Arrivederci a settembre!

6 agosto 2018 by

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Tutto il mese d’agosto, senza cadenza fissa, pubblicheremo racconti. Con la pubblicazione abituale, di recensioni e interviste, ci diamo appuntamento a settembre! Buona estate a tutti e buone letture!

La Zita di Ilaria Introna

7 agosto 2018 by

bambole di pezza

Alfonsina era la zia di mio padre, e tutti la chiamavano la Zita.
Nel ‘43 la sua casa fu colpita da una bomba e la poveretta finì venti giorni in coma con la testa fasciata. Aveva dodici anni.
Quando si risvegliò, per il resto della vita, parlò solo per proverbi, detti e filastrocche.

Da bambino, ogni mattina la Zita veniva al mio letto e mi svegliava sussurrandomi all’orecchio:
«Marangio Marangio mò vengo e me te mangio!».
Poi mi solleticava i piedi e io tutte le mattine mi svegliavo ridendo.
Ogni volta che mamma faceva il bagno a Lidia mia sorella, lei si sedeva su uno sgabello e rideva a crepapelle ripetendo a squarciagola:
«‘A purcella ‘e zì Francisco incopp’all’acqua spicchiacchèa!».
E non era mica un caso, mio padre Francesco si chiamava!
Parenti e amici pensavano fosse una vecchia pazza incapace di comunicare col mondo. Ma per noi era ben diverso.
Quando nostra madre era in attesa di Lidia la Zita veniva da me e sorridendo:
«Andivin’ andivinella: dove sta la tua sorella? Sta di qua? Sta di là? Andivina dove sta?».
Poi andava da mamma e carezzandole il pancione canticchiava:
«Patanella, patanè, pe’ la casa quatt’uocchje, quatt’ recchie e duje nase!».
E l’abbracciava felice, e nostra madre finiva sempre per commuoversi.
La Zita mangiava più di tutti noi, chiedeva cibo di continuo, tant’è che si dovettero mettere ad ante, porte e cassetti della cucina dei chiavistelli. Così la Zita per dispetto girava ululante per la casa come un cane bastonato a salmodiare stornelli.
«Mannaggia ‘a marina, pé mmezz’ ‘e Giacchino, s’è rrutto ‘o cuppino, e nun pòzzo magnà».
E contro nostra madre: «Storta , picoscia, tién’ ‘e ccosce mosce mosce e sott’ ‘o suttanino tién’ ‘o scoglio ‘e Margellina!».
A questo punto mamma sbottava: «Zita finiscila di fare la pazza, hai mangiato già e mò aspetti, capito!».
E lei con la faccia malupina: «A pazze e a piccerille Dio l’aiuta!».
Prendeva una cucchiara e la sbatteva contro i mobili della cucina, così mamma con una santa pazienza: «E va bene, ma uno solo, e poi fai la brava».
Lei smetteva e con il pizzo a riso si mangiava con aria soddisfatta il suo sudato biscotto.

La sera nostro padre tornava da lavoro e la Zita tutte le sere lo salutava :
«Stracque, strutto e co la cesta rotta!».
Una sera papà rientrò più tardi. Aveva lo sguardo distratto e alle chiacchiere di mamma rispondeva a monosillabi, e mentre Lidia faceva i capricci perché non voleva mangiare io guardavo perplesso la Zita.
Solitamente a tavola commentava ogni portata con un motto dei suoi, ma quella sera era silenziosa. Gli occhi bassi sul piatto, mangiava lenta per alzarli su papà stretti e neri come due spilli. E mentre mamma battagliava con Lidia, papà si agitava sulla sedia ogni volta che la Zita lo guardava.
D’un tratto, a denti stretti, disse : «Tira cchiù nu pilo ‘e femmena ca ciente pare e buoi».
Mamma si bloccò col cucchiaio in aria posando uno sguardo indefinito sulla Zita. Papà impallì. Io sentii un brivido lungo le braccia. Lidia continuò a piangere ignara.
Nostra madre tirò un ceffone a mia sorella e con voce fredda disse: «Zitta e mangia». Lidia obbedì stranita e nella stanza calò il gelo.
Quella notte papà dormì fuori e il pianto di mamma riecheggiò per tutta la casa.
Il giorno dopo, in camera della Zita, sotto il cuscino venne trovato un biglietto :‘Al solito caffè. Bacio amore’.
Fu così che scoprii che la Zita sapeva leggere. Papà non tornò.

Circolava in casa, all’epoca della Zita, un fantoccio a grandezza umana.
Il volto era una borsa dell’acqua calda riempita di sale su cui era stata disegnata a pennarello una faccia tutta storta, le gambe due mazze di scopa infilate in vecchi pantaloni,
il busto un cuscino dai cui lati partivano le gambe di un paio di calze di lana imbottite di cotone idrofilo, sul tutto infilata una camicia, le scarpe vecchie ciabatte della Zita.
Era ‘o Papocchio.
Lo metteva tutte le sere su una sedia a fare da guardiano alla casa, nel corridoio.
Forse col tempo era divenuto un feticcio o forse un alter ego, chissà. Fatto sta che lo smontava, rimontava, svestiva, ricuciva. Se lo coricava nel letto, lo sgridava come un piccerillo, lo picchiava furiosa per poi baciarlo come un’innamorato.
Vani i tentativi di nostra madre di sbarazzarsene distogliendo l’attenzione della Zita con cardellini, pesci rossi, persino un gatto che quando scambiò il Papocchio per un grattatoio la Zita tentò di mozzargli la coda con un coltello da cucina; la povera bestia si rifugiò mò ci vò per un pelo, in casa della signora Caccioppoli, l’odiata vicina di pianerottolo.
‘O Papocchio era insostituibile! Nostra madre dovette accettare l’inquietante guardiano notturno che, come un ombra dell’Ade, vegliava sul corridoio manco fosse un maniero.
Mai, io e Lidia, avremmo immaginato che quell’inguacchio fosse il muto messaggero di una vicenda del passato.

«Lidia vieni, è pronta la merenda» la chiamò mamma dalla cucina.
Nessuna risposta.
«Lidia?». La voce di mamma assunse un tono lievemente apprensivo, io levai il capo dal quaderno incuriosito.
«Maaamma sono quaa...». Rispose una vocina lontana.
«Qua dove?».
«Con la Zita!».
Seguii mia madre curioso di vedere cosa stessero combinando Lidia e la Zita e lo spettacolo al quale
assistemmo ci ammutolì.
Il Papocchio si trovava sul pavimento, lacerato al ventre con un coltello da cucina, il cuscino smembrato e la matassa lanuginosa che prima lo riempiva avvolgeva Lidia dalla testa ai piedi come un sudario. Lidia fra le braccia della Zita sorrideva placida mentre lei le carezzava i capelli e la cullava ad occhi chiusi: il volto rigato di lacrime.
Mamma, dopo lo stupore iniziale, corse in bagno a piangere. Ancora oggi non so se fosse per la commozione o per sfogare la disperazione: nostro padre erano due settimane che non si faceva vivo.

Durante gli anni al manicomio di Aversa nel quale la famiglia la fece rinchiudere la Zita conobbe un uomo. Un giovane affetto da una malattia dal nome tanto bello quanto ambiguo: Leontiasi.
Aveva la testa deforme.
Fu un incontro di anime affini. Gli occhi della gente si posavano su di loro scuotendo il capo con raccapriccio. Due specchi dentro i quali il mondo rifuggiva il proprio riflesso con repulsione.
Ma quella stessa luce riflessa la scorsero entrambi nei loro sguardi il giorno che si conobbero e brillò fino alla fine.
Le volte che la Zita parlava del suo Papocchio, non il feticcio appezzottato, ma l’uomo dal volto leonino e informe i cui neri occhi si posavano su di lei con pacata dolcezza, riusciva a pronunciare anche frasi di senso compiuto. Ma ciò durava il tempo di uno stupore.
Si chiamava Salvatore e abitava in Istituto fin dalla nascita. La sua famiglia, in un’epoca in cui la deformità fisica veniva associata alla demenza, lo lasciò lì e non tornò.
Ma Salvatore, nonostante il cranio deforme, non soffriva di alcun disturbo mentale e così, col tempo, divenne il factotum del manicomio: puliva i corridoi, assisteva i malati durante i pasti, rastrellava i giardini, aiutava in cucina; era parte integrante dell’Istituto. Lui e Alfonsina si incontrarono una mattina, in corridoio. Bastò uno sguardo perché diventassero inseparabili.
Salvatore aveva ventidue anni e Alfonsina sedici.

I medici dichiararono in seguito al processo che in quel periodo Alfonsina tornò a parlare normalmente.
Ma un giorno Alfonsina cominciò a ingrassare e siccome era sempre stata di buon appetito nessuno ci fece caso ma quando i controlli arrivarono scoprirono che era gravida di quattro mesi. Le infermiere al processo sostennero che a causa dei farmaci molte pazienti soffrivano di ciclo mestruale irregolare, per cui nessuno si insospettì.
Fu uno degli infermieri, un tipo grasso e untuoso di nome Giovanni, che depose al processo di aver visto Salvatore uscire dalla rimessa degli attrezzi del giardino in un’ora insolita, e volendosi accertare che fosse tutto a posto si diresse verso la rimessa per controllare, e fu così che vide Alfonsina sgattaiolare furtiva.
Salvatore fu accusato di abuso di minore affetto da ritardo mentale e nonostante, per tutto il processo, si dichiarasse innocente, fu spedito in un carcere psichiatrico.
Alfonsina fu sottoposta all’aborto e all’occlusione delle tube e per tutti gli anni a venire non tornò mai più ad esprimersi normalmente. Di Salvatore non si ebbero più notizie.
Solo tempo dopo venni a conoscenza di questa storia, e in circostanze tragiche.
Ma quel giorno, mentre nostra madre singhiozzava in bagno e la Zita cullava in lacrime Lidia, io guardavo il Papocchio lì a terra, smembrato nel ventre come un soldato squartato da una baionetta, e pensai quanto doloroso e ingiusto fosse il suo compito.

Quella mattina atterrò plumbea nella nostra vita.
Una colata lattiginosa riempì i miei occhi, la gola stretta.
Mamma era muta e pallida e Lidia era stata mandata in custodia dalla signora Caccioppoli.
«Carlo zia Alfonsina è scomparsa».
Per un attimo mi sorpresi a chiedermi chi diamine fosse zia Alfonsina.
I carabinieri rovistavano in camera sua; gesti inutili pensai, moti perpetui fini a se stessi. Mi venne la nausea.
Ero tornato da scuola con il pulmino come al solito, il cielo era grigio come fosse Gennaio ma gli odori della primavera sfiorava la pelle come un respiro.
Mamma mi accolse con un abbraccio spento e poi : ‘Zia Alfonsina…’ era la prima volta che la chiamava così. Mi schiantò come un addio.
Guardavo imbambolato i carabinieri farle domande mentre sfilavo lo zaino dalle spalle. Sul tavolo in cucina c’era un piatto coperto con un secondo piatto; non il tovagliolo, non la brocca dell’acqua, non il bicchiere. Mi assalì la voglia fortissima di scaraventarlo sul pavimento. Vomitare per terra come un automa tutto il pranzo della mensa scolastica e mentre vomitavo ripensavo alla frase ‘zia Alfonsina è scomparsa’.
Ma come può un pezzo di ossa e muscoli e pelle e occhi e mani e denti svanire come svanisce il vapore? Sono svaniti, spariti, andati via, papà e la Zita, come caramelle succhiate in gola.
Da bambini si vive il tempo statico, troppo breve il passato per doverlo ricordare e troppo sconfinato il futuro per poterlo immaginare.
Sparire è un trucco da prestigiatore il cui prezzo è la dimenticanza per un tempo infinito quale è il presente. E non ci sei come se non ci fossi mai e, presente dopo presente, come non ci fossi mai stato. Mi atterriva dimenticare. Tendevo la mente nello sforzo di imprimere nella memoria i loro volti, la voce, gli abbracci.
Andati via i carabinieri andai in camera, volevo stare da solo ma mi raggiunse mia madre.
«Carlo hai visto dov’è il Papocchio?».
Lo cercammo per tutta casa. Sparito. Se l’era portato via con sé. Furono avvisati i carabinieri e quel giorno suonò il telefono molte volte ma una su tutte fu importante. Mio padre quella sera venne a casa. Chiese a mamma di restare almeno per quella notte data la situazione, la risposta fu no. Tuttavia continuò a venire ogni giorno. La sua presenza fu un balsamo per tutti noi nonostante mamma cercasse di celarlo.

Nei giorni che seguirono la signora Caccioppoli fece il possibile per rendersi utile. Capitava che io e Lidia fossimo parcheggiati da lei mentre i nostri genitori erano in caserma per eventuali riconoscimenti di vagabondi o prassi burocratiche.
Fu in una di queste occasioni che vidi la cartella.
Era un pomeriggio uggioso, mamma e papà erano usciti da più di due ore e mentre Lidia giocava annoiata con il suo peluche io avevo già finito i compiti.
«Signora Caccioppoli posso andare a giocare in giardino?».
«Si, ma vedi di non cadere. Fa ‘o brav’, capito!».
Per andare in giardino bisognava attraversare una stanza che la Caccioppoli chiamava lo studio.
Uno spazio di passaggio dove lei teneva i documenti di casa in una enorme scrivania.
Passando buttai l’occhio su una cartellina mezza aperta, e se non fosse stato per ciò che vidi non avrei mai frugato al suo interno.
Fuoriusciva un ritaglio di giornale ingiallito sul quale riconobbi una fotografia.
La data era di decenni prima e la carta era assottigliata dal tempo e dall’usura. L’immagine ritratta era uguale alla fotografia che mamma teneva nel comò con le altre foto di famiglia. Raffigurava una adolescente dritta e minuta con occhi intensi e il volto gessato in un’espressione severa e ostile.
Era la Zita a sedici anni.
L’articolo riportava la vicenda del processo di Salvatore. Lessi d’un fiato per paura di essere scoperto e arrivato alla deposizione di Giovanni l’infermiere restai di stucco. Di ritagli di giornale ce n’erano anche altri, e proprio su uno di questi lessi la tragica vicenda.
Come un fiume in piena mi tornarono alla mente le parole della signora Caccioppoli ogni volta
che lamentava di non capire perché la Zita la odiasse tanto e di come la guardasse con un misto di timore e disprezzo.
Bussarono alla porta. Erano i miei, erano tornati.
La testa mi traboccava di interrogativi. Chi era l’infermiere? Perché la Zita era scappata? Salvatore davvero era colpevole?

Tre giorni dopo bussò il campanello di casa. Mamma era in bagno, papà non era ancora venuto e io ero in cucina a incollare figurine.
«Lidia vai tu ad aprire che mi scoccio» le dissi per togliermela di torno.
Di lì a poco la sentii esclamare «E’ Zita! Ma eri motta!».
Mi precipitai all’ingresso. Era sporca, gli abiti lerci, puzzava di urina ma il suo sorriso era lo stesso, era lei, la nostra Zita era tornata. Invece di urlare di gioia scoppiai a piangere. Mi carezzò dolcemente in silenzio. Sentimmo i passi di mamma precipitare fuori dal bagno, si bloccò stupefatta, poi in silenzio l’abbracciò forte. Quando venne papà non era nei panni dalla gioia.
Decisero di avvisare i carabinieri l’indomani, volevamo averla tutta per noi.
Le fu fatto un bagno e a cena mangiammo tutti zitti. La commozione e la contentezza di essere lì intorno a quel tavolo di nuovo uniti ci rese muti, parlavano soltanto gli occhi lucidi.
Mamma e papà ci chiesero di non fare domande alla Zita e Lidia obbedì come se, dall’alto dei suoi tre anni, avesse percepito la solennità del momento.
Papà restò a dormire a casa e io e Lidia restammo svegli per l’emozione oltre l’orario consentito. Ma quella era una sera speciale, specialissima. Eravamo tornati una famiglia.
Nessuno di noi si accorse che la Zita era rientrata senza il Papocchio.
La mattina seguente la trovammo sorridente, il volto sereno e luminoso. Era morta.

******

Entrò nella stanza con passo lento. Il pavimento era a parti rotto, sulle pareti chiazze di umido, nella stanza vecchi mobili, un lavello colmo di stoviglie sporche e l’ambiente puzzava di chiuso.
Lo vide, stava sdraiato sul letto, immobile, il respiro pesante.
Aumentò la stretta della mano sul manico del coltello da cucina mentre con l’altro braccio sosteneva il Papocchio. Lentamente si diresse verso l’uomo.
Indossava una canottiera putrida, si sentiva odore di vino. Il corpo era sempre grasso ma prolassato dagli anni. Lui si voltò e la guardò fisso con occhi arrossati e acquosi.
« Carmè sei tu? Sei venuta finalmente, guarda patet’ comm’ sta cunciat’. E’ colpa tua, mi hai abbandonato, m’e lassat’ sul’ comm’ a nu can’. Io muoio e tu che faje? Te ne futt’. Carmè a papà damm’ nu vas’. Carmè pecchè vien’ a cca, fatte toccà ».
Lo guardava in silenzio. Quel relitto umano non l’aveva nemmeno riconosciuta. Come del resto? Erano passati più di cinquant’anni.
« Carmè ma che tieni ‘lloc? Che cos’è nu bambulotto? M’è purtat’ ‘o bambulotto… piccerè…».
Al suono di quella parola si irrigidì. Piccerè… Le corse un brivido lungo la schiena a sentirla chiamare così dopo tutti quegli anni.
Tuttavia decise che il viaggio sarebbe finito lì. Si voltò per andarsene ma arrivata all’uscio della stanza sentì il vecchio mormorare fra i denti.
« Pure ‘o cazz’ teneva deforme ‘o compagniello tuo, manco ‘na chiavata ce putive fa. Cu me invece sì. E’ vero? ‘O cazz’mio non era deforme. Eh piccerè?». Poi rise, una risata di gola, sputò a terra e si rigirò sul fianco e continuare a dormire. Lei si volse, gli si accostò, alzò la mano e conficcò il coltello nella schiena. Lo spinse con tutte le forze rimaste. Ecco. Adesso sì, ora il viaggio sì che era finito.

********

Come avesse Alfonsina trovato l’indirizzo di Giovanni Caccioppoli non lo so.
Forse lo aveva letto da qualche parte nei documenti in casa della signora Caccioppoli, la figlia.
Sta di fatto che nei verbali la scena descritta fu di un uomo morto dissanguato per un coltello nella schiena la cui impugnatura era stata legata stretta alla mano di pezza di un fantoccio a grandezza umana.
Ma di una cosa sono certo, il motivo che la spinse a ucciderlo.
Su uno dei ritagli dei vecchi giornali della cartella sulla scrivania della signora Caccioppoli vi era riportato un trafiletto che parlava della morte di un giovane detenuto del carcere psichiatrico. La fotografia ritraeva Salvatore: si era impiccato.

Ilaria Introna nata a Napoli il 22 Aprile1972.
Diplomata al Liceo Artistico SS Apostoli di Napoli.
Dal 1998 al 2008 apre lo studio d’arte ArtisOpera che si occupa di scultura in vetro fuso e terracotta, e di pittura e illustrazione.
Dal 2013 al 2016 frequenta dei corsi estivi di tecnica d’illustrazione editoriale specifici sulla struttura dell’albo illustrato sia dal punto di vista grafico che narrativo, alla scuola Ars in Fabula di Macerata, insegnanti: Alicia Baladan, Pablo Auladell, Carl Cneut, Roger Olmos.
Dall’Ottobre 2016 frequenta il corso di quattro anni di Scrittura Creativa alla scuola Lalineascritta di Antonella Cilento.

Il confine dell’oblio, Sergej Lebedev, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2018 by

“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio. Oblio KellerAl centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.

Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.

Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.

 

:: Tè verde d’Estate e Catania non guarda il mare di Daniele Zito

31 luglio 2018 by

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Continua la mia collaborazione con PETER’S TeaHouse ditta che produce ottimi tè di cui vi ho giù parlato sul blog esclusivamente riguardo ai tè neri (i miei preferiti). Questo terzo cofanetto che mi hanno mandato grazie a Mattia che qui ringrazio, invece contiene tè verdi, depurativi e dreananti, perfetti per l’estate. Ho scelto di iniziare infatti con il Tè verde d’ Estate, profumatissimo e più chiaro dei tè neri ma altreattanto gradevole. Si può bere sia caldo che freddo e in quest’afosa estate consiglio sicuramente la seconda soluzione. E’ composto di Tè verde indiano, guava, pepe rosso, fiordaliso e aroma di pompelmo rosa.

La preparazione è semplice:

  • 1 cucchiaino di tè
  • 80 ° la temperatura dell’acqua (è un tè più delicato quindi fate attenzione a non bruciarlo con l’acqua in piena bollitura, aspettate un minuto, se non avete il termometro per l’acqua)
  • 2 o 3 minuti di infusione

Ripeto io preferisco i tè neri, ma i tè verdi hanno diverse proprietà che li rendono migliori in questa stagione: sono ottimi per drenare i liquidi (specie nelle diete dimagranti), antiossidanti e depurativi. Potete berli sia a colazione che nel primo pomeriggio. Sconsiglio sempre di bere tè alla sera, meglio tisane rilassanti o la sempre verde camomilla.

Consiglio goloso

Tè verde d’ Estate lo consiglio con semplicissimi biscotti caserecci fatti con zucchero, uova, farina e olio. Quando l’impasto e di giusta consistenza si mettono in forno per 10 – 15 minuti. Li si può cospargere di semi d’anice, finocchio e granella di zucchero. Ho usato stampini a forma di cuore, stella etc…

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Tè verde d’ Estate è perfetto leggendo Catania non guarda il mare di Daniele Zito, libro splendido che potete portare al mare, in campeggio, sui monti!

E un ultimo consiglio, non abbiate fretta, sorseggiate il tè lentamente in compagnia di felici pensieri.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

Source libro: Ufficio stampa Laterza.

E ora che dire, buona estate, il blog resterà chiuso ad agosto, ma i libri non vanno in vacanza, sono amici fedeli che restano sempre con noi. Non sono stata molto presente in questi ultimi mesi, ma spero a settembre di ritrovare lo slancio e l’entusiasmo per continuare questa avventura. Ringrazio i lettori che ci leggono e continuano a farlo. Grazie anche dei commenti, vi ringrazio soprattutto per la vostra gentilezza e moderazione. Sono felice di avere lettori come voi. Spero di avervi fatto buona compagnia con i mei consigli di lettura, e spero di potere continuare a farlo. Quindi che dire, arrivederci a settembre.

:: Muschi Alti, di Daniela Capobianco recensione a cura di Federica Belleri

31 luglio 2018 by

muschi Esordio letterario per Daniela Capobianco, torinese, producer e art buyer per una grande azienda della sua città. Muschi Alti ci presenta una serie di persone-personaggi reali, concreti, legati a ossessioni o abitudini particolari. Come Valter, uomo anonimo che ama i funerali. O Giovanni, giocatore compulsivo al casinò. O Flora, bellezza intrigante, invaghita del lusso e dell’amore passeggero. Oppure Laide, pescivendola, poco attenta alla sua fisicità. O ancora Biagio, bello e benestante, lontano da responsabilità che non vuole prendersi.
Tutti si spostano, se ne vanno. Dal nord alla Maremma. Tutti hanno bisogno di staccare la spina, per diversi motivi. Tutti, hanno voglia di evadere, di fare qualcosa di sconveniente o di ritrovarsi. Oppure no?
Fra un’unghia da ricostruire e la caccia al cinghiale si ritrovano all’agriturismo Muschi Alti, con lo splendido scenario maremmano davanti. La cucina offre cibo succulento e ottimo vino. La quotidianità è semplice e scandita dai ritmi della terra. Si adatteranno facilmente? Uomini e donne che fanno conoscenza, si approcciano e riscoprono l’essere maschio o femmina. A tavola o a letto, le loro vite mischiate sono originali e danno origine a utili riflessioni.
Scrittura scorrevole e molto attuale. Editing come si deve. Complimenti alla casa editrice per aver scelto quest’autrice.
Vi invito a leggerlo, vi piacerà.

Fonte : omaggio dell’editore

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018 by

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Nuno di niente di Roberto Morgese (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 luglio 2018 by

Nuno di nienteL’ultimo libro di Roberto Morgese: “Nuno di niente”, edito dalla casa editrice Piemme, costo al pubblico euro 15, è una deliziosa favoletta moderna adatta, non solo ad un pubblico più giovane, ma anche a lettori più navigati e smaliziati.
Si può definire una sorta di parabola ecologista che strizza anche l’occhio alla onerosa tematica della povertà più conclamata in un Brasile multi facce!
Nuno è un ragazzino, già provato dalla cattiveria della vita, cresce in una discarica alle porte di Rio De Janeiro, dove per sopravvivere cerca tra i rifiuti stessi la sua sussistenza: dal cibo, agli oggetti per arredare la casa e alle cose da rivendere.
Ma un giorno, come in una specie di miracolo, trova uno strano pacco che lo incuriosisce non poco, cosa ancora più strana che insieme a quel pacco vi è pure un biglietto, il messaggio di Marianna, una ragazzina dei quartieri benestanti. Così per gioco Nuno le scrive una lettera e da quel momento tra i due nascerà una meravigliosa amicizia per corrispondenza.
Un piccolo romanzo ben scritto e costruito, mai banale o mieloso, piace perché nella sua disarmante semplicità regala forti emozioni che sanno traghettare lo stesso lettore in una serie di riflessioni che anche al solleone dovrebbero essere fatte! L’autore usa in modo pregevole carta e penna, perché in una tematica così di grande attualità, facile sarebbe scivolare nella più bieca piangeria o nella più falsa ipocrisia di modo!
Ma Roberto Morgese con grande classe e savoir faire riesce brillantemente ad uscire da questo émpasse offrendo alla stessa opinione pubblica un libro che merita di essere letto e riletto!

Roberto Morgese è nato a Milano, ed è insegnante di scuola elementare e formatore per il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università di Milano-Bicocca. Scrive da anni per bambini e ragazzi, e questo è il suo primo romanzo per Il Battello a Vapore, con cui ha vinto l’omonimo premio nel 2017.

Source: libro del recensore.

:: Attività Montessori all’aperto di Marta Versiglia (BUR 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 luglio 2018 by

Attività Montessori all_apertoSi potrebbe così sintetizzare: viva il gioco all’aperto, abbasso la tecnologia! il libro dal titolo “Attività Montessori all’aperto”, edito da Rizzoli e scritto dalla sagace penna dell’autrice Marta Versiglia, costo al pubblico euro 13.
Ormai si è purtroppo giunti ad una via senza più ritorno, dove si assolda la stessa tecnologia per adempiere al delicato compito educativo delle generazioni future.
Questo coraggioso manuale mette in evidenza la necessità di riscoprire quel piacere perduto di far giocare i nostri bambini all’aria aperta; invece di parcheggiarli davanti alla Tv o a qualsiasi altra diavoleria del terzo millennio.
Lo scopo medesimo di questo libro è dunque quello di ricordare ai genitori i giochi antichi sempre verdi e fattibili anche ai giorni nostri, quelli tipici di un sano e genuino passato, come ad esempio nascondino o campana. Si offre quindi la concreta occasione agli stessi adulti di riportare i nostri bambini a riappropriarsi della propria manualità, magari costruendo collane o aquiloni, con cui poter correre e divertirsi a piedi nudi in un prato per rivivere il contatto con la terra!
O ancora si tenta, con dovizia di particolari, di rifar scoprire nuovamente quel diletto, ormai passato di moda, del farsi cullare dall’altalena. Si vorrebbe anche riportare in auge quell’intramontabile godimento di una accattivante caccia al tesoro o di un calcio dato ad un pallone in vero cuoio, sognando di entrare in una squadra di grido!

Marta Versiglia è pedagogista e insegnante di scuola primaria. Segue sul territorio la ricerca e l’applicazione del metodo Litigare Bene. Lavora per i bambini nel servizio di consulenza pedagogica presso il CPP di Piacenza di Milano. Scrive regolarmente su “Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica”. Con BUR ha pubblicato anche Imparare giocando (2017).

Source: libro del recensore.

Death is not the worst di Julia Sienna e Helena Cornell (Gainsworth, 2018) a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018 by

DINTW fronte coversmallLa casa editrice Gainsworth si è distinta ormai da alcuni anni per aver dato voce agli autori e autrici italiani del fantastico, con edizioni curate e come presentazione e come contenuti.
Death is not the worst è un romanzo tra horror e urban fantasy scritto a quattro mani da Helena Cornell e Julia Sienna, autrici già note agli appassionati e cultori, incentrato su un universo parallelo e simile a quello dei vampiri e dei lupi mannari. Ma no, non è del genere a cui purtroppo troppa letteratura non proprio edificante ci ha abituato per anni, è qualcosa di decisamente duro, tosto, sanguinario e oscuro.
Nella cittadina universitaria di Norwich, nel Mississippi ci si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, cercando di ignorare una lunga scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti, colpendo anche studenti e frequentatori dell’ateneo.
Catherine O’Bryan è una  giovane studentessa della Ole Lady ed è tornata in città dopo una brutta storia di molestie e diffamazioni via Internet (molto attuale, tra l’altro). Vorrebbe voltare pagina e concentrarsi sul suo futuro di studi e lavorativi e si imbatte nello spavaldo Tristan, l’unico erede dell’antica e misteriosa famiglia Averhart.  Tra i due nasce subito una grande attrazione e il ragazzo infrange subito ogni regola e divieto del suo clan per stare con Catherine. Ma dietro di lui ci sono ben altri segreti e misteri, perché  Tristan fa parte di una stirpe di predatori soprannaturali, che hanno portato lutti e tragedie, con una maledizione che nessuno può spezzare, nemmeno dopo secoli e morti infinite.
Presto Catherine dovrà fare i conti con il segreto del ragazzo di cui si è innamorata, scoprendo la verità su un mistero che affonda le radici nella notte dei tempi, quello dei Cacciatori, odiati e cacciati a loro volta, insieme a tutte le persone che per qualche motivo si accompagnano a loro.
Death is not the worst è il primo romanzo di una nuova serie, una storia capace di avvincere e di dimostrare che si può parlare di storie d’amore senza scadere nel banale e nel melenso, costruendo un microcosmo con echi di Stephen King, Clive Barker, Anne Rice e Charlaine Harris, ma originale e pronto ad evolversi ulteriormente, anche perché il finale è scioccante e fa attendere con impazienza i prossimi sviluppi.
I personaggi di Catherine e Tristan, entrambi perseguitati dal loro passato e alle prese con un presente non facile e presentano due varianti insolite sulla coppia della ragazza umana e del ragazzo con poteri, due eroi non perfetti, anzi più anti eroi, alle prese con maledizioni e persecuzioni più grandi di loro che non rendono certo scontato il lieto fine. E meno male.

Provenienza: libro del recensore.

Julia Sienna nasce nel 1989, da sempre appassionata lettrice inizia a cimentarsi con la scrittura nell’adolescenza, intraprendendo poi studi di editing e tecnica narrativa.
Antiquaria di giorno e scrittrice di notte, pubblica il suo romanzo di esordio nel 2013 I Predatori Oscuri, primo volume della saga epic fantasy The Dark Hunt al quale fanno seguito nel 2014 Cacciatori di Ombre e nel 2017  Il Tempio degli Abissi tutti editi da Gainsworth Publishing.

Helena Cornell nasce nel 1983. Scrittrice amatoriale sin da ragazzina, è finalmente riuscita a esordire grazie all’incontro fortuito con Julia, che ha collaborato con lei all’editing dell’ultimo volume di The Dark Hunt. Grazie ai suoi studi, Helena ha sviluppato un forte senso critico e di analisi letteraria, che le ha permesso di entrare nel mondo dell’editoria.
Ora editor e Raccontastorie a tempo pieno, è guidata dal sottile filo che la tiene saldamente legata alle sue trame e personaggi, narrandoli con l’ironia che la contraddistingue.
Death is not the Worst è la loro prima opera a quattro mani.

Il fantasy secondo Sandro Ristori a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018 by

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Sandro Ristori è una nuova voce del fantasy italiano, autore de Il regno del male per Newton Compton, primo capitolo di un’affascinante e cupa epopea. In attesa di andare avanti con la sua saga, gli abbiamo fatto alcune domande, su di sé e sul perché ha scelto di raccontare una storia così.
Come è nata l’idea de Il regno del male?
Un giorno, in spiaggia, due mie amiche, due sorelle, mi raccontano una storia. Giocavano da bambine, tiravano un lenzuolo, una da una parte e una dall’altra. A un certo punto, presa da un impulso inspiegabile e senza senso (direi quasi malvagio) la maggiore ha lasciato di botta la presa. Sapeva che la minore avrebbe perso l’equilibrio. Sapeva che sarebbe inciampata e sapeva che si sarebbe fatta male. Cosa che poi è puntualmente successa, senza conseguenze gravi per fortuna. Quando ho sentito questo racconto, così quotidiano e ordinario, la mia mente si è subito messa in moto. Ho visto in quella scena l’eruzione del male, i rapporti ambivalenti tra persone che si vogliono bene, le scelte inconsce e le conseguenze imprevedibili che possono causare. Tutti temi che ricorrono nella mia saga. A partire da quello spunto tutta la storia si è delineata davanti a me, pulita e precisa.

Perché hai scelto di scrivere una storia fantasy?
Non credo ai generi. O meglio, ci credo, ma non come narratore. Mi spiego meglio. Come lettore e come professionista del settore ho i miei gusti e le mie preferenze, e le distinzioni in generi sono molto utili per orientarsi. Come scrittore, al contrario, trovo dannose le classificazioni. Mi sembrano delle barriere che possono impedirti di andare dove la tua fantasia vorrebbe portarti. Meglio eliminarle, quindi. Mi sono accorto di aver scritto un fantasy dopo averlo scritto. Non ero certo partito con l’intenzione di fare un grimdark o cose del genere. I miei personaggi e la mia storia mi hanno guidato, io li ho seguiti. Io credo che sia dannoso, per uno scrittore, cercare di adeguarsi a un genere. O imporsi dei temi, così come voler veicolare un messaggio. Sono risultati che si ottengono naturalmente, con il fluire della trama, o non si ottengono affatto. Stephen King l’ha fatto dire con molta semplicità a Billy di It, costretto a tirarsi fuori da una sfibrante discussione letteraria: Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica… la cultura… la storia… non sono forse gli ingredienti di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè… non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?.

Quali sono i tuoi maestri letterari, fantasy e non solo? E che fonti di ispirazione hai avuto da cinema, telefilm, fumetti e videogiochi?
Come si sarà già capito, considero Stephen King un maestro della letteratura mondiale. Cito gli autori che hanno influenzato più direttamente Il Regno del male: Saramago, Ammaniti, Wu Ming. Un nome più classicamente fantasy: David Dalglish. E per quanto riguarda le “influenze”esterne… troppo facile: Il Trono di Spade.

Cosa ne pensi della situazione attuale sul fantasy, in generale e legata all’Italia?
Ahhhh, sono assolutamente inadeguato a rispondere a questa domanda. Riesco a fatica a formarmi un’opinione sulla mia situazione personale – non mi so certo pronunciare sulla floridezza o sugli stenti di un intero genere. E sinceramente me ne preoccupo anche poco: le mode sono cicliche, i libri si vendono sempre a fatica, e in fin dei conti i discorsi sullo stato di salute dei vari generi sono sempre gli stessi.  Il Regno del male mi ha dato già quindici regioni e una trentina di protagonisti a cui badare (escluso il Nord e i personaggi minori!): cerco di seguire loro per quanto posso, e le considerazioni sul mercato le lascio agli esperti, che sicuramente possono dire cose più interessanti e accurate di me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Terminare la saga, ovviamente. Scrivere un libro su una bizzarra morte di un liceale ambientato nella città in cui sono cresciuto. Poi ho in mente un’altra trilogia completamente diversa, ma con i miei tempi non la potrò iniziare prima di una decina d’anni… e non ci voglio nemmeno pensare per non mettermi ansia da solo.

 

:: Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy mi rincorre da molto tempo a cura di Andrea D’Angelo

30 luglio 2018 by

Il dio delle piccole cose di Arundhati RoyIl dio delle piccole cose di Arundhati Roy mi rincorre da molto tempo. Questo titolo imponente mi colpì la prima volta all’età di dieci anni. Lo vedevo osservarmi di rimando, stampato in rilievo sulla sua copertina rossa, decorata con tanti piccoli pavoni senza profondità, di un’edizione SuperPocket a sole 7900 Lire. Ci misi tra anni per superare quel timore reverenziale e decidermi ad aprirlo. Quando però lo andai a cercare era sparito.
L’ho ritrovato qualche mese fa, in un cassetto dimenticato a casa dei miei.
Il dio delle piccole cose è una grande costruzione narrativa e una grande opera di sincretismo. Riunisce in sé forme della letteratura europea e temi profondamente indiani, giocando più volte con le prospettive.
Mette in scena il decadimento di una ricca famiglia indiana di Ayemenem, inquadrandola nei passaggi delle sue ultime tre generazioni. È un romanzo familiare ad ampio respiro. Inquadra un preciso momento storico della società indiana, ma allo stesso tempo riflette sulle più profonde strutture della sua cultura. Descrive l’India dalla fine degli anni 60 agli inizi degli anni 90, ma anche l’India senza tempo. Il dio delle piccole cose è un Buddenbrook di Thomas Mann o un Os Maias di Eça de Queiroz. Organizza col suo linguaggio immaginifico e volutamente naïf la ricostruzione di un puzzle che restituisce l’immagine di una realtà universale e particolare.
È un libro dal messaggio complesso e profondo, in cui ogni personaggio ha sempre il ruolo sia di vittima che di carnefice. I gemelli Estha e Rahel sono vittime di un padre ubriacone, vittime di molestie e dell’abbandono, ma sono anche bugiardi al punto da portarsi una morte sulla coscienza per il resto della vita. La loro madre, Ammu, è l’artefice della più grande delle colpe: non si attiene ai limiti delle convenzioni sociali, condannando la famiglia alla distruzione.
Arundhati Roy non giudica apertamente l’ingiustizia, ce la presenta semplicemente davanti agli occhi a cose fatte. Elaborare quella sensazione di amaro in bocca è un lavoro che viene lasciato completamente al lettore.
Sono felice di aver ritrovato Il dio delle piccole cose in età adulta, è un testo a cui non sarei stato pronto se l’avessi letto prima.

Arundhati Roy è una scrittrice indiana e un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione.
Nel 1997 ha vinto il Premio Booker col suo romanzo d’esordio, Il dio delle piccole cose (The God of Small Things). Il suo secondo romanzo, a 20 anni dal precedente, si intitola Il ministero della suprema felicità (The Ministry of Utmost Happiness) ed è uscito in contemporanea in Italia, USA e Regno Unito nel giugno 2017. (Fonte Wikipedia).

Source: libro del recensore.

:: Una ragazza inglese di Beatrice Mariani (Sperling & Kupfer 2018) recensione a cura di Marcello Caccialanza

30 luglio 2018 by

Una ragazza ingleseUna ragazza inglese”, l’ennesima fatica letteraria di Beatrice Mariani, edito da Sperling & Kupfer, costo al pubblico euro 16.90, è un piacevole romanzo di sentimento che descrive in maniera alquanto appassionata ed avvincente quell’amore a tutto tondo, che riempie i cuori di emozioni complicate e allo stesso modo trasognanti. È senza ombra di dubbio una sorta di corrispondenza di amorosi sensi che non conosce confini! Una sorta di viaggio intimo sempre vivo che conduce l’individuo stesso in quel labirinto segreto di magie parallele che trasportano in una dimensione quasi irreale di sogni e percezioni tutte ancora da dipanare per essere vissute a pieno e ben comprese!
La protagonista di questo mitico viaggio all’interno dell’emozionalità umana è la giovane Jane, una allegra fanciulla inglese, fresca di diploma, che decide di trascorrere le sue meritate vacanze estive nella città di Roma, in qualità di bambinaia presso una famiglia assai benestante e di alto rango. Proprio lei avrà dunque l’oneroso compito di occuparsi dell’irrequieto erede di famiglia.
Qui Jane, inaspettatamente, fa la conoscenza dello zio del bambino, all’anagrafe Edoardo Rocca, un uomo d’affari, tanto di bell’aspetto quanto misterioso, di cui la stessa sprovveduta si innamora perdutamente, nonostante Edoardo Rocca sia molto più grande di lei.
Ma si l’amore quando bussa, esige una brusca presa di posizione, senza se e senza ma, e così Jane si butta a capofitto, senza salvagente, in quel turbinio di passioni avvolgenti ed irrinunciabili.
Però Edoardo Rocca non è un tipo chiaro e manifesto; nasconde un segreto che potrebbe in un certo senso turbare e allo stesso tempo compromettere quella meravigliosa storia d’amore nascente.
Si legge molto volentieri perché ben scritto e ben strutturato. La trama ti prende con caparbietà, e ti accompagna, con maestria, nei meandri oscuri di tutti quegli accorgimenti narrativi, ben utilizzati dalla stessa autrice del testo, che hanno l’oneroso compito di mostrarti il dipanamento ultimo di tutti quei sottili meccanismi psicologici che minano e fanno crescere il forte legame d’attrazione tra Jane ed Edoardo Rocca.

Beatrice Mariani è nata a Roma, dove vive con il marito e i due figli. Laureata in Scienze Politiche, lavora da sempre nell’ambito della ricerca e della comunicazione. Questo è il suo primo romanzo. http://www.beatricemariani.it

Source: libro del recensore.