It all started with a song, Nikita, sung by Elton John, and written by Bernie Taupin. It was the mid-1980s, the Berlin Wall was still standing, and the Cold War continued between the Soviet Bloc and the United States. But many young people dreamed of a new world, with no more wars, no more nuclear threat, no more divisions. This song told the story of a German girl, a border guard, and her impossible love for a foreigner. It is a very romantic song, apparently pop, which nevertheless hides deep ideals that we kids who grew up in those years shared.
Luc Besson was inspired by this song to make perhaps his most famous film, Nikita, starring his then wife Annie Parillaud, beautiful and perfect in the role of a girl forced by events to become a ruthless killer.
If we want, this film is much more than an action thriller, albeit with the innovative element of a heroine at the center of the story. Perhaps Besson was the first to start this cinematic trend, which will then be expanded in the following years, always with great difficulty, up to works such as Wonder Woman interpreted by Gal Gadot.
It is a profoundly feminist, visionary film, a forerunner of the times and affects the imagination as perhaps few other films have done. It was released in 1990, a year after the fall of the Berlin Wall, almost simultaneously with another cult song of those years, Wind of Change by the legendary German band the Scorpions, which also spoke of change and freedom.
If we want, this film is also a moral parable, which reminds us of the importance of the fifth commandment: do not kill. Nikita kills a policeman during a robbery in a pharmacy, and this perhaps involuntary act, carried out under the influence of drugs, leads to a sentence, first judicial, then even more cruel, when she is recruited by the French secret services.
However, our heroine is a strong, determined, even sensitive woman, she loves her Marco in return, a normal guy she meets in a supermarket, and despite being in a situation where she sees no way out, she will succeed in the end with her courage and her determination to regain her freedom, but paying a very high price: the loss of her love.
Her relationship with the intelligence officer who enlists her is ambiguous, in the film played by a fascinating and cruel Tcheky Karyo, who looks a lot like the policeman she killed. Bob too, however, is the victim of a ruthless system, in which feelings have little space, sacrificed to a higher good, decided by the state.
The kissing scene between Nikita and Bob, at the end of the first rehearsal mission, is one of the most poignant in the history of cinema in my opinion and shows us how much stronger she is than him. How feelings are stronger than orders and discipline, and how fragile are actually people who have never experienced them.
I said that it is a feminist film above all because the protagonist thanks to her strength emerges from a past of drugs and violence, conquers a certain normality at a high price, (an apartment, a job, a love, etc …) and when the spiral of violence he is about to overwhelm her (her last mission to the embassy in the company of The Eliminator is dramatic) she breaks all ties both with the mentor and with her lover, and after a night of doubt and sadness, she flees to her freedom.
There is therefore a happy ending, a little bitter, but incredibly cathartic that embodies the spirit of those years, where everything was constantly changing, the roles overlapped, and the importance of freedom emerged strongly.
To say that this film is beautiful is perhaps limiting, it perfectly embodied the spirit of those years, and even today that we look at it perhaps with different eyes, more marked by economic crises, disappointments and broken ideals, it can only leave us awed and a little bit dismaied.
Cicalis mi afferra e, tenendomi stretta mi trascina in una Sicilia palpitante profumata e piena di colori, con l’intenso canto della natura, che finisce per diventare parte integrante della storia. Il canto delle cicale sotto il sole bruciante di agosto le fa da scenario , come un’ossessionante colonna sonora, in grado di valicare il tempo, far luce su ricordi, amori e segreti rimasti troppo a lungo nascosti. Siamo nelle campagne di Bagheria, tra i vecchi bagli, le costruzioni fortificate della tradizione siciliana, immersi nel profumo degli aranci e del gelsomino mentre il caldo che sembra non voler concedere tregua. Una terra bellissima, ma anche aspra, in grado di celare le sue ferite per anni senza che abbiano mai modo di rimarginarsi. Colonna portante della trama ma immobile, distesa in coma in un letto d’ospedale, attaccata a un respiratore, ormai solo sospesa tra la vita e la morte, c’è Donna Rosa. Il tempo intorno a lei sembra essersi fermato, ma nella sua memoria tutto ciò che è stato continua a vivere. Tornano le immagini della giovinezza, l’amore proibito, quella scelta imposta e le parole mai pronunciate. Accanto al suo letto c’è Ninò, il figlio con cui ormai i rapporti si sono interrotti dieci anni prima. alla notizia della sua malattia, è tornato da Merrik, in America, forse per chiedere spiegazioni, o magari dire qualcosa che da troppo tempo tiene dentro di sé. Ma ora che un confronto, il coraggio di parlare e dire la verità sarebbero finalmente possibili, il destino non lo consente. Solo ammucchiate in una scatola di latta nella soffitta del baglio Ninò potrà trovare lettere, testimonianze esplicative e verità su una difficile storia familiare che nessuno gli aveva mai raccontato. Ogni foglio che legge aggiungerà qualcosa e soprattutto incrinerà le sue finora certezze. La verità, quella vera, non sempre coincide con quanto ci è stato raccontato e abbiamo voluto credere. La scatola soprattutto nascondeva sentimenti, rinunce e segreti là deposti nella convinzione di averli affidati per sempre al silenzio. Ma le parole scritte, anche quando vengono occultate per anni, prima o poi chiedono di essere lette. E non è detto che chi le trova sia pronto ad affrontarne il contenuto. Tra le figure che emergono dalle pagine mi colpisce particolarmente Totuccio e il suo doloroso addio prima della partenza per l’America. La traversata, due settimane su una nave traballante, la fame, il rollio delle onde e la paura di non rivedere mai più Rosa, segnano la malinconia di una separazione. In mezzo al mare il suo pensiero torna a lei e poche righe riescono a far intuire il tremendo peso di un destino costretto a incanalarsi su binari obbligati. Un romanzo, Cicalis, in cui ogni personaggio ha la propria verità, spesso dolorosa, e magari custodita per necessità, per paura, per orgoglio. E quando verrà finalmente il momento di affrontarla, non ci sarà più ohimè la possibilità di parlarsi, di chiarire, di chiedere perdono. Resteranno solo le lettere, i ricordi e una difficile opera di ricomposizione che ciascuno dovrà affrontare alla sua maniera. La narrazione scivola in avanti senza fretta, lasciando che le tessere si incastrino gradualmente e che il lettore ricostruisca, con Ninò, una vicenda in cui niente in realtà è esattamente come sembrava. La tensione narrativa procede angosciosamente fino alla rivelazione finale, ma è soprattutto la componente emotiva a lasciare il segno. Non si tratta solo di scoprire cosa sia accaduto, ma di comprendere quanto a lungo una verità taciuta possa condizionare l’esistenza di chi la conserva e di chi, non sapendo, dovrà sopportarne le conseguenze. E ci sono ancora loro, le cicale che continuano a frinire tra gli aranci, anche quando la terra è secca e spaccata dal caldo, come se nulla fosse accaduto, onnipresenti in ogni passaggio della storia. La scatola si richiuderà a sera lasciando addosso emozione ma anche tanta amarezza. Ormai non resta che fare i conti con quanto è stato e ciò che ora è . Consapevoli che se conoscenza e perdono fossero arrivati prima, si sarebbe potuto cambiare il corso delle cose.
Lucia Boldi ha collaborato negli anni Ottanta con lo storico quotidiano “L’Ora di Palermo”, occupandosi di stile e società. Dopo diversi anni dedicati alla moda, nel 2023 esordisce nella narrativa con Cucurummà – Aporema Edizioni -, una storia di donne pantesche, di isole, di silenzi e di sapori, riscuotendo numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali. Vive da anni tra Palermo e Pantelleria, dove scrive per un giornale locale e collabora con l’Unipant, realizzando progetti che intrecciano letteratura, teatro e inclusione sociale. Cicalis è il suo secondo romanzo, ambientato in Sicilia, in cui affronta i temi della memoria familiare, del dolore e della verità taciuta.
“Due angeli del fango” di Caterina Guagni edito da Gallucci Bros. per la collane Young è uscito in libreria in occasione dei 60 anni dal drammatico evento che colpì Firenze quando, il 4 novembre 1966, dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripò. La pioggia invase gran parte della Toscana, Veneto, Friuli, Trentino e Venezia Giulia. Quello che resta nella memoria di chi c’era in quel tempo furono però l’acqua e il fango neri che dilagarono per Firenze, penetrando nelle sue case, nelle sue chiese e negli edifici storici di quella città che è da sempre uno scrigno e culla d’arte. Davanti a quel immane disastro tanti furono i volontari, gente comune della città, ma anche tante persone arrivate da fuori, per dare un aiuto. Tra loro anche molti giovani passati alla storia come gli “angeli del fango”. Sono proprio due di questi angeli- Anna e Salvo- i protagonisti del romanzo della Guagni. Ragazzi che ci vengono narrati nel loro vivere quotidiano nei giorni precedenti all’inondazione, ognuno impegnato nella propria vita quotidiana, nel proprio fare, con tutti i problemi e pensieri , desideri e aspirazioni che questi giovani hanno. Tutto però viene messo in crisi dalla Natura che dimostra la sua incontrollabile forza e irruenza, davanti alla quale l’agire umano si ferma, impotente. Sarà infatti proprio questa drammatica situazione a permettere a questi giovani di conoscersi e di agire poi per salvare il salvabile. L’autrice, nata e cresciuta a Firenze, città a cui è molto legata, ci racconta una storia dove le vite di tante persone sconosciute tra loro si sono intrecciate per ripulire una città, le sue case, i suoi beni storico artistici nel tentativo di salvare il salvabile. “Due angeli del fango”, non solo racconta il vissuto dei protagonisti, le relazioni che hanno prima del caos e quelle che nascono dopo. Al centro c’è quel loro fare spontaneo per dare nuova speranza alla città, per rimetterla in sesto dalla distruzione che ha lasciato tutto e tutti indeboliti e poi per dare un senso e soluzione anche ad una sparizione che dona all’intreccio un’aura di mistero, di giallo. “Due angeli del fango” di Caterina Guagni è un romanzo che fa memoria di un frangente storico della nostra Italia. Un momento nel quale prese forma una solidarietà spontanea che a 60 anni di distanza, è ancora stampata nella memoria di chi c’era, di chi è stato un angelo del fango e che – come accade a Anna e Salvo- si trovò ad affrontare un percorso di vita forse diverso, da quello che si era immaginato.
Caterina Guagni è nata a Firenze e, chissà, forse proprio per questo si è fissata con Dante, che ha studiato a lungo prima di passare a leggere libri di gente vivente. Laureata in Filologia moderna, da dieci anni lavora per l’editoria scolastica. È autrice di diversi romanzi e racconti per l’infanzia.(Fonte sito Gallucci)
Londra, 1938. Mentre l’Europa si prepara ad andare verso la guerra, Lara Hope lascia l’Inghilterra diretta in Portogallo con la speranza di ritrovare dopo tanti anni di silenzio i parenti materni. I suoi genitori si erano conosciuti e sposati durante la Grande Guerra ma Lara, che non ricordava sua madre della quale conservata solo una foto con lei piccolissima in braccio, da poco era rimasta orfana anche del padre. Ottimo attore e commediografo, nel suo testamento le aveva chiesto di andare a cercare le sue altre radici. In Inghilterra aveva solo un cugino e anche lui l’aveva affettuosamente spinta ad andare. Era partita per Lisbona. Ma la città non è quella che aveva immaginato: i nonni sono morti da tempo. Al loro indirizzo vivono altri, una madre con il figlio. Hanno comperato la casa di suo nonno dopo la sua morte. Sanno che era già vedovo da tempo. Non c’erano eredi… Di fronte al suo sconforto, Miguel il figlio, suo coetaneo, le dà gentilmente anche il suo recapito di lavoro nel caso avesse bisogno di qualcosa durante il suo soggiorno portoghese . Dopo una notte di sonno agitato tuttavia Lara decide di fare la valigia e tornare subito in Inghilterra, ma appena uscita dall’albergo con la valigia, le rubano la borsa con il passaporto e il denaro. Per fortuna ha il contatto con Miguel e sua madre… Per lei, almeno all’inizio, l’unica priorità sarà arrangiarsi e trovare un modo per mettere da parte il denaro per rientrare a Londra . Per cominciare con l’aiuto di Miguel troverà un posto nel bar, dove il ragazzo lavora e, in seguito, in una grande libreria gestita da un’eccentrica inglese, Bea, capace di trasformare quel piccolo negozio in un luogo molto speciale. Tra gli scaffali, infatti, non circolano soltanto libri. Uno scambio apparentemente insignificante stuzzica la curiosità di Lara facendole intuire che dietro quella tranquilla attività si nasconda qualcosa di molto rischioso. La libreria è infatti un punto d’appoggio per l’intelligence britannica, impegnata in una difficile partita clandestina in cui le informazioni conteranno più delle armi. Lisbona riesce a nascondere più di quanto si possa intuire. Il Portogallo di Salazar mantiene ufficialmente la neutralità, ma nelle strade, negli alberghi e nei caffè si incrociano diversi destini, accomunati dalla necessità di sfuggire a un’Europa diventata una trappola. La citta è il teatro ideale per intrighi internazionali, ma anche un precario rifugio per chi cerca di sottrarsi alla persecuzione e alla guerra. Dal porto passano uomini e donne disposti a tutto pur di raggiungere un luogo sicuro, con il prezzo della fuga che cresce. È un’umanità sospesa, costretta ad aspettare un visto, un passaggio, una decisione. La neutralità non cancella il conflitto: lo tiene soltanto fuori dalla porta, lasciandone filtrare paure e sospetti. Profughi in cerca di salvezza, diplomatici, aristocratici, uomini d’affari e agenti segreti convivono sotto lo sguardo sospettoso delle autorità. Basta sedersi a un tavolo di una caffè perché nemici dichiarati si ritrovino a pochi passi gli uni dagli altri, costretti a fingere indifferenza. Lara ha le qualità che fanno al caso loro: conosce le lingue, sa osservare le persone e, soprattutto, ha un naturale talento per la recitazione. È capace di cambiare atteggiamento, voce e personalità secondo le circostanze, cosa che può creare la differenza. Il suo reclutamento nei servizi segreti le aprirà le porte di un mondo del tutto sconosciuto, fatto di identità costruite, messaggi cifrati e notizie false da diffondere. La ragazza un po’ imbranata arrivata a Lisbona dovrà imparare a impersonare una parte, dove ogni errore può costare la vita. Kerry Barrett costruisce la sua trama alternando il fascino della città alle tensioni di una guerra combattuta anche lontano dal fronte, ambientata negli anni più bui del Novecento, ci inserisce una speciale atmosfera che richiama, un tantino direi, quella del celebre film Casablanca. I ricevimenti eleganti che si alternano con gli incontri mondani negli ambienti frequentati dall’alta società offrono occasioni preziose per raccogliere informazioni e confondere le tracce. Sotto le apparenze, tuttavia, si muovono interessi contrapposti, mentre la presenza di poliziotti filofascisti e spie tedesche rende difficile capire di chi mai ci si possa fidare. Anche gli incontri più innocenti potrebbero nascondere un secondo fine. Lara è una protagonista vivace, coraggiosa e dotata di una certa ironia, ma non per questo immune da errori ed eccessi di intraprendenza. Il lieve tocco di sentimento tuttavia non guasta l’atmosfera. Bea e gli altri personaggi formeranno con lei un’insolita squadra, tenuta insieme dalla reciproca fiducia, dall’ingegno e dalla consapevolezza che nessuno può e deve agire da solo. E mentre Lisbona continua a custodire i suoi segreti, la libreria di Bea resta un approdo singolare, dove certe storie scritte sui libri coesistono con quelle, molto più pericolose, di chi le vive sulla propria pelle.
Lucy Barrett è una scrittrice che vive nello Yorkshire, nel Regno Unito. Grazie alle sue competenze, Lucy ha ricoperto diversi ruoli – tra cui assistente editoriale, guest blogger, assistente alla comunicazione mediatica e copywriter – collaborando con svariati brand e testate, sia cartacee che online.
Tre giorni, tre storie minime sullo sfondo delle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, tra il 1939 e il 1944, sono al centro del nuovo libro di Nicoletta Sipos, edito da Ares Edizioni dal titolo”Tre storie – Storie della Shoah”. Un memento perchè non si ripeta tutto quel dolore, quella separazione di affetti, quei treni diretti verso campi di lavoro o di sterminio. Una giovane ragazza italiana che fugge verso l’Ungheria per raggiungere il suo amore, sette famiglie attendono la deportazione, un medico ebreo sul treno che lo porta verso la camera a gas. E’ molto bello, semplice, comprensibile, senza eccessi, senza retorica, racconta la vita così com’era, per educare le nuove generazioni, per portare un messaggio di pace, con la saggezza di chi ha vissuto tempi difficili. Con limpidezza di pensiero ci accompagna pagina per pagina e ci regala un volume pieno di sentimenti condivisi e di speranza anche nella drammaticità degli eventi. Storie vere, o perlomeno ispirate a fatti reali, tramandatati di generazione in generazione.
Una mano con le unghie dipinte di rosso, ma con lo smalto rovinato da settimane di guerra. Così fu trovata Irina Filkina, cinquantadue anni, operaia ucraina uccisa a Bucha in aprile nel 2022. La sua foto ci ha commosso pur nella sua normalità. Ma avremmo avuto la stessa dolorosa reazione davanti alla mano di una donna palestinese? Claudia Sarritzu, giornalista cagliaritana nel suo saggio Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale, parte da questa domanda per trattare un tema che ci riguarda tutti, anche quando preferiremmo dimenticarcene. Quanto è più facile riconoscere la sofferenza di chi ci assomiglia piuttosto di quella di coloro che vivono, si vestono e procreano diversamente da noi. Da questo momento la Sarritzu spostando il suo discorso sull’intera condizione femminile dell’oggi va oltre la dimensione familiare e le rivendicazioni di parità. Il patriarcato, sostiene, non è un’eredità secolare ristretta alla vita privata, ma un tentacolare sistema in grado di far propria la politica, le relazioni internazionali, le guerre e il linguaggio, mimetizzandosi in ogni cambiamento senza mai rinunciare alle proprie regole che sia America, Israele, Russia, Iran, Cina… Il confronto fatto all’inizio tra un’europea e una palestinese dimostra un diffuso pregiudizio occidentale. Il velo si trasforma in motivo sufficiente per giudicare quanto siano libere le donne di diversa cultura. Ma la storia racconta ben altro. In Algeria, durante la dominazione francese, lo svelamento pubblico delle musulmane fu presentato come un gesto di emancipazione. Epperò dietro quella coreografia, c’era la pretesa del colonizzatore di decidere quale fosse la “giusta” libertà per le donne algerine, costringendole a seguire il proprio modello di vita. Avrebbero scelto altrimenti? La storia iraniana poi mostra quanto possa cambiare il significato politico di un indumento. Durante il governo dello Shah, quando il velo fu scoraggiato, per alcune donne divenne un segno di opposizione all’eccessiva influenza occidentale. Dopo la rivoluzione, però il nuovo regime lo trasformò in un obbligo. Sempre la pretesa di controllare le donne. E la Sarritzu invita a distinguere tra il rifiuto di un’imposizione e valutazione su scelte individuali. La storia poi di Masha Amini, in curdo Jina, arrestata perché accusata di indossare male il velo e poi morta, non si sa come in una stazione di polizia, evidenzia come la repressione riesca a colpire sia per motivi di genere che etnici. La giornalista autrice mette in discussione un femminismo che rischia di valutare la libertà della donne secondo le proprie abitudini. Ampia prospettiva che allarga il discorso alla discriminazione razziale, alle disuguaglianze sociali e alle eredità coloniali. Il legame tra patriarcato e violenza poi emerge con particolare forza quando il discorso si sposta sui conflitti. Lo stupro è ed è stato utilizzato come un’arma di guerra e i corpi delle donne trasformati in strumenti con i quali umiliare e colpire intere comunità. Anche la maternità assume, in tali circostanze, un diverso significato da quello che le attribuiamo vivendo al riparo dalla distruzione. Giudicare le donne che continuano a mettere al mondo figli durante una guerra significa negare il diritto di un popolo a immaginare un futuro. Case, archivi, ulivi e cimiteri possono essere distrutti; la volontà di continuare a esistere reagisce sperando in nuove generazioni. Il controllo passa pure dalle parole. Nel suo dialogo con la sociolinguista Vera Gheno, Sarritzu cita le forme femminili delle professioni, spesso viste come battaglie marginali o confronti interni dello stesso femminismo. Dare un nome alle donne e riconoscerne le identità non è solo una questione grammaticale ma come essere o non essere identificate nella società. Attraverso interviste e contributi di diversi ambiti, Claudia Sarritzu intreccia politica, storia e diritti, mettendo a confronto realtà lontane che finiscono per rivelare contraddizioni sorprendentemente simili. A indicare la strada come, per esempio, potrebbe essere allargarsi alla letteratura citando la rivisitazione al femminile dei poemi epici fatta da Marilù Oliva e da altre autrici mentre Ciro Auriemma, noto scrittore e docente, evidenzia le difficoltà incontrate tuttora dagli autori nel servirsi con efficacia di una protagonista femminile. Poi, che alcune donne sfondando un simbolico tetto di cristallo siano arrivare a posizioni di comando non garantisce affatto che qualcosa sia cambiato nella parità di genere. Donne che sono ai vertici della politica come Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen fanno parte di un’ampia riflessione. Non sempre queste leader combattono il patriarcato, anzi talvolta lo assecondano servendosene addirittura per la propria carriera. È il machismo femminile del sottotitolo: la possibilità che l’accesso delle donne ai luoghi decisionali lasci intatte le regole, ma tenga “fuori le altre” anziché aprire la strada a un più ampio cambiamento del sistema. La scrittura della Sarritzu è sorretta da una convinzione che pervade tutto il libro: il patriarcato sta per cambiare faccia, adattandosi ai tempi e magari accordando alle donne accesso ai luoghi del potere, purché non abbiano modo riformare il sistema. Un discorso scomodo? Ma senz’altro da affrontare.
Claudia Sarritzu Ghironi, classe 1986, è una giornalista cagliaritana esperta di linguaggio e politiche di genere. Per 10 anni ha scritto di politica nazionale e internazionale per Globalist. È stata conduttrice radiofonica e ha curato decine di video interviste per Tiscali. È autrice di due saggi giornalistici, La Sardegna è un’altra cosa, viaggio giornalistico nell’isola della crisi (Ethos edizioni) e Parole avanti, femminismo del terzo millennio con cui ha vinto il premio di saggistica nazionale Giuditta 2019. Attualmente si occupa di comunicazione istituzionale.
La santa oggetto di questo opuscoletto è una delle più grandi mistiche del XIII secolo. Devota al Sacro Cuore di Gesù, il suo simbolo, di forza, coraggio e purezza è il giglio, mentre l’etimologia del nome significa “la vergine della lancia”. La storia di santa Gertrude o (Geltrude) la Grande (1256-1301), monaca tedesca in cui rifulse la grazia del Signore, è costellata di eventi soprannaturali, visioni, profezie, contemplazioni estatiche, dialoghi intensi con il figlio di Dio che le dettò i contenuti del suo libro più noto: le Rivelazioni. A questa santa, protettrice dei diabetici è legato anche un altro manuale fondamentale: gli Esercizi (compendio di preghiere e meditazioni per elevarsi nello spirito), indispensabili per ottenere sollievo dalle sofferenze spirituali e fisiche e per approfondire la dimensione della fede e perfezionarsi nella devozione. Gesù disse di lei: “Essa è per me una colomba senza fiele, perché come fiele detesta ogni peccato. E’ un giglio che mi compiaccio di portare in mano, perché è mia suprema delizia il trattenermi in un’anima pura e casta. E’ una rosa profumatissima, per la pazienza e la fedeltà che dimostra nel rendere grazie nelle cose avverse. E’ come un fiore di primavera in cui il mio sguardo si compiace di riposare perché vede in lei il desiderio e lo sforzo di tendere alla virtù e alla pienezza della perfezione. E’ un dolce tintinnìo che io sento risuonare intorno al mio capo, perché le sofferenze che essa sopporta sono come altrettante campanelle d’oro sospese al mio diadema, il cui suono diletta tutti gli abitanti del cielo”.
Votatesi completamente a Dio, sperimentò altissime forme di unione mistica anticipate da fenomeni straordinari come la ferita d’amore (lacosiddetta trasverberazione del cuore), lo scambio dei cuori e le stigmate interiori (o stigmate invisibili). Fu lei la prima in assoluto a tracciare una teologia della devozione al Sacro Cuore e ai suoi tempi, fra il 1200 e il 1300, era considerata già santa in vita. Fu canonizzata nel 1677.
Ma quali sono le notizie sulle sue origini? Quel che è certo è l’ingresso nel 1261 ancora giovanissima – ad appena 5 anni – nel monastero Cistercense di Helfta, in Germania, dove si segue la regola di San Benedetto. Le monache le fecero un piccolo abito monastico. Geltrude si distinse come migliore alunna e ad Helfta trascorrerà tutta la sua vita imparando –tra prove, tribolazioni e sofferenze – a dedicarsi esclusivamente a Gesù eletto a suo Sposo.
Il sapere era la sua passione, l’innalzamento culturale la sua finalità. La futura Santa, fino all’età di 25 anni, si dedicò in maniera assidua allo studio dei saperi liberali (lettere, canto, miniatura, filosofia), restando però con l’anima divisa fra l’amore per Dio e l’amore per la letteratura. Ma la Provvidenza aveva deciso che Geltrude avrebbe conosciuto una fortissima crisi interiore che durerà alcune settimane. Dalle rovine avrà inizio la sua rinascita spirituale che la condurrà irresistibilmente a Dio, facendole riacquistare nell’amore divino la serenità perduta e il conforto dell’anima.
La nuova Geltrude si trova in unione mistica con Dio, grazie anche agli straordinari carismi concessi dall’Alto.
Ma che cosa determinò questa incredibile conversione? Tutto si spiega con una visione, la prima, che la santa ebbe di Gesù.
Cominciò a capire che la scienza umana ha una dimensione limitata e non è in grado di fornire risposte necessarie per placare la sete della conoscenza superiore. Il Figlio di Dio le appare nella sembianza di un adolescente che le annuncia l’imminente salvezza e le assicura che sarà lui a salvarla e liberarla: “Non temere!”.
Ai suoi tempi la fama di santità si sparse per ogni dove. La monaca ispirava una salutare compunzione o elargiva il conforto della consolazione spirituale.
Dolce e penetrante nella sua eloquenza, ella si immolava per la conversione degli infedeli e dei peccatori ma era intenta anche a promuovere la santificazione delle anime che vivevano in condizione religiosa.
“Ogni religioso –rivela il Signore alla sua apostola – è obbligato alla correzione e alla santificazione dei suoi fratelli. Egli deve dar loro saggi consigli e informare i Superiori dei difetti che osserva in essi, affinché vi mettano riparo, guardandosene dallo scusarsi col dire ’Io non valgo più di loro’ ”.
E’ un compito di cui Geltrude si sente investita: se i religiosi lasciano perire i fratelli, il Signore domanderà loro un conto severo.
Passava a riassumere da mattina a sera lunghe pagine della Sacra Scrittura o a spiegare i passaggi più ostici. Faceva apostolato della Parola. La mistica era anche Messaggera del Sacro Cuore, in quanto rivelatrice all’ Umanità dei desideri e della volontà del Creatore. La sua missione consisteva anche nella consolazione delle persone afflitte.
Accanto alla virtù dell’umiltà – fedele custode di tutte le virtù – Geltrude possedeva tutte le altre virtù: iniziamo con la discrezione (madre di tutte le virtù) e la modestia. Cercava sempre il parere degli altri anche se erano di gran lunga a lei inferiori, e ne teneva conto. Brillava la monaca per le virtù come l’obbedienza, l’astinenza, la povertà volontaria, la prudenza, la fortezza, la temperanza, la misericordia, la carità fraterna, la costanza, la riconoscenza, la gioia per la felicità altrui, il disprezzo del mondo e delle cose terrene, la carità verso Dio e il prossimo, regina di tutte le virtù. E sopra ogni cosa la totale fiducia in Dio. Il suo campo di apostolato erano gli afflitti e i peccatori.Ella aveva anche il dono della profezia. Fu lei ad annunciare alla badessa Sofia di Mansfeld che l’Imperatore eletto dai prìncipi dell’Impero sarebbe morto per mano del legittimo successore, come avvenne nel 1289. E ancora: il Signore le apparve per comunicare la morte imminente della sorella della badessa, Matilde, indicandole il giorno esatto. Pare inoltre che i vestiti della monaca fossero forieri di frutti miracolosi: si racconta nelle Rivelazioni l’episodio di una persona che voleva comunicarsi ma era afflitta da pensieri cattivi. Allora, l’angelo custode le indicò di raccogliere un pezzetto di stoffa del vestito della monaca che aveva messo da parte. Lo avvicinò al cuore e, dopo le preghiere, il Signore la liberò dai pensieri di tentazione. Santa Geltrude è stata definita la “teologa del Sacro Cuore”. In nome della carità sottraeva anche del tempo alle estasi che l’univano a Dio. Stessa carità ebbe anche per i defunti in favore dei quali arrivava a spogliarsi completamente dei suoi meriti presenti e futuri suffragandone l’anima con speciali preghiere personali, oltre a quelle collettive, secondo la pratica seguita nel monastero di Helfta.
A lei il Signore concesse pure il dono delle stimmate invisibili, porterà fino alla morte impressa nell’anima l’icona dei chiodi della croce. Si tratta di un dono supremo di mistica che si raggiunge dopo sofferenze e prove, dopo cioè aver superato le “notti oscure dello spirito” (malattie, infermità, rammarico per non poter prendere parte alle cerimonie comuni e al coro) attraverso cui si purifica la parte superiore dell’anima.
La monaca si ammalò gravemente all’inizio del febbraio 1288. Le precarie condizioni di salute peggiorarono a causa di complicanze. Continuò a scrivere preghiere anche sul letto di morte. Pare che sia stata colta dalla morte quand’era in estasi. “Presto ti ritirerò da questa vita”: preannunciò Gesù alla sua serva. “Tutte le anime che hai salvato verranno a te incontro tra breve per condurti in Paradiso”. Molto probabilmente il suo trapasso avvenne il 17 novembre del 1302 (o del 1301, o del 1303). Non resta traccia del suo sepolcro.
Questo articolo su Santa Geltrude La Grande lo dedico alla mia ex professoressa di religione del liceo classico nonché amica di tanti anni di parrocchia insieme, Geltrude Anastasi. Con lei tutte le mattine intoniamo canti di Lode al Signore e alla Madonna nella gioia e nel santo dono dell’Eucarestia.
Il suo nome e il suo carattere richiamano quelli della santa di Helfta, la dolcezza, la fermezza, la carità e la pazienza, sono anche sue virtù. Spero di farne sempre tesoro qualunque strada un giorno possa dividerci fisicamente.
Nel cuore, la sentirò sempre vicina.
Preghiera mia a Santa Geltrude
O amata Sposa del Signore, o’ Santa Geltrude,
tu che percorresti il globo in un viaggio della mente,
tu che scacciasti le Erinni della scienza per cavalcare l’onda della Fede,
tu che accarezzasti il Cuore di Dio facendo semplicemente la Sua Volontà,
tu che patisti le forche dell’oscurità nelle settimane che precedono l’aurora,
apri il mio pensiero al Sole dell’Anima, a Gesù Cristo amante veramente fedele.
Fa che possa imitarti nelle dita spinose, nei ludìbri dello spirito.
Rendi immortale il tuo ricordo nelle mie giornate, nelle mie pause di vita
così da sperimentare il tuo conforto nelle mie afflizioni e tribolazioni quotidiane.Grazie per la Luce che hai trasmesso nella vita che hai condotto come un filo elettrico percorso dalla elettricità di Cristo, Vera Vita e Redenzione.
È la Milazzo del 1945 lo sfondo del romanzo storico “La lunga estate dei gelsomini” di Licia Tumminello, edito da Nord. La vicenda ambientata nell’immediato dopoguerra racconta le vicende di questo luogo dove le donne lavorano la notte nei campi, raccogliendo i gelsomini. Sono giovani, anziane e pure bambine che affrontano turni massacranti facendo andare veloci le loro mani. Lavorano di notte, da giugno a ottobre, con i piedi nel fango, un solo giorno di riposo e una paga misera. Ci sono donne che hanno lasciato gli studi per lavorare e quell che lo fanno per poter sostenere la famiglia. Tra di loro c’è Grazia, sposata, raccoglitrice di gelsomini impegnata a dare attenzione al prossimo e consapevole che ci sono troppe cose che non vanno per il loro lavoro. C’è la sua amica Nedda con la piccola Vita legate alla protagonista da un legame profondo; c’è il ritorno di Francesco, l’amico d’infanzia partito ragazzo e tornato medico e ci sono loro, quei padroni terrieri che non guardano in faccia a nulla e a nessuno pur di ottenere ciò che vogliono dal lavoro di queste donne e non solo. Il romanzo della Tumminello, ispirato a fatti storici realmente accaduti, racconta uno spaccato della provincia italiana dal quale emerge il coraggio delle donne di scioperare per avere una maggiore tutela e diritti in quanto lavoratrici. Sì perché in Grazia scatta qualcosa dopo il ritorno dell’amico medico, dopo i fatti tremendi che accadono alla piccola Vita, e dopo aver contato tutte quelle cose che al lavoro nei campi non vanno. Ecco Grazia trova un coraggio dentro di lei che non credeva di avere e che le permette di affrontare il marito e, soprattutto, quello che non va nei campi di raccolta di gelsomini. Un’audacia che porterà allo sciopero e alla protesta per cambiare le cose. Dalle pagine del libro emergere un quadro sociale di una Italia post bellica nella quale i padroni, possidenti terrieri, decidevano del destino dei loro lavoratori. Nella vicenda narrata dalla Tuminello non solo sfruttano, ma abusano di chi lavora per loro facendo mancare le principali tutele (vedi la disinfestazione dei campi per evitare le punture di insetti), attuando violenze psicologiche e fisiche, indipendentemente dall’età della donna o bambina che si trovano davanti. “La lunga estate dei gelsomini” racconta una pagina di storia d’Italia dimenticata, una vicenda corale, dove la fatica e il dolore sono molto presenti, ma l’alleanza, l’amicizia e la forza che lega Grazia alle altre donne crea un sottile e solido legame che permetterà loro di compiere il passo verso il cambiamento, verso la libertà e la dignità.
Licia Tumminello è palermitana di nascita e cremasca di adozione. Laureata in Giurisprudenza, ha lavorato per anni in ambito bancario, prima di dedicarsi alla scrittura. Fin dai suoi primi passi nella narrativa ha ottenuto vari riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Giorgione, il Premio SquiLibri e la segnalazione del Comitato di Lettura del Premio Calvino, XXXV edizione.
“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è nato come libro, pubblicato per la prima volta nel 1958 da Feltrinelli e ha ricevuto il Premio Strega nel 1959. Nel volume si raccontano le trasformazioni avvenute nella vita e nella società della Sicilia durante il periodo del Risorgimento, al momento del passaggio dal Regno Borbonico al Regno d’Italia. Il tutto attraverso le vicissitudini del protagonista Fabrizio Salina che assiste al declino della nobiltà e all’imporsi della borghesia. Un romanzo considerato uno dei più importanti della letteratura italiana e mondiale, tanto che Luchino Visconti ne fece pure un film nel 1963. Sì ma come è nato? Chi era chi lo ha scritto? Cosa ha voluto rappresentare? A spiegarlo ai giovani lettori ci pensa Maria Antonietta Ferraloro con “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi”, edito da Gallucci Bros. L’autrice ha deciso di scrivere un libro per la figlia, un regalo per narrarle in dettaglio genesi, sviluppo e origine di uno dei romanzi capisaldi della letteratura italiana. Lo fa con un linguaggio da mamma che ama raccontare e questo rende la narrazione una piacevole lettura, dove però non mancano nozioni storico letterarie, sociali, geografiche e narrative che contestualizzano al meglio l’opera di Tomasi di Lampedusa. Leggendolo ci si imbatte in una sezione introduttiva seguita da tre parti: la prima contestualizza il romanzo, dove è ambientato, chi sono i buoni e gli antagonisti con il ruolo dei cattivi, con attenzione anche al contesto storico di transizione dell’Italia Risorgimentale. Nella seconda parte i giovani lettori e lettrici potranno invece conoscere meglio la figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa come principe e come scrittore. Non solo, perché oltre all’autore, la Ferraloro porta chi legge dentro alla famiglia del principe alla scoperta dei suoi componenti con particolare attenzione al legame con i tre cugini della famiglia Piccolo, delle loro passioni, interessi e dei loro destini. La terza parte è invece dedicata al romanzo, al “Il Gattopardo”, dalla scelta del titolo ispirato allo stemma della famiglia Salina, all’isola dove è ambientato già protagonista in altri testi letterari, ai suoi personaggi e ai momenti cardine significativi per lo sviluppo dell’intreccio narrativo, tra i quali la famosa scena del ballo, alla quale si affiancano sentimenti d’amore e eventi storici. “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi” di Maria Antonietta Ferraloro è sì un libro per i giovani lettori, ma credo che sia utile pure per gli adulti, perché non solo ci aiuta a comprendere una storia, la sua origine e chi la caratterizza. Il libro della Ferraloro ci permette anche di entrare nella vita dell’autore, nella sua dimensione creativa e privata, dimostrandoci come a volte, il confine tra realtà e finzione letteraria sia molto più sottile di quanto crediamo.
Maria Antonietta Ferraloro è PhD in Storia della cultura, tutor coordinatrice presso l’Alta Scuola di Formazione insegnanti dell’Università di Catania, docente e saggista. Scrive per Focus Scuola e Treccani.it di intelligenza emotiva, neurodidattica e letteratura. Ha scritto diversi libri su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cui dedica i suoi studi dal 2018. Con le sue ricerche ha ricostruito un periodo sconosciuto ma rilevante della biografia umana e letteraria del principe scrittore e ha riconsegnato il borgo di Ficarra alla mappa narrativa gattopardiana. È consulente per la cultura di Enti pubblici e privati. (fonte sito Gallucci)
Un mondo antico come quello romano non si è sgretola e scompare in poco tempo, anche se si é già deciso di decretarne la fine. Nell’ottobre del 476 d.C. Romolo Augusto è stato deposto, l’Impero Romano d’Occidente non esiste più e Odoacre si è imposto come nuovo sovrano d’Italia, pur deciso a non proclamarsi imperatore. Ma lontano dai palazzi e dalle grandi città, in un piccolo avamposto ai margini della pianura lombarda, la notizia deve ancora trasformarsi in qualcosa di reale, di davvero tangibile. A Sibrium infatti, avamposto romano, l’antico Castrum destinato nei secoli successivi a diventare Castelseprio, la vita prosegue quasi per inerzia, sospesa tra ciò che è stato e quanto ancora non si può sapere. E sarà proprio questa remota terra di confine, a fare da vasto palcoscenico al romanzo d’esordio di Alessandro Cuccuru, Sibrium, dove il comandante Marco Terenzio Ambusto, che da anni ha ereditato il mandato da suo padre, si troverà improvvisamente privo di ordini, con una guarnigione da governare e un’intera comunità da proteggere. Roma è lontana e il potere che l’ha sostituita deve ancora mostrarsi. Infatti, tutti attendono l’arrivo degli uomini di Odoacre, guidati da Edecon, suo nipote, incaricati di reclamare un terzo delle terre coltivabili. Una richiesta che nella zona potrebbe sconvolgere alcuni equilibri già fragili. Ma il pericolo non arriva soltanto dal nuovo signore. Oltre le Alpi premono i Burgundi, spinti dalla fame e dalle difficoltà di un territorio impoverito. La loro probabile calata in forze nella pianura padana aggiunge altra inquietudine a una situazione in cui diplomazia, misura e forza militare saranno strumenti indispensabili per sopravvivere. Marco Terenzio naviga con prudenza, barcamenandosi in precario equilibrio, mentre cerca di tenere insieme uomini e interessi controllando le paure della gente. Attorno a lui l’autore costruisce un’interessante e variegata galleria di personaggi. Ci sono soldati, possidenti, religiosi, uomini germanici e persino donne che si vedranno costrette a difendere ciò che possiedono. Tra loro spiccano soprattutto due figure femminili: Clelia, vedova capace di mandare avanti la propria villa senza lasciarsi schiacciare dalle situazioni, e Lavinia, figlia dello straordinario fabbro Vulcano. Diverse, ma accomunate da una concretezza che le sottrae al ruolo di semplici comprimarie. Anche tutti i personaggi secondari offriranno impulso e spessore alla trama. Unter vice del comandante romano, Panezio compagno e consigliere greco di Edecon, Ariete il vecchio guerriero erulo, i gemelli romani Silvio e Claudio, il presbitero frate Marcello, Paolo Massenzio il ricco possidente romano, Odric e Gudal altri uomini di scorta di Edecon, appartengono a mondi diversi e portano in sé ambizioni, rancori, paure e desideri. Ma sarà proprio attraverso le loro scelte che comincerà la trasformazione radicale, profonda e irreversibile delle strutture fondamentali di una società. Non si tratta quindi di una semplice transizione o di un evento isolato, ma di un processo che finirà per entrare nella quotidianità, nelle relazioni, nei rapporti di potere e persino negli affetti. Sibrium infatti non racconta solo una fase di un lungo passaggio politico. Racconta soprattutto di uomini e donne costretti ad andare avanti e vivere quando le certezze vengono meno. Chi fino al giorno prima aveva un preciso ruolo, un’autorità riconosciuta, una terra da amministrare o un potenziale futuro ora, deve adattarsi e capire a chi obbedire e soprattutto di chi fidarsi. Differenze culturali o le barriere tra persone costretti a incontrarsi, confrontarsi e trattare si riducono, creando interconnessione tra romani e germani. Non sarà trasformazione improvvisa ma un lento slittamento in cui convivenza e conflitto avanzano insieme. La parte avventurosa accompagna questo quadro senza soffocarlo. Spedizioni diplomatiche, strategie, combattimenti, intrighi e tradimenti imprimono ritmo alla narrazione, mentre le vicende personali di Marco, Clelia e degli altri protagonisti tengono la storia ancorata alla dimensione umana. Amori contrastati, gelosie, ambizioni e rancori acquistano un peso particolare proprio perché maturano in un momento nel quale anche il mondo esterno sembra aver perso ogni punto di riferimento. Interessante la scelta di un linguaggio moderno e scorrevole. Cuccuru non cerca una ricostruzione artificiosamente arcaica, ma accompagna il lettore per ben 597 pagine dentro il 476 d.C. con una scrittura agile, in grado di rendere naturale il confronto tra personaggi provenienti da differenti culture. Le descrizioni del territorio, frutto di un’attenta conoscenza dei luoghi, contribuiscono a costruire una Sibrium concreta, fatta di strade, terre, insediamenti e spazi nei quali la minaccia può arrivare da un momento all’altro. Il romanzo ha anche il merito di cambiare passo nel corso della narrazione, evitando che una struttura iniziale troppo uniforme finisca per appesantire il racconto. La storia accelera e acquista nuove prospettive proprio quando il lettore ha ormai familiarizzato con i suoi protagonisti e con gli equilibri dell’avamposto. La caduta dell’Impero, pur confinata allo sfondo, s’insinua e attraversa ogni pagina. I protagonisti non hanno ancora il distacco necessario per comprendere di trovarsi davanti alla fine di un’epoca e all’inizio di un’altra. Per loro non esiste ancora una data da ricordare sui libri di storia: esistono terre da difendere, persone da proteggere, alleanze da costruire e nemici da affrontare. Ed è forse qui che Sibrium trova la sua chiave più efficace: raccontare la Storia nel momento in cui ancora non sa di esserlo diventata.
Alessandro Cuccuru, nato in provincia di Varese a pochi chilometri da Castelseprio, il sito archeologico patrimonio dell’UNESCO in cui ha scelto di ambientare i suoi primi tre romanzi, oggi vive al confine tra Lazio e Abruzzo. Terminati gli studi classici, lavora nei settori del commercio e dell’intermediazione, per poi approdare al giornalismo. Collabora con diverse riviste, quotidiani, radio e televisioni ed è corrispondente dell’agenzia di stampa ANSA. Nel 2015 pubblica “Sibrium”, le cui vicende si svolgono nel 476 d.C. subito dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nel 2017 è tra i fondatori di Aporema Edizioni, una cooperativa alla quale negli anni seguenti si uniscono altri autori e operatori editoriali. Nel 2019 esce “Il segreto di Sibrium”, che narra il tramonto del regno longobardo. Nel 2020 pubblica “Maloscritto – I dodici errori da evitare per non finire nel cestino dell’editore”, con illustrazioni di Stefano Girola.“La Vipera e la Torre”, uscito nel 2021 e incentrato sullo scontro tra i Visconti e i Della Torre nel XIII secolo, chiude il ciclo dedicato a Castelseprio. “La Pazza di Tagliacozzo” è il suo ultimo romanzo.
Un titolo che crea subito un’atmosfera. Di rose e di lucciole, pare soave, dolce, quasi romantico. Una rosa è da sempre simbolo di bellezza ma anche fragilità, una lucciola brilla festosa come una piccola luce nel buio. E all’inizio guidati solo da quella piccola luce entriamo quasi in punta di piedi in una storia che invece comincia con una morte. Ottobre 1933. Nella pianura bresciana, nelle acque del fossato che circonda il castello di Padernello, viene ritrovato il corpo di Albina, una ragazza di appena sedici anni. A prima vista il colpevole sembra quasi già pronto, scodellato: un giovane con la mente di un bambino, considerato da tutti “lo scemo del villaggio”. Ma il commissario Fulvio Villata non ne è convinto. Alcuni particolari non gli tornano. Ciò nondimeno ogni volta che prova a seguire un’altra pista, qualcuno interviene di prepotenza per indirizzare l’indagine verso la soluzione più comoda. Villata è tornato. Lo avevamo conosciuto in una precedente indagine e oggi lo ritroviamo nella Brescia fascista del ‘33, alle prese con un caso che pian piano si dilata al di là del semplice delitto. Intorno alla morte di Albina si muovono interessi, ricatti, reputazioni da difendere, famiglie in decadenza e nuovi imprenditori desiderosi di affermarsi. E sopra tutto incombe il potere, il Regime, sempre pronto a condizionare il lavoro della polizia e a distorcere la verità. Un intreccio tra giallo e storia in cui il fascismo non resta in secondo piano, ma penetra nelle relazioni e nei comportamenti. Una lettera, una fotografia, uno sguardo possono diventare pericolosi se ciò che dovrebbe appartenere alla sfera privata rischia di compromettere l’onore di una famiglia. Perché l’indagine sulla morte di Albina potrebbe riportare alla luce segreti che si preferiva lasciare sepolti. Ma c’è Fulvio Villata, il “Mastino di Brescia”, appartiene all’apparato dello Stato, ma non è un dogmatico. Uomo intelligente, caparbio, moralmente integro, mantiene libertà di giudizio in un ambiente dove solo fare il proprio mestiere può diventare rischioso. Il soprannome, nato in altro contesto, lo descrive perfettamente: quando sente qualcosa non gli torna, Villata non molla. La sua forza non è solo professionale. L’uomo Commissario cela in sé una lontana perdita, un dolore mai davvero superato. Badini lo lascia intuire attraverso alcuni flash poche immagini più intime. E il buon rapporto con Amilcare Ferri lo rende ancora più umano. Non sono soltanto un commissario e l’agente il suo vice , due persone che condividono il peso dell’indagine ma tra loro esiste la complicità di chi lavora sempre insieme: scambi, battute e confidenza, un po’ di leggerezza insomma. Padernello regala a Villata, al suo arrivo davanti al fossato del Castello un’immagine fiabesca. Il castello parla di storie incantate: della Dama Bianca , però qui la giovane del romanzo non è una principessa addormentata, ma una giovane morta. Un corpo, un nome, Albina, una storia, la sua. Attraverso l’indagine scopriremo paure, ingenuità e aspettative di qualcuno che non aveva ancora avuto il tempo di vivere. Badini dissemina il caso di indizi e piccoli particolari, costruendo una perfetta indagine classica e che neppure rinuncia a qualche inatteso cambio di ritmo. La trama procede lentamente circospetta poi, quando meno ce lo aspettiamo, accelera, corre. Ci sono persone in grado di compiere terribili gesti per paura, vergogna o egoismo, mentre altre sfruttano invece l’altrui fragilità per riuscire meglio a esercitare potere. La nebbia bresciana, il castello, la Dama Bianca e le lucciole aggiungono alla storia una dimensione, un’atmosfera particolare, persino capace di attenuare i contorni più duri della vicenda senza cancellarne la crudeltà. Di rose e di lucciole è un giallo d’indagine costruito con cura, ma e soprattutto è la storia di persone costrette a vivere in un tempo in cui sentimenti, desideri e verità potevano diventare molto pericolosi. E difatti quando alla fine l’indagine si chiude, ciò che resterà non sarà soltanto la soluzione del delitto. Resterà il commissario Villata, con i suoi ricordi, la sua ostinazione e quel difficile equilibrio che il ruolo e la sua coscienza gli impongono di mantenere.
Marco Badini, laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Tourism Quality Management. Appassionato di mondo digital, cultura pop e letteratura. Curioso per natura e sempre pronto a nuove sfide.
È arrivata in libreria per l’editore Àncora una sottocollana Freccette,dedicata ai “Personaggi biblici POP”. I primi due volumi sono “Adamo ed Eva” e “Caino e Abele” scritti da Giovanni Battista Magoni con le illustrazioni dallo stile colorato e pop di Selene Campanella. Ogni volume presenta il racconto di un episodio biblico – in questo caso Adamo ed Eva e il grave peccato che determina la loro cacciata dall’Eden e il dramma tra i fratelli Caino e Abele- dove le parole sono affiancate a immagini che permettono di comprendere al meglio lo scritto. Accanto alla narrazione della storia biblica c’è una spiegazione diretta, semplice che va al cuore del contenuto. Questa collana edita da Àncora è la dimostrazione che la catechesi è all’avanguardia e lo fa con una nuova veste nell’approccio, nel metodo e nelle modalità del commento. I libri infatti si rivolgono direttamente a chi legge e lo fanno proponendo domande, approfondimenti e riflessioni, chiedendo quindi direttamente al lettore se ha provato sensazioni simili o vissuto situazioni somiglianti a quelle dei protagonisti. Un porsi al lettore in maniera semplice, divulgativa e, soprattutto, non scontata. Dopo il commento è presente anche una preghiera e alla fine di ogni volume è stata inserita anche una proposta di laboratorio pratico da svolgere in compagnia dove ogni elemento richiesto ha un fine pratico e comunicativo preciso. I libri proposti relativi ai personaggi biblici indagano i valori di fede ed esistenziali dell’uomo e sono ideali per lettori adulti, genitori, docenti, bambini e per i loro educatori e catechisti.
Giovanni Battista Magoni, sacerdote, filosofo, teologo, Direttore di Ancora Editrice
Selene Campanella, grafica e illustratrice, collabora con diverse case editrici e organizza corsi di disegno, pittura e creatività.
Musa, quell’uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
gittate di Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l’indol conobbe; che sovr’esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! Che osaro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritaro il nume
che del ritorno il dì lor non addusse.
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