
Il blog è chiuso, i collaboratori sono in vacanza ma io naturalmente sono sempre qua a sorvegliare il fortino, per cui potreste tornare e trovare anche d’agosto articoli nuovi, chissà.

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Cuore segreto del Caucaso, al bivio tra Europa e Asia, la Georgia è un Paese così ricco di bellezze paesaggistiche, culturali, antropologiche e sociali che non si può che accogliere con favore l’uscita della nuova guida turistica Morellini, nella collana Insider, dedicata a questo straordinario territorio e curata da Tim Burford, firma autorevole dell’escursionismo e dell’ecoturismo, con al suo attivo una decina di guide dedicate a destinazioni dall’Europa al Sud America.
Ormai Morellini è una garanzia: ogni sua guida non rappresenta soltanto un utile strumento per il viaggio, ma è anche un volume curato, piacevole da sfogliare e da conservare in libreria, capace di accompagnare il lettore alla scoperta di luoghi lontani anche attraverso la lettura e la ricerca.
La Georgia è ancora, per molti aspetti, una destinazione poco conosciuta e un Paese non ancora interessato dai grandi flussi del turismo internazionale. Spesso ricordata soprattutto come terra natale di Stalin, merita invece di essere riscoperta per la straordinaria varietà del suo patrimonio. Al suo interno custodisce tesori che spaziano dalle torri difensive della Svaneti alle fertili vallate del Kakheti, culla della più antica tradizione vinicola del mondo, dalla vivace capitale Tbilisi alle coste subtropicali del Mar Nero.
Uno dei punti di forza della guida è proprio la capacità di svelare luoghi e usanze meno noti: monasteri rupestri scavati nella roccia, villaggi montani dove sopravvivono tradizioni ancestrali e le antichissime tecniche di vinificazione nei qvevri, le grandi anfore di terracotta interrate riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. La cultura del vino, insieme alla gastronomia locale e alla proverbiale ospitalità georgiana, diventa così una chiave privilegiata per comprendere l’identità di questo Paese.
Una leggenda racconta che Dio, dopo aver distribuito le terre ai popoli del mondo, abbia donato ai georgiani il luogo che aveva riservato per sé, commosso dal loro calore umano, dalla loro convivialità e dall’amore per la vita e per la buona tavola. Un racconto simbolico che ben restituisce lo spirito di una terra dove l’accoglienza è parte integrante della cultura.
Accanto agli approfondimenti storici e culturali, Burford offre tutti gli strumenti necessari per organizzare il viaggio: mappe dettagliate, itinerari tematici e numerosi consigli pratici permettono di costruire esperienze autentiche, dalle degustazioni nelle cantine familiari alle escursioni tra ghiacciai e vette del Grande Caucaso, dai bagni termali di Borjomi ai vivaci mercati di Kutaisi.
Georgia si presenta così non soltanto come una guida per partire, ma come un invito alla scoperta di un Paese complesso e affascinante, dove natura, storia e tradizioni convivono in un equilibrio sorprendente. Un volume ricco e completo, capace di far nascere il desiderio del viaggio ancora prima di mettersi in cammino.
Tim Burford ha studiato lingue all’Università di Oxford. Nel 1991, dopo cinque anni come editore, ha iniziato a scrivere guide per Bradt, prima sull’escursionismo nell’Europa centro-orientale e poi sul backpacking e l’ecoturismo in America Latina. Ad oggi ha scritto dieci guide per Bradt, che spaziano dall’Uruguay all’Uzbekistan, tra cui cinque edizioni della guida sulla Georgia.
Guida anche escursioni sulle montagne europee.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Morellini.

Aggiornato alle più recenti teorie dell’abitare italiane e internazionali, Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026), con postfazione di Lucia Krasovec-Lucas, si distingue come uno dei contributi più interessanti dedicati al biophilic design nel panorama editoriale italiano.
Più che un semplice manuale, il volume propone una riflessione ampia sul rapporto tra architettura, natura e benessere, intrecciando ricerca scientifica, cultura del progetto e attenzione alla qualità dell’abitare. Il tema è di stringente attualità. I cambiamenti climatici, sempre più evidenti e drammatici, impongono infatti di ripensare il rapporto tra ambiente costruito e sistemi naturali, mettendo in discussione modelli abitativi che per troppo tempo hanno sacrificato il verde e la qualità dello spazio in favore di logiche esclusivamente economiche o funzionali.
Il libro mostra come la sostenibilità non possa più essere considerata l’unico parametro per valutare la qualità di un edificio. Accanto all’efficienza energetica, acquistano un ruolo decisivo la qualità dell’aria, l’illuminazione naturale, la presenza della vegetazione, il rapporto visivo con il paesaggio e, più in generale, tutti quegli elementi che incidono sul benessere psicofisico delle persone. Oggi sappiamo che gli ambienti nei quali trascorriamo gran parte della nostra vita – abitazioni, uffici, scuole, ospedali – possono favorire oppure compromettere la salute, e il biophilic design rappresenta una delle risposte più convincenti a questa consapevolezza.
Uno dei punti di forza del volume è il ricco apparato bibliografico e sitografico, aggiornato alle principali ricerche internazionali. Fusco dimostra una conoscenza approfondita della letteratura sul tema e integra con equilibrio i contributi di studiosi e progettisti che hanno indagato il rapporto tra natura e salute, offrendo al lettore strumenti utili per ulteriori approfondimenti. La biofilia emerge così non come una semplice tendenza estetica, ma come una strategia progettuale fondata su solide basi scientifiche e orientata a migliorare la qualità della vita.
Interessante è anche il richiamo all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, nella quale la Terra viene definita “casa comune”. Il riferimento non ha un valore esclusivamente etico, ma amplia il discorso sul progetto, ricordando come la cura dell’ambiente richieda responsabilità collettiva, investimenti e politiche lungimiranti. In questo senso, il libro suggerisce che ripensare il modo di abitare non è più una scelta opzionale, ma una necessità urgente.
Con uno stile chiaro e accessibile, anche quando affronta argomenti specialistici, Fusco accompagna il lettore in un percorso che mette in luce la profonda interdipendenza tra essere umano e natura. Un’intuizione che oggi trova conferme nelle neuroscienze, nella psicologia ambientale e nelle scienze della salute, ma che affonda le proprie radici nella cultura classica: non a caso si richiama anche Lucrezio, testimone di una visione del mondo nella quale uomo e natura erano già concepiti come parti di un unico sistema.
Completa il volume un ricco apparato iconografico. Le immagini, curate e ricche di dettagli, non svolgono una funzione meramente illustrativa, ma dialogano con il testo, contribuendo a chiarire i concetti e a rendere immediatamente percepibili i principi del biophilic design.
Abitare la natura è dunque un libro che riesce a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. Un testo utile ai professionisti dell’architettura e dell’interior design, ma anche a chiunque desideri comprendere come gli spazi che abitiamo influenzino la nostra salute e il nostro benessere. In un momento storico in cui il progetto è chiamato a rispondere alle sfide ambientali e sociali del presente, il saggio di Alfredo Fusco rappresenta un contributo autorevole e quanto mai necessario alla diffusione di una nuova cultura dell’abitare.
In conclusione il tema della biofilia, della salutogenesi e del rapporto tra architettura e salute sarà probabilmente uno dei filoni più rilevanti della cultura del progetto nei prossimi anni.
Alfredo Fusco Architetto e biophilic designer, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell’etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Esperto di progettazione eco-friendly e biofilia applicata all’architettura, parla e scrive di compensazione del deficit di natura, ingegneria naturalistica, greening verticale, infrastrutture emergenti e dinamiche adattive. Vive e lavora a Milano.
Source: ringraziamo l’autore e la casa editrice per l’invio del volume.

Sulla penisola di Solak, da qualche parte a Nord del Circolo polare artico, c’è un avamposto militare in mezzo al nulla dei ghiacci dove vengono spediti i soggetti che hanno colpe da espiare. Solo uno dei quattro residenti è lì per scelta: scienziato climatico, cerca le prove dell’imminente collasso del Pianeta. Dopo il suicidio di uno dei compagni, i tre rimasti accolgono una nuova recluta misteriosa: un ragazzo muto. Chi arriva a Solak è un colpevole, come loro. Ma di cosa può essersi macchiato un tipo così gracile e mite? Con l’avvicinarsi della grande Notte polare le condizioni di vita alla base si fanno ancora più dure e gli uomini sono costretti a una convivenza sempre più tesa, che smaschera gli istinti peggiori rivelando gli inquietanti segreti del passato. Ma il destino li troverà anche in quell’oltremondo senza pietà dove nessuna apparenza può più ingannare.
Solak (Solak, 2021) della bretone Caroline Hinault, tradotto in italiano da Maria Laura Capobianco ed edito da Gallucci, è un romanzo breve molto particolare giunto dalla Francia fino a noi sull’onda di un grande successo di pubblico e di critica.
Vincitore di ben 8 premi letterari Solak ci porta la voce di un’autrice molto singolare, capace di graffiare e nello stesso tempo evocare atmosfere anche liriche dell’estremo Nord.
Voce narrante quella di un soldato Piotr, da vent’anni confinato a Solak per qualche oscura colpa che sembra segnare le vite di tutti i personaggi, oltre a lui un altro militare Roq, e Grizzly uno scienzato attento a studiare i cambiamneti climatici in attesa di un imminente Apocalisse che spera coi suoi studi di scongiurare. Un altro militare Igor, si fa saltare le cervella con un fucile e quando arrivano le scorte, prima della lunga notte artica, viene raccolto e in cambio viene lasciata una Recluta, un ragazzino smilzo, con gli occhi come spilli di acciaio chiaro, muto ma non sordo, che scrive freneticamente chissà cosa su alcuni fogli.
La Hinault ne riporta il linguaggio, ruvido se non greve, e la psicologia di uomini temprati da mille vicessitudini e avversità. L’ambiente è ostile, più si avvicina la notte artica più la lotta per la sopravvivenza si fa serrata in attesa di un evento tragico che sembra gravare come una maledizione.
Chi sarà a soccombere? Chi riuscirà a sopravvievre, e quali sono i segreti e le tragedie che i personaggi meticolosamente nascondono?
In attesa dell’inaspettato colpo di scena finale l’aria si fa tesa, frenetica in un crescendo di tensione e di angoscia.
Noir per adulti, nella collana Glifi di Gallucci, Solak è un romanzo difficile da definire, lo si potrebbe descrivere come un lungo monologo e flusso di coscienza della voce narrante, in cui l’autrice si immedesima alla perfezione nel descriverci la psicologia di uomini al limite.
E’ un romanzo molto muscolare, ruvido, maschile, sebbene l’autrice sia una bella e giovane e affascinante professoressa di lettere, utilizza un linguaggio greve, anche volgare, specchio delle anime tormentate dei personaggi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla superficie di questo linguaggio spigoloso.
Sotto la scorza ruvida emerge tuttavia una riflessione profonda sulla colpa molto dostoevskijana, sull’isolamento, sulla memoria e sul rapporto tra l’uomo e una natura che non è più madre, bensì forza indifferente e inesorabile. Solak diventa così un luogo dell’anima prima ancora che uno spazio geografico: un confine estremo dove ogni certezza vacilla e dove i protagonisti sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno cercato di seppellire dentro di sé.
Solak è una lettura intensa, inquietante e fuori dagli schemi, capace di lasciare il lettore immerso in un senso di gelo e di sospensione anche dopo aver voltato l’ultima pagina. Un romanzo breve ma densissimo, che dimostra come Caroline Hinault sappia fondere tensione narrativa, introspezione psicologica e grande forza evocativa in una storia destinata a lasciare il segno.
Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Gallucci.

Lewis, è la protagonista di “L’esca. Fish Tales” il romanzo di Nettie Jones edito da NNeditore, inserito nella Collana le Fuggitive. La principale attrice nella narrazione vive nell’America degli anni Settanta ed è bella e inquietante come la città di New York dove prende forma la sua vita. Stanze affollate, feste, champagne, stupefacenti, divertimento tra lenzuola di seta per Lewis, il marito Wood e l’amico Kitty Kat. Il tutto è un susseguirsi veloce di momenti, come frame, di incontri amorosi, party, episodi di vita quotidiana dai quali emerge sempre lei, Lewis con tutta la sua trascinante, passionale e sferzante forza vitale. Il romanzo non solo si addentra nella passionalità, in quello che potrebbe essere il vero amore o anche solo il possesso dell’altro, ma indaga anche quel bisogno di sentirsi libere di vivere la propria vita, in ogni aspetto. Il libro dalla Jones in realtà ci racconta l’esistenza di una donna schietta, senza tanti filtri e decisa in quello che dice e che fa, unita alla sua necessità di indipendenza e autonomia di scelta. Il tutto si sviluppa in una società – l’America degli anni Settanta-dove certi comportamenti o erano in trasformazione o non erano per nulla accettati, perché ritenuti fuori dagli schemi del tempo. La vita di Lewis, tra un eccesso e l’altro, ad un certo punto si incrocia con quella di Brook, è questo scatenerà un cambiamento. Lui è un uomo affascinante, colto, ed esercita una forza attrattiva tale su Lewis da riuscire a mantenere il controllo su di lei. Questo modo rapportarsi perterà la donna a riflettere sulla loro relazione, se è bene o male. A rendere travolgente e accattivante la trama ci pensa anche la scrittura della Jones, qui sapientemente tradotta da Luca Biasco. Il linguaggio è fluido, sferzante, diretto e senza tante censure e lo si trova nella protagonista e in chi le sta attorno, pronto a travolgere il lettore e a dargli la sensazione di essere nella storia. “Lesca. Fish Tale” è un romanzo accattivante, a tratti potrebbe sembrare pure spudorato per quell’intento di provocare e andare oltre il moralismo di quell’epoca ma, allo stesso tempo, la stessa protagonista rifletterà sul senso del vivere, se continuare nella ricerca e affermazione della libertà propria e autonoma o lasciarsi travolgere dalle volontà dell’altro in un rapporto che richiama la subordinazione. Interessante nell’edizione di NNeditore è la presenza di una postfazione a firma dell’autrice stessa che racconta il suo percorso di approccio alla scrittura.
Nettie Jones è una scrittrice americana, nata in Georgia nel 1941. Ha insegnato nella scuola pubblica e ricevuto diversi riconoscimenti per la sua opera, tra cui un National Endowment for the Arts, un Michigan Council of the Arts Award e un Carnegie Fund for Authors Award. “L’esca. Fish Tale” è il suo romanzo d’esordio, scelto dal futuro premio Nobel per la Letteratura Toni Morrison, che lo pubblicò nel 1984 nella casa editrice Random House. (fonte sito NNeditore)
Source: ufficio stampa NNeditore

Che cosa accade nel nostro cervello quando una battuta ci sorprende e ci strappa una risata? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, il saggio edito da Carocci, in cui Mirella Manfredi accompagna il lettore alla scoperta di uno dei fenomeni più universali e, allo stesso tempo, più complessi dell’esperienza umana.
Docente universitaria e direttrice di un gruppo di ricerca dedicato all’umorismo e alla neurodiversità, l’autrice affronta l’argomento con il rigore della scienziata e la chiarezza di una divulgatrice esperta. Ne nasce un volume di dimensioni contenute, ma straordinariamente ricco di contenuti: un saggio denso e concentrato, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare all’accuratezza scientifica e offrendo, in poco più di cento pagine, una panoramica ampia e aggiornata sul tema.
Il libro ci ricorda che ridere è molto più di una reazione spontanea: è il risultato di un articolato processo cognitivo. Per cogliere il comico, il cervello deve interpretare il contesto, riconoscere le incongruenze, elaborare aspettative e comprendere le intenzioni degli altri. L’umorismo diventa così una chiave di lettura privilegiata per esplorare il funzionamento della mente e il modo in cui costruiamo anche le nostre relazioni.
Il percorso si sviluppa con ordine e coerenza, muovendo dalle principali teorie sull’umorismo per arrivare alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Attraverso studi sperimentali, tecniche di neuroimaging ed elettrofisiologia, il volume illustra come la ricerca abbia progressivamente chiarito il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione del comico. A questa prospettiva si affiancano interessanti approfondimenti sullo sviluppo del senso dell’umorismo nell’infanzia, sulle possibili componenti ereditarie, sul rapporto con creatività e problem solving e sugli effetti che la risata può esercitare sul benessere psicofisico e sulle dinamiche relazionali.
Particolarmente stimolanti risultano anche le pagine dedicate alle radici evolutive dell’umorismo e ai comportamenti osservati nel regno animale, che ampliano lo sguardo oltre la sola dimensione umana. Di grande interesse è inoltre il capitolo conclusivo, dedicato alla neurodiversità, nel quale vengono analizzate le peculiarità dell’umorismo nell’autismo e nella sindrome di Williams. Temi che mostrano come un’esperienza apparentemente semplice possa offrire preziose informazioni sui meccanismi della cognizione.
Mirella Manfredi firma un’opera di grande qualità divulgativa, riuscendo a trasformare risultati scientifici complessi in un racconto chiaro, fluido e coinvolgente, mantenendo sempre un elevato livello di precisione. La lettura procede con naturalezza grazie a un equilibrio ben calibrato tra evidenze sperimentali, riferimenti alla letteratura scientifica e spunti di riflessione che invitano a guardare con occhi nuovi un gesto quotidiano come il ridere.
Il cervello che ride è un saggio che informa, incuriosisce e stimola il pensiero, restituendo all’umorismo tutta la sua complessità biologica, cognitiva e sociale. Una lettura consigliata non soltanto a chi si interessa di neuroscienze, ma anche a chi desidera comprendere meglio una delle manifestazioni più caratteristiche dell’essere umano e il ruolo che essa svolge nella nostra vita emotiva, cognitiva e relazionale.
Mirella Manfredi è professoressa di Neurodiversità e cognizione nella facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo, dove dirige un gruppo di ricerca su umorismo e neurodiversità. È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.
Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

L’Odissea, il nuovo kolossal di Christopher Nolan, ha già incassato 260 milioni di dollari al botteghino mondiale, superando il budget di produzione, il più alto di sempre per il regista britannico. Tutti lo hanno visto, tutti hanno espresso la loro opinione. Tra lodi sperticate e critiche feroci è già stato detto tutto quello che si poteva dire su quello che è forse il film più discusso dell’anno. Un merito del film è sicuramente quello di aver riportato il mito al centro della discussione, ma allo stesso tempo il suo principale difetto è proprio la mancanza di afflato mitico. Certo, si tratta della personale riscrittura di un poema di quasi tremila anni fa da parte di un regista contemporaneo, e come tale deve essere analizzato, ma non si può fare a meno di notare come in questa rielaborazione abbia così poco spazio il gusto per l’immaginifico e il senso del meraviglioso che informano il poema e lo rendono così diverso dall’altro poema attribuito a Omero, l’Iliade. C’è chi ha definito l’Odissea il primo fantasy della storia della letteratura, ma sarebbe più corretto dire che esso ha costituito un archetipo illustre per il genere fantastico, introducendo quelli che sono ormai topoi ricorrenti, come il viaggio dell’eroe (in questo caso il nostos, il ritorno a casa) o la presenza di magia e di creature mostruose. La sceneggiatura di Nolan ha un taglio molto moderno, raggruppando segmenti narrativi da più fonti e condensandoli insieme: per esempio, il film racconta in flashback l’inganno di Ulisse e la presa e caduta di Troia, ma allude anche alla vendetta di Oreste, attingendo dalle tragedie di Eschilo.
L’Odissea di Nolan non ha certamente alcuna pretesa di aderenza filologica al testo omerico, e non si pone troppi problemi a discostarsi dal mito. Per fare alcuni esempi, il fiore di loto viene consumato a Ogigia, dimora di Calipso, anziché sull’isola dei Lotofagi; il personaggio di Sinone, ignoto a Omero ma presente nell’Eneide, da spergiuro e principale attore dell’inganno del cavallo di Troia diviene vittima dei raggiri di Ulisse; i Lestrigoni passano da giganti antropofagi a enormi guerrieri in anacronistiche armature medievali che affondano due delle tre navi di Ulisse in una scena girata in un fiordo scozzese. Non serve l’acribia di un filologo per notare l’implausibilità del design dei costumi (in particolare l’armatura di Agamennone, che pare riciclata dalla trilogia di Batman), incongruenze, anacronismi (le statue greche in origine erano colorate e non bianche come appaiono oggi) e inesattezze mitologiche (le sirene si intravedono appena, poiché lo spettatore è concentrato sul loro canto, ma sembrano più vicine alle raffigurazioni convenzionali che alle originali donne-uccello). Il linguaggio (almeno nel doppiaggio italiano) non è particolarmente altisonante; la presenza nei dialoghi di espressioni come “veterano della guerra di Troia”, “fortunato bastardo” e riferimenti espliciti agli escrementi umani, unitamente a una certa tendenza hollywoodiana alla spettacolarizzazione e all’immancabile combattimento finale, fanno pensare più al classico film di guerra americano che a una trasposizione di un poema epico. Occorre però aggiungere che in alcuni aspetti mantiene un certo grado di fedeltà al mito: per esempio, i morti sono rappresentati come ombre assetate di sangue, attirate dal rito della nekyia, anche se Ulisse non compie una catabasi agli inferi per consultare Tiresia, ma sono i defunti stessi – come nella migliore tradizione zombie di Fulci – a emergere dalla spiaggia nera islandese in cui è stata girata la scena. Una delle più vistose differenze dal poema omerico è indubbiamente il nome stesso dell’eroe interpretato da Matt Damon, che viene chiamato Ulisse, nome latino coniato da Livio Andronico, nella sua traduzione dell’Odissea, che deriva da una variante dialettale del nome greco Odisseo. Il suo personaggio, a ben guardare, è ben diverso dall’eroe dal multiforme ingegno (polýtropos) e dotato della proverbiale scaltrezza (mètis) cui siamo abituato: egli appare più come un eroe “decostruito”, segnato dal trauma collettivo della guerra e dai suoi drammatici costi umani. Non è un caso che si definisca un “veterano”, proprio come un reduce del Vietnam affetto da disturbo da stress post-traumatico. Alla fine Ulisse veleggia verso l’“occidente sconosciuto”, in quello che non è tanto un “folle volo” di dantesca memoria, bensì un esilio resosi necessario per onorare la memoria dei suoi compagni insepolti. La scelta di introdurre un elemento estraneo al mito ma tratto dalla storia, come quello dei misteriosi popoli del mare, viene vanificata però dall’affermazione di Ulisse, che confidandosi con Penelope ammette: “Siamo noi i popoli del mare”. Questa frase, insieme al concetto più volte ribadito di civiltà in decadenza e della fine dell’età del bronzo, scalza Ulisse dalla sua posizione di guerriero invulnerabile e appartenente al lontano passato eroico e lo rende un everyman, unuomo occidentale, appartenente a una civiltà in declino e, come vuole l’etimologia di “occidente”, destinata a tramontare. Forse è proprio perché si vuole raccontare un mito antico con gli occhi del presente (dimenticando forse che il mito non ha bisogno di essere modernizzato per stare al passo con i tempi, essendo una materia eterna che parla agli uomini di ogni tempo), che il regista ha scelto di non rappresentare divinità antropomorfe, all’infuori delle fuggevoli apparizioni di Atena, interpretata da Zendaya. Alle volte, complice anche un montaggio serrato, in movimento tra passato e presente, tra ricordo doloroso e nostalgia di casa, le peripezie appaiono stilizzate e semplicistiche e i personaggi non restano sempre memorabili, ma il senso del meraviglioso, pur se presente in quantità omeopatiche rispetto alle scene di guerra, per fortuna, non è ancora completamente delegato alla computer-generated imagery o, peggio, all’intelligenza artificiale. Prediligere film con effetti speciali analogici e artigianali non è una nostalgia passatista, ma una scelta estetica coraggiosa. Sarebbe una falsa ma legittima speranza andare in sala con l’aspettativa di trovarsi di fronte a una pellicola che condivida l’atmosfera dei vecchi peplum con gli effetti speciali di Ray Harryhausen (Il 7° viaggio di Sinbad, Gli argonauti, Scontro di titani) o, per restare in tema, di Mario Bava e Carlo Rambaldi (E.T., Alien, King Kong, il Dune di Lynch ecc.), che insieme curarono gli effetti speciali del memorabile episodio di Polifemo per la miniserie RAI del 1968 diretta da Franco Rossi. È stata però una piacevole sorpresa trovare la scena di Polifemo girata perlopiù con un animatronic di 6 metri, con qualche ritocco digitale. Stando alle sue parole, Nolan si è ispirato a Guillermo del Toro (in particolare al mostro de Il labirinto del fauno)e al celebre dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Nolan si discosta dall’originale omerico, ormai entrato nell’immaginario collettivo, scegliendo di non mostrare né il celebre gioco linguistico di Nessuno né lo stratagemma della fuga di Odisseo e dei suoi compagni aggrappati al ventre delle pecore. In effetti, il ciclope – da mostro non umanizzato quale viene rappresentato – non parla proprio, se non per evocare, in una lingua sconosciuta, la maledizione del padre Poseidone. Gli amanti del body horror (chi scrive incluso) hanno potuto apprezzare la scena di Circe, in cui i compagni di Ulisse vengono tramutati in maiali attraverso la deformazione fisica dei corpi, in una orripilante metamorfosi. Che abbia raggiunto il suo scopo lo hanno confermato le reazioni di disgusto in sala. Meno fedele al mito la permanenza di un anno sull’isola della maga Circe, con cui Ulisse, secondo alcune versioni (come raccontato anche nella Storia Vera diLuciano), avrebbe concepito in un momento di infedeltà coniugale un figlio di nome Telegono, destinato a vendicare il padre.
DELITTO A BORDO DEL GIAVA in navigazione per la Cina: Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa uscì il 18 giugno del 2020, sei annifa, se vogliamo appena iniziata la Pandemia e tutt’ora risulta il mio bestseller, quello con più recensioni tra l’altro, e non tutte positive. Acquisti per lo più dall’Italia, ma anche dalla Francia e dagli Stati Uniti in cartaceo. E io mi chiedo perchè? Non capisco davvero perchè; è una storia ambientata su una nave, la Cina non la si vede ancora, è un mistero, se avessi dovuto puntare avrei detto “Lo strano caso del missionario scomparso”, il secondo della serie di sette novelle, a mio avviso molto più bello, e invece no, continua a vendere questo. Non che sia brutto intendiamoci ma è una storia claustrofobica, con pochi personaggi, senza distese di vegetazione, templi, etc… Una nave per giunta con a bordo cavalli e intorno il mare. E’ un mistero che non so spiegarmi, da narratore intendo. Alcuni dicono per via del prezzo, solo 2,99 Euro, va beh ho messo un prezzo popolare al primo volume perchè faccia da volano anche agli altri, ma non credo sia questo, perlomeno non solo questo. Gli ebook ormai costano dai 9.00 ai 10.00 Euro e gli altri della serie li ho tenuti bassi a 4,99 Euro. Sì sono storie brevi, ma complete volendo li si possono leggere anche slegati, o in progressione come saga. E dunque perchè questo attira così tanto? Non faccio pubblicità, qualche articolo, sporadico, sul mio blog, qualche post su Facebook, ma niente pubblicità a pagamento. Avevo sentito un editore e valutavo di presentarglielo, un piccolo editore non pensate subito a Mondadori o altro e mi ha chiesto bene è il tuo best seller, pensi abbia esuarito tutti i suoi lettori o pensi ci sia ancora un bacino di utenza. E chissà. Non lo so davvero. Con editore avrei altro genere di lettori, ma l’editoria tradizionale non ama tanto la narrativa breve, dovrei aggiungerci anche una seconda novella. Non so davvero, certo ne parlerebbero i blog, forse anche i giornali, come self ho un muro, ma sono titubante. Forse dovrei scrivere storie nuove, il tenente Bianchi è storia passata, è una parentesi della mia vita ormai conclusa. Non penso ci ritornerò anche se mi hanno consigliato di estendere le novelle in romanzi, usare le novelle come bozze di scrittura. Ma non so adesso penso ai pirati sul Mar della Cina, sono impegnata in quelle ricerche. Resta comunque il mistero, a cui forse non ne verrò mai a capo. Shan::

Bastide, ai piedi del massiccio dell’Estérel, Costa Azzurra e relativo entroterra, Mediterraneo. Una domenica di fine maggio al termine degli anni Cinquanta. Émile Fayolle si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire; gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente. Ha preso da tempo la sua decisione, da undici mesi ha previsto molto e preparato tutto per quel giorno, ora è arrivato. Da anni era in corso una partita conflittuale con la bionda moglie Berthe Harnaud, probabilmente addirittura dal momento della conoscenza (andavano a scuola insieme, lei due anni più grande e gran lettrice) e poi dall’inizio della relazione. Si erano frequentati pochissimo, lui (originario della Vandea) apprendista cuoco, lei con i genitori in un ristorantino ristrutturato nei pressi di Cannes. Nemmeno ventenne va a fare lo chef da loro. Progressivamente, capiscono che conviene a entrambi sposarsi; Berthe è di fatto la padrona (c’è anche un contratto di mezzo, con la madre quando il padre muore), forse innamorata; Émile il dipendente che si occupa dell’ottima essenziale cucina, abbastanza estraneo all’amore; non si sa per colpa di chi comunque figli non arrivano. Trascorrono anni: lui si sente comprato, deve pensare solo a cucinare bene, va solitario a pesca e gioca a bocce, frequenta prostitute in riva al mare, si lega a una 32enne turista inglese (che, dopo aver fatto sesso di nascosto, viene cacciata dalla moglie), imbastisce per tre anni una stabile relazione affettiva con la giovane silenziosa cameriera Ada (neanche maggiorenne e forse con un ritardo cognitivo). Émile matura vieppiù che deve liberarsi di Berthe, ci pensa di continuo, pianifica come riuscirci senza lasciare tracce, sperimenta e alla fine tenta. Perché no, visto che entrambi sanno che la partita è aperta?
Anche questo romanzo è una prova d’autore, giallo a proprio modo, con sorpresa finale. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi dal 1985 sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti, questo romanzo era inedito e risale all’estate 1958. La narrazione è in terza al passato, quasi una scena teatrale fissa sull’ossessionato semplice protagonista, sui suoi ricordi, sull’evoluzione di pensieri e propositi, intervallati da brevi rari dialoghi con gli altri personaggi. Inizia e finisce quella fatidica mite assolata domenica (da cui il titolo), in quelle zone di fatto era già piena estate da decenni: “in gioco non erano più le cause, i moventi, ancor meno le scuse. Era una questione di vita o di morte che andava risolta fra lui e Berthe”, uno dei due deve vincere. Émile ha continuato a dormire con la moglie, è riuscito a non far mandare via la “zingara” Ada, che dorme sopra in un’angusta mansarda e lo incontra remissivamente al Casolare. In copertina un paesaggio svizzero (dipinto nel 1923), che rende l’idea dell’appetibile locale La Bastide (in Provenza): piatto consigliato il risotto ai calamari. Vini locali, spesso rosé.

A maggio di quest’anno Adelphi ha pubblicato la prima edizione italiana de L’accompagnatrice di Ken Greenhall, l’autore americano riscoperto con l’uscita, lo scorso settembre, di Elizabeth (di cui mi sono occupato sull’Indice dei libri del mese). Apparso per la prima volta nel 1988 come The Companion, può essere ascritto allo stesso filone di Elizabeth, definito dall’autore stesso un romanzo dell’innaturale (prendendo il termine innaturale come personale declinazione del soprannaturale), anche se occorre chiarire sin da subito che questo nuovo titolo di Greenhall non ha lo stesso mordente narrativo del suo romanzo di esordio. Da un confronto tra i due romanzi, L’accompagnatrice risulta sicuramente più sottotono, complice una narrazione meno intrigante. Il prossimo titolo in preparazione, Hell Hound (1977), da cui è stato tratto il film Baxter (1989), si preannuncia una lettura più interessante.
Venendo alla trama, Jillian Cole si è appena trasferita a Serena, una cittadina di provincia nell’Iowa, nel cuore del Midwest americano. Insieme a lei vive il padre cieco, appassionato di musica jazz e dotato, a quanto si dice, di poteri taumaturgici. Jillian lavora come accompagnatrice, prendendosi cura di donne fragili e anziane. La sua nuova assistita, Elizabeth Dobb, vive in una grande casa ed è la ricca matriarca di una famiglia che oggi si definirebbe disfunzionale, composta da due figli gemelli, David ed Eva, e da una nipote, Shirley. Jillian e il padre hanno due doni opposti: mentre lui sembrerebbe in grado di guarire i malati con l’imposizione delle mani, la protagonista non è solo un premuroso angelo custode, ma anche un agognato angelo della morte che, quando l’ora si avvicina, pone fine alle sofferenze delle donne con cui entra in contatto emotivo. L’ombra del passato sembra però seguirla nei suoi spostamenti e darle la caccia, sulla falsariga della vecchia filastrocca inglese di “Jack and Jill” (due nomi non a caso).
Ancora una volta Greenhall si cela dietro una voce narrante femminile, consapevole della propria conturbante femminilità, ma anche capace di trasmettere il senso del sinistro e del torbido. Ancora una volta il romanzo è sospeso tra le due pulsioni freudiane di eros e thanatos: Jillian instaura un legame speciale, «spirituale» (p. 153), con le sue datrici di lavoro, e dalle sue parole traspare non solo il suo ruolo di psicopompo, ma anche una certa tensione erotica. Proprio come in Elizabeth, seppure in maniera meno convincente, si tratta di una protagonista ambigua, al punto che il lettore è portato a dubitare del suo racconto e a chiedersi se la voce narrante sia veramente affidabile o se quanto legge non sia altro che il frutto dei deliri di una psicopatica, di una «aberrazione psicologica» (p. 186), che ci restituisce solo una versione distorta della realtà. Torna a essere presente la morbosità che si può riscontrare in Elizabeth, anche se qui in misura più preponderante e – a mio avviso – ingiustificata. A differenza del romanzo d’esordio di Greenhall, non troviamo propriamente atmosfere gotiche, ma al massimo qualche presagio inquietante e rivelazioni di segreti di famiglia tenuti nascosti in soffitta. Anche se le due opere, come abbiamo visto, condividono i medesimi stilemi, ne L’accompagnatrice la riflessione è incentrata su temi di respiro filosofico come la vita dopo la morte, la presenza dell’anima e la ricerca tormentata della felicità, ma anche sulle più delicate (e, se vogliamo, attuali) questioni del fine vita e dell’identità di genere.
Ken Greenhall (1928-2014), nato a Detroit, Michigan, da genitori inglesi, lavorò come editor per l’Encyclopedia Americana e per la New Columbia Encyclopedia.
Source: inviato dall’ufficio stampa Adelphi, che ringraziamo.
A differenza di molti che sostengono di conoscere l’Iliade e l’Odissea come se le avessero lette direttamente in greco antico – o, meglio ancora, ascoltate dalla viva voce di Omero, se non addirittura di Zeus – io non mi considero un’esperta. Conosco però qualcosa delle opere derivate, degli archetipi, del mito e della sua continua riscrittura.
Ed è proprio per questo che mi chiedo: perché demolire o incensare un’opera artistica – perché di questo si tratta, calmiamo gli animi – prima ancora di averla vista? Prima che sia arrivata nelle sale?
Christopher Nolan stesso, con una certa ingenuità ma anche con buone ragioni, si è posto il problema, temendo che molti avessero già emesso una sentenza di condanna ancor prima della prima proiezione. E, considerando gli investimenti che un film del genere richiede, la preoccupazione è comprensibile.
Io, se il portafoglio me lo permetterà, andrò a vedere questa tanto vituperata opera.
Elena è interpretata da un’attrice nera? E allora? È talmente bella che potrebbe essere fucsia, blu a pallini verdi o amaranto, e resterebbe comunque di una bellezza irraggiungibile per il 95% di noi. E sono persino generosa.
Elena di Sparta era davvero così come ce la immaginiamo? Forse Omero – o chiunque sia stato l’autore dei poemi secondo le varie ipotesi – la immaginava con boccoli dorati e pelle chiarissima. Forse no. C’eravamo per chiederglielo?
L’attrice, a quanto pare, ha anche pronunciato una frase poco felice accusando Omero di aver dato poco spazio alle donne. Può darsi che sia stato un passo falso. Ma prima di trasformare una dichiarazione in un capo d’accusa, forse varrebbe la pena considerare il contesto in cui è stata pronunciata.
E poi, davvero vogliamo ridurre Omero all’accusa di essere “contro le donne”? A causa di Circe? Delle Sirene? Delle Gorgoni? Delle Erinni? Personaggi che appartengono al mito e che sono, prima ancora che figure narrative, archetipi complessi, simboli, incarnazioni di paure, desideri e forze della natura umana.
Forse dovremmo semplicemente concederci il lusso di guardare un’opera d’arte in santa pace.
Se sarà una ciofeca, dopo averla vista potremo esprimere il nostro parere – richiesto o meno. Ma se fosse un capolavoro? Se aggiungesse una lettura contemporanea, persino radicale, del mito di Ulisse? Se, anziché parlarci dell’uomo di tremila anni fa, riuscisse a parlare dell’uomo di oggi?
Il mito, dopotutto, continua a vivere proprio perché ogni epoca lo riscrive.
Nel frattempo, buona visione a chi andrà al cinema. E a chi non ci andrà… liberissimo di farlo a me in tasca non entra niente.

“Gente distratta” è il nuovo romanzo del’avocato di casa a Brescia, Giovanni Papaleo, uscito da poco per Arpeggio Libero. PDopo “Discanto” e “Fumo negli occhi”, questo nuovo romanzo presenta alcuni degli stessi personaggi, solo che sono raccontati durante la loro gioventù tra la Padova degli anni ’80, ai tempi dell’Università, passando per la Sicilia fino al presente, dove gli stessi protagonisti sono adulti. Il romanzo è un viaggio nella giovinezza dei protagonisti alle prese con amori, amicizie, spensieratezza, litigi ed esperienze che in alcuni di loro lasceranno segni indelebili. Un romanzo di formazione che scava nel passato e nella dimensione psico-emotiva dei personaggi, perchè sono le esperienze che i protagonisti vivono a renderli quello che sono da adulti, con pregi e difetti con i quali a volte si deve, prima o poi, fare i conti. Ne abbiamo parlato con l’autore Giovanni Papaleo
Benvenuto a Liberi di scrivere Giovanni. Perché hai deciso di creare una storia con protagonisti alcuni dei tuoi personaggi letterari dei primi due romanzi quando sono giovani? Perché sono ancora nella fase “dell’innamoramento” verso di loro – non mi sono ancora venuti a noia – e ho voluto dare ai personaggi un passato, un retroterra che ne spiegasse, anche se a posteriori, il loro destino futuro. L’esergo “Il passato è il prologo” , da La Tempesta, di Shakespeare, risponde esplicitamente alla Tua domanda.
Due dei protagonisti sono fratelli, come mai non riescono mai a superare il loro rapporto conflittuale? Senza voler spoilerare le storie dei due, ti potrei dire che da sempre sono stato attratto dai rapporti fra i gemelli monozigoti. Si racconta sempre del loro legame speciale, del fatto che, anche distanti, avvertano in contemporanea forti emozioni, sia positive che negative. Tomaso e Cesare sono in effetti legatissimi sino a che non si verificano due eventi, uno reale e l’altro frutto solo della volontà autoassolutoria di uno dei due, che li separano irrimediabilmente; troppo gravi sono state le condotte messe in atto. Non è detto, tuttavia, che nel loro futuro non si verifichi, se non una riappacificazione fraterna, una “pace armata”.
Quanto della spensieratezza che i personaggi hanno da giovani, resta loro anche da adulti? Spero che in “Discanto” e “Fumo negli Occhi” traspaia un certo comune modo dei personaggi principali di affrontare positivamente gli avvenimenti che si presentano loro. Cosa diversa naturalmente si deve dire per coloro che impersonano i villains.
Il romanzo si svolge in diverse località che immagino tu conosca bene, ce n’è una che a cui sei più legato rispetto alle altre? Credo salti agli occhi il mio amore per la Sicilia, in particolare il ragusano: Scicli, Donnalucata, Ragusa Ibla, ovvero la terra d’origine di mio padre. E poi Padova, dove sono nato e cresciuto sino all’età di 34 anni. Stranamente, o forse no, il mio legame con lei si accresce sempre più da quando l’ho lasciata, nel 1998.
Quale è il personaggio a cui sei più affezionato e quello che ti ha creato maggiore difficoltà mentre pensavi la storia? Viola Salazar è sicuramente il personaggio per me più affascinante: unisce serietà e avventatezza; dolcezza e severità; capacità di fare la “cosa giusta”, ma anche di sbagliare alla grande. E’ insondabile, e non è detto che in una prossima storia ci sorprenda. Nel bene o magari nel male. Fulvio Callegari è stato invece quello più complesso da definire, lo accosto a Parsifal il Puro, colui che più degli altri si avvicinò al Sacro Graal, pur non impossessandosene, e solo perché “non chiese e non gli fu dato”, così contravvenendo al precetto del Vangelo “chiedete e vi sarà dato”
Come tua tradizione stilistica anche in “Gente distratta” ogni capitolo è abbinato ad un canzone. In base a cosa hai creato questa playlist? La si può ascoltare da qualche parte? Certo, la si ritrova su Spotify, cercandola col nome del romanzo, e lo stesso si può fare con le playlist di “Discanto” e “Fumo negli Occhi”. Alcuni capitoli hanno un legame col brano che gli dà il titolo, ad altri ho abbinato una canzone che in quel momento mi andava di ascoltare. In particolare Gente Distratta è dedicato ad un mio grande amico che non c’è più, Matteo, al quale piaceva moltissimo Lisa Stansfield, ed è per questo che ognuna delle cinque parti nelle quali è suddiviso il romanzo ha come titolo una delle sue canzoni.
C’è un po’ di atmosfera che richiama il giallo, ma il raccontare la giovinezza mi ha fatto pensare più al romanzo di formazione. Confermi? Sì, te lo confermo, e qui ritorna il tema del verso di Shakespeare, Il passato è il prologo, perché è negli anni dell’adolescenza e poi della giovinezza, anzi, ancor prima, nell’infanzia, che si delinea nel bene e nel male il modo personalissimo nel quale si interpreteranno i fatti e si reagirà al destino. Per rispondere compiutamente alla tua domanda, ti dirò che effettivamente anche in “Gente Distratta” vi è, in sottofondo, un sapore di libro giallo, ma molto meno presente che in “Discanto”, dove effettivamente vi era un’indagine per far luce sulla morte di un giudice, o in “Fumo negli Occhi”, dove si intrecciavano errori medici, trame di PM, diciamo così, non irreprensibili e furti di farmaci salva vita. Non è detto che il prossimo romanzo non ritorni ai temi del giallo classico.
Secondo te quanto le esperienze vissute in gioventù possono incidere sulla vita adulta dei personaggi letterari e nella vita quotidiana? Come ti dicevo, credo siano molto importanti. Con questo non voglio fare un discorso strettamente deterministico, ci mancherebbe, ognuno è artefice del suo destino, a prescindere, e anche a dispetto della mano di carte che si ritrova in dote alla nascita, dipende da ognuno. Credo che nelle vite, prima parallele e poi divergenti, di Tomaso e Cesare, questo tema sia evidente.