:: Da domani 10 febbraio: Invasione silenziosa. Un segreto nel Mediterraneo di Andrea Carlo Cappi

9 febbraio 2026 by

1947: mentre in Francia l’agente Weissmann è alla resa dei conti con Manuela Rotwang della MGB sovietica, a Maiorca il suo collega Torrent segue le tracce del loro capo Harker, sparito da giorni. La pista conduce a una vasta tenuta, in apparenza abbandonata, che avrebbe dovuto ospitare militari italiani durante la Seconda guerra mondiale. Chiunque la occupi ora, non gradisce i visitatori non invitati. Una vicenda ispirata a fatti reali rimasti segreti per decenni.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di una sessantina di titoli tra narrativa e saggistica, ha scritto romanzi originali con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cui si aggiungono le novelization dei film dei Manetti Bros. Oltre alla saga Danse Macabre e alla serie noir Black, sotto il nome François Torrent pubblica i romanzi di Agente Nightshade e Sickrose per Segretissimo Mondadori.

:: Monogamia. Storia di un’eccezione di Marzio Barbagli (Il Mulino 2026) a cura di Valerio Calzolaio

9 febbraio 2026 by

Mondo umano. Società preindustriali e società contemporanee. Fin dalla prima metà del Novecento studi storico-sociologici comparativi hanno iniziato ad analizzare le norme collettive che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possano sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita. Tali norme ovunque influiscono profondamente sul come le famiglie si formano, si trasformano, si dissolvono; sulle relazioni interne fra coloro che ne fanno parte; sui rapporti di parentela o sulle dinamiche sessuali; e sono un cardine dell’organizzazione del potere, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione delle proprietà, particolarmente importanti per principi, imperatori, re. Praticamente tutte le società analizzate (diverse per caccia-raccolta o allevamento-agricoltura e per sistemi economici) definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale tra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, più rara, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge (a causa spesso di squilibri nella composizione della popolazione o di diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, fra i generi). Distinguevano inoltre due tipi di poligamia, la poliginia, frequentissima, l’uomo ad avere più mogli, e la poliandria, rarissima, la donna più mariti. Molti antropologi concordano nel considerare che forse le famiglie poligamiche risultano meno coese delle monogamiche, soprattutto per i conflitti sessuali ed emotivi tra le mogli, in particolare fra prima (temporalmente) e altre; sottolineano comunque convenienze e varianti, strategie e tattiche coniugali o collettive, vantaggi e svantaggi storicamente e culturalmente determinati; si concentrano su ragioni e percorsi del passaggio dall’una all’altra scelta, nei millenni prevalentemente da poligamia a monogamia. Gran bella questione!

Il grandissimo sociologo e storico della famiglia Marzio Barbagli (Montevarchi, Arezzo, 1938), professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza nel titolo il risultato di un’ampia stimolante ricerca su una realtà spesso ignorata: la monogamia è stata per millenni e per secoli più un’eccezione che una regola delle comunità territoriali. L’apparizione sociale della monogamia risale molto indietro nel tempo, certo, dovrebbe essere un’opzione maturata abbastanza bruscamente nelle antiche Grecia e Roma (secoli avanti Cristo), è avvenuta comunque molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali che della rivoluzione industriale e urbana. Pur tuttavia ha assunto ben presto forme molto differenti, almeno tre: indissolubile, di origine cattolica; seriale o in sequenza, che prevede che ci si possa sposare con più persone nel corso della vita dopo il divorzio o la morte del coniuge, la variante assolutamente più diffusa; senza matrimonio, di chi passa da una convivenza more uxorio a una successiva (in molti stati ormai ci si sposa sempre meno). Una pluralità di “alternative” che riguarda ovviamente anche la poligamia (le norme riguardanti il numero di partner consentiti fanno parte e derivano da religioni, concezioni del mondo e filosofie morali che hanno dato origine e leggi e a sanzioni contro gli inadempienti), fino pure al fenomeno di quella relazione sessuale consensuale definita “poliamore” (spesso incontrata o letta), in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, volendo dello stesso sesso o no. La questione decisiva è la relazione fra i sistemi di formazione della “famiglia” (spesso le alleanze contano più degli affetti) e le diseguaglianze (in particolare, di potere) fra i partner. Non esiste una famiglia “naturale”. Il passaggio dalla poligamia alle due principali forme di monogamia (tendenzialmente sempre più seriale) è avvenuto in un lunghissimo periodo di tempo e non sembra ancora terminato; in Giappone, India e Cina (molto citato qui Padre Matteo Ricci) favorito dall’apertura all’Occidente e dalla loro modernizzazione, spesso forzate (non dai missionari), e dal cambiamento dell’atteggiamento della popolazione femminile. I grandi mutamenti di formazione della famiglia sono avvenuti con la diminuzione di alcune diseguaglianze sociali (fra etero e omo o fra mariti e mogli e nei tassi di fecondità sia di donne che di uomini) e con la variazione di libertà e indipendenza individuali o reciproche. La narrazione si sviluppa attraverso sedici capitoli che mescolano sapientemente storia, geografia e questioni tematiche; ciascuno con tanti paragrafi anche brevi (mai riassuntivi, dopo una premessa di impostazione specifica); al centro un interessante inserto di quaranta figure; centotrenta pagine finali di note, riferimenti bibliografici, indice analitico (il termine “sesso” non c’è da solo).

Marzio Barbagli è professore emerito dell’Università di Bologna, accademico dei Lincei, membro della European Academy of Sociology. Fra i suoi numerosi libri, tutti pubblicati dal Mulino, ricordiamo: «Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo» (1984), «Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente» (2009), «Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali» (2018), «Comprare piacere. Sessualità e amore venale dal Medioevo a oggi» (2020) e «Uomini senza. Storia degli eunuchi e del declino della violenza» (2023).

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:: Da domani 10 febbraio Via delle streghe di Marilù Oliva

9 febbraio 2026 by

Quattro donne: Zulmira, la «maga» del quartiere, Serena, appassionata di kung fu e fidanzata con un poliziotto, Magalie, docente universitaria con un passato tormentato, e Iside, brillante informatica confinata su una sedia a rotelle. Quattro normali vicine di casa di un vicolo nel centro di Bologna, che si ritrovano la sera in salotto per torta, tisane e chiacchiere. Solo che quei convegni sono più simili a moderni sabba, in cui progettano quella che chiamano «magia nera». Ovvero omicidi: la vendetta per efferati femminicidi i cui autori l’hanno fatta franca, sgusciando tra le maglie della legge, come è successo all’ex fidanzato assassino della sorella di Serena. Pur con qualche dubbio, le quattro «streghe» si sentono dalla parte della giustizia. Ma la violenza prende sempre la mano e il caso è un ingrediente pericoloso, capace di infilarsi anche in una pozione preparata con cura. Tra un amore tossico che ritorna dal passato e un giovane corteggiatore troppo curioso, un presunto tesoro nascosto e un’incursione azzardata nel deep web, la situazione diventa presto molto pericolosa. Tanto da mettere a rischio un piano, un’amicizia e più di una vita.
Per che cosa siamo disposte a uccidere? È la domanda che corre attraverso questa storia nera, avvincente e contemporanea, mentre le quattro formidabili protagoniste, determinate quanto fallibili, si muovono sul ghiaccio sottile che separa il senso della giustizia dalla vertigine dell’arbitrio. Mettendo a nudo l’anima stessa del nostro tempo.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di tre dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021), Repetita (2023) e Questo libro non esiste (2025, Premio Scerbanenco dei Lettori). Con il saggio Atlante goloso del mito (Rizzoli 2024), ha vinto il Premio Bancarella Cucina 2025.

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:: Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg di Paolo Lago e Gioacchino Toni (Rogas Edizioni 2025)

8 febbraio 2026 by

Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, di Paolo Lago e Gioacchino Toni, prefazione di Pietro Ammaturo, è un saggio scientifico (i testi scientifici sono sottoposti a double blind peer review) che accompagna, anzi immerge il lettore dentro uno degli universi cinematografici più profondi e disturbanti del cinema contemporaneo: quello di David Cronenberg di cui abbiamo analizzato nei mesi scorsi, abbastanza approfonditamente, il film M. Butterfly. Il libro non si limita a commentare analiticamente i film del regista canadese, ma cerca di capire in modo sistematico che cosa essi ci dicono sul rapporto tra esseri umani, corpo e tecnologia. Tema affascinante e complesso che sta alla base di tutta la cinematografia di Cronenberg.

Il concetto chiave attorno a cui ruota l’intero volume è quello di ibridazione. Per Cronenberg, spiegano gli autori, non senza un utilizzo generalizzato di termini tecnici, la tecnologia non è mai qualcosa di esterno all’uomo: entra nel corpo, lo modifica, lo contamina, fino a renderlo quasi irriconoscibile. Nei suoi film non esiste una separazione netta tra naturale e artificiale, tra organismo e macchina. È proprio in questa zona di confine — instabile e inquietante, nel senso che genera inquietudine — che nasce il suo immaginario.

Lago e Toni guidano il lettore attraverso le diverse fasi della filmografia cronenberghiana, mostrando come le trasformazioni del corpo siano spesso il risultato di esperimenti scientifici, dispositivi tecnologici o media elettronici. In film come La mosca o Rabid, la scienza produce mutazioni fisiche che mettono in crisi l’identità dei personaggi; in altri, come Crash o eXistenZ, la tecnologia diventa oggetto di desiderio, fonte di piacere e dipendenza; in opere come Videodrome, infine, i media penetrano direttamente nella carne e nella mente dei personaggi, fino ad alterare la percezione della realtà.

Uno degli aspetti più interessanti del saggio è che queste trasformazioni non vengono lette come semplici elementi horror o provocatori. Al contrario, gli autori mostrano come Cronenberg utilizzi il corpo mutante per riflettere su questioni molto più profonde e attuali: la fragilità dell’identità, il rapporto con la sessualità, il controllo esercitato dalla tecnologia, la difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che è mediato. Le deformazioni e le fusioni uomo-macchina diventano così metafore oniriche delle paure ancestrali e delle contraddizioni della modernità.

Pur facendo riferimento a concetti teorici e filosofici, il saggio mantiene un tono abbastanza accessibile. La scrittura è fluida e accompagna il lettore passo dopo passo, alternando analisi dei film e riflessioni più ampie sulla cultura contemporanea, e questo è di estremo interesse. Non è necessario essere esperti di Cronenberg o di teoria del cinema per seguire il discorso: il libro si rivolge anche a chi desidera semplicemente comprendere meglio perché questi film continuino a risultare così perturbanti, quasi scioccanti e nello stesso tempo così attuali.

In conclusione, Ibridazioni è un testo che invita a guardare il cinema di Cronenberg non solo come un insieme di storie estreme, ma come un laboratorio di idee sul futuro dell’essere umano, futuro piuttosto a rischio per diversi motivi. Un saggio infine che stimola la riflessione e che mostra come il cinema possa essere uno strumento veramente potente per interrogare il nostro rapporto, sempre più ambiguo, con la tecnologia e con il nostro stesso corpo.

Paolo Lago e Gioacchino Toni vantano numerose pubblicazioni di teoria e di critica della letteratura e dell’universo audiovisivo. Insieme hanno realizzato i volumi Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La Cosa, Videodrome (Rogas 2023) e Spazi contesi. Cinema e banlieue. L’Odio, I Miserabili, Athena (Milieu 2024). Entrambi sono redattori della rivista «Carmilla online» e collaboratori di altre testate.

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:: Il veleno sei tu di Frédéric Dard

7 febbraio 2026 by

È una calda notte in Costa Azzurra, una di quelle notti in cui l’aria afosa s’impasta facilmente alla disperazione del mal di vivere. Victor Menda, parigino sfaccendato, ex conduttore radiofonico che ha perso tutto al casinò, vaga, mani in tasca, su una solitaria stradina bianca in riva al mare, da un lato siepi di alloro, dall’altro le ombre geometriche proiettate sulla spiaggia dalle cabine. D’un tratto una grossa macchina americana gli si ferma accanto e la donna al volante, di cui Victor non riesce a vedere il volto, lo invita a salire. Combattuto tra l’emozione e la paura, lui sale, e prima ancora di rendersene conto sta facendo l’amore con lei. Ma subito dopo la misteriosa donna lo scaccia e svanisce, a tutta velocità, nella notte. Intenzionato a rintracciarla, Menda risale all’indirizzo grazie al numero di targa che è riuscito ad appuntarsi: l’indomani si trova di fronte a un’imponente villa aggrappata alle pendici fiorite di una collina e abitata da due sorelle, due ereditiere, le signorine Lecain. La maggiore, Hélène, nega di essere uscita la notte precedente, l’altra è una ventenne invalida costretta su una sedia a rotelle. L’irruzione di Victor nelle loro vite scandite agirà come un rovinoso catalizzatore: e allora Ève, la più giovane, sarà rapidamente affascinata da lui, quando invece lui avrà occhi soltanto per Hélène; e in quella casa silenziosa che somiglia a una cattedrale si ritroverà catturato tra le maglie viscose di un triangolo amoroso, in un tempo claustrofobico e tentacolare che vive di inganni, manipolazioni, fili tirati nell’ombra.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi alla fine degli anni Quaranta e i 175 volumi della serie del commissario San-Antonio sono stati uno dei più grandi successi editoriali francesi della seconda metà del Novecento. Parallelamente, Dard ha scritto numerosi altri romanzi e racconti. Amico di Georges Simenon, come lui autore di una vastissima opera, Dard è considerato tra i più importanti esponenti del noir francese. Per Rizzoli sono usciti: Il montacarichi (2019), I bastardi vanno all’inferno (2021), Gli scellerati (2022), Prato all’inglese (2022) e Negli occhi di Marianne (2023).

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:: In prenotazione, data di uscita 20 febbraio: I racconti del Maggiore di Giorgio Ballario

6 febbraio 2026 by

SEI RACCONTI, ALTRETTANTE AVVENTURE INEDITE DI MOROSINI: LE PRIME INDAGINI DEGLI ANNI 1933-34, QUANDO IL GIOVANE CAPITANO MOROSINI ERA APPENA ARRIVATO IN ERITREA, E DUE RACCONTI CHE SI SVOLGONO TRA IL 1935 E IL 1936, PRIMA DELLA CONQUISTA DELL’ETIOPIA.

Massaua, 1938. Morosini è a cena con i vecchi amici Ragazzoni, Morandi e l’avventuriero francese Henry de Monfreid. Sollecitato a raccontare le sue prime esperienze africane, il maggiore torna con la memoria al 1933-34, quando era appena arrivato dall’Italia a Massaua, e racconta le sue prime indagini in terra d’Africa. I quattro racconti Le rondini di Taùlud, Missione Àssab, L’elefante di giada e Il fantasma del porto narrano le prime inchieste di Morosini giovane: fanno la loro prima apparizione i luoghi (in particolare Massaua), i personaggi (Barbagallo, Tesfaghì) e le situazioni dei territori coloniali che poi hanno caratterizzato tutti i romanzi della serie. Gli ultimi due racconti, Tutta colpa del gatto e L’uomo con la valigia, invece, sono ambientati tra il 1935 e 1936, per così dire negli interstizi dei romanzi già pubblicati: un omicidio all’ombra dell’OVRA e un viaggio in treno da Asmara a Massaua, in cui Morosini, Barbagallo e Tesfaghì s’imbattono in un uomo, in fuga da chissà che cosa, che per paura e agitazione commetterà un errore fatale.

GIORGIO BALLARIO, nato a Torino, giornalista, ha pubblicato racconti in svariate antologie giallonoir e dieci romanzi, tra cui, per Edizioni del Capricorno, i sei romanzi appartenenti al ciclo del maggiore Morosini. È stato finalista al Premio Acqui Storia, è tra i fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, direttore artistico del Festival Bardonoir e codirettore della scuola di scrittura Noir Distretto 011 di Edizioni del Capricorno.

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:: Radio Sarajevo di Tijan Sila (Voland 2025) a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2026 by

La guerra dei bambini, perché a 11 anni si è ancora bambini, ci racconta Tijan Sila nel suo romanzo autobiografico Radio Sarajevo da poco edito in Italia da Voland e tradotto dal tedesco da Cristina Vezzaro. Un romanzo di formazione anomalo e tragicomico, in cui si narrano eventi drammatici sì, ma a volte anche si sorride della bizzarria del mondo degli adulti in cui i bambini non sono sempre e solo vittime, ma a volte rivelano doti inaspettate di resilienza e di sopravvivenza, ancora maggiore degli adulti. Si sa il mondo degli adulti non tratta bene i bambini, anche nella Bosnia degli anni ’90. Insulti, botte sono all’ordine del giorno, strumenti educativi che dell’educazione hanno poco, più hanno in comune con il sopruso e la debolezza, perché la violenza, anche verbale, è dei deboli, ma si sa la guerra spazza via tutto: la scuola, la sicurezza, c’è poco cibo, la morte ad ogni angolo, la paura, la disperazione, ma Tijan si inventa un modo di sopravvivere tra mercato nero e improvvisazione. L’innocenza dei bambini può sopravvivere alla guerra? Gli adulti se lo chiedono, i lettori si interrogano su quali colpe gli adulti hanno nella sofferenza dei più piccoli che arrivano a contrabbandare riviste pornografiche in cambio di dolciumi. Sila non narra solo l’assedio di Sarajevo, le case sventrate, il sibilo delle granate, i morti uccisi dai cecchini, ma anche il dopo, l’esilio in Germania, lo shock culturale, e il ritorno quando pubblica il primo libro, lo spaesamento, il non riconoscere una terra che ormai ha cambiato fisionomia e senso.     

Tijan Sila, nato a Sarajevo nel 1981, è arrivato in Germania come rifugiato nel 1994. Ha studiato letteratura tedesca e inglese a Heidelberg, oggi insegna tedesco e suona in una band punk. Ha esordito in narrativa nel 2017 e nel 2024 ha vinto il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann. Radio Sarajevo è il suo romanzo più personale, un ponte tra memoria e speranza.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Milena Depanis dell’Ufficio Stampa Voland.

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:: Dalla Finlandia: Martta Kaukonen, Darkness

5 febbraio 2026 by

La giovane Ira lavora ad Helsinki nel giornale più popolare della Finlandia insieme al padre Arto, con il quale ha da poco riallacciato i rapporti. La sua vita scorre tranquilla, finché un ricordo sconvolgente non riaffiora nella sua mente: ha ucciso un uomo con un’ascia.
È solo un’allucinazione o un terribile incubo che è accaduto davvero? Il dubbio inizia a perseguitarla e si fa ancora più acuto quando il direttore le affida un caso di cronaca nera che ha troppi punti in comune con ciò che è convinta di ricordare. A indagare sull’omicidio c’è anche l’ispettrice Kerttu, una mente affilata che è pronta ad assicurare un ultimo criminale alla giustizia prima di andare in pensione. Ma la vittima che si trova davanti e che è stata uccisa con violenza inaudita è anche la custode di un diario. Un diario scritto senza alcun dubbio dal killer e che lascia intuire una verità agghiacciante: quell’omicidio non è stato il primo, e non sarà l’ultimo.

Martta Kaukonen vive a Helsinki. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno è stata critica cinematografica per i più importanti giornali nazionali. Il suo romanzo d’esordio, Butterfly, è stato un grande successo di pubblico e di critica in Finlandia e in tutta Europa: tradotto in 16 Paesi, arrivato in vetta alle classifiche dello “Spiegel” in Germania, presto diventerà una serie tv. Darkness è il suo secondo romanzo.

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:: Il senso della fuga di Hajar Azell, dal 25 febbraio

4 febbraio 2026 by

Alice cammina per le strade buie di Beirut.
Sente l’ebrezza dell’ignoto, l’euforia delle prime volte da reporter.
Da Parigi è volata lì per raccontare le rivoluzioni della primavera araba.
Per questo Alice corre: vola al Cairo per unirsi alla marea umana che accende piazza Tahrir.
Grazie all’arabo delle sue origini algerine, riesce a crearsi una rete di amici, colleghi, persino vivere l’amore con Bassem.
Poi il fuoco la chiama in Siria. Ma lì qualcosa va storto e per la prima volta Alice cade. Neanche a Parigi riesce a risollevarsi. Solo grazie all’incontro con Ilyes, un giovane algerino appena arrivato dal mare, Alice si rialza.
Ora ha capito che la sua continua fuga deve portarla in Algeria, nella terra del padre, per ritrovare le sue radici e aiutare Ilyes a svelare il mistero della scomparsa della madre.

Con una scrittura in presa diretta, veloce e instancabile come la giovane protagonista, Hajar Azell ci fa attraversare le rivoluzioni della primavera araba, per raccontare l’ambizione e il coraggio di chi osa perdersi per trovare la propria strada.

Hajar Azell Nata a Rabat nel 1992, vive oggi tra Rabat e Parigi. Ha dato vita alla rivista www.onorient.com per promuovere artisti emergenti del Nord Africa e del Medio Oriente. Con questo romanzo pubblicato da Gallimard, ha vinto il Prix littéraire de la Grande Mosquée de Paris 2025.

:: Fuga in Siberia di Daniele Cellamare (Les Flâneurs Edizioni, 2025)

4 febbraio 2026 by

Fuga in Siberia di Daniele Cellamare, edito da Les Flâneurs Edizioni, è un romanzo storico molto vivido e anche crudo che intreccia le vicende di diversi personaggi coi grandi snodi della Storia della Russia del XVIII secolo, interrogandosi soprattutto sulle dinamiche del Potere, sulla violenza che lo sostiene e sulla possibilità di alcuni uomini e donne di resistervi, anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Cellamare sceglie un momento cruciale della Russia zarista e lo trasforma in un affresco cupo e violento, in cui la Siberia emerge come luogo fisico e morale, spazio di punizione per alcuni dissidenti ma anche paradossalamente di estrema libertà sia spirituale che fisica.

La storia inizia nei cantieri navali di Zaandam, poco lontano da Amsterdam, tra argani e scafi in costruzione, in cui lavora in incognito lo zar Pjotr Alekseevič Romanov (Pietro il Grande). Sotto le vesti di un semplice e umile carpentiere, il sovrano, un ragazzone alto più di due metri, osserva e apprende dai maestri olandesi l’arte della costruzione navale, convinto fermamente che solo attraverso la modernizzazione la Russia potrà diventare una potenza europea a tutti gli effetti. Mentre egli è lontano, però, a Mosca il trono vacilla: congiure, rivolte e fanatismi minano l’equilibrio del potere.

Pjotr così torna in patria deciso a rifondare l’impero. La sua visione è grandiosa e violenta allo stesso tempo: abbatte tradizioni secolari, impone costumi stranieri, spezza il potere dei boiari e reprime nel sangue ogni opposizione. La sua sete di controllo e vendetta lo porta a esercitare il potere senza mediazioni, arrivando a impugnare la scure in prima persona. Accanto a lui si muove Martin Janssen, giovane servo olandese, che diventa testimone involontario delle contraddizioni dello zar: riformatore illuminato e allo stesso tempo tiranno spietato, costruttore e distruttore.

Parallelamente, il romanzo segue le vicende di due ragazzi, Ivan e Kira, fratello e sorella senza famiglia, cresciuti ai margini di una società dominata dalla miseria più estrema e dal fanatismo religioso. Quando il potere centrale stringe la morsa repressiva, i due sono costretti a fuggire da Mosca per evitare l’arresto. Il loro cammino li conduce verso la Siberia, terra remota e crudele, popolata da lande sterminate e riti ancestrali. Qui, nello spazio dell’esilio, le loro vite si intrecciano con il destino di altri reietti e oppositori, trasformando la Siberia in un crocevia di sofferenza e speranza, ultima frontiera per chi resiste alla tirannia.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la rappresentazione del potere incarnata nella figura di Pjotr. Cellamare evita ogni idealizzazione: lo zar è un personaggio profondamente ambiguo, animato da un autentico desiderio di progresso ma incapace di concepirlo senza la violenza. La modernizzazione diventa così un atto coercitivo, e il rinnovamento dello Stato passa attraverso il sacrificio degli individui. In questa prospettiva, il romanzo suggerisce una riflessione amara: il progresso imposto dall’alto può trasformarsi in una forma diversa, ma non meno feroce, di oppressione.

La Siberia assume un valore simbolico centrale. Non è soltanto un luogo geografico, ma una dimensione esistenziale: spazio di punizione per i nemici del potere e, al tempo stesso, possibilità di sottrazione al controllo dello Stato. Per Ivan e Kira rappresenta una prova estrema, un territorio in cui la sopravvivenza è dura, ma in cui è ancora possibile conservare una forma di libertà interiore. La natura, aspra e indifferente, non consola: mette a nudo l’essere umano, costringendolo a confrontarsi con i propri limiti.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Cellamare è solida e controllata. Il ritmo alterna momenti di grande tensione a passaggi più lenti e riflessivi, creando un equilibrio efficace tra azione e introspezione. Le descrizioni sono funzionali alla costruzione dell’atmosfera: cupe, essenziali, mai decorative. Anche i personaggi secondari contribuiscono a rendere credibile e complesso il mondo narrato, senza ridursi a semplici comparse.

In conclusione, Fuga in Siberia è un romanzo ambizioso e maturo, che utilizza il romanzo storico per interrogare temi universali: il rapporto tra potere e violenza, il prezzo del progresso, la dignità della resistenza individuale. Non offre consolazioni facili, ma lascia al lettore una riflessione profonda e inquietante sul destino di chi governa e di chi subisce la Storia. Una lettura impegnativa, ma intensa e istruttiva.

Daniele Cellamare (1952) è stato docente presso la facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e presso il Centro Alti Studi per la Difesa. È stato direttore dell’Istituto Studi Ricerche e Informazioni della Difesa. Ha collaborato con emittenti televisive nazionali e con diverse testate nazionali e straniere. È stato consulente per le attività culturali dell’Agenzia Generale Treccani di Roma ed è responsabile del gruppo di analisti “Doctis Ardua” per la stesura di saggi di carattere geopolitico. Appassionato di studi sulla Storia Militare, ha pubblicato diversi romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona, Delitto a Dogali, Takeko e Rudolf Diesel.

Source: libro inviato dall’editore.

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:: Il nido del corvo di Piergiorgio Pulixi (Feltrinelli 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 febbraio 2026 by

Nel Nido del corvo Piergiorgio Pulixi costruisce un noir cupo e stratificato, dove l’indagine rappresenta soltanto il primo livello di una discesa più profonda, dentro il territorio e dentro chi lo abita. La Sardegna del Sinis, lontana da ogni tentazione turistica, si impone fin dalle prime pagine come un luogo dell’anima: campagne desolate, stagni di sale, acquitrini fangosi, spazi aperti capaci di trasformarsi in rischiose trappole. È una terra ruvida, quasi primordiale, dove il silenzio pesa quanto una minaccia e l’orizzonte non offre mai consolazione. E tuttavia la stessa terra che dagli anni 50 ha offerto generosamente ampi set cinematografici a celebri i film western e d’avventura.
La scomparsa di Angela Floris romperà questo fragile equilibrio. Sei mesi di assenza e di inutili piste battute  a vuoto  verranno tuttavia improvvisamente interrotti da un inatteso e imprevedibile segnale: il cellulare della ragazza torna a trasmettere. Sul luogo del rilevamento, gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi si imbatteranno in un reperto destinato a marchiare l’intera indagine: una mano femminile, recisa e conservata con ossessiva cura. Da quel momento la loro caccia assumerà  i contorni di un perverso duello, governato da un apparentemente inafferrabile assassino che si autodefinisce artista e tratta la morte come materia estetica.
Piergiorgo Pulixi affida il cuore del romanzo alla coppia investigativa: Corvo e Zardi.  Daniel Corvo, così soprannominato per il significato del suo cognome, Crobu,  in dialetto sardo, un personaggio che incarna l’idea di controllo e disciplina. È un uomo legato alla famiglia, alla fede, alla sua paludosa terra, segnato da un doloroso passato che riesce bene a contenere attraverso regole e rituali. L’indagine lo coinvolgerà in prima persona perché per certi versi il killer gli somiglia più di quanto voglia ammettere: stessa calma, stessa precisione, stessa idea dell’ordine.
Viola Zardi, la sua collega, rappresenta invece l’opposto. Vive in un perenne disordine, porta addosso i segni delle notti insonni, delle scelte sbagliate, di una vita in bilico, tenuta  sempre sul filo. È istintiva, empatica, molto spesso refrattaria alle regole, ma dotata di un intuito in grado di intuire e illuminare zone dove la logica par volersi arrestare. Tra lei e Corvo si creerà subito  un equilibrio instabile ma necessario: quello di due diverse solitudini che si compensano, di due fragilità che trovano spazio di manovra solo nel lavoro condiviso. La loro evoluzione non sarà  un semplice corollario dell’indagine, bensì forse il principale motore emotivo del romanzo.
L’antagonista, l’Artista, in realtà un mostro, inquieta soprattutto per il metodo adottato . Non agisce d’impulso, non cerca il caos, ma lo governa. Osserva, studia, contempla, par quasi voler collezionare parti di corpi femminili come opere di una galleria privata. La sua violenza non risulta mai spettacolarizzata, ma anzi resa molto più inquietante per la contemplativa freddezza che l’esprime. La costante sensazione provata dai due inquirente sarà  di essere spiati, scelti, trascinati in un gioco già scritto apposta per loro.
L’ambientazione amplifica questa tensione. Gli stagni, il fango, l’entroterra oristanese diventano simbolici scenari, luoghi terreni  dove la bellezza naturale convive con un senso di decomposizione morale. La Sardegna di Pulixi  par quasi voler dialogare con i personaggi, riflettendone le crepe interiori e accentuandone l’isolamento. Non esistono scorci consolatori, solo paesaggi che stringono il cuore  e lo mettono alla prova.
La trama avanza senza prendere  scorciatoie, sostenuta da un ritmo calibrato e da una solida costruzione. Ogni scoperta diventa la successiva  tappa di un incubo orchestrato con precisione, mentre l’indagine finisce per invadere le vite private dei protagonisti, fino quasi  ad annientarle.
Il finale poi  non offre ampie  rassicurazioni: alla soluzione del caso infatti si affiancano alcune perdite e fratture personali, molto coerenti con una certa visione del noir.
Il nido del corvo  evidenzia  un importante passaggio nel percorso letterario di Pulixi. È un romanzo che consolida il suo  universo narrativo, spesso popolato da personaggi imperfetti e profondamente umani, e ne conferma la scrittura asciutta, precisa , in grado  di andare al punto senza inutili compiacimenti. Un romanzo  noir che ti si incolla addosso, lasciando la costante sensazione e di avere attraversato  oltre a un’indagine, una larga  zona d’ombra dalla quale diventa difficile uscire ancora del tutto incolumi.

Piergiorgio Pulixi, uno degli autori italiani di genere più significativi anche nel panorama europeo. Allievo del collettivo Sabot creato da Massimo Carlotto, Pulixi ha firmato libri che lo hanno portato a essere tradotto in oltre venti paesi e a ottenere numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Scerbanenco, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per il noir e il thriller.

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:: La vecchia di Georges Simenon, Traduzione di Simona Mambrini (Adelphi, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

2 febbraio 2026 by
Léon Spilliaert, Interno con finestra socchiusa (1907).

Parigi, zona dell’Hôtel de Ville e Île Saint-Louis, quarto arrondissement. Gennaio 1959, sotto la neve. Stanno demolendo una dopo l’altra le vecchie case del quartiere di Saint-Paul, un piano di risanamento previsto da tempo; i residenti hanno ricevuto un’ingiunzione di sfratto già da due anni, acqua luce gas sono stati tagliati da più di un anno. Il commissario di polizia Joseph Charon ha scoperto che l’anziana inquilina di un cadente palazzo di rue de Jouy che non vuole uscire dal proprio appartamento, nonostante tutto intorno gli edifici siano stati ormai abbandonati o evacuati, potrebbe essere la nonna della famosa 27enne Sophie Émel, detentrice di cinque o sei record mondiali di paracadutismo, pilota di jet e pilota nel circuito di Montlhéry, che abita in una via elegante sull’isoletta lì vicino. La va a trovare al quinto piano, la domestica Louise è indotta a riferirle e la ragazza accetta di accompagnarlo, quasi per curiosità. Attraversano il pont Marie e salgono al sesto piano della casa. Effettivamente Juliette Thérèse Marie_Joseph Minoré, nata il 12 settembre 1879, divorziata Viou e vedova Prédicant, è barricata e si è organizzata per resistere a uno stato d’assedio. La nipote fa breccia, parlano della madre (in villa sulla Costa Azzurra) e della sorella gemella (con due bambini, il marito capo di gabinetto al ministero delle Finanze), Juliette ribadisce che per lei non fa ormai più nessuna differenza buttarsi dalla finestra o farsi crollare il tetto sulla testa, resterà lì. Sophie le propone invece di trasferirsi da lei, avrà una piccola stanza, lei convive con l’amica Lélia (cantante di cabaret e night club, che ha salvato dai guai), potranno provarci. Inizia una complicata convivenza, entrambe turbate e rivali. Le altre e gli altri assistono, in vario modo.

Anche questo romanzo è bello (non Maigret, non giallo). Desolato e angosciante, sempre vivido, struggente per le nostre solitudini sociali. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Il testo era inedito, fu scritto in Svizzera in una settimana (come quasi sempre) nel gennaio 1959: l’autore descrive in otto capitoli tesi una relazione fra donne diverse e progressivamente ostili, sagome sfuggenti che si studiano e affrontano. La narrazione è in terza varia al passato, sempre più concentrata sulla dura reciproca reattività, sulle conversazioni e i relativi retro pensieri, sui ricordi biografici e sul comune spirito indipendente, in un crescendo tendenzialmente aggressivo e violento, non lungo anni, solo nemmeno una decina di giorni. In copertina un interno nero con finestra socchiusa (sull’abisso?), dipinto nel 1907. Il titolo è dedicato alla quasi ottantenne Juliette, furba o disperata, crudele o dimessa che sia, capace comunque di condizionare le quattro donne in un reticolo psicologico e in parte claustrofobico di messaggi impliciti e reciproci sospetti, aspro e poco compassionevole. Il commissario non può che prenderne atto. Da parte sua, Sophie, alta e spigliata, raccatta spesso “cani malati”, donne, perché gli uomini li accoglie solo quando sente il bisogno, tira su il primo che passa e via; comunque beve come una spugna, whisky soprattutto, pur se a casa conserva casse di bottiglie di tutti i tipi, perlopiù vini rossi, indispensabili per le frequenti festicciole, talora dopo la frequentazione dei noti locali, rumorosa e alcolica.

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