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Nel Nido del corvo Piergiorgio Pulixi costruisce un noir cupo e stratificato, dove l’indagine rappresenta soltanto il primo livello di una discesa più profonda, dentro il territorio e dentro chi lo abita. La Sardegna del Sinis, lontana da ogni tentazione turistica, si impone fin dalle prime pagine come un luogo dell’anima: campagne desolate, stagni di sale, acquitrini fangosi, spazi aperti capaci di trasformarsi in rischiose trappole. È una terra ruvida, quasi primordiale, dove il silenzio pesa quanto una minaccia e l’orizzonte non offre mai consolazione. E tuttavia la stessa terra che dagli anni 50 ha offerto generosamente ampi set cinematografici a celebri i film western e d’avventura. La scomparsa di Angela Floris romperà questo fragile equilibrio. Sei mesi di assenza e di inutili piste battute a vuoto verranno tuttavia improvvisamente interrotti da un inatteso e imprevedibile segnale: il cellulare della ragazza torna a trasmettere. Sul luogo del rilevamento, gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi si imbatteranno in un reperto destinato a marchiare l’intera indagine: una mano femminile, recisa e conservata con ossessiva cura. Da quel momento la loro caccia assumerà i contorni di un perverso duello, governato da un apparentemente inafferrabile assassino che si autodefinisce artista e tratta la morte come materia estetica. Piergiorgo Pulixi affida il cuore del romanzo alla coppia investigativa: Corvo e Zardi. Daniel Corvo, così soprannominato per il significato del suo cognome, Crobu, in dialetto sardo, un personaggio che incarna l’idea di controllo e disciplina. È un uomo legato alla famiglia, alla fede, alla sua paludosa terra, segnato da un doloroso passato che riesce bene a contenere attraverso regole e rituali. L’indagine lo coinvolgerà in prima persona perché per certi versi il killer gli somiglia più di quanto voglia ammettere: stessa calma, stessa precisione, stessa idea dell’ordine. Viola Zardi, la sua collega, rappresenta invece l’opposto. Vive in un perenne disordine, porta addosso i segni delle notti insonni, delle scelte sbagliate, di una vita in bilico, tenuta sempre sul filo. È istintiva, empatica, molto spesso refrattaria alle regole, ma dotata di un intuito in grado di intuire e illuminare zone dove la logica par volersi arrestare. Tra lei e Corvo si creerà subito un equilibrio instabile ma necessario: quello di due diverse solitudini che si compensano, di due fragilità che trovano spazio di manovra solo nel lavoro condiviso. La loro evoluzione non sarà un semplice corollario dell’indagine, bensì forse il principale motore emotivo del romanzo. L’antagonista, l’Artista, in realtà un mostro, inquieta soprattutto per il metodo adottato . Non agisce d’impulso, non cerca il caos, ma lo governa. Osserva, studia, contempla, par quasi voler collezionare parti di corpi femminili come opere di una galleria privata. La sua violenza non risulta mai spettacolarizzata, ma anzi resa molto più inquietante per la contemplativa freddezza che l’esprime. La costante sensazione provata dai due inquirente sarà di essere spiati, scelti, trascinati in un gioco già scritto apposta per loro. L’ambientazione amplifica questa tensione. Gli stagni, il fango, l’entroterra oristanese diventano simbolici scenari, luoghi terreni dove la bellezza naturale convive con un senso di decomposizione morale. La Sardegna di Pulixi par quasi voler dialogare con i personaggi, riflettendone le crepe interiori e accentuandone l’isolamento. Non esistono scorci consolatori, solo paesaggi che stringono il cuore e lo mettono alla prova. La trama avanza senza prendere scorciatoie, sostenuta da un ritmo calibrato e da una solida costruzione. Ogni scoperta diventa la successiva tappa di un incubo orchestrato con precisione, mentre l’indagine finisce per invadere le vite private dei protagonisti, fino quasi ad annientarle. Il finale poi non offre ampie rassicurazioni: alla soluzione del caso infatti si affiancano alcune perdite e fratture personali, molto coerenti con una certa visione del noir. Il nido del corvo evidenzia un importante passaggio nel percorso letterario di Pulixi. È un romanzo che consolida il suo universo narrativo, spesso popolato da personaggi imperfetti e profondamente umani, e ne conferma la scrittura asciutta, precisa , in grado di andare al punto senza inutili compiacimenti. Un romanzo noir che ti si incolla addosso, lasciando la costante sensazione e di avere attraversato oltre a un’indagine, una larga zona d’ombra dalla quale diventa difficile uscire ancora del tutto incolumi.
Piergiorgio Pulixi, uno degli autori italiani di genere più significativi anche nel panorama europeo. Allievo del collettivo Sabot creato da Massimo Carlotto, Pulixi ha firmato libri che lo hanno portato a essere tradotto in oltre venti paesi e a ottenere numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Scerbanenco, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per il noir e il thriller.
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Léon Spilliaert, Interno con finestra socchiusa (1907).
Parigi, zona dell’Hôtel de Ville e Île Saint-Louis, quarto arrondissement. Gennaio 1959, sotto la neve. Stanno demolendo una dopo l’altra le vecchie case del quartiere di Saint-Paul, un piano di risanamento previsto da tempo; i residenti hanno ricevuto un’ingiunzione di sfratto già da due anni, acqua luce gas sono stati tagliati da più di un anno. Il commissario di polizia Joseph Charon ha scoperto che l’anziana inquilina di un cadente palazzo di rue de Jouy che non vuole uscire dal proprio appartamento, nonostante tutto intorno gli edifici siano stati ormai abbandonati o evacuati, potrebbe essere la nonna della famosa 27enne Sophie Émel, detentrice di cinque o sei record mondiali di paracadutismo, pilota di jet e pilota nel circuito di Montlhéry, che abita in una via elegante sull’isoletta lì vicino. La va a trovare al quinto piano, la domestica Louise è indotta a riferirle e la ragazza accetta di accompagnarlo, quasi per curiosità. Attraversano il pont Marie e salgono al sesto piano della casa. Effettivamente Juliette Thérèse Marie_Joseph Minoré, nata il 12 settembre 1879, divorziata Viou e vedova Prédicant, è barricata e si è organizzata per resistere a uno stato d’assedio. La nipote fa breccia, parlano della madre (in villa sulla Costa Azzurra) e della sorella gemella (con due bambini, il marito capo di gabinetto al ministero delle Finanze), Juliette ribadisce che per lei non fa ormai più nessuna differenza buttarsi dalla finestra o farsi crollare il tetto sulla testa, resterà lì. Sophie le propone invece di trasferirsi da lei, avrà una piccola stanza, lei convive con l’amica Lélia (cantante di cabaret e night club, che ha salvato dai guai), potranno provarci. Inizia una complicata convivenza, entrambe turbate e rivali. Le altre e gli altri assistono, in vario modo.
Anche questo romanzo è bello (non Maigret, non giallo). Desolato e angosciante, sempre vivido, struggente per le nostre solitudini sociali. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Il testo era inedito, fu scritto in Svizzera in una settimana (come quasi sempre) nel gennaio 1959: l’autore descrive in otto capitoli tesi una relazione fra donne diverse e progressivamente ostili, sagome sfuggenti che si studiano e affrontano. La narrazione è in terza varia al passato, sempre più concentrata sulla dura reciproca reattività, sulle conversazioni e i relativi retro pensieri, sui ricordi biografici e sul comune spirito indipendente, in un crescendo tendenzialmente aggressivo e violento, non lungo anni, solo nemmeno una decina di giorni. In copertina un interno nero con finestra socchiusa (sull’abisso?), dipinto nel 1907. Il titolo è dedicato alla quasi ottantenne Juliette, furba o disperata, crudele o dimessa che sia, capace comunque di condizionare le quattro donne in un reticolo psicologico e in parte claustrofobico di messaggi impliciti e reciproci sospetti, aspro e poco compassionevole. Il commissario non può che prenderne atto. Da parte sua, Sophie, alta e spigliata, raccatta spesso “cani malati”, donne, perché gli uomini li accoglie solo quando sente il bisogno, tira su il primo che passa e via; comunque beve come una spugna, whisky soprattutto, pur se a casa conserva casse di bottiglie di tutti i tipi, perlopiù vini rossi, indispensabili per le frequenti festicciole, talora dopo la frequentazione dei noti locali, rumorosa e alcolica.
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Cos’è un incontro, una relazione, un affetto? Un incanto o un disastro – a seconda delle persone o del giorno –, un filo sottile, impossibile da sbrogliare; un’ossessione, una dipendenza, uno strappo. In questa raccolta di disegni, Marion Fayolle dipinge, con sensualità e spietata compassione, i sentimenti, il desiderio, la vita frenetica e a volte assurda degli innamorati. Erotismo mai volgare, umorismo sottile e pungente: nessuno racconta l’amore meglio di così.
Consigliato +19 anni d’età
Marion Fayolle Nata in Francia nel 1988, Marion Fayolle è considerata una delle più importanti illustratrici francesi. La sua opera è approdata in Italia con Gli amanti, pubblicato nel 2015 da Gallucci e seguito poi da L’uomo a pezzi, Gli amori sospesi, I figli e La casa nuda.
Martial arts legend and international movie star Jet Li distills ten powerful insights from his iconic career, his personal life and philosophies, and his thirty-year Buddhist practice
Jet Li’s story defies legend. Born into extreme hardship, he fought his way to become the youngest national martial arts champion in Chinese history at twelve years old, dominating opponents twice his size. He then became one of the first internationally renowned movie stars from China with films including Once Upon a Time in China, Hero, and Fearless. These films redefined martial arts for the modern world, making him a household name alongside Bruce Lee and Jackie Chan.
But behind the glory lay a deeper battle: a search for meaning beyond fame, fortune, and physical skill. After a near-death encounter in the 2004 tsunami, Li turned inward, deepening his study of Tibetan Buddhism and dedicating his life to philanthropy, though he was at the height of his Hollywood career.
For the very first time, Li shares the ten insights that have guided his life, in which anyone can find wisdom, guidance, and power, including:
life is movement;
the secret to self-defense;
separate the suffering from the pain;
be a grandson to the world; and
learn from everyone.
Li invites readers to share his interior life, to hear untold stories from his martial arts and film career, and to meditate with him on the nature of spiritual awakening. If you look deeply, you can see Li’s life philosophy in many of his movies, and in Beyond Life and Death he fully links his own story and spiritual journey with ten actionable insights that anyone can apply to live a healthy and happy life.
Jet Li is an internationally acclaimed martial artist, actor, and philanthropist. After rising to fame as a five-time national Wushu champion and starring in Shaolin Temple, he became a global icon through films like Hero, Fearless, and Romeo Must Die. Following a near-death experience in the 2004 tsunami, he founded the One Foundation to promote philanthropy and community giving. A student of Tibetan Buddhism for 30 years, Jet brings a lifetime of discipline, reflection, and spiritual insight to this deeply personal book.
Oxford, 1271. La prevista nascita del primo college universitario dovrebbe marcare un passaggio epocale per la città, ma sotto quelle mura considerate idonee a rappresentare il punto di raccolta per le nuove fondamenta del sapere, affiorerà un oscuro passato. Durante la demolizione di alcuni vecchi edifici del quartiere ebraico, tra le macerie e la calce emerge infatti uno scheletro decapitato, con scarse residue tracce di grasso, brandelli di stoffa ancora aggrappati alle ossa e un prezioso anello d’oro con una misteriosa pietra piatta incastonata. Sarà l’inizio di Falconer e il Rito della Morte, sesto capitolo della storica serie concepita da Ian Morson, un nuovo giallo medievale nel quale il tempo diventa materia viva, plasmandola e trasformandola in un possibile indizio. L’ambientazione è uno dei punti nodali e di forza del romanzo. Ian Morson ricostruisce una Oxford attraversata da tensioni religiose, rivalità accademiche e diffidenze sociali. Le strade fangose, i cantieri, le sale di studio e le botteghe restituiscono l’immagine di una città in bilico tra tradizione e cambiamento, mentre la fondazione del college, destinato a ospitare gli studenti, diventa simbolo di progresso e, allo stesso tempo, causa scatenante di un pericolo legato ad antichi segreti. Il racconto si muove su due piani temporali, alternando il presente del 1271 al passato del 1250, anno cruciale per comprendere le radici del delitto. Questa struttura rafforza il senso di inquietudine e sottolinea quanto e come il passato continui a proiettare la propria ombra sul presente. Al centro dell’indagine c’è William Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, uomo di logica e fede incrollabile nel metodo deduttivo aristotelico. Falconer non è un investigatore nel moderno senso del termine, ma un intellettuale curioso, capace di osservare, collegare e ragionare in un mondo dove superstizione e pregiudizio offuscano spesso la verità. La scoperta dello scheletro, un più che probabile omicidio, rappresenta per lui una irresistibile sfida, l’occasione per dimostrare come il pensiero razionale possa dissipare il torbido pantano dei sospetti. Accanto a lui agiscono figure molto ben caratterizzate quali: Peter Bullock già al suo fianco in altre indagini, ma stavolta reticente ed enigmatica guardia della città, Bonham, collega e compagno di proibiti studi anatomici, il rabbino Jehozadok, ambiguo depositario di scomode memorie, e soprattutto Saphira Le Veske, affascinante vedova ebrea, donna intelligente e determinata, a Oxford per curare personali interessi di famiglia, coinvolta in una pericolosa corsa parallela verso la verità. Il romanzo affronta con sensibilità il tema della persecuzione degli ebrei nell’Inghilterra del XIII secolo, mostrando un clima ostile alimentato da accuse rituali, estorsioni e meri interessi politici ed economici legati alle Crociate. Ian Morson inserisce il mistero criminale all’interno di questo contesto storico con naturalezza, senza forzature, rendendo il delitto inseparabile dall’epoca. L’indagine diventa così anche un viaggio dentro le contraddizioni di una società colta e brutale, devota e violenta. La trama procede con ritmo sostenuto, alternando momenti di riflessione a improvvise accelerazioni, tra nuovi spaventosi omicidi, parziali rivelazioni e colpi di scena ben dosati. L’assenza di moderni strumenti investigativi viene compensata da una proto-scienza forense credibile, costruita su osservazione e deduzione. Il risultato è un giallo solido, avvolgente, nel quale atmosfera, personaggi ed epoca storica si fondono in modo armonico. Falconer e il Rito della Morte si inserisce con autorevolezza nella vasta tradizione anglosassone del giallo storico, accanto a famose opere come la serie di Fratello Cadfael. È un romanzo capace di intrattenere e di evocare, ideale per chi va a cercare misteri radicati nel tempo, dove ogni pietra conserva una storia e ogni silenzio può nascondere un’angosciosa colpa.
Ian Morson è nato a Derby, in Inghilterra, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.. Dopo aver studiato in un liceo locale, a Oxford e a Leeds, si è trasferito a Londra e ha lavorato come bibliotecario nella zona nord-occidentale della capitale. Negli anni ’90 ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata la serie di romanzi gialli medievali ambientati a Oxford, ispirata a William Falconer. Ha sposato Lynda e la loro smania di viaggiare li ha portati dalle Home Counties, attraverso la Cornovaglia, spingendosi fino a Cipro, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra, a Hastings, sulla costa meridionale, dove vivono. Oltre ai libri di Falconer, ha scritto racconti gialli su un esploratore veneziano sullo stampo di Marco Polo, il cui nome è Nick Zuliani. Ha anche scritto racconti per antologie curate da un gruppo di scrittori di gialli che si autodefinisce The Medieval Murderers.
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Le strategie per risolvere ogni sintomo, dalle vampate alla caduta dei capelli
Nel 2030 più di un ottavo della popolazione della Terra sarà formato da donne in menopausa, 1 miliardo e 200 milioni. È un fatto nuovo per l’umanità. Fino ai primi del Novecento solo una minoranza di Sapiens sopravviveva così a lungo. Oggi invece una larga schiera di persone si trova ad affrontare i cambiamenti del corpo e la necessità di adattarsi a un equilibrio diverso.
La ginecologa Raffaela Di Pace, esperta di fisiopatologia della menopausa, invita le donne a non subire i disturbi che conseguono alla caduta dei livelli ormonali: aumento di peso, insonnia, vampate, capelli che si diradano, vuoti di memoria, sbalzi d’umore e secchezza vaginale. Ci sono rimedi che vanno dalla terapia ormonale sostitutiva ad alcuni tipi di farmaci e integratori non ormonali per ridurre i fastidi ma anche i rischi di osteoporosi, di disturbi cardiovascolari e di obesità. Ancora troppe donne rinunciano a curarsi e si intristiscono, perché percepiscono la fine dell’età fertile come la fine della piena salute e della femminilità. Eppure, è probabile che abbiano dinanzi a loro una trentina e passa di anni di vita ed è giusto che li attraversino con pienezza e senza acciacchi, che stiano bene sempre.
La rivoluzione femminile non può non abbracciare questo aspetto dell’esistenza: la metà dell’umanità ha il diritto di conoscere i trattamenti contro la sofferenza e i sintomi spiacevoli. Di Pace risponde in maniera puntuale agli interrogativi più comuni e propone un piano settimanale, dal movimento alla dieta, per restare in forma e in salute. «Prendersi cura di sé» scrive, «non significa rifiutare un fenomeno naturale, ma usare gli strumenti del progresso per vivere meglio. Non c’è motivo di subire malesseri quando se ne può fare a meno».
Il libro fa parte della collana Scienze per la vita, ideata e diretta da Eliana Liotta.
Raffaela Di Pace, ginecologa e sessuologa clinica, lavora presso l’ospedale San Giuseppe di Milano (Gruppo MultiMedica). Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione, ha conseguito il dottorato di ricerca in Fisiopatologia della menopausa e si è perfezionata in Chirurgia estetica e funzionale vulvare. Per diciassette anni si è occupata di diagnosi e cura dei tumori femminili presso la divisione di Ginecologia preventiva dello ieo – Istituto europeo di oncologia, dove ha svolto il ruolo di referente dell’ambulatorio Menopausa nelle pazienti oncologiche. Presso la Clinica Zucchi di Monza (Gruppo San Donato) ha aperto un Centro menopausa, mentre in Humanitas San Pio x è stata anche la responsabile dell’ambulatorio Vulvodinia e delle terapie per la sindrome genito-urinaria della menopausa. All’attività clinica affianca la divulgazione scientifica sui media e sui social.
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Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?
Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.
Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?
In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.
Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?
E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.
Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?
In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.
Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?
Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.
Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?
Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.
Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?
Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.
Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?
Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.
Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?
Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.
Ci sono progetti di traduzioni all’estero?
Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.
A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?
Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!
Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti?
Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.
Un divorzio perfetto riprende la storia dodici anni dopo gli eventi de Il matrimonio perfetto e lo fa, trascinando subito il lettore dentro un universo narrativo torbido, manipolatorio, costruito su relazioni avvelenate e verità piegate a uso personale. Nessuna redenzione né consolazione. Qui impera l’ambiguità morale, labile territorio in cui nessuno è davvero innocente.
Sarah Morgan torna in scena più sottile e consapevole. Non è più soltanto la brillante avvocata che aveva difeso il marito Adam dall’accusa di omicidio, pagata poi con una condanna capitale e una verità mai del tutto chiarita. Ora è una donna che ha ricostruito la propria immagine pubblica, con una nuova famiglia, una fondazione filantropica e un matrimonio destinato a implodere. Il tradimento di Bob, secondo marito e apparente uomo qualunque, agisce da detonatore emotivo e narrativo, aprendo una frattura che si allarga fino a inglobare il passato. Il divorzio diventa così il perfetto pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando sotto i riflettori il caso Kelly Summers e trascinando Sarah in una spirale mediatica e giudiziaria.
L’ambientazione resta quella tipica del domestic thriller americano: case borghesi, uffici legali, stazioni di polizia, tribunali e periferie rassicuranti solo in superficie. È un mondo ordinato, fatto di prati curati e sorrisi di circostanza, dove il male non irrompe dall’esterno ma cresce silenzioso tra le mura domestiche. Jeneva Rose gioca con questa familiarità, la usa come maschera dietro cui far scorrere vendette sottili, ricatti e strategie a lungo termine. Ogni spazio diventa funzionale al controllo, alla sorveglianza, al sospetto.
La trama intreccia tre principali misteri: la riapertura dell’omicidio Kelly Summers, la scomparsa di Stacy, amante occasionale di Bob, e la morte sospetta di un poliziotto legato alle vecchie indagini. I piani temporali e i punti di vista si alternano con ritmo serrato, mantenendo costante la tensione. L’indagine questa volta risulta più solida e credibile, rispetto al primo romanzo, grazie alla presenza dello sceriffo Hudson e della vice Olson, figure non eroiche ma animate da un autentico desiderio di verità. Anche loro, tuttavia, si muovono dentro una rete di menzogne più grande di quanto si possa immaginare.
Il cuore del romanzo resta Sarah Morgan, magnetico e disturbante personaggio. Fredda, calcolatrice, brillante, incarna una forma di intelligenza predatoria capace di anticipare ogni mossa altrui. La sua fondazione benefica, i gesti pubblici di compassione, persino il ruolo di madre diventano strumenti narrativi, parti di una messinscena più ampia. Attorno a lei ruotano uomini convinti di avere il controllo e destinati a soccombere: Adam prima, Bob poi, entrambi incapaci di comprendere fino in fondo la mente con cui hanno avuto a che fare.
Bob Miller è un antagonista meschino e arrogante, convinto di poter usare informazioni e minacce come leve di potere. La sua progressiva caduta ha qualcosa di grottesco e inevitabile, resa ancora più inquietante dal modo in cui la manipolazione si insinua nei dettagli quotidiani: un localizzatore sull’auto, messaggi ambigui, prove lasciate nel posto giusto al momento giusto. Ogni azione sembra casuale, mentre segue una implacabile logica.
Il ritmo cresce man mano con i colpi di scena che si susseguono con maggiore intensità. Alcuni risultano prevedibili per lettori usi al genere, ma funzionano grazie alla coerenza e alla progressiva costruzione della tensione. La costante sensazione è quella di assistere a una partita a scacchi giocata su più tavoli, dove ogni pedina crede di poter agire liberamente .
Non tutti i personaggi risultano empatici, anzi. Quasi nessuno lo è davvero. Questa scelta, però, appare deliberata: Il divorzio perfetto non chiede identificazione, pretende attenzione. È un thriller che mette a disagio, solleva scomode domande sul potere della narrazione, sulla giustizia e sull’immagine pubblica. Chi racconta la storia vince, anche quando la verità resta sepolta.
Il finale, cinico e spettacolare, chiude il cerchio lasciando una scia di inquietudine e una porta socchiusa su possibili sviluppi futuri. Sarah Morgan ne esce intatta, forse persino rafforzata, simbolo di un mondo dove l’intelligenza senza scrupoli può riscrivere la realtà. Un thriller oscuro, divertente nella sua ferocia, capace di superare il primo capitolo della serie e confermare Jeneva Rose come abile tessitrice di inganni narrativi. Un libro che intrattiene, disturba e costringe a guardarsi le spalle… soprattutto se si crede di conoscere chi si ha accanto.
Jeneva Rose è un’autrice bestseller del «New York Times» e di «usa Today». I suoi thriller sono stati tradotti in più di trenta lingue e opzionati per diventare film e serie TV. Con la Newton Compton ha pubblicato La vacanza perfetta, Un matrimonio perfetto, La casa dei cadaveri e Un divorzio perfetto. Vive nel Wisconsin con suo marito, Drew, e i suoi testardi bulldog inglesi, Winston e Phyllis. Per saperne di più: jenevarose.com
Nei primi decenni del Novecento la Cina vive una crisi profonda: l’impero è crollato, il paese è spezzato dai signori della guerra, l’ingerenza straniera umilia ogni aspirazione di rinascita. In questo scenario, la voce di Li Dazhao si leva come quella di un pensatore che cerca, insieme, una nuova filosofia della storia e una nuova idea di uomo.
Primavera e altri scritti raccoglie alcuni dei testi più significativi di questo protagonista del Movimento Nuova Cultura e del Quattro Maggio: saggi in cui l’immagine della “primavera” diventa metafora di una giovinezza che non è solo età anagrafica, ma forza storica capace di spezzare immobilismi millenari.
Li riflette sul destino della Cina, sul rapporto tra individuo e collettività, sull’incontro tra tradizione confuciana, democrazia moderna e socialismo, sul dovere di trasformare la sofferenza nazionale in energia creativa.
La sua scrittura, intensa e visionaria, tiene insieme il tono del manifesto, del discorso politico e della meditazione morale.
In queste pagine si avverte con chiarezza il passaggio dalla nostalgia per un passato perduto all’urgenza di costruire un futuro diverso, in cui libertà, eguaglianza e dignità non siano soltanto parole importate dall’Occidente, ma esperienze vissute.
Con la traduzione dal cinese di Claudia Pozzana, Primavera e altri scritti introduce per la prima volta in italiano un grande pensatore che ha segnato in profondità l’immaginario politico e filosofico della Cina contemporanea; Li Dazhao dialoga idealmente con gli altri protagonisti di quel lungo Novecento in cui le idee sono state, nel bene e nel male, una potenza capace di cambiare il mondo.
Li Dazhao (1889-1927) è una delle figure fondatrici della Cina del Novecento. Intellettuale, bibliotecario della Peking University, animatore del Movimento Nuova Cultura e del Quattro Maggio, fu tra i primi a introdurre il marxismo in Cina e a leggerlo come risposta alla crisi dello Stato imperiale e dell’ordine coloniale. Co-fondatore del Partito Comunista Cinese, pagò con la vita il suo impegno rivoluzionario: arrestato dai signori della guerra, venne impiccato nel 1927. Nei suoi saggi, che intrecciano filosofia, politica e visione poetica della storia, Li Dazhao incarna la svolta di un’intera civiltà verso la modernità.
Nel 1938 il regime fascista introdusse in Italia una serie di provvedimenti “In difesa della razza” che colpirono drammaticamente tutti gli ebrei del regno. I cittadini ebrei furono cacciati dalle scuole, dalle università, dall’esercito e dal pubblico impiego, mentre un’infinità di disposizioni vessatorie rendeva la loro vita impossibile in ogni campo. Persero il lavoro, e con esso la sicurezza di un dignitoso sostentamento. Coloro che possedevano aziende o terreni se ne videro spogliati. Furono proibiti anche i matrimoni misti.
Una cosa da niente di Mario Pacifici è una testimonianza essenziale e potentissima, che trova nella sua apparente semplicità la forza più profonda. Il titolo stesso racchiude il cuore del libro: l’orrore della persecuzione nazifascista e della Shoah non nasce solo da grandi gesti eclatanti, ma da una somma di atti minimi, di decisioni “normali”, di indifferenze e obbedienze quotidiane che, una dopo l’altra, rendono possibile l’irreparabile.
Pacifici racconta in dodici racconti avvenimenti minimi e fragili con una scrittura sobria, priva di retorica e di compiacimento emotivo. È una scelta stilistica eticamente forte: l’autore non cerca di scioccare il lettore, ma di accompagnarlo dentro una realtà che si svela proprio nella sua disarmante normalità. Le leggi razziali, l’esclusione progressiva dalla vita civile, la paura che diventa abitudine, fino alla deportazione e al lager, sono narrate come tappe di un processo graduale, quasi “logico”, ed è proprio questo che inquieta di più.
Il valore del libro, in relazione alla Giornata della Memoria, sta nella sua capacità di spostare lo sguardo dalla dimensione astratta della Storia a quella concreta delle responsabilità individuali. Pacifici mostra come la violenza non sia opera di mostri isolati, ma il risultato di una società che accetta, giustifica, minimizza. “Una cosa da niente” è ciò che si dice per tranquillizzarsi, per non prendere posizione, per non sentire il peso morale delle proprie azioni – o delle proprie omissioni.
Altro elemento centrale è il rapporto tra memoria e parola. Pacifici scrive non per vendetta né per autoassoluzione, ma per dovere civile. La sua testimonianza è un atto di resistenza contro l’oblio e contro ogni forma di negazionismo o banalizzazione del passato. In questo senso, il libro non si rivolge solo al passato, ma interpella direttamente il presente: ci chiede di riconoscere i segnali, di non considerare mai “da niente” una discriminazione, un linguaggio d’odio, una rinuncia ai diritti altrui.
In conclusione, Una cosa da niente è un’opera di grande valore morale e pedagogico. La sua forza non sta nell’enfasi, ma nella misura; non nell’eccezionalità del racconto, ma nella sua terribile normalità. Leggerlo in occasione della Giornata della Memoria significa accettare una sfida: non limitarsi a ricordare le vittime, ma interrogarsi sul proprio ruolo di cittadini, oggi, davanti alle ingiustizie che ancora nascono – troppo spesso – da “una cosa da niente”.
Mario Pacifici si è avvicinato alla scrittura nel 2008, vincendo con un racconto sulle leggi razziali il concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica. Nel 2012 è uscita la sua prima raccolta di scritti brevi Una cosa da niente e altri racconti e nel 2015 Daniel il Matto. Con Gallucci, ha già pubblicato i romanzi storici La pedina e Rachele e Giuditta e l’albo La porta aperta con le illustrazioni di Lorenzo Terranera e dedicato alla storia vera di Ferdinando Natoni, Giusto tra le Nazioni che la mattina del 16 ottobre 1943 trasse in salvo Marina e Mirella Limentani.
La speranza è la cosa con le piume: un’immagine semplice e potentissima, affidata da Emily Dickinson alla poesia nel 1861. Questo è il tema della X edizione della fiera nazionale dell’editoria indipendente – organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino – che torna a Milano dal 20 al 22 marzo 2026 presso il Superstudio Maxi (Via Moncucco 35, Milano – Metropolitana Linea M2 Famagosta). Tre giorni dedicati ai libri, alle idee e alle storie che interrogano il presente e immaginano il futuro: Book Pride si conferma appuntamento centrale per l’editoria indipendente e di progetto italiana, rivendicandone con orgoglio la qualità, la cura e la pluralità.
Con il coordinamento editoriale di Francesca Mancini e la rinnovata curatela di Marco Amerighi e Laura Pezzino, il programma dell’edizione 2026 è nuovamente affidato a una squadra di lavoro che unisce continuità e visione. Torneranno anche le speciali sezioni Book Young e YA, Book Comics e Book Sport, affidate rispettivamente alla curatela di Valentina De Poli e Federico Vergari. Per il 2026 Book Pride sceglie di camminare ancora una volta con la parola delle donne – l’anno scorso era stata Ursula K. Le Guin a dare ispirazione per il tema di edizione – e affida il proprio titolo alla poeta Emily Dickinson.
I TRE GIORNI DELLA FIERA – Durante i giorni di Book Pride arriveranno a Milano tantissimi ospiti dall’Italia e dal mondo: tra loro la scrittrice catalana Clara Usón autrice de Le belve (Sellerio Editore) che ripercorre la storia di una delle più sanguinarie terroriste dell’Eta mostrando come nazionalismi e terrorismo di Stato contaminino vita e affetti; la scrittrice inglese Claire Lynch, a partire dal suo fortunato romanzo d’esordio Una questione di famiglia (Fazi Editore), parlerà di rapporti intergenerazionali e familiari nella società moderna. A Book Pride anche la giornalista britannica Phoebe Greenwood con il suo Avvoltoi (Edizioni e/o), una narrazione satirica ambientata nella Gaza del 2012 dove, nella tragedia mediorientale, una reporter ambiziosa rischia tutto per uno scoop. E ancora, dalla critica letteraria Sara De Simone che farà un omaggio inedito e vitale a Emily Dickinson e al suo talento per la felicità, alla scrittrice e filosofa Silvia Grasso che, a partire dal suo libro Le differenze che stiamo attraversando (Mimesis Edizioni) si confronterà con la scrittrice Carolina Capria sul concetto di differenza sessuale nella storia della filosofia. Molto atteso anche l’incontro con la pensatrice femminista Lea Melandri che, con il suo Preistorie (Prospero Editore), ripercorre attraverso fatti di cronaca la storia delle relazioni – amorose e civili – in un mondo in cui i confini tra privato e pubblico si sono profondamente modificati. Alla manifestazione parteciperanno anche le scrittrici Daria Bignardi e Chiara Alessi, protagoniste di un confronto sui vecchi e nuovi modi di abitare il corpo e le solitudini femminili nel presente. Davanti alle notizie drammatiche che arrivano dagli Stati Uniti, tante persone si chiedono: come se ne esce? Con i giornalisti Francesco Costa e Luciana Grasso parleremo di una delle vicende politiche più significative prodotte dai Democratici dopo la rielezione di Donald Trump, come l’ascesa di Zohran Mamdani, e del possibile futuro dei progressisti americani. Lo scrittore Daniele Mencarelli, autore di Quattro presunti familiari (Sellerio Editore), ci condurrà in una storia nera intrisa di violenza e nostalgia per il potere. Christian Raimo presenterà il suo nuovo romanzo, L’invenzione del colore (Nave di Teseo), un racconto che intreccia memoria privata e storia collettiva, formazione sentimentale e immaginario cinematografico. In occasione della X edizione della fiera dell’editoria indipendente debutta “Acrobate”, un nuovo spazio di incontri letterari dedicato a scrittrici che hanno trasformato il vuoto e la paura in parola, facendo della scrittura un esercizio di equilibrio tra fragilità e potenza, corpo e pensiero: tra gli e le ospiti di questo spazio la giornalista e scrittrice Nadeesha Uyangoda che ci mostrerà l’universo letterario di Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel 1993; lo scrittore Marco Missiroli invece entrerà nell’opera della grande scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, Ágota Kristóf, e la regista e attrice pluripremiata Daria Deflorian farà un reading dal romanzo Atti Umani della premio Nobel Han Kang. I tre giorni saranno anche l’occasione per celebrare alcuni importanti anniversari letterari che segnano l’anno. Dai duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi, padre del burattino più famoso del mondo, al centenario del Premio Nobel a Grazia Deledda, fino al cinquantesimo anniversario della morte di Agatha Christie: la fiera proporrà uno sguardo rinnovato su autori e autrici che hanno attraversato il canone, interrogandone l’eredità e la capacità di parlare ancora al presente.
DAL FUMETTO ALLO SPORT, PASSANDO PER GRANDI STORIE DEDICATE ALLE NUOVE GENERAZIONI: TORNANO LE SEZIONI SPECIALI DI BOOK PRIDE – Non mancheranno le consuete sezioni speciali: sarà una fiera capace di raccontare l’editoria indipendente in tutte le sue forme e linguaggi. Grande attenzione sarà dedicata alle nuove generazioni con Book Young e Book YA, con la proposta di un programma articolato di incontri, laboratori e momenti di partecipazione attiva per bambini, bambine, ragazze e ragazzi, in dialogo costante con scuole, biblioteche, librerie e realtà educative del territorio. Con l’associazione Wikimedia Italia parleremo di come riconoscere le fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, mentre con la onlus Insieme nelle Terre di Mezzo ODV scopriremo chi si nasconde dietro un libro con il laboratorio di scrittura creativa per bambini e bambine. A Book Young torna anche il Centro Formazione Supereroi, con la sua missione di diffondere la scrittura come superpotere per affrontare il mondo. Tantissimi anche gli autori e autrici che porteranno le loro storie ai lettori e alle lettrici in erba, come la scrittrice e illustratrice Roberta Ragona con Fossili viventi (Aboca Kids), il libro dedicato alle creature del passato che vivono ancora accanto a noi; e la scrittrice Anna Vivarelli con la storia di Adele (Sinnos Editrice), un racconto sul valore della determinazione e sulla possibilità di cambiare senza perdere se stessi. Tra gli ospiti di Book Young anche il vincitore del Gran Guinigi 2025 Giuseppe Ferrario con il fumetto Al di là del Fiume (Terre di Mezzo Editore) e molti altri.
Torna Book Comics, lo spazio dedicato alla nona arte con incontri e workshop che esplorano il fumetto come linguaggio espressivo capace di interrogare il presente e raggiungere pubblici sempre più ampi e trasversali. Molti gli ospiti che arriveranno al Superstudio Maxi: attesissimo l’incontro con il fumettista Silver e l’illustratore Spugna che racconteranno delle nuove (dis)avventure di Cattivik (Gigaciao). A Milano anche Loputyn con il suo nuovo libro Forget me not (Rebelle Edizioni), un’opera sospesa tra fiaba dark, introspezione e romanticismo. Ci sarà l’occasione anche di esplorare le possibilità di interazione tra il fumetto e il dibattito sulla salute con il fumettista Tito Faraci e l’associazione culturale Graphic Medicine.
nfine, Book Sport assumerà nel 2026 un significato particolare: nell’anno di Milano–Cortina, la sezione dedicata allo sport diventerà occasione per riflettere sulle storie sportive come racconti di corpi, comunità e percorsi collettivi. Molto atteso l’incontro con lo scrittore Giuseppe Pastore che porterà a Book Pride il ricordo della leggenda dello sci Alberto Tomba a partire dal suo libro La Bomba (66thand2nd).
ALTRE INFORMAZIONI: La fiera è totalmente accessibile in tutte le sue aree. La biglietteria online aprirà a metà febbraio, da quel momento sarà possibile anche l’accreditamento per i giornalisti tramite l’area press del sito di Book Pride. La fiera è aperta il venerdì dalle ore 10 alle ore 21, il sabato e la domenica dalle ore 10 alle ore 20. Per scuole e under 18 l’ingresso è gratuito. Tutto il programma sarà disponibile sul sito www.bookpride.net. Oltre che con il sito, la fiera è presente online con i canali social Instagram e Facebook, dove saranno proposti contenuti speciali. L’hashtag ufficiale della manifestazione è #BookPride. Book Pride – Fiera Nazionale dell’editoria indipendente è organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino.
Il 28 febbraio 1815 la vedetta di Notre-Dame-de-la-Garde segnalò il tre alberi Pharaon, proveniente da Smirne, Trieste e Napoli.
Come al solito, subito un pilota si mosse dal porto, costeggiò il castello d’If, e andò ad abbordarlo tra capo Morgiou e l’isola di Riou.
E come al solito, subito lo spiazzo del forte Saint-Jean si riempí di curiosi. Perché a Marsiglia l’arrivo di una nave è sempre un grande avvenimento, soprattutto quando quella nave è stata costruita, armata e stivata, come il Pharaon, nei cantieri dell’antica Focea, e appartiene a un armatore della città.
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