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:: MARIA TERESA LIUZZO: “DANZA LA NOTTE NELLE TUE PUPILLE” a cura di Antonio Catalfamo

21 Maggio 2022

Nonostante sia presente da tanti anni nel mondo letterario ed abbia alle spalle una produzione notevole, dal punto di vista quantitativo e, insieme, qualitativo, Maria Teresa Liuzzo ad ogni nuova opera continua a stupirci, proponendo novità significative nei contenuti e nelle forme, pur mantenendo intatto il filo rosso che la lega a quelle precedenti. Così accade anche in questa nuova silloge di versi: “Danza la notte nelle tuepupille” (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022).

Antonio Piromalli, nella prefazione ad una raccolta precedente, “Psiche” (Jason editrice, Reggio Calabria, 1993), ben descrive il meccanismo che sta alla base della poesia e della poetica della Liuzzo: «Non siamo solamente alla descrizione dei fenomeni (che non può mancare) ma all’interpretazione individuale di ciò che avviene nel teatro della storia. Anzitutto c’è una coscienza inquieta e ricca di dubbi. L’atmosfera è carica di timori, di ansie per il destino degli uomini nella loro storia mentre la “psiche” osserva (e patisce) la crescita della realtà nei suoi molteplici aspetti (spesso contrastanti), le tensioni verso il futuro» (p. 7).

Come al solito, Piromalli ha dato prova, se ce ne fosse bisogno, della sua acribia filologica, della sua capacità di condensare in poche righe concetti profondi, di cogliere l’essenza della poetica di un autore. La poesia di Maria Teresa Liuzzo è, infatti, sintesi tra realtà «oggettiva» e realtà «soggettiva»: la prima viene filtrata attraverso la seconda, per il tramite della ragione, che, però, è una ragione problematica, dubitativa, per nulla dogmatica e fondata su certezze e verità assolute, bensì relative, pronte ad essere sempre messe in discussione e superate in altre, anch’esse poi riviste e superate in un processo gnoseologico (e poetico) infinito.

Lo stesso avviene in questa nuova raccolta, ma con alcune novità. Non siamo in presenza di poesia «sociale», bensì d’amore. Ma opera lo stesso meccanismo compositivo e di poetica. E’ qui necessaria una precisazione. La poesia amorosa ed esistenziale, in Italia, in tutti i secoli, compresi il Novecento e questo nostro Terzo Millennio, ha pagato un prezzo troppo alto ai “modelli” delle origini della letteratura italiana, in particolare a Dante Alighieri ed alla sua opera, seppur monumentale. E’ prevalsa l’immagine dell’amore etereo, della donna «angelicata», simbolo dell’amore verso Dio, oggetto di venerazione da parte dell’innamorato. Questi “modelli” hanno subito, in più, un processo di schematizzazione e di conseguente banalizzazione, specie nel Novecento, fino ai giorni nostri, nei quali la poesia amorosa e, in generale, esistenziale assume spesso carattere dozzinale. Escono continuamente raccolte poetiche lacrimevoli, lamentose, che “fanno il verso” ai modelli originari, dando vita ad un sottobosco letterario che ci invade e pervade e che costringe il critico alla fuga.

Maria Teresa Liuzzo non appartiene a questo esercito di “imitatori maldestri”. Antonio Piromalli ne rivendica l’afflato novecentesco, e si riferisce, naturalmente, al migliore Novecento, a quello “laico”, libertario, fantasioso, talvolta “irriverente”. Ma la poesia della Liuzzo, segnatamente in questa raccolta, ha lontane e solide radici, che risalgono anch’esse alle origini della letteratura italiana, seguendo, però, filoni diversi da quello dantesco. Scrive il Petrarca in “Più volte già del bel sembiante humano”: «Mio ben, mio male, et mia vita, et mia morte». L’amore non viene visto più come tramite per il legame con Dio, ma come fonte di gioia e, nel contempo, di dolore, di vita e di morte. E c’è in Petrarca una nuova dimensione, «dubitativa», problematica, dell’amore, che rappresenta il «trait d’union» tra il “Canzoniere” e il “Secretum”, in quanto in quest’ultimo il sentimento religioso è vissuto anch’esso in maniera articolata, fondato sul dubbio, tutto da costruire, passo dopo passo. E la ragione è lo strumento che consente al Petrarca di filtrare la realtà per trasformarla in poesia. Una tappa successiva è costituita, nella nostra letteratura, dal Leopardi, dalla sua poesia nutrita di pensiero, dalla sua visione dolorosa dell’amore. Eppoi, nel Novecento, per l’appunto, Cesare Pavese, con le poesie de “La terra e la morte”, dedicate a Bianca Garufi, e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, dedicate a Constance Dowling, dal titolo già molto esplicito, nonché con i “Dialoghi con Leucò”, laddove Leucotea è una divinità marina che dà la vita, ma anche la morte, così come ogni donna, nella visione del poeta piemontese. E’ questo l’«urlo del Novecento», l’ascendenza novecentesca della poesia di Maria Teresa Liuzzo, alla quale fa riferimento, probabilmente, Antonio Piromalli.

Nella raccolta della poetessa, che qui prendiamo in esame, c’è un’esplicita dichiarazione di poetica nella poesia “Indossare la luna e porre…”: «E scrivo perché / la stagione me lo impone, / l’anima lo richiede / e la ragione mi riporta in vita» (p. 13). Da questi versi emerge il ruolo della ragione come filtro che consente di trasfigurare e transcodificare la realtà in poesia. Ne nasce tutta una riflessione, che dà concretizzazione, per l’appunto, alla poetica di Maria Teresa Liuzzo. Un ruolo fondamentale viene esercitato dagli occhi, dalla vista, come ci dice il titolo della silloge, “Danza la notte nelle tue pupille”, così come la poesia eponima: «Il colore dei tuoi occhi / veste la solitudine dell’ora / e sgomitola la sapienza dei corpi // ombre di un desiderio mai dissolto, / sulle labbra come graffi di memoria, che geme / in lenzuola di geometrie allo specchio». Gli occhi dell’amato, certamente, che racchiudono tutto un mondo di affetti, che riemerge come memoria, ma, nello stesso tempo, gli occhi di chi ama e che, attraverso la vista, costruisce (e ricostruisce) dentro di sé l’immagine della persona amata, e questa vista costituisce il primo momento del processo gnoseologico, e, insieme, poetico della Liuzzo.

E qui emergono altre “ascendenze” letterarie, legate alla poesia italiana delle origini. Mi riferisco al filone averroista, rappresentato da “Donna me prega” di Guido Cavalcanti e mediato attraverso il trattato “De amore” di Andrea Cappellano. La vista genera una «cogitatio immoderata», una fantasticazione illimitata, sulla persona amata, considerata nella sua dimensione sia fisica che “spirituale”, come tale che determini in chi l’ama gioia, ma anche dolore, fino alla morte. Troviamo nei versi della Liuzzo immagini ossimoriche come «e la gioia del pianto / scioglierà il mistero» (p. 6). Questi versi sono dominati da una forte passione, che viene filtrata dalla ragione, come dicevamo, che ne stabilisce i reali connotati: »Non saremo l’ieri / di un desiderio bruciato, / ma vento e fiori / che sfogliano passioni, / la ragione che si stringe ad ogni parte / di noi nel nostro cercarci e scomporci» (ibidem).

E in questa ricostruzione razionale, l’amore è sì morto con la persona amata, ma, nello stesso tempo, rivive in mille configurazioni diverse, come amore carnale, certamente, amore che ritorna, al pari di quello di Ulisse, che soddisfa le voglie a lungo sopite della sua sposa, a riaccendere e a spegnere fuochi vitali: «Ma tu non temere / ch’io possa non attendere / il ritorno di Ulisse, e il sole / che colgo nei suoi abbracci, fedele nel cratere di un papavero. // Il letto vesto come sposa / allo splendore della luna, / giacché ti sento come brezza / che cresce e mai non declina / in questa smania di vita / fatta voce» (p. 5). Ma anche come sogno, come silenzio che lo prolunga nel tempo: «Brucia il silenzio / sugli altari della parola, / come un lampo di fiaba / dove continui a cercarmi / in ogni colore dell’attimo» (p. 4). Amore come ricordo, nella doppia dimensione gioiosa e dolorosa: «Raccontami / quando ti addormentavi / sul mio seno / e il sole tramontava / sui cuscini. / L’ultimo raggio in essi / trattenevo e colmavo / di quel pianto, / che non serrava / le porte alla speranza» (p. 11). E poi: «Parlami ancora, / tra dolci tempeste / smarrite nell’argento / delle sabbie. / Ci umilia la stagione / nel fiume della notte. / Se le distanze / non oltrepassano memorie, / ti trattengo / in lunghi battiti di cigli, / al dolce tepore di ogni perla» (ibidem). Amore che si scioglie nella natura, nei suoi colori, nei suoi odori, nei suoi sapori: «Siamo primavere innamorate / del miele dell’inverno, / germogli sempre nuovi di un amore / che orbita nella memoria dei sensi / e nell’oro delle spighe. / E tu sei qui, nel mio candore, tu, / odoroso di melagrana, aperto / alla luce della vita» (p. 7). E ancora: «Nascere / dove i ciliegi offrono corolle / ad albe sconosciute / increspate d’acque. / Essere vento, nettare, farfalla, / strada fiorita di trine colorate. / Miele di luna avvolga / ogni mia culla» (p. 14).

Emerge qui, infine, la dimensione «orfica» della poesia di Maria Teresa Liuzzo, legata a quel mistero che da millenni circonda, per l’appunto, i riti orfici, nel loro impasto inestricabile con quelli dionisiaci, sospesi tra la terra e il mondo inferino, e che sta alla base della poesia, con le sue lontane scaturigini nel mito di Orfeo. Questo mistero caratterizza la poesia di Maria Teresa Liuzzo e circonda, nel contempo, la sua figura così piena di fascino evocativo di una femminilità calabra, che affonda le radici nei millenni, novella Persefone sospesa tra mondo ctonio e mondo ipoctonio.

:: Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita a cura di Antonio Catalfamo

5 marzo 2022

Pasolini temeva fortemente in vita di essere strumentalizzato dal potere, di rimanere vittima involontaria della capacità del sistema di metabolizzare anche le posizioni ad esso avverse e di trarne linfa vitale per la propria riforma interna e perpetuazione. Da qui certo suo estremismo polemico e certi atteggiamenti provocatori che potevano sembrare pose letterarie. Ma, dopo la morte, gli è successo di peggio. Assistiamo ad ogni anniversario alla sua «santificazione», quasi ch’egli fosse un fiore all’occhiello di quella società capitalistica matura di cui denunciò, con lungimiranza, tutti gli aspetti antidemocratici e, persino, dittatoriali.

Un suo (e anche nostro) amico, Roberto Roversi, ha avvertito l’urgenza di lasciare Pasolini «sconsacrato».

In questo centesimo anniversario della nascita è, dunque, necessario contrastare le tendenze iconografiche, di qualsiasi segno, studiare Pasolini nella sua umanità, nelle sue contraddizioni, nelle sue “fughe in avanti” rispetto allo stagnante ambiente culturale italiano, ma anche nei suoi legami inevitabili col passato, anche nelle sue forme “retrive” e “conservatrici”. Un Pasolini “a tutto tondo”, dunque, la cui opera va analizzata nella sua complessità ed articolazione, nel rapporto dialettico che esiste tra scritti in versi, romanzi, scritti teorici, scritti «corsari» e «luterani», opere cinematografiche, individuando i vari momenti della sua poetica ed estetica, tra i quali esistono certamente contraddizioni, ma, nel contempo, si può delineare una linea di sviluppo, una diacronia.

Pasolini, a nostro avviso, ha dato il meglio di sé nella produzione in versi e in prosa legata all’esperienza friulana, che accompagna tutta la sua vita, dagli anni giovanili trascorsi nel paese natio della madre, Casarsa, agli ultimi anni della guerra, allorquando lo scrittore si rifugia in quei luoghi per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria nella Repubblica di Salò, e poi nell’immediato dopoguerra, proseguendo la sua esperienza di poeta in dialetto che era iniziata con Poesie a Casarsa (1942) e che continua, al di là della sua presenza fisica in Friuli, con La meglio gioventù (1954) e con La nuova gioventù (1975), trovando il suo punto più alto, in termini di poetica e di estetica, in un romanzo, Il sogno di una cosa (1962), che si pone in linea di continuità con la produzione in versi.

Pasolini compie “ricerche sul campo”, si impadronisce progressivamente del dialetto della riva destra del Tagliamento, nelle sue varie sfumature, presenti nel passaggio da un paese all’altro, nei suoi rapporti con il dialetto del vicino Veneto. Vuole scrivere in una lingua viva, effettivamente parlata, non nella «koinè» regionale, che è quella di Udine; una lingua che sia emanazione diretta della realtà, quella vera, non quella edulcorata del falso regionalismo a dimensione folcloristica; una lingua che sia espressione della “purezza” e dell’ “innocenza” del mondo contadino friulano, colto nella sua dimensione religiosa, che ha in sé un fondo di rigore morale, di valori sani e consolidati, ben diversa da quella della Chiesa ufficiale. Ma, man mano che Pasolini procede nella sua produzione dialettale, passando dalle Poesie a Casarsa a La meglio gioventù e La nuova gioventù, la sua visione si “storicizza” sempre più, il mondo contadino viene rappresentato non più nella sua innocenza e purezza primigenia, ma nel suo dolore, legato alle condizioni di sfruttamento al quale sono sottoposti i lavoratori della terra, specialmente i braccianti, nell’ambito di rapporti di produzione semi-feudali, i quali cominciano a sentire lontano pure Dio, a sentirsi abbandonati. Ma ‒ come dicevamo ‒ il punto culminante è costituito da un romanzo, Il sogno di una cosa, che conclude positivamente ‒ seppur provvisoriamente ‒ il processo di “storicizzazione” a cui vanno incontro il pensiero e l’opera di Pasolini. E’, infatti, un romanzo incentrato sulle lotte, molto dure, dei braccianti friulani per l’applicazione del «lodo De Gasperi», per il miglioramento delle loro condizioni di vita, ma anche per l’affermarsi di una prospettiva rivoluzionaria. Si riverbera sull’opera di Pasolini la sua esperienza politica, in quanto egli si è avvicinato al Partito comunista italiano, divenendo segretario di sezione, nonché militante attivo, anche sulla stampa, nelle polemiche politiche e culturali. In particolare, lo scrittore prende le distanze dallo «zoruttismo», vale a dire da quel movimento politico e culturale, che, strumentalizzando la poesia “ingenua” di Pietro Zorutti (1792-1867) e il suo “pauperismo”, intende accreditare l’immagine di un mondo contadino rassegnato al proprio destino, che, anzi, di esso finisce per essere orgoglioso, a beneficio delle classi dirigenti regionali, legate alla Democrazia cristiana, e nazionali, che predicano l’immobilismo sociale. Siamo in presenza di un Pasolini fortemente influenzato da Gramsci e dalle sue idee rivoluzionarie.

Nel 1949 lo scrittore, che insegna alla scuola media, è costretto a fuggire dal Friuli, «come in un romanzo», perché accusato di presunti rapporti omosessuali con ragazzini. Si trasferisce a Roma e qui si dedica professionalmente alla letteratura e all’arte. I due romanzi romani, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), vanno letti in chiaroscuro. Pasolini sostituisce al mito dei contadini friulani quello dei giovani delle borgate romane, anch’essi visti come espressione di un’umanità “istintiva” e “primigenia”. Ma questi giovani appaiono privi di valori positivi, espressione di un mondo, quello delle periferie urbane, fondato sulla “predonomia” e sulla violenza, su un certo fatalismo, su una soggezione al destino, che si oppone in termini negativi e di antagonismo resistenziale a quello del centro delle grandi città, in una logica che è, insieme, conservativa ed autodistruttiva. Questo mondo sarà al centro anche di film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

Questa produzione letteraria (e cinematografica) incentrata sulle periferie romane suscitò polemiche nell’ambito del Pci e degli ambienti culturali ad esso vicini. In molti misero in discussione che un mondo così configurato esistesse veramente e che, comunque, circondasse e, addirittura, frequentasse le sezioni del partito: un mondo di ladruncoli, di magnaccia, di prostitute, di cui non si vedevano i valori positivi e rivoluzionari. Intervenne nel dibattito Edoardo D’Onofrio, dirigente del partito di vecchia data, il quale, sulla base della sua lunga esperienza politica trascorsa a contatto con le borgate romane, affermò che Pasolini aveva descritto quell’universo umano nel suo farsi, partendo dalla situazione in cui la gente di borgata era abbandonata alla deriva, ai propri istinti primordiali, dopo essere stata massa di manovra del fascismo, durante il ventennio della dittatura mussoliniana, fino all’acquisizione della coscienza di classe, grazie all’azione di radicamento del partito proprio nelle borgate romane, testimoniata dal protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il quale, dopo l’esperienza del sanatorio, diventa un personaggio positivo, s’inserisce nella sezione del partito e muore con un gesto eroico, nel tentativo di salvare una prostituta dall’alluvione che sconvolge le aree povere intorno all’Aniene.

I due romanzi romani testimoniano, comunque, che la poetica di Pasolini, così come si era strutturata nella produzione legata all’esperienza friulana, subisce un mutamento fondamentale. Prevale in lui la fase “destruens” del sistema capitalistico, nella versione italiana, la denuncia feroce dei suoi effetti disumananti, mentre la fase “construens” subisce una notevole attenuazione. E’ forte in Pasolini la denuncia del “genocidio” della cultura delle classi subalterne perpetrato dalla borghesia rampante, ma, nel contempo, egli rimane prigioniero della società che pure condanna, non riuscendo a delineare un’alternativa e a crederci veramente. S’indebolisce l’impianto gramsciano della sua poetica e della sua estetica.

Va chiarito un aspetto, di contro alle esaltazioni del Pasolini “cattolico” alle quali stiamo assistendo in questo centenario della nascita. L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961) sono le prove più eclatanti di come Pasolini coinvolga nella sua condanna del capitalismo la Chiesa cattolica, che ad esso, secondo lo scrittore, fa da supporto, anzi diventa uno dei pilastri portanti del sistema. Con la scomparsa del mondo friulano ch’egli ha conosciuto da ragazzo e da giovane intellettuale, la stessa possibilità di una “religione”, intesa come “purezza” di valori ‒ com’egli ha affermato in un’intervista rilasciata all’etnologo Alfonso Maria di Nola ‒ è venuta meno. E, comunque, Pasolini rivendica una religione “trasgressiva” che esalta il diritto al “peccato”, racchiuso nella stessa immagine di Cristo inchiodato, nella sua nudità “scandalosa”, sulla croce. Il Vangelo secondo Matteo (1964) rivendica ancora tale “religiosità” primigenia, con tratti di paganesimo, contiene la denuncia della Chiesa ufficiale e dei suoi legami col potere, attualizzata con la trasposizione cronologica nel mondo rurale e pastorale dei sassi di Matera, ma Pasolini rimane prigioniero, ancora una volta, di questa denuncia semplicemente etica (si veda il discorso della Montagna), non riuscendo ad intravedere un’uscita, un’alternativa alla società capitalistica, di cui pure traccia in maniera spietata il carattere disumanante.

Tutti i limiti ideologici di Pasolini emergono da Le ceneri di Gramsci (1957), in cui si manifesta il suo rapporto contraddittorio con il grande intellettuale comunista, nonché con il proletariato, ora amato istintivamente ora con razionalità, per la sua carica di bontà primigenia, o, alternativamente, per la sua forza rivoluzionaria, e con la propria classe di appartenenza, la borghesia, alla quale egli rimane legato da un rapporto di amore-odio. La lezione gramsciana viene sostanzialmente “tradita” e rimane inascoltata, nella misura in cui Pasolini non riesce ad intravedere un’alternativa di carattere rivoluzionario alla società capitalistica borghese, pure condannata fino alle estreme conseguenze. Questa condanna senza appello emerge dall’ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che risale alla fase finale della sua travagliata esistenza, in cui tale società viene denunciata per la sua estrema violenza, che la pone in linea di continuità con il fascismo e il nazismo, con la logica dei campi di sterminio, laddove essa violenta l’uomo nelle sue parti più intime, fisiche e morali. E’ questo il «tecnofascismo», di cui parla Pasolini.

Il Pasolini “luterano” e “corsaro” delle polemiche giornalistiche s’inserisce entro questi orizzonti. Lo scrittore prospetta un processo penale, avente funzione simbolica, per la classe politica italiana, denuncia tutte le trame eversive che rientrano nel sovversivismo insito nello stesso potere, gli scandali, la corruzione dilagante, che diventa intrinseca al sistema, che lo mina dalle fondamenta, ma non sa e non vuole indicare un’alternativa, in quanto lui per primo non ci crede, rimanendo vittima di una visione di stampo decadente, per cui la stessa denuncia finisce per essere posa letteraria. Ed è Pasolini stesso ad avvertire i propri limiti.

Il suo merito indiscusso è stato quello di aver portato fino in fondo la critica della società capitalistica cosiddetta «matura», individuandone tutti i caratteri di autoritarismo e di soppressione della democrazia ch’essa ha assunto. Pasolini ha fatto, dunque, quel che nessun intellettuale del suo tempo ha saputo e voluto fare, in un’Italia in cui buona parte degli uomini di cultura, così come dei cittadini comuni, sono abituati a saltare sul carro del vincitore, secondo la formula pessimistica, ma ben fondata, di Ennio Flaiano.

:: VALENTINA GUIDARA PITTRICE: LA “POESIA DELLA VITA” a cura di Antonio Catalfamo

28 febbraio 2022

Bruno Bettelheim ha scritto che i primi sette anni della nostra vita sono i più importanti, perché lì si struttura la nostra personalità, che poi, sulla base di questo nucleo fondamentale, va sviluppandosi man mano che cresciamo. Cesare Pavese, nei suoi scritti di poetica e di estetica, ha sostenuto che nell’infanzia vediamo una “prima volta” le immagini che si fissano e stratificano dentro di noi e la nostra fantasia di bambini ce le fa sembrare reali. In età adulta vediamo le stesse immagini una “seconda volta”, attraverso il filtro della ragione e ne comprendiamo il significato simbolico.

Così mi accade ora di rivedere con gli occhi di adulto tutto un mondo che ho vissuto intensamente da bambino, certi scorci di paesaggio, certi angoli di città, certi spaccati umani, e di coglierne tutta la forza evocativa, di riviverli in una dimensione diversa, che contiene e, nello stesso tempo, supera quella acquisita nel corso dell’infanzia.

Siamo a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), la città dell’estremo Sud in cui sono nato e vissuto per tutta la vita. Nella mia infanzia frequentavo un piccolo bar, al centro, gestito da una signora dai tratti popolari, e lì spendevo qualche soldo della mia paghetta settimanale comprando gelati e dolcetti che avevano un sapore tutto siciliano che mi è rimasto in bocca. Barcellona era allora una città di contadini, di allevatori, di commercianti di agrumi e di formaggi, e tutta la sua vivacità, anche chiassosa, si concentrava nel centro, nella piazzetta sotto i pini, intitolata al santo patrono, san Sebastiano, dove si svolgevano i piccoli affari legati ad agricoltura ed allevamento, e i contraenti si sputavano sulla mano per sancire l’indissolubilità dell’accordo verbale, che allora valeva più di un contratto. Questa vivacità si trasmetteva al contesto circostante, compreso il piccolo bar di cui dicevo.

Ora la città è cambiata. L’agricoltura e il commercio sono in crisi. Si afferma una dimensione del tempo diversa, più lenta, direi quasi una dimensione araba. Il centro è multietnico, caratterizzato da una mescolanza di immigrati arabi, slavi, indiani, che non è facile distinguere dai siciliani che li affiancano, in questo crogiolo salutare di razze, di colori e di umori, perché in loro si sono stratificate le tante dominazioni straniere che si sono succedute nell’isola, lasciando ognuna una traccia somatica, cromatica, caratteriale, civile.

Questa nuova dimensione del tempo, questa nuova varietà di colori e di umori si è trasmessa al piccolo bar della mia infanzia, oggi Caffè Roma. Clienti di ogni razza affluiscono con lentezza, si scambiano saluti e sorrisi d’intesa, si siedono ai tavoli e si godono lo scorrere del tempo, senza premura. Poi escono e vanno via. Il bar conserva i vecchi sapori della mia infanzia, i gelati e i dolci della tradizione, che mi fanno tornare, nel gustarli, nuovamente bambino.

Nel bar a servire, al bancone e ai tavoli, quattro ragazze, gentili, veloci come scoiattoli, che racchiudono in sé tratti ellenici, normanni, svevi, spagnoleschi, arabi. Siciliane di una sicilianità antica, stratificatasi nei secoli, con le varie civiltà. Ragazze che hanno una spiccata personalità e una vivacità culturale notevole. Tra di esse c’è Valentina Guidara, una ragazza bruna, dai tratti spagnoleschi, forse. Mi porge alcuni suoi disegni, che mi incuriosiscono, ne chiedo altri, nei giorni a seguire me li porto a casa, ci medito su con calma.

Sarebbe riduttivo definire Valentina una pittrice “naïf”, nel significato usuale che si suole dare a questo termine, per indicare un pittore “ingenuo”, spontaneo, autodidatta, che ha un approccio diretto, immediato, con il mondo che lo circonda e lo ritrae nella sua dimensione fortemente realistica. Ma Cesare Zavattini ci ha dato, per fortuna, una definizione ben più calzante: “A definire in modo esauriente la pittura naïve secondo me c’è riuscito chi è stato meno restrittivo. Io non sono mai caduto nel tranello di idoleggiare l’arte naïve chiudendola, ma ho sempre cercato di far capire che lì c’era chi valeva uno, chi due, chi tre, chi cento, e a mano a mano che i valori crescono, entrano nell’arte in generale, per cui ad un certo punto un quadro di un pittore naïf di valore è alla stessa altezza di un quadro di valore di altre definizioni”. E’ il valore artistico che conta e Gramsci ci ha insegnato che bisogna cercare il “bello” ovunque si trovi e che “l’esclamazione di un carrettiere riveste talvolta per noi tanta poesia quanto un verso di Dante”.

Valentina Guidara è, infatti, una pittrice tutt’altro che “ingenua”, anche se è un’autodidatta. Possiede una tecnica personale, sicura nel tratto e nei colori. Non si limita a rappresentare la realtà nella sua dimensione cosiddetta “oggettiva”, empirica. Rappresenta i paesaggi dell’anima, tutto un mondo che attinge sì al reale “fenomenico”, ma lo plasma e trasfigura attraverso quell’altro mondo che si è stratificato dentro di lei, comprensivo del conscio e dell’inconscio, individuale e collettivo, risalendo nei secoli, anzi nei millenni, abbracciando tutte le civiltà che si sono succedute nell’isola, con i loro valori, i loro colori, il loro modo di guardare l’universo, in tutte le sue sfaccettature.

Valentina Guidara guarda il mondo reale dall’alto di un’altalena (è questa l’immagine contenuta in un suo quadro) e lo confronta con il mondo che è dentro di lei, e da questa commistione nascono le immagini dei suoi quadri. Abbiamo così colori molto vivaci, che ci ricordano i dipinti di Renato Guttuso, con fiori rossi (papaveri o rose?) che colpiscono l’occhio con il loro impatto molto forte, accanto a marine dai colori soffusi, sfumati, direi di matrice e valenza araba, spaccati leopardiani che si perdono nell’infinito spaziale e sentimentale. Queste immagini variegate testimoniano una personalità ricca e complessa: forte e delicata, riservata, ma consapevole del proprio valore. Accanto alla precisione di certi dettagli, è presente quell’ “indeterminatezza” che, secondo il Leopardi, deve caratterizzare la vera poesia. “Poesia della vita”, quella di Valentina Guidara, concepita in tutta la sua multiformità e poliedricità.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura della prof.ssa Hala Radwan

30 gennaio 2022

Entrando nelle profondità dell’anima poetica della presente raccolta di Antonio Catalfamo capiamo immediatamente che fare poesia per lui è un mezzo attraverso il quale si possono addolcire e attenuare le sofferenze, il dolore fisico e morale del mondo: «Solo la poesia può lenire / i dolori della vita» (p. 83). È un verso che rispecchia l’importanza della poesia per il nostro poeta che vive la sua vita come un incontro continuo con il tentativo di trasformare le sue esperienze quotidiane in versi.

Per mezzo della poesia, dunque, Catalfamo si sfoga esprimendo creativamente il suo mondo interiore e quello esteriore. La figura della madre è un elemento che fa parte di questi due mondi del poeta e a lei il poeta dedica più di un poema. Era proprio la madre che lo aiutava fin da piccolo ad entrare nel mondo della poesia e gli faceva imparare a memoria le lunghe poesie. Dopo la morte della madre la poesia diventa proprio il mezzo attraverso il quale il poeta può instaurare un dialogo con lei: «Dopo la tua morte / ho instaurato con te / un dialogo sereno / nei miei sogni / e nei miei versi» (p. 94). La poesia, come si considera uno strumento con il quale si fa dialogo con gli altri, è anche un elemento importante per costruire una nuova comunità: «una società / di liberi ed eguali / e demmo poesia agli uomini» (p. 58).

Catalfamo riesce sempre con la poesia a parlare quasi di tutto: comunismo, capitalismo, fascismo, rivoluzione, mondo vecchio, mondo odierno, amore, vita e morte ecc. La poesia gli serve, secondo le sue parole, «a raccontare / la vita degli umili» (p. 36), usandola come linguaggio universale capito da tutte le creature. Raccontare attraverso la poesia la vita degli umili o della gente odierna non impedisce a Catalfamo di richiamare e narrare anche la vita del vecchio mondo con i suoi miti, riti e totem, non solo per motivi tematici, ma proprio perché durante quei tempi antichi è nata la poesia: «E così nasce, / nei secoli, / la poesia» (p. 42).

Dunque è un concetto particolare della poesia e dei poeti che sta al centro della raccolta. Ne danno testimonianza i versi stessi di Catalfamo nei quali l’uccisione dei poeti, con armi biologiche, da parte di gente malvagia che attacca il comunismo, si considera un atteggiamento distruttivo che porta infine alla diffusione della immoralità in tutte le sue forme peggiori:

«Distruggono / la nostra casa popolare, / di stile sovietico, / quella di Neruda, / uccidono i poeti / con armi biologiche, / perché vincano / incontrastate / la menzogna, la viltà, / la corruzione, la mediocrazia, / elevate a sistema,/ e soccombano nella melma / i migliori» (p. 64).

A questa dimensione distruttiva delle armi biologiche, che uccidono i poeti e tutte le cose belle, il poeta oppone un’altra dimensione costruttiva attraverso la «poesia biologica»nell’ultimo componimento della raccolta. La ricostruzione del giardino della mamma e della nonna distrutto dal crollo dell’edera che si attacca al muro di cinta Catalfamo la considera come fare poesia, ma questa volta è un tipo particolare, è «poesia biologica» che affonda le sue belle radici nella terra in modo che non rimanga alcun male o disonestà:

«la poesia biologica / che affonda le radici / nel profondo della terra, / fino agli Inferi. /[…] / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (p. 116).

La musa della poesia di Catalfamo è l’idea stessa di fare poesia cioé la poesia è l’obiettivo, la fine, punto di partenza e punto d’arrivo nello stesso tempo. La poesia ha dato l’occasione al nostro poeta di accostarsi al mondo della donna che per lui è un Microcosmo (p. 25) che racchiude in sé «il mistero della vita» (p. 82). La donna-madre in particolare nella poesia di Catalfamo rappresenta «un mondo di valori, / di passioni, di sentimenti, / a lungo sopiti» (p. 61). In un’intervista il nostro poeta dichiara che «nel Sud dell’Italia, ma anche del mondo, le madri crescono i figli col fiato». Infatti per mezzo dei suoi versi Catalfamo ci dà l’impressione che le madri non hanno un ruolo meno importante di quello della poesia nell’addolcire il mondo e ogni donna-madre si fa simbolo della madre del Bambino che è sempre in grado di offrire, secondo le parole del poeta, a tutti conforto e speranza nel «mondo vile e infernale» (p. 83).

Hala Radwan: Docente di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Italiano, Facoltà di lingue, Università di Sohag, Egitto.

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

:: MARIA TERESA LIUZZO: “L’OMBRA AFFAMATA DELLA MADRE” a cura di Antonio Catalfamo

28 gennaio 2022

Maria Teresa Liuzzo completa con L’ombra affamata della madre (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022) la «trilogia» programmata di romanzi, di cui i due precedenti volumi sono: … E adesso parlo! (ibidem, 2019); Non dirmi che ho amato il vento! (ibidem, 2021). Chi, avendo letto i precedenti romanzi, si aspettasse che il terzo si ponesse in linea di continuità rimarrebbe deluso, perché esso è dominato da un’ “aura” nuova, da uno sperimentalismo non convenzionale, che ne fa un “unicum” nella produzione della scrittrice, sia a livello formale che contenutistico. Né, d’altra parte, Maria Teresa Liuzzo ripropone pedissequamente modelli altrui, ormai consolidati, che si ispirano al «monologo interiore», al «flusso di coscienza», che rimandano a scrittori di valore come James Joyce e che sono stati ripresentati al pubblico dei lettori in mille salse, fino a diventare stucchevoli, pur nella loro pretesa perfezione formale. La nostra autrice batte sempre strade nuove, rischiando l’«imperfezione», che è un pregio, non un difetto. Leonardo Sciascia, con il suo consueto acume critico, ha sottolineato, nelle noterelle di Nero su nero, che «la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha sempre, come i tessuti dei navajos una qualche imperfezione o fuga». I rifacitori pedissequi di modelli altrui sono «perfetti» imitatori, paragonabili alle scimmie, secondo Sciascia: «Se una scimmia si mettesse a battere sui tasti di una macchina da scrivere, alla fine verrebbe fuori un sonetto di Shakespeare (variante: dodici scimmie, tutti i libri del Museo Britannico)». Un impegno degno di miglior causa, il loro.

Maria Teresa Liuzzo, invece, affronta il mare aperto, con tutti i pericoli ch’esso nasconde. E così, in questo terzo romanzo («sperimentale», dicevamo), il lettore cercherà invano un «intreccio» ben definito, corrispondente, con tutti gli espedienti consolidati della «narratologia», ad una «fabula». Troverà, per converso, un flusso di immagini, di pensieri, di allucinazioni, che si accavallano nella mente della protagonista, Mary, che sembrano slegati l’uno dall’altro, ma hanno come trait d’union tra di loro, ma anche con i due romanzi precedenti, la cieca violenza sulla donna.

L’amore di Mary e di Raf è contrastato, contraddittorio. Ha momenti di passione molto intensa. I due amanti si sciolgono nella natura, i loro corpi si intrecciano, si sovrappongono. E’ forte la tensione poetica, che ricorda La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, poesia contenuta nella raccolta Alcyone, dalla quale emerge il poeta autentico, libero dall’influenza nefasta del «superomismo», fra l’altro recepito in una versione indiretta, distorta, rispetto all’interpretazione originale di Nietzsche, allora conosciuta attraverso la mediazione francese. Il migliore D’Annunzio è il «notturno», nel quale la malattia determina un ripiegamento su se stesso, sul proprio «io», una riflessione pacata sull’esistenza umana, libera, per l’appunto, dai furori «superomistici». Altra cosa è il D’Annunzio de Il piacere, o, addirittura, de Il fuoco, in cui prevalgono gli eccessi dell’amore esclusivamente carnale, ridotto a puro eros.

Maria Teresa Liuzzo ripropone, invece, la dimensione “panica” de La pioggia nel pineto. Basta leggere qualche pagina intensamente poetica (p. 60): «Raf e Mary avevano guardato i rami pieni di linfa mettere le prime foglie, nuove e delicate, lucide e zuccherine, e ora appassire gli ultimi fiori. Sbocciavano ancora le ombre tombali dei crisantemi. Il balcone era pieno di sole settembrino. Raf passò la mano lungo i fianchi di Mary: tutto il suo corpo era il suo cuore. Ma era l’epoca in cui il dolce tempo estivo declina e ritorna il verno a inaridire i campi e i cuori. I passeri si beccavano disperdendosi sulla prima neve e Mary, liberata la tenda, attraverso la persiana socchiusa, seguiva i loro voli e le loro scalmane. Il vento portava folate d’erica, i giorni si abbandonavano al freddo crescente come braccia stanche. D’acquerelli di fuoco dipinte, loro le piogge contemplavano danzare / sulle aride bocche scarlatte e sulla corteccia dei salici brillare. Era già ieri il volo alto delle gru sul panno verde del mare; attraverso i giunchi il sole e la tempesta non temevano il divenire affannoso della vita, usciva fumo dai tetti addormentati. Il silenzio sbiancava di anime incarnate dentro il gelo, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ivi, p. 60).

Ma questo amore è tormentato, contraddittorio. Raf da amante si trasforma in aguzzino: «Raf voleva vivere felice finalmente, edificando per Mary un altare d’infelicità. Invero però non aveva alibi per il suo comportamento, a dir poco, miserrimo. Da aguzzino poi voleva trasformarsi in vittima, per meglio convivere con sé stesso, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ibidem). Mary allora, contro le brutture della vita, le illusioni tradite, gli amori che si trasformano in sevizie, si abbandona alla poesia, che lei definisce «avversaria» (ivi, p. 89), per dire, antifrasticamente, che è l’unica vera amica e fonte di conforto. Così registriamo versi molto sofferti, come questi: «Oggi sto male e debole si sveglia la parola. / Poggio le labbra sulla mano. Piango. / Piango sui lunghi capelli corvini, / tra un sorso acerbo di luce e un morso di poesia. / Tra suppellettili d’infanzia e un gioco inventato / durato una stagione, forse meno: / qui giaceva la giovinezza con la speranza. // Un angelo copriva il sangue della morte. / Fame – malaffare – esecuzione. / La sofferenza incanalata nel ventre, / passava come un cadavere sul fiume» (ivi, p. 90). E così Mary descrive la funzione salvifica che ha per lei la scrittura, come strumento di denuncia del male che ha subito e continua a subire: «L’avevano salvata dall’angoscia e dalla morte precisamente i gesti ripetuti dell’abitudine alla scrittura, la fatica dello scrivere e il suo pensiero brillante che la fitta nebbia dello straniamento, di colpo, sapeva da parte a parte traversare» (ivi, p. 98). Perciò i suoi scritti sono temuti dai nemici, dagli aguzzini, che vedono in essi un «tradimento», una «delazione», una violazione della cortina di silenzio che protegge chi fa il male impunemente: «Per alcuni il suo particolare modo di raccontare era visto come nient’altro che un tradimento, perché ritenevano la viscerale scrittura di Mary una esplicita forma di provocazione, una lettura per loro piuttosto sulfurea, esiziale, una parola testarda, vendicativa, delatrice nel voler trasgredire e peccare a tutti i costi; ma bellamente tacere lo sarebbe stato persino di più» (ivi, pp. 97-98).

L’ultimo capitolo è dedicato alla figura della madre. La sua è una presenza inquietante nella vita di Mary, che le ha procurato solo dolore. La protagonista del romanzo si abbandona ai ricordi, che rievocano tutto il male e la violenza fisica e morale che ha subito dalla madre: «La voce rauca e maledettamente disumana della madre, quando le ordinava di cantare per il padre dopo averla schiaffeggiata, presa a calci e averle chiuso le mani intorno al collo come lo stringersi inesorabile di una corda. Poi le ripeteva compiaciuta: “Canta, canta per tuo padre! Altrimenti seguiranno le scudisciate e canterai ballando… intorno al lupo”. […] Il folle e la sua degna compagna registravano le canzoni che Mary era obbligata a cantare, e le riascoltavano dentro e fuori casa, in auto quando andavano a trovare Fiamma o quando lui andava a caccia o a lavorare. Morbosità malata – complicità mostruosa» (ivi, p. 115).

Mary perdona tutti quelli che le hanno fatto male nella vita e si incammina verso la morte: «L’amore è come l’acqua, il vento, il mare, non si può imprigionare. In tanti, un giorno mi cercherete, ma non mi troverete. Ricordate soltanto che vi ho molto amato. E che vi ho voluto bene. […] Reclinò il capo, abbandonata sul letto, la mano cadde inerte. A terra la sua foto di bambina, con i codini e gli occhi sommessamente tristi» (ivi, p. 126). E la poesia è presente anche nell’epilogo della sua vita: «Giaceva nei suoi occhi un verso fattosi più terso e lucente, scritto col sangue» (ivi, p. 127). Alcuni versi finali potrebbero esser posti come epigrafe sulla sua tomba a testimoniare la sua «santità» nella sopportazione del dolore: «Aliena da qualsiasi divisione, / integra la materia e non profana / nel suo vivere da Santa essenzialmente» (ibidem).

La violenza che domina questo terzo romanzo della «trilogia» programmata è quella della società semi-feudale della Calabria nella quale Maria Teresa Liuzzo è nata ed è vissuta (e vive ancora), ma è anche quella della società capitalistica attuale, cosiddetta «matura». Una violenza che colpisce la donna, in quanto componente debole (così come i bambini), in quanto il più forte, nel suo delirio di onnipotenza, vede sempre insidiato il suo potere. E l’insidia, in questo caso, viene da una donna apparentemente fragile, Mary, che ha un’arma molto potente: la poesia.

Franco Ferrarotti, con il suo consueto acume critico, ci ha resi edotti circa l’essenzialità della poesia nel mondo attuale, supertecnologico: «In un’epoca come la presente, dominata dalla razionalità formale su cui si fonda la tecnica, dallo spirito politecnico, vale a dire dall’esprit de géométrie a scapito dell’esprit de finesse, per valermi della formula di Blaise Pascal, caratterizzata pertanto dal calcolo scientifico e dall’elettronica applicata, forse non si dà altro rimedio all’inaridimento della vita umana fuor che la poesia» (Le ragioni della poesia nella società irretita, gattomerlino, Roma, 2019, p. 10). E ci ha spiegato qual è il “miracolo” che solo la poesia sa compiere: «Il nostro mondo mi sembra condannato – ma non voglio essere apocalittico, perché in fondo sono un ottimista – per il fatto che considera la poesia una manifestazione accessoria, mentre è la forma più alta di conoscenza, certamente protologica, prelogica, intuitiva, non ripercorribile da chiunque. E’ la straordinaria possibilità di collegare un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora, a un significato universale. La poesia precede il filosofo, precede lo scienziato» (Dialogo sulla poesia, gattomerlino, Roma, 2018, p. 12).

Maria Teresa Liuzzo continua ad essere artefice di questo “miracolo”.

:: ISIDORO AIELLO: “IL MARE DI SENOFONTE” a cura di Antonio Catalfamo

18 gennaio 2022

Bartolo Cattafi ha indubbiamente esercitato un fascino sulle successive generazioni di poeti che hanno operato nella sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, per il lavorio esistenziale ch’essi hanno individuato dietro le sue poesie, per il simbolismo, a volte estremo, che, comunque, è sembrato evocativo di qualcos’altro che il lettore più consapevole deve scoprire e riscoprire in se stesso. Spesso questi poeti sono andati con la loro fantasia e creatività poetica molto oltre gli orizzonti prefigurati da Cattafi, il quale ha più volte confessato di scrivere sotto l’effetto d’un impulso “biologico”, senza un “progetto” predeterminato. E del soddisfacimento di un bisogno «biologico» ha parlato pure uno dei maggiori critici di Cattafi, Giovanni Raboni, a proposito del riesplodere nel poeta barcellonese, dopo anni di silenzio, delle poesie de L’aria secca del fuoco (1972), come se un vulcano, all’improvviso, fosse ridiventato attivo, eruttando lava in maniera torrentizia, inarrestabile, tanto che il poeta, per liberarsi di questo magma incandescente, si alzava dal letto ripetutamente nella notte per tradurre in versi il flusso inesorabile, rispondente, per l’appunto, a forze arcane, «biologiche».

Isidoro Aiello, classe 1963, originario di Bagheria, ma insediato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove ha conseguito la licenza liceale classica, per poi laurearsi in Economia e commercio all’Università di Messina e impegnarsi a fondo nell’azienda agricola di famiglia, ha al suo attivo diverse raccolte di poesie: L’essenziale, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2004; Colombe vittoriose, ivi, 2007; Clessidre, Il Gabbiano, Messina, 2009; Tela di ragno, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2011; Chitarre ritrovate, Edizioni Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto, 2013; Il mare di Senofonte, Le farfalle, Valverde (Catania), 2015; Poesie scelte (2004-2015), ivi, 2016; Crittogrammi, ivi, 2019. Al Premio nazionale «Bartolo Cattafi» 2007/2008 ha ricevuto una menzione d’onore per un giovane autore con la succitata silloge Colombe vittoriose.

Isidoro Aiello è stato considerato dalla critica un «cattafiano» per eccellenza, per la brevità dei suoi versi, per la carica simbolica in essi contenuta. ma è tra quei poeti di nuova generazione che hanno saputo andare oltre Cattafi e le sue suggestioni poetiche, seguendo un percorso originale. In Cattafi spesso la poesia si perde nel catalogo degli oggetti, non riuscendo a palesare il loro significato simbolico, ammesso che il poeta voglia darne ad essi uno, che voglia inserirli in un “progetto”, in una “strategia comunicativa”. La poesia vive in lui di vita propria, autonoma, la parola fluisce innamorandosi di se stessa, dando viva ad un “semacosmo”. Isidoro Aiello, per converso, riesce a sfuggire, come Flaubert, secondo l’interpretazione di Erich Auerbach, alla «mistica degli oggetti», persegue per il loro tramite un fine conoscitivo:

«Alfieri e Ulisse / entrambi legati / con forti corde /l’uno alla sedia / per studiare / l’altro all’albero / maestro della nave / per ascoltare / il canto delle sirene: /la tentazione della conoscenza (Legami, in Il mare di Senofonte, cit., p. 72).

C’è, al fondo della poesia di Isidoro Aiello, l’ansia conoscitiva che sta alla base del «mito» greco, che Nietzsche ha saputo indagare senza timori reverenziali, individuando in Socrate colui che ha messo fine alla tragedia superando l’equilibrio tra spirito apollineo e spirito dionisiaco. Uno sforzo, quello nicciano, volto a «scandagliare l’anima», secondo Isidoro Aiello, per trovare risposte:

«Forse sei ancora abbracciato / a quel cavallo di Torino / sei una corda tesa fra due torri / scandagliare l’anima è il tuo mestiere. / E così sarebbe tutto umano / troppo umano? / A volte invidio i tuoi baffi / la tua aria trasognata» (Nietzsche, ivi, p. 12).

Ed io ricordo Isidoro, mio compagno di classe al ginnasio, apparentemente assente, «trasognato», come Nietzsche, lontano con i suoi pensieri dalle lezioni scolastiche, ma in realtà presente, ma proiettato in avanti, pensoso, impegnato a riflettere, magari ancora in forme elementari, sul significato di quel «mito» greco che i professori cominciavano a rappresentarci. Entrambi, poi, pur seguendo strade diverse nella vita, abbiamo continuato a riflettere sul mito, sulla sua dimensione di «racconto», che apparentemente parla di dei, semidei ed eroi, ma in realtà, come ha osservato Mario Untersteiner, recensendo nel 1947, al loro primo apparire, i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, parla degli eterni problemi degli uomini.

Isidoro Aiello vive nella Magna Grecia, così chiamata perché, ad un certo punto, i coloni greci che l’abitavano divennero più numerosi di coloro che vivevano nella madrepatria. E la sua poesia è impregnata del «mito» classico greco. La sua opera più importante, a mio avviso, è Il mare di Senofonte, che richiama simbolicamente l’impresa dei mercenari greci, i quali, chiamati da Ciro il Giovane a sostenerlo con le armi nello scontro che l’opponeva al fratello Artaserse II per la successione al trono di Persia al padre Dario II, morto nella battaglia di Cunassa il contendente che li aveva assoldati, sono costretti ad una lunga marcia, piena di insidie e di scontri con l’esercito persiano di Artaserse II, finché arrivano a Trebisonda, e, alla vista del Mar Nero e, di fronte, della madrepatria, gridano «thálatta, thálatta». Il mare, dunque, come fonte di salvezza, ma anche del mistero della vita, che impone uno sforzo conoscitivo agli uomini, e, in particolare, ai poeti. Ritorna l’immagine di Ulisse e del suo «nóstos» infinito, ma anche quella de Il vecchio e il mare di Hemingway, della sfida che il vecchio marinaio lancia a se stesso nel confronto con il mare, con la sua forza arcana, che sembra essere depositaria di tutti i misteri dell’universo. Un’immagine, questa, che forse è stata presente alla mente di Isidoro Aiello nella composizione della poesia Amo:

«Pazientemente il pescatore / attorciglia la lenza all’amo. / In genere l’esca migliore / è l’acciuga salata. / Non si sa se sia più stanco / di vivere il pescatore o il pesce. / In ogni caso un destino li lega: / il mare» (Amo, ivi, p. 66).

Entra qui in gioco il destino, che, grecamente, sovrasta gli uomini. Cesare Pavese, occupandosi di Melville, ha sottolineato il furore conoscitivo del capitano Achab nella ricerca di Moby Dick, la Balena Bianca, simbolo del Male, ch’egli intende combattere con la sua carica morale quacchera. La stessa ansia conoscitiva anima Isidoro Aiello e le sue poesie. Non c’è in lui un semplice bisogno «biologico» di scrivere, come in Cattafi, nella rappresentazione che ne dà Giovanni Raboni, ma un “progetto” conoscitivo, un desiderio di sottoporre la realtà ad un’analisi razionale che consenta di penetrare il significato ultimo dell’esistenza umana.

E’ stato sempre Cesare Pavese, studiando l’opera di Edgar Lee Masters, a richiamare le parole dello scrittore americano, il quale ha identificato, come caratteristica del pensiero greco classico, il pensare «in universali», cioè l’avere una concezione generale del mondo. Questa dimensione universale del pensiero, però, manca, secondo Pavese, a Lee Masters, vittima della «grande angoscia americana», che consiste nel non avere una visione complessiva della vita. Al di sotto del «velame dei versi» di Isidoro Aiello c’è, invece, questo pensare «in universali», questa concezione generale del mondo, che è il presupposto per cambiarlo. C’è l’amore profondo per i poveri, gli emarginati, i reietti, che, purtroppo, nella società “opulenta” popolano i marciapiedi:

«Oggi sul marciapiede / ho incontrato un angelo / gentile luminoso trasparente / perdeva piume. / Alla fine mi ha parlato / della sua nuvola di stracci» (Specchio, ivi, p. 16).

I poveri sono, dunque, «angeli», messaggeri di Dio, che chiamano gli uomini alle loro responsabilità nei confronti del prossimo e alla solidarietà, perché ogni essere umano, per il fatto stesso di essere nato, merita di essere accolto nella “grande famiglia” a cui tutti apparteniamo per volontà divina. Esiste una chiara «assiologia», un sistema di valori positivi, nella poesia di Isidoro Aiello, fondato sull’amore per i poveri e sulla pace, contro tutte le guerre e la corsa sfrenata ed insensata agli armamenti:

«Sei un tenace fabbricatore / di armi: facilmente passi / dall’arco alla fionda / dal mitra alla Smith & Wesson / dal caccia all’atomica / dall’ariete alla catapulta / dal carro armato alla lupara / dalla portaerei alla bomba H. / In cima a tutto sventolano / bandiere suadenti / da collezionare / da mandare a memoria» (Armi, ivi, p. 50).

E’ forte nel poeta la consapevolezza che «alla fine vince Amore» (La mano, ivi, p. 32) e che bisogna lavorare ogni giorno per questa vittoria, non stare a guardare alla finestra. Il poeta è, nell’immaginario di Isidoro Aiello, come in Danilo Dolci, scrittore friulano trapianto in Sicilia, un «limone lunare», che infiora e produce frutti in ogni stagione, un «vero lottatore» che resiste a tutte le insidie e combatte ogni giorno le sua battaglia per far prevalere il Bene sul Male:

«Sono tre le fioriture del limone, / di un albero fin troppo generoso / sempreverde / da irrigare potare concimare. / Sì che è un vero lottatore / mal secco / tignola e cocciniglia / ragno rosso acaro delle meraviglie / sono sempre in agguato. / Solo il mal secco è mortale» (Zagara, ivi, p. 54).

E questa lotta merita il sorriso divino:

«Per forza di cose / all’amore mi aggrappo / la curva sinusoidale / è sempre segnata sulle carte. / A costo di un infido dolore canto / e forse dio sentendo / il mio canto sorride / se piangesse sarei triste» (Canto, ivi, p. 38).

C’è nella poesia di Isidoro Aiello, oltre al mito «regressivo» di Freud e di Jung, il mito «progressivo», «prolettico», di Ernst Bloch, che consiste nel percepire dentro di sé un travaglio, un desiderio di cambiare in meglio le cose del mondo, una spinta solidaristica a lasciare aperta la finestra per sentire se qualcuno chiama aiuto dalla strada.

:: DOMENICO PISANA: “NELLA TRAFITTA DELLE ANTINOMIE” a cura di Antonio Catalfamo

13 gennaio 2022

Franco Ferrarotti ci ha avvertito ripetutamente della perdita progressiva di ruolo, di prestigio, di significato a cui è andata incontro la parola, spodestata dall’immagine nel passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La parola è essenziale per il discorso razionale, intersoggettivo, analitico. L’immagine è seducente, sintetica, a volte ipnotica. I mezzi di comunicazione elettronica, oggi dominanti, vivono di immagini, che, sebbene suggestive, accattivanti, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Ferrarotti ha evidenziato le gravi conseguenze di tutto ciò:

«Sarà allora, inevitabilmente, destinato a trionfare il disordine teoretico, miscellaneo e gratuito, l’illusione che spontaneità ed autenticità si corrispondano, premessa del confusionarismo pratico e della caduta di ogni vincolo logico, dal principio di non contraddizione alla “consecutio temporum”» (La parola e l’immagine, Solfanelli, Chieti, 2014, p. 73).

Il rischio è che nessuno sappia più ragionare in termini logici, che si giunga ad una confusione delle idee, al caos linguistico, a una notte in cui tutti i topi sembrino bigi, in cui non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto: insomma a una nuova Babele. In più l’immagine schiaccia la realtà sul presente, cancella la memoria, che non è più utile esercitare, perché si presuppone che sia tutta ben custodita “in salamoia” nella scatola del computer. Assistiamo, dunque, ad un assalto subdolo alla memoria, dall’«interno»: nel momento stesso in cui si finge di volerla potenziare con il ricorso alla tecnologia in realtà la si svilisce, la si devitalizza, oscurando «il sottile, meandrico processo in base al quale il passato ridiventa esperienza presente» (ivi, p. 72). Ma, osserva Ferrarotti, «senza la memoria l’essere umano si svuota; emergono gli uomini di paglia, gli uomini vuoti, gli “hollow men”, che il poeta (T. S. Eliot) ha previsto oltre mezzo secolo fa: caracollanti, disorientati abitatori della “terra guasta”, della “west land”. La memoria nasce invece dall’incontro fra cielo e terra, e proprio la terra, Gea ‒ racconta la mitologia classica ‒ giace per nove notti con Zeus e sono così procreate le nove Muse, di cui la memoria, Mnemosúne, è la primogenita» (ivi, p. 74). La memoria ha, infatti, in sé qualcosa di prodigioso, di soprannaturale, condensa in sé l’umano e il divino, e, perciò, non può essere archiviata in una scatola, seppur tecnologica, ma passiva, che non è in grado di riflettere, di ragionare, di assumere un atteggiamento critico o autocritico.

Questi scenari apocalittici si sono concretizzati in una raccolta poetica di Domenico Pisana: Nella trafitta delle antinomie, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020. L’autore è un personaggio poliedrico: teologo formatosi, fra l’altro, presso la Pontificia Università Lateranense, docente di religione nelle scuole, poeta, scrittore, saggista e critico letterario, giornalista, presidente del Caffè Letterario “Salvatore Quasimodo” di Modica. Questa sua cultura “prismatica” emerge in maniera dirompente dalla presente raccolta poetica, che presuppone, per l’appunto, profonde conoscenze storiche, politiche, letterarie, teologiche. A dominare la scena è il caos linguistico della società italiana (e non solo) attuale:

«Le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo ‒ forse ‒ dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano» (Le lingue incespicano, ivi, p. 15).

Siamo giunti alla Babele linguistica diagnosticata con acutezza d’analisi da Ferrarotti:

«Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti» (Il paese piega su Babele, ivi, p. 31).

E ancora:

«Viviamo di pensieri che non sono Parola, / si contano sillabe, suoni e insulti / si plagiano bellezze, costruiscono gabbie / si appicca il fuoco, si colorano le nuvole, / diventano amore, odio, inferno e paradiso. // Bruciano parole per reggere tesi, costruire / castelli con muri di cinta, frugare / nell’anima di uomini soli, si ergono sepolcri / e accendono fiaccole, sono lame e carezze, / miele e fiele, rose e spine» (Pensando di cambiare, ivi, p. 41).

Questo “neo-lalismo” (per recuperare un termine gramsciano), questa patologia del linguaggio, assume forme diverse, ad esempio forma dicotomica o “antinomica” (da qui il titolo della raccolta), di “doppia verità”, buona per tutti gli usi, specie ad opera dei politici, che sogliono parlare con “lingua biforcuta”. Un esempio eclatante dell’ “inquinamento linguistico” che ormai domina la scena politica in Italia è costituito dal solito rituale delle manovre finanziarie, che dovrebbero risolvere i problemi della povera gente, mentre in realtà producono l’effetto di rendere i ricchi sempre più ricchi, in un Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e l’altro 90% deve dividersi il rimanente 30% (Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 41):

«Di manovre lo stivale ne ha calzato diverse, / ora nell’ombra, ora nella luce, ora nei chiaroscuri / della notte, E siamo ancora qui: con poveri / più poveri e ricchi più ricchi. Una volta popolo, / poi popolino, ora populismo, si attende qualcuno / che faccia piazza pulita: forse il tempo / vedrà populocrati suonare la cetra fra i banchi / dei Palazzi e dipingere il quadro del paese. / […] Gli accordi dell’aula, il suono dell’odio, / l’urlo dei giusti e degli ingiusti, la muraglia / che respinge lo tsunami di parole, tutto è squallida / icona d’un paese che non c’è, di un logos smarrito, / di una virtù che cede il passo a ragnatele impenetrabili» (Manovre sopra lo Stivale, in Nella trafitta delle antinomie, cit., p. 36).

Un altro esempio è rappresentato dalle riunioni internazionali, con i capi di Stato e i ministri delle grandi potenze e degli alleati subalterni, che fingono di decidere, in una macabra messinscena, ma, alla fine, lasciano tutto insoluto, speculando sulle disgrazie dei poveri del mondo, che muoiono in mare oppure lungo gli altri pericolosissimi percorsi delle migrazioni forzate:

«Erano addormentate, stamani, le luci dell’alba / al vedere il Tavolo a 28 discutere con l’arguzia, / la malizia di maschere sul palco a recitare la parte: / un rude masaniello le aveva costrette nella notte / a stare di fronte per scrivere il tutto e il nulla» (La favola di Dublino, ivi, p. 30).

Sembra essersi realizzato quel «ritiro» di Dio dal mondo terreno pronosticato qualche secolo fa da Durkheim:

«Vedo le lacrime di Dio nell’oscurità del giardino, / il suo pianto che irrompe nel silenzio d’angelici uomini, / il dolore del padre su cui sbattono / occhi livorosi e pietre di violenza. // Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio / si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero / del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare dio» (Le lacrime di Dio, ivi, p. 21).

E, invece, secondo Domenico Pisana, è necessario il ritorno di Dio, il ritorno del Verbo, attraverso la poesia e i poeti, «artigiani del verso, profeti di parole che sognano / l’umano, amano l’umano, vogliono l’umano» (La verità è nel tanfo delle paludi, ivi, p. 32). Il poeta è, dunque, «fragile costruttore di sogni», «un uomo che cammina controvento attaccato / al filo di speranza che vince la disperazione» (Sono solo un uomo, ivi, p. 42). Acquista qui concretezza la religiosità nuova di papa Francesco, che non dev’essere invocazione egoistica della propria salvezza personale, bensì forma d’intervento nella realtà per cambiarla, a vantaggio di tutti, partendo dai poveri e dai diseredati, alimentando la speranza, che, secondo David Maria Turoldo, è, tra le virtù teologali, la più importante: perderla significherebbe la fine dell’umanità. E, allora, è necessario il ritorno alla «lingua di Dio», cioè alla lingua della misericordia, della solidarietà, dell’aiuto e dell’emancipazione dal bisogno del prossimo:

«Hablamos, ritorniamo a parlare la lingua di Dio / vero, a respirare le voci dell’aria con gli occhi / illuminati dall’amore, fermare le falci che vogliono / tagliare le radici antiche del pioppo. / Comincia tu, terra madrilena che temi la scissione, / Europa che parli d’unione stringendo la bocca; / prosegui tu, mia Italia, terra di poeti e romanzieri, / di artisti, musicisti e bellezze maestose, che soffri / di rancori distesa come un manto di menzogne / sopra il mare inquinato dall’olio di antiche ideologie. // Hablamos, parla tu, barca di Pietro invasa dalle onde, / lascia il canto di voci stonate e spargi il profumo / nella notte con parole di Luce che aprono le tombe, / con spighe di grano che saziano la fame, parole di fede / che riempiono di speranza i giardini dell’anima. // Hablamos, parliamo, tutti noi emigranti ed esiliati / nel campo dei sospetti, nella terra globale ove / voliamo come uccelli, senza volare nel sogno / dell’unione e dell’amore, liquidi tra nubi grigie / nel mare della solitudine, foglie bagnate di tristezza» (Hablamos!, ivi, pp. 44-45).

E’ necessario, infine, quel «ritorno all’uomo» che Cesare Pavese, dalle colonne de «L’Unità» di Torino invocò, il 20 maggio 1945, subito dopo la Liberazione, contro gli effetti disumananti prodotti dalla dittatura fascista, contro l’inquinamento delle parole che la propaganda demagogica del regime mussoliniano aveva determinato, auspicando un ritorno al significato primigenio delle parole stesse, alla loro aderenza alla realtà vera, come nocciolo alla polpa, perché poveri uomini, come noi, attendono quelle parole di conforto, di speranza, di cambiamento sociale, e non pronunciarle significherebbe tradirli. Questo «ritorno all’uomo» deve passare in Italia attraverso un ritorno allo spirito della Carta costituzionale, che Domenico Pisana così celebra nel settantesimo anniversario della sua entrata in vigore:

«Uomini e poche donne lasciarono boscaglie, rivissero / nell’aula i brividi degli obici e gli occhi videro balconi / di democrazia negli articoli bagnati dal sudore / del confronto nelle notti del parto approdato all’unità. / […] Sei bussola che riluce nel grigiore / dei palazzi e nell’oscuro spineto della corruzione; / non sei immortale ed immutabile, ma non voglio / che fazzoletti ti coprano la faccia, né tarme e tignole / corrodano latenti e silenziose il fiore che a 70 anni / in te ancora brilla e vive» (Sei bussola che riluce nel grigiore, ivi, p. 62).

E, assieme alla Carta costituzionale, è necessario che ritorni (per riprendere la felice definizione di Ferrarotti) la «civiltà del libro», che, nei secoli, anzi nei millenni, ha stimolato l’uomo a riflettere, su se stesso e sul mondo, ricavando da quest’analisi razionale i veri valori:

«C’è il libro, diletta compagna / distesa ai miei occhi / a un tramonto che non ardisce distrarci. // Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco, / negli scaffali dorme l’umanesimo / ed il presente lo invoca tra polvere di stelle; / e ogni parola, pensiero e sentimento / che noi beviamo nel silenzio della sera / rende liquida la stessa aria, / la stessa discesa della notte / che ci sorprende con gli occhi aperti / a scrutare pagine su pagine» (C’è il libro, diletta compagna…, ivi, p. 56).

E l’«umanesimo», come ha scritto Cesare Pavese («La Rassegna d’Italia», 5 maggio 1949), «non è una poltrona» su cui adagiarsi, un qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma continua ricerca, che va alimentata ogni giorno con pazienza e nuovi valori sani, in linea di continuità con quelli antichi, stabilendo l’armonia necessaria tra i vari tempi della storia: passato, presente, futuro.

Sono quelle di Domenico Pisana parole semplici, limpide, che attendevamo da tempo e finalmente sono arrivate, restituendoci la poesia della vita, l’unica che merita di essere realizzata.

:: Una raccolta di testimonianze e di documenti COMUNISTI IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA Un libro utile alle vecchie generazioni per ricordare ed alle giovani per imparare a cura di Antonio Catalfamo

31 dicembre 2021

L’immagine che i giovani d’oggi possono avere, attraverso i mass-media, di quel che fu il Partito comunista italiano è quella di un esercito di “spioni” al soldo di Mosca perennemente in ascolto, dietro ogni porta, ad ogni angolo di strada, per captare notizie riservate da trasmettere ai padroni d’oltre cortina. E ancora, di una massa di individui cinici disposti ad accettare tutti i crimini commessi in nome del comunismo, debitamente equiparato al nazismo. In realtà, questi “spioni”, a conti fatti, risultavano un po’ troppi, se è vero, com’è vero, che, ad un certo punto (intorno agli anni Settanta del secolo scorso), un elettore su tre votava in Italia per il Pci, in alcune aree del Paese (le cosiddette «zone rosse» dell’Emilia Romagna, della Toscana, e di altre regioni del Centro-Nord) addirittura uno su due. Si trattava dei settori più evoluti economicamente, socialmente e culturalmente della penisola. Ma questo i giovani, in grande maggioranza, non possono saperlo, perché nessuno glielo ha detto.

Ben vengano, allora, raccolte di documenti e di memorie come quella ora pubblicata dalla Fondazione Luigi Longo con un titolo suggestivo, che invita subito alla lettura: Una lunga storia… Racconti e materiali del P.C.I. di Alessandria (Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme, 2021, s.i.p.). Si tratta di testimonianze rese da militanti comunisti, operanti ai vari livelli e in varie epoche storiche, in una delle aree geografiche, quale fu, per l’appunto, quella dell’alessandrino, in cui il Pci era particolarmente presente, con punte del 40% dei consensi elettorali. Sfogliando queste pagine, si viene a formare nel lettore un’immagine completamente diversa da quella imposta dal sistema informativo e mass-mediatico dominante. Emerge un esercito di persone in carne ed ossa, ognuna con proprie caratteristiche personali ed umane, propri sentimenti, propri retroterra culturali, accomunate da una stessa ideologia politica, il comunismo, per l’appunto, ma profondamente diverse tra di loro, orgogliose della loro individualità, continuamente rivendicata. Operai e operaie di fabbrica, che spesso hanno radici familiari che affondano nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale, che combattono battaglie fondamentali per l’acquisizione di diritti economici, sociali, politici, che rappresentano una pietra miliare per l’avanzamento civile del Paese. Intellettuali di valore, che si mettono al servizio della causa, svolgendo anche compiti “umili”, come distribuire la stampa di partito o “d’area” («L’Unità», «Rinascita», «Il Calendario del Popolo», «Vie Nuove», «Noi Donne»), oppure attaccare manifesti nella notte. Uomini e donne che vanno incontro a repressioni poliziesche sanguinose, persecuzioni politiche, traversie giudiziarie, emarginazione sociale, fino alla miseria. Tutto ciò viene affrontato in nome di un ideale concreto, mai astratto, dogmatico, profondamente calato nella realtà italiana, conforme ai bisogni della gente comune, la cui emancipazione rappresenta l’obiettivo primario dell’azione individuale e collettiva. E’ stata questa la parte migliore del Paese, quella che ha dato il contributo più importante per lo sviluppo e il progresso in tutti i campi.

Sarebbe difficile dar conto, seppur riassuntivamente, di tutte queste storie. Fra l’altro, toglieremmo al lettore il piacere di scoprirle, o riscoprirle (per chi le ha condivise), personalmente. Indichiamo solamente, come emblematica di una situazione generale, quella di Adriano Icardi. Nato a Ricaldone, classe 1941, in una famiglia d’origine contadina, antifascista e di sinistra. Già il padre è consigliere comunale eletto nel suo paese in una lista social-comunista. Il fratello di Adriano, Celestino, diventa sindaco di Ricaldone nel 1980 e rimane in carica fino al 2004. Anche il Nostro s’incammina in giovane età sulla strada dell’impegno politico e culturale. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova, dove si laurea, intraprendendo l’insegnamento. Partecipa alle proteste operaie e studentesche del 1960 contro il governo Tambroni e contro la decisione di consentire al Movimento sociale italiano, partito neofascista, di tenere il proprio congresso nazionale proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale ad Acqui Terme, nelle file del Partito comunista, del quale a poco a poco diviene uno dei massimi dirigenti a livello locale e provinciale, in una lista guidata dall’avvocato Raffaello Salvatore, che diventerà sindaco da lì a poco. Diviene giovane assessore alla cultura, organizzando grandi mostre delle opere di Felice Casorati, Carlo Levi, Giorgio Morandi, Carlo Carrà e Renato Guttuso. Organizza, inoltre, per un ventennio, il prestigioso Premio Acqui Storia. Fa anche l’esperienza di sindaco di Acqui Terme, a partire dal maggio 1982, a capo di una giunta minoritaria comunista, a causa delle divisioni della sinistra negli anni del “craxismo” imperante. Nel 1992 viene eletto al Senato nella lista di Rifondazione comunista, nel collegio Acqui-Ovada-Novi, con una percentuale di consensi che lo colloca al primo posto a livello nazionale, nell’ambito del suo schieramento. Conosce anche le esperienze di consigliere provinciale, assessore alla cultura, presidente del consiglio provinciale, ad Alessandria, dal 1995 al 2009.

Un caso emblematico, quello di Adriano Icardi, di dirigente comunista d’origini contadine, il quale, nell’azione, coniuga impegno politico e culturale, contribuendo, in tal modo, al progresso complessivo della società.

La memoria racchiusa nelle pagine del volume che qui stiamo presentando è importante oggi non solo per ristabilire la verità storica su quello che è stato il Partito comunista italiano, contro l’immagine che ne viene data nell’ambito del “revisionismo storico”, ma anche per capire perché questa esperienza, così vitale e feconda, è venuta meno. Il Pci è stato sciolto, a conclusione di un lungo processo di logoramento e di crisi, che va analizzato nella sua complessità e nella sua articolazione. Tutto ciò non è avvenuto da un giorno all’altro, le matrici causali sono remote e risiedono nel modo stesso in cui il partito si è sviluppato nel corso dei decenni. E in questo processo, nelle scelte fondamentali che sono state compiute, vanno cercate le ragioni della sconfitta e dell’estinzione (o quasi) del movimento comunista in Italia. Questa analisi serve anche a capire come uscire dall’attuale “impasse” e come rilanciare tale movimento per farlo rinascere, in una vita rinnovata, però. Una riproposizione delle esperienze passate, compresi gli errori, non avrebbe senso, non gioverebbe, né sarebbe storicamente possibile.

Ci limitiamo a fornire alcuni elementi di riflessione e di valutazione. A che cosa è dovuta la crisi del comunismo a livello internazionale e nazionale? Possiamo constatare, innanzitutto, che la tensione rivoluzionaria viene meno dopo due generazioni. Così è successo nella Rivoluzione Francese, nella Rivoluzione d’Ottobre e in seno al Partito comunista italiano. La spinta propulsiva proveniente dal basso si esaurisce progressivamente e viene scoraggiata dall’apparato burocratico del partito, nell’esperienza comunista, che si impadronisce delle redini del potere in maniera incontrastata, mettendo fine al processo democratico che è necessario affinché una forza rivoluzionaria si rinnovi continuamente e sia in grado di incidere positivamente nella realtà per cambiarla. Nella particolare esperienza italiana, non si è realizzato appieno il modello di partito che Gramsci aveva delineato, nei “Quaderni del carcere”: un partito di massa, ma, nel contempo, molto selettivo nella scelta dei militanti e dei dirigenti, ai vari livelli, in grado di rappresentare un’alternativa alla società capitalistica, soppiantandola nel lungo termine. Per converso, il partito è stato assorbito da questa società, è divenuto dapprima “coscienza critica” e, successivamente, parte integrante di essa, eliminando ogni profilo non solo alternativo, ma, per l’appunto, critico.

Un limite teorico molto grave è stato rappresentato da una visione dogmatica e schematica del “materialismo storico”, contrapposto a quello di stampo gramsciano, che, sulla scia di Antonio Labriola, valorizza la componente volontaristica ed il rapporto dialettico, la reciproca influenza, fra “struttura” e “sovrastruttura”. Il materialismo gretto ha portato ognuno, a partire dal singolo militante, a pensare solo a se stesso, ai propri interessi personali e familiari, alla propria emancipazione, e basta.

La “questione comunista” in Italia (e nel mondo) si può dire tutt’altro che “chiusa”. Viviamo in una società nella quale, secondo il sociologo Franco Ferrarotti, il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e il restante 90% deve dividersi il 30% della stessa. I ricchi tendono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il divario sociale è destinato ad aumentare. Franco Ferrarotti, pur non essendo un marxista, prende molto sul serio il problema della “polarizzazione tendenziale” della ricchezza di cui parlava Marx, così come paventa la possibilità dell’incepparsi del meccanismo fondamentale del capitalismo, a causa della contraddizione fra “sovrapproduzione” e “sottoconsumo”, conseguente al progressivo impoverimento della società.

Questa realtà drammatica impone la presenza di un forte Partito comunista. Sono in corso vari tentativi, da seguire con attenzione e con ponderazione. Chi ha più tela tessa. Si tratta di un processo lungo, ma inevitabile. Nei momenti difficili sovvengono le lezioni dei grandi maestri. E’ il caso di Ludovico Geymonat. Nel volume intitolato “La civiltà come milizia” (a cura di Fabio Minazzi, La Città del Sole, Napoli, 2008), egli denuncia la “crisi gravissima” dei partiti della sinistra e dei sindacati, i limiti dello stesso assetto istituzionale del Paese, fondato su un “regionalismo burocratico”, nonché della stessa Costituzione, che è tra le più avanzate del mondo occidentale, ma anche tra le più inapplicate (ivi, p. 82). Ripropone il problema dell’esistenza di una forza comunista, ma, nel contempo, allarga l’orizzonte dell’impegno politico e civile di ogni uomo, e, quindi, di ogni comunista, valorizzando l’impegno culturale, volto a far nascere l’ “autonomia critica” di ogni individuo e della collettività, e la “solidarietà attiva” tra le diverse persone, che debbono aiutarsi reciprocamente, anche nel soddisfacimento dei bisogni materiali più immediati ed elementari, ed acquisire la consapevolezza che solo attraverso l’unità si possono modificare le situazioni che apparentemente sembrano insuperabili (ivi, p. 96). E’ necessario per ogni comunista far tesoro di questa lezione preziosa di civiltà e di umanità. Luis Sepúlveda ha detto giustamente che il comunismo del ventunesimo secolo dev’essere caratterizzato da una forte componente etica.

Assieme agli insegnamenti di Geymonat bisogna far tesoro di quelli di Franco Ferrarotti (“Dalla società irretita al nuovo umanesimo”, Armando editore, Roma, 2019). E’ necessario riacquisire i ritmi e la nozione del tempo propri della vecchia società contadina, di contro alla dinamicità inconcludente e senza obiettivi della cosiddetta “società capitalistica matura”. Muoversi come gli uomini di campagna di una volta, che avanzavano lentamente, attenti a dove mettevano i piedi, alle asperità del terreno, ponderavano non solo ogni movimento, ma anche ogni decisione, perché, nel “mondo della penuria”, è necessario risparmiare energie, sia fisiche che mentali. Nello stesso tempo, bisogna recuperare le “regole auree” dei nostri antenati greci e latini (ivi, p. 138): “Ne quid nimis” (“Nulla in eccesso”); “Festina lente (“Affrèttati lentamente”); “Age quod agis” (“Fa’ quello che fai”). E’ necessario, dunque, darsi obiettivi lungimiranti, senza abbandonarsi alla quotidianità, ma perseguirli con calma, con ponderazione estrema.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura di Monica Biasiolo

17 dicembre 2021

La letteratura è, insieme alla parola del poeta, in primis la parola dell’uomo che, con essa, difende di solito la sua libertà e i suoi valori, criticando spesso un sistema di relazioni e di poteri che lo inghiottiscono. La reazione al sopruso e alla violenza è destinata a sfociare spesso nella rivolta, e tale è anche quella dei «demoni ballerini» che dà il titolo alla nuova raccolta di versi di Antonio Catalfamo edita dalla casa editrice Pendragon e accompagnata da un’esaustiva e ricercata prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e un altrettanto documentato e ampio saggio di Alfredo Antonaros. Di Antonio Catalfamo scorrono nella mente di chi lo conosce numerosi studi di critica letteraria e nomi che hanno fatto la storia della letteratura, nomi che rendono testimonianza della versatilità e della profonda cultura dell’autore: da Dante a Boccaccio per passare a Giulio Cesare Croce e poi ancora al Settecento fino ad arrivare alla «critica integrale» di Gramsci, attraversare gli anni di Pasolini e non solo. Ma Catalfamo è da sempre anche poeta; un esercizio, quello della poesia, già sostenuto da diverse sillogi (la prima datata 1989), che racchiudono squarci di vita vissuta e assetate di giustizia sociale, che trasudano lotte tenaci e miti che hanno come protagonisti principali gli umili, gli oppressi; e versi che non devono essere certamente disgiunti dall’attività di esegeta di Catalfamo. Fatti, avvenimenti, paesaggi geografici, ma soprattutto antropologici, si intrecciano nelle liriche, dispiegando un tessuto narrativo che avvince e coinvolge perché fedele sguardo sulla realtà. Dal forte retroterra autobiografico, la poesia che scorre dalla penna di quest’autore siciliano è innanzitutto ritratto ed espressione di incessante impegno umano e civile; perché lo scrittore non si deve sottrarre al quotidiano, ma esperirlo in tutte le sue sfumature e contraddizioni, e non può non ricordarsi di nulla o ‘solo di qualcosa’.

Li si voglia chiamare con il già citato epiteto di «demoni ballerini» o più comunemente pastori-contadini siciliani, o ancora «spiriti ribelli o rivoluzionari», le voci di questi protagonisti emergono dalle belle pagine di Catalfamo che racconta gente e situazioni, afferrandone i particolari, in un’iconografia che non mostra mai un’immobilità asettica e distaccata. I volti e i gesti narrati parlano di passione, voglia di osare e di lottare. Poesia che dà nome ed esistenza alle cose, quella del poeta nato in provincia di Messina nomina (e nominandoli li fa propri) sentimenti, idee e propositi, facendo percepire l’emergenza e la sostanza di un reale che si sfrange tra presa di coscienza e conoscenza, essenza e sostanza, sguardo alla società e denuncia dei misfatti di una politica ignara e assente perché, come anche scriveva il premio Nobel Elias Canetti in Die Provinz des Menschen – Aufzeichnungen 1942-1972, «[c]hi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo». Del resto la giustizia, come diceva Solone usando la stessa metafora della tela del ragno, «trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi». La poesia, in Catalfamo, consapevole delle illusioni, si pone domande, non indugia a descrivere interessi e impotenza, non si vergogna di chiedere e di smascherare contraddizioni e ipocrisie vendute come oro colato; immagini forti, truci, tragiche, come quelle di corpi penzolanti «ancora dal cappio», con «i piedi sospesi nel vuoto», di «ville abusive [che] crescono», di miseria e disperazione; reminiscenze mitiche e mitologiche; padroni, potenti e prepotenti; vecchi compagni; «il dolore / di ferite che non vogliono guarire: / sotterranee, come un fiume carsico, / [e che] squarciano il cuore»; tradizioni antichissime e ancestrali nel cuore di un Sud magico e di straordinaria potenza visiva, come quello che colora il mondo contadino di Carlo Levi. E, scorrendo le pagine della raccolta, vengono in mente precise parole leviane:

«I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di un’eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana […]».

Come in Levi risorge poi in Catalfamo l’uomo di fronte alla massa, l’umanità davanti alla disumanizzazione perpetrata da un sistema che prevede e basa la sua labile spettacolarità nella creazione e mantenimento di dislivelli dicotomici: «sopra,» si legge in La mia poesia,

«i padroni di terre, / con i magazzini pieni di vino, olio, / formaggio gonfio, panie di fichi secchi, / pomodori invernali e agli / intrecciati a ghirlanda. / Sotto, i contadini, che prendono / la decima nel riparto dei prodotti, / gli artigiani, pagati a merito / con una bottiglia di vino».

«[A]mbasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo», alla pari ancora una volta dello scrittore torinese giunto ad Eboli, Catalfamo scatta, con i potenti versi di questa sua nuova raccolta, una serie di eloquenti fotogrammi in successione dell’esistere umano di cui si erge a testimone e custode. «E così nasce, […]» scrive in chiusura di uno dei componimenti facenti parte della silloge, «la poesia»: Catalfamo invita il lettore a seguirlo in un viaggio alla riscoperta dell’“esperienza”, di una parola che non si piega al volere della “comunicazione standardizzata”, di una poesia che si erge a ‘ideologia’. Si costituisce in queste pagine una scrittura che svela, raccontandoli, riti e memorie che, nella poesia, cercano l’uomo e che tornano sulla pagina per testimoniare, insieme al loro esistere, la loro valenza mitica, non relegata all’archetipo, bensì presente e viva sempre e ovunque, nel presente come nel futuro. Concordanze, contaminazioni, compenetrazioni e una forte coralità: queste sono alcune delle caratteristiche precipue della poesia dello scrittore siciliano; una poesia fatta di protagonisti che, come il poeta (e attraverso la voce del poeta), mettono in dialogo la propria storia di persone, e in cui convergono nondimeno altre importanti voci, quelle dei «compagni poeti», autori in cui Catalfamo si riconosce (Majakowski, Fenoglio, Quasimodo, ma anche Neruda, Nâzim Hikmet, Ghiannis Ritsos, ecc). Il risultato è una rappresentazione uditiva polifonica della storia; una storia che, sempre tradotta in una parola immediata, duttile, riflessa, come quella di Montale, e al contempo fortemente icastica, non si esaurisce nel passato, perché la «poesia», scrive Catalfamo, «mi serve / a raccontare» e «[s]olo la poesia può lenire i dolori della vita». Che cos’è allora la poesia se non strumento conoscitivo privilegiato che rivela l’essenza dell’universo delle cose e se non mezzo “salvifico” di fronte a una realtà in cui l’uomo rischia di perdere il senso soprattutto di se stesso?

Tra gli intertesti la critica non ha mancato giustamente di ricordare come nomi centrali quelli di Pavese e Vittorini, ma sono anche altri i modelli e i riferimenti intertestuali contenuti nella lirica dello scrittore. Mito, storia e poesia (come recita anche il sottotitolo del lavoro critico dell’autore su Rocco Scotellaro, autore citato del resto anche esplicitamente in uno dei componimenti della raccolta), si intrecciano in maniera organica, mentre alcuni passi paiono evocare per la successione dei ritratti commoventi e crudi che presentano le pagine della Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters. Nella raccolta, troviamo, in modo analogo alla silloge dello scrittore americano, un po’ tutti: il maestro, la Carabiniera, il calzolaio, la madre, il prete, il padre, il contadino, il compagno operaio, il primario, l’infermiera, il sindaco-poeta, ecc. Eppure, allo stesso tempo, è il collettivo a guadagnare un posto di primo piano: a fianco dell’individuo è infatti il gruppo come tale a dominare il palcoscenico della scrittura di Catalfamo; sono i braccianti, i notabili, il clero, i poveri, i padroni, i lavoratori e i disoccupati, i vecchi combattenti… Là una piccola cittadina della provincia americana e la presentazione di una galleria di 248 personaggi che descrivono le vicende di un microcosmo morale fornisce a chi lo legge un nuovo modo di guardare le cose e l’umano. Anche per Catalfamo, come per Masters, è importante recuperare la memoria per scoprire se le cose sono cambiate rispetto al passato. E non paiono esserlo. Nella raccolta dello scrittore nato a Barcellona Pozzo di Grotto, formata da 53 componimenti in totale, una parola è ripetuta in modo quasi costante: si tratta del termine «compagno/i», abbinato alla fede politica comunista dell’autore; un comunismo, quello del poeta, considerato non solo nella sua storicità e nei ricordi delle figure del padre e del nonno, ma anche come fenomeno non storicizzato, ovvero nel suo significato di necessario momento evolutivo, di umanesimo in senso gramsciano, di progetto per cambiare la realtà quotidiana delle cose. In La malora, lirica del 2014, il compagno, nel ventaglio di figurazioni della presentazione fatta, è uno e molteplice ad un tempo. Fotografato nella sua attività è lui che

«coltiva la pianta del comunismo / la difende dalle tempeste / e dalle erbe malsane / del tradimento».

Sono parole, quelle di Catalfamo, che non lasciano margini di incertezza interpretativa, anche quando lo sguardo si ferma su topografie, le cui coordinate geografiche arretrano per diventare documentazione e ricerca storico-antropologica, contenitore di pensieri e immagini. È il caso di Trieste, «città mito-poietica», di Saba, metropoli multietnica e cosmopolita, e allo stesso tempo «la città dei rastrellamenti / e della Risiera, / del fascismo», «dei partigiani», ecc.; ma anche di altri luoghi legati a richiami culturali di eccellenza, come della Casarsa di Pasolini, «il giovane poeta» fuggito da un «Friuli bigotto […] verso altri mondi», eppure fedele «[al]la religione dei […] [suoi] avi contadini».

Il mosaico del tempo tracciato nelle pagine di Catalfamo ricopre, così come il passato, le ombre più profonde del presente attuale: disonestà e cupidigia economica vengono fissate in modo tenace nei versi in cui il poeta ritrae in modo vivido e senza eccessi l’Italia dell’era Covid, mettendo nero su bianco il noto, senza parole inutili.

Ascoltiamole le parole di questa silloge, che non nascondono, ma mostrano l’esigenza di portare alla luce e cogliere significati, di arrivare fino in fondo; e con questo, «[m]ito e rivoluzione», che è necessario cogliere nell’attimo e su cui riflettere. Sì, esse sono qualcosa su cui riflettere.

:: Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!, A.G.A.R., Reggio Calabria, 2019; Non dirmi che ho amato il vento! , A.G.A.R., Reggio Calabria, 2021 a cura di Antonio Catalfamo

17 novembre 2021

La letteratura italiana è in crisi da parecchio tempo, tanto che nel 1997 gli accademici di Svezia dovettero conferire il Premio Nobel per la Letteratura a un drammaturgo come Dario Fo, perché evidentemente ritennero che non ci fosse in Italia un “letterato puro” a cui assegnare l’ambito riconoscimento. Questa crisi non deriva tanto dalla «struttura» (intesa marxianamente come base economica e sociale), in quanto essa può servire, anzi, nei suoi momenti di difficoltà, a far emergere una “letteratura di denuncia” dei mali della società, quanto dalla «sovrastruttura», cioè dalla decisione delle grandi case editrici, in mano ai monopolisti dell’informazione, di privilegiare una “letteratura di evasione”, con lo scopo di narcotizzare la collettività del lettori, puntando, ad esempio, sul «genere» (o «sottogenere») «giallo» (o «noir») o «rosa» (vale a dire sul libro che si legge in un’ora sulla spiaggia o la sera, a letto, prima di prendere sonno), oppure sulle «saghe» delle grandi famiglie, che hanno avuto successo nella vita partendo dal basso, per creare il mito della ricchezza anche nei poveri, oppure ancora su romanzi falsamente «storici», che, prendendo spunto dalle vicende personali ed esistenziali di alcuni soggetti, seguiti nella loro formazione, tratteggino la storia sociale che fa da sfondo e che, per l’appunto, rimane in secondo piano, a caratteri sfumati, con lo scopo di costituire una sorta di “specchietto per le allodole” o di “carta moschicida”, cioè di attirare il lettore di varia età ed estrazione sociale, il quale si riconoscerà nostalgicamente in questo o quel periodo (il Sessantotto studentesco, il Sessantanove operaio, gli anni del terrorismo e degli «opposti estremismi», ecc.), omettendo il «punto di vista» dell’autore, sul piano della «focalizzazione», o, meglio ancora, escludendo oculatamente ogni «punto di vista», in modo che ogni lettore si senta protagonista e, in un certo senso, “coautore” del libro, e lo recepisca come meglio gli aggrada, trovando magari in esso motivi di autogiustificazione.

Queste sapienti «strategie comunicative» tagliano fuori dal grande (per dimensioni, non per qualità) mercato editoriale numerose opere letterarie di valore (etico ed artistico), che rimangono marginalizzate, affidate alla generosità di piccole case editrici periferiche, che non hanno la forza di farle arrivare nelle vetrine delle librerie su una vasta area del Paese. Tutta una letteratura, che attinge specialmente ai succhi vitali del territorio, e che, in tal senso, definiamo «regionalista», viene confinata al “passaparola”, allo slancio volontaristico di chi ama veramente la cultura e si impegna a farla circolare seppur in circuiti ristretti. Così sembra finita la «letteratura meridionalista», che ebbe il periodo di massima affermazione negli anni del «neorealismo» e, poi, dell’«impegno».

Una delle “vittime sacrificali” di questo “gioco al massacro”, è, a nostro avviso, Maria Teresa Liuzzo, radicata nella sua Calabria, che ha deciso di autoprodursi, dando vita ad una piccola casa editrice, A.G.A.R. di Reggio, con la quale stampa i suoi libri di poesie e di narrativa, compresi gli ultimi due romanzi, che fanno parte di una programmata «trilogia» in via di completamento: … E adesso parlo! (2019); Non dirmi che ho amato il vento! (2021). Siamo in presenza di «romanzi di formazione», incentrati sul mondo dell’infanzia sofferta, vissuta in terre desolate e condannate all’arretratezza culturale da tutta una serie di scelte storiche che costituiscono, nel loro insieme, la plurisecolare «questione meridionale», sulla scia della migliore letteratura calabrese: La teda (1957), Tibi e Tascia (1959), Il selvaggio di Santa Venere (1977) di Saverio Strati e, soprattutto, La ragazza del vicolo scuro (1977) di Mario La Cava.

La specificità è rappresentata, innanzitutto, dal fatto che l’autrice di questi due romanzi è una donna, una di quelle donne di Calabria che dimostrano di avere, al di là dell’apparente fragilità e ritrosia, una forte tempra di combattenti, in un mondo dominato dal maschilismo estremo, una grande ricchezza interiore, una poeticità naturale che, poi, si trasfonde con perizia in arte. Possiamo dire che Maria Teresa Liuzzo si muove lungo la strada segnata da figure come Alba Florio (Scilla, 1910 – Messina, 2011), poetessa calabrese sottostimata dalla critica “togata” (ed oggi, purtroppo, quasi dimenticata), scoperta nel suo reale valore poetico da Antonio Piromalli, che, non a caso, ha voluto assegnare, nel 1993, alla Liuzzo proprio il Premio intitolato all’illustre conterranea. La Giuria era costituta, in quell’occasione, da autorevoli studiosi: oltre a Piromalli, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Lucio Pisani, Toni Iermano. Lo stesso Piromalli ha incluso la Liuzzo nella sua monumentale Letteratura calabrese, procedendo, in tal modo, ad un’attività di storicizzazione e classificazione della sua opera.

Ai caratteri della «poesia solitaria e drammatica» (la definizione è di Piromalli) della Florio sembra proprio ispirarsi Maria Teresa Liuzzo nei suoi versi e anche, per quel che ci riguarda più da vicino, nei due romanzi in questione. Protagonista di questi ultimi è una bambina, Mary, che già all’età di cinque anni scrive poesie e vive in una dimensione poetica la sua tragica esistenza, contrapponendo questa ricchezza interiore a un mondo cinico e crudele, che è quello del paese calabrese in cui è nata ed è costretta a vivere, ma è anche quello familiare, che rappresenta una sorta di «microcosmo» nel quale si riproducono tutte le brutture del «macrocosmo», costituito, per l’appunto, dall’ambiente sociale paesano.

Maria Teresa Liuzzo rinuncia programmaticamente al mito, coltivato dal suo conterraneo Corrado Alvaro, di una «necessaria realtà contadina ricca di valori» (Antonio Piromalli) e descrive il mondo paesano in tutta la sua istintiva violenza, nella sua brutalità, primitività e bestialità, quasi fosse una proiezione della dimensione del «selvaggio», del barbarico, dell’irrazionale, presente, secondo il Vico, lungo il percorso esistenziale dell’umanità. La scrittrice si discosta dalla rappresentazione idillica del mondo contadino che ha nutrito tanta letteratura, non solo meridionale, accostandosi, per converso, ad opere che sono espressione di altre aree geografiche, come Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese e La malora (1954) di Beppe Fenoglio. Ricordiamo, in particolare, che nel citato romanzo pavesiano il protagonista, Talino, ha un rapporto incestuoso con la sorella Gisella e la uccide piantandole un forcone nella gola. Tutto il mondo contadino langarolo descritto da Pavese in Paesi tuoi, così come quello de La malora fenogliana, è dominato da una cieca violenza istintiva e primordiale.

Lo stesso accade nei due romanzi della Liuzzo, a partire dal primo. Mary si trova a vivere in una famiglia dissestata, nella quale il padre non fa altro che dilapidare il patrimonio. Su di lei, a cinque anni, ricade la responsabilità di crescere i fratelli più piccoli. Si trasferisce presso parenti e qui subisce ogni tipo di violenza fisica e morale. Trova un’alternativa alla società belluina da cui è circondata nella poesia e nella religione. Lei stessa rappresenta, pur essendo una bambina, alternativa etica a quel mondo. Troviamo, dunque, nei due romanzi della «trilogia» sinora usciti quella dimensione della «moralità» (Antonio Piromalli) che caratterizza la letteratura calabrese nelle sue forme migliori, ma questa moralità non è quella collettiva, immaginata da Saverio Strati come componente fondamentale del mondo del lavoro, che, facendo leva su di essa, si autocandida a soppiantare il sistema di potere e di sfruttamento esistente in una Calabria semi-feudale dominata dal padronato, che disconosce i diritti elementari dei lavoratori, bensì la moralità individuale, che la piccola Mary ritrova dentro di sé. Una moralità che è, per l’appunto, individuale, ma non privata, in quanto la bambina, e poi la ragazza, nel prosieguo della trama narrativa e nel passaggio al secondo romanzo della «trilogia», propone di fatto, con gli stessi comportamenti, questa sua dimensione etica come esempio da seguire a tutti gli altri. La «religiosità» di Mary è in linea con quella oggi portata avanti, con spirito «neofrancescano», da papa Bergoglio, che invita l’umanità intera a fare proprio il messaggio del «santo poverello» di Assisi per cambiare in meglio la società, seppur facendo leva non su strumenti di lotta politica e sociale, bensì di natura etica. E qui l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo finisce per saldarsi con la letteratura religiosa che, all’insegna del «neofrancescanesimo» di Bergoglio, sta facendosi lentamente strada, attraverso poeti e scrittori come Elena Bartone, anche lei calabrese (trasferitasi al Nord per motivi di lavoro, ma orgogliosa delle proprie radici), anche lei tenuta ingiustamente ai margini del mondo letterario “ufficiale”, anche lei autrice di una «trilogia», questa volta in versi, dedicata a San Francesco: Francesco, nel silenzio (2015); Apostrofi di gioie sovrumane (2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (2021). Questo filone va tenuto sotto osservazione dai critici più avveduti, perché, nell’ambito della sterilità generale della letteratura italiana contemporanea, assieme a quello dei «poeti operai» (Fabio Franzin, Matteo Rusconi), è tra i pochi veramente fecondi, gravidi di presente e, ancor più, di futuro.

La religiosità di cui è portavoce Maria Teresa Liuzzo, attraverso il personaggio letterario di Mary, è quella popolare, una religiosità elementare, ma fortemente sentita, radicata nell’«io», che ha lontane scaturigini, ctonie ed ipoctonie, nell’animo delle persone buone, che, di fatto, costituiscono un’alternativa etica al «mondo vile ed infernale» (per dirla con Cesare Pavese) che le circonda. E’ stato osservato da una parte della critica il legame che esiste nei romanzi della Liuzzo tra religiosità e sentimento poetico che fa da sfondo, nonostante si tratti di opere in prosa. Il legame tra religione e poesia non è casuale, rimonta nei secoli, ed è proprio della cultura popolare. Giuseppe Bonaviri, in un’intervista, ha ricordato che al suo paese, Mineo, c’era una rocca, chiamata la «Pietra della poesia», davanti alla quale nei secoli si incontravano i poeti popolari per recitare i loro versi. Bonaviri dice che si tratta di uno dei luoghi «mitici» in cui il mondo terreno è collegato a quello sotterraneo, dal quale promanano onde gravitazionali che generano benessere spirituale per gli uomini (e ispirazione poetica), tanto che in questi luoghi spesso sorgono i templi o le chiese.

Certo l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo dimostra abilità tecnica, conoscenze “professionali”, capacità di usare le regole della «narratologia», di procedere alternando «prolessi» ed «analessi», di intrecciare i piani narrativi, pur nell’ambito di un andamento perlopiù paratattico, ma al fondo sta questa religiosità pura, semplice, espressione di poesia spontanea, cristallina, limpida, che è radicata nell’animo popolare e che ha una dimensione «mitica», che sprofonda nel «mistero».

Vogliamo, infine, evidenziare lo spessore psicologico di cui l’autrice ha dotato il personaggio di Mary, che le ha permesso di non rimanere prigioniera del «bozzettismo», che rappresenta un limite a cui non ha saputo sottrarsi lo stesso Corrado Alvaro, al pari di tanti altri scrittori meridionalisti e regionalisti, in quanto quello che viene considerato il suo capolavoro, Gente in Aspromonte (1930), risente del «naturalismo», per l’appunto, bozzettistico che inficia la letteratura «realistica» italiana degli anni Trenta del Novecento, al quale ha saputo, per converso, porre rimedio, nelle sue forme migliori, il «neorealismo» letterario dell’immediato secondo dopoguerra, anche per la sua capacità, in autori come Pavese, di innestare il «mito» sul ceppo della «realtà» (Enzo Siciliano).

:: Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Antonio Catalfamo

9 novembre 2021
A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria

Franco Ferrarotti è oggi il più lucido analista della società capitalistica contemporanea, sia nazionale che internazionale. Ha rifondato, nell’immediato secondo dopoguerra, la Sociologia nel nostro Paese, dopo che il fascismo l’aveva ridotta a poco più di niente: se non esistono più i problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha ragion d’essere la disciplina che si propone di analizzarli. Ha rivalutato la dimensione del dubbio socratico, come componente fondamentale di ogni campo del sapere, superando il dualismo platonico tra «epistéme» e «doxa» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, Armando editore, Roma, 2021), vale a dire tra conoscenza «vera» (o presunta tale), scientifica, fondata su certezze assolute, su principi matematici eternamente validi, che prescindono dalla verifica empirica, dall’«empiria volgare», e, pertanto, elitaria, appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di «filosofi», e conoscenza comune, che attinge a piene mani alla mutevolezza del reale, pretende di entrare nelle pieghe del vissuto, individuale e collettivo, per pervenire a verità relative, che alimentano il dubbio e possono essere messe continuamente in discussione. Da questo punto di vista, non solo la Sociologia, ma tutte le scienze possono essere definite «inferme» (La sociologia. Inferma scienza vera scienza, Solfanelli, Chieti, 2020), richiamando la definizione limitativa e delegittimante utilizzata da Benedetto Croce per la scienza sociologica, quasi fosse una sorta di «non scienza» o di «scienza zoppa», ma questa «imperfezione» costituisce il loro punto di forza, non la loro debolezza. La ricerca scientifica (e, con essa, la ricerca sociologica) può essere, dunque, rappresentata, secondo l’immagine suggestiva utilizzata dallo stesso Ferrarotti, come un viaggio «senza certezze prestabilite, senza prenotazioni sicure, con tutto il carico di ansia e di angoscia che pesa sugli uomini di oggi» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, p. 18).

Va, allora, recuperata, non solo nella ricerca sociologica (e scientifica in generale), ma anche in quella quotidiana dell’uomo comune, la dimensione del procedere lento, che richiama quella che dominava il mondo contadino d’una volta, fermandosi ad ogni passo per riflettere sulle circostanze che circondano l’analista “professionale” e l’uomo della strada, sulle “asperità del terreno”, al fine di trovare una soluzione provvisoria, adatta alla situazione, da rivedere allorquando il contesto cambia, senza, però, vivere alla giornata, dimenticando di darsi un obiettivo di fondo, finale. Ferrarotti ricorda come esempio di questa andatura lenta e accorta il padre: «Ora che è morto da oltre mezzo secolo, solo ora comincio a capire qualche cosa di mio padre. Uomo difficile, carattere ombroso, forse tipicamente piemontese, di poche parole, lento e misurato nei gesti e nell’andatura, con una camminata tipica degli uomini di campagna, che sanno badare alle irregolarità del terreno e quindi guardano dove mettono i piedi» (A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 31).

Ferrarotti rivaluta il mondo contadino, che è stato distrutto dal cosiddetto «sviluppo» capitalistico, anche con la complicità di tanta parte della sinistra italiana, che ha considerato questo «sviluppo», nel complesso, come un elemento di «progresso» ed emancipazione delle masse, non tenendo conto, o forse accettando consapevolmente, che in realtà si sarebbe realizzato, come difatti si è realizzato, un processo di «omologazione» delle classi subalterne alla cultura e ai modi di pensare e di agire delle classi dominanti, provocando il «genocidio» delle prime e della loro civiltà ultramillenaria. Tutta la filosofia gramsciana, la «filosofia della prassi», volta al conseguimento dell’egemonia, non solo economica, politica, ma anche culturale, dei ceti popolari, è stata abbandonata.

Ferrarotti dedica pagine molto suggestive, contrassegnate da una forte carica umana e letteraria, al mondo contadino, al «mondo della penuria», in cui mancavano tante cose: il riscaldamento a metano o il teleriscaldamento, l’acqua corrente, la luce elettrica in casa. Si sopperiva alla mancanza del primo accendendo il fuoco nel camino, oppure riunendosi nella stalla, «con il caldo animale che arrivava al cuore, e la paglia odorosa dove un infante poteva tranquillamente assopirsi e le antiche storie raccontate a voce bassa dai vecchi nonni e bisnonni, fra un nitrito e l’altro dei cavalli e il quieto fiatare delle mucche, accendevano la fantasia» (ivi, p. 36). Alla mancanza della seconda (l’acqua corrente) si rimediava con pozzi, cisterne di raccolta dell’acqua piovana, laghetti artificiali, che, oltre alle pulizie corporali, consentivano di trarre sabbia e ghiaia per l’edilizia. Per l’illuminazione bastava un lume a petrolio.

Ma queste mancanze erano adeguatamente compensate dalla “sostanza umana” di quel mondo, in cui l’uomo era al centro di un sistema di relazioni tra componente umana, vegetale, animale, contrapposto alla logica della «separatezza», della «prigione mentale», che domina, per converso, la società industrializzata e che ha portato, secondo Carlo Levi, alle prigioni vere, ai lager nazisti. Scrive Ferrarotti: «C’era tutto il resto: l’aria, i campi, l’acqua, gli alberi, le nuvole: in una parola, la natura. C’erano le voci umane e animali: il nitrire dei cavalli; il muggire delle mucche, ruminanti nel prato, ferme come monumenti; il frinire, giorno e notte, di cicale, che non riuscivo a vedere; lo starnazzare di oche e anatre giù, nel cortile. Le voci umane non erano ancora state vinte, soverchiate dai rombi delle macchine. L’aria, al mattino, era frizzante. Non era ancora stata inquinata dal fiato velenoso dei tubi di scappamento. […] Nell’agricoltura pre-meccanica di quando sono nato, all’incirca cento anni fa, non c’era bisogno di predicare il ritorno alla natura. Si viveva immersi nella natura. Si sentiva crescere l’erba, un millesimo di millimetro al giorno. […] Tempo, terra, vita, natura: tutto appariva legato e interdipendente. Non c’era bisogno di raffinate discussioni di ecologia o di invocare un ritorno alla terra. Si era nella terra, il terriccio si annidava fra le dita del piede; il fango primordiale segnava la quotidianità» (ivi, pp. 36-38).

A questo mondo caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dalle relazioni tra uomini, vegetali, animali, si è sostituita oggi la «società digitale iperconnessa». Con l’avvento di Internet, dei social-networks, di Youbube, di Facebook, non solo si è affievolito al massimo il rapporto interpersonale, presupposto di ogni società, ma la stessa individualità si è sbriciolata come un biscotto, giungendo ad una contraddizione terminologica, se è vero, com’è vero, che «individuo» deriva dal latino «in-dividuum», e dovrebbe rappresentare, dunque, l’unità umana minima non ulteriormente divisibile. Con il prevalere della «civiltà dell’audiovisivo», il singolo è bombardato da milioni di messaggi, di immagini, che colpiscono direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Si muove in preda ad una sorta di sonnambulismo «a-razionale» per dare attuazione a quei messaggi, dietro i quali sta il potere effettivo, con i suoi obiettivi, i suoi progetti di massimizzazione del profitto, di riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione, di annullamento della personalità umana. La società finisce per essere «un insieme di simulacri», popolata da esseri «travolti da un torrente di stimoli e di informazioni deformanti, incapaci di farsi una propria, personale tavola di priorità, in grado di comunicare tutto a tutti su scala planetaria senza aver più nulla da comunicare – nulla di significativo, personale, proveniente dall’interiorità» (ivi, p. 39).

La situazione si è ulteriormente aggravata a causa della pandemia causata dal Covid- 19, che ha imposto il telelavoro, lo «smart working», le lezioni scolastiche da remoto, la comunicazione tra individui per via esclusivamente elettronica, senza potersi guardare negli occhi, toccare, abbracciare. Siamo giunti alla «socialità fredda» (L’accademia e l’agorà, p. 10). Ma si può parlare davvero di società? Ferrarotti ne dubita fortemente: «Nel suo senso immediato, elementare, società vuol dire “insiemità”. […] Una volta questa “insiemità” era tenuta in piedi dalla rivelazione biblica; poi dall’autoconsapevolezza dell’imperativo categorico kantiano; quindi, dai valori democratici, condivisi e convissuti; oggi, dalle notizie, dalle comunicazioni elettronicamente assistite, in tempo reale, a portata planetaria. Ma la comunicazione elettronica è comunicazione “a”, cioè a tutti e a nessuno. Non è più comunicazione “con”. Si è persa la radice di comunicazione, unione, comunione. La società digitale è una società a-sociale, la “folla solitaria” di David Riesman e il suo “uomo etero-diretto”; l’uomo unidimensionale di Herbert Marcuse. Celebra e conferma la solitudine tecnologica. L’accesso è garantito a tutti, ma è un accesso strettamente auto-referenziale: “vox clamantis in deserto”. Non è più la triplice “alienazione” dell’anima marxiana (vendita della forza-lavoro, Entäusserung, Verdingung) e neppure quella alienazione da tecnologia, indipendentemente dall’assetto proprietario, che teorizzavo negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base delle mie ricerche nella fabbrica “Slavia” di Mosca e nella FIAT di Torino.

Siamo passati dall’egolatria, dall’ “uomo singolare” del Quattrocento a Firenze e dalla pseudo-onnipotenza dell’ego cartesiano agli “hollow men”, o uomini vuoti nella “wasteland”, nella terra guasta, previsti con precisione impressionante dal poeta» (L’accademia e l’agora, pp. 10-11).

Nella «società digitale» assistiamo, dunque, ad una forma di «alienazione» più grave ed invasiva di quella prodotta dalla società capitalistica industrializzata di tipo ottocentesco e novecentesco: non solo «espropriazione del lavoro», ma anche «espropriazione dell’anima» individuale. I più colpiti dagli effetti nefasti della pandemia e del «lockdown» sono i giovani, perché l’identità non è un dato, è il risultato di un processo di formazione, che matura attraverso il contatto con gli altri. Questo processo e questo contatto sono stati interrotti bruscamente. Già essi erano menomati nella loro formazione libera dalla società informatizzata, da Internet, perché dotati di scarso senso critico e quindi esposti maggiormente al plagio realizzato, come abbiamo detto, attraverso milioni di messaggi che vanno a colpire direttamente la sfera emotiva. Così sono stati trasformati, richiamando il titolo di un altro saggio di Ferrarotti, in Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Solfanelli, Chieti, 2012), che sanno tutto e non capiscono niente.

E, allora, andare avanti non sempre è un bene, perché si rischia di realizzare uno «sviluppo» economico (anche qui bisognerebbe chiarire i termini di questo «sviluppo», se è vero, come sottolinea Ferrarotti, che in Italia il 10% delle famiglie detiene il 70% della ricchezza nazionale, per cui la società capitalistica «avanzata» realizza una «bipolarità tendenziale»: da un lato, una ristretta minoranza di ricchi; dall’altro, una massa sempre crescente di poveri) senza «progresso», senza arricchimento in termini di valori umani. Conseguentemente bisogna guardare indietro per andare avanti, come lo specchietto retrovisore della macchina. La «tradizione» non è «tradizionalista», se ben intesa può essere «rivoluzionaria», in quanto alcuni suoi semi possono essere rimasti inesplosi e, quindi, realizzare i loro effetti benefici, in termini sociali e politici, nel presente e nel futuro. Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione.

E’ necessario riappropriarsi dei valori fondamentali, della “sostanza umana” del vecchio mondo contadino, della «società della penuria», recuperare la dimensione della lentezza, della misura, della ponderazione, che consente la riflessione, il vaglio delle circostanze di fatto che ci si presentano davanti, la scelta tra varie strade da percorrere, che implica sempre un sacrificio, nella consapevolezza che, per converso, ciò che costa poco non vale nulla, la individuazione di obiettivi precisi e seri da perseguire prendendoci il tempo ch’essi richiedono per essere raggiunti, senza la fretta che domina la società capitalistica attuale, la frenesia priva di qualsiasi scopo finale. Ciò non significa negare lo sviluppo tecnologico, in nome di un rinnovato «luddismo», ma considerare la tecnologia come un bene strumentale, non finale. Questi debbono essere i valori portanti del «nuovo umanesimo» che Franco Ferrarotti propone, riassumendoli in una tavola sinottica. Egli scrive, conclusivamente: «Io credo che siano ancora massimamente utili, soprattutto per i giovani coraggiosi, con poco o niente da perdere, con grande passione di vivere, le tre regole auree dei nostri antichi padri della classicità greco-romana:

  1. “Medén agan”; in latino: “ne quid nimis”. Nulla in eccesso. Senso della misura. Controllo degli appetiti. Agilità.
  2. “Festina lente”: “Affrèttati lentamente”. Rapidità, sì; ma non a spese della profondità. Fretta, anche, ma non superficialità. Velocità, ma non approssimazione.
  3. “Age quod agis”: “Fa’ quello che fai”. Concentrazione. Far tacere il chiasso interiore. Da dove nasce? Dalla maledetta sbornia elettronica, la nuova tossicodipendenza, la dipendenza da Internet, l’inaridirsi della vita interiore. In altre parole nasce dall’eccesso di informazioni, stimoli, emozioni. Silenzio e concentrazione perseverante. Fedeltà a se stessi, alla vocazione profonda, al progetto di vita, al costo della scelta. Scelta, e quindi rinuncia a tutto il resto. La cultura come progetto di vita» (Dalla società irretita al nuovo umanesimo, pp. 137-138).

Anche Gramsci parla di un «nuovo umanesimo», che significa riacquisizione di centralità da parte dell’uomo (e dei suoi valori), che, analizzando la realtà storica, valutando le proprie energie e capacità, si impegna attivamente nel cambiamento della società.

Del «nuovo umanesimo» del ventunesimo secolo deve far parte, infine, il diritto di ogni uomo, riconosciuto in concreto, non solo nei trattati internazionali e nelle normative nazionali, ad una vita dignitosa, per il fatto stesso di essere venuto al mondo, qualunque sia la razza alla quale appartiene e il colore della sua pelle. La pandemia ha colpito in maniera indiscriminata tutti gli uomini e tutte le donne, da un continente all’altro, dimostrando che interdipendiamo e che nessuno si salva da solo.

:: Antonio Catalfamo, Pasolini «eretico solitario» e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Angelo Piemontese

4 novembre 2021

Fino ad oggi molti hanno affrontato Pasolini senza riuscire a liberarsi dal desiderio di esprimere giudizi spesso frutto di convinzioni aprioristiche. Antonio Catalfamo, invece, in questo saggio appena uscito (Pasolini “eretico solitario” e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, euro 13), procede analiticamente ad un esame obiettivo delle opere dello Scrittore fuori da ogni schema preconcetto, con l’unico intento di comprenderne il valore e di collocarne le opere all’interno del tempo in cui sono maturate, facendo risaltare, in tal modo, tutti gli aspetti di una personalità complessa, senza tacerne le più intime contraddizioni.

Inizialmente, lo Studioso dà un rilevante spazio al periodo giovanile vissuto da Pasolini in Friuli, ricco di esperienze umane e di prove letterarie, che influenzeranno tutta la sua attività intellettuale, evidenziando una «corrispondenza biunivoca»uomo-territorio, visto l’attivo interesse alla cultura e al dialetto delle classi subalterne friulane. Rifacendosi a questo patrimonio culturale, Pasolini usa il dialetto nelle sue prime raccolte poetiche, arricchendole con la componente razionale e storica. Il dolore «esistenziale»individuale, che vi emerge, si trasforma in protesta sociale con la denuncia dello sfruttamento dei contadini poveri. Non mancano contraddizioni in questa poesia, che però, a livello storico-sociale, trova continuità ne Il sogno di una cosa, il suo primo romanzo, in cui fa risaltare la delusione per un dopoguerra diverso da come l’avevano immaginato i combattenti per la liberazione dal nazi-fascismo. Già ora, nelle opere in poesia e in prosa – nota Catalfamo – il «pedagogismo erotico»caratterizza nell’insieme «l’universo umano e letterario»di Pasolini.

Il trasferimento a Roma nel 1949 lo porta a «mitizzare»il mondo del sottoproletariato delle borgate, chiuso e impenetrabile a quello esterno, un «torbido inferno», con caratteristiche «secolari», astoriche. Il primo frutto di questo incontro è Ragazzi di vita, in cui è presente un linguaggio «artificioso», spesso poco comprensibile, che rappresenta un passo indietro rispetto a Il sogno di una cosa. In Una vita violenta, invece, emergono delle novità: il recupero della «dimensione storica», che mette in rilievo l’evoluzione del sottoproletariato grazie all’azione del P.C.I., il ridimensionamento dell’irrazionale ed un linguaggio meno «bercio».

Analizzando Le ceneri di Gramsci, Catalfamo si sofferma sul rapporto dello Scrittore col Politico sardo, il cui dramma gli permette di riflettere su di sé. Pasolini,«prigioniero della “storia”», dà vita a una «poesia di idee», ma è incapace di proporre alternative che gli permettano «di usciredall’isolamento dell’uomo dall’uomo». La sua «crisi», perciò, non è solo privata, ma di «un’intera generazione». Certo, la lettura di Gramsci è per lui «benefica», ma la convinzione che il mondo contadino sia immune dall’«omologazione»alla cultura borghese pone Pasolini in contrasto con la linea politica del P.C.I. Invece, l’idea del carattere classista della lingua lo mette «sulla scia diGramsci», col cui pensiero, però, ha un «rapporto contraddittorio». Nell’insieme, però, quella del Pensatore sardo è stata una «lezione inascoltata»– come recita il sottotitolo –, in quanto Pasolini non ha considerato il popolo «come soggetto di trasformazione sociale, di cambiamento radicale della società in senso egualitario», ma, pur condannando il presente, non ha creduto in un futuro diverso, da realizzare con «la lotta politica organizzata».

La «vera filosofia poetica»porta Pasolini ad una «soluzione esclusivamente letteraria alla crisi», non a quella politica perseguita da Gramsci, del quale, però, eredita la «visione “nazional-popolare” della realtà italiana», denunciando – suo grande merito – il « “genocidio” delle classi subalterne e della loro autonomia culturale» senza trovare soluzioni politico-ideologiche. I molti nemici incontrati, fra cui la Chiesa cattolica, condannata duramente nella raccolta La religione del mio tempo, ne hanno determinato la morte, che, da «buon decadente», lo Scrittore ha cercato, vivendo «in funzione di essa». Catalfamo, mostra come le successive raccolte poetiche testimoniano una svolta, per la prevalenza di «componentiirrazionalistiche», di estetismo e della «progressiva sostituzione della poesia alla realtà», ma anche l’approfondimento inerente la propria diversità e lo scontro fra il pubblico e il privato, che vi prevale.

Un’approfondita analisi Catalfamo riserva alla produzione cinematografica di Pasolini, che ritiene autonoma rispetto alla narrativa e ai romanzi «romani», ma che aiuta a seguire l’evoluzione della sua ideologia. Dai film iniziali, esploranti la periferia romana, a quelli proiettati nel passato e agli ultimi ambientati nel corrotto mondo borghese, Pasolini si è progressivamente allontanato dalla speranza del cambiamento, assistendo, con un sempre più assoluto senso di impotenza, alla distruzione sociale e umana, a cui corrisponde quella sua personale, «nonché la morte della “poesia” e dell’arte». La sua esistenza ormai diventa impossibile in una società fortemente odiata, che lui non è più in grado di combattere neppure «sul piano artistico e letterario».

Una condanna senza appello della realtà italiana degli Anni SessantaeSettantaemerge dagli scritti pubblicati su giornali e riviste. Pasolini diviene «intellettuale di punta della cultura italiana»: i suoi articoli sono recepiti in larghi strati sociali e danno fastidio al potere, mentre il P.C.I.diviene punto di riferimento per molti cittadini, anche non comunisti. Egli dà vita «a un nuovo giornalismo polemico», progressivo e innovatore, pur coi limiti della sua visione idealistica, senza sbocchi concreti. Nonostante ciò, le classi dominanti temono la diffusione del suo pensiero critico. Con la «tesi del “genocidio” della cultura delle classi subalterne»da parte di quelle dominanti (1974), Pasolini riprende il giovanile ruolo «pedagogico», fornendo esempi – TV, pubblicità – di ciò che condiziona il modo di pensare, di parlare e di agire delle masse, sottomesse alla logica del consumo, con cui il sistema capitalista impedisce il loro progresso culturale. Solo il P.C.I.può essere la guida alla lotta per fare coincidere «sviluppo»e «progresso». Pasolini evidenzia che è in atto un programma «neo-reazionario»multinazionale e non più nazionale come quello fascista. La logica consumistica «edonistica», secondo lui, ha inciso anche nelle battaglie civili, come nel caso delle leggi sul divorzio e sull’aborto, per il quale è contrario. Facendosi prendere dalla sua «visione apocalittica», definisce più pericoloso del «vecchio», passeggero e imposto dalla dittatura, il «nuovo» fascismo del consumismo, perché incide in profondità soprattutto sull’animo dei giovani anche se antifascisti, a causa di un Potere che li omologa al modello americano.

Pur accusato da vari intellettuali di sinistra, fino alla sua morte Pasolini considera il P.C.I.l’unica alternativa al sistema capitalista. Quando, infine, arriva a richiedere un «processo penale» alla D.C,gli «scritti corsari»non solo assumono un carattere «profetico»alla luce di quanto avvenuto in Italia negli Anni Novanta con Tangentopoli, ma, forse, sono anche la causa anche del suo assassinio.

Attraverso l’esame puntiglioso e rigoroso dell’opera poetica, narrativa, cinematografica e giornalistica di Pasolini, Catalfamo, quindi, traccia un itinerario che va dal radicamento nella realtà politica, sociale e culturale del Friuli del secondo dopoguerra al «nichilismo»maturato al cospetto della realtà italiana degli Anni Settanta, che lo Scrittore contesta duramente, senza sapervi opporre, però, un’alternativa operativa.

In un tempo di conclamata crisi della saggistica, il libro di Catalfamo mostra quanto sia necessario oggi in Italia uno studio serio e appassionato, poggiante su una grande chiarezza espositiva, in grado di restituirci obiettivamente l’opera e l’ideologia di chi ha saputo porsi contro il sistema e il qualunquismo, pagando, infine, di persona. Grazie a Catalfamo, si può parlare, perciò, di un Pasolini finalmente restituito nella sua integrità artistico-culturale.