:: Premio NebbiaGialla 2019: vincono Antonio Paolacci e Paola Ronco con Nuvole barocche (Piemme)

21 settembre 2019 by

Nuvole BaroccheSuzzara (MN), 21 settembre 2019 – Questo pomeriggio, presso il Centro culturale Piazzalunga, una giuria di cinquanta lettori ha assegnato, con la presenza del Direttore del festival NebbiaGialla Paolo Roversi, il Premio NebbiaGialla 2019 per la letteratura noir e poliziesca ad Antonio PaolacciPaola Ronco con Nuvole barocche (Piemme).

Ai vincitori è stata assegnata un’opera realizzata dall’artista Alessandra Sarritztu.

Nuvole barocche si è aggiudicato il premio con un totale di 19 voti.

A seguire:

Gino Vignali, La chiave di tutto (Solferino), 10 voti

Gian Mauro Costa, Stella o croce (Sellerio), 9 voti

Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore), 8 voti

Durante la cerimonia di premiazione è stato inoltre assegnato il Premio NebbiaGialla per racconti inediti, realizzato in collaborazione con il Giallo Mondadori, a Filippo Semplici con La suggeritrice.

Si aggiudica invece il Premio NebbiaGialla per romanzi inediti, realizzato in collaborazione con la casa editrice Laurana – Calibro 9Ciro Pinto con Senza dolore.

I vincitori saranno pubblicati da Giallo Mondadori e Laurana – Calibro 9 entro febbraio 2020.

La quinta stagione di N. K. Jemisin (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

18 settembre 2019 by

la-quinta-stagione-maxw-814Oscar Fantastica propone il primo romanzo della trilogia della Terra SpezzataLa quinta stagione, scritta dall’autrice afroamericana N. K. Jemisin e già opzionata per una serie televisiva di prossima realizzazione, sull’onda dell’interesse che ormai i generi del fantastico hanno suscitato presso cinema e TV.
Con questo libro l’autrice, una veterana della scrittura visto che cominciata a produrre storie a 10 anni, ha vinto nel 2016 il prestigioso premio Hugo, confermando un talento già noto, e negli anni successivi ha rivinto altre due volte il premio per i capitoli successivi di questa saga tra fantascienza e fantasy, in cui si mescolano tematiche femministe e di appartenenza etnica, ecologia e razzismo.
Ci si trova su un mondo che sta attraversando la sua quinta stagione, quella che lo porterà alla fine, tra terremoti, eruzioni, mancanza di luce, carestie, in un unico continente dove è chiaro che tutto sta per terminare, e in maniera tragica. In questo mondo vivono le tre protagoniste, Damaya, Syenite ed Essun, ognuna con un destino che sembra preordinato ma che forse potrà cambiare per la fine imminente.
La città principale di questo mondo è Yumenes, opulenta e arrogante, costruita in maniera decorativa e incapace di fronteggiare le catastrofi climatiche che si stanno abbattendo sul mondo. E uno dei palazzi comunque splendidi di Yumenes è il Fulcro, dove vivono gli orogeni, i perseguitati della storia, una metafora delle minoranze in difficoltà nel mondo reale, afroamericani in testa, temuti per i loro poteri che però fanno comodo ai cosiddetti normali, visto che sono in grado di plasmare le scosse sismiche.
La quinta stagione ha una costruzione complessa, inizia da quella che è una scena finale e poi si snoda man mano, con tre storie parallele, in tre momenti diversi, raccontate dalle protagoniste che fanno parte degli orogeni, una ragazzina, una giovane donna e una madre di due figli, in cerca di una possibilità in una realtà senza speranza.
Un romanzo di genere fantastico, che come tutti i grandi titoli di questo genere (da 1984 Arancia meccanica, da Il mondo nuovo Fahrenheit 451, giusto per citare i primi che vengono in mente) si pone come metafora del nostro mondo, spesso se non sempre basato sulla discriminazione e sullo sfruttamento della sofferenza altrui, specie se le vittime sono donne e magari di colore. Ma non bisogna aspettarci retorica femminista o black power, La quinta stagione è un libro secco, senza fronzoli, che appassiona, avvince, fa riflettere, merita riletture e rimandi per capire la complessità della trama e lascia con la voglia di leggere i capitoli successivi.
Una scoperta interessante, un romanzo già classico, un libro su cui riflettere, sia che si ami il genere sia che si preferiscano altre storie, oltre che senz’altro un titolo da consigliare a chi pensa che la fantascienza e il fantastico non possano parlare della realtà.

N. K. Jemisin (Iowa City, 1972) ha scritto otto romanzi e diverse raccolte di racconti, per i quali ha ricevuto molti premi. Fra questi, prima e unica nella storia, tre Hugo come Miglior romanzo per tutti e tre i titoli de “La Terra Spezzata” nel 2016, 2017 e 2018.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

:: La ballata del vento – Piccolo ma ostinato inseguimento di Mario Ferraguti (Ediciclo Editore, 2018) a cura di Daniela Distefano

18 settembre 2019 by

LA BALLATA DEL VENTO - Mario FerragutiIo ho cominciato l’inseguimento del vento chissà quando, credo molto presto, avrò avuto sì e no cinque anni, forse prima. Non ricordo perché, il vento cominci a seguirlo che non te ne accorgi; è solo dopo, col tempo, che ti rendi conto che inseguivi il vento”.

Partiamo dall’incipit di questo libriccino per goderci la trattazione ironicamente seria di Mario Ferraguti, ben sapendo che le sue non sono “parole al vento”, ma – in questo caso – sul vento e le sue manie. Veniamo trasportati nel viaggio verso l’ignoto, verso una materia che non ha consistenza, in grado però di provocare effetti della sua, a volte impetuosa, presenza. Chi cerca il vento va a finire che lo trova dappertutto; anche se sta fermo. Basta bagnarsi un dito, alzarlo in aria, e si sa già se c’è e da che parte tira.
“Chissà come fa, pensavo, qualcuno di invisibile a far tanta paura, chissà come fa ad avere tutta quella forza, quell’immensa potenza. E ha molta pazienza, lui prova e riprova, continua per ore finché in qualche modo non riesce a passare; delle volte ulula e urla, altre volte sembra andare poi torna”.
Mentre penso che i Mali dell’Umanità sono sempre gli stessi, solo aggravati, le pagine di questo delizioso opuscolo fanno una diagnosi rovesciata della Vita. Ci addoloriamo per una perdita, per un capriccio, per una trave entrata nell’occhio, e spesso diamo la colpa a cose, oggetti, Santi e Malefici insieme. Se non usciamo di casa perché in realtà abbiamo litigato con l’amoroso o con l’amica di chat, diamo la colpa al Vento, questo fantasma che ci accompagna in ogni momento dell’esistenza, fuori e dentro la porta. E’ multifunzionale come uno smartphone, ma più efficiente. In verità, “Se il vento dovesse proprio somigliare a un uomo – scrive l’autore – sarebbe un mago, un antico signore a cui va il rispetto e si bacia la mano”.
Elegante o felpato, irritante o prudente, il Vento fa parte dei nostri giorni in ognuna delle terrestri stagioni. Perché relegarlo tra le cose scontate? Mario Ferraguti con la sua ormai rilevata cifra stilistica, ci invita ad apprezzare il lato umano e non del Vento, un corpo impalpabile in grado di devastare o refrigerare a seconda dei casi. Basta non scherzarci troppo, basta dargli il giusto peso, riconoscendogli la dimensione magica di dono divino e insieme diabolico.

Mario Ferraguti abita a Faviano Superiore, sulle colline di Parma. Dopo una ricerca in Appennino, nel 2003 ha pubblicato La magia dei folletti nell’Appennino parmense e in Lunigiana (Luna editore, La Spezia). Nel 2005 il romanzo Malalisandra (Cadmo, Firenze), nel 2007 Dove il vento si ferma a mangiare le pere (Diabasis, Reggio Emilia) da cui è nato lo spettacolo teatrale Viaggio tra le figure magiche dell’Appennino con Giacomo Agnetti e Andrea Gatti. Nel 2009 ha realizzato il film Folletti, Streghe, Magie, il lungo viaggio nella tradizione dell’Appennino, vincitore di numerosi premi. Nel 2012 ha pubblicato Ti segno e ti incanto (Fedelo’s, Parma) sulle guaritrici e streghe d’Appennino, e ha realizzato Tre volte al tramonto, film/documentario girato da  Andrea Rossi. Nel 2014 ha pubblicato Sulle tracce del lupo che mi gira in testa (Fedelo’s, Parma), da cui è stato tratto lo spettacolo LM15 Storia di un lupo che finirà in Francia più di 1000 km dopo, con Paolo Montanari e Andrea Gatti. Nel 2016 ha pubblicato La voce delle case abbandonate. Piccolo alfabeto del silenzio (Ediciclo, Portogruaro) da cui è stato tratto il cortometraggio Olivia girato da Andrea Rossi. Nel 2017 ha pubblicato I mostri d’aria (Ediciclo, Portogruaro), con illustrazioni di Giacomo Agnetti. È tra gli organizzatori del PFAM (Piccolo Festival di Antropologia dellaMontagna) e ha realizzato numerosi reportage per il settimanale Panorama.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Sarah, Greta e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo Editore”.

:: Ossigeno di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2019) a cura di Eva Dei

17 settembre 2019 by

OssigenoUn container, pochi metri quadrati per contenere quattordici anni di vita vissuta, per crescere, passare da essere una bambina a essere un’adolescente, fino a diventare una donna. Dagli otto ai ventidue anni, Laura vive tra quelle mura di metallo prigioniera dello stimato professore di antropologia Carlo Maria Balestri. Per la mente malata del mostro lei è una cavia, un esperimento: tutto è studiato e calcolato per modellare la sua mente, il suo carattere. Per punirla la ignora fino a renderla debole e remissiva, la lascia nel suo brodo in quel container per giorni; invece per indurla a fare quello che vuole usa la tecnica del bastone e della carota. Laura compila album da colorare, risolve rebus matematici, riempie interi quaderni di esercizi e se è abbastanza brava riceve un premio. Quando è più piccola si tratta di biscotti, cioccolata, una bambola, man mano che cresce uno walkman, dei libri, ma anche le sigarette, perché tutto ciò che costituisce un vizio, una dipendenza, la lega ancora di più al suo volere. Crescendo anche gli esercizi a cui la sottopone si fanno più difficili: lezioni di inglese in cassetta, temi da svolgere che si trasformano in veri e propri saggi di antropologia e sociologia. Laura descrive il mondo esterno chiusa in una scatola di ferro e le sue riflessioni finiscono rimaneggiate e rimpolpate nei libri del suo rapitore:

Il professor Balestri si è costruito un allenatore per non uscire dai giochi e spegnersi a poco a poco in vista della pensione (…)”.

Ma un giorno qualcuno apre la porta del container e Laura è libera; il mostro del golfo, come viene definito dai giornali Balestri, viene arrestato e tutto apparentemente potrebbe convergere verso una futura tranquillità, ma in realtà la mano che ha aperto la porta di quella prigione ha scoperchiato il vaso di Pandora: nessuno è più libero, ognuno è prigioniero dei suoi demoni. C’è Luca, che scopre di essere figlio di un mostro e ha paura di averne ereditato il tarlo, Anna, la madre di quella bambina rapita, che si ritrova davanti una figlia che le appare come un’estranea e poi c’è lei, Laura che deve imparare a vivere là fuori, oltre la soglia di quel container. Resta solo una domanda: chi ha rinchiuso chi?

Se c’è qualcosa di sbagliato non riesci a capirlo. Senza la gabbia non sei niente. Tutti credono il contrario, ma la verità è questa: non sei mai uscita da lì.”

Sacha Naspini torna in libreria a più di un anno di distanza dal suo ultimo libro con Ossigeno (Edizioni E/O). Con una storia completamente diversa da Le Case, l’autore ci porta in un universo narrativo che si apre e chiude su sé stesso come delle matrioske. Tutta la narrazione si gioca sullo spazio che si dilata e restringe intorno ai personaggi, dandoci un senso di claustrofobia e tensione crescente.
Ossigeno ha tutti gli elementi per essere un thriller, ma rinuncia a questa definizione nel momento stesso in cui Naspini sposta il focus narrativo. Carlo Maria Balestri, padre affettuoso e stimato professore, ma allo stesso tempo mostro responsabile della segregazione e scomparsa di almeno tre bambine, viene assicurato alla giustizia all’inizio del primo capitolo. Con quel “Vennero a prenderlo alle otto di sera” Balestri entra ed esce di scena, resta ovviamente nei ricordi delle vite che ha segnato, ma Naspini non vuole indagare il lato oscuro di questo nuovo dottor Jeckyll – mister Hyde, capire perché ha agito in questo modo, cosa gli accadrà una volta catturato. No, la sua attenzione è tutta per quelli che restano: Luca, Anna, Martina e ovviamente Laura.
Ritroviamo lo stile narrativo di Naspini che, alternando le voci narranti, frammenta la realtà restituendoci la storia pezzo per pezzo. Quando il puzzle sembra dare forma a un disegno, nell’ultimo capitolo l’autore sparpaglia tutte le tessere, disorientando il lettore e conducendolo in un tempo e in un luogo apparentemente estraneo all’intera vicenda.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, che vi lascerà con un puzzle tridimensionale in mano, perché la verità non è mai una sola: ha sempre più facce.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

Una fantastica giornata al Mufant a cura di Elena Romanello

17 settembre 2019 by

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Dopo la pausa estiva, iniziano di nuovo gli eventi al Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, a Torino in via Reiss Romoli 49 bis: sabato 21 settembre si parte verso una nuova stagione con un pomeriggio all’insegna delle nuove voci del fantastico torinese.
Le danze si aprono alle 16 con la presentazione dei due co-fondatori del Museo, Silvia Casolari e Davide Monopoli, della compagna di crowfunding per il Loving The Alien Fest, la festa del Fantastico tra letteratura, cinema, fumetti, telefilm, che nella prossima primavera si svolgerà nello spazio di fronte alla sede del Museo.
Poi si ricorderà Ezio Aprile, appassionato torinese di fantascienza, con Cinzia Aprile che ha donato la sua collezione alla biblioteca del Mufant.
Alle 16 e 30 ci sarà la presentazione di Ciscandra, il romanzo d’esordio della giovane scrittrice Linda Tovazzi, trentina di nascita e torinese d’adozione, un libro illustrato in cui è stata coinvolta anche l’illustratrice . Psicologa e scrittrice, il suo primo lavoro è un bel romanzo illustrato che ha coinvolto l’illustratrice Lavinia Bassi, in arte Ephygenia.
Un’ora dopo, alle 17 e 30, incontro con il torinese Pupi Oggiano, musicista, appassionato di cinema ed esperto di documentari, che presenta il suo film d’esordio La Paura Trema contro, un mix tra fantascienza, horror e thriller condito da ironia, in cui si parlerà dell’uscita in DVD e della novelization di Corrado Artale, edita da Buendia Books. All’incontro parteciperanno Pupi Oggiano, l’autore del libro Corrado Artale, il cast del film guidato dalla protagonista Frankie Converso e Francesca Mogavero di Buendia Books.
Questo è il primo di una serie di eventi, che vedranno nei prossimi mesi tra le altre cose l’inaugurazione dell’escape room horror, il 16 novembre Leiji Matsumoto che terrà a battesimo la statua di Capitan Harlock e il prossimo arrivo nel parco del Fantastico della statua di Sailormoon, protagonista di un sofferto confronto con Goldrake.
Per ulteriori informazioni visitare il sito http://www.mufant.it/informazioni/

:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019 by

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.

Ruggine di Francesco Vicentini Orgnani, illustrazioni di Fabiana Mascolo (Edizioni BD, 2019), a cura di Maria Anna Cingolo

16 settembre 2019 by

ruggineEdizioni BD torna in libreria con Ruggine, una nuova graphic novel per la collana dedicata ai giovani talenti, BD Next.
Arturo è il giovane protagonista di questa storia, un universitario appassionato di giochi di ruolo, di dame e di cavalieri, iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, magnificamente e fedelmente riprodotta nei disegni. Arturo condivide con il mitico re Artù il nome, ma anche l’infelice destino di tradimento: la sua fidanzata e il suo migliore amico si frequentavano alle sue spalle e ora stanno insieme. La ferita d’amore lo costringe a isolarsi dal gruppo di amici e a soffrire da solo in una prigione autocostruita; soltanto Margherita cerca in tutti i modi di distrarlo e di salvarlo dall’abisso. Quando Arturo capisce che deve tornare alla sua vita, decide di indossare un’armatura da cavaliere per proteggersi dai commenti inopportuni dei suoi amici, dai ricordi, dai sentimenti. Sentimenti vecchi e sentimenti nuovi, perché solo liberandosi di essi Artù pensa di non soffrire mai più. Da quando porta la sua protezione di ferro, il giovane viene disegnato mentre la indossa: con l’armatura fa colazione, si lava i denti, incontra i suoi amici, studia, va al cinema e in discoteca. I giorni, però, passano e il tempo agisce sul ferro arrugginendolo e rendendolo più debole, più predisposto a rompersi e a creparsi. L’armatura si usura a tal punto da non essere più un scudo sicuro in cui rifugiarsi. Come reagirà Arturo?

Ruggine disegna una storia che esiste da sempre e che continua a poter essere riproposta ancora oggi per le verità che cela e la sua modernità. I giovani autori di questo graphic novel, Vicentini Orgnani e Mascolo, la rappresentano ai nostri giorni, tra messaggi whatsapp e social network, discoteche e lezioni universitarie, privilegiando la città di Roma, il suo dialetto spontaneo e schietto, spesso ruvido e insopportabile proprio come il tradimento raccontato.
Per le sue illustrazioni Fabiana Mascolo sceglie prevalentemente colori tenui, mentre le tinte scure tiranneggiano solo nell’acme della storia, quando alcuni particolari vogliono quasi scoppiare nella tavola, per creare il contrasto urlato dal momento. Il filo narrativo è intervallato e impreziosito da bellissime pagine che raffigurano il ciclo bretone o rimandano ad esso e alla sua leggenda; sono riconoscibili da una cornicetta a decorazione medievale e in esse gradualmente le storie di Arturo e di Artù si fondono fino a diventare una.

A volte l’amore può far soffrire al punto tale che proteggersi diventa l’unico istinto che vogliamo seguire e infilarsi in un’armatura solida e brillante ci fa credere di essere finalmente al sicuro, inattaccabili. La verità, però, è un’altra: se persino il più famoso dei re leggendari continuava a sanguinare mentre ne indossava una, non c’è essere umano in grado di salvarsi dalle sofferenze del cuore, non esiste protezione duratura ed efficace per la nostra anima. Questa graphic novel ci spiega che ci si può rialzare anche dopo aver subito un colpo quasi mortale, ma che per farlo bisogna avere il coraggio di riconoscersi vulnerabili e lottare a mani nude contro i nostri fantasmi, soprattutto quelli che rappresentano noi stessi. Vinceremo.

Francesco Vicentini Orgnani nasce a Pisa nel 1992, appassionato di gioco di ruolo e di scrittura, inizia il suo percorso a indirizzo fumetto presso la Scuola Internazionale di Comics di Roma. Ruggine è il suo esordio come scrittore.

Fabiana Mascolo nasce a Roma nel 1993 e si diploma alla Scuola Internazionale di Comics di Roma nel 2015. Nell’estate dello stesso anno collabora come colorista sulla serie Dato per Editoriale Aurea. Nel 2017 è disegnatrice sulla miniserie horror Caput Mundi – I mostri di Roma per Editoriale Cosmo. Ruggine è la sua prima graphic novel a colori.

Source: Copia inviata al recensore. Ringraziamo Simone Tribuzio dell’Ufficio stampa di Edizioni BD.

:: Il giardino dei mostri di Lorenza Pieri (edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

14 settembre 2019 by

Il giardino dei mostri di Lorenza PieriHo acquistato questo libro con curiosità, perché legato alla terra di Maremma che amo in modo particolare. L’autrice, di cui non avevo ancora letto nulla, mi ha colpita davvero. Il suo romanzo è un omaggio al Giardino dei Tarocchi, ma è anche la storia di rinascita di una terra paludosa e inospitale. La scrittrice ha dedicato ciascun capitolo a un Arcano Maggiore. Ogni capitolo ha un valore e un significato preciso. Le descrizioni e le immagini della Maremma sono protagoniste, insieme a personaggi che non si dimenticano e ai mitici anni ’80 che fanno da cornice. I contadini hanno gli stivali sporchi di sterco e fango, ma cominciano ad alzare gli occhi ai primi turisti e ad affittare le stalle, le vecchie e umide stanze che non usano. Cosa mai ci troveranno questi ricchi istruiti in un casale mezzo diroccato e polveroso? Mah …
I giovani di campagna si scontrano con quelli che provengono dalla città. Prevale la curiosità mista a diffidenza. Prevale il pregiudizio e la voce del popolo.
Nel frattempo un’artista originale ha acquistato un’intero poggio, non senza difficoltà, e sta iniziando a creare qualcosa di davvero unico. Un Giardino magico, meta e rifugio di alcuni personaggi della storia.
La vita in Maremma è sacrificio e sudore, zero spazio per le emozioni e i sentimenti. Ma fuori da lì ci sarà pur qualcosa da vedere, o no?
Genitori e figli semplici si scontrano con persone false e costruite. Abituate a un certo tenore di vita, dove ogni capriccio viene soddisfatto velocemente. Amicizia e odio a contrasto. Sofferenza e maschilismo imperano. Anime belle si sentono a disagio perché non sanno come esprimersi. La bruttezza viene criticata e derisa, l’identità sessuale incerta è un difetto, una malattia.
Ma il giardino dei mostri è il giardino di tutti noi, è lo spazio che racchiude il nostro egoismo, il malessere e il malcontento provocati dal denaro. È l’orrore di essere manipolati e presi in giro. È l’ignoranza che rimbalza contro la scaltrezza. È la voglia di provare a uscirne per sentirsi liberi, ricevendo gli stimoli giusti.
Tra i paesaggi ricchi di sfumature, odori e profumi ho amato la forza di Annamaria e Saverio. Fratello e sorella uniti ma distanti, capaci di tenere duro e di superare tante vicissitudini.
Romanzo molto bello, che vi consiglio di leggere.

Lorenza Pieri è nata a Lugo di Romagna ma ha trascorso infanzia e adolescenza in Toscana. Dopo gli studi universitari a Siena e Parigi ha lavorato per quindici anni nell’editoria. Dal 2014 vive negli Stati Uniti dove alterna la scrittura di narrativa a quella giornalistica e drammaturgica, nonché alla traduzione letteraria. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato il suo primo romanzo, Isole minori, che ha vinto quattro premi ed è stato tradotto in cinque lingue.

Fonte : acquisto personale

:: Il movimento delle foglie di Tom Drury (NN Editore 2019) a cura di Fabio Orrico

12 settembre 2019 by
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Dopo la bellissima trilogia di Grouse County Tom Drury continua a illuminare angoli perduti d’America con la sua prosa limpida e partecipe. Il movimento delle foglie racconta la storia di Pierre Hunter, giovane barista con qualche talento musicale (suona la batteria e il violoncello, a dimostrazione del fatto che gli abbinamenti banali non fanno per lui) e abita in una regione del Midwest chiamata Driftless Area, un luogo la cui superficie geologica è costellata di burroni, canyon e foreste. Non è un particolare secondario perché, oltre a occupare la copertina dell’edizione americana in quanto titolo originale, questa Driftless Area, con la sua geografia inospitale gioca un ruolo decisivo nella vicenda terrena di Pierre. Se dico vicenda terrena è perchè questa volta Drury tenta un affondo ulteriore. A differenza del ciclo di Grouse County, tenacemente realista, Il movimento delle foglie ci porta in territori che flirtano col sovrannaturale. Sarebbe sbagliato però, inquadrare questo romanzo, gentile ma implacabile, come una storia dai risvolti horror. A tratti, Il movimento delle foglie, mi ha richiamato alla mente il capolavoro di Frank Capra, La vita è meravigliosa, per la capacità di aprire un punto di osservazione sulla vita degli uomini partendo dalla loro morte, facendo epica di quel complesso meccanismo di più o meno meditate scelte e false piste che spesso sembra essere l’esistenza. Il movimento delle foglie inanella senza un ordine preciso pezzi della vita di Pierre Hunter, la sua storia d’amore con la bellissima ed enigmatica Stella Rosmarin e, una volta scelto il focus del racconto, si concede una deriva crime che scuote le giornate di un ragazzo qualunque come Pierre, un ragazzo nel quale identificarsi è davvero molto facile.
Prima ancora del cosa si mette in scena, in Drury diventa importantissimo il come. Scrittore tenero e anarchico, innamoratissimo dei suoi personaggi, Drury illumina il personaggio di Pierre attraverso la descrizione, di volta in volta quasi impressionistica poi più accurata, di fasi cruciali della sua vita. Si parte con l’adolescenza e il primo amore, per poi riferire di un incidente che agisce da acceleratore per il suo destino. Libro stratificato eppure di cristallina semplicità, Il movimento delle foglie è un anti-manuale di scrittura creativa, idiosincratico e poetico, nel quale Drury si prende tutto il tempo che gli serve per dire ciò che gli preme dire e dà prova di una libertà stilistica senza pari.
Abilissimo nello scolpire il carattere e la fisionomia di una personaggio con due frasi, Drury crea in quest’ultimo romanzo un’altra memorabile galleria di tipi. Non solo Pierre ma anche il suo antagonista Shane Hall, criminale scalcinato e senza sensi di colpa, una versione più dark del Tiny de La fine dei vandalismi, e poi il misterioso Tim Geer, sorta di deus ex machina su cui Drury mantiene un riserbo che è dei grandi narratori, quelli che per comunicare non hanno bisogno di spiegare nulla.
Nota a margine preziosa e prismatica del mondo descritto in Grouse County, Il movimento delle foglie è il segnale della spigliatezza e del coraggio di uno scrittore come Tom Drury, tra i più imprevedibili in circolazione.

TomDrury_sitoTom Drury (Iowa 1956) è uno scrittore americano che ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui la fellowship della Fondazione Guggenheim. Dopo aver insegnato nelle università americane, attualmente vive e insegna a Berlino. La fine dei vandalismi, il suo primo romanzo, è uscito negli Stati Uniti nel 1994 ed è stato subito acclamato come miglior libro dell’anno dalle maggiori testate americane.
Uscito a puntate sul New Yorker, ha ricevuto il premio come Notable Book dell’Ala, l’associazione delle biblioteche americane.
NN Editore ha pubblicato anche gli altri due volumi della trilogia ambientata a Grouse County: A caccia nei sogni e Pacifico; nel corso dei prossimi anni pubblicherà la sua intera opera.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con P. Gianluigi Pasquale a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2019 by

mamma rosaTutto è nato per caso, anche se mi sembra che qualcuno abbia detto che il caso non esiste, quando mi hanno proposto di recensire Eurosia – Come un fiore di campo (Edizioni San Paolo 2018) di Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica. Poi è successo che la prof.ssa Laura Dalfollo DE della Rivista «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti» l’abbia letta e mi abbia proposto di scrivere un pezzo per la loro rivista, ma non solo mi ha mandato anche un’altra biografia di Mamma Rosa, la prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione riveduta e ampliata da P. Gianluigi Pasquale pronipote di Mamma Rosa. Da questo è nata l’idea di intervistare P. Gianluigi Pasquale, che gentilmente ha accettato ed infatti oggi è qui con noi e risponderà a qualche domanda per promuovere la conoscenza e la devozione verso la figura della Beata Eurosia, una beata molto speciale.

Benvenuto P. Gianluigi Pasquale su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso vocazionale, della sua vita.

Volentieri profitto di questa intervista per collocare tra lo «scritto» quanto non ho mai rivelato di me, andando a ritroso tra i fotogrammi sequenziali della domanda. Sono nato in una famiglia profondamente credente e cattolica nella Città e Diocesi di Vicenza. Il babbo Silvio volò prematuramente in Cielo nel 2000, mentre nella casa «materna», vive mia mamma Giovanna e, sulla stessa viuzza, alla periferia est della Città Berica, le mie due sorelle Carla e Rosanna, sposate, che mi hanno reso felice con sei nipotini, tutti da me battezzati. Il desiderio di poter diventare sacerdote albergava nel mio cuore fin dalla più tenera età: il memorabile esempio del mio Parroco nel servire Dio e nel dedicarsi al prossimo fece breccia nel mio inconscio personale e, piano, piano, prese i contorni di un fascino irresistibile. Nell’estate del 1983, appena terminato il secondo anno delle Scuole Medie Superiori – con la vincita, tra l’altro di due borse di studio in simultanea – risultò decisivo per me l’incontro con un Frate Minore Cappuccino, P. Sisto Zarpellon (1931-2017), il quale, del tutto inaspettatamente, giunse al mio paesello per la predicazione di un «triduo» in preparazione della festa patronale. La chiarezza espositiva nel commentare la Sacra Scrittura, la folta e tipica barba bianca di un Cappuccino e, soprattutto, l’umiltà con la quale, terminata l’omelia, si inginocchiò dinnanzi al Tabernacolo, provocarono in me la decisione di voler parlare con lui. Gli esposi il mio desiderio e, in breve, il mese successivo entrai nel Seminario Serafico «Madonna dell’Olmo» in Thiene (VI), completando i miei studi. Tre anni dopo, nel 1986 nel nostro Convento di Lendinara, Provincia e Diocesi di Rovigo, iniziai l’anno canonico di Noviziato e l’8 Dicembre vestii il saio di San Francesco: non avevo nemmeno vent’anni, eppure quello fu l’anno più sereno e spensierato della mia esistenza, finora. Nel Settembre del 1987 emisi i miei primi voti di povertà, castità e obbedienza.
Trasferito a Venezia nel complesso palladiano del «SS. mo Redentore», iniziai il mio vero percorso accademico nell’annesso Studio Teologico affiliato «Laurentianum» ottenendo il Baccalaureato (1993) in Sacra Teologia [«Bachelor of Theology»], anno in cui fui anche ordinato sacerdote. Proseguii, poi, con la Licenza (1997) e il Dottorato di Ricerca (2001) conseguiti nella Pontificia Università Gregoriana a Roma, formandomi, così all’esigente Scuola dei Gesuiti. I quali hanno il merito indiscusso di avermi addestrato a un rigoroso metodo di studio, che consiste nel «Deum attingere» in qualunque cosa, anche nella pagina di qualsiasi libro. Nel frattempo, sempre a Roma, mi fu chiesto di avviarmi in un secondo percorso accademico all’Università Statale «La Sapienza», per un’altra laurea in Filosofia. Era il 1998. Riuscii a conseguirla soltanto nel 2003 all’Università Statale «Ca’ Foscari» in Venezia, dove nel 2008 ottenni anche il Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale vincendo, l’anno scorso (2018), l’Abilitazione Scientifica Nazionale quale Professore Associato nella stessa disciplina concorsuale. Il motivo per cui dovetti rientrare nel Capoluogo lagunare fu dovuto alla nomina a Preside dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» (2001-2010), dove ero stato prima studente, mentre attualmente il mio impegno, come Docente, è a Roma nelle Pontificia Università Lateranense e Urbaniana e a Milano nella sezione parallela del «Laurentianum».

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Anch’io mi occupo di libri. Ne ho scritto molti finora, di vario genere, perché li considero la migliore forma di comunicazione. Per me anche una forma di ascesi – nel senso greco del termine – e di continua rigenerazione intellettuale. Chi scrive non si accorge che il tempo passa e che nel farlo, genera e rigenera relazioni. Tommaso d’Aquino ha dichiarato che ogni libro ha un valore in sé e per sé nel «suscitare domande essenziali, ed indicare sentieri per la risposta». Titoli di libri da suggerire ne avrei molti, di dimensione spirituale e non. Certamente varrebbe la pena leggere l’Epistolario di San Pio da Pietrelcina, il quale costituisce un’autentica miniera d’oro di mistica e di spiritualità, La leggenda dei Tre Compagni contenuta nelle Fonti Francescane, ossia tra gli Scritti su San Francesco, quattro libri di Teodorico Moretti-Costanzi La terrenità edenica del cristianesimo e la contaminazione spiritualistica, La donna angelicata e il senso della femminilità nel cristianesimo, San Bonaventura, Il senso della storia, uno di Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio e uno di G.W.F. Hegel, Mondo greco e romano. Fondamenti del cristianesimo. Mi permetto di suggerire questi titoli a partire dalla convinzione che vi sono libri, i quali godono di un’inaudita attualità anche se scritti alcuni anni or sono. Oltre a questi, ci sarebbero altri due titoli di libri contenenti un considerevole stigma spirituale e scritti da me quest’anno (2019): Angeli e demoni in Padre Pio. Il mondo interiore del santo stigmatizzato e San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone, quest’ultimo redatto con lo stile di un romanzo e con la tecnica del «pace-turn-over» («una-pagina-tira-l’altra»): è il mio ultimo che esce il prossimo mese di Ottobre 2019.

Dunque è il pronipote di Mamma Rosa, al secolo Eurosia Fabris Barban, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Ci parli di lei, di come avete tramandato il suo ricordo nella vostra famiglia.

«Mamma Rosa», o «Rosina» – è questo il nome con cui ne ho sempre sentito parlare in famiglia – è effettivamente (stata) la nonna di mia mamma Giovanna, quindi la mia bisnonna materna. Dagli zii e dalle zie materni, sentivo fin da piccino, che era morta (1932) in concetto di santità, dato il notevole afflusso di persone accorse ai suoi funerali. Tuttavia, se ne parlava con molto pudore, vorrei dire con parecchia ritrosia. Oso presumere che nessuno di loro e di noi parenti abbia mai pensato che, un giorno, sarebbe salita alla gloria degli altari. A noi bastava sapere che in famiglia una nostra mamma, terziaria francescana, era riuscita a vivere semplicemente e con gioia il Vangelo di Gesù Cristo nella quotidianità più feriale. Il «processo di beatificazione» – a onor del vero – riprese slancio per la volontà determinata di San Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale riconobbe un miracolo concesso ad Anita Casonato (1922-2012) di Sandrigo (VI) per l’intercessione di Eurosia Fabris. Poi il Pontefice dei «Papaboys» salì al Cielo. Appena eletto Papa Benedetto XVI (*1927) volle, in breve, dichiararla «beata», di fatto la «sua prima beata» in Italia, fuori dalle porte di Roma («extra Urbem»), così come sono state, successivamente, tutte le altre beatificazioni, proprio a partire da questa. Questi, in breve, i suoi tratti biografici: Eurosia Fabris nacque a Quinto Vicentino, Diocesi e Provincia di Vicenza, il 27 Settembre 1866 e il 5 Maggio 1886 sposò eroicamente Carlo Barban – rimasto vedovo soltanto a ventitré anni con due bimbe orfane, Chiara e Italia. «Rosina», infatti, prima ancora del matrimonio si recava a casa di Carlo per accudire alle due piccine che non si resero conto del perché la loro mamma naturale fosse salita in Cielo così presto, perché morta prematuramente. Eurosia decise, dunque, di sposare Carlo, proprio per far loro «da mamma» e, pertanto, si trattò di un matrimonio eroico, dal quale, poi, nacquero altri nove figli. In questa famiglia ricca di fede e di santità sorsero varie vocazioni: tre alla vita consacrata, quattro al matrimonio, tra i quali mio nonno Luigi, di cui porto il nome, e tre al sacerdozio. Eurosia godette delle confidenze di Gesù, della Vergine Maria e delle «anime del Purgatorio», delle quali era devotissima: profetizzò il giorno della sua morte, come Gesù stesso le aveva rivelato, che avvenne l’8 Gennaio 1932.

Prima di leggere il libro di Rodari devo confessare che non avevo mai sentito parlare di questa beata, pensa anche lei che in questi ultimi tempi ci sia una riscoperta di questa figura femminile così carismatica?

Senza dubbio. È mia profonda convinzione che la scelta di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di togliere la «polvere della storia» depositatasi sulla figura di Eurosia, sia dovuta alla dichiarata propensione di voler valorizzare, rivalutandolo, il ruolo della donna nella Chiesa, della sua femminilità, della qualità ad essa intrinseca di poter essere madre – e, quindi, di generare alla vita – di essere «apostola della buona notizia», come usa dire Papa Francesco (*1936), al quale ho personalmente donato copia della VI edizione della biografia ufficiale della Beata Mamma Rosa, quella precedente rispetto al libro di Paolo Rodari.

Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Mamma Rosa rivestì tanti ruoli, sempre animata da una profonda fede, autentica e semplice. In che modo pensa che il suo esempio sia d’aiuto oggi, anche per le nuove generazioni?

Rispondo narrando un aneddoto, direttamente inerente le nuove generazioni. La traduttrice dall’italiano in inglese dell’VIII edizione della biografia della Beata, Dr. Katherine Hutton Mezzacappa, che vive e lavora in Toscana, essendo anche devota della Beata Eurosia – tradusse gratuitamente l’intera biografia –, nel 2011 volle recarsi in pellegrinaggio, assieme alla propria famiglia, a Marola (Vicenza), nel cui omonimo Santuario Diocesano sono custodite e venerate le sue spoglie mortali. Dal resoconto di Katherine si viene a sapere che quanto a seguire accadde in una soleggiata domenica di Settembre, un periodo non indifferente per la nostra Beata. Appena entrata in Chiesa, Katherine viene colta dalla sorpresa di vedere un folto gruppo di giovani soldati statunitensi – è risaputo che la Città di Vicenza ha un contingente di soldati americani con due Caserme. Tutti portavano in mano fiori bianchi nella prima Cappella laterale sinistra per chiedere, mediante l’intercessione della Beata Eurosia, la protezione delle proprie mogli e, anche, dei loro figli. Evidentemente si trattava di giovani soldati cattolici. Tuttavia, il dettaglio sta proprio nella richiesta della gravidanza per le loro spose perché uno dei più significativi miracoli riconosciuti a Mamma Rosa è quello di concedere il dono della maternità a quelle spose che desiderano essere anche mamme. La Beata Eurosia, infatti, è stata, per così dire, mamma in un triplice modo: di adozione, naturale e di affido, avendo, dopo il matrimonio con Carlo, accudito ad altre tre orfanelle del paese.
E qui sporge il secondo elemento di un’inaudita attualità appannaggio delle nuove generazioni: oggigiorno si può essere madri autentiche non soltanto per natura, ossia non generando, qualora ciò fosse impedito per infertilità o per età avanzata della sposa – come accade sempre più spesso – ma pure mediante adozione, laddove tale gesto sia motivato da amore cristiano per trasmettere la fede a quei piccoli di cui ci si prende cura, ovvero che ci vengono affidati se siamo educatori, o insegnanti o animatori. È questo, credo, quanto viene inteso con le prime parole con cui inizia il Breve Apostolico di Beatificazione firmato da Benedetto XVI il 6 Novembre 2005: «una donna può ritrovare se stessa solo donando amore agli altri».

Mamma Rosa sapeva leggere e scrivere, cosa non scontata, soprattutto per una donna, nelle campagne venete di fine Ottocento, e leggeva molto; secondo lei in che misura questa sua vivacità intellettuale ha influito nel suo percorso spirituale? Ha lasciato memorie di questo?

Questa domanda mi dà l’opportunità di chiarire alcuni dettagli poco conosciuti circa la biografia della Beata Eurosia Fabris Barban. In realtà, mia bisnonna, a differenza di tante altre donne a lei contemporanee, non solo venete, sapeva leggere e scrivere. Ciò le diede l’opportunità di cimentarsi con la meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, soprattutto nelle ore notturne, una volta terminati i lavori domestici. Sue letture preferite furono pure la Filotea di San Francesco di Sales, le Massime Eterne di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il Compendio della Vita Cristiana (Catechismo di San Pio X) e altri manuali di pietà. La lettura le offriva effettivamente una rara freschezza intellettuale e, soprattutto, la possibilità di discernere quali scelte compiere, distinguendo il bene dal male. Probabilmente per questa ragione, durante il processo di «ex-tumulazione» del feretro, assieme alla Commissione Diocesana e al medico legale, abbiamo rinvenuto il cerebro completamente intatto della Beata, ora conservato in un prezioso reliquiario d’oro e protetto da formalina. Mamma Rosa osservava scrupolosamente la virtù dell’onestà – appunto il saper distinguere il bene dal male – possibilità che, com’è risaputo, ci è offerta dall’uso corretto del cervello e della mente, oltre che da una retta coscienza. Leggendo molto, fu spinta anche a scrivere. Come di solito accade ai più. Conserviamo gelosamente un taccuino da lei cucito e ricamato con dei fiori, all’interno del quale sono stati rinvenuti delle «gemme spirituali» e delle «massime di vita», ora parzialmente pubblicate nell’immaginetta ricordo della Beata e nella biografia. Tuttavia, il dettaglio oltremodo più importante fu la scelta, compiuta nel 1906, di entrare a far parte del Terzo Ordine Francescano – oggi conosciuto come Ordine Francescano Secolare, voluto con l’insediamento di una «fraternità» nel paesello di Marola dal Parroco di allora. In questo modo, un padre francescano giungeva almeno due volte al mese dalla vicina Città di Vicenza per la catechesi e la formazione continua dei «terziari» e delle «terziarie». È questa la vera ragione strategica grazie alla quale mia bisnonna si formò sia alla scuola del Vangelo, che del Poverello, tanto da indurre il Parroco a nominarla catechista in Parrocchia, scelta piuttosto eccezionale in quei tempi per una donna, pur credente e «santa» come Eurosia. Non è, dunque, un caso se nel 2009 l’allora Arcivescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia volle dichiararla Patrona di tutti i catechisti e le catechiste della diocesi Berica e nel 2017 la Direzione dell’Ordine Francescano Secolare Veneto, realtà piuttosto capillare nel Nord-Est, la scelse quale propria patrona.

La prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione da lei riveduta e ampliata è un testo molto ricco, e dettagliato, in cui sono presenti anche numerose foto. Quanto l’ha impegnata questo lavoro di ricerca, e come si è documentato, oltre alle memorie tramandate in famiglia?

Per rispondere è necessario compiere un passo indietro perché non tutto è merito mio. Anzi, forse nulla o poco. Nel 2003 San Giovanni Paolo II riconobbe l’«eroicità delle virtù» di questa umilissima e oltremodo generosa «mamma di famiglia». Nel 2004 venne riconosciuto il miracolo, il cosiddetto «super miro» e venne in breve fissata la data di beatificazione in Roma per la primavera del 2005. Come tutti sanno, però, il Santo Papa polacco volò in Cielo, anche se aveva fiutato la santità di «Rosina». Perché i Santi si fiutano tra loro. E, quindi, tutto rientrò nell’oblio precedente. Imparando dalla nonna di fronte a questo evento inaspettato, semplicemente circolò tra noi questo sentimento: «sia fatta la volontà di Dio». Non si trattava di rassegnazione, ma di serena accettazione. Quando, come accennato, nello stesso anno 2005 Papa Benedetto XVI, fece ben presto propria la causa di beatificazione – prova ne è il fatto che venne celebrata nella Cattedrale di Vicenza entro lo stesso anno – si presentò la necessità di ripubblicare la «biografia ufficiale» del figlio P. Bernardino Matteo Angelo Barban, frate minore francescano. Genuino figlio della propria mamma, si firmava soltanto – e umilmente – con lo pseudonimo di «Mariano Berico». Contattato da mia cugina Maria Carla Piccolo, la vera fautrice dell’iniziativa editoriale, risultò ad entrambi necessario ristampare la VI Edizione, oramai esaurita. Ci accorgemmo, dunque, che la biografia di Padre Bernardino conteneva un «atomo soprannaturale» – come dichiarano tutti i lettori e le lettrici – se aveva raggiunto in pochi decenni tale tiratura. L’impresa non fu facile, ma riuscimmo nell’intento grazie all’accoglienza trovata presso una prestigiosa Casa Editrice Cattolica, piuttosto conosciuta in Italia. Ovviamente la VII edizione del 2006 venne aggiornata con i dati di quanto occorso dalla morte di Padre Bernardino Barban (1980), corredandola di nuove foto – quelle dell’ex-tumulazione per esempio, delle dovute didascalie, dell’«Indice dei nomi» e di una mia lunga «Introduzione» storico-teologica. Nel giro di quattro anni le circa quattromila copie mandate in stampa vennero vendute piuttosto in fretta. Nel frattempo, nacque, come accennato, la VIII edizione in lingua inglese, quale traduzione della VII e nel 2014 fu necessario stampare la IX Edizione, per la quale mi sono impegnato aggiungendo due e inediti nuovi capitoli. Ciò ha richiesto approfondite ricerche negli Archivi Parrocchiali di Quinto Vicentino – dove Eurosia nacque e venne battezzata – e di Marola di Torri di Quartesolo (VI), dove si sposò e trascorse l’intera sua esistenza, oltre che altre ricerche di documenti e testimonianze presso la Postulazione Generale dei Frati Minori in Roma e la Vice-Postulazione degli stessi in Monselice (PD). Bisognava infatti, aggiungere anche i passi innanzi compiuti con affetto dalla Diocesi di Vicenza verso la propria Beata, che sono innumerevoli, tra i quali la dichiarazione a patrona dei catechisti, dei francescani secolari e l’elevazione della Chiesa Parrocchiale in Marola a Santuario Diocesano (8 Settembre 2014). Senza nulla togliere al volume di Paolo Rodari del 2018, che è scritto in tutt’altro stile, ho, tuttavia, lasciato inalterato quell’«atomo soprannaturale» che innerva tutta la biografia di Padre Bernardino.

Mamma Rosa era una donna forte, determinata, ha preso delle decisioni per quanto riguarda la sua vita anche difficili, perlomeno insolite, senza farsi influenzare dagli altri che la sconsigliavano. Sicuramente grazie alla sua fede che ha nutrito e coltivato la sua forza. Spesso si ha l’idea che i credenti siano persone ingenue, inesperte, un po’ credulone si può dire. Mamma Rosa sembra testimoniare che non è così, giusto?

Non solo i cristiani, ma tutti i credenti nelle altre religioni monoteiste, (ri)conoscono che la fede in Dio offre una «marcia in più» al vivere quotidiano. La fede cristiana consente, poi, di permettere addirittura che Gesù Cristo, il Salvatore del mondo abiti in noi (Col 3,16). Senza la fede, l’intera nostra esistenza sarebbe racchiusa in un grigiore e imprigionata in quella noia piatta e ingessata, che sbuca dai dispositivi della civiltà della tecnica, quella in cui siamo inabissati, nostro malgrado. Certamente la fede di cui Mamma Rosa si è nutrita leggendo la Sacra Scrittura e sentendola proclamare durante la Santa Messa – che frequentava, non va dimenticato quotidianamente – l’ha indotta a compiere scelte controcorrente. La fede cristiana, infatti, genera in noi l’energia dello Spirito Santo e produce almeno tre frutti: a) ci spinge a compiere scelte inaudite la cui sola certezza sta nel fatto che Dio non abbandona mai una propria creatura; b) conferisce una forza persuasiva a superare ogni difficoltà, sapendo che, dopo la Croce, scaturisce la gioia; c) pur nella banalità del quotidiano, la fede permette che la nostra storia della salvezza progredisca verso il nostro ultimo incontro con Gesù, donandoci quella serenità di sottofondo che nulla accade a caso e che nemmeno il luogo dove viviamo la nostra ferialità è uno qualsiasi, anzi. La fede ci insegna a «stare al nostro posto». Il che significa con Gesù. Questo è quanto si apprende dalla vita della Beata Eurosia, la quale, proprio per questo, visse all’insegna di un’esistenza tutt’altro che ingenua e inesperta. È mia profonda convinzione, piuttosto, che esiste una «storia agiocentrica», rispetto a quella universale e della cultura. Lasciamo aperto – per esempio – questo interrogativo: quale è la vera storia? Quella dell’arco di Costantino imperatore e dei suoi successori, quella della cultura, oppure quella dei santi? Detto altrimenti: quale è la storia viva, che non passa nel dimenticatoio?

Ormai è questione di tempo, c’è speranza che sotto il pontificato di Papa Francesco Mamma Rosa sia proclamata santa? A che punto è l’iter che porta a questa canonizzazione?

La Diocesi di Vicenza, l’attuale Parroco e Rettore del Santuario «Beata Mamma Rosa» don Dario Guarato e la Vice-Postulazione dei Frati Minori, cui è affidata adesso la «causa di canonizzazione», hanno già compiuto molti passi dalla beatificazione in qua. Oramai siamo prossimi ai primi tre lustri (2020). Con la collaborazione della Professoressa Laura Dalfollo di Roma nel 2016 è stata perfino fondata la Rivista di indole scientifica «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti». Durante il Pontificato di Papa Francesco – che sta valorizzando l’apporto del genere e del genio femminile della e nella Chiesa – siamo stati, poi, felici spettatori di fenomeni di devozione che hanno «estradato» la figura e la spiritualità di Mamma Rosa, per esempio in Pakistan, Paese a maggioranza mussulmana, in Polonia, negli Stati Uniti e in Canada. L’iter, pertanto, procede anche sotto il Pontificato di Papa Francesco, al quale, nel 2013 ho potuto donare la VI Edizione di Padre Bernardino. Vorrei, però, profittare di questa intervista per sottolineare due mie personali convinzioni inerenti la statura spirituale di Mamma Rosa, di cui sono pronipote: il valore insostituibile della preghiera assieme alla frequenza assidua dei sacramenti (Eucarestia e Riconciliazione) per santificarci e la strenua pazienza nel compiere la «volontà di Dio», senza fretta. Noi parenti non abbiamo mai avuto fretta per la beatificazione: se la Santissima Trinità vorrà che Mamma Rosa diventi «santa» i tempi sono nelle mani di Dio. A noi spetta, però, pregare e farla conoscere. Ma, sopra-tutto, pregare. Tutto il resto è rubricabile tra le congetture «umane».

La ringrazio per la sua disponibilità e come ultima domanda le chiedo se attualmente sta scrivendo un nuovo libro?

Come si sarà, forse, intuito a me piace scrivere. Sarebbe improbo, data la mia indole personale, percepire i battiti del cuore e vivere come francescano senza poter scrivere. In questo caso devo essere effettivamente riconoscente all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ai miei confratelli, che mi concedono tempo e possibilità per (poter) scrivere. Lo scorso Luglio 2019, per esempio sono riuscito a trascorrere tre settimane intere nella Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana in Roma per un totale di dieci ore al giorno. Per scrivere un libro sono necessarie, a mio parere, tre condizioni: a) l’intuizione, che gli antichi denominavano la «mantica», di creare un’opera d’arte che, poi, uno non riconosce più come propria; b) i fondi librari delle Biblioteche, soprattutto se si devono scrivere libri di indole scientifica, come saranno i miei prossimi due; c) «dare tempo al tempo» – che è, forse, la più azzeccata tra le espressioni della nostra lingua italiana e, infatti, difficilmente traducibile – ossia molta pazienza e la capacità di lasciar «cadere la penna» sul foglio. Quando termino un libro, infatti, io provo la sensazione di essere esausto, come avessi partorito e mi fosse stato tolto un alcunché che era, prima, mio. Nel mese di Settembre 2019, dopo tre anni di ricerche, ho licenziato, come accennato, il mio ultimo 2019 San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone (333 pagine). Nei prossimi anni devo scrivere altri due volumi: uno di Antropologia filosofica e uno di Teologia fondamentale, essendo anche due tra le discipline che insegno all’Università in Roma e in Milano. Sono commissionati, ma, grazie a Dio, senza scadenze. Spesso più di qualcuno mi chiede perché scrivo così tanto. Credo sia perché vivo molto in treno, il cui paesaggio visto dal finestrino mi ispira assai. Ricordo ancora – quasi fosse adesso – come nel 2006 non riuscissi a terminare la Conclusione del Il principio di Non-Contraddizione in Aristotele. Era uno di quei libri commissionatimi e, dunque, con la «data di scadenza». Sapevo io, però, come ne sarei uscito. Presi da Venezia la «Freccia Bianca» per Lecce, i cui vagoni ferroviari viaggiano sulla linea Adriatica – ovvero sul mare – e rientrai a Venezia il giorno dopo, a Conclusioni finite. Ringrazio il buon Dio di essere libero di scrivere perché alla pari di Italo Calvino considero «la mia operazione [come] una sottrazione di peso: ho cercato di togliere peso» (Lezioni Americane, p. 5). E ringrazio pure la Beata Mamma Rosa che lasciò scritto tra le sue «gemme spirituali»: «Io non desidero altro che l’amore di Dio e di crescere sempre più nel suo amore. Del resto non m’importa nulla». Anche questa è espressione della libertà di scrivere. Grazie.

L’inverno sta arrivando di Carolyne Larrington (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

11 settembre 2019 by

978880471235HIG-313x480La saga del Ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin e il suo adattamento televisivo nel serial cult Game of thrones (o se si preferisce Il trono di spade) è e resta uno dei fenomeni di culto di questi ultimi anni, anche se il finale non ha soddisfatto tutti, anche per la ricchezza di interpretazioni e di riferimenti che offre, a cominciare dai richiami alle opere di William Shakespeare, su cui in molti continueranno a pronunciarsi.
La storica Carolyne Larrington sceglie, fedele al suo lavoro e ai suoi studi, ne L’inverno sta arrivando un approccio storico, svelando le ispirazioni alla realtà che ci sono nella costruzione del complesso mondo di Westeros e Essos.
George R. R. Martin non ha mai nascosto di amare molto come epoca storica la complessa e truculenta pagina inglese della Guerra delle due Rose, che ispirò anche Robert Louis Stevenson con La freccia nera e in tempi più recenti la romanziera Philippa Gregory: nella vicenda dei Lannister e degli Stark ci sono non poche analogie, ma non è l’unico universo del passato in cui si trovano richiami nei romanzi e nel serial.
Nelle pagine di Carolyne Larrington si compie un vero e proprio viaggio attraverso le terre del Ghiaccio e del Fuoco, mondo non solo medievaleggiante e capace di conquistare anche chi normalmente non segue il fantasy: si scoprono le analogie tra Cersei e Eleonora d’Aquitania, tra le Nozze rosse e un fatto accaduto a fine Seicento in Scozia, tra i Guardiani della Notte e i Templari, tra le città della Baia degli Schiavisti liberate da Daenerys a caro prezzo e varie civiltà dell’antichità, prima fra tutti Roma, e tra i Dothraki e Mongoli, giusto per citare alcuni degli spunti del libro, davvero ricco, scorrevole e appassionante, come i romanzi e come la serie.
L’autrice ricorda fatti storici vari, di epoche diverse, che sono confluiti nella creazione dell’immaginario, senza dimenticare anche l’aspetto invece irreale delle storie medievali, portando il lettore tra terre arcane dove rivivono l’Oriente esotico, i boschi delle saghe celtiche e nordiche, i folletti, i giganti, i fondamentali draghi, i castelli, le streghe, le sette di morte e risurrezione e molto altro ancora.
Un libro fondamentale per chiunque ami i romanzi e la serie TV, perché svela mille curiosità e mille ispirazioni di un microcosmo che ha saputo davvero incollare un pubblico diverso ed eterogeneo alla poltrona e allo schermo per vedere come andava avanti, un microcosmo senza veri eroi ma con personaggi che hanno saputo appassionare.
Ma un libro interessante anche per chi vuole sapere di più su questo universo fantastico, complesso, crudele, spietato ma avvincente: la vittoria al Festival di Venezia del film Joker ha solo confermato a chi lo sapeva già che gli universi del fantastico non sono storielle ma epopee, miti moderni che affondano le radici in millenni di cultura e suggestioni.

Carolyne Larrington (1959), docente di Letteratura inglese a Oxford, è una studiosa di antiche saghe, in particolare di quelle norrene e del ciclo arturiano. Tra i suoi libri The Woman’s Companion to MythologyThe Poetic EddaKing Arthur’s EnchantressesMorgan and her Sisters in Arthurian TraditionMagical Tales: Myth, Legend and Enchantment in Children’s books e The Land of the Green Man: A Journey through the Supernatural Landscapes of the British Isles.

Provenienza: omaggio al recensore dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Un’ intervista con Wulf Dorn, per l’uscita di “Presenza Oscura” (Corbaccio 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2019 by

Presenza oscuraBentornato Wulf su Liberi di scrivere e benvenuto in Italia. Sei qui per presentare Presenza Oscura il tuo nuovo libro, che si inserisce nel filone dello psicothriller con venature horror di cui ormai tu sei uno dei maestri europei. Insomma i tuoi libri fanno veramente paura, questo forse più degli altri perché infondo la morte è il destino ultimo di tutti, insomma non tutti moriremo uccisi da un serial killer, ma è indubbio che tutti moriremo e non sappiamo bene cosa ci aspetta dopo, nonostante le testimonianze di chi possiamo dire ha vissuto fenomeni di premorte e poi è tornato indietro. Come hai affrontato un tema così delicato, che immagino faccia paura anche a te, giusto?

Certamente più si invecchia e più si affronta il tema della morte a causa della perdita di amici, parenti, persone care. E come autore si inizia a riflettere su come scrivere di queste cose. So che si tratta di un argomento molto serio e tutt’altro che allegro ma è necessario riflettere sulla morte per comprendere il valore e il contenuto della vita e che tutto ha una fine. Essendo io una persona che vive appieno la vita non ho paura della morte. L’unica cosa che mi fa paura è che possa essere dolorosa e che possa durare a lungo.

Sei partito da esperienze reali, testimonianze di persone di paesi diversi, di culture diverse etc… che hanno vissuto si può dire le stesse percezioni: un tunnel buio, una grande luce al fondo, il rilascio di endorfine etc… Quanto c’è di scientifico in questo, e c’è una spiegazione razionale che ti ha convinto più di altre?

Da un punto di vista scientifico è possibile spiegare quasi tutto quello che succede in un caso di premorte. Alcuni aspetti tuttavia non sono ancora spiegabili scientificamente. Si tratta di fenomeni emotivi che assumono delle connotazioni individuali e lasciano spazio all’interpretazione.

Protagonisti sono dei ragazzi, due adolescenti Nikka e Sascha, di cui con molta sensibilità descrivi le fragilità, le difficoltà, le aspirazioni e i sentimenti. Conosci approfonditamente il mondo dei ragazzi, che musica ascoltano, cosa sognano, quanto per loro è importante l’amicizia e perché no l’amore. Già in Incubo, protagonisti erano adolescenti, cosa ti avvicina al mondo dei ragazzi?, e che difficoltà trovi nel parlare di questa età della vita ancora piena di aspettative e non del tutto compiuta?

Proprio quest’ultimo punto è ciò che mi affascina di più del mondo dei giovani. Da giovani si imparano le cose per la prima volta, si comincia ad avere delle opinioni e si impara a conoscere il mondo e la vita. Da adulto si perde questo tipo di sguardo e la capacità di stupirti per tutto quello che la vita ti offre. E per me come autore è una sensazione bellissima riuscire a infilarmi nei panni di un giovane e riprovare delle sensazioni che ormai erano lontane.

Inserisci sempre elementi horror, che suscitano vera paura, che incidono quasi nel subconscio, perché questa scelta? Ha una valenza catartica? Vuoi spingere i tuoi lettori a riflettere su temi anche filosofici ed etici?

Si certo impariamo molto attraverso le emozioni. E uno degli stimoli emotivi più forti è la paura.
Ci sono molte emozioni attraverso le quali impariamo ma questa è quella che mi affascina e coinvolge di più.

Ricordo che quando ero una ragazzina il terrore di mia madre era che in discoteca qualcuno mi mettesse qualcosa nel bicchiere, in questo libro denunci un problema sociale molto reale, vissuto dai genitori con grande preoccupazione, il tuo libro ha anche questo obbiettivo, sensibilizzare su questo tema?

Si purtroppo questo è un argomento che è diventato molto popolare. Naturalmente questa storia è un buon mezzo per trattare questo argomento, ammonire e mostrare cosa può succedere. C’è gente che si diverte a mettere la droga nei bicchieri altrui ma bisogna sapere che questa cosa può avere conseguenze mortali e in ogni caso conseguenze gravi per le vittime.

[Traduzione a cura di Francesca Ilardi, che qui ringraziamo.]