Buone vacanze! Arrivederci a Settembre!

2 agosto 2020 by

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:: Esce oggi su Amazon “Delitto a bordo del Giava” di Shanmei

18 giugno 2020 by

In piena Belle Époque, un viaggio a ritroso nel tempo in un mondo perduto ma di cui giungono gli echi fino a noi.

Se vi è piaciuto “Un gioco di pazienza” ritroverete il tenente Bianchi questa volta in viaggio verso la Cina sul piroscafo Giava.

Un giallo vintage ricco di misteri e di pericoli, in cui nulla è come sembra.

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Clicca sulla cover per l’acquisto

Napoli, 1900

Il tenente piemontese Luigi Bianchi, facente parte del Secondo Contingente Italiano inviato per sedare la rivolta dei Boxer, è finalmente a bordo del piroscafo Giava alla volta della Cina. Il viaggio però non si preannuncia affatto tranquillo: sabotaggi, tempeste, epidemie e… un delitto. Nel locale caldaie viene infatti trovato il corpo senza vita di un clandestino di cui nessuno sembra conoscere l’identità. Chi è? Cosa ci faceva a bordo? E soprattutto c’è un assassino tra i componenti dell’equipaggio? Magari intenzionato a uccidere ancora? Al tenente Bianchi, aiutato dal tenente medico Maurizio Valente e dal sergente marchigiano Vincenzo Bertelli, verrà dato l’incarico di indagare sul delitto ma ben presto l’indagine si trasformerà in una lotta per la sopravvivenza perché sarà chiaro che qualcuno non vuole assolutamente che il Giava arrivi in Cina.

Disponibile online in digitale su Unlimited o al costo di 3,99 Euro e in cartaceo a quello di 9,99 Euro.

Partecipa a Amazon Storyteller 2020.

:: Ultimo respiro di Robert Bryndza (Newton Compton 2020) a cura di Federica Belleri

2 agosto 2020 by

Ultimo respiroUltimo thriller di Robert Bryndza. Un nuovo caso che vede protagonista la detective Erika Foster. Un caso difficile, come sempre. Un caso che le toglierà l’appetito, il sonno e la farà scontrare con il suo privato e una possibile promozione in corso.
Ma i punti di forza di questo romanzo non sono solo questi. Sono legati a giovani vite che vengono interrotte brutalmente, all’orrore provocato dal ritrovamento dei loro corpi, alla solitudine e all’anaffettività. All’ambizione di crearsi un profilo social accettabile e, di contro, all’incapacità di ammettere le proprie debolezze. Facilmente, nascondendosi dietro a uno schermo, isolandosi dagli altri, sentendosi brutti o addirittura insignificanti.
Quante sfaccettature diverse per i principali protagonisti di questa storia … Quanto dolore zittito per anni, quanta ingenuità nelle vittime.
Credo che Ultimo respiro sia il miglior romanzo che ho letto di questo scrittore, per la sensibilità dimostrata nella scrittura, per la delicatezza nell’esporre le fragilità dei personaggi creati, per la simpatia di alcuni di loro. Per l’interpretazione della giustizia, non sempre leale. Per il potere dell’amore e per le decisioni che impone di prendere.
Leggetelo, ne vale la pena.

Robert Bryndza si è conquistato una fama incredibile con il suo thriller d’esordio, La donna di ghiaccio, che in pochi mesi ha scalato le classifiche ed è in corso di traduzione in 30 Paesi. I romanzi che hanno come protagonista Erika Foster sono bestseller internazionali che contano quasi 3 milioni di copie vendute. La Newton Compton ha pubblicato La donna di ghiaccio, La vittima perfetta, La ragazza nell’acqua, I cinque cadaveri e Ultimo respiro.

Fonte: libro inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

2 agosto 2020 by

Ecco il resoconto dell’undicesimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 30 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

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Benvenuta Laura ZG Costantini, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: E’ nato prima il tuo amore per il giornalismo, o per la narrativa?

Buonasera a tutti. Di sicuro è nato prima l’amore per la narrativa. Un colpo di fulmine, frutto della lettura. Nel momento in cui, in prima elementare, sono stata in grado di leggere è stato come scoprire un incantesimo. C’erano parole, una di seguito all’altra. E raccontavano storie, mondi, personaggi. Ho cominciato a leggere come una pazza e due anni dopo, a otto anni, ho deciso che volevo raccontare storie anch’io. Quindi alla lettura compulsiva e onnivora, si è unita la scrittura. Che esistesse il giornalismo, ovvero la narrazione dei fatti, l’ho scoperto intorno ai dieci anni e, non so perché, a undici ho deciso che da grande sarei stata una giornalista. Tutti lì a dirmi quanto sarebbe stato difficile. Oggi vorrei dire a quelle persone che le difficoltà per accedere alla professione sono state una passeggiata rispetto a quelle per farsi conoscere come autrice di narrativa.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Questa è una domanda difficile perché ho letto e leggo moltissimo, cercando di spaziare nei generi, senza preclusioni di alcun genere. A parte per i russi. Non ho feeling con i russi e mi dispiace. Ho faticato con “Il maestro e Margherita”. Ho letto “Memorie del sottosuolo”, di Dostoievskji, mi sono arenata su “Guerra e pace”. Ho amato molto la narrativa d’avventura, Dumas, Verne, Salgari, Burroughs. Poi la fantascienza storica, quella di Asimov, di Fredrick Brown, di Ray Bradbury, Frank Herbert. Ho letto “Il signore degli anelli” e adoro Tolkien. Uno dei libri che ho riletto è stato “Furore” di Steinbeck. Non sono un’appassionata di Pavese, per esempio. Ho amato “Fontamara” di Silone, ma gli italiani li ho snobbati a lungo, letteralmente irretita dagli americani: Steinbeck, Trumbo, Chandler, ovviamente Stephen King. Ah, adoro i vampiri e quindi Stoker, Le Fanu, Ann Rice. Poi ho scoperto tantissime autrici italiane contemporanee (e maledettamente poco famose in proporzione alla loro bravura) e mi ci sono tuffata a pesce.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

Uh, la musica… Incide soprattutto se scrivo da sola. C’è un personaggio nel Diario vittoriano che è scaturito da una canzone che, in quel momento, andava dappertutto e che parlava direttamente al mio cuore: Lost on you di LP. Vorrei essere brava a crearmi delle playing list con tutte le canzoni, i brani, le romanze che mi danno emozione. Però, se lo facessi, le storie sarebbero tutte molto tristi. Mi lascio trascinare dalla malinconia della musica, da sempre.

In parte mi hai già risposto ma questa domanda si collega a questa Laura ZG Costantini: Come nascono i personaggi principali delle tue storie vittoriane?

Liberi di scrivere i due protagonisti del Diario vittoriano, Kiran e Robert, li ho incontrati che avevo quindici anni, sull’onda della passione tutta salgariana per le ambientazioni orientali. Volevo un rivoluzionario e un poeta. Il rivoluzionario era Kiran, un selvaggio con gli occhi da tigre. Il poeta era Robert, apparentemente fragile, biondo, romantico, ma pronto a lottare. Poi i comprimari sono arrivati. Sir William, l’uomo delle regole, ma anche dell’amore paterno. L’ispettore Cameron, il poliziotto che riesce a credere in una giustizia che va oltre la legge. Aldus Shelby, il tagliagole che si vota alla giusta causa. Il dottor Mallard. Li ho amati tutti, tantissimo. Ma sono loro che hanno trovato me.

Quale è il libro che ti è costato più fatica scrivere?

Abbiamo faticato parecchio per Il puzzle di Dio perché era un progetto molto complesso. Infatti… stiamo pensando al sequel.

Escludendo il tuo tandem letterario con la brava Loredana Falcone, un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Mi piacerebbe scrivere una storia di vampiri bellissimi e dannati con Lucia Guglielminetti. E uno steampunk cupissimo con Federica Soprani.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo un sacco di roba. Sono alle prese con Tempo assassino di Michel Bussi, ho letto L’ombra di Caterina di Marina Marazza, Guardrail di Eva Clesis, Icaro di Deon Meyer, voglio portami in vacanza i due volumi di Victorian Solstice di Federica Soprani e Vittoria Corella.

L’ora è davvero volata, chiudo l’intervista con la mia ultima domanda: Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quale tuo romanzo vedresti bene come soggetto per un film?

Ho dei colleghi in Rai che vorrebbero vedere sullo schermo la trilogia Noir a colori. Io vedrei benissimo per la tv Blu cobalto, per il cinema Il puzzle di Dio e per Netflix Il diario vittoriano in forma di serie.

Le domande dei lettori

Lucia Guglielminetti

Ciao Laura. Nel tuo Diario Vittoriano ci sono molti momenti drammatici, ma qual è quello che proprio ti ha strappato fiumi di lacrime a scriverlo?

Lucia Guglielminetti sono tre in realtà: (okkio allo spoiler per chi non avesse ancora letto) l’assassinio di F.C.; il tentato suicidio di K. e l’ultima telefonata tra K. e R.

Un lato del tuo carattere che senti di avere in comune con Robert e uno con Kiran.

Lucia Guglielminetti con Robert ho in comune un dannato senso del dovere che diventa senso di colpa se non riesco ad accontentare tutti. Con Kiran vorrei avere moltissimo in comune, ma credo che ci unisca il senso del melodramma e il non essere autoironici.

Amneris Di Cesare

Ciao Laura. Metti pure in fondo a tutte le altre domande questa mia, ma mi farebbe piacere che ci raccontassi a cosa stai/state lavorando tu e la tua socia ultimamente, perché immagino che non starai ferma a guardare drama come me, al momento, ma starai scrivendo come sempre…

Amneris Di Cesare io e la socia stiamo lavorando alacremente su parecchi fronti: abbiamo rieditato un romanzo storico che volevamo iscrivere al concorso di Amazon, ma abbiamo rinunciato visto che tutto si basa sulla quantità di recensioni che si ottengono; stiamo finendo un romanzo ambientato nel Montana nel 1960, una storia d’amore; dobbiamo editare insieme a goWare un romanzo inedito che si svolge tra il 1980 e il 90 tra Parigi e New York, nel mondo della moda e dell’arte, ci teniamo moltissimo; abbiamo messo in cantiere un intricatissimo giallo alla Agatha Christie ambientato in Italia nel 1905.

E com’è nata l’idea di Blu Cobalto, l’ultimo bellissimo romanzo che hai scritto con la Socia Loredana?

Amneris Di Cesare volevamo affrontare un argomento paranormal/fantasy. Io ho una passione per i vampiri, ma la socia non condivide. Ci siamo guardate intorno e abbiamo puntato al mare, tirando fuori un thriller moooolto particolare. Pare stia piacendo, anche se poco alla volta.

Michele Di Marco

Ciao Laura, tu, da sola o con Loredana, hai scritto storie ambientate in tanti periodi storici e in tanti luoghi diversi, anche lontani (persino nel futuro). Quanto ti diverte far spaziare la fantasia, e quanto però ti “costringi” a vincolarla in base alle ricerche, o alla conoscenza diretta che hai degli ambienti in cui fai vivere i tuoi personaggi?

Michele Di Marco se si fa un buon lavoro di ricerca, nulla è impossibile quindi cerco di non porre limite alcuno alla fantasia, sia a due che a quattro mani. Il solo limite può essere la capacità di realizzare ciò che voglio/vogliamo da una storia. Abbiamo molti progetti rimasti lettera morta perché non siamo, o non sono, riuscite a trovare il modo giusto di raccontarli.

Laura, con Loredana darete un seguito anche alla serie dei “colori”? Torneranno Ian, Ashley e Valerio?

Michele Di Marco un’idea ci sarebbe. E anche un nuovo colore, ma adesso abbiamo troppa carne al fuoco. C’è chi pensa che scriviamo fin troppo. Se diventassimo famose, direbbero senz’altro che abbiamo schiere di ghost writer.

Prima hai scritto che è stato difficile farti conoscere come scrittrice di narrativa, e ogni tanto è capitato che tu condividessi qualche riflessione un po’ sconfortata sul tema. E’ un problema risolto?

Michele Di Marco nuuuuu, affatto. Però ho imparato a essere felice dei lettori che ho, che sono ormai numerosi abbastanza da stupirmi. Non vivo di narrativa, ma sono soddisfatta dei messaggi, dei feedback e delle recensioni che ricevo.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Laura, innanzitutto come stai? Ti sei ripresa dall’infortunio alla gamba? E poi, la domanda: scrivi in coppia con Loredana da tantissimo tempo. Mi dai la ricetta per scrivere un romanzo a quattro mani?

Ivo Tiberio Ginevra ciao. La caviglia sta bene. Riguardo alla ricetta… non credo ne esista una. Per scrivere insieme a un’altra persona deve crearsi un’alchimia molto simile a quella di un innamoramento. Ci si deve sentire affini, ci si deve reciprocamente fidare, aprirsi, non celare i più riposti movimenti dell’animo. Soprattutto se non si utilizza il sistema della divisione dei capitoli o dei personaggi. Io e Loredana scriviamo insieme da quando eravamo bambine, quindi ci siamo affinate reciprocamente e la nostra scrittura a quattro mani è cresciuta con noi, fino a diventare un terzo autore. C’è Laura, c’è Loredana e c’è Lauraetlory.

Anna Gargiulo

Ciao! Con quali dei tuoi personaggi ti senti più a tuo agio, nel senso di riuscire a seguirli nella loro strada, accettando le ‘loro’ decisioni?

Anna Gargiulo direi con tutti. Sono sempre i personaggi a decidere la loro strada e io li seguo, o noi li seguiamo, quando scrivo con Loredana. Va detto che la simbiosi totale l’ho vissuta con Kiran, il protagonista del Diario vittoriano.

Olimpia Petruzzella

Ciao! Cosa ti affascina di più nella scrittura? Qual è il tuo aspetto preferito? E hai una routine di scrittura?

Olimpia E. Petruzzella mi affascina il “facciamo che io ero…” perché alle volte la scrittura, la creazione, è il corrispettivo di un gioco di ruolo. Mi piace calarmi nei panni dei personaggi e “viverli” da dentro. Mi piace dare un senso alla storia, alla loro vita, giocare a essere una specie di dio. Riguardo la routine di scrittura, io e Loredana scriviamo insieme, davanti allo stesso computer, nella sua cucina, condividendo idee, parole, sentimenti, caffè, tè, crostate fatte in casa.

Fernanda Romani

Ciao, Laura☺Riusciresti a scrivere su commissione, cioè saresti in grado di incanalare la tua creatività su una storia decisa da altri

Fernanda Romani poiché il mio lavoro è scrivere, nel giornalismo, sono in grado di scrivere di qualunque cosa. Però nella narrativa io cerco, prima di tutto, la mia passione. Dovendo, potrei scrivere su commissione. L’ho anche fatto in un paio di occasioni. Ma non è una cosa che amo. Proprio no. E il discorso ghost writer non mi va giù, perché propugno il diritto/dovere di scrivere le proprie storie. Non quelle degli altri.

Ivo tiberio Ginevra

Laura, dai un consiglio dettato dalla tua esperienza a chi vuole presentare il proprio manoscritto a un editore affinché possa essere esaminato con la giusta attenzione.

Ivo Tiberio Ginevra ahahahha, mi vuoi prendere in castagna, vero? Guarda, il solo consiglio che mi sento di dare è di non provarci neanche se non si ha in mano qualcosa di valido. Ma di valido veramente. E sì, lo so che ogni autore pensa che il proprio lavoro sia un capolavoro. Ma non è così, purtroppo, o per fortuna. In ogni caso cercare editori interessati al genere che si è scritto, presentare un testo corretto, una sinossi intrigante, una biografia stringata e non pretenziosa. Quindi armarsi di moltissima pazienza e attendere una risposta. Ah, non fidarsi di tutti quelli che si spacciano per agenti letterari e poi chiedono soldi per leggere i testi. Gli agenti letterari veri non sono quelli che si fanno pagare per dirti che devi farti fare un editing da migliaia di euro da un editor che, guarda la coincidenza, lavora nella loro prestigiosa agenzia.

E invece, a chi vuole dedicarsi alla scrittura che consiglio formativo daresti?

Ivo Tiberio Ginevra leggere tantissimo, di tutto. Un corso di scrittura creativa può essere utile più avanti. Per iniziare vale il vecchio metodo del rubare con gli occhi, ho scoperto di aver appreso per osmosi la maggior parte della tecnica narrativa. E poi, importante, avere veramente qualcosa da dire. Non nel senso di una narrativa impegnata, ma nel senso di una storia che ti sgorga da dentro. Non c’è niente di più coinvolgente della narrativa di intrattenimento. Ed è da lì che scaturisce una vera analisi della realtà che ci circonda. Anche ambientando le storie nel passato, nel futuro o in mondi di fantasia.

Mary, la ragazza che creò Frankenstein di Linda Bailey e Julia Sardà (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

1 agosto 2020 by

4649042-9788817145046-285x424Tra le icone femminili e femministe dei secoli passati, continua ad essere studiata e esaltata Mary Shelley, autrice del primo romanzo di fantascienza, Frankenstein, figlia di un’attivista per i diritti delle donne morta poco dopo averla data alla luce e per sempre ombra e ispirazione della sua vita, interessata alla scrittura fin da giovanissima, eroina romantica di una passione devastante, toccata fin da ragazza dal dolore e dalla morte e capace di creare una storia ancora oggi immortale.
In questi ultimi anni sono usciti vari libri e anche un film su Mary, ed è la volta ora di un libro illustrato rivolto ai ragazzi, una scelta coraggiosa visto che i generi del fantastico per adulti sono sempre visti come terreno minato, e anche una scelta vincente, più incentrata giustamente sulla personalità dell’autrice che non sulla vicenda narrata nel romanzo.
Nelle pagine del libro rivive quindi la vita di Mary, una sognatrice, che fin da bambina immagina cose mai esistite, costruisce castelli in aria, stimolata da un ambiente familiare non facile ma che le permette comunque orizzonti diversi da molte ragazze della sua epoca, e poi dalle sue scelte di vita controcorrente, come fuggire con il suo grande amore Percy Shelley, suscitando scandalo e vivendo poi una vita non certo facile, costellata di dolori, fino alla morte prematura del marito.
Il libro racconta come è nata come scrittrice e come ha dato vita ad una leggenda, attraverso tavole suggestive, che reinventano un mondo come quello del primo Ottocento e omaggiano la cultura romantica e gotica, partendo da quella storia da brividi, in un antico castello, con scoperte scientifiche che sfidano la natura e la morte, durante una notte di tempesta reale, a Villa Diodati sul lago di Ginevra in un anno senza estate, e finta, nelle pagine del libro.
Una narrazione semplificata ma non banale, la nascita di un personaggio indimenticabile e emblematico ancora oggi, in quello che è comunque uno di più grandi romanzi di tutti i tempi, resa accessibile ai più giovani, con poi alla fine del libro una scheda biografica su Mary Shelley e la sua vita.
Mary, la ragazza che creò Frankenstein fa quindi conoscere ai giovanissimi un’autrice straordinaria e la nascita di un genere, come la fantascienza, che ancora oggi è popolarissimo e che deve le sue origini proprio a quella storia di paura capace di toccare il cuore.

Linda Bailey è autrice di molti libri per ragazzi, tra cui la serie di gialli di Stevie Diamond, le graphic novel della Good Times Travel Agency, e un’eclettica serie di albi illustrati, come l’acclamato Stanley’s Party. Ha vinto la California Young Reader Medal, il Blue Spruce Award, il Georgia Storybook Award e molti altri premi.. Vive e lavora a Vancouver.
Júlia Sardà dopo aver iniziato la carriera come colorista per la Diney/Pixar, si è dedicata all’illustrazione toutcour, e oggi i suoi lavori sono apprezzati epubblicati in tutto il mondo. Tra i tanti libri per ragazzi che ha illustrato, per Rizzoli sono usciti La famiglia Lista (2017) e Mary Poppins (2018). Vive a Barcellona.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

L’urlo dell’innocente, Unity Dow,(ed. Le Assassine 2019) A cura di Viviana Filippini

31 luglio 2020 by

“Nessuno dei tre poteva sapere che di lì a cinque anni, dall’apertura di una scatola sarebbe uscito un urlo che non poteva essere ignorato: l’oscurità non sempre basta per tenere nascosto il male.”

Botswana. Tutto comincia con una strana sparizione, quella di una bambina di 12 anni di nome Neo in “L’urlo dell’innocente” della scritttrice Unity Dow, pubblicato dall’editrice Le Assassine. Un ragazzo si presenta alla polizia con ciò che resta degli abiti della ragazzina. Le forze dell’ordine non hanno la più pallida idea di come gestire il fatto, gli indizi del caso rinchiusi in una scatola spariscono, o forse vengono fatti sparire di proposito, mentre gli agenti avvisano la famiglia di Neo, dicendo che la ragazzina sarebbe caduta vittima di bestie feroci, forse leoni. Tutto sembra finire lì, ma cinque anni dopo, nel villaggio di Neo, arriva Amantle Bokaa, una giovane mandata in quel luogo a fare il suo tirocinio medico. La ventiduenne alle prese con le pulizie in uno sgabuzzino troverà, per caso, una vecchia scatola finita lì chissà quando e come. Sopra ci sono poche parole “Neo Kakang: CBR-45/94/”. La curiosità di Amantle è tanta e la sua voglia di sapere creerà un terribile scompiglio nel villaggio dove si trova. Il romanzo della Dow ha una trama ad alta tensione, dove la scoperta della scatoletta nascosta e del suo contenuto, scatenano un vero e proprio putiferio nel villaggio del Botsowana dove lei è capitata. È come se all’improvviso i fantasmi del passato che non hanno avuto pace, tornassero a farsi sentire per una vera giustizia. Quella che non hanno ottenuto mai. Amantle cercherà di capire cosa è successo a Neo. Saranno davvero stati i leoni o quegli indizi ritrovati dopo cinque anni hanno un significato nascosto da scoprire? La giovane assisterà allo scoppio della rabbia delle genti locali che insorgeranno e lo faranno prendendo in ostaggio le due infermiere colleghe di Amantle, scagliandosi contro la polizia, contro le autorità, chiedendo giustizia e la verità mai raccontata. Con le genti del posto c’è la famiglia di Neo, che non ha mai creduto alla versione dell’aggressione dei leoni data dalla polizia. Amantle si metterà dalla parte delle popolazioni locali e farà il possibile per aiutarle a scoprire cosa accadde davvero alla piccola Neo. Quello che emerge durante la lettura di “L’urlo dell’innocente” sono il non demoralizzarsi mai e la tenacia costante di Amantle nel cercare la verità, perché la giovane arriva in ambulatorio e le sue colleghe dimostrano subito la loro superiorità aprendo lo spazio quando vogliono e relegando Amantle a compiti ben diversi da quello che una tirocinante medica dovrebbe fare. La ragazza dimostra grande forza di resistenza e impegno anche quando roverà informazioni su Neo, proprio quelle che la spingeranno a lottare per la verità. Altro elemento che spicca nel libro della Dow è il fatto che Neo, la ragazzina sparita, non compare nelle storia, ma la sua presenza è il grido costante di un innocente che chiede giustizia per i soprusi subiti. L’autrice (giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana) porta il lettore nella terra d’Africa, nei suoi paesaggi selvaggi, nelle sue terre dove le popolazioni sono legate a culti primitivi, dove la povertà e la lotta alla sopravvivenza sono la routine quotidiana per le genti del posto. Ed è in questo mondo, narrato ne “L’urlo dell’innocente” di Unity Dow che si innesta il bisogno di giustizia, di verità e di tutela dei diritti umani, troppo spesso schiacciati dall’arrogante prepotenza del più forte. Traduzione a cura di Marina Grassini.


Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di  EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia. Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. La Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

Source: proprietà del recensore. Grazie a Francesca Ghezzani dell’ ufficio stampa.

Le confessioni di Frannie Langton di Sara Collins (Einaudi, 2020) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2020 by

978880624327GRALa Londra del 1826, poco prima che inizi la lunga era vittoriana rimane sconvolta da un fatto di sangue di inaudita violenza: Frannie Langton, cameriera mulatta ex schiava ha ucciso i suoi padroni, Mr e Mrs Benham, esponenti dell’alta società, e ora si trova sotto processo all’Old Bailey, il tribunale della capitale britannica, dove rischia la condanna a morte, anche e soprattutto per la sua doppia condizione di paria, essere di colore e essere donna.
Inizia così una vicenda che si snoda tra le testimonianze di chi ha conosciuto Frannie e i suoi datori di lavoro e la voce della stessa Frannie, che racconta la sua breve vita, da quando nacque schiava in una piantagione, potendo però imparare a leggere, a quando fu liberata ed arrivò a lavorare a Londra, conoscendo nuove realtà, anche grazie a Mrs Benham, un’amica e non solo per lei, sua confidente in un mondo in cui a entrambe, in quanto donne, è stato negato tutto.
La Londra dell’Ottocento non è una novità nei libri, anche se di solito viene raccontata quella della regina Vittoria, e non quella dei primi decenni, dove erano già in corso cambiamenti e disagi, divisa tra modernità, con studi scientifici anche discutibili, e tradizione. In particolare si stava costruendo un volto nuovo di città con gente anche di altre etnie, e l’autrice racconta in queste pagine il tema dello schiavismo e delle persone di colore in un’altra parte del mondo anziché i soliti Stati Uniti del Sud, non meno però problematica e razzista.
Un romanzo quindi ricco di spunti, compresa la condizione della donna, problematica, sia se si è una signora inglese imprigionata in un matrimonio infelice e nella dipendenza del laudano, problema sociale di cui oggi non si parla più ma paragonabile alle moderne tossicodipendenze, sia se si è una ragazza di colore liberata dalla condizione di schiava ma in realtà sempre serva di un mondo spietato, con altri tipi di catene.
Le confessioni di Frannie Langton è un romanzo che nasce come omaggio alla narrativa gotica, con spunti thriller nella ricerca di una verità scomoda, ma con forti connotazioni sociali e storiche, per restituire un’epoca sempre affascinante anche se inquietante, con argomenti appunto oggi di grande attualità come la condizione delle persone di colore e il ruolo delle donne nella società, due esempi di discriminazione e isolamento.
Un romanzo di esordio potente, vincitore di vari premi, che si legge come un noir e che fa pensare ad ogni pagina, per capire come certi problemi nascano da molto lontano, e come la voce di Frannie, eroina che adora leggere le avventure di Moll Flanders, protagonista tragica per antonomasia della letteratura inglese, sia moderna e vibrante a raccontare un’odissea in una vita che, in certi parti del mondo, può ancora ripetersi in maniera simile.

Sara Collins ha studiato legge alla London School of Economics e ha lavorato come avvocato per diciassette anni. Nel 2014 ha frequentato il Creative Writing Masters presso la Cambridge University, dove nel 2015 ha vinto il Michael Holroyd Prize for Recreative Writing ed è stata candidata al Lucy Cavendish Prize con un libro ispirato al suo amore per la letteratura gotica. Il romanzo premiato è diventato Le confessioni di Frannie Langton.

Federica Oddera, figlia d’arte (il padre era il celebre traduttore Bruno Oddera), ha insegnato italiano all’Istituto Italiano di cultura di Nuova Delhi, all’Università Islamica di Nuova Delhi e all’Università di Teheran. Tra i principali autori da lei tradotti vi sono R. K. Narayan, Chitra Banerjee Divakaruni, Arundhati Roy, Pankaj Mishra, Jhumpa Lahiri, Lisa See, Nicole Krauss, John Updike, Arthur Miller, Paul Auster, Nuala O’Faolain, Simon Winchester.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2020 by

Ciao Lorenzo, ben tornato sulle pagine di Liberi di scrivere. È appena uscito Nero ferrarese (Pessime idee), nuovo episodio della serie Malatesta, ce ne vuoi parlare? Come si inserisce questo episodio nell’epopea malatestiana?

Ben trovati. In realtà Nero ferrarese si colloca come primo episodio di un Malatesta totalmente nuovo, e per questo devo ringraziare Loris Dall’Acqua e Sara Del Sordo di Pessime idee che hanno creduto nel progetto, incitandomi e affiancandomi nello sviluppo di un Malatesta più strutturato. Con Pessime idee si apre una strada inedita per lo “sbirro anarchico”. Tutto riparte da dove era nata la suggestione, tanti anni fa: l’omicidio di Federico Aldrovandi. Il romanzo si colloca lì, anche se la trama non passa necessariamente su quel grave e doloroso fatto di cronaca e di “mala-giustizia”, ma ne prende linfa per spiegare chi è Pietro Malatesta e che tipo di mondo vorrebbe.

Malatesta e Ferrara sono due punti fermi della tua narrativa. Raccontaci come sono legati.

Malatesta vede in Ferrara un posto nella mente. È la sua città, sente l’appartenenza. La vive nel bene e nel male, trasuda ferraresità ogni volta che apre bocca. In questo ci assomigliamo molto. Le suggestioni della Ferrara borderline di Malatesta sono anche le mie: stessi bar, stessa curva, stessi percorsi in bicicletta.

È cambiata Ferrara dall’inizio della tua serie?

Per certi aspetti, no. In certe cose Ferrara è immutabile. Il lamento, caratteristica essenziale per essere definito ferrarese, persiste. Però la S.P.A.L., elemento importante per Malatesta, rispetto ai tempi raccontati in Nero ferrarese (il 2005-2006 circa), vive tempi migliori. In compenso la politica è peggiorata, ed era molto difficile fare peggio di chi governava prima di questo contemporaneo carrozzone di improvvisati. Buffo perché in Malatesta molte cose che stanno accadendo sono state scimmiottate in un processo di verosimiglianza letteraria. Forse porto sfortuna alla parte intelligente della città.

Surreale, anarchico, imprevedibile, rivoluzionario Malatesta è un personaggio molto peculiare che si discosta molto dai vari investigatori del noir italiano. Per il tipo di scrittura funambolica che utilizzi c’è forse una piccola fratellanza con il noir francese alla Dard per intenderci. Hai dei modelli, o Malatesta è nato dalla tua penna in modo autonomo?

Non avevo mai pensato a Dard, ma ti ringrazio per il parallelo. Un unico modello: Héctor Belascoarán Shayne, il detective privato di Città del Messico creato da Paco Ignacio Taibo II. I romanzi della serie sono costruiti da capitoli veloci e Belascoarán è anarchicheggiante, sfigato, fuori dagli schemi, un po’ come Malatesta. PIT II rimane per me un punto di riferimento.

Parlaci della trama di Nero Ferrarese, come l’hai sviluppata?

All’epoca stavo a Sana’a, nello Yemen. Con me avevo Qualche nuvola, di Paco Ignacio Taibo II. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un noir con la stessa struttura. Ho sostituito la corruzione dilagante della società messicana con un gruppo eversivo che si rifà ai NAR. Siamo a Ferrara. Un ragazzino appartenente a un gruppo dell’estrema destra viene freddato da due uomini vestiti di nero mentre sta amoreggiando con la sua fidanzata in macchina. L’omicidio viene firmato dai sedicenti Spontaneisti Armati Combattenti. Da qui parte l’indagine. Chi sono gli Spontaneisti? Perché iniziano a creare il caos a Ferrara?

Ti senti apprezzato dalla critica letteraria italiana? Ho letto una recensione molto positiva di Nicola Vacca, critico e poeta, su Gli Amanti dei Libri. Ti definisce addirittura “uno dei più brillanti e originali scrittori del noir italiano”.

Nicola Vacca mi ha fatto un grande regalo: è uno dei più attenti e preparati critici letterari che abbiamo in Italia, le sue parole mi hanno fatto molto piacere. Devo ringraziare anche Enrico Pandiani e Enrico Remmert che nella cover del libro hanno speso parole di elogio nei miei confronti. Non saprei che dire su un apprezzamento generale. Di solito piaccio agli indipendenti, e questo mi sta bene. Non sono nato per seguire il giudizio commerciale, non mi interessa.

Io seguo la tua serie malatestiana praticamente dall’inizio, ho letto anche altri tuoi libri originali, bizzarri, psichedelici, se vogliamo. In che misura la tua scrittura si inserisce nel panorama letterario italiano? C’è qualche altro nuovo scrittore che si inserisce nella tua diciamo “corrente”?

Io cerco di scrivere ciò che vorrei trovare in libreria, se poi non è commerciale, pazienza. Se deve diventare un obbligo scrivere su argomenti che vanno per la maggiore, tanto vale spararsi. So di amare argomenti spesso marginali, underground. La mia scrittura è stata definita “realismo psichedelico”, già questo mi distingue da molti. Non so chi possa annoverare nella mia “corrente”, ci sono nomi di autori che sento molto vicini emotivamente e culturalmente, Enrico Pandiani, Alessandro Zannoni, Enrico Remmert, Carlo Bertocchi, ma scrivono storie molto diverse dalle mie.

E all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo della serie malatestiana?

Malatesta ancora no. È in via di traduzione per il mercato sudamericano Un tango per Victor (Edicola).

Anche per lavoro leggi molto. Cosa stai leggendo al momento? E quali sono i libri più interessanti che hai letto in questo periodo pandemico?

Ho appena terminato Odiando Olivia, di Mark Safranko. Per quello che riguarda il periodo pandemico, ho trovato molto interessanti: Ingegneri di anime, di Frank Westerman, La civetta cieca, di Ṣādiq Hidāyat, Da qui all’eternità, di James Jones e Odissea americana, di A. G. Lombardo.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Conto di sposarmi prima della prossima pandemia, di trascorrere la luna di miele in qualche bloc della periferia di Sofia, magari a Vardar (se si potesse opteremmo per l’Abcasia). Riguardo alla scrittura, ci sto dando dentro con un lavoro molto complesso e onesto, un tributo d’amore, che sarà, con ogni probabilità, l’ennesimo mio libro underground. Ma io sono questo. E voglio continuare a essere così.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

28 luglio 2020 by

Ultimo appuntamento di interviste collettive prima della pausa estiva. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Laura Costantini.

Sarà con noi giovedì 30 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Laura Costantini nasce a Roma e si adegua subito alle biografie degli aspiranti scrittori. La prima storia la sforna a otto anni. È andata persa, ma lascia il segno, perché da allora non ha mai mollato la penna, la macchina da scrivere, la tastiera. Ha avuto il raro buongusto di pubblicare dopo decenni di allenamento. Oggi la sua bibliografia annovera 17 titoli di cui 12 a quattro mani con Loredana Falcone. Si pregia di scrivere storie appassionanti e perfettamente adatte alla fruizione vacanziera. Si diverte a scrivere e continuerà a farlo. Sì, è una minaccia.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a giovedì, vi aspettiamo!

Due chiacchiere con Iris Bonetti per il nuovo romanzo “Isolati” A cura di Viviana Filippini

27 luglio 2020 by

Dopo “Empatia”, Iris Bonetti è negli store online con l’autopubblicazione “Isolati”, un’avventurosa storia dove sei protagonisti (cinque uomini e una donna) dopo un incidente aereo si troveranno a vivere, e sopravvivere, su un’isola solo in apparenza deserta. Ancora una volta la penna e la creatività della Bonetti riescono a dare vita a un intreccio narrativo dove l’avventura, il giallo, l’indagine psicologica e l’istinto primitivo alla sopravvivenza, che richiama per certi aspetti “Il signore delle mosche” di Golding, sono gli elementi cardine che trascinano il lettore alla scoperta dei destini dei cinque protagonisti tornati ad essere selvaggi.

Come è nata l’idea di scrivere “Isolati” e la scelta del genere avventuroso?

L’idea di scrivere una storia che si ambientasse su un’isola mi è nata la prima volta che lessi Robinson Crusoe e da lì il fascino dell’isola selvaggia e remota ha albergato in me per lunghi anni, cercando di trovarne sempre di nuove nei viaggi che ho fatto. Ma arrivata a questo punto, nello spazio vuoto di un secondo romanzo da scrivere, mi sono detta “perché no?” Nel frattempo da Robinson Crusoe ad oggi, se ne sono lette di altre storie isolane, anche in serie TV più o meno famose e quindi, cosa offrire di diverso? Beh, io c’ho provato… me lo direte voi se ci sono riuscita. Il genere avventuroso? Personalmente trovo che ogni bel libro ce l’abbia al suo interno, quale vita o avvicendamento raccontato non sono un po’ essi stessi delle avventure?

Rispetto al precedente “Empatia”, come è stato scrivere questo libro?

Altrettanto semplice. La storia mi è subito venuta in mente: avevo i miei personaggi, il mistero che giungeva dal passato, le ambientazioni che in parte già conosco e per ciò che era nuovo mi sono documentata a fondo. Scriverlo per me è stato un po’ come raccontare una vita che avevo già vissuto, o una vita che avrei sognato di vivere.

Cinque sono i personaggi, perché la scelta di una donna sola nel gruppo?

Ecco qui la domanda che mi sento molto spesso porre dalle lettrici, in maniera velatamente maliziosa. Ebbene ci sta, perché so che esso è un altro aspetto che da originalità e forza alla trama. Avevo delle riflessioni mie personali da esprimere, da tirare fuori come donna, come madre, come amica e per i sentimenti che riesco a provare. Ho cercato di far emergere l’amore inteso in senso lato, a 360 gradi, quell’amore che induce a proteggere, a perdonare, a vedere oltre il male dell’altro… Quell’amore che comporta sofferenza a volte, sacrificio, paura, ma che alla fine vince su ogni cosa. Ecco, l’inno a questo amore l’ho espresso attraverso l’inusuale equilibrio di una donna con cinque uomini, dove colei che sembra in minoranza, in una posizione di fragilità, poi sa raccogliere e dare senso all’insieme… lo “SAJWAMEE”, l’equilibrio citato dal popolo della foresta.

Il viaggio per i personaggi è una vacanza o è più una fuga?

Il viaggio dei miei sei personaggi è più una fuga, come già si intuisce nella voluta e dettagliata descrizione delle loro vite travagliate un mese prima della partenza. Questo porta alla scelta del titolo del romanzo: ISOLATI. Isolati infatti non vuole riferirsi solo a naufraghi sperduti su un’isola remota, ma isolati essi lo sono nelle proprie vite prima ancora di compiere questo viaggio. Ho amato molto questo binomio, spero sia emerso.

Tutti finiscono su un’isola deserta dopo un incidente aereo. Cosa scatenerà la convivenza forzata?

Ciò che scatenerà nella trama la convivenza forzata è l’istinto più vecchio del mondo e principe tra tutti gli istinti: SOPRAVVIVERE. I nostri protagonisti si renderanno presto conto che l’unione fa la forza, mai come in un luogo selvaggio e minaccioso come quello.

Quanto in condizioni di precarietà fanno emergere l’istinto di sopravvivenza dei personaggi?

Superato il primo istinto principale –sopravvivere- com’è verosimile si scatenano una serie di istinti “animali” che appartengono anche a tutti noi, chi più chi meno. Ed è a quegli istinti che ho attinto, perché attraverso la scrittura e la decifrazione di tali azioni, ho potuto riflettere su quanto di me io non conosca e quanto in me sia ancora sopito.

Come hai ricostruito l’ambiente di Bali, dove hai ambientato la storia?

Per l’ambiente ho fatto molteplici studi e ricerche. Naturalmente l’isola di “Nawataee” non esiste, ma sono stata in molteplici isole d’Oriente e nel testo ho messo anche alcune delle mie esperienze. P.S. I maestosi alberi dal gigantesco impianto radicale, davvero suonano… se lo si sa fare.

C’è un personaggio al quale sei più affezionata?

Il personaggio col quale sono entrata più in empatia e confesso ho vissuto un vero e proprio “innamoramento narrativo” è stato Javier, il peggiore tra loro, si può dire. E questo mio amore e questa mia passione crescente, scrivendo devo averla trasmessa nelle pagine, perché dietro a me mi hanno seguito moltissime lettrici… OPS, ho fatto un danno? (Scherzo)

Quello invece che ti ha creato maggiori problemi nella narrazione?

Sono sincera, durante la narrazione non ho avuto problemi di alcuna sorta. Tutto era ben progettato da prima e la storia mi scorreva già sotto pelle, vivida e potente. Se devo dire qualcosa ecco, trattenere le lacrime copiose che mi sono uscite in alcuni passi della storia.

Se dovessero fare un film chi vedresti nei ruoli dei tuoi personaggi letterari?

AVRIL – Anne Hathaway

RYAN – Sam Worthinton

JAVIER – Javier Bardem

MAURICE – Ben Affleck

MATT – William Levy

RAMON – Wouter Malan 

Source: libro del recensore, inviato dall’autore.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Marzia Musneci

26 luglio 2020 by

Ecco il resoconto del decimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 20 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

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Benvenuta Marzia, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

L’interesse per la lettura è nato subito. Sono da sempre lettrice sfegatata. Quello per la scrittura un po’ più tardi. In fondo, non c’è un momento preciso. Ho sempre scritto. Solo da un certo punto in poi ho deciso di dare alla scrittura più attenzione. E una volta cominciato non ho smesso più. Devo dire che il Premio Tedeschi mi ha dato uno sprint incredibile. Da allora ho scritto con più disciplina. Soorattutto, con più consapevolezza che scrivere fosse ilo mestiere che voglio fare da grande.

Hai esordito pubblicando diversi gialli per Mondadori, parlaci dei tuoi esordi.

In fondo, l’esordio è stato proprio quello. Avevo all’attivo un racconto e un romanzo, prima di allora, sempre con il mio personaggio seriale, Matteo Montesi. Ma vincere un premio importante vuol dire molto, è un evento che fa la differenza. Può essere inteso come un punto d’arrivo, per alcuni. Per me, è stato un punto di partenza. Il romanzo successivo, Lune di sangue, ha vinto il Premio Letterario Città di Ciampino nel 2013, a confermare che ero sulla strada giusta. Comunque, per molto tempo mi sono data i pizzicotti.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Ho un debole per l’Odissea, che rileggo periodicamente perché c’è dentro tutto, e per il grande romanzo russo dell’800 e ‘900. Non mi toccate Tol’stoij, Dostoevskij, Bulgakov e compagnia, che divento cattiva. 🙂 Per il romanzo criminale, il mio primo amore è stato l’hard boiled. Soprattutto Chandler, ma anche Hammett, MacDonald, Kaminskij. Confesso che ho scoperto tardi il giallo italiano, con Fruttero e Lucentini, di cui amo soprattutto ‘A che punto è la notte’ ed ‘Enigma in luogo di mare’, non finisco mai di raccomandarli a tutti. E da quando ho cominciato leggo tantissimi italiani. Tanti e bravi, davvero. Non ne nomino nessuno, perché nominarli tutti è impossibile e trascurarne qualcuno mi toglierebbe il sonno.

Hai un’ agente letterario? Che tipo di legame c’è tra voi?

Sì, ce l’ho. Dopo tanto vagare ho incontrato Saper Scrivere e Diego Di Dio, che stimo come scrittore ed è stato anche l’editor dell’ultimo romanzo, ‘Grosso guaio a Roma sud’, uscito con Todaro Editore. C’è un ottimo rapporto di collaborazione, e spero che continui a esserci. Abbiamo lavorato duro, ma sono davvero soddisfatta del risultato.

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

Il primo vagito di Montesi era un omaggio. A Marlowe, a Chandler, al noir americano. Poi, come spesso succede, il personaggio mi ha fatto intendere che voleva andarsene per una strada tutta sua, e io l’ho ascoltato. Amo moltissimi autori, e spero di aver imparato molto da loro. Ma cosa e da chi non saprei dire. In ‘Grosso guaio a Roma Sud’ qualcuno ha visto Pasolini, qualcuno Pennac, altri Tarantino. Tutti autori e registi che ho amato e amo. Insomma, alla fine sono i lettori che mi fanno scoprire certe cose, e va benissimo così. È una delle magie della comunicazione.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura? Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Ebbene sì, i dialoghi. Preferibilmente quelli a scansione diretta. Mi piace molto un passaggio di Stephen King in ‘On writing’, in cui dice che se scrivi una battuta e non si capisce chi la pronuncia hai sbagliato qualcosa. Impiego molto tempo (e molto divertimento) a caratterizzare il modo in cui parla ogni personaggio. Ogni tanto serve un’indicazione al lettore, ma cerco di ridurle al minimo. Amo anche dipingere i luoghi, ma cerco di essere sintetica e incisiva. Poche parole ben scelte, a mio parere, valgono più di mezza pagina di descrizione oggettiva.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

C’è un racconto di diversi anni fa, ‘Mary a novembre’, pubblicato in ‘Delitti in giallo’, sempre di Mondadori. È nato da un pezzo degli Arcade Fire, ‘City with no children’. Gli ha dato il calcio d’inizio, il ritmo e il cuore. Poi, come spesso succede con i calci d’inizio, nel racconto non ne è rimasta traccia. Ma ha inciso, eccome se ha inciso. Qui dove scrivo ho un dono prezioso, un vero lusso: il silenzio. E in silenzio amo scrivere. Ma se devo darmi un ritmo, piazzo un pezzo che mi piace prima di cominciare. Uno che trovo utilissimo è ‘Thunderstruck’ di AC/DC. Infallibile. Provare per credere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Leggere leggere leggere. Questo va da sé. E poi decidere se si ama davvero scrivere. Passare ore al computer, arrabbiarsi per le parti che non vengono come le avevamo in mente, accettare critiche, giù la testa e lavorare. Scrivere tutti i giorni, l’esercizio non fa miracoli, ma qualcosa che somiglia ai miracoli sì, lo fa. E una volta messa la parola fine alla creatura, cercare un editor serio, professionale e in sintonia, valutare le critiche in maniera spietata, essere disposti a crescere, che qualche volta è un processo complicato. Tenete presente che è un demone, la scrittura. Divertente, entusiasmante, ma un demone. Se vi piglia, non vi molla più. Ed è il suo bello.

L’ora è davvero volata, lascio il tempo per rispondere alle ultime domande, poi chiudo l’intervista con la mia ultima: A cosa stai lavorando in questi giorni estivi?

Progetti progetti progetti. Un romanzo con Montesi di cui è terminata la fase di impostazione, forse un sequel di Grosso guaio e, per quanto io giuri di non scrivere più gialli storici, che sono l’inferno del giallista, ho un’idea che non mi fa dormire, accidenti a lei. Scrittori, puah, gente senza domenica.

Le domande dei lettori

Pape Roga

Qual è il tuo orario preferito per scrivere? Sei un’allodola o un gufo?

Demone meridiano. Né la mattina presto, né la notte, mi piace scrivere nel cuore della giornata. In compenso, di notte non dormo perché i personaggi mi fanno un gran casino nella testa.

Quanta Roma c’è in Grosso guaio a Roma Sud? L’ambientazione per te è importante? Fai ricerche in proposito?

Ops, questa mi è sfuggita. Tanta, tanta Roma. Quella delle periferie e quella del centro. Quella divisa in quartieri diversissimi uno dall’altro, che spesso non si parlano, a volte sono in conflitto. La Roma del centro storico che ha sempre qualcosa di ineffabile e struggente. Ho amici generosi che mi hanno accompagnato per la città a trovare i punti giusti per le avventure. La Roma del romanzo è quella reale, ma i locali in cui si svolge l’azione sono di pura fantasia. Non cercate Ermete al Velabro, o la Vigor, o il bar di Abbe e il Presque tout o un posto di polizia ai Ponti. Quella è la mia geografia fantastica.

Michele Di Marco

Ciao Giulietta, ciao Marzia, e scusate il ritardo (roba di lavoro, pazienza): faccio una prima domanda a Marzia.
Come mai, nonostante tra romanzi e racconti il tuo sodalizio con Matteo Montesi e la sua “famiglia letteraria” (io ho un debole per Palanca, non so se è condiviso…) sembri molto affiatato, hai via via aperto diversi filoni esterni, tutti anch’essi seriali o potenzialmente tali: i gialli storici con Lucio Cenidio, le indagini della freelance Scilla, adesso Zek e Sam, e magari ne hai già altri in mente?

Mi affeziono, Michele. Spesso non mi va di lasciare andare i personaggi con cui ho vissuto tanto tempo, e invento per loro storie nuove. Ho ancora diversi sospesi, progetti che non ho avuto ancora il tempo di scrivere. E poi, spesso sono i lettori a chiedermi di incontrare ancora Zeno Malerba, o Scilla Martini, o Lucio Cenidio.Sai, un personaggio seriale è un po’ una zona sicura. Ma, per mia esperienza, a metter il naso fuori dalle zone sicure si hanno belle sorprese. È successo così con tutti quelli che, come dici tu, non fanno parte della famiglia Montesi. Ma, come sai, non lo abbandono. Ad agosto lo incontrerete di nuovo in un’antologia del Giallo Mondadori. E quella sì che vi sorprenderà.

Come ho chiesto due settimane fa in un’altra intervista imperfetta a Paola Sironi, mi sembra che anche tu, Marzia, riesca a raccontare storie ricche di episodi anche molto brutti (non solo violenti, talvolta anche proprio “brutti” come “brutti” sono i personaggi che ne sono protagonisti) mantenendo un tono molto leggero, e – almeno a me – spesso capita di ridere mentre leggo i tuoi romanzi.
Ti viene naturale o è una scelta per stemperare un po’ quello che racconti?

È una scelta. È anche un po’ carattere, impronta personale. Ho un passato da clown e attrice comica, potevo buttarla in tragedia? E poi sai, vedo una domanda, qui sopra, a cui rispondo in parte qui: Ho un faro, ed è Shakespeare. La tragedia e la commedia che vanno a braccetto come spesso succede nella vita vera. Il faro è lontano, ma, per sua natura, è difficile perderlo di vista. E il registro comico, o meglio umoristico, mi attira sempre, perché ritengo che non sia facile, né che abbia vita facile.

Senti, ma cosa c’entrano in tutto questo gli haiku?

Gli haiku sono la mia perversione. Li scrivo da molti anni, perché hanno una straordinaria complessità nascosta sotto l’assoluta semplicità. A volte trovo necessario fermarmi, respirare piano, svuotare la mente. Guardo il mondo ed ecco l’haiku. Che mi giro nella testa anche per mesi, prima cjhe mi decida a scriverlo o pubblicarlo. È un esercizio di sintesi straordinario, e la sintesi è un dono prezioso per chi scrive, io credo.

:: La grande caccia di Ben Pastor (Mondadori 2020) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2020 by

La grande cacciaLa brava e talentusosa Ben Pastor è molto conosciuta sul nostro blog specialmente per la sua serie dedicata a Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma è anche autrice di una serie ambientata nell’Antica Roma che ha per protagonista Elio Sparziano, personaggio storico veramente esistito, militare e storico di cui sappiamo in verità ben poco, lasciando grande spazio a Ben Pastor per creare il suo personaggio.
La grande caccia è il quinto episodio della serie con Sparziano protagonista e ci porta nella Palestina del IV° secolo dopo Cristo, al tempo dei quattro co-imperatori, tra cui Galerio e Massimino Daia in Oriente, sulle tracce di un immenso tesoro.
Apparentemente infatti Sparziano viene incaricato di censire i cristiani della provincia, possibili fautori di disordini (si rifiutano ostinatamente di bruciare incenso nei templi romani, tra le loro tante eccentricità), ma in realtà la sua grande missione è appunto trovare questo grande tesoro.
E non sarà facile, innanzitutto perché è ben nascosto, poi perché in molti lo vogliono e sono pronti a tutto per ottenerlo. La sua strada infatti sarà presto costellata di morti, e fin da subito Sparziano si rende conto che salvare la pelle sarà forse il suo compito più importante e difficile.
Misteri, tesori nascosti, pericoli, intrighi, insomma l’avventura al suo meglio, in un grande affresco storico pieno di dettagli, curiosità, e scene di vita vissuta.
Ben Pastor dopo aver abbandonato per un po’ l’Europa della Seconda Guerra Mondiale, ci porta nell’Antica Roma, ricostruendo il periodo in cui si muove Sparziano con grande passione e meticolosità, come ci ha da sempre abituato.
Poi di bello c’è che tutto sembra così vivido, colorito, vitale, anche attuale per certi versi, gli splendori dell’epoca dei Cesari sta volgendo al termine, e la crisi e già nell’aria. Troppe forze contrapposte si muovono nell’ombra e sembrano minare dalle fondamenta l’Impero, non da ultimo questa “strana” religione dei seguaci di Cristo. L’editto di Costantino sarà promulgato a breve nel 313 d. C.
Elio Sparziano è un bel personaggio, un uomo del suo tempo, un militare fedele a Roma e nello stesso tempo amante della storia e delle culture e tradizioni dei popoli. Scambia una fitta corrispondenza epistolare con la madre e con una prostituta che gli racconta le sue preoccupazioni per la figlia di un suo antico amore.
La grande caccia è un romanzo lungo, ad ampio respiro, fitto di scrittura densa e storicamente documentatissima, in cui emerge un mondo perduto in cui ambizioni, avidità e sete di potere spingono le persone a compiere i peggiori eccessi.
Interessante.
(The great chase, 2019), Mondadori editore, 2020, traduzione di Luigi Sanvito.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico con le serie di Martin Bora, di Praga e di Elio Sparziano, tradotte in molti Paesi. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018. Della serie di Sparziano ha pubblicato Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco, Le Vergini di Pietra, La traccia del vento, e La grande caccia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa Mondadori.

La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier (Neri Pozza, 2019) a cura di Elena Romanello

22 luglio 2020 by

ricamatricesmallNell’Inghilterra degli anni Trenta c’è un problema sociale indotto dalla Grande Guerra, che ha falcidiato una generazione di ragazzi e uomini: il gran numero di donne nubili, o zitelle, considerate un pericolo alla società in un mondo basato sul matrimonio ma che proprio in seguito a questo si aprirà a nuove prospettive per un’evoluzione diversa della società.
Una di queste donne in eccedenza, come si suol dire in maniera non certo carina e delicata, è Violet Speedwell, trentotto anni, che ha visto cadere l’amato Laurence insieme al fratello a Passchendaele insieme a migliaia di altri soldati. Dopo la morte del padre, Violet lascia la soffocante casa di Southampton e le continue lamentele della madre, che la vorrebbe a vita come sua serva, trovando lavoro come dattilografa per una compagnia di assicurazioni a Winchester. Ma a Winchester c’è anche una storica cattedrale, a cui sono legati alcuni bei ricordi di Violet, dove c’è un gruppo di ricamatrici dei cuscini per i fedeli, gestito dall’implacabile signora Biggins, su modello di una gilda medievale, per continuare a creare bellezza.
Violet è attratta dall’idea di creare qualcosa con le sue mani, qualcosa di creativo e che resti, e entra in questo nuovo mondo, scoprendo nuovi modi di vivere, e facendo incontri, come quello con l’esuberante Gilda, ragazza che ha reagito in un’altra maniera alla situazione attuale, e con Arthur, il campanaro dagli occhi azzurri, prigioniero di un matrimonio infelice e anche lui in cerca di nuovi inizi.
Questi incontri e questa nuova vita faranno capire a Violet che ogni destino può essere cambiato se si ha il coraggio di sfidare i pregiudizi di una società superata e soffocante, come del resto fecero tante donne reali che si trovarono nella sua condizione.
Sono vent’anni, da La ragazza con l’orecchino di perla che Tracy Chevalier ci racconta storie di donne note e meno note nella Storia: questa volta sceglie un’epoca su cui non si sa in fondo molto, anche se di moda grazie al serial Downton Abbey, per raccontare un destino emblematico di un’intera generazione, da cui poi nacque un’idea di società e di ruolo della donna più moderni, tra lavoro e nuove forme di affettività.
Qualcuno ha citato Jane Austen a proposito della vicenda narrata, certo, si torna nella campagna inglese, ma in un altro tempo e con altri tipi di personaggi, donne di un mondo remoto ma da cui è nato l’oggi.

Tracy Chevalier è nata a Washington nel 1962. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Il suo primo romanzo è La Vergine azzurra (Neri Pozza, 2004, BEAT 2011, 2015). Con La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza, 2000, 2013) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestseller internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza, 2002, BEAT 2012), La dama e l’unicorno (Neri Pozza, 2003, BEAT, 2014), L’innocenza (Neri Pozza, 2007, 2015), Strane creature (Neri Pozza, 2009, 2014) e L’ultima fuggitiva (Neri Pozza, 2013, 2014).

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche del Circuito SBAM della Regione Piemonte.