Archive for the ‘Profili d’autore’ Category

:: Mi manca il Novecento – Adriano Olivetti, la grande cultura e la città dell’uomo a cura di Nicola Vacca

23 giugno 2018

Adriano Olivetti

Se c’è un uomo a cui la cultura italiana deve molto questo è Adriano Olivetti.
Industriale coraggioso, intellettuale fuori dagli schemi, editore, politico, urbanista, innovatore delle scienze sociali: quella di Adriano Olivetti è una vita straordinaria che, partendo dalla fabbrica, giunge a un progetto di rinnovamento integrale della società.
Le sue iniziative imprenditoriali, rivolte al profitto come mezzo e non come fine, la sua grandissima umanità e soprattutto la sua totale adesione ai valori della cultura, oggi tornano di attualità nel nostro mondo popolato da capitani d’industria senza scrupoli interessati solo e esclusivamente al lucro a discapito di ogni forma di dignità umana.
Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea, secondogenito di Camillo Olivetti, fondatore della famosa fabbrica di macchine da scrivere, e Luisa Olivetti Revel.
Da subito si mostra un uomo sensibile e intelligente. Negli anni della formazione si mostra attento al dibattito culturale e politico del suo tempo. Frequenta e si innamora della cultura liberale e riformista di cui presto diventerà un protagonista. Collabora a riviste importanti come «L’azione riformista» e «Tempi nuovi». Nel periodo torinese conoscerà Piero Gobetti e Carlo Rosselli, che avranno un’influenza notevole sulla sua formazione.
Dopo la laurea entra come operaio nell’azienda del padre. L’anno successivo alla sua assunzione, Adriano fa un viaggio negli Stati Uniti dove studierà con attenzione la politica industriale e tutte le innovazioni riguardo alla produttività e ai moderni metodi di produzione.
Quando torna a Ivrea Adriano Olivetti già guarda oltre e propone al padre un progetto innovativo per modernizzare l’azienda di famiglia.
L’imprenditore illuminato già inizia a farsi notare per il suo valore. Feconde le sue proposte culturali e strutturali per migliorare la vita in fabbrica e geniali le intuizioni futuribili che porteranno la Olivetti a realizzare nel 1932 il progetto della macchina da scrivere portatile.
Adriano Olivetti porterà la cultura in fabbrica e nel paese. Da imprenditore illuminato la metterà al centro del nuovo mondo che sogna l’uomo con i suoi bisogni e i suoi stati d’animo.
Non a caso Olivetti inserirà nell’organico dell’azienda intellettuali di formazione umanistica. Giudici, Fortini, Paolo Volponi, Leonardo Sinisgalli, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, scrittori e letterati tra i più importanti del secondo Novecento, lavoreranno nella fabbrica di Ivrea ricoprendo ruoli dirigenziali di grande professionalità e responsabilità.
Olivetti fonda i giornali aziendali con lo scopo di creare un libero confronto e scambio di idee e critiche sull’azienda.
Adriano Olivetti è convinto che l’incontro tra cultura e impresa rappresenta una necessità sia per andare incontro al progresso e soprattutto per costruire la fabbrica come un posto non di alienazione dell’individuo ma di elevazione di chi ci lavora.
Le Edizioni di Comunità, che Adriano Olivetti fonda nel 1946, oltre a lasciare un’impronta nella cultura italiana saranno il volano del progetto concepito dall’imprenditore che ha al centro un mondo umano che sa sempre vedere il nuovo.
Il mondo che Adriano Olivetti vuole non può prescindere da un progetto di riforma della società in senso comunitario, articolato intorno al rispetto della dignità della persona umana, ai valori della cultura, all’utilizzo delle opportunità che offre il mondo tecnico per la costruzione di un mondo in cui i valori spirituali siano il faro della sua evoluzione.
L’organizzazione dello Stato secondo le leggi spirituali è uno dei cavalli di battaglia dell’ideale comunitario di Adriano Olivetti che proprio per questo motivo portò all’interno della sua fabbrica la cultura.
Davanti all’avanzare degradante della materia, Olivetti propone un ordine sostanzialmente nuovo sottomesso all’autentica forza dei valori spirituali. L’Amore, la Verità, la Giustizia e la Bellezza al centro dell’agenda ideale per costruire un mondo davvero nuovo. Olivetti annotava che gli uomini, le ideologie e gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà. Urbanista, scrittore, editore, uomo di cultura, Adriano Olivetti era soprattutto un imprenditore capace di radicare nell’impresa la cultura dell’innovazione, l’eccellenza della tecnologia e del design, l’apertura verso i mercati internazionali, il rispetto del lavoro e dei lavoratori. Un imprenditore, oltretutto, capace di selezionare con felice intuito i collaboratori, spesso scelti tra i giovani.
Dalla fabbrica intesa come un bene comune e non come un interesse privato nasce quella straordinaria idea di Comunità dove la dimora dell’uomo non sia in conflitto né con la natura , né con la bellezza, e dove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione.
Il mondo che nasce per tutto questo non può che essere fondato sui valori spirituali attraverso cui dare vita a uno Stato organizzato secondo criteri precisi: una società liberà è quella in grado di affermare un nuovo tipo di civiltà, che lungi dall’essere schiava della tecnica, sia al servizio dei fini ultimi e superiori dell’umanità.
Secondo Adriano Olivetti a questo punto lo Stato è un mezzo perché la città si esprima liberamente.
Davanti all’avanzare tragico di una crisi economica e morale, il cammino proposto dall’opera di Adriano Olivetti sempre al servizio del’uomo, della comunità e del bene comune, dovrebbe essere un monito per tutti. Ma purtroppo l’etica e i suoi richiami non trovano facile presa in un mondo occupato all’autodistruzione.

«Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine».

Le parole buone e giuste di Adriano Olivetti guardano a un mondo migliore, purtroppo lontano da quello in cui viviamo.

:: Mi manca il Novecento – Pier Paolo Pasolini – L’ usignolo della Chiesa cattolica – prima edizione Longanesi 1958 a cura di Nicola Vacca

11 giugno 2018

pppCon Pier Paolo Pasolini poeta bisogna ancora fare i conti. Perché tutto quello che accade oggi lui è stato capace di raccontarlo già ieri.
La grande attualità del verso pasoliniano sta proprio in questo: quello che il poeta raccontava anni fa era scomodo, perché domani (il nostro oggi) sarebbe diventato attuale. Questa straordinaria capacità profetica è presente più nell’attività poetica che nella prosa. Se andiamo a leggere una delle raccolte più belle di Pier Paolo Pasolini, L’usignolo della Chiesa cattolica ci rendiamo conto di una fortissima tensione anticonformista che disturbò non poco l’ipocrisia dei benpensanti dell’epoca.
Il libro comprende poesie scritte tra il 1943 e il 1949, ma è stato pubblicato solo nel 1958 da Longanesi dopo una serie di vicissitudini editoriali.
In queste poesie, profondamente interiori, Pasolini manifesta una religiosità problematica in cui, invocando la parola pura, esterna senza finzioni il dissidio individuale e interiore che lo travaglia. Inoltre, qui, mostra tutto   il disincanto per una società ingessata dalle convenzioni e dalla falsità.
Pasolini concepisce questa sua opera anche come un «libretto di meditazioni religiose».
Dall’officina febbrile della sua originale ricerca religiosa nasce anche l’interrogazione del silenzio di Dio, che si trasformerà subito in grande poesia.
L’uomo Pasolini prega «l’immoto Dio», scandalosamente chiede grande amore per il cuore del mondo, invoca l’uomo schiacciato tra la tensione celeste e la condizione umana, e da figlio cieco e innamorato del mondo chiede alla storia, forza razionale e divina, una scossa di cuore.
In questo dissidio tra «carne e cielo», Pasolini resta affascinato dalla figura di Cristo

«Sereno poeta / fratello ferito».

Il Crocifisso è la metafora dell’uomo vero e anche del poeta.
Nella poesia «La crocifissione» Pasolini raggiunge vette di grande lirismo e partecipa , con la sua solita intelligenza, al mistero del dolore ricercando nel sacrificio di Cristo la pietra dello scandalo che ci fa sentire umani:

«Bisogna esporsi (questo insegna/il povero Cristo inchiodato?) / la chiarezza del cuore è degna / di ogni scherno, di ogni peccato/di ogni più nuda passione…/ Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna, tra le pupille/limpide di gioia feroce/scoprendo all’ironia le stille /del sangue dal petto ai ginocchi, miti, ridicoli, tremando/d’intelletto e passione nel gioco/del cuore arso dal tuo fuoco/per testimoniare lo scandalo».

Oltre tutti i luoghi comuni si deve riconoscere oggi a Pier Paolo Pasolini poeta una grandezza unica.
La sua poesia è stata in grado di esprimere una delle ultime rappresentazioni tragiche del nostro tempo, di cui egli è stato grande interprete, riuscendo anche ad anticipare ampi stralci del suo futuro, che oggi stiamo vivendo come nostro presente.
In questi giorni drammatici, in cui la Storia è un atlante aperto al dolore, avremmo davvero bisogno di un poeta coraggioso come Pasolini, che non ha avuto paura di testimoniare il disagio di fronte all’omologazione culturale che in quei tempi stava organizzando l’attacco finale ai nostri giorni. Fenomeno che oggi ha aggredito l’intelligenza e larghi strati del pensiero occidentale. Se Pasolini è la coscienza critica con cui possiamo leggere le inquietudini del nostro tempo, viene da chiedersi dove si nasconde il nemico?

:: Mi manca il Novecento – Céline, il grande scrittore affacciato sull’Apocalisse a cura di Nicola Vacca

28 maggio 2018

Céline

La notte céliniana definisce lo stato estremo in cui dal momento che nulla esiste più separatamente, tutto ricade, annega e si asfissia in tutto. Louis Ferdinand Céline è lo scrittore disperato, sregolato profeta di sventure che ha testimoniato, meglio di chiunque altro, il frangersi dell’essere, la dissoluzione del viaggio esistenziale al termine della sua notte.
Non c’è dubbio, per questo e altri motivi Céline è uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. La sua opera irriverente e la sua stessa vicenda biografica fanno di lui un personaggio del quale si discute ancora.
La sua vita è avventurosa e maledetta, densa di insidie e peripezie. Nei suoi libri lo scrittore con linguaggio crudo e estremo fa i conti con la propria anima dannata.
I suoi libri sono dei capolavori perché è la sua vita stessa a esserlo.
Céline è lo scrittore perfetto del Novecento, questo straordinario, controverso e indimenticabile protagonista dell’agonia e della decadenza del secolo breve. Nei suoi stessi libri si trova il fascino di un personaggio scomodo che ha rivelato il trauma lacerante della guerra e la miseria intellettuale del proprio tempo.
Céline medico e scrittore, autore di pamphlets polemici che non arretra mai di un passo rispetto al suo pensiero..
Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici (ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è impossibile capire il passaggio di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte, Morte a credito) a quelli della maturità (Il castello dei rifugiati , Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine rischiose, provocatorie, e laceranti.
Si deve tenere conto di queste considerazioni per accettare senza riserva alcuna la fitta e intricata vita di uno scrittore discusso. Il modo migliore per accostarsi al Céline dei libelli scomodi è quello di cercarvi lo scrittore e non l’ideologo, il disperato scrutatore degli abissi che prende sempre le difese delle vittime del sistema e non il presunto fautore o propagandista di crimini storici. Per Céline la vita non è altro che dissoluzione continua e agonia passionale.
Questo è l’unico modo per entrare profondità l’esperienza nichilista dello scrittore. Nei suoi libri non manca l’esplorazione del suo intimo tessuto carnale.
C’è quanto basta per comprendere l’ansia maniacale di Céline: fuggire per andare altrove, in qualsiasi posto, per andare, se è necessario, fino al termine del mondo, della notte, impedire o ritardare il crollo della propria integrità personale, allo stesso tempo salvarsi dalla propria notte.

«Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale – se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita».

Con queste parole profetiche Louis Ferdinand Céline chiude il suo diario. Qualche di deve averlo ascoltato perché certo non ha avuto una vita banale e anonima.

:: Mi manca il Novecento – Antonia Pozzi e la poesia nel sangue a cura di Nicola Vacca

25 maggio 2018

antonia-pozzi

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale. Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole.

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
Alla poesia lei sussurra sottovoce: «Guardami sono nuda».
I temi fondamentali della poesia di Antonia Pozzi scaturiscono dalla sua nudità davanti al verso . Un’ emozionante vertigine procura la lettura dei suoi testi.
Quello che più colpisce nei versi della Pozzi è appunto la sua nudità lirica di fronte alle domande che la sua stessa poesia si pone. Tra interrogativi filosofici e punti di osservazione, Antonia Pozzi non si stanca mai di cercare un altrove, alternativa alle miserie fragili della condizione umana.
La poetessa, infatti, scrive di sentirsi diversa da chi sceglie «la comoda via dell’adattamento», da coloro che «vivono alla mercé dell’esterno».
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Entrare nel mondo poetico e filosofico di Antonia Pozzi significa fare i conti con l’abisso e il gelo. La sua poesia è colma di grazia e soprattutto di ferite. Abbandonata nelle braccia del buio non rinuncerà mai a cantare la nudità della sua anima:

«Guardami sono nuda. / Dall’inquieto languore della mia capigliatura /alla tensione snella del mio piede, / io sono tutta una ragazza acerba /inguainata in un color d’avorio».

Ogni suo verso diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita. «Forse l’età delle parole è finita per sempre» scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
O rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
Furiosamente
alla porta dell’anima…

Scambio

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

Pioggia

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente

e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Da “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933” Vienepierre edizioni).

 

:: Mi manca il Novecento – La voce estrema di Amelia Rosselli a cura di Nicola Vacca

25 maggio 2018

rosselli

La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.
La Rosselli può ancora considerarsi una delle voci essenziali della poesia italiana e contemporanea.
Una voce disubbidiente che da Ezra Pound ha imparato la necessità è l’arte di rinnovare i classici senza mostrare alcuna timorosa reverenza.
Tra ossessioni, invenzioni linguistiche e folgoranti illuminazioni, la poesia della Rosselli ha raggiunto vertici alti e nel panorama letterario si è conquistata una sua originalità inimitabile che in primis ha a che fare con il suo carattere e con la sua formazione.

«Dotata di un carattere estremo – scrive Laura Barile in un saggio su Amelia Rosselli pubblicato da Nottetempo nel 2014 – e di una fragilità del sistema nervoso, inquieta e inquietante adolescente, la formazione di Amelia Rosselli nel suo peregrinare è certo una formazione d’eccezione: internazionale e trilingue, all’ombra dei grandi ideali politici e anche artistici e musicali della tradizione famigliare».

Ma sarà soprattutto il suo carattere estremo a caratterizzare la sua poesia che non smetterà mai di essere deflagrante, inquieta e soprattutto lacerante e provocatoria.
Elena Carletti scrive che la poesia di Amelia Rosselli si rivela di stampo profondamente fenomenologico e prende le mosse da una realtà tumultuosa, in costante divenire. Il caos della realtà esterna viene interiorizzato in un processo di filtrazione deformante, indispensabile per raggiungere uno stato di appropriazione del reale.
Dal disordine fecondo della realtà trae linfa vitale la produzione poetica di Amelia Rosselli.
Il filtro del suo rapporto con il reale è sempre uno specchio deformante che rivela e attraversa il tempo nella sua metamorfosi di istanti che accadono. La Rosselli coglie della realtà gli «spazi metrici» e le infinite variazioni della realtà. Attraverso la poesia mette in evidenza il suo stesso processo di deformazione.
Pasolini nel 1963 presentando la figura dell’allora trentatreenne poetessa scrisse che il verbo poetico di Amelia Rosselli appare refrattario a qualsiasi chiarificazione.
Pasolini seppe cogliere la problematicità e la complessità di una grande voce poetica che non rinunciò mai al suo spirito critico ma allo stesso tempo si abbandonava paradossalmente alla parola che liberava mostrando in poesia una fragilità dai contorni tragici e dirompenti che rappresenta una delle esperienze più alte della poesia contemporanea.
Amelia Rosselli nel 1996 ha deciso di mettere fine con il suicidio al suo problema esistenziale, ingovernabile e irrisolvibile.
Oggi ci resta la sua poesia da leggere e da rileggere come uno sguardo dilaniato sul mondo e sull’uomo.

:: Mi manca il Novecento – Turoldo, testimone del suo tempo a cura di Nicola Vacca

15 maggio 2018

David Maria Turoldo

David Maria Turoldo da uomo di chiesa e da poeta è stato un disturbatore di coscienze. Nato nel 1916 e ordinato sacerdote nel 1940, Turoldo esordì come poeta nel 1948 con la raccolta Io non ho mani.
Già dall’inizio per lui la poesia è stata una forma di preghiera e soprattutto di resistenza e la parola uno strumento da opporre contro tutti i poteri e i potenti della terra.

«La mia contestazione è assolutamente religiosa. Un cristiano deve mettersi fuori dal sistema. Io devo essere “nel sistema”, ma non devo essere “del sistema”. Per questo i cristiani, se “veri” cristiani e cioè in misura della loro autentica fede, sono realmente pericolosi».

Questo afferma Turoldo con la sua radicalità evangelica sempre attenta a denunciare le ingiustizie del legno storto dell’umanità.
La sua poesia, sempre schietta e autentica, ha sempre trattato i temi del mistero dell’essere, della vita e della morte.
Carlo Bo scriveva di lui:

«Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”; e lui per decenni attuò inconsciamente con il suo canto lirico, un motto della tradizione ebraica mistica, che invitava il fedele a “un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno».

Nella sua immanenza di cristiano, David Maria Turoldo era convinto che in ogni discorso Dio non fosse la risposta ma la domanda.
Turoldo è stato un poeta religioso che è riuscito ad andare oltre la religione e in tutta la sua poesia non ha mai smesso di mettere al centro del suo discorso il tema, che è soprattutto un dilemma, della «lotta con l’angelo» non avendo paura di affrontare e rincorrere il dramma del Dio che ci sfugge.
In questa caccia a Dio, la sua poesia si è persa e ritrovata nei labirinti dello spirito come una voce alta e coraggiosa in grado di azzardare un canto fuori dalle gabbie tiranniche della ragione.

«Di questo Dio inseguito – scrive Luigi Santucci – come unica preda Turoldo si trova ad essere invece, nel concreto di tutti giorni, selvaggina e ostaggio»

Da questa urgenza nasce la sua poesia dell’umanità che si fonda sul pilastro della fede in Dio e nella fiducia dell’uomo.
Una poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
Il testimone inquieto del suo tempo che pur non ponendosi fuori dallo sguardo di Dio non si stanca mai di porgli la domanda sul «suo impenetrabile silenzio».
«Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini», così Carlo Maria Martini amava definire David Maria Turoldo.
La coscienza critica di uomo di fede e di poesia è ancora un faro per questi tempi bui in cui sembra essere tornata ad alzare quella mentalità ottusa, secolarizzata e confessionale che lui ha sempre combattuto.

:: Mi manca il Novecento – Majakovskij nell’esperienza di un secolo tragico a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2018

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Vittorio Strada, critico letterario, filologo e autorevole studioso della letteratura russa, si chiede giustamente che fare oggi della poesia di Vladimir Majakovskij, definito il «poeta della rivoluzione».
Una domanda tutt’altro che impertinente se si pensa che la poesia majakovskiana è colpevole di aver esaltato una rivoluzione criminosa.
Vittorio Strada dà una risposta che non si può non condividere: bisogna fare di Majakovskij non il poeta della rivoluzione, ma una vittima della rivoluzione, un giullare tragico del nuovo Potere. Non un poeta di corte della nuova tradizione bolscevica, ma un paradossale smascheratore dei miti rivoluzionari.
Questa è la giusta premessa per leggere e apprezzare oggi i versi del grande poeta russo che occupa un posto di rilievo nel panorama della poesia del Novecento.
Egli ha utilizzato i modelli espressivi delle avanguardie per realizzare una poesia che riscatta quanto di arbitrario o comunque di pura esperienza formalistica c’è nella letteratura.
Majakovskij è un avanguardista anomalo: la sua scrittura consiste nel superamento della ricerca formale fine a se stessa propria delle avanguardie europee.
Lo scrittore russo sceglie una poesia che morde la realtà e che trova la sua ragione di essere proprio nella corrispondenza con le esigenze della società russa.
Majakovskij è stato un poeta che è vissuto e si è suicidato avendo addosso l’ansia febbrile di testimoniare il proprio tempo.
Già dagli esordi futuristi del 1912, quando in Schiaffo al gusto del pubblico dichiara:

«A chi ci legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto. Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo. Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale. Il passato è angusto. L ‘accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc. ecc. Dalla nave del nostro tempo».

L’attività poetica di Majakovskij sarà sempre fedele a questa radicalità di pensiero. Ma bisogna assolutamente dire che la sua poesia sarà un monumento alla contraddizione nel momento in cui il dibattito politico – culturale provocato in Russia si riscalderà.
In tutti i modi e con le sue contraddizioni Vladimir Majakovskij è stato sempre con la sua poesia il volto del proprio tempo. Un tempo vissuto con assoluta modernità rispetto al contesto della stessa rivoluzione.
Questo atteggiamento gli procurò non pochi problemi. Nel 1923 Majakovskij fonda il Fronte di sinistra delle arti, presentandone il programma egli si scaglia apertamente contro chi alla poesia delle casette ha sostituito la poesia dei comitati di caseggiato.
L’intento è colpire il formalismo e la burocratizzazione della prassi rivoluzionaria e della vita culturale, politica e sociale che stavano annacquando e uccidendo gli ideali originari del bolscevismo.
Majakovskij con la sua poesia non smise mai di essere parte del suo tempo e non tradì mai la sua rivoluzione. Ma fu la rivoluzione a tradire lui.
Con l’avvento di Stalin avvertì una drammatica solitudine.
È il 1930 quando decide di farla finita con un colpo di pistola al cuore.

«Come leggere oggi Majakovskij? – scrive ancora Vittorio Strada – ognuno a proprio modo, naturalmente. Quello che qui si propone ha per sfondo non solo la tragedia e il suicidio del poeta, ma la tragedia e il suicidio della rivoluzione che egli volle sua, la catastrofe della sua patria e di tutta quella internazionale di cui egli, come i suoi compagni, si sentiva parte».

Ma soprattutto leggiamolo come una voce autentica che tocca e dissacra l’anima.
La sua poesia resta una scintilla che ancora accende le parole e provoca incendi nei cuori puri.

:: Mi manca il Novecento – Un genio di nome Boris Vian a cura di Nicola Vacca

17 aprile 2018

VianBoris Vian, nello spirito della migliore tradizione francese, perpetua la serie degli scrittori maledetti.
Tra i più antipoetici poeti francesi, Vian era un personaggio eclettico che spesso fu ignorato dall’editoria ufficiale.
Fu scoperto e amato dai contestatori del maggio francese che videro in lui l’uomo nuovo capace di preparare l’avvento di una società governata dall’immaginazione poetica piuttosto che dal profitto.
Tra i suoi libri più belli è immaginifici c’è appunto La schiuma dei giorni, romanzo surreale, dolce e pirotecnico, surreale fiaba d’amore e feroce denuncia del conformismo, piena di invenzioni che fanno ridere e piangere.
Questo libro è il capolavoro di un genio ventisettenne.
Boris Vian era davvero un genio che non si preoccupava di scandalizzare, anzi la sua penna affondava nel torbido di una società ipocrita per scoprire i nervi dei benpensanti.
Con il romanzo Sputerò sulle vostre tombe fu condannato per offesa della morale e distrutto dalla critica. Il libro fu censurato ma in pochi giorni divenne un best –seller.
Nella poesia si sente davvero un uomo libero che si diverte a reinventare la parola per muover l’attacco al mondo con le sue costruzioni incongrue.
Il suo fare poetico si tiene lontano dall’intimo e dall’autoreferenzialità lirica. I suo versi uccidono l’esibizionismo dell’ego.
Quando nel 1946 pubblica Cantilènes en Gelée Vian non è ancora conosciuto. Ma leggendo i dodici pezzi che costituiscono il libro subito ci si rende conto che sta nascendo un autentico antipoeta di nome Boris Vian.
Versi come intelligenti parodie che negano atmosfere poetiche per azzardare un scomoda lettura del reale e soprattutto inventano situazione assurde che creano capovolgimenti incredibili e radicali.
Le opere di Boris Vian scaturiscono da una meditazione sofferta sulla crisi di una società e di una morale lacerati nel loro intimo. La sua penna si scaglia sempre contro la corruzione e l’ipocrisia. La sua prosa sempre eccentrica non smette mai di essere provocazione: una rivolta nei confronti del mondo che respinge e non include.
Boris Vian è soprattutto un uomo libero che rifiuta il compromesso, ed è proprio nella libertà e nella ricchezza della povertà troverà il senso profondo e vitale dell’esistere.
Per Boris la vita è come un dente, così scrive in una bellissima poesia tratta dal libro Non vorrei crepare, che si guasta e si cura. Ma per essere veramente guariti «Bisogna strapparlo, la vita».
Vian, poliedrico individuo geniale, nella sua breve vita ha dissacrato il mondo. Eclettico e patafisico e con in mano un mazzo di chiavi dell’assurdo come pochi ha indagato le profondità dell’attività umana.
Lo ha fatto in maniera insolita, evitando etichette e definizioni, distruggendo le gabbie e le accademie e soprattutto vivendo nell’assoluta povertà di uomo libero.

:: Mi manca il Novecento – Caproni è la Poesia con la maiuscola a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2018

Caproni

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’ esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in «Come un’allegoria» si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri («Il muro della terra», «Congedo del viaggiatore cerimonioso») ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa. «Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno, Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento. Di origini modeste, il padre Attilio è ragioniere e la madre, Anna Picchi, sarta. Giorgio scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova nella biblioteca paterna un’antologia dei Poeti delle Origini (i Siciliani, i Toscani), rimanendone irrimediabilmente affascinato e coinvolto.
Nello stesso periodo si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale s’ispirò per «Il seme del piangere» e «Il muro della terra».
Finalmente nel 1922 terminano le amarezze, prima con la nascita della sorellina Marcella, poi con quello che sarà l’avvenimento più significativo nella vita di Giorgio Caproni: il trasferimento a Genova, che lui definirà
«la mia vera città».
Terminate le scuole medie, s’iscrive all’Istituto musicale «G. Verdi», dove studia violino. A diciotto anni rinuncia definitivamente all’ambizione di diventare musicista e s’iscrive al Magistero di Torino, ma presto abbandona gli studi.
Inizia in quegli anni a scrivere i primi versi: non soddisfatto del risultato ottenuto strappa i fogli gettando via tutto. È il periodo degli incontri con i nuovi poeti dell’epoca: Montale, Ungaretti, Barbaro. Rimane colpito dalle pagine di «Ossi di seppia», al punto di affermare: «… saranno per sempre parte del mio essere».
Nel 1933, pubblica le sue prime poesie, «Vespro» e «Prima luce», su due riviste letterarie e, a Sanremo, dove si trova per il servizio militare, coltiva alcune amicizie: Giorgio Bassani, Fidia Gambetti e Giovanni Battista Vicari. Comincia anche a collaborare con riviste e quotidiani pubblicando recensioni e critiche letterarie.
Nel 1935 inizia ad insegnare alle scuole elementari, prima a Rovegno poi ad Arenzano.
La morte della fidanzata Olga Franzoni nel 1936 gli ispira i versi del suo primo libro «Come un’allegoria», pubblicata a Genova da Emiliano degli Orfini. La tragica scomparsa della ragazza, causata da setticemia, provoca una profonda tristezza nel poeta come testimoniano molti suoi componimenti di quel periodo, tra cui vanno ricordati i «Sonetti dell’anniversario» e
«Il gelo della mattina».
Nel 1938 si trasferisce a Roma restandovi solo quattro mesi.
Il 1943 è molto importante per Giorgio Caproni perché «Cronistoria» vede le stampe presso Vallecchi di Firenze, all’epoca editore fra i più noti. Nell’ottobre del 1945 rientra a Roma dove resterà fino al 1973 svolgendo l’attività di maestro elementare.
Nella capitale conosce vari scrittori tra cui Cassola, Fortini e Pratolini, e instaura rapporti con altri personaggi della cultura( sarà particolare il legame con Pasolini).
La produzione di questo periodo è basata soprattutto sulla prosa e sulla pubblicazione di articoli relativi a vari argomenti letterari e filosofici.
Le attività letterarie di Caproni diventano frenetiche. Nel 1951 si dedica alla traduzione di «Il tempo ritrovato» di Marcel Proust, cui seguiranno altre versioni dal francese di molti classici d’oltralpe. Va ricordata la traduzione di «Morte a credito», il capolavoro di Céline
Intanto la sua poesia si afferma. «Stanze della funicolare» vince il Premio Viareggio nel 1952 e dopo sette anni, nel 1959, pubblica «Il passaggio di Enea».
Vince nuovamente il Premio Viareggio con «Il seme del piangere».
Nel 1986 viene pubblicato «Il conte di Kevenhuller», libro che segnerà una svolta. Nelle ultime raccolte si fa avanti l’intreccio dei temi religiosi e esistenziali.
L’ultima fase della poesia di Caproni sfugge a una definizione. Il grandi temi della poesia e della filosofia contemporanea lo porteranno a riscoprire il tema del viaggio.
Un viaggio che porta Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua –scriverà Gian Luigi Beccaria- è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
«Res amissa», la raccolta uscita postuma, nella sua brevità epigrammatica contiene la ragione ultima della poesia di Caproni: una sorta di religiosità senza fede in cui «essere in disarmonia con l’epoca».
Tutto è messo in discussione con un nichilismo calmo che filosofeggia non solo sulla morte di Dio ma anche sul freddo della Storia

:: Mi manca il Novecento – Gesualdo Bufalino: storia di un grande scrittore dimenticato e rimosso

19 marzo 2018

Bufalino

Quando nel 1981 uscì Diceria dell’untore l’opera prima di Gesualdo Bufalino, fu subito un caso letterario. Un esordio all’età di sessantuno anni che avrebbe segnato la narrativa italiana.
Lo scrittore di Comiso era un uomo di immensa cultura. Sempre affascinato dalla letteratura e dai libri, trascorre la sua infanzia nella biblioteca paterna.
«Ingegnoso nemico di se stesso», così amava definirsi. Bufalino ha letto tutti i libri e ha sempre resistito alla proposta di pubblicarne uno dei suoi.
Grazie all’incoraggiamento del suo grande amico Leonardo Sciascia, all’età di sessantuno anni pubblica da Sellerio Diceria dell’untore, un libro importante sul tema della morte, un romanzo che ancora oggi rappresenta un classico del romanzo italiano di fine Novecento.
Attenzione della critica e un ottimo successo di pubblico per uno scrittore schivo che ama vivere appartato tra i suoi libri e le sue pagine.
A ventidue anni dalla sua scomparsa, Gesualdo Bufalino rischia di scomparire anche dalla memoria letteraria.
Sellerio pubblica i suoi libri più belli (Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, Cere perse, La luce e il lutto, Museo d’ombre)
Morto Leonardo Sciascia, i libri di Gesualdo Bufalino inspiegabilmente spariscono dal catalogo della casa editrice siciliana, Nel 1988 Bufalino pubblica da Bompiani Menzogne della notte, romanzo con cui si aggiudicherà lo Strega.
Nel 1996 esce Tommaso e il fotografo cieco. Lo scrittore muore improvvisamente in un incidente stradale il 14 giugno dello stesso anno.
Oggi Bufalino è poco letto, poco pubblicato e poco conosciuto e giace inspiegabilmente in un limbo editoriale. Si trova ai margini di un cono d’ombra che lo ha portato verso l’oblio.
Non riesco a capire perché, a un certo punto, Elvira Sellerio abbia smesso di credere nella sua scrittura. Non riesco a capire perché Gesualdo Bufalino, uno degli scrittori più importanti con cui si è chiuso il Novecento, sia diventato lo scrittore più velocemente dimenticato del nostro Novecento.
Non riesco a capire il perché di questa rimozione. Eppure un grande scrittore come Gesualdo Bufalino è quasi scomparso dalle librerie. Lo scrittore di Comiso dovrebbe avere un posto di riguardo tra i più grandi letterati del nostro tempo.
Ma se guardo oggi per un attimo il catalogo di Sellerio, vedo che un altro siciliano impazza con la sua dozzinale letteratura d’intrattenimento, capisco tutto.

:: Mi manca il Novecento – Carlo Levi e Cristo si è fermato a Eboli a cura di Nicola Vacca

7 marzo 2018

Cristo si è fermato a EboliCristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è uno dei romanzi più importanti della letteratura italiana.
La descrizione della vita di un confinato politico si intreccia con la scoperta del sud e di un mondo primitivo e arcaico al quale l’autore si accosta non senza letterari compiacimenti.
L’opera di Levi diventa una pietra miliare della letteratura meridionalista ed è la scoperta e la ricognizione di questo mondo tagliato fuori dalla storia, arcaico e immobile, rassegnato e dolente.
Cristo si è fermato a Eboli è un’ opera non inquadrabile nei tradizionali generi letterari: è diario, descrizione di paesaggi, saggio storico e sociologico, meditazione e galleria di scene di vita di provincia.
Dal mondo del Sud Carlo Levi non si separerà mai più, se lo porterà sempre dentro.
Anche nella sua attività di pittore esplorerà l’indigeno profondo sud.
In un certo senso fu proprio il suo libro a segnare l’inizio di un interesse per il Sud che avrebbe avuto larga eco nella letteratura e si sarebbe esteso alla pittura e al cinema.
Il libro è scritto a Firenze tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 durante l’occupazione tedesca della città. Pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel settembre del 1945 ebbe subito un notevole successo suscitando dibattiti e riflessioni sul rapporto tra civiltà contadina e modernizzazione. Ma soprattutto decretò la nascita di uno di nostri più grandi scrittori.
A oltre cinquanta anni dall’ uscita del suo libro più importante e a quaranta dalla sua scomparsa, Carlo Levi resta uno dei punti più alti della letteratura italiana del Novecento.
Levi era un intellettuale che nella Torino di inizio secolo sentiva il richiamo urgente della realtà e del collegamento con la vita collettiva. Intensa fu la sua attività giornalistica.
Ma la letteratura divenne subito per lui la testimonianza autentica. Così quando nel 1945 uscì Cristo si è fermato a Eboli, il libro fu accolto come una rivelazione.
Mai prima nessuno era riuscito a descrivere con grande trasporto poetico, emotivo, sociale e politico il Mezzogiorno serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente, terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà.
Italo Calvino scrisse che

«la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo».

Quando Levi venne condannato al confino in Lucania (dal 1935 al 1936) non conosceva quel mondo e soprattutto fu folgorato da quel Sud profondo e dal suo mondo contadino che non partecipa alla Storia, escluso da un sistema sociale che gli consente di sopravvivere, con l’unica possibilità del patimento.
Prima di Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi era lontano dalla letteratura in senso stretto. Fino a quel momento aveva scritto articoli di politica su “La Rivoluzione liberale” di Pietro Gobetti.
Dal fondo dell’inferno del Sud con la sua miseria nasce Carlo Levi scrittore che come pochi è riuscito a interpretare con la sua voce autentica quella questione meridionale di cui ancora oggi tanto si parla, spesso a vanvera.
Dopo quella prima esperienza letteraria, anche gli altri libri che Levi scrive sono affreschi di un mondo e di una società, o anche di un momento particolarmente significativo che generalmente era di trapasso o di transizione.
In proposito va anche ricordato L’orologio, libro in cui Carlo Levi racconta la fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l’inizio della crisi dei partiti liberale e azionista, l’avvento della Democrazia cristiana e l’ascesa di Alcide De Gasperi. Soprattutto riporta la decadenza di Roma e dell’Italia di allora e l’immobilismo della classe politica che ieri come oggi ha una visione astratta dei problemi del paese.
La realtà, infatti, secondo Carlo Levi non è mai nel particolare in sé considerato, cioè in quello che appare. La realtà che interessa è quella viva – scrive in Paura della libertà – cioè il punto di incontro tra il determinato e l’indeterminato, fra il finito e l’infinito, fra il collettivo e l’individuale.
Levi in maniera eclettica con la penna (ma anche con il pennello) di questa realtà è stato maestro di vita e di pensiero.

:: Mi manca il Novecento – Quel meraviglioso genio osceno di Henry Miller a cura di Nicola Vacca

20 febbraio 2018

Henry Miller

Per molti anni Henry Miller fu lo scrittore più deprecato e detestato in America, dove i suoi libri venivano giudicati scandalosi e immorali. Soltanto dopo la pubblicazione a Parigi del Tropico del Cancro, gli americani in parte furono costretti a rivedere il loro giudizio.
Ma in realtà Miller non ha mai amato il suo Paese e nei suoi libri certo non lo nasconde.
Anche in Italia i suoi libri non furono amati. I suoi romanzi da alcuni critici furono definiti porcheria, fango, frenesia bieca.
In realtà, Henry Miller è stato un grande genio della letteratura perché con le sue opere ha rotto il vetro del conformismo letterario e spezzato i ghiaccio di ogni perbenismo bacchettone.
La sua intera opera può essere considerata come una celebrazione della sua esistenza splendida e miserabile allo stesso tempo.

«Era qualcosa – afferma Miller – che dovevo fare per preservare la mia integrità. Ripeto che era un caso di vivere e morire».

In pochi hanno veramente capito il carattere anticipatorio dell’opera di Miller. La narrativa prima di lui non aveva offerto un sincero e totale quadro della comportamento umano attraverso la vita sessuale.
Quando egli decise di continuare la sua carriera di scrittore in Europa e non in America, fu netto nel condannare il modo di pensare e di ragionare degli americani. Lui stesso affermò di non riuscire a ragionare come i suoi connazionali, e aveva ragione.
Tropico del Cancro Miller lo cominciò e lo terminò a Parigi. Il libro venne pubblicato nel 1934 e Miller prima di vederlo nelle librerie parigine lo riscrisse ben tre volte.
Nel suo capolavoro, come in tutti i suoi libri, c’era la vita che aveva fin a quel momento condotto: la lotta più nera contro la miseria e tutta la conoscenza di un modo di vivere europeo e in particolare del mondo intellettuale parigino che per primo consacrerà la sua grandezza.
I suoi discorsi avventurosi, apocalittici, ribelli, aleatori, veridici sul destino della nostra civiltà e della nostra arte persuadono o respingono, si fanno detestare e amare come tutto ciò che egli scrive.
A proposito delle discussioni provocate dalla pubblicazione dei suoi libri, Miller aveva una sola preoccupazione e riguardava non quanto uno scrittore possa essere libero nell’esprimere se stesso, ma quanto grande e pericoloso per il futuro dell’umanità sia il distacco tra gli audaci, ispirati da convinzioni oneste e il conformismo basato sull’inerzia, la stupidità, la vigliaccheria, l’ipocrisia.
Letta oggi questa è una profezia e Henry Miller è stato uno dei pochi scrittori che si è spinto per fortuna troppo in là dove ha avuto il coraggio di dire e di scrivere l’estrema verità di certe cose che la maggioranza pensava soltanto. La verità l’ha detta e l’ha scritta con la semplicità sconcertante di chi volutamente ha testimoniato nell’assoluta libertà di pensiero lo scandalo della vita.