Posts Tagged ‘Mi manca il Novecento’

:: Mi manca il Novecento – Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli a cura di Nicola Vacca

17 gennaio 2018

altri libertiniÈ il 1980 quando esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e una generazione scopre di avere un suo portavoce.
Tondelli è stato l’ultimo grande scrittore di fine Novecento, capace di rappresentare una generazione inquieta e Altri libertini è il libro che la rappresenta.
Lo scrittore emiliano con una lingua viva e sperimentale narra in sei storie – che lui stesso definisce un romanzo di racconti – le bizzarrie della sua gioventù e lo fa non nascondendo nulla del disagio e dell’inquietudine di quella generazione che è stata la protagonista del movimento del Settantasette.
Non ha paura di dare scandalo il giovane scrittore quando nelle storie che racconta usa senza inibizioni un linguaggio crudo e diretto che era quello dei suoi coetanei, che come lui hanno pagato caro, troppo caro, il prezzo per la ricerca di una loro autenticità.
Fu proprio per la scrittura carnale e violenta di Tondelli che Altri libertini fu sequestrato per oscenità. Per fortuna il libro poi fu ripubblicato e ottenne un enorme successo di pubblico.
Altri libertini è uno straordinario libro trasgressivo che interpreta dal vero il libertinaggio eversivo di una generazione che prende la distanza dalle convenzioni della società borghese.
È un libro che rivendica il rifiuto dei giovani di allora a conformarsi alla morale del proprio tempo.
Tondelli usa lo schietto parlato dei giovani dell’epoca e nelle sue storie, non si autocensura mai quando descrive la vita dei suoi coetanei tra marchette, droga, riunioni nei postoristoro della stazione dove si ingannava il tempo bruciando le proprie vite.
Recentemente Massimo Raffaeli su L’Espresso ha scritto:

«Se il Novecento è il secolo dell’invenzione della gioventù, Pier Vittorio Tondelli nella sua parabola breve e bruciante ne è stato in Italia uno dei testimoni terminali».

Altri libertini di questa testimonianza è il vertice più alto. È proprio in questo libro che Tondelli racconta e descrive il presente non da una prospettiva distaccata, ma vivendoci dentro e mettendoci le mani e il corpo. Lui stesso diventa quel presente al quale non cede e allo stesso tempo apre le porte a un futuro che non riuscirà a vedere.
La lingua nuova di Altri libertini è linfa vitale per la letteratura italiana di quegli anni.
La breve e bruciante parabola di Pier Vittorio Tondelli ha consegnato alla postmodernità l’ultimo grande scrittore del nostro Novecento con cui per molto tempo ancora dobbiamo fare i conti.

:: Mi manca il Novecento – Le storie ferraresi e italiane di Giorgio Bassani a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2018

Bassani

Giorgio Bassani è nato a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia ebraica di Ferrara, città dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza e dove ha ambientato le sue storie.
A centodue anni dalla nascita Bassani con le sue meravigliose storie ferraresi resta uno dei più grandi scrittori italiani. Un autore fondamentale e imprescindibile.

«Con Bassani – scrive giustamente Bàrberi Squarotti – siamo al centro della narrativa (non solo italiana) di questi anni: la problematica ideologica –strutturale dello scrittore ferrarese è costituita infatti dalla possibilità di esprimere una società, una visione generale dei problemi storici e sociali con strumenti liberi dai modelli ottocenteschi, del grande realismo borghese, utilizzando tutte le ricerche, le sperimentazioni, le esperienze novecentesche, da James a Proust, da Joyce a Kafka».

All’origine della narrativa di Bassani non c’è una ricerca di strutture e di prospettive nuove, ma uno scandalo, un trauma tragico ( l’umiliazione razzista) che ha portato lo scrittore a una posizione di negazione radicale della società borghese.
Bassani attraverso la poesia e la prosa racconta il suo mondo in un volgere di anni intensi di avvenimenti che non possono non incidere nella sua formazione: la Resistenza, il carcere, la violenza della Storia che si era abbattuta sugli uomini e su una generazione.
Gia con le Cinque storie ferraresi (1956) emergono i temi centrali e più interessanti della narrativa di Bassani: la sua pietà, la sua religiosità laica, il suo ebraismo, il suo rapporto realtà – memoria tutto da leggere e interpretare in chiave esistenziale e storica.

«Non è uno scrittore artefice – scrive Geno Pampaloni – ma uno scrittore compagno, che non ha l’ambizione della scoperta ma solo quella di notificare la qualità degli eventi, il loro familiare segreto La sua prosa ha una grazia un po’ faccendiera nel senso domestico del rassettare, del dare un tocco più personale a un arredo quotidiano minacciato dall’abitudine».

Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, Il giardino dei Finzi- Contini e tutto il magistrale Romanzo di Ferrara con i suoi personaggi simbolo rappresentano l’affresco in cui la memoria e la storia si incontrano. Qui Giorgio Bassani è il testimone narrante delle vicende disumane e della decadenza del suo tempo. Lo scrittore nella sua Ferrara dà voce allo straziato rimprovero dell’uomo, vittima del di un tempo feroce, contro una società e le sue convenzioni accomodanti che aprono la strada a un epilogo tragico.
La grandezza dello scrittore Giorgio Bassani risiede in questo straordinario rapporto intimo con la sua Ferrara: il rapporto Bassani –Ferrara è viscerale e in questo senso emergono contraddizioni e complicanze. Il rapporto dello scrittore con Ferrara nasconde numerose complicità.
Leggere la sua opera attraverso il fantasma di Ferrara è utile per comprendere un altro lato della personalità di Bassani. Così accanto all’autore del monumentale ed epico Romanzo di Ferrara, si scopre anche il volto di uno scrittore che sa diventare interprete del proprio tempo attraverso gli scritti legati all’analisi di problematiche letterarie, polemiche culturali e considerazioni che riguardano in modo specifico correnti di pensiero, opere e personaggi che hanno accompagnato il dibattito sul romanzo italiano, sulla sua fortuna e sui suoi limiti.

:: Mi manca il Novecento – Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice a cura di Nicola Vacca

10 gennaio 2018

Del giudiceQuando nel 1983 uscì Lo stadio di Wimbledon, il primo romanzo di Daniele Del Giudice, Italo Calvino nella quarta di copertina parlò di un libro insolito.
Come sempre Calvino aveva ragione. Gli anni Ottanta iniziavano con l’esordio di un grande scrittore capace di osare nella scrittura e pensare libri originali e davvero singolari.
Daniele Del Giudice è un narratore pensante, analitico. Nei suoi libri ha saputo riflettere sulla contemporaneità attraversando con la finzione narrativa questioni scientifiche e tecnologiche.
È davvero un peccato che Del Giudice sia sparito dalla scena letteraria. Purtroppo una malattia grave gli impedisce di scrivere, lo rende assente alle cose della vita.
Lo stadio di Wimbledon resta, a trentaquattro anni dalla sua uscita, una delle intuizioni più folgoranti del romanzo italiano del Secondo Novecento.
Del Giudice racconta di un giovane che va in cerca di un personaggio della nostra cultura che soprattutto è stato una figura originale della vita letteraria italiana (che poi scopriremo essere Bobi Bazlen), amico di poeti e scrittori che scelse nella sua vita di agire sull’esistenza delle persone piuttosto che scrivere.
In questo romanzo di formazione il protagonista si pone delle domande che hanno inevitabilmente a che fare con la scrittura, la vita ma soprattutto con lo stretto legame che c’è tra letteratura e la vita. Gli interessa ricostruire tutte le vicende esistenziali di questo straordinario e eccentrico intellettuale che è stato al centro della vita culturale ma ha rinunciato ad aggiungere un suo libro ai molti che si pubblicano, preferendo alla fine la questione umana e la vita delle persone con cui si relaziona.
Il suo viaggio parte dalla Trieste mitteleuropea e finisce a Londra. Il giovane ricercatore incontra in questi due luoghi persone con cui il noto uomo di cultura ha avuto contatti e ralazioni nella speranza di scoprire attraverso queste conversazioni il motivo vero che ha spinto uno dei più importanti letterati italiani a non scrivere.
«La domanda che il giovane rivolge al vecchio – scrive Italo Calvino – nella quarta di copertina – (e a se stesso) potrebbe forse formularsi così: chi ha posto giustamente il rapporto tra saper essere e saper scrivere, come condizione dello scrivere, come può pensare d’influire sulle esistenze altrui se non nel modo indiretto e implicito in cui la letteratura può insegnare a essere? ».
In queste domande di Calvino c’è l’essenza del libro di Del Giudice.
Lo stadio di Wimbleon è un perfetto romanzo di formazione che entra nel cuore delle questioni cruciali della letteratura che si incontra con la vita.
La narrazione di Daniele Del Giudice nelle pagine di questo libro non scioglie nodi e non azzarda risposte definitive sul dilemma tra scrivere o non scrivere.
Perchè in letteratura quello che davvero conta è far emergere l’invisibile dal visibile.Il reale significato della parola è in ciò che la parola tace.
Per Del Giudice scrivere è un paradosso che racconta di qualcosa che non può essere visto e allo stesso tempo guarda una storia di cui non si può raccontare.
Un paradosso che ha a che fare con il mistero stesso della scrittura che incontra la vita.

:: Mi manca il Novecento – Piero Chiara nella provincia della grande letteratura a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2018

chiara

Da Luino, sulle sponde del Lago Maggiore, uno dei più vivaci scrittori del dopoguerra ha narrato nei suoi romanzi e nei suoi racconti la piccolezza della vita di provincia e la mediocrità dei suoi personaggi con uno stile arguto, ironico senza mai essere banale.
Piero Chiara morì il 31 dicembre del 1986. A trentadue anni dalla sua scomparsa le numerose storie che ha raccontato conservano ancora un fascino irripetibile e l’umorismo che contengono è capace di cogliere nel quotidiano l’essenza della vita italiana.
Narrare la provincia, i suoi vizi e le sue virtù non è facile. Il rischio che si corre è quello di cadere nei luoghi comuni della letteratura. Sono pochi gli scrittori che sono riusciti a bandire dal loro stile quella leggerezza cronachistica che si limita a circoscrivere il tempo e i suoi fatti.
Per esempio il grande Piero Chiara nei suoi romanzi lacustri è riuscito a creare storie appassionanti e personaggi unici con un’ironia garbata dietro la quale si nascondeva il mistero della condizione umana. Il maestro di Luino nei suoi capolavori è andato sempre oltre il tempo.
Nel suo lago si sono specchiati intere generazioni di lettori. Riprendendo in mano oggi i suoi libri, scopriamo che quelle rive oggi sono ancora in grado di raccontare l’uomo alle prese con le fatalità della vita quotidiana.
I personaggi delle sue storie, grotteschi e scanzonati, danno vita ad avvenimenti esilaranti.
Nella narrativa di Chiara c’è tutta la poesia della piccola vita che scorre: nella provincia si consumano episodi che hanno il sapore di un tempo passato in cui erano i sentimenti e la semplicità a dettare le regole comportamentali della vita sociale.
Quando nel 1962 uscì Il piatto piange (nella collana del «Tornasole» diretta e curata da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo presso Mondadori) fu subito un successo sorprendente.
Lo scrittore di Luino, fedele alla sua linea di narratore, in quel libro redige un ritratto spietato, drammatico e ironico della provincia italiana tra le due guerre cogliendo dalla prospettiva appartata di un paese di confine, affacciato sul lago, abitudini e mentalità del Ventennio.
Anche in tutti gli altri fortunati libri che seguiranno Piero Chiara ( Il balordo La spartizione, Il pretore di Cuvio. I giovedì della signora Giulia, La stanza del vescovo, Il cappotto di Astrakan, Una spina nel cuore, Vedro Singapore?) non rinuncerà mai alla sua vocazione di narratore autentico con il gusto diretto del racconto.
«Chiara è rimasto tra i pochissimi nostri scrittori  a possedere l’impareggiabile  grazia  del narratore puro, rendendo semplice e accessibile anche le cose apparentemente più complesse, tali  da incantare con garbo il lettore fin dall’inizio e  tenendo viva la sua attenzione intrattenendolo piacevolmente per tutta la durata della lettura». Questo e molto altro ancora è stato Piero Chiara insieme al teatro dei suoi personaggi tipicamente provinciali e quindi italiani.
Dalla provincia italiana sono arrivate le storie più belle della nostra narrativa. A quella contemporanea mancano moltissimo i racconti di Piero Chiara, di Nantas Salvataggio, Mario Soldati, tutti autori che, nei loro bellissimi romanzi, sono riusciti a rappresentare magnificamente la commedia umana immortalando sulla pagina intere comunità di personaggi indimenticabili, diventati, grazie alla loro abilità di narratori puri, metafore estemporanee di un’esistenza di cui tutti facciamo parte.

:: Mi manca il Novecento – Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi a cura di Nicola Vacca

3 gennaio 2018

Sostiene Pereira

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi è uno di quei romanzi che difficilmente dimenticheremo.
Il suo autore ne parla come di un libro esistenziale, incentrato su una presa di coscienza individuale. Questo non toglie, sempre secondo Tabucchi, che sia anche un libro politico, la cui lettura è stata influenzata dal momento storico in cui è stato pubblicato.
Nel riprenderlo oggi tra le mani, ci rendiamo conto che le bellissime pagine di Tabucchi parlano anche ai nostri tempi difficili in cui assistiamo alla morte della politica, delle idee e di ogni cosa che ha a che fare con la coscienza.
Sostiene Pereira è un grande romanzo civile che racconto appunto la presa di coscienza e il risveglio nell’estate calda di Lisbona nel 1938 di Pereira, una persona mite che di professione fa il giornalista e dirige la pagina culturale di un quotidiano allineato al regime.
Le giornate di Pereira trascorrono tranquille tra i pomeriggi vuoti in redazione e le chiacchierate domestiche con il ritratto della moglie defunta.
Ma la sua esistenza cambia quando si imbatte in Monteiro Rossi, un giovane che Pereira stesso assume per redigere necrologi di scrittori famosi.
Inizia per il mite Pereira un periodo di forti conflitti interiori e l’amicizia con il giovane giornalista mette in discussione il suo modello di esistenza.
Il giovane è un oppositore del regime di Salazar e l’anziano giornalista si sente all’inizio turbato dalle sue idee. Quando poi sarà direttamente coinvolto da Monteiro Rossi in vicende che hanno a che fare con la lotta al dittatore portoghese, Pereira avrà un forte sussulto di coscienza e si mostrerà sensibile alle idee di libertà e democrazia, abbracciando alla fine la causa di coloro che vogliono riportare la libertà e la democrazia in Portogallo.
Tabucchi racconta il risveglio di coscienza di un uomo e di un giornalista che decide di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di lottare con la sua penna contro l’appiattimento delle coscienze imposto dalla dittatura.
Con Sostiene Pereira Antonio Tabucchi ci dice che è arrivato il tempo in cui dobbiamo chiedere anche alla letteratura di dire la verità.
Ancora oggi questo meraviglioso libro destinato a durare nel tempo urla al mondo, dilaniato dalla prepotenza, dalla violenza e dagli abusi, la sua drammatica attualità: oggi c’è bisogno di intellettuali, di scrittori e di uomini che abbiano il coraggio di offrire la propria «irresponsabilità» al potere o la propria «responsabilità a tutti», come giustamente scriveva Leonardo Sciascia.

Antonio Tabucchi – Scrittore italiano (Pisa 1943 – Lisbona 2012); prof. di letteratura portoghese nell’univ. di Siena. Nel suo primo romanzo Piazza d’Italia (1975), presentato come “favola popolare”, ha coniugato una scanzonata inventiva con un’appassionata ispirazione civile. Ha poi pubblicato volumi di racconti (Il gioco del rovescio, 1981; Piccoli equivoci senza importanza, 1985; L’angelo nero, 1991) e romanzi (Notturno indiano, 1984; Il filo dell’orizzonte, 1986; Requiem, scritto in portoghese, 1991, trad. it. 1992; Sostiene Pereira, 1994; La testa perduta di Damasceno Monteiro, 1997) nei quali è riuscito a condensare sempre meglio storia e fantasia in una sigla inconfondibile di nitore costruttivo e finezza intellettuale. Per il teatro ha scritto I dialoghi mancati (1988). Ha curato un’antologia dell’opera di F. Pessoa (Una sola moltitudine, 2 voll., 197984), autore al quale ha dedicato gran parte della propria attività di studioso. Tra le opere successive si ricordano: Gli zingari e il Rinascimento (1999); Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (2001); Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (2003); Tristano muore. Una vita (2004); Racconti (2005); L’oca al passo (2006); Il tempo invecchia in fretta (2009); Viaggi e altri viaggi (2010); Racconti con figure (2011). Postumi sono stati pubblicati: il volume Una giornata con Tabucchi (2012), che raccoglie tra gli altri i testi di D. Maraini, U. Riccarelli e P. Di Paolo in ricordo dello scrittore; entrambi nel 2013, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema, raccolta di scritti cui T. lavorava al momento della morte, e il romanzo inedito Per Isabel. Un mandala; L’automobile, la nostalgia e l’infinito (2015), raccolta delle conferenze tenute da T. a Parigi nel 1994 su aspetti fondamentali e inediti della poetica pessoana; l’inedito saggio breve La fine del mito (2016), scritto nel 2011 su ispirazione di un quadro della pittrice portoghese G. Morais. (Enciclopedia Treccani online).

Source: libro del recensore.

:: Mi manca il Novecento: nuova rubrica su Liberi di scrivere a cura del poeta e critico Nicola Vacca

2 gennaio 2018

900letterario

Da gennaio parte su Liberi di scrivere una nuova rubrica curata dal poeta e critico Nicola Vacca: Mi manca il Novecento. Voci e luci del Novecento, libri e autori significativi di un’ epoca che ha delineato il nostro presente, a volte ingiustamente dimenticati o proprio banditi. Verranno alternati profili di scrittori a romanzi di quel grande e irripetibile periodo. Si inizia domani con Sostiene pererira di Antonio Tabucchi. Un modo per ricordare la grande letteratura e diffonderla tra i giovani e gli adulti che hanno ancora voglia di conoscere e apprezzare la bellezza dell’arte e della letteratura.