:: Segnalazione: Review Party di Matteo Strukul – 5 ottobre

25 settembre 2020 by

Liberi di scrivere partecipa al Review Party dedicato al libro La corona del poteredi Matteo Strukul in uscita per Newton Compton lunedì 5 ottobre, vi segnalo il banner dell’iniziativa che potete diffondere nei vostri canali:

:: Tre maestri di Goffredo Fofi (Marietti 1820, 2020) a cura di Nicola Vacca

25 settembre 2020 by

Goffredo Fofi, uno degli ultimi intellettuali liberi e veri, in un piccolo libro pubblicato in versione digitale da Marietti nella collana i Rèfoli, rende omaggio al Novecento ricordando quelli che per lui sono stati tre grandi maestri.
Tre maestri è l’omaggio a alcune grandi figure del Novecento italiano: Aldo Capitini, Renato Panzieri, Elsa Morante.
Aldo Capitini, filosofo e educatore sostenitore della nonviolenza, un pensatore che è stato un punto di riferimento per intere generazioni.

«Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore, e Capitini è stato indubbiamente una delle persone che più hanno influito sul mio modo di vivere e di ragionare. Non per questo mi sento in grado di poter offrire, sul suo pensiero, qualcosa di più che una testimonianza, e quel tanto di riflessione teorica cui ogni pratica sociale e ogni scelta individuale di intervento costringono. Non mi sono mai preoccupato di definire le mie posizioni rispetto a Capitini o alla nonviolenza, né credo di aver da dire molto in proposito. L’unico modo in cui ho creduto di poter render conto dell’insegnamento capitiniano è stato semplicemente quello di continuare ad agire culturalmente e politicamente, nella realtà italiana del nostro tempo, mettendo in pratica alcune delle cose apprese da Aldo».

Fofi con entusiasmo e tanta umiltà scrive del suo maestro e racconta in questo breve scritto la grandezza della sua umanità e l’attualità del suo pensiero.
Capitini insieme a Guido Calogero nel 1940 firma il Manifesto del liberal –socialismo, che influenzerà la nascita del Partito d’azione.
Fofi scrive che Aldo Capitini è stato l’unico personaggio di statura europea che abbia teorizzato la nonviolenza in anni in cui queste tematiche erano emarginate e soffocate.


«Quelli delle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo, e poi quelli della polarizzazione post-bellica tra mondo borghese e mondo comunista, e in Italia tra mondo comunista e mondo cattolico negli anni in cui la situazione internazionale era di “guerra fredda”, lo scontro era tra un predominio democristiano ideologicamente molto duro e un partito sottoposto alle direttive staliniane».

L’utopia di Aldo Capitini non è stata compresa dalla cultura del suo tempo. Capita spesso ai grandi uomini abituati a ragionare con la propria testa e lottano sempre da uomini liberi contro le ortodossie del pensiero.
Raniero Panzieri, politico e scrittore, è considerato uno dei fonatori dell’operaismo.
Fofi lo incontra a metà degli anni cinquanta nella redazione di Mondo Operaio, la storica rivista socialista.

«Ma forse la “qualità” di Panzieri che più di tutte, nel tempo, mi ha affascinato era la sua ostinazione, la sua incrollabile e allo stesso tempo apparentemente svagata, non enfatica attenzione a mettere insieme, cucire e ricucire, aiutare a muovere, formare e riformare, in momenti non facili, gruppi che non scindessero mai tra loro teoria e pratica. Anche dopo le tante sconfitte di quel movimento operaio nel quale aveva così fortemente creduto, questo rimane il suo insegnamento fondamentale».

Ecco chi era il maestro Renato Panzieri per Goffredo Fofi, una delle intelligenze più vive della sua generazione, morto troppo giovane, a 43 anni, nel 1964. Come sempre accade, se ne vanno prima sempre i migliori.

«Elsa sapeva assai bene di essere uno «scrittore» e non uno «scrivente», un «poeta» e non un «letterato»; ma conosceva altrettanto bene i limiti della sua possibile azione quale scrittore e poeta – pure se quella era la «sua» vocazione, accettata e rivendicata, e considerata tra le altissime se non la più alta. La tensione che s’instaurava nelle sue idee – per esempio nei saggi fondamentali di quella raccolta – era quella tra un’analisi esigente e spietata, senza paraocchi di sorta, tutta verso l’estremo, l’essenza delle cose, e un progetto che non poteva che essere enorme, nella sua semplicità, conseguentemente all’importanza delle richieste che da quell’analisi scaturivano: la lotta contro il «sistema della disintegrazione», contro «l’irrealtà». Essere poeti non bastava. Bisognava fare di più, individuare altra presenza, altra azione nel mondo che non quella della parola. La poesia non era sufficiente a salvare gli Useppi e le Iduzze, a consolare i Davidi. Questa constatazione rende più alta la sua poesia, perché più grave ed esigente è la sua contraddizione».

Goffredo Fofi chiude il suo breve omaggio ai suoi maestri scrivendo di Elsa Morante e della sua lucidità nei confronti delle parole che metteva nei suoi grandi romanzi, diventati un pezzo importante della nostra coscienza di italiani.
La Storia, in quel dialogo straordinario con il suo tempo, la scrittrice cercava se stessa e la dimensione di un popolo e di una Nazione.
Fofi vede in Elsa Morante «una scrittrice più ricca, più densa, più originale di quella dei maggiori della letteratura italiana del secolo, si chiamino pure Verga, Svevo, Rebora o Pirandello o Gadda».
Una fuoriclasse con un grande fiuto sociologico, intelligenza politica e una franchezza crudele nel guadare attraverso i suoi libri in faccia la storia del nostro tempo.
Grazie a Goffredo Fofi per queste pagine sul Novecento che ci manca. Quello dei maestri la cui lezione non bisogna mai dimenticare.

Goffredo Fofi si è occupato di critica cinematografia e letteraria, ha diretto e fondato riviste di rilievo culturale e politico – da Linea d’ombra a Gli asini – e ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni Cinquanta a oggi.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa.

Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo, Chae Strathie (Edizioni Lapis,2020) A cura di Viviana Filippini

25 settembre 2020 by

Chissà come vivevano i bambini nell’antica Roma. Cosa mangiavano, che giochi facevano, che rimedi usavano quando erano malati e cosa facevano a scuola. A raccontare tutto questo ai piccoli lettori ci pensa “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo”, di Chae Strathie con le simpatiche e divertenti illustrazioni realizzate da Marisa Morea. Il volume edito da Lapis è suddiviso per sezioni: l’istruzione, i giochi, la casa, la medicina, gli animali domestici, gli imperatori, i gladiatori, la scuola. Un insieme di immagini e parole grazie alle quali il piccolo lettore di oggi è portato non solo a confrontarsi con i bambini dell’età di epoca romana, ma a scoprire quanto fosse diverso vivere nella città ai tempi degli Imperatori. Tra le cose curiose ci sono interessanti notizie relative all’igiene personale per esempio, perché si scoprirà che i bambini dell’antica Roma non usavano della carta igienica, ma una spugna spesso e volentieri condivisa. A scuola, in quei tempi si andava tutti i giorni, sette su sette, e non c’erano i quaderni con stampato sopra i volti dei cantanti o attori preferiti, ma venivano usate delle tavolette sulle quali si doveva incidere per scrivere. Altro aspetto interessante considerato dal libro è il tema del cibo, perché oggi molti bambini (a volte anche gli adulti) non amano mangiare la verdura, ma leggendo questo libro si scoprirà quanto fosse diversa l’alimentazione dei romani rispetto alla nostra e che forse è meglio mangiarsi un forchettata di spinaci o broccoli. Volete un esempio? Oltre al fatto di mangiare sdraiati su triclini, i romani apprezzavano la carne di ghiro o la salsa di pesce. Non manca nemmeno una sezione dedicata i giochi e ai gladiatori che scendevano a combattere nel Colosseo, resi diversi uno dall’altro dal copricapo che indossavano e dall’arma che usavano. Il libro è divertente, simpatico e molto piacevole alla lettura, perché utilizza una narrazione a tratti comica e scanzonata (mai banale però) per raccontare la storia del passato ai lettori del presente. Da ricordare che oltre al volume dedicato all’antica Roma, ci sono altri due libri di Strathie che hanno avuto al centro la vita dei bambini nell’antico Egitto e nell’antica Grecia. “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo” è un libro interessante che aiuta ad imparare la storia in modo divertente e che accompagna il lettore bambino con semplicità e simpatia alla scoperta della vita nell’antichità aiutando chi legge a comprendere quanto fosse diverso il modo di vivere, vestire, studiare, mangiare e di curarsi nei dei bambini della Roma di 2000 anni fa. Partner del progetto di questo libro il British Museum. Traduzione Alessandra Valtieri.

Chae Strathie è un autore e giornalista per bambini pluripremiato, cresciuto in Scozia in un minuscolo villaggio circondato da una foresta. Vive a Dundee con tre gatti fastidiosi e un pesce rosso molto vecchio di nome Lazarus.

Marisa Morea è un’illustratrice freelance con sede a Madrid, in Spagnacon un diploma in un Master in Illustrazione alla Eina School di Barcellona nel 2009. Dopo alcuni anni  di lavoro come Art Director in diverse agenzie pubblicitarie, ha deciso di smettere e provare come illustratrice a tempo pieno.

Source: grazie all’ufficio stampa Lapis.

La notte dei tempi di René Barjavel (L’Orma editore, 2020) a cura di Elena Romanello

24 settembre 2020 by

i__id1381_mw600__1xL’Orma editore continua a proporre i romanzi di genere fantastico di René Barjavel, una delle voci più interessanti e intriganti al di fuori del mondo anglosassone, presentando questa volta La notte dei tempi, un libro assente da troppo tempo dalle librerie italiane dopo un’edizione nella Nord Oro di diversi anni fa.
Questa volta l’autore porta in Antartide, durante i sei mesi di estate con sole permanente, dove una spedizione francese, impegnata in controlli di routine, scopre a 900 metri di profondità i resti di una civiltà primordiale, che possedeva conoscenze scientifiche futuristiche poi andate perdute in seguito ma che possono essere molto utili.
Da quei resti emergono i corpi ibernati di un uomo e di una donna, perfetti nel loro sonno, che presto si spezza con conseguenze incredibili e la scoperta di un passato perduto ricco di eventi e drammi. I governi, le Nazioni unite e i semplici cittadini capiscono che è in gioco il futuro dell’umanità ma anche il suo passato, soprattutto quando la donna venuta dal passato inizia a raccontare le sue verità, come si è addormentata e cosa ha trovato in quel mondo di millenni dopo.
Una storia che riprende l’archetipo delle civiltà perdute e del passato ipertecnologico poi perduto, con tematiche ecologiste e femministe, scritta dall’autore poco prima del Maggio 1968 di cui prefigura gli eventi, tra azzardi del progresso e miti sull’inizio delle civiltà.
La notte dei tempi è un romanzo per amanti della fantascienza, ma anche per chi cerca nella finzione una chiave di interpretazione della realtà, tra denuncia e riflessione. Con questo libro René Barjavel entrò di prepotenza nell’olimpo dei maestri della fantascienza mondiale, raccontando futuri possibili del nostro pianeta e, come in questo caso, passati alternativi, mitici e inquietanti.

René Barjavel (1911-1985) è considerato il padre della fantascienza francese moderna, «lo Jules Verne del XX secolo». Scrittore, giornalista e sceneggiatore di numerosi film, dalla saga di Don Camillo agli adattamenti francesi di capolavori come Il Gattopardo e I vitelloni, con i suoi romanzi sul viaggio nel tempo, la fine del mondo e i pericoli della tecnologia ha conquistato milioni di lettori diventando oggetto di un culto intergenerazionale. Allergico alle ghettizzazioni letterarie, sosteneva che la fantascienza fosse «una nuova letteratura che comprende tutti i generi». La notte dei tempi (1968), considerato il suo capolavoro, è entrato nell’immaginario letterario e pop, dall’arte contemporanea fino ai fumetti e ai tatuaggi. Compare regolarmente ai primi posti delle classifiche dei migliori libri di fantascienza di sempre. Di René Barjavel L’orma editore ha già pubblicato la riscrittura del ciclo arturiano Il mago M. e il classico del genere catastrofico Sfacelo.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

La confessione di Jessie Burton (La Nave di Teseo, 2020) a cura di Elena Romanello

23 settembre 2020 by

J51xVnE7HTYL._SY445_QL70_ML2_essie Burton torna in libreria con una nuova storia al femminile, di ambientazione contemporanea, dove c’entrano però sempre l’arte e le professioni ad essa legate, con una riflessione questa volta sul mondo della scrittura.
Nella Londra del 1980, in un pomeriggio d’inverno nel quartiere di Hampstead Heat si incontrano Elise Morceau, vent’anni, bella, progetti confusi sul suo presente e futuro e un lavoro saltuario come maschera a teatro, e la scrittrice più matura Constance Holden, detta Connie.
Tra le due nasce l’amore, i primi tempi sono un idillio nella capitale britannica di inizio anni Ottanta, poi Connie deve trasferirsi a Los Angeles per seguire l’adattamento di un suo libro con un cast d’eccezione.
Elise la segue, senza particolari entusiasmi e il loro rapporto va presto in crisi, per le tante differenze che emergono, per l’ambiente spesso falso che esalta Connie ma deprime Elise. La ragazza si butta in una storia con il marito della migliore amica della sua compagna, creando problemi, e si allontana poi da Connie, affrontando una maternità che la distrugge tanto da spingerla a sparire nel nulla.
Oltre trent’anni dopo Rose, divisa tra un presente confuso e un futuro su cui non fa progetti, viene indirizzata da suo padre, ormai pensionato in Francia con una nuova compagna, sulle tracce di Constance, che si è ritirata da anni in solitudine dove sta però scrivendo un nuovo libro, per cercare di capire cosa è stato di sua madre. Un percorso tra passato e presente non indolore che la aiuterà forse a capire meglio come impostare la sua vita.
Un romanzo che mette a confronto gli ormai lontani e ruggenti anni Ottanta con l’oggi, attraverso le storie di alcune donne, tra segreti, arte, maternità e amore, su quello che si perde e si guadagna ogni volta che si prende una decisione, come aprirsi ad un nuovo amore ma anche concludere un rapporto.
La confessione mescola romanzo di costume e indagine verso la scoperta di una verità forse impossibile, attraverso i meandri dell’animo umano, le scelte, i dolori, le gioie, confermando il talento dell’autrice e la sua abilità nel raccontare storie che rimangono nell’animo umano.

Jessie Burton è nata nel 1982 e vive a Londra. Ha studiato presso l’Università di Oxford e alla Royal Central School of Speech and Drama; ha lavorato per nove anni come attrice, prima di scrivere il suo romanzo d’esordio, Il miniaturista, divenuto in breve tempo uno dei casi editoriali più straordinari degli ultimi anni, con più di un milione di copie vendute nel mondo. Ha scritto inoltre La musa (2016) e Ragazze scatenate (2018), il suo primo racconto per ragazzi, pubblicati in Italia da La Nave di Teseo. I suoi libri sono stati tradotti in 38 lingue.

Provenienza: libro preso in prestito nel circuito SBAM della provincia di Torino.

:: Nives di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2020) a cura di Eva Dei

22 settembre 2020 by

Dopo la morte del marito Anteo, Nives si ritrova sola nella sua casa a poggio Corbello. La figlia Laura è ripartita per la Francia con la sua famiglia una settimana dopo il funerale; a nulla sono valsi i tentativi di convincere la madre a seguirla e trasferirsi con loro. Nives è stata irremovibile: dopo una vita intera passata in quella tenuta con le proprie abitudini, curando gli animali, sradicarsi dà lì per andare in Linguadoca sarebbe come trasferirsi tra i marziani.
Nives però non considerato la solitudine con cui deve fare i conti ogni giorno, in quella casa isolata di campagna, dove i ritmi sono scanditi soltanto dalle incombenze da sbrigare; non avere nessuno con cui scambiare una parola o condividere un pensiero non è una rinuncia di poco conto. La giornata procede a rallentatore, fino ad arrivare alla sera, senza dubbio il momento peggiore.

“Che, non mi basto?” si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. Soprattutto le cose piccole, da nulla, come bere un bicchiere d’acqua. Neanche un cane che dicesse: “E quest’arsura?”, così per scambiare una parola. Sottointendendo: ti vedo, esisti. Non essere guardata da anima viva la faceva sentire un fantasma.

Dormire diventa impossibile, con il calare della notte l’angoscia l’assale, il senso di abbandono è troppo forte per riuscire a chiudere occhio. Dopo vari giorni passati tra scombussolamenti e nostalgie, Nives ricorda una storia che le era stata raccontata da bambina e che l’aveva sempre divertita. Sua madre Fiammetta, poco dopo il matrimonio, era stata costretta a vivere da sola, con il marito al fronte e i bombardamenti sulla città vicina che si avvertivano fino al paese. In preda alla paura e all’angoscia la madre di Nives catturò un grillo e lo chiuse in una scatoletta che teneva sul comodino. L’insetto diventò così il suo compagno di quel periodo: ci parlava e le faceva compagnia. L’idea era sicuramente bizzarra, ma se aveva funzionato una volta, perché non provarci una seconda. Spinta da questa riflessione Nives decide quindi di portare in casa la sua gallina preferita, Giacomina. L’esperimento funziona, Nives torna a dormire placidamente e continua quindi quella strana convivenza. Tutto si complica quando una sera Giacomina resta come ipnotizzata davanti alla televisione. Niente sembra riportare l’animale alla normalità, quindi Nives decide di chiamare il veterinario del paese, Loriano Bottai.
Con questa telefonata inizia veramente l’ultimo romanzo di Sacha Naspini, uscito il 2 settembre in libreria ed edito da Edizioni E/O. Forse è più giusto parlare di racconto breve per Nives, 132 pagine che scorrono veloci, trattandosi di una storia che si svolge all’interno di un’unica chiamata telefonica. Un dialogo fatto di botta e risposta la fa da padrone, lasciando solo ogni tanto spazio a qualche momento di riflessione.
La conversazione tra Nives e Loriano inizia in maniera grottesca, a tratti comica, con il veterinario reduce da troppi bicchierini e la donna all’altro capo del filo che cerca di spiegargli che la gallina che ha come coinquilina è rimasta imbambolata davanti alla pubblicità del detersivo Dash. In seguito i due si fanno trascinare dai ricordi di gioventù, anche se in realtà a guidare e dirigere la conversazione è sempre Nives. Lentamente la nostalgia lascia il posto a confessioni e rancore, portando a galla segreti tenuti nascosti per troppo tempo. Con la morte del marito sembra che Nives non abbia più remore a portare a termine una resa dei conti che probabilmente covava da tempo dentro di sé, tanto che viene da chiedersi da quanto tempo aspettasse l’occasione per avere una scusa futile per potersi confrontare con Loriano.

Nives si accorse che stava facendo una cosa fuori dalla grazia di Dio: stava perdonando. Le veniva così, spontaneo. Lo capiva: era una galera nuova, cui non era per niente abituata. Un po’ la pacificava; d’altro canto la sconquassava: lei, senza la rabbia, era nulla.

Sotto alcuni aspetti ritroviamo lo scrittore di Ciò che Dio unisce (Piano B, 2014): una storia breve, asciutta, in cui i protagonisti sono una coppia. Nel precedente romanzo i due erano indotti a un faccia a faccia da una situazione di prigionia fisica, in questo caso invece basterebbe interrompere la telefonata, abbassare il ricevitore per mettere fine alla conversazione, ma seppur Loriano minacci e pensi più volte di farlo, qualcosa sembra impedirglielo.
Se l’intuizione della chiamata telefonica sembra veramente interessante, forse in Nives, viene a mancare un po’ di mordente. La trama si ramifica in modo da offrire spazio ad approfondimenti che però l’autore decide di non cogliere. Ritroviamo invece la scrittura di Naspini e quel suo passare dall’ironico al grottesco e conturbante, che è diventato ormai sua firma stilistica.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro del recensore.

:: Sul riccio di Éric Chevillard (Prehistorica Editore 2020) a cura di Nicola Vacca

22 settembre 2020 by

Éric Chevillard è uno scrittore fuori dal comune e inventa storie straordinarie e surreali difficili da classificare ma che ai suoi lettori piacciono tantissimo.
Prendete per esempio Sul riccio, romanzo dell’autore francese arrivato da noi grazie alla traduzione di Gianmaria Finardi.
Chevillard è definito dalla critica francese «l’inclassificabile». Niente di più vero, basta addentrarsi nei labirinti di questo strano e appassionato romanzo.
Qui troviamo uno scrittore alle prese con la sua autobiografia (che ha per titolo Vacuum extractor), disposto a mettersi a nudo, a scrivere il suo libro più importante della sua vita, a strapparsi la maschera, a mettersi a nudo una volta per tutte.
Lo scrittore è pronto per questa impresa, sul tavolo è tutto pronto. C’è solo una cosa assurda che lo turba, la presenza di un riccio naïf e globuloso.
Il riccio ostacola il progetto autobiografico ambizioso dello scrittore.
Il sistema nervoso del romanziere è messo a dura prova, ma lui non si arrenda e affronta le sue paure intraprendendo con la piccola e ingombrante presenza una sfida a colpi di introspezione psicologica.
Come in un flusso di coscienza e con parole in libertà, lo scrittore incomincia a divagare e affida alla pagina bianca i lavori preparatori del suo libro autobiografico affrontando a colpi di parole quel piccolo mostro che lo guarda e gli impedisce di organizzare le idee per raccontare se stesso in maniera circostanziata nel libro più importante della sua vita.

«Vacuum extractor dovrà essere un’autobiografia notturna, con il rischio si assomigliare fastidiosamente a una monografia sul riccio naïf e globuloso dato che, simile in questo a quel piccolo mammifero irsuto, io comincio ad agitarmi per davvero a notte fatta».

Per oltre duecento pagine lo scrittore in preda alla collera si affida alla pagina bianca e esorcizza la presenza del riccio mettendo insieme un corpus di frammenti e divagazioni in cui le ansie introspettive lasciano spesso il posto a una narrazione nervosa dove le sue riflessioni amare sulla letteratura e la vita trovano sempre un posto.

«Questo mondo è brutale, imprevedibile, incomprensibile, terrificante. La comunicazione tra gli esseri è impossibile e la solitudine di ciascuno assoluta, definitiva: gli autistici hanno semplicemente ragione».

Sul riccio è un romanzo straordinario assurdo e folle, perché straordinario, assurdo e folle e anche il suo autore. Già con Sul soffitto, pubblicato da Del Vecchio editore nel 2015, ci eravamo accorti di avere di fronte uno scrittore geniale che sa pescare come pochi suoi contemporanei nell’assurdo.
E poi ecco Sul riccio, un libro senza una trama certa che sa scavare nei meccanismi più intimi della letteratura.
Alla fine lo scrittore disturbato dalla presenza del riccio riuscirà a portare a termine il suo progetto autobiografico oppure si perderà nel raccontare senza trascurare nessun dettaglio la disavventura esistenziale con il suo piccolo ospite che non ha nessuna intenzione di andare in letargo?
Sul riccio è un romanzo difficile e metaletterario che si fa leggere fino all’ultima parola, perché (ce lo dice lo stesso autore) ognuno di noi riuscirà a vedere se stesso. Proprio come ha fatto lo scrittore – protagonista che nel riccio naïf e globuloso ha trovato il suo alter ego.

Eric Chevillard, è nato nel 1964 a La Roche-sur-Yvon. Nella sua biografia scrive: “Eric Chevillard divide il suo tempo tra la Francia (trentanove anni) e il Mali (cinque settimane). Ancora ieri, uno dei suoi biografi è morto di noia”. E’ scrittore di racconti, romanzi e forme brevi e per la sua opera ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti tra cui il “Prix Fénéon pour la Literature”. Alcuni suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue tra cui inglese, tedesco, cinese, croato, spagnolo, russo e svedese.

Source: libro inviato al recensore dall’ufficio stampa.

Il festival del fantastico Loving the alien al Mufant di Torino a cura di Elena Romanello

16 settembre 2020 by

 

Dal 18 al 20 settembre il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza di Torino in via Reiss Romoli 49 bis organizza la prima edizione del festival Loving the alien, dedicati agli universi della fantascienza, del fantasy, dell’horror e del fumetto, tra passato, presente e futuro.
Loving the alien, un tributo ad un alieno d’eccezione, David Bowie, è inserito nei progetti di riqualificazione della Circoscrizione 5 di Torino, intorno al Mufant, luogo di incontro e di scambio per appassionati e curiosi del fantastico e vuole anche essere un modo per ritrovarsi e iniziare a progettare un futuro fantastico.
Nei tre giorni, il primo online dalla pagina Facebook del Mufant e gli altri due in sede, dentro il Museo e negli spazi fuori nel Parco del Fantastico, sono previsti conferenze, incontri, stand di associazioni, case editrici e librerie, cosplayer musica, recital di doppiatori, su molti argomenti. Tra gli altri spiccano l’inaugurazione sabato della statua di Wonder Woman e domenica dell’extraterrestre di Alien, oltre che l’apertura della mostra sui venticinque anni di Sailor Moon in Italia con materiale raro e originale a cura di Leone Locatelli.
I libri e la letteratura sono i grandi protagonisti, con una serie di incontri, in vista anche dell’intitolazione del piazzale esterno al Museo a Riccardo Valla, traduttore, studioso e collezionista del fantastico.
Venerdì 18, on line, serata tutta letteraria, con prima una riflessione sul ruolo dell’alieno di Valerio Evangelisti, autore della saga di Nicholas Eymerich, e con una tavola rotonda sui libri di Ballard.
Sabato si va al Mufant, dove i libri sono i grandi protagonisti di incontri come Donne e fantastico, con le saggiste Giuliana Misserville e Eleonora Federici, partendo dai loro libri in tema, le antologie della Kipple su Marinetti e Alan D. Alteri con Lukha B. Kremo, il fantastico italiano con Franco Forte, la saga di Mondo9 con Dario Tonani, le novità dell’editore Zona 42, l’eco thriller La foresta fossile di Buendia Books, e le nuove uscite negli Oscar Draghi.
Domenica 20 i libri torneranno centrali con le narrazioni transmediali di Paolo Bertetti e Andrea Bernardelli, la Torino futura dell’autore ottocentesco Agostino della Sala Spada in uscita oggi in una nuova collana, una riflessione sul discusso L. Ron Hubbard, l’antologia Assalto al sole di Delosbooks, il passato e il presente della fantascienza italiana, le graphic novel di Leiji Matsumoto, il Manuale di scrittura della fantascienza di Odoya.
Il programma completo, con tutte le norme di sicurezza e su come prenotare le visite interne contingentate è nel sito del Museo www.mufant.it

Per sempre Romantici, Cesare Catà, (Liberilibri 2020), a cura di Viviana Filippini

14 settembre 2020 by

“Per sempre Romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli” è il libro di Cesare Catà edito da Liberilibri, dove l’autore porta il lettore alla scoperta delle caratteristiche emotive e sensoriali della poeseia romantica inglese e tedesca in un volume con poesie presenti in lingua orginale e tradotte dall’autore stesso. Ne abbiamo parlato con Cesarà Catà.

Cosa le ha ispirato il volume “Per sempre romantici”? Anzitutto, l’idea che il Romanticismo sia più di una categoria storiografica, essendo piuttosto una forma mentis universale, presente da sempre nella storia dell’uomo, persino nella nostra era tecnologica, digitale ed economicista. Poi, certamente, un amore profondo per alcuni autori inglesi e tedeschi che, fin dai primi anni della mia giovinezza, mi ha accompagnato, affascinandomi in modo radicale; ho dunque pensato che fosse un’operazione interessante condividere questi pensieri e questo amore, attraverso traduzioni inedite e un percorso originale tra i versi di tali autori. 

In base a che principi o temi ha scelto i poeti inglesi e tedeschi da mettere nella raccolta? Non solo per un amore e un gusto personale, ma anche perché, pur nella profonda eterogeneità di stili, biografie, credo, formazione, ho ritenuto che questi poeti avessero in comune l’aver incarnato aspetti emblematici, direi archetipici, di quello che nel libro è definito “Tipo romantico”, avendo dato vita a opere poetiche incentrate tutte, mutatis mutandis, attorno ai principi del Romanticismo universale. 

Il suo volume ha come sottotitolo “Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli”, quale è il suo senso per il lettore? Si tratta di poesie che saranno amate da lettori che sono a loro volta romantici, e dunque ribelli. In alcuni casi, questi versi potrebbero anche far scoprire la parte romantica dell’animo di un lettore. 

Secondo lei nella letteratura di oggi, c’è ancora qualche frammento del Romanticismo del passato? Certamente. Come dicevo prima, lo Spirito Romantico pervade la storia tutta dell’umanità, definendo un tipo psicologico. In questo senso, abbiamo chiari esempi storico-letterari: si pensi a come il Romanticismo si trasformò e si inverò in tre distinte esperienze: nei Preraffaelliti, in Inghilterra; nel Crepuscolo Celtico di Yeats e Lady Gregory, in Irlanda; o nel Trascendentalismo americano di Thoreau e Emerson. Ma, al di là di tali esempi, certamente vi è sempre una “corrente romantica”, o un aspetto romantico nelle letterature di ogni tempo. 

Chi è e come è il vero autore romantico? Colui che, confondendo vita e poesia, arte ed esistenza, segue un principio magico che ritiene preminente rispetto alle norme civiche e metafisiche imposte al soggetto umano. Il romantico è un cavaliere dell’assoluto che, invece della spada, usa la parola. 

Che relazione è quella tra poeta romantico e Natura? Una relazione essenziale. Il Romantico è colui che riconosce un valore sacrale, mistico alla Natura e al paesaggio. Questo lo possiamo riscontrare, in diverse forme, in tutti gli autori presenti nel florilegio; e quella celebrazione ieratica della Natura offerta dai poeti non è diversa, in ultima analisi, dalla commozione che qualcuno di noi prova nel vivere alcuni paesaggi o alcuni aspetti del mondo naturale. 

Per quale ragione ha deciso di fare una nuova traduzione dei testi scelti? Sono traduzioni molto libere. A tratti, quasi delle riscritture. Traduzioni romantiche, se vogliamo. Ma sono convinto che fosse necessario offrire in modo soggettivo una versione di questi testi, per dare forma al percorso che avevo in mente. Ferma restando la preziosa intraducibilità del verbo poetico, si tratta di versioni che tendono a uscire dalla lettera in cerca dello spirito di quei versi. Se ci sia riuscito o meno, ovviamente, nessuno può dirlo, salvo i lettori. 

Cesare Catà (1981) è filosofo e performer teatrale. Dottore di ricerca in Filosofia del Rinascimento, è autore di saggi, drammi, traduzioni e del libro di racconti Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori. Ha creato il format teatrale Magical Afternoon, lezioni-spettacolo dedicate a Shakespeare e altri classici della letteratura.Per Liberilibri ha curato “libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best” (2018); “La sapienza segreta delle api”, di Pamela L. Travers (2019); e “per sempre romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso di spiriti ribelli” (2020).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa LiberiLibri.

Il giardinaggio orientale, William Chambers, (Luni editrice, 2020)

7 settembre 2020 by

A cura di Viviana Filippini

William Chambers fu un grande architetto inglese che edificò la celebre Somerset House di Londra. In realtà Chambers, nella sua gioventù, viaggiò in Cina e in Bengala. Oggi Luni editrice ci fa conoscere la passione per l’arte dei giardini dell’architetto inglese grazie al saggio “Il giardinaggio orientale”. Chambers, noto architetto dallo stile neoclassico, nell’arte paesaggistica applicò quello che apprese nei suoi viaggio in Oriente, dando vita a giardini originali, ben diversi dal suo stile architettonico, e che gli permisero di diventare uno dei principali protagonisti dell’arte paesaggistica anglosassone. Nel testo viene fatta una vera e propria analisi del fare giardinaggio in Cina con riferimento alle diverse modalità di allestimento dei giardini cinesi. Quel che emerge dalle pagine è la mentalità di concepire il giardino da parte dei cinesi, differente da quella degli europei. Sì, perché se in Europa spesso l’uomo cercava di imbrigliare la Natura in forme artificiali che richiamavano le architetture della realtà. In Cina si lavorava in modo diverso, in quanto si cercava di dare vita a giardini dove le componenti del mondo naturale fossero organizzate pensando all’armonia che esse dovevano avere con vista, cuore e mente di coloro che il giardino lo avrebbero vissuto e abitato. I giardini, come ci racconta Chambers, pootevano essere grandi, piccoli, imperiali, di ricchi signori o anche di umili contadini, ma erano sempre parti fondamentali che andavano a comporre e a fare una casa. Altro aspetto interessante è che i giardini venivano creati e composti anche in base alla stagionalità che li caratterizzava, erano pieni di stradine, di ponti e ponticelli (eccone alcuni: King-tong, Fo-cheu, Lo-yang e il Centao) e di canali che non solo li abbellivano, ma che erano funzionali alla sopravvivenza delle piante che in essi venivano usate. La cura per il dettaglio era impressionate e grazie al testo di Chambers scopriamo che nei giardini cinesi c’erano tre tipi di viali: quelli fatti in erbetta, quelli di ghiaia e di pietrisco. Altro esempio è che le piante non venivano mai scelte a caso, esse erano opzionate per la tipologia, per il colore, la forma, per le dimensioni o perché servivano a creare effetti visivi che rappresentavano le diverse emozioni: colori caldi in contrasto con quelli freddi, le cromie chiare con quelle scure. Nel libro è presente anche la lettera del pittore gesuita fratello Attiret, scritta nel 1793, nella quale l’artista risponde ad una serie di domande dalle quali emerge il suo vivere e lavorare per l’Imperatore cinese. La sua testimonianza per noi lettori odierni è molto importante, poiché da essa emerge l’amore e l’attenta passione messa nella realizzazione dei giardini imperiali che, come emerge dal testo, riproducevano in piccolo la città di Pechino in modo tale da dare all’Imperatore la possibilità di vivere nella sua corte la stessa atmosfera di vita della città. Questo veniva fatto perché il detentore del potere non abbandonava la sua casa e perché i sudditi non lo potevano/dovevano vedere. Quello che affiora da “Il giardinaggio orientale” di William Chambers, edito da Luni editrice, è il fatto che per la Cina il giardinaggio era una vera e propria arte di creazione di un paesaggio nel quale erano coinvolte mente, corpo e anima del progettista e di coloro che quel giardino lo avrebbero vissuto poi in prima persona. Traduzione Valentina Piccioni.

Sir William Chambers fu un architetto e scrittore inglese di famiglia scozzese (Göteborg 1723 – Londra 1796). Viaggiò in Cina e in India e studiò a Parigi, con J.-F. Blondel, e in Italia; si stabilì a Londra dal 1755. Dal 1760 fu architetto di corte di Giorgio III; ricostruì a Londra la Somerset House, suo capolavoro (1776-1786), in severo stile palladiano; costruì la villa Parkstead presso Roehampton (prima del 1760), Duddingston House presso Edimburgo (dal 1767), l’osservatorio nell’antico Deer Park di Richmond (circa 1768), Melbourne House in Piccadilly (circa 1770). Notevole la sua attività anche come architetto di giardini: creò il tipo del parco all’inglese in contrasto con il giardino all’italiana e alla francese (Kew Gardens, ove eresse anche la pagoda cinese); introdusse lo stile cinese nei disegni per mobili. Graziosi sono anche i suoi casini (Marino, nella contea di Dublino). Pubblicò: A treatise of civil architecture (1759); Designs of Chinese build ings, furniture, dresses (1757); Dissertation on oriental gardening (1772).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Luni.

Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento, Gabriella Airaldi,(Marietti1820, 2020) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2020 by

L’editore Marietti ha avuto la bella idea di realizzare una serie di proposte da leggere solo in formato e-book. Tra le diverse uscite in catalogo spicca questo “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di Gabriella Airaldi. Non sappiamo chi fosse il viaggiatore, certo è che nel 1517 l’anonimo mercante milanese partì per un viaggio lungo, che si rivelò molto più complicato del previsto nel suo farsi. Punto di partenza fu la città di Milano dalla quale il mercante si mosse per andare in Francia, in Borgogna, nelle Fiandre, in Spagna, per arrivare in Inghilterra e fare ritorno a Milano. Il tutto in un arco temporale di due anni, durante i quali non mancarono una serie di intoppi per l’uomo in viaggio, che dovette attraversare l’Europa occidentale con diversi mezzi, come carri, barche e a piedi.  Questo piccolo testo è un’importante testimonianza per noi del presente, perché ci permette di capire i mezzi che una volta i mercanti utilizzavano per compiere i loro viaggi, i luoghi attraversati per raggiungere la meta desiderata, le persone incontrate lungo il tragitto e le relazioni che si creavano in questi lunghi viaggi. Poi c’è la lingua scritta, quella lingua così antica da catapultare il lettore nel passato permettendogli di scoprire un mondo fatto di politica, di istituzioni, di aspetti culturali, di relazioni umane, usi e costumi diversi che variavano a seconda dello Stato nel quale il mercante passava. Un vero e proprio viaggio attraverso eventi, fatti, dettagli che ci restituiscono quello che il mercante vide con i propri occhi. Altro aspetto interessante è che il lettore non solo percepisce le diverse caratteristiche dei luoghi che il mercante visitò. Durante la lettura si nota come lo stesso mercante cambiò il suo modo di vedere e fare le cose, in base alle relazioni umane, alle trasformazioni economiche, politiche, socio-culturali dei luoghi dove transitava. Un dettaglio non trascurabile che evidenzia il mutare del mondo, ma anche coloro che lo vivevano e attraversavano. “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di un anonimo mercante milanese è una importante testimonianza del passato oggi conservata al British Museum e un notevole documento storico che narra a noi nel presente frammenti di vita di un tempo ora lontano.

Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali, ha insegnato Storia medievale all’Università di Genova. Con Marietti 1820 ha pubblicato di recente” Il ponte di Istanbul. Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci” e “Gli orizzonti aperti del medioevo. Jacopo da Varagine tra santi e mercanti”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Ultimo respiro di Robert Bryndza (Newton Compton 2020) a cura di Federica Belleri

2 agosto 2020 by

Ultimo respiroUltimo thriller di Robert Bryndza. Un nuovo caso che vede protagonista la detective Erika Foster. Un caso difficile, come sempre. Un caso che le toglierà l’appetito, il sonno e la farà scontrare con il suo privato e una possibile promozione in corso.
Ma i punti di forza di questo romanzo non sono solo questi. Sono legati a giovani vite che vengono interrotte brutalmente, all’orrore provocato dal ritrovamento dei loro corpi, alla solitudine e all’anaffettività. All’ambizione di crearsi un profilo social accettabile e, di contro, all’incapacità di ammettere le proprie debolezze. Facilmente, nascondendosi dietro a uno schermo, isolandosi dagli altri, sentendosi brutti o addirittura insignificanti.
Quante sfaccettature diverse per i principali protagonisti di questa storia … Quanto dolore zittito per anni, quanta ingenuità nelle vittime.
Credo che Ultimo respiro sia il miglior romanzo che ho letto di questo scrittore, per la sensibilità dimostrata nella scrittura, per la delicatezza nell’esporre le fragilità dei personaggi creati, per la simpatia di alcuni di loro. Per l’interpretazione della giustizia, non sempre leale. Per il potere dell’amore e per le decisioni che impone di prendere.
Leggetelo, ne vale la pena.

Robert Bryndza si è conquistato una fama incredibile con il suo thriller d’esordio, La donna di ghiaccio, che in pochi mesi ha scalato le classifiche ed è in corso di traduzione in 30 Paesi. I romanzi che hanno come protagonista Erika Foster sono bestseller internazionali che contano quasi 3 milioni di copie vendute. La Newton Compton ha pubblicato La donna di ghiaccio, La vittima perfetta, La ragazza nell’acqua, I cinque cadaveri e Ultimo respiro.

Fonte: libro inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.