:: Il giardino segreto delle api di Jane Johnson (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

15 Maggio 2026 by

Nella Cornovaglia più aspra e selvaggia, là dove il vento arriva dall’oceano portando con sé odore di salsedine e di terra bagnata, Il giardino segreto delle api diventa interprete di una storia in grado di mischiare memoria, dolore e appartenenza. È un romanzo, calato in un paesaggio che sembra sospeso fuori dal tempo, in cui la natura non rappresenta solo lo sfondo, ma è presenza quasi sacra, pronta a custodire segreti e verità rimaste insepolte.
La tenuta di Trengrose domina la narrazione. I frutteti, i prati invasi dalle campanule, i sentieri battuti dalla pioggia e il cottage di pietra abitato da Ezra Curnow compongono un fragile microcosmo, minacciato dall’arrivo della modernità. Ezra vive là da sempre. E prima di lui suo padre, suo nonno e le precedenti generazioni della sua famiglia hanno sempre abitato ai margini della proprietà. Per Ezra ogni stagione ha il suo linguaggio: il biancospino in fiore la primavera, le foglie trascinate dal vento in autunno, il silenzio dell’inverno, l’estate con il tepore  accumunate dal ronzio delle api attorno all’arnia. Ogni particolare contribuisce al rapporto fra uomo e natura.
L’incipit è di una straordinaria forza evocativa. Ezra, in piedi davanti alle api, annuncia la morte di Eliza Rosevear secondo il rituale tramandato nei secoli. Copre l’arnia con un drappo nero e parla agli insetti come fossero creature in grado di comprendere il dolore umano. In poche pagine il romanzo chiarisce immediatamente il proprio fulcro narrativo: la memoria delle cose, la continuità fra passato e presente, il rispetto verso una natura considerata parte integrante della vita.
La morte di Eliza rompe l’equilibrio di Tengrose. Senza un testamento, il futuro della tenuta diventa incerto e l’arrivo dei nuovi proprietari trasforma il romanzo in qualcosa di più complesso di una semplice storia famigliare. Toby Hardman, finanziere londinese ambizioso e arrogante, vede nella proprietà soltanto un investimento. Il cottage di Ezra deve diventare un alloggio turistico, i prati un’attrazione per visitatori. In lui si concentra una mentalità predatoria incapace di cogliere il valore autentico dei luoghi. La Cornovaglia, agli occhi di Toby, non è una terra da comprendere ma qualcosa da sfruttare.
Ed è proprio in questo contrasto che il romanzo sviluppa la sua forza. Da una parte Ezra, uomo essenziale, quasi fuori dal tempo, privo di qualunque avidità materiale, dall’altra l’oggi, dominato dal profitto e dalla speculazione. L’autore affronta temi concreti: il turismo invasivo, il costo delle abitazioni, la perdita di tradizioni locali, senza trasformare la narrazione in un manifesto ideologico. Tutto passa attraverso i personaggi, le loro scelte e i loro conflitti.
Ezra è senz’altro la figura più azzeccata. Burbero, ostinato, ironico, vive circondato dagli animali e tratta ogni creatura con rispetto. Dialoga con le api, osserva gli uccelli, accetta la libertà del suo gatto senza pretendere di possederlo. La sua esistenza appare povera solo a chi misura il valore delle cose con il denaro. In realtà Ezra custodisce una invisibile ricchezza: il senso di appartenenza, la memoria della terra, la capacità di riconoscere la bellezza nei gesti più semplici. Ma non è una figura idealizzata. Poco alla volta infatti riemergono le ombre del suo passato, ferite nascoste sotto la superficie del quotidiano. I segreti legati a Trengrose si intrecciano a una dimensione più ampia e dolorosa, in grado di valicare  tre generazioni e di aprire improvvisi squarci sulla guerra e sulla violenza. Alcuni capitoli, ambientati nella Cipro degli anni Cinquanta, introducono improvvisa suspence, in netto contrasto con la quiete della campagna cornica. Sono pagine dure, quasi spiazzanti, ma fondamentali per comprendere.
Molto efficace risulta anche l’evoluzione dei nuovi proprietari, gli Hardman. Inizialmente degli invasori destinati a distruggere l’equilibrio, ma pian piano, lei, Minty e i figli, Dominic e Miranda, finiranno per lasciarsi conquistare dal fascino della tenuta e dalla figura di Ezra. Attraverso il contatto poi con quel paesaggio imparano a guardare il mondo in modo diverso, quasi riscoprendo un’umanità perduta.
L’atmosfera è sempre in sospeso fra realismo e incanto. Per tutto il romanzo aleggia una lieve componente soprannaturale, quasi la terra stessa custodisse le voci del passato. I segreti di Eliza Rosevear emergono lentamente, alimentando una tensione narrativa che accompagna il lettore fino alla fine.
Lo stile nostalgico ben si adatta alla storia. Le descrizioni della Cornovaglia sono ricche di luce, vento, colori e odori. Si percepiscono il rumore delle onde contro le scogliere, il canto degli uccelli al tramonto, il ronzio delle api. È una scrittura che par rallentare il tempo mentre ci invita a osservare, con la sensazione di visitare un luogo abitato da personaggi imperfetti ma vivi. Dentro la storia convivono mistero, memoria, dolore e speranza, in armonioso equilibrio. Il giardino segreto delle api più di un romanzo familiare pare una riflessione sul rapporto fra esseri umani e natura, sul rischio di perdere il legame con i luoghi e sulla illusoria convinzione che tutto possa essere comprato.

Jane Johnson, è una scrittrice e editrice britannica. È l’editor inglese di George R.R. Martin, Robin Hood e Dean Koontz, e per molti anni è stata responsabile editoriale delle opere di J.R.R. Tolkien. È sposata con uno chef berbero e vive tra la Cornovaglia e il Marocco. La Newton Compton ha pubblicato Il giardino segreto delle api.

:: Quello che cerchi sta cercando te di Kader Abdolah (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

15 Maggio 2026 by

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, quando si sente il bisogno di rallentare, fare silenzio e tornare a interrogarsi sulle cose essenziali. Quello che cerchi sta cercando te. Un viaggio mistico nella vita e nella poesia di Rumi, pubblicato da Iperborea, con la traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, è uno di quei libri. E non soltanto perché racconta la vita di Rumi, poeta mistico amatissimo ancora oggi in tutto il mondo, ma perché Kader Abdolah riesce a trasformare la sua storia in qualcosa che parla profondamente anche al presente: identità, perdita, libertà, desiderio di appartenenza, bisogno di senso.

Abdolah, scrittore iraniano rifugiato nei Paesi Bassi dagli anni Ottanta, sceglie di raccontare Rumi non come una figura distante e intoccabile, ma come un uomo attraversato dalla storia, dall’esilio e dalle trasformazioni interiori. Ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti del libro: il fatto che la spiritualità non venga mai trattata come qualcosa di astratto o decorativo, ma come un’esperienza profondamente umana, viva, concreta.

Rumi, pseudonimo di Mowlana Jalaloddin Mohammad Balkhi, nasce nel 1207 a Balkh, in un’epoca di straordinario fermento culturale destinata però a essere travolta dalla violenza dell’invasione mongola guidata da Gengis Khan. La fuga insieme al padre segna l’inizio di un lungo viaggio che attraversa Baghdad, La Mecca, Aleppo e la Via della Seta fino a Konya. Un percorso geografico che nel libro coincide anche con una continua trasformazione interiore.

La scrittura di Abdolah è evocativa, ma molto accessibile, capace di costruire atmosfere senza mai risultare pesante. Le città, i bazar, le madrase e i deserti diventano luoghi vivi, mai semplici fondali esotici. Si ha spesso la sensazione di attraversare una grande fiaba antica, ma con una sensibilità molto contemporanea.

Il cuore emotivo del libro arriva con l’incontro tra Rumi e Shams di Tabriz, il mistico che cambia radicalmente il suo modo di guardare il mondo. Abdolah racconta molto bene questa trasformazione: il passaggio da una spiritualità legata alle regole e allo studio a qualcosa di più libero, intuitivo e totalizzante. Non a caso una delle frasi più potenti del libro è: La religione dell’amore è tutta diversa dalle altre religioni. Una frase che sintetizza perfettamente la visione di Rumi e che oggi, in un tempo spesso dominato da divisioni e rigidità identitarie, suona sorprendentemente moderna.

Molto bella anche la scelta di inserire nel volume novantadue poesie e numerosi racconti attribuiti alla tradizione di Rumi. Fra i versi più intensi c’è sicuramente Non senza te:

Da anni mi chiedo:

chi sono?

Sono fuoco?

Desiderio?

Una scintilla del tutto?

Sì, cosa, chi sono?

Quando ti ho incontrato,

l’ho capito.

Che

senza di me tu non potevi essere

e

io non senza di te.

È difficile non leggere queste parole come una sorta di dialogo con Dio, o comunque con una dimensione assoluta capace di superare i confini dell’ego e della separazione.

Ed è proprio qui che si comprende anche il senso profondo del titolo. Quello che cerchi sta cercando te è una delle massime più celebri attribuite a Rumi e richiama una visione profondamente legata alla tradizione sufi: ciò che desideriamo autenticamente non è separato da noi, ma entra in relazione con il nostro modo di vivere, pensare, agire. In questa prospettiva anche il karma non viene inteso come punizione o premio, ma come una forma di attrazione spirituale e umana. Le azioni, le intenzioni e persino la consapevolezza che sviluppiamo contribuiscono a orientare ciò che entra nella nostra vita. È anche per questo che i versi di Rumi, a distanza di secoli, continuano a parlare ai lettori contemporanei: perché affrontano temi universali come nascita, morte, destino, desiderio e trasformazione con una semplicità solo apparente.

Uno degli elementi più interessanti del libro è il legame tra Abdolah e il suo protagonista. Entrambi esuli, entrambi costretti a lasciare la propria terra, entrambi profondamente legati alla parola e alla memoria culturale come forma di resistenza.

Quello che cerchi sta cercando te è quindi molto più di una biografia romanzata. È un libro che parla di ricerca interiore senza retorica, di spiritualità senza dogmi e di identità senza confini rigidi. Colto, ma scorrevole, intenso, ma mai pesante, riesce a riportare Rumi nella contemporaneità con grande eleganza, ricordandoci quanto alcune domande umane restino universali, anche a distanza di otto secoli.

Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

Elisabetta Svaluto Moreolo, dopo la laurea in traduzione alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università degli Studi di Trieste, dal 1988 svolge l’attività di lettrice e traduttrice letteraria dal nederlandese e dall’inglese, collaborando con diverse case editrici italiane. Fa parte dei traduttori accreditati della Dutch Foundation for Literature e del Rijksmuseum di Amsterdam, e dal 2000 insegna traduzione dal nederlandese alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano. Tra i numerosi autori da lei tradotti si annoverano Kader Abdolah, Gerbrand Bakker, Hugo Claus, Leon De Winter, Willem Jan Otten, Allard Schröder e Tommy Wieringa.Source: libro gentilmente inviato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: La mossa del granchio di Sandrone Dazieri (Rizzoli 2026) a cura di Patrizia Debicke

12 Maggio 2026 by

Con La mossa del granchio, Sandrone Dazieri riporta in scena la coppia più tormentata e magnetica del noir italiano contemporaneo: Dante Torre e Colomba Caselli. E lo fa immergendoli in una vicenda cupa, a più livelli, afflitta da ombre che arrivano dal passato e da ferite mai veramente rimarginate. Come suggerisce il titolo un romanzo che avanza di lato come fanno i granchi, per improvvise deviazioni, false piste, inattesi ritorni. Niente è lineare, né  concede tregua. Ciò nondimeno , proprio in questa trasversale costruzione si cela l’attrattiva del libro.
L’atmosfera mantiene un peso fondamentale. Le colline piemontesi, sospese fra nebbie, boschi e paesi forse solo apparentemente tranquilli, si trasformano in  un paesaggio mentale più che che geografico. L’antica chiesetta riemersa dalla frana, con quel cadavere rimasto sepolto per decenni e quel loto stilizzato tracciato sul muro, possiede contemporaneamente qualcosa di sacrale e inquietante. Sandrone Dazieri sfrutta questa ambientazione con grande abilità: il Piemonte rurale e appartato diventa uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato, un luogo in cui i segreti si depositano sotto terra come i corpi e attendono solo qualcuno disposto a riportarli alla luce. Lo scoprire che il cadavere rinvenuto appartiene ad Alba stravolge Dante Torre. Non è solo una vittima: ma il suo primo amore, la donna che lo aveva accolto nella comunità Tarayoga dopo gli orrori del Silo, offrendogli un fragile tentativo di rinascita.
Da quel momento per lui l’indagine smette di essere un lavoro e diventa una discesa personale, un’odissea dentro memorie che Dante avrebbe preferito lasciare sepolte. L’incidente, provocato dal camion che tenta di ucciderlo, imprime subito alla narrazione una brutale accelerazione. Per Dante esiste un solo pensiero: qualcuno vuole fermarlo prima che riesca ad arrivare alla verità.
L’autore fabbrica la tensione con una precisione quasi chirurgica. La trama si allarga progressivamente e dietro la fine di Alba emergono altre sparizioni, altri ex membri della comunità morti in circostanze sospette, mentre sullo sfondo si muovono servizi deviati, manipolazioni e ambigue figure. Alcune dinamiche risultano volutamente intricate, persino contorte, ma fanno parte del gioco narrativo: il lettore viene trascinato in un labirinto dove ogni risposta pone nuove domande e ogni certezza dura pochissimo.
Al centro di tutto, però, restano loro: Dante e Colomba. Due personaggi diversissimi, complementari proprio grazie alle loro fratture. Con Colomba che mantiene quella ostinata lucidità che la rende l’unico vero punto fermo in mezzo al caos. Dante, invece, continua a essere un uomo spezzato, geniale e vulnerabile, sempre perseguitato dai propri fantasmi. Il loro rapporto tanto speciale rappresenta l’anima emotiva del romanzo. Non c’è bisogno di continue dichiarazioni o di sentimentalismi: il loro legame emerge nei silenzi, nella fiducia assoluta, nella capacità di riconoscersi anche quando sembrano lontani anni luce.
Per questo uno dei momenti più intensi sarà quando Dante trova finalmente il coraggio di confessare il sentimento che prova per Colomba. È una dichiarazione sofferta , tardiva, quasi rassegnata, perché la vita della donna pare ormai decisamente orientata altrove, verso Glenn e una possibile normalità in Francia. Ma Dazieri evita qualsiasi soluzione semplice o romantica. L’amore fra Dante e Colomba rimane irregolare, incompleto, trattenuto. Forse proprio per questa impossibilità tanto credibile.
La scrittura di Dazieri conserva la qualità che da anni lo distingue: rapida, visiva, nervosa, ma mai superficiale. Ogni dettaglio può diventare un indizio, ogni dialogo contiene qualcosa che tornerà più tardi. La lettura scorre veloce, forse persino troppo. Tutti i libri della serie dedicata a Dante e Colomba hanno forse un unico difetto: finiscono in fretta. La mossa del granchio ha infatti la capacità rara di inchiodare alle pagine costringendo quasi a rallentare volontariamente il ritmo per assaporare meglio atmosfera e passaggi.
Il finale lascia sospesi, coerente con l’intero romanzo. Non offre chiusure definitive, ma apre piuttosto nuove possibilità e nuovi dubbi sul destino dei protagonisti. Resta la sensazione di aver attraversato una zona oscura e fragile dell’animo umano, dove il passato continua a reclamare il suo prezzo e nessuno può veramente ritenersi in salvo.
Romanzo complesso e profondamente noir, La mossa del granchio conferma ancora una volta la statura narrativa di Dazieri. Un autore capace di intrecciare tensione, introspezione e ritmo senza perdere mai il controllo della storia. E, anche quando la trama si fa volutamente intricata, il lettore continua a seguirlo, perché sa che dentro quel buio troverà personaggi vivi, feriti, indimenticabili.

Sandrone Dazieri (Cremona, 1964) è uno dei maggiori interpreti italiani del noir e del thriller. Inventore della serie di culto del Gorilla, ha pubblicato la Trilogia del Padre tradotta in più di venticinque Paesi. Per Nero Rizzoli ha pubblicato La danza del Gorilla (2019). Il suo ultimo romanzo è Il male che gli uomini fanno (HarperCollins, 2022).

:: L’occupazione di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2026) a cura di Valentina Demelas

11 Maggio 2026 by

Alessandro Berselli, con L’occupazione, pubblicato da Elliot, torna a esplorare quelle zone fragili, incandescenti e contraddittorie dell’essere umano che attraversano da sempre la sua narrativa. Ambientato nel maggio del 1978, il romanzo si muove tra contestazioni studentesche, tensioni ideologiche e desiderio di cambiamento, sullo sfondo di uno dei momenti più drammatici della storia italiana recente: i giorni del caso Moro.

Matteo e Zoe sono adolescenti politicamente impegnati, accomunati dalla stessa educazione sentimentale e culturale, dalle stesse passioni musicali e da un legame sospeso tra amicizia, attrazione e bisogno reciproco di riconoscersi. Frequentano il liceo scientifico Schopenhauer – in una città che richiama chiaramente Bologna pur senza mai nominarla esplicitamente – occupato dai collettivi di sinistra proprio nelle ore che precedono il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Quello che dovrebbe essere uno spazio di confronto e partecipazione si trasforma però rapidamente in un ambiente attraversato da rivalità, tensioni interne, paure e conflitti sempre più difficili da contenere.

Il contesto storico viene utilizzato con grande efficacia, evitando sia la nostalgia, sia la semplice ricostruzione d’epoca. La grande Storia entra continuamente nelle vite private dei protagonisti e altera ogni equilibrio. La morte di Moro e quella di una ragazza durante i giorni dell’occupazione segnano infatti uno spartiacque drammatico, facendo precipitare il romanzo in un clima sempre più cupo e disilluso. La politica, qui, non è mai teoria astratta: invade i rapporti umani, modifica le emozioni, esaspera le fragilità e mette continuamente alla prova identità ancora instabili.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dei personaggi. Matteo non viene mai trasformato in un simbolo generazionale artificiale: è un ragazzo che desidera lasciare un segno, essere riconosciuto, sentirsi importante. La paura di una vita mediocre e anonima attraversa costantemente i suoi pensieri. Vuole cambiare il mondo, ma desidera anche essere visto e amato. Nel rapporto con Zoe convivono idealizzazione, desiderio, vulnerabilità e competizione emotiva, restituendo con autenticità l’intensità assoluta tipica dell’adolescenza.

Significativa anche la figura di Igor, ex militante di Lotta Continua e presenza carismatica durante l’occupazione. Attraverso di lui il romanzo mostra quanto il fascino della leadership politica possa facilmente trasformarsi in seduzione personale, soprattutto in un’età in cui tutto viene vissuto in maniera radicale e totalizzante.

L’autore ricostruisce il clima culturale della fine degli anni Settanta attraverso riferimenti musicali, cinematografici e letterari che non diventano mai semplici elementi decorativi o nostalgici. La musica accompagna costantemente gli stati emotivi dei personaggi: David Bowie, Iggy Pop con Lust for Life, i Jefferson Airplane, Patti Smith, i Ramones, Lou Reed, i Talking Heads, Francesco Guccini e Bruce Springsteen diventano parte integrante del romanzo e del suo immaginario generazionale. Nel testo compare anche Father and Son di Cat Stevens, evocata come simbolo del conflitto tra generazioni e del desiderio di cambiamento.

Lo stile è diretto, asciutto, molto visivo. La scrittura evita il tono ideologico o pedagogico e lascia che siano soprattutto i fatti, le relazioni e le conseguenze delle azioni a parlare. L’occupazione osserva senza semplificare e restituisce con lucidità il clima di una stagione storica attraversata da entusiasmo, rabbia, desiderio di appartenenza e progressiva perdita delle illusioni.

Ed è forse proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più autentico: nella scelta di raccontare l’adolescenza come esperienza universale. Cambiano le epoche, i linguaggi e i riferimenti culturali, ma restano identici il bisogno di sentirsi importanti, il desiderio di essere amati, la paura di non lasciare traccia e l’illusione di poter cambiare il mondo vivendo tutto per la prima volta.

Quello che resta alla fine della lettura è soprattutto il senso di una frattura. Ragazzi convinti di poter costruire qualcosa di nuovo si ritrovano lentamente schiacciati da una realtà molto più dura delle loro aspettative. Ed è proprio questa collisione tra sogno politico, desiderio personale e violenza della Storia a rendere L’occupazione un romanzo intenso, amaro e profondamente umano.

Alessandro Berselli, nato nel 1965 a Bologna, è scrittore e docente di tecniche della narrazione sin dagli anni Novanta. Tra i suoi ultimi romanzi ricordiamo Le siamesi (Elliot, 2017), La dottrina del male (Elliot, 2019), Il liceo (Elliot, 2021, vincitore del Premio Giallo Garda) e Gli eversivi (Nero Rizzoli, 2023).Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Valentina Cela, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Il libraio di Gaza, Rachid Benzine, (Corbaccio 2025) A cura di Viviana Filippini

11 Maggio 2026 by

Ne “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine, edito da Corbaccio, (traduzione di Lucia Corradini Caspani) Julien Desmanges è un fotografo francese a Gaza e lì sta cercando l’immagine ad affetto da fermare in uno scatto fotografico per pubblicarla. Un’immagine significativa di una realtà perennemente sotto assedio. Il fotografo aggirandosi nel labirinto delle vie di Gaza, la trova quando vede un uomo seduto davanti alla sua bottega. Un libraio circondato da pile di libri più o meno nuovi,  seduto in attesa che qualcuno passi per un saluto o per un libro. Julien chiede di poter fare una foto e Nabil, che accetta, ma prima vuole raccontare la sua storia a Julien, da subito pronto ad ascoltare.  Parola dopo parola, incontro dopo incontro, l’inviato fotografo entrerà nella vita di un uomo che, nel presente, dispensa cultura al prossimo ma che, nel suo passato, ha vissuto e affrontato prove dolorose. Ascoltando le parole di Nabil si ha la sensazione di essere nel libro della sua vita.  Un racconto fatto di gioie, ma anche di tanti dolori e difficoltà sa superare. Il lettore è posto nella stessa posizione di Julien ed è come se fosse accanto a lui ad ascoltare Nabil che narra la sua storia alternandola a suggerimenti letterari che spaziano da Racine, a Shakesperare a Primo Levi, passando per Murid Al-Barghuti e tanti altri autori. Nabil narra la sua nascita sotto le bombe nella notte tra il 31 dicembre del 1947 e l’1 gennaio 1948. Una venuta al mondo miracolosa, visto che la madre era stata ferita da una bomba. Non solo, perché Nabil è figlio di una musulmana e di un cristiano, una convivenza tra religioni differenti segnata da episodi dove si alternano suore e Imam. Non solo, perché Nabil affronterà tante difficoltà. Tra di esse ricordiamo l’abbandono della propria terra, la partenza del fratello Moussa, la vita nei campi dei profughi di Gaza dove conoscerà la moglie,  il teatro, il matrimonio, la nascita di un figlio e le continue tensioni tra le parti con la guerra dei sei giorni nel 1967, l’Intifada degli anni ’90, la prigione. Eventi che lasceranno segni evidenti in Nabil e nel suo  animo.  “Il libraio di Gaza” è la storia del racconto di una vita di un singolo uomo, Nabil, che tanto ha affrontato e vissuto e che vede in ogni pagina letta un appiglio alla salvezza. Allo stesso tempo, “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine è anche la storia di un  popolo e  del suo vivere, sopravvivere e convivere con quella sensazione di perenne precarietà che lo attanaglia.

Rachid Benzine, nato in Marocco, è professore, islamista e ricercatore presso il Fonds Ricoeur. Figura di spicco dell’islamismo liberale aperto al dialogo con il cristianesimo, è autore di numerosi testi fra cui, tradotti in italiano, “I nuovi pensatori dell’Islam”, “Lettere a Nour”, “Il Corano spiegato ai giovani” e “Canto d’amore a mia madre” (pubblicato da Corbaccio).  (fonte biografica sito Corbaccio)

:: Cacciatori di donne di Mickey Spillane (Time Crime 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 Maggio 2026 by

Il settimo capitolo della saga firmata da Mickey Spillane, Cacciatori di donne, segna un ritorno tanto atteso quanto destabilizzante: quello di Mike Hammer, detective iconico, diventato praticamente irriconoscibile rispetto al passato. Non è più  l’uomo duro e implacabile, in grado di affrontare il crimine con passo sicuro; è una figura crepata, consumata da sette anni di alcol, di rimorsi e di silenzi. La scomparsa di Velda, compagna di lavoro e centrale presenza nella sua vita, ha pesato come una colpa mai elaborata, trasformando l’investigatore in un relitto umano che vaga trascinandosi ai margini del mondo.
L’incipit è potente e pesantemente metaforico: Hammer viene trovato ubriaco in un fosso, immagine che rende con immediata crudezza la sua caduta. Da là prenderà il via una lenta risalita, innescata da un inatteso dettaglio: un nome appena sussurrato da un morente, un indizio che riapre la sua  ferita mai cicatrizzata. Velda potrebbe essere viva. È solo questa possibilità, fragile e incendiaria, a rimettere in moto l’uomo prima ancora del detective, riaccendendo una volontà che sembrava definitivamente spenta.
L’indagine si svilupperà seguendo una traiettoria che mischia noir classico e tensioni da Guerra Fredda. Omicidi eccellenti, un senatore, un agente federale, si intrecceranno con traffici oscuri e vecchie storie che affondano le radici nel passato. Al centro di questo complesso labirinto si staglia una figura quasi mitologica, il “Drago”, killer sovietico che incarna una minaccia tanto concreta quanto simbolica. Spillane amplia il suo orizzonte narrativo, portando Hammer oltre i soliti confini, senza tuttavia tradire l’anima hard-boiled della serie.
L’ambientazione si sviluppa  tra soffocanti interni, strade percorse da una latente violenza e angoscianti atmosfere, dove ogni incontro potrebbe trasformarsi in un agguato. Non c’è spazio per la fiducia: ogni personaggio sembra voler nascondere qualcosa, ogni verità appare provvisoria. In questo scenario si inserisce la presenza di una donna enigmatica, incarnazione della classica femme fatale, figura ambigua e magnetica, capace di orientare e al tempo stesso confondere il percorso del protagonista.
Ma è soprattutto sul piano dei personaggi che il romanzo mostra la sua forza. Hammer domina la scena con una voce che resta incisiva, pur lasciando emergere crepe profonde. Ha perso parte della sua sicurezza, ha smesso di considerarsi invincibile, e per lui  la violenza, pur restando un linguaggio familiare, non possiede più il fascino di un tempo. Ogni suo gesto pare gravato da un nuovo peso, ogni scelta porta con sé il rischio di una resa definitiva. Il rapporto con Velda si carica di una diversa tensione, più dolorosa, più autentica, mentre quello con Pat Chambers si incrina, riflettendo un’amicizia ormai logorata dalle circostanze.
La trama procede con ritmo serrato, quasi implacabile. Gli eventi si susseguono senza tregua, trascinando il lettore in una spirale fatta di scontri, rivelazioni e continui rovesciamenti. A tratti l’intreccio sfiora l’eccesso, spingendosi verso audaci soluzioni, talvolta al limite della credibilità. Eppure è proprio la sua dimensione sopra le righe a conferire al romanzo un’energia particolare, una sorta di brutale vitalità che si avvicina al grottesco e, in alcuni passaggi, richiama la velocità visiva del fumetto.
Lo stile di Spillane resta fedele alla sua natura: asciutto, diretto, privo di concessioni. Le frasi colpiscono come pugni, i dialoghi esplodono come colpi di pistola. Tuttavia, tra una scena d’azione e l’altra, si aprono imprevisti squarci di introspezione, momenti in cui emerge una malinconia profonda, capace di dare spessore umano a una narrazione altrimenti dominata dalla violenza.
Cacciatori di donne non è soltanto un ritorno, ma una trasformazione. Spillane sceglie di non ripetersi, di mettere in discussione il proprio protagonista, mostrando cosa resta dopo anni di perdita e autodistruzione. Il risultato è un noir che conserva gli elementi classici della serie, ma li rielabora in chiave più cupa e disillusa.
Il finale, intenso e coerente, chiude il cerchio senza offrire facili consolazioni. Resta la sensazione di aver attraversato una storia a tratti spietata, in cui la ricerca della verità coincide con un confronto inevitabile con se stessi. È un romanzo che parla di ossessione, di redenzione e di identità perduta, restituendo l’immagine di un uomo disposto a combattere fino all’ultima pallottola, anche quando tutto sembra già perduto.

Frank Michael Morrison Spillane (1918-2006), nato a Brooklyn, ha iniziato a scrivere mentre era al liceo. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare e divenne pilota di caccia e istruttore. È stato sposato tre volte, la terza con Jane Rodgers Johnson, e ha avuto quattro figli e due figliastri. Ha scritto il suo primo romanzo, Ti ucciderò (1947), con l’obiettivo di raccogliere i soldi per comprare una casa per sé e per la prima moglie. Il romanzo ha venduto sei milioni e mezzo di copie solo negli Stati Uniti e ha introdotto il personaggio più famoso di Spillane, l’investigatore privato Mike Hammer. Per la collana Piccola Biblioteca del Crimine sono usciti Ti ucciderò, Una ragazza e una pistola – secondo capitolo della serie Mike Hammer da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert Bray –, La vendetta è mia, Tragica notte, Il colpo gobbo, Bacio mortale e ora il settimo volume, Cacciatori di donne.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026 by

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: Generose anime di eroi di Gianni Riotta (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

1 Maggio 2026 by

Il titolo rimanda a eroi ancestrali, le loro anime appuntite con la selce del loro sudore di sapiens. Poi Ulisse scoprì l’inganno, e tutti lo seguirono per accecare i propri Polifemi, disseminati nei campi dell’odio di classe, di razza, di genere, nel veleno col quale si annacqua la famiglia cristiana. Il libro parla di indagini (ispettore  Dallera e detective Ernst), morti tatuati, gladiatori, streghe idolatrate (shadowMum): << Il vuoto dentro di noi è peggiore della paura intorno a noi, ecco la verità che non vogliamo ascoltare>>… Ricorda San Paolo: il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina arriverà quando le persone, per “prurito di udire” (cioè per capriccio o desiderio di novità), rifiuteranno la verità per seguire maestri che assecondano i loro desideri.

Poi ci sono Acheng, innamorato e vergine, e Meredith De Lattre, spia per azzeramento sentimentale. Il padre, troppo duro, è ambasciatore chiave nelle episodi del plot, forse per sopperire alla mancanza di una figura di spicco nella vicenda di una giovane donna sola ma non solitaria. Le fanno compagnia i sogni e molto lavoro rischioso, quel tanto che basta per scansare rimpianti, e dolore per la separazione dal marito infedele. Il romanzo segue un percorso pittorico, mi ricorda un dipinto con horror vacui  dove tutto è riempito fino all’ultimo spazio vuoto della tela. Potrei intitolare questo articolo: 

“L’ultima stagione del giorno”, perché questo thriller ispira pensieri odierni e apocalittici.

E’ tutto un pullulare di  mondi sotterranei, senza connotati geografici permanenti.Un libro che parla di una ricerca disperata, di un desiderio di Redenzione, spinto fino alla maniacalità delle intercalazioni. Intessuto di ispirazioni bibliche, citazioni filosofiche, letterarie, di informatica, di cyber-society. Sembra ispirarsi, in alcuni frangenti, al salmista:  

<<Lo stolto pensa:”Dio non c’è”.

Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. …

Sono tutti traviati….>>

E poi : “Per essi non c’è conversione e non temono Dio. Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici, ha violato la sua alleanza. Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”.

Le pagine sono fitte di azioni e combinazioni; una di queste scene, con Acheng,  Meredith e altri personaggi, mi ha fatto pensare al cartone animato Scooby-Doo, laddove quattro  ragazzi e il loro cane alano girano il mondo in un furgone  chiamato  “Mystery Machine” per risolvere misteri che solitamente comprendono storie di fantasmi e altre entità soprannaturali. Al termine di ciascun episodio si scopre che queste forze hanno una spiegazione razionale e in genere si tratta di malintenzionati che cercano di spaventare e allontanare la gente per commettere crimini indisturbati. Nel thriller, i malintenzionati non solo spaventano ma minacciano, pervertono e uccidono.

Fanno da sfondo i punti caldi del pianeta, quelli dove la guerra attraversa le rotaie della realtà per scomparire dietro la tenda dell’incomprensibile. C’è persino la Roma felliniana di vicoli, ristoranti, amanti, cicisbei..e figure subdole che cercano di emergere dalla nullità ingolfandosi nel bitume del raschiamento sociale.

 La prima presidente donna deve  vedersela con il caso di cadaveri, per lo più  giovani uomini, spesso con segni di torture, abbandonati intorno ad ambasciate e altre sedi istituzionali, perfetto caso di guerra ibrida digitale.

Siamo passati così dallo “Stato minimo” (vedi l’economista del secolo scorso Friedrich August von Hayek), allo “Stato minato” del globo attuale.

-<<Meredith, sai cosa accadrebbe in America se terroristi, o mercenari di una potenza estera, si impadronissero di un ordigno nucleare o rapissero la presidente?>>.

-<<Paura, papà, città evacuate, forze armate mobilitate, voli interrotti, web censurato da NSA, Congresso e Corte Suprema nei bunker clandestini, magari Yukka, in Nevada, dove un tempo nascondevano le scorie radioattive.>>

<<No, Meredith. Dopo più di duecento anni,dal 1776, per imperfetta che sia stata, finirebbe la nostra democrazia.>>

Il primo presidente donna nel romanzo però ha una doppia croce .. la figlia rapita e la paura per la Nazione.

Aggiungerei una terza croce per lei, la figlia Aisley,  First Daughter della prima presidente donna, ha rapporti intimi con il suo ragazzo non fisso, anche se poi,  i rapitori che la tengono in ostaggio affermano che la ragazza è vergine e che la stupreranno se la madre non farà ciò che essi desiderano. Qui si aprirebbe un capitolo a parte sul tema della verginità. La perdita di fede nelle famiglie, la non fiducia nella religione cattolica cristiana, ha fatto sprofondare ai minimi termini i precetti del Signore camuffandoli per cose vecchie, datate, non più proponibili. Vediamo questa fiumana di fanciulli che come nel sogno di San Giovanni Bosco sventolano fieri il proprio fazzoletto:

<<Io pure mi avvicinai – dice Don Bosco –  a quella Signora e udii che, nell’atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: – Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l’avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra>>. Il fazzoletto della Santa Vergine Maria è la Purezza; molti si staranno contorcendo, ma forse uccidiamo i bambini con gli aborti perché non siamo più capaci di sostenerla o riconoscerla. E con questo vi auguro un lieto mese della nostra Mamma del Cielo.

:: Finché durerà la terra di Giovanni Grasso (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 aprile 2026 by

Finché durerà la terra di Giovanni Grasso è uno di quei romanzi capaci di muoversi su più registri senza mai perdere compattezza narrativa: thriller psicologico, noir religioso, romanzo di formazione e, contemporaneamente, riflessione amara e lucidissima sul rapporto fra fede, dubbio e potere. È un libro che intriga dalle prime pagine, ma la sua forza più autentica sta nella capacità di andare oltre la semplice trama, conducendo il lettore in una zona grigia dove il sacro si mescola all’umano, la spiritualità si contamina con l’ambizione e inevitabilmente la ricerca della verità diventa anche un confronto con le proprie debolezze.
Fulcro  della storia è Noè Simenoni, personaggio indovinato e profondamente umano, forse l’elemento più affascinante dell’intero romanzo. Ex seminarista, uomo colto, ironico, autoanalitico fino quasi all’autolesionismo, Noè regge sulle spalle il peso di un’esistenza rimasta sospesa. Non è un uomo che ha fallito: è qualcuno che non ha mai davvero trovato il suo posto nel mondo. Vive ai margini di una quotidianità fatta di piccoli lavori, preoccupazioni economiche e responsabilità familiari, accanto alla sorella minore Valeria, inquieta e dolorosamente segnata dalla vita, e a sua figlia Greta, nipotina gravemente malata, alla quale è legato da un amore struggente con il sapore di una mancata paternità. Noè non è un eroe: è impacciato, spesso ingenuo, incapace di muoversi con disinvoltura nel presente, quasi refrattario alla modernità. Eppure proprio questa sua imperfezione lo rende più vero.
Quando il Vaticano lo convoca per affidargli una delicata missione, la sua vita subisce come una frattura. L’incarico, rischioso ma ben retribuito, sarebbe per lui non solo una specie di riscatto economico, ma anche il poter finalmente dare un senso alla propria esistenza. Da qui il romanzo assume i contorni del thriller, senza tuttavia mai rinunciare alla profondità psicologica.
L’infiltrazione nella misteriosa comunità umbra guidata da due veggenti è costruita con abilità narrativa. Giovanni Grasso non si limita a raccontare una setta religiosa o un sistema di manipolazione collettiva: mette in scena un microcosmo dove convivono misticismo, suggestione, fanatismo, interessi economici e pulsioni di potere. La comunità ruota attorno alla profezia di un nuovo Diluvio universale, simbolo potentissimo che richiama inevitabilmente la figura biblica di Noè e crea un raffinato gioco di rimandi tra il titolo e il nome del protagonista.
In questo ambiguo universo, la fede smette di essere meditazione interiore per trasformarsi in strumento di controllo. Ed è qui che il romanzo trova la sua dimensione più inquietante. Grasso mette a nudo il cortocircuito tra autentica religiosità e uso spregiudicato del sacro come fonte di arricchimento e dominio. Ma il lettore, che viene immerso gradualmente in un’atmosfera densa di mistero, sospetto e tensione morale, non riceve risposte immediate. La narrazione infatti procede con colpi di scena ben calibrati che, evitando  sensazionalismo, servono  ad approfondire il conflitto interiore di Noè.
Il cuore del romanzo, infatti, non è soltanto l’indagine sulla comunità religiosa, ma il percorso di coscienza del protagonista. Fingere, mentire, scendere a compromessi: ogni passo compiuto da Noè all’interno della missione lo costringerà a misurarsi con la propria etica. La verità che cerca all’esterno finisce per riflettersi dentro di lui, obbligandolo a interrogarsi su cosa significhi davvero credere.
In questo senso, Finché durerà la terra è anche un romanzo sul dubbio. Grasso non offre certezze consolatorie; al contrario, suggerisce con intelligenza che il dubbio non è il contrario della fede, ma una sua essenziale componente. Credere non significa aderire ciecamente, bensì attraversare le ombre, riconoscere la possibilità dell’inganno, distinguere il sacro dalla sua contraffazione.
Ben  riuscito anche il tono del romanzo che  alterna tensione e ironia. Noè, con il suo disincanto e la sua goffaggine, introduce attimi di leggerezza che non spezzando la suspense, la rendono più efficace. Vena tragi-ironica che valorizza il testo e gli impedisce di diventare troppo cupo o e solenne.
Lo stile di Grasso si conferma elegante, colto, ricco di riferimenti biblici, antropologici e culturali,. Particolarmente riuscita è la sua capacità di far convivere il noir contemporaneo con una meditazione spirituale che tocca temi universali: il male, la manipolazione, la fragilità umana, il bisogno di speranza.
E proprio la speranza, evocata dal titolo e dal richiamo al patto biblico dopo il Diluvio, resta come eco al termine della lettura. Quel “finché durerà la terra” diventa promessa, ma anche interrogativo. Quanto può durare la fiducia nell’uomo? Quanto resiste la fede quando viene contaminata dal potere?
Un libro avvincente che si legge soprattutto con la sensazione, anche chiusa l’ultima pagina, di avere ancora materia su cui riflettere. E forse è questo il suo maggiore merito: non limitarsi a raccontare una storia, ma aprire uno spazio di meditazione sul nostro tempo, sui suoi inganni e sulla necessità, oggi più che mai, di continuare a credere senza smettere di dubitare.

Giovanni Grasso (Roma, 14 ottobre 1962) è un giornalista, scrittore e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal febbraio 2015. Dopo la pubblicazione di diversi saggi di storia contemporanea (la biografia di Scalfaro e di Piersanti Mattarella, i Carteggi Sturzo-Fratelli Rosselli e Sturzo-Salvemini) la sua scrittura si è concentrata su opere letterarie. I romanzi e i testi teatrali scandagliano, a cavallo tra storia e creazione, i sentimenti umani di fronte alle pagine più buie del Novecento: dalla persecuzione razziale in Germania (“Il caso Kaufmann”), all’impegno degli esuli antifascisti all’estero (“Fuoriusciti”, dedicato all’incontro-scontro tra Sturzo e Salvemini; “Icaro, il volo su Roma”, che racconta la storica impresa di Lauro de Bosis) , agli orrori della Grande Guerra (“Il segreto del tenente Giardina”).

:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026 by

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).

:: Maciste in giardino, Guido Quarzo (Ancora,2026) A cura di Viviana Filippini

26 aprile 2026 by

Nico, il protagonista di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, edito da Ancora per la collana Ancorawow, ha un problema. Un problema bello grosso tra l’altro. Ossia un enorme talpa che si nasconde nel giardino di casa sua. Un animale che il padre di Nico, viste le dimensioni, ha soprannominato Maciste. Maciste è sì la talpa che scava gallerie, ma è anche un personaggio immaginario creato da Gabriele D’annunzio per il film “Cabiria” del 1914/15, del regista Giovanni Pastrone. Ad interpretarlo in quel periodo fu Bartolomeo Pagano, poi, la figura ispirata alla mitologia greca, con quell’individuo di grande forza e potenza, rimase così nella mente da diventare protagonista di tanti film, e non solo negli anni Venti, ma anche tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nel libro di Quarzo, il Maciste in questione è raccontato al lettore dal protagonista Nico. Oltre ad essere la talpa di enormi dimensioni, è Gino Bandiera. Il Bandiera è l’omone che irrompe nella narrazione, cieco come un talpa, che passerà ore e ore nel giardino di Nico per stanare la l’animale poco vedente come lui e tutto intento a scavare per i fatti suoi. Il libro di Quarzo è una storia simpatica, avventurosa, dove alla base c’è il voler raccontare l’amicizia tra un bambino (Nico) e un adulto un po’ burbero e silenzioso (Gino Bandiera). Quello che colpisce della trama, non è solo la caccia alla talpa, ma il rapporto che si crea tra Nico e Gino, il quale, nonostante ammetta di avere un rapporto complicato con i bambini e di non riuscire a parlare loro, alla fine diventerà amico di Nico. Un legame che farà emergere la vita di Gino, i suoi lavori (al circo e come pugile), la gioia e anche le difficoltà di un uomo che ha avuto un’esistenza davvero avventurosa. In Gino Bandiera ritornano anche alla mente le figure dei grandi pugili italiani del passato (anche se lui ha vinto molto meno), come Primo Carnera, ma anche i tanti Maciste super eroi forzuti e di grande bontà comparsi al cinema. Il tutto in una trama dove non mancano i colpi di scena e l’ironia e che fa di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, un libro per celebrare l’amicizia tra generazioni diverse e distanti anni tra di loro. Per lettori dagli 8 anni  in su.

Guido Quarzo è molto amato da insegnanti e ragazzi e molto attivo negli incontri di lettura presso scuole e biblioteche. Con questo romanzo l’autore è stato finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017. (Fonte sito Ancora ed.)

Source: Ufficio Stampa Ancora.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026 by

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?