Archive for the ‘Profili d’autore’ Category

:: Mi manca il Novecento – Carmelo Bene: la negazione che incendia il mondo – a cura di Nicola Vacca

16 marzo 2022

Chi è Carmelo Bene? Bella domanda. Personalmente non ho ancora trovato una risposta. Continuo a leggerlo e a studiarlo e forse una risposta neanche non la cerco.

A vent’anni esatti dalla sua morte (il maestro si è spento a Roma il 16 marzo 2002) è ancora in mezzo a noi il rumore della sua arte, la deflagrazione del suo depensare.

C.B. con i suoi tremendi colpi d’ascia viaggia ed erra da una meta all’altra di questo tempo amorale con la sua oscenità necessaria del poetico.

Carmelo che scompare mentre va in scena.

Carmelo che fa i conti con la sua assenza, Carmelo che sottrae se stesso anche quando cavalca il palcoscenico e si mostra senza mediazione.

«Egli distrae tutto, turba ogni progetto, ogni mossa degli altri. Il suo nome incute timore e paura, ed è subito storia. Quando morrà, se morrà, non morirà sconfitto per mano degli uomini; è esausto, esautorato dal fuoco che divinamente lo brucia. Tamerlano, d’interno, ha solo questo, un fuoco d’altare che brucia più di quello di Ozram e delle Vestali. La divinità lo uccide esaurendolo.

Tutto il suo resto è esternità. Cioè assenza (parapsicologica), opposta all’essenza (psicologica)».

Siamo d’accordo con Jean – Paul Manganaro. Carmelo è esternità e assenza. Carmelo è nel suo non essere, in quella geniale negazione che è stata la sua immensa arte.

Non vi angosciatecercando di definirlo con la vostra bella scrittura di pennivendoli alla moda, Carmelo vi ha già detto tempo fa cosa pensa di voi.

Carmelo è l’altrove necessario che voi non riuscirete mai a capire.

C.B. È la più grande macchina attoriale di tutti i tempi che ha fatto saltare il banco con la sua coscienza critica.

Nel fondamento tellurico del pensiero ha scrutato con la sua voce che diventa gesto la notte fonda del teatro, della poesia, della letteratura, della vita.

Carmelo sì è sempre disunito, ha devastato il corpo non per distruggerlo né per dissacrarlo, ma per strapparlo all’organizzazione di un sistema sociale chiuso.

Il grande demolitore di ogni forma di conformismo non ha fatto sconti a nessuno ma soprattutto a se stesso. «L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita è se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte. L’essermi alla fine liberato anche di me».

Il rifiuto alla crescita è conditio sine qua non alla educazione del proprio “femminile”. È rifiuto alla Storia e alla conflittualità delle historiette del quotidiano». Così Carmelo Bene in Sono apparso alla Madonna detta le proprie coordinate incendiarie al mondo in cui cammina.

Grande dissacratore e geniale provocatore, Carmelo Bene ha decretato la morte della critica, della cultura, del teatro, e di se stesso anche quando era in vita. Con intelligenza ha invitato alla diserzione, ad essere intensi senza scampo fino alla rottura e al disprezzo di se stessi.

Anime belle del giornalismo italiota, conformista e patinato, che oggi state scrivendo articoli benpensanti su Carmelo Bene per i venti anni della sua scomparsa, sciacquatevi la bocca prima di pronunciare il suo nome perché quando lui era vivo non avete capito un cazzo delle lacerazioni controverse del suo pensiero, che vi disturbavano anche molto.

Oggi lo celebrate per stare sul pezzo della vostra ipocrisia, mentre ieri avete disprezzato il suo inattuale spirito di rottura.

Lo spirito di rottura di Bene non risparmia nessuno: distrugge il teatro e la sua macchina attoriale («Il teatro non è finzione, ma assoluta verità. La macchina attoriale evita la dialettica. Il teatro deve essere rifiuto di ogni forma d’arte, di ogni arte della forma. Di ogni decoro, di ogni decorazione di cui comunque continua a fregiarsi ogni storia e tutte le historie delle arti visive, plastiche e musicistiche»), antistorico e antiumanista pugnala il suo tempo e la mediocre piccolezza di un pensiero intellettuale ingabbiato in un conformismo di maniera che tutto uccide («Che miseria me vedo, che miseria. L’ostentazione risibile del così detto opinionismo… nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe TV nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici e negli studi audio – visivi intrattenimentacci dove ciascuno a turno è straconvinto di dire proprio la sua»).

Questo è il grande Carmelo Bene, genio irregolare estraneo a ogni ambiente culturale. Uno contro tutti, come Artaud, Cioran, Céline, Kraus, demolitore di ogni forma di perbenismo e conformismo che considera il mondo un cimitero bigotto in cui solo l’indisciplina è degna di nota. Tutto il resto è tempo per gli imbecilli e per gli idioti.

:: VALENTINA GUIDARA PITTRICE: LA “POESIA DELLA VITA” a cura di Antonio Catalfamo

28 febbraio 2022

Bruno Bettelheim ha scritto che i primi sette anni della nostra vita sono i più importanti, perché lì si struttura la nostra personalità, che poi, sulla base di questo nucleo fondamentale, va sviluppandosi man mano che cresciamo. Cesare Pavese, nei suoi scritti di poetica e di estetica, ha sostenuto che nell’infanzia vediamo una “prima volta” le immagini che si fissano e stratificano dentro di noi e la nostra fantasia di bambini ce le fa sembrare reali. In età adulta vediamo le stesse immagini una “seconda volta”, attraverso il filtro della ragione e ne comprendiamo il significato simbolico.

Così mi accade ora di rivedere con gli occhi di adulto tutto un mondo che ho vissuto intensamente da bambino, certi scorci di paesaggio, certi angoli di città, certi spaccati umani, e di coglierne tutta la forza evocativa, di riviverli in una dimensione diversa, che contiene e, nello stesso tempo, supera quella acquisita nel corso dell’infanzia.

Siamo a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), la città dell’estremo Sud in cui sono nato e vissuto per tutta la vita. Nella mia infanzia frequentavo un piccolo bar, al centro, gestito da una signora dai tratti popolari, e lì spendevo qualche soldo della mia paghetta settimanale comprando gelati e dolcetti che avevano un sapore tutto siciliano che mi è rimasto in bocca. Barcellona era allora una città di contadini, di allevatori, di commercianti di agrumi e di formaggi, e tutta la sua vivacità, anche chiassosa, si concentrava nel centro, nella piazzetta sotto i pini, intitolata al santo patrono, san Sebastiano, dove si svolgevano i piccoli affari legati ad agricoltura ed allevamento, e i contraenti si sputavano sulla mano per sancire l’indissolubilità dell’accordo verbale, che allora valeva più di un contratto. Questa vivacità si trasmetteva al contesto circostante, compreso il piccolo bar di cui dicevo.

Ora la città è cambiata. L’agricoltura e il commercio sono in crisi. Si afferma una dimensione del tempo diversa, più lenta, direi quasi una dimensione araba. Il centro è multietnico, caratterizzato da una mescolanza di immigrati arabi, slavi, indiani, che non è facile distinguere dai siciliani che li affiancano, in questo crogiolo salutare di razze, di colori e di umori, perché in loro si sono stratificate le tante dominazioni straniere che si sono succedute nell’isola, lasciando ognuna una traccia somatica, cromatica, caratteriale, civile.

Questa nuova dimensione del tempo, questa nuova varietà di colori e di umori si è trasmessa al piccolo bar della mia infanzia, oggi Caffè Roma. Clienti di ogni razza affluiscono con lentezza, si scambiano saluti e sorrisi d’intesa, si siedono ai tavoli e si godono lo scorrere del tempo, senza premura. Poi escono e vanno via. Il bar conserva i vecchi sapori della mia infanzia, i gelati e i dolci della tradizione, che mi fanno tornare, nel gustarli, nuovamente bambino.

Nel bar a servire, al bancone e ai tavoli, quattro ragazze, gentili, veloci come scoiattoli, che racchiudono in sé tratti ellenici, normanni, svevi, spagnoleschi, arabi. Siciliane di una sicilianità antica, stratificatasi nei secoli, con le varie civiltà. Ragazze che hanno una spiccata personalità e una vivacità culturale notevole. Tra di esse c’è Valentina Guidara, una ragazza bruna, dai tratti spagnoleschi, forse. Mi porge alcuni suoi disegni, che mi incuriosiscono, ne chiedo altri, nei giorni a seguire me li porto a casa, ci medito su con calma.

Sarebbe riduttivo definire Valentina una pittrice “naïf”, nel significato usuale che si suole dare a questo termine, per indicare un pittore “ingenuo”, spontaneo, autodidatta, che ha un approccio diretto, immediato, con il mondo che lo circonda e lo ritrae nella sua dimensione fortemente realistica. Ma Cesare Zavattini ci ha dato, per fortuna, una definizione ben più calzante: “A definire in modo esauriente la pittura naïve secondo me c’è riuscito chi è stato meno restrittivo. Io non sono mai caduto nel tranello di idoleggiare l’arte naïve chiudendola, ma ho sempre cercato di far capire che lì c’era chi valeva uno, chi due, chi tre, chi cento, e a mano a mano che i valori crescono, entrano nell’arte in generale, per cui ad un certo punto un quadro di un pittore naïf di valore è alla stessa altezza di un quadro di valore di altre definizioni”. E’ il valore artistico che conta e Gramsci ci ha insegnato che bisogna cercare il “bello” ovunque si trovi e che “l’esclamazione di un carrettiere riveste talvolta per noi tanta poesia quanto un verso di Dante”.

Valentina Guidara è, infatti, una pittrice tutt’altro che “ingenua”, anche se è un’autodidatta. Possiede una tecnica personale, sicura nel tratto e nei colori. Non si limita a rappresentare la realtà nella sua dimensione cosiddetta “oggettiva”, empirica. Rappresenta i paesaggi dell’anima, tutto un mondo che attinge sì al reale “fenomenico”, ma lo plasma e trasfigura attraverso quell’altro mondo che si è stratificato dentro di lei, comprensivo del conscio e dell’inconscio, individuale e collettivo, risalendo nei secoli, anzi nei millenni, abbracciando tutte le civiltà che si sono succedute nell’isola, con i loro valori, i loro colori, il loro modo di guardare l’universo, in tutte le sue sfaccettature.

Valentina Guidara guarda il mondo reale dall’alto di un’altalena (è questa l’immagine contenuta in un suo quadro) e lo confronta con il mondo che è dentro di lei, e da questa commistione nascono le immagini dei suoi quadri. Abbiamo così colori molto vivaci, che ci ricordano i dipinti di Renato Guttuso, con fiori rossi (papaveri o rose?) che colpiscono l’occhio con il loro impatto molto forte, accanto a marine dai colori soffusi, sfumati, direi di matrice e valenza araba, spaccati leopardiani che si perdono nell’infinito spaziale e sentimentale. Queste immagini variegate testimoniano una personalità ricca e complessa: forte e delicata, riservata, ma consapevole del proprio valore. Accanto alla precisione di certi dettagli, è presente quell’ “indeterminatezza” che, secondo il Leopardi, deve caratterizzare la vera poesia. “Poesia della vita”, quella di Valentina Guidara, concepita in tutta la sua multiformità e poliedricità.

:: Mi manca il Novecento – Ulisse, il libro della storia umana – a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2022

James Joyce incominciò a pensare il suo Ulisse nel 1914. All’inizio venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici di Gente di Dublino. Poi lo scrittore irlandese si lasciò prendere la mano dal suo genio e nel 1922 fu pubblicato in Francia il più straordinario e impossibile romanzo della storia della letteratura.

Ulisse vide la luce grazie a Sylvia Beach, che fondò a Parigi la mitica e storica libreriaShakespeare and Company.

Sylvia Beach aveva una grande venerazione per lo scrittore irlandese e decise di pubblicare Ulisse. Senza di lei l’Europa e il mondo non avrebbero mai conosciuto il libro di Joyce, considerato il capolavoro di tutti i tempi.

Molte furono le difficoltà e le vicissitudini a cui andò incontro per aver deciso di pubblicare il libro del grande scrittore irlandese.

Sylvia diventò, in un certo senso, la curatrice degli interessi editoriali e dell’immagine di Joyce e del suo carattere spigoloso e difficile. «Quando curavo gli interessi di Joyce mi dimostravo avidissima, e mi ero fatta la fama di un’affarista sprecata». Queste sono le parole di Sylvia, che tramite la Shakespeare and Company aveva la facoltà di trattare tutti gli affari di Joyce, ma non ne ricavava nessun utile.

Lei aveva con Joyce un rapporto unico. Sylvia lo venerava e lo considerava un grandissimo scrittore. Questo è il motivo per cui decise di pubblicare Ulisse. A cento anni dalla sua pubblicazione noi dobbiamo ringraziarla perché senza di lei non lo avremmo mai letto e conosciuto.

In una Dublino infognata dalla morale cattolica, Joyce ambienta il suo romanzo. Lo scrittore non sopporta la vita statica dei suoi abitanti che non vivono in maniera autentica, oppressi dalla religione e dai rigurgiti del nazionalismo.

Lo scrittore è indignato da tutto ciò. Questa posizione gli costerà l’esilio. Si è parlato di Leopold Bloom come di un eroe che sbaglia e incapace di instaurare rapporti umani.

Attraverso il flusso di coscienza di Bloom Joyce nel suo romanzo epico abbraccia tutto l’uomo. Il suo romanzo impossibile e straordinario si inserisce in un’inattualità senza tempo e in un certo senso può considerarsi un abisso in cui i lettori si perdono per non ritrovarsi più.

Dalla lettura dell’Ulisse di Joyce si esce tramortiti e allucinati. Si entra in un labirinto e ci si perde senza pietà. Questa è una sensazione forte che vale la pena provare senza avere la pretesa di capire tutto.

Gianni Celati, autore di una traduzione recente del romanzo di Joyce, sostiene che la lettura di questo libro vada liberata dall’obbligo di capire tutto, il che è un obbligo difficile da assolvere, almeno nella nostra prospettiva di lettori comuni, alle prese con la difficoltà della scrittura di Joyce.

Scrive Celati nella sua prefazione: «Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi».

L’idea della lettura liberata proposta da Celati è il modo migliore per affrontare Joyce e trovarsi corpo a corpo con il suo romanzo.

A Carmelo Bene l’Ulisse di Joyce ha cambiato la vita: pochi scrittori sono riusciti a passare da un “pensiero dell’immediato “a un “immediato pensiero”. Per Bene Ulisse è il libro della storia umana.

:: Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971)

22 gennaio 2022

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971), una tra le figure di maggior spicco nel panorama accademico finlandese del Novecento. Studioso di mitologia e folklore, storico delle religioni, poeta sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, membro del movimento letterario Tulenkantajat, durante la sua lunga carriera si è occupato del rapporto tra mitologia e tradizione orale baltofinnica affrontandone i nodi irrisolti con un approccio fenomenologico e comparativistico.

Sulle spedizioni vichinghe in Occidente sappiamo molto, ma è meno noto quanto le rotte verso le terre più estreme e arcane del Settentrione abbiano nei secoli catturato l’interesse e stimolato la fantasia degli scandinavi e di tutti i viaggiatori. Nell’890 l’avventuriero norvegese Óttar consegnò a re Alfredo il Grande le proprie memorie: con la nave e il suo equipaggio l’esploratore, costeggiando il Finnmark, era giunto al Mar Bianco, presumibilmente fino alla foce della Dvina Settentrionale, dove aveva visto coste sorprendentemente prospere e terre mirabilmente coltivate, ed era entrato in contatto con i Beormas, popolo «tanto ostile quanto civile» che parlava una lingua affine a quella dei vicini lapponi.

Partito dalla sua terra, il Hålogaland, Óttarr aveva costeggiato il Finnmark fino alla penisola di Kola, raggiungendo il Mar Bianco. Facendo vela verso sud, aveva lambito le terre dei terfinni di Kola, ovvero dei sámi di Ter (o lapponi di Turja), e il maestrale lo aveva condotto fino alla foce del «grande fiumeǧ dove aveva incontrato i biarmi con le loro «terre ben coltivate». Probabilmente, per il tramite di un interprete, Óttarr era riuscito a comunicare con loro. Gli avevano rivelato alcuni dettagli sulla loro terra e su quelle vicine, ma Óttarr non aveva riferito a Ælfrēd il contenuto dei racconti e, come ha osservato amaramente Kaarle Krohn, «a causa della sua spiccata laconicità ci sono negate importantissime informazioni sulle condizioni di vita dei nostri avi».

In un’epoca nella quale mito, desiderio di scoperta e interesse economico si tendevano la mano, il cosiddetto Bjarmaland divenne presto una meta ambita per pionieri, mercanti e predoni. Starkaðr gamli, Ragnar loðbrókr, Þorir hundr sono solo alcuni degli avventurieri che partirono per il nord, accecati dalla ricchezze dei finni d’Iperborea”.

Il tema della Biarmia, terra periferica e impenetrabile, eppure crocevia di culture, imperi e qanati, mercato fiorente, regno dalle ricchezze immaginifiche o mondo popolato da giganti e creature infere, ha attraversato tutto il Medioevo affascinando storici come Adamo di Brema e Sassone Grammatico, impreziosendo le topografie dei cicli scaldici, ma lasciando tuttavia irrisolte alcune questioni: a quale ceppo appartenevano i suoi misteriosi abitanti? Quale forma di civiltà avevano istituito e quale religione praticavano? La Biarmia storica era dunque la Pohjola dai mille tesori, il mitico “regno del Nord” dei cicli epici baltofinnici, reso celebre dal Kalevala?

:: Mi manca il Novecento – Carlo Betocchi, il poeta che non perde mai di vista la terra – a cura di Nicola Vacca

29 dicembre 2021

Carlo Betocchi è considerato la guida morale della corrente degli ermetici. Ma la sua esperienza poetica è stata singolare e non la si può includere in nessuna scuola.

Franco Fortini scrive che la poetica di Betocchi ha avuto uno sviluppo complesso, verso forme di più secca semplicità, di realismo, quasi un cattolico primato conferito all’incarnazione, dunque all’oggetto.

Con un linguaggio diretto e un immanente tensione morale verso un realismo spregiudicato, Betocchi considerava la poesia come la realtà che vince il sogno.

Realtà vince il sogno è anche il titolo della sua prima raccolta, che diventerà appunto il manifesto della sua attività poetica.

Con un linguaggio semplice il poeta tocca con mano le parole e ci propone le situazioni quotidiane colte nel loro accadere in cui la realtà della vita è contrapposto agli inganni del sogno.

Betocchi, un poeta con i piedi per terra che si sente parte del tutto, del creato invoca un senso francescano di fratellanza.

A Francesco guarda l’esperienza religiosa della sua poesia, che è sempre lontana dalle forme del misticismo e guarda con un partecipato sentire all’uomo e all’umanesimo.

Carlo Betocchi è un poeta che cerca l’uomo, essendo uomo tra gli uomini.

«Ciò che occorre è un uomo» scrive in una bellissima poesia dedicata a Emilia De Palma, la sua compagna.

«La poesia di Betocchi scrive Mario Luzi – era stata per eccellenza una poesia del sensibile: tanto vale dire che la sua carità partiva dalle creature. Ora che il discorso è, fra sé e sé, un discorso con il Creatore quasi senza distrazioni all’esterno, il sensibile ritorna più che altro come metafora interna ed è proprio in quei punti che il «passo» mette le ali e accelera il commovimento bruciante della asciutta confessione, di per se stessa così alta, così fervida per ansia di verità. È da notare che tutto questo accade senza rotture e lacerazioni, in un linguaggio sostanzialmente continuo, incisivo, vivificato dalle risorse e ricchezze di idioma, non secco, aperto anzi a una sintassi geroglifica prima del suo finale svettante. […] C’è un punto ideale nella storia di ogni poeta in cui la distinzione tra prosa e poesia sembra un limite o un arbitrio insostenibile: un punto in cui la lingua è una. Con misura e fermezza Betocchi si è collocato in quel punto non dovendo per questo discendere ma anzi salire».

Il verso di Betocchi ha qualità di durata autentica, la sua poesia è sempre una cosa sincera che si insinua con lealtà nei meandri della realtà. Las critica non sempre lo ha amato e apprezzato. La poesia di Carlo Betocchi meritava più attenzione e ascolto.

«[…] più che toscano, italiano all’antico modo romanico, scrive Giorgio Caproni – sia per il cristiano realismo della stringatissima ispirazione, la quale pur tenendo l’occhio costantemente puntato al cielo non perde mai di vista la terra e le sue stagioni (gli uomini e le loro fatiche), sia per l’asciuttezza quasi frustante del linguaggio, qui più che mai vicino alla plasticità e all’incisività, così popolata di schietta gente nostra alla vigna o all’incudine di certi Mesi dell’anno che fregiano tante antiche cattedrali o chiesuole sparse da un capo all’altro d’Italia».

La meraviglia di fronte alla realtà e questo non perdere mai di vista la terra, un umanesimo cristiano vissuto attraverso l’esperienza drammatica della fede, fanno di Carlo Betocchi un poeta importante e imprescindibile della letteratura del Novecento.

Un poeta profondamente umano con la sua poesia che veniva dalla terra.

Da uomo libero aveva intuito che la realtà vince il sogno. La sua umiltà e la sua grandezza meritavano di più.

:: Mi manca il Novecento – Samuel Beckett e l’assurdo nella tragicommedia dell’attesa – a cura di Nicola Vacca

24 dicembre 2021

Samuel Beckett è una delle colonne portanti del Novecento letterario, è stato uno degli autori più rappresentativi del teatro dell’assurdo.

Irlandese di nascita, francese e parigino d’adozione, Beckett con il romanzo, il teatro e la poesia ci ha insegnato attraverso la metafisica dell’assurdo che noi nasciamo e moriamo aspettando Godot.

In Finale di partita e in Giorni felici come in Molloy, Malone muore e L’innominabile, Beckett esprime in maniera radicale il nichilismo del suo tempo e tutti i drammi dell’esistenza. La sua scrittura fa i conti con l’insensatezza e l’incomunicabilità, va oltre i luoghi comuni, cercando un dialogo serrato con un incomprensibile che diventa assurdo.

La scena del teatro di Beckett è muta, perché a essere senza parole è l’uomo che non riesce a liberarsi dalla prigionia del nulla.

Beckett è un significativo scrittore della crisi. Tutta la sua opera è radicalizzata in direzione dell’assurdo: nella scrittura teatrale, narrativa e poetica il nichilismo filosofico dello scrittore mette in scena prima di tutto la crisi dell’uomo contemporaneo.

Tra gli autori più discussi e drammatici del Novecento, Samuel Beckett con una voce sofferta e angosciosa ha affrontato il dolore dell’uomo, l’inevitabile destino di sofferenza al quale è destinato nel suo passaggio sulla terra.

«I suoi paesaggi sono deserti in cui torreggiano le inezie; i suoi personaggi simboleggiano, in una qualche deformità fisica, la paralisi spirituale cui sono giunti. Non si muovono perché non ce n’è motivo alcuno e ogni desiderio che sorge viene immediatamente frustrato da una lucida consapevolezza» (da una nota critica dell’Enciclopedia Treccani).

La cifra stilistica di Beckett era una zona di silenzio. Intorno a questo esercitava il suo mestiere di scrittore. Scrivere per lui significa scavarsi dentro passando da un buco all’altro finché ciò che sta acquattato dietro, che sia qualcosa oppure niente, non comincia a filtrare. Beckett non riusciva a immaginarsi un fine più altro per lo scrittore del suo tempo.

Naufragando nel teatro dell’assurdo, Beckett è stato un critico severo del suo tempo. Egli ha messo in scena un unico e enorme dramma, quello del fallimento concreto dell’uomo con tutta la sua incapacità di comunicare e costruire rapporti, causa principale del declino dei concetti dell’amore e della libertà.

Nel suo linguaggio colme di pause, di silenzi e di parole senza senso lo scrittore trova l’impossibilità di vivere un presente felice.

Beckett è crudo e radicale nell’esprimere la decadenza del mondo e la paralisi spirituale dell’uomo contemporaneo.

«Non so chi sia Godot. Soprattutto non so neanche se esiste. E non so neppure se quei due che l’aspettano ci credono o no».

Nella tragicommedia dell’attesa ancora oggi il genio esistenzialista di Samuel Beckett ci mostra nella sua inquietudine radicale l’inferno dell’insensatezza, il dramma di un teatro dell’assurdo che mette in scena il nostro eterno fallimento di uomini.

:: Mi manca il Novecento – Chet, il poeta della tromba che centra sempre il cuore – a cura di Nicola Vacca

22 dicembre 2021

Le rughe pronunciate, le mascelle spigolose, i contorni sfumati, gli zigomi risucchiati dalla violenza di un tempo distruttivo.

La testa abbassata in simbiosi con la sua tromba. Ecco Chet Baker, il più grande musicista maledetto del jazz che ha fatto della sua esistenza un’esperienza crudele.

Chet può considerarsi un Artaud d’oltreoceano, un vero poeta che con la sua tromba ha creato mondi musicali e capolavori inarrivabili.

Chet è una delle più grandi coscienze inquiete del jazz,

«Baker, – scrive Emanuele Capozziello – un traditore dello star-system, è vissuto troppo a lungo e troppo pienamente, mettendo in imbarazzo gli inconfessabili cliché della critica musicale (l’ipocrita paternalismo reazionario, che glorifica e implicitamente ammonisce Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Luigi Tenco), e non ha permesso alla sua tragedia di divenire “aneddotica”, non ha permesso che il lava-stira dell’industria hollywoodiana purificasse, sublimasse e vendesse a prezzo di mercato il suo dolore. Una tragedia odiosamente invendibile, dopo la morte di Chet Baker, è diventata una tragedia felicemente inconsumabile, tanto autentica, tanto viva e personale, quanto difficile, non semplificabile e illeggibile. L’esperienza musicale di Baker – che, per le ragioni anticipate, non può dirsi propriamente una “carriera” – è inconsumabile come la vera poesia – per usare le parole di un altro “minore”, Pasolini – e la sua, come ogni poetica della vita e della sua crudeltà, risulta amabilmente avvicinabile, e ancora più piacevolmente incomprensibile».

La musica di Chet non è stata assoluta e affermativa, la sua tromba è stata sempre lontana dai virtuosismi, vicina ai sentimenti brutali di una realtà crudele.

Un tromba, la sua, che ha sempre centrato il cuore, lo ha straziato con la malinconia di un fiato devastante, intenso e poetico.

Il genio e la sregolatezza di Che trimarano sempre tormentate e oscure come la sua carriera maledetta.

Enrico Rava ha scritto che Baker è stato un musicista con la magia in tasca. Chet, uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz, il migliore in senso assoluto tra i bianchi.

Magrissimo, con lo sguardo smarrito, gli zigomi sporgenti e le rughe che gli segnavano il viso ricordandogli gli eccessi. Nella sua musica trovava conforto e si rifugiava sotto le ali protettive della sua tromba. Ballate struggenti indimenticabili, e tra le tante Everything Happens to Me e la malinconica My Funny Valentine, che ancora oggi emozionano i cuori e l’anima di chi le ascolta.

Chet Baker non è solo un mito maledetto ma è soprattutto un ‘icona del jazz e di tutta la poesia che c’è nel jazz.

Arrigo Polillo ha scritto in Jazz (Mondadori, 1975) che la tromba di Chet Baker aveva una voce pastosa e carezzevole, la musicalità e la nitidezza delle linee melodiche, il puntualissimo gioco d’insieme, il delizioso contrappunto, il funzionale sostegno dei ritmi, propulsivo quanto discreto, erano altrettanto tratti distintivi di quel jazz rilassato e muscoloso a un tempo, che si differenziava già nettamente dal cool jazz, dal quale peraltro derivava.

Chet, un immenso poeta della tromba che aveva uno spiccato senso dell’armonia jazz.

Il suo ascolto ci spiazza, ci coinvolge, ci inquieta. I suoi assoli ci procurano vertigini di suggestioni e di emozioni, ma soprattutto ci conducono in mondi interiori musicali dove la tensione è alta e si chiama poesia.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Mi manca il Novecento – Il mondo di un intellettuale brillante – a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2021

Oreste Del Buono, scrittore, giornalista, curatore e consulente editoriale, critico letterario, traduttore. Questo e molto altro egli ha rappresentato nella cultura italiana del Novecento.

Una figura interessante, un uomo colto e pieno di interessi che aveva la curiosità dell’intellettuale vivo e propositivo.

Di lui resta il suo notevole interventismo culturale, che andrebbe riscoperto e rilanciato e che tanto bene farebbe alla paludato mondo delle lettere contemporanee.

Di quel Novecento che ci manca Del Buono è stato un protagonista, un intelligente agitatore di idee con le sue intuizioni sempre profetiche e originali.

Giornalista acuto, scrittore brillante, consulente editoriale curioso e attento, portatore di idee sane e innovative, la sua attività intellettuale è un patrimonio imprescindibile che va salvaguardato.

Il suo romanzo d’esordio è La parte difficile. Elio Vittorini sul Politecnico scrisse: «Grigio, triste, noioso, il libro di Oreste del Buono. È il primo romanzo di un nuovo scrittore, di un giovane, e viene da pensare “ancora un libro così!”. Ma subito si passa a pensare dell’altro. C’è dell’altro. Il libro ha un valore… Vi si narra di un uomo che non sa credere nemmeno al delitto che pur compie. Che cosa ne dirà la critica degli ipocriti? Che è ora di finirla con questi ‘atteggiamenti’? Che è ora di risalire la corrente? Che è ora di tapparsi le orecchie e di chiudere gli occhi? Che è ora di rimettersi a dire delle ‘buone’ menzogne? […] [Il protagonista] ci mostra, nel libro, la miseria di cercare ancora delle mistificazioni. Mentre, attraverso il protagonista, il libro ci mostra, con la chiarezza di una piccola operazione aritmetica, come quello che di buono rimanga da fare alla borghesia sia ormai soltanto: non mentire. Cioè: scrivere dei libri come questo: continuare in questo genere di letteratura».

All’attività di scrittore Del Buono affiancò anche quella di giornalista e traduttore. In concomitanza con il lancio di due storiche collane tascabili: l’«Universale economica» della Cooperativa del libro popolare (COLIP), per conto della quale firmò le versioni di I gioielli indiscreti di Denis Diderot e Il cappotto di Nikolaj Gogol’ (provocando il disappunto di Palmiro Togliatti per i fitti e arbitrari tagli che lardellavano il primo dei due libri), e, soprattutto, la «Biblioteca universale Rizzoli» (BUR), che gli affidò la cura di oltre una ventina di titoli tra i quali tre romanzi di Gide (La porta stretta, 1953; Le segrete del Vaticano, 1955; L’immoralista, 1958) e tutte le novelle di Guy de Maupassant, uscite in dieci volumi tra il 1950 e il 1965.

Come giornalista ha scritto sul settimanale Oggi e fino alla morte su La Stampa. Collaborò per un breve periodo con Epoca.

Rilevante fu il suo contributo di consulente nel mondo dell’editoria. All’inizio degli anni Sessanta collaborò con le maggiori case editrici. Tra il 1962 e il 1963 fu consulente editoriale di Feltrinelli, sua la curatela di tutti i racconti di Raymond Chandler e la scoperta di John Le Carré.

Nel 1971 pubblica I peggiori anni della nostra vita, un altro romanzo importante. Il libro viene pubblicato da Einaudi.

Negli anni successivi lavorerà per Rizzoli, scriverà su Paese Sera, Repubblica e Corriere della Sera, dimostrando sempre di essere uno spirito inquieto e avventuroso sempre in cerca di nuovi stimoli e pronto a mettere in circolo idee geniali e nuove, fino alla morte, avvenuta a Roma il 30 settembre 2003

Oreste Del Buono, scrittore, polemista tagliente, critico letterario esigente, intellettuale atipico e mai inquadrabile è un autore da recuperare e da rileggere. La sua poliedricità è un valore aggiunto alla quale non possiamo rinunciare.

:: Mi manca il Novecento – Bellintani, il poeta appartato che cammina nella luce – a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2021

Umberto Bellintani, classe 1914, è un poeta dimenticato, troppo dimenticato che in vita scelse di stare sempre nell’ombra.

La sua voce lirica si ispira a un cristianesimo umanitario e le sue parole indossano spesso il cilicio, le immagini diventano visioni, il linguaggio diventa pietra. La sua è una poesia che non concede tregua, sa essere allo stesso tempo cruda e mistica.

Eugenio Montale in una recensione sul Corriere Della Sera nel 1954 scrisse:

«Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni… spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola».

Giacinto Spagnoletti nella Storia della letteratura italiana del Novecento scrive che per entrare nella poesia di Bellintani bisogna pensare all’ enorme anarchismo di Dino Campana, di cui il poeta mantovano e il naturale prosecutore con la sua poesia febbrile e sempre ricca di sfumature.

Già dalle prime poesie, Bellintani si presenta con un poeta legato ai luoghi che vive di cui racconta il vissuto e le peripezie umane.

Mario Luzi ha tracciato un significativo ritratto del poeta facendo notare che tra i poeti del dopoguerra, Bellintani si distinse per la semplicità del suo fare. Nelle sue poesie evitò qualsiasi digressione, prese sempre la via diretta. La via che lo portò a liberare d’istinto il suo dono da ogni accessorio e a trovare nella sua inerme e viva franchezza la sua modernità.

Il dolore, la natura e il legame con la sua terra sono i temi principali della poesia di Bellintani che leggendola colpisce con le sue sensazioni forti.

Il poeta guarda sempre con umanità al suo prossimo e da raffinato uomo del popolo non rinuncia mai nella sua scrittura a una raffinata dimensione sensuale che coinvolge le parole in un partecipativo bisogno di senso.

Colpisce perché carico di significati la sua predisposizione all’ascolto del cuore della terra. Tutta la sua poesia è un unico canto in cui la religiosità è attaccata con passione all’esistenza e allo stesso tempo indaga le inquietudini della ricerca di Dio.

In E tu che m’ascolti, pubblicato da Mondadori nella collana Lo Specchio nel 1963, la sua attenzione nei confronti della condizione umana spicca per un’autentica sensibilità che il poeta esprime con una ruvida violenza espressiva che tiene sempre conto di una pietà umana troppo umana.

«In questo nostro mondo /dove ogni essere grida pietà, / su questa terra / letteralmente coperta da una selva di crocefissi, / dove ogni inchiodato sulla croce, ebete, sghignazza, bestemmia / e implora e sputa / sul corpo del compagno il suo dolore / fattosi ira e veleno, / quando mai una mano pietosa vorrà / avvicinarsi e schiodare / uomini e la specie / d’innumeri animali? / Quando mai / incolumi farfalle / voleranno dalle mani degli uomini / e fatti lievi come il fiato di mammole erreremo / lungo torrenti di luce in un divino / fraterno amore? Quando mai / saremo miti e rugiadosi come gli angeli / che sognammo?».

Ci piace molto la via diretta che Umberto Bellinatani ha scelto di seguire nella sua vita di poeta e di uomo, ci incanta la sua dolcezza e la sua discrezione, ci conquista il suo stare nell’ombra per camminare sempre nella luce.

:: CARMELO R. VIOLA: UN ESEMPIO DI COMUNISTA LIBERTARIO a cura di Antonio Catalfamo

29 settembre 2021

Il 4 Gennaio 2012 moriva Carmelo R. Viola. Nato nel 1928 a Milazzo, dove la famiglia si era trasferita momentaneamente per esigenze lavorative del padre, era originario di Acireale, dove aveva vissuto buona parte della sua vita, con un’ampia parentesi rappresentata dal soggiorno in Libia, a Tripoli, come emigrato, dal 1941 al 1949, assieme alla famiglia, e trasferimenti, principalmente a Palermo, legati a problemi lavorativi propri. Purtroppo, dopo la morte, una coltre di silenzio è calata sulla sua figura e sulla sua opera, che, al di là delle diverse collocazioni, si è svolta sempre all’insegna dello spirito libertario, che costituisce, dunque, il trait d’union tra i diversi momenti.

Ebbi con lui un lungo rapporto di corrispondenza e di collaborazione, iniziato, probabilmente, nel 1986, stando ad una mia lettera, risalente a tale anno, che lui mi inviò in fotocopia, come testimonianza cronologica del nostro primo contatto, traendola dal suo nutrito archivio, ch’egli custodiva gelosamente in casa, ben ordinato. Ma io, a quella data, seguivo già da alcuni anni la rubrica di traduzioni italiane di poeti russi e sovietici, che Viola teneva su “La Ragione”, organo dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, e le note polemiche, molto pungenti e profonde nelle argomentazioni, che pubblicava su questa rivista, della quale fu per lungo tempo uno dei principali animatori. Carmelo R. Viola aveva imparato i primi rudimenti della lingua russa da un cultore triestino, durante il soggiorno a Tripoli, che aveva stimolato la sua vocazione naturale di poliglotta, visto che, oltre alla lingue locali (in particolare l’arabo), aveva imparato il tedesco e l’inglese (oltre al francese) in quanto impiegato, nonostante la giovane età, presso gli uffici delle amministrazioni straniere che si succedevano nell’occupazione del Paese. La dimensione poliglotta dominerà per tutta la vita il Nostro, che diventerà, fra l’altro, traduttore dal russo di alcune parti della monumentale Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, edita da Nicola Teti di Milano e una Storia della Chiesa russa, con brani in veterorusso, che doveva uscire presso lo stesso editore. Tra le numerose lingue da lui approfondite nel corso degli anni ricordiamo, inoltre, lo spagnolo, il portoghese e l’esperanto.

Iniziò così uno scambio di opinioni e di materiale durato per parecchi anni (circa un ventennio) e interrotto qualche anno prima della sua morte perché io mi trovai costretto, per vari motivi, a circoscrivere il mio impegno alla critica letteraria e alla poesia, ridimensionando di molto i miei interventi, anche giornalistici, in materia strettamente politica ed ideologica. Ricordo con piacere ch’egli mi mandava enormi pacchi postali con la fotocopia dei suoi articoli di sociologia, che venivano ospitati da una miriade di riviste, e con i volumi progressivi dei suoi Quaderni del Centro Studi Biologia Sociale, che Viola stampava da sé con grande maestria e grande pazienza, digitandoli con uno dei primi computer in DOS, fotocopiando poi le varie pagine, riunendole in libretti ben fatti, con copertina colorata, sapientemente squadrati con una cesoia e spillati con la cucitrice. Purtroppo, le necessità della vita mi impedirono ad un certo punto di far onore a quei pacchi e all’impegno culturale che vi stava dietro con miei articoli di commento e recensioni.

Carmelo R. Viola è stato un personaggio poliedrico, d’impronta leonardesca, dominato, sin dall’infanzia e dall’adolescenza, da una forte carica conoscitiva, diretta verso tutti i campi dello scibile umano, superando la barriera artificiale tra sapere umanistico e sapere scientifico creata in Italia dal dominio culturale crociano, protrattosi per lungo tempo, con riflessi negativi fino ai nostri giorni. Quest’ansia conoscitiva lo ha portato, ancora giovinetto, ad accostarsi, nella Tripoli “liberata” dagli anglo-americani, agli ambienti antifascisti, a leggere i primi fogli da questi ultimi prodotti e diffusi in forma semiclandestina, come “Italia Libera”, che Viola acquista per strada, a collaborare al “Corriere di Tripoli”, quotidiano intorno al quale si raccoglie la nutrita comunità italiana, a diventare apprezzato polemista sulle colonne di questo giornale, nonché protagonista di un dibattito animato, da lui suscitato e determinato da una sua valutazione, ritenuta ingiusta, agli esami magistrali, preparati da esterno,che diventa occasione per una discussione intorno al carattere nozionistico o meno della formazione scolastica vigente, con l’intervento di autorevoli personalità del mondo culturale tripolino, fra cui Eusebio Eusebione, docente di matematica d’origine ebraica, sostenitore del Viola, in contraddittorio con autorevoli personaggi del sistema scolastico “ufficiale”, che sono costretti a regredire verso posizioni difensive di retroguardia. Il Nostro partecipa, inoltre, alle riunioni, anch’esse semiclandestine (e perciò talvolta interrotte dai “liberatori” anglo-americani con il conseguente arresto degli organizzatori), del “Fronte Unito”, d’ispirazione comunista.

Rientrato in Italia, nel 1949, Carmelo R. Viola assume un ruolo da protagonista nell’ambito della pubblicistica d’ispirazione anarchica, collaborando ad “Umanità Nova”, la prestigiosa rivista fondata da Errico Malatesta, a “L’Agitazione del Sud”, organo degli anarchici siciliani, ch’egli contribuisce pure a stampare e diffondere e di cui diviene per alcuni anni anche direttore responsabile, e a numerosi altri giornali dell’universo anarchico-libertario. Va sottolineata l’esperienza della rivista “Previsioni”, da lui fondata e diretta, dal 1956 al 1960, alla quale collaborano figure “eslegi” di intellettuali libertari, come Enzo Martucci, anarchico individualista, e Bruno Rizzi, studioso socialista che contribuisce alla definizione dei connotati del processo di burocratizzazione che investe l’Urss, in netto anticipo rispetto alle manifestazioni eclatanti del fenomeno che poi, diversi decenni dopo, hanno portato al crollo del regime comunista sovietico. Carmelo R. Viola ha acquisito una notevole verve polemica che gli consente di prevalere nei contraddittori instaurati con alti prelati, che pure vantano profondi studi teologici e che, tuttavia, sono costretti ad indietreggiare davanti alle argomentazioni stringenti del Nostro.

Negli anni Settanta del secolo scorso, Viola partecipa con competenza e passione alle battaglie per il riconoscimento giuridico del divorzio in Italia, pubblicando volumi che ottengono un certo successo, sebbene editi da case editrici alternative, per ciò emarginate dal mercato ufficiale: Referendum contro il divorzio. Premeditato vilipendio all’uomo (Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1973). Gode di una buona fama negli ambienti radicali, ai quali si accosta, tanto che suoi interventi vengono letti in importanti convegni, anche quand’egli è impossibilitato a partecipare personalmente. La forza delle sue argomentazioni suscita l’ira della destra neo-fascista, tanto che il Viola viene attaccato da alcuni fogli reazionari. Questi attacchi vengono vissuti dalla vittima come l’incitamento ad una sonora bastonatura da parte di eventuali militanti invasati. Le minacce di bastonature, da parte dell’estrema destra e di una finta estrema sinistra, in realtà al servizio di progetti reazionari, si ripetono negli anni, anche quando Carmelo R. Viola è entrato nella terza età. Alla questione dell’aborto egli dedica un altro volume di rilievo dal titolo illuminante: Aborto: perché deve decidere la donna (Pellegrini editore, Cosenza, 1977).

Nel 1979, in occasione della consegna a Civitavecchia del Premio internazionale “Centumcellae”, proclama ufficialmente la sua nuova teoria sociologica: la Biologia sociale. Il punto di partenza è rappresentato dal “famismo” di Gino Raya, studioso, anch’egli “eslege”, di Letteratura italiana, docente universitario di questa disciplina, che individua nella fame il “primum movens” dei comportamenti umani. Carmelo R. Viola va ben oltre. Individua quattro costanti dell’agire umano: l’autoconservazione; la rassicuranza affettiva; l’identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo” in cui ciascun individuo vive; una quarta costante, trasversale alle tre precedenti, l’auto-identificanza, ch’egli così definisce nel corposo volume La quarta dimensione bio-sociale ovvero cenni di fisiologia dell’identità (secondo la Biologia sociale) (Edizioni Cronache italiane, Salerno, 1996): “L’auto-identificanza […] è il momento finale di ogni rapporto (di affetto e di memoria) che consente al soggetto di ‘sentirsi io’. Io ‘mi sento me stesso’ osservando le cose che conosco, incontrando persone che mi amano, pensando a ideali per cui sono impegnato”.

La società capitalistica soffoca queste costanti che l’uomo, per seguire la propria natura, deve necessariamente soddisfare, mentre la società socialista, come la concepisce Viola, dà ad esse piena realizzazione. Il vero “umanesimo” è, dunque, per dirla con Concetto Marchesi, un “umanesimo comunista”. Viola ha una sua visione originale del socialismo e del comunismo, che si distingue dal marxismo, di cui rifiuta il materialismo dialettico e la lotta di classe come motore della storia e del progresso. La sua è una concezione che ha basi positivistiche, che si ricollegano, a mio avviso, forse indirettamente, a quelle del suo conterraneo Mario Rapisardi, poeta e docente universitario, che ritiene le leggi biologiche applicabili anche alla società e all’arte, e alla “Dialettica della natura” di Engels, che riconosce anch’essa leggi biologiche costanti (trasformazione della quantità in qualità; compenetrazione degli opposti; negazione della negazione) a fondamento di tutto il reale, ottenendo ampi riconoscimenti nell’ambito della filosofia e della scienza sovietica, attentamente, seppur criticamente, studiate in Italia solo da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola. Alle spalle sta il positivismo di Auguste Comte, il quale sostiene che, nella società umana in evoluzione, allo stadio teologico e a quello metafisico segue quello positivo, per l’appunto, nel quale gli uomini non cercano più spiegazioni trascendentali ai vari fenomeni, bensì fondate sul “positum”, sui fatti concreti, da cui si desumono leggi generali. Lungo la scia di Comte, Nino Pino Balotta, scienziato e umanista siciliano d’origini anarchiche approdato ad una forma anch’essa positivista di marxismo, afferma che all’era della teologia segue quella della biologia, già in atto.

Un’interpretazione senz’altro innovativa e suggestiva quella di Carmelo R. Viola, che merita di essere approfondita. Purtroppo, nella società “post-moderna” si ripropone il “teismo” in forme rinnovate, basato, però, sempre sull’immagine di un uomo col capo rivolto verso il cielo alla ricerca di spiegazioni e di soluzioni trascendentali. Si tratta dell’ “angelologia” di cui parla Romano Luperini. Ci auguriamo che il Trattato generale di Biologia sociale, al quale Carmelo R. Viola ha lavorato intensamente per lunghi anni, possa vedere finalmente la luce e su di esso si apra un dibattito fecondo di sviluppi teorici.

Negli anni Ottanta e Novanta il Nostro studia criticamente il processo di degenerazione che investe l’Urss ed è tra i primi a comprendere che Gorbaciov non intende affatto rinnovare il comunismo, bensì abbatterlo. Pubblica al culmine di questa riflessione un volume tutto da rileggere: Perestrojka: ricostruzione o capitolazione? Lettera aperta a Mihail Gorbaciov, Cultura Nova Editrice, Rovigo, 1991. La sua visione antidogmatica gli consente di capire in anticipo i fenomeni storici nei loro sbocchi, che risultano, invece, imprevedibili per la massa degli studiosi, che muovono da pregiudizi ideologici di vario segno.

Carmelo R. Viola è stato anche scrittore di valore. Ha affidato le sue memorie di vita a diversi volumetti, usciti anch’essi nell’ambito dei Quaderni del Centro Studi Biologia sociale. Mi riferisco in particolare a Paradiso perduto (Aprile 2008), dedicato alla fase dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsa presso i nonni materni, nella contrada Cosentini di Acireale, a La mia guerra (Agosto 1998), in cui lo scrittore racconta come gli effetti bellici si siano riflessi su di lui e sulla sua formazione, nella fase di vita trascorsa, anche qui, presso i nonni e poi nella casa dello zio Turuzzu e in Libia, dove la famiglia, come abbiamo già detto, è dovuta espatriare, e a Mio padre (Luglio 2007), in cui si sofferma sulla figura del proprio genitore e sulla sua esistenza travagliata. Nonostante la tendenza al realismo, non possiamo considerare queste opere “neorealiste”, sempreché si prenda come canone del “neorealismo” quello secondo cui le opere in esso rientranti tendono alla rappresentazione oggettiva della realtà, mettendo “tra parentesi” l’autore, in una sorta di nuovo “verismo”, caratterizzato, però, rispetto a quello verghiano, da una visione “progressiva”, non reazionaria, del mondo. Infatti, Carmelo R. Viola, in questi scritti, supera la divisione tradizionale tra i “generi”, spaziando dalla biografia (con le inevitabili ricadute autobiografiche) al saggio sociologico, sconfinando nella dimensione diaristica. Dietro tutto si nota la mano del “socio-biologo”, il quale vuole trovare conferma alle proprie teorie scientifiche, rivivendo la storia della propria famiglia, che riproduce le costanti biologiche del vissuto umano, dalla “autoconservazione” alla “rassicuranza affettiva”, alla identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo”, nei quali ogni individuo si trova a vivere e ad operare.

Al di là dell’analisi “bio-sociale”, l’opera di Carmelo R. Viola è godibile anche dal punto di vista letterario. Dalla narrazione emerge tutto un mondo (quello contadino), ormai scomparso, un “Eden perduto”, nel quale si muovono, sciolti nella natura, i nonni materni e il piccolo Carmelo, in una dimensione dominata da bisogni immediati ed elementari, da una “religiosità” spontanea, con evidenti radici pagane; un mondo (quello urbano) di piccoli artigiani (come il padre dello scrittore, ebanista, e lo zio Turuzzu, calzolaio) che dimostrano grande maestria nel lavoro, che si trasfonde in vere e proprie opere d’arte (i manufatti in legno, le scarpe), i quali, tuttavia, debbono industriarsi in mille modi per tirare avanti.

Si tratta di un universo umano strettamente legato alla dimensione della “territorialità”, al territorio in cui ognuno è nato e cresciuto, in linea di continuità con le generazioni precedenti, fino ai primordi della civiltà, e in cui ha riversato tutto se stesso, nettamente contrapposto a quello attuale, nel quale prevale l’ “extraterritorialità”, visto che ogni individuo è costretto a passare buona parte del proprio tempo in stazioni autobus e ferroviarie, metropolitane, aeroporti, in luoghi, cioè, completamente estranei, con i quali ha un rapporto del tutto episodico.

Carmelo R. Viola ha avuto la capacità di rappresentare il suo mondo in maniera semplice, con un linguaggio letterariamente limpido, ma, nel contempo, con profondità d’analisi, affidata al suo metodo critico, fondato sulla Biologia sociale.

Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia nel secondo dopoguerra (dopo che il fascismo, se non l’aveva abolita, l’aveva fortemente ridimensionata), ha studiato gli effetti disumananti che derivano dal passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La prima costringe il lettore al “corpo a corpo” col testo scritto, alla sua analisi serrata, in termini razionali. Nella seconda milioni di messaggi, trasmessi attraverso il computer, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, per cui il singolo, in uno stato che Ferrarotti ha definito “a-razionale”, in una sorta di “sonnambulismo”, si muove come un individuo eterodiretto, senza alcuna capacità critica, né autocritica.

In quella che possiamo definire la “società digitalizzata iperconnessa”, in cui tutti sanno tutto e non capiscono niente (per ripetere, ancora una volta, le parole di Ferrarotti), è necessario riscoprire il pensiero e l’opera di Carmelo R. Viola, soprattutto (ma non solo) a beneficio delle giovani generazioni.

:: Mi manca il Novecento: L’irregolare e mai banale Arpino a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2021

Giovanni Arpino era un gran personaggio. Scrittore, giornalista, un irregolare ironico mai banale un grande inventore di storie che amava tenersi lontano dalle consorterie dei salotti letterari.
Diceva sempre di appartenere alla classe degli anarchici borghesi, moderno e europeo con retaggio risorgimentale e un pessimismo della ragione correggibile solo attraverso il dovere.
Nato nel 1927, Arpino fu scoperto da Elio Vittorini. Giacinto Spagnoletti scrive che già dal primissimo racconto egli ha saputo sempre servirsi di un meccanismo di scrittura perfetta, lubrificato come una macchina utensile.
Era impossibile inquadrare in una definizione lo scrittore Giovanni Arpino.
Siamo di fronte a un narratore che nei suoi romanzi è stato sempre uno scrittore perfetto.
Con la sua scrittura si mostra sempre libero, si tiene alla larga dal paludato mondo letterario e dalle sue convenzioni. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Arpino è sparito per molto tempo dagli scaffali delle librerie. Egli è uno dei migliori scrittori del secondo Novecento e ha ragione Guido Piovene quando dice: «Non riesco a trovare nemmeno un nome di uno scrittore contemporaneo da mettere vicino ad Arpino».
La suora giovane
è il libro che nel 1959 gli dette la notorietà, un romanzo affascinante per la perfetta tenuta della narrazione difficile. Montale in un elzeviro sul Corriere scrisse che il libro era un capolavoro.
Seguirono Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira e L’ombra delle colline. Libri in cui il letterato tra introspezione e analisi sociale sottopone la propria scrittura a un onesto esame di coscienza da cui si evince sempre il desiderio di essere libero dai condizionamenti, perché per Arpino fare letteratura prima di tutto significa torturare le parole. Quello che conta è raccontare, scrivere per sentirsi vicini alle proprie lontananze di uomini.

«La letteratura di Giovanni Arpino discende dalla cronaca, è la cronaca a fornire i temi, evita le fughe nei secoli passati, affronta la condizione umana del suo tempo e ne dà una testimonianza poetica sulla pagina. Arpino era uno scrittore borghese che raccontava una città borghese ma che era sensibilissimo alle condizioni sociali altre». 

Così scrive Bruno Quaranta che allo scrittore ha dedicato un bellissimo saggio dal titolo Stile Arpino. Una vita torinese.
Randagio è l’eroe esce nel 1972. Questo romanzo breve rappresenta una svolta radicale nella scrittura di Arpino.
Un romanzo picaresco, surreale e poetico che trasforma Giovanni Arpino in uno scrittore totale. Le vicende di Giuan, un artista ribelle ossessionato dall’ultima cena di Leonardo, che di notte diventa randagio e percorre le strade di Milano per imbrattare i muri di scritte d’amore. Questo straordinario e visionario personaggio utopico è un randagio che vuole insegnare agli uomini la bellezza e l’eroismo del bene.
Letto ancora oggi Randagio è l’eroe, tornato in libreria grazie a Lindau nel 2013, ci commuove e ci affascina per la condizione di verità e di nudità totali che ancora è capace di esprimere.
Vale la pena leggere e rileggere Giovanni Arpino, ironico, corsaro, anarchico.
«Era uno che viveva senza scarpe» disse di lui la moglie Caterina. Non c’è migliore definizione per uno scrittore che nella sua vita non ha mai voluto rinunciare alla sua libertà.
Arpino muore a Torino il 10 dicembre 1987. Oggi, nonostante ci sia un interesse editoriale intorno alla sua opera, lui è ancora un fantasma della letteratura.
Spetta ai lettori il compito di riportarlo in vita.