:: Vedove di Camus di Elena Rui (L’Orma editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2026 by

Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato nel 2025 da L’Orma Editore, casa editrice indipendente di respiro internazionale, e tra i sei finalisti del Premio Strega di quest’anno, è un romanzo decisamente anomalo. La sua originalità si dispiega su più livelli: narrativo, morale, etico e, se vogliamo, anche metaletterario. È, in fondo, letteratura sulla letteratura, con al centro un autore iconico come Albert Camus, Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, osservato attraverso lo sguardo attento e innamorato di quattro donne: la moglie Francine Faure e le amanti Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès.

È proprio questo cambio di prospettiva a costituire uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Sempre in filigrana resta la voce narrativa di Elena Rui che, laddove la ricerca storica lascia inevitabili zone d’ombra, interviene con un’immaginazione sorvegliata, coerente e plausibile. Del resto, per affrontare seriamente uno scrittore come Camus è necessario attraversarne la biografia, le opere, le lettere, i taccuini, il contesto storico e la ricezione critica. Rui lo fa con rigore, ma senza rinunciare alla libertà della narrativa.

Chi meglio delle donne che lo hanno amato può gettare una luce nuova su uno scrittore che ha segnato non solo la letteratura francese, ma quella mondiale? Lungi dal cadere nell’agiografia o nel trattato accademico, Rui restituisce il lato più umano di Camus: la sua sensibilità, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Un autore che spesso si affronta con rispetto e persino con una certa soggezione viene qui riportato alla dimensione dell’uomo. E chi ama non si lascia intimidire: vede anche ciò che è meno nobile, più quotidiano, come accade a Francine, la moglie che lo ha conosciuto lontano dai riflettori della gloria letteraria.

Il romanzo evita con intelligenza ogni deriva voyeuristica o da gossip. L’autrice guarda con rispetto a queste quattro donne, al loro dolore, alla loro perdita e alla loro irriducibile unicità. È un’operazione letteraria rischiosa, soprattutto per una scrittrice giovane, seppure forte di una formazione accademica di prim’ordine. Eppure la scommessa, se di scommessa si può parlare, appare pienamente riuscita. Sarà interessante seguirne il percorso anche oltre i riflettori del Premio Strega.

Lo stile è elegante e sobrio, attraversato da una malinconia sottile e poetica. Il lutto di quattro donne diventa il punto di partenza per interrogarsi su qualcosa di più universale: l’essenza dell’amore, la fedeltà — qui l’unica davvero fedele è Francine —, l’identità e il modo in cui continuiamo a vivere nelle vite degli altri, sempre filtrati da uno sguardo diverso, irripetibile, inevitabilmente soggettivo.

Tornando allo Strega, che proclamerà il vincitore l’8 luglio, se guardiamo alla storia della letteratura italiana Mari resta il favorito: è il candidato con la poetica più riconoscibile e probabilmente più influente. Da anni la critica lo considera uno scrittore capace di costruire un universo personale, fatto di una lingua inconfondibile, di un immaginario coerente e di una continua riflessione sul rapporto tra memoria, invenzione e tradizione. È naturale, dunque, che venga indicato come l’erede di una linea che passa attraverso Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, pur restando un autore pienamente autonomo.

Eppure confesso che sarei felice se a vincere quest’anno fosse Elena Rui. Non per simpatie o antipatie personali, ma perché un’opera tanto originale, sostenuta da un editore indipendente, merita un riconoscimento di questo livello. Sarebbe un premio non soltanto a un libro riuscito, ma anche a una delle voci più promettenti della narrativa italiana contemporanea.

Elena Rui, nata a Padova nel 1980, vive in Francia dal 2005. Ha insegnato italiano ad Albi, Tolosa e Parigi. Ha già pubblicato La famiglia degli altri (Garzanti, 2021) e la raccolta di racconti Affetti non desiderati (Arkadia, 2024). Vedove di Camus è il suo ultimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Visioni di cinema: Shanghai 1920 di Po-Chih Leong a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2026 by

Shanghai 1920 (titolo originale Shang Hai yi jiu er ling) appartiene a quella filmografia dimenticata dei primi anni Novanta che, per vie traverse, è riuscita a sottrarsi all’oblio. Diretto da Po-Chih Leong, il film racconta la lunga e tormentata amicizia tra Billy Fong, giovane cinese cresciuto nei bassifondi del porto di Shanghai, e Dawson Cole, figlio di un ricco imprenditore americano trasferitosi in Cina per affari.

Se proprio lo si vuole incasellare in un genere, lo si può definire un gangster movie, anche se si discosta sotto molti aspetti dal cinema criminale hongkonghese più classico. Piuttosto, si avvicina a opere occidentali come Il Padrino, Goodfellas, A Bronx Tale o Casino, nelle quali il racconto della criminalità diventa anche un’epopea umana e familiare. Ma le affinità finiscono qui, perché Shanghai 1920 è qualcosa di più complesso.

Il film non rappresenta soltanto un’interessante operazione transculturale che avvicina Oriente e Occidente attraverso la sensibilità di Po-Chih Leong, regista formatosi anche nelle scuole occidentali e rimasto nell’ombra di autori ben più celebrati come John Woo, Stanley Kwan o Wong Kar-wai. Ha invece l’ambizione di raccontare, sullo sfondo della grande Storia, un’epopea criminale che è soprattutto la storia di un’amicizia tra due uomini diversi per estrazione sociale, educazione, cultura e carattere.

Billy Fong è un criminale; Dawson Cole, pur desiderando seguire una strada più onesta e rispettabile, finisce inevitabilmente per lasciarsi coinvolgere. Eppure non è Billy a trascinare l’amico verso il crimine. È piuttosto il contesto storico a determinare il loro destino: un intreccio di disuguaglianze, ingiustizie e tensioni che caratterizzava la Shanghai della prima metà del Novecento, città sospesa tra modernizzazione, colonialismo, criminalità organizzata e conflitti politici.

L’ambizione del regista è evidente, ma è sostenuta anche da un cast di grande livello. John Lone, Adrian Pasdar, Fennie Yuen e Loletta Lee offrono interpretazioni convincenti che contribuiscono a rendere il film ancora oggi sorprendentemente godibile, a oltre trent’anni dalla sua uscita.

L’aspetto più riuscito dell’opera è senza dubbio la ricostruzione storica. La Shanghai degli anni Venti e Trenta viene rappresentata con grande cura scenografica, offrendo un affresco visivamente ricco e affascinante. Costumi, ambientazioni e fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera epica che richiama il grande gangster movie americano, pur mantenendo una propria identità culturale.

La durata è considerevole e il racconto, in alcuni passaggi, tende a disperdersi. Il film si apre con l’arrivo delle truppe giapponesi a Shanghai e la fuga precipitosa dei cittadini americani verso una nave che rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Billy Fong sta per imbarcarsi insieme alla moglie quando un lungo flashback ripercorre la sua vita, dall’infanzia fino all’incontro con Dawson Cole, figlio privilegiato di un imprenditore americano.

Nasce così un’amicizia profonda, sincera, di quelle che soltanto l’infanzia sa creare. Il film segue la crescita dei due protagonisti, il loro diventare soci, complici e, più ancora che amici, fratelli.

Shanghai 1920 non è un film d’azione nel senso canonico del termine, né un’opera incentrata sulle Triadi o sulla guerra tra bande criminali. Questi elementi sono presenti, ma restano sullo sfondo. A Po-Chih Leong interessa soprattutto il rapporto tra Billy e Dawson, il legame che unisce due uomini provenienti da mondi apparentemente inconciliabili. Più le circostanze sembrano dividerli, più la loro amicizia si rafforza; più le loro vite prendono direzioni opposte, più quel legame diventa il vero centro della narrazione.

È proprio in questa scelta narrativa che risiede il fascino del film: un’opera visivamente sontuosa, moralmente controversa e capace di mettere in secondo piano le convenzioni del genere per concentrarsi sui sentimenti dei suoi protagonisti.

Quando Billy rinuncia alla salvezza, alla moglie e a un possibile futuro per tornare indietro in cerca dell’amico, il gangster movie lascia definitivamente spazio a una storia di lealtà e sacrificio. In quel gesto estremo la solidarietà e l’altruismo prevalgono sulla violenza, conducendo il film verso un finale insolitamente luminoso, nel quale l’amicizia sembra resistere perfino alla brutalità della Storia.

:: Ottantesima edizione Premio strega: i finalisti

27 giugno 2026 by

La serata finale della LXXX edizione del Premio Strega 2026 si terrà l’8 luglio 2026 a Roma, nella tradizionale cornice del Ninfeo di Villa Giulia. I sei autori che si contendono la vittoria finale, annunciati al Teatro Romano di Benevento, sono:

Michele MariI convitati di pietra (Einaudi) 280 voti

Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile.

Matteo NucciPlatone. Una storia d’amore (Feltrinelli) 242 voti

È un mattino d’estate del 415 a.C. e su un masso che sporge sopra il porto del Pireo sono appollaiati quattro ragazzini. Il canto delle cicale copre il brusio della folla. C’è aria di festa, ma la guerra incombe, e i quattro tacciono, assorti. Tra loro c’è un dodicenne dallo sguardo febbrile. Si chiama Aristocle e, cinque anni più tardi, per via delle ampie spalle, prenderà un nome destinato all’eternità: Platone. Accanto a lui, in quel mattino decisivo, l’uomo che ne racconta la storia. Questa storia. Una storia d’amore.

Bianca PitzornoLa sonnambula (Bompiani) 195 voti

Di rado il destino si rivela fin dall’infanzia: ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze.


Teresa CiabattiDonnaregina (Mondadori) 184 voti

Chi è davvero ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi e commissionati? Se lo chiede la scrittrice a cui il giornale dà l’incarico di intervistare proprio lui, il superboss. A lei che di criminalità non sa niente, che si è sempre occupata di adolescenti, tutt’al più cantanti, attrici, gente dello spettacolo. Il loro è l’incontro di due mondi lontanissimi che tali devono rimanere, almeno nelle intenzioni della protagonista.

Alcide Pierantozzi Lo sbilico (Einaudi) 170 voti

«Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri». Cosa accade quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l’unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello «sbilico» delle cose?

Elena Rui Vedove di Camus (L’Orma) 163 voti

Il 4 gennaio 1960, la Facel Vega guidata dal celebre editore Michel Gallimard sfreccia lungo una strada della Borgogna e va a schiantarsi contro un platano. Sul sedile del passeggero, Albert Camus, che solo tre anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, muore sul colpo. Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all’improvviso “vedove” dell’uomo che amavano: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso – fedele ai paradossi del sentimento – definiva «l’Unica».

:: Sisma Venezuela 2026: come aiutare

26 giugno 2026 by

Gentili lettori di Liberi di scrivere,

nel tardo pomeriggio di mercoledì 24 giugno, due violente scosse di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5 della scala Richter hanno colpito le regioni settentrionali e nord-occidentali del Venezuela. Si parla di 50.000 dispersi, di morti, di feriti di città distrutte in un paese già povero e gravato da drammatiche condizioni di vita.

La situazione più grave si registra nel Distretto della capitale Caracas e soprattutto negli stati di La Guaira, Falcón, Carabobo, Yaracuy, Aragua, Miranda, Trujillo e Lara, dove numerosi edifici e infrastrutture hanno subito gravi danni e i soccorritori sono impegnati senza sosta nella ricerca dei sopravvissuti.

Il timore di una possibile ecatombe ormai è reale, un aiuto immediato è la sola cosa che possiamo fare. Secondo le vostre possibilità, ognuno faccia quel che può. Vi do un canale sicuro dove mandare gli aiuti, se non potete credo che anche solo delle preghiere sono necessarie, per le vittime, le famiglie delle vittime, per i soccorritori. Non so che altro dire l’entità di cosa è successo lo scopriremo solo nei prossimi giorni.

DONAZIONE CON BONIFICO BANCARIO

C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Fondazione Caritas Ambrosiana 
IBAN: IT82Q0503401647000000064700 
CAUSALE OFFERTA: Emergenza Terremoto Venezuela

:: La malinconia del tartufo di Orso Tosco (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

26 giugno 2026 by

La malinconia del tartufo conferma Orso Tosco come una delle voci più originali del noir italiano contemporaneo. Il terzo capitolo dedicato al commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino, non si limita a proporre un’indagine costruita con intelligenza, ma affonda nelle fragilità dell’animo umano, trasformando il mistero in un mezzo per esplorare dolore, memoria, perdita e speranza. Un romanzo in cui il delitto è solo il punto di partenza per un viaggio in grado di mischiare con naturalezza humour, malinconia e riflessione.
Il caso si apre con un omicidio tanto feroce quanto paradossale. Titti Sbrana, pittore novantaduenne più noto per le sue sregolatezze che per le sue opere, viene trovato assassinato con trentanove coltellate nella pacchiana piscina a forma di bocca.
Il primo interrogativo tuttavia, non concerne chi sia il suo assassino. Ma e soprattutto perché. Perché infatti far fuori un uomo che aveva già dichiarato pubblicamente di voler ricorrere al suicidio assistito nel giro di poche settimane? Apparentemente una contraddizione che darà il via a una rocambolesca indagine atta a sfatare ogni certezza.
Anche stavolta il fulcro della storia è Gualtiero Bova, uno dei commissari più stravaganti ma affascinanti e anticonvenzionali della narrativa italiana. Geniale, disordinato, istintivo, incapace di adattarsi alle regole, tratta ogni caso in un modo che parrebbe privo di logica, e…poi però funziona Le sue percezioni nascono da qualcosa di suo che ben si lega con il suo tran tran dominato da bizzarre abitudini. Dietro quell’apparente caos si nasconde tuttavia un uomo intimamente ferito. Da otto anni vive vicino ad Ada, la donna amata, imprigionata in un coma che sembra sospendere il tempo. Fatto personale che avrà maggior peso nel corso della narrazione, quando un’imprevedibile notizia metterà in gioco il suo equilibrio emotivo. Tosco ne scrive senza ricorrere al sentimentalismo, con piccoli gesti, silenzi e considerazioni del suo protagonista.
Accanto a lui ritroviamo la sua improbabile ma irresistibile squadra investigativa. Listeddu, Falesca e Raviola non incarnano certo il modello del perfetto poliziotto ma quello di persone con debolezze e manie, in grado di regalare ai lettori momenti di leggerezza senza compromettere la tensione narrativa. Dominante poi anche stavolta la bassotta Gilda Gildina. Nel rapporto tra il commissario e la sua inseparabile cagnetta si nota vera tenerezza. Insomma con lei Bova può lasciarsi andare. E forse pian piano lo potrà fare anche con la Olivia Montenotte.
Scopriremo in Titti Sbrana, l’arzillo novantaduenne accoltellato, un personaggio sfaccettato. Lungi dall’essere soltanto la vittima dell’omicidio, continua a dominare la scena attraverso il ricordo di chi lo ha conosciuto, gli enigmi custoditi nelle sue opere e i segreti nascosti dietro una lunga esistenza vissuta senza compromessi. Pagina dopo pagina la sua figura si rivela molto più complessa di quanto lasci immaginare e la fama di artista eccentrico e provocatore e il confine tra genialità, narcisismo e oscurità, si fa sempre più sottile.
Attraverso l’indagine Orso Tosco osserva con sguardo ironico il mondo dell’arte contemporanea. E lo descrive con sottile vena satirica, mostrando quanto spesso dietro il prestigio si celino meschinità e opportunismi. Galleristi, critici, collezionisti e artisti popolano un ambiente affollato da rivalità, smisurate ambizioni e continue finzioni.
Lo stile di Orso Tosco continua a distinguersi per una personalità immediatamente riconoscibile. La scrittura, curata, coinvolgente e capace di sorprendere senza risultare artificiosa, alterna dialoghi brillanti, riflessioni poetiche e improvvisi cambi di registro, passando con naturalezza dall’umorismo alla malinconia, dalla leggerezza alla tensione.
Il titolo poi custodisce il significato più profondo dell’opera. La malinconia del tartufo diventa metafora di tutto ciò che vive nascosto sotto la superficie: sentimenti inespressi, dolori mai elaborati, verità sepolte e invisibili bellezze. Proprio come il prezioso fungo cresce nell’oscurità della terra, anche i protagonisti sembrano costretti a confrontarsi con le proprie zone d’ombra prima di intravedere una possibilità di rinascita.
Con questo terzo capitolo, Orso Tosco consolida ancor più la forza narrativa della serie dedicata al Pinguino. La malinconia del tartufo è un noir atipico, raffinato e profondamente umano, nel quale l’indagine criminale convive con una delicata riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Un romanzo ricco di personaggi memorabili, ambientazioni evocative e dialoghi capaci di alternare ironia a grande poesia, destinato a soddisfare chi cerca non soltanto un ottimo giallo, ma anche una storia in grado di lasciare il segno.

Orso Tosco Scrittore e sceneggiatore, è nato a Ospedaletti nel 1982. Ha pubblicato racconti, romanzi e poesie. Tra i suoi libri ricordiamo London voodoo (minimum fax, 2022) e Nanga Parbat. L’ossessione e la montagna nuda (66THAND2ND, 2023).Per Rizzoli ha pubblicato L’ultimo pinguino delle Langhe, il primo capitolo della serie noir con protagonista il commissario Bova, con cui ha vinto il prestigioso Premio Scerbanenco del 2024, La controra del Barolo (2025) e ora La malinconia del tartufo.

::Nulla da invidiare, Barbara Demick, (Iperborea 2026) a cura di Viviana Filipini

23 giugno 2026 by

“Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord” è il saggio di Barbara Demick edito da Iperborea. Il libro è frutto di anni di lavoro a Seul della giornalista che ha avuto modo di raccogliere voci dal mondo della Corea del Nord, mostrando quella che è la vera vita, ben diversa dall’immagine che ci arriva dai media, spesso filtrata, per fa apparire quello che in realtà non è. Snodo narrativo dal quale si propaga la narrazione è Chongjin, terza città più grande del paese, dove vivono alcune delle voci presenti in questo libro  che è un saggio e un reportage. Da subito l’immagine che abbiamo di Chongjin è quella di una centro abitato dove la povertà e la carestia dilagano, dove spesso e volentieri manca l’energia elettrica, dove il cibo è del tutto inesistente e dove ogni singola mossa che viene compiuta è sotto controllo del potere. Il periodo in questione riguarda il Paese  tra gli anni   Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Tra le voci raccolte ci sono quelle di  Mi-ran e Jun-sang, una ragazza e un ragazzo che si amano, ma lo fanno con garbo, con attenzione per non dare scandalo, come quando vanno a passeggiare di notte e tra loro, per mantenere le distanze, tengono la bicicletta di lui. Loro che studiano e lavorano creandosi aspettative grandi per il futuro, quando poi sono soli nelle loro case meditano la fuga (che non si confessano per evitare di finire nei guai) da un mondo dove non si sentono liberi.  Loro sono una coppia, poi ci sono voci singole  di coloro che da medici assistono impotenti al dilagare della fame e delle malattie; ci sono ragazzi soli che finiscono in campi di detenzione dove trovano padri incarcerati per anni per aver cercato di procurare cibo alla famiglia affamata; donne che si inventano biscotti e attività per sfamare i figli; ci sono persone che vivono  nel terrore del verificarsi di un controllo a casa con l’arrivo di appositi comitati che verificano l’esposizione della foto del capo di governo. L’immagine che emerge dal libro della  Demick è quella di un mondo dove la propaganda domina, filtra i contenuti in entrata e in uscita. Un universo nel quale chi ci vive viene sottomesso, manipolato e indotto ad agire e pensare in un certo modo  nel rispetto ferreo delle regole, mentre chi cerca di agire in modo diverso viene arrestato, messo sotto inchiesta eo sempre tenuto d’occhio. Coloro che riescono a scappare – anche con escamotage rocamboleschi-  lo fanno per non tornare più (spesso con grande dolore) nella propria terra. Un andarsene  per  vivere in quel Sud tutto da conoscere e scoprire, dove la vita è progresso vero, indipendenza, autonomia e soprattutto libertà di vivere e di esistere. “Nulla da invidiare” di Barbara Demick è un libro corale dove si raccolgono storie e si narrarono i cambiamenti di potere nella Corea del Nord, nella quale sembra esserci una possibilità di cambiamento, di trasformazione e di maggiore rapporto e confronto con l’Occidente che rimangono però, a quanto si deduce, solo una facciata di superficie. Traduzione di: Valentina Ricci.

Barbara Demick, scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con “Nulla da invidiare” ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche “I mangiatori di Buddha”.

:: De Feo, Fois, Mastrantonio, i finalisti del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti 2026

22 giugno 2026 by

A Portoferraio, nella splendida cornice dell’area archeologica della Linguella, sono stati annunciati i tre finalisti della cinquantaquattresima edizione del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti: Gianluca De Feo (“Il cielo sporco”, Guanda), Marcello Fois (“L’immensa distrazione”, Einaudi) e Luca Mastrantonio (“Piombo e Latte”, Bompiani).

I tre volumi saranno ora sottoposti al voto della giuria popolare, mentre il vincitore verrà proclamato il prossimo 5 settembre a Portoferraio. La giornata è stata inoltre caratterizzata dall’apertura straordinaria delle Residenze Napoleoniche, dove, nelle sale della Palazzina dei Mulini, si è tenuto un momento di incontro per il lancio ufficiale della 54ª edizione del Premio.

:: Non esiste alcun destino di Roberto Pegorini (Todaro 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2026 by

Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini scrive il capitolo più intenso e sofferto della serie dedicata all’ispettore Valerio Giusti. Un romanzo ad alta tensione che si sviluppa nell’arco di appena settantadue ore, ma riesce a contenere molto di più di un’indagine e in cui riesce a fondere thriller, noir e analisi psicologica in un convincente equilibrio, mantenendo sempre alta la credibilità dei personaggi. Un viaggio nelle zone d’ombra della coscienza, là dove il senso del dovere si scontra con i sentimenti e ogni decisione può cambiare irrimediabilmente una vita.
Fin dall’inizio il lettore deve calarsi in una situazione estrema. Una lettera anonima consegnata in commissariato apre una frattura incontrollabile : Martina, donna che ha avuto un ruolo importante nella vita di Valerio Giusti, è stata sequestrata. I rapitori gli concedono pochissimo tempo e impongono delle condizioni che rischiano di demolire tutto quanto conta per lui. Per un uomo che ha costruito la propria identità professionale sull’integrità, sull’onestà e sul rispetto della giustizia, la scelta tra salvare chi si ama o restare fedele alla legge diventa straziante.
Roberto Pegorini manovra questo conflitto morale con grande abilità. Giusti non si comporta da poliziotto infallibile, ma da uomo costretto a confrontarsi con se stesso e la propria coscienza. Pur continuando a essere lo stesso personaggio della serie: burbero, spesso scontroso, poco incline alle manifestazioni affettuose, ma dotato di grande sensibilità che emerge soprattutto nei momenti più difficili. Insomma straordinariamente umano. Dietro la sua apparente durezza si nasconde una persona capace di caricarsi sulle spalle il dolore degli altri. Stavolta, però, Giusti esita, è a un bivio. La vicenda lo colpisce nel suo punto più vulnerabile costringendolo a interrogarsi sui limiti della legalità, sul prezzo della coerenza e sul vero significato di giustizia.
Al suo fianco ritroviamo la squadra ormai affiatata e per lui indispensabile. Mirko Bettoni, il celebre “Nerd Gates”, non rappresenta soltanto il genio informatico del gruppo. In questo romanzo acquista maggior  spessore, e urgenza di essere apprezzato. La sua indiscutibile  lealtà verso Giusti diventa uno dei pilastri della storia. David Egger e Melissa Gardini poi, leali aiutanti pronti a rischiare pur di sostenere il loro superiore, mentre spetterà al vicequestore Giuseppe Calvanese il delicato ruolo di mediare tra le esigenze dell’indagine e le pressioni dei vertici  degli inquirenti.
Ben calibrato ed efficace  nella narrazione risulta il rapporto tra questi personaggi. L’autore,  evitando la figura dell’eroe solitario, costruisce un’utile rete di collaborazione, fatta di fiducia, rispetto reciproco e amicizia.
La suspence cresce come in un conto alla rovescia. I capitoli scandiscono il trascorrere delle ore e accrescono la sensazione di urgenza. Ogni minuto sottratto all’indagine può risultare fatale. Si  avverte angosciosamente il peso del tempo che scorre.
Parallelamente alla trama principale, Roberto Pegorini affronta temi di grande attualità: l’incontrollabile mondo dei rave party, l’uso di droghe sempre più pericolose e la vulnerabilità degli adolescenti, tutti elementi di  questa realtà spiegata senza moralismi e senza scorciatoie narrative, con una generazione spesso lasciata da sola ad affrontare enormi rischi. La Milano che fa da sfondo alla storia riflette perfettamente quel contrasto: una metropoli luminosa e moderna in superficie, ma attraversata da profonde spaccature, periferie dimenticate e territori dove fioriscono criminalità e disperazione.
Come nei migliori noir, la città integra la narrazione. Milano respira insieme ai personaggi, ne accompagna gli stati d’animo, quasi come una presenza, esibendo le sue tristi albe con le strade vuote e deserte che offrono solo squallore.
Lo stile di Pegorini si conferma estremamente efficace e punta dritto al cuore della storia. Le scene d’azione diventano dinamiche e cinematografiche, mentre i momenti introspettivi possiedono notevole forza emotiva. Ma il vero nucleo del romanzo resta la riflessione sulle scelte. Il titolo stesso pare una dichiarazione d’intenti. Non esiste un destino prestabilito capace di guidare le nostre vite. Esistono solo decisioni, spesso dolorose, che definiscono ciò che siamo. Ed è proprio quando ogni alternativa sembra sbagliata che emerge la nostra natura.
Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini consegna ai lettori un romanzo  intenso, coinvolgente e singolarmente umano. Un romanzo capace di intrattenere e, allo stesso tempo, di scavare nelle emozioni più profonde dei suoi protagonisti. Una storia che parla di lealtà, amicizia, amore e responsabilità, ricordandoci che il confine tra giusto e sbagliato difficilmente è netto come potremmo credere. Quando poi si arriva alla fine resta solo una domanda difficile da ignorare: quanto saremmo disposti a sacrificare per salvare una persona amata senza tradire noi stessi?

Roberto Pegorini, nato a Milano nel 1969, è laureato in giurisprudenza e giornalista da oltre venticinque anni, specializzato in cronaca nera. Ha collaborato con numerosi quotidiani a tiratura nazionale ed è stato direttore del settimanale locale “inFolio”, nell’est milanese per diversi anni. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Vita a spicchi”. Nel 2014 esce la trilogia che ha come primo capitolo “Cuore apolide”, seguito da “La doppia tela del ragno” e “Nel fondo più profondo”, recentemente ripubblicati con la casa editrice “iDobloni”. Sempre con “iDobloni” pubblica anche “Non sparare” (2025). Con Todaro Editore ha pubblicato “Lo hijab mancante” (2024), “Non esiste alcun destino” (2026) e in e-book il primo volume della serie sull’ispettore Valerio Giusti “Almeno non questa notte”. Ha inoltre partecipato a diverse raccolte di racconti e collabora con iniziative letterarie legate al Covo della Ladra. Conduce, insieme a Mariana Winch Merenghi, la trasmissione social “Una valigia di libri”, in cui si chiacchiera di libri e autori.

:: L’internato di Sebastian Fitzek (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

19 giugno 2026 by

Con L’internato, romanzo pubblicato da Fazi Editore nella traduzione di Sveva Lizza, Sebastian Fitzek torna in uno dei territori narrativi che conosce meglio: quello in cui la paura non nasce soltanto da ciò che accade, ma da ciò che non si riesce più a distinguere con certezza.

Verità, percezione, colpa, dolore e follia si intrecciano in un thriller psicologico costruito come una discesa progressiva dentro una zona della mente dove ogni appiglio sembra destinato a cedere.

Al centro del romanzo c’è Till Berkhoff, un padre devastato dalla scomparsa del figlio Max. È passato un anno, ma non esiste una verità, non esiste un corpo, non esiste una sentenza capace di trasformare l’angoscia in lutto. L’unico uomo che potrebbe sapere qualcosa è Guido Tramnitz, rinchiuso in una clinica psichiatrica di massima sicurezza dopo aver confessato due infanticidi. Ma Tramnitz tace. E quel silenzio, per Till, è una forma di tortura.

La premessa è semplice e potentissima: fin dove può spingersi un padre per conoscere la verità sul proprio figlio? Fitzek risponde portando il suo protagonista oltre il limite del ragionevole. Till decide infatti di entrare nella struttura in cui è ricoverato Tramnitz, fingendosi paziente, con l’obiettivo di avvicinarlo e strappargli finalmente una confessione. Da qui il romanzo si trasforma in un labirinto chiuso, soffocante, nel quale il confine tra simulazione e perdita di controllo diventa sempre più fragile.

La clinica psichiatrica non è un semplice scenario, ma una macchina narrativa. Corridoi, stanze blindate, protocolli, sorveglianza e isolamento costruiscono un’atmosfera claustrofobica che lavora sul lettore quasi fisicamente. Fitzek sa bene come creare dipendenza: capitoli brevi, cambi di prospettiva, finali sospesi, rivelazioni dosate con precisione. La sua scrittura non cerca la contemplazione, ma l’effetto. Non accompagna: trascina. È un tipo di thriller che punta sul ritmo e sulla tensione, e in questo senso funziona con notevole efficacia.

Il punto più interessante, però, non sta solo nel meccanismo. Sotto la superficie adrenalinica del romanzo c’è una domanda emotiva molto più dolorosa: che cosa resta di una persona quando le viene negata la possibilità di sapere? Till non è un investigatore, non è un eroe classico, non è nemmeno davvero lucido. È un uomo consumato dall’incertezza, e proprio questa fragilità rende il suo percorso più disturbante. Il dolore, in L’internato, non è un elemento secondario: è il motore dell’azione, la spinta che porta il protagonista a confondere sacrificio, ossessione e disperazione.

Fitzek lavora bene anche sull’inaffidabilità della percezione. In un luogo nato per contenere la follia, nessuno appare del tutto leggibile: pazienti, medici, vittime e carnefici sembrano muoversi in una zona ambigua, dove ogni verità può essere manipolata e ogni ricordo può diventare sospetto. È qui che il romanzo dà il meglio, perché costringe chi legge a condividere lo stesso disorientamento del protagonista.

In alcuni passaggi il gusto per il colpo di scena e per l’accelerazione rischia di prendere il sopravvento sulla complessità psicologica. Fitzek privilegia spesso l’impatto, la svolta, la tensione immediata, e questo può rendere alcuni snodi meno sottili di quanto il tema avrebbe permesso. Tuttavia sarebbe ingiusto chiedere a L’internato di essere un romanzo meditativo: la sua forza sta proprio nella capacità di trasformare un trauma intimo in un congegno narrativo spietato, leggibile tutto d’un fiato.

Il risultato è un thriller cupo, claustrofobico, disturbante, capace di tenere alta l’attenzione fino all’ultima pagina e di lasciare addosso una domanda scomoda: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenere una verità?

A rendere ancora più immersiva l’uscita del romanzo è stata anche l’esperienza dell’escape room dedicata al romanzo. La temporary room, nata dalla collaborazione tra Fazi Editore e The Impossible Society, si trova nel centro di Milano, in Corso di Porta Ticinese 107, ed è aperta al pubblico fino al 30 giugno: un’estensione perfettamente coerente con l’atmosfera del libro, pensata per chi ama entrare, almeno per gioco, nei corridoi più inquieti del thriller psicologico.

L’internato certamente conquista gli amanti del thriller psicologico, fidelizzandoli all’autore, ma ha tutte le qualità per coinvolgere anche chi di solito predilige altri generi. Perché, al di là della tensione e dei colpi di scena, è un libro scritto con grande mestiere, capace di tenere insieme ritmo, atmosfera e profondità emotiva. Una lettura intensa, coinvolgente, stimolante, difficile da interrompere e ancora più difficile da dimenticare.

Sebastian Fitzek,nato a Berlino nel 1971, ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da   Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventinove romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico: i suoi libri hanno venduto un totale di venti milioni di copie e sono stati tradotti in trentasei paesi. Oltre a L’internato, Fazi Editore ha pubblicato Portami a casa, dal quale è stata tratta una versione cinematografica per Amazon International, e Mimica.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo Cristina e Beatrice, ufficio stampa Fazi Editore.

:: Nel cuore del gatto di Jina Khayyer (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

16 giugno 2026 by

Nel cuore del gatto è il romanzo d’esordio dell’autrice di origini iraniane Jina Khayyer, pubblicato da Iperborea e tradotto da Silvia Albesano. Attraverso una narrazione stratificata che intreccia memoria familiare, ricerca identitaria e riflessione politica, il libro restituisce un ritratto dell’Iran contemporaneo lontano dalle semplificazioni della cronaca e del dibattito pubblico. Sullo sfondo delle proteste scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022, l’autrice costruisce una storia che attraversa generazioni di donne e differenti modi di vivere il senso di appartenenza.

La protagonista si chiama Jina, proprio come la giovane donna divenuta il simbolo del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Ha origini iraniane, ma è nata e cresciuta in Europa e vive quella condizione tipica della diaspora che consiste nel sentirsi intimamente legata a una terra che, allo stesso tempo, continua a rimanere in parte distante. Quando l’angoscia per la sorte della sorella Roya e della nipote Nika, rimaste a Teheran, diventa insostenibile, il presente lascia spazio al ricordo del suo primo viaggio in Iran. Da questa frattura prende forma un mosaico di incontri, vicende e memorie che collega il passato e il presente della sua famiglia.

Sono soprattutto i personaggi femminili a dare spessore e profondità alla narrazione, a rappresentarne le voci più significative. Accanto alle giovani donne che sfidano apertamente il regime, come Iman, trovano spazio le anziane zie che custodiscono le tracce di un mondo cancellato dalla Rivoluzione islamica. Attraverso le loro storie emergono desideri interrotti, affetti perduti e differenti forme di resistenza, talvolta silenziose, talvolta apertamente conflittuali.

Pur confrontandosi con temi profondamente politici, Khayyer evita di trasformare il romanzo in una semplice testimonianza. La repressione attraversa la narrazione senza esaurirne il significato. L’Iran che emerge da queste pagine è fatto anche di poesia, tradizioni, paesaggi, lingua e memoria culturale. È un paese attraversato da profonde contraddizioni, raccontato nella sua dimensione più umana e quotidiana. Un ruolo particolarmente significativo è affidato alla lingua persiana, descritta come un patrimonio vivo nel quale immagini, simboli e memoria continuano a sopravvivere.

Accanto alla riflessione politica, il romanzo sviluppa anche una profonda indagine sul rapporto tra memoria e identità. Le vicende delle diverse generazioni sembrano richiamarsi continuamente, mostrando come le ferite della storia non appartengano soltanto a chi le ha vissute direttamente, ma continuino a produrre conseguenze nel tempo. Questa eredità del passato assume così il valore di una risorsa complessa: un peso da portare, ma anche uno strumento di resistenza e sopravvivenza. In questa prospettiva il racconto individuale si apre progressivamente a una dimensione collettiva che coinvolge un intero paese.

Suggestivo è anche il modo in cui il viaggio geografico si trasforma gradualmente in un percorso interiore. Da Teheran a Persepoli, dal deserto ai luoghi legati alla tradizione zoroastriana, ogni tappa contribuisce a ricomporre il rapporto della protagonista con le proprie radici. Anche il titolo del romanzo ha una particolare valenza simbolica: richiama la celebre immagine dell’Iran come un gatto accovacciato, suggerisce un’immersione nel cuore della sua storia e della sua identità.

La struttura procede per frammenti, ricordi e racconti intrecciati, rispecchiando il funzionamento stesso della memoria. Ne nasce un racconto composito nel quale storia personale e storia collettiva si riflettono continuamente l’una nell’altra. Alla cronaca politica si alternano momenti più lirici e contemplativi, contribuendo a restituire la ricchezza culturale e simbolica dell’universo narrato.

Nel cuore del gatto si inserisce nel filone della narrativa diasporica iraniana contemporanea, trovando una propria voce nell’equilibrio tra dimensione politica e intimità familiare. Più che offrire una spiegazione dell’Iran, il romanzo invita ad attraversarne le ferite, le contraddizioni, le tradizioni, i colori, la vitalità, restituendo il ritratto di un paese che continua a resistere attraverso la memoria, la cultura e le donne che ne custodiscono la storia.

Jina Khayyer, scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.Source: libro gentilmente donato dall’editore presso il Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Juana Manuela Gorriti e la leggenda peruviana

15 giugno 2026 by

Ricordando la scrittrice argentina

Juana Manuela Gorriti

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Juana Manuela Gorriti (1818-1892), scrittrice argentina di nascita, ma che trascorse la maggior parte della propria esistenza in esilio, tra Bolivia e Perú. Giornalista, viaggiatrice, animatrice di importanti salotti, pioniera nella lotta per i diritti e l’istruzione femminile, è stata scrittrice di taglio romantico, nonché autrice di saggi, opere storiche e biografiche.

Il romanzo breve La quena. Leyenda peruana (“La quena. Leggenda peruviana”) venne pubblicato a puntate sul foglio “El Comercio” di Lima, tra il 29 gennaio e il 14 febbraio 1851. La prima uscita del romanzo suscitò un certo clamore: venne definito “produzione immorale”, ma come ebbe ad affermare Ricardo Palma, amico e collaboratore della Gorriti, si trattava in realtà del «romanzo più bello che sia stato scritto in America latina». Senza fare ricorso al verso, la Gorriti conferì al suo scritto un aflatto sublimemente poetico.

La quena narra la vicenda di un amore impossibile, quello tra Hernán, figlio di uno spagnolo e di un’india, e Rosa, ragazza dell’alta società peruviana. A essi si contrappone lo spregiudicato giudice Ramírez. Il triangolo così formatosi non è puramente sentimentale, ma anche socio-politico. Con questa strategia narrativa la Gorriti ha voluto mettere in risalto l’analogia tra la situazione degli indios e la condizione femminile: entrambi sono esclusi dall’ambito decisionale e non vengono loro riconosciuti i diritti basilari.

:: L’orso della California di Duane Swierczynski, (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

13 giugno 2026 by

Con L’Orso della California, Duane Swierczynski costruisce un thriller che va ben oltre la classica caccia al serial killer. Certo, c’è un assassino leggendario che torna a infestare gli incubi della California dopo quarant’anni di silenzio, ci sono omicidi, indagini e colpi di scena, ma il fulcro  del romanzo si trova altrove: nei suoi personaggi. Figure imperfette, fragili, spesso ferite dalla vita, in grado tuttavia di conquistare il lettore grazie a una profondità emotiva rara nel panorama del thriller contemporaneo. Fin dalle prime pagine infatti si percepisce la sensazione di trovarsi davanti a una storia nella quale nessuno può essere definito davvero eroe o colpevole. Tutti si portano appresso  un passato ingombrante, una colpa, un rimorso o un’incompleta verità. E sarà proprio questa zona grigia a rendere il romanzo più coinvolgente.
Il primo personaggio che colpisce è senz’altro Jack Queen. Scarcerato dopo anni di prigionia grazie all’intervento dell’ex detective Cato Hightower, dovrebbe finalmente essere un uomo libero. In realtà pare qualcuno incapace di liberarsi delle proprie catene. Swierczynski evita accuratamente il cliché dell’innocente perseguitato dal destino e costruisce invece una figura complessa, tormentata, ambigua. Jack è un uomo che continua a interrogarsi sul passato, sulle sue responsabilità e sulla possibilità di meritare una seconda occasione. La sua umanità risalta soprattutto nei momenti più vulnerabili, quando la rabbia lascia spazio alla paura e alla disperata volontà  di proteggere ciò che gli resta.
Accanto a lui troviamo uno dei personaggi più centrati del romanzo: Cato Hightower. Ex poliziotto di Los Angeles, in apparenza cinico e disilluso, rappresenta la classica figura del detective fuori dagli schemi, ma l’autore riesce a concedergli qualcosa che lo distingue da altri colleghi letterari. Cato vive sospeso fra il bisogno di fare giustizia e la consapevolezza di aver commesso errori. Dietro l’ironia tagliente e il carattere spigoloso si nasconde un uomo incapace di arrendersi, qualcuno  che continua a battersi anche quando sente di aver perso quasi tutto. Ma la vera perla, l’anima del romanzo è Matilda.
La giovane ragazza detective rappresenta il jolly di Swierczynski. Quattordici anni, una diagnosi di leucemia che incombe come una sentenza e una determinazione fuori dal comune. Sarebbe stato facile farla diventare un personaggio creato per destare compassione. L’autore fa invece una scelta molto più intelligente. Matilda non chiede pietà. Osserva, ragiona, indaga. Combatte.
La sua ricerca della verità sul padre aggiunge alla trama una dimensione tutta sua. Ogni  azione di Matilda assume un peso particolare perché il lettore sa che il tempo potrebbe non stare dalla sua parte. Ciò nondimeno  Matilda affronta tutto con lucidità, sarcasmo e un coraggio che non scivola mai nell’eroismo. È impossibile non affezionarsi a lei. La sua presenza illumina perfino i passaggi più cupi della narrazione e diventa il punto di riferimento in una storia popolata da adulti pieni di contraddizioni.
Molto interessante anche Jeanie Hightower. Genealogista di professione, passa le giornate a ricostruire alberi genealogici e legami familiari, ma non riesce a fare ordine nella propria esistenza. Il contrasto fra lavoro e vita privata rappresenta l’elementi più funzionale  del personaggio. Jeanie è una donna costretta a confrontarsi con rapporti che si sfaldano, omissioni e segreti che rischiano di travolgerla. Attraverso di lei il romanzo riflette sul peso dell’eredità familiare e sulla difficoltà di sfuggire alle conseguenze del passato.
Poi c’è lui, l’Orso. Più che un semplice serial killer, è una costante presenza che aleggia sulla storia. Una leggenda nera che ha superato i decenni, alimentata dalla paura, dal mito e dall’ossessione collettiva. Swierczynski lo utilizza come una forza della natura, qualcosa che sopravvive al trascorrere degli anni e continua a causare terrore. La sua figura diventa il simbolo di un male che non scompare mai e invece resta nascosto nelle pieghe della società, sempre pronto a rispuntare.
Attorno a questi interpreti si sviluppa una Los Angeles oscura e inquieta, lontana dalle immagini patinate del cinema. Una città piena di contraddizioni, luoghi dimenticati, illusioni infrante e verità scomode. Un’ambientazione che accompagna perfettamente una storia nella quale il confine fra vittime e carnefici pare sempre più sfumato.
Con una scrittura facile, capitoli brevi e un ritmo che non concede tregua, Swierczynski costruisce un thriller avvincente ma soprattutto profondamente umano. I colpi di scena funzionano, l’indagine mantiene alta la tensione ma ciò che resta davvero impresso sono i personaggi. Le loro fragilità, i loro errori, la loro ostinazione nel cercare una forma di giustizia in un mondo che sembra averne dimenticato il significato.
L’Orso della California è quindi molto più di un noir su un serial killer. È una storia di padri e figlie, di seconde possibilità, di colpe che sopravvivono al tempo e di persone che continuano a lottare nonostante tutto. Un romanzo sorprendente, capace di dimostrare come, spesso, il mistero più difficile da risolvere non sia quello dietro un omicidio, ma quello nascosto nel cuore degli uomini.

Duane Swierczynski è autore di quindici romanzi, tra cui Expiration Date, Canary, L’orso della California, bestseller del New York Times e nominato due volte all’Edgar Award, oltre che delle graphic novel Breakneck e Redhead. Insieme a James Patterson, Duane ha creato l’Audible Original The Guilty, con John Lithgow e Bryce Dallas Howard, e ha scritto a quattro mani il thriller poliziesco Lion & Lamb. Ha anche scritto oltre 250 fumetti, tra cui Cable, Deadpool, The Immortal Iron Fist, Punisher, Birds of Prey, Bloodshot, Star Wars: Rogue One e The Black Hood. La sua prima raccolta di racconti, Lush & Other Tales of Boozy Mayhem, è stata pubblicata da Cimarron Street Books. Originario di Filadelfia, Duane vive nel sud della California con la sua famiglia.