La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022 by
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Oriana Ramunno a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Oriana Ramunno, autrice del libro “Il bambino che disegnava le ombre”(Rizzoli) seconda classificata alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Oriana su Liberi di scrivere e complimenti per il secondo posto. Ho sentito davvero pareri lusinghieri sul tuo libro, per alcuni uno dei migliori libri editi l’anno scorso in Italia. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a voi per aver scelto Il bambino che disegnava le ombre tra i libri votabili, ve ne sono davvero grata.Questo libronasce in un momento più maturo del mio percorso di scrittrice, iniziato ormai dieci anni fa, in cui mi sono sentita finalmente pronta a raccontare l’Olocausto. Da piccola ho ascoltato e trascritto i ricordi di mio zio Angelo, un sopravvissuto ai lager nazisti, e nel tempo ho provato a capire i suoi racconti studiando la Storia, cercando di capire le origini di quella che è stata una delle pagine più brutte dell’umanità. Dopo aver sviscerato ogni aspetto di quelle pagine terribili, ho voluto raccontarle e ho deciso di farlo con un genere che da sempre sonda le ombre e le luci dell’animo umano, mettendoci di fronte alle nostre più grandi paure, ma offrendoci anche delle soluzioni finali catartiche: il giallo.

Vivi a Berlino è vero? Parlaci un po’ di te della tua infanzia, del tuo lavoro?

Ho vissuto a Berlino per tre anni, da settembre sono ritornata bolognese insieme a tutta la mia famiglia. Berlino è stata un’esperienza unica. È una città che ha un’anima, che si porta addosso i segni della Storia visibili in ogni angolo, nei buchi delle granate sui muri, nei memoriali che si trovano a ogni angolo di quartiere, nei pezzi di muro conservato a memoria di tutti. Berlino mi ha insegnato la malinconia di una città sospesa nel tempo ma anche l’ecletticità di una città trasgressiva e proiettata verso il futuro. In ultimo, mi ha offerto la possibilità di approfondire le mie ricerche sul tema dell’Olocausto.
Nonostante sia una girovaga, però, io sono e sempre sarò una ragazza del Sud. Sono nata a Rionero in Vulture, in Basilicata, ed è lì che ho imparato ad amare i libri grazie a una zia bibliotecaria. È in Basilicata, o Lucania come mi piace chiamarla, che sono cresciuta, assorbendo le energie di una terra che ancora vive di realismo magico, tradizioni e passato.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura? Ricordi il primo libro che hai letto da sola?

Il mio amore per i libri è nato a sette anni, quando passavo i pomeriggi nella Biblioteca comunale dove lavorava mia zia. Avevo a disposizione qualunque libro. Il primo fu il GGG, il Grande Gigante Gentile. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai a leggerlo.

Parlaci dei tuoi esordi, come è andata. Hai avuto qualcuno che ti ha incoraggiata, spronata a scrivere?

Ho iniziato a scrivere al liceo per esigenza personale, ma ho continuato in maniera consapevole solo dopo i trent’anni, quando ho capito che non basta avere una passione ma che questa, come in ogni mestiere, va supportata dagli strumenti giusti. Ho iniziato a studiare da autodidatta le tecniche narrative e ho deciso di mettermi in gioco con alcuni racconti editi da Delos Digital, poi con vari concorsi della Mondadori. Dopo aver vinto il GialloLuna NeroNotte ed essere arrivata finalista al prestigioso Premio Tedeschi, l’editor Franco Forte mi ha commissionato un romanzo sul femminicidio per la collana de I gialli Mondadori, uscito col titolo “L’amore malato” nella raccolta “Amori malati”. Ho avuto anche l’occasione di partecipare, sotto pseudonimo, alla saga de “I Sette Re di Roma”, edita da Oscar Historica, col romanzo “Tullo Ostilio, Il lupo di Roma”, scritto con Scilla Bonfiglioli e Franco Forte.

Torniamo al libro, come è nato il tuo interesse per le tematiche legate all’Olocausto e ai campi di concentramento nazisti. Sei partita da ricordi familiari?

Come raccontavo nella domanda precedente, tutto parte dai ricordi di mio zio, internato prima in un campo di lavoro tedesco e poi trasferito in quello che veniva definito “campo di morte”. Le sue memorie, insieme a quelle di altri sopravvissuti del mio paese di origine, sono raccolte nel libro “Fiotti di memoria”, editato dal comune di Rionero in Vulture in occasione della Giornata della Memoria.

Come ti sei documentata?

Lo studio sull’Olocausto è una cosa che ho fatto a prescindere dal romanzo, e che ha impiegato numerosi anni e due esami monografici all’università. Di vitale importanza è stata, sicuramente, l’esperienza a Berlino, che oltre a fornirmi documenti introvabili in Italia mi ha offerto la possibilità di “sentire” la Storia. La stessa cosa vale per i campi di Auschwitz e Birkenau, di Sachsenhausen e di Ravensbrück che ho potuto visitare.

Parlaci del tuo personaggio principale, Hugo Fischer, come è nato?

Hugo Fischer nasce dall’esigenza di raccontare l’Olocausto dagli occhi di un tedesco comune, uno di quei cittadini che non appoggia Hitler, ma che per quieto vivere e paura non si oppone e per continuare a lavorare si iscrive addirittura al partito. Incarna la maggior parte di noi: difficilmente si è eroi, in certe circostanze.

E’ una storia di indagine, la vittima è Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con il famigerato Josef Mengele. Ci vuoi parlare di come questa indagine si dipana nella narrazione?

Quello che mi premeva mostrare, scegliendo il giallo come genere portante del romanzo, era la visione che i tedeschi avevano di coloro che chiamavano “subumani”: Sigismund Braun viene assassinato in un luogo in cui vengono uccise migliaia di persone al giorno, eppure la sua morte è l’unica che merita un’indagine, mentre le morti dei subumani sono considerate giuste, normali, necessarie a un bene comune. Hugo Fischer, che nulla sa di Auschwitz, si ritrova a indagare sulla morte di Braun, ma al tempo stesso è costretto a fare luce anche su un genocidio. Si ritrova, insomma, a cercare un assassino tra un sacco di assassini. Nella sua indagine, sia professionale che personale, viene aiutato da Gioele, un bambino ebreo con il dono del disegno. Ed è grazie ai suoi disegni che molte ombre si dipanano.

La popolazione civile tedesca sapeva ben poco di cosa succedeva nei campi, degli orrori indicibili che nascondevano, una mia zia tedesca mi ha assicurato che era così, che hanno scoperto tutto dopo la guerra. Hai anche tu testimonianze in merito?

È vero. Per tratteggiare il personaggio di Hugo Fischer mi sono servita di diverse testimonianze. Hugo Fischer è a conoscenza del dislocamento degli ebrei tedeschi, ma non sa dove effettivamente finiscano. In patria circolano voci di corridoio, ma è il caso di dire che nei lager la realtà superava la fantasia, e molti tedeschi non potevano immaginare che quei campi di detenzione fossero in realtà una vera e propria industria di morte. Quando anche le voci arrivavano chiare e precise, come nel caso di Fischer, subentrava un meccanismo di rifiuto e rimozione della realtà molto comune tra gli esseri umani.

Molti medici e scienziati tedeschi hanno usato i prigionieri come vero e proprio “materiale” di ricerca spingendosi ben oltre ai precetti deontologici considerando questi prigionieri “non persone” su cui si poteva perpetrare ogni abuso. Come ti spieghi tutto questo?

È il concetto di subumano di cui parlavo prima. Era molto radicato nei tedeschi. Il mito della razza ariana non viene inventato da Hitler, ma ha radici più vecchie. Hitler non ha fatto altro che riprenderlo in un momento storico favorevole ed esasperarlo. I medici che ottenevano di lavorare ad Auschwitz operavano sotto la ferma convinzione di non avere tra le mani degli esseri umani ma delle vere e proprie cavie, dei subumani. Mengele sosteneva di avere l’obbligo morale, in quanto scienziato e ariano, di far progredire la scienza attraverso la sperimentazione. E se in Germania era vietato l’uso di animali per la ricerca, nei campi tutto era consentito…

Tra i prigionieri c‘è un bambino Gioele, ci vuoi parlare di lui?

Gioele rappresenta una piccola luce dove tutto si sta spegnendo. È un bambino bolognese, ebreo, e insieme al suo gemello viene subito notato da Mengele. Ne diventa presto oggetto di studio perché in lui non c’è nulla di rappresentativo della razza ebraica, anzi: agli occhi di Mengele, che ragiona solo in termini razziali, Gioele ha più in comune con un bambino ariano che con un giudeo, con le sue iridi chiare, la spiccata intelligenza e la bravura nel disegno. Mengele si domanda come possa un subumano avere quelle potenzialità e ne rimane affascinato, al punto da tenerlo con sé al Blocco 10 per osservarlo.

È proprio Gioele ad aiutare Hugo Fischer nella risoluzione del caso e, prima ancora, a guidare la sua coscienza verso un cammino tortuoso, mostrandogli le ombre che gravano sul suo cuore, su quel lager e sulla Germania intera.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un romanzo, questa volta di ambientazione italiana, con una protagonista femminile in grado di sfidare un mondo maschile agli albori della Grande Guerra. Spero possa vedere la luce, perché questo personaggio mi sta donando tanto.

:: La voce di Robert Wright di Sacha Naspini (edizioni e/o 2021) recensione a cura di Federica Belleri

24 gennaio 2022 by

Ho iniziato a leggere questo libro con grande attenzione e curiosità perché non so mai cosa aspettarmi da questo scrittore. Ogni volta mi sorprende con situazioni assurde e originali. Con scene sofferte e dolorose. Con parole che lanciano schiaffi. Ci è riuscito alla grande anche con la storia di Carlo Serafini, che ha una voce particolare. E la usa per doppiare un famoso attore californiano. La sua voce è davvero ascoltata e apprezzata? Lui è davvero un professionista apprezzato e ascoltato? La sua famiglia si preoccupa per lui?  I sentimenti che prova per Carlo sono sinceri o solo dettati dalla fama che lo circonda? E ancora, si può davvero dire che Carlo sia poi così famoso? O è solo un prodotto? Queste sono alcune domande che “di pancia” mi sono venute in mente durante la lettura. Queste e tante altre, legate alla morte dell’attore Robert Wright. Che in qualche modo costringe il suo doppiatore a rimanere senza qualcuno da interpretare. Senza qualcuno da far parlare… Ma chi è davvero Carlo? Cosa vuole per sé? Cosa sogna, come sta? Ha bisogno di qualcosa? Vuole raccontare la sua storia? Sacha Naspini racconta il disagio e la solitudine, i sorrisi mancati e le parole mai espresse. L’affetto e l’amore che andrebbero osservati meglio, per capirli come si deve. L’autore strizza l’occhio al cinema, a quella macchina gigantesca in grado di afferrarti al volo per poi scaraventarti al muro quando non servì più. Punta il dito sulle ombre della mente, su quanto l’uomo sia complesso e contorto. Ma anche su quanto sia semplice condurlo e manipolarlo. Credo che lo scrittore abbia toccato le giuste note e sfumature di una vita particolarmente fragile e spaventata. Appiccicata a una maschera difficile da levare. Bellissima trama. Personaggi speciali e completi in ogni capitolo. Assolutamente da leggere.

Di Sacha Naspini le Edizioni E/O hanno pubblicato Le Case del malcontento, Ossigeno, I Ca­riolanti, Nives. è tradotto o in cor­­so di traduzione in Inghilterra, Canada, Sta­ti Uni­ti, Francia, Grecia, Corea del Sud, Cina, Croazia, Russia e Spagna.

Fonte: acquisto personale del recensore.

 

:: Giorno della Memoria 2022: alcuni libri

23 gennaio 2022 by

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Sì è scelta questa data per commemorare le vittime della Shoah e così ogni anno dal 2005 in poi in questa giornata di inverno si svolgono celebrazioni e si leggono libri capaci di tenere viva la memoria.

Tra i libri appena usciti, o usciti in questi ultimi mesi, segnalo di Chiara Becattini La memoria dei campi – La Risiera di San Sabba, Fossoli, Natzweiler-Struthof, Drancy Collana Testi e Studi della Fondazione Museo della Shoah (Giuntina 2022). Frutto di un’approfondita ricerca d’archivio e di numerose interviste, questo libro ricostruisce per la prima volta attraverso un approccio comparativo i processi politici, sociali e culturali che hanno influito nella trasformazione di quattro campi di transito e concentramento – San Sabba, Fossoli, Drancy alla periferia di Parigi e Natzweiler-Struthof in Alsazia – in luoghi della memoria della Shoah tra Italia e Francia. Inizialmente dimenticati, poi riscoperti e valorizzati, questi spazi del trauma sono diventati luoghi del lutto, omaggio ai morti e tombe consolatorie per i vivi, svolgendo un ruolo nel percorso di ricostruzione delle identità sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, in un processo in parte parallelo a quello del graduale avvento e ascolto dei testimoni. Oggi sono riconosciuti monumenti, luoghi di divulgazione della storia e destinazione di percorsi memoriali e turistici. Questa ricerca mira non soltanto a ricostruirne la storia, ma ad analizzare il ruolo mutevole che essi hanno svolto nella memoria collettiva, con uno sguardo al loro possibile futuro. 

Un altro libro che consiglio, questo edito da Edizioni San Paolo, è Il vescovo che disse “no” a Hitler – La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand. Quando, nel marzo 1946, Clemens August conte von Galen tornò da Roma, dove papa Pio XII lo aveva da pochi giorni creato cardinale, la popolazione lo accolse trionfalmente davanti alle rovine del duomo di Münster, quasi completamente distrutto dai bombardamenti. Nell’ora più buia della storia tedesca egli aveva osato tenere testa apertamente e senza protezioni al criminale regime di Hitler e la nomina a cardinale era il ringraziamento del pontefice per la sua tenacia. Fu la forza della sua coscienza che gli consentì di diventare un eroe dell’opposizione cattolica alla dittatura nazista. Negli anni del suo servizio da parroco non si era segnalato per particolari iniziative o per innovative proposte pastorali, ma di fronte alla barbarie nazista seppe assumersi le sue responsabilità di vescovo e di testimone del Vangelo. Le tre celeberrime prediche del 1941, riportate in appendice insieme ad altri suoi interventi e a una vibrante lettera di protesta indirizzata al Führer, hanno conservato fino a oggi tutta la loro intensità e attualità. Esse rivelano in maniera impressionante con quale coerenza e coraggio von Galen si schierò contro l’arbitrio dello Stato e si impegnò per il diritto alla vita di ogni essere umano.

Per i ragazzi dagli 11 ai 13 anni in poi un libro che segnalo è La tua migliore amica Anne (Narrativa San Paolo ragazzi) di Jacqueline Van Maarsen. La vita ad Amsterdam scorre serena per la piccola Jacqueline. Un giorno però qualcosa inizia a cambiare. Nella sua classe si vanno aggiungendo nuovi compagni: fuggono dal loro Paese, la Germania, dove non sono più al sicuro. Allo scoppio della guerra i tedeschi occupano l’Olanda, Jacqueline è costretta a portare una stella gialla sul cappotto e a cambiare scuola. È lì, al Liceo Ebraico, che nel 1941 incontra Anne Frank e nel giro di pochi giorni diventano grandi amiche. Le due ragazze sono inseparabili, fino a quando Anne, all’improvviso, scompare insieme alla sua famiglia. Anche se Jacqueline e Anne non si rincontreranno mai più, l’amicizia rimarrà, più forte di qualsiasi altra cosa. Solo dopo la fine della guerra, Jacqueline riceverà la lettera d’addio che Anne le aveva inviato e aveva concluso scrivendo: «Spero che, quando ci rivedremo, rimarremo per sempre “migliori- amiche». Firmato: «La tua “migliore- amica Anne».

Sempre per i ragazzi, dai 12 anni in su, il romanzo ad alta leggibilità L’aquilone di Noah di Rafael Salmeron, traduzione di Daria Podestà, pubblicato da Uovonero. Noah è il figlio più giovane dell’orologiaio Leopold e di sua moglie Dora. Vive con i suoi fratelli Joel e Hannah a Cracovia. Noah è un bambino diverso dagli altri: vive nel suo mondo, non parla e non sembra ascoltare. E il 1939 e i tedeschi hanno appena invaso la Polonia. Molti credono che l’odio dei nazisti verso gli ebrei sia vero e temono per la loro vita, ma altri come il fratello di Dora, Abbie, sono convinti che staranno meglio con i tedeschi. Ma in pochi giorni i piani dei nazisti diventano chiari…

Per i bambini dai 7 anni in su La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, disegni: Barbara Vagnozzi, Gallucci Stelle Polari.

Tanto tempo fa Anna viveva felice ad Amsterdam. Ma a 13 anni la sua vita cambiò: per sfuggire ai soldati di un imperatore malvagio, la sua famiglia fu costretta a rifugiarsi in un nascondiglio segreto nella speranza di salvarsi. A tenerle compagnia aveva solo il diario Kitti, al quale confidò i suoi pensieri come a un’amica.
La vicenda di Anna Frank proposta in un formato adatto ai bambini di 7 anni con il testo di Lia Levi: la vita quotidiana nella clandestinità, la paura della guerra, i sentimenti e i desideri confidati al celebre Diario scritto nell’alloggio segreto dove si nascose invano nel tentativo di sfuggire alla deportazione, tra il 1942 e il 1944.

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022 by

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari è davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o è una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, città che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu già fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacità strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la città a ogni costo, precludendosi così ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca è stato estremamente complesso. È durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

“Nel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non è andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, è esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacché esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensì, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrà, la bontà di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimenti…”

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

Sì, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremo ancora qui? L’umanità sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler è una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtà storica è ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantità sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. Né va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interiorità del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più è restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. Così, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identità psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

:: Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971)

22 gennaio 2022 by

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971), una tra le figure di maggior spicco nel panorama accademico finlandese del Novecento. Studioso di mitologia e folklore, storico delle religioni, poeta sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, membro del movimento letterario Tulenkantajat, durante la sua lunga carriera si è occupato del rapporto tra mitologia e tradizione orale baltofinnica affrontandone i nodi irrisolti con un approccio fenomenologico e comparativistico.

Sulle spedizioni vichinghe in Occidente sappiamo molto, ma è meno noto quanto le rotte verso le terre più estreme e arcane del Settentrione abbiano nei secoli catturato l’interesse e stimolato la fantasia degli scandinavi e di tutti i viaggiatori. Nell’890 l’avventuriero norvegese Óttar consegnò a re Alfredo il Grande le proprie memorie: con la nave e il suo equipaggio l’esploratore, costeggiando il Finnmark, era giunto al Mar Bianco, presumibilmente fino alla foce della Dvina Settentrionale, dove aveva visto coste sorprendentemente prospere e terre mirabilmente coltivate, ed era entrato in contatto con i Beormas, popolo «tanto ostile quanto civile» che parlava una lingua affine a quella dei vicini lapponi.

Partito dalla sua terra, il Hålogaland, Óttarr aveva costeggiato il Finnmark fino alla penisola di Kola, raggiungendo il Mar Bianco. Facendo vela verso sud, aveva lambito le terre dei terfinni di Kola, ovvero dei sámi di Ter (o lapponi di Turja), e il maestrale lo aveva condotto fino alla foce del «grande fiumeǧ dove aveva incontrato i biarmi con le loro «terre ben coltivate». Probabilmente, per il tramite di un interprete, Óttarr era riuscito a comunicare con loro. Gli avevano rivelato alcuni dettagli sulla loro terra e su quelle vicine, ma Óttarr non aveva riferito a Ælfrēd il contenuto dei racconti e, come ha osservato amaramente Kaarle Krohn, «a causa della sua spiccata laconicità ci sono negate importantissime informazioni sulle condizioni di vita dei nostri avi».

In un’epoca nella quale mito, desiderio di scoperta e interesse economico si tendevano la mano, il cosiddetto Bjarmaland divenne presto una meta ambita per pionieri, mercanti e predoni. Starkaðr gamli, Ragnar loðbrókr, Þorir hundr sono solo alcuni degli avventurieri che partirono per il nord, accecati dalla ricchezze dei finni d’Iperborea”.

Il tema della Biarmia, terra periferica e impenetrabile, eppure crocevia di culture, imperi e qanati, mercato fiorente, regno dalle ricchezze immaginifiche o mondo popolato da giganti e creature infere, ha attraversato tutto il Medioevo affascinando storici come Adamo di Brema e Sassone Grammatico, impreziosendo le topografie dei cicli scaldici, ma lasciando tuttavia irrisolte alcune questioni: a quale ceppo appartenevano i suoi misteriosi abitanti? Quale forma di civiltà avevano istituito e quale religione praticavano? La Biarmia storica era dunque la Pohjola dai mille tesori, il mitico “regno del Nord” dei cicli epici baltofinnici, reso celebre dal Kalevala?

:: 1952-2022: Urania, 70 anni di fantascienza a cura di Emilio Patavini

22 gennaio 2022 by

Fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli – fratellastro del regista Mario e nipote di Arnoldo Mondadori, nonché ideatore della parola “fantascienza” (calco dall’inglese science fiction) –, Urania è la più longeva collana italiana di fantascienza. Per celebrare i suoi 70 anni di vita è stato annunciato l’arrivo nelle edicole di una nuova collana intitolata “Urania: 70 anni di futuro”, che verrà distribuita a cadenza settimanale dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport. Sono previste 25 uscite, a partire dal 2 febbraio, con le copertine illustrate da Franco Brambilla e contraddistinte dall’iconico cerchio rosso. L’intento, scrive l’editor Franco Forte sul blog di Urania, è quello di «uscire dai confini del genere per proporsi al pubblico più ampio che si interessa magari anche solo marginalmente alla fantascienza».

La prima uscita ricalca il primo volume de I Romanzi di Urania, perché si tratta de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, seguono opere di autori classici (Isaac Asimov, Ray Bradbury, William Gibson, Richard Matheson, Clifford D. Simak, Matthew P. Shiel, Robert Sheckley, per citarne alcuni) e contemporanei (come N.K. Jemisin, Nnedi Okorafor, Chen Qiufan, Ian McDonald e Neal Stephenson), tra cui anche due scrittori italiani (Valerio Evangelisti e Massimo Mongai).

:: Anatomia del potere. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro Edizioni 2021) a cura di Nicola Vacca

19 gennaio 2022 by

Si parlerà molto di Pier Paolo Pasolini nel centenario della sua nascita che cade quest’anno. Molte saranno le pubblicazioni che gli saranno dedicate.

Lo scorso anno è uscito un saggio interessante che prende in esame l’attività di Pasolini drammaturgo.

Anatomia del potere. Orgia, Porcile e Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo è uno scavo monografico intorno al nodo tematico e problematico del potere che prende in esame tre opere importanti dello scrittore friulano.

L’autore è Georgios Katsantonis, studioso di teatro e letteratura. Le tre opere selezionate in questo saggio illustrano un tentativo di lettura del potere nelle varie declinazioni simboliche: l’erotizzazione del fascismo (Orgia), la fine della Polis (Porcile), la trasformazione della società in un universo concentrazionario (Calderón).

Katsantonis mette in evidenza la concezione filosofica e l’impegno politico di Pasolini drammaturgo, la cui intensa attività è stata profetica per il nostro contemporaneo.

Con questi tre scavi monografici l’autore si prefigge lo scopo, usando approfonditi modelli comparatistici, di entrare nella parte speculativa più intima dell’attività filosofica della drammaturgia pasoliniana attraverso l’analisi di tre opere fondamentali che più di tutte rappresentano lo scrittore corsaro.

Orgia, Porcile e Calderón con le loro trame che si intrecciano per raccontare la violenza della storia, la depravazione del potere, la dissoluzione del corpo, la distruzione del tempo.

Anatomia del potere è un saggio che approfondisce il lato fertile e profetico del Pasolini drammaturgo e coglie i punti rilevanti della sua filosofia che va in scena come una profezia con cui noi contemporanei dobbiamo ancora fare i conti.

Katsantonis con questo libro si sofferma su un segmento specifico dell’opera di Pier Paolo Pasolini, la sua passione per la drammaturgia attraverso la quale con incisività pensante e filosofica è riuscito a leggere il quadro apocalittico del nostro tempo.

Georgios Katsantonis è studioso di teatro e letteratura. Si è laureato in Studi Teatrali presso l’Università di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha tenuto conferenze in molti Atenei e Istituzioni italiane ed internazionali. Nel 2017 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei di Pisa, dedicato a giovani studiosi stranieri che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana. Georgios Katsantonis è anche vincitore della 37° edizione del Premio Pier Paolo Pasolini con la motivazione: “La ricerca presenta un notevole spessore culturale, riesce a far interagire senza forzature le teorie di Deleuze sul masochismo, il pensiero femminista, le riflessioni di Spinoza sul potere; e fa un confronto non scontato e del tutto nuovo con l’opera di Strindberg; e infine offre una traduzione in greco moderno di Orgia, un’operazione di sicuro da apprezzare.”

:: ISIDORO AIELLO: “IL MARE DI SENOFONTE” a cura di Antonio Catalfamo

18 gennaio 2022 by

Bartolo Cattafi ha indubbiamente esercitato un fascino sulle successive generazioni di poeti che hanno operato nella sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, per il lavorio esistenziale ch’essi hanno individuato dietro le sue poesie, per il simbolismo, a volte estremo, che, comunque, è sembrato evocativo di qualcos’altro che il lettore più consapevole deve scoprire e riscoprire in se stesso. Spesso questi poeti sono andati con la loro fantasia e creatività poetica molto oltre gli orizzonti prefigurati da Cattafi, il quale ha più volte confessato di scrivere sotto l’effetto d’un impulso “biologico”, senza un “progetto” predeterminato. E del soddisfacimento di un bisogno «biologico» ha parlato pure uno dei maggiori critici di Cattafi, Giovanni Raboni, a proposito del riesplodere nel poeta barcellonese, dopo anni di silenzio, delle poesie de L’aria secca del fuoco (1972), come se un vulcano, all’improvviso, fosse ridiventato attivo, eruttando lava in maniera torrentizia, inarrestabile, tanto che il poeta, per liberarsi di questo magma incandescente, si alzava dal letto ripetutamente nella notte per tradurre in versi il flusso inesorabile, rispondente, per l’appunto, a forze arcane, «biologiche».

Isidoro Aiello, classe 1963, originario di Bagheria, ma insediato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove ha conseguito la licenza liceale classica, per poi laurearsi in Economia e commercio all’Università di Messina e impegnarsi a fondo nell’azienda agricola di famiglia, ha al suo attivo diverse raccolte di poesie: L’essenziale, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2004; Colombe vittoriose, ivi, 2007; Clessidre, Il Gabbiano, Messina, 2009; Tela di ragno, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2011; Chitarre ritrovate, Edizioni Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto, 2013; Il mare di Senofonte, Le farfalle, Valverde (Catania), 2015; Poesie scelte (2004-2015), ivi, 2016; Crittogrammi, ivi, 2019. Al Premio nazionale «Bartolo Cattafi» 2007/2008 ha ricevuto una menzione d’onore per un giovane autore con la succitata silloge Colombe vittoriose.

Isidoro Aiello è stato considerato dalla critica un «cattafiano» per eccellenza, per la brevità dei suoi versi, per la carica simbolica in essi contenuta. ma è tra quei poeti di nuova generazione che hanno saputo andare oltre Cattafi e le sue suggestioni poetiche, seguendo un percorso originale. In Cattafi spesso la poesia si perde nel catalogo degli oggetti, non riuscendo a palesare il loro significato simbolico, ammesso che il poeta voglia darne ad essi uno, che voglia inserirli in un “progetto”, in una “strategia comunicativa”. La poesia vive in lui di vita propria, autonoma, la parola fluisce innamorandosi di se stessa, dando viva ad un “semacosmo”. Isidoro Aiello, per converso, riesce a sfuggire, come Flaubert, secondo l’interpretazione di Erich Auerbach, alla «mistica degli oggetti», persegue per il loro tramite un fine conoscitivo:

«Alfieri e Ulisse / entrambi legati / con forti corde /l’uno alla sedia / per studiare / l’altro all’albero / maestro della nave / per ascoltare / il canto delle sirene: /la tentazione della conoscenza (Legami, in Il mare di Senofonte, cit., p. 72).

C’è, al fondo della poesia di Isidoro Aiello, l’ansia conoscitiva che sta alla base del «mito» greco, che Nietzsche ha saputo indagare senza timori reverenziali, individuando in Socrate colui che ha messo fine alla tragedia superando l’equilibrio tra spirito apollineo e spirito dionisiaco. Uno sforzo, quello nicciano, volto a «scandagliare l’anima», secondo Isidoro Aiello, per trovare risposte:

«Forse sei ancora abbracciato / a quel cavallo di Torino / sei una corda tesa fra due torri / scandagliare l’anima è il tuo mestiere. / E così sarebbe tutto umano / troppo umano? / A volte invidio i tuoi baffi / la tua aria trasognata» (Nietzsche, ivi, p. 12).

Ed io ricordo Isidoro, mio compagno di classe al ginnasio, apparentemente assente, «trasognato», come Nietzsche, lontano con i suoi pensieri dalle lezioni scolastiche, ma in realtà presente, ma proiettato in avanti, pensoso, impegnato a riflettere, magari ancora in forme elementari, sul significato di quel «mito» greco che i professori cominciavano a rappresentarci. Entrambi, poi, pur seguendo strade diverse nella vita, abbiamo continuato a riflettere sul mito, sulla sua dimensione di «racconto», che apparentemente parla di dei, semidei ed eroi, ma in realtà, come ha osservato Mario Untersteiner, recensendo nel 1947, al loro primo apparire, i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, parla degli eterni problemi degli uomini.

Isidoro Aiello vive nella Magna Grecia, così chiamata perché, ad un certo punto, i coloni greci che l’abitavano divennero più numerosi di coloro che vivevano nella madrepatria. E la sua poesia è impregnata del «mito» classico greco. La sua opera più importante, a mio avviso, è Il mare di Senofonte, che richiama simbolicamente l’impresa dei mercenari greci, i quali, chiamati da Ciro il Giovane a sostenerlo con le armi nello scontro che l’opponeva al fratello Artaserse II per la successione al trono di Persia al padre Dario II, morto nella battaglia di Cunassa il contendente che li aveva assoldati, sono costretti ad una lunga marcia, piena di insidie e di scontri con l’esercito persiano di Artaserse II, finché arrivano a Trebisonda, e, alla vista del Mar Nero e, di fronte, della madrepatria, gridano «thálatta, thálatta». Il mare, dunque, come fonte di salvezza, ma anche del mistero della vita, che impone uno sforzo conoscitivo agli uomini, e, in particolare, ai poeti. Ritorna l’immagine di Ulisse e del suo «nóstos» infinito, ma anche quella de Il vecchio e il mare di Hemingway, della sfida che il vecchio marinaio lancia a se stesso nel confronto con il mare, con la sua forza arcana, che sembra essere depositaria di tutti i misteri dell’universo. Un’immagine, questa, che forse è stata presente alla mente di Isidoro Aiello nella composizione della poesia Amo:

«Pazientemente il pescatore / attorciglia la lenza all’amo. / In genere l’esca migliore / è l’acciuga salata. / Non si sa se sia più stanco / di vivere il pescatore o il pesce. / In ogni caso un destino li lega: / il mare» (Amo, ivi, p. 66).

Entra qui in gioco il destino, che, grecamente, sovrasta gli uomini. Cesare Pavese, occupandosi di Melville, ha sottolineato il furore conoscitivo del capitano Achab nella ricerca di Moby Dick, la Balena Bianca, simbolo del Male, ch’egli intende combattere con la sua carica morale quacchera. La stessa ansia conoscitiva anima Isidoro Aiello e le sue poesie. Non c’è in lui un semplice bisogno «biologico» di scrivere, come in Cattafi, nella rappresentazione che ne dà Giovanni Raboni, ma un “progetto” conoscitivo, un desiderio di sottoporre la realtà ad un’analisi razionale che consenta di penetrare il significato ultimo dell’esistenza umana.

E’ stato sempre Cesare Pavese, studiando l’opera di Edgar Lee Masters, a richiamare le parole dello scrittore americano, il quale ha identificato, come caratteristica del pensiero greco classico, il pensare «in universali», cioè l’avere una concezione generale del mondo. Questa dimensione universale del pensiero, però, manca, secondo Pavese, a Lee Masters, vittima della «grande angoscia americana», che consiste nel non avere una visione complessiva della vita. Al di sotto del «velame dei versi» di Isidoro Aiello c’è, invece, questo pensare «in universali», questa concezione generale del mondo, che è il presupposto per cambiarlo. C’è l’amore profondo per i poveri, gli emarginati, i reietti, che, purtroppo, nella società “opulenta” popolano i marciapiedi:

«Oggi sul marciapiede / ho incontrato un angelo / gentile luminoso trasparente / perdeva piume. / Alla fine mi ha parlato / della sua nuvola di stracci» (Specchio, ivi, p. 16).

I poveri sono, dunque, «angeli», messaggeri di Dio, che chiamano gli uomini alle loro responsabilità nei confronti del prossimo e alla solidarietà, perché ogni essere umano, per il fatto stesso di essere nato, merita di essere accolto nella “grande famiglia” a cui tutti apparteniamo per volontà divina. Esiste una chiara «assiologia», un sistema di valori positivi, nella poesia di Isidoro Aiello, fondato sull’amore per i poveri e sulla pace, contro tutte le guerre e la corsa sfrenata ed insensata agli armamenti:

«Sei un tenace fabbricatore / di armi: facilmente passi / dall’arco alla fionda / dal mitra alla Smith & Wesson / dal caccia all’atomica / dall’ariete alla catapulta / dal carro armato alla lupara / dalla portaerei alla bomba H. / In cima a tutto sventolano / bandiere suadenti / da collezionare / da mandare a memoria» (Armi, ivi, p. 50).

E’ forte nel poeta la consapevolezza che «alla fine vince Amore» (La mano, ivi, p. 32) e che bisogna lavorare ogni giorno per questa vittoria, non stare a guardare alla finestra. Il poeta è, nell’immaginario di Isidoro Aiello, come in Danilo Dolci, scrittore friulano trapianto in Sicilia, un «limone lunare», che infiora e produce frutti in ogni stagione, un «vero lottatore» che resiste a tutte le insidie e combatte ogni giorno le sua battaglia per far prevalere il Bene sul Male:

«Sono tre le fioriture del limone, / di un albero fin troppo generoso / sempreverde / da irrigare potare concimare. / Sì che è un vero lottatore / mal secco / tignola e cocciniglia / ragno rosso acaro delle meraviglie / sono sempre in agguato. / Solo il mal secco è mortale» (Zagara, ivi, p. 54).

E questa lotta merita il sorriso divino:

«Per forza di cose / all’amore mi aggrappo / la curva sinusoidale / è sempre segnata sulle carte. / A costo di un infido dolore canto / e forse dio sentendo / il mio canto sorride / se piangesse sarei triste» (Canto, ivi, p. 38).

C’è nella poesia di Isidoro Aiello, oltre al mito «regressivo» di Freud e di Jung, il mito «progressivo», «prolettico», di Ernst Bloch, che consiste nel percepire dentro di sé un travaglio, un desiderio di cambiare in meglio le cose del mondo, una spinta solidaristica a lasciare aperta la finestra per sentire se qualcuno chiama aiuto dalla strada.

Lu’Mezzò: a spasso nel paese narrato da Francesca Belussi A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2022 by

Lu’Mezzò, è il cuore del libro edito da Centro Culturale 999   “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino” della scrittrice bresciana Francesca Belussi, docente e scrittrice, ed è un piccolo paesino che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia. A caratterizzare il posto ci sono la scuola, i bar, la squadra di calcio, i bottegai, i docenti, ma anche personalità di spicco come l’uomo che si veste come lo Jedi o il proiezionista del cinema dell’oratorio. Francesca porta il lettore dentro ad un mondo (il suo) nel quale ogni lettore potrebbe ritrovare il proprio microcosmo di relazioni affettive, familiari e sociali. Ne abbiamo parlato con Francesca.

Come ti è venuta l’idea di scrivere “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino”?

L’idea è nata durante il lockdown del 2020… in un periodo così complesso, e pesante per tutti e per tutte, volevo scrivere qualcosa di “leggero”, qualcosa che avesse lo scopo di far divertire chi leggeva. Avevo inoltre questa storia dentro di me da raccontare, una storia con protagonista non un personaggio in carne ed ossa, ma un paese, poiché avevo, negli anni, raccolto storie che mi avevano colpita ed interessata e volevo metterle su carta. Poi, dopo aver scritto i primi capitoli nel 2020, ho accantonato il progetto per qualche mese, per poi terminarlo nella primavera 2021. Diciamo che Lu’Mezzò nasce dalla mia volontà di raccogliere alcune storie, con quella di far sorridere e divertire. Inoltre, io sono una grande amante del genere umoristico, ma faccio sempre fatica a trovare testi umoristici (non comici, proprio umoristici, stile Benni), e quindi cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere.

Nel tuo libro ci sono tanti luoghi e tanti ritratti umani. Quanto c’è di realtà e quanto di finzione?

Alcuni racconti sono inventati, altri, la maggior parte direi, sono ispirati a fatti realmente accaduti. Paradossalmente gli episodi più inverosimili sono quelli che invece ho vissuto in prima persona, come ad esempio la parte legata al panificio, o al film che prende fuoco… Per quanto riguarda i capitoli su miti e leggende, ho fatto un breve lavoro di ricerca, e ho notato che molti elementi legati a usi, costumi, tradizioni orali e popolari, sono comuni a molte zone d’Italia, e così Lu’Mezzò potrebbe trovarsi in qualsiasi regione della penisola…

Dal teatro, al liceo, passando per la trattoria da Milly, alla chiesa, alla forneria e macelleria di paese. Che valore hanno questi luoghi per la gente di Lu’Mezzó?

Questi luoghi, almeno nella mia personale visione, rappresentano il “dove la vita accade”.

Tra i personaggi, quale è quello a cui sei più affezionata e perché?

Forse il personaggio dell’uomo dall’appetito straordinario, perché è legato al mio amore per il cibo e a ciò che mi piace mangiare! Ma anche i membri della famiglia di fornai, in quanto io provengo proprio da una famiglia di panificatori, e, non da ultimo, gli artisti, per la mia passione per l’arte.

Lu’ Mezzó è più un romanzo corale o una raccolta di racconti che hanno in comune il luogo di appartenenza di personaggi e luoghi?

Lo definirei più una raccolta di racconti con un comune filo conduttore dato dal paese stesso, che io considero come un personaggio a tutti gli effetti!

Questo è il tuo secondo libro.  Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è per me un’esigenza, una vera e propria necessità. Ho sempre letto moltissimo e amato i libri in generale, sin da bambina. Ma ho cominciato a scrivere “seriamente” solo nel 2012, quando una sera, all’improvviso, ho proprio avvertito il bisogno fisico di mettere i miei pensieri su carta. E così è nato il primo libro, scritto all’epoca, ma pubblicato solo due anni fa!

Sei già al lavoro per un prossimo romanzo?

In realtà sì! È già pronto un testo che mi piacerebbe sottoporre a qualche casa editrice e che rappresenta in qualche modo quello che avviene quando si chiude il mio primo romanzo “La Ragazza con l’Orchidea”, ma che non vi è necessariamente legato come storia. E ci sarebbe anche un’altra storia che ho scritto qualche anno fa che mi piacerebbe pubblicare, ispirata ad un mio viaggio attraverso Nord e Sud America. Il difficile ora è trovare una casa editrice!

:: Liberi di scrivere Award dodicesima edizione: i vincitori

15 gennaio 2022 by

Vince la dodicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva Solferino 2021

Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza.

Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.

Secondo classificato:

Il bambino che disegnava le ombre di Oriana Ramunno (Rizzoli 2021)

Quando Hugo Fischer arriva ad Auschwitz è il 23 dicembre del 1943, nevica e il Blocco 10 appare più spettrale del solito. Lui è l’investigatore di punta della Kriminalpolizei e nasconde un segreto che lo rende dipendente dalla morfina. È stato chiamato nel campo per scoprire chi ha assassinato Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con Josef Mengele durante i suoi esperimenti con i gemelli, ma non ha idea di quello che sta per affrontare. A Berlino infatti si sa ben poco di quello che succede nei campi di concentramento e lui non è pronto a fare i conti con gli orrori che vengono perpetrati oltre il filo spinato. Dalla soluzione del caso dipende la sua carriera, forse anche la sua vita, e Fischer si ritroverà a vedersela con militari e medici nazisti, un’umanità crudele e deviata, ma anche con alcuni prigionieri che continuano a resistere. Tra loro c’è Gioele, un bambino ebreo dagli occhi così particolari da avere attirato l’attenzione di Mengele. È stato lui a trovare il cadavere del dottor Braun e a tratteggiare la scena del delitto grazie alle sue sorprendenti abilità nel disegno. Mentre tutto intorno diventa, ogni giorno di più, una discesa finale agli inferi, tra Gioele e Hugo Fischer nascerà una strana amicizia, un affetto insolito in quel luogo dell’orrore, e proprio per questo ancora più prezioso.

Terzo classificato:

Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021)

Si tratta di un racconto che intende ripercorrere la Parabola evangelica del ‘Buon Samaritano’, più che rinarrandola, idealmente proseguendola.
Si parla di come non arrendersi alla amara sensazione che la propria storia di vita sia un destino ineluttabile. Si parla di passaggi della vita in cui si è come pugili al tappeto, e si sa che non ci si rialzerà, a meno che qualcuno non ci aiuti a tirarci su. Si parla di incontri che provocano spaesamento, perché capovolgono visioni del mondo fondate su pregiudizi radicatissimi e condivisi. Si parla della bellezza del lavoro, di rapporti tra uomini e donne. Si parla di violenza, inganno, colpa e vergogna. Si parla di compassione e di misericordia. Si parla di umanità e di cura.
(dalla prefazione del dottor Massimo Schinco).

Menzione speciale per la migliore traduzione

Maria Valeria D’Avino per aver tradotto “L’uccello nero” (Iperborea)

Premio speciale alla memoria

a Stefano Di Marino per il suo contributo come narratore e saggista, e per il suo impegno di divulgatore culturale che ha portato avanti negli anni con rispetto, competenza e passione.

Il re che fu, il re che sarà di Terence Hanbury White (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2022 by

La collana Oscar Draghi presenta in unico volume la pentalogia del Ciclo del Re in eterno, una delle saghe fondanti del fantasy contemporaneo, scritta a partire dal 1938 da Terence Hanbury White, e assente da un po’ di anni dagli scaffali delle librerie.
La vicenda ricostruisce una storia senza tempo, quella di Re Artù, in una chiave comunque originale e interessante: il primo romanzo della serie, La spada nella roccia, era rivolto ad un pubblico di ragazzi, poi i toni diventano man mano più adulti, ed è noto per la trasposizione animata fatta dalla Walt Disney negli anni Sessanta.
Come è ormai abitudine, anche questo volume si distingue per la cura grafica, perfetta per immergere il lettore o la lettrice nel mondo della corte di Camelot, seguendo la crescita di Artù e dei personaggi con cui entra in contatto, a iniziare dal mago Merlino, suo mentore per tutta la vita.
I libri successivi al primo sono dai toni più adulti e complicati, ma non per questo meno interessanti: come è accaduto poi decenni dopo con la saga di Harry Potter, anche il pubblico del Ciclo del Re in eterno è cresciuto man mano che i capitoli uscivano.
Nel secondo libro, La regina dell’aria e delle tenebre Artù va incontro al suo destino dopo aver estratto la spada, e l’autore racconta la fondazione dei Cavalieri della Tavolta Rotonda, da cui però nascerà anche la caduta del sogno di Camelot.
Il terzo capitolo, Il cavaliere malcreato, è incentrato sul personaggio di Lancillotto, il campione della corte, che però si innamora di Ginevra, moglie di Artù, creando un triangolo fatale. La candela nel vento prosegue la storia con la morte di Artù per mano del suo figlio illegittimo Mordred. Il quinto libro, inedito fino ad oggi, è Il libro di Merlino, dove si concludono le vicende dei personaggi principali.
La saga di Terence Hanbury White è stata ed è fondamentale per come ha portato nell’immaginario contemporaneo uno dei miti fondanti di sempre, con uno stile di scrittura originale che mette insieme modernità e antico, per creare un ponte tra i classici dei secoli passati e l’oggi. Una storia da leggere e rileggere, nota ma raccontata con uno stile che poi ha fatto scuola per le versioni successive, come quelle di Marion Zimmer Bradley e di Mary Stewart.

Terence Hanbury White (Bombay 29 maggio 1906 – Atene 17 gennaio 1964) fu uno scrittore inglese, è noto soprattutto per la serie di romanzi Re in eterno (The Once and Future King), che rappresenta una delle più influenti opere moderne sul mito di Re Artù.
Si laureò al Queens’ College di Cambridge e per qualche tempo insegnò a Stowe, nel Buckinghamshire, per poi diventare scrittore a tempo pieno. Amava la caccia e la pesca, era un falconiere e un naturalista, e lottò tutta la vita contro i pregiudizi che lo colpirono in quanto omosessuale.
La sua opera più nota, Re in eterno è una raccolta di romanzi che reinterpretano la leggenda di Re Artù, principalmente sulla base di Le Morte d’Arthur di Thomas Malory.  I suoi romanzi introdussero alcuni elementi poi diventati fondanti dell’immaginario contemporaneo in tema, come per esempio la spada conficcata nella roccia che solo Artù riesce ad estrarre.
White scrisse altri libri, come Mistress Masham’s Repose, in cui omaggiò Jonathan Swift e i suoi Viaggi di Gulliver. Morì in viaggio, a bordo di una nave ancorata al Pireo di Atene e lì è stato sepolto.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.