:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026 by

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice. 

:: E se il mondo salta in aria,  Sarah Jäger (Iperborea, 2026) A cura di Viviana Filippini

31 agosto 2026 by

Vacanze in arrivo e pronti tutti per la piscina. Non per tutti però, perché i due protagonisti – Juri e Ava, 14 anni- di “E se il mondo salta in aria”,  Sarah Jäger, edito da Iperborea sono invece chiusi in casa. Lui ha fatto una scelta volontaria, perché ha paura di tutto quello che è e c’è nel mondo e solo stando nella propria camera riesce a sentirsi al sicuro. Ava, al contrario, è sempre a zonzo con gli amici e anche a causa di questo è stata messa in punizione. Juri e Ava, ognuno a casa sua, in realtà si conoscono perché erano in classe assieme alle scuole elementari, ed è da molto che non si vedono e sentono. Ava, che non sa come far passare il tempo, contatta Juri su WhatsApp, e lui, strano ma vero, le risponde dando il via a qualcosa di inaspettato, spiritosi, simpatico e allo stesso commovente. Il libro per ragazzi della Jäger è interessante, perché affronta il tema dell’amicizia, e di come a volte, proprio in questo caso, i social possono diventare un appiglio e uno scoglio a cui aggrapparsi per trovare la salvezza, perché per i due protagonisti adolescenti inizierà uno scambio di messaggi che sarà qualcosa di un semplice invio o di una spunta azzurra. In questa chiacchierata virtuale dove entrambi si raccontano a ruota libera è Interessante notare la diversità di approccio alla comunicazione usata dai due protagonisti.  Ava  per esempio  usa solo vocali ed è una chiacchierona, mentre Juri manda solo messaggi scritti ed è sempre minato dalla sua insicuro e paura della vita. Il legame virtuale che nasce pagina dopo pagina, o meglio messaggio in chat dopo messaggio in chat, evidenzia come il costante scambio tra i due ragazzi diventi un vero e proprio salvagente per entrambi, perché piano piano i due cominceranno a raccontarsi le loro ansie, gioie, timori e paure. Messaggio dopo messaggio in “E se il mondo salta in aria” Juri e Ava, isolati dal resto del mondo,  impareranno a riscoprire il valore speciale dell’amicizia, del sostenersi a vicenda e farsi forza uniti anche ad una giusta dose di coraggio per affrontare il rapporto e confronto con quella la realtà esterna che tanto spaventa e disorienta. Il romanzo è stato il vincitore del Deutscher Jugendliteraturpreis 2025, il più importante riconoscimento tedesco per la letteratura per ragazzi. Illustrazioni di Sarah Maus e traduzione di Valentina Freschi.

Sarah Jäger è una scrittrice ed esperta di pedagogia teatrale, è sempre alla ricerca di storie che colpiscano il cuore, la mente e la pancia dei suoi giovani lettori. Ha scritto diversi romanzi apprezzati per la forza narrativa con cui raccontano il mondo delle emozioni e dei sentimenti degli adolescenti.

Source: della lettrice.

Quindici anni di Vigdis Hjorth (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

30 agosto 2026 by

Quindici anni di Vigdis Hjorth, pubblicato in Italia da Fazi Editore nella traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, è un romanzo di formazione toccante, in cui la scoperta delle menzogne familiari porta la protagonista adolescente a interrogarsi sugli adulti, sul senso della realtà, sulla giustizia e su quanto sia difficile restare fedeli a se stessi.

Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina norvegese con i genitori, la sorella Elisabet e il fratellino Lasse. La sua esistenza è scandita da abitudini consolidate: i pasti insieme, le domeniche sugli sci, le gite al lago, le vacanze e le ricorrenze religiose. Quella regolarità la protegge:

«Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo».

L’equilibrio si rompe quando Paula scopre le lettere che la madre scrive alla nonna materna, donna severa e profondamente religiosa, figlia di un celebre predicatore. In quelle pagine la realtà viene resa più presentabile: l’esame di matematica fallito da Elisabet diventa un successo, il padre riceve una promozione mai avvenuta e Paula viene descritta come una nipote devota. Falsità forse piccole per un adulto, ma sufficienti a incrinare l’intero sistema di valori della ragazza.

Hjorth evita la contrapposizione troppo semplice tra l’innocenza dell’adolescente e l’ipocrisia dei grandi. Paula condanna la madre, ma cerca anche di comprenderne le ragioni: la paura del giudizio, il desiderio di compiacere la nonna, la frustrazione di una vita governata dalle aspettative altrui. La menzogna diventa così il sintomo di una più profonda rinuncia all’autenticità.

Anche la religione viene affrontata senza facili provocazioni. Paula non rifiuta la ricerca di un significato; si ribella a una fede ridotta a rituale, obbedienza e controllo. Il confronto con il pastore, unico adulto disposto ad ascoltarla, mostra la complessità del conflitto: persino lui può proporle soltanto un compromesso basato sulla finzione e sul silenzio.

Karen, la migliore amica, rappresenta invece uno spazio di libertà. Quando si trasferisce, le lettere scambiate tra le due ragazze diventano una forma di presenza e resistenza. La scrittura assume così un doppio valore: nelle mani della madre altera la realtà, in quelle di Paula e Karen prova a raggiungere una verità condivisa.

«Una frase può cambiare qualunque cosa. Si trattava di trovare la frase che poteva cambiare tutto l’impossibile, se l’avesse trovata, non avrebbe più avuto nemmeno bisogno di gridare, le sarebbe bastato dirla con calma».

In queste parole è racchiuso uno dei nuclei del libro.

La narrazione in terza persona aderisce alla coscienza di Paula. I periodi lunghi, le associazioni e i pensieri ricorrenti riproducono con precisione il rimuginio di una ragazza incapace di accettare risposte convenzionali, la pressione che cresce in lei e la maturazione della sua volontà.

La ribellione di Paula non è clamorosa: procede attraverso esitazioni, piccoli rifiuti e tentativi che si scontrano con l’indifferenza degli adulti. Hjorth racconta l’adolescenza come un’età di dolorosa lucidità, nella quale si scopre che le persone amate possono deludere, che una famiglia può soffocare anche mentre cerca di proteggere e che crescere significa scegliere quali eredità accogliere.

Quando Paula comprende di dover difendere personalmente la propria volontà, il romanzo raggiunge la sua affermazione più vitale:

«Le era concesso vivere una sola volta, per questo sarebbe successo quello che doveva succedere, fine».

Una frase asciutta, quasi brutale, che non promette una libertà senza conseguenze, ma segna il momento in cui la ragazza decide di assumersene il prezzo.

Si tratta di un romanzo intenso, rigoroso e profondamente umano, che affida alla protagonista una conquista essenziale: il diritto di decidere chi diventare.

Vigdis Hjorth, nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, tra cui una ventina di romanzi, conquistando numerosi premi letterari. Eredità (Fazi Editore, 2020), incluso nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale. Fazi Editore ha pubblicato anche Lontananza (2021), finalista all’International Booker Prize 2023, e Ripetizione (2025).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo l’ufficio stampa Fazi Editore.

:: Visioni di cinema: Balzac e la piccola sarta cinese di Dai Sijie

29 agosto 2026 by

Tratto dall’omonimo romanzo semi-autobiografico di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese è anche un film del 2002 diretto dallo stesso autore del libro e presentato nella sezione Un Certain Regard al 55° Festival di Cannes. È un’opera deliziosa, commovente e divertente, attraversata da una vena poetica e da una malinconia delicata, che parla di amore, amicizia, libertà e, soprattutto, del potere straordinario che i libri possono avere nel cambiare la vita di chi li legge.

Ambientato nella Cina maoista durante gli anni della Rivoluzione culturale, in un piccolo e pittoresco villaggio di montagna del Sichuan, il film racconta la giovinezza di due ragazzi, Ma e il suo migliore amico Luo, entrambi mandati in montagna per essere “rieducati” secondo i principi del regime comunista. Provenienti da famiglie di estrazione borghese e figli di medici considerati nemici del popolo, i due devono scontare la propria presunta colpa attraverso il duro lavoro nei campi e nella miniera, contribuendo, secondo la logica del regime, alla costruzione della nuova Cina del Compagno Mao.

In un ambiente fatto di privazioni, fatica, sporcizia e lavori massacranti, i due ragazzi scoprono però anche una realtà diversa da quella che il regime vorrebbe imporre loro. Incontrano infatti la Piccola Sarta, una bellissima e ingenua ragazza del villaggio, nipote di un sarto, che vive immersa in un mondo semplice e apparentemente lontanissimo da quello dei due giovani. Entrambi si innamorano di lei, dando vita a un delicato intreccio sentimentale in cui amicizia, desiderio, e amore finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. La ragazza, inizialmente affascinata soprattutto dai racconti che Ma e Luo le fanno, viene conquistata da quel mondo sconosciuto che i due riescono a evocare attraverso le loro letture.

Ed è proprio la letteratura il vero cuore del film. I due amici entrano in possesso di una valigia piena di romanzi occidentali, sottratti a Quattrocchi, un altro ragazzo mandato in quel campo di rieducazione. Tra quei libri ci sono soprattutto le opere di Balzac, ma anche altri grandi autori della letteratura europea. In una Cina in cui la cultura occidentale è considerata pericolosa e sovversiva, quei romanzi rappresentano per i protagonisti una finestra improvvisamente spalancata su un universo completamente diverso: un mondo fatto di sentimenti, passioni, libertà individuale, sogni e possibilità.

I libri diventano così una vera e propria forma di evasione dalla realtà oppressiva in cui Ma e Luo sono costretti a vivere. Ma non sono soltanto un rifugio: sono anche uno strumento di formazione e di emancipazione. Attraverso le storie raccontate nei romanzi, i ragazzi imparano a conoscere il mondo, ma soprattutto imparano a conoscere se stessi, i propri desideri e le proprie emozioni. E ciò che leggono finisce per trasformare anche chi li circonda, in particolare la Piccola Sarta, che grazie alla letteratura comincia a immaginare per sé una vita diversa, al di là dei confini angusti del villaggio e del ruolo che la società sembra averle assegnato.

Il film riesce così a raccontare con leggerezza una realtà storica tutt’altro che leggera. Sullo sfondo c’è infatti la violenza ideologica della Rivoluzione culturale, con la sua sistematica repressione della cultura, del pensiero individuale e di tutto ciò che poteva essere considerato estraneo ai principi del maoismo. Dai Sijie evita però di trasformare il film in una semplice denuncia politica: preferisce raccontare questa realtà attraverso gli occhi dei suoi giovani protagonisti, mescolando dramma, ironia, sensualità e poesia. Proprio questo equilibrio rende la storia particolarmente coinvolgente.

Accanto alla magia della letteratura, anche i paesaggi assumono un ruolo fondamentale. Le montagne del Sichuan, i sentieri, i villaggi immersi nella natura e gli scorci della Cina rurale sono di una bellezza quasi fiabesca e creano un forte contrasto con la durezza della situazione politica e con le condizioni di vita dei protagonisti. La natura appare libera e incontaminata proprio mentre gli uomini sono costretti dentro le rigide regole imposte dal regime. La splendida fotografia accentua ulteriormente questo contrasto, regalando al film immagini suggestive e contribuendo a trasmettere contemporaneamente la bellezza, la nostalgia e la malinconia che attraversano tutta la storia.

Balzac e la piccola sarta cinese è quindi un film sulla scoperta della libertà attraverso la cultura, ma anche una storia di formazione, di amicizia e di primo amore. È il racconto di come un libro possa diventare un oggetto rivoluzionario, capace di aprire una breccia anche nelle realtà più chiuse e oppressive. E forse è proprio questo l’aspetto più bello del film: l’idea che le storie che leggiamo non rimangano confinate sulle pagine, ma possano insinuarsi nella nostra vita, modificare il nostro modo di guardare il mondo e persino suggerirci la possibilità di diventare qualcun altro.

Un film poetico e delicato, capace di commuovere senza mai essere stucchevole e di raccontare, con grazia e ironia, il potere della letteratura e il desiderio universale di libertà.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026 by

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2026 by

Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026 by

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Presto sui vostri kindle: L’Imperatrice dei Mari di Shanmei

24 agosto 2026 by

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026 by

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026 by

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.

:: Una giornata a passo leggero di Jelena Lengold (Voland, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2026 by

Una giornata a passo leggero della scrittrice serba Jelena Lengold, tradotto da Elisa Copetti per Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo di notevole qualità letteraria che ci porta nella vita di uno scrittore di successo della Belgrado contemporanea, Isidor Kraus, cinquantenne, molto amato dai lettori e apprezzato da stuoli di donne, anche giovani, per il suo fascino dimesso e disincantato.

Arrivato a quel punto della vita in cui, inevitabilmente, si cominciano a fare bilanci, Isidor si accorge di non riuscire più a scrivere con la facilità di un tempo. O forse si accorge che il romanzo che vuole realmente scrivere — quello dedicato alla vita di suo padre, morto da poco — è l’unico che sente davvero necessario, invece di continuare a perdersi nei racconti di sé stesso e nella propria incapacità di costruire relazioni stabili, capaci di renderlo emotivamente completo e, forse, finalmente realizzato.

Ma cos’è la scrittura? E cos’è, davvero, la letteratura?

Sembra chiederselo Lengold, trasformando il romanzo in un’ampia e affascinante riflessione metaletteraria sulla capacità della letteratura non soltanto di scavare nel profondo delle anime, ma anche di curarle, in uno slancio salvifico che la avvicina alla musica e, più in generale, all’arte.

Ma la letteratura può davvero salvare?

Oppure le fratture del passato, i rapporti mai completamente risolti, le fughe attraverso le quali abbiamo cercato di rifugiarci per elaborare i lutti restano comunque lì, a incombere sulle nostre vite, anche quando crediamo di averle finalmente superate?

Isidor Kraus sembra cinico, disilluso. Non vuole che gli altri si aspettino più nulla da lui. Ma è una maschera, sedimentata negli anni in cui ha cercato di dimenticare un amore che lo ha segnato davvero, quello vissuto a diciotto anni, quando si ama in modo assoluto, senza egoismi e senza limiti.

E quell’amore, mai veramente dimenticato, torna improvvisamente nella sua vita attraverso alcune mail ricevute da un ipotetico lettore. Ne nasce uno scambio di botta e risposta al quale Isidor aderisce con riluttanza, fino a quando quell’uomo svela la propria identità: non è un anonimo lettore, ma il figlio di Irma, che ha bisogno del suo aiuto.

Sebbene il protagonista sia maschile, sono soprattutto le donne che ruotano intorno a lui a costruirne, in qualche modo, l’identità: Olga, la traduttrice; Maja, la giovane giornalista televisiva; Irma, l’amore della giovinezza; e la madre, morta troppo presto, quando Isidor era ancora adolescente.

Sono loro, con la loro presenza o con la loro assenza, la voce sommessa che arricchisce e insieme ferisce la vita di un uomo che ha trovato nella scrittura una via di fuga, un modo per difendersi dalle insidie del tempo e dai dolori della vita.

Lengold scrive con una grazia particolare, senza mai forzare il sentimento. C’è malinconia, ma non c’è compiacimento; c’è dolore, ma rimane quasi sempre sottovoce. Ed è forse proprio questa misura a rendere così intensa la storia di Isidor: la sensazione che dietro la sua ironia, dietro il suo disincanto e dietro la sua apparente capacità di non aver bisogno di nessuno, si nasconda un uomo che continua a fare i conti con ciò che ha perduto.

Poetico, delicato, sommesso, Una giornata a passo leggero è un romanzo sulla memoria, sull’amore, sulla perdita e sulla possibilità — forse illusoria, forse necessaria — che raccontare ciò che ci ha ferito possa finalmente aiutarci a comprenderlo.

Un romanzo bellissimo, luminoso, scritto da una delle voci più importanti della letteratura serba della sua generazione.

Jelena Lengold Nata nel 1959 a Kruševac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Vašarski Mađioničar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.

Elisa Copetti È una traduttrice friulana, docente di lingua serbo-croata presso l’Università di Udine. Ha tradotto svariati romanzi e opere teatrali di autori serbi e croati, vincendo nel 2008 il Concorso internazionale “Estroverso”, dedicato alla traduzione di letteratura per l’infanzia dalle lingue dell’est Europa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Polvere di Piksi di Barbi Marković (Voland, 2026), a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2026 by

Polvere di Piksi della scrittrice serba Barbi Marković, nella bella traduzione dal tedesco di Lucia Assenzi e pubblicato da Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo breve, brevissimo: appena cento pagine. Eppure, dentro questo spazio così esiguo, l’autrice riesce a far entrare un intero universo, luminoso e grottesco, tenero e assurdo, profondamente balcanico.

È un mondo fatto di contraddizioni, colori, suoni, umorismo e vitalità, un mondo attraversato dalle ferite della storia, dalle divisioni, dagli sgretolamenti e dalle tragedie che hanno segnato i popoli della ex Jugoslavia senza riuscire, però, a spegnerne la capacità di giocare, ridere, raccontare e trasformare persino il dolore in una forma di vitalità. Al centro di questo universo c’è il calcio, che in Polvere di Piksi è molto più di uno sport: è una metafora della vita, un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un collante generazionale capace di mettere in comunicazione padri e figli, memoria privata e memoria collettiva.

Il romanzo, fortemente autobiografico, prende avvio dal compleanno di Barbi, che ha otto anni. È proprio in occasione del suo compleanno che il padre Slobodan la conduce, secondo un rituale ormai consolidato, in un campo di calcio. Per lui quel pellegrinaggio è quasi una necessità: il calcio è una passione, una fede, qualcosa che deve essere trasmesso alla figlia. Per Barbi, invece, è soprattutto una seccatura. La bambina è vivace, intelligente, curiosa, piena di risorse e di immaginazione, ma proprio non riesce ad appassionarsi a quel gioco che il padre considera così importante.

Slobodan, però, non si arrende. Nel tentativo quasi disperato di trasmetterle il proprio entusiasmo, per farla rivenire da uno svenimento, arriva persino a gettarle addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi, uno dei grandi miti del calcio jugoslavo e serbo. Che per paradosso invece di trasmetterle l’amore per il calcio la farà diventare una formidabile narratrice.

Da qui prende forma una storia che parte apparentemente da un gesto semplice e quasi comico per spalancarsi, pagina dopo pagina, su qualcosa di sempre più drammatico che arriverà a commuovere il lettore fino alla partita di Italia 90, giocata a Firenze da Argentina e Jugoslavia, l’ultima partita giocata dalla Jugoslavia prima dello scoppio della guerra, e della dissoluzione del paese come della dissoluzione della famiglia stessa della protagonista di cui il padre arriva a non ricordarne il nome.

Perché Polvere di Piksi non parla soltanto di una bambina che non ama il calcio e di un padre che cerca ostinatamente di farle cambiare idea. Il calcio diventa piuttosto il punto di accesso a un universo familiare, culturale e storico nel quale passato e presente si sovrappongono continuamente. Il campo da gioco diventa un luogo della memoria, mentre la figura paterna porta con sé un mondo di rituali, convinzioni, passioni e nostalgie che la bambina osserva con uno sguardo insieme affettuoso, ironico e disincantato.

Marković riesce così a costruire un originalissimo romanzo familiare e, nello stesso tempo, un racconto di formazione sui generis. Barbi bambina guarda gli adulti e il loro mondo senza accettarlo passivamente: lo interroga, lo mette in discussione, lo attraversa con la propria fantasia. Ed è proprio attraverso questo sguardo infantile che la realtà finisce per deformarsi, moltiplicarsi e diventare continuamente altro.

La scrittura procede infatti sul confine sottile tra autobiografia, realismo e fantastico. Il quotidiano viene costantemente attraversato dall’assurdo, dal grottesco e dal meraviglioso, in una fantasmagoria che ha qualcosa di profondamente balcanico ma che, allo stesso tempo, riesce a parlare di esperienze universali: il rapporto tra genitori e figli, il bisogno di appartenenza, la trasmissione delle passioni, il peso della memoria e la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti e per riflesso la difficoltà degli adulti di comprendere e attraversare l’universo dei bambini.

C’è anche una componente di parodia della narrativa popolare, che rende il libro particolarmente divertente e imprevedibile. Marković prende gli ingredienti della grande storia, della memoria collettiva e del racconto familiare e li mescola con il surreale, l’ironia e una certa irresistibile propensione al nonsense. Ne nasce un libro che non ha paura di essere giocoso, pur muovendosi su un terreno segnato da traumi storici e fratture profonde sia spsicologiche che storiche.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la capacità di tenere insieme leggerezza e tragedia senza che l’una cancelli definitivamente l’altra. La Storia rimane sullo sfondo, con le sue ferite e le sue divisioni, ma non schiaccia mai i personaggi. Al contrario, la vita quotidiana, il gioco, l’ironia e persino l’assurdità diventano strumenti di resistenza, modi per continuare a esistere e a raccontarsi.

Barbi non ama il calcio perchè ne vede una sublimazione della violenza, una metafora della guerra che sarà combattuta a breve spazzando via un mondo che non è solo la sua infanzia, ma è tutto quel tessuto connettivo familiare ed etico che costituisce la storia di un popolo.

In cento pagine Marković riesce dunque a raccontare molto più di quanto prometta la premessa. Polvere di Piksi è un piccolo gioiellino dalla grande caratura emotiva, una storia di famiglia e d’infanzia, una buffa e malinconica educazione sentimentale, un omaggio a un immaginario balcanico ricco di contraddizioni e vitalità. E il calcio, alla fine, non è che il pretesto perfetto: una palla che rotola, un campo, un padre, una figlia e la polvere sollevata dagli scarpini di un campione diventano il materiale attraverso cui raccontare una cultura, una memoria e soprattutto il complicato, tenerissimo rapporto tra ciò che i genitori vogliono trasmettere e ciò che i figli scelgono, inevitabilmente, di fare proprio. Un libro breve nelle dimensioni ridotte, dunque, ma sorprendentemente grande nell’immaginazione: grottesco, tenero, ironico e stranamente luminoso. Proprio come l’infanzia che racconta.

Barbi Marković Nata a Belgrado nel 1980, ha studiato Letteratura tedesca e vive a Vienna dal 2006. È autrice di numerosi racconti, romanzi, opere teatrali e radiodrammi per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui nel 2024 il prestigioso Premio della Fiera del Libro di Lipsia nella categoria narrativa. Polvere di Piksi – di cui è stato realizzato recentemente anche un adattamento teatrale – nel 2025 si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, importante premio letterario assegnato ogni anno alla migliore pubblicazione in lingua tedesca dedicata al mondo del calcio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.