:: Casamia di Francesca Varagona

LilliLiliana ha passato la cinquantina e il quintale di peso.
La incontro nello spogliatoio di un centro medico dove si reca un paio di volte alla settimana per le sue sedute di idrokinesiterapia.
Ha gli occhi larghi e arriva con anticipo. Si siede sulla panca e legge. Le piace non fare aspettare, dice, e riprende la lettura. Legge. Legge sempre.
Lilli è straniera, viene da un paese dei Balcani sconvolto dalla guerra solo qualche anno prima. Ha problemi alla schiena, attende un’operazione. Pesa troppo e lo sa, ma non si è risparmiata. Racconta la sua vita alla giovane terapeuta senza enfasi, con calma e determinazione. È separata.
“Anche tu?” le domanda la giovane fisioterapista con il rossetto brillante e gli occhi mesti che medita di lasciare l’Italia in cerca di un guadagno migliore, forse di un nuovo amore.
“Da sette anni”, racconta Lilli con orgoglio.
L’intera sua vita passata si snoda durante la seduta, mentre esercita la schiena e i muscoli intorpiditi con l’aiuto delle manopole e del tubo galleggiante. La racconta con una voce piana, dal leggero accento slavo. Sposata a vent’anni, con un uomo insensibile. Due figlie. Lavoro. Lavoro. Lavoro e poi la catastrofe. La guerra. Il sovvertimento di ogni certezza. La fuga sotto l’Alto Patronato per i Rifugiati Politici delle Nazioni Unite. La vita di un’esule che ricomincia da zero.
Cambia nel fisico, Lilli, “nella corporatura”, come dice lei con il suo italiano curato, sorprendente sulla bocca di un’operaia straniera. Cambia nelle scelte. L’uomo, il marito – “ex” come precisa con una punta d’orgoglio, adesso – accumula debiti su debiti. Vende la loro casa in patria, quello che rimane delle loro poche cose, al suo paese non ha più nessuno.
E ricomincia. Prima accanto a lui: bussa alla porta di amici italiani.
Il suo primo colloquio di lavoro, dieci anni prima, in un’azienda dell’Appennino, sono due frasi.
“Quando sei nata?”
“Hai voglia di lavorare?”
Subito assunta. Ma lui, il suo ex, è contrario. La ingiuria.
“Sei impresentabile”.
La denigra, soprattutto in presenza di altri.
“Non vali niente”.
“Se vuoi lavorare devi fare prima tutti i servizi di casa – le intima. E il pane fresco. Tutte le settimane. Tutte le domeniche”. Un pane nero e aspro.
Lei, dura, resiste. Lavora in fabbrica. Si spacca la schiena. E lava e pulisce e stira. E tutte le domeniche impasta e cuoce il pane che lui non vuole comprare. Va avanti sei mesi, poi lui capitola: “Va bene, è meglio se lo compriamo”. Lilli non ha tentennamenti né lacrime. Sono passati sette anni da quando è sola.
La volta che era andata dal giudice per la separazione, lui l’aveva intimorita:
“Non ti do niente, non avrai niente. Non ti do un soldo, se vuoi stare da sola”.
Non fa una piega. Rinuncia a tutto.
Il giudice la ferma: “Signora, è sicura?”
Lilli è decisa, è un caterpillar: “Voglio firmare”.
La prima cosa che ha fatto, dopo essere entrata a casa da sola, ha comprato uno zerbino. C’è scritto “Casa mia”.
Ha sopportato di tutto. Le umiliazioni. Gli scorni. I tradimenti. Il suo ex si è messo con la madre di un compagno di scuola della figlia minore.
La ragazzina si voleva suicidare.
“L’ho salvata per i capelli”. Lo dice con l’amore e l’orgoglio di una donna che ha visto il peggio.
“Ieri ho saldato l’ultima rata dell’ultimo debito”.
Sono libera, dicono i suoi occhi vispi, il viso pacioso; la sua schiena malandata, ma non spezzata, dritta.
“Mi operano tra tre mesi”.
“E’ un intervento molto costoso?”, s’informa gentile la fisioterapista.
“Ce la farò. Se non mi curo non posso lavorare. Lavorerò di nuovo. Darò un futuro alle mie figlie.
Se ce l’ho fatta finora, con quello che ho visto, posso resistere ancora”.
Nello spogliatoio, al termine della seduta, mentre si riveste mi confida: “Adesso mi aspettano tre quarti d’ora in corriera; tutti i benefici della terapia sfumano così. Quando arrivo a casa ho più male di prima”.
Ma non importa.
Non devo più cuocere il pane della mia terra. Non devo più rendere conto a un uomo che mi ha buttata via quando non ero più piacente. Posso pulirmi le scarpe impolverate sullo zerbino e chiudere la porta di casa.
“Casa mia”.

(settembre 2013)

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

Tag: ,

Una Risposta to “:: Casamia di Francesca Varagona”

  1. Rita Says:

    Un racconto che ad una lettura superficiale sembrerebbe emanare ottimismo per la forza d’animo della protagonista. Infatti è vero che si è liberata del marito ed ha superato tante prove difficili, ma tutto ciò che ha sopportato nel passato se l’è caricato nel suo corpo: sta mentendo a se stessa, il suo fisico urla tutta la sua sofferenza e la sua fragilità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: