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:: Ognuno muore solo, Hans Fallada (Einaudi, 1997) a cura di Federica Leonardi

25 novembre 2018

Ognuno muore soloLo dovresti sapere anche tu che non importa essere in pochi a combattere contro molti, quel che importa, invece, è di combattere per una causa, una volta che l’abbiamo riconosciuta per buona. […] io non posso stare con le mani in mano e dire: quelli là sono porci, ma ciò non mi riguarda. [Ognuno muore solo, di Hans Fallada, traduzione di C. Coisson, Einaudi, 1950, p. 323]

È l’alba dell’otto aprile 1943. Nel carcere della Plotzensee, a Berlino, i coniugi Hampel si incontrano per l’ultima volta. Lei, Elise, non compirà mai i quarant’anni. Lui, Otto, è un molto più emaciato di quando la Gestapo ha fatto irruzione nel loro appartamento, nell’ottobre scorso. Entrambi sanno che ad aspettarli oltre il portone che conduce al cortile interno, c’è la ghigliottina. Lo sapevano fin dall’inizio – da quando Otto ha portato a casa cartoline, inchiostro e pennino; da quando hanno scritto quella prima frase contro Hitler – che sarebbe finita così: con il soffio della lama sulla nuca, un battito di ciglia, la morte.
Ma la soddisfazione resta: la Gestapo ha impiegato due anni per prenderli. Un bello smacco per l’efficientissima polizia politica del Reich.
E anche se non hanno ottenuto i risultati sperati, la loro coscienza è limpida. Possono morire. E davvero possono morire in pace.

Quando Hans Fallada scrive Ognuno muore solo (Jeder stirb fur sich allein in originale) sono passati quattro anni da quell’aprile. La guerra è finita da due. La Germania ha appena cominciato a leccarsi le ferite. Intellettuali, scrittori, artisti mutilati della parola, ostracizzati o esiliati si affollano in massa sulla carogna dell’aquila tedesca per cercare di trovare un senso a quanto vissuto durante quei lunghi anni di regime e di guerra.

Hans Fallada [pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen] non ha in realtà una grande biografia come oppositore al nazismo. La sua è piuttosto una vita di eccessi, a partire da quel patto suicida che stipula con un compagno di collegio quando è appena adolescente, e che lo porterà all’omicidio (seppure involontario). Da lì si susseguono alti e bassi; tentativi di vivere una vita quieta, magari bucolica quando si ritira nelle campagne tedesche, inframmezzati dal richiamo della morfina, dell’alcol, della donne. Hans Fallada entra e esce da sanatori e ospedali psichiatrici. Divorzia e si risposa. Protesta blandamente contro il Regime quando ne ha l’opportunità, ma poi accetta di far parte di un viaggio diplomatico nella Parigi occupata.

Più spesso povero che ricco, all’inizio si guadagna da vivere scrivendo indirizzi sulle buste postali per alcune società di Amburgo. Finché l’editore Ernst Rowolth non gli offre un impiego nella sua casa editrice.

Fallada scrive, a ritmi impressionanti. La sua regola è non scrivere mai meno pagine del giorno precedente. I suoi romanzi “E adesso, pover’uomo?”, “Lupo tra i lupi” diventano bestseller (quest’ultimo si guadagna persino l’approvazione di Goebbels).

Le sue opere hanno come punto di forza la capacità dell’autore di entrare nella società del tempo, di descriverla con acutezza e spesso con un’ironia che sprofonda nella malinconia e nella tragedia. I suoi personaggi sono caratterizzazioni precise e puntuali di tipi umani che Fallada incontra durante una vita breve e veloce, che termina per un attacco di cuore nel 1947, lasciando due romanzi postumi.

Uno di quei romanzi è, appunto, Ognuno muore solo. È un amico a consegnargli l’incartamento con le cartoline scritte dagli Hampel e gli atti del processo che li vede come imputati per disfattismo e alto tradimento.

All’inizio Fallada non ha alcuna intenzione di occuparsi della storia, che sembra scivolata per caso dai cassetti della Gestapo.
Poi, però, qualcosa delle vicende degli Hampel finisce per pungolarlo.
Così non passano 27 giorni [altro che NaNoWriMo] ed ecco pronto per l’editore un romanzo monumentale, che non è soltanto la storia di due coniugi della Berlino in guerra che si oppongono al Regime hitleriano, ma è la storia di un intero triennio, di una città e di un popolo che più spesso subisce il nazismo piuttosto che parteciparvi attivamente e con quello spirito di cameratismo che la propaganda di regime sbandiera in pompa magna.

Tutti hanno paura! – affermò la camicia bruna, piena di disprezzo. – Perché poi? Gli abbiamo spianato la strada, basta che facciano quel che diciamo loro di fare.
Tutto succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono sempre che andranno avanti a forza di pensare.
Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Fuhrer. [Ibidem, p. 171]

Per sua stessa ammissione, Fallada usa la storia di Elise e Otto Hampel, che nel romanzo diventano i coniugi Anna e Otto Quangel, solo come canovaccio.
I Quangel fanno ciò che fecero gli Hampel, e per due anni, alla notizia della morte del figlio sul campo di battaglia (nel caso degli Hampel a morire fu il fratello di Elise), scrivono in segreto cartoline contrarie al regime che poi abbandonano in città, nella speranza che quella singola voce di protesta sia sufficiente a smuovere le coscienze dei propri concittadini. O, se non altro, a far capire ai vicini che non sono soli, che ci sono altri ad avere pensieri ostili contro Hitler, la Gestapo, la guerra e le sue iniquità.
Ma qui i paralleli si fermano.
Perché su quella storia di cronaca Fallada innesta la propria: la storia di un popolo tedesco in guerra con se stesso.
L’atto di ribellione un po’ naif dei Quangel è il perno attorno al quale si sviluppano le vite di una dozzina di altri personaggi, di un’intera città, di una nazione.

Ci sono uomini e donne di ogni tipo nella Berlino che racconta Fallada: i corrotti, gli opportunisti, i recalcitranti. Quelli che si adeguano al regime per quieto vivere, quelli che lo combattono attivamente. Quelli che scelgono la strada della disobbedienza civile. Quelli che proteggono gli ebrei, e lo fanno per umanità. E quelli che li tengono nascosti per guadagno, spillandogli ogni risparmio e sfruttandone il timore per mantenerli in uno stato di soggezione.

I ferventi sostenitori. I piccoli delatori. Quelli che seguono il corso della corrente e vanno dove si presume ci sia maggiore convenienza. Ci sono gli stanchi, gli oppressi, gli indifferenti. Ci sono, infine, quelli che preferiscono guardare dall’altra parte, e sono la maggioranza. Quelli che ricercano una vita tranquilla e non si esprimono né protestano, anche se dentro ribollono

C’è poi tutto l’apparato statale. La macchina terribile della Gestapo. Eppure anche nell’orrendo bunker della sezione penale, dove i corpi degli arrestati si trasformano in un “mucchio di merda miserabile e urlante”, anche lì si trovano questurini dal volto umano. E che, per troppa umanità, vengono presto deferiti dall’incarico.

Il romanzo di Fallada è un corposo, vivido affresco di una Berlino nazista che si mostra al lettore come un quadro di Caravaggio. Con le sue ombre e le sue luci e le innumerevoli sfaccettature di un popolo che fu complice, per buona parte, ma che spesso fu anche protagonista di atti di coraggiosa opposizione e resistenza.

Nel suo romanzo, che Primo Levi giudicò “il più importante mai scritto sulla resistenza al nazismo”, Fallada non esprime giudizi personali, ma lascia ai suoi personaggi, in base alla caratura morale o alle proprie convinzioni ideologiche di farlo. In questo modo, ciascuno di quei personaggi manifesta una propria ragione, che al lettore potrà apparire più o meno giustificata, riconoscendone però sempre la validità, la verosimiglianza storica.

Un romanzo violento e un atto d’amore, nel quale l’autore sembra dire che in mezzo a tante carogne c’era anche chi sapeva di dover compiere qualcosa per riscattare il proprio paese. E che lo ha fatto. Perdendo per questo la vita.

Ed è in quest’ottica che va vista la scelta di chiudere il romanzo non con la morte dei Quangel, bensì con il racconto di un ragazzo. Un piccolo delinquente che trova, grazie all’aiuto di una donna che lascia Berlino per la campagna dopo aver dichiarato esplicitamente di non volere aver niente a che fare con il partito, la speranza di una nuova vita. E che, rincontrato il padre violento, lo caccia via prima che possa tornare a fare del male a lui o distruggere quella nuova vita che sta lentamente e con fatica costruendosi.

Un ultimo capitolo che è un monito e un incoraggiamento. Perché nonostante gli errori compiuti c’è ancora modo, sembra dire Fallada, di creare qualcosa di nuovo e buono sulle macerie appestate e carbonizzate del passato.

Ognuno muore solo è un romanzo che parla del passato. Ma anche del nostro presente. E che per entrambi i motivi meriterebbe di essere riscoperto.

Lo guardò in faccia. – Ma, caro, forse non sono libri per te, vero? Ti devo confessare che anch’io li ho appena guardati da quando è morto mio marito. Forse è un male, tutti dovrebbero occuparsi di politica. Se tutti noi ce ne fossimo occupati in tempo, le cose non sarebbero andate come vanno ora sotto i nazisti. [Ibidem, p. 239]

Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947). Di Fallada Sellerio ha pubblicato E adesso, pover’uomo? (2008), Ognuno muore solo (2010) e Nel mio paese straniero (2012).

Source: libro del recensore.

Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer (Einaudi, 2018) a cura di Elena Romanello

27 settembre 2018

trilogiax-1518606727In occasione dell’uscita del nuovo romanzo di Jeff VanderMeer Borne, già recensito da Liberi di scrivere, Einaudi ha raccolto in un volume unico i tre precedenti libri dell’autore, successi che l’hanno rivelato al grande pubblico, componenti della cosiddetta Trilogia dell’Area X, Annientamento, Autorità, Accettazione.
Per molti questi trittico di cui solo il primo libro può essere letto da solo ed è diventato anche un film distribuito sulle piattaforme on line con Natalie Portman protagonista ha rivoluzionato la fantascienza come genere, con echi di Lovecraft e richiami a cult degli ultimi anni, come il serial Lost.
Tutto ruota intorno all’Area X, luogo misterioso oggetto di molte spedizioni da cui pochi sono tornati dalle varie spedizioni scientifiche governative che sono state mandate, in un futuro non specificato, per capire e carpire i suoi segreti. Ora tocca ad una squadra composta solo da donne, nessuna delle quali viene indicata con il suo nome, ma con le loro mansioni, la biologa, la glottologa, la psicologa. Una di loro cerca il marito scomparso lì,  ma presto i misteri si infittiranno, con la scoperta di nuovi luoghi da esplorare e di cose non dette a monte con cui la squadra si trova a dover avere a che fare.
Una storia dove echi di Conrad, Ballard e Dick, dove all’elemento fantascientifico si aggiunge un discorso contro l’antropocentrismo, sull’ambiente senza retorica, dove forse i personaggi femminili, per cui l’autore ha una grande attenzione possono essere le salvatrici, o almeno le uniche capaci di dare un nuovo senso alla vita e al mondo. Un tema che poi è tornato in Borne, sia pure con toni diversi, là sotto una distopia mentre qui si riflette sul tema del confine, sul limite, sul desiderio di conoscere ma anche sulla capacità di trovare nuove strade.
Tre libri che si completano, il primo con toni avventurosi e di ricerca della soluzione del mistero, il secondo con al centro John Rodriguez, figlio di una precedente direttrice della Southern Reach, l’ente che controlla l’Area X e ne limita l’accesso per un presunto disastro ecologico, invece più intimista, il terzo organizzato su flash back su cosa avvenne alla squadra del primo libro e su fatti che completano il quadro.
La Trilogia dell’Area X, come già i singoli libri, invita ad una lettura che appassiona e fa riflettere, intorno ai confini del mondo, ai limiti dell’umanità e alle possibilità di andare oltre.

Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il «New York Times», il «Guardian» e il «Washington Post». Einaudi ha pubblicato l’intera trilogia dell’Area X: Annientamento, Autorità e Accettazione (nei Supercoralli nel 2015 e nei Super ET nel 2018), oltre che Borne. E’ anche curatore dell’antologia sul fantastico al femminile Le visionarie con la moglie Ann.

Provenienza: libro del recensore.

Borne di Jeff Vandermeer (Einaudi, 2018) a cura di Elena Romanello

5 settembre 2018

borne-maxw-644Dopo il grande successo della trilogia dell’Area X, tra le opere di fantascienza più interessanti degli ultimi anni, torna Jeff Vandermeer con un nuovo libro, anche questo ambientato in un futuro distopico, molto diverso da quello dell’altra storia ma non certo meno affascinante e inquietante.
In una città devastata da esperimenti genetici e altre catastrofi ambientali, in un mondo ormai tutto così, vive Rachel, cacciatrice di rifiuti, sempre pronta a difendersi da creature mutanti, a cominciare dall’enorme orso bionico Mord, senza memoria di chi è e da dove venga e forse sarà meglio per lei non scoprire mai niente. Un giorno trova in mezzo all’immondizia una creatura mutante, che si presenta come un anemone di mare, Borne, e decide di prendersene cura, anche per combattere la solitudine che si trova a vivere, malgrado la presenza nella sua vita di Wick, un creatore di biotecnologie che nasconde più di un segreto, soprattutto legato a lei.
Pian piano tra Rachel e l’essere si sviluppa un rapporto di dipendenza e affetto, una sorta di metafora della maternità, mentre Borne mostra però anche aspetti inquietanti man mano che cresce, che fanno capire che forse si tratta di un’arma scartata e che può ancora fare gola, in una lotta senza quartiere nella città tra Mord e la misteriosa Maga.
Ci sono echi di Lovecraft e di Miyazaki tra le pagine di un libro che racconta non solo una metafora dello strapotere amorale di certa scienza (come duecento anni fa Mary Shelley in Frankenstein) nonché tra le righe anche delle multinazionali, ma che parla anche di identità, di cosa rende una famiglia tale, di maternità in senso lato, di confronto con il proprio passato e il lutto. Un intreccio complesso, a tratti crudo, a tratti straziante, con al centro un’eroina dolente, in cerca di un senso alla sua vita in un mondo senza senso e senza pietà, dove forse bisogna ripartire dalle cose più semplici per riavere in mano qualcosa da cui ripartire.
Philip K. Dick ha posto la domanda per primo su cosa rende umani e quanto un androide può esserlo e sentirsi, qui il discorso è invece su quanto c’è di umano in creature nate da esperimenti ma in cerca comunque di un loro posto nel mondo e di un senso al loro esistere.
Borne è un libro per amanti della fantascienza, ma anche per chi vuole riflettere sulla propria identità, sulle proprie aspirazioni e su quanto può essere giusto ma anche lacerante voler scoprire la verità su tutto, sui rapporti affettivi e la loro complessità, sull’impossibilità comunque di possedere chi si ama, malgrado resti per sempre nel proprio cuore.

Provenienza: libro del recensore.

Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il «New York Times», il «Guardian» e il «Washington Post». Einaudi ha pubblicato l’intera trilogia dell’Area X: AnnientamentoAutorità e Accettazione (nei Supercoralli nel 2015 e nei Super ET, in un unico volume, nel 2018) e Borne (2018).

:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2018

Shaun

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop a Wigtown, un paese nell’estrema provincia scozzese, dove ci sono undici librerie. In questa piccola città il Wigtown Book Festival, di cui Shaun è uno degli organizzatori.
The Book Shop è una libreria indipendente, una di quelle che resiste all’avvento sul mercato delle grandi catene e di Amazon.
Dal febbraio 2014 al febbraio 2015, Shaun Bytell tiene un diario in cui racconta con grande ironia la vita quotidiana che accade tra le quattro mura della sua libreria.
Quel diario è diventato un libro. Una vita da libraio è una lettura piacevole per tutti noi che frequentiamo le librerie e divoriamo ogni giorno pagine infinite di libri.
In presa diretta lo scrittore – libraio ci coinvolge e soprattutto ci fa entrare nel clima stravagante del The Book Shop.
Ci fa conoscere i clienti con le loro richieste assurde. Esilarante i racconti dei battibecchi giornalieri con Nichy, la sua collaboratrice stravagante sempre pronta a pungolare il suo capo.
Shaun, libraio un po’ misantropo, ci dà conto con una leggerezza divertente della varia umanità che frequenta la sua libreria e delle difficoltà che incontra con Amazon per la vendita on line dei libri.
Ogni capitolo inizia con una frase tratta da Ricordi di libreria di George Orwell.
Bythell si fa guidare da lui e ne attualizza l’esperienza.
The Book Shop è una libreria dell’usato.  Secondo Il Guardian è al terzo posto nella classifica delle librerie strane e meravigliose del mondo.
Questo libro ha davvero molti pregi, ma soprattutto è il racconto in prima persona dell’esistenza dolce e amara di un libraio che non si vuole arrendere a Amazon e che non ha nessuno intenzione di mollare.
Con grande ironia Shaun racconta il suo grande amore per i libri. Dal cuore di una piccola città della provincia scozzese questo libraio davvero particolare lancia un importante segnale di resistenza attraverso la sua esperienza quotidiana.
Seduto sullo sgabello della sua libreria combatte come un moderno Don Chisciotte Amazon, prende a fucilate un Kindle. Ma soprattutto resiste, sapendo che l’impresa è faticosa e impossibile. Ma i libri sono per sempre. Vale la pena lottare per loro.

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival.

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Morrison di Toni Morrison (Einaudi I Meridiani 2018) a cura di Marcello Caccialanza

16 maggio 2018

COF_merid_morrison.indd“Morrison” raccolta dedicata a Toni Morrison (premio Nobel per la letteratura 1993, considerata dai più una tra le più grandi autrici afroamericane) è un insieme di romanzi ben confezionato, che appartiene alla collana “ I Meridiani” della Mondadori editore.
Quest’opera vanta anche la presenza, come nota introduttiva dell’intero lavoro, di un saggio assai prezioso, realizzato, con grande maestria, dalla penna di Marisa Bulgheroni ed anche costruito in modo nobile sulla alquanto provata competenza critica di Alessandro Portelli, uno dei massimi conoscitori di letteratura afroamericana e di tradizioni orali.
Questo Meridiano ha il compito anche di ridisegnare in modo epico, passo dopo passo, il percorso narrativo dell’autrice nata l’8 febbraio 1931 nello Stato dell’Ohio, e più precisamente nella città di Lorain.
Il suo debutto nel mondo della scrittura impegnata avviene negli anni’70 con il romanzo: “L’occhio più azzurro” dove la stessa narra la tenera vicenda di una piccola di colore che aspira ardentemente ad emulare i bianchi. Vorrebbe avere perfino gli occhi azzurri proprio come quelli della celebre bambina prodigio Shirley Temple.
Nel 1973 dà alle stampe “Sula”, un racconto formativo che esamina in modo peculiare e speculare l’intrinseca vicenda evoluzionistica di due donne dal carattere agli antipodi: la prima del tutto combattiva e ribelle; mentre la seconda più placida e conformista. L’autrice fa qui un pregevole lavoro di analisi del loro repentino cambiamento che va pari passo con quel mutamento che si era verificato nelle comunità di colore durante l’ondata di migrazione che aveva avuto luogo negli ’40.
Ma la consacrazione ufficiale di questa scrittrice di prim’ordine arriva nel 1987 e più precisamente con il suo capolavoro “Amatissima,” che l’anno dopo, nel 1988 ha vinto il premio Pulitzer.
In questa narrazione, così maestosa e monumentale, canto di rara e provata intensità, viene offerta al pubblico l’intricata vicenda esistenziale di Sethe, una giovane e assai rustica donna dalla pelle nera che, prima che facesse il suo nefasto ingresso la Guerra Civile, ha l’indomito coraggio di ribellarsi alla propria schiavitù. Il suo sogno proibito fuggire al nord, verso la libertà più vera! Ma alla fine della sua triste epopea prende l’ingrata decisione di uccidere la propria figlia, carne della sua carne, piuttosto che farle sperimentare le terrificanti ed infernali torture che una meschinità quale la schiavitù aveva prodotto!
Oltre alla lettura di questi tre romanzi, così meravigliosamente toccanti, tradotti da Chiara Spallino; noi fedeli lettori abbiamo ancora un’altra grande opportunità per confrontarci con la bravura di questa autrice e per conoscerne meglio la sua sensibilità e la sua tenacia. Ricordiamo quindi “ Canto di Salomone”; “Jazz”; e “Il dono” che contemplano in modo assai perfetto l’immaginario politico e civile di questa incredibile donna tutta di un pezzo, che ha la fortuna di spiccare il volo nel panorama internazionale e contemporaneo, a causa del suo impegno sociale e del suo talento cristallino.
Da leggere perché è un tenero e sentito omaggio, scritto con il cuore da una donna alle donne!

Nata in Ohio nel 1931 da una famiglia nera di origini operaie, Toni Morrison diventa nel 1965 editor della casa editrice Random House, affermandosi sulla scena pubblica come specialista in cultura afroamericana. Al suo esordio con L’occhio più blu (1970) riscuote immediatamente un ampio consenso di critica e di pubblico, segnalandosi in particolare per il tono epico della narrazione e i connotati sociali che sempre caratterizzeranno la sua scrittura, fino all’ultimo romanzo pubblicato, God Help the Child (2016). Ottenuti i più prestigiosi riconoscimenti – dal Pulitzer del 1988 al Nobel – e da sempre vicina al movimento femminista e al Partito Democratico, la Morrison si è schierata con Barack Obama per le elezioni presidenziali del 2008.

Source: libro del recensore.

:: Il monastero delle ombre perdute di Marcello Simoni (Einaudi 2018) a cura di Elena Romanello

25 aprile 2018

12Torna per Einaudi una nuova indagine dell’inquisitore seicentesco a Roma fra’ Girolamo Svampa, di nuovo dalla penna di Marcello Simoni, che racconta un nuovo giallo storico in un’epoca in fondo poco nota ma fondamentale per arte e cultura non solo nella città eterna.
Nella capitale papalina, nel giugno del 1625 capita una sera che la giovane e irrequieta Leonora Baroni entri con un corteggiatore nelle catacombe di Domitilla e qui faccia la macabra scoperta di un cadavere di un uomo e di una figura di donna con la faccia di capra. Fra’ Girolamo Svampa si trova in esilio in Toscana, alcune sue indagini non hanno fatto comodo al potere pontificio e si è preferito allontanarlo, ma ora solo lui può aiutare i suoi superiori a venire a capo di un mistero che può portare discredito.
Svampa accetta l’invito di padre Francesco Capiferro e torna a Roma, dove si scontra, oltre che con le difficoltà del caso, con l’opposizione del suo storico nemico Gabriele da Saluzzo, ma dove trova l’appoggio del fedele Cagnolo Alfieri. L’indagine si dimostra subito non facile, anche perché la famiglia di Leonora Baroni non è il migliore degli interlocutori: la ragazza è figlia di Adriana Basile, celebre cantante e sorella del grande scrittore napoletano Giambattista, che in una delle sue celebri fiabe ha raccontato una cosa molto simile a quella successa nelle catacombe.
Tra antichi culti e nuovi circoli al femminile, giochi di potere e intrighi, Svampa dovrà cercare di trovare il bandolo di una matassa che, se non risolta, potrebbe rovinare definitivamente la sua carriera e la sua vita.
Rispetto agli altri thriller di Marcello Simoni, basati su azione e Storia, questi su fra’ Svampa sono più meditativi e più di indagine, ma non per questo meno interessanti, anzi questo secondo capitolo immerge ancora meglio in una Roma tardo rinascimentale dove superstizione e modernità convivono e dove la ricerca della verità può essere davvero l’unica cosa che conta.
Interessante in particolare aver inserito Giambattista Basile come personaggio, figura storica realmente esistita, autore di fiabe che ispirarono Perrault e i fratelli Grimm (le prime versioni ufficiali di Cenerentola e della Bella Addormentata, in versione horror, sono sue) e in tempi recenti l’interessante film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti.
Marcello Simoni ha in progetto adesso altri libri di altre sue serie, ma c’è da pensare che prima o poi ci riporterà sulle orme di Girolamo Svampa.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni, tutti usciti per Newton Compton. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016 e 2018), dove compare per la prima volta il personaggio di Girolamo Svampa, e Il monastero delle ombre perdute (2018). È tradotto in venti Paesi.

Source: acquisto personale

:: Hotel Silence di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi 2018) a cura di Michela Bortoletto

17 aprile 2018
Hotel silence

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Che fare se a quasi quarantanove anni ti ritrovi divorziato, con un padre morto alla tua stessa età, una madre la cui memoria appare e scompare e scopri che tua figlia di ventisei anni in realtà non è tua figlia? Jónas, il protagonista di questo romanzo entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega Europeo, è un quarantanovenne la cui vita di colpo perde ogni punto di riferimento: il divorzio e la scoperta del segreto legato alla nascita della figlia fanno scomparire in lui ogni certezza. Jónas, che nella vita aggiusta le cose, si trova di colpo a dover aggiustare la propria esistenza. Ma Jónas si sente sopraffatto, non riesce più a riconoscersi, perde il senso della vita e decide quindi di porvi fine prima chiedendo il fucile al suo vicino, poi pensando di agganciare una corda al soffitto. Ma un dettaglio lo blocca: il suo corpo potrebbe essere trovato dall’amata figlia. E allora decide così di lasciare il Paese per andare a morire il più lontano possibile scegliendo come meta un luogo appena uscito da una violenta e sanguinolenta guerra. Arriva così all’Hotel Silence, un vecchio albergo recentemente riaperto, gestito da un fratello e una sorella, che al momento ospita solo altri due ospiti: un’attrice e un uomo. Poco importa a Jónas se la stanza che gli hanno assegnato ha qualche problemino con l’acqua calda, la carta da parati alle pareti si sta scollando e la lampadina va a intermittenza : niente potrà distoglierlo dal suo scopo. Niente tranne Mai, la ragazza che gestisce l’albergo insieme al fratello Fífí. Niente tranne Adam, figlio di Mai, il cui padre è stato barbaramente ucciso in guerra. Niente tranne il proprietario della locanda in cui pranza che gli chiede aiuto per costruire una porta. Ninete tranne la ristrutturazione di una casa per le donne. Niente tranne la fiducia che tutte queste persone cui la guerra ha portato via tutto sembrano porre in lui. Ed è così che Jónas si ritroverà a ricostruire un paese per ritrovare sé stesso.
Hotel Silence è il racconto di come si possa sempre trovare una ragione, una motivazione per andare avanti nonostante le difficoltà che la vita ci pone. È un romanzo essenziale, che non si dilunga in descrizioni di particolari ma porta avanti la storia attraverso le azioni e le richieste dei protagonisti secondari che salveranno, forse, la vita di Jónas.

Auður Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavík nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Per Einaudi ha pubblicato Rosa candida (Supercoralli 2012, Super ET 2014; tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti), La donna è un’isola (Supercoralli 2013, Super ET 2014), L’eccezione (Supercoralli 2014, Super ET 2015), Il rosso vivo del rabarbaro (Supercoralli 2016) e Hotel Silence (2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Gaia e Carla dell’ Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018
Il diavolo nel cassetto

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Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: VersOriente – La sostanza del cambiamento in Un artista del mondo fluttuante di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006) a cura di Andrea D’Angelo

22 gennaio 2018
Fluttuante

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Che cosa è rimasto del Giappone bellico dopo la guerra? Agli occhi di Masuji Ono, protagonista di Un artista del mondo fluttuante, non sembra essere rimasto molto. L’autore, Kazuo Ishiguro, premio Nobel 2017, che nel 1986, anno della pubblicazione, non aveva ancora raggiunto la fama, infonde in questo romanzo una grande varietà di letture.
È la storia di un pittore famoso che, ormai alla vecchiaia, si ritrova in un Giappone sconfitto e devastato. Il suo occhio guarda, nella tranquillità della pensione, ai cambiamenti che la fine della guerra ha portato nell’animo dei suoi connazionali. Cerca quindi di scrutare tra i comportamenti delle figlie e degli amici di vecchia data i segnali di un nuovo modo di intendere, che fa da spartiacque tra ciò che il Giappone era una volta e ciò che è diventato.
Tutta l’opera d’altronde sembra essere stata costruita sulla mediazione culturale. Il testo, scritto originariamente in inglese, lascia intravedere l’intenzione di rivolgersi all’Occidente, come a voler spiegare qualcosa sulla storia giapponese a chi sembra non averne capito molto. Questa mediazione alterna passaggi in cui Kazuo Ishiguro immerge il lettore in un contesto esplicitamente estraniante, quasi da percepire la distanza culturale al tatto, a momenti di simbolismo criptico – che ritroviamo già nel titolo.
Il mondo fluttuante a cui si fa riferimento, infatti, non è solo la metafora di un mondo effimero, ma ha bensì un chiaro inquadramento nella storia e nella cultura giapponesi. L’Ukiyo (浮世, il mondo fluttuante) muove i suoi passi dalla cultura buddhista del XVII secolo e dai cicli di reincarnazione. Rappresenta l’inconsistenza della realtà umana e la limitatezza della percezione. L’Ukiyo non è però un concetto unicamente filosofico, ma si declina in molte espressioni concrete, identificando uno stile di vita, quello dei quartieri del piacere, e spaziando in tutte le forme dell’arte.
Masuji Ono conosce bene tutto questo. Con tutta la sua esperienza da pittore sa bene cosa significa rappresentare la realtà e i limiti invalicabili di questa azione. E allora, se torniamo a chiederci cos’è rimasto del Giappone dopo la guerra e ci affidiamo ai suoi occhi esperti, ci sembrerà forse per un attimo di intravedere che il Giappone che descrive non ha perso la sua essenza. È ciò che la realtà mostra di sé che ha cambiato forma, fluttuando. Ma l’invisibile essenza, come il ciclo della reincarnazione, non cambierà mai.

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016) e Il gigante sepolto (2015, ultima edizione Super ET 2016). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l’ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Carla Polzot dell’ Ufficio stampa Einaudi.

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:: La notte della rabbia di Roberto Riccardi (Einaudi 2017) a cura di Federica Belleri

17 gennaio 2018
La notte della rabbia

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Roma, inizi degli anni ’70. Il professor Claudio Marcelli viene sequestrato. L’operazione viene subito rivendicata dalle Sap, Squadre d’Azione Proletaria. Il professore aveva da poco proposto una riforma della legge penale, ed era candidato come Ministro dell’Interno. Elemento scomodo per i terroristi. Moglie e figlia, presto informate, iniziano a vivere nell’incertezza e nella paura. Il colonnello dell’Arma Leone Ascoli è impegnato da tempo a combattere le Sap in ogni modo, la lotta al terrorismo per lui è al pari di una questione personale. Il sequestro del professore è un ricatto allo Stato, di questo ne è sicuro.
Si effettuano i primi rilievi, i giornalisti sono affamati di notizie e Roma continua a vivere come se nulla fosse accaduto. Il costo della vita è aumentato e la disoccupazione ha l’aspetto di una piaga infetta.
Ascoli è preoccupato e pensieroso. Riflette su come organizzare al meglio i suoi uomini, e ogni tanto si lascia manipolare da ricordi dolorosi e dal vuoto lasciato dalla moglie, scomparsa troppo presto. È un essere umano, come tanti. Ha un vissuto e un presente faticoso da portare avanti. Ha un codice personale relativo ai prigionieri che rispetta in modo scrupoloso: anche il peggior delinquente ha una dignità, e deve essere trattato bene. Il colonnello Ascoli è spesso taciturno. Lo sa bene l’appuntato Berardi suo fidato autista e amico singolare, in grado di strappargli sempre un sorriso. Alcuni illustri personaggi lo circondano in questa indagine. Tra questi spicca il giudice Tramontano, archivio storico umano con la maggior quantità di informazioni sulle bande criminali. Un amico stimato, dalla stazza imponente, amante della buona cucina. All’interno di quest’indagine compare la Stasi e l’Intelligence della Germania Occidentale. Il terrorismo ha radici particolari e troppe sono le persone interessate a spiare, prima di essere spiate. Tra amicizie vecchie e nuove Leone Ascoli osserva piccoli particolari, che possono fare la differenza. Protegge una testimone che ha bisogno di lui. Scopre le vere intenzioni delle Sap e precipita in un vortice che lo riporta indietro nel tempo. Non ha scelta, deve affrontare di nuovo un oscuro periodo.
I movimenti studenteschi avanzano. Si siglano accordi per non soccombere. E lentamente il cerchio si chiude attorno agli ideali politici offuscati dall’amore. Attorno ad un gruppo all’apparenza unito ma composto in realtà da individui egoisti ed insicuri. Una morsa di angoscia e di terrore si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, che vivono questa e mille altre indagini sulla propria pelle.
La notte della rabbia è un noir che definisce come il male sembri possedere l’essere umano, senza appartenere a un genere specifico o a un colore politico.
La notte della rabbia è un’erba infestante che si insinua e cresce a dismisura, alimentata dalla vita stessa.
La notte della rabbia costringe i protagonisti a guardarsi in faccia, con le armi puntate sui rispettivi volti.
La scrittura precisa e densa di avvenimenti porta il lettore a confrontarsi con i temibili Anni di Piombo. Il romanzo ha un ritmo equilibrato dalla prima all’ultima pagina, e scava nell’animo dei personaggi al punto giusto, senza invadere.
Ottima lettura.

Roberto Riccardi (Bari, 1966) è colonnello dei carabinieri. Ha esordito nel noir con Legame di sangue (Giallo Mondadori, 2009), cui hanno fatto seguito I condannati (Mondadori, 2012), Undercover (e/o, 2012), Venga pure la fine (e/o, 2013) e La firma del puparo (e/o, 2015). È anche autore di libri sulla Shoah: Sono stato un numero (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e, insieme a Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita (Giuntina, 2013). Per Einaudi ha pubblicato La notte della rabbia (2017).

Source: acquisto del recensore.

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:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014)

9 novembre 2017

donde(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

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