Premesso che non sono un’esperta, ci sono tanti tutorial in giro per la rete molto più tecnici, cercherò di fare il punto della situazione e imparare con voi. Aprire un blog è facile: ci vogliono pochi passaggi e sei subito online. Alcune piattaforme prevedono di defaul la monetizzazione, io parlerò della mia esperienza, WordPress, e in parte Patreon che permette di dare contenuti in esclusiva ad alcuni lettori. Non mi viene in mente il nome di quello che va per la maggiore per diffondere contenuti culturali (Substack, ecco il nome) ma ce ne sono altri oltre Patreon, anche Ko-fi molto ben usato da Alessandro Girola per diffondere i suoi podcast e i suoi testi. Che tu stia scrivendo di lifestyle, business, libri, scrittura, editoria, tecnologia o viaggi, monetizzare è possibile — ma non avviene per caso.
La Pubblicità è il metodo più diffuso e conosciuto, quello che ti da una rendita passiva monetizzando le visite o al più i click. La forma più immediata di monetizzazione è inserire annunci pubblicitari. Ma, io odio i banner pubblicitari, mi danno proprio fastidio, specie se non sei tu a scegliere i banner. Anche Wikipedia sta attivando una campagna per chiedere donazioni spontanee ai suoi utenti per non mettere pubblicità e paywall. Comunque Google AdSense permette di mostrare annunci automatici sul tuo blog e guadagnare in base a clic o visualizzazioni. Molto facile da attivare, con il piano Premium di WordPress è quasi automatico, e non contempla nessun prodotto da creare. Ma prevede traffico alto, (è una buona soluzione se superi almeno 10.000 visite mensili) e guadagni inizialmente bassi. Con il rischio che alcuni lettori trovino i banner e non tornino più. E poi le visite sono una conseguenza automatica se fai un buon lavoro, ma non ha senso rincorrerle. Insomma se lavori bene le visite arrivano naturalmente. Meglio che con pubblicità su Facebook, o altro.
L’affiliate marketing è un altro metodo molto in voga, che uso anche io, e non monetizza le recensioni ma la tua credibilità, se il libro che promuovi è veramente buono, puoi fidelizzare il lettore, se no lo perdi per sempre. Amazon Assoziates è il più in voga ma io uso anche Libreria Universitaria. Il programma Amazon è il più utilizzato. Esempio: scrivi un articolo sui “migliori libri di crescita personale” e inserisci link affiliati ai prodotti consigliati. Non devi gestire spedizioni o clienti e guadagni proporzionalmente alla fiducia del tuo pubblico. Ma le commissioni sono molto, molto basse, pochi centesimi.
Collaborazioni e post sponsorizzati arrivano quando il blog cresce, anche se ai blogger i Brand preferiscono gli influencer che smuovono mille mila follower. Esempi: recensini prodotto, articoli con citazione del brand, newsletter sponsorizzate. Qui il guadagno non dipende dalle visite ma dal tuo posizionamento nel mercato. Nelle nicchie specifiche (finanza, beauty, tech) i compensi possono essere molto interessanti.
Vendita di prodotti digitali è il modello più redditizio nel lungo periodo. Puoi vendere ebook, template, guide pratiche, corsi online, Membership. Chi costruisce un’audience fedele può usare piattaforme come Shopify o Gumroad per vendere direttamente. Qui il blog diventa un vero asset imprenditoriale.
Piattaforme Video e Live Streaming: YouTube: Tramite il Programma Partner (AdSense, abbonamenti al canale, Super Chat), è una delle piattaforme più potenti per la divulgazione culturale video. Twitch: Utilizzato per dirette, visite guidate virtuali, interviste o approfondimenti culturali dal vivo.
Piattaforme Digitali e di Nicchia (Made in Italy): ITsART: Nata per lo streaming di spettacoli, arte, teatro e documentari culturali italiani. amuseapp: Una nuova piattaforma italiana che si concentra sull’uso dell’AI e contenuti culturali nei luoghi di culto e cultura. Gumroad: Ottimo per vendere direttamente prodotti digitali (e-book, guide, pdf, piccoli documentari).
Servizi e consulenze: se il tuo blog dimostra competenza in un settore, puoi offrire: coaching, consulenze, servizi freelance, workshop. Molti professionisti usano il blog come strumento di personal branding per attrarre clienti qualificati.
Membership e community private: Creare contenuti premium accessibili solo tramite abbonamento mensile. Piattaforme come Patreon permettono di offrire contenuti esclusivi ai membri.
Crowdfunding/Donazioni: Sostegno libero da parte della community (Ko-fi).
Monetizzare un blog dunque è possibile. Non fatevi scoraggiare. Ma non è magia, è metodo.
Il punto non è “come faccio a guadagnare?”, ma: “Come posso diventare così utile che le persone siano felici di pagarmi?”
Spero di esservi stata utile, alla prossima Shan::
Con Un anno nel Medioevo, Luigi Barnaba Frigoli costruisce un ambizioso affresco storico sorprendentemente immersivo, in grado di restituire al lettore la complessità di un’epoca troppo sovente limitata o meglio soffocata nello stereotipo dei “secoli bui”. Questo progetto, come sottolinea Andrea Frediani nella prefazione, nasce dalla doppia competenza dell’autore poco comune e molto preziosa: quella di storico e di narratore. Da questa sua perfetta convergenza prende forma un vivace saggio narrativo ibrido, dove il rigore delle fonti convive con una forte tensione evocativa, che riesce a trasformare la divulgazione in conoscenza pratica. Il contesto evocato è il 1299, un anno di passaggio carico di gravi tensioni politiche, religiose e sociali, sospeso alla vigilia del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII. L’Italia, la penisola, frammentata in poteri e fazioni, appare come un largo crocevia di conflitti, ambizioni e fermenti culturali, con le città che si espandono e i commerci fioriscono mentre le campagne restano ancora legate ad antichi ritmi esistenziali. In questo stratificato scenario, Frigoli ha preferito utilizzare una struttura esplicativa corale: ovverosia i dodici mesi dell’anno vissuti in prima persona da sei protagonisti, emblematiche figure di altrettanti ceti e ruoli sociali. Bianca, immaginaria contadina (l’unico personaggio nato dalla fantasia dell’autore) della Val Trebbia, rappresenta il mondo dei “laboratores”, fatto di fatica, stagionali ritualità e comunitarie credenze. Attraverso il suo sguardo emergono il sistema feudale, la precarietà dell’esistenza e la centralità dei riti collettivi, scanditi dal duro lavoro agricolo e dal calendario liturgico. Geri Spini, potente mercante fiorentino, incarna la nuova alta borghesia urbana, che diventa la principale protagonista di un’economia in espansione e di città sempre più dinamiche, dove il denaro ridisegna gerarchie e opportunità. Matilde di Hackeborn, monaca e mistica, introduce il lettore nella vincolata pace della dimensione claustrale, fatta di spiritualità intensa, interiori tensioni e contraddizioni tra fede, disciplina e personale sensibilità. Ruggero da Fiore, soldato di ventura e corsaro, porta sulla scena il duro e instabile mondo delle armi, delle mutevoli alleanze e della violenza usata come professione, mentre Beatrice d’Este consente al lettore lo straordinario accesso ai grandi palazzi aristocratici, dove matrimoni strategici, intrighi e rapporti di potere determinano sia il destino delle donne che quello delle dinastie. Infine, il cardinale Iacopo Caetani degli Stefaneschi offre uno sguardo privilegiato sui vasti corridoi della Curia romana, sulle accorte strategie di Bonifacio VIII e sulla complessa costruzione simbolica e politica del Giubileo, evento destinato a segnare profondamente l’immaginario europeo. La forza del volume risiede proprio in questo prospettico dispositivo con sei voci che si alternano, mentre sei diverse coscienze filtrano la realtà, permettendo al lettore di attraversare il Medioevo dall’interno. Non si tratta di una semplice sequenza di capitoli tematici, ma di un vero percorso esistenziale, dove ogni personaggio affronta stagioni, malattie, conflitti, paure e ambizioni, sempre entro i confini rigidi di una società fortemente normata da tradizione, religione e consuetudine. Frigoli insiste sulla vita quotidiana dei suoi sei personaggi : cosa si mangiava, come si curavano le malattie, quali superstizioni o idee guidavano le loro scelte, come ciascuno di loro percepiva il peccato, la morte e la salvezza. Ne emerge un Medioevo vivo, contraddittorio, capace di ferocia e di gioia, mistico e pragmatico, dove la distanza dal presente mette in risalto universali costanti del carattere umano. Il ricorso sistematico alle fonti medievali e alla storiografia moderna conferisce solidità all’impianto, mentre le parti indispensabili e di plausibile ricostruzione per la trama sono dichiarate con metodologica onestà, trasformando il testo in un laboratorio di consapevole divulgazione. In questo senso, Un anno nel Medioevo dialoga idealmente con la lezione di Barbara Tuchman, Jacques Le Goff ed Eileen Power, ma tenta una strada personale: raccontare la storia come esperienza vissuta, senza rinunciare alla precisione scientifica. Il risultato è un’opera capace di parlare a una vasta platea di lettori, offrendo tanto il piacere del racconto quanto la profondità dell’analisi storica. Un viaggio nel tempo che non si limita a ricostruire un’epoca, ma invita a interrogarsi sulla persistenza delle paure, delle ambizioni e delle speranze che continuano e continueranno sempre a caratterizzare l’essere umano.
Luigi Barnaba Frigoli, nato a Milano nel 1978, è giornalista e studioso di storia medievale. È autore di diversi fortunati romanzi storici sui Visconti: La Vipera e il Diavolo, Maledetta serpe (Premio letterario Lago Gerundo 2018 per il miglior romanzo storico) e Il morso del basilisco. Nel 2017 ha scritto un saggio sulla fondazione del Duomo di Milano, La Cattedrale del Diavolo. Ha pubblicato i romanzi Guerriera. L’incredibile storia di Bona Lombardi (premio speciale Amalago-Agar Sorbatti 2024) e Il terzo Grimm. Ha realizzato una serie di podcast su figure femminili del Medioevo italiano, disponibili su Spotify. La Newton Compton ha pubblicato Un anno nel Medioevo.
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Minneapolis. Settembre 2022 (e ottobre 2016). Lo scrittore norvegese Holger Rudi arriva a Minneapolis dall’aeroporto di Oslo per fare ricerche su un caso di omicidi avvenuto lì sei anni prima. Il suo romanzo di true crime è già a buon punto, si è dato otto giorni di lavoro sul campo fra quartieri, edifici, strade e locali dei fatti accertati. Del resto, la metropoli statunitense è piena di immigrati, famiglie e accenti norvegesi, c’era già stato, si trova a suo agio. Il romanziere intende cercare di capire meglio come e perché l’accaduto è accaduto, di entrare un poco nella testa dell’assassino e di altre persone coinvolte, di narrare da tassidermista, di individuare forse l’umano nel disumano. La scena torna così indietro nel tempo, al 2016 (alla vigilia del convegno annuale Nra, la lobby dei produttori d’armi): da una parte il colpevole racconta in prima persona il tentativo di uccidere un mercante d’armi legato alle gang, mirando a distanza con la carabina M24 da un palazzo dove è conosciuto come Tomas, poi la fuga e il suo piano da adattare, visto che Marco Dante (grasso e scemo, che veste italiano, mangia italiano e parla con un finto accento italiano) è stato colpito ma non ucciso, ora resta in coma all’ospedale; dall’altra seguiamo i detective che indagano, in particolare l’agente investigativo della Omicidi Bob One-Night Oz (anche lui con bisavoli norvegesi, cacciati da fame e tempi grami), rabbioso dopo che Alice lo ha lasciato (insieme per dodici fedeli anni), collezionista di donne-da-una-notte e gran bevitore (formalmente così estromesso dal caso), brava persona, chiacchierone, basso e bruttino, occhi azzurri e capelli rossi, testardo più che geniale, insistente più che affascinante, sulla scia della “tosta” bartender Liza, capelli neri e frangetta, sfacciata aria sicura di sé nonostante la leggera zoppia. L’ottimo talentuoso fortunato Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, agente di borsa, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), padre cresciuto a Brooklyn, da circa trent’anni è famoso nel mondo soprattutto per gli ottimi lunghi tredici noir (1997 – 2022) della serie Harry Hole (da tempo siamo tutti tragici holeomani), ma scrive spesso altre interessanti narrazioni di genere (quando non ha da suonare o arrampicarsi). Quest’ultimo godibile romanzo è ambientato a Minneapolis (la città dei noti omicidi contemporanei, George Floyd nel 2020 e ora quelli provocati dall’Ice), a inizio 2026 ecosistema umano complessivamente meno violento di altri, con popolazione molto eterogenea dal punto di vista etnico (ben spiegata). Del resto, probabilmente non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di ispirare buone storie noir e crime, o gialle. Le peculiarità stilistiche restano efficaci: la narrazione alterna una terza persona varia al passato (Bob più spesso) a una prima persona al presente (più rara e breve, lo scrittore nel 2022 e l’assassino nel 2016). Frequenti i riferimenti alle presidenze Usa di Obama e Trump in quel decennio; oltre che al Sindaco e agli amministratori pubblici di Minneapolis. Nesbø non è certo di centrodestra, apprezza Piketty, si documenta, mira comunque all’intrattenimento e ritiene saggiamente che “la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi”. Utili riflessioni sull’ideazione, su pregi e difetti, richiami e rischi, colori e rumori dei centri commerciali, a partire dal Southdale Mall. Come altre volte, la gestione dei diabetici gioca un certo ruolo. Whisky a gogo. Bob Dylan e Prince sono nativi del Minnesota, considerati di Minneapolis, lo scrittore ben lo sa. Oz guadagna un punto con la playlist del cellulare (versione di Emmylou Harris di Tougher Than The Rest, a volume basso).
Jo Nesbø è uno dei piú grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete, L’uomo di neve, Il coltello e Luna rossa. Presso Einaudi ha pubblicato anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve, Sole di mezzanotte (da cui l’omonimo film con Alessandro Borghi), Il fratello,La famiglia, la raccolta di racconti Gelosia, l’horror La casa delle tenebre e L’impronta del lupo (2026). Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete, L’uomo di neve, Il coltello, Il fratello, Gelosia e La casa delle tenebre.
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Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.
Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.
Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.
Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.
Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.
È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.
Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.
Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.
Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.
Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.
Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.
Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.
Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.
La giornalista e critica cinematografica Anna Praderio esordisce nella narrativa con Memory Girl, un romanzo che affronta il tema della violenza contro le donne. La storia romantica e femminista di una “supereroina della realtà” con il potere straordinario di rendere visibili i ricordi
Clarice ha 25 anni, è una giornalista promettente empatica sempre in movimento per Milano, e ha una passione per le storie, sia quelle degli altri che le proprie. Si definisce una “romantica perdente” per via delle sue relazioni sfortunate, l’ultima con Marco, da cui si è appena separata. Alla Mostra del Cinema di Venezia, con una diva hollywoodiana che le chiede aiuto e una canzone di Amy Winehouse in testa, Clarice scopre di avere un dono, forse sviluppato come reazione al dolore: la capacità di materializzare i ricordi come in un film. Un potereinspiegabile, capace di svelare verità e accendere speranze. I suoi migliori amici, Luna e Michele, una avvocata per i diritti delle donne e un pediatra impegnato nel volontariato, le suggeriscono come dare un senso a questa dote: aiutare il prossimo. In una Milano romantica e cinematografica, con atmosfere degne di La La Land e Colazione da Tiffany, cominciano così le avventure di Memory Girl in sostegno di una donna molestata, di un immigrato maltrattato, di una comunità che rischia di perdere un punto di ritrovo e molti altri. Grazie al suo altruismo, Memory Girl attira anche l’attenzione di Marco, risvegliando i sentimenti di Clarice. Tra fiaba femminista e urban fantasy, rom-com brillante e romanzo di formazione, Memory Girl è una storia di empowerment attualissima, attraversata dall’amore per il cinema: una mappa di citazioni, ricordi e consapevolezze con cui Clarice si orienta per costruirsi – ancora prima di un futuro – un suo posto qui, ora. Con l’invincibile leggerezza di un musical e dei vent’anni.
Anna Praderio è una giornalista Mediaset della redazione del TG5, il telegiornale per cui segue la cronaca cinematografica dalla fondazione nel 1992. Dal 2007 cura la rubrica “Note di Cinema” per Iris, il canale tematico di Mediaset. Ha scritto per le pagine milanesi del quotidiano “la Repubblica” ed è membro dell’Accademia dei David di Donatello. Questo è il suo primo romanzo.
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Sammy Basso: la sua emozionante storia arriva in libreria con Sammy. Una vita da abbracciare, la biografia a cura dei genitori Amerigo e Laura.
Scritto insieme alla giornalista Chiara Pelizzoni, il libro raccoglie le testimonianze dei genitori, degli amici e dei collaboratori più importanti di Sammy Basso – il giovane biologo affetto da progeria, scomparso nel 2024 e divenuto simbolo di impegno e speranza – per raccontare come ha saputo trasformare una condizione rarissima in un capolavoro luminoso, fatto di consapevolezza e altruismo.
Jovanotti nella prefazione: «Ho incontrato Sammy ed è stato un dono, perché incontrare l’allegria, la curiosità, l’intelligenza incarnate insieme in una persona è un dono raro».
Con queste parole Jovanotti apre la prefazione a “Sammy. Una vita da abbracciare“, restituendo con immediatezza la forza luminosa di Sammy Basso (1995-2024), biologo e ricercatore, figura profondamente amata e riconosciuta dal pubblico per la sua storia unica e per l’esempio lasciato a chiunque lo abbia incontrato.
Affetto da progeria, rarissima malattia genetica nota come sindrome da invecchiamento precoce, Sammy ha vissuto con un’intensità straordinaria un’esistenza che avrebbe potuto essere segnata dalla rinuncia e dalla sfiducia, trasformandola invece in un capolavoro di ottimismo, consapevolezza, responsabilità, partecipazione e altruismo. Fragile nel corpo ma instancabile nel pensiero, attento agli altri e soprattutto ai più sofferenti, ha saputo coniugare fede e scienza, radicalità evangelica e rigore nella ricerca, dati e passione, disciplina e speranza.
Il libro nasce dal desiderio, forse audace ma necessario, di raccogliere il senso profondo della sua vita e delle verità luminose che Sammy ha scoperto, vissuto e condiviso. Attraverso le voci dei genitori, Amerigo Basso e Laura Lucchin, e di amici e collaboratori – dalla psicologa al fisioterapista, fino alla collega ricercatrice – prende forma un racconto corale che intreccia memoria e testimonianza. È la storia di un ragazzo diventato giovane uomo capace di ribaltare prospettive, generare sorrisi, commuovere e interrogare.
I genitori lo descrivono come «una nave che conosceva la meta, ma anche un capitano-esploratore, pronto ad aprire vie nuove». Ha abbracciato la vita così com’era, senza mai arrendersi ai limiti. Era, come scrivono Amerigo e Laura, «zucchero e acciaio». E il suo cammino continua oggi attraverso l’A.I.Pro.Sa.B., l’associazione da lui fondata nel 2005 per sostenere la ricerca sulla progeria e sulle malattie genetiche rare, da Tezze sul Brenta all’Italia e al mondo.
«Sammy, nella sua breve e infinita vita, ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio», scrive ancora Jovanotti. E aggiunge: «La cosa che mi fa impazzire è quanto amore c’è intorno a te, Sammy». È forse questa l’eredità più grande: una vita che continua a generare amore, responsabilità e speranza, ricordandoci che la misura del tempo non è la durata, ma la profondità con cui viene vissuto.
Amerigo Basso e Laura Lucchin abitano a Tezze sul Brenta (VI), il piccolo paese dove hanno vissuto con Sammy la storia che raccontano in questo libro, ma insieme al loro figlio straordinario hanno percorso, e percorrono ancora, strade che portano in tutta Italia e fino agli Stati Uniti e alla Cina. Oggi, insieme ad altri volontari, continuano l’opera di Sammy a sostegno della ricerca scientifica sulla progeria e altre malattie genetiche rare legate a un difetto del gene della lamin A (LMNA) nella A.I.Pro.Sa.B. (Associazione Italiana Progeria Sammy Basso) nata nel 2005 per volontà dello stesso Sammy.
Chiara Pelizzoni, giornalista professionista, è responsabile dell’area Famiglia di Famiglia Cristiana. Inizia l’attività professionale collaborando per la pagina Cultura e Spettacoli del Giornale di Brescia. Ha lavorato a Roma per le redazioni dei programmi di Rai1, Rai3, Tv2000 e MTV. Nel 2012 è stata capo ufficio stampa del VII Incontro Mondiale delle famiglie (Mi 2012), nel 2017 della visita di papa Francesco a Milano e alle terre ambrosiane. È presidente dell’associazione Per il refettorio ambrosiano Odv.
Domani, 17 febbraio 2026, si apre l’anno del Cavallo di Fuoco secondo il calendario lunare tradizionale cinese. Il Capodanno cinese, noto anche come Festa di Primavera (Chunjie), è la ricorrenza più importante dell’anno: dura quindici giorni, dalla vigilia fino alla suggestiva Festa delle Lanterne, che quest’anno cade il 3 marzo.
Nel calendario zodiacale cinese ogni anno è associato a un animale e a uno dei cinque elementi (legno, fuoco, terra, metallo e acqua). Il Cavallo è simbolo di energia, movimento, libertà e determinazione; l’elemento Fuoco ne amplifica le caratteristiche, richiamando passione, slancio vitale e trasformazione.
Si preannuncia dunque un anno dinamico, caratterizzato da entusiasmo, iniziativa e cambiamento. Tradizionalmente, si ritiene che questo periodo favorisca le scelte coraggiose, i nuovi progetti e la crescita personale.
Durante la Festa di Primavera, il rosso domina ogni ambiente. Non è una scelta casuale: nella cultura cinese questo colore rappresenta prosperità, gioia e protezione dagli spiriti maligni.
Case, negozi e strade si riempiono di lanterne rosse, nastri decorativi e striscioni con frasi augurali scritte in caratteri dorati. Anche le tradizionali buste rosse, contenenti denaro e donate soprattutto ai più giovani, sono simbolo di buon auspicio e prosperità per l’anno nuovo.
Nei giorni che precedono il nuovo anno, è tradizione dedicarsi a una profonda pulizia della casa: un gesto simbolico ricco di significati, soprattutto per spazzare via la sfortuna dell’anno passato e accogliere con rinnovata energia quello che sta per cominciare.
Una volta iniziato il nuovo anno, però, per alcuni giorni si evita di spazzare o buttare via oggetti, per non rischiare di allontanare anche la fortuna appena arrivata.
La Festa di Primavera è prima di tutto una celebrazione familiare. Milioni di persone si mettono in viaggio per tornare nella città d’origine e riunirsi con i propri cari. La cena della vigilia è il momento più atteso: un’occasione per condividere piatti tradizionali carichi di significato simbolico, ciascuno legato a prosperità, longevità o fortuna.
Oggi la Festa di Primavera è celebrata ben oltre i confini della Cina. In molte città del mondo — Italia compresa — si organizzano parate, spettacoli, danze del leone e del drago, mercatini e iniziative culturali che coinvolgono comunità locali e curiosi.
È un’occasione per scoprire tradizioni millenarie e per lasciarsi contagiare da un messaggio universale: ogni nuovo anno è un’opportunità di rinascita, rinnovamento e speranza.
Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?
Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.
Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?
La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.
Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?
Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.
Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?
La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.
C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?
La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…
Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?
Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo Sickrose – Compañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.
Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?
Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.
Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?
Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:
Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?
Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.
Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?
Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.
Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?
Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.
Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?
Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.
Che libro stai leggendo attualmente?
Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.
Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?
Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.
Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:
Una studentessa italiana scompare misteriosamente a Praga e i suoi genitori decidono di affidarne le ricerche all’avvocato bolognese Andrea Domani Battaglia. Da qui prende avvio il nuovo romanzo di Alessandro Bruni, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Sonia Merumici sta ultimando la propria tesi di laurea su Kafka quando, da un giorno all’altro, smette di comunicare con la sua famiglia. I genitori, un’agiata coppia bolognese, si recano a Praga, dove apprendono che la Polizia locale segue la pista del suicidio, perché una ragazza è stata vista gettarsi nella Moldava. Tornati in Italia, i Merumici si rivolgono all’avvocato Domani Battaglia. Sulle prime, il legale è restio ad accettare l’incarico, ma poi si lascia convincere, attratto anche dalla cospicua offerta economica. Arrivato nella capitale ceca dopo un lungo viaggio in treno, perché non ama volare, l’avvocato prende contatto con le autorità del posto, che si dimostrano poco collaborative. Decide, così, di agire per conto proprio, imbattendosi in personaggi singolari, come Michelle, ragazza francese coinquilina di Sonia e come Pavel, simpatico taxista tuttofare. Domani Battaglia viene coinvolto in una particolare caccia al tesoro per le vie di Praga, tramite alcune pagine della tesi di laurea che scova nei luoghi più impensati. Nel segno di Kafka è un romanzo che si può definire atipico e colto. Atipico perché attraversa vari generi letterari. Colto perché sono davvero tante le citazioni di opere letterarie che troviamo al suo interno. Quanto al protagonista, è un uomo che ha da poco perso la moglie, con la quale, tra l’altro, si era recato in viaggio proprio a Praga. Ha una figlia di nove anni, Camilla, molto sveglia per la sua età e che viene accudita da una zia. Domani Battaglia cerca di mantenere uno stretto legame con la sua bambina, come dimostrano anche le chiamate che cerca di farle quotidianamente mentre si trova all’estero. L’avvocato ha, inoltre, problemi ad addormentarsi ed è preda di stranissimi sogni che finiscono spesso per trasformarsi in spaventosi incubi. Alcuni di questi lo aiuteranno, in un certo modo, a trovare la soluzione del mistero. Non si può non parlare della presenza incombente e costante di Franz Kafka, della sua vita e delle sue opere. Sonia è ossessionata da questa figura, al punto da dubitare se concludere o meno la propria tesi. La stessa Praga, gelida e coperta di neve, è piena di luoghi che rimandano a uno dei suoi cittadini più illustri. Nelle pagine del romanzo i lettori troveranno anche una sorta di sfida a decifrare i messaggi che giungono al protagonista. Buona caccia al tesoro a tutti, allora.
Alessandro Bruni, nato a Bologna nel 1972, di professione avvocato civilista, già autore dei romanzi Ulisse aveva una figlia (2015); KillingRock Revolution (2017), La prossima estate –Un requiem per il noir (2019) (Persiani Editore) che compongono una sorta di trilogia dell’equivoco secondo il registro della tragedia, della commedia itinerante e della spy story complottista. Nel 2020 pubblica il romanzo breve We Were Grunge (Persiani Editore) opera sul confine dell’auto-fiction dedicata all’epopea dei musicisti di Seattle e partecipa all’antologia di racconti E poi ci troveremo come le star (Morellini Editore), dedicata e ambientata in alcuni bar italiani. Nel 2021 pubblica il romanzo L’errante (Round Robin Editrice), un noir sociale che affronta le tematiche dello scontro ideologico fra Occidente e Islam.
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Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.
Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.
La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.
Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.
La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.
Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?
L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.
Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.
In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.
Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.
Source: acquisto personale.
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Angiolino Bonetta (1948-1963) piccolo bresciano originario di Cigole è il protagonista del libro “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri edito da Velar. Cigole è un paesino nella Bassa Bresciana, ma negli anni Sessanta ospitò la breve vita di Angiolino che, grazie alla fede, riuscì a trasformare la sua sofferenza e dolore in amore e dedizione al prossimo. Angiolino aveva 13 anni quando gli venne diagnosticato un sarcoma osseo che ebbe come conseguenza l’amputazione della gamba destra. Durante la degenza in ospedale il ragazzino, nonostante la mancanza di un arto, non perse tempo e fece subito amicizia con tante persone e pazienti. Quello che distingueva Angiolino era la sua capacità di strappare un sorriso, di immedesimarsi in situazioni comiche che riuscivano a portare un po’ di serenità ai malati. Un pioniere della clownterapia potremmo dire che però, aveva anche la capacità di donare parole consolatorie, gentili e preghiere per i malati. Angiolino frequentava il Centro Volontari della Sofferenza e anche qui portava il suo buonumore. Quando poi la malattia divenne più aggressiva e il ragazzino smise di giocare con i suoi coetanei e di scorrazzare in bicicletta, il 21 settembre 1962, Angiolino, consapevole di ciò che gli stava capitando, pronunciò la professione di Silenzioso Operaio della Croce fino alla fine della sua giovane vita. Il libro di Mangeri non è solo una storia vera, di una provincia tutta da scoprire e conoscere, ma è la vicenda di un giovane, del suo entusiasmo, della sua fede potente che lo condusse ad accettare di portare la propria croce con coraggio e dedizione, animato, allo stesso tempo, da quel desiderio di dispensare il bene al prossimo che lasciano un segno nel lettore. “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri è una storia che conquista per la simpatia del protagonista, per la sua grande spiritualità e maturità che lo spinsero a mettere in atto piccole catechesi tra gli ammalati e a diventare un punto di riferimento per chi gli stava accanto.
Gianluca Mangeri, medico oncologo è sacerdote della Diocesi di Brescia dal 2011 e attualmente è cappellano all’Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia. Tra i suoi libri “L’oro nelle cicatrici. In corsia ho imparato a ricevere” (2021) e, con Paoline, “Goccia dopo goccia” (2024), “Nel cuore del Natale” (2023), “Pellegrino in corsia” (2025).
Il veleno sei tu (C’est toi le venin, 1957) di Frederic Dard, edito in Italia da Rizzoli, nella collana Nero Rizzoli, e tradotto da Elena Cappellini, è un breve noir claustrofobico prettamente psicologico che si inserisce nella produzione del noir francese anni ’50 con alcune sue caratteristiche peculiari che lo differenziano dai noir dei vari Simenon, e Pierre Boileau e Thomas Narcejac, o se vogliamo anche dagli autori più letterari dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus di cui subisce in un certo senso gli influssi.
Diciamo subito che Dard è un autore a sé. Famoso in Italia forse più per la serie di San Antonio, è anche autore di pregevoli noir “seri”, nel senso di non umoristici, pur tuttavia non privi, di ironia, sarcasmo, paradosso, anche se amaro o perlomeno malinconico. La Rizzoli li sta riscoprendo e ce e sono davvero tanti per una bella e ricca collana.
Il veleno sei tu ha per protagonista, e voce narrante del romanzo, Victor Menda, un giovanotto di belle speranze, affascinante, ex speaker radiofonico, povero in canna, che ha perso tutto nei casinò della Costa Azzurra. Si sa nei noir francesi quando si vuole andare a caccia di fortuna si va in Costa Azzurra. Sole, mare, auto americane, ereditiere, insomma il paradiso dell’avventuriero.
Il nostro buon Victor, comunque, non è proprio un delinquente, ha le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue tensioni morali, e se la deve vedere con due terribili sorelle, o meglio una di certo terribile è, ma non voglio anticiparvi troppo della trama, per non togliervi il piacere della lettura, che pur vivendo il romanzo di tensioni sotterranee, ambiguità, erotismo represso, ha anche un significativo colpo di scena finale nell’ultimo capitolo che vi sconsiglio tassativamente di leggere subito. Non fatelo, andate con ordine. E vedrete che non ve ne pentirete.
Dunque, il romanzo inizia con Victor, che avendo perso tutto, medita di buttarsi in acqua, di suicidarsi. Cambia idea e gli succede un fatto curioso, che innescherà il motore della storia. Un’auto guidata da una affascinante e misteriosa donna, di cui non vede bene il volto, si accosta a lui e lo invita a salire a bordo. Gli si offre senza spiegazioni, preamboli, frasi di corteggiamento. Puro sesso. Poi lo scarica e se ne va, senza spiegazioni. Turbato e un po’ offeso prende la targa e risale al proprietario dell’auto.
Si reca nell’abitazione di costui, una bella villa sulla Costa Azzurra e scopre che è abitata da due enigmatiche sorelle: Eve e Helene Lecain. Non è che abbia scelta, è senza un soldo, non ha prospettive, quando gli offrono ospitalità lui accetta e mal gliene incoglie. Da questo momento in poi succede di tutto.
Eve la più giovane è invalida, è seduta su una sedia rotelle e la sorella l’accudisce. A Victor piace più Helene, più matura, seria, ottima padrona di casa, e soprattutto vuole scoprire chi fosse la misteriosa donna dell’incontro. C’è anche una vecchia governante ma anche lei non sa guidare, quindi la candidata ideale è Helene, ma lui non la riconosce, non è sicuro.
Non volendovi spiegare troppo della trama mi fermo qui, ma si regge su una specie di indagine, ci sarà anche un morto, non vi dico chi, e tanta tensione psicologica, insomma gli ingredienti del noir filtrati dal gusto di Dard che ne fa più un dramma introspettivo che un noir classico. Lo stile è asciutto, sobrio, riflette ossessioni e turbamenti, gelosie e desideri, e lascia il lettore a domandarsi anche lui chi sarà mai la donna misteriosa. C’è, c’è una spiegazione a tutto, c’è un finale non consolatorio, ma catartico.
Ah dimenticavo c’è anche un noir cinematografico francese tratto dal libro: Nella notte cade il velo (Toi… le venin), film franco-italiano per la precisione del 1959 diretto e interpretato da Robert Hossein, amico di vecchia data di Dard che ben rispecchia lo spirito del libro. Con anche una bellissima Marina Vlady e sua sorella anche nella vita Odile Versois.
Buona lettura, e buona visione se riuscirete anche avedere il film.
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Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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