Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi, Maria Antonietta Ferraloro (Gallucci Bros. 2026) A cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2026

“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa  è nato come libro, pubblicato per la prima volta nel 1958 da Feltrinelli e ha ricevuto il Premio Strega nel 1959. Nel volume si raccontano le trasformazioni avvenute nella vita e nella società della Sicilia durante il periodo del  Risorgimento, al momento del passaggio dal Regno Borbonico al Regno d’Italia. Il tutto attraverso le vicissitudini del protagonista Fabrizio Salina che assiste al declino della nobiltà e all’imporsi della borghesia. Un romanzo considerato uno dei più importanti della letteratura italiana e mondiale, tanto che Luchino Visconti ne fece pure un film nel 1963.  Sì ma come è nato? Chi era chi lo ha scritto? Cosa ha voluto rappresentare? A spiegarlo ai giovani lettori ci pensa Maria Antonietta Ferraloro con “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi”, edito da Gallucci Bros. L’autrice ha deciso di scrivere un libro per la figlia, un regalo per narrarle in dettaglio genesi, sviluppo e origine di uno dei romanzi capisaldi della letteratura italiana.  Lo fa con un linguaggio da mamma che ama raccontare e questo rende la narrazione una piacevole lettura, dove però non mancano nozioni storico letterarie, sociali, geografiche e narrative che contestualizzano al meglio l’opera di Tomasi di Lampedusa. Leggendolo ci si imbatte in una sezione introduttiva seguita da tre parti: la prima contestualizza il romanzo,  dove è ambientato, chi sono i buoni e gli antagonisti con il ruolo dei cattivi, con attenzione anche al contesto storico di transizione dell’Italia Risorgimentale. Nella seconda parte i giovani lettori e lettrici potranno invece conoscere meglio la figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa come principe e come scrittore. Non solo, perché oltre all’autore, la Ferraloro porta chi legge dentro alla famiglia del principe alla scoperta dei suoi componenti con particolare attenzione al legame con i tre cugini della famiglia Piccolo, delle loro passioni, interessi e dei loro destini.  La terza parte è invece dedicata  al romanzo, al “Il Gattopardo”, dalla scelta del titolo ispirato allo stemma della famiglia Salina,  all’isola dove è ambientato già protagonista in altri testi letterari, ai suoi personaggi e ai momenti cardine significativi per lo sviluppo dell’intreccio narrativo, tra i quali la famosa scena del ballo, alla quale si affiancano sentimenti d’amore e eventi storici. “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi” di Maria Antonietta Ferraloro è sì un libro per i giovani lettori, ma credo che sia utile pure per gli adulti, perché non solo ci aiuta a comprendere una storia, la sua origine e chi la caratterizza. Il libro della Ferraloro ci permette anche di entrare nella vita dell’autore, nella sua dimensione creativa e privata, dimostrandoci come a volte, il confine tra realtà e finzione letteraria sia molto più sottile di quanto crediamo.

Maria Antonietta Ferraloro è PhD in Storia della cultura, tutor coordinatrice presso l’Alta Scuola di Formazione insegnanti dell’Università di Catania, docente e saggista. Scrive per Focus Scuola e Treccani.it di intelligenza emotiva, neurodidattica e letteratura. Ha scritto diversi libri su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cui dedica i suoi studi dal 2018. Con le sue ricerche ha ricostruito un periodo sconosciuto ma rilevante della biografia umana e letteraria del principe scrittore e ha riconsegnato il borgo di Ficarra alla mappa narrativa gattopardiana. È consulente per la cultura di Enti pubblici e privati. (fonte sito Gallucci)

Source: casa editrice Gallucci.

:: La scala di seta di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone (Sellerio, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

21 settembre 2026

Ponte San Giacomo e Pisa. Nel proprio laboratorio privato di analisi (aperto da un paio d’anni in località La Fontina) un bel dì del 2026 la 49enne bravissima esperta di chimica sopramolecolare Serena Martini riceve la visita della giovane benestante altissima architetta Chiara Sbrana con la bustina contenente un pizzico minimo di polvere grigiorossa. Vorrebbe sapere se ci sono dentro metalli pesanti, amianto, composti organici, attraverso una microscopia elettronica a scansione, preventivo accettato di seimilacinquecento euro. L’11 febbraio le consegna i risultati e le invia la fattura via Whatsapp (il pos non funzionava, stavano installando la fibra), ma la tizia scompare e quasi tre settimane dopo l’amica sovrintendente Ana Corinna Stelea prima le consiglia di rivolgersi a un avvocato, successivamente le comunica che è stata infine identificata la vittima di un investimento d’auto avvenuto il 13 febbraio, si tratta proprio della cliente. Dovranno collaborare ancora, Serena sarà addirittura indagata. Lei convive con i due figli in piena dipendente età scolastica, da accudire nutrire accompagnare, Pietro (verso i diciassette anni, studia violoncello) e Martino (quattordici, si allena con lo judo) e il pur ottimo marito (da oltre venti anni) Virgilio Rossi, acuto casinista straordinario (la suocera Augusta Pino incombe) e professore ordinario di Intelligenza Artificiale a Informatica all’Università di Pisa. Possiede, invero, uno straordinario olfatto (organico) e fiuto per i guai. Corinna, invece, indaga senza annusare, con buon piglio e rigore giuridico, alta un metro e novantuno, capelli biondi e occhi grigi orlati di verde, bellissima e intelligente, non sposata né fidanzata, senza figli. Sbrana è stata assassinata, aveva un fidanzato e un collega di studio, la polvere poteva forse essere di un affresco nascosto, antichissimo magari, era in corso un corposo progetto di ristrutturazione; qualcosa comunque di prezioso e artistico. Servono a entrambe scienza e competenza.

La chimica scrittrice Samantha Bruzzone (Genova, 1974) e il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) sono effettivamente sposati da quasi una venticinquina d’anni, entrambi prematuramente appassionati di enigmi anche per deformazione professionale. Nel loro terzo divertente efficace bel giallo d’investigazione a quattro mani fanno ancora di continuo riferimento alle differenze fra fiction e no fiction, fra letteratura (Maigret) o cinema (serie) e realtà, continuano a scherzare spesso, ben venga! Malvaldi è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata famosa serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le umoristiche avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. Insieme hanno già scritto vari libri per ragazzi e la moglie era sempre ringraziata dal marito per il contributo preventivo alle stesure dei testi. Nei loro romanzi la narrazione al passato alterna i capitoli o i paragrafi narrati liberamente in prima persona femminile da Martini (Martini&Rossi la coppia), la coautrice in prima stesura (in genere numeri nel titoletto), ai capitoli o ai paragrafi sulla poliziotta Stelea, esposti in terza da un narratore maschile esterno, il coautore in prima stesura, che spesso si manifesta per pratica ironia (nel titoletto le relative disposizioni del codice penale o di procedura penale). Il riuscito godibile effetto è la “fusione di punti di vista” di genere. Il titolo fa riferimento a una farsa di Rossini del 1812 (che per lungo tempo sembrava andata perduta), la solita storia della ragazza sopra e del ragazzo sotto, lui dovrebbe salire e la seta è robustissima. Le acrobatiche, continue e simpatiche digressioni sul lato comico o paradossale o assurdo o triste o amorevole della vita questa volta ruotano pure intorno a una valigetta scomparsa e al soggiorno pisano di Keith Haring, fatto salvo che l’intreccio resta giallo e il dipanarsi della vicenda un’indagine criminale per scoprire il colpevole. Il brindisi si fa con Franciacorta, Riserva Moretti di Bellavista.

:: L’arte del delitto di Letizia Triches (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 settembre 2026

Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà  a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro.
Vent’anni dopo infatti  Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera.  Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza.
Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia.
Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi.
Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi.
Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti.
Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle  immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo.  Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro.
Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà  al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece…
La  serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla  colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto…
A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone  molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla?  Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto.
L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false.
Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati.
Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie…
Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie,  mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista.
Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.

:: Un’intervista con Paolo Ferruccio Cuniberti, a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2026

Benvenuto Paolo su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Ci parli di lei: dove è nato, che studi ha fatto, ci parli della sua famiglia.

Sono torinese, nato a Torino, da una famiglia di “immigrati” dalla profonda provincia piemontese di Cuneo, nel Roero. Non è un dettaglio avere queste origini, nonostante periodicamente mi sia capitato di rimuoverle, perché alla ragion dei fatti, hanno segnato gran parte della mia esistenza e anche della mia scrittura. A Torino ho frequentato un liceo scientifico negli anni 70, anni come si sa piuttosto turbolenti, e ho poi fatto un percorso universitario altalenante tra l’indirizzo storico a Scienze Politiche e la Facoltà di Lettere, alla fine senza concludere con un diploma di laurea. Erano anni difficili, ma sono stati comunque studi per me molto formativi.

Ha anche un sito, l’aiuta nel rapporto diretto coi suoi lettori, e per promuovere il suo lavoro?

Il mio blog in realtà langue da un bel po’, perché un tempo attribuivo una certa importanza al fatto di apparire sul web e in particolare sui social. Mi capitava di intervenire su vari argomenti o di annunciare eventi insignificanti. Poi, dopo questa ubriacatura da presenzialismo in cui tutti devono dire la loro, mi sono saggiamente reso conto che il tacere è oro. Non ho più l’ansia da prestazione dell’esordiente, anche se non posso considerarmi, nonostante l’età, un autore molto conosciuto. Oggi mi limito a qualche minima comunicazione di servizio destinata a chi mi conosce. Non credo che i social abbiano spostato di molto l’attenzione del pubblico su qualche scrittore. Per lo più funziona ancora il passaparola o, per i più fortunati, e magari già noti al grande pubblico, la televisione.

Lei ha attraversato ambiti molto diversi — teatro, cinema, grafica, etnografia, radio e letteratura. Quanto queste esperienze hanno influenzato il suo modo di scrivere?

Ho iniziato a scrivere per pubblicare in forma di articoli alcuni brevi studi di carattere etnografico, pubblicati su riviste culturali, principalmente riferiti al mio territorio d’origine. Quasi tutti infine raccolti nel libro Orsi, spose e carnevali. Quindi saggistica. Ma, avendo anche una formazione letteraria dovuta alle tante letture, il mio stile saggistico poteva prendere anche toni meno austeri rispetto a una scrittura rigorosamente scientifica. Poi, senza voler in alcun modo farne una vanteria, credo di aver sempre posseduto una specie di spirito spiccatamente umanistico, con la curiosità di interessarmi di tutto, dall’arte, alla musica, alla scienza. Per questo ho attraversato, e il più delle volte solo sfiorato, tanti ambienti e varie discipline. Certo, con il rischio oggettivo della superficialità.

Torino e il Piemonte sembrano avere un ruolo importante nel suo percorso. Che rapporto ha con il territorio in cui è nato e quanto entra nei suoi romanzi?

Come ho detto prima, pur essendo nato a Torino in una famiglia piccolo borghese, le radici famigliari stanno nella cultura contadina da cui proveniamo. Quando ho iniziato a scrivere romanzi dovevo fare i conti con queste radici e questo passato, scrivendo in uno stile abbastanza tradizionale. I primi tre romanzi sono infatti una sorta di trilogia del passato prossimo, dedicati rispettivamente agli anni 60, con la fine della civiltà contadina e l’inurbamento dalle campagne (Un’altra estate); agli anni 70, gli anni del post 68 a Torino e del disorientamento giovanile (Body and soul); e ancora la Torino degli anni 80 dove i rapporti sociali e le istanze ideali stavano per essere sommersi dall’edonismo individuale (Indagine su Anna). Concluso questo trittico, ho avuto meno interesse a occuparmi ancora del tema delle mie origini.

Accanto al Piemonte, nella sua attività emerge una particolare attenzione per il Sud e soprattutto per la Sicilia. Che cosa l’ha portata a guardare con tanta curiosità verso questa parte d’Italia?

C’è stato prima di tutto un evento personale perché ho sposato una siciliana trapiantata a Torino. Tramite mia moglie ho potuto conoscere da vicino un altro mondo culturale, linguistico, anche gastronomico, che non mi apparteneva, sebbene le comuni radici famigliari contadine avessero punti di affinità. Da questa frequentazione della Sicilia sono nati via via rapporti molto importanti e sono tuttora in contatto con numerosi esponenti della cultura e del vivacissimo mondo artistico siciliano che, tra tante difficoltà, non finisce tuttavia di sorprendermi e che spesso, devo dire a malincuore, non ha eguali nella mia regione. Il Piemonte vive di individualità che stentano a fare rete tra loro. Mi capita più spesso di essere invitato in Sicilia che a casa mia.

Nel suo lavoro sull’etnografia si è occupato di tradizioni, feste, rituali e cultura popolare. Che cosa possono insegnarci oggi queste forme della memoria collettiva? Ha mai scritto fiabe o favole?

Sulla fiaba e sul mito ho letto e studiato quasi tutto ciò che è indispensabile conoscere, dai formalisti russi alla psicanalisi. Tuttavia non ne ho mai scritto in forma narrativa; non ne sento l’esigenza. Credo anzi che la fiaba vada consegnata al suo mondo popolare ancestrale che già contiene tutto. Proprio perché si tratta di memoria collettiva la fiaba tradizionale può parlare efficacemente ai bambini di oggi come a quelli di ieri. Caso diverso sono le forme rituali popolari che oggi hanno perso quasi del tutto i propri significati profondi e vengono riproposte spesso per fini meramente folcloristico-turistici. Meglio comunque una festa degli Abbà in montagna che un rally motoristico!

Il suo romanzo Un’altra estate porta già nel titolo l’idea di un tempo che ritorna o che viene ricordato. Quanto sono importanti la memoria e il passato nella sua narrativa?

Penso di aver detto già qualcosa in merito precedentemente. Nella cultura popolare, a differenza della nostra contemporaneità, il tempo era circolare, perché determinato da cicli calendariali: stagionali, lunari, settimanali, perfino mestruali. Il romanzo da lei citato racconta il trauma del passaggio da quel mondo a quello della produzione urbana, seriale, industriale. Anche l’amore è scardinato dal nuovo mondo. Il passato contadino diventa per l’appunto memoria. Va ricordato, non va dimenticato, con la consapevolezza che un mondo millenario si è disgregato e ne restano solo relitti, spesso museificati nelle numerose raccolte di oggetti della cosiddetta civiltà contadina.

È stato finalista sia al Premio InediTo sia al Premio Neri Pozza. Quanto conta, per uno scrittore, il riconoscimento da parte dei premi letterari e quanto invece conta il rapporto diretto con i lettori?

Quest’anno ho anche avuto il privilegio di essere designato vincitore per il premio Buttitta 2026 ad Agrigento. Ma non sono certo che quando si tratta di premi “minori”, al di là del piacere personale, vi sia un reale incremento dei lettori. Penso contino ben poco. E alle presentazioni ormai è tanto se ci si trova di fronte uno sparuto gruppo di persone. Alla Littizzetto basta essere tutte le settimane in tv per vendere novantamila copie. C’è altro da aggiungere?

Ha lavorato anche nel teatro e ha organizzato rassegne e incontri culturali. Che cosa ha imparato dal teatro che oggi porta con sé nella scrittura dei romanzi?

Anche per l’ambito del teatro devo alcune collaborazioni (da esterno) alla passata attività di mia moglie. Si è trattato essenzialmente di sporadiche esperienze giovanili. Però il teatro contemporaneo o di avanguardia, mi ha senza dubbio insegnato l’efficacia del gesto prima ancora che della parola, il che, può sembrare un paradosso, deve far riflettere sul fatto che le parole creano immagini e che devono essere essenziali, quelle giuste, nette, disambiguate. La perfezione del gesto deve essere riflessa nella perfezione del linguaggio.

Ha curato l’edizione postuma di Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia, occupandosi anche del saggio critico. Che cosa l’ha spinta ad assumersi il compito di restituire ai lettori la voce di un poeta scomparso?

Questa è una bella domanda! In Sicilia ho conosciuto, sono ormai quasi una quindicina di anni, il pittore palermitano Vincenzo Ognibene che di Battaglia è stato grande amico fino alla morte avvenuta nel 1995 all’età di soli 44 anni. Ognibene, da allora, ha curato innumerevoli pubblicazioni postume, o riedizioni, dell’opera omnia di Battaglia, nato come poeta dialettale, ma il cui valore è stato subito riconosciuto da Sciascia e Pasolini. Battaglia ha scritto anche poesia in italiano raccolta per intero in un’ampia silloge e testi teatrali di sapore beckettiano. Infine, poco prima di morire, un unico romanzo, breve, ma ricco di arditezze strutturali e linguistiche, a tratti surreale, che è rimasto intatto in un cassetto. Restava questo da pubblicare, e Ognibene mi ha chiesto di occuparmene. Il manoscritto non richiedeva particolari interventi (peraltro non si fa editing su un autore che non è più in vita), ma ho sentito la necessità di associargli una postfazione che ne analizzasse i contenuti.

I suoi libri hanno protagonisti e atmosfere molto diverse: da Body and Soul a Indagine su Anna, fino a Ultima Esperanza e La curva del tempo (2025, ed. Medinova). C’è un filo conduttore che lei riconosce, a posteriori, nella sua produzione narrativa?

Me lo sono chiesto anch’io, perché alcune delle mie prove letterarie appaiono assai diverse tra loro a una prima lettura. C’è una certa unità tematica nella prima trilogia che, come dicevo, riguarda l’evoluzione della società in tre decenni. Poi il ponderoso Ultima Esperanza che si discosta completamente dai precedenti ed è un romanzo storico ambientato nel Cile di fine 800 ai tempi delle guerre con gli indios, infine La curva del tempo che è un romanzo fatto di frammenti che si intrecciano tra passato, presente e futuro. Forse in quest’ultimo breve romanzo c’è il senso di tutti i precedenti: il tema del tempo, la posizione dell’umanità nel mondo, le speranze e soprattutto le ingiustizie.

Vorrei chiudere questa intervista segnalando che è anche membro della giuria del nuovo premio letterario Colline Narranti promosso dal Comune di Gassino Torinese che scade a ottobre. Tema di quest’anno Il Cambiamento. Ce ne vuole parlare?

Premetto che sono stato cooptato e non faccio parte dell’organizzazione, ma sono onorato di essere stato coinvolto. Trovo interessante l’iniziativa e mi fa piacere fare parte della giuria. Si tratta di un premio, aperto a tutta Italia e non solo, per racconti che abbiano appunto la tematica ampia del “cambiamento”, che si tratti di cambiamento interiore, sociale, magari climatico, o perché no esteriore. Scadenza 31 ottobre 2026. Mi dicono che stanno arrivando numerosi elaborati per cui credo che la selezione sarà impegnativa. Appuntamento per la premiazione al Salone del Libro di Torino 2027.

:: Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2026) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2026

Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.

Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.

Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.

Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.

Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.

De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.

È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.

In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.

Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: E così per non morire di Paolo Roversi (SEM, 2026) a cura di Patrizia Debicke

5 agosto 2026

Paolo Roversi torna con un thriller, costruito attorno a una delle pagine più oscure della cronaca nera milanese: il mistero del cosiddetto “Mostro di Milano”, un serial killer rimasto senza volto, responsabile dell’uccisione di numerose donne fra gli anni Sessanta e Settanta. Da questa vicenda realmente esistita, l’autore trae spunto per costruire una trama nella quale realtà e finzione si fondono, dando vita a un’indagine capace di attraversare il tempo e dimostrare come il male non scompaia mai davvero, ma resti in attesa dell’occasione giusta per riaffiorare.
La storia parte dal febbraio del 2020, mentre Milano e il resto del mondo stanno per essere travolti dall’emergenza sanitaria. Quattro donne sole vengono assassinate nel giro di poche settimane. Delitti efferati, quasi ignorati dall’opinione pubblica perché l’attenzione è ormai monopolizzata dal Covid. È proprio in questo scenario sospeso e irreale vediamo arrivare  in città Gaia Virgili, profiler dell’Europol giunta alla quarta indagine della serie. Richiamata dal direttore dell’UACV Renato Bernardi, da sempre suo mentore e punto di riferimento, comprenderà presto che gli omicidi contemporanei riproducono con inquietante precisione una lunga sequenza di cold case rimasti irrisolti decenni prima.
Gaia è una protagonista moderna, intelligente, in grado di leggere la mente criminale senza perdere la propria umanità. Lontana dalla sua squadra “Beccaria”, dovrà confrontarsi con un’indagine molto complessa che la porrà in una specie di viaggio dell’eroe, nel corso del quale emergeranno anche inediti aspetti della sua personalità. Al suo fianco, giunta inattesa dall’Aia ci sarà Karen,  la bella la poliziotta olandese dalla pelle ambrata e gli occhi smeraldo molto diversa per formazione, quasi il suo opposto per sfumature caratteriali e differenti approcci investigativi. Dal confronto fra le due nascerà tuttavia un’ efficace dinamica narrativa.
L’indagine si sviluppa su due livelli temporali perfettamente intrecciati. Da una parte la Milano del boom economico e degli anni di piombo, attraversata dalla criminalità, dalla paura e da profonde trasformazioni sociali; dall’altra la metropoli svuotata dalla pandemia, silenziosa, immobile, privata della sua vitalità. Roversi imposta un affascinante scambio fra queste due città. Le strade deserte del lockdown diventano così il nuovo ideale palcoscenico per un assassino che pare muoversi sulle orme  di un fantasma riaffiorato dagli archivi della memoria.
Milano non è un semplice sfondo, ma quasi una presenza per cambiare il volto  degli eventi. La città operosa, frenetica e luminosa lascia progressivamente spazio a un paesaggio quasi spettrale, dominato dal silenzio, dalle ossessive sirene delle ambulanze, dalle strade vuote e dalla paura del contagio. Il virus diventa una seconda minaccia, invisibile quanto il serial killer, e Roversi imposta un parallelismo fra due diverse forme di male, entrambe capaci di modificare radicalmente la vita delle persone. Da una parte un assassino che colpisce donne vulnerabili, dall’altra una pandemia che rende tutti fragili, cancellando certezze e abitudini. Interessante è la riflessione sulla memoria. Attraverso il faticoso recupero dei vecchi fascicoli investigativi, l’autore restituisce voce a vittime ormai dimenticate, ricordando quanto troppo spesso la giustizia non riesca a dare un nome ai colpevoli, mentre il tempo finisce per cancellare anche il ricordo delle vittime, Quasi un sacrosanto omaggio a coloro che la cronaca aveva relegato nell’oblio.
Come sempre, Roversi dimostra una notevole abilità nel governare lo sviluppo della trama. Alterna continui cambi di prospettiva, dissemina false piste, alimenta dubbi e sospetti. Ogni nuovo indizio apre inattesi scenari e costringe il lettore a rimettere in discussione ogni certezza. La tensione cresce pagina dopo pagina fino a un finale sorprendente ma coerente.
E così per non morire conferma la bravura di Paolo Roversi nel coniugare thriller, cronaca e memoria storica. Roversi utilizza una leggenda nera della Milano criminale per raccontare non soltanto la caccia a un serial killer, ma anche il peso dei ricordi, il valore della giustizia e la necessità di non dimenticare. Ne nasce un romanzo, ricco di suspence e di suggestioni, nel quale il passato continua a dialogare con il presente ricordandoci quanto il male sappia mutare forma senza mai estinguersi davvero.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire…

:: La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 agosto 2026

La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa è un thriller storico che immerge le proprie radici nella Roma barocca del 1635, trasformando la Città Eterna in un oscuro labirinto di misteri, superstizioni e giochi di potere. Fin dalle prime pagine il lettore viene trascinato in un’indagine cupa e inquietante, ispirata a fatti allora realmente accaduti, e per i quali  la ricostruzione storica non rappresenta un semplice sfondo, ma si trasforma a pieno titolo  parte integrante della trama.
L’alba del 28 agosto si apre con un’immagine destinata a segnare la memoria: sotto l’Arco di Portogallo viene rinvenuto il corpo orribilmente martoriato di una giovane prostituta. Non è un delitto come gli altri. La violenza dell’omicidio lascia intuire l’esistenza di una mente crudele e metodica, e altri nuovi assassinii alimenteranno il sospetto che Roma sia divenuta il terreno di caccia di un serial killer, inconsueta figura in un romanzo ambientato nel Seicento ma plausibile e perfettamente inserita nella narrazione.
Il protagonista, Giovan Battista Spada, Governatore di Roma, emerge come una figura di grande spessore. Uomo di legge, fedele servitore della Chiesa, possiede un forte senso della giustizia che lo porta a non fermarsi davanti alle opportunità politiche. Staffa lo tratteggia come un uomo  equilibrato, in grado di sorreggere con lucidità di investigatore l’arduo  peso delle responsabilità istituzionali. L’indagine si trasformerà  pertanto anche in un arduo percorso interiore, con  Spada che scoprirà in sé  fragilità e sentimenti nascosti fino ad allora.
Accanto a lui agiscono due fondamentali personaggi. Il notaro Livi, suo principale  collaboratore, fedele e razionale, da sempre rappresenta un indispensabile sostegno nelle fasi più delicate delle inchieste, ed Eleonora Malaspina, una dama di alto lignaggio ridotta quasi in miseria che  aggiunge emotiva profondità alla storia. Non soltanto una presenza sentimentale: la nobildonna dimostrando intelligenza, determinazione e sensibilità, contribuirà  concretamente allo sviluppo delle indagini, offrendo al Governatore un diverso  sguardo sulla realtà che lo circonda.
Tra gli aspetti più riusciti del romanzo figura senz’altro l’ambientazione. La Roma secentesca descritta da Staffa appare viva, pulsante e profondamente contraddittoria. Da una parte si ammirano i ricchi palazzi nobiliari, le chiese monumentali e il fasto della corte pontificia dominata da Urbano VIII e dalla potente famiglia Barberini mentre  dall’altra emergono vicoli maleodoranti, locande malfamate, quartieri popolari e un sottobosco umano fatto di mendicanti, prostitute e reietti. Due mondi che tuttavia si incrociano continuamente, mostrando le profonde disuguaglianze di una società governata dal privilegio.
Ancora più suggestive risultano le sequenze ambientate nelle catacombe. Quel nero e laido dedalo sotterraneo, umido e soffocante, assume quasi  il valore di un autentico personaggio. Tra oscuri cunicoli, tombe dimenticate e opprimenti silenzi, l’autore costruisce pagine ricche di tensione, in  grado di trasmettere un continuo e opprimente senso di pericolo. Anche perché proprio nelle profondità della città, tenute lontano dalla luce e dal potere, che si nascondono le più scomode verità e i grevi segreti destinati a cambiare il corso dell’indagine.
La trama  procede con ritmo sostenuto, alternando intriganti momenti investigativi, ricostruzione storica e suspense psicologica. La ricerca dell’assassino non rappresenta soltanto una corsa contro il tempo, ma diventa il pretesto per raccontare una società afflitta da paura, fanatismo religioso, miseria e ambizioni politiche. Le pressioni esercitate dai Barberini affinché il caso venga risolto in fretta  evidenziano quanto e come il potere tema il disordine più della giustizia.
La scrittura di Giuseppe Staffa si distingue per la capacità di fondere precisione documentaria e ben calibrata tensione narrativa. Le descrizioni sono ricche senza risultare ridondanti, i dialoghi mantengono credibilità storica e la suspense cresce progressivamente fino a un sorprendente epilogo, nel quale ogni tassello troverà  la propria giusta collocazione.
La notte del terzo fuoco si rivela pertanto  un romanzo capace di soddisfare sia gli appassionati di thriller che gli amanti di narrativa storica. L’autore ci fa dono di una Roma affascinante e sinistra, popolata da memorabili figure e percorsa da ombre che sembrano appartenere tanto ai suoi vicoli quanto all’animo umano. Un’indagine avvincente, costruita con intelligenza, che riesce a  dimostrare come il passato possa raccontare anche oggi le più profonde paure dell’essere umano.

Giuseppe Staffa è nato a Roma nel 1973. Già consulente storico e archeologico per la trasmissione televisiva di RAI 3 Cose dell’altro Geo, dal 2014 collabora con le riviste «Focus Storia-Wars». e «Focus Storia». Con la Newton Compton ha pubblicato, tra l’altro, I grandi condottieri del Medioevo, I grandi imperatori, L’incredibile storia del Medioevo e I secoli bui del Medioevo.

:: Vedove di Camus di Elena Rui (L’Orma editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2026

Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato nel 2025 da L’Orma Editore, casa editrice indipendente di respiro internazionale, e tra i sei finalisti del Premio Strega di quest’anno, è un romanzo decisamente anomalo. La sua originalità si dispiega su più livelli: narrativo, morale, etico e, se vogliamo, anche metaletterario. È, in fondo, letteratura sulla letteratura, con al centro un autore iconico come Albert Camus, Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, osservato attraverso lo sguardo attento e innamorato di quattro donne: la moglie Francine Faure e le amanti Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès.

È proprio questo cambio di prospettiva a costituire uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Sempre in filigrana resta la voce narrativa di Elena Rui che, laddove la ricerca storica lascia inevitabili zone d’ombra, interviene con un’immaginazione sorvegliata, coerente e plausibile. Del resto, per affrontare seriamente uno scrittore come Camus è necessario attraversarne la biografia, le opere, le lettere, i taccuini, il contesto storico e la ricezione critica. Rui lo fa con rigore, ma senza rinunciare alla libertà della narrativa.

Chi meglio delle donne che lo hanno amato può gettare una luce nuova su uno scrittore che ha segnato non solo la letteratura francese, ma quella mondiale? Lungi dal cadere nell’agiografia o nel trattato accademico, Rui restituisce il lato più umano di Camus: la sua sensibilità, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Un autore che spesso si affronta con rispetto e persino con una certa soggezione viene qui riportato alla dimensione dell’uomo. E chi ama non si lascia intimidire: vede anche ciò che è meno nobile, più quotidiano, come accade a Francine, la moglie che lo ha conosciuto lontano dai riflettori della gloria letteraria.

Il romanzo evita con intelligenza ogni deriva voyeuristica o da gossip. L’autrice guarda con rispetto a queste quattro donne, al loro dolore, alla loro perdita e alla loro irriducibile unicità. È un’operazione letteraria rischiosa, soprattutto per una scrittrice giovane, seppure forte di una formazione accademica di prim’ordine. Eppure la scommessa, se di scommessa si può parlare, appare pienamente riuscita. Sarà interessante seguirne il percorso anche oltre i riflettori del Premio Strega.

Lo stile è elegante e sobrio, attraversato da una malinconia sottile e poetica. Il lutto di quattro donne diventa il punto di partenza per interrogarsi su qualcosa di più universale: l’essenza dell’amore, la fedeltà — qui l’unica davvero fedele è Francine —, l’identità e il modo in cui continuiamo a vivere nelle vite degli altri, sempre filtrati da uno sguardo diverso, irripetibile, inevitabilmente soggettivo.

Tornando allo Strega, che proclamerà il vincitore l’8 luglio, se guardiamo alla storia della letteratura italiana Mari resta il favorito: è il candidato con la poetica più riconoscibile e probabilmente più influente. Da anni la critica lo considera uno scrittore capace di costruire un universo personale, fatto di una lingua inconfondibile, di un immaginario coerente e di una continua riflessione sul rapporto tra memoria, invenzione e tradizione. È naturale, dunque, che venga indicato come l’erede di una linea che passa attraverso Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, pur restando un autore pienamente autonomo.

Eppure confesso che sarei felice se a vincere quest’anno fosse Elena Rui. Non per simpatie o antipatie personali, ma perché un’opera tanto originale, sostenuta da un editore indipendente, merita un riconoscimento di questo livello. Sarebbe un premio non soltanto a un libro riuscito, ma anche a una delle voci più promettenti della narrativa italiana contemporanea.

Elena Rui, nata a Padova nel 1980, vive in Francia dal 2005. Ha insegnato italiano ad Albi, Tolosa e Parigi. Ha già pubblicato La famiglia degli altri (Garzanti, 2021) e la raccolta di racconti Affetti non desiderati (Arkadia, 2024). Vedove di Camus è il suo ultimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: L’occupazione di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2026) a cura di Valentina Demelas

11 Maggio 2026

Alessandro Berselli, con L’occupazione, pubblicato da Elliot, torna a esplorare quelle zone fragili, incandescenti e contraddittorie dell’essere umano che attraversano da sempre la sua narrativa. Ambientato nel maggio del 1978, il romanzo si muove tra contestazioni studentesche, tensioni ideologiche e desiderio di cambiamento, sullo sfondo di uno dei momenti più drammatici della storia italiana recente: i giorni del caso Moro.

Matteo e Zoe sono adolescenti politicamente impegnati, accomunati dalla stessa educazione sentimentale e culturale, dalle stesse passioni musicali e da un legame sospeso tra amicizia, attrazione e bisogno reciproco di riconoscersi. Frequentano il liceo scientifico Schopenhauer – in una città che richiama chiaramente Bologna pur senza mai nominarla esplicitamente – occupato dai collettivi di sinistra proprio nelle ore che precedono il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Quello che dovrebbe essere uno spazio di confronto e partecipazione si trasforma però rapidamente in un ambiente attraversato da rivalità, tensioni interne, paure e conflitti sempre più difficili da contenere.

Il contesto storico viene utilizzato con grande efficacia, evitando sia la nostalgia, sia la semplice ricostruzione d’epoca. La grande Storia entra continuamente nelle vite private dei protagonisti e altera ogni equilibrio. La morte di Moro e quella di una ragazza durante i giorni dell’occupazione segnano infatti uno spartiacque drammatico, facendo precipitare il romanzo in un clima sempre più cupo e disilluso. La politica, qui, non è mai teoria astratta: invade i rapporti umani, modifica le emozioni, esaspera le fragilità e mette continuamente alla prova identità ancora instabili.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dei personaggi. Matteo non viene mai trasformato in un simbolo generazionale artificiale: è un ragazzo che desidera lasciare un segno, essere riconosciuto, sentirsi importante. La paura di una vita mediocre e anonima attraversa costantemente i suoi pensieri. Vuole cambiare il mondo, ma desidera anche essere visto e amato. Nel rapporto con Zoe convivono idealizzazione, desiderio, vulnerabilità e competizione emotiva, restituendo con autenticità l’intensità assoluta tipica dell’adolescenza.

Significativa anche la figura di Igor, ex militante di Lotta Continua e presenza carismatica durante l’occupazione. Attraverso di lui il romanzo mostra quanto il fascino della leadership politica possa facilmente trasformarsi in seduzione personale, soprattutto in un’età in cui tutto viene vissuto in maniera radicale e totalizzante.

L’autore ricostruisce il clima culturale della fine degli anni Settanta attraverso riferimenti musicali, cinematografici e letterari che non diventano mai semplici elementi decorativi o nostalgici. La musica accompagna costantemente gli stati emotivi dei personaggi: David Bowie, Iggy Pop con Lust for Life, i Jefferson Airplane, Patti Smith, i Ramones, Lou Reed, i Talking Heads, Francesco Guccini e Bruce Springsteen diventano parte integrante del romanzo e del suo immaginario generazionale. Nel testo compare anche Father and Son di Cat Stevens, evocata come simbolo del conflitto tra generazioni e del desiderio di cambiamento.

Lo stile è diretto, asciutto, molto visivo. La scrittura evita il tono ideologico o pedagogico e lascia che siano soprattutto i fatti, le relazioni e le conseguenze delle azioni a parlare. L’occupazione osserva senza semplificare e restituisce con lucidità il clima di una stagione storica attraversata da entusiasmo, rabbia, desiderio di appartenenza e progressiva perdita delle illusioni.

Ed è forse proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più autentico: nella scelta di raccontare l’adolescenza come esperienza universale. Cambiano le epoche, i linguaggi e i riferimenti culturali, ma restano identici il bisogno di sentirsi importanti, il desiderio di essere amati, la paura di non lasciare traccia e l’illusione di poter cambiare il mondo vivendo tutto per la prima volta.

Quello che resta alla fine della lettura è soprattutto il senso di una frattura. Ragazzi convinti di poter costruire qualcosa di nuovo si ritrovano lentamente schiacciati da una realtà molto più dura delle loro aspettative. Ed è proprio questa collisione tra sogno politico, desiderio personale e violenza della Storia a rendere L’occupazione un romanzo intenso, amaro e profondamente umano.

Alessandro Berselli, nato nel 1965 a Bologna, è scrittore e docente di tecniche della narrazione sin dagli anni Novanta. Tra i suoi ultimi romanzi ricordiamo Le siamesi (Elliot, 2017), La dottrina del male (Elliot, 2019), Il liceo (Elliot, 2021, vincitore del Premio Giallo Garda) e Gli eversivi (Nero Rizzoli, 2023).Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Valentina Cela, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: Generose anime di eroi di Gianni Riotta (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

1 Maggio 2026

Il titolo rimanda a eroi ancestrali, le loro anime appuntite con la selce del loro sudore di sapiens. Poi Ulisse scoprì l’inganno, e tutti lo seguirono per accecare i propri Polifemi, disseminati nei campi dell’odio di classe, di razza, di genere, nel veleno col quale si annacqua la famiglia cristiana. Il libro parla di indagini (ispettore  Dallera e detective Ernst), morti tatuati, gladiatori, streghe idolatrate (shadowMum): << Il vuoto dentro di noi è peggiore della paura intorno a noi, ecco la verità che non vogliamo ascoltare>>… Ricorda San Paolo: il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina arriverà quando le persone, per “prurito di udire” (cioè per capriccio o desiderio di novità), rifiuteranno la verità per seguire maestri che assecondano i loro desideri.

Poi ci sono Acheng, innamorato e vergine, e Meredith De Lattre, spia per azzeramento sentimentale. Il padre, troppo duro, è ambasciatore chiave nelle episodi del plot, forse per sopperire alla mancanza di una figura di spicco nella vicenda di una giovane donna sola ma non solitaria. Le fanno compagnia i sogni e molto lavoro rischioso, quel tanto che basta per scansare rimpianti, e dolore per la separazione dal marito infedele. Il romanzo segue un percorso pittorico, mi ricorda un dipinto con horror vacui  dove tutto è riempito fino all’ultimo spazio vuoto della tela. Potrei intitolare questo articolo: 

“L’ultima stagione del giorno”, perché questo thriller ispira pensieri odierni e apocalittici.

E’ tutto un pullulare di  mondi sotterranei, senza connotati geografici permanenti.Un libro che parla di una ricerca disperata, di un desiderio di Redenzione, spinto fino alla maniacalità delle intercalazioni. Intessuto di ispirazioni bibliche, citazioni filosofiche, letterarie, di informatica, di cyber-society. Sembra ispirarsi, in alcuni frangenti, al salmista:  

<<Lo stolto pensa:”Dio non c’è”.

Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. …

Sono tutti traviati….>>

E poi : “Per essi non c’è conversione e non temono Dio. Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici, ha violato la sua alleanza. Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”.

Le pagine sono fitte di azioni e combinazioni; una di queste scene, con Acheng,  Meredith e altri personaggi, mi ha fatto pensare al cartone animato Scooby-Doo, laddove quattro  ragazzi e il loro cane alano girano il mondo in un furgone  chiamato  “Mystery Machine” per risolvere misteri che solitamente comprendono storie di fantasmi e altre entità soprannaturali. Al termine di ciascun episodio si scopre che queste forze hanno una spiegazione razionale e in genere si tratta di malintenzionati che cercano di spaventare e allontanare la gente per commettere crimini indisturbati. Nel thriller, i malintenzionati non solo spaventano ma minacciano, pervertono e uccidono.

Fanno da sfondo i punti caldi del pianeta, quelli dove la guerra attraversa le rotaie della realtà per scomparire dietro la tenda dell’incomprensibile. C’è persino la Roma felliniana di vicoli, ristoranti, amanti, cicisbei..e figure subdole che cercano di emergere dalla nullità ingolfandosi nel bitume del raschiamento sociale.

 La prima presidente donna deve  vedersela con il caso di cadaveri, per lo più  giovani uomini, spesso con segni di torture, abbandonati intorno ad ambasciate e altre sedi istituzionali, perfetto caso di guerra ibrida digitale.

Siamo passati così dallo “Stato minimo” (vedi l’economista del secolo scorso Friedrich August von Hayek), allo “Stato minato” del globo attuale.

-<<Meredith, sai cosa accadrebbe in America se terroristi, o mercenari di una potenza estera, si impadronissero di un ordigno nucleare o rapissero la presidente?>>.

-<<Paura, papà, città evacuate, forze armate mobilitate, voli interrotti, web censurato da NSA, Congresso e Corte Suprema nei bunker clandestini, magari Yukka, in Nevada, dove un tempo nascondevano le scorie radioattive.>>

<<No, Meredith. Dopo più di duecento anni,dal 1776, per imperfetta che sia stata, finirebbe la nostra democrazia.>>

Il primo presidente donna nel romanzo però ha una doppia croce .. la figlia rapita e la paura per la Nazione.

Aggiungerei una terza croce per lei, la figlia Aisley,  First Daughter della prima presidente donna, ha rapporti intimi con il suo ragazzo non fisso, anche se poi,  i rapitori che la tengono in ostaggio affermano che la ragazza è vergine e che la stupreranno se la madre non farà ciò che essi desiderano. Qui si aprirebbe un capitolo a parte sul tema della verginità. La perdita di fede nelle famiglie, la non fiducia nella religione cattolica cristiana, ha fatto sprofondare ai minimi termini i precetti del Signore camuffandoli per cose vecchie, datate, non più proponibili. Vediamo questa fiumana di fanciulli che come nel sogno di San Giovanni Bosco sventolano fieri il proprio fazzoletto:

<<Io pure mi avvicinai – dice Don Bosco –  a quella Signora e udii che, nell’atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: – Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l’avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra>>. Il fazzoletto della Santa Vergine Maria è la Purezza; molti si staranno contorcendo, ma forse uccidiamo i bambini con gli aborti perché non siamo più capaci di sostenerla o riconoscerla. E con questo vi auguro un lieto mese della nostra Mamma del Cielo.