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:: Il pianto dell’alba: Ultima ombra per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2019) a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2020

E così la saga del commissario Ricciardi è giunta al termine, Il pianto dell’alba: Ultima ombra per il commissario Ricciardi chiude un ciclo che ha segnato davvero il panorama letterario italiano di questi anni. Forse un po’ più opaco dei precedenti, anche se conserva lo spirito che ha animato la serie, Il pianto dell’alba come tutti gli addii (forse ci saranno ancora dei racconti con Ricciardi protagonista, ma prendete l’informazione con le pinze) lascia un velo di malinconia e un senso di perdita, anche se ricordiamolo l’intera saga ha componenti noir che giustificano il tragico e inatteso finale, che non anticipo ma rattristerà sicuramente molti lettori. È un finale inatteso, io avevo immaginato tutto ma non questo, tuttavia riflettendo non da lettore ma da scrittore è l’unico finale credibile, adatto all’economia della storia. La trama poliziesca di quest’ultimo episodio è forse un po’ debole, l’intuizione di Modo un po’ repentina (non sarà Ricciardi ad averla) pur tuttavia si colloca nel filone del noir storico. De Giovanni ha avuto il pregio di arricchire con un linguaggio letterario e poetico un genere di solito caratterizzato da una lingua scarna, essenziale, veloce. In tutta sincerità credo che non sia il personaggio ad avere stancato l’autore, ma più che altro il periodo storico che sarebbe succeduto, così drammatico da mettere da parte le storie minime di cui de Giovanni si occupa. Le fasi più drammatiche del fascismo, la guerra, la fine di un’epoca non erano più uno scenario adatto a un barone all’antica che vede i morti. Ricciardi poi ammettiamolo era un personaggio invadente se non ingombrante, intendo per uno scrittore, anche faticoso psicologicamente da gestire. Ora l’autore è più orientato a scrivere storie contemporanee, e ben venga, la parentesi che si è chiusa però non sarà dimenticata, e bene o male potremo rileggere i passati episodi anche fra vent’anni, senza che perdano di freschezza. Arrivederci Ricciardi speriamo di rincontrarti.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo e Il pianto dell’alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto e Nozze, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato Troppo freddo per Settembre (2020). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: acquisto del recensore.

:: Poesie giovanili di Paolo Volponi (Einaudi, 2020) a cura di Nicola Vacca

14 ottobre 2020

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Paolo Volponi è stato anche poeta, e che poeta. Indimenticabili i suoi tre libri di poesia: Il ramarro (1948), L’antica moneta (1955) e Le porte dell’Appennino (1960, premio Viareggio).
Volponi ha esordito in letteratura come poeta e nella sua esistenza, anche quando è diventato uno scrittore affermato, non ha mai smesso di lavorare ai suoi versi.
Il giovane poeta Volponi, allegorico e controcorrente, si muove inizialmente nella tradizione lirica, usa il verso breve e sembra influenzato da Ungaretti.
Poi c’è la seconda fase in cui lo scrittore si distanzia dalla vocazione degli esordi.
Qualche anno fa, in un cassetto della casa urbinate dello scrittore, sono stati trovati alcuni fascicoli: fogli manoscritti e dattiloscritti, autografi, appunti e frammenti.
Tra questo materiale prezioso c’erano anche poesie inedite che risalgono alla seconda metà degli anni Quaranta, alle soglie del Ramarro, e arrivano fino ai primi anni Cinquanta, quando Volponi sta scrivendo L’antica moneta.
Adesso quel materiale è stato raccolto e pubblicato per la prima volta nella collana bianca di Einaudi con il titolo Poesie giovanili (a cura di Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli).
Nel Volponi giovane poeta si incontra un’immediatezza matura, un verso scarno e pungente che sa essere di carne e immanente.
Paolo Volponi fa sanguinare le parole, scrive versi per cogliere la parola nel suo stato di crisi. Il poeta è vicino in questo periodo alla lezione Ungarettiano de L’Allegria.
Le parole sono schegge, i versi arrivano alla coscienza dei lettori come siluri che cercano la deflagrazione.
La parola di Paolo Volponi nella prima fase della sua poesia è forte, la sua scrittura non cerca mai mediazioni, colpisce e affonda con una carnalità che si avvicina al vero delle cose.

«Volevi ingannarmi. / Stringevi / le cosce, / e smaniavi / per la tua verginità. / T’ho tirata giù / dal letto / per i capelli, /nuda sul pavimento. / Mi sono rivestito /Senza più guardarti».

Il giovane Paolo Volponi è un poeta autentico, un lirico diretto che ha tra le mani una parola sempre pronta a esplodere.
Ha ragione Salvatore Ritrovato, alla fine della sua nota introduttiva quando scrive che i versi raccolti in questo volume ci mostrano un Volponi che cerca fisicamente il suo lettore per metterlo di fronte a una poesia che ha più certezze.
Questa percorsa dal giovane Volponi, oggi che si leggono troppi poeti che mostrano una sicurezza granitica e hanno la presunzione di avere la verità in tasca, è la strada maestra per riportare la poesia nella sua casa.

Paolo Volponi è nato a Urbino il 6 febbraio 1924. A ventiquattro anni, laureato in legge, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Il ramarro. Nel 1950 inizia il suo rapporto di lavoro con la Olivetti, via via più impegnativo fino ai massimi livelli dirigenziali, che si chiuderà soltanto agli albori degli anni Settanta. Nella primavera del ’54 prende avvio l’amicizia con Pier Paolo Pasolini, da cui riceverà uno stimolo decisivo in direzione del romanzo. Nel ’72 viene chiamato a Torino da Umberto Agnelli per uno studio sui rapporti fra città e fabbrica, e prende il via la sua collaborazione con la Fiat. Nell’83 viene eletto al Senato nel collegio della sua città: il suo impegno parlamentare si interromperà solo nel 1993, per ragioni di salute. Volponi muore il 23 agosto dell’anno successivo.
Einaudi ha pubblicato Corporale, La macchina mondiale (Premio Strega 1965), Poesie e poemetti 1946-66, Il lanciatore di giavellotto, Il sipario ducale, Con testo a fronte. Poesie e poemetti (Premio Mondello 1986) e inoltre, negli «Einaudi Tascabili»: Memoriale, Il pianeta irritabile, Le mosche del capitale, La strada per Roma (Premio Strega 1991) e Poesie. 1946 – 1994 (2001). Nella «Nue» sono stati pubblicati Romanzi e prose I (2002), Romanzi e prose II (2002) e Romanzi e prose III (2003); nelle «Letture», I racconti (2017) e, nella «Collezione di poesia», Poesie govanili (2020).

Source: inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

Le confessioni di Frannie Langton di Sara Collins (Einaudi, 2020) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2020

978880624327GRALa Londra del 1826, poco prima che inizi la lunga era vittoriana rimane sconvolta da un fatto di sangue di inaudita violenza: Frannie Langton, cameriera mulatta ex schiava ha ucciso i suoi padroni, Mr e Mrs Benham, esponenti dell’alta società, e ora si trova sotto processo all’Old Bailey, il tribunale della capitale britannica, dove rischia la condanna a morte, anche e soprattutto per la sua doppia condizione di paria, essere di colore e essere donna.
Inizia così una vicenda che si snoda tra le testimonianze di chi ha conosciuto Frannie e i suoi datori di lavoro e la voce della stessa Frannie, che racconta la sua breve vita, da quando nacque schiava in una piantagione, potendo però imparare a leggere, a quando fu liberata ed arrivò a lavorare a Londra, conoscendo nuove realtà, anche grazie a Mrs Benham, un’amica e non solo per lei, sua confidente in un mondo in cui a entrambe, in quanto donne, è stato negato tutto.
La Londra dell’Ottocento non è una novità nei libri, anche se di solito viene raccontata quella della regina Vittoria, e non quella dei primi decenni, dove erano già in corso cambiamenti e disagi, divisa tra modernità, con studi scientifici anche discutibili, e tradizione. In particolare si stava costruendo un volto nuovo di città con gente anche di altre etnie, e l’autrice racconta in queste pagine il tema dello schiavismo e delle persone di colore in un’altra parte del mondo anziché i soliti Stati Uniti del Sud, non meno però problematica e razzista.
Un romanzo quindi ricco di spunti, compresa la condizione della donna, problematica, sia se si è una signora inglese imprigionata in un matrimonio infelice e nella dipendenza del laudano, problema sociale di cui oggi non si parla più ma paragonabile alle moderne tossicodipendenze, sia se si è una ragazza di colore liberata dalla condizione di schiava ma in realtà sempre serva di un mondo spietato, con altri tipi di catene.
Le confessioni di Frannie Langton è un romanzo che nasce come omaggio alla narrativa gotica, con spunti thriller nella ricerca di una verità scomoda, ma con forti connotazioni sociali e storiche, per restituire un’epoca sempre affascinante anche se inquietante, con argomenti appunto oggi di grande attualità come la condizione delle persone di colore e il ruolo delle donne nella società, due esempi di discriminazione e isolamento.
Un romanzo di esordio potente, vincitore di vari premi, che si legge come un noir e che fa pensare ad ogni pagina, per capire come certi problemi nascano da molto lontano, e come la voce di Frannie, eroina che adora leggere le avventure di Moll Flanders, protagonista tragica per antonomasia della letteratura inglese, sia moderna e vibrante a raccontare un’odissea in una vita che, in certi parti del mondo, può ancora ripetersi in maniera simile.

Sara Collins ha studiato legge alla London School of Economics e ha lavorato come avvocato per diciassette anni. Nel 2014 ha frequentato il Creative Writing Masters presso la Cambridge University, dove nel 2015 ha vinto il Michael Holroyd Prize for Recreative Writing ed è stata candidata al Lucy Cavendish Prize con un libro ispirato al suo amore per la letteratura gotica. Il romanzo premiato è diventato Le confessioni di Frannie Langton.

Federica Oddera, figlia d’arte (il padre era il celebre traduttore Bruno Oddera), ha insegnato italiano all’Istituto Italiano di cultura di Nuova Delhi, all’Università Islamica di Nuova Delhi e all’Università di Teheran. Tra i principali autori da lei tradotti vi sono R. K. Narayan, Chitra Banerjee Divakaruni, Arundhati Roy, Pankaj Mishra, Jhumpa Lahiri, Lisa See, Nicole Krauss, John Updike, Arthur Miller, Paul Auster, Nuala O’Faolain, Simon Winchester.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea (Einaudi, 2020) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2020

978880624527HIGIl thriller è stato definito da un’esperta come Alicia Gimenez Bartlett come il genere che meglio racconta la società di oggi con tutte le sue contraddizioni, e si ricevono in continuazione conferme di questo, come capita nelle pagine della nuova fatica di Luca D’Andrea, già apparsa a puntate su La Repubblica la scorsa estate.
Ci ritroviamo in Alto Adige, luogo dove l’autore ha già ambientato le sue storie e che conosce bene perché ci vive, dove si incontrano una natura ancora selvaggia, interessi vari leciti e illeciti, abitanti e turismo, in un mix che spesso crea problemi. Su quei monti vive Dora Holler, tredici anni, che da qualche tempo ha abbracciato le idee ecologiste, prendendo come modelli Greta Thunberg ma soprattutto Diane Fossey. I suoi interessi e le sue battaglie però spesso non  vengono capite, a scuola, dove è vista come stramba, ma anche in casa, e dopo un litigio con suo padre per una questione per lei importante, la ragazzina scappa di casa.
Il suo scopo è salvare il nido di una lince, tutto è stato pianificato, ma non è sola, con lei c’è Gert, un attivista che condivide i suoi interessi e le sue passioni, conosciuto on line, e che crede essere suo coetaneo. Purtroppo Gert le ha mentito, non tanto sul suo impegno ambientalista, che c’è, ma sulla sua età, molto più adulta del previsto, e su altre cose sue non proprio raccomandabili, come un omicidio che ha commesso. La fuga dei due, dove Dora capisce presto di essere in pericolo, diventa un incubo, parte di un disegno criminale con dietro persone senza scrupoli, ben peggiori di Gert, che cercano giovanissime per scopi ignobili.
Dietro a Dora si lanciano volontari armati, spesso teste calde, mentre sono in gioco vari interessi, ma per salvarla ci vuole qualcuno che ha già conosciuto orrori simili, il capitano Viktor Martini, che a Roma, in un’altra vita, ha catturato lo Squartatore del Testaccio, un fatto che l’ha cambiato per sempre.
Un thriller teso, dove le montagne dell’Alto Adige sono ancora più inquietanti dei bassifondi delle città, con un’alternanza di punti di vista tra Dora, un personaggio interessante e insolito, e soprattutto molto attuale come modello per i giovanissimi di oggi, Martini e i suoi che le danno la caccia, il passato del poliziotto con la sua prima famosa caccia all’uomo, e chi minaccia la ragazzina, emblema delle varie forme di male che ci sono oggi, mai inventate e tristemente reali.
L’animale più pericoloso è ovviamente l’uomo (e anche certe donne non scherzano, come si scopre nel libro), in una storia in cui le tematiche ecologiste non sono comunque strumentalizzate e cavalcate, e dove si compie un viaggio negli abissi dell’animo umano, ma anche in quello che può salvare i propri simili e tutto il resto del mondo, in quello che può e deve essere salvato e valorizzato.

Luca D’Andrea è nato a Bolzano, dove lavora come insegnate precario d’italiano nella scuola media. Per Einaudi ha pubblicato nel 2016 La sostanza del male, il suo primo thriller, che diventerà una serie Tv internazionale, e nel 2017 Lissy. Nel 2019 esce Il respiro del sangue (Einaudi), che precede l’ultimo suo lavoro, L’animale più pericoloso.

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche del circuito SBAM.

:: Il figlio di Philipp Meyer (Einaudi, 2014) a cura di Eva Dei

13 maggio 2020

Il figlioQuando erano arrivati gli spagnoli, lì c’erano i Suma, i Jumano, i Manso, i La Junta, i Concho e i Chiso e i Toboso, gli Ocana e i Cacaxtle, i Couahuilatechi, i Comecrudo…ma nessuno sapeva se avessero spazzato via i Mogollon o discendessero da loro. Vennero tutti spazzati via dagli Apache. Che a loro volta vennero spazzati via, perlomeno in Texas, dai Comanche. Che alla fine vennero spazzati via dagli americani.
Un uomo, una vita: era quasi inutile parlarne. I visigoti avevano distrutto i romani, ed erano stati distrutti dai musulmani. Che erano stati distrutti dagli spagnoli e dai portoghesi. Non serviva Hitler per capire che non era una bella storia. Eppure lei era lì. Respirava, faceva quei pensieri. Il sangue che scorreva nella storia poteva riempire tutti i fiumi e gli oceani, ma nonostante quell’ecatombe, tu eri lì.

Texas, dal 1832 fino agli anni 80 del Novecento. La storia di questa parte d’America si dipana nel secondo libro di Philipp Meyer, Il figlio, attraverso la voce di tre membri della stessa famiglia, i McCullough.
Il capostipite Eli ora è un centenario, conosciuto e rispettato da tutti, soprannominato “il Colonnello”. Quest’uomo è stato il vero motore della fortuna della famiglia. Sempre capace di adattarsi, di seguire i cambiamenti dati dal tempo, ma anche dalla natura stessa. Una volta che il verde e rigoglioso Texas si è trasformato in una terra brulla e arida, non ha dubitato nemmeno un secondo su quanto fosse necessario investire nell’oro nero, il petrolio, invece che portare avanti il tradizionale allevamento di bestiame. Concreto, capace, senza dubbio spietato, probabilmente nessuno conosce il suo passato, che se sovrappone a quello di un giovane guerriero Comanche di nome Tiehteti.
Senza dubbio molto diverso è suo figlio Peter, un uomo di buon cuore, che per primo si interroga su quanto la “legge del più forte” che ha sempre governato quella terra sia giusta. Peter è un uomo sensibile, diviso tra l’appartenenza alla sua famiglia e tra i valori di amicizia e giustizia fortemente radicati nella sua morale.

Sono esule in casa mia, fra i miei parenti, forse anche nel mio paese.

Depositaria della storia della sua famiglia, colei che forse più di tutte ne porta il peso è la pronipote di Eli, Jeanne Anne. Donna in una famiglia patriarcale, donna in una terra che ha attribuito a questa figura solo il ruolo di moglie e madre, Jeanne Anne deve farsi valere, dimostrarsi all’altezza dell’eredità di famiglia e delle scelte che comporta tenerne vivo il prestigio e la ricchezza.
Suo padre non l’aveva mai considerata all’altezza, ma di fatto Jeanne sacrificherà una parte importante della sua vita, quella degli affetti, per rivendicare il suo posto:

Non riusciva proprio a capirla la gente. Gli uomini, con cui aveva tutto in comune, non la volevano tra i piedi. Le donne, con cui non aveva niente in comune, sorridevano troppo, ridevano troppo forte, e in genere le ricordavano i cagnolini, la vita persa dietro l’arredamento e il modo di vestire delle altre. Non c’era mai stato posto per una come lei.

Solo in punto di morte Jeanne Anne capirà se il suo sacrificio è servito a qualcosa.
Nel finale infatti Philipp Meyer tira le fila della storia dei McCullough, riunisce le tre voci narranti in un disegno che non ricostruisce soltanto la loro storia, ma quella del Texas intero. Quella che emerge è la storia di una terra fertile diventata arida perché abusata, governata dalla legge del più forte, che nasconde dietro di sé non solo soprusi e indicibili sofferenze, ma soprattutto grandi contraddizioni. Il confine tra usurpati e usurpatori è in costante mutamento, la terra del Texas è bagnata dal sangue di coloro che urlavano vendetta, prima vinti e poi vincitori, in un circolo vizioso che non sembra mai arrestarsi.
Meyer si rivela sicuramente un abile narratore, capace non solo di alternare e concatenare tre voci diverse e i conseguenti piani temporali sfalsati, ma anche tre diverse tecniche narrative. Per Eli sceglie la prima persona, per Peter il racconto diaristico mentre per Jeanne Anne la terza persona. La lettura non risulta rallentata, inoltre nella tipologia narrativa si rispecchia anche la personalità del personaggio: l’assertività della prima persona riflette tutta la forza e la capacità di imporsi del Colonnello, l’intimità del diario restituisce la sensibilità e la capacità introspettiva di Peter, mentre la narrazione esterna di Jeanne Anne rappresenta l’oggettività dei fatti, privata di qualsiasi sentimentalismo.
Il figlio è al contempo ricostruzione storica minuziosa e spietata di più di cento anni di storia americana, ma anche avvincente saga familiare. Eli, Peter e Jeanne Anne sono personaggi in cui il lettore può riconoscersi o per i quali può provare repulsione, ma che difficilmente una volta conclusa la lettura potrà dimenticare.

Philipp Meyer è cresciuto a Baltimora, Maryland. Ha lasciato il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale. I suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «Esquire», «McSweeney’s», «Salon» e l’«Iowa Review». Ruggine americana (Einaudi 2010 e 2014) è stato nominato Miglior libro del 2009 da «The New York Times», dal «Los Angeles Times» e dall’«Economist» ed è stato inserito nella Newsweek’s list of «Best Books Ever», Amazon Top 100 Books of 2009, Washington Post Top 10 Books of 2009. Philipp Meyer è stato selezionato da «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni.

Source: libro del recensore.

L’architettrice di Melania G. Mazzucco (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

27 aprile 2020

_architettrice-1571952330Melania G. Mazzucco torna al romanzo storico e alle vicende legate all’arte con L’architettrice, storia della prima donna architetto della Storia: mentre di donne pittrici si è parlato e si continua a parlare diffusamente, di architette o architettrici no, e il libro è dedicato a sua madre, che ancora negli anni Cinquanta lasciò la facoltà di architettura perché era ritenuta poco femminile.
Il libro ci porta nella Roma del Seicento, per raccontare la vicenda poco nota di Plautilla Briccio, una figura rimasta perduta nei meandri del tempo, artista, pittrice e anche progettista di una villa sui colli. Tutto parte quando Giovanni Briccio, materassaio, pittore, musicista, attore e poeta, porta nel 1624 la sua figlia bambina Plautilla, che porta il nome della santa che soccorse san Paolo sulla strada del martirio, a vedere sulla spiaggia di Santa Severa una balena, un qualcosa che affascina la piccola spingendola a voler studiare cose nuove e a non accontentarsi di un destino prestabilito.
La ragazzina cresce in una Roma ricca di cantieri ma povera di risorse, in condizioni oggi inenarrabili come salute, igiene e degrado, ma nello stesso tempo da quel giorno lì sviluppa interesse per qualcosa al di sopra della sua condizione, per trovare un suo posto in un mondo che è spietato con i poveri, soprattutto poi se donne.
Plautilla vive in una Roma dominata da Bernini e Pietro da Cortona, pian piano affina il suo lavoro e la sua sensibilità artistica, rinunciando al percorso tradizionale delle donne, il matrimonio e la maternità, che è fatale per la sua amata sorella. Ad un certo punto incontra Elpidio Benedetti, un aspirante scrittore che è stato scelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino e grazie a lui vede aprirsi nuovi orizzonti, maggiori di quelli che aveva conosciuto il suo poliedrico ma sfortunato padre, progettando e costruendo una originale villa di delizie sopra Roma.
Il romanzo segue la vita di Plautilla in tutta la sua vita, grazie ad una ricostruzione minuziosa fatta dell’autrice, alla ricerca anche delle sue opere artistiche, con immagini fuori e dentro il testo che finalmente rendono onore al suo lavoro. In mezzo ci sono degli intermezzi nella villa costruita da Plautilla durante l’assedio di Roma nel 1849, quando il ricordo di lei, custodito su una targa, venne fuori.
L’architettrice racconta una storia artistica al femminile poco nota, mettendola dentro un’epoca fastosa, corrotta, spietata, inquietante, e appassionando ad ogni pagina, con uno stile evocativo, mai banale e pronto a rendere vivo un mondo remoto ma di cui ancora oggi a Roma ci sono i fasti. Un libro da leggere per chi ha a cuore l’apporto delle donne nelle arti, anche e soprattutto quello meno noto, ma anche per chi ama la Roma di oggi, dove si gira ancora nei vicoli e sotto i palazzi in cui Plautilla visse la sua silenziosa ma non certo da dimenticare vita.

Melania G. Mazzucco è autrice di Il bacio della Medusa (1996), La camera di Baltus (1998), Lei cosí amata (2000, sulla scrittrice Annemarie Schwarzenbach, Vita (2003, Premio Strega), Un giorno perfetto (2005), da cui Ferzan Ozpetek trae l’omonimo film. Al pittore veneziano Tintoretto dedica il romanzo La lunga attesa dell’angelo (2008, Premio Bagutta), la monumentale biografia Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana (2009, Premio Comisso) e il docufilm Tintoretto. Un ribelle a Venezia (2019), da lei ideato e scritto per Sky Arte, distribuito in tutto il mondo. Nel gennaio 2011 riceve il Premio letterario Viareggio – Tobino come Autore dell’Anno. Per Einaudi ha inoltre pubblicato: Limbo (2012, Premio Bottari Lattes Grinzane, Premio Elsa Morante, Premio Giacomo Matteotti); Il bassotto e la Regina (2012, Premio Frignano Ragazzi 2013); Sei come sei (2013); Il museo del mondo (2014), in cui racconta 52 capolavori dell’arte; Io sono con te (2016, Libro dell’anno di Fahrenheit, Radio 3) e L’architettrice (2019). Ha scritto per il cinema, il teatro e la radio e collabora con la Repubblica.

Provenienza: libro preso in prestito presso le Biblioteche civiche torinesi.

:: Nota di lettura: María di Nadia Fusini, (Editore Einaudi 2019) a cura di Lidia Popolano

26 marzo 2020

978880624148HIGUna storia in apparenza come tante, quasi scontata. Una storia di violenza che raggiunge però un epilogo inatteso e non funzionale alla trama classica di una storia del genere, ma semmai alla comprensione profonda dei protagonisti.

Due uomini e due donne legati a una vicenda in apparenza di banale cronaca nera, che si svolge in un’isola non identificata chiaramente, ma che ricorda le atmosfere che si possono assaporare nelle Egadi. Due di loro: la coppia abusatore/vittima. Gli altri due: gli investigatori del crimine. Una storia raccontata con pochi accadimenti e molti pensieri e ipotesi.

I caratteri, ben delineati: all’inizio, soprattutto quelli della coppia abusatore/vittima, poi anche quelli degli investigatori. Una scelta spiazzante, questa, che Nadia Fusini realizza proprio nel finale del libro, quando tutto ormai sembra definito e invece c’è ancora spazio per illuminare due vite solitarie e “altre” che si riconoscono senza invadersi reciprocamente.

Non c’è un vero e proprio finale, ma il valore aggiunto del romanzo è proprio l’assenza dei fin troppo scontati “titoli di coda”. Una decisione sapiente che lascia il gusto amaro e dolce della realtà, fatto di disillusione e di speranza: vita vera.

La fabbrica delle bambole di Elizabeth Macneal (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2020

fabbricaL’Inghilterra vittoriana è ancora oggi un periodo storico amato e emblematico, un mondo non certo invidiabile, ma dove è nata la società come la conosciamo oggi, a cominciare dalla moderna industria letteraria, ed è per questo che ogni romanzo ambientato in quell’epoca colpisce e affascina e non ci si stanca mai di visitare quel tempo e quel luogo.
Iris Whittle, una spalla gobba e una sorella gemella, Rose, sfigurata dal vaiolo e che la odia senza motivo, lavora nell’emporio di bambole di Mrs Salter, dove dipinge ogni giorno volti di porcellana, ma ha altre aspirazioni, e di notte scende in cantina e dipinge, sperando un giorno di cambiare vita e magari mettere a frutto il suo vero talento, come ha fatto Lizzie Siddal, pittrice e modella di John Everett Millais e Dante Gabriele Rossetti.
Un giorno Louis Frost, un pittore della cerchia dei preraffaelliti inventato ad uso e consumo del libro ma ispirato a personaggi veramente esistiti, le propone di posare per lui in cambio di lezioni di pittura e Iris molla tutto, pur suscitando riprovazioni nella sua famiglia e presso la sua datrice di lavoro.
Iris non sa di aver suscitato un altro tipo di attenzioni, quelle di Silas Reed, tassidermista che paga a caro prezzo animali morti e che è ossessionato da lei, e sogna di averla in un suo paradiso malato tutta per sé, a qualsiasi costo. Su Iris veglia il generoso monello di strada Albie, che ha capito i rischi che corre e deve già occuparsi della sorella prostituta.
Sulla falsariga de Il petalo cremisi e il bianco di Michael Faber, di cui condivide il linguaggio realistico e la visione non certo idealizzante di un’epoca comunque interessante  ma tutto tranne che perfetta, ricca di lati oscuri e perversioni, La fabbrica delle bambole alterna romanzo storico, romanzo di formazione al femminile (e anche femminista) e thriller, affascinando con un intreccio serrato, in cui rivive un’epoca con tutte le sue contraddizioni e non solo.
Iris è un’eroina moderna in abiti ottocenteschi, una ragazza che sogna l’arte, una ribelle che porta avanti un progetto di vita tra spregio delle convenzioni e pericoli, a ricordare che certi problemi, come gli stalker, non sono certo un’invenzione di oggi. Gli altri personaggi ruotano intorno a lei, costruendo un affresco vivo e a tratti crudo, di una Londra tentacolare e ricca di spunti, con un occhio di riguardo per l’arte, incentrata sui preraffaelliti, che in questi ultimi anni sono diventati molto popolari anche qui in Italia, grazie a due mostre, una a Torino e una a Milano.
La fabbrica delle bambole è un romanzo per chiunque sia affascinato dall’Ottocento inglese, un’epoca emblematica e ricca sempre di spunti, ma anche un modo per scoprire il fascino con occhi moderni di una storia intrigante.

Elizabeth Macneal è nata a Edimburgo e vive a Londra. È scrittrice e ceramista. Ha studiato Letteratura inglese alla Oxford University e si è specializzata alla University of East Anglia. La fabbrica delle bambole, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Caledonia Novel Award 2018, è stato inserito nella top ten del «Sunday Times» ed è stato venduto in trenta Paesi.

Provenienza: libro del recensore.

Il silenzio delle ragazze di Pat Barker (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

4 dicembre 2019

978880624102HIGL’antichità classica, con in particolare la guerra di Troia, scontro di civiltà e per il dominio tra Grecia e Medio Oriente, oltre che annientamento di un mondo, continua ad ispirare la letteratura contemporanea, con storie che spesso hanno esaltato il lato fantastico.
Il silenzio delle ragazze di Pat Barker, studiosa della guerra dal punto di vista sociale e antropologico, soprattutto dei suoi effetti sulla popolazione civile, invece affronta l’argomento da un punto di vista storico, raccontando la storia di una figura rimasta per secoli sullo sfondo delle vicende narrate nell’Iliade: la schiava Briseide. Non mancano riferimenti alla presenza degli dei, ma sono pochi e non determinanti nella trama.
Briseide faceva parte della famiglia reale di Lirnesso, una delle città fedeli a Troia, e quando la sua terra viene espugnata dagli Achei viene catturata con le altre donne e bambine, assistendo prima all’omicidio degli uomini della sua famiglia e di tutti gli uomini, bambini compresi, anche nel ventre delle mamme, e al suicidio della cugina Arianna.
Briseide diventa un trofeo per Achille, la sua concubina, schiava, infermiera, sempre a sua disposizione, ma non dimentica e assiste agli splendori ma anche alle miserie di un eroe che ha scelto fama perpetua ma vita breve anziché di vivere una vita lunga e oscura.
Briseide non è sola, ci sono le sue concittadine, ma anche donne di altre città, e con le altre donne assiste alle varie fasi della guerra di Troia, alla morte di Patroclo, al massacro di Ettore da parte di Achille, alla visita di Priamo, alla capitolazione della città e ad altri eventi meno noti che rivivono tramite le sue parole.
Una vita di privazioni e miserie, la loro, ma forse ci sarà un barlume di speranza un giorno anche per lei, con una conclusione per un personaggio di cui effettivamente non si sapeva più nulla dopo poche righe nei poemi omerici.
Un romanzo interessante e appassionante, a tratti crudo, che rievoca fatti molto più vicini a noi, spesso passati sugli schermi televisivi come una sorta di finzione rapida, dalla guerra nella ex Jugoslavia a quella in Siria, capace di parlare dal punto di vista delle donne e in generale di tutti gli emarginati e i reietti, e anche di ridimensionare personaggi considerati troppo a lungo eroi quando eroi non lo erano, nemmeno nell’epoca dei poemi di Omero.
Purtroppo l’edizione italiana non ha ripreso la bellissima copertina dell’edizione inglese, ma ha comunque un suo perché anche l’immagine usata.
Il silenzio delle ragazze è un libro per i cultori della classicità ma anche per chi vuole comparare passato e presente e ricordare che ogni epoca ha avuto e ha i suoi drammi e le sue ingiustizie.

Pat Barker è nata a Thornaby-on-Tees nel 1943 e vive a Durham. Ha insegnato Storia e si è occupata per anni del tema della guerra. Tra gli altri, è autrice della celebre trilogia di romanzi Rigenerazione (Il Melangolo 1997) incentrata sulla Prima guerra mondiale e vincitrice del Man Booker Prize 1995. Il silenzio delle ragazze sarà presto un film e uno spettacolo teatrale.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM Piemonte.

La sirena e Mrs Hancock di Imogen Hermes Gowar (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

12 novembre 2019

51D3AZONiCLSiamo nell’Inghilterra dominata da re Giorgio III, anno di grazia 1785, e Jonah Hancock, un mercante britannico di una famiglia di mercanti, decisamente quasi vecchio in un’epoca in cui lo eri a 45 anni, con un cranio spelacchiato e non certo l’avvenenza dalla sua parte, riceve un giorno in regalo una sirena.
O meglio: quella che viene definita una sirena è un corpo mummificato di un non meglio identificato essere marino per cui ha perso una nave, anche se a rassicurarlo che sia un buon affare c’è il capitano Jones, responsabile della vendita.
D’altro canto forse la famosa sirena potrebbe forse anche diventare un affare, visto che Mrs Chappell, la tenutaria di un bordello di lusso, chiede a Hancock se le affitta quella ragazza insolita per incuriosire i clienti tra un incontro e l’altro con ragazze in carne ed ossa.
E proprio nel bordello Jonah incontra e si perde dietro agli occhi di Angelica Neal, una sirena in carne ed ossa,  decisamente migliore di quella mummificata, già modella di un pittore, bellissima ma poco propensa a cedere al nuovo ammiratore.
Infatti la ragazza promette a Mr Hancock che cederà alle sue avances solo le procurerà una sirena tutta per lei e il povero Jonah andrà in cerca di qualcosa che può garantirgli non un soddisfacimento momentaneo ma il sogno di un amore, in un viaggio tra mari e terre ma anche negli abissi del cuore umano.
Non è la prima volta che la Londra dei secoli passati, non meno affascinante di quella odierna anche se magari più oscura, diventa protagonista delle pagine di un romanzo, raccontata tra splendori e miserie, in ambienti e personaggi che ricordano un altro famoso romanzo, ambientato qualche decennio dopo, Il petalo cremisi e il bianco.  Questa volta si viene catapultati in un Settecento già dominato dall’Illuminismo, ma in cui misteri e leggende metropolitane (come oggi del resto) hanno la loro presa, raccontando un incontro e un amore impossibili ma che forse potranno concretizzarsi.
La sirena, creatura misteriosa e sfuggente, diventa metafora di un confronto e incontro tra due solitudini, tra vecchiaia e gioventù, in una storia godibile, scritta con lo stile dei grandi romanzi settecenteschi inglesi, romanzo storico e commedia di costume con un pizzico di realismo magico che non guasta.  Un libro per chiunque ami le storie del passato trattate con sensibilità moderna, perché la ricerca della felicità e il fare i conti con una perdita e una mancanza, un qualcosa di concreto e non di astratto, è qualcosa che tocca tutti, ancora oggi, in questo mondo così lontano almeno all’apparenza dai vicoli e bordelli della Londra di oltre duecento anni fa.

Imogen Hermes Gowar ha studiato archeologia, antropologia e storia dell’arte prima di lavorare nel mondo dei musei. Ha iniziato a scrivere narrativa ispirata dagli artefatti con cui è entrata in contatto durante le sue esperienze di conservatrice. Nel 2013 ha vinto il Malcolm Bradbury Memorial Scholarship, grazie al quale ha potuto frequentare un master in scrittura creativa presso la University of East Anglia. Per Einaudi ha pubblicato La sirena e Mrs Hancock (2019), finalista al Mslexia Competition per il primo romanzo, entrato nella shortlist del Deborah Rogers Foundation Writers’ Award e nel 2018 finalista del Women’s Prize for Fiction.

Provenienza: libro del recensore.

:: Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

6 novembre 2019

BiancoBret Easton Ellis da tempo non scrive più romanzi. Il grande scrittore americano, autore del fortunato Meno di zero, ha deciso così. Da poco è uscito Bianco (traduzione di Giuseppe Culicchia).
Il suo ultimo libro non è un romanzo, anche se Ellis si racconta a cuore aperto come se avesse voluto scrivere un romanzo di formazione.
Il protagonista di Bianco è lui e in queste pagine si mette a nudo raccontandosi.
Tra autobiografia e saggio, lo scrittore critica la società, è censore spietato dell’ipocrisia del suo e nostro tempo, se la prende con l’omologazione culturale che ha annullato il pensiero critico e l’intelligenza di chi ama pensare con la propria testa.
Ricorda gli anni Ottanta, dove le persone si ascoltavano, mostra una nostalgia fondata per un’età dell’innocenza che passava attraverso un’epoca in cui c’era ancora ancora qualche motivo per discutere.
Poi arrivano i tempi dei social e la menzogna corre sul web, l’ipocrisia è il nuovo dizionario delle buone maniere, tutti piacciono a tutti e soprattutto tutti pensano come tutti. Nessuno ha il coraggio di scrivere e dire come la pensa, esprimere la propria opinione all’epoca di Facebook e Twitter significa essere considerato un appestato da emarginare.

«Tutto quello che abbiamo ottenuto in effetti è ritrovarci incasellati – per essere venduti, brandizzati, usati come target pubblicitari o fonti di dati».

La drammatica democratizzazione della cultura con il suo terribile culto dell’inclusione, una moda demenziale per cervelli asfittici che non hanno nessuna intenzione di pensare.
Ciò che le persone sembrano dimenticare, sostiene Easton Ellis, tra questi miasmi di narcisismo fasullo e, nella nostra nuova cultura dell’ostentazione, è che l’autoaffermazione non deriva dal mettere «mi piace» a questo o a quello, ma dell’essere fedele al tuo incasinato e contraddittorio io – il che talvolta, in realtà, significa essere un hater.
Con Bianco lo scrittore americano firma una tagliente reprimenda del tempo presente. Come sempre se ne infischia del politically correct e invita a riscoprire una forma di autenticità, anche se oggi sembra impossibile. Gli elementi del disastro ci dicono che non è consentito tornare indietro, la nostra innocenza l’abbiamo già perduta.
È raro incontrare persone che ascoltano persone, individui fieramente convinti delle proprie opinioni e pronti a difendere le sue idee diverse dalla maggioranza.
Bret Easton Ellis non le manda a dire e coraggiosamente ci invita a ridere di tutto, o finiremo per non ridere di niente. Poi fa sue le parole di un giovane James Joyce:

«Sono arrivato alla conclusione che non riesco a scrivere senza offendere qualcuno».

Lo scrittore, come ai tempi di Meno di zero, formula la sua denuncia. Questa volta se la prende con il nuovo mondo, colpevole di stroncare la passione e ridurre al silenzio l’individuo.

Bret Easton Ellis è nato a Los Angeles nel 1964. A ventuno anni pubblica il suo primo romanzo, Meno di zero, da cui verrà tratto un film con Robert Downey Jr. e che impone il suo autore come uno dei piú importanti della sua generazione. Seguiranno Le regole dell’attrazione, American Psycho, la raccolta di racconti Acqua dal sole, Glamorama, Lunar Park e Imperial Bedrooms. In Italia tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

:: Pietro e Paolo di Marcello Fois (Einaudi, 2019) a cura di Eva Dei

27 settembre 2019

Pietro e PaoloPietro Carta e Paolo Mannoni sono amici fin dall’infanzia. Nati entrambi a Nuoro nel 1899, li unisce un rapporto fraterno, a tratti simbiontico. A separarli però ci ha pensato la vita: il primo figlio di poveri braccianti, l’altro ultimo figlio di una delle famiglie più ricche della città. I due crescono insieme: Paolo tra le agiatezze che gli permette la sua classe sociale, Pietro con gli scarti che rimangono. Ma nonostante tutto i due restano inseparabili: Paolo racconta a Pietro quello che impara a scuola, Pietro dal canto suo lo istruisce sulle cose pratiche della vita. Sapere teorico ed empirico, ricchezza e povertà, “verbi servili e ausiliari” sembrano trovare il loro equilibrio, finché la storia non entra in scena con prepotenza. L’aria nefasta della Prima Guerra Mondiale ha già investito la Sardegna, molti uomini sono stati reclutati, ma dopo la disfatta di Caporetto è arrivato il momento di richiamare i più giovani. Tra questi c’è anche Paolo. A nulla valgono i tentativi di Don Pasqualino, suo padre, di ricorrere ad amicizie e promesse per salvare il figlio dall’arruolamento. Resta solo una cosa da fare, convincere Pietro, l’amico fedele, il ragazzo povero ma di buon cuore, ad arruolarsi come volontario per proteggere Paolo. Don Pasqualino non esita nemmeno un momento a legare a doppio filo la vita di Pietro a quella del figlio: deve diventare la sua ombra, seguirlo e difenderlo dai pericoli. Lo deve fare per riconoscenza, per assicurarsi il benessere della propria famiglia e soprattutto lo deve fare se crede nell’amicizia.
Una volta finita la guerra Pietro e Paolo faranno ritorno a casa, ma niente sarà più come prima.
Dopo il folgorante Del dirsi addio (Einaudi, 2017), Marcello Fois torna in libreria con Pietro e Paolo.
Un romanzo più breve, diciasette capitoli che si sviluppano come una sorta di conto alla rovescia. Il lettore si incammina con Pietro al capitolo sedici, in una passeggiata che lo condurrà indietro nel tempo, nella storia, fino a raggiungere il capitolo zero, la meta finale, che altro non è che l’incontro con Paolo. Una storia più breve, più snella, che probabilmente nella penna di un altro autore non avrebbe reso altrettanto bene.

Il dio dei racconti, quello che sa ogni cosa prima che diventi voce o avvenga sul foglio, avrebbe potuto dichiarare il perché e il percome. Avrebbe potuto cioè rendere inutile qualunque resoconto e di conseguenza, se stesso. Da tempi immemorabili gli dèi omettono i particolari salienti per difendere il proprio significato. Spargendo solo briciole di senso. Sicché agli umani, auditori, lettori, non resta che raccoglierle come quei passeri.

La maestria di Fois, però, viene fuori fin da subito in questo moderno “Il principe e il povero”. L’autore costruisce un microcosmo narrativo; nonostante alcune incursioni di personaggi secondari ma pregnanti, il fulcro dell’intera vicenda, ruota intorno ai due giovani amici. Allo stesso modo un legame intimo e profondo al centro di tutto: l’amicizia. Ma anche Nuoro, il cuore della Sardegna, sembra un luogo rarefatto, dove il paesaggio la fa da padrone, grazie anche alle precise descrizioni naturalistiche dell’autore. A schiacciare questo microcosmo e il suo fragile equilibrio ci pensa qualcosa di esterno, di lontano come la prima grande guerra moderna.
Infine il titolo non può non rievocare l’immagine dei due santi omonimi. Nascosto a un primo sguardo un filo sottile che unisce religione e laicità si muove nel testo di Fois. Si parla di apparizioni note, come quelle di Fatima, che però vengono completamente dissacrate. Fa da contraltare a questa scelta il voto segreto che i due amici fanno a S. Lucia prima della loro partenza per la guerra; un voto che racchiude allo stesso tempo sia il futuro dei due amici, ma che è anche una sorta di simbolo, una promessa, insita nei loro stessi nomi: Paolo, il santo accecato dall’apparizione di Gesù e Pietro, colui che come invisibile, riesce miracolosamente a sfuggire al carcere.

Marcello Fois (Nuoro 1960) vive e lavora a Bologna. Tra i tanti suoi libri ricordiamo Picta (premio Calvino 1992), Ferro Recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere, Sheol, Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour, Volponi e Alassio 2007), Stirpe (premio Città di Vigevano e premio Frontino Montefeltro 2010), Nel tempo di mezzo (finalista al premio Campiello e al premio Strega 2012), L’importanza dei luoghi comuni (2013), Luce perfetta (premio Asti d’Appello 2016), Manuale di lettura creativa (2016), Quasi Grazia (2016), Del dirsi addio (2017 e 2018), il libro in versi L’infinito non finire (2018) e Pietro e Paolo (2019).

Source: libro del recensore.