:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021 by

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021 by

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Liberi di scrivere Award undicesima edizione: i vincitori

17 gennaio 2021 by

Vince la unicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Centro” di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Secondo classificato:

“Ulisse” di James Joyce

“Blind Spot” di Novelli Zarini

Terzo classificato:

“Prima di noi”, di Giorgio Fontana

Menzione speciale per la migliore traduzione

Mario Biondi (Ulisse)

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati

La nave di Teseo

Ink Edizioni

Sellerio

L’invenzione dell’isteria.Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, Georges Didi-Huberman, Marietti 1820 (2020) A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2021 by

Charcot. Di certo sarà capitato di sentire almeno una volta il nome di Jean-Martin Charcot in rapporto all’ospedale psichiatrico parigino della Salpêtrière e dell’isteria. Il libro “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman edito da Marietti 1820, porta il lettore all’interno dell’ospedale parigino dove erano rinchiuse tra le 4 e 5mila donne e dove Charcot divenne direttore nel 1862. Fu in questo istituto che Charcot trovò materia prima per la definizione di quel disagio femminile conosciuto come isteria. Quello che emerge dal libro di Didi-Huberman è che per Charcot, oltre ai gesti concreti compiuti dalle donne ricoverate, per comprendere i sintomi e le manifestazioni della sindrome, fu importante documentare con la fotografia gli attacchi delle pazienti, per avere un vero e proprio dossier su di esse. Considerando la definizione di isteria, essa identifica “una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali”. Alla Salpêtrière tutto venne quindi accuratamente documentato, passo dopo passo, per ogni singola paziente, poiché Charcot creò un vero e proprio metodo che aveva nella fotografia e nella partica dell’induzione all’attacco isterico gli strumenti fondamentali per individuare la malattia. Un aspetto interessante del testo edito da Marietti 1820 è comprendere anche quanto le donne protagoniste degli scatti fossero, spesso e volentieri, costrette ad assumere determinati atteggiamenti per creare il perfetto “effetto fotografico”.  Si accende nel lettore una riflessione, perché durante la lettura ci si domanda non solo quanto siano realistiche le immagini arrivate a noi nel corso del tempo, ma quanto davvero fossero malate di isteria (secondo Charcot diversa dall’epilessia) le donne fotografate. Durante le sedute fotografiche si creava una situazione nella quale nasceva una sorta di gioco di seduzione tra le parti coinvolte (paziente, medico, fotografo) dove le donne erano in un certo senso spinte a dare sfogo in modo più accentuato a specifici comportamenti (espressioni del viso, spasmi rapidi e movimenti del corpo) per arrivare a identificare l’isteria e le sue quattro fasi. Dettagli che si scorgono osservando le vecchie fotografie riportate nel libro dove ci si accorge, e lo confermano poi le parole, che le pose delle ritratte non appaiono così naturali, ma sono un po’ impostate per la buona riuscita dell’immagine ad effetto. Il lettore può conoscere questo, perché nel libro di Didi-Huberman sono presentate le documentazioni fotografiche (108 immagini d’archivio) di quello che accadeva alle donne ricoverate durante un attacco isterico. L’accuratezza delle immagini fa capire a chi legge di essere davanti ad una vera e propria indicizzazione, catalogazione della psiconevrosi e delle sue modalità di manifestazione. Tanti sono gli interrogativi attorno all’isteria ai quali non sempre si è riusciti a dare risposta. Certo è che “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman aiuta a comprendere non solo la figura di Charcot e i suoi studi sull’isteria, ma ad avere anche un approfondimento attorno alla nevrosi e alle sue modalità di manifestazione. Traduzione Enrica Manfredotti.

Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte, insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021 by

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

Morte di una sirena di Thomas Rydhal e A. J. Kazinski (Neri Pozza, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021 by

sirenasmallAnna è una delle tante ragazze che erano giunte a Copenhagen, la capitale della Danimarca, in cerca di un futuro migliore, insieme alla sorella Molly, ma come tante si è persa ed è finita con Molly a fare la prostituta, anche perché c’è la sua bambina, la Piccola Marie, di soli sei anni.
Tra i suoi clienti il più anomalo era quello strano aspirante scrittore, che non faceva niente con lei se non guardarla e tagliare delle bambole di carta, Hans Christian Andersen: ma in una sera del 1834 Anna viene portata in una casa lussuosa e uccisa: il suo corpo verrà recuperato nel canale dove si raccolgono tutti i rifiuti della città, simile a quello di una sirena, con le conchiglie nei capelli e la pelle color dell’acqua.
Molly non ha dubbi, è stato quello strano Andersen, e punta il dito su di lui, mentre altri fatti strani e delittuosi accadono in città: tutti sarebbero pronti a darle ragione, quell’aspirante scrittore è troppo strano per essere innocente, ma Andersen è protetto dall’influente signor Collin, che l’ha fatto studiare credendo in un talento che non è ancora emerso. Il questore, che non vedrebbe l’ora di vedere Andersen legato alla ruota e decapitato, gli dà tre giorni di tempo per trovare l’assassino.
Andersen troverà un’alleata inaspettata in Molly, che si convince della sua innocenza, e inizierà una caccia contro il tempo, mentre l’assassino è ancora attivo, in cerca di un modo per portare a termine un piano folle, un sogno senza senso, mentre man mano rimangono coinvolti altri personaggi, come un medico ebreo all’avanguardia nello sperimentare tecniche nuove, il suo bambino e lo scapestrato erede al trono, che dà scandalo con il suo comportamento libertino verso dame e popolane.
L’idea per il libro è venuta ai due autori partendo dal fatto che Andersen tenne per tutta la vita un diario, tranne che per un periodo del 1834: il risultato è un thriller insolito, a sfondo storico, con come grande protagonista sullo sfondo la città gelida e spietata di Copenhagen, ma dove emerge innanzitutto il celebre favolista.
Hans Christian Andersen, diverso in un mondo in cui non era accettato ma che poi seppe riconoscere un talento senza fine, diventò un cantore della diversità e dell’emarginazione, e nelle pagine del libro emerge una possibile fonte di ispirazione per le sue fiabe, ancora oggi toccanti e commoventi. Ci sono anche echi di un altro classico della letteratura, Frankenstein di Mary Shelley, in una ricerca senza speranza e spietata di una vita nuova e impossibile.
Morte di una sirena è un thriller insolito e appassionante, con vari colpi di scena e capovolgimenti di prospettiva, e un finale capace di stringere il cuore, proprio come le storie di Andersen, da La Sirenetta La piccola fiammiferaia.

Thomas Rydhal è uno dei più noti scrittori danesi. Tra le sue opere L’eremita, romanzo apparso in oltre 15 paesi, vincitore dello Harald Mogensen Award e del Glass Key, il premio per il miglior romanzo poliziesco scandinavo.
A. J. Kazinski è lo pseudonimo di Anders Rønnow Klarlund, autore, regista e sceneggiatore danese, e di Jacob Weinreich, scrittore danese. Tra le loro opere L’ultimo uomo buono, pubblicato in 26 paesi.

Provenienza: libro del recensore.

Le diecimila porte di January di Alix E. Harrow (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021 by

978880472864HIG-333x480 (1)January Scaller vive fin da piccola sotto la tutela del facoltoso signor Locke, in un’antica dimora del Vermont, ai primi del Novecento. Suo padre lavora per il ricco Locke, girando per il mondo a raccogliere oggetti insoliti e preziosi, che già riempiono la casa dove vive January, una villa suggestiva ma piena di reperti e cose strane che inquietano e affascinano la ragazza.
Del resto, nel suo passato è successo qualcosa, oltre alla perdita prematura dell’amata mamma: a sette anni aveva trovato una porta, anzi la Porta, attraverso cui si accedeva a mondi altri, fantastici, diversi dal Vermont, e le era stato detto che era tutto un sogno, niente di reale.
Ma un giorno January trova uno strano libretto consumato, con su scritto LE DIECIM POR, e leggendolo scopre che quei mondi erano e sono reali, ci hanno vissuto persone forse molto vicine a lei: in parallelo suo padre si perde in uno dei suoi tanti viaggi, forse è morto, e forse no, e il signor Locke si dimostra di colpo molto diverso e molto pericoloso, e non è l’unico a minacciarla, perché lei ha in mano un potere che fa gola a molti, come suo padre e anche sua madre.
Con l’aiuto di un paio di amici fidati, January partirà per un viaggio, sul libro e non solo, in cerca di se stessa e della verità sui suoi genitori, prima che sia troppo tardi per tutti e tutto.
Spesso si sente dire come la letteratura di genere fantastico tenda a replicare se stessa, riproponendo intrecci noti e di maggiore successo, magari grazie ad un classico o al best-seller del momento, magari supportato al cinema o in televisione. Non è questo il caso di Le diecimila porte di January, con cui in Italia scopriamo una nuova voce del genere.
Certo, l’archetipo delle dimensioni parallele non è nuovo,  basti pensare ad un’altra protagonista femminile, Alice di Lewis Carroll, così come quello della caccia ad un tesoro, personificato qui da oggetti insoliti, ma tutto è raccontato comunque in maniera originale e nuova, e comunque non sono poi intrecci che erano stati così frequentati ultimamente, ed è bello ritrovarli.
Una quest è al centro di tutto, una ricerca di se stessi e di un mondo perduto, con antagonisti e amici, ambientata in un altro momento storico che non l’attuale, affascinante, dove non manca un riferimento alla realtà, e cioè come venivano trattate le persone che non si uniformavano al sistema, rinchiuse in un ospedale psichiatrico, in uno dei capitoli più angoscianti ma anche più riusciti della vicenda.
Le diecimila porte di January è un romanzo autoconclusivo, ma il mondo delle dimensioni parallele e delle Porte è talmente bello e intrigante che non sarebbe male se l’autrice decidesse, in un futuro, di raccontare altre storie ambientate tra questi viaggi dimensionali, in una specie di multiverso espanso. Per ora bisogna accontentarci dei viaggi di January, con in mano i compagni più fedeli, i libri, che da sempre aprono nuovi orizzonti, in una nuova loro celebrazione.

Alix E. Harrow è nata nel 1989 negli Stati Uniti ed è cresciuta nel Kentucky.  Si è laureata in Storia, conseguendo anche un master nella stessa disciplina, all’Università del Vermont. Ha iniziato scrivendo racconti, nominati per il Nebula Award, il World Fantasy Award e il Locus Award e nel 2019 ha vinto un premio Hugo per la sua storia, A Witch’s Guide to Escape: A Practical Compendium of Portal Fantasies.
Attualmente vive nel Kentucky con la sua famiglia e prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno ha insegnato Storia africana e afroamericana.
Oltre a Le diecimila porte di January ha pubblicato da poco il romanzo The once and future Witches, ambientato in un Ottocento alternativo, tra streghe e suffragette.

Provenienza: libro del recensore.

Thunderhead di Neal Shusterman (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2021 by

14296336Oscar Fantastica propone il secondo e atteso capitolo della saga di Falce di Neal Shusterman, Thunderhead, che riprende più o meno da dove si era concluso il primo. 
In un mondo di un futuro non si sa quanto remoto non esistono più fame, guerra e malattie, ma per tenere sotto controllo la popolazione ci sono le Falci, che decidono chi deve morire ogni anno. Tutto il resto, con ogni altro aspetto delle vite individuali,  è gestito dal Thunderhead, una potente intelligenza artificiale.
Le strade dei due protagonisti, Citra Terranova e Rowan Damisch, si sono divise dopo il comune apprendistato: Rowan si è ribellato ed è fuggito, diventando Mastro Lucifero, un giustiziere che mette fine alle vite delle Falci corrotte: infatti, come ha avuto modo di vedere, molti suoi compagni di ventura agiscono mossi non da un desiderio di ordine e giustizia, ma per vendetta, sadismo o pura voglia di uccidere. E se quelle Falci trovano Mastro Lucifero sulla loro strada non hanno certo vita lunga. 
Citra si chiama ora Madame Anastasia, ma è una Falce anomala, le sue spigolature sono guidate dalla compassione e dalla giustizia, e sfida l’ordine costituito, creando non pochi problemi e mettendo a repentaglio la sua stessa vita.
Alla vicenda si aggiunge un nuovo personaggio: Greyson Tolliver, un altro giovane, cresciuto con genitori ringiovaniti che hanno sempre avuto poco interesse per lui, da sempre grande ammiratore del Thunderhead, l’intelligenza artificiale quasi onnipotente, tanto da voler diventare un agente Nimbus e poter interagire con lui. Ma le cose andranno in maniera diversa, e Greyson si troverà bollato come Losco, uno di quegli individui non affidabili contro cui si scatena peggio una caccia alle streghe.
Ma forse Greyson è una pedina in mano al Thunderhead, a cui sono affidati gli stacchi della narrazione oltre che il titolo, sempre più una coscienza di una società spietata, che forse vuole o può cambiare tutte le cose.
Dopo un primo capitolo adrenalinico e efficace nel raccontare un futuro inquietante metafora però anche del presente, la saga delle Falci non delude, in un seguito non più affidato solo a Citra e Rowan e alla loro ricerca di giustizia, ma anche a nuovi personaggi, con un’intelligenza artificiale che non può non ricordare Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.
Anche il secondo capitolo della trilogia di Falce ripresenta gli interrogativi del primo, su cosa è la giustizia, se ci sono vite meno degne di altre e soprattutto se esiste davvero un mondo perfetto, tra vari colpi di scena, con tre storie parallele più il Thunderhead come oracolo, fino al colpo di scena finale. Una conferma quindi per una storia intrigante, appassionante e capace di far pensare, in attesa della vera conclusione per un mondo a questo punto condannato.

Neal Shusterman è nato a New York nel 1962 ed è autore di libri per ragazzi e young adult di grande successi, ed è vincitore del National Book Award per Il viaggio di Caden. Tra le sue opere, oltre alla saga di Falce, ci sono anche DownsidersFull Tilt e Unwind La divisione. E’ anche autore di sceneggiature per il cinema e la televisione, oltre che di libri game, di racconti, saggi e novelizzazioni di serie TV come The X-Files.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: White Noise diventerà un film

15 gennaio 2021 by

Quando chiesi a Luigi Bernardi se mi consigliava di leggere Rumore Bianco di Don DeLillo mi disse sì, assolutamente, anzi si stupì che non l’avessi già letto. Così comprai l’edizione Einaudi tradotta da Mario Biondi e mi innamorai di quel libro, a prima vista si potrebbe dire. La notizia che il regista newyorkese Noah Baumbach lo adatterà per Netflix, con protagonisti Greta Gerwig (Babette) e Adam Driver (Jack Gladney) sulle prime mi ha incuriosito molto. Poi ho letto delle polemiche sul fatto che sia o meno un film filmabile e ho sorriso pensando alla faccia che avrebbe fatto Bernardi. Okey, Baumbach non ha mai tratto un film da un libro, e Rumore Bianco è un capolavoro proprio soprattutto per la scrittura molto entusiasta. Ma sì, penso in tutta onestà se ne possa fare un film, tutto è filmabile, se si ha un progetto in mente. Netflix sicuramente provvederà ai mezzi necessari per la realizzazione e noi spettatori non dovremo far altro che sederci in poltrona e guardare lo spettacolo. Le riprese inizieranno il prossimo giugno, la notizia sembra confermata, per cui polemiche o meno il film si farà. Vedremo chi scriverà la sceneggiatura, e se DeLillo sarà coinvolto, sempre che ne abbia voglia. Si sa scrivere una sceneggiatura è diverso che scrivere un romanzo, ma di precedenti illustri di grandi scrittori anche ottimi sceneggiatori ce ne sono, per cui stiamo a vedere.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021 by

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: In uscita – I capolavori di GEORGE ORWELL – a cura di Enrico Terrinoni

13 gennaio 2021 by

A settant’anni dalla morte di George Orwell, Newton Compton manda in libreria le opere del grande scrittore, tre volumi a cura dell’anglista e traduttore Enrico Terrinoni.  
Ne I capolavori (Newton Compton, I Mammut, pp. 960, euro 12,90) il lettore potrà leggere: La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi e a Londra;  Giorni in Birmania e infine Omaggio alla Catalogna. 
Ma Newton Compton rende anche disponibili, ciascuno in un volume a sé stante, i romanzi più noti di Orwell: 1984  e La fattoria degli animali (Newton Compton, I Minimammut, pp. 164, euro 5,90).   Un’occasione imperdibile dunque per riscoprire il grande scrittore che ha saputo scorgere nelle parole, come sottolinea Enrico Terrinoni nella sua introduzione, “un legame strettissimo con la politica, mostrandosi preoccupato dal declino del linguaggio”: «L’inglese si sta abbrutendo, perché i nostri pensieri si stanno facendo brutti e futili», argomentava Orwell. «Muoiono le metafore, abbondano le immagini trite, manca la precisione nelle descrizioni… C’è bisogno allora di opere metaforiche e allegoriche.»  Quelle opere indimenticabili, ancora attuali, che George Orwell ci ha regalato.

La fattoria degli animali (1945) è una favola in cui gli animali soppiantano gli umani espropriando la fattoria in cui lavorano sotto continui maltrattamenti. Dopo aver cacciato gli uomini la gestiscono autonomamente, fino a quando lo spirito rivoluzionario non sarà tradito e verranno a imporsi altre forme di sfruttamento: un’allegoria delle rivoluzioni trasformatesi in autoritarismi, o anche un esempio di letteratura per l’infanzia in cui si legge in controluce la lotta eterna tra giustizia e ingiustizia.

1984 (pubblicato nel 1949) è l’ultima opera di Orwell e il suo classico per eccellenza. Romanzo distopico, vede la storia di una società futuristica e disumanizzata, rigidamente divisa in classi e dominata da un’ideologia perversa che sovverte i valori basilari della civilizzazione, come anche i cardini della comunicazione, primo tra tutti il linguaggio. È, paradossalmente, sia una visione apocalittica dell’evoluzione del socialismo agli occhi di un autore anarchico, sia una feroce critica di tutti i capitalismi, colpevoli di proporre propagandisticamente visioni distorte della realtà.  

Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), l’opera prima di George Orwell, è un prezioso scritto che contamina autobiografia, invenzione e reportage, una perla della letteratura della working-class.  

Ma il primo, vero romanzo è Giorni in Birmania (1934), in cui Orwell demistifica l’imperialismo inglese, denunciandone il razzismo e svelando la falsa coscienza degli europei. Omaggio alla Catalogna (1938) è un resoconto personale della Guerra Civile Spagnola, a cui Orwell partecipò; la sua è una testimonianza diretta e al contempo un’opera di grande interesse storico. È anche il racconto di un’utopia, di quel sogno interrotto che condusse l’autore alla stagione delle distopie che lo avrebbe reso immortale.

George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato in India da una famiglia scozzese nel 1903 e morto a Londra nel 1950. Giornalista culturale, saggista, critico letterario, Orwell è oggi considerato uno dei maggiori autori di lingua inglese del Novecento. Partecipò alla guerra civile spagnola contro Franco; da posizioni socialiste, passò in seguito a una dura critica del regime staliniano. La Newton Compton ha pubblicato 1984, La fattoria degli animali e il volume unico I capolavori (La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi.

Enrico Terrinoni è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia. È autore della monumentale traduzione dell’Ulisse di Joyce, pubblicata dalla Newton Compton con grande successo di critica. Ha tradotto, tra gli altri, Muriel Spark, Brendan Behan, G.M. Flynn, B.S. Johnson, John Burnside, Miguel Siyuco. Collabora con «Il Manifesto». È autore di Oltre abita il silenzio, saggio “eretico” di teoria della traduzione.

:: LA PROMESSA DI CHLOE – CHLOE’S PROMISE di Barbara Panetta, a cura di Paola Rambaldi

13 gennaio 2021 by

Barbara Panetta, nata a Reggio Calabria, vive a Londra col marito tedesco e le due figlie trilingue “Con Emily e Lucy parlo in italiano e loro si rivolgono a me a volte in italiano e a volte in inglese. Col padre si esprimono in tedesco e a scuola usano l’inglese”.

Dopo la laurea in lingue, Barbara, si e trasferita a Buenos Aires per completare un master in linguistica sperimentale, gli studi linguistici e l’interesse per la psicoanalisi l’hanno poi portata a dedicarsi alla scrittura. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo Ricordi in movimento e si è a lungo occupata di traduzioni, collaborando anche con musicisti di fama internazionale. Scrive storie, cura antologie di racconti, e ama leggere favole alle sue figlie, spesso inventandole.
La storia di Chloe infatti è molto piaciuta alle bambine, tanto da condividerla con gli amici, così durante il Lockdown, Barbara, si è decisa a illustrarla con gli acquerelli proponendola in pubblicazione e destinandone il ricavato in beneficenza.
La promessa di Chloe, tradotto in italiano e inglese, è un libro dove si racconta dell’esausta Chloe, una formichina operaia che lavora senza sosta per raccogliere cibo per l’inverno, che chiede una pausa ai genitori con la promessa di un maggior impegno nei giorni a venire.
I genitori valuteranno se concedere o meno l’agognata pausa e Chloe e i fratellini saranno tenuti a mantenere la loro promessa.
L’acquerello ha colori morbidi che piacciono ai bambini e il libro è correlato da una colonna sonora creata appositamente da un musicista. L’aspetto musicale non va sottovalutato. Agendo in maniera irrazionale genera sentimenti nell’ascoltatore. E Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe adatta al testo affiancandola a pezzi conosciuti, associando a ogni frase e stato d’animo la giusta creazione musicale. Questo aiuta il bambino a ricordare meglio parole ed espressioni linguistiche e facilita l’apprendimento dell’inglese.
Per acquisire una buona pronuncia La promessa di Chloe può essere accompagnata dall’ascolto del video-libro Ant Chloe che trovate su YouTube
https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=4PPKo_m54SA

Le lingue si apprendono attraverso molti stimoli, incluso un libro che può essere letto dal genitore ai bambini, o in maniera autonoma da un bambino più grande seguendo la traduzione. Se anche il neonato non è in grado di comprendere ciò che ascolta, sa distinguere la lingua familiare da un’altra e le ricerche dimostrano che essere esposti a due sistemi linguistici diversi favorisce da sempre una sensibilità maggiore verso le componenti del linguaggio.
Il bimbo bilingue apprende che per ogni oggetto ci può essere più di un’etichetta ed è in grado di gestire due lingue contemporaneamente.
In questo caso i bambini si identificano con la formichina Chloe e i suoi fratellini, perché sono piccoli come loro. E nel loro piccolo sono capaci di intraprendere grandi percorsi e comprendere che chi semina raccoglie. Attraverso l’uso di un linguaggio semplice Barbara trasmette questo messaggio ai bambini.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve.

Io stessa, incuriosita, ne ho appena ordinato una copia da regalare a mia nipote Bianca di quattro anni.