:: DELITTO A BORDO DEL GIAVA in navigazione per la Cina: Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa, il mio bestseller

20 luglio 2026 by

DELITTO A BORDO DEL GIAVA in navigazione per la Cina: Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa uscì il 18 giugno del 2020, sei annifa, se vogliamo appena iniziata la Pandemia e tutt’ora risulta il mio bestseller, quello con più recensioni tra l’altro, e non tutte positive. Acquisti per lo più dall’Italia, ma anche dalla Francia e dagli Stati Uniti in cartaceo. E io mi chiedo perchè? Non capisco davvero perchè; è una storia ambientata su una nave, la Cina non la si vede ancora, è un mistero, se avessi dovuto puntare avrei detto “Lo strano caso del missionario scomparso”, il secondo della serie di sette novelle, a mio avviso molto più bello, e invece no, continua a vendere questo. Non che sia brutto intendiamoci ma è una storia claustrofobica, con pochi personaggi, senza distese di vegetazione, templi, etc… Una nave per giunta con a bordo cavalli e intorno il mare. E’ un mistero che non so spiegarmi, da narratore intendo. Alcuni dicono per via del prezzo, solo 2,99 Euro, va beh ho messo un prezzo popolare al primo volume perchè faccia da volano anche agli altri, ma non credo sia questo, perlomeno non solo questo. Gli ebook ormai costano dai 9.00 ai 10.00 Euro e gli altri della serie li ho tenuti bassi a 4,99 Euro. Sì sono storie brevi, ma complete volendo li si possono leggere anche slegati, o in progressione come saga. E dunque perchè questo attira così tanto? Non faccio pubblicità, qualche articolo, sporadico, sul mio blog, qualche post su Facebook, ma niente pubblicità a pagamento. Avevo sentito un editore e valutavo di presentarglielo, un piccolo editore non pensate subito a Mondadori o altro e mi ha chiesto bene è il tuo best seller, pensi abbia esuarito tutti i suoi lettori o pensi ci sia ancora un bacino di utenza. E chissà. Non lo so davvero. Con editore avrei altro genere di lettori, ma l’editoria tradizionale non ama tanto la narrativa breve, dovrei aggiungerci anche una seconda novella. Non so davvero, certo ne parlerebbero i blog, forse anche i giornali, come self ho un muro, ma sono titubante. Forse dovrei scrivere storie nuove, il tenente Bianchi è storia passata, è una parentesi della mia vita ormai conclusa. Non penso ci ritornerò anche se mi hanno consigliato di estendere le novelle in romanzi, usare le novelle come bozze di scrittura. Ma non so adesso penso ai pirati sul Mar della Cina, sono impegnata in quelle ricerche. Resta comunque il mistero, a cui forse non ne verrò mai a capo. Shan::

:: Domenica di Georges Simenon (Adelphi Milano 2026) a cura di Valerio Calzolaio

19 luglio 2026 by

Bastide, ai piedi del massiccio dell’Estérel, Costa Azzurra e relativo entroterra, Mediterraneo. Una domenica di fine maggio al termine degli anni Cinquanta. Émile Fayolle si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire; gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente. Ha preso da tempo la sua decisione, da undici mesi ha previsto molto e preparato tutto per quel giorno, ora è arrivato. Da anni era in corso una partita conflittuale con la bionda moglie Berthe Harnaud, probabilmente addirittura dal momento della conoscenza (andavano a scuola insieme, lei due anni più grande e gran lettrice) e poi dall’inizio della relazione. Si erano frequentati pochissimo, lui (originario della Vandea) apprendista cuoco, lei con i genitori in un ristorantino ristrutturato nei pressi di Cannes. Nemmeno ventenne va a fare lo chef da loro. Progressivamente, capiscono che conviene a entrambi sposarsi; Berthe è di fatto la padrona (c’è anche un contratto di mezzo, con la madre quando il padre muore), forse innamorata; Émile il dipendente che si occupa dell’ottima essenziale cucina, abbastanza estraneo all’amore; non si sa per colpa di chi comunque figli non arrivano. Trascorrono anni: lui si sente comprato, deve pensare solo a cucinare bene, va solitario a pesca e gioca a bocce, frequenta prostitute in riva al mare, si lega a una 32enne turista inglese (che, dopo aver fatto sesso di nascosto, viene cacciata dalla moglie), imbastisce per tre anni una stabile relazione affettiva con la giovane silenziosa cameriera Ada (neanche maggiorenne e forse con un ritardo cognitivo). Émile matura vieppiù che deve liberarsi di Berthe, ci pensa di continuo, pianifica come riuscirci senza lasciare tracce, sperimenta e alla fine tenta. Perché no, visto che entrambi sanno che la partita è aperta?

Anche questo romanzo è una prova d’autore, giallo a proprio modo, con sorpresa finale. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi dal 1985 sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti, questo romanzo era inedito e risale all’estate 1958. La narrazione è in terza al passato, quasi una scena teatrale fissa sull’ossessionato semplice protagonista, sui suoi ricordi, sull’evoluzione di pensieri e propositi, intervallati da brevi rari dialoghi con gli altri personaggi. Inizia e finisce quella fatidica mite assolata domenica (da cui il titolo), in quelle zone di fatto era già piena estate da decenni: “in gioco non erano più le cause, i moventi, ancor meno le scuse. Era una questione di vita o di morte che andava risolta fra lui e Berthe”, uno dei due deve vincere. Émile ha continuato a dormire con la moglie, è riuscito a non far mandare via la “zingara” Ada, che dorme sopra in un’angusta mansarda e lo incontra remissivamente al Casolare. In copertina un paesaggio svizzero (dipinto nel 1923), che rende l’idea dell’appetibile locale La Bastide (in Provenza): piatto consigliato il risotto ai calamari. Vini locali, spesso rosé.

:: Ken Greenhall, L’accompagnatrice (Adelphi 2026) a cura di Emilio Patavini

19 luglio 2026 by

A maggio di quest’anno Adelphi ha pubblicato la prima edizione italiana de L’accompagnatrice di Ken Greenhall, l’autore americano riscoperto con l’uscita, lo scorso settembre, di Elizabeth (di cui mi sono occupato sull’Indice dei libri del mese). Apparso per la prima volta nel 1988 come The Companion, può essere ascritto allo stesso filone di Elizabeth, definito dall’autore stesso un romanzo dell’innaturale (prendendo il termine innaturale come personale declinazione del soprannaturale), anche se occorre chiarire sin da subito che questo nuovo titolo di Greenhall non ha lo stesso mordente narrativo del suo romanzo di esordio. Da un confronto tra i due romanzi, L’accompagnatrice risulta sicuramente più sottotono, complice una narrazione meno intrigante. Il prossimo titolo in preparazione, Hell Hound (1977), da cui è stato tratto il film Baxter (1989), si preannuncia una lettura più interessante.

Venendo alla trama, Jillian Cole si è appena trasferita a Serena, una cittadina di provincia nell’Iowa, nel cuore del Midwest americano. Insieme a lei vive il padre cieco, appassionato di musica jazz e dotato, a quanto si dice, di poteri taumaturgici. Jillian lavora come accompagnatrice, prendendosi cura di donne fragili e anziane. La sua nuova assistita, Elizabeth Dobb, vive in una grande casa ed è la ricca matriarca di una famiglia che oggi si definirebbe disfunzionale, composta da due figli gemelli, David ed Eva, e da una nipote, Shirley. Jillian e il padre hanno due doni opposti: mentre lui sembrerebbe in grado di guarire i malati con l’imposizione delle mani, la protagonista non è solo un premuroso angelo custode, ma anche un agognato angelo della morte che, quando l’ora si avvicina, pone fine alle sofferenze delle donne con cui entra in contatto emotivo. L’ombra del passato sembra però seguirla nei suoi spostamenti e darle la caccia, sulla falsariga della vecchia filastrocca inglese di “Jack and Jill” (due nomi non a caso).

Ancora una volta Greenhall si cela dietro una voce narrante femminile, consapevole della propria conturbante femminilità, ma anche capace di trasmettere il senso del sinistro e del torbido. Ancora una volta il romanzo è sospeso tra le due pulsioni freudiane di eros e thanatos: Jillian instaura un legame speciale, «spirituale» (p. 153), con le sue datrici di lavoro, e dalle sue parole traspare non solo il suo ruolo di psicopompo, ma anche una certa tensione erotica. Proprio come in Elizabeth, seppure in maniera meno convincente, si tratta di una protagonista ambigua, al punto che il lettore è portato a dubitare del suo racconto e a chiedersi se la voce narrante sia veramente affidabile o se quanto legge non sia altro che il frutto dei deliri di una psicopatica, di una «aberrazione psicologica» (p. 186), che ci restituisce solo una versione distorta della realtà. Torna a essere presente la morbosità che si può riscontrare in Elizabeth, anche se qui in misura più preponderante e – a mio avviso – ingiustificata. A differenza del romanzo d’esordio di Greenhall, non troviamo propriamente atmosfere gotiche, ma al massimo qualche presagio inquietante e rivelazioni di segreti di famiglia tenuti nascosti in soffitta. Anche se le due opere, come abbiamo visto, condividono i medesimi stilemi, ne L’accompagnatrice la riflessione è incentrata su temi di respiro filosofico come la vita dopo la morte, la presenza dell’anima e la ricerca tormentata della felicità, ma anche sulle più delicate (e, se vogliamo, attuali) questioni del fine vita e dell’identità di genere.  

Ken Greenhall (1928-2014), nato a Detroit, Michigan, da genitori inglesi, lavorò come editor per l’Encyclopedia Americana e per la New Columbia Encyclopedia.

Source: inviato dall’ufficio stampa Adelphi, che ringraziamo.

:: Una modesta proposta

14 luglio 2026 by

A differenza di molti che sostengono di conoscere l’Iliade e l’Odissea come se le avessero lette direttamente in greco antico – o, meglio ancora, ascoltate dalla viva voce di Omero, se non addirittura di Zeus – io non mi considero un’esperta. Conosco però qualcosa delle opere derivate, degli archetipi, del mito e della sua continua riscrittura.

Ed è proprio per questo che mi chiedo: perché demolire o incensare un’opera artistica – perché di questo si tratta, calmiamo gli animi – prima ancora di averla vista? Prima che sia arrivata nelle sale?

Christopher Nolan stesso, con una certa ingenuità ma anche con buone ragioni, si è posto il problema, temendo che molti avessero già emesso una sentenza di condanna ancor prima della prima proiezione. E, considerando gli investimenti che un film del genere richiede, la preoccupazione è comprensibile.

Io, se il portafoglio me lo permetterà, andrò a vedere questa tanto vituperata opera.

Elena è interpretata da un’attrice nera? E allora? È talmente bella che potrebbe essere fucsia, blu a pallini verdi o amaranto, e resterebbe comunque di una bellezza irraggiungibile per il 95% di noi. E sono persino generosa.

Elena di Sparta era davvero così come ce la immaginiamo? Forse Omero – o chiunque sia stato l’autore dei poemi secondo le varie ipotesi – la immaginava con boccoli dorati e pelle chiarissima. Forse no. C’eravamo per chiederglielo?

L’attrice, a quanto pare, ha anche pronunciato una frase poco felice accusando Omero di aver dato poco spazio alle donne. Può darsi che sia stato un passo falso. Ma prima di trasformare una dichiarazione in un capo d’accusa, forse varrebbe la pena considerare il contesto in cui è stata pronunciata.

E poi, davvero vogliamo ridurre Omero all’accusa di essere “contro le donne”? A causa di Circe? Delle Sirene? Delle Gorgoni? Delle Erinni? Personaggi che appartengono al mito e che sono, prima ancora che figure narrative, archetipi complessi, simboli, incarnazioni di paure, desideri e forze della natura umana.

Forse dovremmo semplicemente concederci il lusso di guardare un’opera d’arte in santa pace.

Se sarà una ciofeca, dopo averla vista potremo esprimere il nostro parere – richiesto o meno. Ma se fosse un capolavoro? Se aggiungesse una lettura contemporanea, persino radicale, del mito di Ulisse? Se, anziché parlarci dell’uomo di tremila anni fa, riuscisse a parlare dell’uomo di oggi?

Il mito, dopotutto, continua a vivere proprio perché ogni epoca lo riscrive.

Nel frattempo, buona visione a chi andrà al cinema. E a chi non ci andrà… liberissimo di farlo a me in tasca non entra niente.

:: Intervista a Giovanni Papaleo per Gente Distratta (Arpeggio Libero 2026) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2026 by

“Gente distratta” è il nuovo romanzo del’avocato di casa a Brescia, Giovanni Papaleo, uscito da poco per Arpeggio Libero. PDopo “Discanto” e “Fumo negli occhi”, questo nuovo romanzo presenta alcuni degli stessi personaggi, solo che sono raccontati durante la loro gioventù tra la Padova degli anni ’80, ai tempi dell’Università, passando per la Sicilia fino al presente, dove gli stessi protagonisti sono adulti. Il romanzo è un viaggio nella giovinezza dei protagonisti alle prese con amori, amicizie, spensieratezza, litigi ed esperienze che in alcuni di loro lasceranno segni indelebili. Un romanzo di formazione che scava nel passato e nella dimensione psico-emotiva dei personaggi, perchè sono le esperienze che i protagonisti vivono a renderli quello che sono da adulti, con pregi e difetti con i quali a volte si deve, prima o poi, fare i conti. Ne abbiamo parlato con l’autore Giovanni Papaleo

Benvenuto a Liberi di scrivere Giovanni. Perché hai deciso di creare una storia con protagonisti alcuni dei tuoi personaggi letterari dei primi due romanzi quando sono giovani? Perché sono ancora nella fase “dell’innamoramento” verso di loro – non mi sono ancora venuti a noia – e ho voluto dare ai personaggi un passato, un retroterra che ne spiegasse, anche se a posteriori, il loro destino futuro. L’esergo “Il passato è il prologo” , da La Tempesta, di Shakespeare, risponde esplicitamente alla Tua domanda.

Due dei protagonisti sono fratelli, come mai non riescono mai a superare il loro rapporto conflittuale? Senza voler spoilerare le storie dei due, ti potrei dire che da sempre sono stato attratto dai rapporti fra i gemelli monozigoti. Si racconta sempre del loro legame speciale, del fatto che, anche distanti, avvertano in contemporanea forti emozioni, sia positive che negative. Tomaso e Cesare sono in effetti legatissimi sino a che non si verificano due eventi, uno reale e l’altro frutto solo della volontà autoassolutoria di uno dei due, che li separano irrimediabilmente; troppo gravi sono state le condotte messe in atto. Non è detto, tuttavia, che nel loro futuro non si verifichi, se non una riappacificazione fraterna, una “pace armata”.

Quanto della spensieratezza che i personaggi hanno da giovani, resta loro anche da adulti? Spero che in “Discanto” e “Fumo negli Occhi” traspaia un certo comune modo dei personaggi principali di affrontare positivamente gli avvenimenti che si presentano loro. Cosa diversa naturalmente si deve dire per coloro che impersonano i villains.

Il romanzo si svolge in diverse località che immagino tu conosca bene, ce n’è una che a cui sei più legato rispetto  alle altre? Credo salti agli occhi il mio amore per la Sicilia, in particolare il ragusano: Scicli, Donnalucata, Ragusa Ibla, ovvero la terra d’origine di mio padre. E poi Padova, dove sono nato e cresciuto sino all’età di 34 anni. Stranamente, o forse no, il mio legame con lei si accresce sempre più da quando l’ho lasciata, nel 1998.

Quale è il personaggio a cui sei più affezionato e quello che ti ha creato maggiore difficoltà mentre pensavi la storia? Viola Salazar è sicuramente il personaggio per me più affascinante: unisce serietà e avventatezza; dolcezza e severità; capacità di fare la “cosa giusta”, ma anche di sbagliare alla grande. E’ insondabile, e non è detto che in una prossima storia ci sorprenda. Nel bene o magari nel male. Fulvio Callegari è stato invece quello più complesso da definire, lo accosto a Parsifal il Puro, colui che più degli altri si avvicinò al Sacro Graal, pur non impossessandosene, e solo perché “non chiese e non gli fu dato”, così contravvenendo al precetto del Vangelo “chiedete e vi sarà dato”

Come tua tradizione stilistica anche in “Gente distratta” ogni capitolo è abbinato ad un canzone. In base a cosa hai creato questa playlist? La si può ascoltare da qualche parte? Certo, la si ritrova su Spotify, cercandola col nome del romanzo, e lo stesso si può fare con le playlist di “Discanto” e “Fumo negli Occhi”. Alcuni capitoli hanno un legame col brano che gli dà il titolo, ad altri ho abbinato una canzone che in quel momento mi andava di ascoltare. In particolare Gente Distratta è dedicato ad un mio grande amico che non c’è più, Matteo, al quale piaceva moltissimo Lisa Stansfield, ed è per questo che ognuna delle cinque parti nelle quali è suddiviso il romanzo ha come titolo una delle sue canzoni.

C’è un po’ di atmosfera che richiama il giallo, ma  il raccontare la giovinezza mi ha fatto pensare più al romanzo di formazione. Confermi? Sì, te lo confermo, e qui ritorna il tema del verso di Shakespeare, Il passato è il prologo, perché è negli anni dell’adolescenza e poi della giovinezza, anzi, ancor prima, nell’infanzia, che si delinea nel bene e nel male il modo personalissimo nel quale si interpreteranno i fatti e si reagirà al destino. Per rispondere compiutamente alla tua domanda, ti dirò che effettivamente anche in “Gente Distratta” vi è, in sottofondo, un sapore di libro giallo, ma molto meno presente che in “Discanto”, dove effettivamente vi era un’indagine per far luce sulla morte di un giudice, o in “Fumo negli Occhi”, dove si intrecciavano errori medici, trame di PM, diciamo così, non irreprensibili e furti di farmaci salva vita. Non è detto che il prossimo romanzo non ritorni ai temi del giallo classico.

Secondo te quanto le esperienze vissute in gioventù possono incidere sulla vita adulta dei personaggi letterari e nella vita quotidiana? Come ti dicevo, credo siano molto importanti. Con questo non voglio fare un discorso strettamente deterministico, ci mancherebbe, ognuno è artefice del suo destino, a prescindere, e anche a dispetto della mano di carte che si ritrova in dote alla nascita, dipende da ognuno. Credo che nelle vite, prima parallele e poi divergenti, di Tomaso e Cesare, questo tema sia evidente.

:: La casa nella prateria torna in TV, su Netflix una nuova serie ispirata alla saga letteraria di Laura Ingalls Wilder

9 luglio 2026 by

L’universo di La casa nella prateria, di cui ricordiamo il celebre serial statunitense degli anni ’70, sta per tornare sullo schermo. Dal 9 luglio debutta infatti su Netflix una nuova serie ispirata ai celebri romanzi autobiografici di Laura Ingalls Wilder, annunciata come una trasposizione particolarmente fedele dell’opera originale.

Per chi desidera (ri)scoprire la storia da cui tutto è nato, il catalogo Gallucci propone l’intera saga della scrittrice americana tradotta da Paola Mazzarelli, esperta di letteratura americana: un progetto editoriale ambizioso sviluppato nel corso di diversi anni e tuttora unico nel panorama editoriale italiano.

La collana è composta da tutti e nove i libri: La casa nella prateria; La casa nella prateria 2. Sulle rive del Plum Creek; La casa nella prateria 3. Sulle sponde del Silver Lake; La casa nella prateria 4. Il lungo inverno; La casa nella prateria 5. Piccola città del West; La casa nella prateria 6. Gli anni d’oro; La casa nella prateria 7 I primi quattro anni; La casa nella prateria. Nei Grandi Boschi del Wisconsin e infine La casa nella prateria. La storia di Almanzo.

Buona lettura, e buona visione!

:: Rivista Il Segno: In Cina il futuro della fede? e altre storie a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2026 by

Nel numero di luglio-agosto della rivista Il Segno del Sovrannaturale esce un articolo a firma della giornalista siciliana Daniela Distefano, in collaborazione con il reverendo padre Giuseppe Caponnetto, dal titolo: In Cina il futuro della fede? che ha catturato la mia attenzione, un po’ perchè parla di Cina, anche da un punto di vista storico, e io amo molto questo paese, un po’ perchè narra le apparizioni mariane in Cina nel 1900 durante la Rivolta dei Boxer, e non spesso se ne sente parlare. Mentre nel resto del mondo si sente parlare di crisi della fede, di chiese sempre più vuote, di giovani che si allontanano dalla religione, in Cina sta curiosamente avvenendo l’opposto. Mi riferisco alla religione cattolica, ma posso estendere al senso del sacro in genere. Forse non tutti sanno ma in Cina esistono due chiese distinte: una ufficiale, sotto il controllo del governo cinese, tollerata e se vogliamo istituzionalizzata, e una alternativa, perlopiù clandestina, a detta di molti perseguitata, che presta ubbidienza al Santo Padre, ovvero al Vaticano di Roma, ovvero a una struttura straniera fuori dal territorio cinese. Ma come si diffuse la fede, non solo cattolica, in Cina? E’ una lunga storia che ho approfondito nei miei studi e se vogliamo questo esula dall’articolo della Distefano, che presta maggiore attenzione al culto mariano cinese che si diffuse durante la Rivolta dei Boxer del 1900. Molte furono le apparizioni mariane testimoniate, molti i santuari che furono eretti, fervente il culto mariano arrivato fino a oggi. Nell’articolo si parla di questo sia da un punto di vista storico che sociale e antropologico. Il culto mariano in Cina è molto diffuso, forse più che da noi, sebbene il Partito Comunista cinese non l’incoraggi e non apprezzi gli assembramenti, oltre a professarsi ateo. Forse Nostra Signora di Sheshan è uno dei titoli più importanti con cui la Chiesa cattolica venera la Vergine Maria in Cina. Il nome deriva dalla collina di Sheshan, situata a circa 35 km a sud-ovest dal centro di Shanghai, dove sorge l’omonimo e celebre santuario, meta di costanti pellegrinaggi che le autorità cinesi non riescono a scoraggiare. Se vogliamo il maggiore punto di scontro tra governo cinese e chiesa cattolica avvenne in seguito alla canonizzazione di 120 martiri cinesi proclamata da Papa Giovanni Paolo II il 1°ottobre del 2000, che suscitò una dura reazione diplomatica da parte della Repubblica Popolare Cinese. Pechino accusò i missionari di essere spie e agenti dell’imperialismo occidentale, definendo l’evento un affronto alla sovranità nazionale. La principale accusa fu lo spettro del colonialismo, il governo cinese contestò aspramente il riconoscimento, sostenendo che i santi fossero collusi con le potenze coloniali dell’epoca e complici delle umiliazioni subite dalla Cina (inclusi gli eventi della rivolta dei Boxer). Il Papa respinse fermamente le critiche sostendo che la canonizzazione non era un atto politico contro lo Stato, ma il riconoscimento di virtù eroiche ed esempi di fede. Tuttavia la polemica creò serio imbarazzo nel dialogo con la Chiesa patriottica cinese, portando a frizioni con la Santa Sede che se vogliamo durano fino ai giorni nostri. Avendo studiato il periodo, e analizzato decine e decine di lettere di missionari per lo più francescani, oltre che gesuiti, ero giunta alla convinzione, sempre dopo lo studio dei documenti in mio possesso, che effettivamente questi martiri furono uccisi nel modo più barbaro per spregio alla fede. Per cui per il diritto canonico si può a pieno titolo definirli martiri. Questa era la mia tesi di fondo, contenuta nella mia tesi di laurea, e questa opinione la conservo fino a oggi, sebbene siano da precisare alcune cose: non tutti i convertiti cinesi erano sinceri, alcuni lo fecero per interesse, per avere privilegi, per fuggire al sistema penale e giudiziario cinese (in seguito all’extraterritorialità); i Boxer non erano degli assassini senza fede e morale, perlopiù avevano intenti sinceramente patriottici volendo fermare il cattivo influsso sul loro paese dovuto agli stranieri, e le Guerre dell’Oppio, e le ripercussioni della diffusione di questa droga in Cina non furono da sottovalutare. Ci sarebbe ancora da approfondire l’argomento, da analizzare i resoconti cinesi, etc.. insomma ancora c’è molto lavoro da fare, ma le storie dei martiri sono strazianti, molti missionari vennero uccisi nei modi più barbari che fanno impallidire noi occidentali. Tornando all’articolo in questione è molto serio e ben documentato e avvicina molti a queste tematiche di strettissima attualità. Se vi capita leggetelo.

:: The dinner party di Freida McFadden (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

8 luglio 2026 by

Freida McFadden ci sorprende perché stavolta decide di abbandonare il terreno del thriller psicologico tradizionale per cimentarsi in un insolito esperimento narrativo. The Dinner Party non è infatti un romanzo da affrontare seguendo il classico percorso dalla prima all’ultima pagina. È piuttosto un gioco letterario, un omaggio ai noti libri “Scegli la tua avventura”, nel quale il lettore smettendo  di essere solo uno spettatore, diventa il protagonista della storia.
La premessa è semplice ma indispensabile. L’eroina si trova in una disperata situazione: senza denaro, con l’affitto diventato impossibile da pagare e lo spettro dello sfratto sempre più vicino. Poi l’offerta di un amica sembra piovere dal cielo: dovrebbe fare la cameriera durante una cena privata organizzata in una villa isolata sulle montagne di Peyton’s Peak.
Il compenso offerto è talmente generoso da apparire quasi irreale. E proprio questo squilibrio alimenta fin dall’inizio un senso di inquietudine. Se il guadagno è così elevato, il prezzo da pagare sarà solo una serata di lavoro?
Da questo momento tuttavia la storia comincia a cambiare continuamente direzione. E a decidere invece dell’autrice, sarà lettore. Accettare l’incarico oppure rinunciare? Fermarsi per aiutare un autostoppista o proseguire? Imboccare una strada o un’altra? Ogni scelta fatta cambierà radicalmente il corso degli eventi, dando vita a differenti percorsi e a tanti finali possibili. Andando avanti, più che leggere un romanzo, pare di partecipare a una sorta di escape room costruita sulla carta, dove ogni decisione può trasformarsi nella chiave della salvezza oppure nell’anticamera del disastro.
Freida McFadden si diverte a giocare con i cliché del thriller e dell’horror, mescolando suspense, ironia e situazioni volutamente sopra le righe. L’atmosfera si mantiene leggera anche quando il racconto imbocca sentieri decisamente inquietanti. Il registro non segue mai il realismo assoluto, scegliendo subito il gusto del paradosso, dell’assurdo e del continuo colpo di scena. Impostazione che rende la lettura veloce e coinvolgente, evidentemente per chi accetta in partenza di lasciarsi trascinare senza pretendere rigorosa coerenza narrativa.
L’ambientazione contribuisce all’ insieme. La villa sperduta tra le montagne, le strade deserte, il bosco, la sensazione di isolamento e la presenza di enigmatici personaggi fomentano un costante clima di sospetto. Ogni incontro sembra nascondere un pericolo e ogni bivio diventa motivo di dubbio. Il lettore è costantemente portato a chiedersi quale decisione possa evitare il peggio, salvo poi puntualmente scoprire di avere sottovalutato qualcosa.
Naturalmente un congegno di questo tipo comporta dei limiti. La necessità di costruire numerosi percorsi alternativi impedisce di approfondire davvero personaggi e situazioni. Alcuni sviluppi saranno inevitabilmente più convincenti di altri, mentre certi finali appaiono rapidi troppo improvvisi? L’equilibrio fra le varie diramazioni non sempre è perfetto e capita di imbattersi in episodi francamente improbabili. Tuttavia tali difetti appaiono secondari rispetto al contesto della storia, pensato soprattutto per divertire e stuzzicare la curiosità di esplorare le innumerevoli possibilità offerte al lettore/giocatore.
Chi già conosce Freida McFadden ritroverà il gusto per i continui ribaltamenti di prospettiva, pur inseriti in un progetto tanto diverso dai suoi più celebri thriller. Qui l’indagine psicologica passa in secondo piano, sostituita dal gusto della scoperta e dalla continua tentazione di tornare indietro per verificare cosa sarebbe potuto accadere scegliendo un’altra via.
The Dinner Party rappresenta quindi un esperimento narrativo destinato a dividere i lettori. Chi cerca un thriller classico, costruito attorno a un intreccio solido e a personaggi complessi, potrà senz’altro restare spiazzato. Magari quasi arrabbiarsi. Mentre, chi conserva ancora il ricordo dei libri interattivi dell’infanzia o vuole semplicemente vivere un’esperienza diversa dal solito, magari lo troverà un passatempo originale, ricco di humour nero, tensione e imprevedibilità. Non è il migliore libro dell’autrice né il più ambizioso, ma possiede una qualità: trasforma la lettura in un gioco, dimostrando che può essere divertente, ogni tanto, smettere di seguire una storia e provare a sceglierla.

Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina e The Dinner Party.

:: Costruttori di Pace. Essere testimoni di fede, amore e unità di Papa Leone XIV (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2026 by

Il primo anno di pontificato di  papa Leone XIV si è manifestato nella sua virulenza di avvenimenti sconvolgenti. Mentre l’Italia traballa tra amoralismo, mollezza, sonno spirituale, il mondo si addenta una porzione di vitalità terrestre e stringe tra i denti le armi e la desolazione. Da ultimo, le calamità -come il terremoto in Venezuela – cancellano ogni istinto di svogliatezza terrena: chi persiste nella Verità vive un altro modo di abitare il mondo e forse, preso dalle estasi dello Spirito Santo,  abbraccia le Croci con la dolcezza della più agognata sopportazione. In fondo, il peso che dobbiamo patire per il Signore è leggero, il carico viene dalla mole delle nostre nefandezze oramai spazzatura per Dio che cerca di riciclare quello che sembra essere votato alla distruzione, cioè il Creato.

Ma gli eletti salveranno la Terra, non l’ecologia sostenibile solamente…

Papa Leone incoraggia, sostiene, ammonisce, grida col cuore perché è di indole mite e i miti non straparlano o urlano ai lupi.

Questa antologia di scritti raccoglie discorsi, le omelie e i messaggi ritenuti maggiormente utili a delineare la sua fisionomia nel suo primo anno di Missione cristiana. Il suo, si è distinto  – per l’appunto – come un cammino silenzioso, senza clamori, all’insegna della giusta misura in tutto, con dei tratti agostiniani di colleggialità, unità e carità fraterna. Su tutto il suo magistero c’è il primato dell’annuncio del Vangelo, ossia la predicazione della bellezza della fede che vive di carità.

Per questo ha esortato anche i vescovi a uno slancio rinnovato nella trasmissione della fede, ponendo Gesù Cristo al centro, sulla strada indicata dall’Evangelii gaudium, aiutando le persone a vivere una relazione personale con lui, per scoprire la gioia del Vangelo. Per il Sommo Pontefice occorre portare Cristo nelle “vene” dell’umanità, rinnovando e condividendo  la missione apostolica: << Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi>>. Accanto a Gesù ci sarà sempre Maria, rappresentata nello stemma pontificio dalla purezza del giglio. Infine, lo Spirito Santo perché con i suoi doni, apra le frontiere dei nostri cuori chiusi e atrofizzati nell’egoismo e nella paura, iperconnessi ma sempre più soli, incapaci di creare dentro di noi spazi e relazioni con gli altri.

Con l’universalità della Chiesa, a 1700 anni dal primo Concilio ecumenico di Nicea (325), si impone con particolare forza e urgenza il tema dell’unità dei cristiani.

Ogni parola di Papa Leone è un appello a riscoprire la comune vocazione alla pace. Sono chiamate in causa  le responsabilità degli Stati e dei governi che non possono rimanere insensibili di fronte a tanti orrori delle guerre, ma devono reagire e prendere una posizione ferma.

Sin qui il generale (nazioni, governi, organizzazioni di promozione della Pace e la Salvezza del Creato)  ma la voce di Papa Leone si è fatta udire anche nel particolare: la chiesa non può prescindere dal tornare a parlare con forza di famiglia e di matrimonio cristiano, <<il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo>>.

Senza una famiglia non c’è futuro, essa non  è un luogo di passaggio, dove si entra e si esce a piacere, ma è il crocevia al quale tutte le strade convergono sia sul piano umano sia ecclesiale.

Nel Discorso alle associazioni e ai movimenti ecclesiali del  6 giugno 2025, il Sommo Pontefice afferma: “Nella volontà di associarsi, che ha dato origine al primo tipo di aggregazioni, troviamo una caratteristica essenziale: nessuno è cristiano da solo!

Siamo parte di un popolo, di un corpo che il Signore ha costituito. Sant’Agostino, parlando dei primi discepoli di Gesù, dice: << Erano diventati certamente tempio di Dio, e non lo erano diventati come singoli ma tutt’insieme erano diventati tempio di Dio>>.  I carismi, invece, <<sono distribuiti liberamente dallo Spirito Santo affinché la grazia sacramentale porti frutto nella vita cristiana in modo diversificato e a tutti i suoi livelli>>.

La missione ha segnato la mia esperienza pastorale e ha plasmato la mia vita spirituale. Anche voi avete sperimentato questo cammino. Dall’incontro con il Signore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri.  E avete coinvolto tante persone, dedicato molto tempo, entusiasmo, energie per far conoscere il Vangelo nei posti più lontani, negli ambienti più difficili, sopportando difficoltà e fallimenti. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario”.

Nel Discorso ai vescovi in occasione del loro Giubileo del 25 giugno 2025, si prende spunto dall’esempio di vescovo ideale per approdare alla fisionomia del cristiano fedele sulla Terra:

Il vescovo è uomo di fede. Per dare testimonianza al Signore Gesù, il pastore vive la povertà evangelica. Ha uno stile semplice, sobrio, e generoso, dignitoso, e nello stesso tempo adeguato alle condizioni della maggior parte del suo popolo. Le persone povere devono trovare in lui un padre e un fratello, non sentirsi a disagio nell’incontrarlo o entrando nella sua abitazione. 

Egli è personalmente distaccato dalle ricchezze e non cede ai favoritismi sulla base di esse o di altre forme di potere.

Il vescovo non deve dimenticare che, come Gesù, è stato unto di Spirito Santo e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri.

Insieme alla povertà effettiva, il vescovo vive anche quella forma di povertà che è il celibato e la verginità per il Regno dei cieli. Non si tratta solo di essere celibe,  ma di praticare la castità del cuore e della condotta e così vivere la sequela di Cristo e offrire a tutti la vera immagine della Chiesa, santa e casta nelle membra come nel Capo.   Siamo tutti invitati ad imitarlo nella sua condotta, anche gli sposati, anche chi non ha una vita consacrata in senso stretto.

Nella sequela dei suoi predecessori, anche Papa Prevost lotta per porre fine allo scandalo della fame.

La Chiesa incoraggia tutte le iniziative volte a porre fine allo scandalo della fame nel mondo, facendo propri i sentimenti del suo Signore, Gesù, il quale, come narrano i Vangeli, nel vedere che una grande folla si avvicinava a Lui per ascoltare la sua parola, si preoccupò prim di tutto di darle da mangiare e per questo chiese ai suoi discepoli di farsi carico del problema, benedicendo con abbondanza gli sforzi compiuti.

Oggi  assistiamo desolati all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame la popolazione è un modo molto economico di fare la guerra.

Per questo oggi, quando la maggior parte dei conflitti non viene combattuta da eserciti regolari, ma da gruppi di civili armati con scarse risorse, bruciare terre, rubare il bestiame, bloccare gli aiuti, sono tattiche sempre più utilizzate da quanti intendono controllare intere popolazioni inermi.

E’ giusto lottare e soprattutto pregare per una diversa distribuzione della terra.

Questa raccolta potrebbe sembrare un assembramento di discorsi sulla pervasività dei Mali del pianeta, ma non mancano i riferimenti al mondo vero che ci attende dopo la morte, all’insegnamento dei santi.

Il Papa ricorda una donna che, con la grazia di Dio, ha saputo scegliere. Una ragazza coraggiosa e controcorrente: Chiara d’Assisi.

Sappiamo che San Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli! Chiara ha capito che cosa chiede il Vangelo.  Allora, come oggi, bisogna scegliere! Chiara ha scelto. E questo ci dà una grande speranza. E’ una santa imitazione: non si diventa <<fotocopie>>, ma ognuno – quando sceglie il Vangelo – sceglie se stesso. Perde se stesso e trova se stesso. Preghiamo dunque per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o se stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come santa Chiara d’Assisi, ha il coraggio di abitare diversamente la città. La cura del creato, diventa una questione di fede,  di umanità e anche di Cielo che ci attende.

:: Rosso Panarea di Francesco Musolino (Edizioni e/o, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

6 luglio 2026 by

Panarea, Lipari ed Eolie, prevalentemente. Settembre 2025. Sabato sbarca sulla più piccola isola dell’arcipelago (la più antica geologicamente) una famosa bellissima modella diciannovenne fiorentina, Alice Conti in arte Amodie, capelli biondi e occhi verdi, viso acqua e sapone, un metro e sessantotto per cinquantacinque chili; una minicar elettrica la conduce all’albergo a cinque stelle La Plage. A bordo dello stesso aliscafo scende per ultimo un ragazzo abbastanza “invisibile” che ha lì trovato lavoro stagionale e frequenta forum incel sul deep-fake, va al B&B che ha prenotato. Amodie deve partecipare come protagonista alla Sfilata sotto le stelle, l’evento benefico serale e notturno al Pelagia Club. Conquista tutti: abito rosso e sguardo fiero. Prima di lasciare il party si dà appuntamento per la colazione della domenica con una nota influencer che poche settimane prima aveva subito un’aggressione misogina, la gender fluid 25enne Fatimah Boufal, capelli nerissimi e figura androgina, incarnato scuro e occhi all’orientale. Il concierge avvisa Fatimah che la modella non è tornata, non risponde alle telefonate del suo manager, più tardi che ha bucato pure l’appuntamento con il driver che doveva portarla al molo per imbarcarsi alle 13. Fatimah chiama l’amico ispettore 33enne Giorgio Garbo a Lipari, ma possono fare poco. Il lunedì mattina presto Amodie viene ritrovata morta sulla spiaggia. Il bel Garbo mette piede a Panarea per la prima volta in vita sua, ‘U milanesi, biondo e baffuto, occhi cerulei tendenti all’azzurro e sguardo triste, che amerebbe metropoli e palazzi, montagna e sci. Scopre che la vice Milena Russo è già all’opera. Poi arrivano anche il pubblico ministero palermitano Barbera e l’anatomopatologo messinese Raffa. La coltellata mortale è arrivata da un mancino. Eppure da quelle parti in genere non accade mai nulla di giallo o noir, ribadisce il sessantenne commissario Rino Laganà! Così, la notizia finisce sui giornali nazionali. Madre e figlia della vittima riconoscono il corpo. Ben presto si capisce che c’è lì in giro un mitomane assassino che può colpire ancora. Il giornalista culturale e scrittore Francesco Musolino (Messina, 1981) prosegue la recente bella carriera di romanziere, qui la seconda avventura della serie dedicata a Garbo e alle Eolie (da cui anche il titolo), protagonista il nordico milanese golden boy della polizia, forzatamente trasferito al caldo del sud insulare. Giorgio non era mai stato in Sicilia, prende nemmeno duemila euro al mese, veste comunque elegante; è poco tecnologico e appunta tutto (nomi e luoghi) sulla Moleskine, tifa Milan, fuma di continuo i sigari (Toscanello); addestra un fisico asciutto, porta i capelli pettinati all’indietro e curati baffetti; da un anno una cicatrice sulla coscia destra lo fa leggermente zoppicare quando s’affatica, ha lasciato la Guzzi V7 classic in Lombardia; talora s’ubriaca da solo con la vodka liscia, soffre per una recente brutta storia familiare ormai alle spalle dopo un’infanzia abbastanza felice e benestante (poi padre interista ludopatico ricoverato che lo chiama spesso, madre in giro, fratello tossicodipendente). Gli ritroviamo accanto molti dei pensati personaggi che avevamo già incontrato a Lipari. Il tema è l’ideologia incel (involuntary celibate, celibe involontario), che consente forse ad alcuni maschi “invisibili” di dare senso ai propri disturbi legittimando la violenza come necessaria, da praticare o almeno da evocare o incitare. La narrazione è in terza varia al passato, prevalentemente su Garbo; riguarda circa una settimana di complicate indagini con un ulteriore sequestro (trenta capitoli con una breve frase in esergo per ciascuno); due schizzi iniziali di mappe delineano l’arcipelago a nord est della Sicilia e l’isola più piccola con a fianco scogli e isolette sotto Stromboli. Giorgio ama molto Gaber, Paolo Conte, Mina e, ovviamente, Jannacci.

Francesco Musolino (Messina, 1981) è giornalista, scrittore e podcaster. Collabora con Libero, La Stampa, L’Espresso, Gazzetta del Sud. Nel 2019 ha pubblicato il romanzo L’attimo prima (Rizzoli), seguito dal saggio Le incredibili curiosità della Sicilia (Newton Compton, 2019) e dal libro per ragazzi Miti e storie del mare (La Nuova Frontiera Junior, 2023). Per E/O ha firmato i noir mediterranei Mare mosso (2022, Selezione Premio Scerbanenco), Giallo Lipari (2025) e Rosso Panarea (2026). Collabora con la Scuola Holden ed è l’ideatore del progetto non profit @Stoleggendo, nonché TEDx speaker.

:: Visioni di cinema: Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter

4 luglio 2026 by

Parodia caciarona di tutti gli action movie statunitensi con eroe nerboruto alla Silvester Stallone o alla Arnold Schwarzenegger, anche se Kurt Russell (il “quasi” protagonista Jack Burton) per tutto il film si è ispirato burlescamente agli eroi portati sullo schermo dal mitico John Wayne e John Carpenter inizialmente pure ne voleva fare un western, (chissà che film meraviglioso sarebbe stato), Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China, 1986) di cui quest’anno cade il quarantennale, è uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e sono diventati cult dopo un (quasi) flop al botteghino. A dimostrare che non sempre si è compresi dai propri contemporanei e se vogliamo il successo arriva dopo, ed è a volte spropositato. Non che non sia un film fantastico, ma non fu prodotto per diventare una colonna portante del cinema d’azione, si un bel budget ci fu, ma non così tanto come ci si aspetterebbe.  

Qui, genialata di Carpenter, l’eroe è un cinese Wang Ci (Dennis Dun), che salva capra e cavoli, a cui rapiscono la fidanzata che ha la sfortuna di avere gli occhi verdi, cosa che serve a uno stregone dannato per rompere la maledizione che lo perseguita, ma alt fermo immagine tornate indietro e rileggete ciò che ho scritto. Non so voi dove eravate negli anni 80, o anche prima, nel cinema hollywoodiano classico e meno classico, i cinesi, o gli asiatici tutti per meglio dire facevano i camerieri o erano tradizionalmente i cattivi della storia, il nemico atavico, il pericolo giallo.

Al massimo leggetevi “Tutte le indagini di Charlie Chan” di Earl Derr Biggers in cui Il protagonista è un brillante ispettore di polizia di origini cinesi, noto per il suo ingegno, i proverbi e il metodo deduttivo basato su sette virtù (cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà e prudenza). E correlati film. Ma insomma un cinese eroe di un film d’azione hollywoodiano non si era mai visto. E questo se vogliamo fu il motivo principale perché subito non fu accolto, e il pubblico si trovò sconcertato e un po’ offeso. Non che Kurt Russell interpreti una parte di un americano scemo e disprezzabile, anzi precorre i tempi è amico di Wang Ci, lo aiuta per quanto può travestendosi anche da cliente di bordello, (dai in quelle scene con gli occhiali fa ridere da matti) a liberare la sua bella, prigioniera del cattivissimo David Lo Pan (James Hong), ma non è l’eroe, anzi quando infuria la battaglia finale spara al soffitto e gli cadono i cocci in testa e crolla K.O, strappando una risata al pubblico. O se un gesto azzeccato lo compie nel finale, che non vi spoilero, lo fa quasi per sbaglio, quasi scusandosi.

È insomma un personaggio buffo, anche tenero, un finto duro dal cuore d’oro. Un buono certo ma non un eroe classico che sgomina da solo tutti i malvagi. Qui gli eroi sono altri, Wang Ci innanzitutto, Egg Shen (Victor Wong) il mago buono con forze magiche comparabili a quelle del cattivissimo Lo Pan, che nella vita fa il guidatore di corriere per turisti per Chinatown, pure una donna la bella Gracie Law (Kim Cattrall). Meriterebbe un saggio questo film, e non è detto che non lo scriverò, per ora vi basti sapere che è un film adatto a tutti, anche ai bambini, coniuga azione, avventura, commedia, arti marziali, un po’ di horror, magia taoista e leggende cinesi che ispirarono la materia tutta inventata della narrazione. Se vogliamo è più un omaggio al cinema fantasy di Hong Kong i cui echi proprio in quegli anni stavano arrivando in Occidente. Manca Jackie Chan, se lo contattarono o no per il film non so, ma per fare il suo ingresso in grande stile a Hollywood dobbiamo aspettare Rush Hour nel 1998.

Compositore, musicista oltre che regista Carpenter scrisse anche le musiche del film assieme ad Alan Howarth.

Una curiosità: ha 97 anni ma è vivo e vegeto James Hong, il terribile David Lo Pan, avrà scoperto l’elisir taoista di lunga vita. Buona visione!             

:: Morellini Editore arriva in Spagna

3 luglio 2026 by

Una notizia di sicuro interesse, almeno per me, è che Morellini Editore approda in Spagna con il marchio Morellini Ediciones. Un nuovo passo nel percorso di crescita internazionale della pregevole casa editrice milanese. L’ingresso nel mercato spagnolo avviene grazie a un accordo di distribuzione con Interleo, siglato recentemente a Madrid per la commercializzazione del catalogo.

Il debutto di Morellini Ediciones sarà affidato a Femenino Singular, una collana di biografie narrative dedicata a donne straordinarie che hanno lasciato un segno profondo nella cultura, nella scienza, nell’arte e nella società.

La collana, diretta dalla scrittrice Sara Rattaro insieme alla scrittrice e docente Anna Di Cagno, racconta attraverso la narrativa biografica le vite di donne che hanno lasciato un segno nella storia, spesso senza ricevere il giusto riconoscimento. Tra le protagoniste figurano Mary Shelley, Marie Curie, Anna Politkovskaja, Gala Éluard Dalí, Lucia Bosè e Alicia Rovira Arnaud.

Elemento distintivo del progetto è l’Extended Book, un innovativo formato editoriale che arricchisce ogni volume con contenuti digitali esclusivi dedicati alla protagonista, ampliando l’esperienza di lettura.

Il primo titolo pubblicato da Morellini Ediciones in Spagna è Raffaella Carrà. La chica perfecta, della giornalista RAI Adriana Pannitteri, dedicato all’icona della cultura popolare italiana e spagnola in occasione del quinto anniversario della sua scomparsa.

Con questa iniziativa, Morellini Editore rafforza la propria presenza internazionale, portando in Spagna una collana caratterizzata da una forte identità culturale e da un approccio editoriale innovativo.