare gente odiosa, incontra anche gente gentile, generosa e alcuni amici. Come arriva in Italia? É una lunga storia che raccoglie come granelli di sabbia ben quattro anni della sua vita. Dal Pakistan passa in Iran, poi in Turchia, in Grecia e infine miracolosamente arriva in Italia, a Torino, lasciando dietro di sè tanti compagni di viaggio meno fortunati. Ma Enaiat ha dentro di se un sogno, un grande desiderio che lo tiene in vita: quello di riabbracciare sua madre. Ci riuscirà? Bisogna seguire il suo viaggio per scoprirlo. Enaiatollah Akbari è la voce narrante in prima persona di questo viaggio, Fabio Geda si limita a trascrivere il suo flusso di parole e a intervenire con domande e brevi commenti, ma è la voce di Enaiatollah Akbari che narra questa incredibile avventura che è stata la sua vita. Enaiatollah Akbari lo conosciamo bambino, una bambino come tanti, che ama giocare a Buzul-bazi e a pallone, in Iran il venerdì quando aveva qualche ora libera dal lavoro raggiungeva altri coetanei per giocare a questo gioco. E furbo, ironico, non perde mai il sorriso anche nei frangenti più drammatici della sua vita e quando viene a contatto con la crudeltà del mondo. Come quando perde il suo maestro, dagli occhi buoni, ucciso dai Talebani che consideravano la sua scuola contraria al volere di Dio. E commuove vederlo in Pakistan passare accanto a una scuola per sentire il vociare dei bambini e il suono della campanella, che può ascoltare solo oltre a un muro. Colpisce poi lo stile poetico, e la mancanza di odio o desiderio di rivalsa di questo bambino, ragazzo, uomo che scopre che non tutto è buio, che non tutto è oscurità e dolore, ma ci sono anche persone generose come la nonna greca che lo accoglie in casa, gli fa fare la doccia, gli dà vestiti puliti e 50 euro, tanti angeli che Enaiat incontra sul suo cammino e gli consentono di arrivare alla fine del suo viaggio. Ma non voglio svelarvi tutte le perle preziose di questo libro, dovete leggerlo da soli, vi commuoverete, vi arrabbierete, piangerete, sorriderete e imparerete a conoscere davvero uno dei tanti che sui giornali conoscete solo con i nomi di clandestino, immigrato, senza permesso di soggiorno. O peggio come numeri di asettiche statistiche, mentre sono persone con sentimenti, con vissuti spesso drammatici, e bagagli di umanità che possono arricchire anche la nostra di vita.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Trucioli di Matteo Rusconi (Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021) a cura di Antonio Catalfamo

2 settembre 2021

Nel 2008, curai, per i tipi dell’editore NicolaTeti di Milano, un numero monografico (n. 730) della rivista «Il Calendario del Popolo» dedicato ai Poeti operai, nel quale conducevo un’analisi dettagliata, corredata di testi, di quel fenomeno, prettamente italiano, rappresentato da operai di fabbrica che, a partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, scrivevano versi sulle loro condizioni di lavoratori sfruttati ed esposti a gravi pericoli per la sicurezza personale e per la salute. Si trattava di una poesia di forte denuncia e, nel contempo, di lotta per una società di liberi ed eguali. Mi limito a ricordare alcuni nomi, fra gli autori più significativi: Ferruccio Brugnaro, Franco Cardinale, Sandro Sardella, Francesco Currà, Tommaso Di Ciaula, e il giovane Giuliano Bugani.

Negli anni Novanta, la poesia operaia sembrava sparita, a causa dei mutamenti strutturali dell’apparato industriale italiano, in concomitanza con quello che accadeva nell’intero mondo capitalistico occidentale, che imponevano lo spezzettamento dei grandi insediamenti, la flessibilità del lavoro, un cambiamento generalizzato del sistema di reclutamento, dell’ organizzazione produttiva, della previdenza e dell’assistenza, e che determinavano una diminuzione dell’incisività politica e sindacale, nonché un apparente «omologazione culturale», in capo alle classi lavoratrici. Ma, in realtà, essa covava sotto la cenere, riemergendo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, con caratteristiche nuove, strettamente legate ai suddetti mutamenti. Troviamo, infatti, in essa come dominante la dimensione della «malinconia», intesa in senso leopardiano, come principale strumento conoscitivo del reale, il che implica la rappresentazione di un grave disagio esistenziale, ma, nello stesso tempo, un affievolirsi della dimensione della protesta e della lotta organizzata, politicamente e sindacalmente, per il cambiamento radicale della società in senso egualitario.

Questa nuova poesia operaia mostra un notevole livello artistico in vari autori, come Fabio Franzin (nato a Milano nel 1963), che, a mio avviso, con i suoi versi in dialetto trevisano, può essere considerato il più autorevole poeta dialettale della sua generazione, e Matteo Rusconi (metalmeccanico, nato a Lodi nel 1979), il quale si differenzia dal complesso dei nuovi poeti operai per la possente carica di protesta dei suoi versi, che contengono in sé un esplicito attacco al sistema industriale capitalistico e ai suoi rappresentanti. Rusconi dimostra come sia ancora attuale, nel complesso, la definizione di «poeta operaio» coniata negli anni Sessanta, su «Vie Nuove», da Pasolini sulla base di quella già nota di «preti operai», per indicare quei lavoratori che, proprio per la loro esperienza diretta nel mondo della fabbrica, erano in grado di capirne più di ogni altro il carattere alienante, e, nel contempo, di superarlo, dialetticamente, in versi di denuncia che prospettavano una società totalmente diversa. E qui basta richiamare alcuni componimenti di Rusconi, a partire dalla poesia Ferro:

«La poesia è una fabbrica / una città meccanica / un convoglio industriale / e io sono un poeta operaio / un poeta del ferro / un poeta d’acciaio. // Non riesco più a pulirmi / dagli angoli neri delle mie mani; / da una cicatrice sulla nocca / il ferro mi ha messo radici dentro».

Gli effetti fisici del lavoro di fabbrica penetrano a fondo nel corpo del poeta, ma anche nella sua psiche, nel suo animo, plasmando la sua poesia, per cui si viene a creare un nesso inscindibile tra fabbrica, «io» e poesia. La forza poetica nasce dai rumori, dalle esalazioni tossiche, che si fanno largo nel corpo, formano un tutt’uno con esso, investono l’«io» in tutte le sue componenti, fisiche ed intellettive, e sgorgano in versi, dopo una selezione di carattere razionale, in cui consiste la creazione artistica, a cui li sottopone il poeta:

«Le installazioni industriali sono mostri e vampiri / hanno viscere il cui fracasso / vuole soffocare il rantolo della mia fame. / I fiumi della tornitura / sono un velo da cui non penetra luce / e gli dèi del metallo / sgretolano indifferenti la carne. / Carcasse di Metallo, legno morto e muffa putrida / sono estremità delle mie mani / anche il sole è un compagno lavoratore / che ansima sotto il fardello della fatica. / E’ tra questi miasmi che nascono i miei versi: / l’orecchio accoglie una folla di rumori / l’occhio scarta il superfluo / gli alberi intorno allo sforzo umano / applaudono le melodie della campagna / e del vento».

Il lavoro ripetitivo e alienante della fabbrica si traduce, dunque, in poesia, che sgorga spontanea dalla testa del poeta operaio come Minerva, dea delle arti, dal capo di Giove:

«Non faccio altro / che caricare e scaricare il mandrino / e attendere la fine dell’ultimo pezzo. / Eseguo cambi di lavorazione / sostituisco bareni e inserti / modifico misure / tolgo la bava in eccesso. / A volte mi capita di fermarmi a osservare / le ganasce ruotare a mille / e mi entra in testa una poesia / che rimane lì, nella sua forma / a giudicarmi. / A volte una poesia mi cade dalla testa / come fosse un caschetto slacciato: / può sembrare una schifezza / per me è salvezza e vita che filtra» (Non faccio altro).

La poesia si configura, dunque, come filtro della realtà disumanante della fabbrica, come ancora di salvezza.

Ma Matteo Rusconi non si ferma alla denuncia e alla protesta generiche. Mette in discussione lo stesso sistema industriale capitalistico, il ruolo del padronato e dei suoi tecnocrati. E lo fa con un’ironia sottile e, nello stesso tempo, graffiante, che ricorda quella di un poeta operaio della generazione precedente: Sandro Sardella, autore di versi demolitori affidati all’inizio a fogli volanti distribuiti davanti alla fabbrica, con lo pseudonimo «Sandrino operaio stupidino», che provocano la reazione del padrone, concretizzatasi anche in provvedimenti disciplinari, che, a loro volta, diventano oggetto di nuove poesie, che superano la distinzione tra i vari generi artistici, riproducendo, sotto forma di originali collages, le stesse note di ammonimento. L’ironia di Rusconi investe proprio i provvedimenti disciplinari, veri o presunti. Egli immagina che il padrone gli abbia fatto pervenire una diffida, con la quale gli ingiunge di non pensare alla poesia nelle ore lavorative e di consacrarsi interamente al nuovo dio, rappresentato, per l’appunto, dal datore di lavoro. Così si conclude la contestazione disciplinare nella poesia eponima:

«D’ora in poi non saranno più tollerate / impaginazioni di corrieri sibillini / e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore / di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione. / In fondo, è per grazia da noi concessa / timbrare un cartellino / perdere lo status di Poeta / quindi, si richiede la massima devozione / e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone».

In fabbrica non è ammessa neanche la presenza di Dio:

«In reparto non ci sono croci / né crocifissi / né santi né altari / nemmeno acquasantiere / parroci un guru spirituale. / Dio è rimasto altrove / a spruzzarsi di paracetamolo nel parchetto / e Gesù Cristo è il mio collega / figlio hippie degli anni Settanta».

C’è il dominio assoluto del profitto, del padrone e dei suoi tecnocrati. Rusconi mette in discussione queste gerarchie consolidate, la logica del profitto, il profitto stesso:

«Dal vetro del suo ufficio / il principale ci osserva, scuote la testa / prende un foglio e annota. / Noi dall’altra parte / siamo maiali al macello / corpi in prestito senza titolo / robot mercenari. / L’imbecille che scuote la testa / non ci guarda nemmeno in faccia / resta in piedi nella sua manica corta / beve il cottimo del nostro rancore».

Invoca lo sciopero, che non interviene ormai da anni nelle relazioni industriali, sogna un società nuova, socialista, citando la poesia di Jacques Prévert in cui il poeta francese rivendica il diritto dell’operaio di bere il sole. Scrive Prévert in Il tempo perso:

«Sulla porta dell’officina / d’improvviso si ferma l’operaio / la bella giornata l’ha tirato per la giacca / e non appena volta lo sguardo / per osservare il sole / tutto rosso tutto tondo / sorridente nel suo cielo di piombo / fa l’occhiolino / familiarmente / Dimmi dunque compagno Sole / davvero non ti sembra / che sia un po’ da coglione / regalare una giornata come questa / ad un padrone?».

Matteo Rusconi rivendica l’assalto al cielo, il «folle volo» di Icaro alla conquista del Sole, di una società radiosa di uomini e di donne liberi ed eguali.

Matteo Rusconi, Trucioli, Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021, pp. 94, euro 14.

Matteo Rusconi nasce a Lodi nel 1979. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale “A.Volta” di Lodi e una volta diplomatosi inizia a lavorare nel settore metalmeccanico, venendo così a contatto con la realtà operaia. La sua prima pubblicazione è del 2017, Sigarette – Venti Poesie Per Smettere Domani (Ed. ilmilibro.it). Alcune sue poesie sono apparse in varie antologie, tra le quali NOvecento Non Più (2016. Ed. La Vita Felice) e La Nostra Classe Sepolta. Cronache Poetiche Dai Mondi Del Lavoro (2019, Pietre Vive Editore). Negli anni partecipa a diversi concorsi poetici; tra i più recenti spiccano la 25° edizione del concorso Ossi di Seppia, 2019 (finalista) e il Concorso Letterario Nazionale – Briciole Di Poesia – 2° edizione, 2020 (primo classificato). In tutti i concorsi si distingue ed ottiene ottime recensioni da parte di critici del settore arrivando ad apparire su quotidiani e blog di rilievo.

Source: libro del recensore.

Paola Baratto e i racconti di “Malgrado il vento” (Manni 2021) A cura di Viviana Filippini

8 agosto 2021

Oggi abbiamo ospite Paola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, tornata in libreria con il suo nuovo libro, “Malgrado il vento” edito da Manni editore. Con lei abbiamo parlato della nascita del libro, dei diversi personaggi protagonisti che aniamano le pagine delle storie di vita narrate, ma anche del ruolo e del valore della scrittura nella vita delle persone. Buona lettura.

Come è nato l’idea di “Malgrado il vento”? Con Malgrado il vento ho proseguito il lavoro iniziato con Giardini d’inverno, in cui mettevo a fuoco alcune persone molto comuni, ma che a loro modo sfuggivano all’omologazione. Ma mentre là erano dei fermo immagine, qui li ho lasciati più liberi di muoversi, di parlare e di interagire tra loro con maggiore evidenza. Tanto è vero che per Giardini d’inverno e anche per Tra nevi ingenue, uso solitamente la definizione di “prose poetiche”, mentre per Malgrado il vento non mi sembra azzardato il termine “racconti”. Avevo in mente un tipo di film francese corale, che amo molto. Penso a pellicole, per esempio, di Cédric Klapisch, come Parigi, Someone Somewhere, Ognuno cerca il suo gatto… in cui individui che non hanno legami tra loro vengono osservati nella loro quotidianità, anche banale, in cui si sfiorano, a volte inconsapevolmente. Ci sono destini che s’intrecciano, incontri mancati. E vanno a comporre una sorta di “mosaico sociale”, dinamico, curioso, dove anche la tessera più piccola e insignificante ha un suo valore nell’insieme del quadro.

Quanto è stato – ed è importante- per uno scrittore osservare il mondo che lo circonda? Ci sono autori esclusivamente introspettivi ed altri che mettono l’umanità sotto il vetrino della loro capacità di osservazione. Sono modalità altrettanto valide. Per quanto riguarda il mio gusto, amo chi riesce a trovare un equilibrio tra queste due inclinazioni. Mettere a “tacere” la voce interiore, sospendere il proprio giudizio, per ascoltare gli altri, è sempre stato importante per me. E anche cercare d’indagare l’interiorità altrui, partendo da alcuni indizi, da dettagli rivelatori. Così come immaginare le vite degli altri, degli sconosciuti, partendo da poche frasi captate o da suggestioni. È quello che spiega Tomas, nel prologo del libro. È uno scrittore che fa ritratti con le parole. Il suo è uno stratagemma per acquisire materia su cui scrivere. Non gli interessa, tuttavia, il contenuto di quel che gli raccontano le persone. Gli episodi della loro esistenza. Ma i modi in cui li ricordano e li riportano, magari dopo anni, gravati di amarezza, di rancore oppure velati di nostalgia. La stessa esperienza, raccontata da persone diverse finisce per rivelare differenti personalità. È questo che conta per lui. E riesce anche a cogliere quello che le persone non dicono apertamente.

Secondo te, un quartiere –come nel tuo libro- o un piccolo paese possono essere visti come un mondo in miniatura per le diversità che caratterizzano chi ci vive? L’idea del microcosmo ha spesso attratto gli autori. Quello che si riesce ad osservare in una goccia, riproduce in scala ridotta quello che accade in contesti più ampi. Io amo il viaggio, l’altrove, le grandi città. Mi piace l’idea di perdermi nella folla, di scoprire nella stessa città, angoli che non conoscevo. Tuttavia, so che, anche quando si vive in una metropoli, si tende ad individuare punti di riferimento, percorsi preferiti, luoghi in cui si viene “riconosciuti” e in cui si incontrano le stesse persone. Nelle metropoli ci sono le zone, i quartieri. L’abbiamo sperimentato durante i lockdown, in cui il nostro mondo si è come rimpicciolito. E la funzione del negozio di prossimità è diventata all’improvviso vitale, indispensabile. Anche sotto il profilo umano. E mi auguro che questo fattore non venga dimenticato, una volta che questo momento terribile sarà superato.

I racconti sono ritratti di un’umanità variegata. C’è uno dei protagonisti al quale sei più legata? Se sì quale è e perché? Guardo con molta simpatia a Fernanda. Al suo salone di pedicure e callista, che è diventato un luogo di socializzazione. Una sorta di “social” dove le persone condividono cose concretamente, pettegolezzi, musica, cibo. È un personaggio totalmente inventato, ma che mi piacerebbe esistesse. Fernanda è solare ed è riuscita con la forza della sua freschezza e della sua capacità di accoglienza a ribaltare i pregiudizi dei suoi vicini. A conquistarli. E ha fatto del suo salone un luogo dove si curano anche le solitudini.

Nelle tue storie ci sono uomini e donne, italiani e stranieri, professioni differenti, come è per loro la convivenza e come è stato per te raccontarli nelle loro diversità?  Non è stato difficile perché lo vedo nella zona in cui vivo, a Brescia. Non è centro storico, ma diversi palazzi e ville sono sorti nei primi decenni del Novecento, quando lì c’erano solo campi. Vi convivono molti anziani, studenti, stranieri… o professionisti che, come l’architetto Eugenio del libro, hanno ristrutturato appartamenti negli antichi palazzi del Trenta. Convivono e si ritrovano tutti a fare la coda dai fruttivendoli o dai salumieri. Si incontrano persone non conformi a certi schemi, insolite. Io che non amo l’omologazione e apprezzo i contrasti, mi ci trovo molto bene. Non è un modello inedito e accade anche in altre città europee. Non è esente da rischi, e non bisogna mai sottovalutarli. Qualche problema c’è stato, ma siamo fortunati ad avere chi “vigila” e previene conflitti. Tuttavia, non mi piacerebbe vivere in luoghi dove gli abitanti sono conformi per ceto o censo. 

C’è un po’ di te in Marta la giornalista e in Tomas lo scrittore? Marta e Tomas rappresentano due aspetti contrastanti della mia personalità. La prima è più empatica. Anche se non è un’ingenua, mantiene un tratto emotivo nelle relazioni. Tomas è distaccato e molto lucido. Ha maturato quel disincanto cui è destinato ogni scrittore che osserva la realtà in maniera lucida.

Quanto e perché è importante la scrittura? Per alcuni è tormento, per altri piacere. Anche quando non sei davanti alla pagina, è un terzo occhio, un punto di vista che ti accompagna ovunque. Come avere un compagno immaginario. Certe esperienze dell’esistenza le vivi come persona e come autore e sai che qualcosa ti resterà attaccato e lo sublimerai, prima o poi, attraverso la scrittura. Scrivere è tanto cose insieme e lo si fa per le motivazioni più diverse. Ma una di queste è sicuramente la possibilità di sublimare il vissuto. Anche scegliere la parola esatta per definire qualcosa che ci ha ferito ci aiuta a portarlo ad un altro livello e a liberarcene.

:: Viaggio nel Giappone Sconosciuto di Massimo Soumaré (Edizioni Lindau 2021) a cura di Davide Mana

19 giugno 2021

La passione per l’Oriente è qualcosa che da sempre solletica la cultura Europea, stimolata da resoconti di viaggiatori, storie e leggende trasportate sulla Via della Seta, fantasie e pregiudizi costruiti sull’effetto che il passaparola ha di distorcere parole, idee e concetti, come in un lungo gioco di telefono senza fili, lungo i secoli ed i chilometri. E poi certo, romanzi, film, fumetti, cartoni animati.

Di questa disorganizzata immaginazione dell’Oriente, e di questa curiosità che non accenna a placarsi, si nutre una ricca letteratura di divulgazione, ma è raro imbattersi in un lavoro che riesce a coniugare erudizione e divertimento, e che anziché limitarsi a raccontare le stesse storie da capo, riesce davvero a sorprendere anche i vecchi “addetti ai lavori”.

Viaggio nel Giappone Sconosciuto, di Massimo Soumaré (Lindau, 2021) è un esattamente questo – è accessibile ma non semplicistico, colto ma non serioso, approfondito ma non inutilmente nozionistico, e ci presenta davvero aspetti sconosciuti del Giappone.

È una lettura piacevole che potrebbe sorprendere chi si considera già un esperto sulla cultura del Sol Levante – e potrebbe risvegliare l’interesse di coloro che si sono visti ri-presentare le solite quattro idee (di solito “soffiate” a Lafcadio Hearn) negli ultimi trent’anni, e cominciano a provare una certa stanchezza. È al contempo anche un libro eccellente per chi volesse avvicinarsi alla cultura giapponese essendone completamente a digiuno – e costituisce un ottimo punto di partenza per future esplorazioni. Il volume di Soumaré (che è un apprezzato traduttore e divulgatore con una conoscenza di prima mano del Giappone) tocca la cultura giapponese tradizionale e le tendenze del Giappone contemporaneo, la storia e la letteratura, l’archeologia ed il folklore, fino ad arrivare a quella cosa che i pedanti chiamano “cultura pop”. Lo fa con leggerezza, restando in poco più di 250 pagine, e con un ricco apparato iconografico – e questo significa che non ci offre solo un bel libro, ma anche un libro bello. Una piacevole aggiunta per lo scaffale di orientalistica, e consigliato a chiunque abbia un interesse per la cultura giapponese, e sia stanco delle solite storie.

Massimo Soumaré è traduttore, scrittore, curatore editoriale, saggista e ricercatore indipendente. Ha collaborato con riviste specializzate sulle culture orientali e con riviste di cultura letteraria americane, giapponesi, irlandesi e italiane. Ha inoltre tradotto numerose opere di romanzieri giapponesi. Come autore, suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie e riviste, e tradotti e pubblicati in Cina, Giappone, Scozia, Spagna e USA. Suoi scritti e traduzioni sono stati pubblicati da Asahi Shinbun Shuppan, Atmosphere Libri, Bietti, De Agostini, Kadokawa, Kōbunsha, Kurodahan Press, Mimesis, Mondadori, Tōkyō Sōgensha, Utet. Per le edizioni Lindau ha tradotto Storie del negozio di bambole di Tsuhara Yasumi e due manga.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Lindau.

:: La congiura delle passioni di Pietro De Sarlo (Altramedia Editore, 2021) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2021

“Se vogliamo che tutto rimanga comè, bisogna che tutto cambi” diceva fatalisticamente Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo (1958), uno dei romanzi sul Risorgimento italiano più caustici e in netta polemica con l’euforia postunitaria, che contrabbandava molto spesso come atti di puro eroismo, violenze, saccheggi, corruzioni e brogli che sembrano aver caratterizzato quel periodo così controverso e nello stesso tempo determinante della storia italiana, dallo Sbarco dei Mille alla fine del Regno borbonico e all’Unità d’Italia. Che il Risorgimento sia un punto nodale, non ancora risolto, della nostra storia è una verità che ha ispirato molti ingegni letterari tesi a far luce sul quel periodo deprivandolo di tutta la mitologia edulcorata e agiografica che spesso l’ha accompagnato. Che una Questione Meridionale ancora esista (a cui si è tentato di ovviare con blande politiche di puro assistenzialismo), che un divario economico contrapponga tuttora Nord e Sud, sono dati di fatto, ma c’è un grumo ancora più oscuro più insidioso. Il Sud dopo più di 100 anni si sente ancora espropriato dal Nord e ha conservato un certo desiderio di rivalsa e un senso di recriminazione che fece dire “Arrivano i Piemontesi” in maniera certo ironica e bonaria ma significativa a un mio nobile parente quando i miei genitori dal Piemonte scesero al Sud in visita. Insomma fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, e ripristinare la verità storica è un buon balsamo e una forma di equa compensazione, in attesa di mosse più concrete, per appianare le controversie sociali e morali ancora in atto. Pietro De Sarlo ha provato a ripristinare quella verità, per molti versi ancora taciuta e non compresa, non con un saggio ma con un romanzo storico dal titolo La congiura delle passioni, edito da Altramedia editore. Conscio che al Sud manca un’epica condivisa ha provato a contribuire con il suo talento creativo pur basandosi su un attento studio delle fonti e dei documenti. Da meridionale può essere accusato di essere di parte, ma leggendo attentamente il suo libro si nota un sincero sforzo nel mediare e nel mantenere un atteggiamento equo e obiettivo distinguendo i fatti storici certi, dalle mere supposizioni. Da un punto di vista creativo è un interessante esperimento linguistico: sembra scritto da un autore ottocentesco, dall’uso delle parole, in parte in dialetto, in parte in latino segno distintivo delle classi alte, alla struttura stessa delle frasi. Comprensibile da un lettore contemporaneo e pur capace di conservare un eco antico che ci riporta in quegli anni come spettatori attivi dei fatti narrati. La storia minima quotidiana dei personaggi acquista un’epicità accanto alla Storia alta fatta dai potenti e finita sui libri di storia. Dal brigantaggio (ma furono briganti o patrioti? molto spesso le cose cambiano dal punto di vista da cui le si osserva) alla divisione delle terre promesse ai contadini con promesse senza fondamento, tutto si snoda sotto i nostri occhi, senza retorica. Che il personaggio della A Masciara diventi un simbolo del Sud stesso, indomito, orgoglioso, coraggioso è un’altra caratteristica del romanzo che raccoglie gli echi di un sapere popolare che si tramanda oralmente da generazioni. Il borgo montano di Monte Saraceno, nome di fantasia di un paese sugli Appennini Lucani, diventa il fulcro della storia, concreto e capace di evocare i mille borghi e paesi meridionali che costellavano le terre divise dai latifondisti. Insomma un’interessante lettura se si vuole capire meglio la nostra storia e le ragioni perchè certe criticità non sembrano risolvibili. Ammettere che le ragioni e la verità non si trovano mai da un lato solo è un fatto importante nella composizione dei conflitti, e capire ed ammettere che c’è ancora un conflitto in corso è un primo passo.

Pietro De Sarlo, laureato alla Sapienza in Ingegneria, ha un lungo passato manageriale esercitato ai massimi livelli in società italiane ed estere. In tale ambito, come presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, ha promosso diversi interventi a favore della cultura tra cui le borse di studio per dottorati di ricerca in materie umanistiche. Oltre ad alcuni saggi di natura economica, ha pubblicato il primo romanzo nel novembre 2016, L’Ammerikano (premio della giuria al concorso Argentario 2017 e premio San Salvo-Artese, sempre nel 2017, riservato alle opere prime). Per Altrimedia nel 2020 ha pubblicato Dalla parte dell’assassino (Premio Narrativa Giallo/Thriller nell’ambito della quinta edizione del Concorso Letterario Nazionale Argentario 2020 – sezione Narrativa edita). È appassionato di vela, sci e motociclismo.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

:: MAMMA, CUCINO DA SOLO! Preparare dolci deliziosi in autonomia secondo il metodo Montessori di Katia Casprini e Roberta Guidotti (RED Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2021

Ci sono tanti manuali di cucina dedicati agli adulti, ma questo Mamma, cucino da solo! è forse il primo che leggo dedicato esclusivamente ai bambini, dai 3 anni in su. Katia Casprini e Roberta Guidotti, seguendo il metodo Montesori, hanno infatti scritto un libro la cui particolarità è seguire passo passo i più piccoli (anche quelli che non sanno ancora leggere, basta sapere contare fino a 5), attraverso immagini e disegni intuitivi e divertenti, nella preparazione di alcuni dolci facilissimi da fare e buonissimi da gustare (anche belli da un punto di vista estetico). Dolci che gli daranno la soddisfazione e l’automia di potere dire “li ho fatti da solo” tanto importante per potere crescere. Certo la supervisione di un adulto è indispensabile ma seguendo le istruzioni il bambino potrà davvero scegliere gli ingredienti, misurarli, e impastarli, tutto senza bisogno della bilancia, basta un vasetto di yogurth o un cucchiaio da minestra. Oltre ad avvicinarli al cibo in modo equlibrato questa attività aumenterà sia il controllo dei movimenti che la capacità di concentrazione. Seguendo il metodo Montessori infatti cucinare da soli genera numerosi effetti benefici sui bambini e tutto sotto forma di gioco. La cottura poi, sia al forno o sui fornelli, spetta sempre agli adulti! Simpatiche etichette serviranno per riconoscere gli ingredienti. Dai pancakes golosi, alla soffice torta allo yogurt, dai muffin al cioccolato alla simpaticissima torta zebra, non avranno che bizzarrirsi nella scelta del dolce, e potranno per esempio preparare il loro dolce di compleanno da dividere con gli amici. Davvero tanti sono gli utilizzi di queste sfiziose ricette dalla colazione alla mattina, ai dessert di fine pasto. Forse sporcheranno un po’ la cucina ma volete mettere il contributo anche da un punto di vista educativo. Ogni ricetta poi può essere personalizzata con fantasia una volta che saranno pratici. E poi soprattutto, buon divertimento e buon appetito!

Katia Casprini e Roberta Guidotti sono due graphic designer che vivono e lavorano in Toscana, appassionate da sempre di attività manuali e creative. Hanno coniugato la loro esperienza professionale con quella di mamme ideando un percorso visivo che fa tesoro dei momenti di gioco passati in cucina con i propri bambini.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Il segreto di Lazzaro di Letizia Vicidomini (Homo Scrivens 2021) a cura di Federica Belleri

2 giugno 2021

Lazzaro torna dall’Argentina nella sua amata Puglia. Torna dopo molti anni e respira profondamente i profumi e gli odori di tutto ciò che gli è mancato. Torna osservando il cielo e guardando le nuvole, come ha sempre fatto. Torna per farsi avvolgere dai ricordi, non sempre positivi e lasciarsi scaraventare a terra.Ha bisogno di ristabilire un ordine che non ha mai considerato. Ha necessità di mantenere una promessa e di una giustizia che sente nella pancia. E poi c’è la casa dei suoi genitori da riaprire e la sorella da stringere forte a sé. E i nipoti da conoscere …Perché se n’è andato? Cosa lo ha spinto a fuggire?Letizia Vicidomini scrive una storia intensa, emozionante, nostalgica. Ci parla di rapporti famigliari, di assurde violenze e di orrori da tacere. Di vuoti affettivi da riempire, attraverso sofferenze e incertezze. Ci racconta di una terra rigogliosa e complicata, dove la buona tavola si contrappone alle imprese di loschi personaggi. Dove i legami sono indissolubili ma spesso ingestibili.Bellissimo libro, empatico e ricco. Bellissima lettura, che cattura e coinvolge. Ve lo consiglio. Appendice compresa.

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma è cittadina onoraria di Napoli che raggiunge da vent’anni per lavoro e che è diventata scenario privilegiato delle sue storie. E’ speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice per passione e voce pubblicitaria. La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo Nella memoria del cuore edito da Akkuaria, così come Angel, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, Il segreto di Lazzaro, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni. Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica La poltrona di seta rossa, saga familiare che ripercorre cento anni di storia italiana e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa con successo al genere noir con Nero. Diario di una ballerina. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio Garfagnana in giallo 2015. La “trilogia dei colori” si completa con Notte in bianco (2017). Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali Una mano sul volto e Diversamente amici, curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore),  Napoli in cento parole e Napoli a tavola in cento parole (Perrone Editore), Free Zone (Echos).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2021

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Già hai partecipato sul nostro blog a una puntata di Interviste imperfette, con domande anche dei lettori. Questa si può dire è la prima nostra intervista diretta, grazie a Barbara che me l’ha proposta. Parleremo più che altro di Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe che pubblichi con Fratelli Frilli, che sta avendo un ottimo successo, come molti titoli Frilli sempre tra i primi posti delle classifiche noir e crime. Dunque continua la serie Martinengo, come ti trovi nella serialità, ti è congeniale ritornare sempre sullo stesso personaggio?

È a suo modo confortante come indossare una vecchia giacca alla quale ci si è affezionati in maniera particolare, la serialità permette di sviluppare un personaggio a tutto tondo, indagarne le pieghe intime e osservarne i lati inediti. L’approfondimento di un personaggio attraverso una serie di libri quindi crea una multidimensionalità dell’individuo che un simbolo libro difficilmente eguaglia. È altresì vero che entrare in questa sorta di comfort zone presenta anche i difetti della routine, con il rischio che l’autore stesso si stufi del personaggio con le ovvie ripercussioni sulla qualità dei suoi libri. Non saprei dire in quante storie si ritroverà ancora Giorgio Martinengo ma sento che ha ancora delle cose da dire.

E a proposito di regionalità, la Frilli ne fa un punto di merito delle sue collane poliziesche. Il tuo Piemonte quanto influisce nella stesura dei tuoi romanzi. Usare forme dialettali, parlare di luoghi che conosci sebbene traslati dall’immaginazione, ti viene spontaneo, o è frutto di ricerca, di studio?

La piemontesità influisce in maniera preponderante nei miei romanzi, è la lente attraverso la quale osservo il mondo e lo interpreto. L’uso del dialetto, premettendo che il piemontese scritto è abbastanza ostico, mi viene spontaneo in quando il mio rapporto con questa lingua è quello di un uomo bilingue. Pavese stesso aveva costruito il suo linguaggio commistionando un italiano alto con il piemontese quindi non posso certo parlare di operazione inedita. Alla stessa maniera, ricerca e studio sono sempre presenti vista la natura complessa del Piemonte come realtà culturale.

Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe è un romanzo per certi versi più tradizionalista rispetto ad altre tue opere più sperimentali. Come ti poni di fronte alle aspettative dei lettori? Pensi che da te si aspettino un certo tipo di narrativa?

Ho sempre cercato di proporre sempre libri diversi ai miei lettori. Non credo che ci sia un solo mio romanzo che ricordi uno precedente e proprio per il rispetto che ho verso il lettore che non voglio presentargli qualcosa di solito. Panni Sporchi rimane comunque narrativa di genere ed è inevitabile ritrovare una parte delle dinamiche e della trama che ripercorrono topoi noti. Si può scrivere una storia con trama semplice e con spunto classico, tutti i gialli infine tendono a essere così, la differenza la fa la scrittura, il come si racconta, con che occhio si guarda a tutto questo. Mi piace pensare che chi segue la mia produzione narrativa voglia sempre trovare la mia voce qualunque sia la storia che propongo senza essere ripetitivo.

Non eccedi con il turpiloquio, i tuoi gialli hanno venature noir ma sempre nei canoni della correttezza, dell’educazione. Credi che queste tue caratteristiche, che fanno parte di te, della tua personalità, siano apprezzate?

Spero di sì. Un certo rigore sabaudo emerge sempre nei miei personaggi anche se questo non deve voler dire ingessarsi nella maniera. Il turpiloquio come le scene di sesso sono ingredienti delicati, spezie che se non vengono attentamente dosate possono rovinare l’intero piatto, usando una metafora culinaria. A volte sono espedienti facili e ritengo sia un attimo scadere nella facile via dell’effettaccio. Non mi pongo autocensure, si può dire qualsiasi cosa in narrativa ma rimane il come a fare la differenza.

Come ti trovi nel mondo letterario italiano? Hai amici scrittori? Partecipi a premi, presentazioni, festival, manifestazioni regionali, sempre nel rispetto delle disposizioni anti Covid?

È un mondo difficile, parafrasando Renato Carotone. Sono sempre stato molto critico verso il modello, lo stile dello scrittore come viene venduto nel nostro paese. Percepisco l’ambiente come un piccolo pollaio affollato di galli ma questo non mi ha impedito di stringere belle amicizie con alcuni dei colleghi che si muovono in questo mondo. Partecipo  appena possibile e sempre volentieri a festival ed eventi che, per un piccolo autore del mio calibro sono pur sempre preziose occasioni di visibilità e promozione. Prossimamente, sabato 5 giugno tornerò a presentare dal vivo, assieme a Maurizio Blini, Mirko Giacchetti e Luisa Ferrari, ospite della libreria Belgravia di Torino per esempio e sarà la prima volta dall’emergenza COVID. Sarà bello e interessante vedere come questa esperienza influirà sugli eventi in presenza.

Parlaci della tua routine di scrittura. So che hai uno studio bellissimo con un’ampia vetrata sul verde. Quando scrivi, in che orari della giornata? Ogni tanto stacchi per fare una passeggiata?

Non ho il tempo materiale di mantenere alte medie di parole giornaliere, o almeno non in maniera così costante, sono però costante nella stesura: tutti i giorni, anche poche centinaia di parole ma tutti i giorni strappando tempo a ogni occasione: pausa pranzo sul lavoro, il tardo pomeriggio finiti i miei turni e i momenti liberi dove mi chiudo in studio, che è la mia personale fortezza della solitudine, e proseguo quello che considero un secondo, amato, lavoro. Gli stacchi sono fondamentali, d’altronde vivo apposta in mezzo ai bricchi e mi basta mettere un piede fuori porta per essere immerso nella natura. L’eccessiva sedentarietà è dannosa alla salute e nel mio caso, che soffro problemi di schiena è un’autentica dannazione.

Ami la narrativa breve? I racconti, la cosiddetta flash fiction? L’hai mai scritta?

Amo la narrativa breve anche se non mi considero abile nella nobile arte del racconto. Invidio gli autori che scrivono flash fiction e comunque mi capita di cimentarmi. Annualmente la Fratelli Frilli fa uscire un’antologia in memoria di Marco Frilli, patron e fondatore della casa, tutti noi membri della scuderia siamo chiamati a contribuire con un breve noir in suo onore ed è sempre una sfida. Altri esperimenti hanno visto la luce attraverso collaborazioni con collettivi di autori del fantastico e l’autopubblicazione di racconti e novelle su Amazon.

Per quanto riguarda la narrativa crime straniera, c’è qualche autore che ami particolarmente, che consigli ai nostri lettori di tenere d’occhio?

Michael Chabon è l’ultima scoperta. Un autore geniale che sposa noir, hard boiled e ucronie in maniera mirabile. Sconfiniamo quindi nella fantascienza ma il suo Il sindacato dei poliziotti Yddish non può lasciare indifferenti.

Cosa stai scrivendo in questi giorni, quale sarà la tua prossima opera? E la pubblicherai da indipendente o in modo tradizionale con editore?

Ho da poco ultimato la stesura di un romanzo slegato dalle mie serie. Una spy story ambientata nella Libia contemporanea, con tutta la difficoltà documentale del caso. Dovrebbe essere l’esordio di un nuovo personaggio anche, un agente segreto dell’ AISE impegnato negli scenari più complessi della nostra contemporaneità. Non so ancora come uscirà, l’auspicio è di attirare l’attenzione e l’interesse di qualche editore per poterlo far uscire il prossimo anno. Sto anche preparando il sesto di Martinengo, ritardato proprio della mia storia di spie che ha fagocitato tutta l’attenzione di questi mesi. Incrociamo le dita per entrambi.

Grazie della tua disponibilità e del tuo tempo, come ultima domanda mi piacerebbe che ci raccontassi un episodio divertente successo durante una tua presentazione, che ti ha messo in imbarazzo, che ti ha divertito, che è restato nella tua memoria.

Grazie a te della squisita ospitalità. Ricordo la primissima presentazione di Masche, ospite di un’associazione culturale di Refrancore. Proprio mentre avevo iniziato a parlare della Masche mi si era smontata la sedia da sotto le terga. Si sa che le Masche sono dispettose e maligne quando vogliono e da quello scherzetto (tra l’altro eravamo sotto Halloween) ero riuscito ad approfondire ulteriormente l’annedotica riguardante queste nostre figure folkloristiche così misteriose e presenti. Le radici alla fine emergono sempre.

:: L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn di Arianna Prevedello (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2021

Come si può non amare e ammirare Audrey Hepburn? E come si può non amare i suoi personaggi interpretati sullo schermo con leggerezza, eleganza e grazia inimitabile, da Sabrina a Holly Golightly di Colazione da Tiffany, capaci di trasmettere ancora alle ragazze di oggi valori e qualità sorprendenti per la loro modernità?
È questo che si deve essere detta Arianna Prevedello autrice del delizioso saggio L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn, edito da Edizioni San Paolo.
Un saggio tutto al femminile originale e frizzante, scritto con un linguaggio fresco e spontaneo, che oltre ad approfondire il legame e la complicità tra madre e figlia, riscopre il cinema del passato come veicolo privilegiato per analizzare tematiche importanti come l’importanza dell’emancipazione femminile, e la sua lunga strada per raggiungerla non priva di lotte e difficoltà, la questione femminile vista sotto la lente privilegiata di un esame attento e partecipato di mentalità antiquate mai del tutto davvero superate, e la attuale questione sull’identità di genere, mai come oggi portata all’attenzione di studi, libri, dibattiti, e mass media.
Ma non solo, il cinema del passato ci permette di approfondire concetti, comportamenti e tematiche sociali che forse solo oggi possono essere comprese appieno nelle loro molte sfaccettature, tanto erano innovative e avveniristiche allora. Solo forse oggi abbiamo gli strumenti adatti per capirne la portata.
Arianna Prevedello ci accompagna per mano tra i grandi capolavori della commedia hollywoodiana dei grandi registi da Blake Edwards, a George Cukor, a Howard Hawks, per citarne alcuni e non solo interpretati da Audrey Hepburn, ma anche da Katherine Hepburn, Norma Shearer, Vivian Leigh, Julie Andrews, figure femminili di forte impatto emotivo e carisma capaci di proporre modelli in cui le ragazze di oggi possono ancora identificarsi perché i sentimenti, le criticità, i desideri sono senza tempo.
Cosa c’è di meglio per rinsaldare legami affettivi tra madre e figlia che sedersi sul divano a guardare e commentare pellicole dell’età d’oro di Hollywood sontuose per sceneggiature, scenografie, abiti e musiche?
Il valore educativo di queste chiacchierate informali viene potenziato e se ne accresce l’impatto immaginifico, vero cibo per l’anima. Perché l’essere umano è complesso, la sessualità non ha un aspetto unicamente biologico di funzionamento di organi, ma ha una dimensione spirituale, etica, morale, che coinvolge tutta la sfera emozionale e sentimentale degli individui.
Bravo è chi sa definire a parole l’amore, o la femminilità, o la sofferenza di un tradimento, l’arte in un certo senso compie proprio questo miracolo dare forma tangibile a concetti differentemente esprimibili in altro modo.
Non vorrei che passasse il concetto che è un testo puramente tecnico, specialistico, difficile, si parla anche di conigli, di una madre sola che cresce la figlia, di quanto sia sbagliato stigmatizzare la sessualità maschile solo perché differente da quella femminile, e di molto altro.
Insomma una lettura molto ricca e anche divertente. Perché si può parlare di cose serie anche con il sorriso sulle labbra.

Arianna Prevedello è scrittrice, esperta di cinema e animatrice culturale in collaborazione con cinema, circoli cinematografici e associazioni. Ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova ed è stata vicepresidente nazionale di Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’ambito pastorale e formazione. 
Per San Paolo ha pubblicato La grazia di rialzarsi (2017) e Il corredo invisibile (2018).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.