:: “Santa Francesca Romana e il Purgatorio” di Marcello Stanzione e Carmine Alvino, (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2026 by

La conosciamo come la santa dei viaggiatori: la tradizione racconta che Santa Francesca vedesse chiaramente il suo angelo custode, il quale le rischiarava la strada e la guidava di notte tra i vicoli noir di Roma mentre andava ad aiutare i poveri. E poi la bilocazione: le si attribuiva il dono miracoloso di trovarsi in più luoghi nello stesso momento, una capacità di “spostamento rapido” ideale per chi viaggia. Sin qui il Manifesto della sua santità, ma questo Lume acceso in eterno per il Signore seguì nei suoi ultimi anni di vita un complesso itinerario mistico, nel corso del quale fu ricompensata da altre grazie soprannaturali dovendo però anche subire gravi e dolorosi tormenti, persecuzioni crescenti e aggressioni persino fisiche di spiriti maligni; fu gratificata da doni straordinari come visioni e profezie.

In questo prismatico volume, ci si inoltra nel viaggio che l’umanità compie alla fine della vita terrena per purificarsi dei peccati se non si è caduti nella Bolgia infernale o se non si è raggiunto il grado della perfezione in Terra per poter godere immediatamente il suolo etereo del Paradiso. Santa Francesca Romana lo ha compiuto per noi catapultandoci nel mondo della Purgazione e dell’Attesa.

L’unica differenza forte tra processo catartico terrestre e ultraterrenno riguarda la possibilità dei meriti e dei demeriti. Poiché la possibilità di scegliere è riservata solo al periodo terrestre della nostra esistenza, ne consegue che la capacità di crescere nell’amore o di aggravare lo stato personale di colpa e di pena si può espletare solo nel mondo di quaggiù e non nell’altro: “Bisogna riconoscere che il purgatorio è uno stato davvero simile a quello degli uomini santi della terra, a parte l’assoluta incapacità di meritare e di demeritare”.

Stando così le cose si può affermare che coloro che hanno deciso di trasformare l’esperienza esistenziale terrena in un purgatorio anticipato, optando coscientemente e volontariamente per una vita moralmente ordinata e inzuppata di penitenze nelle sue varie forme(digiuno, preghiera, elemosina, opere buone, pazienza nelle tribolazioni), non sono affatto persone da compiangere, ma al contrario, persone da ammirare ed emulare, in quanto hanno compreso, anche se per grazia divina, che soltanto nel cammino di purificazione, per unirsi di più a Dio, si può sperimentare la gioia più grande e autentica sulla terra. Non si tratta di poveri uomini stupidi che rinunciano a vivere, ma di persone illuminate e fortificate dalla grazia divina, per cui le cose terrene sono viste come polvere e le cose celesti come beni reali, come valori imperituri, interiormente appaganti e degni di essere amati, ricercati, e vissuti.

Il Purgatorio di Santa Francesca Romana è dominato dalla presenza degli angeli e risuona del canto dolente della preghiera penitenziale. Il tema del dolore e del tormento espiatorio abbandona ogni riferimento alla corporeità. Il Purgatorio di santa Francesca infatti è il regno della speranza e del perdono; esso è diviso in vari livelli, a loro volta raggruppati in tre regioni distinte, una Inferiore, una Mediana e una Superiore, nelle quali le pene sono commisurate in relazione alla gravità dei peccati commessi in vita. La Regione Inferiore è molto vicina all’Inferno, l’anima che è ivi posta non solo è assistita dall’angelo custode che le fu affidato dall’infusione dell’anima nel corpo, ma è costretta a sopportare oltre al castigo della fiamma mondatrice, la continua presenza del demone, che continua a tormentarla, seppur, spiritualmente, esso sia estraneo al Purgatorio.

Nei Messaggi a Medjugorje la Santissima Vergine Maria avrebbe detto ai Veggenti: “In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicino all’ Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”.

Il luogo Inferiore del Purgatorio

L’ancella di Cristo, comandata dall’obbligo di obbedienza imposto dal confessore, rivela la Visione di questo luogo di purgazione delle anime.

Ella vide infatti, all’ingresso di questo luogo delle parole scritte che così dicevano: “Questo è il Purgatorio, luogo di speranza, ove le anime qui esistenti compiono un intervallo”. Accompagnata dall’Arcangelo San Raffaele, il Divin Principe così le spiega quella enigmatica frase: “… Questo è il luogo del Purgatorio, nel quale le anime stanno a mondarsi dei loro peccati, ed è chiamato anche con l’altro nome di Luogo di Speranza…”.

Difatti, quel luogo inferiore era pieno di fuoco limpido, diversamente dal  fuoco infernale che è scuro e tenebroso. Questo fuoco ha una grande fiamma rossa, che tuttavia non contempla quelle anime che sono in essa. E quindi le anime qui esistenti hanno sempre le tenebre esteriori, ma interiormente sono attinte nella misura della grazia che possiedono, perché conoscano la verità e la determinazione del tempo.

Quelle anime che in questa vita commisero gravi peccati, sono qui collocati dagli angeli che a loro furono affidati in vita affinché si purghino in quella fiamma e là rimangono in quello stesso fuoco secondo le qualità e la quantità dei peccati commessi.

Quelle anime, poi, dopo il tempo debito, uscendo da quelle pene nelle quali erano stati per lungo tempo, ascendono al secondo luogo.

Qualunque anima esistente nel fuoco del Purgatorio per qualunque peccato mortale da lei commesso deve rimanere in quello stesso luogo per sette anni, da questo tempo niente le può essere diminuito, nemmeno la più piccola parte di un’ora per elemosine fatte per loro  da quelli che sono in questo mondo o orazioni e atti benefici sino a quando sia finito il predetto tempo. Nel modo in cui il Signore nostro Gesù Cristo compì 33 anni e certi mesi, così è necessario che le anime esistenti in quel luogo rimangano nel medesimo sette anni per qualunque peccato mortale.  Disse anche questa umile ancella di Cristo che quelle anime esistenti nel Purgatorio, tuttavia non sono tanto tormentate nel fuoco atroce e ardente, grazie a suffragi,  orazioni ed  elemosine.

Inoltre  le anime che stanno in quel  fuoco del Purgatorio, a causa delle gravi pene che sopportano, continuamente gridano con voci pie e umili, senza fermarsi:” O Dio pio e misericordioso, misericordia, misericordia…”.

Riconoscono, infatti, che giustamente e degnamente sopportano queste sofferenze. E poiché si accontentano delle stesse pene, ricevono qualche refrigerio e qualche consolazione, sapendo che sono per venire alla Gloria Beata. In quel luogo dove si infliggevano maggiori pene stavano le anime dei sacerdoti perchè non si erano esercitati secondo la dignità ricevuta nella cura delle anime che avevano.

Il luogo Mediano del Purgatorio era suddiviso in tre luoghi abbastanza grandi, nei quali operava la divina giustizia.

Nel primo vi era un luogo pieno di ghiaccio freddissimo, il secondo era pieno di pece liquefatta mista a olio bollentissimo e con altre pene, l’altro luogo poi era quasi di alcuni metalli liquefatti, forse oro o argento (..).

Nel luogo mediano erano costituiti 38 angeli che accoglievano le anime che uscivano dal fuoco inferiore del Purgatorio e anche anime che quando erano nei corpi, non avevano commesso peccati così gravi da meritare di essere  nel luogo inferiore. E questi  gloriosi angeli  quando accoglievano le predette anime non lo facevano con improperi, come facevano i demoni quando gettavano le anime nell’inferno, ma accoglievano le stesse con grazia e molto umanamente, trasportandole da luogo a luogo, e con grande carità. I 5 anni previsti nel  luogo mediano erano abbreviati e potevano essere abbreviati per mezzo dei suffragi, orazioni ed elemosine per tutte le anime che si trovano lì. Le anime che si trovano qui non hanno visione orribile dei demoni e lodano sempre la misericordia del Signore e Gli rendono grazie.

Disse anche questa umile ancella di Cristo che i suffragi fatti dai viventi per le anime che stanno nell’inferno, né possono giovare agli stessi, né anche alle anime esistenti nel Purgatorio, ma solo risultano in utilità a quelli che li fanno.

Il luogo Superiore del Purgatorio era più luogo di quiete che di pene.

Qui stavano le anime già purificate dai peccati. Nell’acqua le stesse anime ricevevano un grandissimo refrigerio, consolazione, e letizia senza alcuna pena. Vi erano, infatti,  le anime degli uomini e delle donne che in questo mondo vissero con giustizia e fecero penitenza e soddisfazione, si occuparono di sante opere e si affidarono alla Divina Volontà, ricevettero il martirio per amore di Dio, oppure erano stati da poco battezzati  e non avevano commesso nessun peccato. Pertanto nessuna anima creata, per quanto in questo mondo fosse stata giusta e avesse fatto le più grandi penitenze, è libera di entrare in questo luogo, ma è necessario che prima di entrare alla Gloria beata si ponga in quell’acqua, che è purificante e mondante, eccettuate tuttavia quelle anime che furono privilegiate dal Signore nostro Gesù Cristo e dalla sua Santissima Madre.

Dopo l’immersione nell’acqua, quelle anime venivano spinte fuori e dagli angeli venivano condotte in un altro luogo nel quale c’era un certo uomo nobile e onorevole, Abramo. E sebbene Abramo stia nel coro serafico, tuttavia c’è un luogo ordinato nella vita eterna che è chiamato “seno di Abramo”.

Quando l’anima felice si trova qui, proviene da lei un certo suono melodioso di non immaginabile soavità; con la guida di questo dolcisssimo suono, ascende e passa attraverso tutti i cori inferiori ed è posta nel coro serafico, nella postazione ordinata alla stessa anima felice dalla Divina Provvidenza. E quando più ascendono ai cori superiori e alle loro postazioni,maggiori solennità e gaudi vengono loro apportati e sempre quei gaudi crescono gradatamente, pertanto, per tutti i cori angelici e in tutta quanta la patria beata si fa una letizia indicibile di tutte le anime che si avvicinano alla stessa gloria beata.

Conclusione del mio articolo

Sono convinta che anche sulla Terra si possa vivere a tratti  il Paradiso, è la gioia della Gratitudine che fa correre in chiesa per inginocchiarsi e dire a Dio Grazie di quello che siamo, che abbiamo, che non meritiamo. Ma le vittime d’Amore di Gesù hanno scelto oltre la Delizia anche la Croce dell’esistenza, un percorso di purgatorio in Terra per salvare la propria e l’anima altrui.

Senz’altro una scelta coraggiosa, in fondo l’unica che possiamo intraprendere se vogliamo salire in Cielo senza passare dal fuoco della Purificazione estrema o se si rischia di dannarsi con comportamenti che nostro Signore patisce sulla Croce per amore nostro.

Viviamo un’epoca di Sodoma e Gomorra spensierata, tra guerre, pandemie, calamità naturali, eutanasia, aborto, fame, droga, e… senza più riferimenti a Dio, alla Croce, nei testi scolastici o universitari… peggio di così c’è la morte del pianeta, ci avviamo verso questo traguardo.. Ma il Signore ci ha lasciato i Vangeli, le Potenze degli Inferi non prevarranno sulla Chiesa; “IO sarò con voi fino alla fine del Mondo”, dice  Gesù. Allora? Cosa temiamo ancora uomini di poca fede? Ci salveranno le scimmie da dove gli studiosi ci fanno discendere o verrà il nostro Salvatore che l’ha promesso e si è fatto uomo come noi per salvarci? Aspettiamoci il peggio, perché poi verrà il meglio, pregando tutto si attutisce, Dio Padre è un Padre Giusto ma anche infinitamente Misericordioso.

:: Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2026) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2026 by

Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.

Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.

Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.

Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.

Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.

De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.

È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.

In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.

Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026 by

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice. 

:: E se il mondo salta in aria,  Sarah Jäger (Iperborea, 2026) A cura di Viviana Filippini

31 agosto 2026 by

Vacanze in arrivo e pronti tutti per la piscina. Non per tutti però, perché i due protagonisti – Juri e Ava, 14 anni- di “E se il mondo salta in aria”,  Sarah Jäger, edito da Iperborea sono invece chiusi in casa. Lui ha fatto una scelta volontaria, perché ha paura di tutto quello che è e c’è nel mondo e solo stando nella propria camera riesce a sentirsi al sicuro. Ava, al contrario, è sempre a zonzo con gli amici e anche a causa di questo è stata messa in punizione. Juri e Ava, ognuno a casa sua, in realtà si conoscono perché erano in classe assieme alle scuole elementari, ed è da molto che non si vedono e sentono. Ava, che non sa come far passare il tempo, contatta Juri su WhatsApp, e lui, strano ma vero, le risponde dando il via a qualcosa di inaspettato, spiritosi, simpatico e allo stesso commovente. Il libro per ragazzi della Jäger è interessante, perché affronta il tema dell’amicizia, e di come a volte, proprio in questo caso, i social possono diventare un appiglio e uno scoglio a cui aggrapparsi per trovare la salvezza, perché per i due protagonisti adolescenti inizierà uno scambio di messaggi che sarà qualcosa di un semplice invio o di una spunta azzurra. In questa chiacchierata virtuale dove entrambi si raccontano a ruota libera è Interessante notare la diversità di approccio alla comunicazione usata dai due protagonisti.  Ava  per esempio  usa solo vocali ed è una chiacchierona, mentre Juri manda solo messaggi scritti ed è sempre minato dalla sua insicuro e paura della vita. Il legame virtuale che nasce pagina dopo pagina, o meglio messaggio in chat dopo messaggio in chat, evidenzia come il costante scambio tra i due ragazzi diventi un vero e proprio salvagente per entrambi, perché piano piano i due cominceranno a raccontarsi le loro ansie, gioie, timori e paure. Messaggio dopo messaggio in “E se il mondo salta in aria” Juri e Ava, isolati dal resto del mondo,  impareranno a riscoprire il valore speciale dell’amicizia, del sostenersi a vicenda e farsi forza uniti anche ad una giusta dose di coraggio per affrontare il rapporto e confronto con quella la realtà esterna che tanto spaventa e disorienta. Il romanzo è stato il vincitore del Deutscher Jugendliteraturpreis 2025, il più importante riconoscimento tedesco per la letteratura per ragazzi. Illustrazioni di Sarah Maus e traduzione di Valentina Freschi.

Sarah Jäger è una scrittrice ed esperta di pedagogia teatrale, è sempre alla ricerca di storie che colpiscano il cuore, la mente e la pancia dei suoi giovani lettori. Ha scritto diversi romanzi apprezzati per la forza narrativa con cui raccontano il mondo delle emozioni e dei sentimenti degli adolescenti.

Source: della lettrice.

Quindici anni di Vigdis Hjorth (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

30 agosto 2026 by

Quindici anni di Vigdis Hjorth, pubblicato in Italia da Fazi Editore nella traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, è un romanzo di formazione toccante, in cui la scoperta delle menzogne familiari porta la protagonista adolescente a interrogarsi sugli adulti, sul senso della realtà, sulla giustizia e su quanto sia difficile restare fedeli a se stessi.

Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina norvegese con i genitori, la sorella Elisabet e il fratellino Lasse. La sua esistenza è scandita da abitudini consolidate: i pasti insieme, le domeniche sugli sci, le gite al lago, le vacanze e le ricorrenze religiose. Quella regolarità la protegge:

«Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo».

L’equilibrio si rompe quando Paula scopre le lettere che la madre scrive alla nonna materna, donna severa e profondamente religiosa, figlia di un celebre predicatore. In quelle pagine la realtà viene resa più presentabile: l’esame di matematica fallito da Elisabet diventa un successo, il padre riceve una promozione mai avvenuta e Paula viene descritta come una nipote devota. Falsità forse piccole per un adulto, ma sufficienti a incrinare l’intero sistema di valori della ragazza.

Hjorth evita la contrapposizione troppo semplice tra l’innocenza dell’adolescente e l’ipocrisia dei grandi. Paula condanna la madre, ma cerca anche di comprenderne le ragioni: la paura del giudizio, il desiderio di compiacere la nonna, la frustrazione di una vita governata dalle aspettative altrui. La menzogna diventa così il sintomo di una più profonda rinuncia all’autenticità.

Anche la religione viene affrontata senza facili provocazioni. Paula non rifiuta la ricerca di un significato; si ribella a una fede ridotta a rituale, obbedienza e controllo. Il confronto con il pastore, unico adulto disposto ad ascoltarla, mostra la complessità del conflitto: persino lui può proporle soltanto un compromesso basato sulla finzione e sul silenzio.

Karen, la migliore amica, rappresenta invece uno spazio di libertà. Quando si trasferisce, le lettere scambiate tra le due ragazze diventano una forma di presenza e resistenza. La scrittura assume così un doppio valore: nelle mani della madre altera la realtà, in quelle di Paula e Karen prova a raggiungere una verità condivisa.

«Una frase può cambiare qualunque cosa. Si trattava di trovare la frase che poteva cambiare tutto l’impossibile, se l’avesse trovata, non avrebbe più avuto nemmeno bisogno di gridare, le sarebbe bastato dirla con calma».

In queste parole è racchiuso uno dei nuclei del libro.

La narrazione in terza persona aderisce alla coscienza di Paula. I periodi lunghi, le associazioni e i pensieri ricorrenti riproducono con precisione il rimuginio di una ragazza incapace di accettare risposte convenzionali, la pressione che cresce in lei e la maturazione della sua volontà.

La ribellione di Paula non è clamorosa: procede attraverso esitazioni, piccoli rifiuti e tentativi che si scontrano con l’indifferenza degli adulti. Hjorth racconta l’adolescenza come un’età di dolorosa lucidità, nella quale si scopre che le persone amate possono deludere, che una famiglia può soffocare anche mentre cerca di proteggere e che crescere significa scegliere quali eredità accogliere.

Quando Paula comprende di dover difendere personalmente la propria volontà, il romanzo raggiunge la sua affermazione più vitale:

«Le era concesso vivere una sola volta, per questo sarebbe successo quello che doveva succedere, fine».

Una frase asciutta, quasi brutale, che non promette una libertà senza conseguenze, ma segna il momento in cui la ragazza decide di assumersene il prezzo.

Si tratta di un romanzo intenso, rigoroso e profondamente umano, che affida alla protagonista una conquista essenziale: il diritto di decidere chi diventare.

Vigdis Hjorth, nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, tra cui una ventina di romanzi, conquistando numerosi premi letterari. Eredità (Fazi Editore, 2020), incluso nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale. Fazi Editore ha pubblicato anche Lontananza (2021), finalista all’International Booker Prize 2023, e Ripetizione (2025).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo l’ufficio stampa Fazi Editore.

:: Visioni di cinema: Balzac e la piccola sarta cinese di Dai Sijie

29 agosto 2026 by

Tratto dall’omonimo romanzo semi-autobiografico di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese è anche un film del 2002 diretto dallo stesso autore del libro e presentato nella sezione Un Certain Regard al 55° Festival di Cannes. È un’opera deliziosa, commovente e divertente, attraversata da una vena poetica e da una malinconia delicata, che parla di amore, amicizia, libertà e, soprattutto, del potere straordinario che i libri possono avere nel cambiare la vita di chi li legge.

Ambientato nella Cina maoista durante gli anni della Rivoluzione culturale, in un piccolo e pittoresco villaggio di montagna del Sichuan, il film racconta la giovinezza di due ragazzi, Ma e il suo migliore amico Luo, entrambi mandati in montagna per essere “rieducati” secondo i principi del regime comunista. Provenienti da famiglie di estrazione borghese e figli di medici considerati nemici del popolo, i due devono scontare la propria presunta colpa attraverso il duro lavoro nei campi e nella miniera, contribuendo, secondo la logica del regime, alla costruzione della nuova Cina del Compagno Mao.

In un ambiente fatto di privazioni, fatica, sporcizia e lavori massacranti, i due ragazzi scoprono però anche una realtà diversa da quella che il regime vorrebbe imporre loro. Incontrano infatti la Piccola Sarta, una bellissima e ingenua ragazza del villaggio, nipote di un sarto, che vive immersa in un mondo semplice e apparentemente lontanissimo da quello dei due giovani. Entrambi si innamorano di lei, dando vita a un delicato intreccio sentimentale in cui amicizia, desiderio, e amore finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. La ragazza, inizialmente affascinata soprattutto dai racconti che Ma e Luo le fanno, viene conquistata da quel mondo sconosciuto che i due riescono a evocare attraverso le loro letture.

Ed è proprio la letteratura il vero cuore del film. I due amici entrano in possesso di una valigia piena di romanzi occidentali, sottratti a Quattrocchi, un altro ragazzo mandato in quel campo di rieducazione. Tra quei libri ci sono soprattutto le opere di Balzac, ma anche altri grandi autori della letteratura europea. In una Cina in cui la cultura occidentale è considerata pericolosa e sovversiva, quei romanzi rappresentano per i protagonisti una finestra improvvisamente spalancata su un universo completamente diverso: un mondo fatto di sentimenti, passioni, libertà individuale, sogni e possibilità.

I libri diventano così una vera e propria forma di evasione dalla realtà oppressiva in cui Ma e Luo sono costretti a vivere. Ma non sono soltanto un rifugio: sono anche uno strumento di formazione e di emancipazione. Attraverso le storie raccontate nei romanzi, i ragazzi imparano a conoscere il mondo, ma soprattutto imparano a conoscere se stessi, i propri desideri e le proprie emozioni. E ciò che leggono finisce per trasformare anche chi li circonda, in particolare la Piccola Sarta, che grazie alla letteratura comincia a immaginare per sé una vita diversa, al di là dei confini angusti del villaggio e del ruolo che la società sembra averle assegnato.

Il film riesce così a raccontare con leggerezza una realtà storica tutt’altro che leggera. Sullo sfondo c’è infatti la violenza ideologica della Rivoluzione culturale, con la sua sistematica repressione della cultura, del pensiero individuale e di tutto ciò che poteva essere considerato estraneo ai principi del maoismo. Dai Sijie evita però di trasformare il film in una semplice denuncia politica: preferisce raccontare questa realtà attraverso gli occhi dei suoi giovani protagonisti, mescolando dramma, ironia, sensualità e poesia. Proprio questo equilibrio rende la storia particolarmente coinvolgente.

Accanto alla magia della letteratura, anche i paesaggi assumono un ruolo fondamentale. Le montagne del Sichuan, i sentieri, i villaggi immersi nella natura e gli scorci della Cina rurale sono di una bellezza quasi fiabesca e creano un forte contrasto con la durezza della situazione politica e con le condizioni di vita dei protagonisti. La natura appare libera e incontaminata proprio mentre gli uomini sono costretti dentro le rigide regole imposte dal regime. La splendida fotografia accentua ulteriormente questo contrasto, regalando al film immagini suggestive e contribuendo a trasmettere contemporaneamente la bellezza, la nostalgia e la malinconia che attraversano tutta la storia.

Balzac e la piccola sarta cinese è quindi un film sulla scoperta della libertà attraverso la cultura, ma anche una storia di formazione, di amicizia e di primo amore. È il racconto di come un libro possa diventare un oggetto rivoluzionario, capace di aprire una breccia anche nelle realtà più chiuse e oppressive. E forse è proprio questo l’aspetto più bello del film: l’idea che le storie che leggiamo non rimangano confinate sulle pagine, ma possano insinuarsi nella nostra vita, modificare il nostro modo di guardare il mondo e persino suggerirci la possibilità di diventare qualcun altro.

Un film poetico e delicato, capace di commuovere senza mai essere stucchevole e di raccontare, con grazia e ironia, il potere della letteratura e il desiderio universale di libertà.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026 by

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2026 by

Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026 by

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Presto sui vostri kindle: L’Imperatrice dei Mari di Shanmei

24 agosto 2026 by

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026 by

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026 by

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.