:: Costruttori di Pace. Essere testimoni di fede, amore e unità di Papa Leone XIV (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2026 by

Il primo anno di pontificato di  papa Leone XIV si è manifestato nella sua virulenza di avvenimenti sconvolgenti. Mentre l’Italia traballa tra amoralismo, mollezza, sonno spirituale, il mondo si addenta una porzione di vitalità terrestre e stringe tra i denti le armi e la desolazione. Da ultimo, le calamità -come il terremoto in Venezuela – cancellano ogni istinto di svogliatezza terrena: chi persiste nella Verità vive un altro modo di abitare il mondo e forse, preso dalle estasi dello Spirito Santo,  abbraccia le Croci con la dolcezza della più agognata sopportazione. In fondo, il peso che dobbiamo patire per il Signore è leggero, il carico viene dalla mole delle nostre nefandezze oramai spazzatura per Dio che cerca di riciclare quello che sembra essere votato alla distruzione, cioè il Creato.

Ma gli eletti salveranno la Terra, non l’ecologia sostenibile solamente…

Papa Leone incoraggia, sostiene, ammonisce, grida col cuore perché è di indole mite e i miti non straparlano o urlano ai lupi.

Questa antologia di scritti raccoglie discorsi, le omelie e i messaggi ritenuti maggiormente utili a delineare la sua fisionomia nel suo primo anno di Missione cristiana. Il suo, si è distinto  – per l’appunto – come un cammino silenzioso, senza clamori, all’insegna della giusta misura in tutto, con dei tratti agostiniani di colleggialità, unità e carità fraterna. Su tutto il suo magistero c’è il primato dell’annuncio del Vangelo, ossia la predicazione della bellezza della fede che vive di carità.

Per questo ha esortato anche i vescovi a uno slancio rinnovato nella trasmissione della fede, ponendo Gesù Cristo al centro, sulla strada indicata dall’Evangelii gaudium, aiutando le persone a vivere una relazione personale con lui, per scoprire la gioia del Vangelo. Per il Sommo Pontefice occorre portare Cristo nelle “vene” dell’umanità, rinnovando e condividendo  la missione apostolica: << Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi>>. Accanto a Gesù ci sarà sempre Maria, rappresentata nello stemma pontificio dalla purezza del giglio. Infine, lo Spirito Santo perché con i suoi doni, apra le frontiere dei nostri cuori chiusi e atrofizzati nell’egoismo e nella paura, iperconnessi ma sempre più soli, incapaci di creare dentro di noi spazi e relazioni con gli altri.

Con l’universalità della Chiesa, a 1700 anni dal primo Concilio ecumenico di Nicea (325), si impone con particolare forza e urgenza il tema dell’unità dei cristiani.

Ogni parola di Papa Leone è un appello a riscoprire la comune vocazione alla pace. Sono chiamate in causa  le responsabilità degli Stati e dei governi che non possono rimanere insensibili di fronte a tanti orrori delle guerre, ma devono reagire e prendere una posizione ferma.

Sin qui il generale (nazioni, governi, organizzazioni di promozione della Pace e la Salvezza del Creato)  ma la voce di Papa Leone si è fatta udire anche nel particolare: la chiesa non può prescindere dal tornare a parlare con forza di famiglia e di matrimonio cristiano, <<il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo>>.

Senza una famiglia non c’è futuro, essa non  è un luogo di passaggio, dove si entra e si esce a piacere, ma è il crocevia al quale tutte le strade convergono sia sul piano umano sia ecclesiale.

Nel Discorso alle associazioni e ai movimenti ecclesiali del  6 giugno 2025, il Sommo Pontefice afferma: “Nella volontà di associarsi, che ha dato origine al primo tipo di aggregazioni, troviamo una caratteristica essenziale: nessuno è cristiano da solo!

Siamo parte di un popolo, di un corpo che il Signore ha costituito. Sant’Agostino, parlando dei primi discepoli di Gesù, dice: << Erano diventati certamente tempio di Dio, e non lo erano diventati come singoli ma tutt’insieme erano diventati tempio di Dio>>.  I carismi, invece, <<sono distribuiti liberamente dallo Spirito Santo affinché la grazia sacramentale porti frutto nella vita cristiana in modo diversificato e a tutti i suoi livelli>>.

La missione ha segnato la mia esperienza pastorale e ha plasmato la mia vita spirituale. Anche voi avete sperimentato questo cammino. Dall’incontro con il Signore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri.  E avete coinvolto tante persone, dedicato molto tempo, entusiasmo, energie per far conoscere il Vangelo nei posti più lontani, negli ambienti più difficili, sopportando difficoltà e fallimenti. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario”.

Nel Discorso ai vescovi in occasione del loro Giubileo del 25 giugno 2025, si prende spunto dall’esempio di vescovo ideale per approdare alla fisionomia del cristiano fedele sulla Terra:

Il vescovo è uomo di fede. Per dare testimonianza al Signore Gesù, il pastore vive la povertà evangelica. Ha uno stile semplice, sobrio, e generoso, dignitoso, e nello stesso tempo adeguato alle condizioni della maggior parte del suo popolo. Le persone povere devono trovare in lui un padre e un fratello, non sentirsi a disagio nell’incontrarlo o entrando nella sua abitazione. 

Egli è personalmente distaccato dalle ricchezze e non cede ai favoritismi sulla base di esse o di altre forme di potere.

Il vescovo non deve dimenticare che, come Gesù, è stato unto di Spirito Santo e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri.

Insieme alla povertà effettiva, il vescovo vive anche quella forma di povertà che è il celibato e la verginità per il Regno dei cieli. Non si tratta solo di essere celibe,  ma di praticare la castità del cuore e della condotta e così vivere la sequela di Cristo e offrire a tutti la vera immagine della Chiesa, santa e casta nelle membra come nel Capo.   Siamo tutti invitati ad imitarlo nella sua condotta, anche gli sposati, anche chi non ha una vita consacrata in senso stretto.

Nella sequela dei suoi predecessori, anche Papa Prevost lotta per porre fine allo scandalo della fame.

La Chiesa incoraggia tutte le iniziative volte a porre fine allo scandalo della fame nel mondo, facendo propri i sentimenti del suo Signore, Gesù, il quale, come narrano i Vangeli, nel vedere che una grande folla si avvicinava a Lui per ascoltare la sua parola, si preoccupò prim di tutto di darle da mangiare e per questo chiese ai suoi discepoli di farsi carico del problema, benedicendo con abbondanza gli sforzi compiuti.

Oggi  assistiamo desolati all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame la popolazione è un modo molto economico di fare la guerra.

Per questo oggi, quando la maggior parte dei conflitti non viene combattuta da eserciti regolari, ma da gruppi di civili armati con scarse risorse, bruciare terre, rubare il bestiame, bloccare gli aiuti, sono tattiche sempre più utilizzate da quanti intendono controllare intere popolazioni inermi.

E’ giusto lottare e soprattutto pregare per una diversa distribuzione della terra.

Questa raccolta potrebbe sembrare un assembramento di discorsi sulla pervasività dei Mali del pianeta, ma non mancano i riferimenti al mondo vero che ci attende dopo la morte, all’insegnamento dei santi.

Il Papa ricorda una donna che, con la grazia di Dio, ha saputo scegliere. Una ragazza coraggiosa e controcorrente: Chiara d’Assisi.

Sappiamo che San Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli! Chiara ha capito che cosa chiede il Vangelo.  Allora, come oggi, bisogna scegliere! Chiara ha scelto. E questo ci dà una grande speranza. E’ una santa imitazione: non si diventa <<fotocopie>>, ma ognuno – quando sceglie il Vangelo – sceglie se stesso. Perde se stesso e trova se stesso. Preghiamo dunque per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o se stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come santa Chiara d’Assisi, ha il coraggio di abitare diversamente la città. La cura del creato, diventa una questione di fede,  di umanità e anche di Cielo che ci attende.

:: Rosso Panarea di Francesco Musolino (Edizioni e/o, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

6 luglio 2026 by

Panarea, Lipari ed Eolie, prevalentemente. Settembre 2025. Sabato sbarca sulla più piccola isola dell’arcipelago (la più antica geologicamente) una famosa bellissima modella diciannovenne fiorentina, Alice Conti in arte Amodie, capelli biondi e occhi verdi, viso acqua e sapone, un metro e sessantotto per cinquantacinque chili; una minicar elettrica la conduce all’albergo a cinque stelle La Plage. A bordo dello stesso aliscafo scende per ultimo un ragazzo abbastanza “invisibile” che ha lì trovato lavoro stagionale e frequenta forum incel sul deep-fake, va al B&B che ha prenotato. Amodie deve partecipare come protagonista alla Sfilata sotto le stelle, l’evento benefico serale e notturno al Pelagia Club. Conquista tutti: abito rosso e sguardo fiero. Prima di lasciare il party si dà appuntamento per la colazione della domenica con una nota influencer che poche settimane prima aveva subito un’aggressione misogina, la gender fluid 25enne Fatimah Boufal, capelli nerissimi e figura androgina, incarnato scuro e occhi all’orientale. Il concierge avvisa Fatimah che la modella non è tornata, non risponde alle telefonate del suo manager, più tardi che ha bucato pure l’appuntamento con il driver che doveva portarla al molo per imbarcarsi alle 13. Fatimah chiama l’amico ispettore 33enne Giorgio Garbo a Lipari, ma possono fare poco. Il lunedì mattina presto Amodie viene ritrovata morta sulla spiaggia. Il bel Garbo mette piede a Panarea per la prima volta in vita sua, ‘U milanesi, biondo e baffuto, occhi cerulei tendenti all’azzurro e sguardo triste, che amerebbe metropoli e palazzi, montagna e sci. Scopre che la vice Milena Russo è già all’opera. Poi arrivano anche il pubblico ministero palermitano Barbera e l’anatomopatologo messinese Raffa. La coltellata mortale è arrivata da un mancino. Eppure da quelle parti in genere non accade mai nulla di giallo o noir, ribadisce il sessantenne commissario Rino Laganà! Così, la notizia finisce sui giornali nazionali. Madre e figlia della vittima riconoscono il corpo. Ben presto si capisce che c’è lì in giro un mitomane assassino che può colpire ancora. Il giornalista culturale e scrittore Francesco Musolino (Messina, 1981) prosegue la recente bella carriera di romanziere, qui la seconda avventura della serie dedicata a Garbo e alle Eolie (da cui anche il titolo), protagonista il nordico milanese golden boy della polizia, forzatamente trasferito al caldo del sud insulare. Giorgio non era mai stato in Sicilia, prende nemmeno duemila euro al mese, veste comunque elegante; è poco tecnologico e appunta tutto (nomi e luoghi) sulla Moleskine, tifa Milan, fuma di continuo i sigari (Toscanello); addestra un fisico asciutto, porta i capelli pettinati all’indietro e curati baffetti; da un anno una cicatrice sulla coscia destra lo fa leggermente zoppicare quando s’affatica, ha lasciato la Guzzi V7 classic in Lombardia; talora s’ubriaca da solo con la vodka liscia, soffre per una recente brutta storia familiare ormai alle spalle dopo un’infanzia abbastanza felice e benestante (poi padre interista ludopatico ricoverato che lo chiama spesso, madre in giro, fratello tossicodipendente). Gli ritroviamo accanto molti dei pensati personaggi che avevamo già incontrato a Lipari. Il tema è l’ideologia incel (involuntary celibate, celibe involontario), che consente forse ad alcuni maschi “invisibili” di dare senso ai propri disturbi legittimando la violenza come necessaria, da praticare o almeno da evocare o incitare. La narrazione è in terza varia al passato, prevalentemente su Garbo; riguarda circa una settimana di complicate indagini con un ulteriore sequestro (trenta capitoli con una breve frase in esergo per ciascuno); due schizzi iniziali di mappe delineano l’arcipelago a nord est della Sicilia e l’isola più piccola con a fianco scogli e isolette sotto Stromboli. Giorgio ama molto Gaber, Paolo Conte, Mina e, ovviamente, Jannacci.

Francesco Musolino (Messina, 1981) è giornalista, scrittore e podcaster. Collabora con Libero, La Stampa, L’Espresso, Gazzetta del Sud. Nel 2019 ha pubblicato il romanzo L’attimo prima (Rizzoli), seguito dal saggio Le incredibili curiosità della Sicilia (Newton Compton, 2019) e dal libro per ragazzi Miti e storie del mare (La Nuova Frontiera Junior, 2023). Per E/O ha firmato i noir mediterranei Mare mosso (2022, Selezione Premio Scerbanenco), Giallo Lipari (2025) e Rosso Panarea (2026). Collabora con la Scuola Holden ed è l’ideatore del progetto non profit @Stoleggendo, nonché TEDx speaker.

:: Visioni di cinema: Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter

4 luglio 2026 by

Parodia caciarona di tutti gli action movie statunitensi con eroe nerboruto alla Silvester Stallone o alla Arnold Schwarzenegger, anche se Kurt Russell (il “quasi” protagonista Jack Burton) per tutto il film si è ispirato burlescamente agli eroi portati sullo schermo dal mitico John Wayne e John Carpenter inizialmente pure ne voleva fare un western, (chissà che film meraviglioso sarebbe stato), Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China, 1986) di cui quest’anno cade il quarantennale, è uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e sono diventati cult dopo un (quasi) flop al botteghino. A dimostrare che non sempre si è compresi dai propri contemporanei e se vogliamo il successo arriva dopo, ed è a volte spropositato. Non che non sia un film fantastico, ma non fu prodotto per diventare una colonna portante del cinema d’azione, si un bel budget ci fu, ma non così tanto come ci si aspetterebbe.  

Qui, genialata di Carpenter, l’eroe è un cinese Wang Ci (Dennis Dun), che salva capra e cavoli, a cui rapiscono la fidanzata che ha la sfortuna di avere gli occhi verdi, cosa che serve a uno stregone dannato per rompere la maledizione che lo perseguita, ma alt fermo immagine tornate indietro e rileggete ciò che ho scritto. Non so voi dove eravate negli anni 80, o anche prima, nel cinema hollywoodiano classico e meno classico, i cinesi, o gli asiatici tutti per meglio dire facevano i camerieri o erano tradizionalmente i cattivi della storia, il nemico atavico, il pericolo giallo.

Al massimo leggetevi “Tutte le indagini di Charlie Chan” di Earl Derr Biggers in cui Il protagonista è un brillante ispettore di polizia di origini cinesi, noto per il suo ingegno, i proverbi e il metodo deduttivo basato su sette virtù (cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà e prudenza). E correlati film. Ma insomma un cinese eroe di un film d’azione hollywoodiano non si era mai visto. E questo se vogliamo fu il motivo principale perché subito non fu accolto, e il pubblico si trovò sconcertato e un po’ offeso. Non che Kurt Russell interpreti una parte di un americano scemo e disprezzabile, anzi precorre i tempi è amico di Wang Ci, lo aiuta per quanto può travestendosi anche da cliente di bordello, (dai in quelle scene con gli occhiali fa ridere da matti) a liberare la sua bella, prigioniera del cattivissimo David Lo Pan (James Hong), ma non è l’eroe, anzi quando infuria la battaglia finale spara al soffitto e gli cadono i cocci in testa e crolla K.O, strappando una risata al pubblico. O se un gesto azzeccato lo compie nel finale, che non vi spoilero, lo fa quasi per sbaglio, quasi scusandosi.

È insomma un personaggio buffo, anche tenero, un finto duro dal cuore d’oro. Un buono certo ma non un eroe classico che sgomina da solo tutti i malvagi. Qui gli eroi sono altri, Wang Ci innanzitutto, Egg Shen (Victor Wong) il mago buono con forze magiche comparabili a quelle del cattivissimo Lo Pan, che nella vita fa il guidatore di corriere per turisti per Chinatown, pure una donna la bella Gracie Law (Kim Cattrall). Meriterebbe un saggio questo film, e non è detto che non lo scriverò, per ora vi basti sapere che è un film adatto a tutti, anche ai bambini, coniuga azione, avventura, commedia, arti marziali, un po’ di horror, magia taoista e leggende cinesi che ispirarono la materia tutta inventata della narrazione. Se vogliamo è più un omaggio al cinema fantasy di Hong Kong i cui echi proprio in quegli anni stavano arrivando in Occidente. Manca Jackie Chan, se lo contattarono o no per il film non so, ma per fare il suo ingresso in grande stile a Hollywood dobbiamo aspettare Rush Hour nel 1998.

Compositore, musicista oltre che regista Carpenter scrisse anche le musiche del film assieme ad Alan Howarth.

Una curiosità: ha 97 anni ma è vivo e vegeto James Hong, il terribile David Lo Pan, avrà scoperto l’elisir taoista di lunga vita. Buona visione!             

:: Morellini Editore arriva in Spagna

3 luglio 2026 by

Una notizia di sicuro interesse, almeno per me, è che Morellini Editore approda in Spagna con il marchio Morellini Ediciones. Un nuovo passo nel percorso di crescita internazionale della pregevole casa editrice milanese. L’ingresso nel mercato spagnolo avviene grazie a un accordo di distribuzione con Interleo, siglato recentemente a Madrid per la commercializzazione del catalogo.

Il debutto di Morellini Ediciones sarà affidato a Femenino Singular, una collana di biografie narrative dedicata a donne straordinarie che hanno lasciato un segno profondo nella cultura, nella scienza, nell’arte e nella società.

La collana, diretta dalla scrittrice Sara Rattaro insieme alla scrittrice e docente Anna Di Cagno, racconta attraverso la narrativa biografica le vite di donne che hanno lasciato un segno nella storia, spesso senza ricevere il giusto riconoscimento. Tra le protagoniste figurano Mary Shelley, Marie Curie, Anna Politkovskaja, Gala Éluard Dalí, Lucia Bosè e Alicia Rovira Arnaud.

Elemento distintivo del progetto è l’Extended Book, un innovativo formato editoriale che arricchisce ogni volume con contenuti digitali esclusivi dedicati alla protagonista, ampliando l’esperienza di lettura.

Il primo titolo pubblicato da Morellini Ediciones in Spagna è Raffaella Carrà. La chica perfecta, della giornalista RAI Adriana Pannitteri, dedicato all’icona della cultura popolare italiana e spagnola in occasione del quinto anniversario della sua scomparsa.

Con questa iniziativa, Morellini Editore rafforza la propria presenza internazionale, portando in Spagna una collana caratterizzata da una forte identità culturale e da un approccio editoriale innovativo.

:: L’enigma degli Arcani di Sergio Fanucci (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 giugno 2026 by

Con L’enigma degli Arcani ancora una volta Sergio Fanucci sceglie di coniugare thriller, suspense e cultura. Se con il primo capitolo/episodio della Trilogia degli Enigmi aveva posto solide fondamenta, con questo secondo amplia gli orizzonti, aumenta la tensione e mira a una vicenda  più ambiziosa, nella quale scienza d’avanguardia, simbologia esoterica e giochi di potere internazionale si intrecciano pericolosamente.
L’incipit dispone del fascino delle migliori  grandi occasioni. Nella sontuosa cornice di un salone della Reggia di Versailles, luogo dove per secoli si sono decisi gli equilibri politici del continente, il professor Molina è pronto a presentare una scoperta destinata a rivoluzionare la medicina: una nanotecnologia in grado di sconfiggere il cancro. Una conquista scientifica che potrebbe cambiare la medicina, ma che diverrà immediatamente l’oggetto del desiderio di governi, multinazionali e organizzazioni disposte a tutto pur di impadronirsene. Quando poi, poco dopo, detto scienziato muore in circostanze misteriose, prenderà forma una lunga sequenza di omicidi accomunati da un particolare minacciosamente inquietante: accanto al cadavere di ogni nuova vittima compare un Arcano Maggiore dei tarocchi.
Da questo momento il romanzo accelera. Con ritmo crescente, Sergio Fanucci costruisce una trama complessa, ricca di false piste e colpi di scena, trasformando ogni scoperta in una domanda. Nulla è casuale, ma spesso un dettaglio assume valore pagine dopo. Non si è testimoni degli eventi, ma bisogna interpretarli, magari tornando indietro in caccia di qualche particolare sfuggito.
A rendere più intrigante la trama sono soprattutto le protagoniste: Elisabeth Scorsese e Anna Pareto, due figure ormai complementari. Elisabeth mantiene il temperamento impulsivo e determinato già emerso nel precedente romanzo. Avvocato internazionale di origine italo-americana, porta sulle spalle il peso di una tormentata storia familiare, densa di tradimenti, servizi segreti e rapporti in sospeso. Fragilità nascosta dietro un’apparente sicurezza che la rende lontana dall’immagine dell’infallibile eroina.
Anna Pareto rappresenta invece il volto razionale dell’indagine. Docente di Storia delle religioni, affronta gli enigmi attraverso lo studio dei simboli, delle antiche tradizioni e dei testi sacri. È una donna brillante, pragmatica, divisa tra la vita accademica e quella familiare, capace di trasformare ogni riferimento storico in uno strumento investigativo. Quando si immerge nei suoi appunti per decifrare un codice o interpretare il significato degli Arcani, il lettore vuole collaborare con lei, condividendone dubbi, intuizioni e ragionamenti.
Il rapporto tra le due donne funziona perché nasce da diversità, istinto, logica, esperienza giuridica e conoscenza storica che integrandosi danno vita a una coppia investigativa ben affiatata. Intorno alle due protagoniste poi ruota un cast ricco di personaggi o comprimari che dir si voglia. Agenti dell’Europol, ricercatori, uomini di potere, religiosi e criminali affollano una storia corale nella quale nessuno pare del tutto innocente e in ogni alleanza, la fiducia è merce rara, potrebbe virare al tradimento.
Una delle più azzeccate caratteristiche del romanzo si rivela lo strano equilibrio creato fra elementi apparentemente inconciliabili. Da una parte la bioingegneria, le nanotecnologie e le enormi implicazioni economiche di una scoperta scientifica rivoluzionaria; dall’altra il mondo dei miti egizi, di Iside,  dei tarocchi, degli Arcani Maggiori.
Fanucci tuttavia evitando di trasformare la componente esoterica in decorazione, ne usa i simboli come un codice narrativo, come una chiave interpretativa.
Anche le ambientazioni assumono un ruolo fondamentale. Versailles, Ginevra, Zurigo e le sedi operative dell’Europol non rappresentano semplici scenografie, ma partecipano alla costruzione dell’atmosfera. Il contrasto tra palazzi storici, laboratori ultramoderni e corridoi del potere rafforza la sensazione di trovarsi davanti a una partita globale, nella quale il confine tra progresso scientifico e controllo politico si fa sempre più esile.
L’autore scrive in modo facile ma con precisione. I capitoli brevi alzano la tensione, i continui cambi di prospettiva  tengono vivo l’interesse sull’indagine, intanto che i dialoghi appaiono naturali e la documentazione storica e scientifica ben si integra nella narrazione senza appesantirla.
Secondo capitolo di una (promessa in anticipo) trilogia, L’enigma degli Arcani si dimostra  efficace come  e più di un  thriller. È un romanzo infatti che par voler invitare il lettore a osservare, dedurre, interpretare…
Sergio Fanucci consegna dunque al lettore un nuovo intreccio nel quale suspense, cultura, mistero e tecnologia convivono armoniosamente fino a un finale in grado di sorprendere, lasciando aperte nuove  prospettive.

Sergio Fanucci (1965), figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per Rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici di cui la principale protagonista è l’avvocato italo-americano Elisabeth Scorsese, e il successivo Codice Scriba (2016), cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière (2018). Dopo L’Enigma del Patriarca, con cui inaugura la Trilogia degli Enigmi sempre con Elisabeth Scorsese, è disponibile ora il seguito L’Enigma degli Arcani. Di prossima pubblicazione in questa stessa collana il romanzo che chiude la trilogia, L’Enigma di Horus.

:: Vedove di Camus di Elena Rui (L’Orma editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2026 by

Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato nel 2025 da L’Orma Editore, casa editrice indipendente di respiro internazionale, e tra i sei finalisti del Premio Strega di quest’anno, è un romanzo decisamente anomalo. La sua originalità si dispiega su più livelli: narrativo, morale, etico e, se vogliamo, anche metaletterario. È, in fondo, letteratura sulla letteratura, con al centro un autore iconico come Albert Camus, Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, osservato attraverso lo sguardo attento e innamorato di quattro donne: la moglie Francine Faure e le amanti Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès.

È proprio questo cambio di prospettiva a costituire uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Sempre in filigrana resta la voce narrativa di Elena Rui che, laddove la ricerca storica lascia inevitabili zone d’ombra, interviene con un’immaginazione sorvegliata, coerente e plausibile. Del resto, per affrontare seriamente uno scrittore come Camus è necessario attraversarne la biografia, le opere, le lettere, i taccuini, il contesto storico e la ricezione critica. Rui lo fa con rigore, ma senza rinunciare alla libertà della narrativa.

Chi meglio delle donne che lo hanno amato può gettare una luce nuova su uno scrittore che ha segnato non solo la letteratura francese, ma quella mondiale? Lungi dal cadere nell’agiografia o nel trattato accademico, Rui restituisce il lato più umano di Camus: la sua sensibilità, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Un autore che spesso si affronta con rispetto e persino con una certa soggezione viene qui riportato alla dimensione dell’uomo. E chi ama non si lascia intimidire: vede anche ciò che è meno nobile, più quotidiano, come accade a Francine, la moglie che lo ha conosciuto lontano dai riflettori della gloria letteraria.

Il romanzo evita con intelligenza ogni deriva voyeuristica o da gossip. L’autrice guarda con rispetto a queste quattro donne, al loro dolore, alla loro perdita e alla loro irriducibile unicità. È un’operazione letteraria rischiosa, soprattutto per una scrittrice giovane, seppure forte di una formazione accademica di prim’ordine. Eppure la scommessa, se di scommessa si può parlare, appare pienamente riuscita. Sarà interessante seguirne il percorso anche oltre i riflettori del Premio Strega.

Lo stile è elegante e sobrio, attraversato da una malinconia sottile e poetica. Il lutto di quattro donne diventa il punto di partenza per interrogarsi su qualcosa di più universale: l’essenza dell’amore, la fedeltà — qui l’unica davvero fedele è Francine —, l’identità e il modo in cui continuiamo a vivere nelle vite degli altri, sempre filtrati da uno sguardo diverso, irripetibile, inevitabilmente soggettivo.

Tornando allo Strega, che proclamerà il vincitore l’8 luglio, se guardiamo alla storia della letteratura italiana Mari resta il favorito: è il candidato con la poetica più riconoscibile e probabilmente più influente. Da anni la critica lo considera uno scrittore capace di costruire un universo personale, fatto di una lingua inconfondibile, di un immaginario coerente e di una continua riflessione sul rapporto tra memoria, invenzione e tradizione. È naturale, dunque, che venga indicato come l’erede di una linea che passa attraverso Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, pur restando un autore pienamente autonomo.

Eppure confesso che sarei felice se a vincere quest’anno fosse Elena Rui. Non per simpatie o antipatie personali, ma perché un’opera tanto originale, sostenuta da un editore indipendente, merita un riconoscimento di questo livello. Sarebbe un premio non soltanto a un libro riuscito, ma anche a una delle voci più promettenti della narrativa italiana contemporanea.

Elena Rui, nata a Padova nel 1980, vive in Francia dal 2005. Ha insegnato italiano ad Albi, Tolosa e Parigi. Ha già pubblicato La famiglia degli altri (Garzanti, 2021) e la raccolta di racconti Affetti non desiderati (Arkadia, 2024). Vedove di Camus è il suo ultimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Visioni di cinema: Shanghai 1920 di Po-Chih Leong a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2026 by

Shanghai 1920 (titolo originale Shang Hai yi jiu er ling) appartiene a quella filmografia dimenticata dei primi anni Novanta che, per vie traverse, è riuscita a sottrarsi all’oblio. Diretto da Po-Chih Leong, il film racconta la lunga e tormentata amicizia tra Billy Fong, giovane cinese cresciuto nei bassifondi del porto di Shanghai, e Dawson Cole, figlio di un ricco imprenditore americano trasferitosi in Cina per affari.

Se proprio lo si vuole incasellare in un genere, lo si può definire un gangster movie, anche se si discosta sotto molti aspetti dal cinema criminale hongkonghese più classico. Piuttosto, si avvicina a opere occidentali come Il Padrino, Goodfellas, A Bronx Tale o Casino, nelle quali il racconto della criminalità diventa anche un’epopea umana e familiare. Ma le affinità finiscono qui, perché Shanghai 1920 è qualcosa di più complesso.

Il film non rappresenta soltanto un’interessante operazione transculturale che avvicina Oriente e Occidente attraverso la sensibilità di Po-Chih Leong, regista formatosi anche nelle scuole occidentali e rimasto nell’ombra di autori ben più celebrati come John Woo, Stanley Kwan o Wong Kar-wai. Ha invece l’ambizione di raccontare, sullo sfondo della grande Storia, un’epopea criminale che è soprattutto la storia di un’amicizia tra due uomini diversi per estrazione sociale, educazione, cultura e carattere.

Billy Fong è un criminale; Dawson Cole, pur desiderando seguire una strada più onesta e rispettabile, finisce inevitabilmente per lasciarsi coinvolgere. Eppure non è Billy a trascinare l’amico verso il crimine. È piuttosto il contesto storico a determinare il loro destino: un intreccio di disuguaglianze, ingiustizie e tensioni che caratterizzava la Shanghai della prima metà del Novecento, città sospesa tra modernizzazione, colonialismo, criminalità organizzata e conflitti politici.

L’ambizione del regista è evidente, ma è sostenuta anche da un cast di grande livello. John Lone, Adrian Pasdar, Fennie Yuen e Loletta Lee offrono interpretazioni convincenti che contribuiscono a rendere il film ancora oggi sorprendentemente godibile, a oltre trent’anni dalla sua uscita.

L’aspetto più riuscito dell’opera è senza dubbio la ricostruzione storica. La Shanghai degli anni Venti e Trenta viene rappresentata con grande cura scenografica, offrendo un affresco visivamente ricco e affascinante. Costumi, ambientazioni e fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera epica che richiama il grande gangster movie americano, pur mantenendo una propria identità culturale.

La durata è considerevole e il racconto, in alcuni passaggi, tende a disperdersi. Il film si apre con l’arrivo delle truppe giapponesi a Shanghai e la fuga precipitosa dei cittadini americani verso una nave che rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Billy Fong sta per imbarcarsi insieme alla moglie quando un lungo flashback ripercorre la sua vita, dall’infanzia fino all’incontro con Dawson Cole, figlio privilegiato di un imprenditore americano.

Nasce così un’amicizia profonda, sincera, di quelle che soltanto l’infanzia sa creare. Il film segue la crescita dei due protagonisti, il loro diventare soci, complici e, più ancora che amici, fratelli.

Shanghai 1920 non è un film d’azione nel senso canonico del termine, né un’opera incentrata sulle Triadi o sulla guerra tra bande criminali. Questi elementi sono presenti, ma restano sullo sfondo. A Po-Chih Leong interessa soprattutto il rapporto tra Billy e Dawson, il legame che unisce due uomini provenienti da mondi apparentemente inconciliabili. Più le circostanze sembrano dividerli, più la loro amicizia si rafforza; più le loro vite prendono direzioni opposte, più quel legame diventa il vero centro della narrazione.

È proprio in questa scelta narrativa che risiede il fascino del film: un’opera visivamente sontuosa, moralmente controversa e capace di mettere in secondo piano le convenzioni del genere per concentrarsi sui sentimenti dei suoi protagonisti.

Quando Billy rinuncia alla salvezza, alla moglie e a un possibile futuro per tornare indietro in cerca dell’amico, il gangster movie lascia definitivamente spazio a una storia di lealtà e sacrificio. In quel gesto estremo la solidarietà e l’altruismo prevalgono sulla violenza, conducendo il film verso un finale insolitamente luminoso, nel quale l’amicizia sembra resistere perfino alla brutalità della Storia.

:: Ottantesima edizione Premio strega: i finalisti

27 giugno 2026 by

La serata finale della LXXX edizione del Premio Strega 2026 si terrà l’8 luglio 2026 a Roma, nella tradizionale cornice del Ninfeo di Villa Giulia. I sei autori che si contendono la vittoria finale, annunciati al Teatro Romano di Benevento, sono:

Michele MariI convitati di pietra (Einaudi) 280 voti

Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile.

Matteo NucciPlatone. Una storia d’amore (Feltrinelli) 242 voti

È un mattino d’estate del 415 a.C. e su un masso che sporge sopra il porto del Pireo sono appollaiati quattro ragazzini. Il canto delle cicale copre il brusio della folla. C’è aria di festa, ma la guerra incombe, e i quattro tacciono, assorti. Tra loro c’è un dodicenne dallo sguardo febbrile. Si chiama Aristocle e, cinque anni più tardi, per via delle ampie spalle, prenderà un nome destinato all’eternità: Platone. Accanto a lui, in quel mattino decisivo, l’uomo che ne racconta la storia. Questa storia. Una storia d’amore.

Bianca PitzornoLa sonnambula (Bompiani) 195 voti

Di rado il destino si rivela fin dall’infanzia: ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze.


Teresa CiabattiDonnaregina (Mondadori) 184 voti

Chi è davvero ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi e commissionati? Se lo chiede la scrittrice a cui il giornale dà l’incarico di intervistare proprio lui, il superboss. A lei che di criminalità non sa niente, che si è sempre occupata di adolescenti, tutt’al più cantanti, attrici, gente dello spettacolo. Il loro è l’incontro di due mondi lontanissimi che tali devono rimanere, almeno nelle intenzioni della protagonista.

Alcide Pierantozzi Lo sbilico (Einaudi) 170 voti

«Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri». Cosa accade quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l’unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello «sbilico» delle cose?

Elena Rui Vedove di Camus (L’Orma) 163 voti

Il 4 gennaio 1960, la Facel Vega guidata dal celebre editore Michel Gallimard sfreccia lungo una strada della Borgogna e va a schiantarsi contro un platano. Sul sedile del passeggero, Albert Camus, che solo tre anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, muore sul colpo. Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all’improvviso “vedove” dell’uomo che amavano: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso – fedele ai paradossi del sentimento – definiva «l’Unica».

:: Sisma Venezuela 2026: come aiutare

26 giugno 2026 by

Gentili lettori di Liberi di scrivere,

nel tardo pomeriggio di mercoledì 24 giugno, due violente scosse di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5 della scala Richter hanno colpito le regioni settentrionali e nord-occidentali del Venezuela. Si parla di 50.000 dispersi, di morti, di feriti di città distrutte in un paese già povero e gravato da drammatiche condizioni di vita.

La situazione più grave si registra nel Distretto della capitale Caracas e soprattutto negli stati di La Guaira, Falcón, Carabobo, Yaracuy, Aragua, Miranda, Trujillo e Lara, dove numerosi edifici e infrastrutture hanno subito gravi danni e i soccorritori sono impegnati senza sosta nella ricerca dei sopravvissuti.

Il timore di una possibile ecatombe ormai è reale, un aiuto immediato è la sola cosa che possiamo fare. Secondo le vostre possibilità, ognuno faccia quel che può. Vi do un canale sicuro dove mandare gli aiuti, se non potete credo che anche solo delle preghiere sono necessarie, per le vittime, le famiglie delle vittime, per i soccorritori. Non so che altro dire l’entità di cosa è successo lo scopriremo solo nei prossimi giorni.

DONAZIONE CON BONIFICO BANCARIO

C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Fondazione Caritas Ambrosiana 
IBAN: IT82Q0503401647000000064700 
CAUSALE OFFERTA: Emergenza Terremoto Venezuela

:: La malinconia del tartufo di Orso Tosco (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

26 giugno 2026 by

La malinconia del tartufo conferma Orso Tosco come una delle voci più originali del noir italiano contemporaneo. Il terzo capitolo dedicato al commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino, non si limita a proporre un’indagine costruita con intelligenza, ma affonda nelle fragilità dell’animo umano, trasformando il mistero in un mezzo per esplorare dolore, memoria, perdita e speranza. Un romanzo in cui il delitto è solo il punto di partenza per un viaggio in grado di mischiare con naturalezza humour, malinconia e riflessione.
Il caso si apre con un omicidio tanto feroce quanto paradossale. Titti Sbrana, pittore novantaduenne più noto per le sue sregolatezze che per le sue opere, viene trovato assassinato con trentanove coltellate nella pacchiana piscina a forma di bocca.
Il primo interrogativo tuttavia, non concerne chi sia il suo assassino. Ma e soprattutto perché. Perché infatti far fuori un uomo che aveva già dichiarato pubblicamente di voler ricorrere al suicidio assistito nel giro di poche settimane? Apparentemente una contraddizione che darà il via a una rocambolesca indagine atta a sfatare ogni certezza.
Anche stavolta il fulcro della storia è Gualtiero Bova, uno dei commissari più stravaganti ma affascinanti e anticonvenzionali della narrativa italiana. Geniale, disordinato, istintivo, incapace di adattarsi alle regole, tratta ogni caso in un modo che parrebbe privo di logica, e…poi però funziona Le sue percezioni nascono da qualcosa di suo che ben si lega con il suo tran tran dominato da bizzarre abitudini. Dietro quell’apparente caos si nasconde tuttavia un uomo intimamente ferito. Da otto anni vive vicino ad Ada, la donna amata, imprigionata in un coma che sembra sospendere il tempo. Fatto personale che avrà maggior peso nel corso della narrazione, quando un’imprevedibile notizia metterà in gioco il suo equilibrio emotivo. Tosco ne scrive senza ricorrere al sentimentalismo, con piccoli gesti, silenzi e considerazioni del suo protagonista.
Accanto a lui ritroviamo la sua improbabile ma irresistibile squadra investigativa. Listeddu, Falesca e Raviola non incarnano certo il modello del perfetto poliziotto ma quello di persone con debolezze e manie, in grado di regalare ai lettori momenti di leggerezza senza compromettere la tensione narrativa. Dominante poi anche stavolta la bassotta Gilda Gildina. Nel rapporto tra il commissario e la sua inseparabile cagnetta si nota vera tenerezza. Insomma con lei Bova può lasciarsi andare. E forse pian piano lo potrà fare anche con la Olivia Montenotte.
Scopriremo in Titti Sbrana, l’arzillo novantaduenne accoltellato, un personaggio sfaccettato. Lungi dall’essere soltanto la vittima dell’omicidio, continua a dominare la scena attraverso il ricordo di chi lo ha conosciuto, gli enigmi custoditi nelle sue opere e i segreti nascosti dietro una lunga esistenza vissuta senza compromessi. Pagina dopo pagina la sua figura si rivela molto più complessa di quanto lasci immaginare e la fama di artista eccentrico e provocatore e il confine tra genialità, narcisismo e oscurità, si fa sempre più sottile.
Attraverso l’indagine Orso Tosco osserva con sguardo ironico il mondo dell’arte contemporanea. E lo descrive con sottile vena satirica, mostrando quanto spesso dietro il prestigio si celino meschinità e opportunismi. Galleristi, critici, collezionisti e artisti popolano un ambiente affollato da rivalità, smisurate ambizioni e continue finzioni.
Lo stile di Orso Tosco continua a distinguersi per una personalità immediatamente riconoscibile. La scrittura, curata, coinvolgente e capace di sorprendere senza risultare artificiosa, alterna dialoghi brillanti, riflessioni poetiche e improvvisi cambi di registro, passando con naturalezza dall’umorismo alla malinconia, dalla leggerezza alla tensione.
Il titolo poi custodisce il significato più profondo dell’opera. La malinconia del tartufo diventa metafora di tutto ciò che vive nascosto sotto la superficie: sentimenti inespressi, dolori mai elaborati, verità sepolte e invisibili bellezze. Proprio come il prezioso fungo cresce nell’oscurità della terra, anche i protagonisti sembrano costretti a confrontarsi con le proprie zone d’ombra prima di intravedere una possibilità di rinascita.
Con questo terzo capitolo, Orso Tosco consolida ancor più la forza narrativa della serie dedicata al Pinguino. La malinconia del tartufo è un noir atipico, raffinato e profondamente umano, nel quale l’indagine criminale convive con una delicata riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Un romanzo ricco di personaggi memorabili, ambientazioni evocative e dialoghi capaci di alternare ironia a grande poesia, destinato a soddisfare chi cerca non soltanto un ottimo giallo, ma anche una storia in grado di lasciare il segno.

Orso Tosco Scrittore e sceneggiatore, è nato a Ospedaletti nel 1982. Ha pubblicato racconti, romanzi e poesie. Tra i suoi libri ricordiamo London voodoo (minimum fax, 2022) e Nanga Parbat. L’ossessione e la montagna nuda (66THAND2ND, 2023).Per Rizzoli ha pubblicato L’ultimo pinguino delle Langhe, il primo capitolo della serie noir con protagonista il commissario Bova, con cui ha vinto il prestigioso Premio Scerbanenco del 2024, La controra del Barolo (2025) e ora La malinconia del tartufo.

::Nulla da invidiare, Barbara Demick, (Iperborea 2026) a cura di Viviana Filipini

23 giugno 2026 by

“Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord” è il saggio di Barbara Demick edito da Iperborea. Il libro è frutto di anni di lavoro a Seul della giornalista che ha avuto modo di raccogliere voci dal mondo della Corea del Nord, mostrando quella che è la vera vita, ben diversa dall’immagine che ci arriva dai media, spesso filtrata, per fa apparire quello che in realtà non è. Snodo narrativo dal quale si propaga la narrazione è Chongjin, terza città più grande del paese, dove vivono alcune delle voci presenti in questo libro  che è un saggio e un reportage. Da subito l’immagine che abbiamo di Chongjin è quella di una centro abitato dove la povertà e la carestia dilagano, dove spesso e volentieri manca l’energia elettrica, dove il cibo è del tutto inesistente e dove ogni singola mossa che viene compiuta è sotto controllo del potere. Il periodo in questione riguarda il Paese  tra gli anni   Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Tra le voci raccolte ci sono quelle di  Mi-ran e Jun-sang, una ragazza e un ragazzo che si amano, ma lo fanno con garbo, con attenzione per non dare scandalo, come quando vanno a passeggiare di notte e tra loro, per mantenere le distanze, tengono la bicicletta di lui. Loro che studiano e lavorano creandosi aspettative grandi per il futuro, quando poi sono soli nelle loro case meditano la fuga (che non si confessano per evitare di finire nei guai) da un mondo dove non si sentono liberi.  Loro sono una coppia, poi ci sono voci singole  di coloro che da medici assistono impotenti al dilagare della fame e delle malattie; ci sono ragazzi soli che finiscono in campi di detenzione dove trovano padri incarcerati per anni per aver cercato di procurare cibo alla famiglia affamata; donne che si inventano biscotti e attività per sfamare i figli; ci sono persone che vivono  nel terrore del verificarsi di un controllo a casa con l’arrivo di appositi comitati che verificano l’esposizione della foto del capo di governo. L’immagine che emerge dal libro della  Demick è quella di un mondo dove la propaganda domina, filtra i contenuti in entrata e in uscita. Un universo nel quale chi ci vive viene sottomesso, manipolato e indotto ad agire e pensare in un certo modo  nel rispetto ferreo delle regole, mentre chi cerca di agire in modo diverso viene arrestato, messo sotto inchiesta eo sempre tenuto d’occhio. Coloro che riescono a scappare – anche con escamotage rocamboleschi-  lo fanno per non tornare più (spesso con grande dolore) nella propria terra. Un andarsene  per  vivere in quel Sud tutto da conoscere e scoprire, dove la vita è progresso vero, indipendenza, autonomia e soprattutto libertà di vivere e di esistere. “Nulla da invidiare” di Barbara Demick è un libro corale dove si raccolgono storie e si narrarono i cambiamenti di potere nella Corea del Nord, nella quale sembra esserci una possibilità di cambiamento, di trasformazione e di maggiore rapporto e confronto con l’Occidente che rimangono però, a quanto si deduce, solo una facciata di superficie. Traduzione di: Valentina Ricci.

Barbara Demick, scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con “Nulla da invidiare” ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche “I mangiatori di Buddha”.

:: De Feo, Fois, Mastrantonio, i finalisti del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti 2026

22 giugno 2026 by

A Portoferraio, nella splendida cornice dell’area archeologica della Linguella, sono stati annunciati i tre finalisti della cinquantaquattresima edizione del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti: Gianluca De Feo (“Il cielo sporco”, Guanda), Marcello Fois (“L’immensa distrazione”, Einaudi) e Luca Mastrantonio (“Piombo e Latte”, Bompiani).

I tre volumi saranno ora sottoposti al voto della giuria popolare, mentre il vincitore verrà proclamato il prossimo 5 settembre a Portoferraio. La giornata è stata inoltre caratterizzata dall’apertura straordinaria delle Residenze Napoleoniche, dove, nelle sale della Palazzina dei Mulini, si è tenuto un momento di incontro per il lancio ufficiale della 54ª edizione del Premio.