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:: Un incantevole aprile di Elizabeth von Arnim gratis da oggi a lunedì 22 marzo

18 marzo 2020

Un incantevole aprileGrazie a Fazi nei negozi online o direttamente sul loro sito in formato epub o mobi potete scaricare gratuitamente, da oggi a lunedì 22 marzo, l’ebook di #UnIncantevoleAprile di #ElizabethvonArnim, una storia di amore, amicizia e speranze ritrovate.

♥⇒ Link per trovare il libro: qui

Nata col nome di Mary Annette Beauchamp a Kirribilli Point, in Australia, da una famiglia della borghesia coloniale inglese, era cugina della scrittrice Katherine Mansfield. Visse a Londra, Berlino, in Polonia e infine negli Stati Uniti. Si sposò due volte – entrambi i matrimoni furono infelici – ed ebbe cinque figli, fra i cui precettori ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole. Fra un matrimonio e l’altro, fu l’amante di H.G. Wells. Fu una scrittrice molto prolifica e di grande successo. Fazi Editore ha pubblicato Un incantevole aprile, Il giardino di Elizabeth, La fattoria dei gelsomini, Un’estate in montagna e Una principessa in fuga.

:: Ai sopravvissuti spareremo ancora di Claudio Lagomarsini (Fazi, 2020) a cura di Eva Dei

19 febbraio 2020

Ai sopravvissuti spareremo ancoraUn aereo dal Brasile fino all’Italia: è un viaggio di ritorno alle origini quello che compie un giovane uomo per raggiungere un paesino di cui non conosciamo il nome, situato vicino alla costa tra la Toscana e la Liguria. Lì lo attende la casa di famiglia, pronta per essere finalmente venduta.
Il fastidio che gli suscita quel luogo è palpabile dal primo momento, quando imbocca la stradina che lo conduce a quelle tre case che tra loro formano una sorta di ferro di cavallo: la loro, quella della nonna materna e quella del vicino. Dopo le ultime formalità sbrigate con la ragazza dell’agenzia non gli resta che scegliere se salvare qualcosa tra quei pochi oggetti ammassati negli scatoloni.

Il problema è che non ho nessun indirizzo da dare, mia madre non vuole nulla di ciò che si è lasciata alle spalle, e a me, un oceano più in là e un emisfero più in giù, non servono né i set di bicchieri né i vecchi asciugamani o i DVD. (…) Mi aggiro tra le scatole come un angelo della morte, sbuffando come un treno a vapore. L’insofferenza e il fastidio di essere qui prevalgono sulla nostalgia. Segno croci rosse senza misericordia, condanno allo smaltimento vasellame e soprammobili.

Rovistando con fare annoiato tra quelle cianfrusaglie e scuriosando tra vecchi libri di autori sconosciuti, ad attirare la sua attenzione sono cinque piccoli quaderni Monocromo abbandonati sul fondo di una scatola. Dal momento in cui li apre e cerca di decifrarne la scrittura passano alcuni secondi prima che realizzi che quei quaderni sono gli stessi su cui scriveva freneticamente suo fratello Marcello l’estate di quindici anni prima.
Inizia in quel momento la storia vera, quella che permette di dare un nome, seppur di fantasia, a questo giovane uomo. Lui è il Salice, o almeno questo è l’appellativo con il quale Marcello lo identifica nei suoi quaderni. Il “Salice” perché fin da ragazzino era facile al pianto secondo suo fratello, ma al lettore non sfugge quando in realtà sia Marcello il più sensibile tra i due, forse il più fragile proprio perché incapace di esternare tutto quello che invece rilega nei suoi appunti.

Ora so perché Marcello mi chiama il Salice: ero facile al pianto, scrive. Eppure, se a raccontare fossi io, direi l’esatto contrario. Ricordo bene i suoi accessi di disperazione e ira, gli oggetti scagliati a terra (un’arancia, un bicchiere) e il mio spavento e i sospiri di nostra madre. Ma che cos’ha?, le chiedevo quand’ero piccolo. Niente, diceva lei aggiustandomi la scriminatura con le unghie, tuo fratello è solo un po’ nervoso.

Quell’estate Marcello gli aveva parlato sommariamente di lavorare a un romanzo, ma quello che racconta nei suoi quaderni non è altro che la loro vita, dove i protagonisti acquistano in alcuni casi nomi di fantasia: il patrigno è Wayne, a causa della sua passione per i film Western, mentre il vicino con cui la nonna ha una relazione amorosa è il Tordo. Il Salice leggendo ricorda le cene in giardino, dove a tenere banco erano le gesta giovanili del Tordo e le battute a doppio senso, il tutto accompagnato da pessimo vino, ma emerge anche il difficile rapporto tra sua madre e la nonna, la figura problematica di Diego, il figlio di Wayne, le insicurezze di Marcello verso Sara, la ragazza di cui è innamorato, le incomprensioni tra vicini, culminate con quella futile lite per il serbatoio.
Lagomarsini racconta la famiglia e la provincia in tutte le sue contraddizioni, proprio come appare anche nei racconti del Tordo e della nonna: due facce che sembrano opposte, ma che fanno parte della stessa medaglia.

Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo (…) . Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale quello che si dipinge la nonna (…).

Un’opera prima quella di Lagomarsini, forse in alcuni punti un po’ acerba, che scorre facilmente, dove il tono nostalgico porta con sé fin dall’inizio un senso di amara malinconia. Il passato non è il luogo della felicità e della spensieratezza, ma cela zone buie, dove debolezze e insicurezze che singolarmente sarebbero recuperabili o gestibili, se mescolate e agitate insieme portano a una reazione irreversibile.
Vi consigliamo di approfittare del prezzo scontato offerto dall’editore fino al 29 febbraio (10,00 €, contro i 16,00 € di copertina).

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Post, minima&moralia, Le parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi Argomenti, Colla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Violette di marzo di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2020

unnamedDopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Fazi dà alle stampe Violette di marzo (March Violets, 1989) primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, composta inoltre da Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), e Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991).
Il grande successo di questo personaggio portò l’autore a continuare la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), l’inedito in Italia Field Grey del 2010, La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), e gli ancora inediti in Italia A Man Without Breath del 2013, The Lady From Zagreb del 2015, The Other Side of Silence del 2016, Prussian Blue del 2017, Greeks Bearing Gifts del 2018, e l’ultimo, quattordicesimo della serie pubblicato postumo, Metropolis del 2019.
Speriamo che Fazi abbia il coraggio di pubblicare l’intera serie, facendo anche tradurre i romanzi ancora inediti, perché sicuramente merita. I lettori del blog sicuramente ricordano La notte di Praga, allora edito da Piemme, qui recensito ormai nel 2013.
Innanzitutto va fatta una premessa doverosa, per chi non conosce il personaggio e non ha ancora letto nessun romanzo della serie: linguaggio, temi e situazioni sono caratterizzati da una notevole crudezza e durezza che ben rispecchia il periodo storico trattato, e non risparmia quasi nulla all’immaginazione.
Insomma è una detective story storica con tocchi noir capaci di trasmettere tutta la brutalità e la violenza che si respirava in Germania durante il regime hitleriano. Sebbene naturalmente è una ricostruzione romanzata, l’attenzione storica è massima, e personaggi fittizi e realmente esistiti intrecciano i loro destini con una certa dose di naturalezza e autenticità.
Scritta in un periodo in cui la condanna del nazismo aveva ben poche voci discordanti, sicuramente Kerr si sarebbe stupito se fosse ancora vivo delle derive negazioniste di questi ultimi tempi, ci porta a riflettere oltre che su temi di interpretazione storica, anche su dubbi e dilemmi che toccano la nostra società e la natura umana più in generale. Spesso ci domandiamo come nascano le dittature, come la popolazione accetti di vivere adattandosi alla totale perdita della propria libertà e autodeterminazione, leggendo questa serie si ha un quadro molto preciso e realistico di tutto ciò.
Molto amato dai suoi colleghi, Philip Kerr, forse trascende il genere e porta il discorso ben oltre ai normali canoni di letteratura di genere tipicamente di intrattenimento e commerciale. Insomma si respira quel tipo di letteratura capace di essere a servizio di ideali più alti e a una precisa e vera presa di coscienza, se non collettiva, perlomeno individuale.
Leggendo soprattutto la seconda parte del romanzo, quella ambientata a Dachau, mi ha colpito una riflessione singolare che condivido con voi: sicuramente Philip Kerr non ha vissuto direttamente l’esperienza di un campo di concentramento tedesco, né era tedesco lui stesso, ma mi ha trasmesso la sensazione di quanta pietas i veri sopravvissuti abbiano nel raccontare le loro esperienze passate.
Ma torniamo al romanzo, Violette di marzo è ambientato nella Berlino del 1936. L’anno delle Olimpiadi che videro Jesse Owens vincere ben quattro medaglie d’oro sotto gli occhi di Hitler, quasi facendosi beffe delle teorie sulla cosiddetta razza superiore. Bernhard “Bernie” Gunther, reduce di guerra ed ex poliziotto, riciclatosi investigatore privato (Quasi su tutto, tranne i divorzi) specializzato in persone scomparse, viene assunto da Hermann Six, milionario magnate dell’acciaio (uno dei più grossi industriali della Ruhr) perché gli ritrovi una preziosissima collana di diamanti rubata, danno collaterale della morte della figlia Grete e del genero Paul Pfarr, uccisi nel loro letto a colpi di pistola, e poi dati alle fiamme.
Paul Pfarr era una delle cosiddette violette di marzo, termine dispregiativo con cui venivano etichettati coloro che aderirono al partito nazista solo in un secondo tempo, salendo letteralmente sul carro dei vincitori, e Bernie non tarda a scoprire che non era proprio in rapporti idilliaci con il suocero. Sarà l’inizio di un’indagine dura, serrata, imprevedibile soprattutto per il fatto che Hermann Six manco si sognava lontanamente che Bernie, seppure allettato dal gran mucchio di soldi dell’onorario, la prendesse così seriamente, pronto a tutto per scoprire la verità.
Sebbene la detection poliziesca sia il filo conduttore della storia quello che più colpisce è il quadro di insieme, quell’intreccio di corruzione e rassegnazione che ammorba la quasi totalità dei rapporti sociali, in un mondo in cui predominano i toni cupi della brutalità, della crudeltà e della violenza non solo delimitati nel sottobosco della criminalità.
Tutta la società tedesca del periodo sembra inquinata da questi rapporti di forza che danno campo libero ai potenti del periodo di giocare indisturbati le loro partite di potere. La rivalità tra Himmler e Goering non tarderà a stagliarsi sullo sfondo e a dettare i tempi dell’indagine, in cui Bernie si troverà quasi stritolato.
Antieroe di stampo classico, Bernhard “Bernie” Gunther, il cui umorismo amaro e sarcastico combatte la rassegnazione dilagante che si propaga tra gli altri berlinesi, non è esattamente uno stinco di santo: bevitore, donnaiolo, interessato soprattutto al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza, si insinua nelle pieghe della società e pur disprezzandola, si limita a manifestare il suo dissenso verbalmente (anche con un certo coraggio come quando apostrofa Heydrich) ma tuttavia inserito in un contesto di odio e sopraffazione, dove vince il più forte.
Buona lettura.
Traduzione di Patrizia Bernardini.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

Gatti di Shifra Horn (Fazi, 2019) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2019

gatti_w564_h858Torna in libreria sempre per Fazi un libro che è una vera e propria bibbia per gattofili, Gatti appunto di Shifra Horn, una delle voci più interessanti comunque della narrativa mediorientale e israeliana.
Come suggerisce il titolo, l’autrice, scrittrice, giornalista e attivista, parla dei suoi gatti, compagni della sua vita vagabonda e interessante, forse un po’ caotica, in quello che è un inno al felino domestico che da millenni vive con gli esseri umani e che iniziò a convivere con noi proprio tra Egitto e Medio Oriente.
I gatti di Shifra Horn sanno donare momenti di puro divertimento e avventura, anche solo in casa: nella vita dell’autrice ci sono Zelda, una micia tricolore, Neko-chan, gatta giapponese senza coda, Sheeshee, l’himalaiano dagli occhi blu,  Zizi, nera come il carbone, e Levana, micia bianca  che adora i documentari in televisione.
Shifra Horn vive con i  gatti da quando era bambina, come per ogni gattofilo o gattofila nel corso degli anni e con i gatti ha diviso la sua vita, anche quando ha cambiato casa, andando da Tel Aviv in Giappone e poi di nuovo a Gerusalemme.
Gatti è un po’ un diario e un po’ un racconto, che racconta di gatti e anche di qualche altro animale, cani, pappagalli, topi, ma i felini sono i protagonisti e gli eroi di un amore senza confine, che resiste a tutto, presenza nella vita dell’autrice e ovviamente di tanti altri e altre che si ritroveranno in queste pagine.
Un libro per gattofili, certo, ma anche un modo originale per raccontare il mondo contemporaneo e le vicende di alcuni Paesi sempre nel mirino della Storia e dell’attualità, un libro per sorridere e pensare, da leggere con magari vicino un bel micio che fa le coccole, come i compagni di vita di Shifra Horn.

Shifra Horn è nata nel 1951 a Tel Aviv da madre sefardita e padre russo e ha trascorso la sua infanzia a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in Studi biblici e Archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo l’ambito della comunicazione di massa. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. In seguito, ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Oltre a Gatti, Fazi Editore ha pubblicato La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Scorpion Dance (2016) e Quattro madri (2018).

Provenienza: libro del recensore.

Evelina di Fanny Burney (Fazi editore, 2019) a cura di Elena Romanello

24 luglio 2019

evelina_w600_h913Virginia Woolf definì Fanny Burney la madre della letteratura inglese e Jane Austen la prese come modello per i suoi libri: basterebbero questi requisiti per aver voglia di scoprire la riproposta Fazi di un classico della narrativa inglese del Settecento, Evelina di Fanny Burney, uscito nel 1778 e subito grande successo per l’ironia e la freschezza, oltre che per essere comunque lo specchio della realtà.
Nel Settecento nacque in Inghilterra la letteratura di consumo come la conosciamo oggi, romanzi che dovevano appassionare e conquistare nuovi pubblici, come quello delle donne e quello dei giovani: Evelina è un antesignano di questo, storia forse della prima eroina adolescente della letteratura, non spregiudicata come Moll Flanders e Fanny Hill, ma non per questo meno interessante.
Evelina è la figlia illegittima di lord Belmont ed è cresciuta in campagna sotto le amorevoli cure del reverendo Villars. A 17 anni viene invitata da alcuni amici a Londra, dove scopre un nuovo mondo, molto stimolante ma anche potenzialmente pericoloso.
Durante un ballo la ragazza conosce lord Orville, uomo affascinante e saggio, e pian piano se ne innamora, mentre deve fare i conti con la scelta del suo padre naturale di riconoscerla.
Evelina dovrà faticare per trovare la felicità, ma soprattutto per trovare il suo posto nel mondo, in quella che è stata definita una delle più interessanti rappresentazioni dell’adolescenza.
Scritto sotto forma di romanzo epistolare e pubblicato per la prima volta in forma anonima per gli ovvi problemi che avevano all’epoca le donne a farsi conoscere, Evelina è un ritratto d’epoca, con una forte ironia che smaschera i pregiudizi e le convenzioni di fine Settecento.
Il tutto è mediato dallo sguardo di Evelina, prima protagonista di una nuova avventura letteraria che metterà le donne e le ragazze al centro delle storie, raccontando tante vicende dal loro punto di vista, in cerca di un posto nel mondo.
Un successo allora e un libro da leggere adesso, per scoprire dunque la prima di tante protagoniste che da oltre due secoli raccontano cosa vuol dire crescere e trovare la propria strada in un mondo non sempre facile.

Provenienza:libro del recensore.

Fanny Burney nacque a King’s Lynn nel 1752, Inghilterra, figlia del musicologo Charles Burney. Terza di sei figli, fu educata in casa e iniziò a scrivere a dieci anni. Si sposò a quarantadue anni con un esiliato francese, da cui ebbe un figlio. Dopo una lunga carriera da scrittrice, visse in Francia per oltre dieci anni, poi si stabilì a Bath, dove morì nel 1840. In tutto scrisse quattro romanzi, otto pièce teatrali, una biografia e venti volumi di diari e lettere. A Evelina seguirono Cecilia nel 1782 (Jane Austen si ispirò alle pagine finali di questo romanzo per il titolo Orgoglio e pregiudizio), Camilla nel 1796 e The Wanderer nel 1814.

:: L’annusatrice di libri di Desy Icardi (Fazi 2019) a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2019
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Avete mai pensato di conoscere la trama delle centinaia di migliaia di libri che vi piacerebbe leggere solo annusandone le pagine? È quello che accade ad Adelina, la protagonista di “L’annusatrice di libri”, romanzo d’esordio della torinese Desy Icardi. Adelina ha 14 anni, vive nella Torino di fine anni Cinquanta con zia Amalia, ricca donna che non ama sprechi inutili e che è troppo concentrata su se stessa per rendersi conto quello che vive la nipote. A scuola Adelina non se la passa bene, nel senso che tutto quello che legge e studia non le resta in testa e allora diventa il bersaglio dei compagni e dei professori, padre Kelley compreso. Poi arriverà l’aiuto di Luisella e per la protagonista le cose cominceranno ad andare meglio ma, non sarà tanto l’aiuto della compagna di classe a migliorare i risultati di Adelina. La ragazzina scoprirà di avere una capacità che la rende unica, lei riesce ad apprendere le storie narrate nei libri – meglio se vecchi e antichi- solo annusandone le pagine. Il libro della Icardi è una narrazione fatta di tante storie che si intrecciano, nel senso che accanto all’avventuroso vissuto di Adelina, si sviluppa per flashback, la ricostruzione della vita della zia Amalia, da ragazza semplice arrivata a Torino negli anni Trenta, prima modista, poi innamorata di un musicista per il quale lascerà il lavoro per dedicarsi al varietà nell’attesa di sposarselo. La Storia, il Fascismo e altri ostacoli faranno prendere alla vita di Amalia una piega ben diversa da quella da lei immaginata. C’è la storia di Luisella – l’amica di Adelina- che vive con il papà affascinante ed esperto notaio, sempre impegnato a fare calcoli e a leggere libri antichi per decifrarli. Della mamma si sa poco e nulla, certo è che la donna c’è, ma non si capisce bene cosa le sia successo. C’è la storia narrata in testi di altri tempi di Santa Bibliana nata nel 1200 a Spoleto abile a leggere libri annusandoli. C’è la storia di padre Kelley amico del papà di Luisella, anche lui appassionato di letture antiche e di codici da comprendere. Saranno proprio il prete e il notaio a pensare di sfruttare il dono di Adelina per decifrare il celebre manoscritto Voynich, “il codice più misterioso al mondo”, composto in una lingua misteriosa e mai decifrato. Adelina si mostra come una ragazzina curiosa, tanto che per lei tutti i libri che le mostrano sono fonte di sapere e si lascerà trasportare dalle richieste di padre Kelley e del notaio. La protagonista annuserà libri su libri per imparare storie. Qualcosa però andrà storto e, ad un certo punto, la sete di potere e l’avidità del padre di Luisella rischieranno di mettere a repentaglio la vita di Adelina. “L’annusatrice di libri” è un romanzo nel quale ci sono tanti temi messi in campo: la voglia di conoscere per accrescere il proprio sapere, l’amore vero per la lettura e i libri, lo stimolare al leggere. A questi aspetti positivi si oppongono la smania del possedere per essere ricchi, il pensare solo a sé e non agli altri, lo sfruttare una qualità altrui per dare forma ai propri interessi. Tutti questi elementi caratterizzano la storia de “L’annusatrice di libri” e ne fanno un romanzo avvincente, nel quale sono presenti l’eterna lotta tra bene e male, ma anche il contrasto e conflitto tra innocenza del mondo infantile e malizia cinica di certi adulti con i quali la giovane Adelina dovrà fare i conti. “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi è un romanzo dinamico, avvincente e curioso, che punta a stimolare la passione per la lettura e per i libri, perché essi sono un po’ come le persone, devono essere conosciuti amati e rispettati.

Desy Icardi è nata a Torino, città in cui vive e lavora, è formatrice aziendale, attrice e copywriter. Nel 2004 si è laureata al DAMS e dal 2006 lavora come cabarettista con lo pseudonimo di “la Desy”; è inoltre autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Dal 2013 cura il blog “Patataridens”, espressamente dedicato alla comicità̀ al femminile.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi. Ringraziamo Cristina per la gentilezza e la pazienza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo di Roland Schimmelpfennig (Fazi, 2019) a cura di Fabio Orrico

5 febbraio 2019
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Roland Schimmelpfennig è un drammaturgo tedesco tradotto in oltre quaranta paesi. Chi scrive non aveva mai sentito parlare di lui e ora che è disponibile il suo primo romanzo il desiderio di conoscere altre opere di questo autore è molto alto.
L’esordio nel romanzo di Schimmelpfennig ha un titolo che coincide con le prime righe del libro e cioè In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo. Titolo dagli echi fiabeschi per una storia che della fiaba ha la sensibilità e il respiro e quindi fin troppo facile da riconnettere ai fratelli Grimm, non solo semplici scrittori ma, proprio in virtù del loro lavoro di trascrizione delle fiabe della tradizione, fondatori di un senso e di un sentimento profondamente germanico. Anche il libro di Schimmelpfennig lavora sul concetto di identità nazionale, raccontando una Germania, e in particolare una Berlino, dove la riunificazione sembra essersi compiuta nel segno della gentrificazione. Insomma, laddove non è arrivata la crisi del comunismo, è arrivata la speculazione edilizia.
In un chiaro, gelido mattino prende le mosse da un incidente stradale e da un ingorgo in autostrada, a ottanta kilometri dalla capitale tedesca e, soprattutto, dall’avvistamento di un lupo che, insieme ai protagonisti della vicenda, raggiunge Berlino. Il lupo, rappresentante di una sorta di wilderness dimenticata, viene più volte intercettato dalla popolazione. Di lui si fantastica, la sua foto finisce persino sul giornale. Attorno a lui ecco che prende vita la ballata dei protagonisti della vicenda. Due minorenni che scappano di casa e i genitori che si mettono sulle loro tracce; una coppia di immigrati polacchi colti nel progressivo disgregarsi della loro storia, un ragazzo che si compra un fucile, intenzionato a usarlo per uccidere il lupo e guadagnarsi un suo personale trofeo; una giornalista di origini turche, a sua volta sulle tracce dell’animale. Un’umanità incerta e dolente le cui traiettorie finiranno per convergere nel bar di un cileno dal passato oscuro, sicuramente speso lontano da un lavoro onesto. La Berlino raccontata da Schimmelpfennig è anestetizzata da una neve che sembra non dover mai smettere di cadere, attraversata da uomini e donne consci della propria solitudine e soprattutto dell’impossibilità di emanciparsene nonostante gli sforzi fatti. Il panorama è quello di zone industriali, casermoni abbandonati e tra loro sinistramente somiglianti. Non incontriamo niente di esistenzialmente solido ma abbiamo a che fare con molta precarietà, molta incertezza in questo romanzo il cui andamento cupo permette comunque a larghe zone di luce di farsi strada. Schimmelpfennig lascia tutte le linee narrative aperte secondo una lezione che, se nelle sue propaggini più estreme sembra battere la bandiera a stelle e strisce, trova comunque le sue radici nella mitteleuropa di Stifter prima e di Walser poi, con le loro pagine tenui e trasognate e allo stesso tempo sottilmente angosciose. Alla fine sarà il lupo, vero e proprio Santo Graal della storia, a congedarci da questa danza macabra, comparendo e scomparendo dietro un treno merci probabilmente, animale fiabesco per eccellenza, per andare ad abitare altre storie.

Roland Schimmelpfennig è nato nel 1967 a Gottingen, ed è uno dei più noti e premiati drammaturghi tedeschi contemporanei. Dopo un periodo come giornalista a Istanbul, ha frequentato un corso di regia e ha successivamente collaborato alla direzione artistica del Munchner Kammerspiele. I suoi lavori sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. Questo è il suo romanzo d’esordio, finalista al Leipziger Preis.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi 2018) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2019
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“Il colombo d’argento” di Andrej Belyj, edito da Fazi, è un libro intrigante che catapulta il lettore nel passato ai tempi della Russia pre-rivoluzionaria. La storia si apre con un giovane che sembra camminare senza meta, completamente assorto nei suoi pensieri. Quel ragazzo diretto non si sa bene dove, è Pëtr Dar’jal’skij. Lui, all’apparenza così spaesato, è in realtà molte cose assieme: è studioso, poeta e uno di quei nuovi intellettuali che stava formandosi prima della Rivoluzione. Il suo vagare appare da subito come un cammino di ricerca, perché Dar’jal’skij sta davvero cercando qualcosa di importante: la verità̀ su se stesso e sul mondo. Ad un certo punto il protagonista arriva a Celeebevo, qui conoscerà tutta la comunità composta da un umanità a tratti grottesca e strampalata e i diversi gruppi culturali e religiosi presenti nella località, tutti impegnati a fortificarsi e prepararsi per essere pronti a partecipare alla rivoluzione. Tante sette ci sono nella vecchia Russia narrata e non a caso troviamo quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti, i Molokani, i famosi Chlysty – sicilisti nel libro-  nati nel XVII secolo e sostenitori del principio che Cristo fosse già presente spiritualmente in ogni membro della setta durante la sua vita terrena- e i Colombi d’argento. Pëtr Dar’jal’skij entrerà in contatto con molti di loro, ascolterà i loro discorsi e leggerà i loro scritti, ma sarà il gruppo dei Colombi d’argento a travolgerlo con maggiore forza, trascinandolo in un percorso di completa metamorfosi. Pagina dopo pagina, Andrej Belyj narra la storia di queste terre russe nelle quali, a contatto con questi gruppi settari, il protagonista perderà ogni certezza fino a subire un completo cambiamento che lo porterà a compiere azioni per lui impensabili. Tra di esse, per esempio, la rottura del fidanzamento di Dar’jal’skij con Katia, una giovane di buona famiglia con parenti nobili, e con la quale sembra esserci la possibilità di un matrimonio. La relazione andrà a monte, perché il ragazzo si lascerà travolgere dalla passione per la contadina Matrëna Semënovna, serva dell’ambiguo falegname Mitrij Kudejarov, capo della setta dei “colombi”. Sarà proprio questa figura femminile, non particolarmente bella, ma con qualcosa di irresistibile, ad accalappiare il giovane per farlo diventare l’ “uomo nuovo”, che avrà il compito di rinnovare la Russia e dare il via a un Regno di Luce. Il protagonista Dar’jal’skij ad un certo punto finirà in un circolo vizioso dal quale non riuscirà ad uscirne, e questo fa capire al lettore quanto possa essere potente il processo di manipolazione mentale al quale il giovanotto di trova sottoposto. “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj è un storia forte, narrata a tratti con una sottile ironia che ci porta dentro alla Russia del passato in un periodo di grande fermento culturale e intellettuale nell’attesa del grande cambiamento. Un mondo di tensioni, di ansie e di investigazione del nuovo che rigenera, che –in teoria- dovrebbe fortificare e che, come accadrà a Pëtr Dar’jal’skij, non sempre corrisponde al raggiungimento della pace e tranquillità. Traduzione di Carmelo Cascone.

Andrej Belyj Pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev, è stato una figura di assoluto rilievo nel panorama letterario russo. Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, filosofo, negli anni dell’adolescenza entrò in contatto con Sergej Solov’ëv, nipote del filosofo Vladimir Solov’ëv, le cui dottrine influenzeranno tutta la sua opera. Esponente di spicco del movimento simbolista russo, a partire dal 1903 ebbe un intenso rapporto epistolare con Aleksandr Blok, che in seguito conobbe personalmente. Fu autore di raccolte di poesie, romanzi (Pietroburgo, definito da Nabokov «uno dei quattro più̀ grandi romanzi del ventesimo secolo»), saggi e libri di memorie che restituiscono in modo brillante la travagliata parabola storico-culturale della Russia d’inizio secolo.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi, grazie a Cristina e a tutto lo staff.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Heidi, Francesco Muzzopappa, Fazi 2018 A cura di Viviana Filippini

8 settembre 2018

Heidi

Torna l’ironia che fa sorridere (di un riso amaro) e allo steso tempo riflette di Francesco Muzzopappa nel romanzo “Heidi”, pubblicato da Fazi editore. Protagonista della storia Chiara, un donna di 35 anni, milanese, dipendente della Videogramma, un’azienda che inventa contenuti per la tv. Chiara si occupa di provinare le centinaia di migliaia di persone che accorrono a fare provini per partecipare a programmi televisivi nella speranza di diventare famosi. La giovane lavora tanto;essere direttrice dei casting le porta via tempo e la carica di uno stress profondo, così opprimente da renderle difficile avere una vita dopo il lavoro. Tutto per Chiara si complica quando la casa di riposo dove si trova suo padre le rispedisce l’uomo, perché diventato ingestibile. Muzzopappa veste in modo simbolico i panni di una giovane donna single non solo per raccontarci il suo complicato e rocambolesco vissuto. Muzzopappa crea un’attenta riflessione su quella che è la nostra società contemporanea, ossessionata dai media e dalla bisogno (non si sa fino a quanto sano) di notorietà. Chiara dovrà rimboccarsi le maniche in una convivenza forzata con il babbo Massimo Lombroso, un vecchio critico letterario del «Corriere della Sera» malato di demenza selettiva che la chiama Heidi. Chiara vive con un lui che, a causa della malattia, non è più in grado di fare il padre, ma nemmeno di badare a se stesso. La patologia lo ha reso incapace di mettere in atto le cose più semplici, tanto è vero che per lui Chiara non è Chiara, ma Heidi, la protagonista dell’omonimo cartone animato con le caprette che fanno ciao. Thomas, il giovanotto assunto dalla protagonista per badare al padre, diventa Peter. A rendere ancora più complessa la vita di Chiara, lo Yeti, il nuovo capo dalla Videogramma pronto a licenziare i dipendenti e a “salvare” solo quelli che dimostreranno particolare inventiva nel creare format televisivi di successo. Lo Yeti è un uomo meschino, che non esiterà a mettere in atto loschi comportamenti, pur di ottenere quello che vuole (sesso in cambio del posto di lavoro) da chi si avvicina a lui, costringendo i dipendenti a scendere a compromessi. Questo, fino a quando qualcuno si stancherà del suo agire marcio e darà il via alla ribellione. Il mondo di Chiara presentato in “Heidi” – specchio dei nostri tempi- è una dimensione fatti di conflitti. C’è quello tra una figlia e un padre che non la riconosce più, c’è quello di una società dove, con la presenza massiccia dei media, conta più l’apparire che l’essere. C’è il contrasto sul fatto che importa più come ti poni per farti accettare dagli altri, che i valori in cui credi. E questo assecondare il prossimo per piacere, porta spesso l’individuo a perdere coscienza di sé, per diventare mera merce di intrattenimento. Con “Heidi”, Francesco Muzzopappa ci fa si sorridere però, allo stesso tempo, richiama noi lettori alla riflessione, mostrandoci il disadattamento della nostra società, tutta e troppo concentrata sul piacere effimero di un attimo di celebrità e sempre più smemorata verso  quei valori (amicizia, rispetto, lealtà. amore vero) che si dovrebbero recuperare e conservare come gemme preziose.

Francesco Muzzopappa ha vinto Premio Massimo Troisi 2017 con il romanzo Dente per dente, è uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Sempre con Fazi Editore ha pubblicato nel 2013 Una posizione scomoda e nel 2014 Affari di famiglia. Tutti i libri sono stati tradotti in Francia dall’editore Autrement riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico. Heidi è il suo quarto romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa della Fazi editore.

:: Il pittore fulminato di Cesar Aira (Fazi 2018)

25 maggio 2018

Il pittore fulminatoQuel paesaggio, colto voltandosi, risvegliava in Rugendas vecchi dubbi e gravi interrogativi. Si domandava se sarebbe stato capace di farsi carico della sua vita, di guadagnarsi il pane con il suo lavoro, vale a dire con la sua arte, se avrebbe potuto fare quello che facevano tutti… […] Nel frattempo, la sua giovinezza era quasi passata, e lui ancora non conosceva l’amore. Si era ostinato a vivere in un mondo incantato, in una fiaba, e non aveva imparato niente di pratico, ma almeno aveva imparato che il racconto si prolungava sempre, e che nuove prospettive, più capricciose e imprevedibili delle precedenti, attendevano l’eroe. La povertà e l’abbandono erano soltanto un episodio in più. Poteva anche finire a chiedere l’elemosina davanti al portale di una chiesa sudamericana, perché no? Nessun timore era esagerato, trattandosi di lui.

Il pittore fulminato (Un episodio en la vida del pintor viajero, 1993) di Cesar Aira è un romanzo breve (meno di 100 pagine) pubblicato nel 1993, e tradotto in Italia per Fazi da Raul Schenardi, che narra le vicende e le disavventure di un pittore tedesco, di nome Rugendas, nel suo pellegrinaggio per le allora inesplorate terre del Sudamerica (lo visitò a cavallo dell’ 800).
Più che un diario di viaggio, è un’ insolita trasposizione di un percorso artistico e umano che ci porta nel cuore stesso della creazione artistica. Dire che è bellissimo è piuttosto banale, ma veritiero, lo stile è classico, poetico, ricco di termini armoniosi, forse un po’ barocchi, ma ricchi di quel fascino che la letteratura sudamericana sa sprigionare tra il sogno e la meraviglia.
Cesar Aira, autore che non conoscevo e di cui mai avevo sentito parlare, è uno scrittore e traduttore vivente, considerato uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei, ed ha un padrino di eccezione, Roberto Bolano, sua infatti è la acuta introduzione in cui definisce Aira uno dei tre o quattro migliori scrittori di lingua spagnola di oggi.
Seppur breve il romanzo racchiude una sua completezza e perfezione. E’ una gemma rara insomma, che consiglio non solo ai cultori dei racconti brevi, ma anche a coloro che si interrogano sui limiti che la vita ci pone davanti e su come superarli.
Rugendas un giorno a cavallo viene colpito da un fulmine. Non muore, ma riporta ferite invalidanti e dolorosissime. Da questo giorno la sua vita cambia, e se non fosse per l’amicizia del giovane e meno talentuoso Krause, che in un certo modo si dedica a lui aiutandolo e sostenendolo, la sua vita avrebbe potuto dirsi finita.
Ma la pittura resta il cardine del suo percorso se non spirituale certamente trascendente. Il dolore, la menomazione, la cecità, nulla possono contro la forza creativa che lo attraversa, con la stessa potenza distruttiva del fulmine.
Può anche forse definirsi una parabola morale, ma la bellezza di questo libro sta nella lieve alchimia tra sogno e realtà. Quando finalmente può assistere a un malon, la sua missione terrena può dirsi compiuta. E i limiti superati.

Le lingue delle fiamme si alzavano dai falò e gettavano riflessi dorati sugli indios, illuminando un dettaglio qua e là, o spegnendolo con una folgorante spazzolata d’ombra, imprimendo vivacità a quelle espressioni assorte e un certo dinamismo a quello stupore ebete.

Cesar Aira, nato in Argentina nel 1949, è uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei. Autore di grande prestigio in patria e all’estero, ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato finalista al Man Booker International Prize.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: Noce Oolong Tè Oolong e Il pittore fulminato di César Aira

3 aprile 2018

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Oggi della collezione di tè di PETER’S TeaHouse ho deciso di parlarvi di Noce Oolong Tè Oolong.

E’ un tè cinese, coltivato nella regione di Fujian, provincia della Cina situata a sud-est lungo la costa, piuttosto ricco e vivace. “Oolong” significa letteralmente “drago nero”. In questa miscela fruttata troverete croccante di Nocciola, pezzetti di cocco, ananas candito, pezzetti di noce, scaglie di mandorla e aromi naturali.

L’aroma prevalente è la nocciola. E’ un tè piuttosto dolce e chiaro. Finora vi ho parlato di tè neri, questo appartiene alla famiglia dei tè Oolong, meno forte e intenso ma altrettanto piacevole.

Valore nutrizionale 100ml: En. 6 kJ/ 2kcal, grassi <0,5 g (saturi <0,1g), carb. <0,5g (zuccheri <0,5g), prot. <0,5g, sale <0,01g.

tè oolong

Costa 6,10 Euro all’etto. Se volete provarlo lo trovate a questo link. Dei pregiati tè Oolong è forse il meno caro, esitono qualità dai 20 Euro all’etto.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione da 1 ai 3 minuti.

Consiglio goloso

Consiglio di accompagnare Noce Oolong Tè Oolong con una fetta di plumcake alla zucca, poco zuccherato. Io ho seguito questa ricetta. Dimezzando le quantità di zucchero.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare Noce Oolong Tè Oolong leggendo Il pittore fulminato di César Aira, con introduzione di Roberto Bolaño, edito da Fazi Editore. Libro ricco e sontuoso, dalla scrittura preziosa.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: La foresta assassina di Sara Blædel (Fazi 2018) a cura di Micol Borzatta

20 marzo 2018
La foresta assassina

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Per Sune è una notte molto importante. Infatti ha appena compiuto quindici anni e quella sera affronterà il suo rito di passaggio per lasciare la sua fase di bambino ed entrare nel mondo degli adulti.
Sapendo che a Sune piacciono molto i libri e poco la vita sociale, gli uomini del gruppo gli fanno come regalo una ragazza, ma a Sune non interessa fare l’amore con quella donna davanti a tutti, così scappa e si nasconde, e dal suo nascondiglio vede suo padre e tutti gli altri violentare a turno la giovane fino a lasciarla priva di vita.
Da quel momento Sune, spaventato e terrorizzato, decide di rimanere nascosto nella foresta e di non tornare a casa, per paura di cosa potrebbe fargli il padre.
Qualche giorno dopo, mentre la polizia sta cercando Sune, di cui è stata denunciata la scomparsa, viene avvistato da una donna e da alcune telecamere a movimento messe per monitorare i volpacchiotti.
Del caso viene incaricata Louise Rick, che ha appena ripreso servizio dopo una terribile vicenda accaduta mentre indagava su un altro caso.
Louise, nata e cresciuta a Hvalso, conosce perfettamente sia il villaggio, la foresta e la gente del posto, gente che scopre essere molto probabilmente collegata alla morte del suo fidanzato, dichiarato suicidio ma di cui ora si pensa si sia trattato omicidio.
Romanzo molto intrigante che fin dalle sue prime pagine sa tenere il lettore legato alla lettura catturandone l’attenzione grazie a una narrazione molto ben congeniata, come una ragnatela di eventi che ti si stringe addosso e da cui non riesci a liberarti se non a fine romanzo.
Dal primo romanzo dell’autrice, Le bambine dimenticate, possiamo notare una crescita della protagonista molto ben delineata, che ci permette di ritrovare un’amica che abbiamo salutato con la fine dell’altro romanzo, ma con tratti molto più adulti e maturi.
Mi è piaciuta molto anche la scelta di Sara Blædel di raccontare alcuni accenni del primo romanzo, in modo da dare continuità alla storia, in questo modo chi ha letto il primo romanzo si trova con un piccolo riepilogo che risveglia i ricordi del romanzo, mentre chi non lo ha letto ha un’infarinatura di cosa sia successo per cui Louise si ritrova con determinati pensieri e a fare determinate scelte, e la voglia di recuperarlo.
Un romanzo davvero incredibile in cui l’autrice è riuscita a correggere anche quei piccoli errori di narrazione che si erano riscontrati nel primo romanzo.

Sara Blædel nasce nel 1964.
È l’autrice numero uno in Danimarca con i best seller riguardanti la serie con Louise Rick.
Tradotta in trentasei paesi ha anche ricevuto il Golden Laurel, il più prestigioso premio danese per la letteratura.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Cristina dell’ ufficio stampa Fazi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.