:: La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza (Il Giallo Mondadori)

12 marzo 2026 by

Lady Florence Trevelyan, da qualche mese a Taormina con la cugina Louise e cinque cani dai nomi irrispettosi, può vantare una parentela con Sua Maestà la regina Vittoria. La sua permanenza siciliana, tuttavia, più che a un viaggio di piacere si deve all’essere caduta in disgrazia presso la corte. In altre parole, è un vero e proprio esilio. Ma Florence non si lascia scoraggiare e con il piglio che la contraddistingue sa cogliere il lato positivo della situazione. Innanzitutto si è ripromessa di trasformare il terreno dell’hotel Timeo, dove alloggia, in un maestoso giardino all’inglese, e poi dà lezioni di canto a una cameriera che le insegna la lingua locale. Inoltre la città è meravigliosa, un paradiso di cui gli aristocratici d’oltremanica come lei si innamorano perdutamente. Qui, lontana dalle rigide formalità del protocollo, può semplicemente essere se stessa. Il quadretto idilliaco è però destinato a incrinarsi con l’arrivo di una coppia di suoi connazionali. Sir Arthur Milton, finanziatore di spettacoli teatrali, e la moglie, attrice, sono con ogni evidenza portatori di guai. E quando un omicidio per avvelenamento irrompe sulla scena, lo spensierato soggiorno di Florence cambia in modo irreversibile. Per assumere i toni cupi di una tragedia shakespeariana.

Claudia Cocuzza (classe ’82) è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche e svolge la professione di farmacista. È caporedattrice della rivista letteraria Writers Magazine Italia e redattrice per il sito ThrillerNord, specializzato in letteratura di genere. La partita di Monopoli (Bacchilega editore, collana Zero, novembre 2022), vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2022 per la sezione romanzo inedito, è stato il suo romanzo d’esordio. Il suo racconto In nomine patris fa parte dell’antologia Accùra (Mursia editore, collana Giungla gialla, luglio 2023). Il suo romanzo La forestiera è stato finalista al Premio Tedeschi 2024 del Giallo Mondadori per il miglior giallo italiano inedito. Insieme a Marika Campeti, ha curato l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir (Delos Digital, ottobre 2024).

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:: Cuori di tenebra: I signori della guerra che volevano farsi re di Eugenio Di Rienzo (Neri Pozza 2026)

11 marzo 2026 by

Cuori di tenebra, pubblicato da Neri Pozza nella collana I Colibrì, è un’interessante opera in cui Eugenio Di Rienzo affronta uno dei nodi cruciali, e nello stesso tempo più controversi, della storia contemporanea: il lato oscuro dei processi politici e ideologici che hanno segnato l’Europa tra Otto e Novecento. Il titolo richiama volutamente Cuore di tenebra di Joseph Conrad, (e il sottotitolo L’uomo che volle essere re di Rudyard Kipling del 1888) ma l’eco conradiana, e kiplinghiana, non sono solo suggestioni metaletterarie: diventano anzi vera chiave interpretativa per leggere le derive morali e politiche di un’epoca attraversata da violenze, fanatismi e conflitti identitari, lontana solo formalmente dalla nostra ma nello stesso tempo ricca di rimandi molto contemporanei, sebbene i signori della guerra dei nostri martoriati giorni, secondo l’opinione dell’autore, siano gli stati stessi.

Di Rienzo, storico di formazione rigorosa e dalla vis argomentativa molto marcata (non ci si annoia a leggere i suoi saggi), costruisce il volume con un impianto saggistico solido, fondato su un’ampia base documentaria, (rimando alla ricca bibliografia di pag. 377 e seguenti). Il suo metodo è quello dello storico accademico, non paludato ma curioso e innovativo: analisi delle fonti, attenzione al contesto sociopolitico, rifiuto delle semplificazioni ideologiche e della partigianeria asettica. Il risultato è un testo denso, che richiede concentrazione nella sua lettura ma restituisce una visione complessa e correlata dei fenomeni analizzati e che sebbene sia diviso in parti e capitoli, va letto come un tutt’uno molto fluido e omogeneo.

Eugenio Di Rienzo in Cuori di tenebra offre un’analisi storica che va ben oltre la semplice cronaca di eventi post‑bellici, trasformando la storia europea, e in parte asiatica, tra il 1918 e il 1922 in un palcoscenico di epopea e tragedia. Con la fine della Prima guerra mondiale e la Rivoluzione russa scompaiono i quattro grandi imperi – austro‑ungarico, tedesco, russo e ottomano – dissolvendosi come sistemi politici multietnici che avevano garantito stabilità, per quanto sotto il dominio della forza e della coercizione, dall’Europa centrale al Baltico, dal Danubio alla Siberia, dal Caucaso all’Asia centrale fino ai confini della Cina con la caduta dell’impero Qing sullo sfondo. In questo vuoto di potere, vaste aree territoriali diventarono teatro di scorrerie e conflitti, trasformandosi in un dilaniato conglomerato di «terre di sangue», termine abbastanza realistico.

Il nucleo narrativo del libro è costituito dai cosiddetti Signori della guerra, Warlords, figure tragiche se vogliamo che Di Rienzo descrive come avventurieri, eroi, sognatori, sanguinari e carnefici, ma in fondo “figli di un dio minore” e quasi sconsociuti per la Grande Storia, forse tranne uno a dire il vero più conosiuto come scrittore e poeta. Attraverso di loro, l’autore costruisce un parallelo con la figura di Kurtz di Joseph Conrad, evocando le contraddizioni di una nobiltà morale spesso travolta dalla brutalità del potere. Tra questi personaggi emergono: Pëtr Nikolaevič Vrangel’, capo supremo dell’Armata Bianca e artefice di uno Stato autonomo in Crimea in lotta contro i bolscevichi; Guglielmo Francesco d’Asburgo‑Lorena, aspirante sovrano dell’Ucraina e ultimo rappresentante delle ambizioni imperiali degli Asburgo; Roman von Ungern‑Sternberg, che occupa la Mongolia nel febbraio 1921 e sposa una principessa Manciù appartenente alla decaduta famiglia imperiale cinese; İsmâil Enver, ministro della Guerra ottomano, proiettato verso un ipotetico Emirato del Turkestan; e il nostro Gabriele D’Annunzio, che dopo la presa di Fiume tenta di costruire una ducea indipendente, sfidando l’autorità dei vituperati Savoia.

Di Rienzo non si limita a narrare le gesta di questi individui, ma le colloca all’interno della fragilità dei nuovi Stati creati a tavolino dalla Conferenza di pace di Parigi. Questi organismi politici, spesso concepiti senza considerare la complessità etnica e sociale dei territori, si rivelano vulnerabili e diventano immediatamente preda di figure che cercano di plasmare il mondo secondo la propria visione personale di ordine e dominio.

Uno degli aspetti più convincenti del libro è la capacità di mettere in relazione dimensione politica e dimensione sociale. Di Rienzo non si limita a ricostruire eventi e decisioni istituzionali: indaga le mentalità, le paure collettive, le retoriche pubbliche che hanno alimentato scelte radicali e spesso tragiche, in cui la violenza e l’arbitrio si trovano spesso senza paletti nè limiti. In questo senso, il “cuore di tenebra” non è soltanto quello dei singoli protagonisti, ma quello di intere classi dirigenti e opinioni pubbliche, trascinate da logiche di potenza, vendetta o autoassoluzione.

Sul piano stilistico, la prosa è chiara ma non leggera o divulgativa in senso superficiale. L’autore predilige un registro argomentativo serrato, talvolta caratterizzato da vis polemica, che tradisce l’intenzione di intervenire in un dibattito storiografico ancora aperto e piuttosto acceso.

In conclusione, Cuori di tenebra è un saggio di alto profilo, destinato a un pubblico interessato alla storia politica e culturale europea e disposto a confrontarsi con un’analisi non accomodante. Non è un libro di facile consumo, ma proprio per questo rappresenta un contributo significativo, e decisamente originale, al dibattito storiografico contemporaneo.

Eugenio Di Rienzo, professore emerito di Storia Moderna presso l’Università La Sapienza di Roma, è autore di numerose monografie storiche di rilevanza scientifica internazionale come Napoleone III. Una biografia politica (Salerno Editrice 2010), Ciano. Vita pubblica e privata del “genero di regime” nell’Italia del Ventennio nero (Salerno Editrice 2018), D’Annunzio diplomatico e l’impresa di Fiume (Rubbettino Editore 2022). Tra i suoi recenti lavori, sempre per Rubbettino Editore, ha pubblicato Benedetto Croce. Gli anni dello scontento (2019), Benedetto Croce. Gli anni del fascismo (2020), L’ora delle decisioni irrevocabili. Come l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale (2024), Un’altra Resistenza. La diplomazia italiana dopo l’8 settembre 1943 (2024). Per Neri Pozza è uscito nel 2023 Sotto altra bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill.

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:: Un dolce vento dall’est di Shanmei su Wattpad

9 marzo 2026 by

Segnalo ai miei affezionati lettori, o a chiunque sia interessato, una bella novità: pubblicherò su Wattpad un romanzo storico ambientato tra la Russia e l’America di inizi Novecento. Lo scrissi quando ero una ragazzina, quindi ormai parecchi anni fa, ho quasi sessant’anni, e lo so sembra incredibile io me ne sento 18, ma ormai gli anni sono questi. E’ una storia avventurosa e assai romantica anche se piuttosto movimentata, ci sono anche scene un po’ forti, per cui per darmi massima libertà creativa l’ho segnalato per adulti, ma resta un romanzo storico piuttosto interessante col senno di poi per vedere anche come si è evoluto il mio stile. Non è detto che la storia piaccia, ma mi sono divertita molto a scriverla. Fate conto iniziai a scriverla nel 1985. Narra la vita, le avventure e gli amori di Marjia una giovane donna russa esiliata con il padre nelle innevate steppe della Siberia del 1916, sarà ambientato durante la Rivoluzione d’Ottobre e ci porterà fino negli Stati Uniti, dove Marjia seguirà Ashley il suo sposo americano. La storia è conclusa, ma pubblicherò via via i capitoli vedendo anche i vostri commenti. Una volta ultimato il romanzo, o meglio la sua trascrizione, lo pubblicherò su Amazon. Se volete leggere il primo capitolo ecco il link: https://www.wattpad.com/1614466924-un-dolce-vento-dall%27est-parte-1-senza-titolo Il ricavato sarà devoluto in beneficenza, anche se mai diventasse un best seller, noi scrittori amiamo sognare in grande. Beh buona lettura a tutti e mi raccomando commentate, farò tesoro dei vostri commenti. Shan::

:: La malinconia delle storie sospese di Minsoo Kang

9 marzo 2026 by

Nella cella in cui è rinchiuso, il cantastorie sa che il suo destino è segnato. Dai confini del regno, la sua fama di tessitore di trame è giunta all’orecchio dell’imperatore, che lo ha convocato a corte e per tre anni ha fatto mettere nero su bianco dagli scrivani i suoi racconti favolosi di mostri e magie, fantasmi e divinità bizzose. Ora che la missione è compiuta, l’imperatore è pronto a sbarazzarsi di lui, ma prima gli chiede un’ultima storia. Quella con cui il narratore, forse, potrà salvarsi la vita. O almeno entrare nella leggenda.
A duemila anni di distanza, dalla finestra del suo studio uno storico osserva in lontananza le montagne da cui le divinità avrebbero dato vita alla nazione. È proprio smascherando i falsi miti nascosti nella Storia del suo popolo che il professore ha raggiunto fama e riconoscimenti. Eppure, è consapevole dei limiti di quel metodo rigoroso, perché laddove mancano le fonti, solo l’immaginazione può colmare le lacune del passato o dare voce a chi è stato dimenticato. E ora che è prostrato dalla perdita della moglie amatissima, per colmare quel vuoto lui stesso avrebbe bisogno di immaginare un finale diverso per la propria storia. O magari un nuovo inizio.

Mito, Storia e vita si fondono in questa saga che sfida le definizioni di genere. Un romanzo a incastro sapientemente costruito in cui a intrecciarsi non sono solo le linee temporali ma anche trame universali di amore, memoria, sopravvivenza, che ci parlano del bisogno assolutamente umano e irrinunciabile di raccontare storie: le sole capaci di salvarci la vita o darci un’illusione di eternità.

Minsoo Kang, figlio di un diplomatico sudcoreano, è cresciuto tra Austria, Nuova Zelanda, Iran, Brunei, Germania e altri Paesi, prima di prestare servizio nell’esercito sudcoreano ed entrare nel mondo accademico. Ha conseguito un dottorato in Storia europea alla UCLA ed è oggi docente di Storia presso la University of Missouri-St. Louis. Ha all’attivo numerose raccolte di racconti e diversi saggi storici. La malinconia delle storie sospese, il suo primo romanzo, è stato segnalato dal New York Times tra i migliori titoli di narrativa fantastica dell’anno.

:: La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi a cura di Anna Chimenti e Maria Natale (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

8 marzo 2026 by

Ci sono libri che analizzano da vicino un fenomeno e altri che aiutano a orientarsi dentro una storia più ampia. La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi, curato da Anna Chimenti e Maria Natale con introduzione di Giovanni Pitruzzella, pubblicato da Carocci Editore, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. In centosessantotto pagine il volume ricostruisce, con taglio chiaro e documentato, il percorso attraverso cui la questione dell’uguaglianza tra uomini e donne è entrata nella trama della Costituzione italiana e, progressivamente, nella vita civile del nostro Paese.

Il punto di partenza è un dato storico spesso ricordato, ma non sempre compreso fino in fondo: all’Assemblea Costituente le donne elette erano appena ventuno su cinquecentocinquantasei membri. Una presenza esigua che tuttavia non impedì alle cosiddette “madri costituenti” di lasciare un segno significativo nei lavori dell’Assemblea. Il libro prende le mosse proprio da questo interrogativo: in che modo quelle poche parlamentari riuscirono a portare all’attenzione dei colleghi questioni allora considerate secondarie? Dalla parità tra uomini e donne all’accesso alle carriere pubbliche, dal riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio fino alla formulazione dell’articolo 11, con il celebre ripudio della guerra, la loro influenza si rivelò tutt’altro che marginale.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui mette in luce la dimensione linguistica della Costituzione. La Carta non emerge soltanto come un impianto giuridico, ma come il risultato di un confronto politico e culturale in cui le parole hanno avuto un ruolo decisivo. Termini come “sesso”, inserito nell’articolo 3 tra i fattori di discriminazione vietati, o il verbo “ripudia” dell’articolo 11, non sono scelte casuali: diventano, nel tempo, strumenti interpretativi che orientano l’evoluzione dei diritti e delle politiche pubbliche.

Il libro non segue la struttura di un saggio unitario, ma raccoglie contributi di diversi studiosi e studiose – tra cui Anna Finocchiaro – che affrontano il tema della parità di genere da prospettive differenti. I capitoli si muovono tra ambiti giuridici e sociali molto vari: dalla maternità surrogata e la tutela della dignità della donna alle disuguaglianze ancora presenti nel mondo accademico; dalle politiche di rappresentanza nelle leggi elettorali alla presenza femminile nella diplomazia e nella magistratura. Non mancano riflessioni sulla normativa contro la violenza di genere, sulla questione del cognome materno e sullo sviluppo della medicina di genere, tema sempre più centrale nel dibattito contemporaneo.

Il quadro che emerge è quello di un processo lungo e complesso. La Costituzione appare come il punto di partenza di una trasformazione che negli anni ha prodotto importanti avanzamenti normativi, ma che non può dirsi conclusa. I vari brevi saggi mostrano infatti quanto la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale abbia incontrato ostacoli culturali e istituzionali: basti pensare alle persistenti disparità nelle carriere universitarie o alla difficoltà di tradurre la presenza femminile nelle istituzioni in un reale equilibrio di potere.

Particolarmente stimolanti sono i contributi che tornano alle discussioni dell’Assemblea Costituente, restituendo spazio e voce alle protagoniste di quella stagione politica. Attraverso questi passaggi si comprende come alcune decisioni – ad esempio la scelta di non inserire in Costituzione il principio dell’indissolubilità del matrimonio – abbiano lasciato aperta la strada a riforme future, come quella sul divorzio.

La natura collettiva del volume rappresenta un importante punto di forza. La varietà dei temi permette infatti di offrire una panoramica ampia e aggiornata. Si viene accompagnati in modo pratico, grazie a un linguaggio semplice e accessibile, fruibile da tutti, attraverso molti argomenti trasversali, di interesse generale che fanno parte della quotidianità di ogni cittadino di ogni età e di ogni estrazione sociale.

Il volume offre un’esperienza di lettura preziosa che riesce a collegare in modo efficace la storia della Carta repubblicana alle questioni ancora aperte del presente, evitando semplificazioni retoriche. Leggendolo si comprende che il 2 giugno 1946 non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma l’inizio di un percorso che continua ancora oggi. Ed è proprio questa consapevolezza storica e civile a renderlo non solo utile, ma necessario, in ogni casa, scuola, ufficio pubblico, biblioteca.

Anna Chimenti, costituzionalista, è autrice di numerose pubblicazioni, tra cui Storia dei referendum. Dal divorzio alla riforma elettorale (Laterza, 1999); Informazione e televisione. La libertà vigilata (Laterza, 2000); La teoria gradualistica del diritto. Confronto con le idee e le istituzioni del diritto positivo francese (Giuffrè, 2003). Ha svolto la sua carriera tra l’Italia e il Regno Unito dove è academic visiting presso il St Antony’s College di Oxford.

Maria Natale, storica del diritto, dedica la sua attività di ricerca e le sue pubblicazioni a vari ambiti della storia giuridica e della giustizia; tra i suoi volumi: Nei flussi della modernità. Toga, chiesa e sovranità nel progetto di Michel de L’Hospital Cancelliere di Francia (Editoriale scientifica, 2023). È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: PAPA GIOVANNI XXIII – Una voce inascoltata sulla pace – Mario Bertolissi (Rogas Edizioni 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 marzo 2026 by

Papa Giovanni XXIII ci ha indicato quali sono le condizioni della pace. Ci ha chiesto di essere «uomini di buona volontà». Non abbiamo raccolto l’invito ed ora siamo chiamati «alle armi». Vale la pena di rileggere – o di leggere per la prima volta – la Pacem in terris, in questo volume curata e introdotta da Mario Bertolissi, e di recitare un sentito mea culpa. 

L’enciclica Pacem in terris, scritta nel 1963 durante la Guerra Fredda da Papa Giovanni XXIII, è uno dei testi più profetici e necessari del Novecento. Ce la presenta all’attenzione con urgente necessità il professore emerito Mario Bertolussi, insigne giurista e studioso che trae da questo testo di dottrina morale della Chiesa insegnamenti non solo etici e religiosi ma anche fondativi dei più laici sistemi giuridici internazionali. Papa Giovanni, il Papa Buono, ha svolto un ruolo cruciale nella storia del Novecento, e ha toccato con mano il rischio di cedere alla tentazione di risolvere i conflitti internazionali con l’uso delle armi, ormai sempre più sofisticate e distruttive anche senza mettere in causa lo spettro nucleare, tuttavia sempre presente sullo sfondo. Laici e credenti possono così confrontarsi con un testo che rappresenta per molti credenti il pensiero di Cristo sulla storia contemporanea, con riflessioni che non esulano dal diritto internazionale, dal ruolo della diplomazia, dall’importanza da dare agli organismi internazionali e dalla supremazia del dialogo sull’uso barbaro delle armi e della forza. Non sempre, anzi mai, il più ricco, il più forte, il più violento ha il dominio del bene e del giusto, prerogativa anzi del mite e di colui che segue i dettami etici e morali e se vogliamo anche religiosi. Spesso leggendolo si ha l’amara sensazione di un appuntamento mancato, di un’occasione persa, pur tuttavia vive la certezza di essere ancora in tempo, di avere un’ultima possibilità di fermare tutto e far riprendere il sopravvento alla ragione, alla giustizia, al sentimento, al bene comune, alla pace.  

Mario Bertolissi è professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova. È autore di monografie e saggi. Di recente, ha pubblicato Autonomia e responsabilità sono un punto di vista, Jovene, 2015; Autonomia. Ragioni e prospettive di una riforma necessaria, Marsilio, 2019, e Il mito del buon governo, Jovene, 2022.

:: Il letto cinese di Anna Luisa Pignatelli, dal 10 aprile

6 marzo 2026 by

Libro originale, dallo stile raffinato, Il letto cinese racconta del difficile rapporto tra un vecchio professore ormai al tramonto e un giovane in cerca di sé durante gli anni di piombo.

Uno stimato accademico, sinologo di fama, chiama suo nipote, un giovane inconcludente e un po’ sconclusionato, ad aiutarlo nella stesura di un testo sugli ultimi imperatori cinesi della dinastia dei Qing. Zio e nipote appartengono a due mondi diversi: il primo è dedito alla carriera, ligio e mbizioso, mentre il secondo è ancora uno studente, sognatore e romantico. Il professore cerca di portare il ragazzo sulla propria strada, facendogli battere a macchina i suoi scritti e trasformandolo nel suo assistente. Durante le lunghe sedute di dettatura, lo studioso ha modo di ripercorrere le vicende del tormentato regno dell’imperatrice madre Tzu Hsi e le tragiche circostanze che portarono alla morte del sovrano Kuang Hsu, con il quale il nipote si identifica. Quando la vita, con i suoi drammi, farà irruzione nell’esistenza monotona del giovane, lo zio non lo aiuterà e, anzi, si rivelerà in tutto il suo egoismo. Un accadimento inaspettato, però, consentirà al nipote di riflettere meglio su quel legame e il ragazzo capirà di aver ricevuto più di quanto abbia mai realizzato. Si renderà conto che quell’uomo, così diverso, è riuscito a infondergli la passione per lo studio grazie alla sua immensa cultura: un lascito essenziale, che gli permetterà di seguire le sue orme dando finalmente un senso alla propria esistenza.

Un racconto profondo che mette a confronto due mondi apparentemente inconciliabili con un unico, grande punto di contatto: l’amore per la vita, per se stessi e per quello che si sceglie di essere. Un romanzo appassionante, scritto con la maestria di un’autrice di talento apprezzata per il suo stile asciutto e oltremodo incisivo; una storia potente di scontro tra generazioni.

Anna Luisa Pignatelli Toscana di nascita, e già definita da Antonio Tabucchi «una voce insolita nella letteratura italiana di oggi: lirica, tagliente e desolata», ha trascorso molti anni fuori dall’Italia. Tradotta in Francia, nel 2010, ha vinto il Prix des lecteurs du Var con la raccolta di racconti Noir Toscan. Per Fazi Editore, nel 2016 ha pubblicato Ruggine, Premio Lugnano 2016, Foschia, del 2019, e Il campo di Gosto, uscito nel 2023.

Alessandro Varani ci racconta il suo “Patañjali. Storia di uno Yogi” (Castelvecchi 2024) A cura di Viviana Filippini

5 marzo 2026 by

Alessandro Varani ha pubblicato per Castelvecchi il libro dedicato alla vita di colui che è rienuto il “fondatore” dello Yoga: Patañjali. “Patañjali. Storia di uno Yogi” narra l’esistenza di colui che visse tra il III e il II secolo a.C., quando l’impero indiano, dopo avere ottenuto il massimo della sua espansione territoriale e culturale, cominciò un lenta decadenza. In questo mondo Patañjali portò a compimento un cammino di formazione umana e spirituale passato alla storia come un testamento filosofico e spirituale: gli Yogasutra. Del romanzo ne abbiamo parlto con il suo autore.

Alessandro ben trovato. Da occidentale, come ha scoperto la figura di Patañjali?
Molti anni fa, praticando e studiando Yoga ho scoperto gli Yoga-sūtra di Patañjali. Da subito, rimasiaffascinato da questi ‘aforismi’, pregni di saggezza e consigli pratici su come progredire nel campo della ricerca interiore. Intuivo che l’apparente incomprensibilità di alcuni sūtra dipendeva dal fatto che non si trattava tanto di leggerli per capirli, quanto di esperirli uno ad uno, attraverso una pratica guidata da un maestro che comportava una trasformazione personale nello stile di vita, ma soprattutto mentale e interiore.

Perché ha deciso di scrivere il libro sullo yogi?
Nel 2018, dopo tanti anni di pratica e insegnamento dello Yoga, ho sentito l’esigenza di scrivere un testo che facesse giustizia delle mistificazioni che questa antica e universale disciplina di conoscenza del sé ha subito in Occidente da quando venne importata, ormai più di un secolo fa. Cominciò in questo modo a prendere forma nella mia mente l’idea di fornire al lettore un modello esemplare per descrivere un sano, autentico percorso yogico. La scelta dello yogin protagonista del romanzo cadde allora su Patañjali, una figura leggendaria in India, ma praticamente sconosciuta anche a molti fra i praticanti di Yoga occidentali. Inoltre, le scarse e a volte confuse fonti su Patañjali (vissuto circa nel II° sec a.C.) mi consentivano di sviluppare una trama narrativa in piena libertà, pur mantenendo il rigore storico dell’ambientazione e l’autenticità del contenuti filosofici e spirituali presenti nel romanzo.

Come si è mosso per la stesura del libro per quanto riguarda ricerca e recupero di informazioni e
materiale?

Premetto che la stesura del libro, durata più di cinque anni, è stata una sfida davvero impegnativa che mi ha fornito stimoli anche come insegnante di Yoga. Certamente lo studio delle fonti storiche, letterarie e religiose mi è stato utile per entrare nell’atmosfera socio-culturale dell’India antica, ma ho dovuto integrare quelle fonti necessariamente con una vera e propria intuizione sulla figura di Patañjali, di cui biograficamente non si sa quasi nulla. Ho adottato un procedimento ‘a ritroso’, cercando di ricostruire la personalità di Patañjali a partire dallo studio meditativo su tre testi a lui riferiti: gli Yoga-sūtra, un grande commentario di grammatica sanscrita (Mahabhashya) e un commentario di medicina ayurvedica (Carakavārttika). Aggiungo che per la stesura del testo ho seguito la tradizione indiana che unifica le tre persone in un solo autore, piuttosto che quella degli studiosi che perlopiù oggi tendono a separare la figura del Patañjali scrittore degli Yoga-sūtra da quella dal grammatico.

Come è stato mescolare realtà e finzione?
Certamente entusiasmante e spaventoso al contempo. La sfida di cui prima parlavo è consistita soprattutto nel mantenere insieme vero e verosimile, armonizzando fra di loro i diversi livelli di lettura del testo. Questo mi ha richiesto una rigorosa, costante attenzione, perché sapevo che per quanto quei livelli avrebbero costituito l’originalità del testo, lo sviluppo della trama e delle vicende umane narrate nel romanzo dovevano restare al centro dell’interesse del lettore, integrandosi al meglio alla cornice storica, filosofica e spirituale del testo. Spero di esserci riuscito.

Il percorso vissuto da Patañjali, gli incontri e le esperienze che fa possono essere viste anche come un
percorso di formazione?
Assolutamente sì, essendo una biografia romanzata in senso lato, in cui seguiamo la vita del personaggio: la sua nascita, la formazione nella scuola yogica del padre brahmano, un primo matrimonio, fino alla crisi
spirituale che lo porterà alla rottura con la propria famiglia, mettendolo sul cammino di una tortuosa ricerca spirituale, fra buddhismo e pura ascesi, e quindi l’esperienza dell’auto-realizzazione, seguita dal ritorno in società, con le crisi e i dolori familiari, infine alla corte dell’imperatore Indiano Pushyamitra, sullo sfondo di persecuzioni religiose e della guerra contro i Greco-battriani… In definitiva, si tratta della narrazione di una inesausta ricerca di saggezza e libertà lungo tutto l’arco esistenziale del personaggio Patañjali.

La cosa interessante del libro è che oltre alla vita ci sono anche nozioni sulla pratica delle yoga?
Questo era un’altro obiettivo che mi ero riproposto, ovvero di narrare in parallelo alla vita dell’uomo quella dello yogin. In effetti, il sottotitolo del romanzo, ‘vita di uno yogin’ sta lì a indicare che il libro tratta dell’uomo Patañjali, come pure della vita di chi pratica lo Yoga e che proprio applicando gradualmente le diverse tecniche che i maestri gli propongono progredisce sul piano umano e spirituale. In virtù della mia lunga esperienza come insegnante di Yoga, ho potuto descrivere accuratamente alcune pratiche autentiche. Soprattutto, facendo capire al lettore l’importanza del respiro nello Yoga, perché la respirazione costituisce davvero il cuore pulsante di questa disciplina. Il respiro permette al praticante di Yoga di prendere coscienza della propria energia vitale (prāna) avvalendosi delle tecniche yogiche che insegnano a non disperderla, anzi a concentrarla tramite la mente su obiettivi conoscitivi interiori tramite il processo meditativo.

Cosa l’ha spinta a mettere assieme queste due componenti?
Per certo, la volontà di rendere giustizia a questa mirabile e nobile disciplina, spesso fraintesa. E mi spiego meglio: lo Yoga classico, come lo intende Patañjali, è una disciplina che si occupa principalmente del mentale, secondo la definizione che troviamo scritta nello Yoga-sūtra II.2, dove egli afferma che lo ‘Yoga è l’arresto della attività mentali” e dove tutti gli esercizi fisici, oggi molto in voga, svolgono solamente una funzione preparatoria e di minore importanza rispetto alle tecniche respiratorie e di concentrazione. Dall’altra parte, essendo lo Yoga arrivato in Occidente tramite dei grandi maestri che erano dei monaci, quali Vivekananda e Yogananda, si è presto associata questa autonoma disciplina di ricerca spirituale che prescinde da ogni religione, con l’induismo. In Occidente, questa confusione iniziale spesso ha prodotto atteggiamenti esotico-misticheggianti, esaltati negli anni settanta del secolo passato dalla moda fricchettona degli hippies che andavano in India a riscoprire la spiritualità…

Come è cambiato o cosa è cambiato nella sua vita quotidiana e lavorativa da quando pratica lo yoga?
Direi tanto, se non tutto. Nel senso che lo Yoga, quando funziona, prevede una trasformazione dello stile di vita e della personalità del praticante, parallela a una presa di coscienza di se stessi sempre più approfondita. Pratica dopo pratica, purificazione dopo purificazione, lo Yoga ci rende infine degni di ricevere l’epifania spirituale dell’auto-realizzazione, un’esperienza che stravolge radicalmente il nostro precedente punto di vista sulle cose del mondo, donandoci grande fiducia e contentezza interiore.

Ci fa un breve cenno alla sua associazione culturale Yoga Sāram Studio?
Ho fondato questa associazione culturale con il precipuo scopo di diffondere lo Yoga sui principi che ho esposto rispondendo alle precedenti domande. Posso aggiungere che è dall’inizio del mio percorso di conoscenza interiore che cerco di mantenere vivo uno scambio sapienziale tra Oriente a Occidente. D’altra parte, i mistici di ogni tempo e angolo del pianeta, attraverso le loro esperienze interiori, hanno da sempre ribadito che l’essenza spirituale degli esseri umani è la medesima. Infatti, le testimonianze relative a esperienze di luce divina dei contemplativi, siano questi Occidentali o Orientali, laici o religiosi, sono e saranno sempre le stesse in ogni parte del mondo, perché questo è il Bello, il Buono e il Giusto che anima le diverse culture, anche nelle loro distinte peculiarità: il tutto è Uno.

:: Casa dolce casa di Nedra Tyre (Ediz. Le Assassine, 2026) a cura di Patrizia Debicke

3 marzo 2026 by

Pubblicato per la prima volta nel 1953, “Casa dolce casa” di Nedra Tyre si inserisce con sorprendente modernità nella scia della suspense psicologica americana del secondo dopoguerra. Siamo in una sonnolentea cittadina degli Stati Uniti, senza un nome ma riconoscibile per ogni dettaglio: vialetti ordinati, tende stirate, esibizione di buone maniere. E sarà qui che si concretizza un dramma domestico capace di trasformare la casa, simbolo di protezione e affermazione, nel teatro di un silenzioso ma insidioso assedio.
Miss Martha Allison è una timida donna di mezza età, corretta, cerimoniosa, fortificata da anni trascorsi ad accudire parenti bisognosi. L’eredità della zia rappresenta per lei molto più della  sicurezza economica: è finalmente la possibilità, di disporre della propria vita. La casetta acquistata con quei risparmi sarà il suo rifugio, uno spazio arredato con minuziosa attenzione, dove ogni cosa riflette il suo bisogno di ordine e controllo. L’ambientazione domestica non è un semplice sfondo, ma la rappresentazione della sua interiorità: stanze luminose, rassicuranti routine fatte di piccoli riti quotidiani.
Poi qualcuno bussa alla porta.
L’arrivo della signorina Withers incrina da subito quell’equilibrio con inquietante naturalezza. Donna all’apparenza ordinaria, modi gentili, voce suadente, lei entra e resta. Passa una  notte, un’altra. Non alza mai il tono della voce, non minaccia e invece si insinua. La sua è una graduale invasione, stanza dopo stanza, abitudine dopo abitudine. Nedra Tyre costruisce pian piano una progressiva tensione, basata non su drammatici accadimenti ma su piccoli cambi di potere: il sale a tavola, la posizione delle spezie, la scelta delle tende. Ogni gesto domestico prende un significato.
La forza del romanzo sta proprio nel progressivo conflitto tra due volontà asimmetriche. Miss Allison appare fragile, portata alla sottomissione, quasi incapace di pensare a uno scontro diretto. Miss Withers, invece, controlla, stressa l’altra quasi con  “un logoramento da vampiro” in una lenta ma progressiva  erosione della libertà.
Intrigante l’impostazione narrativa con la trama che si apre a ridosso dell’omicidio annunciato. La frase iniziale: con Miss Allison che offre il sale alla donna, da lei condannata a morte, implica l’essenza dell’opera. La cortesia si sovrappone al delittuoso progetto creando un cortocircuito morale di grande efficacia. L’autrice giostra con il contrasto tra educazione e disumanità, tra galateo e disperazione. L’implicita sottile ironia poi amplifica la tensione invece di alleggerirla.
Undici mesi di forzata convivenza e di oppressione inducono la protagonista a maturare l’estrema decisione. Miss Allison non è un’antieroina guidata dall’ego; è una donna svuotata, progressivamente isolata anche sul piano sociale. Un’amicizia si incrina, le possibilità di ricevere aiuto si riducono, mentre si dilata la sensazione della propria impotenza. Il lettore può chiedersi perché non chiami la polizia, perché non reagisca; e tuttavia la costruzione psicologica rende  plausibile quel suo blocco fisico e mentale .
Stuzzicanti le riflessioni sul genere poliziesco: Miss Allison legge gialli per evasione, cita autori celebri, riflette sui cliché investigativi. Sotto sotto si avverte una lieve parodia dei meccanismi classici, quasi un ironico contrappunto rispetto alla tragedia in atto. Ma qui non troviamo brillanti  detective né alibi da valutare. L’indagine è mirata alla lenta trasformazione di una donna comune.
L’ambientazione anni Cinquanta emerge dai dettagli: la rispettabilità, la solitudine femminile guardata con sospetto, l’idea della casa come conquista ma anche trappola.
Il ritmo è ben calibrato: nessuna scena superflua. La suspense nasce dall’attesa, da silenzi condivisi, da pensieri trattenuti. Quando arriva il colpo di scena finale, lo fa con spietata eleganza, pur lasciando un retrogusto amaro.
“Casa dolce casa” è un gioiello di suspense psicologica. In quella casa, tra tende e stoviglie, si consuma un’invisibile battaglia per l’identità e l’autonomia. Un romanzo raffinato e claustrofobico in grado di trasformare in incubo la più banale quotidianità.

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

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:: In disgrazia del Cielo e della terra – L’amore omosessuale nella letteratura italiana di Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre (Rogas Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 marzo 2026 by

In disgrazia del Cielo e della terra, edito nel 2023 da Rogas Edizioni, è un saggio argomentato, ma di respiro divulgativo, che affronta un tema importante e delicato con grande sensibilità e coraggio: la presenza e la rappresentazione dell’amore omosessuale nella letteratura italiana. Gli autori, Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre, accompagnano il lettore in un viaggio attraverso i secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, mostrando come gli scrittori, si è scelto di parlare prevalentemente della omosessualità maschile, abbiano raccontato sentimenti, passioni e difficoltà spesso nascosti o censurati.

Il titolo richiama l’idea di chi, per molto tempo, è stato considerato “fuori posto” o addirittura “contro natura”. Il libro spiega come, in diverse epoche, l’amore tra persone dello stesso sesso sia stato visto con sospetto o condanna, ma anche come la letteratura abbia trovato modi coraggiosi, ironici e persino poetici per parlarne.

Gli autori non si limitano a elencare opere e autori, per svelare magare retroscena piccanti di nomi famosi: cercano invece, molto meritoriamente, di far capire il contesto storico e culturale in cui quei testi sono nati, aiutando il lettore a comprendere perché certe storie siano state raccontate in modo velato o simbolico tramite una fitta rete di sottintesi e linguaggi in codice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è che dimostra come l’amore, in tutte le sue variegate forme, sia sempre stato parte della nostra cultura. Anche quando non se ne poteva parlare apertamente, la letteratura ha custodito emozioni autentiche e profonde. Questo messaggio è particolarmente importante per i ragazzi, perlomeno delle scuole superiori dai 18 anni in su: leggere queste pagine, magari guidati da insegnanti dalla mente aperta che incoraggiano dibattiti in classe, significa scoprire che la diversità in ambito affettivo- sessuale non è qualcosa di nuovo o “strano”, ma una realtà che esiste da sempre, e che a differenza del mondo pagano greco e romano che la considerava del tutto naturale e accettabile, nel mondo europeo cristiano ha affrontato pregiudizi, anatemi morali e religiosi, fino a entrare nelle leggi civili.

Non solo le streghe venivano arse sul rogo nei secoli bui, ma anche coloro che venivano accusati di omosessualità e crimini “contro natura”. Il cristianesimo ha una derivazione diretta dall’ebraismo e la Bibbia è abbastanza chiara nel condannare la sodomia al pari della zoofilia, dell’incesto e dell’adulterio e la fornicazione. C’è comunque da fare un’osservazione non marginale, ripresa da molte correnti religiose di stampo progressista e protestante, ma anche cattolico, rivalutate nei giorni nostri: è la violenza, lo stupro, l’abuso su minori a essere condannato, non l’orientamento sessuale delle persone che essendo intrinseco alla natura umana contiene del bene, e non va condannato o stigmatizzato.

L’amore omosessuale è appunto amore, contiene progetti di vita in comune, rispetto, affetto, complicità, crescita interiore, aspirazione alla salvezza, desiderio, solidarietà, piacere di stare insieme, fedeltà, castità e non va unicamente relegato all’atto sessuale in sè, e la letteratura, forse più liberamente di altri contesti, l’ha sempre compreso e valorizzato fino ai movimenti di liberazione, di affermazione dei diritti civili dei giorni nostri.

Lo stile è chiaro e appassionato. Pur trattando argomenti complessi, gli autori cercano di spiegare tutto con attenzione e rispetto, rendendo il testo accessibile anche a giovani lettori curiosi e desiderosi di capire meglio la storia della letteratura e della società italiana.

In conclusione, In disgrazia del Cielo e della terra è un libro che invita a riflettere, a conoscere e a rispettare. È una lettura preziosa non solo per chi ama la letteratura, ma per chiunque voglia comprendere meglio il passato e costruire un futuro più consapevole e inclusivo.

Francesco Gnerre ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e Teoria della letteratura presso l’Università di Roma Tor Vergata. È autore di testi scolastici e di studi di sociologia della letteratura. Tra le sue pubblicazioni L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Rogas Edizioni, 2016) e La biblioteca ritrovata (Rogas Edizioni, 2015). Per anni è stato tra i redattori delle riviste «Babilonia» e «Pride».  

Daniele Coluzzi, professore di Lettere a Roma, si laurea con una tesi sull’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Da circa tre anni è divulgatore culturale sui social, dove si occupa di storia, letteratura e mitologia. Attualmente è seguito da più di 200 mila persone. Ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Io sono Persefone (Rizzoli, 2022).

:: Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni (Delos Digital 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2026 by

C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro dell’esistenza dell’uomo. Niente dogmi; niente – espressi divieti di pensare. Non ce n’era bisogno, perché a certe cose non c’era modo di pensare. La magia come unica stampella. Un’idea banale che però, in qualche modo, senti estremamente tua. Non è un prodotto dei tuoi studi di antropologia e storia delle religioni… No, lo sapevi anche prima: è una cosa tua, personale. D’altronde, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro della tua esistenza. Tempo in cui alcuni messaggi suonavano come vere e proprie rivelazioni, e allora Sartre, Camus, Dosto… Ma ormai quel tempo è finito. E ora, un po’ di mistero è quello che ti manca.

Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni, edito da Delos Digital, nella collana Innsmouth, dedicata al weird o perturbante, è un romanzo breve, circa 57 pagine, che ce lo conferma l’autore rientra nell’autofiction quel genere particolare di letteratura che ibrida l’autobiografia con la fiction, per cui il protagonista, che si lascia sfuggire si chiama Bragoni, è l’autore e non è l’autore. La sua cifra esistenziale viene esaminata alla lente di un rinnovato gusto per il paradosso, quando per ritrovarsi bisogna perdersi, nella memoria, per arrivare a patti col presente, la contemporaneità. Il protagonista di questa vicenda dunque gravita in un limbo esistenziale che lo pone a riflettere su sè stesso con nostalgia, ironia, rabbia. Cosa scopre? Verità fondamentali su sè stesso, sulla vita, su gli altri? Sullo spaesamento come metafora di una condizione universale? Ma oggi non siamo più quello che eravamo ieri, il gioco non regge, non consola. Bragoni adotta uno stile sobrio, più evocativo che descrittivo, e intreccia emozioni e razionalità con naturalezza e capacità espressiva. Bragoni è un autore di narrativa più che di genere, piega gli stili e le modalità epressive espressioniste in una luce di letteratura alta e per certi versi anche complessa. Frutto di buone letture, studio della critica, e di capacità personali affinate col tempo. La narrazione riesce a far sentire il lettore accanto al protagonista, intrappolato tra il desiderio di “tornare indietro” e l’impossibilità di farlo davvero. La brevità del testo, lungi dall’essere un limite, ne accentua l’efficacia: ogni immagine, ogni frase ha un peso emotivo. Se da un lato il libro può essere letto come una storia di formazione “fuori tempo massimo”, dall’altro si presta a interpretazioni più ampie sulla natura umana e sui modi in cui ciascuno di noi costruisce il proprio senso di sé.

Fabrizio Fulio Bragoni è nato a Rieti nel 1981 e vive a Torino dal 1986; ha iniziato a scrivere a cinque anni e non ha mai smesso. Ha sempre sognato di fare la rockstar o lo scrittore. È laureato in filosofia e specializzato in traduzione editoriale dall’inglese. Ha lavorato come giornalista, consulente informatico, lettore editoriale, docente universitario a contratto, copy, piazzista, insegnante e traduttore. Per un paio di giorni ha fatto anche il detective privato, ma è stato tanto tempo fa. Ha insegnato scrittura creativa, tradotto un paio di romanzi e un lungo saggio sul punk, curato un’antologia di racconti polizieschi ambientati a Torino. Suona diversi strumenti, tutti molto male. Quando ha un po’ di voce, canta anche. Attualmente è dottorando in “Learning sciences and digital technologies”. Vive a Torino (ma solo ogni tanto), e passa il tempo tra studi di tatuaggi, palestre di pugilato e localini fumosi, sperando, così, di mantenere intatta la pessima reputazione faticosamente guadagnata. Il suo romanzo breve Il colpo è stato pubblicato in ebook da Rizzoli nel 2012 nell’ambito del contest “youcrime”. Il suo primo romanzo, Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è uscito per Giunti nel 2021.

:: La rosa inversa di Maria Attanasio

28 febbraio 2026 by

In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, le opere dei «malpensanti del secolo ateo e libertino» come Voltaire, Diderot, Montesquieu e d’Alembert, accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa, racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario del palazzo. La sua è una storia incredibile rimasta a lungo nascosta.
Nato nel 1743, educato nel Collegio dei Gesuiti, Henares diventa amico di Giuseppe Balsamo, futuro alchimista ed esoterista col nome di Cagliostro; insieme verranno banditi per ordine del rigido padre Crisafulli, e sarà Henares, quando nel 1767 viene disposta l’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia, a esiliare l’odiato Crisafulli innescando la miccia della rivalsa. Sta per avere inizio un’epoca radicale e libertaria, turbamento di religiosi, conservatori e reazionari; Ruggero fonda la loggia La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà, la sua sorte si lega a quella di Amalia, artista e amante libertina, con cui condivide letture e desideri. Nel nucleo di questo vortice di gesta, avventure ed eventi, Maria Attanasio insedia un dispositivo di pensiero storico e filosofico che scruta nel passato e ragiona sul presente, sulla duratura guerra tra rinnovatori e nostalgici, esclusi e privilegiati, pragmatici e sognatori. «Tra i pochi che hanno seguito l’esempio di Sciascia, di narrazioni di storie vere che si fanno romanzo quasi di per sé, per la loro intensità ed esemplarità» come ha scritto di lei Goffredo Fofi, Attanasio ha il gusto per la ricerca erudita e divertita, la sensibilità inventiva, uno sguardo pungente e beffardo; in questo romanzo che percorre il Settecento in Sicilia e non solo, l’immaginaria Calacte, nella realtà Caltagirone, diviene uno spazio di creazione letteraria e poetica, teatro di personaggi reali e di finzione: donne e uomini con le loro passioni e intelligenze, figure che emozionano mentre si ribellano alla loro epoca in una sfida che guarda al futuro.

Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso), Di Concetta e le sue donne (1999) Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) e La Rosa Inversa (2026).

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