Ci sono case che diventano quasi parte di chi ci abita. Non sono più solo stanze, con mobili, porte e finestre, ma serbano confidenze, litigi, risate, momenti difficili. Per Malù Ferrari, Ariel, Samuel e Kobe, via Atri 36 ormai è questo. Ah, poi non scordiamoci il quinto inquilino, Mycroft, il gatto nero che, di diritto ormai, vive la loro vita. Serena Venditto torna per raccontarci il suo piccolo universo, ma stavolta mette alla prova proprio ciò che li tiene insieme. Cominciamo da Malù, libraia, traduttrice e ricercatrice, e dalla sua settimana complicata: la discussione della tesi di dottorato è vicina, Marco, il suo fidanzato, sta per partire per la Svizzera, vorrebbe che lei lo seguisse, finiscono con litigare… Ma in via Atri arriva una notizia decisamente peggiore. Il padrone dell’appartamento sarebbe costretto a vendere e, se davvero fosse così, loro dovrebbero andarsene. Una brutta doccia fredda. Trovare casa a un prezzo abbordabile a Napoli non è certo facile. La città è sempre più affollata da strutture destinate ai turisti e gli appartamenti sul mercato, oltre a essere merce rara, costano un botto. Ma dietro l’inattesa decisione del proprietario si nasconde una vicenda drammatica: sua moglie è agli arresti domiciliari, accusata di avere ucciso il vicino. Pagare l’avvocato per difenderla costerà molto, moltissimo. Le circostanze dell’omicidio sembrano non lasciare spazio a dubbi. La donna è stata trovata accanto al cadavere con un coltello da cucina insanguinato in mano. È ancora sotto choc e continua a ripetere di non ricordare nulla. Si dice innocente, ma le prove sembrano raccontare un’altra storia. Storia che Malù e gli amici, però, non intendono accettare. Se la polizia crede di aver chiuso il caso accusandola, devono fare qualcosa, darsi una mossa. Bisogna trovare l’assassino onde evitare un trasloco… Anche perché per loro quell’appartamento è diventato il posto dove hanno riunito la loro famiglia elettiva. Con Malù come capo, sarà anche stavolta un’indagine sui generis, in cui il metodo investigativo lascia spazio all’intuizione, alla curiosità e a una buona dose di improvvisazione. Interrogatori poco ortodossi, improbabili incontri, un segreto piano B con visite alla ricerca di una nuova casa. Si parla d’arte, intervengono lezioni di yoga e alcune pause sentimentali si intrecciano alla caccia al colpevole. La soluzione è a portata di mano, anche se sembra avvicinarsi e allontanarsi continuamente, mentre emergono segreti che potrebbero cambiare certe apparenze.
Malù, con la sua curiosità e il suo fiuto, resta il motore dell’indagine, con Ariel che mantiene il suo ruolo di persona forte e positiva e Samuel e Kobe che completano un gruppo nel quale le differenze possono diventare un vantaggio. La professoressa Papararo guadagna spazio e personalità, confermandosi una figura importante nell’equilibrio della serie. E naturalmente Mycroft continua a fare il gatto, cioè a osservare il mondo con quella superiore indifferenza che gli consente di essere, contemporaneamente, presenza silenziosa e irresistibile protagonista. Poi c’è Napoli. Una Napoli diversa dalle cartoline, rumorosa, contraddittoria, capace di cambiare rapidamente sotto la pressione del turismo. La trasformazione degli appartamenti in bed and breakfast non resta una battuta sul mercato immobiliare, ma diventa uno degli elementi tramite i quali il romanzo guarda alla città contemporanea. Case che cambiano destinazione, quartieri che si trasformano, abitanti costretti a fare i conti con una realtà in cui trovare un alloggio può diventare un’impresa. Ma per fortuna la vena ironica di Serena Venditto impedisce alla trama di appesantirsi. Divertente è il gioco che fa con la voce narrante, rivolgendosi direttamente al lettore, e coinvolgendolo nella storia e affidandogli quella complicità che par quasi trasformarlo in un altro coinquilino di via Atri. Casa è dove noi, più che un giallo comunque brillante, appare soprattutto il racconto di un affetto. Sì, l’indagine serve a scoprire chi abbia commesso un omicidio, mentre la storia racconta piuttosto il bisogno di avere un posto nel mondo da chiamare casa. Anche quando è solo un appartamento di via Atri 36, condiviso da quattro coinquilini, un gatto nero e… ohimè, parecchi guai.
Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale. Ha esordito nella narrativa con la commedia Le intolleranze elementari (Homo Scrivens, 2012). Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori Aria di neve, il primo volume della serie gialla dedicata al gatto Mycroft e ai quattro coinquilini di via Atri 36, seguito da L’ultima mano di burraco (2019), Grand Hotel (2021), Commedia gialla con gatto nero (2023), Sette vite come i libri (2025). Gli stessi personaggi compaiono nell’antologia Gatti neri e vicoli bui (Homo Scrivens, 2022) e in E cosy sia (Giallo Mondadori Big, 2024). Nel 2025 è uscito il suo podcast narrativo E alla fine arriva il gatto, prequel della serie dei romanzi, prodotto da Mondadori Studios. Collabora con Homo Scrivens in qualità di editor e come direttrice della collana dedicata al giallo. Cura la rubrica #Barsport per il sito Napoliclick.
Uscito il 21 luglio per Fazi, Lo speziale di Steinbrueck è il romanzo d’esordio di Matteo Mantoani, un giallo storico che racconta con penna spigliata e ritmo incalzante le indagini del mercante e speziale Gottlob Kramer. Ritornato nel suo paesino di origine, Orgnasso, nel Friuli di inizio ‘700, Gottlob (nato Giacomo d’Andrea) rinviene il cadavere mutilato di una donna sulla riva del fiume Meduna, rendendosi conto che non si tratta di una semplice morte per annegamento ma di un caso di omicidio. Il protagonista sarà aiutato nelle indagini dal figlio della vittima, Nicola, ma soprattutto dalla sua mente arguta. Mentre cercherà di risolvere il caso senza svelare le sue vere origini si imbatterà in bande di briganti, formule alchemiche e segreti tenuti nascosti, ma durante la permanenza nel borgo di Orgnasso riaffioreranno anche i ricordi del passato. Il racconto si snoda infatti su tre piani temporali: l’infanzia del piccolo “Iacum”, segnata dalla miseria e la malattia (1693), l’apprendistato nella spezieria della città austriaca di Steinbrueck (1701) e la maturità (1738), in cui il protagonista, oltre a cercare di fare luce sul mistero, è chiamato a interrogarsi sulle scelte compiute nella sua vita, sui legami familiari e affettivi e sul vero significato della ricchezza (particolarmente eloquente è il proverbio friulano citato in epigrafe: Chel ch’al à dut, nol à nuie, vale a dire “Chi ha tutto, non ha niente”). Sullo sfondo, anche i conflitti sociali e le tensioni politiche dell’epoca: la decadenza dei potentati locali, la piaga del brigantaggio, l’instabilità della Repubblica di Venezia e la minaccia dell’Impero ottomano.
Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del romanzo, Matteo Mantoani.
Benvenuto Matteo su Liberidiscrivere! Grazie per aver accettato questa intervista. Partiamo da una tua presentazione. Classe 1987, una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, ma anche una grande passione per la lettura. Come è stato approcciare il mondo dell’editoria?
Ciao a tutti e grazie per l’invito! La fisica è solo una delle mie passioni, leggo e scrivo fin da piccolo, al liceo non sapevo scegliere la mia materia preferita, tanto che prima di iscrivermi all’università ho avuto l’infatuazione per qualunque facoltà, da filosofia a lettere antiche. Ho poi scelto fisica perché immaginavo che fosse la materia più difficile da portare avanti per proprio conto, e che servisse appunto la partecipazione a un corso di studi strutturato per poterla apprendere. Aveva ragione lo scrittore Robert Heinlein: “la specializzazione va bene per gli insetti”.
Nei miei ritagli di tempo porto avanti pian pianino i miei interessi, tra cui quello della scrittura. Solo dal lockdown del 2020 però ho iniziato a unirmi a community online e a studiare seriamente scrittura creativa. L’approccio col mondo dell’editoria è una cosa molto recente, ed è avvenuto nel modo più classico possibile: ho inviato il mio manoscritto all’editore che poi mi ha ricontattato per discuterne la pubblicazione. Certo, per arrivarci ho fatto diversi tentativi partendo dalle case editrici piccole e a distribuzione locale ma, paradossalmente, il progetto è andato in porto solo alzando il tiro.
Lo speziale di Steinbrueckè il tuo romanzo d’esordio, ma ricordiamo che hai già pubblicato il racconto “Il vestito dello sbilf” sui Gialli Mondadori, con cui hai vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Questo racconto ha molto in comune con il tuo romanzo: i personaggi, l’ambientazione friulana settecentesca, l’uso del friulano e del veneziano, i riferimenti alchemici… Puoi raccontarci qualcosa di più sulla genesi di entrambi?
“Scrivi di quello che sai”, dicono sempre i manuali di scrittura. Quando mi sono messo a scrivere il mio romanzo, più o meno a metà del 2022, ho attinto alla mia infanzia e ai miei studi sulla cultura e sulla storia della mia regione. Ho terminato l’ultima stesura del romanzo nella primavera del 2023, poco prima che si presentasse l’occasione di inviare un racconto al Termini Book Festival, che al tempo collaborava con il forum di scrittura dove mi allenavo, minuticontati.com. I miei studi erano ancora freschi, così ho pensato di scrivere un’altra storia in un paesino friulano, con delle indagini da svolgere e dei personaggi sopra alle righe. Il racconto e il romanzo hanno così dei punti in comune, ma sono storie separate e con personaggi diversi. Uno tra tutti è Vanni, l’assistente del podestà che, nel racconto, è un uomo forte e possente, ma bonaccione e ingenuo. Accanto all’investigatore, più razionale e metodico, Vanni assume il ruolo di una spalla comica e credo che penserò a qualcosa di simile se mai scriverò ancora una storia di questo tipo. La vittoria è stata un’incredibile sorpresa, mai avrei pensato che un racconto ambientato in Friuli potesse farsi strada in un festival organizzato da una città siciliana.
Quanto è stato lungo il processo di documentazione? Per le ricette degli speziali hai consultato erbari dell’epoca?
Potendo studiare solo nei ritagli di tempo, e dovendo a volte compiere lunghi tragitti per visitare musei o recuperare le copie dei saggi che mi interessavano (tutti presi nelle biblioteche della provincia di Udine e Treviso), ho sentito di avere abbastanza materiale solo dopo più di un anno di lavoro. La parte sugli speziali è stata più semplice, perché esistono numerosi studi consultabili gratuitamente online o volumi pubblicati centinaia di anni fa e liberi da diritto d’autore che Google ha raccolto in GoogleBooks, ho così potuto recuperare una copia in latino della Pharmacopoeia Augustana, un antico ricettario farmaceutico usato nelle spezierie nel Settecento. Leggerlo è stato come aprire il vaso di Pandora, l’incredibile quantità di ricette curiose e di ingredienti improbabili mi hanno convinto a farne uso per il mio romanzo e così ho sfruttato l’occasione per far diventare Giacomo uno speziale.
Questo è un romanzo dalla forte identità friulana, ma è anche uno spaccato di vita quotidiana che racconta, con passaggi di crudo realismo e personaggi al limite del grottesco e del tragicomico, condizioni di «superstizione, miseria e ignoranza» (p. 185). Era importante per te partire dalla storia locale per scrivere un racconto di fantasia?
Assolutamente sì. Il Friuli è una terra che il vasto pubblico conosce molto poco, ma che è ricca di una storia e una tradizione che non ha nulla da invidiare a quelle di luoghi più noti, anche se resta comunque ancorata a un’identità che fa i conti con una lunga storia di povertà. Soprattutto durante il dominio veneziano, come tutta la terraferma, era visto dai padroni come una terra da sfruttare, una colonia, e non un ambiente da far crescere e prosperare. Immaginare la vita delle persone che ci vivevano non è così difficile, perché la povertà del Friuli fa parte anche della storia recente. Nel mio paese d’origine, Cavasso Nuovo, esiste un importante museo dell’emigrazione che raccoglie dati e testimonianze di friulani che, anche in epoca recente, partivano con nulla in tasca in cerca di fortuna, soprattutto nelle Americhe. La storia della Carnia, nelle montagne di frontiera con l’Austria, racconta anche dei “cramars”, i mercanti alpini che affrontavano lunghi e pericolosi viaggi per montagne infestate da banditi e cacciatori di taglie per raggiungere le terre dell’impero fino a spingersi, in alcuni casi, addirittura fino in Transilvania. Il bisogno crea un impulso a reinventarsi e a rischiare, pur di non morire di fame. Nel romanzo, in qualche modo, spero di avere un pochino omaggiato lo spirito di intraprendenza, la resistenza e la forza di volontà del popolo friulano.
La prospettiva storica è molto presente nel romanzo. Da un lato abbiamo un’accurata ricostruzione storica, dall’altro una riflessione sui conflitti sociali dell’epoca (come l’ascesa del ceto mercantile che avrebbe portato allo scoppio della Rivoluzione francese, come alludi nel romanzo). È un periodo storico che conoscevi bene o che ti appassiona?
Mi appassiona molto perché è un momento di transizione e pieno di contraddizioni. Da un lato la spinta a rinnovarsi e a creare un mondo nuovo, dall’altra la forza di antiche tradizioni e scienze che costituivano un retaggio medievale difficile da abbandonare. L’esempio più lampante è costituito dalla figura di Isaac Newton, il fondatore del moderno metodo scientifico e genio assoluto, ma comunque fervente sostenitore di Aristotele e praticante dell’alchimia. Nel Friuli del periodo, le lotte sociali si ponevano su diversi piani, sia tra ricchi, ovvero tra nobili e mercanti, ma anche tra poveri, ovvero i vicini e i sottani. Il conflitto era all’ordine del giorno, in una società in decadenza e in uno stato, quello veneziano, sempre meno forte e più indebitato. Bastava una piccola scintilla per far esplodere questa polveriera e alla fine del secolo ci avrebbe pensato Napoleone.
La dimensione autobiografica mi sembra molto presente nel tuo romanzo, a cominciare dal protagonista, Gottlob, che è un po’ un tuo alter ego: come te è nato in Friuli ma ha studiato in Germania. C’è poi un riferimento alle scoperte di Newton, che rimanda al tuo campo di studi, la fisica. Infine, per Orgnasso ti sei basato sui tuoi ricordi di infanzia?
C’è chi si è accorto che Giacomo nasce nel 1687, esattamente 300 anni prima di me. Certamente io e Giacomo abbiamo delle cose in comune e per costruire la sua storia mi sono basato su esperienze che realmente ho vissuto. Alcuni episodi della sua infanzia sono reali, come per esempio l’episodio in cui i ragazzini cercano di dividere in tre i resti di una colonna della chiesa (quando ero piccolo ero andato a giocare con degli amichetti su un cumulo di macerie risalenti al terremoto del ’76, prima che il sacerdote ci allontanasse in malo modo). Gli episodi in cui Giacomo impara il tedesco sono anche ispirati alla mia fatica di imparare quella lingua durante gli anni trascorsi in Germania, la frase di Hans: “per imparare una lingua straniera devi amoreggiare con una ragazza del posto” mi è stata veramente detta dal mio referente universitario tedesco. Giacomo, crescendo, sviluppa però un caratteraccio che non ha nulla a che vedere col mio 🙂
Quello che trovato più originale è il tuo gusto per l’ironia, cosa non così comune in un romanzo storico. Un linguaggio spigliato, frizzante, che non si risparmia espressioni colorite e termini dialettali, ma senza pretese di aderenza filologica. Quali sono state le tue ispirazioni stilistiche?
Una mia zia anziana mi ha confidato che, leggendo il libro, ha ritrovato la parlata delle persone della sua generazione, persone di madre lingua friulana che parlano in italiano traducendo dal friulano. Infatti, per delineare il linguaggio di Gottlob in modo coerente, avrei dovuto ispirarmi alla lingua tramandata da Goldoni, ma il risultato sarebbe stato troppo artificioso e ridicolo, ho scelto allora di riprodurre il linguaggio dei miei vecchi zii e la predisposizione di uno di questi a brontolare e a lasciarsi andare in battute spaccone. Il risultato è un mix unico tra cadenza friulana, linguaggio forbito e quel pizzico di anarchia che fa diventare tutto comico.
E da un punto di vista letterario? Gottlob e Nicola mi sono sembrati un po’ Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk de Il nome della rosa (come nella scena dell’autopsia o se si pensa all’interesse di Eco per Athanasius Kircher), ma alle volte il protagonista ricorda un hardboiled detective. I bravi, le angherie del signorotto locale, la malattia mi hanno fanno pensare ai I promessi sposi…
Ogni romanzo di questo tipo fa un po’ i conti con Umberto Eco, il capostipite di tutto il filone del giallo storico. Certo, nell’approccio mi sono ispirato a lui, soprattutto alla sua propensione alla pianificazione minuziosa (si dice che Umberto Eco, prima di mettersi a scrivere il suo romanzo, avesse perfino stabilito quanti scalini dovesse avere la biblioteca dell’abbazia). Nicola è certamente una spalla per Gottlob e il rapporto maestro/allievo è uno degli aspetti su cui più ho investito durante la stesura del romanzo (soprattutto tra Giacomo e Rolf, ma anche tra Gottlob e Nicola). Anche il paragone con I Promessi Sposi ci sta anche se è più involontario, il conte de Agris ha diverse cose in comune con don Rodrigo, ma è una figura molto più tragica e che ispira compassione.
Nel ringraziarti ti chiedo cosa ti piacerebbe scrivere in futuro. Stai già lavorando a un altro progetto?
Ho tantissime idee, troppe. Innanzitutto, ho altre storie con gli stessi personaggi de Lo Speziale, in altri momenti della vita di Giacomo. Il mio sogno, però, è riuscire a scrivere un romanzo storico con protagonista un famoso alchimista del Quattrocento su cui sto ancora documentandomi: la storia dell’alchimia è una materia complicata ma estremamente affascinante. Per mia figlia, ho già in mente un romanzetto con protagonista un animale che deve fare i conti con un bosco colpito da una maledizione. Ho anche diversi romanzi nel cassetto, uno è di fantascienza ed è ambientato a Trieste.
Insomma, dipende tanto da come andrà Lo Speziale, ma la voglia di continuare a portare avanti questa passione c’è eccome, e farò di tutto per riuscirci.
Matteo Mantoani (Maniago PN, 1987), dopo aver conseguito una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, si è trasferito a Treviso, dove lavora per una nota compagnia di assicurazioni. Da sempre avido lettore, ma anche interessatissimo alla storia della sua terra, ha pubblicato all’interno di un Giallo Mondadori un racconto, Il Vestito dello Sbilf, con cui ha vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Un altro suo racconto, La donna dei Melograni, ha ricevuto una menzione d’onore nell’edizione 2024 dello stesso concorso. Lo speziale di Steinbrueck è il suo primo romanzo.
Source: libro inviato all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fazi Editore.
La raccolta Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un’opera poetica fortemente attraversata dalla memoria, dalla storia, dal mito e dalla riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. Già la Prefazione di Daniele Macris offre una chiave interpretativa significativa, individuando nella poesia di Catalfamo una tensione costante tra pensiero e realtà, tra la tradizione culturale e la necessità di confrontarsi criticamente con il presente.
Il poeta non si limita infatti a evocare il passato, ma lo interroga per comprenderne la permanenza nel presente e per individuare, attraverso la conoscenza, la possibilità di un cambiamento. In questo senso, il titolo stesso della raccolta, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito, sintetizza una poetica fondata sul superamento dei confini tradizionali tra poesia, filosofia, storia e realtà quotidiana. L’«ultrafilosofia» non appare come una fuga nell’astrazione, ma come un pensiero che nasce dall’esperienza concreta e ritorna ad essa. Nel componimento Ultrafilosofo, il riferimento a Leopardi e alla sua concezione della civiltà si intreccia con la figura dell’«intellettuale corsaro», ereditata dalla memoria paterna. L’intellettuale autentico è così colui che non si limita a ripetere un sapere già codificato, ma attraversa criticamente la realtà, cercando di «capire / per poi agire». La conoscenza assume quindi una funzione etica e civile: comprendere il mondo diventa il presupposto per intervenire su di esso.
Uno dei nuclei più significativi della raccolta è proprio il rapporto tra memoria, storia e identità. In testi come La storia siamo noi,Le due città e Vecchio ciclostile, la memoria individuale si allarga progressivamente fino a diventare memoria collettiva. Il passato non viene presentato come un luogo immobile e nostalgico, ma come una dimensione ancora presente nella coscienza degli individui e delle comunità. Anche gli oggetti, i luoghi e le figure del passato diventano depositari di una storia che rischierebbe altrimenti di essere cancellata. Il poeta recupera dunque ciò che la modernità tende a marginalizzare e lo restituisce a una memoria capace di interrogare il presente.
La stessa funzione assume il mito. Catalfamo non lo utilizza come semplice repertorio di immagini classiche, ma lo sottopone a un processo di rilettura e di demitizzazione. In Il mito di Orfeo, per esempio, la figura mitica viene ricondotta a una dimensione razionale e storica attraverso il confronto tra Apollo, Ermes e Dioniso. Il mito, privato della sua aura intoccabile, diventa così uno strumento per comprendere le contraddizioni dell’esperienza umana. Anche in Miti siculo-greci il patrimonio mitologico appare stratificato attraverso epoche, religioni e culture diverse: il sacro e il profano, il cristiano e il pagano, la vita e la morte convivono in una memoria culturale complessa. Il mito, pertanto, non appartiene esclusivamente al passato: continua a vivere nelle forme attraverso cui una comunità interpreta se stessa.
Particolarmente interessante, in una prospettiva comparatistica, è il modo in cui questa continuità culturale emerge nella rappresentazione della vita quotidiana e soprattutto delle figure femminili. Le donne della raccolta non sono semplicemente personaggi inseriti in un determinato ambiente sociale; attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro giudizi e persino i loro sentimenti diventano luoghi di trasmissione di codici culturali. La cultura, infatti, non sopravvive soltanto nelle grandi opere o nelle istituzioni, ma anche nei comportamenti quotidiani e nelle relazioni interpersonali. Perfino sentimenti socialmente negativi, come l’invidia, possono rivelare la persistenza di modelli culturali e di forme di mentalità trasmesse attraverso le generazioni. Questa dimensione rende la rappresentazione femminile particolarmente significativa: la donna può essere al tempo stesso custode di una tradizione e spazio nel quale tale tradizione viene trasformata.
Demetra contadina costituisce, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti. La figura mitologica viene riportata nella concretezza della dimensione contadina e quotidiana, dove il rapporto con la terra, il cibo, i cicli naturali e i rituali assume un valore culturale profondo. Il mito non è più lontano dalla realtà: si incarna nella vita concreta e nella memoria di una comunità. È proprio attraverso questo processo che Catalfamo riesce a trasformare il patrimonio mitico in una forma di conoscenza del presente.
Un altro aspetto particolarmente significativo della raccolta riguarda la figura del docente e il rapporto conflittuale tra l’intellettuale e l’istituzione educativa. In questo caso la scuola e l’università non vengono rappresentate soltanto come luoghi di trasmissione del sapere, ma anche come spazi nei quali può emergere la tensione tra conoscenza autentica e burocratizzazione del sapere. Il docente, chiamato a educare e a trasmettere cultura, può trovarsi in contrasto con meccanismi istituzionali che rischiano di trasformare l’istruzione in una pratica puramente amministrativa. La figura dell’intellettuale acquista quindi una dimensione di resistenza: non deve limitarsi a riprodurre ciò che l’istituzione stabilisce, ma deve conservare la capacità critica necessaria per interrogare le strutture nelle quali opera.
In questo quadro assume particolare rilievo il verso «è l’istruzione l’arma / della libertà», che sintetizza una delle convinzioni civili più forti presenti nella raccolta. L’istruzione non rappresenta semplicemente l’acquisizione di conoscenze, ma una possibilità di emancipazione. Tuttavia, perché possa svolgere realmente questa funzione, il sapere deve mantenere la propria libertà critica. È la stessa tensione che ritorna in Processo, dove il riferimento a Socrate richiama il conflitto storico tra la ricerca della verità e il potere che pretende di controllarla. La figura socratica diventa così emblematica di un intellettuale che accetta il rischio del pensiero pur di non rinunciare alla propria autonomia.
Anche Tersite, Stalin, Peppe Trelire, Carràci, Quatarone e La Lupa contribuiscono, attraverso registri e figure differenti, alla costruzione di una poesia che rifiuta la separazione tra grande storia e piccola storia, tra mito e quotidianità, tra cultura alta e cultura popolare. Catalfamo recupera personaggi, luoghi e memorie marginali per inserirli in una più ampia riflessione sulla società e sulla condizione umana. La sua poesia procede quindi per sovrapposizioni: il passato dialoga con il presente, il mito con la storia, la cultura popolare con quella classica, l’esperienza individuale con la memoria collettiva.
In definitiva, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito può essere letto come un invito a guardare indietro non per rifugiarsi nel passato, ma per comprendere meglio il presente e preparare il futuro. La memoria diventa coscienza storica, il mito diventa strumento critico e la poesia diventa una forma di conoscenza capace di trasformarsi in azione. È proprio in questa continua oscillazione tra passato e presente, tra eredità culturale e necessità di rinnovamento, che risiede la vitalità della raccolta.
Questa è, in definitiva, la mia personale lettura e percezione dell’opera, maturata dal mio punto di vista di studiosa egiziana e docente di Letteratura italiana comparata. Una prospettiva che mi ha permesso di cogliere nella poesia di Catalfamo non solo il dialogo tra mito, memoria e contemporaneità, ma anche la profonda vitalità del rapporto tra cultura, identità e realtà.
Ponte San Giacomo e Pisa. Nel proprio laboratorio privato di analisi (aperto da un paio d’anni in località La Fontina) un bel dì del 2026 la 49enne bravissima esperta di chimica sopramolecolare Serena Martini riceve la visita della giovane benestante altissima architetta Chiara Sbrana con la bustina contenente un pizzico minimo di polvere grigiorossa. Vorrebbe sapere se ci sono dentro metalli pesanti, amianto, composti organici, attraverso una microscopia elettronica a scansione, preventivo accettato di seimilacinquecento euro. L’11 febbraio le consegna i risultati e le invia la fattura via Whatsapp (il pos non funzionava, stavano installando la fibra), ma la tizia scompare e quasi tre settimane dopo l’amica sovrintendente Ana Corinna Stelea prima le consiglia di rivolgersi a un avvocato, successivamente le comunica che è stata infine identificata la vittima di un investimento d’auto avvenuto il 13 febbraio, si tratta proprio della cliente. Dovranno collaborare ancora, Serena sarà addirittura indagata. Lei convive con i due figli in piena dipendente età scolastica, da accudire nutrire accompagnare, Pietro (verso i diciassette anni, studia violoncello) e Martino (quattordici, si allena con lo judo) e il pur ottimo marito (da oltre venti anni) Virgilio Rossi, acuto casinista straordinario (la suocera Augusta Pino incombe) e professore ordinario di Intelligenza Artificiale a Informatica all’Università di Pisa. Possiede, invero, uno straordinario olfatto (organico) e fiuto per i guai. Corinna, invece, indaga senza annusare, con buon piglio e rigore giuridico, alta un metro e novantuno, capelli biondi e occhi grigi orlati di verde, bellissima e intelligente, non sposata né fidanzata, senza figli. Sbrana è stata assassinata, aveva un fidanzato e un collega di studio, la polvere poteva forse essere di un affresco nascosto, antichissimo magari, era in corso un corposo progetto di ristrutturazione; qualcosa comunque di prezioso e artistico. Servono a entrambe scienza e competenza.
La chimica scrittrice Samantha Bruzzone (Genova, 1974) e il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) sono effettivamente sposati da quasi una venticinquina d’anni, entrambi prematuramente appassionati di enigmi anche per deformazione professionale. Nel loro terzo divertente efficace bel giallo d’investigazione a quattro mani fanno ancora di continuo riferimento alle differenze fra fiction e no fiction, fra letteratura (Maigret) o cinema (serie) e realtà, continuano a scherzare spesso, ben venga! Malvaldi è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata famosa serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le umoristiche avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. Insieme hanno già scritto vari libri per ragazzi e la moglie era sempre ringraziata dal marito per il contributo preventivo alle stesure dei testi. Nei loro romanzi la narrazione al passato alterna i capitoli o i paragrafi narrati liberamente in prima persona femminile da Martini (Martini&Rossi la coppia), la coautrice in prima stesura (in genere numeri nel titoletto), ai capitoli o ai paragrafi sulla poliziotta Stelea, esposti in terza da un narratore maschile esterno, il coautore in prima stesura, che spesso si manifesta per pratica ironia (nel titoletto le relative disposizioni del codice penale o di procedura penale). Il riuscito godibile effetto è la “fusione di punti di vista” di genere. Il titolo fa riferimento a una farsa di Rossini del 1812 (che per lungo tempo sembrava andata perduta), la solita storia della ragazza sopra e del ragazzo sotto, lui dovrebbe salire e la seta è robustissima. Le acrobatiche, continue e simpatiche digressioni sul lato comico o paradossale o assurdo o triste o amorevole della vita questa volta ruotano pure intorno a una valigetta scomparsa e al soggiorno pisano di Keith Haring, fatto salvo che l’intreccio resta giallo e il dipanarsi della vicenda un’indagine criminale per scoprire il colpevole. Il brindisi si fa con Franciacorta, Riserva Moretti di Bellavista.
Classico della letteratura coreana novecentesca La pace sotto il cielo di Ch’ae Man-sik (1902-1950) è un romanzo che racchiude una feroce satira della società coreana della prima metà del Novecento, durante il dominio coloniale giapponese. L’edizione italiana, tradotta da Giulia Donati, è stata pubblicata quest’anno da Bonfirraro Editore, offrendo ai lettori italiani la possibilità di avvicinarsi a un’opera fondamentale della narrativa coreana moderna. Edito inizialmente a puntate nel 1938 sulla rivista Chogwang, fu ripubblicata successivamente in volume solo nel 1948 con il titolo definitivo appunto di “pace sotto il cielo”. Ma di che pace parliamo? non certo la nobile pace frutto di giustizia, uguaglianza e benessere condiviso. La pace è qui l’unico quieto vivere di mastro Yun, un anziano e ricchissimo proprietario terriero che si è ulteriormente arricchito praticando l’usura. Gretto, meschino, sgradevole, vorrebbe vivere per sempre per non separarsi dalle sue immense ricchezze e guida una famiglia altrettanto allo sbando. L’avidità, la grettezza, il sopruso sono mascherati da un’apparente bonarietà e a un culto per il quieto vivere pur sotto il giogo giapponese. Il tutto si incrinerà solo nel finale quando il nipote invece di portare prestigio alla famiglia con una carriera onorevole viene arrestato come socialista. Invece di scrivere un pamphlet politico Ch’ae Man-sik usa l’ironia per rendere più incisiva la critica a un mondo raccontando la storia di una famiglia che vive a Seoul egoisticamente arroccata nei suoi privilegi.
Ch’ae Man-sik (1902–1950) è considerato uno dei più importanti scrittori coreani del Novecento. Maestro della satira sociale, ha raccontato con ironia corrosiva e profonda lucidità critica le contraddizioni della Corea del suo tempo, segnata dal dominio coloniale giapponese e dall’impatto della modernizzazione. Le sue opere, oggi classici della letteratura coreana, uniscono realismo, umorismo e denuncia morale, offrendo un ritratto impietoso e profondamente umano della società e dei suoi squilibri.
È arrivato in Italia il primo diario di Ruby Fox: “Really Ruby” creato da Maddie Frost ed edito da Gallucci. La protagonista, una vivace e simpatica ragazzina, scrive questo diario e lo condivide con noi lettori raccontandoci la sua famiglia, la mamma, il papà e il fratellino, i suoi amici. Un mondo un po’ strambo, a tratti surreale, ma divertente, dove non mancano i desideri, le aspettative e le liste di cose da fare, compreso l’andare al campo estivo con la sua migliore amica: Riley. Peccato che questa gioia frizzante di Ruby si interrompa nel momento in cui la protagonista scoprirà di doverci andare da sola al Campo Pineview, in Vermont. Purtroppo non le servirà a nulla fingersi malata per convincere la madre a tenerla a casa. Ruby parte, da sola e anche di malavoglia, triste e sconsolata ma con il suo inseparabile diario che diventerà il testimone dell’esperienza di un mese al campo estivo. Un vacanza che si rivelerà qualcosa di completamente nuovo ed entusiasmante non noioso come la piccola protagonista pensava. L’esperienza al camp sarà piena di inaspettate sorprese che daranno forma a nuove amicizie e tante avventure diverse tra loro, come balli, pigiama party, amicizie nuove e costumi da bagno che non sempre stanno al loro posto. Il libro creato da Maddie Fox (il primo di una serie) è spassoso, divertente e fatto come un vero e proprio diario, con scritte e disegnini tipici di una ragazzina che sta crescendo e sta affrontando la vita e le emozioni che la caratterizzano. “Really Ruby” è un viaggio nelle avventure, disavventure e intoppi che caratterizzano la vita della piccola Ruby e di quel mondo che sembra un po’ strampalato, anche se poi così strampalato non è. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.
Maddie Frost è cresciuta negli Anni Novanta in Massachusetts, forse guardando troppa TV. Prima disegnava i personaggi dei suoi programmi preferiti, poi si è messa a creare i propri. Finché qualcuno ha cominciato a pagarla per disegnare e scrivere storie, e incredibilmente alcuni dei suoi libri sono persino diventati dei bestseller. (fonte bio. sito Gallucci)
Ci sono persone che sembrano bravissimi a risolvere i problemi… ma solo se si parla di quelli altrui, perché davanti invece ai propri, si bloccano. E qui vediamo che Debbie Mullen fa senz’altro parte della prima specie. Da anni, con la sua rubrica Cara Debbie, ha letto e risposto agli sfoghi e alle lamentele di tante donne di Hushingam, New England. Poi per ognuna ha cercato di trovare il consiglio giusto, di dare buoni suggerimenti ecc. Fino a quando… Ma non anticipiamo le conclusioni. Debbie oltre a collaborare con la piccola rivista cittadina è una casalinga. Ha due figlie adolescenti che mettono continuamente alla prova la sua tranquillità, e un marito, Cooper, commercialista poco ambizioso, timido, ma presente e affettuoso. La sua famiglia naviga nel mare della “normalità” con alcune inevitabili tensioni giornaliere. Certo è che dietro quella “normalità” per Debbie c’è solo insoddisfazione. Al secondo anno di università infatti un trauma l’ha costretta a mollare e rinunciare a un percorso universitario che si presentava di successo. Poi, per fortuna, ha incontrato Cooper, ha accettato di sposarlo e hanno avuto due figlie. Lavorano entrambi per mandare la prole a una buona scuola e coprire il mutuo per l’acquisto della casa in un quartiere di livello, Debbie si dedica al suo giardino, in cui coltiva coloratissimi papaveri da oppio…, sfoga il suo interesse e bravura per la tecnologia, creando applicazioni che installa sui telefoni di famiglia e fa di tutto per essere gradita alle vicine, più ricche e che ritiene più fortunate di lei… Poi naturalmente si sforza di accordarsi con flirt e problematiche scolastiche delle figlie… Tenere la rubrica di posta: Cara Debbie con la la quale continua ad aiutare donne sconosciute a giostrare in vite sentimentali e domestiche complicate, le piace ma … forse non ha mai davvero superato quel trauma del quale non ha mai detto qualcosa a nessuno e tanto meno al marito. Poi… quella risposta di getto a una lettera e la sua vita comincia a diventare un casino. Il suo lavoro salta, le figlie paiono sbalestrate e persino Cooper, il marito apparentemente più innocuo del mondo, sembra nascondere qualcosa. Che la sua vita stia perdendo i punti di riferimento? Dava suggerimenti alle altre: non sarà arrivato il momento di pensare a sé? Insomma Debbie comincia a cambiare. Da donna tranquilla, sempre ragionevole e disponibile, mostra reazioni imprevedibili, man mano più inquietanti. Quanto può diventare pericolosa una persona apparentemente innocua quando decide di non esserlo più?
Debbie è senza dubbio un personaggio strabordante. Non l’eroina positiva alla quale affidarsi. È una donna dotata di ironia e intelligenza ma, frustrata, diventa diversa e persino vendicativa. Insomma, dietro le sue fantasie, salta fuori qualcosa di molto umano: la stanchezza di essere sempre quella che comprende, perdona, aggiusta e cerca di tenere tutto sotto controllo. Ragion per cui decide che il troppo sia troppo. Suo marito, Cooper rappresenta l’altro risvolto dell’ambiguità. Si sente inferiore a Debbie, convinto di non meritarla, si sente in colpa cela qualcosa. Dovrebbe trovare la forza di parlare? E mentre tre voci narrative Debbie, Cooper e l’amica di Debbie, Harley si alternano, molto degli avvenimenti cominciano a cambiare. Frieda McFadden con Cara Debbie intriga e diverte. I capitoli brevi del romanzo e i suoi continui cambi di prospettiva garantiscono una storia costruita per alimentare curiosità e sospetto. I colpi di scena non mancano e, cosa che non guasta, magari rimettono tutto in discussione. Con Cara Debbie non reinventa il domestic thriller e non pretende di farlo. Si serve di un meccanismo consolidato e lo affida a una protagonista in grado di portare nella trama una buona dose di ironia e di cattiveria. Forse non raggiunge stavolta il livello di Una di famiglia eccetera, ma riesce a suscitare abbastanza curiosità da spingere i lettori a voltare pagina per capire dove si voglia arrivare. Ma forse il trucco sta proprio qui: cosa succede a una donna abituata a dare consigli, quando decide di ignorarli? Se si guarda bene tutte le persone anche le migliori hanno dei limiti. E Debbie scoprirà quanto possa diventare gratificante superarli.
Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con oltre 56 milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina, Cara Debbie e The Dinner Party. Per saperne di più: http://www.freidamcfadden.com
Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro. Vent’anni dopo infatti Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera. Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza. Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia. Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi. Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi. Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti. Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo. Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro. Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece… La serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto… A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla? Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto. L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false. Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati. Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie… Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie, mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista. Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.
Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.
Estate 1970: Adriano è un giovane giornalista del Corriere della Sera e si trova a essere collega del famoso scrittore Dino Buzzati. Il ragazzo ha da poco perso il padre in circostanze poco chiare e non se ne dà pace. Un aiuto inaspettato gli giunge proprio dall’illustre collega, che lo invita a una festa in un’elegante villa sul Lago di Como, il cui proprietario è l’enigmatico conte Sabadin. Qui Adriano fa la conoscenza del noto sensitivo Gustavo Adolfo Rol, che decide di effettuare uno dei suoi famosi esperimenti. Tramite un apparecchio commutatore fa squillare un telefono e chiede ad Adriano di rispondere. Dall’altra parte arriva la voce di Luciano, il padre morto. Dopo un primo, comprensibile attimo di smarrimento, il giovane chiede al genitore come e perché sia stato ucciso e soprattutto da chi. A questa seguiranno altre telefonate, che permetteranno di far venire alla luce la verità.
Il telefono rosso è un breve e originale romanzo di Andrea Peirone, pubblicato da Bibliotheka Edizioni. Accanto al personaggio di Adriano troviamo figure realmente esistite, come il giornalista e scrittore Buzzati e il sensitivo Rol. Il romanzo alterna le vicende di Adriano a quelle di suo padre, narrate in prima persona e ascoltate dal giovane tramite il particolare apparecchio. Apprendiamo così che Fosco, fratello di Luciano e zio di Adriano, aveva lasciato moglie e figli per convivere con un’altra donna. A un certo punto, lo stesso Fosco era sparito e si era immischiato in un brutto giro con gente poco raccomandabile. Il fratello aveva fatto di tutto per rintracciarlo e alla fine ci era riuscito, pagando, però, un prezzo altissimo. Il romanzo mescola alcuni elementi del giallo con risvolti storici e politici, essendo ambientato alcuni mesi dopo la strage di Piazza Fontana. Il tocco “sovrannaturale” è dato dalla presenza di Rol e del suo apparecchio, che permette di comunicare con l’aldilà. Molto intense sono le pagine che raccontano del breve ricongiungimento tra i due fratelli. Così come l’ultimo contatto telefonico fra padre e figlio, in cui Luciano e Adriano riescono a dirsi ciò che non si erano mai detti di persona. Il tutto sullo sfondo del Lago di Como e di alcuni luoghi di “manzoniana” memoria.
Andrea Peirone: Ha vinto la VI edizione del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como con il racconto La Gabbia Dorata ed è stato finalista della VII edizione con L’Uomo del Magnodeno. Ha pubblicato la raccolta di racconti Compendio di Orrori Laghee e il racconto Sotto Spirito sulla rivista di letteratura Inkroci.
Benvenuto Paolo su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Ci parli di lei: dove è nato, che studi ha fatto, ci parli della sua famiglia.
Sono torinese, nato a Torino, da una famiglia di “immigrati” dalla profonda provincia piemontese di Cuneo, nel Roero. Non è un dettaglio avere queste origini, nonostante periodicamente mi sia capitato di rimuoverle, perché alla ragion dei fatti, hanno segnato gran parte della mia esistenza e anche della mia scrittura. A Torino ho frequentato un liceo scientifico negli anni 70, anni come si sa piuttosto turbolenti, e ho poi fatto un percorso universitario altalenante tra l’indirizzo storico a Scienze Politiche e la Facoltà di Lettere, alla fine senza concludere con un diploma di laurea. Erano anni difficili, ma sono stati comunque studi per me molto formativi.
Ha anche un sito, l’aiuta nel rapporto diretto coi suoi lettori, e per promuovere il suo lavoro?
Il mio blog in realtà langue da un bel po’, perché un tempo attribuivo una certa importanza al fatto di apparire sul web e in particolare sui social. Mi capitava di intervenire su vari argomenti o di annunciare eventi insignificanti. Poi, dopo questa ubriacatura da presenzialismo in cui tutti devono dire la loro, mi sono saggiamente reso conto che il tacere è oro. Non ho più l’ansia da prestazione dell’esordiente, anche se non posso considerarmi, nonostante l’età, un autore molto conosciuto. Oggi mi limito a qualche minima comunicazione di servizio destinata a chi mi conosce. Non credo che i social abbiano spostato di molto l’attenzione del pubblico su qualche scrittore. Per lo più funziona ancora il passaparola o, per i più fortunati, e magari già noti al grande pubblico, la televisione.
Lei ha attraversato ambiti molto diversi — teatro, cinema, grafica, etnografia, radio e letteratura. Quanto queste esperienze hanno influenzato il suo modo di scrivere?
Ho iniziato a scrivere per pubblicare in forma di articoli alcuni brevi studi di carattere etnografico, pubblicati su riviste culturali, principalmente riferiti al mio territorio d’origine. Quasi tutti infine raccolti nel libro Orsi, spose e carnevali. Quindi saggistica. Ma, avendo anche una formazione letteraria dovuta alle tante letture, il mio stile saggistico poteva prendere anche toni meno austeri rispetto a una scrittura rigorosamente scientifica. Poi, senza voler in alcun modo farne una vanteria, credo di aver sempre posseduto una specie di spirito spiccatamente umanistico, con la curiosità di interessarmi di tutto, dall’arte, alla musica, alla scienza. Per questo ho attraversato, e il più delle volte solo sfiorato, tanti ambienti e varie discipline. Certo, con il rischio oggettivo della superficialità.
Torino e il Piemonte sembrano avere un ruolo importante nel suo percorso. Che rapporto ha con il territorio in cui è nato e quanto entra nei suoi romanzi?
Come ho detto prima, pur essendo nato a Torino in una famiglia piccolo borghese, le radici famigliari stanno nella cultura contadina da cui proveniamo. Quando ho iniziato a scrivere romanzi dovevo fare i conti con queste radici e questo passato, scrivendo in uno stile abbastanza tradizionale. I primi tre romanzi sono infatti una sorta di trilogia del passato prossimo, dedicati rispettivamente agli anni 60, con la fine della civiltà contadina e l’inurbamento dalle campagne (Un’altra estate); agli anni 70, gli anni del post 68 a Torino e del disorientamento giovanile (Body and soul); e ancora la Torino degli anni 80 dove i rapporti sociali e le istanze ideali stavano per essere sommersi dall’edonismo individuale (Indagine su Anna). Concluso questo trittico, ho avuto meno interesse a occuparmi ancora del tema delle mie origini.
Accanto al Piemonte, nella sua attività emerge una particolare attenzione per il Sud e soprattutto per la Sicilia. Che cosa l’ha portata a guardare con tanta curiosità verso questa parte d’Italia?
C’è stato prima di tutto un evento personale perché ho sposato una siciliana trapiantata a Torino. Tramite mia moglie ho potuto conoscere da vicino un altro mondo culturale, linguistico, anche gastronomico, che non mi apparteneva, sebbene le comuni radici famigliari contadine avessero punti di affinità. Da questa frequentazione della Sicilia sono nati via via rapporti molto importanti e sono tuttora in contatto con numerosi esponenti della cultura e del vivacissimo mondo artistico siciliano che, tra tante difficoltà, non finisce tuttavia di sorprendermi e che spesso, devo dire a malincuore, non ha eguali nella mia regione. Il Piemonte vive di individualità che stentano a fare rete tra loro. Mi capita più spesso di essere invitato in Sicilia che a casa mia.
Nel suo lavoro sull’etnografia si è occupato di tradizioni, feste, rituali e cultura popolare. Che cosa possono insegnarci oggi queste forme della memoria collettiva? Ha mai scritto fiabe o favole?
Sulla fiaba e sul mito ho letto e studiato quasi tutto ciò che è indispensabile conoscere, dai formalisti russi alla psicanalisi. Tuttavia non ne ho mai scritto in forma narrativa; non ne sento l’esigenza. Credo anzi che la fiaba vada consegnata al suo mondo popolare ancestrale che già contiene tutto. Proprio perché si tratta di memoria collettiva la fiaba tradizionale può parlare efficacemente ai bambini di oggi come a quelli di ieri. Caso diverso sono le forme rituali popolari che oggi hanno perso quasi del tutto i propri significati profondi e vengono riproposte spesso per fini meramente folcloristico-turistici. Meglio comunque una festa degli Abbà in montagna che un rally motoristico!
Il suo romanzo Un’altra estate porta già nel titolo l’idea di un tempo che ritorna o che viene ricordato. Quanto sono importanti la memoria e il passato nella sua narrativa?
Penso di aver detto già qualcosa in merito precedentemente. Nella cultura popolare, a differenza della nostra contemporaneità, il tempo era circolare, perché determinato da cicli calendariali: stagionali, lunari, settimanali, perfino mestruali. Il romanzo da lei citato racconta il trauma del passaggio da quel mondo a quello della produzione urbana, seriale, industriale. Anche l’amore è scardinato dal nuovo mondo. Il passato contadino diventa per l’appunto memoria. Va ricordato, non va dimenticato, con la consapevolezza che un mondo millenario si è disgregato e ne restano solo relitti, spesso museificati nelle numerose raccolte di oggetti della cosiddetta civiltà contadina.
È stato finalista sia al Premio InediTo sia al Premio Neri Pozza. Quanto conta, per uno scrittore, il riconoscimento da parte dei premi letterari e quanto invece conta il rapporto diretto con i lettori?
Quest’anno ho anche avuto il privilegio di essere designato vincitore per il premio Buttitta 2026 ad Agrigento. Ma non sono certo che quando si tratta di premi “minori”, al di là del piacere personale, vi sia un reale incremento dei lettori. Penso contino ben poco. E alle presentazioni ormai è tanto se ci si trova di fronte uno sparuto gruppo di persone. Alla Littizzetto basta essere tutte le settimane in tv per vendere novantamila copie. C’è altro da aggiungere?
Ha lavorato anche nel teatro e ha organizzato rassegne e incontri culturali. Che cosa ha imparato dal teatro che oggi porta con sé nella scrittura dei romanzi?
Anche per l’ambito del teatro devo alcune collaborazioni (da esterno) alla passata attività di mia moglie. Si è trattato essenzialmente di sporadiche esperienze giovanili. Però il teatro contemporaneo o di avanguardia, mi ha senza dubbio insegnato l’efficacia del gesto prima ancora che della parola, il che, può sembrare un paradosso, deve far riflettere sul fatto che le parole creano immagini e che devono essere essenziali, quelle giuste, nette, disambiguate. La perfezione del gesto deve essere riflessa nella perfezione del linguaggio.
Ha curato l’edizione postuma di Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia, occupandosi anche del saggio critico. Che cosa l’ha spinta ad assumersi il compito di restituire ai lettori la voce di un poeta scomparso?
Questa è una bella domanda! In Sicilia ho conosciuto, sono ormai quasi una quindicina di anni, il pittore palermitano Vincenzo Ognibene che di Battaglia è stato grande amico fino alla morte avvenuta nel 1995 all’età di soli 44 anni. Ognibene, da allora, ha curato innumerevoli pubblicazioni postume, o riedizioni, dell’opera omnia di Battaglia, nato come poeta dialettale, ma il cui valore è stato subito riconosciuto da Sciascia e Pasolini. Battaglia ha scritto anche poesia in italiano raccolta per intero in un’ampia silloge e testi teatrali di sapore beckettiano. Infine, poco prima di morire, un unico romanzo, breve, ma ricco di arditezze strutturali e linguistiche, a tratti surreale, che è rimasto intatto in un cassetto. Restava questo da pubblicare, e Ognibene mi ha chiesto di occuparmene. Il manoscritto non richiedeva particolari interventi (peraltro non si fa editing su un autore che non è più in vita), ma ho sentito la necessità di associargli una postfazione che ne analizzasse i contenuti.
I suoi libri hanno protagonisti e atmosfere molto diverse: da Body and Soul a Indagine su Anna, fino a Ultima Esperanza e La curva del tempo (2025, ed. Medinova). C’è un filo conduttore che lei riconosce, a posteriori, nella sua produzione narrativa?
Me lo sono chiesto anch’io, perché alcune delle mie prove letterarie appaiono assai diverse tra loro a una prima lettura. C’è una certa unità tematica nella prima trilogia che, come dicevo, riguarda l’evoluzione della società in tre decenni. Poi il ponderoso Ultima Esperanza che si discosta completamente dai precedenti ed è un romanzo storico ambientato nel Cile di fine 800 ai tempi delle guerre con gli indios, infine La curva del tempo che è un romanzo fatto di frammenti che si intrecciano tra passato, presente e futuro. Forse in quest’ultimo breve romanzo c’è il senso di tutti i precedenti: il tema del tempo, la posizione dell’umanità nel mondo, le speranze e soprattutto le ingiustizie.
Vorrei chiudere questa intervista segnalando che è anche membro della giuria del nuovo premio letterario Colline Narranti promosso dal Comune di Gassino Torinese che scade a ottobre. Tema di quest’anno Il Cambiamento. Ce ne vuole parlare?
Premetto che sono stato cooptato e non faccio parte dell’organizzazione, ma sono onorato di essere stato coinvolto. Trovo interessante l’iniziativa e mi fa piacere fare parte della giuria. Si tratta di un premio, aperto a tutta Italia e non solo, per racconti che abbiano appunto la tematica ampia del “cambiamento”, che si tratti di cambiamento interiore, sociale, magari climatico, o perché no esteriore. Scadenza 31 ottobre 2026. Mi dicono che stanno arrivando numerosi elaborati per cui credo che la selezione sarà impegnativa. Appuntamento per la premiazione al Salone del Libro di Torino 2027.
Paolo è il protagonista del romanzo per giovani lettori “La sfida” di Paola Zannoner edito da Galucci. Paolo è un ragazzino di 13 anni abile nel disegno, tanto da avere dato vita ad un vero e proprio manga con al centro le avventure dell’ Uomo Aquila. Per Paolo quindi disegnare è una grande passione, ed è quella che gli permette di inventare mirabolanti avventure. Per lui. Molto meno interessante per alcuni suoi coetanei che lo prendono in giro per quello che fa. Tra di loro c’è anche il gruppo dei Seven Sins, ragazzi come Paolo che fanno video emulando un noto youtuber e agiscono prendendo di mira i compagnia più fragili spingendoli a sfide estreme. Il tutto per caricare poi i video delle loro gesta sul web e avere visualizzazioni. Una cattiveria gratuita che travolgerà anche il protagonista costringendolo ad una sfida. Il libro per ragazzi della Zannoner si occupa del mondo degli adolescenti, delle passioni che vengono coltivate e che rendono qualcuno, in questo caso Paolo, l’elemento più che da ammirare, da bersagliare e sbeffeggiare. Il tema del bullismo passa attraverso l’insano agire di questo gruppo di bulletti emuli di qualche altro furbastro che hanno visto nel web, i quali agiscono contro il prossimo ritenuto più fragile e debole. Paolo, il protagonista, finisce davvero in una situazione di pericolo e si renderà conto che essere l’Uomo Aquila disegnato sulla carta, non è la stessa cosa che provare ad esserlo per davvero per superare la sfida dei Seven Sins. Gli intoppi e gli ostacoli, a volte messi in atto da chi bullizza, sono sempre dietro l’angolo e la sfida a cui Paolo è sottoposto rischia davvero di avere un fine tragico. L’autrice però mette nella sua storia anche adolescenti con quella maturità e saggezza che permettono loro di correre in soccorso dell’amico in pericolo e di evitare il peggio. Altro tema trattato è quella mancanza di maturità, quel volersi sentire grandi, forti e noti con i “like” del mondo virtuale, che spingono il gruppo essera appunto gruppo per avere più forza e a prendersela con il singolo, costringendolo a prove e azioni, delle quali spesso non si calcola l’esito concreto. Fine che potrebbe essere molto più grave del previsto. “La sfida” di Paola Zannoner è un romanzo per ragazzi, ideale anche per un pubblico adulto, perché pone l’attenzione sì sui pericoli delle sfide, ma evidenzia anche la forza dell’amicizia vera, quella che salva e la necessità di recuperare il rapporto e il legame con la vita vera, quella delle piccole gioie presenti nella dimensione concreta e quotidiana, lontana dai social e dal web.
Paola Zannoner, scrittrice e formatrice, vive a Firenze dove si è laureata in Lettere. È stata bibliotecaria, critica letteraria, consulente editoriale e da oltre 25 anni pubblica libri per ragazzi, tradotti in molte lingue. Ha ricevuto i più importanti premi letterari italiani, tra i quali il Premio Strega Ragazzi e Ragazze nel 2018. Con Gallucci ha già pubblicato un racconto nella raccolta “Le farfalle nello stomaco”.
La conosciamo come la santa dei viaggiatori: la tradizione racconta che Santa Francesca vedesse chiaramente il suo angelo custode, il quale le rischiarava la strada e la guidava di notte tra i vicoli noir di Roma mentre andava ad aiutare i poveri. E poi la bilocazione: le si attribuiva il dono miracoloso di trovarsi in più luoghi nello stesso momento, una capacità di “spostamento rapido” ideale per chi viaggia. Sin qui il Manifesto della sua santità, ma questo Lume acceso in eterno per il Signore seguì nei suoi ultimi anni di vita un complesso itinerario mistico, nel corso del quale fu ricompensata da altre grazie soprannaturali dovendo però anche subire gravi e dolorosi tormenti, persecuzioni crescenti e aggressioni persino fisiche di spiriti maligni; fu gratificata da doni straordinari come visioni e profezie.
In questo prismatico volume, ci si inoltra nel viaggio che l’umanità compie alla fine della vita terrena per purificarsi dei peccati se non si è caduti nella Bolgia infernale o se non si è raggiunto il grado della perfezione in Terra per poter godere immediatamente il suolo etereo del Paradiso. Santa Francesca Romana lo ha compiuto per noi catapultandoci nel mondo della Purgazione e dell’Attesa.
L’unica differenza forte tra processo catartico terrestre e ultraterrenno riguarda la possibilità dei meriti e dei demeriti. Poiché la possibilità di scegliere è riservata solo al periodo terrestre della nostra esistenza, ne consegue che la capacità di crescere nell’amore o di aggravare lo stato personale di colpa e di pena si può espletare solo nel mondo di quaggiù e non nell’altro: “Bisogna riconoscere che il purgatorio è uno stato davvero simile a quello degli uomini santi della terra, a parte l’assoluta incapacità di meritare e di demeritare”.
Stando così le cose si può affermare che coloro che hanno deciso di trasformare l’esperienza esistenziale terrena in un purgatorio anticipato, optando coscientemente e volontariamente per una vita moralmente ordinata e inzuppata di penitenze nelle sue varie forme(digiuno, preghiera, elemosina, opere buone, pazienza nelle tribolazioni), non sono affatto persone da compiangere, ma al contrario, persone da ammirare ed emulare, in quanto hanno compreso, anche se per grazia divina, che soltanto nel cammino di purificazione, per unirsi di più a Dio, si può sperimentare la gioia più grande e autentica sulla terra. Non si tratta di poveri uomini stupidi che rinunciano a vivere, ma di persone illuminate e fortificate dalla grazia divina, per cui le cose terrene sono viste come polvere e le cose celesti come beni reali, come valori imperituri, interiormente appaganti e degni di essere amati, ricercati, e vissuti.
Il Purgatorio di Santa Francesca Romana è dominato dalla presenza degli angeli e risuona del canto dolente della preghiera penitenziale. Il tema del dolore e del tormento espiatorio abbandona ogni riferimento alla corporeità. Il Purgatorio di santa Francesca infatti è il regno della speranza e del perdono; esso è diviso in vari livelli, a loro volta raggruppati in tre regioni distinte, una Inferiore, una Mediana e una Superiore, nelle quali le pene sono commisurate in relazione alla gravità dei peccati commessi in vita. La Regione Inferiore è molto vicina all’Inferno, l’anima che è ivi posta non solo è assistita dall’angelo custode che le fu affidato dall’infusione dell’anima nel corpo, ma è costretta a sopportare oltre al castigo della fiamma mondatrice, la continua presenza del demone, che continua a tormentarla, seppur, spiritualmente, esso sia estraneo al Purgatorio.
Nei Messaggi a Medjugorje la Santissima Vergine Maria avrebbe detto ai Veggenti: “In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicino all’ Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”.
Il luogo Inferiore del Purgatorio
L’ancella di Cristo, comandata dall’obbligo di obbedienza imposto dal confessore, rivela la Visione di questo luogo di purgazione delle anime.
Ella vide infatti, all’ingresso di questo luogo delle parole scritte che così dicevano: “Questo è il Purgatorio, luogo di speranza, ove le anime qui esistenti compiono un intervallo”. Accompagnata dall’Arcangelo San Raffaele, il Divin Principe così le spiega quella enigmatica frase: “… Questo è il luogo del Purgatorio, nel quale le anime stanno a mondarsi dei loro peccati, ed è chiamato anche con l’altro nome di Luogo di Speranza…”.
Difatti, quel luogo inferiore era pieno di fuoco limpido, diversamente dal fuoco infernale che è scuro e tenebroso. Questo fuoco ha una grande fiamma rossa, che tuttavia non contempla quelle anime che sono in essa. E quindi le anime qui esistenti hanno sempre le tenebre esteriori, ma interiormente sono attinte nella misura della grazia che possiedono, perché conoscano la verità e la determinazione del tempo.
Quelle anime che in questa vita commisero gravi peccati, sono qui collocati dagli angeli che a loro furono affidati in vita affinché si purghino in quella fiamma e là rimangono in quello stesso fuoco secondo le qualità e la quantità dei peccati commessi.
Quelle anime, poi, dopo il tempo debito, uscendo da quelle pene nelle quali erano stati per lungo tempo, ascendono al secondo luogo.
Qualunque anima esistente nel fuoco del Purgatorio per qualunque peccato mortale da lei commesso deve rimanere in quello stesso luogo per sette anni, da questo tempo niente le può essere diminuito, nemmeno la più piccola parte di un’ora per elemosine fatte per loro da quelli che sono in questo mondo o orazioni e atti benefici sino a quando sia finito il predetto tempo. Nel modo in cui il Signore nostro Gesù Cristo compì 33 anni e certi mesi, così è necessario che le anime esistenti in quel luogo rimangano nel medesimo sette anni per qualunque peccato mortale. Disse anche questa umile ancella di Cristo che quelle anime esistenti nel Purgatorio, tuttavia non sono tanto tormentate nel fuoco atroce e ardente, grazie a suffragi, orazioni ed elemosine.
Inoltre le anime che stanno in quel fuoco del Purgatorio, a causa delle gravi pene che sopportano, continuamente gridano con voci pie e umili, senza fermarsi:” O Dio pio e misericordioso, misericordia, misericordia…”.
Riconoscono, infatti, che giustamente e degnamente sopportano queste sofferenze. E poiché si accontentano delle stesse pene, ricevono qualche refrigerio e qualche consolazione, sapendo che sono per venire alla Gloria Beata. In quel luogo dove si infliggevano maggiori pene stavano le anime dei sacerdoti perchè non si erano esercitati secondo la dignità ricevuta nella cura delle anime che avevano.
Il luogo Mediano del Purgatorio era suddiviso in tre luoghi abbastanza grandi, nei quali operava la divina giustizia.
Nel primo vi era un luogo pieno di ghiaccio freddissimo, il secondo era pieno di pece liquefatta mista a olio bollentissimo e con altre pene, l’altro luogo poi era quasi di alcuni metalli liquefatti, forse oro o argento (..).
Nel luogo mediano erano costituiti 38 angeli che accoglievano le anime che uscivano dal fuoco inferiore del Purgatorio e anche anime che quando erano nei corpi, non avevano commesso peccati così gravi da meritare di essere nel luogo inferiore. E questi gloriosi angeli quando accoglievano le predette anime non lo facevano con improperi, come facevano i demoni quando gettavano le anime nell’inferno, ma accoglievano le stesse con grazia e molto umanamente, trasportandole da luogo a luogo, e con grande carità. I 5 anni previsti nel luogo mediano erano abbreviati e potevano essere abbreviati per mezzo dei suffragi, orazioni ed elemosine per tutte le anime che si trovano lì. Le anime che si trovano qui non hanno visione orribile dei demoni e lodano sempre la misericordia del Signore e Gli rendono grazie.
Disse anche questa umile ancella di Cristo che i suffragi fatti dai viventi per le anime che stanno nell’inferno, né possono giovare agli stessi, né anche alle anime esistenti nel Purgatorio, ma solo risultano in utilità a quelli che li fanno.
Il luogo Superiore del Purgatorio era più luogo di quiete che di pene.
Qui stavano le anime già purificate dai peccati. Nell’acqua le stesse anime ricevevano un grandissimo refrigerio, consolazione, e letizia senza alcuna pena. Vi erano, infatti, le anime degli uomini e delle donne che in questo mondo vissero con giustizia e fecero penitenza e soddisfazione, si occuparono di sante opere e si affidarono alla Divina Volontà, ricevettero il martirio per amore di Dio, oppure erano stati da poco battezzati e non avevano commesso nessun peccato. Pertanto nessuna anima creata, per quanto in questo mondo fosse stata giusta e avesse fatto le più grandi penitenze, è libera di entrare in questo luogo, ma è necessario che prima di entrare alla Gloria beata si ponga in quell’acqua, che è purificante e mondante, eccettuate tuttavia quelle anime che furono privilegiate dal Signore nostro Gesù Cristo e dalla sua Santissima Madre.
Dopo l’immersione nell’acqua, quelle anime venivano spinte fuori e dagli angeli venivano condotte in un altro luogo nel quale c’era un certo uomo nobile e onorevole, Abramo. E sebbene Abramo stia nel coro serafico, tuttavia c’è un luogo ordinato nella vita eterna che è chiamato “seno di Abramo”.
Quando l’anima felice si trova qui, proviene da lei un certo suono melodioso di non immaginabile soavità; con la guida di questo dolcisssimo suono, ascende e passa attraverso tutti i cori inferiori ed è posta nel coro serafico, nella postazione ordinata alla stessa anima felice dalla Divina Provvidenza. E quando più ascendono ai cori superiori e alle loro postazioni,maggiori solennità e gaudi vengono loro apportati e sempre quei gaudi crescono gradatamente, pertanto, per tutti i cori angelici e in tutta quanta la patria beata si fa una letizia indicibile di tutte le anime che si avvicinano alla stessa gloria beata.
Conclusione del mio articolo
Sono convinta che anche sulla Terra si possa vivere a tratti il Paradiso, è la gioia della Gratitudine che fa correre in chiesa per inginocchiarsi e dire a Dio Grazie di quello che siamo, che abbiamo, che non meritiamo. Ma le vittime d’Amore di Gesù hanno scelto oltre la Delizia anche la Croce dell’esistenza, un percorso di purgatorio in Terra per salvare la propria e l’anima altrui.
Senz’altro una scelta coraggiosa, in fondo l’unica che possiamo intraprendere se vogliamo salire in Cielo senza passare dal fuoco della Purificazione estrema o se si rischia di dannarsi con comportamenti che nostro Signore patisce sulla Croce per amore nostro.
Viviamo un’epoca di Sodoma e Gomorra spensierata, tra guerre, pandemie, calamità naturali, eutanasia, aborto, fame, droga, e… senza più riferimenti a Dio, alla Croce, nei testi scolastici o universitari… peggio di così c’è la morte del pianeta, ci avviamo verso questo traguardo.. Ma il Signore ci ha lasciato i Vangeli, le Potenze degli Inferi non prevarranno sulla Chiesa; “IO sarò con voi fino alla fine del Mondo”, dice Gesù. Allora? Cosa temiamo ancora uomini di poca fede? Ci salveranno le scimmie da dove gli studiosi ci fanno discendere o verrà il nostro Salvatore che l’ha promesso e si è fatto uomo come noi per salvarci? Aspettiamoci il peggio, perché poi verrà il meglio, pregando tutto si attutisce, Dio Padre è un Padre Giusto ma anche infinitamente Misericordioso.
Musa, quell’uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
gittate di Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l’indol conobbe; che sovr’esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! Che osaro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritaro il nume
che del ritorno il dì lor non addusse.
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