:: Visioni di cinema: Balzac e la piccola sarta cinese di Dai Sijie

29 agosto 2026 by

Tratto dall’omonimo romanzo semi-autobiografico di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese è anche un film del 2002 diretto dallo stesso autore del libro e presentato nella sezione Un Certain Regard al 55° Festival di Cannes. È un’opera deliziosa, commovente e divertente, attraversata da una vena poetica e da una malinconia delicata, che parla di amore, amicizia, libertà e, soprattutto, del potere straordinario che i libri possono avere nel cambiare la vita di chi li legge.

Ambientato nella Cina maoista durante gli anni della Rivoluzione culturale, in un piccolo e pittoresco villaggio di montagna del Sichuan, il film racconta la giovinezza di due ragazzi, Ma e il suo migliore amico Luo, entrambi mandati in montagna per essere “rieducati” secondo i principi del regime comunista. Provenienti da famiglie di estrazione borghese e figli di medici considerati nemici del popolo, i due devono scontare la propria presunta colpa attraverso il duro lavoro nei campi e nella miniera, contribuendo, secondo la logica del regime, alla costruzione della nuova Cina del Compagno Mao.

In un ambiente fatto di privazioni, fatica, sporcizia e lavori massacranti, i due ragazzi scoprono però anche una realtà diversa da quella che il regime vorrebbe imporre loro. Incontrano infatti la Piccola Sarta, una bellissima e ingenua ragazza del villaggio, nipote di un sarto, che vive immersa in un mondo semplice e apparentemente lontanissimo da quello dei due giovani. Entrambi si innamorano di lei, dando vita a un delicato intreccio sentimentale in cui amicizia, desiderio, e amore finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. La ragazza, inizialmente affascinata soprattutto dai racconti che Ma e Luo le fanno, viene conquistata da quel mondo sconosciuto che i due riescono a evocare attraverso le loro letture.

Ed è proprio la letteratura il vero cuore del film. I due amici entrano in possesso di una valigia piena di romanzi occidentali, sottratti a Quattrocchi, un altro ragazzo mandato in quel campo di rieducazione. Tra quei libri ci sono soprattutto le opere di Balzac, ma anche altri grandi autori della letteratura europea. In una Cina in cui la cultura occidentale è considerata pericolosa e sovversiva, quei romanzi rappresentano per i protagonisti una finestra improvvisamente spalancata su un universo completamente diverso: un mondo fatto di sentimenti, passioni, libertà individuale, sogni e possibilità.

I libri diventano così una vera e propria forma di evasione dalla realtà oppressiva in cui Ma e Luo sono costretti a vivere. Ma non sono soltanto un rifugio: sono anche uno strumento di formazione e di emancipazione. Attraverso le storie raccontate nei romanzi, i ragazzi imparano a conoscere il mondo, ma soprattutto imparano a conoscere se stessi, i propri desideri e le proprie emozioni. E ciò che leggono finisce per trasformare anche chi li circonda, in particolare la Piccola Sarta, che grazie alla letteratura comincia a immaginare per sé una vita diversa, al di là dei confini angusti del villaggio e del ruolo che la società sembra averle assegnato.

Il film riesce così a raccontare con leggerezza una realtà storica tutt’altro che leggera. Sullo sfondo c’è infatti la violenza ideologica della Rivoluzione culturale, con la sua sistematica repressione della cultura, del pensiero individuale e di tutto ciò che poteva essere considerato estraneo ai principi del maoismo. Dai Sijie evita però di trasformare il film in una semplice denuncia politica: preferisce raccontare questa realtà attraverso gli occhi dei suoi giovani protagonisti, mescolando dramma, ironia, sensualità e poesia. Proprio questo equilibrio rende la storia particolarmente coinvolgente.

Accanto alla magia della letteratura, anche i paesaggi assumono un ruolo fondamentale. Le montagne del Sichuan, i sentieri, i villaggi immersi nella natura e gli scorci della Cina rurale sono di una bellezza quasi fiabesca e creano un forte contrasto con la durezza della situazione politica e con le condizioni di vita dei protagonisti. La natura appare libera e incontaminata proprio mentre gli uomini sono costretti dentro le rigide regole imposte dal regime. La splendida fotografia accentua ulteriormente questo contrasto, regalando al film immagini suggestive e contribuendo a trasmettere contemporaneamente la bellezza, la nostalgia e la malinconia che attraversano tutta la storia.

Balzac e la piccola sarta cinese è quindi un film sulla scoperta della libertà attraverso la cultura, ma anche una storia di formazione, di amicizia e di primo amore. È il racconto di come un libro possa diventare un oggetto rivoluzionario, capace di aprire una breccia anche nelle realtà più chiuse e oppressive. E forse è proprio questo l’aspetto più bello del film: l’idea che le storie che leggiamo non rimangano confinate sulle pagine, ma possano insinuarsi nella nostra vita, modificare il nostro modo di guardare il mondo e persino suggerirci la possibilità di diventare qualcun altro.

Un film poetico e delicato, capace di commuovere senza mai essere stucchevole e di raccontare, con grazia e ironia, il potere della letteratura e il desiderio universale di libertà.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026 by

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2026 by

Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026 by

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Presto sui vostri kindle: L’Imperatrice dei Mari di Shanmei

24 agosto 2026 by

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026 by

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026 by

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.

:: Una giornata a passo leggero di Jelena Lengold (Voland, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2026 by

Una giornata a passo leggero della scrittrice serba Jelena Lengold, tradotto da Elisa Copetti per Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo di notevole qualità letteraria che ci porta nella vita di uno scrittore di successo della Belgrado contemporanea, Isidor Kraus, cinquantenne, molto amato dai lettori e apprezzato da stuoli di donne, anche giovani, per il suo fascino dimesso e disincantato.

Arrivato a quel punto della vita in cui, inevitabilmente, si cominciano a fare bilanci, Isidor si accorge di non riuscire più a scrivere con la facilità di un tempo. O forse si accorge che il romanzo che vuole realmente scrivere — quello dedicato alla vita di suo padre, morto da poco — è l’unico che sente davvero necessario, invece di continuare a perdersi nei racconti di sé stesso e nella propria incapacità di costruire relazioni stabili, capaci di renderlo emotivamente completo e, forse, finalmente realizzato.

Ma cos’è la scrittura? E cos’è, davvero, la letteratura?

Sembra chiederselo Lengold, trasformando il romanzo in un’ampia e affascinante riflessione metaletteraria sulla capacità della letteratura non soltanto di scavare nel profondo delle anime, ma anche di curarle, in uno slancio salvifico che la avvicina alla musica e, più in generale, all’arte.

Ma la letteratura può davvero salvare?

Oppure le fratture del passato, i rapporti mai completamente risolti, le fughe attraverso le quali abbiamo cercato di rifugiarci per elaborare i lutti restano comunque lì, a incombere sulle nostre vite, anche quando crediamo di averle finalmente superate?

Isidor Kraus sembra cinico, disilluso. Non vuole che gli altri si aspettino più nulla da lui. Ma è una maschera, sedimentata negli anni in cui ha cercato di dimenticare un amore che lo ha segnato davvero, quello vissuto a diciotto anni, quando si ama in modo assoluto, senza egoismi e senza limiti.

E quell’amore, mai veramente dimenticato, torna improvvisamente nella sua vita attraverso alcune mail ricevute da un ipotetico lettore. Ne nasce uno scambio di botta e risposta al quale Isidor aderisce con riluttanza, fino a quando quell’uomo svela la propria identità: non è un anonimo lettore, ma il figlio di Irma, che ha bisogno del suo aiuto.

Sebbene il protagonista sia maschile, sono soprattutto le donne che ruotano intorno a lui a costruirne, in qualche modo, l’identità: Olga, la traduttrice; Maja, la giovane giornalista televisiva; Irma, l’amore della giovinezza; e la madre, morta troppo presto, quando Isidor era ancora adolescente.

Sono loro, con la loro presenza o con la loro assenza, la voce sommessa che arricchisce e insieme ferisce la vita di un uomo che ha trovato nella scrittura una via di fuga, un modo per difendersi dalle insidie del tempo e dai dolori della vita.

Lengold scrive con una grazia particolare, senza mai forzare il sentimento. C’è malinconia, ma non c’è compiacimento; c’è dolore, ma rimane quasi sempre sottovoce. Ed è forse proprio questa misura a rendere così intensa la storia di Isidor: la sensazione che dietro la sua ironia, dietro il suo disincanto e dietro la sua apparente capacità di non aver bisogno di nessuno, si nasconda un uomo che continua a fare i conti con ciò che ha perduto.

Poetico, delicato, sommesso, Una giornata a passo leggero è un romanzo sulla memoria, sull’amore, sulla perdita e sulla possibilità — forse illusoria, forse necessaria — che raccontare ciò che ci ha ferito possa finalmente aiutarci a comprenderlo.

Un romanzo bellissimo, luminoso, scritto da una delle voci più importanti della letteratura serba della sua generazione.

Jelena Lengold Nata nel 1959 a Kruševac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Vašarski Mađioničar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.

Elisa Copetti È una traduttrice friulana, docente di lingua serbo-croata presso l’Università di Udine. Ha tradotto svariati romanzi e opere teatrali di autori serbi e croati, vincendo nel 2008 il Concorso internazionale “Estroverso”, dedicato alla traduzione di letteratura per l’infanzia dalle lingue dell’est Europa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Polvere di Piksi di Barbi Marković (Voland, 2026), a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2026 by

Polvere di Piksi della scrittrice serba Barbi Marković, nella bella traduzione dal tedesco di Lucia Assenzi e pubblicato da Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo breve, brevissimo: appena cento pagine. Eppure, dentro questo spazio così esiguo, l’autrice riesce a far entrare un intero universo, luminoso e grottesco, tenero e assurdo, profondamente balcanico.

È un mondo fatto di contraddizioni, colori, suoni, umorismo e vitalità, un mondo attraversato dalle ferite della storia, dalle divisioni, dagli sgretolamenti e dalle tragedie che hanno segnato i popoli della ex Jugoslavia senza riuscire, però, a spegnerne la capacità di giocare, ridere, raccontare e trasformare persino il dolore in una forma di vitalità. Al centro di questo universo c’è il calcio, che in Polvere di Piksi è molto più di uno sport: è una metafora della vita, un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un collante generazionale capace di mettere in comunicazione padri e figli, memoria privata e memoria collettiva.

Il romanzo, fortemente autobiografico, prende avvio dal compleanno di Barbi, che ha otto anni. È proprio in occasione del suo compleanno che il padre Slobodan la conduce, secondo un rituale ormai consolidato, in un campo di calcio. Per lui quel pellegrinaggio è quasi una necessità: il calcio è una passione, una fede, qualcosa che deve essere trasmesso alla figlia. Per Barbi, invece, è soprattutto una seccatura. La bambina è vivace, intelligente, curiosa, piena di risorse e di immaginazione, ma proprio non riesce ad appassionarsi a quel gioco che il padre considera così importante.

Slobodan, però, non si arrende. Nel tentativo quasi disperato di trasmetterle il proprio entusiasmo, per farla rivenire da uno svenimento, arriva persino a gettarle addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi, uno dei grandi miti del calcio jugoslavo e serbo. Che per paradosso invece di trasmetterle l’amore per il calcio la farà diventare una formidabile narratrice.

Da qui prende forma una storia che parte apparentemente da un gesto semplice e quasi comico per spalancarsi, pagina dopo pagina, su qualcosa di sempre più drammatico che arriverà a commuovere il lettore fino alla partita di Italia 90, giocata a Firenze da Argentina e Jugoslavia, l’ultima partita giocata dalla Jugoslavia prima dello scoppio della guerra, e della dissoluzione del paese come della dissoluzione della famiglia stessa della protagonista di cui il padre arriva a non ricordarne il nome.

Perché Polvere di Piksi non parla soltanto di una bambina che non ama il calcio e di un padre che cerca ostinatamente di farle cambiare idea. Il calcio diventa piuttosto il punto di accesso a un universo familiare, culturale e storico nel quale passato e presente si sovrappongono continuamente. Il campo da gioco diventa un luogo della memoria, mentre la figura paterna porta con sé un mondo di rituali, convinzioni, passioni e nostalgie che la bambina osserva con uno sguardo insieme affettuoso, ironico e disincantato.

Marković riesce così a costruire un originalissimo romanzo familiare e, nello stesso tempo, un racconto di formazione sui generis. Barbi bambina guarda gli adulti e il loro mondo senza accettarlo passivamente: lo interroga, lo mette in discussione, lo attraversa con la propria fantasia. Ed è proprio attraverso questo sguardo infantile che la realtà finisce per deformarsi, moltiplicarsi e diventare continuamente altro.

La scrittura procede infatti sul confine sottile tra autobiografia, realismo e fantastico. Il quotidiano viene costantemente attraversato dall’assurdo, dal grottesco e dal meraviglioso, in una fantasmagoria che ha qualcosa di profondamente balcanico ma che, allo stesso tempo, riesce a parlare di esperienze universali: il rapporto tra genitori e figli, il bisogno di appartenenza, la trasmissione delle passioni, il peso della memoria e la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti e per riflesso la difficoltà degli adulti di comprendere e attraversare l’universo dei bambini.

C’è anche una componente di parodia della narrativa popolare, che rende il libro particolarmente divertente e imprevedibile. Marković prende gli ingredienti della grande storia, della memoria collettiva e del racconto familiare e li mescola con il surreale, l’ironia e una certa irresistibile propensione al nonsense. Ne nasce un libro che non ha paura di essere giocoso, pur muovendosi su un terreno segnato da traumi storici e fratture profonde sia spsicologiche che storiche.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la capacità di tenere insieme leggerezza e tragedia senza che l’una cancelli definitivamente l’altra. La Storia rimane sullo sfondo, con le sue ferite e le sue divisioni, ma non schiaccia mai i personaggi. Al contrario, la vita quotidiana, il gioco, l’ironia e persino l’assurdità diventano strumenti di resistenza, modi per continuare a esistere e a raccontarsi.

Barbi non ama il calcio perchè ne vede una sublimazione della violenza, una metafora della guerra che sarà combattuta a breve spazzando via un mondo che non è solo la sua infanzia, ma è tutto quel tessuto connettivo familiare ed etico che costituisce la storia di un popolo.

In cento pagine Marković riesce dunque a raccontare molto più di quanto prometta la premessa. Polvere di Piksi è un piccolo gioiellino dalla grande caratura emotiva, una storia di famiglia e d’infanzia, una buffa e malinconica educazione sentimentale, un omaggio a un immaginario balcanico ricco di contraddizioni e vitalità. E il calcio, alla fine, non è che il pretesto perfetto: una palla che rotola, un campo, un padre, una figlia e la polvere sollevata dagli scarpini di un campione diventano il materiale attraverso cui raccontare una cultura, una memoria e soprattutto il complicato, tenerissimo rapporto tra ciò che i genitori vogliono trasmettere e ciò che i figli scelgono, inevitabilmente, di fare proprio. Un libro breve nelle dimensioni ridotte, dunque, ma sorprendentemente grande nell’immaginazione: grottesco, tenero, ironico e stranamente luminoso. Proprio come l’infanzia che racconta.

Barbi Marković Nata a Belgrado nel 1980, ha studiato Letteratura tedesca e vive a Vienna dal 2006. È autrice di numerosi racconti, romanzi, opere teatrali e radiodrammi per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui nel 2024 il prestigioso Premio della Fiera del Libro di Lipsia nella categoria narrativa. Polvere di Piksi – di cui è stato realizzato recentemente anche un adattamento teatrale – nel 2025 si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, importante premio letterario assegnato ogni anno alla migliore pubblicazione in lingua tedesca dedicata al mondo del calcio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 agosto 2026 by

Ci sono romanzi nei quali il delitto arriva quasi in punta di piedi, preceduto da un’atmosfera inquieta, da una casa troppo silenziosa, da vecchie storie mai davvero sepolte. È il caso di Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen, quattordicesimo appuntamento con Lady Georgiana Rannoch, protagonista della serie Royal Spyness. Un giallo in costume, elegante e piacevolmente rétro, capace di mescolare mistero, suggestioni gotiche e uno sguardo ironico sulla vita dell’alta società britannica tra le due guerre.
Georgie è appena tornata dal viaggio di nozze con Darcy O’Mara, ma la felicità coniugale deve fare i conti con le misteriose missioni governative del marito, spesso lontano per lavoro. Per una giovane donna abituata a una vita movimentata, ritrovarsi da sola nella grande casa di Eynsleigh significa precipitare nella noia. Il matrimonio, inoltre, ha modificato profondamente la sua posizione: per sposare un cattolico, ha rinunciato al proprio posto nella linea di successione al trono. Una rinuncia che, almeno in teoria, dovrebbe renderle la vita più semplice, svincolandola dal rigido protocollo di corte. Georgie  non ha problemi da affrontare a parte forse doversi  trasformare in perfetta padrona di casa, alle prese con servitù, organizzando ricevimenti con i vicini e far fronte al problema con la sua Queenie, che sa fare i dolci ma  non è in grado di mandare avanti una cucina impeccabile. Insomma dovrebbe  trovare una cuoca all’altezza. Tutte cose che l’annoiano.
Per fortuna a salvarla dalla monotonia arriva Belinda, vecchia amica, alle prese dopo la morte della nonna  con un’inattesa eredità: un vecchio cottage in Cornovaglia. La sua idea sarebbe darci un’occhiata. Georgie potrebbe  accompagnarla?  E così le due giovani partono verso la costa a bordo della nuova rombante automobile sportiva di Belinda, ma che lei deve ancora imparare a guidare. Viaggio gradevole, atmosfera allegra, quasi da commedia, destinata tuttavia a lasciare presto spazio a un’atmosfera più cupa e pesante. Il cottage, White Sails, si rivela infatti quasi inabitabile. Dopo una notte molto scomoda, in caccia di un albergo  e di un’impresa alla quale affidare indispensabili lavori di riammodernamento,  le due amiche incontrano Rose Summers, vecchia conoscenza adolescenziale di Belinda, che offre loro ospitalità a casa sua, Trewoma Hall, sontuosa residenza del marito. Pur dubbiose, data la sua cortese e pressante insistenza, accettano ma dietro l’elegante apparenza della dimora si percepisce subito qualcosa di stonato: senso di oppressione, antiche rivalità, rapporti sentimentali irrisolti e soprattutto il dominante ricordo della precedente signora Summers, Jonquil, morta dopo essere precipitata dalla sottostante scogliera. Secondo la versione ufficiale: un tragico incidente. Ma le circostanze di questo incidente si prestano a suggerire contorni sospetti.

 Trewoma Hall infatti, affacciata sulla costa isolata della Cornovaglia, con i suoi silenzi, le stanze cariche di memoria e un’atmosfera sospesa tra eleganza e minaccia, presenta tratti oscuri. È una Cornovaglia lontana dall’immagine turistica e luminosa. La brughiera, il mare, le scogliere e la solitudine del paesaggio contribuiscono poi a costruire una cornice perfetta per un mistero.
A complicare la situazione provvede Belinda. A Londra aveva avuto una breve relazione con Tony, prima che lui sposasse Rose. Rose, un tempo figlia di una governante, si trova ora nella posizione di padrona di Trewoma, ma è insicura del suo ruolo. Il marito accoglie gentilmente le ospiti, riconosce subito Belinda e insiste per mostrare loro la proprietà. Ben salda a capo delle servitù la governante Mannering esercita il proprio potere con un’efficienza quasi inquietante, ma lo zio Francis, invadente e spendaccione zio di Belinda, circola impunemente per casa mettendo ansia  e il bello ma misterioso Jago aggiungono ombre a una storia già complicata.
Poi zac il delitto. Tony viene trovato morto e tutte le apparenze indicano Belinda quale assassina. Per Georgie non è più tempo di mantenere la privilegiata veste dell’ospite: ma ancora una volta deve trasformarsi in investigatrice per sottrarre l’amica a una terribile accusa. Ragion per cui osserva, ascolta, collega dettagli, ma e soprattutto scava nel passato. E proprio il passato si rivelerà la vera scena del crimine: rancori, tradimenti, gelosie e segreti riaffioreranno uno dopo l’altro.
Rhys Bowen costruisce un giallo volutamente classico che nasce come omaggio a Rebecca di Daphne du Maurier: la grande casa dominata dal ricordo di una donna scomparsa, la nuova moglie costretta a confrontarsi con un’assenza ingombrante… Chi già conosce il romanzo potrà forse intuirne alcuni sviluppi.
Pur rappresentando un capitolo diverso rispetto ad altri episodi della serie, con una tonalità più gotica e meno brillante, Omicidi in Cornovaglia conserva comunque il suo fascino. L’umorismo è meno presente, l’ambientazione è più cupa, e Darcy rimane sullo sfondo per buona parte della vicenda.
Lo scontro conclusivo con l’assassino alza finalmente la tensione. Dopo tanta oscurità infatti , il finale offre una sensazione di sollievo e regala persino un bel sorriso dopo avere trascorso qualche ora con Georgie nel suo  mondo elegante e  fuori dal tempo.

Rhys Bowen nata nel 1941 a Bath, la famiglia materna era gallese. Ha compiuto gli studi all’Università di Londra, diplomandosi col titolo Bachelor of Arts nel 1963; a Kiel e a Friburgo in Brisgovia. Dopo aver lavorato dal 1963 al 1966 per la BBC, nel 1966 è emigrata negli Stati Uniti d’America dove ha insegnato recitazione e danza prima d’iniziare a scrivere romanzi rosa, e oltre cento per ragazzi[2]. Oggi vive e lavora San Francisco, in California[3]. Negli anni Novanta ha iniziato a scrivere romanzi mistery usando lo pseudonimo di Rhys Bowen[4] ottenendo numerosi riconoscimenti

:: Il sottosuolo di Praga di Marco Scarlatti (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 agosto 2026 by

Praga, neve, lampioni avvolti nella nebbia, il fuoco acceso nel camino e una pendola capace di trasformare il silenzio in una presenza inquietante. È questa la città scelta da Marco Scarlatti per costruire Il sottosuolo di Praga, romanzo gotico e investigativo in cui realtà storica, suggestioni letterarie e immaginazione finiscono per confondersi fino a diventare un’unica cosa. Una Praga asburgica, malinconica e affascinante, solcata da ombre visibili e invisibili, in cui un immaginario palcoscenico lascia spazio a una realtà fatta da tensioni sociali, pregiudizi, ambizioni, vizi privati e segreti destinati a riaffiorare dalle profondità.
Protagonista della storia Franz Kafka, ancora lontano dalla fama letteraria destinata a renderlo immortale. Di giorno è un impiegato delle assicurazioni, lavoro che fa con crescente e malcelata insofferenza; di notte scrive, combattendo contro l’insonnia e forse contro la sua vocazione letteraria. È un uomo introverso, fragile, tormentato dal rapporto con il padre, dal timore del matrimonio e dalla difficoltà di trovare spazio per la propria creatività. Scarlatti parte da queste tensioni per creare un altro Kafka, trasformandolo in un improbabile ma affascinante investigatore.
Tutto comincerà con un episodio raccapricciante. Un sacco contenente un maiale insanguinato verrà lasciato davanti alla casa di Mordechai Weiss, ricco e importante ebreo della comunità praghese. Nella sue viscere si nasconde qualcosa di più terribile, un messaggio di odio capace di evocare antichi rituali ancestrali.  Ma si tratta di persecuzione antisemita o invece in quella mostruosità si nasconde una vendetta personale?
L’interrogativo guadagna peso quando verrà ritrovato il cadavere orrendamente mutilato di Martin von Bering, imprenditore tedesco amico di Kafka ai tempi del ginnasio. Ma quella morte non sarà un episodio isolato. Altri delitti, altre vittime e altrettanta ferocia trasformeranno Praga in un teatro del terrore. Oscar Havliček viene massacrato nella Città Vecchia, mentre Arthur Rumford viene ridotto a una massa irriconoscibile. Tre uomini diversi, tre barbare esecuzioni di inaudita ferocia: ora trovare il legame tra le vittime diventa la chiave dell’enigma.
Kafka non dovrebbe interessarsi a questo. Non è un poliziotto, non ha esperienza investigativa e il suo carattere schivo sembra renderlo ancora meno adatto a un confronto con assassini e criminali. E tuttavia qualcosa dentro di lui si mette in moto. La curiosità prende il sopravvento, alimentata anche dal fascino esercitato dal metodo deduttivo. Comincia a guardarsi intorno, raccogliere informazioni, annotare dettagli, trasformando le sue passeggiate notturne in esplorazioni investigative.

Accanto a lui c’è Max Brod, amico, interlocutore e compagno in quelle incursioni. Il loro rapporto permette all’autore di inserire nella narrazione anche un importante confronto sulle diverse anime dell’ebraismo praghese. Da una parte il sionismo, orientato verso la costruzione di una patria in Palestina; dall’altra il diasporismo, legato all’idea di una comunità destinata a vivere dispersa. Sullo sfondo poi si avverte il peso dell’antisemitismo, come una minaccia concreta e in grado di condizionare rapporti personali, aspirazioni economiche e vita quotidiana.
La Praga di Scarlatti è piena di contrasti. Dietro il perbenismo, il rispetto delle convenzioni, l’incubo della reputazione, si cela un universo di ipocrisie. I matrimoni rispettabili convivono con adulteri e prostitute, le convenienze familiari soffocano sentimenti e desideri, mentre privilegi e ingiustizie vengono tollerati purché restino lontani dagli occhi della società. Nei fumosi locali, nei vicoli della Città Vecchia, intorno all’antico cimitero ebraico e lungo la Moldava si muovono personaggi sospesi tra rispettabilità e abiezione.
A rendere più inquietante l’indagine appare una gigantesca figura, una materializzazione delle leggende praghesi, in grado di evocare il mito del Golem. Kafka arriverà persino a incontrarla durante una delle sue passeggiate notturne. Una creatura enorme lo segue nella neve e l’impiegato delle assicurazioni, fino a quel momento solo osservatore degli eventi, scoprirà improvvisamente di essere anche lui un potenziale bersaglio. Ma sta proprio nell’indovinato connubio tra il Kafka storico e quello immaginario di Scarlatti il punto più intrigante della trama che non pretende di ricostruire una biografia alternativa e utilizza invece lo scrittore come soggetto, evidenziando paure, ossessioni e intuizioni destinate a trovare un’eco nella sua futura produzione letteraria. Il riferimento a Sherlock Holmes, inoltre, non appare casuale e nasce dal reale interesse di Kafka per il detective londinese. Ma per meglio valutare il significato del titolo del romanzo bisogna scendere nel sottosuolo di Praga, entrare in un mondo dove storia, superstizione e criminalità sembrano incontrarsi. Un viaggio fisico, ma soprattutto interiore in cui Kafka dovrà affrontare le sue paure e mettere alla prova la propria capacità di osservare e imparare a guardare oltre.
Marco Scarlatti costruisce una storia volutamente lenta, ma elegante e suggestiva. L’orrore non è affidato solo alla crudezza dei delitti: ma nasce soprattutto dalle ombre, dai silenzi, dalle leggende e dalla costante sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di impossibile. Il sottosuolo di Praga è un percorso nella città di Kafka prima che Kafka diventi lo scrittore in grado di raccontare l’assurdo. Un’indagine gotica nella quale il vero mostro potrebbe trovarsi sotto le strade della città, nelle sue paure collettive oppure dentro gli uomini. E mentre la neve continua a cadere sulla Praga imperiale, il futuro autore de La metamorfosi scopre una fondamentale verità: alcune porte, una volta aperte, non permettono di tornare indietro.

Marco Scarlatti è nato a Roma, dove vive e lavora. Col suo vero nome ha pubblicato La zona libera (Cut up edizioni, 2012), suo romanzo d’esordio. Col secondo romanzo, L’anno del Drago (L’Erudita, 2012), ha trattato i temi della crisi finanziaria e dello stress nel mondo del lavoro di oggi. Il suo racconto “Lo spettro dei sogni” è apparso nella raccolta digitale Sorridi, bellezza! (Rizzoli, 2013). Ha pubblicato numerosi racconti, spesso d’ambientazione fantastica, in antologie collettive con diversi editori. Ha tradotto dal francese alcuni lavori di Jean Ray, poi pubblicati per la Profondo Rosso Edizioni. E-mail ecc. ecc.

:: Alchemy of Secrets di Stephanie Garber (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

8 agosto 2026 by

Con Alchemy of Secrets, Stephanie Garber inaugura una nuova serie e dimostra ancora una volta di possedere il talento di trasformare luoghi reali in scenari dove il confine tra possibile e impossibile si dissolve fino a scomparire. Dopo aver conquistato milioni di lettori con Caraval e C’era una volta un cuore spezzato, l’autrice cambia registro e, senza rinunciare allo stile che l’ha resa celebre, costruisce  un contemporary fantasy nel quale mistero, magia e suspense si intrecciano con straordinaria naturalezza.
La protagonista della storia, Holland St. James, è una giovane donna incapace di considerare le leggende semplici invenzioni. Per lei i miti urbani rappresentano frammenti di una verità nascosta, indizi disseminati in una realtà che pochi riescono davvero a vedere. Questa sua convinzione l’ha portata a frequentare un enigmatico corso universitario dedicato al folklore e alle leggende di Los Angeles, ospitato in una vecchia sala cinematografica. Fin dalle prime pagine si comprende come quel luogo invece di rappresentare solo un’aula, possa trasformarsi in una potenziale soglia verso un universo in cui ogni racconto dell’insegnante sarebbe in grado celare un fondo di verità.
L’ improvviso e terrificante incontro con il misterioso Watch Man, figura leggendaria capace di rivelare l’istante esatto della morte di una persona, imprimerà alla vicenda una brusca accelerazione. Quando Holland scoprirà infatti di avere davanti a sé appena ventiquattro ore di vita, il romanzo si trasformerà in una frenetica corsa contro il tempo, scandita da enigmi, antichi reperti e società segrete. L’unica sua speranza di salvezza sarebbe di ritrovare il mitico Cuore Alchemico, leggendario oggetto fatato, bramato e ricercato da chiunque intenda piegare il destino.
L’inconsueta Los Angeles immaginata da Stephanie Garber si allontana completamente dagli stereotipi della faraonica metropoli delle star. Hollywood diventa un labirinto di cinema dimenticati, alberghi sospesi fuori dal tempo, vicoli popolati da inquietanti presenze e antiche leggende capaci di modificare la realtà. La città tutta assume un ruolo centrale nella narrazione: osserva, seduce, inganna e custodisce gelosamente segreti che sembrano appartenere tanto al passato quanto al futuro. È un organismo ricco di fascino e oscurità, e nel quale ogni strada può trasformarsi nell’ingresso verso qualcosa di misterioso.
Stephanie Garber costruisce un’atmosfera costantemente sospesa tra incanto e inquietudine. La sua scrittura conserva la qualità fortemente evocativa che i lettori già ben conoscono. Le sue immagini vivide, incrementate dalle descrizioni dal taglio cinematografico e dalla fluida narrazione rendono semplice immergersi in un universo dove luce e ombra convivono senza soluzione di continuità. Ogni capitolo poi aggiunge nuovi tasselli all’intrigante mosaico, alimentando la curiosità grazie a continui ribaltamenti di prospettiva. Nulla nella storia appare davvero definitivo e ogni risposta apre la strada a interrogativi ancora più complessi.
Accanto alla componente fantastica si sviluppa una trama sempre ricca di tensione psicologica. Holland si ritrova divisa fra Gabe, lo sconosciuto che pare deciso a proteggerla, e Adam, il carismatico docente convinto che proprio Gabe rappresenti per lei il vero pericolo. Ciò nondimeno condizionare l’intreccio dentro a un semplice triangolo sentimentale sarebbe solo limitante. I rapporti fra i personaggi diventano parte integrante del mistero, alimentando un continuo gioco di diffidenza e attrazione. In un mondo dove perfino i ricordi possono essere alterati e la verità assume mutevoli contorni, fidarsi della persona sbagliata può significare condannarsi.
Il tema della fiducia costituisce infatti il cuore dell’intero romanzo. Stephanie Garber riflette sul peso delle scelte, sulla fragilità delle convinzioni e sul modo in cui la conoscenza possa modificare radicalmente la percezione della realtà. I segreti assumono quasi una dimensione alchemica: ogni rivelazione trasforma persone, relazioni e destini, dimostrando come la verità possa risultare la magia più potente.
Decisamente interessante anche la scelta narrativa di alternare, nelle prime pagine, capitoli in seconda persona alla narrazione in terza. Un espediente che coinvolge direttamente il lettore, facendolo sentire parte di quel misterioso corso universitario prima di accompagnarlo nella disperata ricerca della salvezza insieme alla protagonista. È una soluzione originale che aumenta il senso di coinvolgimento e riesce a rendere più sottile il confine tra chi sta osservando e chi vive gli eventi.
Se qualcosa resterà volutamente incompiuto sarà proprio la quantità di misteri ancora irrisolti. Molte domande troveranno infatti solo parziali risposte, lasciando intuire un progetto narrativo destinato ad ampliarsi nei prossimi volumi. L’effetto, molto ben calibrato, per fortuna non genera frustrazione, ma piuttosto grande curiosità, perché questo mondo voluto dall’autrice possiede tutte le caratteristiche necessarie per continuare a sorprendere.
Alchemy of Secrets è pertanto un’intrigante lettura, in grado di fondere fantasy contemporaneo, suspense e romanticismo senza mai perdere equilibrio. Stephanie Garber firma un romanzo elegante, ricco di fascino e atmosfera, nel quale la magia nasce dalle leggende, i segreti diventano strumenti di potere e il destino può essere sfidato, ma non ignorato.

Stephanie Garber è cresciuta in California e insegna scrittura creativa in un college privato. Ha svolto diversi lavori – tra cui volontaria per l’infanzia – prima di dedicarsi alla scrittura; il suo esordio è il fantasy per ragazzi Caraval (Rizzoli, 2017), che presto diventerà un film per la Twentieth Century Fox, primo romanzo di una trilogia che comprende anche Legend (Rizzoli, 2019) e Finale (Rizzoli, 2020). Sempre con Rizzoli ha pubblicato nel 2022 C’era una volta un cuore spezzato, nel 2023 E non vissero per sempre felici e contenti e, nel 2024, La maledizione del vero amore.