Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.
In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.
Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.
Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.
Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.
Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.
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Un mondo antico come quello romano non si è sgretola e scompare in poco tempo, anche se si é già deciso di decretarne la fine. Nell’ottobre del 476 d.C. Romolo Augusto è stato deposto, l’Impero Romano d’Occidente non esiste più e Odoacre si è imposto come nuovo sovrano d’Italia, pur deciso a non proclamarsi imperatore. Ma lontano dai palazzi e dalle grandi città, in un piccolo avamposto ai margini della pianura lombarda, la notizia deve ancora trasformarsi in qualcosa di reale, di davvero tangibile. A Sibrium infatti, avamposto romano, l’antico Castrum destinato nei secoli successivi a diventare Castelseprio, la vita prosegue quasi per inerzia, sospesa tra ciò che è stato e quanto ancora non si può sapere. E sarà proprio questa remota terra di confine, a fare da vasto palcoscenico al romanzo d’esordio di Alessandro Cuccuru, Sibrium, dove il comandante Marco Terenzio Ambusto, che da anni ha ereditato il mandato da suo padre, si troverà improvvisamente privo di ordini, con una guarnigione da governare e un’intera comunità da proteggere. Roma è lontana e il potere che l’ha sostituita deve ancora mostrarsi. Infatti, tutti attendono l’arrivo degli uomini di Odoacre, guidati da Edecon, suo nipote, incaricati di reclamare un terzo delle terre coltivabili. Una richiesta che nella zona potrebbe sconvolgere alcuni equilibri già fragili. Ma il pericolo non arriva soltanto dal nuovo signore. Oltre le Alpi premono i Burgundi, spinti dalla fame e dalle difficoltà di un territorio impoverito. La loro probabile calata in forze nella pianura padana aggiunge altra inquietudine a una situazione in cui diplomazia, misura e forza militare saranno strumenti indispensabili per sopravvivere. Marco Terenzio naviga con prudenza, barcamenandosi in precario equilibrio, mentre cerca di tenere insieme uomini e interessi controllando le paure della gente. Attorno a lui l’autore costruisce un’interessante e variegata galleria di personaggi. Ci sono soldati, possidenti, religiosi, uomini germanici e persino donne che si vedranno costrette a difendere ciò che possiedono. Tra loro spiccano soprattutto due figure femminili: Clelia, vedova capace di mandare avanti la propria villa senza lasciarsi schiacciare dalle situazioni, e Lavinia, figlia dello straordinario fabbro Vulcano. Diverse, ma accomunate da una concretezza che le sottrae al ruolo di semplici comprimarie. Anche tutti i personaggi secondari offriranno impulso e spessore alla trama. Unter vice del comandante romano, Panezio compagno e consigliere greco di Edecon, Ariete il vecchio guerriero erulo, i gemelli romani Silvio e Claudio, il presbitero frate Marcello, Paolo Massenzio il ricco possidente romano, Odric e Gudal altri uomini di scorta di Edecon, appartengono a mondi diversi e portano in sé ambizioni, rancori, paure e desideri. Ma sarà proprio attraverso le loro scelte che comincerà la trasformazione radicale, profonda e irreversibile delle strutture fondamentali di una società. Non si tratta quindi di una semplice transizione o di un evento isolato, ma di un processo che finirà per entrare nella quotidianità, nelle relazioni, nei rapporti di potere e persino negli affetti. Sibrium infatti non racconta solo una fase di un lungo passaggio politico. Racconta soprattutto di uomini e donne costretti ad andare avanti e vivere quando le certezze vengono meno. Chi fino al giorno prima aveva un preciso ruolo, un’autorità riconosciuta, una terra da amministrare o un potenziale futuro ora, deve adattarsi e capire a chi obbedire e soprattutto di chi fidarsi. Differenze culturali o le barriere tra persone costretti a incontrarsi, confrontarsi e trattare si riducono, creando interconnessione tra romani e germani. Non sarà trasformazione improvvisa ma un lento slittamento in cui convivenza e conflitto avanzano insieme. La parte avventurosa accompagna questo quadro senza soffocarlo. Spedizioni diplomatiche, strategie, combattimenti, intrighi e tradimenti imprimono ritmo alla narrazione, mentre le vicende personali di Marco, Clelia e degli altri protagonisti tengono la storia ancorata alla dimensione umana. Amori contrastati, gelosie, ambizioni e rancori acquistano un peso particolare proprio perché maturano in un momento nel quale anche il mondo esterno sembra aver perso ogni punto di riferimento. Interessante la scelta di un linguaggio moderno e scorrevole. Cuccuru non cerca una ricostruzione artificiosamente arcaica, ma accompagna il lettore per ben 597 pagine dentro il 476 d.C. con una scrittura agile, in grado di rendere naturale il confronto tra personaggi provenienti da differenti culture. Le descrizioni del territorio, frutto di un’attenta conoscenza dei luoghi, contribuiscono a costruire una Sibrium concreta, fatta di strade, terre, insediamenti e spazi nei quali la minaccia può arrivare da un momento all’altro. Il romanzo ha anche il merito di cambiare passo nel corso della narrazione, evitando che una struttura iniziale troppo uniforme finisca per appesantire il racconto. La storia accelera e acquista nuove prospettive proprio quando il lettore ha ormai familiarizzato con i suoi protagonisti e con gli equilibri dell’avamposto. La caduta dell’Impero, pur confinata allo sfondo, s’insinua e attraversa ogni pagina. I protagonisti non hanno ancora il distacco necessario per comprendere di trovarsi davanti alla fine di un’epoca e all’inizio di un’altra. Per loro non esiste ancora una data da ricordare sui libri di storia: esistono terre da difendere, persone da proteggere, alleanze da costruire e nemici da affrontare. Ed è forse qui che Sibrium trova la sua chiave più efficace: raccontare la Storia nel momento in cui ancora non sa di esserlo diventata.
Alessandro Cuccuru, nato in provincia di Varese a pochi chilometri da Castelseprio, il sito archeologico patrimonio dell’UNESCO in cui ha scelto di ambientare i suoi primi tre romanzi, oggi vive al confine tra Lazio e Abruzzo. Terminati gli studi classici, lavora nei settori del commercio e dell’intermediazione, per poi approdare al giornalismo. Collabora con diverse riviste, quotidiani, radio e televisioni ed è corrispondente dell’agenzia di stampa ANSA. Nel 2015 pubblica “Sibrium”, le cui vicende si svolgono nel 476 d.C. subito dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nel 2017 è tra i fondatori di Aporema Edizioni, una cooperativa alla quale negli anni seguenti si uniscono altri autori e operatori editoriali. Nel 2019 esce “Il segreto di Sibrium”, che narra il tramonto del regno longobardo. Nel 2020 pubblica “Maloscritto – I dodici errori da evitare per non finire nel cestino dell’editore”, con illustrazioni di Stefano Girola.“La Vipera e la Torre”, uscito nel 2021 e incentrato sullo scontro tra i Visconti e i Della Torre nel XIII secolo, chiude il ciclo dedicato a Castelseprio. “La Pazza di Tagliacozzo” è il suo ultimo romanzo.
Un titolo che crea subito un’atmosfera. Di rose e di lucciole, pare soave, dolce, quasi romantico. Una rosa è da sempre simbolo di bellezza ma anche fragilità, una lucciola brilla festosa come una piccola luce nel buio. E all’inizio guidati solo da quella piccola luce entriamo quasi in punta di piedi in una storia che invece comincia con una morte. Ottobre 1933. Nella pianura bresciana, nelle acque del fossato che circonda il castello di Padernello, viene ritrovato il corpo di Albina, una ragazza di appena sedici anni. A prima vista il colpevole sembra quasi già pronto, scodellato: un giovane con la mente di un bambino, considerato da tutti “lo scemo del villaggio”. Ma il commissario Fulvio Villata non ne è convinto. Alcuni particolari non gli tornano. Ciò nondimeno ogni volta che prova a seguire un’altra pista, qualcuno interviene di prepotenza per indirizzare l’indagine verso la soluzione più comoda. Villata è tornato. Lo avevamo conosciuto in una precedente indagine e oggi lo ritroviamo nella Brescia fascista del ‘33, alle prese con un caso che pian piano si dilata al di là del semplice delitto. Intorno alla morte di Albina si muovono interessi, ricatti, reputazioni da difendere, famiglie in decadenza e nuovi imprenditori desiderosi di affermarsi. E sopra tutto incombe il potere, il Regime, sempre pronto a condizionare il lavoro della polizia e a distorcere la verità. Un intreccio tra giallo e storia in cui il fascismo non resta in secondo piano, ma penetra nelle relazioni e nei comportamenti. Una lettera, una fotografia, uno sguardo possono diventare pericolosi se ciò che dovrebbe appartenere alla sfera privata rischia di compromettere l’onore di una famiglia. Perché l’indagine sulla morte di Albina potrebbe riportare alla luce segreti che si preferiva lasciare sepolti. Ma c’è Fulvio Villata, il “Mastino di Brescia”, appartiene all’apparato dello Stato, ma non è un dogmatico. Uomo intelligente, caparbio, moralmente integro, mantiene libertà di giudizio in un ambiente dove solo fare il proprio mestiere può diventare rischioso. Il soprannome, nato in altro contesto, lo descrive perfettamente: quando sente qualcosa non gli torna, Villata non molla. La sua forza non è solo professionale. L’uomo Commissario cela in sé una lontana perdita, un dolore mai davvero superato. Badini lo lascia intuire attraverso alcuni flash poche immagini più intime. E il buon rapporto con Amilcare Ferri lo rende ancora più umano. Non sono soltanto un commissario e l’agente il suo vice , due persone che condividono il peso dell’indagine ma tra loro esiste la complicità di chi lavora sempre insieme: scambi, battute e confidenza, un po’ di leggerezza insomma. Padernello regala a Villata, al suo arrivo davanti al fossato del Castello un’immagine fiabesca. Il castello parla di storie incantate: della Dama Bianca , però qui la giovane del romanzo non è una principessa addormentata, ma una giovane morta. Un corpo, un nome, Albina, una storia, la sua. Attraverso l’indagine scopriremo paure, ingenuità e aspettative di qualcuno che non aveva ancora avuto il tempo di vivere. Badini dissemina il caso di indizi e piccoli particolari, costruendo una perfetta indagine classica e che neppure rinuncia a qualche inatteso cambio di ritmo. La trama procede lentamente circospetta poi, quando meno ce lo aspettiamo, accelera, corre. Ci sono persone in grado di compiere terribili gesti per paura, vergogna o egoismo, mentre altre sfruttano invece l’altrui fragilità per riuscire meglio a esercitare potere. La nebbia bresciana, il castello, la Dama Bianca e le lucciole aggiungono alla storia una dimensione, un’atmosfera particolare, persino capace di attenuare i contorni più duri della vicenda senza cancellarne la crudeltà. Di rose e di lucciole è un giallo d’indagine costruito con cura, ma e soprattutto è la storia di persone costrette a vivere in un tempo in cui sentimenti, desideri e verità potevano diventare molto pericolosi. E difatti quando alla fine l’indagine si chiude, ciò che resterà non sarà soltanto la soluzione del delitto. Resterà il commissario Villata, con i suoi ricordi, la sua ostinazione e quel difficile equilibrio che il ruolo e la sua coscienza gli impongono di mantenere.
Marco Badini, laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Tourism Quality Management. Appassionato di mondo digital, cultura pop e letteratura. Curioso per natura e sempre pronto a nuove sfide.
È arrivata in libreria per l’editore Àncora una sottocollana Freccette,dedicata ai “Personaggi biblici POP”. I primi due volumi sono “Adamo ed Eva” e “Caino e Abele” scritti da Giovanni Battista Magoni con le illustrazioni dallo stile colorato e pop di Selene Campanella. Ogni volume presenta il racconto di un episodio biblico – in questo caso Adamo ed Eva e il grave peccato che determina la loro cacciata dall’Eden e il dramma tra i fratelli Caino e Abele- dove le parole sono affiancate a immagini che permettono di comprendere al meglio lo scritto. Accanto alla narrazione della storia biblica c’è una spiegazione diretta, semplice che va al cuore del contenuto. Questa collana edita da Àncora è la dimostrazione che la catechesi è all’avanguardia e lo fa con una nuova veste nell’approccio, nel metodo e nelle modalità del commento. I libri infatti si rivolgono direttamente a chi legge e lo fanno proponendo domande, approfondimenti e riflessioni, chiedendo quindi direttamente al lettore se ha provato sensazioni simili o vissuto situazioni somiglianti a quelle dei protagonisti. Un porsi al lettore in maniera semplice, divulgativa e, soprattutto, non scontata. Dopo il commento è presente anche una preghiera e alla fine di ogni volume è stata inserita anche una proposta di laboratorio pratico da svolgere in compagnia dove ogni elemento richiesto ha un fine pratico e comunicativo preciso. I libri proposti relativi ai personaggi biblici indagano i valori di fede ed esistenziali dell’uomo e sono ideali per lettori adulti, genitori, docenti, bambini e per i loro educatori e catechisti.
Giovanni Battista Magoni, sacerdote, filosofo, teologo, Direttore di Ancora Editrice
Selene Campanella, grafica e illustratrice, collabora con diverse case editrici e organizza corsi di disegno, pittura e creatività.
Ci sono case che diventano quasi parte di chi ci abita. Non sono più solo stanze, con mobili, porte e finestre, ma serbano confidenze, litigi, risate, momenti difficili. Per Malù Ferrari, Ariel, Samuel e Kobe, via Atri 36 ormai è questo. Ah, poi non scordiamoci il quinto inquilino, Mycroft, il gatto nero che, di diritto ormai, vive la loro vita. Serena Venditto torna per raccontarci il suo piccolo universo, ma stavolta mette alla prova proprio ciò che li tiene insieme. Cominciamo da Malù, libraia, traduttrice e ricercatrice, e dalla sua settimana complicata: la discussione della tesi di dottorato è vicina, Marco, il suo fidanzato, sta per partire per la Svizzera, vorrebbe che lei lo seguisse, finiscono con litigare… Ma in via Atri arriva una notizia decisamente peggiore. Il padrone dell’appartamento sarebbe costretto a vendere e, se davvero fosse così, loro dovrebbero andarsene. Una brutta doccia fredda. Trovare casa a un prezzo abbordabile a Napoli non è certo facile. La città è sempre più affollata da strutture destinate ai turisti e gli appartamenti sul mercato, oltre a essere merce rara, costano un botto. Ma dietro l’inattesa decisione del proprietario si nasconde una vicenda drammatica: sua moglie è agli arresti domiciliari, accusata di avere ucciso il vicino. Pagare l’avvocato per difenderla costerà molto, moltissimo. Le circostanze dell’omicidio sembrano non lasciare spazio a dubbi. La donna è stata trovata accanto al cadavere con un coltello da cucina insanguinato in mano. È ancora sotto choc e continua a ripetere di non ricordare nulla. Si dice innocente, ma le prove sembrano raccontare un’altra storia. Storia che Malù e gli amici, però, non intendono accettare. Se la polizia crede di aver chiuso il caso accusandola, devono fare qualcosa, darsi una mossa. Bisogna trovare l’assassino onde evitare un trasloco… Anche perché per loro quell’appartamento è diventato il posto dove hanno riunito la loro famiglia elettiva. Con Malù come capo, sarà anche stavolta un’indagine sui generis, in cui il metodo investigativo lascia spazio all’intuizione, alla curiosità e a una buona dose di improvvisazione. Interrogatori poco ortodossi, improbabili incontri, un segreto piano B con visite alla ricerca di una nuova casa. Si parla d’arte, intervengono lezioni di yoga e alcune pause sentimentali si intrecciano alla caccia al colpevole. La soluzione è a portata di mano, anche se sembra avvicinarsi e allontanarsi continuamente, mentre emergono segreti che potrebbero cambiare certe apparenze.
Malù, con la sua curiosità e il suo fiuto, resta il motore dell’indagine, con Ariel che mantiene il suo ruolo di persona forte e positiva e Samuel e Kobe che completano un gruppo nel quale le differenze possono diventare un vantaggio. La professoressa Papararo guadagna spazio e personalità, confermandosi una figura importante nell’equilibrio della serie. E naturalmente Mycroft continua a fare il gatto, cioè a osservare il mondo con quella superiore indifferenza che gli consente di essere, contemporaneamente, presenza silenziosa e irresistibile protagonista. Poi c’è Napoli. Una Napoli diversa dalle cartoline, rumorosa, contraddittoria, capace di cambiare rapidamente sotto la pressione del turismo. La trasformazione degli appartamenti in bed and breakfast non resta una battuta sul mercato immobiliare, ma diventa uno degli elementi tramite i quali il romanzo guarda alla città contemporanea. Case che cambiano destinazione, quartieri che si trasformano, abitanti costretti a fare i conti con una realtà in cui trovare un alloggio può diventare un’impresa. Ma per fortuna la vena ironica di Serena Venditto impedisce alla trama di appesantirsi. Divertente è il gioco che fa con la voce narrante, rivolgendosi direttamente al lettore, e coinvolgendolo nella storia e affidandogli quella complicità che par quasi trasformarlo in un altro coinquilino di via Atri. Casa è dove noi, più che un giallo comunque brillante, appare soprattutto il racconto di un affetto. Sì, l’indagine serve a scoprire chi abbia commesso un omicidio, mentre la storia racconta piuttosto il bisogno di avere un posto nel mondo da chiamare casa. Anche quando è solo un appartamento di via Atri 36, condiviso da quattro coinquilini, un gatto nero e… ohimè, parecchi guai.
Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale. Ha esordito nella narrativa con la commedia Le intolleranze elementari (Homo Scrivens, 2012). Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori Aria di neve, il primo volume della serie gialla dedicata al gatto Mycroft e ai quattro coinquilini di via Atri 36, seguito da L’ultima mano di burraco (2019), Grand Hotel (2021), Commedia gialla con gatto nero (2023), Sette vite come i libri (2025). Gli stessi personaggi compaiono nell’antologia Gatti neri e vicoli bui (Homo Scrivens, 2022) e in E cosy sia (Giallo Mondadori Big, 2024). Nel 2025 è uscito il suo podcast narrativo E alla fine arriva il gatto, prequel della serie dei romanzi, prodotto da Mondadori Studios. Collabora con Homo Scrivens in qualità di editor e come direttrice della collana dedicata al giallo. Cura la rubrica #Barsport per il sito Napoliclick.
Uscito il 21 luglio per Fazi, Lo speziale di Steinbrueck è il romanzo d’esordio di Matteo Mantoani, un giallo storico che racconta con penna spigliata e ritmo incalzante le indagini del mercante e speziale Gottlob Kramer. Ritornato nel suo paesino di origine, Orgnasso, nel Friuli di inizio ‘700, Gottlob (nato Giacomo d’Andrea) rinviene il cadavere mutilato di una donna sulla riva del fiume Meduna, rendendosi conto che non si tratta di una semplice morte per annegamento ma di un caso di omicidio. Il protagonista sarà aiutato nelle indagini dal figlio della vittima, Nicola, ma soprattutto dalla sua mente arguta. Mentre cercherà di risolvere il caso senza svelare le sue vere origini si imbatterà in bande di briganti, formule alchemiche e segreti tenuti nascosti, ma durante la permanenza nel borgo di Orgnasso riaffioreranno anche i ricordi del passato. Il racconto si snoda infatti su tre piani temporali: l’infanzia del piccolo “Iacum”, segnata dalla miseria e la malattia (1693), l’apprendistato nella spezieria della città austriaca di Steinbrueck (1701) e la maturità (1738), in cui il protagonista, oltre a cercare di fare luce sul mistero, è chiamato a interrogarsi sulle scelte compiute nella sua vita, sui legami familiari e affettivi e sul vero significato della ricchezza (particolarmente eloquente è il proverbio friulano citato in epigrafe: Chel ch’al à dut, nol à nuie, vale a dire “Chi ha tutto, non ha niente”). Sullo sfondo, anche i conflitti sociali e le tensioni politiche dell’epoca: la decadenza dei potentati locali, la piaga del brigantaggio, l’instabilità della Repubblica di Venezia e la minaccia dell’Impero ottomano.
Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del romanzo, Matteo Mantoani.
Benvenuto Matteo su Liberidiscrivere! Grazie per aver accettato questa intervista. Partiamo da una tua presentazione. Classe 1987, una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, ma anche una grande passione per la lettura. Come è stato approcciare il mondo dell’editoria?
Ciao a tutti e grazie per l’invito! La fisica è solo una delle mie passioni, leggo e scrivo fin da piccolo, al liceo non sapevo scegliere la mia materia preferita, tanto che prima di iscrivermi all’università ho avuto l’infatuazione per qualunque facoltà, da filosofia a lettere antiche. Ho poi scelto fisica perché immaginavo che fosse la materia più difficile da portare avanti per proprio conto, e che servisse appunto la partecipazione a un corso di studi strutturato per poterla apprendere. Aveva ragione lo scrittore Robert Heinlein: “la specializzazione va bene per gli insetti”.
Nei miei ritagli di tempo porto avanti pian pianino i miei interessi, tra cui quello della scrittura. Solo dal lockdown del 2020 però ho iniziato a unirmi a community online e a studiare seriamente scrittura creativa. L’approccio col mondo dell’editoria è una cosa molto recente, ed è avvenuto nel modo più classico possibile: ho inviato il mio manoscritto all’editore che poi mi ha ricontattato per discuterne la pubblicazione. Certo, per arrivarci ho fatto diversi tentativi partendo dalle case editrici piccole e a distribuzione locale ma, paradossalmente, il progetto è andato in porto solo alzando il tiro.
Lo speziale di Steinbrueckè il tuo romanzo d’esordio, ma ricordiamo che hai già pubblicato il racconto “Il vestito dello sbilf” sui Gialli Mondadori, con cui hai vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Questo racconto ha molto in comune con il tuo romanzo: i personaggi, l’ambientazione friulana settecentesca, l’uso del friulano e del veneziano, i riferimenti alchemici… Puoi raccontarci qualcosa di più sulla genesi di entrambi?
“Scrivi di quello che sai”, dicono sempre i manuali di scrittura. Quando mi sono messo a scrivere il mio romanzo, più o meno a metà del 2022, ho attinto alla mia infanzia e ai miei studi sulla cultura e sulla storia della mia regione. Ho terminato l’ultima stesura del romanzo nella primavera del 2023, poco prima che si presentasse l’occasione di inviare un racconto al Termini Book Festival, che al tempo collaborava con il forum di scrittura dove mi allenavo, minuticontati.com. I miei studi erano ancora freschi, così ho pensato di scrivere un’altra storia in un paesino friulano, con delle indagini da svolgere e dei personaggi sopra alle righe. Il racconto e il romanzo hanno così dei punti in comune, ma sono storie separate e con personaggi diversi. Uno tra tutti è Vanni, l’assistente del podestà che, nel racconto, è un uomo forte e possente, ma bonaccione e ingenuo. Accanto all’investigatore, più razionale e metodico, Vanni assume il ruolo di una spalla comica e credo che penserò a qualcosa di simile se mai scriverò ancora una storia di questo tipo. La vittoria è stata un’incredibile sorpresa, mai avrei pensato che un racconto ambientato in Friuli potesse farsi strada in un festival organizzato da una città siciliana.
Quanto è stato lungo il processo di documentazione? Per le ricette degli speziali hai consultato erbari dell’epoca?
Potendo studiare solo nei ritagli di tempo, e dovendo a volte compiere lunghi tragitti per visitare musei o recuperare le copie dei saggi che mi interessavano (tutti presi nelle biblioteche della provincia di Udine e Treviso), ho sentito di avere abbastanza materiale solo dopo più di un anno di lavoro. La parte sugli speziali è stata più semplice, perché esistono numerosi studi consultabili gratuitamente online o volumi pubblicati centinaia di anni fa e liberi da diritto d’autore che Google ha raccolto in GoogleBooks, ho così potuto recuperare una copia in latino della Pharmacopoeia Augustana, un antico ricettario farmaceutico usato nelle spezierie nel Settecento. Leggerlo è stato come aprire il vaso di Pandora, l’incredibile quantità di ricette curiose e di ingredienti improbabili mi hanno convinto a farne uso per il mio romanzo e così ho sfruttato l’occasione per far diventare Giacomo uno speziale.
Questo è un romanzo dalla forte identità friulana, ma è anche uno spaccato di vita quotidiana che racconta, con passaggi di crudo realismo e personaggi al limite del grottesco e del tragicomico, condizioni di «superstizione, miseria e ignoranza» (p. 185). Era importante per te partire dalla storia locale per scrivere un racconto di fantasia?
Assolutamente sì. Il Friuli è una terra che il vasto pubblico conosce molto poco, ma che è ricca di una storia e una tradizione che non ha nulla da invidiare a quelle di luoghi più noti, anche se resta comunque ancorata a un’identità che fa i conti con una lunga storia di povertà. Soprattutto durante il dominio veneziano, come tutta la terraferma, era visto dai padroni come una terra da sfruttare, una colonia, e non un ambiente da far crescere e prosperare. Immaginare la vita delle persone che ci vivevano non è così difficile, perché la povertà del Friuli fa parte anche della storia recente. Nel mio paese d’origine, Cavasso Nuovo, esiste un importante museo dell’emigrazione che raccoglie dati e testimonianze di friulani che, anche in epoca recente, partivano con nulla in tasca in cerca di fortuna, soprattutto nelle Americhe. La storia della Carnia, nelle montagne di frontiera con l’Austria, racconta anche dei “cramars”, i mercanti alpini che affrontavano lunghi e pericolosi viaggi per montagne infestate da banditi e cacciatori di taglie per raggiungere le terre dell’impero fino a spingersi, in alcuni casi, addirittura fino in Transilvania. Il bisogno crea un impulso a reinventarsi e a rischiare, pur di non morire di fame. Nel romanzo, in qualche modo, spero di avere un pochino omaggiato lo spirito di intraprendenza, la resistenza e la forza di volontà del popolo friulano.
La prospettiva storica è molto presente nel romanzo. Da un lato abbiamo un’accurata ricostruzione storica, dall’altro una riflessione sui conflitti sociali dell’epoca (come l’ascesa del ceto mercantile che avrebbe portato allo scoppio della Rivoluzione francese, come alludi nel romanzo). È un periodo storico che conoscevi bene o che ti appassiona?
Mi appassiona molto perché è un momento di transizione e pieno di contraddizioni. Da un lato la spinta a rinnovarsi e a creare un mondo nuovo, dall’altra la forza di antiche tradizioni e scienze che costituivano un retaggio medievale difficile da abbandonare. L’esempio più lampante è costituito dalla figura di Isaac Newton, il fondatore del moderno metodo scientifico e genio assoluto, ma comunque fervente sostenitore di Aristotele e praticante dell’alchimia. Nel Friuli del periodo, le lotte sociali si ponevano su diversi piani, sia tra ricchi, ovvero tra nobili e mercanti, ma anche tra poveri, ovvero i vicini e i sottani. Il conflitto era all’ordine del giorno, in una società in decadenza e in uno stato, quello veneziano, sempre meno forte e più indebitato. Bastava una piccola scintilla per far esplodere questa polveriera e alla fine del secolo ci avrebbe pensato Napoleone.
La dimensione autobiografica mi sembra molto presente nel tuo romanzo, a cominciare dal protagonista, Gottlob, che è un po’ un tuo alter ego: come te è nato in Friuli ma ha studiato in Germania. C’è poi un riferimento alle scoperte di Newton, che rimanda al tuo campo di studi, la fisica. Infine, per Orgnasso ti sei basato sui tuoi ricordi di infanzia?
C’è chi si è accorto che Giacomo nasce nel 1687, esattamente 300 anni prima di me. Certamente io e Giacomo abbiamo delle cose in comune e per costruire la sua storia mi sono basato su esperienze che realmente ho vissuto. Alcuni episodi della sua infanzia sono reali, come per esempio l’episodio in cui i ragazzini cercano di dividere in tre i resti di una colonna della chiesa (quando ero piccolo ero andato a giocare con degli amichetti su un cumulo di macerie risalenti al terremoto del ’76, prima che il sacerdote ci allontanasse in malo modo). Gli episodi in cui Giacomo impara il tedesco sono anche ispirati alla mia fatica di imparare quella lingua durante gli anni trascorsi in Germania, la frase di Hans: “per imparare una lingua straniera devi amoreggiare con una ragazza del posto” mi è stata veramente detta dal mio referente universitario tedesco. Giacomo, crescendo, sviluppa però un caratteraccio che non ha nulla a che vedere col mio 🙂
Quello che trovato più originale è il tuo gusto per l’ironia, cosa non così comune in un romanzo storico. Un linguaggio spigliato, frizzante, che non si risparmia espressioni colorite e termini dialettali, ma senza pretese di aderenza filologica. Quali sono state le tue ispirazioni stilistiche?
Una mia zia anziana mi ha confidato che, leggendo il libro, ha ritrovato la parlata delle persone della sua generazione, persone di madre lingua friulana che parlano in italiano traducendo dal friulano. Infatti, per delineare il linguaggio di Gottlob in modo coerente, avrei dovuto ispirarmi alla lingua tramandata da Goldoni, ma il risultato sarebbe stato troppo artificioso e ridicolo, ho scelto allora di riprodurre il linguaggio dei miei vecchi zii e la predisposizione di uno di questi a brontolare e a lasciarsi andare in battute spaccone. Il risultato è un mix unico tra cadenza friulana, linguaggio forbito e quel pizzico di anarchia che fa diventare tutto comico.
E da un punto di vista letterario? Gottlob e Nicola mi sono sembrati un po’ Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk de Il nome della rosa (come nella scena dell’autopsia o se si pensa all’interesse di Eco per Athanasius Kircher), ma alle volte il protagonista ricorda un hardboiled detective. I bravi, le angherie del signorotto locale, la malattia mi hanno fanno pensare ai I promessi sposi…
Ogni romanzo di questo tipo fa un po’ i conti con Umberto Eco, il capostipite di tutto il filone del giallo storico. Certo, nell’approccio mi sono ispirato a lui, soprattutto alla sua propensione alla pianificazione minuziosa (si dice che Umberto Eco, prima di mettersi a scrivere il suo romanzo, avesse perfino stabilito quanti scalini dovesse avere la biblioteca dell’abbazia). Nicola è certamente una spalla per Gottlob e il rapporto maestro/allievo è uno degli aspetti su cui più ho investito durante la stesura del romanzo (soprattutto tra Giacomo e Rolf, ma anche tra Gottlob e Nicola). Anche il paragone con I Promessi Sposi ci sta anche se è più involontario, il conte de Agris ha diverse cose in comune con don Rodrigo, ma è una figura molto più tragica e che ispira compassione.
Nel ringraziarti ti chiedo cosa ti piacerebbe scrivere in futuro. Stai già lavorando a un altro progetto?
Ho tantissime idee, troppe. Innanzitutto, ho altre storie con gli stessi personaggi de Lo Speziale, in altri momenti della vita di Giacomo. Il mio sogno, però, è riuscire a scrivere un romanzo storico con protagonista un famoso alchimista del Quattrocento su cui sto ancora documentandomi: la storia dell’alchimia è una materia complicata ma estremamente affascinante. Per mia figlia, ho già in mente un romanzetto con protagonista un animale che deve fare i conti con un bosco colpito da una maledizione. Ho anche diversi romanzi nel cassetto, uno è di fantascienza ed è ambientato a Trieste.
Insomma, dipende tanto da come andrà Lo Speziale, ma la voglia di continuare a portare avanti questa passione c’è eccome, e farò di tutto per riuscirci.
Matteo Mantoani (Maniago PN, 1987), dopo aver conseguito una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, si è trasferito a Treviso, dove lavora per una nota compagnia di assicurazioni. Da sempre avido lettore, ma anche interessatissimo alla storia della sua terra, ha pubblicato all’interno di un Giallo Mondadori un racconto, Il Vestito dello Sbilf, con cui ha vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Un altro suo racconto, La donna dei Melograni, ha ricevuto una menzione d’onore nell’edizione 2024 dello stesso concorso. Lo speziale di Steinbrueck è il suo primo romanzo.
Source: libro inviato all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fazi Editore.
La raccolta Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un’opera poetica fortemente attraversata dalla memoria, dalla storia, dal mito e dalla riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. Già la Prefazione di Daniele Macris offre una chiave interpretativa significativa, individuando nella poesia di Catalfamo una tensione costante tra pensiero e realtà, tra la tradizione culturale e la necessità di confrontarsi criticamente con il presente.
Il poeta non si limita infatti a evocare il passato, ma lo interroga per comprenderne la permanenza nel presente e per individuare, attraverso la conoscenza, la possibilità di un cambiamento. In questo senso, il titolo stesso della raccolta, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito, sintetizza una poetica fondata sul superamento dei confini tradizionali tra poesia, filosofia, storia e realtà quotidiana. L’«ultrafilosofia» non appare come una fuga nell’astrazione, ma come un pensiero che nasce dall’esperienza concreta e ritorna ad essa. Nel componimento Ultrafilosofo, il riferimento a Leopardi e alla sua concezione della civiltà si intreccia con la figura dell’«intellettuale corsaro», ereditata dalla memoria paterna. L’intellettuale autentico è così colui che non si limita a ripetere un sapere già codificato, ma attraversa criticamente la realtà, cercando di «capire / per poi agire». La conoscenza assume quindi una funzione etica e civile: comprendere il mondo diventa il presupposto per intervenire su di esso.
Uno dei nuclei più significativi della raccolta è proprio il rapporto tra memoria, storia e identità. In testi come La storia siamo noi,Le due città e Vecchio ciclostile, la memoria individuale si allarga progressivamente fino a diventare memoria collettiva. Il passato non viene presentato come un luogo immobile e nostalgico, ma come una dimensione ancora presente nella coscienza degli individui e delle comunità. Anche gli oggetti, i luoghi e le figure del passato diventano depositari di una storia che rischierebbe altrimenti di essere cancellata. Il poeta recupera dunque ciò che la modernità tende a marginalizzare e lo restituisce a una memoria capace di interrogare il presente.
La stessa funzione assume il mito. Catalfamo non lo utilizza come semplice repertorio di immagini classiche, ma lo sottopone a un processo di rilettura e di demitizzazione. In Il mito di Orfeo, per esempio, la figura mitica viene ricondotta a una dimensione razionale e storica attraverso il confronto tra Apollo, Ermes e Dioniso. Il mito, privato della sua aura intoccabile, diventa così uno strumento per comprendere le contraddizioni dell’esperienza umana. Anche in Miti siculo-greci il patrimonio mitologico appare stratificato attraverso epoche, religioni e culture diverse: il sacro e il profano, il cristiano e il pagano, la vita e la morte convivono in una memoria culturale complessa. Il mito, pertanto, non appartiene esclusivamente al passato: continua a vivere nelle forme attraverso cui una comunità interpreta se stessa.
Particolarmente interessante, in una prospettiva comparatistica, è il modo in cui questa continuità culturale emerge nella rappresentazione della vita quotidiana e soprattutto delle figure femminili. Le donne della raccolta non sono semplicemente personaggi inseriti in un determinato ambiente sociale; attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro giudizi e persino i loro sentimenti diventano luoghi di trasmissione di codici culturali. La cultura, infatti, non sopravvive soltanto nelle grandi opere o nelle istituzioni, ma anche nei comportamenti quotidiani e nelle relazioni interpersonali. Perfino sentimenti socialmente negativi, come l’invidia, possono rivelare la persistenza di modelli culturali e di forme di mentalità trasmesse attraverso le generazioni. Questa dimensione rende la rappresentazione femminile particolarmente significativa: la donna può essere al tempo stesso custode di una tradizione e spazio nel quale tale tradizione viene trasformata.
Demetra contadina costituisce, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti. La figura mitologica viene riportata nella concretezza della dimensione contadina e quotidiana, dove il rapporto con la terra, il cibo, i cicli naturali e i rituali assume un valore culturale profondo. Il mito non è più lontano dalla realtà: si incarna nella vita concreta e nella memoria di una comunità. È proprio attraverso questo processo che Catalfamo riesce a trasformare il patrimonio mitico in una forma di conoscenza del presente.
Un altro aspetto particolarmente significativo della raccolta riguarda la figura del docente e il rapporto conflittuale tra l’intellettuale e l’istituzione educativa. In questo caso la scuola e l’università non vengono rappresentate soltanto come luoghi di trasmissione del sapere, ma anche come spazi nei quali può emergere la tensione tra conoscenza autentica e burocratizzazione del sapere. Il docente, chiamato a educare e a trasmettere cultura, può trovarsi in contrasto con meccanismi istituzionali che rischiano di trasformare l’istruzione in una pratica puramente amministrativa. La figura dell’intellettuale acquista quindi una dimensione di resistenza: non deve limitarsi a riprodurre ciò che l’istituzione stabilisce, ma deve conservare la capacità critica necessaria per interrogare le strutture nelle quali opera.
In questo quadro assume particolare rilievo il verso «è l’istruzione l’arma / della libertà», che sintetizza una delle convinzioni civili più forti presenti nella raccolta. L’istruzione non rappresenta semplicemente l’acquisizione di conoscenze, ma una possibilità di emancipazione. Tuttavia, perché possa svolgere realmente questa funzione, il sapere deve mantenere la propria libertà critica. È la stessa tensione che ritorna in Processo, dove il riferimento a Socrate richiama il conflitto storico tra la ricerca della verità e il potere che pretende di controllarla. La figura socratica diventa così emblematica di un intellettuale che accetta il rischio del pensiero pur di non rinunciare alla propria autonomia.
Anche Tersite, Stalin, Peppe Trelire, Carràci, Quatarone e La Lupa contribuiscono, attraverso registri e figure differenti, alla costruzione di una poesia che rifiuta la separazione tra grande storia e piccola storia, tra mito e quotidianità, tra cultura alta e cultura popolare. Catalfamo recupera personaggi, luoghi e memorie marginali per inserirli in una più ampia riflessione sulla società e sulla condizione umana. La sua poesia procede quindi per sovrapposizioni: il passato dialoga con il presente, il mito con la storia, la cultura popolare con quella classica, l’esperienza individuale con la memoria collettiva.
In definitiva, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito può essere letto come un invito a guardare indietro non per rifugiarsi nel passato, ma per comprendere meglio il presente e preparare il futuro. La memoria diventa coscienza storica, il mito diventa strumento critico e la poesia diventa una forma di conoscenza capace di trasformarsi in azione. È proprio in questa continua oscillazione tra passato e presente, tra eredità culturale e necessità di rinnovamento, che risiede la vitalità della raccolta.
Questa è, in definitiva, la mia personale lettura e percezione dell’opera, maturata dal mio punto di vista di studiosa egiziana e docente di Letteratura italiana comparata. Una prospettiva che mi ha permesso di cogliere nella poesia di Catalfamo non solo il dialogo tra mito, memoria e contemporaneità, ma anche la profonda vitalità del rapporto tra cultura, identità e realtà.
Ponte San Giacomo e Pisa. Nel proprio laboratorio privato di analisi (aperto da un paio d’anni in località La Fontina) un bel dì del 2026 la 49enne bravissima esperta di chimica sopramolecolare Serena Martini riceve la visita della giovane benestante altissima architetta Chiara Sbrana con la bustina contenente un pizzico minimo di polvere grigiorossa. Vorrebbe sapere se ci sono dentro metalli pesanti, amianto, composti organici, attraverso una microscopia elettronica a scansione, preventivo accettato di seimilacinquecento euro. L’11 febbraio le consegna i risultati e le invia la fattura via Whatsapp (il pos non funzionava, stavano installando la fibra), ma la tizia scompare e quasi tre settimane dopo l’amica sovrintendente Ana Corinna Stelea prima le consiglia di rivolgersi a un avvocato, successivamente le comunica che è stata infine identificata la vittima di un investimento d’auto avvenuto il 13 febbraio, si tratta proprio della cliente. Dovranno collaborare ancora, Serena sarà addirittura indagata. Lei convive con i due figli in piena dipendente età scolastica, da accudire nutrire accompagnare, Pietro (verso i diciassette anni, studia violoncello) e Martino (quattordici, si allena con lo judo) e il pur ottimo marito (da oltre venti anni) Virgilio Rossi, acuto casinista straordinario (la suocera Augusta Pino incombe) e professore ordinario di Intelligenza Artificiale a Informatica all’Università di Pisa. Possiede, invero, uno straordinario olfatto (organico) e fiuto per i guai. Corinna, invece, indaga senza annusare, con buon piglio e rigore giuridico, alta un metro e novantuno, capelli biondi e occhi grigi orlati di verde, bellissima e intelligente, non sposata né fidanzata, senza figli. Sbrana è stata assassinata, aveva un fidanzato e un collega di studio, la polvere poteva forse essere di un affresco nascosto, antichissimo magari, era in corso un corposo progetto di ristrutturazione; qualcosa comunque di prezioso e artistico. Servono a entrambe scienza e competenza.
La chimica scrittrice Samantha Bruzzone (Genova, 1974) e il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) sono effettivamente sposati da quasi una venticinquina d’anni, entrambi prematuramente appassionati di enigmi anche per deformazione professionale. Nel loro terzo divertente efficace bel giallo d’investigazione a quattro mani fanno ancora di continuo riferimento alle differenze fra fiction e no fiction, fra letteratura (Maigret) o cinema (serie) e realtà, continuano a scherzare spesso, ben venga! Malvaldi è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata famosa serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le umoristiche avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. Insieme hanno già scritto vari libri per ragazzi e la moglie era sempre ringraziata dal marito per il contributo preventivo alle stesure dei testi. Nei loro romanzi la narrazione al passato alterna i capitoli o i paragrafi narrati liberamente in prima persona femminile da Martini (Martini&Rossi la coppia), la coautrice in prima stesura (in genere numeri nel titoletto), ai capitoli o ai paragrafi sulla poliziotta Stelea, esposti in terza da un narratore maschile esterno, il coautore in prima stesura, che spesso si manifesta per pratica ironia (nel titoletto le relative disposizioni del codice penale o di procedura penale). Il riuscito godibile effetto è la “fusione di punti di vista” di genere. Il titolo fa riferimento a una farsa di Rossini del 1812 (che per lungo tempo sembrava andata perduta), la solita storia della ragazza sopra e del ragazzo sotto, lui dovrebbe salire e la seta è robustissima. Le acrobatiche, continue e simpatiche digressioni sul lato comico o paradossale o assurdo o triste o amorevole della vita questa volta ruotano pure intorno a una valigetta scomparsa e al soggiorno pisano di Keith Haring, fatto salvo che l’intreccio resta giallo e il dipanarsi della vicenda un’indagine criminale per scoprire il colpevole. Il brindisi si fa con Franciacorta, Riserva Moretti di Bellavista.
Classico della letteratura coreana novecentesca La pace sotto il cielo di Ch’ae Man-sik (1902-1950) è un romanzo che racchiude una feroce satira della società coreana della prima metà del Novecento, durante il dominio coloniale giapponese. L’edizione italiana, tradotta da Giulia Donati, è stata pubblicata quest’anno da Bonfirraro Editore, offrendo ai lettori italiani la possibilità di avvicinarsi a un’opera fondamentale della narrativa coreana moderna. Edito inizialmente a puntate nel 1938 sulla rivista Chogwang, fu ripubblicata successivamente in volume solo nel 1948 con il titolo definitivo appunto di “pace sotto il cielo”. Ma di che pace parliamo? non certo la nobile pace frutto di giustizia, uguaglianza e benessere condiviso. La pace è qui l’unico quieto vivere di mastro Yun, un anziano e ricchissimo proprietario terriero che si è ulteriormente arricchito praticando l’usura. Gretto, meschino, sgradevole, vorrebbe vivere per sempre per non separarsi dalle sue immense ricchezze e guida una famiglia altrettanto allo sbando. L’avidità, la grettezza, il sopruso sono mascherati da un’apparente bonarietà e a un culto per il quieto vivere pur sotto il giogo giapponese. Il tutto si incrinerà solo nel finale quando il nipote invece di portare prestigio alla famiglia con una carriera onorevole viene arrestato come socialista. Invece di scrivere un pamphlet politico Ch’ae Man-sik usa l’ironia per rendere più incisiva la critica a un mondo raccontando la storia di una famiglia che vive a Seoul egoisticamente arroccata nei suoi privilegi.
Ch’ae Man-sik (1902–1950) è considerato uno dei più importanti scrittori coreani del Novecento. Maestro della satira sociale, ha raccontato con ironia corrosiva e profonda lucidità critica le contraddizioni della Corea del suo tempo, segnata dal dominio coloniale giapponese e dall’impatto della modernizzazione. Le sue opere, oggi classici della letteratura coreana, uniscono realismo, umorismo e denuncia morale, offrendo un ritratto impietoso e profondamente umano della società e dei suoi squilibri.
È arrivato in Italia il primo diario di Ruby Fox: “Really Ruby” creato da Maddie Frost ed edito da Gallucci. La protagonista, una vivace e simpatica ragazzina, scrive questo diario e lo condivide con noi lettori raccontandoci la sua famiglia, la mamma, il papà e il fratellino, i suoi amici. Un mondo un po’ strambo, a tratti surreale, ma divertente, dove non mancano i desideri, le aspettative e le liste di cose da fare, compreso l’andare al campo estivo con la sua migliore amica: Riley. Peccato che questa gioia frizzante di Ruby si interrompa nel momento in cui la protagonista scoprirà di doverci andare da sola al Campo Pineview, in Vermont. Purtroppo non le servirà a nulla fingersi malata per convincere la madre a tenerla a casa. Ruby parte, da sola e anche di malavoglia, triste e sconsolata ma con il suo inseparabile diario che diventerà il testimone dell’esperienza di un mese al campo estivo. Un vacanza che si rivelerà qualcosa di completamente nuovo ed entusiasmante non noioso come la piccola protagonista pensava. L’esperienza al camp sarà piena di inaspettate sorprese che daranno forma a nuove amicizie e tante avventure diverse tra loro, come balli, pigiama party, amicizie nuove e costumi da bagno che non sempre stanno al loro posto. Il libro creato da Maddie Fox (il primo di una serie) è spassoso, divertente e fatto come un vero e proprio diario, con scritte e disegnini tipici di una ragazzina che sta crescendo e sta affrontando la vita e le emozioni che la caratterizzano. “Really Ruby” è un viaggio nelle avventure, disavventure e intoppi che caratterizzano la vita della piccola Ruby e di quel mondo che sembra un po’ strampalato, anche se poi così strampalato non è. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.
Maddie Frost è cresciuta negli Anni Novanta in Massachusetts, forse guardando troppa TV. Prima disegnava i personaggi dei suoi programmi preferiti, poi si è messa a creare i propri. Finché qualcuno ha cominciato a pagarla per disegnare e scrivere storie, e incredibilmente alcuni dei suoi libri sono persino diventati dei bestseller. (fonte bio. sito Gallucci)
Ci sono persone che sembrano bravissimi a risolvere i problemi… ma solo se si parla di quelli altrui, perché davanti invece ai propri, si bloccano. E qui vediamo che Debbie Mullen fa senz’altro parte della prima specie. Da anni, con la sua rubrica Cara Debbie, ha letto e risposto agli sfoghi e alle lamentele di tante donne di Hushingam, New England. Poi per ognuna ha cercato di trovare il consiglio giusto, di dare buoni suggerimenti ecc. Fino a quando… Ma non anticipiamo le conclusioni. Debbie oltre a collaborare con la piccola rivista cittadina è una casalinga. Ha due figlie adolescenti che mettono continuamente alla prova la sua tranquillità, e un marito, Cooper, commercialista poco ambizioso, timido, ma presente e affettuoso. La sua famiglia naviga nel mare della “normalità” con alcune inevitabili tensioni giornaliere. Certo è che dietro quella “normalità” per Debbie c’è solo insoddisfazione. Al secondo anno di università infatti un trauma l’ha costretta a mollare e rinunciare a un percorso universitario che si presentava di successo. Poi, per fortuna, ha incontrato Cooper, ha accettato di sposarlo e hanno avuto due figlie. Lavorano entrambi per mandare la prole a una buona scuola e coprire il mutuo per l’acquisto della casa in un quartiere di livello, Debbie si dedica al suo giardino, in cui coltiva coloratissimi papaveri da oppio…, sfoga il suo interesse e bravura per la tecnologia, creando applicazioni che installa sui telefoni di famiglia e fa di tutto per essere gradita alle vicine, più ricche e che ritiene più fortunate di lei… Poi naturalmente si sforza di accordarsi con flirt e problematiche scolastiche delle figlie… Tenere la rubrica di posta: Cara Debbie con la la quale continua ad aiutare donne sconosciute a giostrare in vite sentimentali e domestiche complicate, le piace ma … forse non ha mai davvero superato quel trauma del quale non ha mai detto qualcosa a nessuno e tanto meno al marito. Poi… quella risposta di getto a una lettera e la sua vita comincia a diventare un casino. Il suo lavoro salta, le figlie paiono sbalestrate e persino Cooper, il marito apparentemente più innocuo del mondo, sembra nascondere qualcosa. Che la sua vita stia perdendo i punti di riferimento? Dava suggerimenti alle altre: non sarà arrivato il momento di pensare a sé? Insomma Debbie comincia a cambiare. Da donna tranquilla, sempre ragionevole e disponibile, mostra reazioni imprevedibili, man mano più inquietanti. Quanto può diventare pericolosa una persona apparentemente innocua quando decide di non esserlo più?
Debbie è senza dubbio un personaggio strabordante. Non l’eroina positiva alla quale affidarsi. È una donna dotata di ironia e intelligenza ma, frustrata, diventa diversa e persino vendicativa. Insomma, dietro le sue fantasie, salta fuori qualcosa di molto umano: la stanchezza di essere sempre quella che comprende, perdona, aggiusta e cerca di tenere tutto sotto controllo. Ragion per cui decide che il troppo sia troppo. Suo marito, Cooper rappresenta l’altro risvolto dell’ambiguità. Si sente inferiore a Debbie, convinto di non meritarla, si sente in colpa cela qualcosa. Dovrebbe trovare la forza di parlare? E mentre tre voci narrative Debbie, Cooper e l’amica di Debbie, Harley si alternano, molto degli avvenimenti cominciano a cambiare. Frieda McFadden con Cara Debbie intriga e diverte. I capitoli brevi del romanzo e i suoi continui cambi di prospettiva garantiscono una storia costruita per alimentare curiosità e sospetto. I colpi di scena non mancano e, cosa che non guasta, magari rimettono tutto in discussione. Con Cara Debbie non reinventa il domestic thriller e non pretende di farlo. Si serve di un meccanismo consolidato e lo affida a una protagonista in grado di portare nella trama una buona dose di ironia e di cattiveria. Forse non raggiunge stavolta il livello di Una di famiglia eccetera, ma riesce a suscitare abbastanza curiosità da spingere i lettori a voltare pagina per capire dove si voglia arrivare. Ma forse il trucco sta proprio qui: cosa succede a una donna abituata a dare consigli, quando decide di ignorarli? Se si guarda bene tutte le persone anche le migliori hanno dei limiti. E Debbie scoprirà quanto possa diventare gratificante superarli.
Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con oltre 56 milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina, Cara Debbie e The Dinner Party. Per saperne di più: http://www.freidamcfadden.com
Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro. Vent’anni dopo infatti Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera. Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza. Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia. Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi. Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi. Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti. Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo. Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro. Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece… La serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto… A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla? Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto. L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false. Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati. Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie… Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie, mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista. Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.
Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.
Estate 1970: Adriano è un giovane giornalista del Corriere della Sera e si trova a essere collega del famoso scrittore Dino Buzzati. Il ragazzo ha da poco perso il padre in circostanze poco chiare e non se ne dà pace. Un aiuto inaspettato gli giunge proprio dall’illustre collega, che lo invita a una festa in un’elegante villa sul Lago di Como, il cui proprietario è l’enigmatico conte Sabadin. Qui Adriano fa la conoscenza del noto sensitivo Gustavo Adolfo Rol, che decide di effettuare uno dei suoi famosi esperimenti. Tramite un apparecchio commutatore fa squillare un telefono e chiede ad Adriano di rispondere. Dall’altra parte arriva la voce di Luciano, il padre morto. Dopo un primo, comprensibile attimo di smarrimento, il giovane chiede al genitore come e perché sia stato ucciso e soprattutto da chi. A questa seguiranno altre telefonate, che permetteranno di far venire alla luce la verità.
Il telefono rosso è un breve e originale romanzo di Andrea Peirone, pubblicato da Bibliotheka Edizioni. Accanto al personaggio di Adriano troviamo figure realmente esistite, come il giornalista e scrittore Buzzati e il sensitivo Rol. Il romanzo alterna le vicende di Adriano a quelle di suo padre, narrate in prima persona e ascoltate dal giovane tramite il particolare apparecchio. Apprendiamo così che Fosco, fratello di Luciano e zio di Adriano, aveva lasciato moglie e figli per convivere con un’altra donna. A un certo punto, lo stesso Fosco era sparito e si era immischiato in un brutto giro con gente poco raccomandabile. Il fratello aveva fatto di tutto per rintracciarlo e alla fine ci era riuscito, pagando, però, un prezzo altissimo. Il romanzo mescola alcuni elementi del giallo con risvolti storici e politici, essendo ambientato alcuni mesi dopo la strage di Piazza Fontana. Il tocco “sovrannaturale” è dato dalla presenza di Rol e del suo apparecchio, che permette di comunicare con l’aldilà. Molto intense sono le pagine che raccontano del breve ricongiungimento tra i due fratelli. Così come l’ultimo contatto telefonico fra padre e figlio, in cui Luciano e Adriano riescono a dirsi ciò che non si erano mai detti di persona. Il tutto sullo sfondo del Lago di Como e di alcuni luoghi di “manzoniana” memoria.
Andrea Peirone: Ha vinto la VI edizione del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como con il racconto La Gabbia Dorata ed è stato finalista della VII edizione con L’Uomo del Magnodeno. Ha pubblicato la raccolta di racconti Compendio di Orrori Laghee e il racconto Sotto Spirito sulla rivista di letteratura Inkroci.
Musa, quell’uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
gittate di Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l’indol conobbe; che sovr’esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! Che osaro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritaro il nume
che del ritorno il dì lor non addusse.
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