Torna La principessa Zaffiro di Osamu Tezuka, a cura di Elena Romanello

22 febbraio 2020 by

zaffiropiccolaLa J-Pop continua la sua collana Osamushi Collection, dedicata a Osamu Tezuka, l’inventore del manga moderno, proponendo uno dei capisaldi della sua produzione, La principessa Zaffiro, antesignano e ispiratore di tutti gli shojo manga, i fumetti per ragazze, a cominciare dal celeberrimo Versailles no Bara, meglio noto come Lady Oscar, di Riyoko Ikeda.
L’opera ispirò anche un famoso anime che arrivò nel nostro Paese all’inizio degli anni Ottanta: il titolo originale è Ribon no Kishi, letteralmente Il cavaliere con il fiocco e porta in un mondo fiabesco molto fantasy, dove vive Zaffiro, una principessa nata con due cuori, di ragazzo e ragazza, in un corpo femminile, costretta ad una doppia vita, quella di combattente contro il perfido zio che vorrebbe usurpare il trono e quello di ragazza innamorata del nobile di un regno vicino.
La storia si snoda tra demoni, streghe, angioletti dispettosi, duelli, complotti, intrighi, avventure e anche se sono passati più di sessant’anni dalla prima uscita tra il 1953 e il 1956, resta una pietra miliare di uno dei filoni più innovativi dei fumetti contemporanei, oltre che una prima riflessione su un tema attualissimo oggi, quello dell’identità di genere, e su come il sesso biologico arrivi a connotare tutto.
Osamu Tezuka presentava, sia pure in una cornice fiabesca e fantastica, una via d’uscita ad un dualismo, anticipando uno dei temi più importanti degli shojo, dove il cross dressing, l’ambiguità sessuale, l’omosessualità maschile e femminile e il tema delle ragazze guerriere sono ancora oggi amatissimi e hanno prodotti alcune delle storie migliori.
Il primo volume è uscito ora a febbraio, il secondo uscirà ad aprile, il terzo a giugno, con la parte della storia inedita e non pubblicata in precedenti edizioni.
La nuova edizione è curata da Maria Sara Mignolli, esperta di fumetto e arte, già docente alla Scuola di fumetto di Milano, studiosa delle tematiche di genere e interessata al tema del diverso anche nella cultura pop, tra Oriente e Occidente.

Atlantide e i mondi perduti di Clark Ashton Smith (Mondadori, 2019) a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2020 by

978880468364HIG-334x480La narrativa fantastica così come la conosciamo oggi ha avuto vari antecedenti più o meno illustri, come le famose riviste pulp inglesi e americane, che dietro copertine colorate ad effetto raccoglievano storie più o meno lunghe introducendo immaginari che hanno ispirato vari autori e autrici contemporanei, anche al cinema, visto che sia George Lucas che Steven Spielberg si sono formati su questo tipo di pubblicazioni.
Mondadori propone in un volume molto curato le storie di uno dei maestri di questi genere, Clark Ashton Smith, contemporaneo sia di Robert E. Howard che di Lovecraft, curato dall’esperto Giuseppe Lippi con anche un apparato iconografico con le sculture dell’autore. Nelle pagine del libro si viene immersi in universi fantastici, appassionanti, spesso sensazionalistici, ritrovando archetipi giunti fino ad oggi. Clark Ashton Smith ha scritto sia racconti che poesie che un breve testo teatrale ovviamente in tema e tutto questo rivive nel libro.
La prima parte del libro è dedicata ai racconti su Atlantide, il prototipo dei mondi perduti, presente nell’immaginario occidentale dai tempi di Platone, una fonte che l’autore cita come autorevole: del resto nei primi decenni del Novecento era ancora presente, sia tra gli scienziati che tra i creativi, l’idea che sulla nostra Terra ci fossero ancora tante terre da scoprire. Nelle pagine di queste storie si parla quindi di continenti perduti, di negromanzia, di tiranni da abbattere, secondo archetipi allora molto amati ma che possono appassionare anche oggi chi è cresciuto a pane e Indiana Jones. Tra i racconti più belli si segnalano La morte di Malygris La doppia ombra, molto amato da Lovecraft.
Il secondo corpus di racconti è Averoigne, una serie di storie gotiche con anche richiami a icone come i vampiri ambientati nel Medio Evo francese nella regione francese di Averoigne appunto, dai toni affascinanti e spaventosi, che ricordano i rapporti e l’interesse per la cultura popolare europea che c’erano tra gli autori di fantastico pulp. Tra le righe ci sono richiami alle opere di Lovecraft, in particolare ai Miti di Chtulhu. Segue il ciclo di Zothique, ambientato in un futuro remotissimo, dove il sole si è spento ed è rinata la negromanzia, per molti il suo capolavoro, ispirato alle opere di Baudelaire e Verlaine, mentre si chiude con la fantascienza apocalittica di Xiccarthp.
I racconti di Clark Ashton Smith sono popolari ma non banali, commerciali ma arguti, capaci di giocare con paure e pulsioni antiche: senz’altro sono da leggere per chiunque ami il fantastico oggi, perché è sempre bene scoprire le radici di generi e storie, e per chiunque abbia voglia di confrontarsi con l’intrattenimento comunque di qualità.

Clark Ashton Smith nacque ad Auburn, in California, il 13 gennaio 1893. Iniziò a scrivere narrativa a undici anni, influenzato da opere quali Le mille e una notte, le favole dei Fratelli Grimm e i racconti di Edgar Allan Poe. Per diversi anni si interessò principalmente di poesia, ma gli scarsi guadagni lo spinsero a dedicarsi alla narrativa. Fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30 pubblicò numerosi racconti fantastici sulle riviste, senza mai raggiungere la tranquillità economica. Strinse un’amicizia epistolare con Robert E. Howard e H.P. Lovecraft che durò fino alla morte del primo per suicidio (1936) e del secondo per cancro (1937). In seguito abbandonò quasi completamente la poesia per dedicarsi alla scultura. Morì il 14 agosto 1961.

Provenienza: libro preso presso il circuito SBAM.

:: Ai sopravvissuti spareremo ancora di Claudio Lagomarsini (Fazi, 2020) a cura di Eva Dei

19 febbraio 2020 by

Ai sopravvissuti spareremo ancoraUn aereo dal Brasile fino all’Italia: è un viaggio di ritorno alle origini quello che compie un giovane uomo per raggiungere un paesino di cui non conosciamo il nome, situato vicino alla costa tra la Toscana e la Liguria. Lì lo attende la casa di famiglia, pronta per essere finalmente venduta.
Il fastidio che gli suscita quel luogo è palpabile dal primo momento, quando imbocca la stradina che lo conduce a quelle tre case che tra loro formano una sorta di ferro di cavallo: la loro, quella della nonna materna e quella del vicino. Dopo le ultime formalità sbrigate con la ragazza dell’agenzia non gli resta che scegliere se salvare qualcosa tra quei pochi oggetti ammassati negli scatoloni.

Il problema è che non ho nessun indirizzo da dare, mia madre non vuole nulla di ciò che si è lasciata alle spalle, e a me, un oceano più in là e un emisfero più in giù, non servono né i set di bicchieri né i vecchi asciugamani o i DVD. (…) Mi aggiro tra le scatole come un angelo della morte, sbuffando come un treno a vapore. L’insofferenza e il fastidio di essere qui prevalgono sulla nostalgia. Segno croci rosse senza misericordia, condanno allo smaltimento vasellame e soprammobili.

Rovistando con fare annoiato tra quelle cianfrusaglie e scuriosando tra vecchi libri di autori sconosciuti, ad attirare la sua attenzione sono cinque piccoli quaderni Monocromo abbandonati sul fondo di una scatola. Dal momento in cui li apre e cerca di decifrarne la scrittura passano alcuni secondi prima che realizzi che quei quaderni sono gli stessi su cui scriveva freneticamente suo fratello Marcello l’estate di quindici anni prima.
Inizia in quel momento la storia vera, quella che permette di dare un nome, seppur di fantasia, a questo giovane uomo. Lui è il Salice, o almeno questo è l’appellativo con il quale Marcello lo identifica nei suoi quaderni. Il “Salice” perché fin da ragazzino era facile al pianto secondo suo fratello, ma al lettore non sfugge quando in realtà sia Marcello il più sensibile tra i due, forse il più fragile proprio perché incapace di esternare tutto quello che invece rilega nei suoi appunti.

Ora so perché Marcello mi chiama il Salice: ero facile al pianto, scrive. Eppure, se a raccontare fossi io, direi l’esatto contrario. Ricordo bene i suoi accessi di disperazione e ira, gli oggetti scagliati a terra (un’arancia, un bicchiere) e il mio spavento e i sospiri di nostra madre. Ma che cos’ha?, le chiedevo quand’ero piccolo. Niente, diceva lei aggiustandomi la scriminatura con le unghie, tuo fratello è solo un po’ nervoso.

Quell’estate Marcello gli aveva parlato sommariamente di lavorare a un romanzo, ma quello che racconta nei suoi quaderni non è altro che la loro vita, dove i protagonisti acquistano in alcuni casi nomi di fantasia: il patrigno è Wayne, a causa della sua passione per i film Western, mentre il vicino con cui la nonna ha una relazione amorosa è il Tordo. Il Salice leggendo ricorda le cene in giardino, dove a tenere banco erano le gesta giovanili del Tordo e le battute a doppio senso, il tutto accompagnato da pessimo vino, ma emerge anche il difficile rapporto tra sua madre e la nonna, la figura problematica di Diego, il figlio di Wayne, le insicurezze di Marcello verso Sara, la ragazza di cui è innamorato, le incomprensioni tra vicini, culminate con quella futile lite per il serbatoio.
Lagomarsini racconta la famiglia e la provincia in tutte le sue contraddizioni, proprio come appare anche nei racconti del Tordo e della nonna: due facce che sembrano opposte, ma che fanno parte della stessa medaglia.

Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo (…) . Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale quello che si dipinge la nonna (…).

Un’opera prima quella di Lagomarsini, forse in alcuni punti un po’ acerba, che scorre facilmente, dove il tono nostalgico porta con sé fin dall’inizio un senso di amara malinconia. Il passato non è il luogo della felicità e della spensieratezza, ma cela zone buie, dove debolezze e insicurezze che singolarmente sarebbero recuperabili o gestibili, se mescolate e agitate insieme portano a una reazione irreversibile.
Vi consigliamo di approfittare del prezzo scontato offerto dall’editore fino al 29 febbraio (10,00 €, contro i 16,00 € di copertina).

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Post, minima&moralia, Le parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi Argomenti, Colla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020 by

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

La collana Urania Draghi, classici della fantascienza, a cura di Elena Romanello

18 febbraio 2020 by

978880471524HIG-250x360A partire dal 1952 i cultori della fantascienza italiana hanno avuto ogni mese in edicola il loro appuntamento fisso con i romanzi Urania, curati da nomi prestigiosi come Giorgio Monicelli, fratello del regista Mario, Fruttero e Lucentini: si partì con Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke e negli anni si poterono leggere classici come Isaac Asimov, James Graham Ballard e Philip Kindred Dick, con le copertine illustrate dallo stile inconfondibile di Karel Thole.
Negli anni Urania ha visto arrivare varie altre collane parallele, che hanno esplorato altri tipi di fantastico e dal 1989 esiste anche un concorso letterario in tema, il Premio Urania, che ha lanciato autori come Valerio Evangelisti.
I libri Urania sono reperibili in edicola, ma dato il grande interesse che il fantastico sta riscuotendo oggi, Mondadori vara in libreria la collana i Draghi Urania, con romanzi di fantascienza che giungono nei luoghi simbolo di tutti i libri, paragonati a draghi sulle spalle di giganti.
I Draghi Urania proporranno le opere dei maggiori autori della fantascienza mondiale classica e contemporanea, in edizioni curate e approfondite.
Si parte anche qui di nuovo con  Arthur C. Clarke, nume tutelare della collana, con i suoi Racconti (traduzione di The Collected Stories),  a cura di Franco Forte, con una raccolta completa delle opere brevi del maestro anglosassone, che vinse tra gli altri i premi  Hugo, Nebula e John W. Campbell. Il libro raccoglie oltre 100 racconti, come Spedizione di soccorso, Passeggero del silenzio e La sentinella, la storia alla base del celeberrimo 2001: Odissea nello spazio. Clarke prefigurò alcune invenzioni della modernità, come l’idea del Web e delle connessioni virtuali: il libro è completato da una prefazione dello stesso autore, dalle sue note sui racconti, da un suo ritratto a cura di Fabio Feminò e dalla bio-bibliografia completa di tutte le sue opere.
Le prossime uscite saranno Esperimenti e catastrofi di Frank Herbert, con la trilogia Il morbo bianco, L’alveare di Hellstrom ed Esperimento Dosadi,, Visioni di Harlan Eddison, una raccolta di racconti e romanzi brevi dell’autore in una nuova e integrale traduzione e il Ciclo della cultura di Ian M Banks, con la prima trilogia, formata da Pensa a Fleba, L’impero di Azad e La guerra di Zakalwe

Leggere Luna Nera a cura di Elena Romanello

17 febbraio 2020 by

51VgPnRlSjL._SX343_BO1,204,203,200_Si pensa comunemente che in Italia non si sappia raccontare storie fantastiche, non tanto in letteratura o nei fumetti, dove ci sono tanti nomi soprattutto in questi ultimi anni che smentiscono questo luogo comune, ma al cinema e nelle serie televisive, anche se qualche eccezione che conferma la regola c’è stata.
Per questo motivo è indubbiamente interessante la saga di Luna Nera, serie televisiva in onda su Netflix anche all’estero di produzione tutta italiana ma prima di tutto una serie di romanzi in corso di uscita per Sonzogno ad opera di Tiziana Triana, con il primo volume, Le città perdute, già disponibile.
Si tratta di una storia tutta al femminile, diretta sul piccolo schermo da Cristina Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi, con al centro una congrega di streghe, non certo simile alle celeberrime sorelle Halliwell di Charmed, visto che ci troviamo nell’Italia centrale del Seicento, un secolo diviso tra scoperta della scienza ed attaccamento ad antiche superstizioni, con l’Inquisizione che accende roghi ovunque può. Le streghe di Luna Nera sono un gruppo di donne di scienza e di cultura,  conoscitrici delle piante e degli astri, che hanno scelto di essere libere e per questo sono state bollate e condannate da un potere misogino e maschilista.
La vicenda del libro e della serie televisiva gira intorno alla sedicenne Adelaide, detta Ade, che deve fuggire dal suo villaggio dove è stata accusata di stregoneria: in suo aiuto corrono in aiuto prima Piero, studioso di medicina che vede non certo di buon occhio l’ignoranza e il fanatismo, e un gruppo di donne, che le danno ospitalità nella loro congrega. Sulle tracce delle donne ci sono i benandanti, capitanati da Sante, il padre di Pietro, che odiano la libertà e l’attacco al patriarcato e alle tradizioni che queste streghe rappresentano.
Pietro si è innamorato di Ade a prima vista, non crede alle superstizioni del padre e dei suoi compagni di lotta e si troverà ad aiutare la ragazza e le sue nuove amiche.
Un libro e un serial che mescolano suggestioni young adult (la storia d’amore impossibile funziona sempre) ad un approfondimento storico su eventi realmente accaduti nella sostanza, con una spolverata di femminismo che ha suscitato il plauso di nomi come quelli di Loredana Lipperini e Michela Murgia.
Luna Nera è una storia per capire che le streghe esistevano anche da noi, che erano vittime di intolleranza come chiunque è percepito come diverso e che le loro vicende possono essere interessanti e appassionati da narrare, in attesa dei prossimi capitoli, in televisione e in libreria.

Come un sushi fuor d’acqua di Fabiola Palmeri (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2020 by

COVERSUSHIRGB-302x429Il Giappone è ormai da diversi decenni un Paese di grande attrattiva per l’immaginario occidentale, sarà per il cibo, sarà per il contrasto affascinante che c’è tra tradizione e modernità, sarà per la cultura pop rappresentata in particolare da manga e anime che ha saputo conquistare anche le giovani generazioni occidentali dagli anni Ottanta ad oggi.
Al Giappone e al rapporto che instaurano con questo mondo eclettico e rutilante due donne in due diversi momenti del passato recente è dedicato il romanzo Come un sushi fuor d’acqua, scritto da Fabiola Palmeri, che in Giappone ha vissuto, studiandone la cultura sia classica che contemporanea e che continua ad occuparsi del Paese del Sol levante nella sua città, Torino, dove è una delle voci più autorevoli in tema.
A fine anni Ottanta Bianca, giornalista free lance, decide di partire per Tokyo, prima per un periodo di tempo limitato e poi in via più definitiva, dove propone articoli in tema Giappone a varie testate, trovando poi una sistemazione più fissa in una radio che trasmette notizie in varie lingue dalla capitale dell’Est, questo è il nome di Tokyo letteralmente. Negli anni Dieci del Duemila Celeste è vicina alla maturità e deve capire che strada intraprendere, lei che è figlia di un’italiana e di uno statunitense, nata in Giappone e poi vissuta tra Italia, Giappone e America, dopo che i suoi genitori hanno preso strade diverse, creando in sé varie identità senza che ne prevalga nessuna.
Due storie che raccontano l’oggi, la ricerca di una propria strada, la fuga dei cervelli, l’identità di oggi soprattutto presso le giovani generazioni, il rapporto tra culture, una raccontata in terza persona, l’altra in prima persona, per due destini che si incontrano o meglio si sono incontrati e raccontano anche come sono cambiate le cose in trent’anni, in Giappone e non solo.
Tutti temi interessanti e mai banali, e Come un sushi fuor d’acqua è senz’altro un libro da leggere per tutti gli amanti del Giappone, per qualunque motivo siano affascinanti da questo Paese remoto ma alla fine capace di essere uno degli attori del mondo di oggi, come stile di vita e proposta di immaginari e cultura. Ma è anche un libro per chi ama guardare oltre i confini, pensare di essere un cittadino o cittadina del mondo, in questi tempi di muri e psicosi.  Un libro in cui non si nasconde che affrontare un altro mondo e un’altra cultura non è una passeggiata, ma in cui si racconta comunque l’importanza di certe esperienze e confronti.
Il titolo ricalca il celebre detto come un pesce fuor d’acqua citando uno dei piatti più amati anche in Occidente del Giappone, il sushi, anche se nel Paese del Sol levante viene consumato non ogni giorno, ma solo nelle grandi occasioni.

Fabiola Palmeri  inizia la sua carriera come giornalista dopo la laurea in filosofia, lavorando prima per La Stampa e poi alla NHK di Tokyo, dove ha vissuto per dodici anni.
Accreditata come una delle massime esperte di cultura giapponese in Italia, oggi scrive per La Repubblica e per alcune delle più importanti riviste italiane, come Il Venerdì e Gambero Rosso, di arte, libri, stile, cibo e società nipponica.
Conduce anche gruppi di lettura dedicati ad autori giapponesi al Mao e al Circolo dei Lettori di Torino e Novara.

Provenienza: prestito dell’autrice che ringraziamo.

T. Singer di Dag Solstad (Iperborea, 2019) a cura di Viviana Filippini

14 febbraio 2020 by

singerT. Singer, protagonista del romanzo di Dag Solstad, edito da Iperborea è un aspirante scrittore e tale rimane. Singer ad un certo punto si rende conto che i suoi sogni, le sue aspirazioni resteranno nella sua fantasia. Il suo romanzo, letto, riletto, scritto, riscritto, corretto e non corretto, rimarrà lì, incompleto, come molto altro nella vita del protagonista. Per questo motivo T. Singer decide di dare un senso all’indefinito del suo vivere e si pone l’obiettivo di diventare bibliotecario a Telemark, un piccolo paesino sperduto in mezzo alle montagne. Singer, 34 anni, ha una casa, va a lavorare, torna a casa e torna dai libri. Una vita monotona poi, un giorno, come in un fiaba, incontra Merete, una bella ragazza con la quale inizia una relazione. Ad un certo punto T. Singer e Merete, più Isabella (la figlia dei lei), andranno a vivere assieme formando quella che per il protagonista è una famiglia. Singer comincia a fare delle cose che mai aveva fatto prima: lava, stira, cucina, e lo fa con impegno e diligenza. Il suo unico problema, che lo caratterizzerà per tutto il romanzo, è quella totale incapacità di esprimere in modo netto e chiaro ciò che pensa, i sentimenti che prova e, a tratti, anche ad assumersi responsabilità. Un atteggiamento che porterà Merete a prendere le distanze e a volersi allontanare in modo definitivo da Singer, ma il destino beffardo interverrà a complicare le cose. T. Singer si troverà  a fare il padre single di una “figlia” (Isabella) che nemmeno è la sua. Quello che emerge dal vivere (se così lo si può definire) dell’uomo qualunque di Solstad è un’esistenza fatta di ossessiva ripetitività, tale da rasentare un alto grado di disperazione, affrontato però con pacata ironia dal protagonista. Non è una cosa da poco, perché proprio T. Singer di Solstad ha un qualcosa che richiama da vicino lo Stoner del romanzo di John Williams, sì perché proprio come il professore creato dallo scrittore americano, il bibliotecario di Solstad è un uomo tranquillo (troppo), che vive la sua vita di ogni giorno, senza manifestare mai fino in fondo e a chi lo circonda,  i suoi sentimenti. Ci sono alcuni momenti nei quali T. Singer fa percepire le sue paure, le sue insicurezze, le sue ossessioni per il fallimento, ma non sono mai momenti condivisi con gli altri. Quello che tormenta Singer, lui se lo racconta in uno o più monologhi personali e in completa solitudine, perché è solo parlando con se stesso che Singer tira fuori ogni suo tormento e preoccupazione. Altro tratto comune del bibliotecario con Stoner di Williams, è l’immensa solitudine, sempre presente, prima, durante e dopo la relazione con la moglie Merete. Il suo essere animo solitario è qualcosa di straziante e allo stesso tempo comico, nel senso che in certi momenti si ride e si partecipa alla goffaggine del protagonista, che in improvvisi slanci di entusiasmo prende l’iniziativa per fare, ma non sempre i risultati sono quelli sperati. In altri frangenti letterari si percepiscono il tormento e la disperazione nell’animo di Singer. Dag Solstad ha una scrittura travolgente, ipnotica, che ti porta dentro alla vita di T. Singer, un uomo che sta con gli altri, me che è – o forse vuole essere- profondamente solitario e, in quella ripetitiva solitudine esistenziale, dove per certi momenti anche il lettore rivede se stesso, il bibliotecario ci sguazza a meraviglia. Traduzione Maria Valeria D’Avino.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen e Romanzo 11, libro 18.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea e a Francesca Gerosa.

:: Letture ideali per San Valentino 2020

12 febbraio 2020 by

buon san valentino

Anche a San Valentino è bello regalare e ricevere libri, basta che siano belli e soprattutto adatti al destinatario. Se seguite il mio blog bene o male conoscete i miei gusti per cui ora vi elencherò i libri che mi piacerebbe leggere in questa ricorrenza. Non solo storie d’amore, perlomeno non solo storie romantiche, perchè l’amore ha molte forme come tutti sappiamo. Allora guardandomi intorno hanno attirato la mia attenzione i seguenti libri:

I bambini di Svevia di Romina Casagrande

La moglie dello straniero di Gwen Florio

Kabbalah di Harry Freedman

Mara di Ritanna Armeni

La città senza ebrei di Hugo Bettauer

Come ho convinto mio marito a lavare i piatti di Eve Rodsky

Voglio sappiate che siamo ancora qui di Esther Safran Foer

Cose che si portano in viaggio di Aroa Moreno Duran

La donna del kimono bianco di Ana Johns

La donna della palude di Martin Long [Data di uscita: 27 febbraio 2020]

Nessuno saprà che sei qui di Nicoletta Giampietro

Buona lettura! E naturalmente tornate a dirmi se qualcuno ve li regala.

:: Claire Bretécher (Nantes, 7 aprile 1940 – 10 febbraio 2020)

11 febbraio 2020 by

claire-bretecher_79

:: Un’ intervista con Annelise Heurtier a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2020 by
Annelise Heurtier

LBP-Mayalen Gauthier

Benvenuta Annelise su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Prima di parlare di L’età dei sogni, tradotto in italiano da Ilaria Piperno per Gallucci e finalista della quinta edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria +11, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più su di te. Dove sei nata, che studi hai fatto, da quanto scrivi narrativa per ragazzi?

Ciao e grazie per questa intervista!
Sono nata a Villefranche sur Saône, vicino Lyon, nel 1979. Ho studiato marketing e comunicazione e ho lavorato in questo settore per una dozzina di anni, prima di lasciare tutto per dedicarmi soltanto alla letteratura. Era il 2011, mi stavo trasferendo a Tahiti (un ricordo bellissimo).

L’età dei sogni è un libro molto emozionante, ispirato a un fatto reale forse poco conosciuto all’esterno dei confini nordamericani. Ce ne vuoi parlare?

È vero, questo romanzo tratta un episodio molto importante per il Movimento per i diritti civili. Non conosco la situazione in Italia, ma in Francia la storia dei Nove di Little Rock è assai poco conosciuta. Quando la casa editrice Casterman ha pubblicato questo libro, nel 2013, si trattava dell’unica opera in francese dedicata a questo argomento. Sono molto felice di aver contribuito a far conoscere il percorso fatto da questi 9 ragazzi. Oggi c’è ancora molta strada da fare riguardo a queste problematiche (in relazione alle etnie, alla religione, al genere…)…e credo che scoprendo percorsi di questo tipo sia possibile fare passi avanti! Alcuni anni fa, una giovane lettrice mi ha confessato che, grazie a questo romanzo, aveva smesso di essere razzista, cosa in cui credeva fin da piccola, soltanto per imitare la sua famiglia. Quanto potere può avere la letteratura…e che grande regalo per l’autore.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di questa vicenda? E quando hai deciso di trasformarla in un romanzo?

Non so quando ne ho sentito parlare per la prima volta. Il ricordo, comunque, non era così nitido in me, tanto da pensarci quando ho deciso di scrivere un romanzo ambientato negli Stati Uniti durante gli Anni Sessanta.
Mentre mi stavo documentando su questo periodo storico, ho incrociato una fotografia dei Nove di Little Rock ed è stata una sorta di elettroshock! Mi sono detta che quello era il tema di cui volevo impossessarmi.

Come ti sei documentata? Che tipo di ricerche hai fatto?

Ho usato tutte le fonti che avevo a disposizione, sia internet (video, archivi, blog…) sia libri (saggi, romanzi). Sono stati 5 mesi di intense ricerche! Non si è trattato soltanto di conoscere in modo approfondito la storia dei Nove di Little Rock, ma anche di arrivare a ricreare un’ambientazione, un’epoca. Penso che sia questa la cosa più difficile nel mio lavoro (scrivo soprattutto romanzi che si svolgono in ambientazioni o epoche diverse dalla nostra…per questo, ogni volta, è necessario un lavoro di ricerca).

Tutto inizia a cambiare nel maggio del 1954, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti rende incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Ma la strada per l’integrazione è ancora lunga. Cosa ti ha colpito di più del coraggio e della perseveranza di questi giovani che vedevano nell’istruzione e nella scuola una via per la liberazione, e l’uguaglianza?

Quello che mi preoccupa e mi dispiace, è che oggi, al contrario, moltissimi giovani hanno perso interesse per la scuola e per l’istruzione (perlomeno in Francia) o non ne comprendono l’importanza. È un’opportunità così grande avere accesso a un’istruzione gratuita, laica, accessibile e uguale per tutti, indipendentemente dallo status sociale, l’etnia, il genere! E non è affatto così in tutte le parti del mondo.

La segregazione razziale non portò solo casi di ingiustizia, discriminazione e aggressioni verbali. Ma atti di brutalità inaudita, che anche se non in quel caso specifico portarono al linciaggio e alla morte delle vittime. Citi per esempio l’omicidio di Emmet Till, un adolescente nero assassinato nel 1955 in Mississippi, per avere guardato negli occhi una donna bianca. Ma la giustizia non interveniva in questi casi? Come giustificava queste inadempienze?

Su questo aspetto non vorrei si creasse confusione… ho scritto un romanzo sui Nove di Little Rock ma non sono né una storica né un’esperta dell’argomento, e non credo che la mia opinione possa avere una qualche legittimità in più rispetto a quella di chiunque altro. Per rispondere alla sua domanda, non so bene cosa dirle, sinceramente. Niente può giustificare un sistema di giustizia due livelli diversi. È un’atrocità.

Molly Costello, assieme a Grace Anderson protagonista de L’età dei sogni, è liberamente ispirata a Melba Pattillo, tra l’altro autrice di Warriors dont’ Cry. A Searing Memoir of the Battle to Integrate Little Rock’s Central High. Come hai dosato fantasia e realtà?

Ho scelto di ispirarmi alla storia di Melba Patillo, è vero. L’equilibrio tra finzione e realtà si è creato in modo abbastanza naturale, in realtà non mi sono fatta troppe domande. Credo di aver mantenuto i punti che mi erano apparsi i più importanti.

Naturalmente è una storia per ragazzi, dedicata a giovani lettori, tuttavia utilizzi un linguaggio e uno stile molto franco e diretto. Trasmetti insomma tutta la difficoltà che incontrarono i nove ragazzi di Little Rock e anche quella dei bianchi progressisti e contrari a queste discriminazioni. Pensi che la lettura del tuo libro possa essere utile anche ad aiutare ad affrontare fenomeni di bullismo anche non legato unicamente a questioni razziali?

Certamente, la riflessione e le emozioni suscitate dalla lettura di questo libro possono essere applicate ad altri contesti. Il rifiuto dell’altro, purtroppo, è dovunque. Ho un figlio che frequenta la scuola media, è un contesto incredibilmente violento, per non parlare delle problematiche etniche o sociali.

Del tuo libro mi ha colpito la scelta di alternare i capitoli dal punto di vista di Molly e di Grace. Mettendo a confronto le vite di due ragazze di quindici sedici anni accomunate dagli stessi sogni: andare bene a scuola, avere amici, avere un fidanzato. C’è un punto soprattutto in cui fai dire a Grace che per la prima volta ha pensato a Molly come a una coetanea ferita e non caratterizzandola per il colore della sua pelle. È un punto di svolta nella tua storia? Un atto di consapevolezza?

È possibile!

Grazie della tua disponibilità, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti di parlare dei tuoi progetti futuri.

Non sono ancora abbastanza maturi da poterne parlare.

[Traduzione dell’intervista a cura di Ilaria Piperno.]

Il ritorno della graphic novel Dracula di Mike Mignola e Roy Thomas a cura di Elena Romanello

7 febbraio 2020 by

MDRAC002ISBN_0Ci sono personaggi che sono evergreen e per tutte le stagioni e uno di questi è Dracula, oggi di nuovo di grande attualità dopo la riedizione del romanzo per Oscar Draghi e la discussa ma non priva di interesse serie su Netflix.
Panini Comics ripropone, dopo quasi trent’anni, la graphic novel Dracula di Bram Stoker, ispirata all’omonimo film di Francis Ford Coppola del 1992 con Gary Oldman, Wimona Ryder e Anthony Hopkins, sceneggiata da Roy Thomas e disegnata da Mike Mignola, oggi celebre grazie alla saga di Hellboy ed è senz’altro un’ottima occasione per scoprire o riscoprire forse uno dei migliori adattamenti in tema Dracula degli ultimi decenni, al cinema, certo, ma anche in fumetto.
Come già il film, la graphic novel riprende il romanzo di Stoker, cambiandolo però nello spirito, non più una storia di puro orrore, ma la vicenda di un amore oltre la morte e disperato, che porta alla dannazione il nobile Dracula finché non ritrova l’amata Elisabeta, ora Mina, secoli dopo nella Londra vittoriana.
Molti fumetti ispirati ai film si limitano, in maniera magari curata, a riprendere per immagini il film: Roy Thomas e Mike Mignola guardano alle atmosfere del film di Coppola, tra art noveau, teatro kabuki e gotico, aggiungendo però molto di loro, come stile e come storia, approfondendo i personaggi senza snaturare la vicenda originale. Una storia a parte, che si rifà al film ma che lo reinventa, per raccontare una vicenda eterna e sognante, cruda e tragica, romantica e disperata.
Il risultato è davvero molto valido ed è senz’altro un bene che la graphic novel torni in fumetteria e libreria, tenendo conto che ormai l’edizione originale della Star Comics è esaurita da tempo e di difficile reperibilità anche nel mercato dell’usato, anche perché gli appassionati che all’epoca si precipitarono a comprarla la considerano preziosa, molto originale già allora e capace di affascinare ancora oggi, tenendo conto tra l’altro del successo poi avuto dopo da Mike Mignola.
Un’opera per chi ama quindi le storie eterne, come quella di Dracula (e qui non ci sono le cadute di stile della miniserie Netflix…), per i cultori del gotico, per gli appassionati di Roy Thomes e Mike Mignola e per chi ama cinema e fumetto e i legami che esistono da sempre tra di loro.