:: Un’intervista con Paolo Risi a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2026 by

Benvenuto, Paolo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni: raccontati ai nostri lettori, dove sei nato, che studi hai fatto, cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi?

R: Sono un lombardo-prealpino, nato a Varese sessant’anni fa. Ho fatto studi che poco si conciliano con la letteratura: prima l’Istituto Tecnico Industriale (che però mi ha permesso di conoscere Bachisio Bandinu, un bravissimo professore di lettere, nonché scrittore e antropologo), poi l’ISEF, la scuola che dopo la maturità preparava i futuri insegnanti di educazione fisica. Lavorativamente mi sono occupato in primo luogo di motricità applicata a ragazzi e adulti portatori di handicap psicofisici. Ho sempre ritenuto la scrittura e la lettura parte determinante della mia individualità, aspetti che negli ultimi anni ho approfondito attingendo tempo ed energie dalla mia professione. Si è trattato di un approdo naturale, a un’età non certo da “esordiente”, che mi ha permesso di rivalutare determinate priorità e di cimentarmi su nuove sfide, come possono essere l’ideazione e la scrittura di un romanzo.

Greg, direttore responsabile (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è il tuo secondo romanzo, dopo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Come nasce il soggetto di questo romanzo, quale è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’idea di scriverlo?

R: La scintilla è stata il desiderio di non abbandonare a se stesso il giornalista locale Greg Stefanoni, già protagonista del mio primo romanzo, La Notte Padana. Al di là della trama e delle ambientazioni (un traffico di rifiuti tra il nord ovest della penisola e l’est Europa), è stato lui l’incentivo più forte alla prosecuzione della “serie”. Greg mi ha sempre divertito; inserirlo in situazioni a volte pericolose a volte imbarazzanti lo ritengo un cimento assolutamente piacevole. Considera anche che ne La Notte Padana il finale è come si suole dire “sospeso”: Greg Stefanoni si trova su un crinale reale e metaforico della sua vita, combattuto tra il rimpianto e la fede traballante nel futuro; scontato quindi che lo volessi mettere alla prova, affidandogli la direzione del settimanale L’Eco del Lago dopo anni di gregariato e ambizioni sfumate.    

Il noir investigativo di stampo sociale ha una tradizione nobile in Italia, ti sei ispirato a scrittori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi?

R: Hai citato tre nomi importanti, tre scrittori con uno stile ben definito, una sorta di sigillo di garanzia per il lettore. Tre intellettuali, a modo loro, con visioni lucide sulla contemporaneità. Comunque sia quello che sento più affine al mio gusto è Valerio Varesi: il suo commissario Soneri è veritiero, quasi palpabile nel dipanarsi degli intrecci, per non dire delle descrizioni e dell’humus dei luoghi, che nello scrittore parmense sono straordinari. Varesi ha la capacità di intrecciare quello che tu chiami noir investigativo di stampo sociale all’umanità dei personaggi, un connubio non semplice da realizzare; non a caso per lui è stato coniato l’appellativo (credo dai francesi) di “Simenon italiano”.

Hai scelto per protagonista un personaggio complicato: ottimo giornalista ma beve troppo, e ha diverse caratteristiche che lo potrebbero definire un’anti-eroe o se vogliamo un eroe per caso. Come hai costruito la figura di questo giornalista, ti sei ispirato a giornalisti viventi o è solo frutto della tua fantasia?

R: Ho lavorato negli anni ’90 in una redazione giornalistica, in un’emittente privata della mia città. Ovviamente erano tempi diversi, gli articoli si scrivevano con la biro e non al computer, però sono abbastanza certo che le dinamiche relazionali (meschinità, cameratismo e scazzi assortiti) siano rimaste immutate. Greg Stefanoni è un patchwork di molti miei colleghi, passati e presenti, in ambito giornalistico e socio-educativo, con delle immissioni significative di autobiografismo, soprattutto per quanto riguarda l’imprevedibilità, i vizi e l’incapacità di tollerare le prepotenze.  

Credi che il giornalismo investigativo sia una delle ultime forme di resistenza civile?

R: Lo è, anche se le forze contrarie (ingiustizie, indottrinamento, l’alterazione della realtà, solo per citarne alcune) sono davvero preponderanti. Tutto sta nel ribaltamento delle priorità, dei fondamentali: se certe inchieste giornalistiche, anche nel recente passato, venivano viste come il suggello della verità, il riposizionarsi di valori basilari al centro della scena, ora invece queste forme di ricerca di senso e oggettività vengono spesso confutate, tacciate di radicalismo. Da buon sessantenne non posso far altro che affidarmi al futuro, all’intelligenza e alla sete di conoscenza dei giovani, che mi pare siano stati un po’ troppo sottovalutati negli ultimi tempi, ritenuti (ovviamente a torto) solo un target per turbocapitalisti, demagoghi e illusionisti del mondo virtuale.      

Il giornalismo pomeridiano televisivo centrato sui fatti di cronaca per certi versi può essere paragonato a una sorta di sciacallaggio mediatico. La cosiddetta “televisione del dolore” una spettacolarizzazione quasi morbosa delle tragedie, tra cronaca nera e drammi individuali, trasformate in intrattenimento. Hai stigmatizzato questa tendenza nel tuo romanzo, o ha solo un valore documentaristico per descrivere la società italiana?

R: Entrambe le cose. Mi mandano in bestia le mistificazioni, la cosiddetta televisione del dolore; si cerca di mettere in pratica il rispetto giorno per giorno, nel quotidiano, poi ti capita di vedere in tivù persone più o meno bullizzate, o ridotte a macchietta. C’è rabbia, ma anche sconforto. In Greg, direttore responsabile lo sfruttamento del dolore è personificato dalla “regina dei Pomeriggi Italiani” Concita Rizzoli, uno squalo televisivo che compendia molteplici conduttori presenti e imperanti sul piccolo schermo. Quindi sì, Concita ha anche un valore documentaristico nello sviluppo della storia, oltre a essere un mio espediente per sbeffeggiare (godendone) un certo modo di fare giornalismo e intrattenimento televisivo.    

Primacqua, la città sul Lago Maggiore dove è ambientato il romanzo, immagino non ci sia sul mappamondo, si ispira a qualche città reale, che conosci bene?

R: È un minimondo fittizio, anche se molti particolari rimandano a Luino, cittadina che conosco abbastanza bene. La sponda lombarda del Lago Maggiore viene chiamata sponda magra, in contrapposizione a quella piemontese, ritenuta più “opulenta” e turisticamente attrattiva, basti pensare a Stresa e alle Isole Borromee. Può essere vero, ma ciò non toglie che Luino, insieme ad altre località del versante varesino, rivelino un immaginario sotterraneo, tipicamente noir. Penso al luinese Piero Chiara, al suo primo romanzo Il piatto piange, un noir quasi involontario che a quasi sessantacinque anni dall’anno di pubblicazione rimane un punto di riferimento per chi vuole assaporare gli umori della provincia, tra slanci di liberalità e nefandezza sottaciute.     

Ti confesso il libro mi è piaciuto molto, mi sono piaciuti i rimandi a film, canzoni, e la caratterizzazione che hai dato ai personaggi, oltre all’ambientazione che penso sia il punto forte del romanzo. Si vede che sei un forte lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E ti piace leggere in lingua originale i romanzi stranieri?

R: In realtà più che un lettore forte sono un lettore indisciplinato e irrequieto. Fatico a individuare degli autori di riferimento, di quelli che porterei a botta sicura sull’arcinota isola deserta, come ultima risorsa di svago e conforto spirituale. A pensarci bene ogni periodo della mia vita ha avuto degli scrittori “feticcio”: Bukowski e Kerouac, intorno ai vent’anni, poi Raymond Carver e John Fante, che un po’ hanno fatto da preludio alla fascinazione per il giallo, il noir e il poliziesco, con autori come Jean Patrick Manchette, Léo Malet, Scerbanenco, Attilio Veraldi, Elmore Leonard. Se poi devo citare un contemporaneo, uno che riesce sempre a stupirmi e a emozionarmi, ti faccio il nome di Lawrence Osborne. Per quanto concerne la lettura di libri in lingua originale ti confesso che non ci ho mai provato, anche perché la mia conoscenza delle lingue straniere è piuttosto limitata.   

La violenza nei microcosmi di provincia non è mai manifesta, è più sussurrata nei meccanismi di potere, un pestaggio, un’induzione al suicidio, sono già eventi fuori dall’ordinario che ledono quella patina di rispettabilità, almeno apparente, che questi tipi di società impongono. Da narratore che spunti ti dà tutto questo per le tue storie?

R: Mi dà spunti notevoli. Parli giustamente di rispettabilità, di codici di comportamento acquisiti e solidificati, modi di sopravvivenza che in provincia strisciano rasoterra e ronzano sopra le nostre teste. Esistono appunto l’onorabilità, il decoro a stuzzicare la curiosità di chi osserva e prova a imbastire delle storie. Il territorio di caccia è ricco e variegato. Considera anche il fattore memoria: in un paese o in una piccola città il passato e i suoi intrecci possono costituire una sorta di epopea locale, che lega generazioni e accadimenti, e che può andare in pezzi come un castello di carte se un fattore imprevisto la corrompe. Sono deragliamenti che mi hanno sempre ingolosito, come autore ma non solo.     Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei se ci sarà un seguito a questo romanzo o stai scrivendo storie tutte nuove? Ho scritto diverse pagine, ma l’obiettivo finale è ancora sfuocato. Vorrei continuare a pungolare Greg Stefanoni, sgambettarlo e poi dargli l’ennesima opportunità di rinascita. Forse il suo giornale chiude, i suoi giovani collaboratori lo abbandonano e di conseguenza si ritroverà ad amministrare un blog scalcagnato, a indagare sulla scomparsa di una ragazza e un ragazzo in una terra di confine. Staremo a vedere; per il momento prendo appunti e lascio che emerga qualche suggestione da sviluppare.

:: Dieci secondi di Elisabetta Bordieri

7 aprile 2026 by

Mi fermo. È la soluzione più sensata che mi viene in mente. Gli altri sfrecciano dissennati ma io mi fermo. Diluvia già da un po’ e non vedo un accidente. Nemmeno un ponte sotto cui ripararsi. È mezzogiorno e sembra notte fonda. Un cielo verticale mi viene addosso da destra e da sinistra. Faccio bene ad accostare l’auto qui lungo la strada in questa piazzola, tanto tra poco la pioggia rallenta di sicuro, è solo un temporale estivo. Non dovrei fare tardi, casa è a pochi chilometri.

Spengo il motore e tiro fuori il cellulare dalla borsa per fare una telefonata a mia sorella, giusto per occupare il tempo, ma gli scrosci di pioggia sovrastano la mia voce. Mentre strillo al telefono, sento nitidamente qualcuno bussare al finestrino dalla parte del passeggero. Non riesco a vedere chi sia perché l’acqua che viene giù è talmente tanta da annebbiare la vista. Chiudo la chiamata rapidamente e cerco il tasto della chiusura della serratura, non si sa mai, ma in quel momento lo sportello dell’auto si apre e un tipo mi piomba dentro.

Dovrei urlare invece resto impietrita. È bagnato fradicio e mi inzuppa il sedile di acqua e fango. Un viso sospetto spunta fuori dal cappuccio nero di una felpa logora, ciocche grondanti di capelli gli ricadono su una barba incolta. Con un gesto secco si toglie gli occhiali scuri e i suoi occhi ostili si imprimono sprezzanti nei miei. Un sorriso sardonico deforma le pieghe delle guance stirando malamente la pelle. La pistola puntata dritta contro di me, altezza cuore, esclude ogni tentativo di errore di persona. Nessuno sparo. Solo poche parole.

«Un bacio, voglio solo un bacio o ti ammazzo.»

E senza aspettare il mio consenso mi prende la testa e scaraventa le labbra sulle mie. La sua lingua trivella la mia bocca. Lo scambio di salive è ineluttabile. Lo lascio fare. Per un attimo mi è parso quasi di assecondare i suoi movimenti. Non può essere. Sono senza dubbio solo gesti inconsulti dettati dalla paura. Sento una mano infilarsi sotto la mia maglia e palpare la pelle. Mentre prevedo l’inevitabile, l’uomo si ferma di scatto, mi guarda ancora per un po’ e scappa via. Dieci secondi di terrore, o forse poco più, e tutto finisce. Mi ritrovo sola. Inebetita. Tratteggio a fatica la provocazione delle sue parole. La pioggia è cessata, l’arcobaleno sarà spuntato a ovest. Dovrei mettere in moto e fuggire via. Invece scendo dall’auto. Pazza. Cos’è che mi prende? E se torna? Magari mi sta osservando e ora mi aggredisce di nuovo. Niente. Resto lì impalata appoggiata alla portiera chiusa. Per un’ora. Come ad aspettarlo. Ad aspettarlo? Ma cosa mi viene in mente? Rientro in macchina e girovago un bel po’ prima di rincasare. Dieci secondi. Dieci secondi di eccitante terrore.

«Ciao, hai fatto tardi, ti aspettavo per pranzo.»

«Eh, un traffico incredibile con quella pioggia di prima.»

«Con prima ti riferisci all’acquazzone di stamattina? Potevi avvisare in ogni caso, ho mangiato da solo, scaldati pure la roba al forno.»

«Grazie per la gentilezza. E comunque non è tardi. È solo un po’ più tardi del solito, mi controlli pure ora?»

«Stai sempre sulle difensive, ho solo detto che potevi avvisare.»

«Se mi attacchi mi difendo. Comunque mi sono dovuta fermare a fare la spesa.»

«Non ti sto attaccando. Cerco di capirti. Per esempio, hai lasciato le buste in macchina?»

«Come scusa?»

«La spesa hai detto. Sei a mani vuote.»

«Ah sì, cioè no, sono passata da mia sorella a lasciarla.»

«La nostra spesa da tua sorella

«Esatto, da mia sorella. E direi che sì, mi stai controllando, quindi se ora hai finito con le domande io sarei stanca e mi è passata pure la fame. Vado a farmi una doccia.»

L’acqua bollente placa il mio nervosismo ma non frena il mio desiderio. Pazzesco. Non riesco a considerare il pericolo ma solo la smania di rivivere quei momenti. Mi concentro e ripasso tutto nei dettagli che il panico mi aveva appannato. Rivedo quello sguardo dritto puntato verso di me, quegli occhi grandi di un colore ancora da inventare, era di un verde compatto con delle note diverse, come delle venature scure. Poi i capelli sotto il cappuccio, castani e mossi, erano coperti da una bandana a coprire la fronte e ricadevano sulle spalle. Sento la scorza ruvida della sua mano che mi sfiora, un tocco audace e potente. E poi il suo odore, naturale e legnoso come di corteccia di pino. Particolari che si insinuano nella testa invadenti e insidiosi.

«Sei in bagno da tre ore. Ha chiamato tua sorella.»

«Sono in bagno da mezz’ora. Ha chiamato o forse hai chiamato tu?»

«Non ha nessuna spesa. Potevi avvisarla di reggerti il gioco.»

«Non ho fatto in tempo.»

«Molto bene, siamo a questo punto.»

«Dobbiamo parlare attraverso una parete? Mi asciugo e vengo.»

Accidenti a me e a quando dico bugie impercorribili e senza senso. Cosa mi invento ora?  Come ne esco senza farmi scoprire? E se gli raccontassi tutto così mi tolgo una volta per tutte questa zavorra dal collo che è la mia storia con lui? Non so cosa fare e non ho tempo per prendere tempo, dannazione. Mi posso inventare quelle scuse sulla stanchezza del rapporto, che ho bisogno dei miei spazi e tutte quelle frottole che s’impiattano quando si vuole chiudere un rapporto. Oppure gli dico che sono stata aggredita da un pazzo che mi ha baciato mentre mi teneva una pistola puntata e che forse la cosa mi ha anche elettrizzato a tal punto da volerlo rivedere? O magari una via di mezzo. Scelgo la via di mezzo. Un’idea assurda mi balena in testa. Azzardata. Ma è l’unica. Esco dal bagno e dalla mia nicchia di ipocrisia e lo raggiungo.

«Allora vuoi spiegarmi che motivo c’è di raccontarmi bugie?»

«Non era propriamente una bugia.»

«Ah no? E come la chiami tu una falsa affermazione?»

«Era un escamotage.»

«Un escamotage… peggio quindi. Una bugia si perdona, un sotterfugio no.»

«Non era nemmeno un sotterfugio.»

«Eh, piantala di dare un nome a quello che è successo! Se ti va di parlare bene, altrimenti guarda chiudiamola qui.»

«Mi ha avvicinato un tipo mentre ero in auto e mi sono spaventata e così sono andata in giro per un po’, tutto qui.»

«Che significa tutto qui? Potevi chiamarmi! Che ti ha fatto? Che ti ha detto? Ti ha rapinata?»

«Niente. Se ne è andato via subito, solo mi sono spaventata, però ho pensato di… di sporgere denuncia.»

«Una denuncia? E per cosa? Per un matto che non ti ha nemmeno sfiorato a quanto pare? Fai come credi ma per me è un buco nell’acqua.»

«Magari è uno squilibrato che può far del male. A me non è successo nulla perché pioveva e forse non ha avuto tempo di agire. Ma ci penso io, è una sciocchezza, domani faccio un salto al commissariato.»

Intanto divido il mio cervello e tento una distribuzione equa di parole da dire a lui e quelle su cui ragionare. Una denuncia mi darebbe l’unica chance per poter tentare di scoprire chi sia. Con una mia dichiarazione ufficiale scatterebbero accertamenti, atti formali, provvedimenti e chissà. Però accidenti! No! Non ho considerato che agendo così, ammesso che vada tutto liscio, poi non otterrei altro che l’impossibilità a vederlo di nuovo. O quanto meno a vederlo in libertà. Ma è anche vero che magari non succede nulla, lo trovano, lo tengono una notte in gabbia e poi lo mettono fuori. Ma questo succede nei film. Non lo so, non so cosa fare. I pensieri e le idee viaggiano a una velocità che non controllo e prima di rischiare un incidente mortale torno a lui che mi parla fitto e insiste.

«Non mi sembra una buona idea ma ti accompagno se vuoi.»

«No, ora che ci penso forse hai ragione tu, sarà stato un matto. Non ho elementi validi per una denuncia. Ci penso domani, ora però mi è venuto un buco allo stomaco. Sarà la fame. Mi scaldo al microonde il pranzo.»

«La merenda vorrai dire, visto l’orario.»

«Mangio ora perché ho fame ora e ho tempo per farlo ora. Possibile che sei sempre polemico?»

«Ah, io? Polemico io! Vogliamo parlare di te invece? Del tuo vivere in trincea? Sempre lì pronta a resistere a una minaccia continua che identifichi regolarmente con me? Altro che quello, qui la matta sei tu! Lasciamo stare, meglio che esca, mi faccio un giro, anzi due, ciao.»

«Sì decisamente meglio, ciao.»

Sono qui a mangiare cibo riscaldato non pensando ad altro che a stamattina mentre invece dovrei preoccuparmi della mia storia con lui che sta andando a rotoli, del fatto che non ci capiamo più, che tiriamo avanti da anni. Ha ragione, la matta sono io. Mi riprometto che affronterò i nostri problemi, ma ora ho solo questo dannato tarlo nel cuore e, prima che il ricordo diventi la memoria di un’assenza, devo almeno provarci e tornare lì, sperando che quel tipo si aggiri sempre in quella zona, e devo farlo oggi. Decido di aspettare l’imbrunire. Prendo il telefono e scrivo un messaggio. Esco anche io ma resto fuori per cena. Non da mia sorella. Quindi non chiamarla di nuovo. Non dovrei fare tardi. Ti ho avvisato. Categorica e scostante, lo so e invio. Il mio proposito di chiarire con lui è durato il tempo della deglutizione. Intanto mi preparo.

Arrivo alla stessa piazzola. Accosto. Non c’è nemmeno la luce di un lampione. Follia stare qui. Follia spegnere il motore. Ma non   avverto il pericolo. Sento invece la mente rilassarsi e svuotarsi. Un blackout del pensiero. Sposto il sedile indietro e distendo le gambe. Il corpo cambia ritmo, il cuore rallenta, la pressione diminuisce. Il fresco della sera penetra piacevolmente nelle ossa attraverso la fessura del finestrino leggermente aperto. Infilo una giacca che tengo di emergenza in macchina e chiudo incautamente gli occhi. Lascio la borsa appositamente sul sedile del passeggero come per attirarlo, magari una rapina può avvicinarlo. E poi. E poi sento bussare al finestrino. Il mio. Non mi muovo. Ancora un colpo. Resto ferma. Più colpi. Prima che il vetro possa frantumarsi apro gli occhi e mi giro. Vedo solo una sagoma e una pistola. È lui. Mi fa cenno di scendere. Scendo. Chiude lo sportello con forza e mi ci scaraventa addosso di schiena. Avvicina il suo viso al mio a una manciata di centimetri. Nessuna parola. Solo i nostri fiati accelerati. Neutroni e cellule si allineano. L’arma è a un centimetro dalla mia tempia. Poi inaspettatamente la sposta da me e la poggia sul tettuccio dell’auto. I suoi occhi immensi incollati nei miei. E restano lì. Immobili. Intersecando un mio improbabile futuro. Non un battito di ciglia. Non un tremore di palpebre. Poi, con un movimento lento e calibrato, apre i lembi della mia giacca e poggia le sue mani sui miei fianchi. Una sensazione di vuoto. Riempito solo da quel momento. Ferme in quel punto. Le sento. Sento la leggera pressione, lì inchiodate. Le immagino muoversi e salire e scendere e carezzarmi ed entrare e uscire e ancora entrare. Una vertigine capace di cambiare il colore di quegli attimi. Un assoluto stordimento. Il cuore ha saltato qualche battito. Pregusto l’arrivo di un bacio come quello di stamattina e decido di arrendermi a quella magia. Ma non faccio in tempo. A dopo dice e scappa via. E mi lascia di nuovo lì, sola, con i silenzi nella testa che si allungano. Non si è accorto di nulla, non si è accorto di me. Per lui un gioco da seduttore, per me un amore inquinato e appena finito.

Risalgo in macchina con l’anima incanalata verso un dolore atroce e noto sul sedile un foglietto. Non è mio. Accendo la luce di cortesia. Lo leggo. Un numero di un cellulare. Lo deve aver gettato mentre richiudeva lo sportello. Il cuore sta per saltare tutti i battiti. Non mi fermo a pensare a nulla, nemmeno al terreno scivoloso sul quale sto per cadere se non butto via quel pezzo di carta. Un’euforia innerva il mio istinto. Prendo il telefono dalla borsa e compongo il numero con le dita che tremano. Squilla. Squilla ancora. E ancora. A vuoto. Attacco. Resto lì con il telefono in mano non sapendo cosa fare. Dopo pochi minuti, squilla il mio. Rispondo.

«Pronto… chi sei… che vuoi…?»

Sussurri di afflati dall’altra parte.

«Non dici niente.»

Continuo come se mi avesse risposto.

«Almeno dimmi il perché.»

Nessuna voce esce dal microfono. Solo ansiti continui. Poi attacca.

E di nuovo mi molla lì, di nuovo sola. Tre volte in una giornata. Mi manca l’aria e scendo di nuovo dall’auto. A dopo ha detto. Ma che storia è? Cosa sto vivendo? Inspiro ed espiro ma nei polmoni non entra e non esce nulla. Ci vorrebbe un doppio gin tonic per tornare appena lucida. È presto per rientrare a casa, meglio farmi un giro, voglio andare via da qui.

Poi la vedo. Sul tettuccio. La pistola. L’ha dimenticata. Resto imbambolata per dieci secondi, gli stessi che ci ha messo lui a devastarmi. Inizio a sudare, freddo o caldo non lo so nemmeno io. Mi tolgo la giacca, prendo la pistola e scaravento tutto dentro, sul sedile accanto al mio. Poi salgo in macchina, metto in moto e schizzo via a una velocità illegale. Mentre cerco di decomprimere i pensieri, il cellulare emette il suono di una chiamata in entrata. È lui. Rispondo e le parole escono come un fiume in piena, straripano dagli argini della mente come un acquazzone peggiore di quello di stamattina, inondano le aree circostanti, esondano e travolgono ogni cosa trasformandosi in una devastante alluvione. Vomito frasi senza virgole e senza punti.

«Mi sono stancata di giocare a un gioco che stai manovrando solo tu che credi di spaventarmi e invece hai trovato una più pazza di te perché io conosco la follia sì la follia è un lampo non c’è un prima e non c’è un dopo non c’è nulla c’è solo un maledetto presente ma il presente in un attimo diventa già passato e allora ci pensi e ci ripensi e vorresti tornasse presente perché la follia non è debolezza non è mancanza di alternative è emozione è rivoluzione.»

Resto senza fiato per la velocità con cui gli ho rovesciato addosso tutto. L’assoluto silenzio dall’altra parte mi dà la spinta a continuare con una calma circoscritta quasi surreale.

«E poi ci sono gli odori, quegli odori che ti masticano le narici e ti confondono. L’odore di te si è incuneato nelle ossa fracassandole, ha compromesso il cervello e poi è andato dritto al cuore e lì è rimasto avvinghiato ai ventricoli. Non ho smesso di sognare, ho solo smesso di potermi permettere di sognare, così mi sono ritrovata a sfregare i tuoi ghiaccioli di parole per scaldare la mia anima. Sai perché sono tornata? Perché non ci può essere meraviglia senza un tormento.»

Una dichiarazione d’amore spiattellata a uno sconosciuto. Eppure silenzio. Ancora silenzio assoluto. Ma lui c’è, lo sento ansimare. Muto. Mi sta esasperando e perdo la pazienza.

«Non dici nulla. Molto bene. Ti dirò io cosa succede ora, perché sai, io cerco sempre un equilibrio al costo di forzarlo, oppure finisce lì. E sta finendo qui. Restare in silenzio è una scelta, ma è la tua e può essere molto pericolosa.»

E chiudo la comunicazione senza nemmeno dargli la possibilità di replicare che tanto non avrebbe mai risposto. Poi un lampeggiante e una sirena. No! Ci mancava pure la polizia ora. Accosto.

«Buona sera, signora.»

«Buona sera, signore.»

«Agente, sono un agente. Deve avere un appuntamento importante per percorrere una statale a cento chilometri orari, senza cintura di sicurezza allacciata e con il cellulare in mano senza viva voce.   Dovrebbe seguirci in centrale.

«Come scusi?»

«Dovrebbe venire con noi. Ora.»

«Sta scherzando, devo rientrare.»

«Lo farà dopo.»

«Ma non basta una multa?»

«Per alcuni reati e infrazioni no, non basta.»

«Ho il diritto di sapere che succede!»

«I suoi diritti sono inversamente proporzionali alla sua arroganza.»

Non mi resta che andare dietro la volante sperando almeno che mi lascino andare via il prima possibile. Ma cosa racconto? Mentre mi scervello siamo già arrivati e mi fanno cenno di parcheggiare e scendere. Li seguo. Mi fa quasi ridere pensare che era stata la mia prima idea andare al commissariato, e alla fine ci sono finita lo stesso. Un altro cenno mi fa capire che devo aspettare in una sala piena di gente, nemmeno fosse un pronto soccorso, così scelgo una sedia appartata fuori da quel fastidioso vociare. Guardo l’orologio e il cellulare. La scusa della cena fuori ancora può reggere e per fortuna nessuna chiamata da casa. E poi il cuore si ferma. Stavolta definitivamente. O almeno così credo. È qui. Seduto di fronte a me. Stessa bandana, stessi occhi calamita. Non traspare niente, nessuna emozione. Che ci fa qui? A dopo. Allora lo sapeva. Mentre rimugino sostengo il suo sguardo che non mi molla. Poi la mia attenzione si sposta da lui a un agente che esce da un ufficio e chiama il mio nome. Sono nei guai fino all’osso. Maledizione, che mi posso inventare? Dire la verità mi aiuterebbe a destreggiare meglio le conseguenze della mia scelleratezza? Mi alzo per avviarmi al patibolo quando sento una voce. La sua voce: alla signora ci penso io e la voce dell’agente a seguire: comandi ispettore. Si alza e viene verso di me: seguimi mi sussurra e le mie gambe assentono compatte. Usciamo e arriviamo al parcheggio. Non riesco ad emettere nessun suono e nessun pensiero. Solo la parola ispettore fruscia prepotente nella testa. Arriviamo alla mia auto. Finalmente parla.

«Puoi andare.»

«Che significa?»

«Che non corri alcun rischio, me la vedo io.»

«Intendo che significa quello che è successo, chi sei, che vuoi?»

«Ti sta vibrando il telefono.»

Accidenti devo rispondere e rispondo seccata: rientro tra poco, a cena fuori, te l’ho scritto mi pare, e non insistere, ti ho detto che sto arrivando, sì è il caso che parliamo e attacco rapidamente. Lui riprende.

«Io devo tornare in ufficio, come vedi sono ancora in borghese. Non farti troppe domande sulla giornata di oggi, non ci sarebbero risposte adeguate. La tua arringa di prima al telefono mi ha fatto sorridere. È vero, è un gioco e una follia e ci sguazzo dentro con grande maestria e perfezione. Cellulare usa e getta e subalterni consenzienti poi sono di grande aiuto. Certo mi hai sorpreso: mi aspettavo che scappassi o che denunciassi, non certo che tornassi, quel posto è solo il mio buen retiro, lontano dal logorio di tutti i giorni. Non hai avuto paura ma non avevo certo previsto che addirittura ti piacesse. Me ne sono accorto già stamattina quando le nostre bocche non smettevano di creare nuovi intrecci, ancorate a un’ossessione feroce sperando non finisse mai. Le mani poi le avrei infilate dappertutto ma mi sono fermato perché ho visto che eri troppo coinvolta. Il resto è stato facile, ho solo navigato la tua fragilità e il mio talento. Inutile dirti di non raccontare in giro la cosa perché nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo.»

«Cosa sei? Uno psicopatico, che va in giro ad aggredire le donne?»

«Io al posto tuo farei più attenzione a fare un uso più appropriato delle parole quando ti rivolgi a un ufficiale di polizia.»

«Allora dimmi perché la prescelta sono stata io.»

«Ah, questo non lo so davvero. Sei solo capitata. Eri esattamente dove dovevi essere. Io ero lì non certo per te. Peccato solo non aver concluso ma ci rifaremo. E ora devo andare, avrai mie notizie quanto prima.»

Si gira e se ne va. Salgo in macchina frastornata e impaurita, sei solo capitata. Ci rifaremo. Guido come un robot e so che a casa dovrò pure affrontare una sfuriata che arriverà puntuale. Infatti.

«Ciao, iniziavo a preoccuparmi. Capisco essere nervosi, capisco le litigate e le uscite senza senso, le mie e le tue, capisco tutto ma fino a che si vive sotto lo stesso tetto bisogna rispettarsi.»

«Ti avevo avvisato e il rispetto non c’entra niente e poi ti prego stasera proprio no.»

«Stasera proprio no. E quando? Devo prendere un appuntamento? Comunque, so tutto, anche se tu non racconti niente.»

Mi si gela il sangue che si blocca nelle vene e non scorre come dovrebbe. Do un colpo di tosse e riprende lentamente a fluire.

«Sai tutto cosa?»

«Mi ha chiamato il commissariato. Una telefonata strana in effetti, rapida e inconcludente. Un poliziotto prima ha chiesto di te poi si è subito scusato e ha detto che in realtà eri lì per un controllo ma che si è trattato di un caso di omonimia e di un errore di persona, un disguido hanno detto. Potevi dirmelo tu invece di negare e di continuare a dirmi bugie da stamattina. Ma è per quel tipo che ti ha avvicinato oggi? Senti, non lo voglio sapere e non ne posso più, io me ne vado a dormire.»

Ha chiamato il commissariato. Un disguido. Mi sembra di impazzire. Un incubo dei peggiori. Poi il mio telefono emette un suono, una vibrazione, quella di un messaggio. Numero sconosciuto, apro e tremante leggo. Posso controllarti e manipolarti, come vedi. Sempre. Non dimenticarlo. Mai. Domani mattina stessa ora, stesso luogo. Stavolta ci divertiremo.

Ci divertiremo. Controllo il panico che mi attanaglia le gambe rigide come pali di cemento. Una trappola organizzata alla perfezione. Mentre cerco appigli per non cadere, un bagliore illumina le stanze buie dei miei ricordi. La pistola. Sciolgo le gambe e schizzo in macchina e la vedo, è ancora lì, dove l’avevo lasciata. Gli agenti complici, mentre portavano a termine il siparietto, presi dal giochino del loro capo, non l’hanno notata spuntare da sotto la giacca e lui deve aver creduto di averla persa chissà dove. L’abbozzo di un’idea prende forma. Ci divertiremo sì. Del resto,le sue parole: nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo, risuonano premonitrici. Sarà così anche domani. Quanto tempo mi ci vorrà mai ad appannare la mente, metterla in pausa e nutrirla di una sottile e arguta astuzia? Un tempo tattico, quello della fredda vendetta. Dieci secondi. 

:: Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2026 by

Tutto era iniziato da una lettera giunta in redazione in forma anonima al settimanale L’Eco del Lago.

La prima pagina dell’Eco si lasciava leggere, settimanalmente, da una maggioranza bulgara di primacquesi: veniva esposta il martedì mattina dalle tre edicole della città, incorniciata nelle portalocandine e collocata in bella mostra sul selciato. Da oltre un secolo – così mi piaceva pensare – quel rettangolo di carta e inchiostro scandiva vite, morti e miracoli della comunità lacustre.

Siamo a Primacqua, cittadina affacciata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, una città di provincia del grande Nord italiano coi suoi molti vizi e le sue poche virtù. A dirigere il settimanale Greg Stefanoni, un tipo bizzarro, forte bevitore, e appassionato di cinema e vinili, ma un giornalista di razza di quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani con le dinamiche più sottili del potere, che si annidano anche dietro la facciata rispettabile e quieta della provincia. La lettera anonima fa così partire un’indagine che Stefanoni affida al suo vice Angelo Giamberini, giovane cronista determinato e scrupoloso, che vede la parola corruzione collegata al ben noto imprenditore, l’ingegnere Achille Crinò. All’avvicinarsi del Natale il dramma: Giamberini viene attirato con l’inganno in un cinema abbandonato, il diroccato cinema Impero, pestato a sangue e lasciato in fin di vita. Stefanoni non può che intuire che il potere criminale è radicato a livello locale in modo ben più esteso di quanto si potesse pensare.

Sfogliando le bozze del Giambe ero arrivato a concludere che la truffa escogitata da Achille Crinò, viste anche le molte complicità da foraggiare, fosse tutto sommato di dimensioni modeste, sufficienti a mantenere una posizione di potere in ambito provinciale. Un avido, un barone gaglioffo, e una volta individuato il fine (drenare denaro pubblico attraverso la gestione e lo smercio di rifiuti ospedalieri) risultava semplice risalire ai mezzi per raggiungerlo e puntellarlo: disponibilità di valletti di corte, di funzionari e politici incapaci di sottrarsi al fascino della bustarella. Eppure, ancora una volta la punta dell’iceberg non dava conto di una sostanza ineffabile: gli intrighi di Crinò godevano di un supporto eccellentissimo, sovradimensionato rispetto all’entità del giro di affari.

E mentre Giamberini lotta in ospedale tra la vita e la morte, affiancato dalla brava e intelligente collega Giulia Portaluppi, Stefanoni inizia la sua indagine personale. Poi finalmente il capitano Di Fonzio entra in scena per un morto, un suicidio o un’induzione al suicidio?

Tra il bar di Pinuccia, e l’apporto di Concita Rizzoli, signora dei Pomeriggi italiani, televisivi la storia procede cadenzata da una scrittura fluida e ricca di dettagli dalla marca delle sigarette, alla musica, ai film, al colore locale di una città di provincia come ce ne sono tante.

Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è dunque un romanzo contemporaneo italiano a forte vocazione civile, che intreccia con una certa naturalezza l’indagine giornalistica e la denuncia sociale in un contesto provinciale solo apparentemente tranquillo, dove è facile riconoscersi, perché i meccanismi che regolano il malaffare locale sono più o meno simili e banali a tutte le latitudini. In questo senso, il romanzo si avvicina più alla tradizione del noir sociale che al giallo classico: la soluzione del mistero conta, ma conta di più il contesto che lo rende possibile. Il protagonista è un’anti-eroe credibile e umano con tutte le sue debolezze, le sue fragilità caratteriali, ma sorretto da un forte senso etico per la ricerca della verità, caratteristica di ogni buon giornalista. La scrittura è fluida, venata di ironia, solo velata e mai tesa a smorzare la tensione.

L’ambientazione poi credo sia il punto più riuscito del romanzo, la provincia come microcosmo, in cui Primacqua, luogo fittizio ma verosimile, provincia lacustre ispirata all’area del Lago Maggiore, ha un ruolo narrativo polarizzante e ricco di sfumature e atmosfera.

Greg, direttore responsabile è un romanzo in fine che funziona soprattutto per la sua credibilità morale. Più che sorprendere con colpi di scena a effetto, convince per la sua capacità di raccontare un’Italia minore ma tutt’altro che marginale, dove il giornalismo diventa uno degli ultimi strumenti di resistenza civile. Se vi piacciono i libri di autori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi, o i noir di Carlotto, troverete una lettura piacevole e ricca di rimandi all’attualità.

Paolo Risi (Varese, 1966) è laureato in Scienze Motorie e ha lavorato per due decadi in strutture per ragazzi e adulti disabili. Collabora con il magazine Zest Letteratura Sostenibile e nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Il suo racconto L’alpe del tedesco è inserito nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative (Officina Ensemble, 2018).

:: Quando finisce la tempesta di Manel Loureiro (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 aprile 2026 by

Nel panorama del thriller contemporaneo non sono rari i romanzi ambientati in luoghi isolati, spazi naturali dove il paesaggio diventa parte integrante del mistero. In Quando finisce la tempesta  di Manel Loureiro questo elemento assume però un ruolo centrale e quasi simbolico: l’isola galiziana di Ons non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, bensì un microcosmo chiuso in cui rancori antichi, rivalità familiari e segreti mai sopiti riaffiorano con la forza distruttiva di una mareggiata. Il protagonista, Roberto Lobeira, è uno scrittore in cerca di quiete e di ispirazione per il suo secondo romanzo. L’idea di trascorrere l’inverno su quell’isola remota sembra all’inizio una scelta quasi ascetica, una fuga dal rumore del mondo e dalle aspettative editoriali. Tuttavia Ons non è il rifugio pacifico immaginato: il mare che la circonda diventa presto una invalicabile barriera quando una violenta tempesta cambierà tutto, interrompendo ogni e qualunque  collegamento con la terraferma e  imprigionando i pochi abitanti in un fragile equilibrio, carico di segrete tensioni.
E sarà  proprio il mare, elemento onnipresente e quasi vivo, a innescare il meccanismo della storia. Le onde trascineranno  a riva un misterioso fagotto, destinato a scatenare una serie di conflitti e scoperchiare un passato fatto di gelosie, vendette e vecchi conti mai saldati. Da quel momento la narrazione accelera e la piccola comunità dell’isola si trasforma in un inquietante teatro dove ogni sguardo sembra nascondere un sospetto e ogni gesto può diventare una minaccia. L’atmosfera si fa via via più cupa, mentre una enigmatica presenza lascia davanti alla porta dello scrittore un’offerta di sangue, oscuro segno che suggerisce arcaici rituali o incomprensibili messaggi.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo si rifà proprio alla costruzione di questo microcosmo umano. Gli abitanti di Ons non appaiono mai come semplici comparse, bensì come tasselli di una comunità segnata da profonde divisioni. Le famiglie rivali, con la loro storia di vecchi e accumulati rancori, incarnano un conflitto quasi ancestrale, capace di trasformare l’isola in un luogo sospeso tra leggenda e realtà. In mezzo a queste complesse dinamiche dovrà muoversi Lobeira, figura esterna e vulnerabile, involontario spettatore di tensioni che non comprende fino in fondo e in grado di travolgerlo.
Manel Loureiro costruisce la narrazione con ritmo incalzante. Gli eventi si susseguono con sorprendente rapidità, senza lunghe introduzioni né pause contemplative. Fin dalle prime pagine il lettore viene scaraventato nel cuore dell’azione e la trama procede con una serie di svolte che mantengono di continuo la curiosità. La trama prende la forma di un libro coinvolgente, una storia progettata per spingere il lettore a divorare i successivi capitoli nel tentativo di ricomporre un mosaico sempre più complesso.
A sostenere il ritmo contribuisce anche l’ambientazione. Loureiro descrive Ons con uno sguardo capace di cogliere l’aspra  bellezza  della costa atlantica: scogli battuti dal vento, sentieri isolati, case che sembrano resistere a fatica alla furia dell’oceano. Il paesaggio poi, amplificando  la sensazione di isolamento, crea una sensazione quasi claustrofobica. Il mare diventa  una  costante presenza, un’imprevedibile forza pronta a chiudere ogni via di fuga.
Naturalmente una struttura narrativa tanto ricca di colpi di scena comporta anche qualche squilibrio. Alcuni punti risultano più convincenti di altri e certi passaggi appaiono volutamente sopra le righe, come se l’autore privilegiasse l’effetto spettacolare rispetto alla piena credibilità. Questo vale soprattutto per il finale, dove la complessità accumulata lungo la storia trova una soluzione forse troppo rapida, in grado di lasciare un lieve senso di incompiutezza.
Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questo aspetto. “Quando finisce la tempesta” funziona soprattutto come romanzo di intrattenimento, costruito per tenere il lettore dentro un vortice di eventi, misteri e rivalità. Loureiro dimostra una notevole abilità nel creare suspence e nel popolare la storia di memorabili figure, spesso ambigue, raramente innocenti.
Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta l’immagine di un’isola battuta dal vento, luogo in cui il passato non smette mai di reclamare il proprio spazio. La tempesta che incombe su Ons non è soltanto quella meteorologica ma anche la tempesta morale di una comunità incapace di dimenticare. Ed è proprio questa miscela di paesaggio, segreti e violente passioni a rendere il romanzo un thriller coinvolgente, imperfetto forse, ma in grado di trascinare il lettore dentro una storia dove la quiete sembra sempre soltanto apparente.

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è scrittore, avvocato e conduttore televisivo e ha lavorato anche come sceneggiatore in numerosi progetti. Attualmente collabora come editorialista per diversi quotidiani nazionali, oltre che per emittenti radiofoniche e televisive. È uno dei pochi autori spagnoli contemporanei ad aver raggiunto la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti. Quando finisce la tempesta è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

:: La rosa cardinale di Bianca Garufi (Edizioni Atlantide, 2026) a cura di Antonio Catalfamo

31 marzo 2026 by

Bianca Garufi è una scrittrice quasi completamente dimenticata. Pertanto, accogliamo con maggior fervore la ripubblicazione, a distanza di 58 anni dalla prima e unica edizione, del suo ultimo romanzo: La Rosa Cardinale, a cura di Mariarosa Masoero.

Nata a Roma nel 1918 nell’ambito di una famiglia aristocratico-borghese di origini siciliane, con ampi possedimenti a Letojanni (Messina), come sottolinea opportunamente la Masoero nell’Introduzione, «è stata la donna che forse ha contato di più nel processo creativo di Cesare Pavese» (p. 5), da lei incontrato nella sede romana della casa editrice Einaudi, dove lavorava dal 1944 al 1946 come segretaria. Lo scrittore piemontese le ha dedicato i Dialoghi con Leucò, che testimoniano il comune interesse per il tema del mito, per sviluppare il quale Pavese ha preso spunto dal dibattito vivace e fecondo per entrambi intrecciato proprio con la Garufi, che è stata pure fonte ispiratrice, tanto che il titolo dell’opera contiene una dedica “mimetizzata”: «leucòs» in greco vuol dire, per l’appunto, «bianco», con evidente rimando al nome dell’amica. Bianca Garufi ha anche ispirato a Pavese le poesie de La vita e la morte (1945). I due hanno, inoltre, scritto a quattro mani il romanzo Fuoco grande (1946), rimasto incompiuto, pubblicato postumo (1959), e successivamente continuato da sola dalla Garufi, dopo la morte di Pavese (1950), e pubblicato con il titolo Il fossile (1962).

Al di là del rapporto affettivo e collaborativo con lo scrittore langarolo, Bianca Garufi ha avuto una sua personalità e uno spessore artistico autonomi, anche se è stata una scrittrice molto misurata: oltre a Fuoco grande e Il fossile, ricordiamo il romanzo La Rosa Cardinale (1968) e l’antologia poetica Se non la vita (1992).

All’attività di scrittrice e poetessa, ha affiancato l’attività di psicanalista: laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi riconosciuta come la prima in Italia dedicata a Carl Gustav Jung (relatore il filosofo Galvano della Volpe), ha, infatti, esercitato per tutta la vita la professione di psicanalista, fra le più autorevoli di scuola junghiana, accompagnata da corsi di lezioni e pubblicazioni prestigiose.

Il rapporto umano e letterario con Pavese ha inciso, purtroppo negativamente, sulla giusta considerazione dell’opera complessiva di Bianca Garufi, il che ha determinato il pressoché totale oblio, che si protrae ormai da parecchi lustri.

Vede ora la luce, per i tipi di una casa editrice piccola ma raffinata, la seconda edizione de La Rosa Cardinale, dopo quella del 1968 affidata alla casa editrice Longanesi e &. A curarla è Mariarosa Masoero, docente emerita di Letteratura italiana all’Università di Torino, che è tra i pochi studiosi (compreso il sottoscritto) che, in tutti questi anni di silenzio “assordante”, hanno tenuto viva la memoria di Bianca Garufi, facendo pubblicare a sua cura il carteggio con Cesare Pavese (Una bellissima coppia discorde. Carteggio 1945-1950, Olschki, 2011) e una nuova edizione di Fuoco grande (Einaudi, 2022), lavorando sulle carte dell’Archivio personale e familiare della scrittrice e psicanalista, messo a disposizione con generosità dai nipoti, Giampaolo Garufi e Cristina Ciuffo Garufi. Un lavoro costante ed infaticabile, che trova ora il suo sbocco provvisorio in questa nuova edizione de La Rosa Cardinale, ma che è destinato a continuare con ulteriori ricerche e studi, che vedranno la luce nei prossimi anni.

Siamo in presenza di un’edizione filologicamente molto approfondita, che colma molte lacune sul romanzo, non solo sul piano informativo, ma anche su quello critico, consentendo di inquadrare in maniera molto più precisa la personalità e l’opera di Bianca Garufi.

Proprio le carte dell’archivio dimostrano ‒ come scrive la stessa Masoero ‒ che il romanzo in questione è il risultato di «un lungo e tormentato iter compositivo» (p. 14). Siamo in presenza di «centinaia e centinaia di pagine dattiloscritte» (ibidem), «più volte rivisitate e talmente coperte da correzioni, cassature, integrazioni, varianti alternative e sostitutive, da risultare spesso illeggibili» (ibidem). Sono «almeno tre le riletture in tempi diversi, come attestano i materiali scrittori usati: lapis, inchiostro nero, inchiostro blu» (ibidem).

La base autobiografica della storia narrata è confermata da alcune cartelle autografe che contengono l’elenco cronologico, a intervalli di 5 e 10 anni (20 anni solo tra il 1940 e il 1960), dei principali fatti privati dell’autrice (nascite, nozze, studi, morti) e storici (terremoto di Messina del 1908, prima guerra mondiale), riguardanti la famiglia della protagonista, a partire dal 1830 al 1960, allorquando quest’ultima, Sandra, parte per l’Oriente (pp. 14-15). Si ricordi qui che la Garufi ha avuto un’esperienza di trasferimento ad Hong Kong, dove ha istituito un lettorato di lingua e cultura italiana all’Università Cinese.

Il romanzo viene sottoposto inizialmente all’editore Einaudi, ma, nonostante il giudizio positivo di Italo Calvino, non viene accettato. A un anno di distanza dal rifiuto viene pubblicato da Longanesi & C. Ricevuta la prima copia, Bianca Garufi, in una lettera del 29 giugno 1968 indirizzata all’editore, lamenta di non aver potuto leggere le bozze e aggiunge alcune «critiche negative», da tenere in conto nel caso di una seconda edizione, fra cui spicca l’omissione nel titolo dell’articolo «la», per cui da La Rosa cardinale viene ridotto a Rosa Cardinale, suscitando equivoci e sberleffi rivolti all’autrice da varie direzioni, da parte di chi chiede se si tratti della sorella di Claudia Cardinale (p. 8). La Garufi considera questa omissione come una «degradazione» del libro anche «in se stesso», oltre che nell’«aspetto esteriore». Segnala, inoltre, nella nota biobibliografica alcune inesattezze (ad esempio, lei non ha mai lavorato nelle sede torinese dell’Einaudi, bensì in quella romana) e omissioni, relative al suo lavoro qualificato di traduttrice dal francese e al suo costante interesse per la poesia, oltre che per il romanzo (p. 9). Lamenta infine la mancata indicazione del nome del fotografo, Luigi Perelli, nella foto sulla sopracopertina che la ritrae. Tutto ciò testimonia una certa fretta ed approssimazione nella pubblicazione del volume.

La trama del romanzo è imperniata sugli incontri della protagonista, Sandra, alter ego dell’autrice, con uomini diversi, che pesano più o meno negativamente su di lei, che incidono devastandola nella mente, fino a rasentare la follia, e nel corpo, provocando un aborto e una «malsana» obesità (p. 10). Da qui la necessità del ricovero in una clinica della salute, Villa Sant’Anna sul Lago Maggiore, a Stresa, che riproduce le caratteristiche della Colonia Arnaldi di Uscio, in Liguria, dove effettivamente fu ricoverata la Garufi per un periodo di cure (ibidem).

Questo ricovero favorisce l’esercizio della scrittura da parte della protagonista, funzionale ad un’opera che viene da lei stessa definita, con una confusione di generi letterari, «un romanzo, la sua biografia […] un saggio sull’incoerenza» (pp. 10-11) o, addirittura, «un memoriale», nel quale fanno la loro apparizione tutta una serie di personaggi importanti per il prosieguo della vicenda, raccontata sempre «con lo stesso accanimento minuzioso di un chirurgo intento a svuotare un ascesso pieno di pus» (p. 11): Clara, che, dopo aver aiutato in clinica Sandra, muore in un incidente automobilistico, alimentando il clima di mistero che pervade tutto il romanzo; Dario Bernardi, l’uomo grasso di Parma che, secondo Calvino, rappresenta «la cosa più poetica del libro», che salva la protagonista dal suicidio; il medico di Stresa, Giorgio Mallotti, il «cantastorie simpatico», che sposa la protagonista e si adopera per ricondurla alla normalità, nonostante la difficoltà dell’impresa, avendo a che fare con un personaggio contraddittorio, in cui convivono sentimenti contrastanti, come le «fragilità ataviche» (ibidem) della protagonista e la sua «smania di certezze», fino all’ossessione, la sua ricerca di una spiegazione per tutte le cose, ricorrendo anche «all’ipnosi, alle scienze occulte, all’evocazione dei defunti, alle sedute spiritiche» (pp. 11-12), che Sandra frequenta sin dall’adolescenza, in casa della nonna, in Sicilia, «piena di misteri e di libri sulla morte, sulla reincarnazione, sulle forze medianiche, sul karma e sull’occultismo» (p. 12).

Il titolo prende spunto dagli interrogativi che la protagonista si pone alla vista, nell’angolo di un cortile milanese, di una rosa cardinale, di «straordinaria e magica bellezza» (ibidem), che alimenta in lei «ossessivi pensieri sul caso e sul destino» (ibidem), interrogativi pressanti sui «perché» della vita e della morte.

L’opera di curatela di Mariarosa Masoero si rivela veramente preziosa, in quanto getta luce sulla fase della composizione del romanzo in questione, rivelando particolari inediti e offrendo un’impeccabile lettura filologica dei vari aspetti, ma contiene anche un’analisi stilistica dell’opera, che è strettamente legata ai suoi contenuti “ideologici”, assicurando quella unità inscindibile tra «forma» e «contenuto» che, secondo Gramsci (che dice di collocarsi lungo la scia di De Sanctis), caratterizza proprio le grandi opere d’arte.

La complessità dello stile tradisce, per l’appunto, quella della personalità della protagonista e della stessa autrice, che oscilla tra «razionale» ed «irrazionale» (p. 6), «certezze e dubbi», «lucidità e confusione» (ibidem).

La scrittura passa, pertanto, dalla precisione e dall’essenzialità alla dimensione «iperbolica e disordinata» (ibidem), seppur sempre «dolorosa» (ibidem), dal «piano reale» a quello «onirico» (ibidem), dalla prima alla terza persona, anche all’interno dello stesso capitolo, dalla narrazione fitta agli spazi vuoti, che testimoniano «lo smarrimento e le inquietudini» (ibidem) della protagonista.

Un romanzo, dunque, da leggere o da rileggere, per chi lo abbia già letto, in quanto arricchito dallo studio critico di Mariarosa Masoero che ora lo accompagna, illuminando il lettore anche particolarmente avveduto e “professionale”.

Bianca Garufi (Roma, 1918-2006). Scrittrice, poetessa e psicoanalista di indirizzo junghiano, attraversa il Novecento con una voce autonoma, capace di tenere insieme romanzo, mito e analisi. Dal 1944 al 1946 lavora nella sede romana della casa editrice Einaudi in qualità di segretaria e lì incontra Cesare Pavese, che le dedica i “Dialoghi con Leucò”. Insieme scriveranno a quattro mani il romanzo, rimasto incompiuto, “Fuoco grande” (1946, 1ª ed. 1959). Dopo una parentesi lavorativa a Milano (Casa della Cultura, Astrolabio) e la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi indicata come la prima in Italia su Carl Gustav Jung, scrive “Il fossile”, prosecuzione di “Fuoco grande”, pubblicato da Einaudi nel 1962. Del 1968 è il suo ultimo romanzo, “Rosa Cardinale”, per Longanesi. Appassionata traduttrice dal francese – sue le traduzioni di Claude Lévi-Strauss e di Simone de Beauvoir – si dedicherà per il resto della vita, a Roma, alla professione di psicoterapeuta junghiana.

:: La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza,  (Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2026 by

Nella Sicilia luminosa e ancora sospesa tra tradizione e modernità della fine dell’Ottocento prende vita La forestiera, il nuovo giallo di Claudia Myriam Cocuzza pubblicato stavolta nella collana Il Giallo Mondadori. Un romanzo che intreccia con eleganza storia, atmosfera e mistero, scegliendo come protagonista una figura realmente esistita: Lady Florence Trevelyan, aristocratica inglese costretta dalla cugina, regina Vittoria, a lasciare la corte e approdata a Taormina in una sorta di lungo esilio dorato.
Siamo nel luglio del 1884 e Taormina non è quella di oggi, prescelta  dal turismo internazionale, ma  ancora un piccolo borgo mediterraneo sospeso tra due identità: da un lato il mondo semplice dei pescatori e dalle tradizioni locali bagnate nello splendore dell’antichità, dall’altro il crescente arrivo di viaggiatori stranieri, aristocratici e artisti calamitati dalla bellezza del paesaggio.
In questo spazio di confine, dove culture e mentalità diverse si scrutano con curiosità e diffidenza, la narrazione trova la sua più suggestiva dimensione.
Lady Florence è giunta in Sicilia con la cugina Louise e cinque cani chiamati ironicamente coi titoli dei duchi inglesi. Il loro soggiorno presso l’Hotel Timeo, affacciato sul mare e sull’Etna, inizialmenteha il tono di una quasi idilliaca parentesi. Lontana dalle rigidità della corte britannica, la giovane donna si concede il lusso di vivere in libertà: studia il dialetto locale, dà lezioni di canto a una cameriera e coltiva un ambizioso progetto, trasformare i terreni dell’albergo in un raffinato giardino all’inglese. Il suo rapporto con la Sicilia è curioso e partecipe. Osserva, ascolta, impara parole nuove, si lascia affascinare da sapori, usanze e piccoli rituali quotidiani. La sua è la prospettiva di una “furastera”, come direbbero gli abitanti del luogo: una straniera che prova a comprendere il mondo nel quale è capitata. Una posizione marginale la sua che le consente di cogliere dettagli e tensioni magari  impalpabili  per chi vive quella realtà.
L’idillio  si spezza  con l’arrivo di una coppia di connazionali: Sir Arthur Milton, finanziatore teatrale, e la moglie, attrice dal magnetico temperamento. La loro ingombrante presenza introduce una nota di inquietudine che crescerà esponenzialmente fino a esplodere in un delitto (per avvelenamento). Da quel momento il soggiorno siciliano cambia registro assumendo i toni di una tragedia shakespeariana.
Non a caso il romanzo è stato concepito con una struttura teatrale: con atti e scene che scandiscono la narrazione, accompagnati da richiami all’Amleto. Le passioni che muovono i diversi personaggi sembrano provenire dal palcoscenico elisabettiano: ambizione, gelosia, desiderio, rancori mai sopiti. In questo scenario ogni gesto acquista una dubbia sfumatura e ogni conversazione può celare un indizio.
La Taormina di Claudia Cocuzza  si trasforma in una specie di crocevia sociale. Aristocratici inglesi, alta borghesia locale, servitù, studiosi e viaggiatori che convivono, confrontandosi con sospetto e curiosità. Tutti sanno qualcosa del delitto ma nessuno l’intera verità. Ideale punto di partenza per un mistery. Accanto all’accurata ricostruzione storica si nota il lavoro di ricerca che si integra nella trama. I dettagli su cibi, abitudini e tradizioni invece di appesantire la narrazione contribuiscono a restituire la sensazione di passeggiare tra le polverose strade del borgo, con il sole siciliano sulla pelle e il profumo del mare nell’aria. Fulcro delle storia è Lady Florence, vere e irresistibile protagonista. Curiosa, ironica, leggermente impertinente, possiede una qualità rara: non dà nulla per scontato. In una società vittoriana ancora intrappolata nelle convenzioni, la sua abitudine a fare domande pare quasi scandalosa. Ma proprio questa sua libertà mentale la fa autentica investigatrice.
Lei osserva il mondo con lo sguardo di una botanica: analizza, scompone, e collega elementi apparentemente lontani. Ogni dialogo diventa una piccola indagine, ogni atteggiamento un possibile indizio. Si  può seguire passo dopo passo il suo ragionamento. L’autrice dimostra infatti abilità nel gestire la componente gialla. Gli indizi sono disseminati lungo il percorso e la soluzione pur singolare sarà perfettamente coerente.
Attorno alla protagonista ruota una fitta galleria di personaggi. Nessuno è semplice comparsa: ciascuno ha il suo carattere definito, la sua storia, il suo segreto. Un microcosmo umano che riesce  a delineare il ritratto di un’epoca densa di tensioni culturali e sociali.
Un romanzo scorrevole, con gradevoli toni da Cozy crime e la solidità del giallo classico. La forestiera si legge con il piacere di un mistero d’altri tempi, quando l’indagine nasceva dall’osservazione e dalla deduzione più che dall’azione. Ma soprattutto lascia nel lettore una sensazione: quella di aver incontrato un intrigante e vivace personaggio. Lady Florence Trevelyan, con la sua brillante  intelligenza e il suo sguardo libero, è una protagonista difficile da dimenticare.

Claudia Cocuzza (classe ’82) è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche e svolge la professione di farmacista. È caporedattrice della rivista letteraria Writers Magazine Italia e redattrice per il sito ThrillerNord, specializzato in letteratura di genere. La partita di Monopoli (Bacchilega editore, collana Zero, novembre 2022), vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2022 per la sezione romanzo inedito, è stato il suo romanzo d’esordio. Il suo racconto In nomine patris fa parte dell’antologia Accùra (Mursia editore, collana Giungla gialla, luglio 2023). Il suo romanzo La forestiera è stato finalista al Premio Tedeschi 2024 del Giallo Mondadori per il miglior giallo italiano inedito. Insieme a Marika Campeti, ha curato l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir (Delos Digital, ottobre 2024).

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:: L’inglese di Tiziano di Patrizia Debicke Van Der Noot, dal 10 aprile

26 marzo 2026 by

Dicembre 1545.
Un’Europa dilaniata dallo scontro tra cattolici e protestanti trattiene il respiro: a Trento si apre il Concilio destinato a ridisegnare il destino della cristianità. Ma dietro le solenni vesti cardinalizie si agitano ambizioni, rancori e paure. Il legato del papa è un nemico temibile per Enrico VIII, sovrano ormai preda della follia e della crudeltà senile, che dalla sua corte libera veleni, intrighi e assassini. In questo clima di sospetti, prende il via il viaggio in Italia di Lord Templeton, giovane e brillante figlioccio del potente duca di Norfolk, inviato segreto della corona inglese. La sua prima tappa è Venezia, città di maschere e di inganni. Lord Templeton desidera farsi ritrarre da Tiziano, ma il ritratto è solo una copertura. Durante il fastoso ricevimento di Carnevale al Palazzo dei Dogi, tra musiche, velluti e sguardi ambigui, sventerà un complotto mortale che coinvolge la seducente cortigiana Angela Gradi e salverà la vita al nipote del papa, il cardinale Alessandro Farnese. Al suo fianco, Templeton giungerà a Roma, conquistandone la fiducia e l’amicizia. Ma nella città eterna, dove il potere si mescola al peccato, una bellissima duchessa romana lo attirerà in una rete di desiderio e tradimento, esponendolo a un pericoloso passo falso.
Qual è il segreto che Lord Templeton nasconde? E qual è il vero scopo della sua missione?
Il tempo stringe. Un piano infernale sta per scattare. E il destino dell’Europa potrebbe cambiare per sempre.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo varie esperienze lavorative dal 2003 si dedica alla scrittura. Ha viaggiato molto e ha trascorso la sua vita sia in Italia che all’estero.
Ha scritto romanzi, gialli, gialli storici con Corbaccio (tra cui L’uomo dagli occhi glauchi ora ripubblicato da AltreVoci con il titolo L’Inglese di Tiziano), TEA, Todaro e AliRibelli, e racconti per antologie e racconti lunghi pubblicati in e-book con Milano Nera e Delos Digital. Ha vinto diversi premi, tra cui il Premio alla carriera al IX Premio Europa nel 2012 e il premio della critica al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” di Seravvezza nel 2015 per La sentinella del papa. Nel 2022 si classifica seconda al Liberi di Scrivere Award con Il segreto del calice fiammingo e nel 2025 vince il Premio Selezione IusArteLibri e Festival 2025 per la sezione “Storie Nobili e Nobiliari”.
È collaboratore editoriale di Writers Magazine Italia, Milano Nera, Contorni di noir, Libro guerriero e Liberi di Scrivere, e coordinatore e conduttore per il Festival del Giallo di Pistoia. Tiene conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo. Conduce workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026 by

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: L’ospite regale di Henrik Pontoppidan (Iperborea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2026 by

L’ospite regale (Den Kongelige Gæst, 1908) di Henrik Pontoppidan (1857-1943) edito da Iperborea, con traduzione dal danese e postfazione di Fulvio Ferrari, è un romanzo breve o racconto lungo se vogliamo, ricco di suggestioni e inquietanti divagazioni sul matrimonio, sul perbenismo delle piccole comunità del Nord Europa di inizio Novecento, sul potere perturbante dell’insolito e del grottesco. La storia è molto semplice e lineare e si svolge in poche pagine che ci portano nell’intimità e nei fragili equilibri di una coppia della buona borghesia: lui medico, lei madre di tre figli piccoli. Innamorati, felici, sposati da sei anni. Una coppia di coniugi che una sera si trova al suo desco un ospite inatteso, di cui mai sapremo l’identità, un principe, un buffone, messer Carnevale, una figura mitologica o se vogliamo biblica, ma non dirò altro sull’identità di questo oscuro personaggio lo scoprirete leggendo il racconto e soprattutto la postfazione molto esplicativa. Questo incontro si rivela fatale per gli equilibri della coppia e soprattutto getta nell’inquietudine e nella malinconia la donna che scopre di aver vissuto fino allora in una felicità fasulla, in un paradiso ormai perduto che lascia spazio a una realtà più cruda ma certamente più vera.

Henrik Pontoppidan (1857–1943) è stato uno dei massimi scrittori danesi, premio Nobel per la letteratura nel 1917. Ammirato da György Lukács e definito da Thomas Mann «un autore epico di razza», in Italia è conosciuto soprattutto per il romanzo Pietro il fortunato. La sua narrativa si caratterizza per un realismo critico e un profondo interesse per le trasformazioni sociali e morali della Danimarca tra Ottocento e Novecento.

:: Tutte le ragazze mentono di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2026 by

Nel cuore di una Sardegna lontana dalle cartoline, con Tutte le ragazze mentono Piergiorgio Pulixi costruisce un thriller che affonda le radici nel disagio adolescenziale e nell’ipocrisia di provincia, offrendo un quadro teso, emotivamente denso, in cui il mistero si intreccia con il dolore e con l’ostinato bisogno di verità. Il romanzo è ambientato a  Saruxi, cittadina  sarda ex importante polo industriale dell’isola, che  emerge come un luogo sospeso, dove il tempo potrebbe  essersi fermato e ogni rapporto umano si nutre di sguardi, sospetti e silenzi. Le strade, le case, la foresta di lecci spesso avvolta nella nebbia contribuiscono poi a creare un senso costante di oppressione, come un’invisibile gabbia dalla quale non si può fuggire. In questo spazio chiuso, in cui tutti conoscono tutti, la verità può deformarsi  fino a diventare irriconoscibile e le apparenze invece assumere assoluto valore.
Sarà proprio da questa tensione che nasce e si sviluppa la trama. La morte di Denise, la “ragazza perfetta”, ritrovata sui binari del treno, rappresenta un’insanabile  frattura. Il suicidio, accettato senza troppe domande dalla comunità, diventa però per la sorella minore Melissa, Sissy, un insopportabile mistero. E sarà la sua voce, diretta e priva di filtri, a guidare il lettore dentro la sua personale indagine, provocata da un forte impulso emotivo. Perché istintivamente  lei non crede che sua sorella si sia tolta la vita.
Sissy è una protagonista ben calibrata: fragile, insicura, spesso sopraffatta dal dolore, ma incapace di arrendersi. Non dispone delle certezze di un’investigatrice, va avanti per intuizioni, errori e ossessioni. Il lutto della sua famiglia si riflette in ogni gesto, trasformando la casa in uno spazio svuotato, dove la vita sembra essersi ritirata lasciando solo un’eco di ciò che era prima.
Accanto a lei un insieme di ambigui personaggi, mai del tutto leggibili. Il gruppo delle ragazze più popolari incarna alla perfezione il tema centrale del romanzo: la distanza tra immagine pubblica e realtà interiore. Belle, ammirate, apparentemente invincibili, celano invidie, rivalità e sottili crudeltà, alimentate da tossiche dinamiche e dal costante bisogno di apparire. Pulixi tratteggia queste figure, evitando caricature ma lasciando emergere credibili contraddizioni.
Anche i personaggi maschili contribuiscono al quadro emotivo. Thomas, il fidanzato di Denise, pareva un ragazzo perfetto, ma la sua trasformazione dopo la tragedia propone dubbi. Loris, angelo biondo, presenza quasi favolosamente evocata, aumenta l’ inquietudine, proponendo  collegamenti che allargano il mistero.
L’intreccio s’impone  con una progressiva accumulazione di indizi, sospetti e parziali  rivelazioni. L’indagine di Sissy procede a zig zag tra fotografie, messaggi e ricordi, creando un mosaico con ogni tessera che sembra rimandare a un’altra verità. La storia poi si complica ancor più con la sequela di presunti suicidi che colpiscono la comunità, amplificando la sensazione di pericolo e trasformando il dubbio in certezza: dietro quelle morti si cela per forza qualcosa di oscuro.
Il ritmo narrativo è incalzante, la scrittura asciutta e coinvolgente, in grado di tenere alta la tensione senza rinunciare a momenti di introspezione. Le descrizioni, mai ridondanti, evocano immagini essenziali e un’atmosfera carica di inquietudine. La nebbia, il freddo, il buio si trasformano in elementi simbolici che riflettono lo stato d’animo della protagonista.
Tra i temi più forti risaltano la menzogna, il peso delle apparenze e la fragilità delle relazioni adolescenziali. L’amore, vissuto in modo assoluto e totalizzante, si intreccia con gelosia e paura, fino a toccare pericolose derive. Il romanzo esplora anche il dolore del lutto, mostrando come una perdita soprattutto violenta possa disgregare gli equilibri familiari e lasciare profonde cicatrici.
Il titolo ha un valore provocatorio e simbolico : In questo contesto locale forse  nessuno è davvero innocente, e la verità qualcosa di difficile da raggiungere.
A conti fatti un vero  thriller psicologico, capace di coniugare tensione e introspezione. Pulixi costruisce una storia che cattura e inquieta, accompagnando il lettore fino a un finale che mischia tutte le carte e costringe a rileggere ogni dettaglio sotto una luce diversa.
Un romanzo che, dietro la struttura del giallo, nasconde un’indagine più approfondita sulle pieghe  che si annidano nelle relazioni umane e su quanto spesso separano ciò che siamo da ciò che vogliamo dimostrare.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, dopo anni di lavoro  a Londra  si è spostato  a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O). Dal 2018 inizia la sua collaborazione anche con Rizzoli.

:: Più in là del silenzio, Fabrizio Guarducci, Monica Milandri (Le Lettere, 2026) A cura di Viviana Filippini

21 marzo 2026 by

Cosa accadrebbe se vi invitassero ad una cena, dove vige la regola del silenzio con sola concessione di ascolto della musica? Ne sanno qualcosa i personaggi di “Più in là del silenzio” di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, edito da Le Lettere. La storia narrata parte con la vicenda di un gruppo di amici, della loro cena senza parole  e di quello che ha portato a tale situazione. Protagonisti veri e propri però, leggendo, sono Teodoro e Claudia. Lui professore universitario, molto ordinato, preciso, metodico e non sempre abile ad esprimere i suoi sentimenti. Lei, figlia del rumore e del caos, lavora nella sua boutique e cerca di capire il non detto del compagno. Guarducci e Milandri creano una narrazione dove oltre alla vita di coppia che attraversa una crisi forte come una tempesta, viene messa in evidenza la funzione che ha il silenzio e come esso cambi di valore tra Teodoro e Claudia, dando una vera e propria svolta alla loro esistenza. All’inizio, quando tra i due scoppia una crisi relazionale fatta dai troppi silenzi di Teodoro che non si esprime e non manifesta quello che prova, il silenzio diventa una componente che opprime e pesa sullo stato emotivo della coppia. Su quello di Claudia che vorrebbe un dialogo più consistente con Teodoro e su Teodoro stesso, il quale si chiude a riccio, non si espone e arriva pure a dire alla sua amata che forse lei non avrebbe mai dovuto sceglierlo. Poi, quel silenzio vestito da punto di rottura diventa una scelta ben precisa di vita, dove le parole sono bandite per lasciare spazio ai gesti. Tra Teodoro e Claudia il silenzio diventa qualcosa di nuovo, una forza motrice, che li accompagna nei loro gesti di ogni giorno e che diventa pian piano una forma di fiducia reciproca. Pezzo dopo pezzo, grazie al silenzio, la coppia trova nuova stabilità. A loro non servono più le parole, basta osservarsi e ascoltarsi nel silenzio e in silenzio. Questo modo di vivere genera cambiamenti in Teodoro e Claudia. I loro amici notano questa trasformazione e, in sedi separate, lo fanno notare ai due. Claudia capisce che è cambiata grazie al silenzio, mentre Teodoro è diverso – gli fa notare l’amico Marco- non per quello che dice, ma per come lo dice. Claudia e Teodoro  protagonisti di “Più in là del silenzio”  di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, da coppia avviata verso la frantumazione, vivono un percorso di cambiamento, che li trasforma emotivamente e psicologicamente, in quanto i due hanno trovato nel silenzio, che spesso spaventa e crea imbarazzo, lo stato ideale di vita, lo strumento giusto per vivere in pace la loro relazione. Per loro il silenzio non è più un vuoto che opprime, che annienta e spaventa. Per Teodoro e Claudia il silenzio è diventato linfa esistenziale e spazio da vivere e in cui esistere in pace, amore e armonia con se stessi e con il mondo che li circonda.

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Undeground alla fine degli Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato mistica, estetica e tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. Inoltre, è autore cinematografico: Paradigma Italiano (premiato PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021), Anemos (2023) e La patria delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), Theoria. Il divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La patria delle emozioni (2023), Eclissi (2023, selezione premio Strega 2024) e Il richiamo del sentimento (2025). (Fonte sito Le Lettere)

Monica Milandri è appassionata di arte e musica classica; vive e lavora a Firenze. (Fonte sito Le Lettere)

Source: Ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: “Maria. Regina Vittoriosa del mondo”(Edizioni Segno) di suor Maria Natalia, a cura di Daniela Distefano

19 marzo 2026 by

Se state pensando che la Consacrazione a Gesù tramite Maria Santissima sia l’antidoto alla deriva puzzolente dei giorni nostri tra guerre, amoralità, oscenità letterarie, televisive, musicali, cinematografiche etc. siete sul binario della Fede in corso, ma attenti: come consacrarsi e qual è la preghiera di affidamento più efficace? Bisogna fare una premessa: Tutte le consacrazioni dei santi vanno benissimo. E c’è chi – come me – le fa tutte per non lasciar passare un giorno senza ricevere un bacio dal Cielo per questo dono di abbraccio totale al Signore e alla nostra Mamma Maria.

In questo articolo, riporto una consacrazione speciale, la preghiera di offerta della vita; il libro è  un opuscoletto di poche pagine che racchiude in sintesi ogni pietruzza di Fede infilata nella collana dell’Amore divino. Andiamo con ordine e partiamo dal libro e dal suo titolo.

Il messaggio di “Maria, Regina Vittoriosa del Mondo”  è quello ricevuto da una suora nata in un villaggio vicino Bratislava (Slovacchia) il 31 gennaio 1901, vissuta in Belgio e Ungheria. Sin da bambina ebbe il dono di esperienze mistiche da parte di Gesù e della Vergine Maria. A 14 anni pronunciò i voti di “Terziaria Francescana”, e a 17 anni entrò in un convento di Bratislava. Tra il 1936 e il 1943 ricevette le prime grandi rivelazioni da Gesù e dalla Vergine Maria: messaggi da diffondere nel mondo e messaggi particolari sul destino dell’ Ungheria, di prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Come il Signore le aveva predetto, non fu la pace che seguì la guerra, ma l’occupazione russo-comunista, dal 4 aprile 1945. Il popolo ungherese tentò di ribellarsi nel 1956, ma invano. L’Ungheria riebbe la libertà solo dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Nel 1950 furono soppresse tutte le comunità religiose, ridotte allo stato laicale; pertanto Suor Maria Natalia fu costretta a togliersi l’abito religioso, come le aveva predetto la Vergine Maria.

Si ritirò in un paese di campagna dove, solitaria e sconosciuta, continuò a vivere nella penitenza un’esistenza in continuo contatto con Gesù e Maria. Morì nell’aprile del 1992, lasciando in eredità una raccolta di messaggi importanti, attuali per Tempi così difficili per il nostro mondo alla deriva.

Nel 1934 – riferisce Suon Maria Natalia – io pregavo Gesù di concederci, in onore dei suoi 33 anni di vita terrena, delle grazie che ci aiutino ogni giorno a rinnovarci interiormente. Ecco le parole di Gesù: “ Io vi farò partecipare, te stessa, i tuoi fratelli e le tue sorelle, a delle grazie tali che, in tutti i giorni della vostra vita, vi procureranno molta gioia”. Otto anni dopo, maturata interiormente, Suor M. Natalia ricevette le 33 promesse.

Nei suoi scritti, la mistica descrive le numerose visioni della Vergine Maria Regina, che Gesù desidera sia proclamata dalla Chiesa “Regina del mondo”, non solo dell’Ungheria, ma del mondo intero. Così scrive:”Se ricordo bene, è nella solennità di Cristo Re, nel 1939, che mi fu permesso di contemplare in una visione, il mio divino Salvatore, mio sposo. Il suo aspetto era regale, il suo volto dolce, attraente, pieno d’amore. Era vestito di un manto regale e sul capo portava una triplice corona, così grande era la forza con la quale mi attirava che mi sembrava di volare per gettarmi ai suoi piedi. Egli mi alzò e mi coprì con parte del suo manto. Gli dissi: “Mio Salvatore e mio Re, regna su di me”.

“E’ nel tuo cuore che si trova il mio Regno regale”, mi ripose.

Mentre ero appoggiata sul suo petto, vidi il suo dolce sguardo errare su tutta la terra. “ Mio Salvatore, di che ha sete il tuo Cuore?” gli chiesi. Gesù si chinò su di me per dirmi: “Nel momento in cui il Figlio è proclamato Re, è opportuno che la Madre del Figlio sia anche Lei una “Maestà Regale”. Pertanto Io voglio che la Madre mia Immacolata sia proclamata da tutta l’umanità “Regina Vittoriosa del mondo”. In questa visione, il Salvatore mi annunciò che doveva essere introdotta una festa e celebrata solennemente per onorare Maria Regina del mondo (ciò avvenne nell’anno mariano 1954, durante il pontificato di Papa Pio XII. Nel calendario attualmente viene ricordata il 22 settembre).

Dio Padre vuole mostrare all’umanità che la Vergine Santissima è sovrana del mondo perché ha riportato la vittoria sul mondo, sul peccato, e sugli inferi. Attribuendo questa vittoria a Cristo Re, tutti i popoli devono riconoscere che la gloria della vittoria va condivisa con la sua Collaboratrice, la sua Santa Madre, Sovrana del cielo e della terra.

Messaggio della Vergine Maria – 2 luglio 1986

Miei cari figli! Il Signore vuole la pace, e per questo io continuo ad apparire per avvertirvi. Ascoltatemi! Non indurite i vostri cuori! Ancora oggi le mie lacrime scorrono. Ma a che pro, se non considerate il valore? Miei cari figli! Che avverrà se la coppa trabocca e il Signore non mi permette più di venire ad avvertirvi? In molti paesi io porto i messaggi del Divino Mio Figlio. Ma se non si tiene conto delle mie richieste, quale sarà la sorte dell’Umanità? Riflettete. Ora io mi rivolgo a coloro che comprendono le mie suppliche. Brevi preghiere non bastano più… Offrire la propria vita per la Vita! E’ quanto mi chiede Mio Figlio. Almeno voi, piccolo gruppo di giusti e di fedeli, non stancatevi,anche nelle prove più dure! Pensate alla vostra vocazione di apostoli!  Pensate che Mio Figlio vi ha scelti per essere “Pescatori” di anime.  Come ha detto agli apostoli, anche oggi dice a chi lo ama di più: “Seguimi! Rinuncia alla tua volontà! Lascia quanto possiedi. Non dire che è un sacrificio troppo duro, ma un “sacrificio costruito sulla roccia del perfetto amore” che lo spirito del male non può travolgere!”. Mediante la mia maternità verginale, voi lo offrite al Signore che se ne servirà sempre là dove l’urgenza è più grave. Che servirebbe all’uomo guadagnare l’universo se arrivasse a perdere la sua anima?”.

Grazie alla pratica dell’espiazione, il Padre Celeste avrà pietà dell’umanità. Molti non potrebbero nascere se arrivasse la calamità totale. Non dimenticate chi è vostra Madre. Non dimenticate di chi voi siete figli. Pregate per quelli che sono sotto il potere del nemico. La grazia agisce nel silenzio. Quando siamo in stato di grazia, Dio ci sorride. Il Signore è molto contento quando notiamo che Egli agisce in noi. La Parola di Dio deve diventare realtà.

PREGHIERA DI OFFERTA DELLA VITA (data a Suor Natalia Magdolna dalla Vittoriosa Regina del Mondo)

“Mio dolce Gesù: di fronte alle persone della Santissima Trinità, davanti alla nostra Madre del Cielo e tutta la Corte Celeste, offro – secondo le istruzioni del Tuo Cuore Eucaristico e del Cuore Immacolato di Maria Santissima – tutta la mia vita, tutti la mie Sante Messe, Comunioni, buone opere, sacrifici e sofferenze, unendoli ai meriti del Tuo Sangue Santissimo e della Tua morte in Croce: per adorare la Santissima Trinità gloriosa, per offrirle riparazione delle nostre offese, per l’unità della nostra Santa Madre Chiesa, per i nostri sacerdoti, per le buone vocazioni sacerdotali e per tutte le anime fino alla fine del mondo.

Ricevi, Mio Gesù, la mia offerta di vita e concedimi la grazia di perseverare in essa fedelmente fino alla fine della mia vita.

Amen.”

“…Se qualcuno, mia figlia, fa solo una volta l’offerta della vita. Capisci, figlia Mia? Se solo una volta, in un momento di grazia, si è acceso nel suo cuore il fuoco dell’amore eroico, con questo ha sigillato tutta la sua vita! La sua vita, anche se non ne è consapevole, è ormai possesso di Entrambi i Sacri Cuori. Per mio Padre il tempo non esiste. La vita dell’uomo sta davanti a lui tutta intera…”

LE 5 MERAVIGLIOSE PROMESSE

                                                                                                 

1. I loro nomi saranno inscritti nel Cuore di Gesù, ardente d’amore, e nel Cuore Immacolato della Vergine Maria.

2. Per la loro offerta della vita, insieme con i meriti di Gesù, salveranno molte anime dalla dannazione. Il merito dei loro sacrifici beneficherà le anime fino alla fine del mondo.

                                                                                                         

3 Nessuno tra i membri della sua famiglia si condannerà, anche se dalle apparenze esterne così sembra, perché prima che l’anima lasci il corpo riceverà nel profondo dell’anima la grazia del pentimento perfetto.                                                   

4. Nel giorno della sua offerta, i membri della sua famiglia che erano in Purgatorio, usciranno di lì.

                                                                                                                                    

5. Al momento della sua morte, io sarò al suo fianco e porterò la sua anima, senza passare attraverso il Purgatorio, alla presenza della Gloriosa Santissima Trinità, dove, nella casa fatta dal Signore, gioirà per sempre con me.