:: Non esiste alcun destino di Roberto Pegorini (Todaro 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2026 by

Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini scrive il capitolo più intenso e sofferto della serie dedicata all’ispettore Valerio Giusti. Un romanzo ad alta tensione che si sviluppa nell’arco di appena settantadue ore, ma riesce a contenere molto di più di un’indagine e in cui riesce a fondere thriller, noir e analisi psicologica in un convincente equilibrio, mantenendo sempre alta la credibilità dei personaggi. Un viaggio nelle zone d’ombra della coscienza, là dove il senso del dovere si scontra con i sentimenti e ogni decisione può cambiare irrimediabilmente una vita.
Fin dall’inizio il lettore deve calarsi in una situazione estrema. Una lettera anonima consegnata in commissariato apre una frattura incontrollabile : Martina, donna che ha avuto un ruolo importante nella vita di Valerio Giusti, è stata sequestrata. I rapitori gli concedono pochissimo tempo e impongono delle condizioni che rischiano di demolire tutto quanto conta per lui. Per un uomo che ha costruito la propria identità professionale sull’integrità, sull’onestà e sul rispetto della giustizia, la scelta tra salvare chi si ama o restare fedele alla legge diventa straziante.
Roberto Pegorini manovra questo conflitto morale con grande abilità. Giusti non si comporta da poliziotto infallibile, ma da uomo costretto a confrontarsi con se stesso e la propria coscienza. Pur continuando a essere lo stesso personaggio della serie: burbero, spesso scontroso, poco incline alle manifestazioni affettuose, ma dotato di grande sensibilità che emerge soprattutto nei momenti più difficili. Insomma straordinariamente umano. Dietro la sua apparente durezza si nasconde una persona capace di caricarsi sulle spalle il dolore degli altri. Stavolta, però, Giusti esita, è a un bivio. La vicenda lo colpisce nel suo punto più vulnerabile costringendolo a interrogarsi sui limiti della legalità, sul prezzo della coerenza e sul vero significato di giustizia.
Al suo fianco ritroviamo la squadra ormai affiatata e per lui indispensabile. Mirko Bettoni, il celebre “Nerd Gates”, non rappresenta soltanto il genio informatico del gruppo. In questo romanzo acquista maggior  spessore, e urgenza di essere apprezzato. La sua indiscutibile  lealtà verso Giusti diventa uno dei pilastri della storia. David Egger e Melissa Gardini poi, leali aiutanti pronti a rischiare pur di sostenere il loro superiore, mentre spetterà al vicequestore Giuseppe Calvanese il delicato ruolo di mediare tra le esigenze dell’indagine e le pressioni dei vertici  degli inquirenti.
Ben calibrato ed efficace  nella narrazione risulta il rapporto tra questi personaggi. L’autore,  evitando la figura dell’eroe solitario, costruisce un’utile rete di collaborazione, fatta di fiducia, rispetto reciproco e amicizia.
La suspence cresce come in un conto alla rovescia. I capitoli scandiscono il trascorrere delle ore e accrescono la sensazione di urgenza. Ogni minuto sottratto all’indagine può risultare fatale. Si  avverte angosciosamente il peso del tempo che scorre.
Parallelamente alla trama principale, Roberto Pegorini affronta temi di grande attualità: l’incontrollabile mondo dei rave party, l’uso di droghe sempre più pericolose e la vulnerabilità degli adolescenti, tutti elementi di  questa realtà spiegata senza moralismi e senza scorciatoie narrative, con una generazione spesso lasciata da sola ad affrontare enormi rischi. La Milano che fa da sfondo alla storia riflette perfettamente quel contrasto: una metropoli luminosa e moderna in superficie, ma attraversata da profonde spaccature, periferie dimenticate e territori dove fioriscono criminalità e disperazione.
Come nei migliori noir, la città integra la narrazione. Milano respira insieme ai personaggi, ne accompagna gli stati d’animo, quasi come una presenza, esibendo le sue tristi albe con le strade vuote e deserte che offrono solo squallore.
Lo stile di Pegorini si conferma estremamente efficace e punta dritto al cuore della storia. Le scene d’azione diventano dinamiche e cinematografiche, mentre i momenti introspettivi possiedono notevole forza emotiva. Ma il vero nucleo del romanzo resta la riflessione sulle scelte. Il titolo stesso pare una dichiarazione d’intenti. Non esiste un destino prestabilito capace di guidare le nostre vite. Esistono solo decisioni, spesso dolorose, che definiscono ciò che siamo. Ed è proprio quando ogni alternativa sembra sbagliata che emerge la nostra natura.
Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini consegna ai lettori un romanzo  intenso, coinvolgente e singolarmente umano. Un romanzo capace di intrattenere e, allo stesso tempo, di scavare nelle emozioni più profonde dei suoi protagonisti. Una storia che parla di lealtà, amicizia, amore e responsabilità, ricordandoci che il confine tra giusto e sbagliato difficilmente è netto come potremmo credere. Quando poi si arriva alla fine resta solo una domanda difficile da ignorare: quanto saremmo disposti a sacrificare per salvare una persona amata senza tradire noi stessi?

Roberto Pegorini, nato a Milano nel 1969, è laureato in giurisprudenza e giornalista da oltre venticinque anni, specializzato in cronaca nera. Ha collaborato con numerosi quotidiani a tiratura nazionale ed è stato direttore del settimanale locale “inFolio”, nell’est milanese per diversi anni. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Vita a spicchi”. Nel 2014 esce la trilogia che ha come primo capitolo “Cuore apolide”, seguito da “La doppia tela del ragno” e “Nel fondo più profondo”, recentemente ripubblicati con la casa editrice “iDobloni”. Sempre con “iDobloni” pubblica anche “Non sparare” (2025). Con Todaro Editore ha pubblicato “Lo hijab mancante” (2024), “Non esiste alcun destino” (2026) e in e-book il primo volume della serie sull’ispettore Valerio Giusti “Almeno non questa notte”. Ha inoltre partecipato a diverse raccolte di racconti e collabora con iniziative letterarie legate al Covo della Ladra. Conduce, insieme a Mariana Winch Merenghi, la trasmissione social “Una valigia di libri”, in cui si chiacchiera di libri e autori.

:: L’internato di Sebastian Fitzek (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

19 giugno 2026 by

Con L’internato, romanzo pubblicato da Fazi Editore nella traduzione di Sveva Lizza, Sebastian Fitzek torna in uno dei territori narrativi che conosce meglio: quello in cui la paura non nasce soltanto da ciò che accade, ma da ciò che non si riesce più a distinguere con certezza.

Verità, percezione, colpa, dolore e follia si intrecciano in un thriller psicologico costruito come una discesa progressiva dentro una zona della mente dove ogni appiglio sembra destinato a cedere.

Al centro del romanzo c’è Till Berkhoff, un padre devastato dalla scomparsa del figlio Max. È passato un anno, ma non esiste una verità, non esiste un corpo, non esiste una sentenza capace di trasformare l’angoscia in lutto. L’unico uomo che potrebbe sapere qualcosa è Guido Tramnitz, rinchiuso in una clinica psichiatrica di massima sicurezza dopo aver confessato due infanticidi. Ma Tramnitz tace. E quel silenzio, per Till, è una forma di tortura.

La premessa è semplice e potentissima: fin dove può spingersi un padre per conoscere la verità sul proprio figlio? Fitzek risponde portando il suo protagonista oltre il limite del ragionevole. Till decide infatti di entrare nella struttura in cui è ricoverato Tramnitz, fingendosi paziente, con l’obiettivo di avvicinarlo e strappargli finalmente una confessione. Da qui il romanzo si trasforma in un labirinto chiuso, soffocante, nel quale il confine tra simulazione e perdita di controllo diventa sempre più fragile.

La clinica psichiatrica non è un semplice scenario, ma una macchina narrativa. Corridoi, stanze blindate, protocolli, sorveglianza e isolamento costruiscono un’atmosfera claustrofobica che lavora sul lettore quasi fisicamente. Fitzek sa bene come creare dipendenza: capitoli brevi, cambi di prospettiva, finali sospesi, rivelazioni dosate con precisione. La sua scrittura non cerca la contemplazione, ma l’effetto. Non accompagna: trascina. È un tipo di thriller che punta sul ritmo e sulla tensione, e in questo senso funziona con notevole efficacia.

Il punto più interessante, però, non sta solo nel meccanismo. Sotto la superficie adrenalinica del romanzo c’è una domanda emotiva molto più dolorosa: che cosa resta di una persona quando le viene negata la possibilità di sapere? Till non è un investigatore, non è un eroe classico, non è nemmeno davvero lucido. È un uomo consumato dall’incertezza, e proprio questa fragilità rende il suo percorso più disturbante. Il dolore, in L’internato, non è un elemento secondario: è il motore dell’azione, la spinta che porta il protagonista a confondere sacrificio, ossessione e disperazione.

Fitzek lavora bene anche sull’inaffidabilità della percezione. In un luogo nato per contenere la follia, nessuno appare del tutto leggibile: pazienti, medici, vittime e carnefici sembrano muoversi in una zona ambigua, dove ogni verità può essere manipolata e ogni ricordo può diventare sospetto. È qui che il romanzo dà il meglio, perché costringe chi legge a condividere lo stesso disorientamento del protagonista.

In alcuni passaggi il gusto per il colpo di scena e per l’accelerazione rischia di prendere il sopravvento sulla complessità psicologica. Fitzek privilegia spesso l’impatto, la svolta, la tensione immediata, e questo può rendere alcuni snodi meno sottili di quanto il tema avrebbe permesso. Tuttavia sarebbe ingiusto chiedere a L’internato di essere un romanzo meditativo: la sua forza sta proprio nella capacità di trasformare un trauma intimo in un congegno narrativo spietato, leggibile tutto d’un fiato.

Il risultato è un thriller cupo, claustrofobico, disturbante, capace di tenere alta l’attenzione fino all’ultima pagina e di lasciare addosso una domanda scomoda: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenere una verità?

A rendere ancora più immersiva l’uscita del romanzo è stata anche l’esperienza dell’escape room dedicata al romanzo. La temporary room, nata dalla collaborazione tra Fazi Editore e The Impossible Society, si trova nel centro di Milano, in Corso di Porta Ticinese 107, ed è aperta al pubblico fino al 30 giugno: un’estensione perfettamente coerente con l’atmosfera del libro, pensata per chi ama entrare, almeno per gioco, nei corridoi più inquieti del thriller psicologico.

L’internato certamente conquista gli amanti del thriller psicologico, fidelizzandoli all’autore, ma ha tutte le qualità per coinvolgere anche chi di solito predilige altri generi. Perché, al di là della tensione e dei colpi di scena, è un libro scritto con grande mestiere, capace di tenere insieme ritmo, atmosfera e profondità emotiva. Una lettura intensa, coinvolgente, stimolante, difficile da interrompere e ancora più difficile da dimenticare.

Sebastian Fitzek,nato a Berlino nel 1971, ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da   Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventinove romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico: i suoi libri hanno venduto un totale di venti milioni di copie e sono stati tradotti in trentasei paesi. Oltre a L’internato, Fazi Editore ha pubblicato Portami a casa, dal quale è stata tratta una versione cinematografica per Amazon International, e Mimica.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo Cristina e Beatrice, ufficio stampa Fazi Editore.

:: Nel cuore del gatto di Jina Khayyer (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

16 giugno 2026 by

Nel cuore del gatto è il romanzo d’esordio dell’autrice di origini iraniane Jina Khayyer, pubblicato da Iperborea e tradotto da Silvia Albesano. Attraverso una narrazione stratificata che intreccia memoria familiare, ricerca identitaria e riflessione politica, il libro restituisce un ritratto dell’Iran contemporaneo lontano dalle semplificazioni della cronaca e del dibattito pubblico. Sullo sfondo delle proteste scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022, l’autrice costruisce una storia che attraversa generazioni di donne e differenti modi di vivere il senso di appartenenza.

La protagonista si chiama Jina, proprio come la giovane donna divenuta il simbolo del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Ha origini iraniane, ma è nata e cresciuta in Europa e vive quella condizione tipica della diaspora che consiste nel sentirsi intimamente legata a una terra che, allo stesso tempo, continua a rimanere in parte distante. Quando l’angoscia per la sorte della sorella Roya e della nipote Nika, rimaste a Teheran, diventa insostenibile, il presente lascia spazio al ricordo del suo primo viaggio in Iran. Da questa frattura prende forma un mosaico di incontri, vicende e memorie che collega il passato e il presente della sua famiglia.

Sono soprattutto i personaggi femminili a dare spessore e profondità alla narrazione, a rappresentarne le voci più significative. Accanto alle giovani donne che sfidano apertamente il regime, come Iman, trovano spazio le anziane zie che custodiscono le tracce di un mondo cancellato dalla Rivoluzione islamica. Attraverso le loro storie emergono desideri interrotti, affetti perduti e differenti forme di resistenza, talvolta silenziose, talvolta apertamente conflittuali.

Pur confrontandosi con temi profondamente politici, Khayyer evita di trasformare il romanzo in una semplice testimonianza. La repressione attraversa la narrazione senza esaurirne il significato. L’Iran che emerge da queste pagine è fatto anche di poesia, tradizioni, paesaggi, lingua e memoria culturale. È un paese attraversato da profonde contraddizioni, raccontato nella sua dimensione più umana e quotidiana. Un ruolo particolarmente significativo è affidato alla lingua persiana, descritta come un patrimonio vivo nel quale immagini, simboli e memoria continuano a sopravvivere.

Accanto alla riflessione politica, il romanzo sviluppa anche una profonda indagine sul rapporto tra memoria e identità. Le vicende delle diverse generazioni sembrano richiamarsi continuamente, mostrando come le ferite della storia non appartengano soltanto a chi le ha vissute direttamente, ma continuino a produrre conseguenze nel tempo. Questa eredità del passato assume così il valore di una risorsa complessa: un peso da portare, ma anche uno strumento di resistenza e sopravvivenza. In questa prospettiva il racconto individuale si apre progressivamente a una dimensione collettiva che coinvolge un intero paese.

Suggestivo è anche il modo in cui il viaggio geografico si trasforma gradualmente in un percorso interiore. Da Teheran a Persepoli, dal deserto ai luoghi legati alla tradizione zoroastriana, ogni tappa contribuisce a ricomporre il rapporto della protagonista con le proprie radici. Anche il titolo del romanzo ha una particolare valenza simbolica: richiama la celebre immagine dell’Iran come un gatto accovacciato, suggerisce un’immersione nel cuore della sua storia e della sua identità.

La struttura procede per frammenti, ricordi e racconti intrecciati, rispecchiando il funzionamento stesso della memoria. Ne nasce un racconto composito nel quale storia personale e storia collettiva si riflettono continuamente l’una nell’altra. Alla cronaca politica si alternano momenti più lirici e contemplativi, contribuendo a restituire la ricchezza culturale e simbolica dell’universo narrato.

Nel cuore del gatto si inserisce nel filone della narrativa diasporica iraniana contemporanea, trovando una propria voce nell’equilibrio tra dimensione politica e intimità familiare. Più che offrire una spiegazione dell’Iran, il romanzo invita ad attraversarne le ferite, le contraddizioni, le tradizioni, i colori, la vitalità, restituendo il ritratto di un paese che continua a resistere attraverso la memoria, la cultura e le donne che ne custodiscono la storia.

Jina Khayyer, scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.Source: libro gentilmente donato dall’editore presso il Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Juana Manuela Gorriti e la leggenda peruviana

15 giugno 2026 by

Ricordando la scrittrice argentina

Juana Manuela Gorriti

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Juana Manuela Gorriti (1818-1892), scrittrice argentina di nascita, ma che trascorse la maggior parte della propria esistenza in esilio, tra Bolivia e Perú. Giornalista, viaggiatrice, animatrice di importanti salotti, pioniera nella lotta per i diritti e l’istruzione femminile, è stata scrittrice di taglio romantico, nonché autrice di saggi, opere storiche e biografiche.

Il romanzo breve La quena. Leyenda peruana (“La quena. Leggenda peruviana”) venne pubblicato a puntate sul foglio “El Comercio” di Lima, tra il 29 gennaio e il 14 febbraio 1851. La prima uscita del romanzo suscitò un certo clamore: venne definito “produzione immorale”, ma come ebbe ad affermare Ricardo Palma, amico e collaboratore della Gorriti, si trattava in realtà del «romanzo più bello che sia stato scritto in America latina». Senza fare ricorso al verso, la Gorriti conferì al suo scritto un aflatto sublimemente poetico.

La quena narra la vicenda di un amore impossibile, quello tra Hernán, figlio di uno spagnolo e di un’india, e Rosa, ragazza dell’alta società peruviana. A essi si contrappone lo spregiudicato giudice Ramírez. Il triangolo così formatosi non è puramente sentimentale, ma anche socio-politico. Con questa strategia narrativa la Gorriti ha voluto mettere in risalto l’analogia tra la situazione degli indios e la condizione femminile: entrambi sono esclusi dall’ambito decisionale e non vengono loro riconosciuti i diritti basilari.

:: L’orso della California di Duane Swierczynski, (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

13 giugno 2026 by

Con L’Orso della California, Duane Swierczynski costruisce un thriller che va ben oltre la classica caccia al serial killer. Certo, c’è un assassino leggendario che torna a infestare gli incubi della California dopo quarant’anni di silenzio, ci sono omicidi, indagini e colpi di scena, ma il fulcro  del romanzo si trova altrove: nei suoi personaggi. Figure imperfette, fragili, spesso ferite dalla vita, in grado tuttavia di conquistare il lettore grazie a una profondità emotiva rara nel panorama del thriller contemporaneo. Fin dalle prime pagine infatti si percepisce la sensazione di trovarsi davanti a una storia nella quale nessuno può essere definito davvero eroe o colpevole. Tutti si portano appresso  un passato ingombrante, una colpa, un rimorso o un’incompleta verità. E sarà proprio questa zona grigia a rendere il romanzo più coinvolgente.
Il primo personaggio che colpisce è senz’altro Jack Queen. Scarcerato dopo anni di prigionia grazie all’intervento dell’ex detective Cato Hightower, dovrebbe finalmente essere un uomo libero. In realtà pare qualcuno incapace di liberarsi delle proprie catene. Swierczynski evita accuratamente il cliché dell’innocente perseguitato dal destino e costruisce invece una figura complessa, tormentata, ambigua. Jack è un uomo che continua a interrogarsi sul passato, sulle sue responsabilità e sulla possibilità di meritare una seconda occasione. La sua umanità risalta soprattutto nei momenti più vulnerabili, quando la rabbia lascia spazio alla paura e alla disperata volontà  di proteggere ciò che gli resta.
Accanto a lui troviamo uno dei personaggi più centrati del romanzo: Cato Hightower. Ex poliziotto di Los Angeles, in apparenza cinico e disilluso, rappresenta la classica figura del detective fuori dagli schemi, ma l’autore riesce a concedergli qualcosa che lo distingue da altri colleghi letterari. Cato vive sospeso fra il bisogno di fare giustizia e la consapevolezza di aver commesso errori. Dietro l’ironia tagliente e il carattere spigoloso si nasconde un uomo incapace di arrendersi, qualcuno  che continua a battersi anche quando sente di aver perso quasi tutto. Ma la vera perla, l’anima del romanzo è Matilda.
La giovane ragazza detective rappresenta il jolly di Swierczynski. Quattordici anni, una diagnosi di leucemia che incombe come una sentenza e una determinazione fuori dal comune. Sarebbe stato facile farla diventare un personaggio creato per destare compassione. L’autore fa invece una scelta molto più intelligente. Matilda non chiede pietà. Osserva, ragiona, indaga. Combatte.
La sua ricerca della verità sul padre aggiunge alla trama una dimensione tutta sua. Ogni  azione di Matilda assume un peso particolare perché il lettore sa che il tempo potrebbe non stare dalla sua parte. Ciò nondimeno  Matilda affronta tutto con lucidità, sarcasmo e un coraggio che non scivola mai nell’eroismo. È impossibile non affezionarsi a lei. La sua presenza illumina perfino i passaggi più cupi della narrazione e diventa il punto di riferimento in una storia popolata da adulti pieni di contraddizioni.
Molto interessante anche Jeanie Hightower. Genealogista di professione, passa le giornate a ricostruire alberi genealogici e legami familiari, ma non riesce a fare ordine nella propria esistenza. Il contrasto fra lavoro e vita privata rappresenta l’elementi più funzionale  del personaggio. Jeanie è una donna costretta a confrontarsi con rapporti che si sfaldano, omissioni e segreti che rischiano di travolgerla. Attraverso di lei il romanzo riflette sul peso dell’eredità familiare e sulla difficoltà di sfuggire alle conseguenze del passato.
Poi c’è lui, l’Orso. Più che un semplice serial killer, è una costante presenza che aleggia sulla storia. Una leggenda nera che ha superato i decenni, alimentata dalla paura, dal mito e dall’ossessione collettiva. Swierczynski lo utilizza come una forza della natura, qualcosa che sopravvive al trascorrere degli anni e continua a causare terrore. La sua figura diventa il simbolo di un male che non scompare mai e invece resta nascosto nelle pieghe della società, sempre pronto a rispuntare.
Attorno a questi interpreti si sviluppa una Los Angeles oscura e inquieta, lontana dalle immagini patinate del cinema. Una città piena di contraddizioni, luoghi dimenticati, illusioni infrante e verità scomode. Un’ambientazione che accompagna perfettamente una storia nella quale il confine fra vittime e carnefici pare sempre più sfumato.
Con una scrittura facile, capitoli brevi e un ritmo che non concede tregua, Swierczynski costruisce un thriller avvincente ma soprattutto profondamente umano. I colpi di scena funzionano, l’indagine mantiene alta la tensione ma ciò che resta davvero impresso sono i personaggi. Le loro fragilità, i loro errori, la loro ostinazione nel cercare una forma di giustizia in un mondo che sembra averne dimenticato il significato.
L’Orso della California è quindi molto più di un noir su un serial killer. È una storia di padri e figlie, di seconde possibilità, di colpe che sopravvivono al tempo e di persone che continuano a lottare nonostante tutto. Un romanzo sorprendente, capace di dimostrare come, spesso, il mistero più difficile da risolvere non sia quello dietro un omicidio, ma quello nascosto nel cuore degli uomini.

Duane Swierczynski è autore di quindici romanzi, tra cui Expiration Date, Canary, L’orso della California, bestseller del New York Times e nominato due volte all’Edgar Award, oltre che delle graphic novel Breakneck e Redhead. Insieme a James Patterson, Duane ha creato l’Audible Original The Guilty, con John Lithgow e Bryce Dallas Howard, e ha scritto a quattro mani il thriller poliziesco Lion & Lamb. Ha anche scritto oltre 250 fumetti, tra cui Cable, Deadpool, The Immortal Iron Fist, Punisher, Birds of Prey, Bloodshot, Star Wars: Rogue One e The Black Hood. La sua prima raccolta di racconti, Lush & Other Tales of Boozy Mayhem, è stata pubblicata da Cimarron Street Books. Originario di Filadelfia, Duane vive nel sud della California con la sua famiglia.

:: Daughters of the Sun and Moon: A Lisa See’s Novel

11 giugno 2026 by

In 1870, three Chinese women arrive in the small, dusty, and violent pueblo of Los Angeles. Dove, the bound-footed daughter of an imperial scholar, is entrancing and innocent. These characteristics should bring her great rewards, beginning with her arranged marriage to a much older merchant. Petal, the big-footed daughter of peasants, has grown up hungry and with dirt between her toes. In a moment of desperation, Petal’s father sells her to buy money for rice seed, and she is loaded onto a ship to the Gold Mountain―America―where she is once again sold. Moon is married to a doctor of traditional Chinese medicine. She is educated, speaks fluent English, and has been endowed with a face of great beauty, yet her failed footbinding as a child has left her with a limp that lessens her value in the eyes of many.

Each woman has her own desires. Dove wants to love and be loved, Petal desires freedom, and Moon seeks justice. Together they face a larger society that wishes them not one ounce of good will. Anti-Chinese sentiment is strong in Los Angeles, and this eventually leads to the Night of Horrors during which all three women are challenged in ways they could not have imagined. Brought together by hardship and heartbreak, they must use their bravery, endurance, and ability to “eat bitterness” to discover their voices, find freedom, and connect through solace and friendship. Together they are daughters of the sun and moon.

Lisa See is the New York Times bestselling author of Lady Tan’s Circle of Women, The Island of Sea Women, The Tea Girl of Hummingbird Lane, Snow Flower and the Secret Fan, Peony in Love, Shanghai Girls, China Dolls, and Dreams of Joy, which debuted at #1. She is also the author of On Gold Mountain, which tells the story of her Chinese American family’s settlement in Los Angeles. See was the recipient of the Golden Spike Award from the Chinese Historical Association of Southern California and the Historymaker’s Award from the Chinese American Museum. She was also named National Woman of the Year by the Organization of Chinese American Women.

:: Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni di Naïri Nahapétian (Ediz. Le Assassine 2026) a cura di Patrizia Debicke

10 giugno 2026 by

Con Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Naïri Nahapétian costruisce un romanzo che va al di là dei confini del noir tradizionale per trasformarsi in un inquietante viaggio dentro le pieghe più oscure della società iraniana contemporanea. Pubblicato da Edizioni Le Assassine, il libro si serve dell’omicidio di un potente magistrato come punto di partenza per raccontare un Paese angosciosamente sospeso tra desiderio di cambiamento e repressione, tra modernità e tradizione, tra speranze individuali e controllo collettivo.
L’ambientazione rappresenta senza dubbio uno degli elementi più intriganti della trama. La Teheran del giugno 2005 emerge dalle pagine con una forza quasi cinematografica. È una città soffocata dal caldo estivo, congestionata dal traffico, percorsa da invisibili ma continue tensioni . Le strade brulicano di vita, i giovani cercano difficili spazi di libertà, mentre sopra ogni gesto e ogni parola incombe l’ombra di un potere sempre pronto a controllare e reprimere. Nahapétian conosce profondamente il mondo che descrive e riesce a restituire al lettore una capitale dalle molteplici anime: moderna e antica, colta e popolare, ribelle e intimorita. Ogni quartiere, ogni ufficio governativo, ogni abitazione privata sembra serbare segreti destinati a rimanere nascosti.
In questo inquietante scenario prende forma il mistero che dà il titolo al romanzo. L’ayatollah Kanuni, giudice temuto e simbolo della repressione del regime, viene trovato morto nel suo ufficio all’interno del Palazzo di Giustizia. La sua morte potrebbe apparire come il classico delitto da risolvere, ma ben presto il lettore capirà che l’identità dell’assassino non rappresenta il vero fulcro della storia. L’omicidio si trasforma invece in una lente attraverso la quale osservare i meccanismi del potere, le rivalità interne al sistema, le contraddizioni di una società in cui la verità viene aggiustata secondo convenienze politiche. A guidarci per questo labirinto saranno due protagonisti ben calibrati. Narek Djamshid, giovane giornalista cresciuto in Francia ma nato in Iran, arrivato a Teheran con l’intenzione di raccontare le imminenti elezioni presidenziali. Il suo viaggio professionale si intreccerà presto con una ricerca più intima e dolorosa: quella delle proprie radici e della verità sulla morte della madre, figura indistinta nei suoi ricordi.
Narek guarda il Paese con uno sguardo duplice, sia interno che esterno. È per nascita figlio di quella terra ma, parimente, ne percepisce la propria estraneità. Attraverso i suoi occhi il lettore scopre una complessa realtà, lontana dagli stereotipi e dalle semplificazioni.
Accanto a lui troviamo Leila Tabihi, personaggio di grande spessore umano. Femminista islamica, donna colta e influente grazie anche al prestigio della sua famiglia, Leila incarna le contraddizioni di una generazione cresciuta nella Rivoluzione e costretta a confrontarsi con gli esiti inattesi di quello storico  cambiamento. Forte e vulnerabile allo stesso tempo, rappresenta una delle figure più interessanti del romanzo. Il rapporto che cresce fra lei e Narek aggiunge ulteriore profondità alla narrazione, offrendo momenti di confronto in grado  di illuminare i diversi aspetti della società iraniana.
Da quando i due verranno arrestati perché presenti nei pressi del luogo del delitto, la vicenda assume toni sempre più cupi. Gli interrogatori, le intimidazioni, il silenzio imposto dalle autorità e la progressiva esclusione della polizia dalle indagini mostrano un sistema che non cerca la verità ma il controllo della narrazione. La diffusione della falsa notizia secondo cui Kanuni sarebbe morto per cause naturali diventa emblematica di un potere che manipola i fatti con disarmante naturalezza. Naïri Nahapétian dimostra grande abilità nel mantenere viva la narrazione senza sacrificare la riflessione politica e sociale. Il ritmo procede con equilibrio, alternando momenti di suspense a passaggi più introspettivi. I colpi di scena non servono solo a sorprendere il lettore, ma contribuiscono a evidenziare l’instabilità di un mondo dove nulla è davvero come appare.
Particolarmente centrata  la raffigurazione dei giovani iraniani, desiderosi di libertà, di confronto con l’Occidente, di un diverso  futuro. Attraverso le loro aspirazioni emerge un Paese che non coincide con il regime che lo governa. Le donne, soprattutto, occupano un ruolo centrale nel racconto. La loro lotta quotidiana contro discriminazioni e limitazioni non viene mai trasformata in slogan, ma raccontata attraverso esperienze concrete e profondamente umane.
Più che un noir politico, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? è il ritratto di una nazione attraversata da profonde fratture. L’autrice usa il linguaggio del giallo per raccontare il peso della censura, la corruzione del potere e il desiderio di cambiamento che continua a sopravvivere. Il risultato è un romanzo intenso e coinvolgente, capace di intrattenere e far riflettere nello stesso tempo.
Alla fine resta la curiosità di conoscere l’identità dell’assassino, ma e soprattutto rimane impressa l’immagine di una Teheran viva, contraddittoria e dolente, popolata da uomini e donne costretti a muoversi in equilibrio tra paura e speranza. Ed è proprio questa capacità di trasformare un’indagine criminale in un affresco sociale a rendere il romanzo di Naïri Nahapétian un’opera attuale e sorprendentemente necessaria.

Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. È ritornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage per diverse riviste francesi. Collabora con Alternative économiques, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.

:: La ballata di Sant’Ilario. Milo, detective per amore di Giancarlo Vitagliano (Homo Scrivens, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

9 giugno 2026 by

Dopo una presentazione al campus di Forlì dell’Università di Bologna, il criminologo Emilio (Milo) Severi decide di concedersi un po’ di relax sulla riviera adriatica. Tutto sembra andare per il meglio, ma, durante una sosta presso un’area di servizio, qualcuno gli procura seri danni all’automobile. A fatica, Milo raggiunge il paesino di Sant’Ilario dove, in attesa della riparazione della macchina, prende in affitto una stanza a casa dell’anziano Casimiro Andretti. Quest’ultimo, avendo riconosciuto il criminologo, gli chiede aiuto per rintracciare Renzo, un amico scomparso vent’anni prima senza lasciare tracce. Dopo un’iniziale riluttanza, la curiosità di Milo prende il sopravvento, portandolo a indagare. Chiacchierando con vari abitanti del paese, ne viene fuori un quadro secondo cui Renzo campava di rendita, mantenuto da alcune signore cui faceva da “accompagnatore”. La sua scomparsa potrebbe essere dovuta a motivi di gelosia, di vendetta, oppure, più semplicemente, a una “fuga” volontaria. Milo, nel frattempo, intreccia una relazione con Sofia, figlia di Romano, il meccanico del paese. Aiutato da lontano dagli amici napoletani Giorgio e Francesca, il criminologo arriverà alla soluzione del mistero, che gli lascerà, però, un grosso dilemma morale.

La ballata di Sant’Ilario è la quarta avventura dedicata al personaggio di Milo Severi, creato dalla penna del bravo Giancarlo Vitagliano. Il criminologo si porta ancora addosso il trauma dell’assassinio della madre, avvenuto quand’era ragazzino. Questo lo porta ad avere qualche difficoltà nei rapporti con gli altri, in particolare con le donne. Milo vive, infatti, una situazione ambigua con Francesca, perché non riesce a decidersi nel fare un passo in avanti. Anche la breve relazione con Sofia, che dura giusto il tempo in cui è costretto a fermarsi a Sant’Ilario, gli pone alcuni problemi e interrogativi. Il criminologo è dotato, comunque, di una forte empatia e ciò, insieme alla sua curiosità, lo porta a soddisfare le richieste di Casimiro. A parte qualche rara eccezione, lo scomparso Renzo era benvoluto in paese e nessuno riesce a spiegarsi la sua sparizione. Indagando a fondo, Milo scoprirà che dietro tutto c’è l’amore, come spesso accade. In questo quarto romanzo si avverte chiaramente la crescita interiore del protagonista, nonostante restino ancora alcuni retaggi del passato. La bravura di Giancarlo Vitagliano sta anche in ciò, nel farci percepire i cambiamenti che avvengono in Milo. Oltre a una solida trama gialla, che è ormai una costante. Nel titolo dell’opera si avverte un richiamo, volontario o meno, al paesino di Sant’Ilario, cantato da Fabrizio De André in Bocca di Rosa.

In appendice al romanzo, pubblicato dalla casa editrice Homo Scrivens, trovate La maledizione del capitone, di Giovanni Taranto, racconto vincitore del Premio Nazionale di Letteratura Crime “Corvo Nero” 2026.

:: Il cuoco giapponese, Lucia Visonà (Einaudi 2026) A cura di Viviana Filippini

8 giugno 2026 by

Hugo, protagonista de “Il cuoco giapponese” di Lucia Visonà, va a vivere a Parigi per frequentare la Sorbona.  Dopo poco il giovane però si accorge che lo studio non è l’ideale per lui e mentre cerca di comprendere il suo destino, lavora friggendo patatine. Una sera, una certa Madame Laval (Margot) lo avvicina. Tra i due scatterà un’amicizia profonda, vera, che porterà il protagonista- che tutti chiamano cuoco giapponese anche se giapponese non è-  a scoprire e sperimentare i sapori, gli odori e aromi del lavoro ai fornelli. Hugo e Margot sono due anime solitarie che con la loro amicizia non solo vivono mirabolanti avventure, al limite del surreale, ma si sostengono a vicenda. Si aiutano, e se all’inizio è l’arzilla anziana,  che “condisce” molto ogni cosa che dice, a guidare Hugo alla scoperta dei locali e della cucina francese, con il passare del tempo, ci sarà un ribaltamento dei ruoli, perché sarà Hugo a prendersi cura di Margot, sempre più anziana e acciaccata. Un legame forte tra due generazioni distanti anagraficamente, unite però dal fatto di essere soli al mondo ad affrontare la terza età per Madame Laval e il futuro incerto e tutto da costruire per il giovane Hugo, la cui famiglia diventa ancora più distante nel momento in cui scopre la scelta di non studiare compiuta dal figlio. Altro tema cardine affrontato dall’autrice è proprio la cucina, perché le ricette citate nel libro sono tutte reali, come i ristornati (tranne uno che è frutto di fantasia) e dimostrano quanto il cibo non sia solo nutrimento, ma ricerca e lavoro duro faticoso che a volte appaga, mentre altre volte mette a dura prova. Il lavoro è quindi un altro argomento affrontato con lucidità dalla Visonà che, attraverso gli occhi del protagonista, ci mostra come si trasforma il lavorare dal piccolo ristorantino dall’atmosfera familiare, a quello pluripremiato nel quale il dipendente non è più persona, ma l’ingranaggio di una vera e propria macchina produttiva (addetto magari sempre alla stessa funzione) e pronto ad essere sostituito al primo errore. Temi importanti narrati dalla bresciana Visonàcon ironia, che fa sorridere ma, allo stesso tempo fa pensare al corso della vita. Leggendo “Il cuoco giapponese” ci si accorge non solo che è un romanzo attuale e contemporaneo, ma anche del fatto che, da una parte, c’è un giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo e, dall’altra, c’è una donna anziana consapevole di avere un termine (anche se non sa quando), animata dallo stesso spirito ed entusiasmo per la vita del giovane  e inseparabile amico Hugo. Ad accompagnare i due amici, la città di Parigi, non solo sfondo, ma perfetta protagonista del dolceamaro che a volte la vita riserva.

Lucia Visonà è nata a Desenzano del Garda nel 1989 e vive a Parigi. Traduce romanzi e saggi, e insegna Storia antica all’università. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online. “Il cuoco giapponese” (Einaudi 2026) è il suo primo romanzo. (fonte  biogr. Einaudi)

:: Complice la pioggia di Laura Facchi, (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 giugno 2026 by

Ci sono romanzi gialli costruiti attorno all’enigma e altri, invece, capaci di usare il mistero come una porta spalancata sulle fragilità umane. “Complice la pioggia” di Laura Facchi appartiene decisamente alla seconda categoria. Certo, il cold case esiste, si sente sotto la superficie e accompagna il lettore fino all’ultima pagina, ma il fulcro del libro sta soprattutto nella figura di Maura Amato, protagonista imperfetta, ironica, malinconica e tremendamente vera. Una donna che sembra arrancare dentro la propria esistenza e che, quasi senza rendersene conto, finirà per ritrovarsi proprio mentre tenta di ricomporre i frammenti della sua vita.
Laura Facchi costruisce un personaggio lontano anni luce dagli investigatori infallibili e brillanti ai quali tanta narrativa di genere ci ha abituati. Maura ha quarantacinque anni, vive in costante precarietà economica, trascina un dolore sentimentale mai davvero superato e convive con quella fastidiosa sensazione di essere sempre fuori posto, inadatta, insufficiente. Lavora come editor freelance di romanzi gialli dopo aver pubblicato due libri di poco successo, abita in una casa Aler a Milano e cerca di restare a galla tra bollette, conti in rosso e un futuro che fatica a prendere forma. Accanto a lei c’è Sedano, il gatto che sembra comprenderla più degli esseri umani, presenza tenera e quasi salvifica dentro giornate spesso opache.
Eppure Maura non suscita compassione. Al contrario, conquista immediatamente grazie alla sua ironia disincantata, allo sguardo sarcastico verso sé stessa e a quella goffa capacità di infilarsi nei guai senza possedere né il coraggio classico degli eroi né il talento dell’investigatrice nata. Proprio qui risiede uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la protagonista appare viva, concreta, umana. Potrebbe essere la vicina di casa, un’amica incontrata davanti a un caffè oppure una donna incrociata sotto la pioggia milanese mentre trascina borse troppo pesanti e pensieri ancora più ingombranti.
L’innesco narrativo possiede qualcosa di cinematografico. Dentro la tasca nascosta di un cappotto vintage verde, acquistato a Bologna e ricevuto in dono da un’amica, Maura trova un biglietto sgualcito contenente la confessione di un omicidio avvenuto vent’anni prima. Da quel momento il passato riaffiora come un rivolo da una crepa di un muro. Il morto si chiamava Paul Mezzatesta, diciassettenne ucciso durante una vacanza in campeggio all’Isola d’Elba, in una notte dominata da una pioggia feroce, quasi da uragano. Un episodio lontano nel tempo ma ancora avvolto da silenzi, omissioni e colpe mai confessate.

L’indagine prenderà quindi forma quasi casuale, spinta più dall’ostinazione e dalla curiosità di Maura che da un autentico progetto investigativo. Con la sua utilitaria azzurra raggiunge l’Elba in inverno, lontana dalla dimensione turistica luminosa e affollata. Ed è proprio qui che Laura Facchi offre una delle componenti migliori del romanzo: l’ambientazione. L’isola invernale, battuta dal vento, immersa nel freddo e nella pioggia, diventa uno spazio sospeso, malinconico e inquieto. Niente cartoline assolate né mare da vacanza estiva. Al contrario, il paesaggio assume tonalità grigie, quasi ferite, perfette per accogliere una vicenda fatta di ricordi deformati dal tempo e verità mai pronunciate.
Le strade deserte, i locali semivuoti, il maltempo persistente e quella continua sensazione di isolamento accompagnano il lettore. La pioggia evocata nel titolo non rappresenta soltanto un elemento atmosferico, bensì una presenza, capace di lavare, confondere, nascondere e infine riportare a galla ciò che tutti vorrebbero dimenticare.
Anche i personaggi secondari risultano ben delineati. Gli ex ragazzi coinvolti nella tragedia di Paul sono oggi adulti segnati dal tempo, da scelte giuste o sbagliate e da segreti custoditi troppo a lungo. Ognuno sembra indossare una maschera costruita per sopravvivere, mentre Maura, con il suo modo impacciato ma autentico di fare domande, finisce lentamente per infrangere gli  equilibri. Non sembrano veri  mostri: Laura Facchi si aggira nelle zone grigie dove il rimorso, la paura e il desiderio di proteggersi finiscono per deformare la memoria.
La scrittura è sciolta, ironica, brillante, capace di alternare leggerezza e malinconia senza perdere equilibrio. Dietro il giallo, infatti, pulsa soprattutto il racconto di una donna costretta finalmente a smettere di fuggire da sé stessa. Cercando la verità su Paul, Maura finirà per fare i conti con le occasioni perdute e con la paura di non meritare una seconda possibilità.
“Complice la pioggia” riesce pertanto a fondere mistero e  introspezione. Una storia coinvolgente, popolata da fragilità credibili e da emozioni mai urlate. E quando si arriva all’ultima pagina resta addosso non solo il ricordo dell’indagine, bensì quello di Maura, donna tenace, ironica e vulnerabile, in grado di inciampare ma anche di rialzarsi con nuova voglia di vivere.

Laura Facchi è nata nel 1971. Vive e lavora a Milano. Come reporter freelance ha esplorato diverse realtà, soffermandosi a lungo in Albania, dove ha ambientato il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino. Il Giglio d’Oro è il suo strepitoso esordio nella narrativa per ragazzi.

:: Il caso non è chiuso di Luigi Guicciardi (Damster 2026) di Patrizia Debicke

5 giugno 2026 by

Ci sono romanzi gialli che costruiscono la tensione attraverso l’azione e altri che, invece, scavano lentamente, lasciando emergere il marcio nascosto dietro la facciata rassicurante della normalità. Luigi Guicciardi, con questo nuovo capitolo dedicato al commissario Cataldo, sceglie la seconda strada e lo fa con una lucidità narrativa in grado  di trasformare una vicenda apparentemente lineare in un viaggio cupo dentro le menzogne familiari, nei silenzi e nelle ombre che abitano ogni casa.
Fin dalle prime pagine aleggia una sensazione quasi indefinibile. La famiglia Rubino sembra incarnare la perfezione borghese della provincia emiliana: Franco è un consulente aziendale rispettato, Aida una moglie discreta, Melissa studia maluccio ma è una giovane vitale influencer, Santiago un ragazzino introverso molto promettente nel calcio, mentre la piccola Betty rappresenta l’innocenza, il centro attorno al quale ruota la famiglia. Ma Guicciardi insinuando un dubbio sottile, fa capire al lettore che sotto quella serenità si cela qualcosa di irrisolto, pronto a esplodere!
L’autore lavora sull’ambientazione modenese, mai semplice sfondo ma presenza concreta, viva, quasi soffocante nella sua apparente tranquillità. Le strade ordinate, le abitudini della provincia, i sereni ritmi quotidiani diventano il terreno ideale per amplificare il contrasto con l’orrore che lentamente emerge. In questo contesto ogni gesto sembra assumere un altro peso, ogni sguardo può trasformarsi in indizio e ogni parola detta o taciuta assume pericolosa ambiguità.
Il rapimento della piccola Betty spezza brutalmente l’equilibrio e imprime al romanzo una fortissima accelerazione. Guicciardi evita però gli artifici spettacolari, costruendo un’indagine che vive soprattutto di tensione psicologica. La richiesta di un modesto riscatto appare subito anomala, quasi stonata rispetto alla drammaticità dell’evento. Ed è proprio questa discrepanza a rendere il caso così disturbante. Nulla sembra combaciare. Ogni elemento appare un tantino fuori posto.
Il commissario resta un punto di forza della serie, più maturo, segnato dal tempo e dalla vita familiare, con figli ormai grandi e un bagaglio umano che lo rende più credibile e vicino al lettore. Non è il classico investigatore geniale e infallibile: Cataldo osserva, dubita, riflette, si lascia guidare dall’istinto ma soprattutto dall’esperienza. Ed è proprio quella memoria del dolore umano a impedirgli di archiviare il caso troppo in fretta.
Bellissimo il rapporto con la squadra, guidata dall’inossidabile De Pasquale, presenza solida e rassicurante capace di dare equilibrio all’indagine. I dialoghi tra i personaggi risultano naturali, mai artificiosi, e contribuiscono a creare quella dimensione corale che rende la narrazione estremamente fluida. Guicciardi sa orchestrare bene i tempi dell’inchiesta: dissemina dubbi, apre piste, costruisce sospetti senza mai perdere il controllo del ritmo narrativo. Ma la vera forza del romanzo emerge dopo il ritrovamento della bambina. In un giallo tradizionale quello sarebbe il momento della liberazione, il punto nel quale il lettore può finalmente respirare. Qui invece diventa l’inizio della parte più oscura e disturbante della storia. Cataldo percepisce immediatamente una stonatura, un dettaglio sufficiente a incrinare la rassicurante conclusione del caso. Quando poi arrivano le due morti, il romanzo cambia pelle e precipita.
Guicciardi ci mostra come sia fragile il concetto di normalità. Dietro le famiglie perfette si nascondono spesso profonde fratture, desideri inconfessabili, ossessioni e segreti capaci di divorare ogni cosa. La citazione pirandelliana evocata nel romanzo: “non credere a nessuno, perché nessuno è come credi che sia” diventa il cuore della vicenda. Ogni personaggio indossa una maschera e il lettore è  spinto a interrogarsi quanto davvero conosca le persone che gli stanno vicino.
Il libro si esalta proprio in questo senso di inquietudine crescente. Non è un thriller costruito soltanto sulla ricerca del colpevole, ma una storia che mette a nudo il lato più oscuro dei rapporti umani. Alcune verità, quando emergono, non liberano: devastano. E il finale lascia addosso un disagio autentico, quasi fisico.  Guicciardi infatti  non concede facili consolazioni né rassicuranti redenzioni. Un romanzo amaro e profondamente umano, capace di trascinare il lettore fino all’ultima pagina lasciandogli addosso una sensazione persistente di inquietudine. E forse è proprio questa la sua migliore qualità: ricordarci che i mostri più pericolosi raramente hanno un volto riconoscibile, perché siedono già vicino a noi, nascosti dentro l’illusione rassicurante della normalità.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori. Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (Sellerio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2026 by

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (The Pilgrim’s Mirror, 2026), scritto magistralmente in lingua inglese e tradotto in italiano, come sempre con grande perizia, da Luigi Sanvito, è il nuovo capitolo della straordinaria saga dedicata a Martin Bora, personaggio letterario ormai ben noto ai lettori appassionati di narrativa storica e militare.

Siamo a Odessa nell’autunno del 1941. Dopo essere sopravvissuto a un assalto che gli è costato la frattura di un braccio, Bora riceve dai suoi superiori un incarico delicato: indagare sulla morte del maggiore Alt, giudice militare impegnato nell’inchiesta su alcuni crimini di guerra. Quella che inizialmente appare come una classica indagine investigativa si trasforma presto in un viaggio attraverso le contraddizioni dell’Ucraina occupata, sospesa tra passato e futuro, tra memoria e tragedia, costringendo il protagonista a confrontarsi ancora una volta con i propri demoni interiori e con il conflitto irrisolto tra dovere militare e coscienza morale.

Ritengo, in tutta sincerità, che Ben Pastor sia un autentico genio della narrativa storica. Non è un’affermazione che faccio con leggerezza, ma una convinzione maturata attraverso la lettura di questo romanzo e dell’intera saga di Martin Bora. La sua scrittura è elegante, raffinata e profonda; ogni pagina è attraversata da una straordinaria ricchezza di riferimenti storici e da una penetrante analisi psicologica dei personaggi. Le sue storie possiedono un retrogusto amaro, inevitabile considerando il contesto storico in cui sono ambientate, ma al tempo stesso risultano profondamente edificanti nella loro riflessione sulla natura umana.

Martin Bora è uno dei personaggi più complessi e riusciti della narrativa contemporanea. L’autrice ne esplora l’interiorità con rara sensibilità, soffermandosi sulla sua fede religiosa, sul tormentato rapporto tra coscienza e obbedienza, sulla sua capacità di empatia e sul coraggio, tanto personale quanto militare, che lo contraddistingue. Bora non è un semplice investigatore né un semplice soldato: è un uomo che cerca di preservare la propria integrità morale in un mondo che sembra aver smarrito ogni riferimento etico.

I romanzi di Ben Pastor possono essere definiti senza esitazione alta letteratura. Ogni frase appare cesellata con cura artigianale, densa di informazioni sul periodo storico e di riflessioni che rivelano una conoscenza profonda della materia trattata. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’autrice erudita, capace di trasformare una rigorosa ricerca storica in narrazione coinvolgente.

Leggere Ben Pastor è un’esperienza immersiva. Le sue pagine trasportano il lettore nel cuore degli eventi, facendogli vivere in prima persona le vicende del protagonista. In Lo specchio del pellegrino sembra davvero di trovarsi nell’Odessa del 1941, tra occupanti romeni, soldati tedeschi, prigionieri di guerra e popolazione civile. L’ambientazione è ricostruita con una cura impressionante, senza apparenti sbavature o incongruenze. Se vi fossero eventuali imprecisioni storiche, non possiedo le competenze per individuarle; tuttavia, anche qualora esistessero, resterebbero ampiamente giustificate dalla natura stessa dell’opera narrativa, che conserva il diritto a quelle licenze poetiche necessarie alla costruzione del racconto.

Colpisce inoltre l’accuratezza della ricerca documentaria che sostiene il romanzo. Ben Pastor si è avvalsa della collaborazione di numerosi esperti in campo storico e militare e ha saputo integrare nella narrazione mappe, testimonianze, leggende locali, usi e costumi dell’epoca, conferendo al testo una straordinaria autenticità.

In conclusione, Lo specchio del pellegrino conferma ancora una volta il talento eccezionale di Ben Pastor e la grandezza letteraria del ciclo di Martin Bora. Un romanzo che unisce indagine, storia, riflessione morale e profondità psicologica, capace di coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine e di lasciargli molto su cui riflettere una volta chiusa l’ultima pagina. Per gli amanti del romanzo storico è una lettura imprescindibile; per chi ancora non conosce Martin Bora, rappresenta un eccellente motivo per avvicinarsi a una delle saghe più raffinate e intelligenti della narrativa contemporanea.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora, Lo specchio del pellegrino (2026). Premio Flaiano 2018.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.