Mi vivi dentro, Alessandro Milan, Dea Planeta 2018 A cura di Viviana Filippini

24 giugno 2018 by

Milan.jpg

“Mi vivi dentro” di Alessandro Milan, edito da Dea Planeta è un libro potente. “Mi vivi dentro” non è un romanzo, è un pezzo di vita vissuta che Milan mette su carta, raccontando il rapporto con la moglie Francesca Del Rosso, a tutti nota come Wondy, scomparsa a causa di un tumore nel dicembre del 2016. “Mi vivi dentro” è una storia di coraggio perenne, nonostante le storture che il destino ci riserva. È un inno alla vita che agisce contro quel senso di vuoto che ci attanaglia, che ci brucia nel petto e ci consuma, come se ci mancasse un pezzo del corpo, quando muore qualcuno che amiamo o a cui vogliamo bene. “Mi vivi dentro” è un cammino nel quale Milan, pagina dopo pagina, accompagna il lettore tra gli ultimi giorni di vita di Francesca e il viaggio a ritroso nel tempo e nei ricordi della loro storia d’amore. Alessandro Milan parte dal loro incontro alle sei di mattina, in radio, dove loro due, giornalisti spesso assonnati, si davano il turno. Un po’ di fretta, un pizzico si casualità del Fato e Alessandro si ritrovò a casa con il telefono di lei e, Francesca, in redazione con il telefono di lui. Questo piccolo e simpatico equivoco permise ai due colleghi di dare vita ad un’amicizia che, in poco tempo, è diventata una potente storia d’amore. “Mi vivi dentro” è un libro toccante dal quale traspare il profondo amore tra Alessandro e Francesca ma, allo stesso tempo, si sente in modo netto e chiaro il senso di vuoto e di dolore che anima il giornalista. Lui, rimasto vedovo, sta crescendo i due figli (Angelica e Mattia), sta cercando di far capire loro quello che è successo alla madre, una donna che in sei anni ha lottato fino alle fine combattendo come una vera e propria leonessa. Una wonder Woman. Milan però non racconta solo la malattia di Wondy. Tra le pagine ci sono i viaggi, il lavoro in radio e quello di scrittura di libri. Il desiderio di Francesca di aprire una libreria con la sua migliore amica, i figli, un gatto, i bonsai, la simpatica e dolce goffaggine di Alessandro e i piccoli litigi di coppia, velati da ironia e da profonda complicità, a dimostrazione di una relazione solida, purtroppo devastata dalla malattia. Oggi gli occhi azzurri di Francesca non brillano più, ma quella sua luce, la sua voglia di non arrendersi mai e di lottare sempre, sono rimasti nelle persone che l’hanno conosciuta. Francesca/Wondy e la sua vicenda personale sono un canto alla resilienza (ossia a quell’incassare colpi e imprevisti della vita, senza mollare mai) da alimentare ogni singolo giorno. Francesca è stata, ed è ancora oggi, un esempio per molti malati di tumore e questo scritto ne fa memoria facendoci conoscere in modo ancora più dettagliato e intimo la sua persona, il suo agire e pensare. Quello che Alessandro Milan fa è un vero e proprio gesto d’amore che vuole mantenere vivo il ricordo delle moglie, la sua schiettezza e sincerità nel fare e nel dire. In “Mi vivi dentro” Milan parla sì di morte ma, allo stesso tempo, è anche un inno alla vita che spera, che combatte e va avanti. L’o scrittore e i figli hanno perso una moglie, una madre ma è come se Francesca fosse ancora con loro, grazie alle tante persone che li circondano e che ricordano e parlano di Wondy e poi, da non scordare, c’è quella farfalla bianca che spesso volentieri appare nella vita di Alessandro, Angelica e Mattia.

Alessandro Milan (Sesto San Giovanni, 1970) lavora come giornalista da quasi venti anni a Radio24, dove conduce programmi di approfondimento. È presidente dell’associazione “Wondy Sono Io” wondysonoio.org, impegnata nella diffusione della cultura della resilienza.

Source: inviato dall’editore. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio strampa.

 

:: Mi manca il Novecento – Adriano Olivetti, la grande cultura e la città dell’uomo a cura di Nicola Vacca

23 giugno 2018 by

Adriano Olivetti

Se c’è un uomo a cui la cultura italiana deve molto questo è Adriano Olivetti.
Industriale coraggioso, intellettuale fuori dagli schemi, editore, politico, urbanista, innovatore delle scienze sociali: quella di Adriano Olivetti è una vita straordinaria che, partendo dalla fabbrica, giunge a un progetto di rinnovamento integrale della società.
Le sue iniziative imprenditoriali, rivolte al profitto come mezzo e non come fine, la sua grandissima umanità e soprattutto la sua totale adesione ai valori della cultura, oggi tornano di attualità nel nostro mondo popolato da capitani d’industria senza scrupoli interessati solo e esclusivamente al lucro a discapito di ogni forma di dignità umana.
Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea, secondogenito di Camillo Olivetti, fondatore della famosa fabbrica di macchine da scrivere, e Luisa Olivetti Revel.
Da subito si mostra un uomo sensibile e intelligente. Negli anni della formazione si mostra attento al dibattito culturale e politico del suo tempo. Frequenta e si innamora della cultura liberale e riformista di cui presto diventerà un protagonista. Collabora a riviste importanti come «L’azione riformista» e «Tempi nuovi». Nel periodo torinese conoscerà Piero Gobetti e Carlo Rosselli, che avranno un’influenza notevole sulla sua formazione.
Dopo la laurea entra come operaio nell’azienda del padre. L’anno successivo alla sua assunzione, Adriano fa un viaggio negli Stati Uniti dove studierà con attenzione la politica industriale e tutte le innovazioni riguardo alla produttività e ai moderni metodi di produzione.
Quando torna a Ivrea Adriano Olivetti già guarda oltre e propone al padre un progetto innovativo per modernizzare l’azienda di famiglia.
L’imprenditore illuminato già inizia a farsi notare per il suo valore. Feconde le sue proposte culturali e strutturali per migliorare la vita in fabbrica e geniali le intuizioni futuribili che porteranno la Olivetti a realizzare nel 1932 il progetto della macchina da scrivere portatile.
Adriano Olivetti porterà la cultura in fabbrica e nel paese. Da imprenditore illuminato la metterà al centro del nuovo mondo che sogna l’uomo con i suoi bisogni e i suoi stati d’animo.
Non a caso Olivetti inserirà nell’organico dell’azienda intellettuali di formazione umanistica. Giudici, Fortini, Paolo Volponi, Leonardo Sinisgalli, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, scrittori e letterati tra i più importanti del secondo Novecento, lavoreranno nella fabbrica di Ivrea ricoprendo ruoli dirigenziali di grande professionalità e responsabilità.
Olivetti fonda i giornali aziendali con lo scopo di creare un libero confronto e scambio di idee e critiche sull’azienda.
Adriano Olivetti è convinto che l’incontro tra cultura e impresa rappresenta una necessità sia per andare incontro al progresso e soprattutto per costruire la fabbrica come un posto non di alienazione dell’individuo ma di elevazione di chi ci lavora.
Le Edizioni di Comunità, che Adriano Olivetti fonda nel 1946, oltre a lasciare un’impronta nella cultura italiana saranno il volano del progetto concepito dall’imprenditore che ha al centro un mondo umano che sa sempre vedere il nuovo.
Il mondo che Adriano Olivetti vuole non può prescindere da un progetto di riforma della società in senso comunitario, articolato intorno al rispetto della dignità della persona umana, ai valori della cultura, all’utilizzo delle opportunità che offre il mondo tecnico per la costruzione di un mondo in cui i valori spirituali siano il faro della sua evoluzione.
L’organizzazione dello Stato secondo le leggi spirituali è uno dei cavalli di battaglia dell’ideale comunitario di Adriano Olivetti che proprio per questo motivo portò all’interno della sua fabbrica la cultura.
Davanti all’avanzare degradante della materia, Olivetti propone un ordine sostanzialmente nuovo sottomesso all’autentica forza dei valori spirituali. L’Amore, la Verità, la Giustizia e la Bellezza al centro dell’agenda ideale per costruire un mondo davvero nuovo. Olivetti annotava che gli uomini, le ideologie e gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà. Urbanista, scrittore, editore, uomo di cultura, Adriano Olivetti era soprattutto un imprenditore capace di radicare nell’impresa la cultura dell’innovazione, l’eccellenza della tecnologia e del design, l’apertura verso i mercati internazionali, il rispetto del lavoro e dei lavoratori. Un imprenditore, oltretutto, capace di selezionare con felice intuito i collaboratori, spesso scelti tra i giovani.
Dalla fabbrica intesa come un bene comune e non come un interesse privato nasce quella straordinaria idea di Comunità dove la dimora dell’uomo non sia in conflitto né con la natura , né con la bellezza, e dove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione.
Il mondo che nasce per tutto questo non può che essere fondato sui valori spirituali attraverso cui dare vita a uno Stato organizzato secondo criteri precisi: una società liberà è quella in grado di affermare un nuovo tipo di civiltà, che lungi dall’essere schiava della tecnica, sia al servizio dei fini ultimi e superiori dell’umanità.
Secondo Adriano Olivetti a questo punto lo Stato è un mezzo perché la città si esprima liberamente.
Davanti all’avanzare tragico di una crisi economica e morale, il cammino proposto dall’opera di Adriano Olivetti sempre al servizio del’uomo, della comunità e del bene comune, dovrebbe essere un monito per tutti. Ma purtroppo l’etica e i suoi richiami non trovano facile presa in un mondo occupato all’autodistruzione.

«Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine».

Le parole buone e giuste di Adriano Olivetti guardano a un mondo migliore, purtroppo lontano da quello in cui viviamo.

:: Così crudele è la fine di Mirko Zilahy (Longanesi 2018) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2018 by

Così crudele è la fineCon questo terzo romanzo Mirko Zilahy saluta il suo commissario Enrico Mancini. Un personaggio controverso, difficile, un investigatore dalle spiccate capacità intuitive. Mancini ha levato finalmente i guanti che gli proteggevano le mani e gli impedivano il contatto. Ha liberato molto lentamente la casa che condivideva con Marisa dalle sue cose più care. Ma il dolore per il vuoto che gli ha lasciato dentro, è ancora lì, in un angolino protetto, in bilico sul filo del riapparire. Mancini ha imparato a sottrarre dalla vista se stesso e non riesce a guardarsi in faccia. La barba nera che si è fatto crescere ne è una prova concreta. Non vuole vedersi perché non vuole più riconoscersi. Chi è veramente, e cosa porta con sé? La stessa domanda potremmo rivolgerla ai componenti della sua squadra, al medico legale, al pm … Chi sono davvero e cos’hanno dentro?
Roma è la casa di Enrico Mancini, sopra e sotto il suolo. Roma ricca d’arte, storia e mitologia. Roma città dell’acqua, con le sue innumerevoli fontane. Roma città di santi e peccatori. Ovunque piazze e monumenti imponenti, che celano l’insospettabile. Come insospettabile è il segreto che ciascun personaggio tiene rinchiuso nell’anima. Qualcosa che faticano a metabolizzare, come la paura di affrontare la realtà, di conoscere le proprie origini, di prendere coscienza dell’importanza di “essere” e di ” essere stati”.
Così crudele è la fine racconta l’abbandono e la costrizione, la ferocia della morte quando si presenta inesorabile. La sofferenza di chi non ha via d’uscita. Il potere che macera e distrugge, la vendetta di chi ha sofferto troppo.
Una serie di omicidi da risolvere, cercando di tenere a bada la stampa. Un piano terribile costruito nella solitudine e nel buio.
Un thriller che obbliga a scavare dentro di sé, ad essere presi alle spalle all’improvviso e piazzati davanti allo specchio sentendosi dire: guarda, guardati in faccia!
La trama voltapagina fa scorrere la lettura che, una volta ultimata, ha bisogno di essere digerita. Mirko Zilahy ha dato nuovamente profondità e spessore a un mondo sommerso dalla diversità, dall’intolleranza, dalla cattiveria e dall’egoismo. Un mondo chiuso e complesso che troppo spesso nessuno vuole prendere in considerazione.
L’autore però non dimentica di aprire la porta al riscatto, al recupero e alla possibilità di un dialogo costruttivo. Con chi, lo scoprirete …
Troppe cose sono rimaste sospese nel passato di Mancini, ma in questo romanzo conclusivo troveranno il giusto posto.
Sedetevi e mettetevi comodi. Preparate una luce adeguata e aprite questo thriller. Buona lettura.

Mirko Zilahy ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato lingua e letteratura italiana. Collabora con il Corriere della Sera ed è stato editor per minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese (ha tradotto, tra gli altri, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016 facendo conoscere ai lettori il personaggio di Enrico Mancini, è stato un grande successo di pubblico e di critica ed è uscito nei principali Paesi esteri, fra cui Germania, Spagna e Francia.

Source: acquisto personale del recensore.

Il libro delle spade a cura di Gardner Dozois (Mondadori, 2018) a cura di Elena Romanello

21 giugno 2018 by

42065-gardner-dozois-il-libro-delle-spadeArriva in libreria una nuova antologia di racconti fantasy curata da Gardner Dozois, Il libro delle spade, che come suggerisce il titolo mette al centro una delle icone del genere, la spada appunto, in mano a eroi e cattivi fin dai tempi delle leggende arturiane.
L’edizione italiana di Mondadori dà molto risalto che al suo interno ci sia un’altra storia di George R. R. Martin ambientata nel mondo di Westeros, ma sarebbe riduttivo leggere il libro solo per questo, visto che contiene altre prove brevi ma non certo di poco conto di nomi vari del fantasy contemporaneo anglosassone.
Infatti nel libro sono presenti in questa antologia autrici come K. J. Parker, Robin Hobb, ospite nell’edizione 2018 di Lucca Comics and Games, Ken Liu, Matthew Hughes, Kate Elliot, Walter Jon Williams, Daniel Abraham, C. J. Cherryh, Garth Nix, Ellen Kustner, Scott Lynch, Rick Lason, Elizabeth Bear, Lavie Tidhar e Cecelia Holland.
Tutti nomi da tenere d’occhio, alcuni già noti al pubblico italiano, altri da scoprire e questa può essere l’occasione buona: di solito si pensa al fantasy come ad un genere di storie lunghe, raccontate in più volumi, ma in a volte poche pagine autori e autrici sanno condensare vicende e restituire suggestioni, riprendendo a volte i loro universi e personaggi noti o addentrandosi in nuovi mondi.
Martin racconta un nuovo antefatto del mondo di Westeros, così come nelle due precedenti antologie di questo genere uscite negli anni scorsi, La principessa e la reginaLa ragazza nello specchio, ne I figli del drago, storia degli antenati dei personaggi che si conoscono grazie alla saga ancora da terminare, che potrebbero tra l’altro diventare oggetto di una nuova serie tv.
Il libro delle spade svela un volto molto diffuso da sempre della narrativa fantastica nei Paesi anglosassoni, quello del racconto, e si rivela come un libro agile, con tanti cambi di luoghi e personaggi, per integrare una biblioteca in tema già cospicua o magari da proporre a chi vuole avvicinarsi al genere.

Provenienza: libro preso in prestito presso le biblioteche del circuito SBAM.

Gardner Dozois è nato a Salem nel Massachusetts nel 1947. È il più importante editor americano di fantascienza e fantasy: il suo lavoro per la rivista Asimov’s Science Fiction gli è valso quindici Hugo Award per il miglior editor in diciassette anni, dal 1988 al 2004. Come scrittore ha vinto due volte (nel 1983 e nel 1984) il Nebula Award per il racconto breve. Con George R.R. Martin e Daniel Abraham ha scritto Fuga impossibile. Nel 2015 Mondadori ha pubblicato le antologie La Principessa e la Regina e altre storie di donne pericolose e La ragazza nello specchio e nuove storie di donne pericolose che Dozois ha curato insieme a Martin.

Ready Player One di Ernest Cline (De Agostini 2018) a cura di Elena Romanello

21 giugno 2018 by

ready-player-one-maxw-644La De Agostini ha riportato in libreria in una nuova edizione in occasione del film di Steven Spielberg il romanzo Ready Player One, avventura interattiva in un mondo virtuale, con echi di Matrix e di Willy Wonka, e zeppa di citazioni della cultura nerd e otaku degli anni Ottanta e Novanta.
Fin dalla prima pagina, attraverso le parole di Wade Watts, ragazzo di un futuro prossimo e distopico che evade nella realtà virtuale OASIS perché il mondo reale è deprimente, si viene catapultati in un’avventura che solo a prima vista si potrebbe catalogare per ragazzini.  Dietro ci sono gli squilibri del nostro mondo, la globalizzazione selvaggia, lo sfruttamento e il desiderio di evadere, di essere soli dentro una macchina, ma anche tutto un immaginario capace di conquistare più di una generazione, tra film, videogiochi, romanzi, comics, anime e telefilm.
Una storia di prove e livelli da raggiungere, come un videogioco, ma capace di avvincere alle pagine, mentre si seguono Wade e i suoi compagni di avventura nella ricerca degli indizi per vincere l’eredità di James Halliday, miliardario e nerd, inventore di OASIS, in cerca per tutta la vita di un luogo dove non sentirsi solo e e dove essere amato. Partite di videogiochi, premi, minacce e presenza di personaggi più vari, tanto che è una sfida indovinarli e ricordarli tutto, si affollano dentro un libro che non è solo nostalgico ma che vive anche di nostalgia.
Un libro che sembrava già scritto per diventare un film, capace di vivere in immagini già dalle parole: il film ha dovuto modificare alcune cose, non ha potuto usare per motivi di coyright Wargames Monty Phyton e il Santo Graal e ha optato per un lungo omaggio a  Shining, inoltre Spielberg sportivamente non ha citato i suoi film, presenti nelle pagine del romanzo.
Detto questo Ready Player One libro e film restano al momento due dei migliori omaggi a tutta una serie di icone che hanno cresciuto più di una generazione, in particolare Ernest Cline scrive delle pagine romanzate ma che in realtà raccontano sulle controculture giovanili del fantastico più di molti autorevoli saggi, non dimenticando di inserire qualche tirata sugli svantaggi di vivere isolati dal mondo, anche se quest’ultimo ha collassato e non è più un posto da vivere. Ma il mondo reale resta comunque l’unico posto dove si può mangiare un pasto decente e provare ad essere felici e amati.
A chi si può rivolgere Ready Player One? Ai nostalgici senz’altro e a chi vuole sapere di più su un universo di personaggi e storie ormai usciti dal ghetto di cose per ragazzini sfortunati, ma anche a chi vuole scoprire forze e limiti del mondo virtuale, oltre che ai giovanissimi che vogliano vivere un’avventura scritta e non vista o giocata.

Provenienza: libro presto in prestito dalla Biblioteca del Mufant, Museo della fantascienza e del fantastico, di Torino.

Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972) è uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Ha svolto a lungo mansioni sottopagate nel settore informatico in modo da avere molto tempo da dedicare alle sue reali passioni, ovvero internet e la cultura pop. Nel 2009 ha scritto la sceneggiatura del film indipendente Fanboys, storia di un gruppo di nerd fan di Star Wars.Nel giugno 2010 Cline ha pubblicato il suo primo romanzo, Player One . Da questo libro è stato tratto il film per la regia di Steven Spielberg. Nel 2015 è stato pubblicato Armada, secondo romanzo di Cline.

:: Storia di una matita a casa (Rizzoli 2014) Michele D’Ignazio a cura di Marcello Caccialanza

21 giugno 2018 by

Storia di una matita a casaPuò forse sembrare ad un lettore distratto una storiellina fragile adatta ad un pubblico in erba, ma non è così!
Racconto sincero e ben congegnato porta l’adulto, forse troppe volte assediato dalla sua stessa tracotanza, a riflettere in modo schietto sulle cose veramente importanti della vita.
Lapo non è altro che la coscienza dell’uomo moderno, narcisista e tronfio, che pur di emergere ed avere il suo quarto d’ora di notorietà dà un calcio alla sua storia, alle sue origini, rifiutandosi con vigliaccheria di guardarsi dentro, nello specchio dell’anima!
Così lascia il suo nido, quel paese di campagna che lo ha svezzato e protetto, per trasferirsi, con armi e bagagli, nella grande città: vuole diventare un illustratore!
Ma un giorno, una telefonata inaspettata lo costringe a tornare sui suoi passi: suo padre ha bisogno di lui.
Lapo torna a casa e ritrova per magia tante cose sorprendenti: gli amici, i tramonti poetici, gli alberi; ma soprattutto quelle matite colorate a lui davvero così tanto care!
Chapeau! All’autore che ha saputo costruire con estremo senno e delicatezza una parabola esistenziale che insegna che i propri sogni si possono realizzare ovunque: basta coltivarli come piccoli semi nel giardino fertile del nostro cuore!

Michele D’ Ignazio nato a Cosenza nel 1984, è autore di “Storia di una Matita“, romanzo pubblicato da Rizzoli, arrivato alla undicesima ristampa, opera segnalata al Premio Letteratura ragazzi di Cento e finalista al Premio Biblioteche di Roma.
Invitato nelle scuole e nelle librerie di tutta la penisola, ha dato vita al “Tour della Matita”, in cui svolge con i bambini attività laboratoriali e di lettura ad alta voce, giocando con l’arte e le parole e incoraggiandoli, con semplicità e partecipazione, a leggere, a scrivere e a disegnare.
Nel 2014 pubblica sempre con Rizzoli “Storia di una matita. A scuola“, continuazione di “Storia di una matita” e nel 2016 Pacunaimba. L’avventuroso viaggio di Santo Emanuele, un romanzo esotico alla scoperta del Brasile più nascosto. Nel febbraio 2018, invece esce in tutte le librerie Storia di una matita. A casa, il terzo libro della serie longseller che ha conquistato tanti bambini, divenendo una delle letture di narrativa preferita nelle scuole. È consigliere dell’Associazione italiana scrittori per ragazzi – ICWA (Italian Children’s Writers Association). Da Storia di una matita è nato uno spettacolo di narrazione e burattini che, insieme alla Compagnia Aiello, porta in scena nelle scuole e nei teatri. È direttore artistico del Festival B-Book, un mondo di arte e letteratura per bambini che si tiene in primavera alla Città dei Ragazzi di Cosenza e, dal 2017, conduce il programma radiofonico La radio nello zaino, creato insieme ai bambini e ai ragazzi delle scuole.
È inoltre coautore del Dizionario per un lavoro da matti (Ancora del Mediterraneo, 2010). Un suo racconto, “Sdjsak”, è apparso nella raccolta Aspiranti scrittori (Terre di mezzo editore, 2010), mentre “Scioperare al rovescio” è stato pubblicato su Granta Italia nel 2011. È autore di documentari (La nostra terra. Praticamente, sulla cultura del mare sullo stretto di Messina; Soli e insieme, sul mondo della scuola, Futuro Arcaico, sul Musaba di Nick Spatari e Hiske Maas a Mammola).
D’estate gestisce una piccola locanda, Il Vicolo, Vineria, nel centro storico di San Nicola Arcella, sull’alto Tirreno calabrese.

Source: libro del recensore.

:: Fratelli by Shanmei

20 giugno 2018 by

irrilevante

Mentirei se dicessi di amare gli ospedali. Ma infondo chi li ama? Sono luoghi di dolore, densi di disperazione, muri infetti, odore di disinfettante, confusione, gente che si lamenta, dottori oberati di lavoro, familiari confusi e stanchi. Comunque mentre percorrevo i corridoi del centro medico di Walter Reed il più importante ospedale militare degli Stati Uniti a Washington, osservavo quel luogo con un misto di riconoscenza e di rabbia. Chi era lì ce l’aveva fatta. Era vivo. Non era tornato in una cassa di legno avvolta in una bandiera. Prima di fare ciò per cui ero venuto decisi di dare un’occhiata in giro. La maggior parte dei degenti arrivavano dritti dritti dai campi di guerra dell’ Iraq, dall’Asfganistan e da luoghi che ufficialmente non erano teatri di nessuna guerra. Ora si aggiravano senza mani, con le gambe amputate, con fasciature agli occhi o semplicemente con l’aria stralunata di chi fosse sotto shock e non ne sarebbe mai uscito. Dall’inizio della guerra circa 50.000 soldati avevano avuto a che fare con ospedali del genere e rappresentavano una voce importante tra i costi della guerra. L’arrivo quotidiano di morti e feriti nella base aerea di Dover non cessava nè diminuiva. Scansai ragazzi su sedie a rotelle, altri che zoppicavano sulle stampelle, altri euforici di essere vivi e non ancora affetti da quella sorta di maledizione che si chiama stress-post traumatico. Forse nessuno è realmente preparato a ciò che stavo trovando davanti. Basta una giornata al Walter Reed per incrinare le convinzioni anche del più scalmanato guerrafondaio. Oh forse no? Questa era la vera tragedia. Andai al padiglione 57 reparto amputati 5° piano. Mio fratello era lì con una gamba amputata confinato a letto. Se ne stava semisdraiato appoggiato a diversi cuscini con la testa inclinata di lato. Percepì la mia presenza ma non si mosse. Non lo so forse al suo posto avrei provato rabbia o invidia. Io ero tutto intero. Due braccia, due gambe, due occhi. Cose che si danno per scontate, ma che lì si capisce quanto non lo siano. Accanto al letto c’era una finestra aperta con le veneziane abbassate. Mosse leggermente la testa e mi fissò. Non lesse sul mio volto compassione o pietà e si rilassò. “Cosa vuoi?” chiese piano senza particolare inflessione. ” Vedere come stai” ” Bene. Ora che l’hai visto la porta e laggiù”. Mi sedetti sul letto e incrociai le braccia. Su un comodino c’era una mezza bottiglia di plastica di acqua.” La riabilitazione come va?” ” Faccio progressi. Avrò il prototipo più avveniristico di arto artificiale disponibile. Una sorta di arto bionico. Come nuovo. Forse meglio. C’è qualcosa che potresti fare per me” disse ad un tratto e io mi irrigidii. Dedussi che la cosa che stava per chiedermi non fosse del tutto legale o per lo meno non esente da rischi. “Avevo una ragazza in Iraq” disse e mi fissò con attenzione. “E vorresti che ti raggiungesse qui in America” terminai per lui. “Non è così semplice. Laggiù è un inferno. Un caos pazzesco. Trasportano i profughi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Non so in che campo profughi sia finita. Prima dell’incidente mi occupavo io di lei e della sua famiglia. Poi mi hanno impacchettato, narcotizzato, e spedito in Germania senza darmi il tempo di sitemare le cose. Non voglio che pensi che la sto abbandonando o che sia morto. Dubito che qualcuno si sia preso la briga di dirle cosa mi è successo”. “Farò il possibile” dissi e lo vidi sollevato. Lasciai l’ospedale oppresso da uno strano senso di colpa. Una sensazione strana, raggelante. Io potevo andarmene e dire ok ragazzi mi dispiace tanto per voi ma è andata così, arrangiatevi. Raggiunsi la mia auto nel parcheggio e provai la sensazione che qualcosa mi schiacciasse. Una colpa collettiva, un velenoso senso di inutilità. Nessuno avrebbe potuto ripagarli, nessuno avrebbe potuto far ricrescere i loro arti amputati, nessuno avrebbe potuto chiedergli scusa. Misi in moto e mi incamminai nel traffico.

:: “10 cose da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018) a cura di Irma Loredana Galgano

20 giugno 2018 by

10 cose da sapere sui vaccini” di Giulio TarroIl decreto vaccini dell’allora Ministro Beatrice Lorenzin è stato convertito in legge il 28 luglio 2017, come riporta l’agenzia di stampa PublicPolicy. «Con legge sui vaccini proteggiamo i nostri figli e le prossime generazioni», dice la Ministra che sceglie, per attuare questa forma di protezione, la linea dura: «Le vaccinazioni obbligatorie saranno vincolanti per iscrizione ad asili e servizi per l’infanzia. Dovranno vaccinarsi anche gli studenti fino a 16 anni. Sanzioni per chi non rispetta l’obbligo da 100 a 500 euro».
E, immancabilmente, sono partite “campagne di informazione” condotte «a suon di slogan, frasi da cartellone pubblicitario», con un dibattito sulla salute dei cittadini consumatosi perlopiù in «rissosi talk show ed enigmatiche circolari» emanate «dai più svariati enti, che hanno finito per avvelenare il clima».
Tutto questo si sarebbe potuto evitare «spiegando, tra l’altro, quali studi hanno portato a decidere l’obbligatorietà di ben dieci vaccini» e sul perché l’Italia «stia adottando sulle vaccinazioni una politica ben diversa rispetto a quella degli altri Paesi, anche quelli più avanzati, nonostante manchi l’evidenza di imminenti epidemie».
Per farlo necessitavano persone competenti, serie, pacate, libere da interessi e/o coinvolgimenti vari. Il professor Giulio Tarro decide di scrivere un libro, 10 cose da sapere sui vaccini. Tutta la verità. Un libro indispensabile per genitori consapevoli, e lo pubblica a marzo di quest’anno con Newton Compton Editori mettendoci dentro tutto ciò che è necessario, basilare conoscere per effettuare delle scelte consapevoli. Non coercizioni ma scelte. Non imposizioni passibili di multa ma decisioni maturate nell’ottica del benessere individuale e collettivo.
Un libro, quello del professor Tarro, che si rivela utile, necessario e interessante in ogni sua riga. Con un linguaggio semplice e lineare riesce a spiegare fin nei minimi dettagli tutti gli aspetti inerenti le malattie e i relativi vaccini. Un manuale tecnico che spiega la medicina in maniera chiara e accessibile a tutti.
Le vaccinazioni, ad oggi, sono ancora «il modo più sicuro ed efficace per ottenere la protezione da alcune gravi malattie», sia individuale che collettiva, ma è fondamentale una netta distinzione, che purtroppo manca, fra interesse pubblico e privato, nella ricerca, nella sperimentazione, nella vendita e somministrazione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per rispondere adeguatamente alle nuove sfide del XXI secolo, «la medicina deve concentrarsi sulla salute della persona piuttosto che solo sulla malattia». Utile potrebbe essere approfondire e proseguire la ricerca sull’immunoprofilassi, per ridurre sempre più i rischi della vaccinazione che pur sempre ci sono. Portare avanti strutturate campagne di informazione che favoriscano l’adesione invece della coercizione. Studiare tempistiche specifiche per le singole malattie e immunizzazioni piuttosto che scegliere sempre e comunque la copertura cosiddetta a gregge e a grappolo, essendo tutte le vaccinazioni concentrate nei primi mesi di vita dei bambini e invariate per genere nonché, a volte, polivalenti, ovvero somministrate in unica dose per diverse tipologie di malattie.
Presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge per modificare alcuni aspetti del decreto Lorenzin in materia di obbligatorietà delle vaccinazioni. Innanzitutto si chiede di «eliminare l’obbligo per un soggetto immunizzato di assumere un vaccino per cui ha già l’antigene» e porre fine al «divieto di ingresso negli asili per i bambini che non sono in regola con le vaccinazioni». Viene anche chiesta l’abolizione dell’obbligatorietà della presentazione della documentazione vaccinale quale requisito di accesso negli asili perché questo provvedimento viene considerato «ingiustificato e irrazionale», soprattutto se rapportato all’eventuale inosservanza dei ragazzi più grandi, per i quali è prevista solo una sanzione amministrativa e non l’esclusione dall’accesso nelle aule.
In buona sostanza, il nuovo disegno di legge cerca di eliminare, o quantomeno limitare, l’aspetto coercitivo del decreto Lorenzin. Ci si augura che a questo disegno di legge faranno seguito strutturate campagne informative che contribuiranno per certo, come già accaduto in altri Paesi, a far aumentare per libera scelta il consenso alla vaccinazione.

Giulio Tarro: è nato a Messina nel 1938. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli. Ha dedicato la sua vita alla ricerca sia in Italia che all’estero. Allievo di Sabin e Presidente della Commissione sulle biotecnologie della virosfera UNESCO, è stato candidato al Nobel per la Medicina.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2018) a cura di Federica Belleri

20 giugno 2018 by

imagesRosa Lopez dalla Calabria viene trasferita a Milano. È una donna preparata, non più giovanissima ma atletica e prestante. È Commissario nella sezione Antiterrorismo. Nella terra che ha lasciato sono rimasti i membri della sua vecchia squadra, amici fraterni che nei suoi riguardi hanno un legame profondo. Rosa si è innamorata, ha sofferto e continua a soffrire per un amore che non potrà più essere corrisposto. Milano le fa spazio tra colori cupi. Milano, che è protagonista insieme a Rosa di questo nuovo romanzo di Piergiorgio Pulixi, per la collana Nero Rizzoli. Per l’autore è un ritorno con una storia intrecciata in altre. Storia dai toni noir, dalle sfumature del giallo e dal ritmo thriller, che tocca nel profondo la complessità dei sentimenti. Pulixi dimostra ancora una volta le sue capacità tecniche e stilistiche, facendo camminare il lettore sul filo della paura. Ci propone una trama verosimile e angosciante al punto giusto. Rosa dirigerà una squadra nella lotta contro l’Islam estremo, fanatico e terroristico. Non solo, dovrà porre attenzione anche alla ‘ndrangheta e alle infiltrazioni mafiose in generale. Avrà scarse possibilità di abbassare la guardia. Una condizione la sua non facile da sostenere, soprattutto essendo una donna. Rosa purtroppo non ha una vita personale e il suo privato è schivo e marginale. “A Milano il Male non dorme mai”, troviamo questa frase in copertina. È così, il Male si annida da anni in luoghi insospettabili dai quali persino le forze dell’ordine stanno alla larga. Rosa e il Male si affrontano, alla disperata ricerca di una verità scomoda e dolorosa. Rosa e il Male si guardano negli occhi e sostengono il rispettivo sguardo; in guerra non è permesso cedere, altrimenti si muore. Il Male non ha volto, oppure ne ha diversi e fra i più insospettabili. Si nutre della paura di chi ne è vittima, del rancore e del desiderio di vendetta. Lo stupore della notte, lo stupore della complicata verità di Rosa, della sua sofferenza e di quanta sia in  grado di sopportarne. Cosa è disposta a lasciarsi alle spalle e cosa invece porterà con sé per sempre?
Allievi e Maestri, bugie e segreti. In un mix perfetto all’altezza delle migliori serie tv crime.
Editing preciso, parole che marchiano la pelle. Capitoli brevi e crudi, capaci di catapultare il lettore in una sala cinematografica, senza dargli modo di alzarsi dalla poltrona. Una visione diretta e assolutamente verosimile di fatti che potrebbero accadere anche nel nostro paese.
Un’ottima lettura che vi consiglio senza alcun dubbio.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Source: omaggio dell’editore.

:: I giorni dell’ombra, di Sara Bilotti (Mondadori 2018) a cura di Federica Belleri

18 giugno 2018 by

I giorni dell' ombraVittoria cade, come un birillo spostato dagli altri. La sua anima non trova pace e si scontra con i muri dei palazzi, le ombre appoggiate sul cuore, l’amore di suo padre. Vittoria sopravvive nella sconfitta quotidiana e lascia scorrere il sesso attraverso le viscere. Vittoria si piega sotto i colpi ricevuti, i capelli strappati e il sangue che esce dalle ferite. Vittoria insegue un sogno sbagliato ma non sa cosa desiderare davvero. Chi è?
Il condominio in cui vive è l’unico mondo che conosce, nel quale tenere a bada le sue fobie. Le scale si deformano al suo passaggio e gli occhi del vicino diventano infidi e assassini. È disturbata dalle sue percezioni e i ricordi sono una pellicola attorno al suo corpo. Nulla potrà salvarla dalla scomparsa della sua amica Lisa. Nulla potrà distoglierla dall’obiettivo di ritrovarla. Nulla, infine, potrà impedirle di ripercorrere i tratti distorti della sua personalità. Perché la sua famiglia è strana, dispotica, ossessiva. Ognuno è intrappolato nel proprio mondo perduto, con scarse possibilità di riscatto.
Sara Bilotti torna con un noir potente, disturbante e ossessionato. I personaggi sono lampadine a intermittenza, in un gioco di luci e ombre. Vittoria, catturata dai fantasmi, incastrata fra le pieghe di un’ esistenza faticosa da accettare. Cosa può evitare e cosa è invece inevitabile per lei?
Agonia, angoscia, attimi d’amore rubato, terrore. Donne e uomini che girano intorno a se stessi, in una spirale che precipita nel dolore. Dove si trova Lisa e perché Vittoria è così morbosamente legata a lei?
Amore, sesso, tristezza, colpa, pentimento. Senso di inadeguatezza, solitudine e rassegnazione. Chi combatte scappa. Chi conosce la verità, gioca … Un disegno terribile e inconsapevole. La ripetitività di gesti che danno sicurezza. Il disagio che non abbandona mai. La dipendenza da se stessi, senza tregua.
Un ottimo ritorno per questa autrice, con la sua capacità di scavare nel corpo e nella mente, senza dare al lettore la possibilità di mollare la storia.
Ottimo editing per un’empatia maledetta con tutti i protagonisti.
Buona lettura.

Source: acquisto personale del recensore.

I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia, Jacek Hugo Bader, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

18 giugno 2018 by

260-KOLYMA-COVER

Tornano i reportage mozzafiato di Jacek Hugo Bader con “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia”, edito in Italia da Keller. Nel libro lo scrittore giornalista si addentra nella terra della Kolyma dove, durante il periodo del Comunismo, centinaia di migliaia di persone furono internate nei Gulag. Bader va alla ricerca di coloro, uomini e donne, giovani o vecchi, che furono rinchiusi  nei campi di lavoro con l’accusa di aver violato l’articolo 58 del codice penale russo (bastava raccontare barzellette che sbeffeggiavano il regime) o perché sospettati di aver idee contrarie al regime al potere o di essere delle spie. Secondo le fonti recuperate da Bader, una volta chiusi i campi, la maggior parte dei sopravvissuti si sarebbe raccolta lungo i 2000 chilometri dell’autostrada che attraversa la Kolyma. Dal porto di Magadan fino alla Jacuzia, Bader si addentra in un territorio che, pagina dopo pagina, si rivelare essere uno dei cimiteri più estesi presenti al mondo. In questo reportage di viaggio, oltre alla cronaca nella quale Bader narra il suo spostamento fisico sull’autostrada, evidenziando le difficoltà e lo stato di precarietà in cui è costretto a vivere (freddo, mancanza di adeguata connessione internet per inviare i suoi articoli, condizioni igienico sanitarie scarse, povertà estrema delle persone incontrate), lo scrittore ci racconta le persone. Molti degli ex internati non ci sono più, ma a narrare degli “zek” (ossia i reclusi o prigionieri) ci sono i discendenti (figli o nipoti) o conoscenti. Anche loro, uomini e donne ricordano e, allo stesso tempo, si arrabattano a sopravvivere facendo i lavori più disparati e disperati: truffatori, pescatori di salmone, cercatori di oro, commercianti corrotti. Non solo, il giornalista polacco si imbatte anche in studiosi che vivono ogni giorno cercando funghi e bacche, in scultori che vanno alla ricerca delle teste estirpate di Lenin e minatori intenti a scavare nelle fosse comuni in cerca di oro, dove invece trovano spesso resti umani degli ex internati. Bader ha svolto il viaggio per raccogliere queste storie nel 2010 e durante il suo cammino ha incontrato tanti individui che hanno fatto rivivere un passato di dolore e morte non a tutti conosciuto. Un ritratto chiaro e lucido di un mondo dove molti innocenti finirono vittime di Lenin e Stalin senza avere colpe precise e concrete. A fare da sfondo a questo viaggio il paesaggio della Kolyma, il suo freddo pungente con il permafrost (un terreno perennemente ghiacciato) pronto a diventare paludoso nei pochi mesi in cui le temperature si alzano. Il tutto è caratterizzato da una desolazione costante di un paesaggio popolato da anime dolenti e solitarie. Ogni incontro vissuto da Bader è la scoperta di un pezzo di vita, tradizioni, usi e costumi altrui e, allo stesso tempo, è anche un confronto emotivo sulle dolorose esperienze vissute dagli “zek”. “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia” di Jacek Hugo-Bader mostrano una Russia composta da gente povera, sfruttata, maltrattata e costretta, in passato, ma anche oggi, a subire indicibili violenze che hanno lasciato ferite indelebili nei corpi e negli animi. Traduzione Marco Vanchetti.

Jacek Hugo-Bader è nato a Sochaczew nel 1957, ha una moglie, due figli e due cani. È stato insegnante in una scuola per ragazzi in difficolta, ha lavorato in un negozio di alimentari, caricato e scaricato treni, è stato pesatore in un punto vendita di maiali, consulente matrimoniale e ha gestito una società di distribuzione. Dal 1991 è reporter per la «Gazeta Wyborcza», il piu importante quotidiano polacco. Ha scritto numerosi reportage sull’ex Unione Sovietica, sull’Asia centrale, Cina, Tibet e Mongolia e vinto prestigiosi premi come il Grand Press nel 1999 e nel 2003, il Bursztynowego Motyla nel 2010 oltre all’English Pen Award proprio con I diari della Kolyma. Sempre per Keller è uscito in Italia Febbre bianca. Un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia (trad. M. Borejczuk).

 

Source: inviato dall’editore.

:: France Spelic e le apparizioni della Madonna a Kurescek in Slovenia di Luigi Walter Veroi (Edizioni Segno, 2017) a cura di Daniela Distefano

17 giugno 2018 by

FRANCE SPELICQuesto volume è il primo libro in lingua italiana che narra la vita e le eccezionali esperienze mistiche di un ex poliziotto comunista sloveno, convertito al cattolicesimo, consacrato sacerdote all’età di 66 anni. Il vissuto del servo di Dio France Spelic è strettamente legato a Medjugorje, dove nel 1988 e 1989 egli ebbe le prime apparizioni della Madonna, che poi continuarono sul colle Kurescek in Slovenia (circa 15 km a sud di Lubiana) ove la Santa Vergine continuò ad apparirgli dal 1990 al 1999, comunicandogli messaggi e conferendogli grazie eccezionali, quali le stigmate, il carisma di leggere le anime dei penitenti, le guarigioni miracolose per sua intercessione. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 10 aprile 2012, schiere di credenti hanno continuato ad affluire a Kurescek, “luogo di grazie speciali” (Maria, 6 giugno 1992). Ma andiamo con ordine, scopriamo chi fu nel mondo questo miracolato, questa insolita e straordinaria figura, ancora sconosciuta in Italia, che lo scrittore sloveno Alojz Rebula definì “uno di quegli esempi in cui il Regista divino con i Suoi interventi dispone tutto con misteriosa discrezione, che da Dio nascosto si rende visibile”. France Spelic nacque nel 1927 in una famiglia molto povera. La sua conversione iniziò nel 1954 quando, presso una vicina di casa, notò un libro con la sezione cava rossa, e lì avvertì improvvisamente un desiderio insopprimibile di leggerlo, senza sapere che quel libro era la Sacra Bibbia. Fu questo uno dei tanti momenti in cui Dio interferì in modo forte nella sua vita. Una volta, alla domanda di cosa consigliare all’uomo moderno cristiano, padre Spelic rispose:

Niente di diverso da quello che dice Maria: vivere il Vangelo e il messaggio che Dio vi manda attraverso di Lei: restare fedeli alle promesse che avete fatto a Dio nel santo battesimo, nel matrimonio, nel sacerdozio e nei voti religiosi, la preghiera quotidiana”.

Un insegnamento che dovremmo applicare con umiltà, quella dimostrata durante tutto il tregitto terreno da padre Spelic:

Nel Vangelo secondo Giovanni, lessi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna”( Gv. 3,16). Nella parola CHIUNQUE ho subito visto me stesso”.

I suoi principi cristiani vennero corroborati da una fede invincibile, conquistata giorno dopo giorno, e poi sostenuta dalla forza delle visioni divine, anche e soprattutto nei momenti di forte agonia e vulnerabilità umana: Ecco uno dei messaggi della Madonna a padre Spelic:

Imparate a considerare come un valore ogni tipo di dolore. Soltanto il dolore valorizzato lo potete offrire per la riparazione e per le altre intenzioni. Il dolore non valorizzato è, invece, un dolore doppio” .

Padre Spelic rinunciò all’amore coniugale, ad una posizione sociale rispettabile, all’amicizia, si addossò una croce lottando contro il Nemico che proveniva da ogni anfratto antropico e infernale, e alla fine vinse, soggiogò la paura dell’ignoto e si affidò totalmente alla comunione con il Signore, portando sulla propria pelle il segno di un destino che egli scelse perché predestinato.

Luigi Walter Veroi è nato nel 1953 a Oderzo (TV), dove risiede. Laureato in giurisprudenza, è avvocato del Foro di Treviso dal 1982, in particolare nel settore internazionale. Giudice onorario dal 1992 al 1997, è stato membro del Comitato consultivo degli Imprenditori Italiani in Slovenia presso l’Ambasciata d’Italia in Lubiana. E’ presidente dell’unione locale della Diocesi di Vittorio Veneto dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (UGCI).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miriam dell’Ufficio stampa “Edizioni Segno”.