Posts Tagged ‘Einaudi’

:: Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2018

Shaun

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop a Wigtown, un paese nell’estrema provincia scozzese, dove ci sono undici librerie. In questa piccola città il Wigtown Book Festival, di cui Shaun è uno degli organizzatori.
The Book Shop è una libreria indipendente, una di quelle che resiste all’avvento sul mercato delle grandi catene e di Amazon.
Dal febbraio 2014 al febbraio 2015, Shaun Bytell tiene un diario in cui racconta con grande ironia la vita quotidiana che accade tra le quattro mura della sua libreria.
Quel diario è diventato un libro. Una vita da libraio è una lettura piacevole per tutti noi che frequentiamo le librerie e divoriamo ogni giorno pagine infinite di libri.
In presa diretta lo scrittore – libraio ci coinvolge e soprattutto ci fa entrare nel clima stravagante del The Book Shop.
Ci fa conoscere i clienti con le loro richieste assurde. Esilarante i racconti dei battibecchi giornalieri con Nichy, la sua collaboratrice stravagante sempre pronta a pungolare il suo capo.
Shaun, libraio un po’ misantropo, ci dà conto con una leggerezza divertente della varia umanità che frequenta la sua libreria e delle difficoltà che incontra con Amazon per la vendita on line dei libri.
Ogni capitolo inizia con una frase tratta da Ricordi di libreria di George Orwell.
Bythell si fa guidare da lui e ne attualizza l’esperienza.
The Book Shop è una libreria dell’usato.  Secondo Il Guardian è al terzo posto nella classifica delle librerie strane e meravigliose del mondo.
Questo libro ha davvero molti pregi, ma soprattutto è il racconto in prima persona dell’esistenza dolce e amara di un libraio che non si vuole arrendere a Amazon e che non ha nessuno intenzione di mollare.
Con grande ironia Shaun racconta il suo grande amore per i libri. Dal cuore di una piccola città della provincia scozzese questo libraio davvero particolare lancia un importante segnale di resistenza attraverso la sua esperienza quotidiana.
Seduto sullo sgabello della sua libreria combatte come un moderno Don Chisciotte Amazon, prende a fucilate un Kindle. Ma soprattutto resiste, sapendo che l’impresa è faticosa e impossibile. Ma i libri sono per sempre. Vale la pena lottare per loro.

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival.

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Morrison di Toni Morrison (Einaudi I Meridiani 2018) a cura di Marcello Caccialanza

16 maggio 2018

COF_merid_morrison.indd“Morrison” raccolta dedicata a Toni Morrison (premio Nobel per la letteratura 1993, considerata dai più una tra le più grandi autrici afroamericane) è un insieme di romanzi ben confezionato, che appartiene alla collana “ I Meridiani” della Mondadori editore.
Quest’opera vanta anche la presenza, come nota introduttiva dell’intero lavoro, di un saggio assai prezioso, realizzato, con grande maestria, dalla penna di Marisa Bulgheroni ed anche costruito in modo nobile sulla alquanto provata competenza critica di Alessandro Portelli, uno dei massimi conoscitori di letteratura afroamericana e di tradizioni orali.
Questo Meridiano ha il compito anche di ridisegnare in modo epico, passo dopo passo, il percorso narrativo dell’autrice nata l’8 febbraio 1931 nello Stato dell’Ohio, e più precisamente nella città di Lorain.
Il suo debutto nel mondo della scrittura impegnata avviene negli anni’70 con il romanzo: “L’occhio più azzurro” dove la stessa narra la tenera vicenda di una piccola di colore che aspira ardentemente ad emulare i bianchi. Vorrebbe avere perfino gli occhi azzurri proprio come quelli della celebre bambina prodigio Shirley Temple.
Nel 1973 dà alle stampe “Sula”, un racconto formativo che esamina in modo peculiare e speculare l’intrinseca vicenda evoluzionistica di due donne dal carattere agli antipodi: la prima del tutto combattiva e ribelle; mentre la seconda più placida e conformista. L’autrice fa qui un pregevole lavoro di analisi del loro repentino cambiamento che va pari passo con quel mutamento che si era verificato nelle comunità di colore durante l’ondata di migrazione che aveva avuto luogo negli ’40.
Ma la consacrazione ufficiale di questa scrittrice di prim’ordine arriva nel 1987 e più precisamente con il suo capolavoro “Amatissima,” che l’anno dopo, nel 1988 ha vinto il premio Pulitzer.
In questa narrazione, così maestosa e monumentale, canto di rara e provata intensità, viene offerta al pubblico l’intricata vicenda esistenziale di Sethe, una giovane e assai rustica donna dalla pelle nera che, prima che facesse il suo nefasto ingresso la Guerra Civile, ha l’indomito coraggio di ribellarsi alla propria schiavitù. Il suo sogno proibito fuggire al nord, verso la libertà più vera! Ma alla fine della sua triste epopea prende l’ingrata decisione di uccidere la propria figlia, carne della sua carne, piuttosto che farle sperimentare le terrificanti ed infernali torture che una meschinità quale la schiavitù aveva prodotto!
Oltre alla lettura di questi tre romanzi, così meravigliosamente toccanti, tradotti da Chiara Spallino; noi fedeli lettori abbiamo ancora un’altra grande opportunità per confrontarci con la bravura di questa autrice e per conoscerne meglio la sua sensibilità e la sua tenacia. Ricordiamo quindi “ Canto di Salomone”; “Jazz”; e “Il dono” che contemplano in modo assai perfetto l’immaginario politico e civile di questa incredibile donna tutta di un pezzo, che ha la fortuna di spiccare il volo nel panorama internazionale e contemporaneo, a causa del suo impegno sociale e del suo talento cristallino.
Da leggere perché è un tenero e sentito omaggio, scritto con il cuore da una donna alle donne!

Nata in Ohio nel 1931 da una famiglia nera di origini operaie, Toni Morrison diventa nel 1965 editor della casa editrice Random House, affermandosi sulla scena pubblica come specialista in cultura afroamericana. Al suo esordio con L’occhio più blu (1970) riscuote immediatamente un ampio consenso di critica e di pubblico, segnalandosi in particolare per il tono epico della narrazione e i connotati sociali che sempre caratterizzeranno la sua scrittura, fino all’ultimo romanzo pubblicato, God Help the Child (2016). Ottenuti i più prestigiosi riconoscimenti – dal Pulitzer del 1988 al Nobel – e da sempre vicina al movimento femminista e al Partito Democratico, la Morrison si è schierata con Barack Obama per le elezioni presidenziali del 2008.

Source: libro del recensore.

:: Il monastero delle ombre perdute di Marcello Simoni (Einaudi 2018) a cura di Elena Romanello

25 aprile 2018

12Torna per Einaudi una nuova indagine dell’inquisitore seicentesco a Roma fra’ Girolamo Svampa, di nuovo dalla penna di Marcello Simoni, che racconta un nuovo giallo storico in un’epoca in fondo poco nota ma fondamentale per arte e cultura non solo nella città eterna.
Nella capitale papalina, nel giugno del 1625 capita una sera che la giovane e irrequieta Leonora Baroni entri con un corteggiatore nelle catacombe di Domitilla e qui faccia la macabra scoperta di un cadavere di un uomo e di una figura di donna con la faccia di capra. Fra’ Girolamo Svampa si trova in esilio in Toscana, alcune sue indagini non hanno fatto comodo al potere pontificio e si è preferito allontanarlo, ma ora solo lui può aiutare i suoi superiori a venire a capo di un mistero che può portare discredito.
Svampa accetta l’invito di padre Francesco Capiferro e torna a Roma, dove si scontra, oltre che con le difficoltà del caso, con l’opposizione del suo storico nemico Gabriele da Saluzzo, ma dove trova l’appoggio del fedele Cagnolo Alfieri. L’indagine si dimostra subito non facile, anche perché la famiglia di Leonora Baroni non è il migliore degli interlocutori: la ragazza è figlia di Adriana Basile, celebre cantante e sorella del grande scrittore napoletano Giambattista, che in una delle sue celebri fiabe ha raccontato una cosa molto simile a quella successa nelle catacombe.
Tra antichi culti e nuovi circoli al femminile, giochi di potere e intrighi, Svampa dovrà cercare di trovare il bandolo di una matassa che, se non risolta, potrebbe rovinare definitivamente la sua carriera e la sua vita.
Rispetto agli altri thriller di Marcello Simoni, basati su azione e Storia, questi su fra’ Svampa sono più meditativi e più di indagine, ma non per questo meno interessanti, anzi questo secondo capitolo immerge ancora meglio in una Roma tardo rinascimentale dove superstizione e modernità convivono e dove la ricerca della verità può essere davvero l’unica cosa che conta.
Interessante in particolare aver inserito Giambattista Basile come personaggio, figura storica realmente esistita, autore di fiabe che ispirarono Perrault e i fratelli Grimm (le prime versioni ufficiali di Cenerentola e della Bella Addormentata, in versione horror, sono sue) e in tempi recenti l’interessante film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti.
Marcello Simoni ha in progetto adesso altri libri di altre sue serie, ma c’è da pensare che prima o poi ci riporterà sulle orme di Girolamo Svampa.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni, tutti usciti per Newton Compton. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016 e 2018), dove compare per la prima volta il personaggio di Girolamo Svampa, e Il monastero delle ombre perdute (2018). È tradotto in venti Paesi.

Source: acquisto personale

:: Hotel Silence di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi 2018) a cura di Michela Bortoletto

17 aprile 2018
Hotel silence

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Che fare se a quasi quarantanove anni ti ritrovi divorziato, con un padre morto alla tua stessa età, una madre la cui memoria appare e scompare e scopri che tua figlia di ventisei anni in realtà non è tua figlia? Jónas, il protagonista di questo romanzo entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega Europeo, è un quarantanovenne la cui vita di colpo perde ogni punto di riferimento: il divorzio e la scoperta del segreto legato alla nascita della figlia fanno scomparire in lui ogni certezza. Jónas, che nella vita aggiusta le cose, si trova di colpo a dover aggiustare la propria esistenza. Ma Jónas si sente sopraffatto, non riesce più a riconoscersi, perde il senso della vita e decide quindi di porvi fine prima chiedendo il fucile al suo vicino, poi pensando di agganciare una corda al soffitto. Ma un dettaglio lo blocca: il suo corpo potrebbe essere trovato dall’amata figlia. E allora decide così di lasciare il Paese per andare a morire il più lontano possibile scegliendo come meta un luogo appena uscito da una violenta e sanguinolenta guerra. Arriva così all’Hotel Silence, un vecchio albergo recentemente riaperto, gestito da un fratello e una sorella, che al momento ospita solo altri due ospiti: un’attrice e un uomo. Poco importa a Jónas se la stanza che gli hanno assegnato ha qualche problemino con l’acqua calda, la carta da parati alle pareti si sta scollando e la lampadina va a intermittenza : niente potrà distoglierlo dal suo scopo. Niente tranne Mai, la ragazza che gestisce l’albergo insieme al fratello Fífí. Niente tranne Adam, figlio di Mai, il cui padre è stato barbaramente ucciso in guerra. Niente tranne il proprietario della locanda in cui pranza che gli chiede aiuto per costruire una porta. Ninete tranne la ristrutturazione di una casa per le donne. Niente tranne la fiducia che tutte queste persone cui la guerra ha portato via tutto sembrano porre in lui. Ed è così che Jónas si ritroverà a ricostruire un paese per ritrovare sé stesso.
Hotel Silence è il racconto di come si possa sempre trovare una ragione, una motivazione per andare avanti nonostante le difficoltà che la vita ci pone. È un romanzo essenziale, che non si dilunga in descrizioni di particolari ma porta avanti la storia attraverso le azioni e le richieste dei protagonisti secondari che salveranno, forse, la vita di Jónas.

Auður Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavík nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Per Einaudi ha pubblicato Rosa candida (Supercoralli 2012, Super ET 2014; tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti), La donna è un’isola (Supercoralli 2013, Super ET 2014), L’eccezione (Supercoralli 2014, Super ET 2015), Il rosso vivo del rabarbaro (Supercoralli 2016) e Hotel Silence (2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Gaia e Carla dell’ Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018
Il diavolo nel cassetto

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Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: VersOriente – La sostanza del cambiamento in Un artista del mondo fluttuante di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006) a cura di Andrea D’Angelo

22 gennaio 2018
Fluttuante

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Che cosa è rimasto del Giappone bellico dopo la guerra? Agli occhi di Masuji Ono, protagonista di Un artista del mondo fluttuante, non sembra essere rimasto molto. L’autore, Kazuo Ishiguro, premio Nobel 2017, che nel 1986, anno della pubblicazione, non aveva ancora raggiunto la fama, infonde in questo romanzo una grande varietà di letture.
È la storia di un pittore famoso che, ormai alla vecchiaia, si ritrova in un Giappone sconfitto e devastato. Il suo occhio guarda, nella tranquillità della pensione, ai cambiamenti che la fine della guerra ha portato nell’animo dei suoi connazionali. Cerca quindi di scrutare tra i comportamenti delle figlie e degli amici di vecchia data i segnali di un nuovo modo di intendere, che fa da spartiacque tra ciò che il Giappone era una volta e ciò che è diventato.
Tutta l’opera d’altronde sembra essere stata costruita sulla mediazione culturale. Il testo, scritto originariamente in inglese, lascia intravedere l’intenzione di rivolgersi all’Occidente, come a voler spiegare qualcosa sulla storia giapponese a chi sembra non averne capito molto. Questa mediazione alterna passaggi in cui Kazuo Ishiguro immerge il lettore in un contesto esplicitamente estraniante, quasi da percepire la distanza culturale al tatto, a momenti di simbolismo criptico – che ritroviamo già nel titolo.
Il mondo fluttuante a cui si fa riferimento, infatti, non è solo la metafora di un mondo effimero, ma ha bensì un chiaro inquadramento nella storia e nella cultura giapponesi. L’Ukiyo (浮世, il mondo fluttuante) muove i suoi passi dalla cultura buddhista del XVII secolo e dai cicli di reincarnazione. Rappresenta l’inconsistenza della realtà umana e la limitatezza della percezione. L’Ukiyo non è però un concetto unicamente filosofico, ma si declina in molte espressioni concrete, identificando uno stile di vita, quello dei quartieri del piacere, e spaziando in tutte le forme dell’arte.
Masuji Ono conosce bene tutto questo. Con tutta la sua esperienza da pittore sa bene cosa significa rappresentare la realtà e i limiti invalicabili di questa azione. E allora, se torniamo a chiederci cos’è rimasto del Giappone dopo la guerra e ci affidiamo ai suoi occhi esperti, ci sembrerà forse per un attimo di intravedere che il Giappone che descrive non ha perso la sua essenza. È ciò che la realtà mostra di sé che ha cambiato forma, fluttuando. Ma l’invisibile essenza, come il ciclo della reincarnazione, non cambierà mai.

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016) e Il gigante sepolto (2015, ultima edizione Super ET 2016). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l’ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Carla Polzot dell’ Ufficio stampa Einaudi.

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:: La notte della rabbia di Roberto Riccardi (Einaudi 2017) a cura di Federica Belleri

17 gennaio 2018
La notte della rabbia

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Roma, inizi degli anni ’70. Il professor Claudio Marcelli viene sequestrato. L’operazione viene subito rivendicata dalle Sap, Squadre d’Azione Proletaria. Il professore aveva da poco proposto una riforma della legge penale, ed era candidato come Ministro dell’Interno. Elemento scomodo per i terroristi. Moglie e figlia, presto informate, iniziano a vivere nell’incertezza e nella paura. Il colonnello dell’Arma Leone Ascoli è impegnato da tempo a combattere le Sap in ogni modo, la lotta al terrorismo per lui è al pari di una questione personale. Il sequestro del professore è un ricatto allo Stato, di questo ne è sicuro.
Si effettuano i primi rilievi, i giornalisti sono affamati di notizie e Roma continua a vivere come se nulla fosse accaduto. Il costo della vita è aumentato e la disoccupazione ha l’aspetto di una piaga infetta.
Ascoli è preoccupato e pensieroso. Riflette su come organizzare al meglio i suoi uomini, e ogni tanto si lascia manipolare da ricordi dolorosi e dal vuoto lasciato dalla moglie, scomparsa troppo presto. È un essere umano, come tanti. Ha un vissuto e un presente faticoso da portare avanti. Ha un codice personale relativo ai prigionieri che rispetta in modo scrupoloso: anche il peggior delinquente ha una dignità, e deve essere trattato bene. Il colonnello Ascoli è spesso taciturno. Lo sa bene l’appuntato Berardi suo fidato autista e amico singolare, in grado di strappargli sempre un sorriso. Alcuni illustri personaggi lo circondano in questa indagine. Tra questi spicca il giudice Tramontano, archivio storico umano con la maggior quantità di informazioni sulle bande criminali. Un amico stimato, dalla stazza imponente, amante della buona cucina. All’interno di quest’indagine compare la Stasi e l’Intelligence della Germania Occidentale. Il terrorismo ha radici particolari e troppe sono le persone interessate a spiare, prima di essere spiate. Tra amicizie vecchie e nuove Leone Ascoli osserva piccoli particolari, che possono fare la differenza. Protegge una testimone che ha bisogno di lui. Scopre le vere intenzioni delle Sap e precipita in un vortice che lo riporta indietro nel tempo. Non ha scelta, deve affrontare di nuovo un oscuro periodo.
I movimenti studenteschi avanzano. Si siglano accordi per non soccombere. E lentamente il cerchio si chiude attorno agli ideali politici offuscati dall’amore. Attorno ad un gruppo all’apparenza unito ma composto in realtà da individui egoisti ed insicuri. Una morsa di angoscia e di terrore si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, che vivono questa e mille altre indagini sulla propria pelle.
La notte della rabbia è un noir che definisce come il male sembri possedere l’essere umano, senza appartenere a un genere specifico o a un colore politico.
La notte della rabbia è un’erba infestante che si insinua e cresce a dismisura, alimentata dalla vita stessa.
La notte della rabbia costringe i protagonisti a guardarsi in faccia, con le armi puntate sui rispettivi volti.
La scrittura precisa e densa di avvenimenti porta il lettore a confrontarsi con i temibili Anni di Piombo. Il romanzo ha un ritmo equilibrato dalla prima all’ultima pagina, e scava nell’animo dei personaggi al punto giusto, senza invadere.
Ottima lettura.

Roberto Riccardi (Bari, 1966) è colonnello dei carabinieri. Ha esordito nel noir con Legame di sangue (Giallo Mondadori, 2009), cui hanno fatto seguito I condannati (Mondadori, 2012), Undercover (e/o, 2012), Venga pure la fine (e/o, 2013) e La firma del puparo (e/o, 2015). È anche autore di libri sulla Shoah: Sono stato un numero (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e, insieme a Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita (Giuntina, 2013). Per Einaudi ha pubblicato La notte della rabbia (2017).

Source: acquisto del recensore.

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:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014)

9 novembre 2017

donde(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva

:: Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017)

15 marzo 2017
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Avevo promesso che ve ne avrei parlato. Ho anche cercato di fotografare qualche scatto, qualche immagine contenuta in questo volume, ma il riflesso è fastidioso, senza flash vengono sgranate, insomma mi sono arresa. E poi forse non sarebbe neanche giusto. Ma veniamo al dunque, parliamo del libro. Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone è un agile volumetto fotografico – con 134 foto del set di Anna Camerlingo – dedicato all’uscita in tv de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Finalmente i personaggi di una sua serie hanno un volto, una voce, una dimensione “reale”, ed è bello quando letteratura e cinema o televisione trovano quasta commistione. Alessandro Gasman è un ottimo ispettore Lojacono, credo davvero il migliore attore italiano adatto al ruolo, (adesso voglio proprio vedere chi sceglieranno se mai decidessero di fare una trasposizione televisiva delle storie del commissario Ricciardi), l’autore non può che esserne contento, così come i suoi lettori. Se siete fan della serie, insomma questo libro non può mancare nella vostra libreria. Le foto sono in bianco e nero, un po’ dietro le quinte, un po’ foto ricordo, insomma scatti interessanti e non banali. Il volume è diviso in sei parti, ognuna per un personaggio, (Lojacono, Pisanelli, Alex, Ottavia, Romano, Aragona), accompagnata da una parte scritta. E’ un volume curato, l’ho sentito definire una mera operazione commerciale, credo sia ingiusto, esistono da sempre memorabilia legati al cinema, collezionati, conservati. Se proprio non vi interessa non credo che de Giovanni vi corra dietro perché l’acqustiate ;). Io comunque sono contenta di averlo. Ora solo vogliamo anche Ricciardi in tv!

Maurizio de Giovanni è nato a Napoli nel 1958 ed è autore di una serie di romanzi gialli di grandissimo successo. La sua carriera di scrittore è cominciata nel 2006 con il romanzo “Le lacrime del pagliaccio”, pubblicato dall’editore Graus e ripubblicato l’anno successivo da Fandango con il nuovo titolo “Il senso del dolore”. Questo romanzo, ambientato nella Napoli degli anni Trenta, ha per protagonista il commissario Ricciardi, eroe di tanti successivi lavori di De Giovanni come “La condanna del sangue”, “Il posto di ognuno”, “Il giorno dei morti”, “Per mano mia”, “Vipera”, “In fondo al tuo cuore”, “Anime di vetro”. Questi romanzi devono il loro grandissimo successo alla peculiarità della loro ambientazione, nella Napoli del periodo fascista, e al fascino del loro protagonista, un poliziotto intuitivo, tormentato e animato da un’insaziabile sete di giustizia. Accanto alla serie del commissario Ricciardi De Giovanni ha pubblicato anche un’altra serie di romanzi, ambientata nel commissariato di Pizzofalcone (“Il metodo del coccodrillo”, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Buio per i bastardi di Pizzofalcone”, “Gelo per i bastardi di Pizzofalcone”), da cui è stata tratta una fiction televisiva, e svariati racconti, molti dei quali dedicati all’altra grande passione dell’autore: quella per lo sport, al centro del recente romanzo “Il resto della settimana”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ora dei gentiluomini, Don Winslow (Einaudi, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

22 febbraio 2017
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Setacciare le registrazioni catastali nella sede amministrativa della contea è un ottimo antidoto per chi prova il desiderio virile di fare l’investigatore privato. La (triste) verità è che un investigatore privato non passa il tempo a sorseggiare bourbon in ufficio, con in braccio una bionda dalle gambe lunghe che lo supplica di fare sesso con lei mentre il lamento di un sax tenore echeggia in sottofondo. No, la maggior parate del lavoro è un lento esaminare scartoffie, e Boone non ha ancora udito un riff di John Coltrane.” (1)

San Diego, oggi.
Da quando ha lasciato il distretto di polizia per via di qualche “piccola divergenza” con il collega Steve Harrington, Boone Daniels si guadagna la vita lavorando, saltuariamente, come investigatore privato. Il resto del tempo lo passa in spiaggia, o meglio in mare, sulla sua tavola, con gli amici di sempre, Dave “the love god”, High Tide, Johnny Banzai e Hang Twelve. La “Pattuglia dell’alba”, gli ultimi che surfano ancora secondo le vecchie regole; gli ultimi allevati dalla vecchia guardia del surf californiano, in un tempo in cui nessuno ancora accampava diritti sulla spiaggia. Un’epoca in cui diritto di proprietà e surf non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro, e in cui nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare in giro dei cartelli con scritto “se non vivi qui non surfare qui”.
Oggi, invece, la territorialità è un fenomeno sempre più diffuso, e l’etichetta, be’, chi se la ricorda… ma un conto è giocare senza seguire le regole, e un altro è  far fuori uno come K2, una sorta di nume tutelare, una leggenda della scena surf di Pacific Beach.
Eppure è proprio questo che è successo: Corey Blasingame, stupido rampollo di una ricca famiglia di La Jolla, ha colpito K2 con un “superman punch” e lo ha ucciso.
Oppure no?
Un po’ per intervento della bella avvocatessa Petra, e un po’ in ossequio al senso di giustizia del defunto, Daniels si trova costretto a indagare sull’omicidio di K2 e, in men che non si dica, tutti i surfisti di Pacific Beach gli voltano le spalle.
Tutti.
In fondo non sta cercando di scagionare un ragazzo che ha fatto fuori uno dei loro?
Eppure, se davvero vuole risolvere il caso e far luce sulla morte di K2, Daniels avrà bisogno dell’aiuto dell’intera Pattuglia dell’Alba…

Uscito negli USA nel 2009, e proposto solo recentemente in Italia, L’ora dei gentiluomini è il seguito di La pattuglia dell’alba, romanzo pubblicato nel 2010 da Stile Libero nella traduzione dell’allora attivissimo Luca Conti.
All’epoca dell’uscita, La pattuglia dell’alba era stato accolto piuttosto freddamente: si trattava infatti della prima opera surf-noir(2) di un autore appena scoperto dal pubblico italiano come innovatore della formula proposta da Ellroy nella sua Trilogia Sporca. Al colossale affresco del narcotraffico tracciato nel Potere del cane, l’editore faceva seguire a stretto giro, e in maniera forse un po’ sconsiderata, un testo ben diverso: un romanzo “leggero, estivo”, come hanno commentato alcuni. Un romanzo che ritraeva con partecipazione quello stile di vita tipicamente californiano che Winslow avrebbe poi raccontato, anche se con toni e intenzioni diverse, ne I re del mondo e Le belve. Un testo anche stilisticamente “anomalo”, diviso com’era tra brillanti scene d’azione, battute giovanilistiche e difficilmente traducibili e toni apertamente dichiarativi(3).
Di Le belve (2011) e I re del mondo (2012) si era molto parlato, anche in vista dell’uscita del film Le Belve di Oliver Stone (2012), e quindi il pubblico era in un certo senso avvertito; nel caso del precedente La pattuglia dell’alba, invece, i lettori erano del tutto impreparati, e per questo, credo, il romanzo è stato accolto maluccio.
Quanto detto riguardo allo stile di La pattuglia dell’alba vale, nel bene e nel male, anche per L’ora dei gentiluomini; a questo punto, però, dopo la pubblicazione di altri romanzi come Missing New York, e in pieno ripescaggio delle vecchie serie poliziesche di Winslow, è ora di rimettere tutto in prospettiva e rivalutare questo filone surf noir, che, per quanto non sia il più amato della produzione dell’autore, di certo non è il peggiore, né il meno originale.

L’ora dei gentiluomini di Don Winslow, è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto.

(1)Don Winslow, L’ora dei gentiluomini, Einaudi Stile Libero, Torino 2016, p. 280. Traduzione di Alfredo Colitto.
(2)In realtà la seconda, se si considera L’invero di Frankie Machine (Einaudi, Torino 2008), c’è però da dire che il vero successo, nel campo del poliziesco, Winslow lo ha ottenuto solo nel 2009 con l’uscita di Il potere del cane e solo a quel punto molti lettori sono andati a recuperare L’inverno di Frankie Machine.
(3)A questi, poi, ci siamo abituati: romanzi come La lingua del fuoco, ma anche Il potere del cane e Il Cartello vedono infatti un’alternanza di pagine puramente narrative e brani dal taglio quasi giornalistico.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L’ora dei gentiluomini.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016)

28 ottobre 2016
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La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito anche data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016
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Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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