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:: Mi manca il Novecento: Il maestro Franco Battiato – a cura di Nicola Vacca

7 aprile 2021

Franco Battiato viene da mondi lontanissimi e in mondi lontanissimi ci ha portato per mano con la sua arte musicale sempre avanti nel tempo.
A 40 anni dall’uscita dell’album La voce del padrone, del grande maestro siciliano, poeta rarefatto e metafisico, genio inarrivabile, si sono perse le tracce.
Sembra volontariamente scomparso in uno di quei mondi lontani che aveva anticipato con i suoi testi e con la sua musica, a noi resta l’invenzione di una lingua nuova.
Ufficialmente il maestro Battiato si è ritirato dalla musica, non si hanno più sue notizie.
Ma noi abbiamo quel meraviglioso mondo di poesia che ci ha lasciato.
Un patrimonio che ci poterà sempre verso terre nuove e cieli nuovi con la consapevolezza che tutti noi siamo esseri spirituali in cammino verso la liberazione.
Battiato nella sua lunga carriera ha costruito con la sua musica una civiltà delle anime, anche se oggi siamo ancora in attesa che giunga l’era del Cinghiale Bianco con tutte le sue straordinarie intuizioni metafisiche di pace, di armonia, e soprattutto di umanità.
Franco Battiato sempre alla ricerca della verità e del Re del mondo, è un poeta che ha sempre creduto nell’uomo, nonostante la sua fisiognomica sia quotidianamente compromessa dal prepotente e dominante arbitrio del male, che non vuole mollare la presa.
Tra orizzonti perduti e dimensioni interiori Franco Battiato non ha mai smesso di lavorare sulla conoscenza del mistero insondabile del passaggio.
Artista, uomo, musicista, poeta sempre in cerca di una sua e nostra Prospettiva Nevskij.
Franco Battiato ci insegna ogni giorno che è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, ma lui da saggio maestro della ricerca spirituale ci invita sempre a essere curiosi, a scavare nel torbido della vita e dei suoi misteri.
Con le sue melodie meravigliose e toccanti ci vuole tutti cercatori in questo mondo di Povere patrie.
Franco Battiato si è ritirato dalle scene, ma lui difficilmente scomparirà dalle nostre esistenze.
Il maestro è immortale, la sua musica è per sempre.
Torneremo ancora è l’album con cui Battiato si è congedato. Quasi un testamento spirituale che allude all’Eterno Ritorno, alla dimensione del tempo circolare e alla potenza evocativa del tornare.
Franco Battiato, dadaista, surrealista, esoterico, mistico, sensuale, cantautore geniale sempre in cerca di centri di gravità permanente, ma soprattutto grande inventore di infiniti altrove e di mondi lontanissimi in cui scomparire per poi tornare sotto forma di spirito, dopo aver battuto le vie che portano all’essenza.

:: Mi manca il Novecento: Leonardo Sinisgalli, l’eclettico del Novecento a cura di Nicola Vacca

3 febbraio 2021

«Il nome di Leonardo Sinisgalli rappresenta meglio di tutti la prosecuzione in termini personali dell’opera di Ungaretti, vista però da un lato puramente tecnico e su un versante, quello scientifico, che Ungaretti non tocco mai».

Così Giacinto Spagnoletti nella sua Storia della letteratura italiana del Novecento introduce l’opera di Leonardo Sinisgalli, uno dei poeti più importanti e originali del Novecento scomparso nel 1981.
Sinisgalli, nato a Montemurro nel 1908, è uno dei nomi più autorevoli della linea meridionale insieme al suo conterraneo Rocco Scotellaro.
Pier Vincenzo Mengaldo mette in evidenza la poetica dell’essenzialità del poeta – ingegnere lucano e la sua stretta aderenza a una lingua diretta sempre aperta alla sperimentazione e alla ricerca.
Sinisgalli fu eclettico, uomo di numeri e di parole che nella vita seppe coniugare il furore matematico con le passioni introspettive delle parole, portando sempre il suo Sud nel cuore.
Leonardo Sinisgalli è noto come poeta della corrente letteraria dell’ermetismo, ma la matematica fu la sua grande passione. Si iscrisse al corso di laurea di Matematica e Fisica a Roma. Anche nella sua attività letteraria la matematica non lo abbandonò mai, fino a diventare un fuoco e un furore che ispirò le sue intuizioni.
Poeta nitido e visionario, nessuno come lui raggiunse l’antieloquenza e riuscì a ottenere una essenzialità gnomica e un’assolutezza verbale che trovarono nel frammento e nell’epigramma la strada da percorrere.

«Probabilmente – scrive Gian Italo Bischi – proprio la sintesi, l’essenzialità, l’immediatezza dell’intuizione sono i tratti che accomunano il senso di bellezza che Sinisgalli coglie nei vari campi in cui ha espresso la sua creatività: la poesia, la matematica, l’arte, la pubblicità e il design. La poesia, che con un minimo di parole riesce a esprimere grandi emozioni; la matematica che in pochi simboli, nella brevità di una formula o di un teorema, esprime concetti di grande portata e feconde conseguenze; la pubblicità e il design industriale che con brevi segni incisivi, slogan, lampi di idee da prendere al volo, riescono a trasmettere messaggi e imporre tendenze».

Sinisgalli, poeta ingegnere con la passione per la matematica, è stato un propositivo animatore culturale del Novecento italiano. Come non ricordare la meravigliosa esperienza di Civiltà delle macchine, la rivista da lui fondata nel 1953 con il sostegno dell’IRI e di Finmeccanica.
Sinisgalli riuscì a coniugare la cultura con la tecnica, contaminando le diverse discipline.
Collaborarono alla rivista molti scrittori e artisti della cultura italiana. Su Civiltà delle macchine scrissero Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti, Gadda, giusto per fare alcuni nomi. Quella meravigliosa esperienza si chiuse nel 1979.
La vocazione poetica di Leonardo Sinisgalli oggi è attualissima se si pensa ai suoi scritti importanti in cui il poeta incontrava l’ingegnere e il matematico e insieme lavoravano per costruire un approccio multidisciplinare e interdisciplinare tra le arti e le scienze.
L’opera poetica e gli scritti di Leonardo Sinisgalli ieri erano profetici e oggi sono attuali e necessari.
La conoscenza e la cultura nascono dall’incontro e dalla contaminazione tra le tendenze letterarie, scientifiche e tecnologiche.
Leonardo Sinisgalli, il poeta con il gusto di contemplare la propria vita da una distanza luminosa ma che non ignora le pieghe riposte dell’esistenza, l’uomo che non rinuncia a raccontare nei suoi versi diretti la purezza del cuore, la semplicità dei rapporti umani, la religione degli affetti intimi, è sopravvissuto al suo tempo, come solo i grandi sanno fare. A quarant’anni dalla scomparsa la sua attualità profetica ha molto da insegnarci.

:: Mi manca il Novecento: Leonardo Sciascia, a futura memoria – La letteratura civile di un maestro eretico a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2021

L’8 gennaio 1921 a Racalmunto nacque il più grande e libero intellettuale del Novecento. Il suo nome è Leonardo Sciascia.
Lo scrittore più importante e più scomodo del dopoguerra, l’uomo che non non hai mai cercato il compromesso, l’intellettuale che ha combattuto la menzogna del potere attraverso la letteratura della ragione.
Leonardo Sciascia sempre dalla parte degli infedeli e della verità, una vita spesa a dare l’allarme, come il suo amato Camus.
Uno scrittore impegnato sul fronte della polemica, sempre pronto alla deflagrazione delle idee, un uomo che poteva permettersi di andare in direzione ostinata e contraria che ha sempre anteposto la verità alla menzogna.
La sua letteratura civile è un esempio e anche una lezione, ma è anche profezia.
Compito di uno scrittore autentico è quello di vedere le cose prima che esse accadano.
Leonardo Sciascia con le parole e il pensiero libero è stesso un testimone prezioso, e spesso inascoltato, delle macerie di questo nostra Italia.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore.
Da autorevole polemista non amò mai l’arte ibrida del compromesso. Durante il rapimento di Aldo Moro non risparmiò critiche pungenti alle istituzioni. Nel lucido saggio L’affaire Moro, pubblicato da Sellerio, indignato scriveva: «Vale la pena difendere questo nostro Stato?». Sciascia, addolorato dal rapimento dello statista democristiano, è arrivato alla conclusione che questo Stato fosse affetto da gravissime difficoltà istituzionali.
Lo scrittore di Racalmuto è stato un precursore dei nostri tempi: il primo a denunciare le aberrazioni del sistema giudiziario, intuendo, con largo anticipo e lucida intelligenza, i drammatici esiti della giustizia politica.
Un capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prese con chi nella magistratura usava la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida».
La lotta alla mafia non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile, né questo nobile principio può essere strumentalizzato per raggiungere meri fini carrieristici.
Basta dare un’occhiata alle trattative tra lo Stato e Cosa nostra di cui si sta discutendo oggi, per capire come i professionisti dell’antimafia, che lo scrittore polemicamente aveva smascherato, sono ancora in servizio permanente effettivo.
Sciascia aveva la grande capacità di intuire verità scomode di estrema attualità. Egli è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati. Grande sostenitore dello Stato di diritto e strenuo sostenitore della giustizia giusta, dopo le aberrazioni giustizialiste del caso Tortora, Sciascia riteneva vergognoso che un magistrato nel nostro ordinamento non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice.
Il tema della giustizia giusta, di cui fu divulgatore, è stato un punto fermo soprattutto nella sua instancabile attività di polemista. Alle sue pagine sul garantismo – grande lezione di civiltà – oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista. «Tutto è legato, per me ,al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo». A queste parole egli pensava quando sul Corriere sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
Molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987- Sciascia scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, avendo il coraggio di denunciare le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario.

«Se al simbolo della giustizia- osservava da autentico veggente- si sostituisse quello delle manette, saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo è riuscito. E si parla tanto di manette, oggi, tante se ne vedono sui giornali o sui teleschermi: oggetti che magari saranno necessari ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e quando simbolicamente agitate sono ripugnanti».

Sciascia stigmatizzò i pericoli reali della giustizia spettacolo, di cui la cultura del tintinnio delle manette è stata negli anni Novanta la sua evidente manifestazione.
Anche in questo è stato profeta. Qualche anno dopo è arrivata la via giudiziaria alla politica con i processi sommari e il tintinnio delle manette. Sciagure che hanno minato alle sue fondamenta lo Stato di diritto, che già lo scrittore siciliano vedeva minacciato e compromesso.

L’attività saggistica di Sciascia e il grande amore per la verità

Leonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità e questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e dell’eresia.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio: «avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».
Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è
».

Sciascia, la letteratura e la polemica

Leonardo Sciascia scrittore autenticamente libero non amava nessun richiamo all’ordine nelle cose letterarie e nella letteratura.
Leonardo Sciascia, occupandosi della letteratura italiana dal ’ 40 ai giorni più recenti e scrivendo di libri che resisteranno oltre la stagione della loro pubblicazione, dichiara completamente finita la generazione del carabiniere a cavallo, con le sue storiche malinconie e nostalgie, con gli apologhi della conservazione, con le evasioni e gli arabeschi.
Negli scritti letterari Leonardo Sciascia è sempre al centro con una lucidità estrema del dibattitto nel suo mondo culturale. Con le sue annotazioni sa sempre essere testimone non ortodosso, libero e scomodo di quello che gli accade intorno. Da uomo libero come pochi scrive: «L’Italia è davvero lunga. Ma bisogna anche dire, il mondo culturale italiano è pieno di dimenticanze, disguidi ed equivoci».
Sempre dalla parte degli infedeli, anche quando la sua riflessione lucida e caustica si occupa di critica alla politica.
Da leggere la voce «Montecitorio» da un progetto di un «Dizionario» di cui alcune voci furono pubblicate sul «Corriere della Sera». In questo volume ne sono riportate alcune tra cui quella dedicata alla Camera dei Deputati in cui Sciascia descrive il suo rapporto personale con quell’aula sorda e grigia dopo la sua elezione in Parlamento.

« Sorda in quel che vi si diceva; grigia in quel che si muoveva. Seminate in un terreno già preparato (si pensi all’antiparlamentarismo de «I vecchi e i giovani» di Pirandello), le due parole ancora verdeggiano. E confesso di averle ritrovate, di esserne stato per un momento come aduggiato, il 20 giugno, mentre da un banco alto della sinistra guardavo quelle centinaia di facce confitte nei gironi degli scanni e sentivo le voci raccogliersi indistinte, salire, gonfiarsi e ribollire come una nuvola. Una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti. Solo che si sentissero condannati: e sarebbero meno sordi e meno grigi.Al contrario che nel regno di Dio, in una repubblica democratica molti sono gli eletti, pochi i chiamati».

A futura memoria, Sciascia con noi per sempre

A noi restano le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

:: Mi manca il Novecento: Lacrime e santi di E. M. Cioran a cura di Nicola Vacca

5 gennaio 2021

«Il Dio che Cioran concepisce, quindi, è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio pernicioso (un «Sadico Cosmico», citando Lewis) macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto – nulla».

Prendo in prestito queste parole da uno scritto di Antonio Di Gennaro per introdurre alcune considerazioni dopo la rilettura di Lacrime e santi, uno dei tanti libri dinamitardi di Emil Cioran.
Paradossalmente la sua posizione nei confronti di Dio contro nasce dalla frequentazione assidua dei mistici, che Cioran ama incondizionatamente.
In questa ermeneutica delle lacrime, come definisce egli stesso il suo libro, Emil si affida a tutti i paradossi del suo pensiero per inchiodare Dio, ovvero il funesto demiurgo, alle sue responsabilità.
Qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio, la sua colpa è aver creato un mondo osceno, corrotto, obbrobrioso. Il peggiore dei mondi possibili.
«C’è del putrido nell’idea di Dio», scrive Cioran. Dio, non è più presente: nemmeno le nostre bestemmie riescono a rianimarlo. Si chiede Cioran: in quale ospizio si sta riposando?
Queste alcune delle considerazioni sulla divinità decrepita presenti in Lacrime e santi, piccolo e prezioso libro in cui i mistici incontrano la bestemmia.
Cioran non rinuncia mai a essere estremo pensando per paradossi. Sostiene che più i paradossi su Dio sono audaci, più esprimono l’essenza.
Dio è dovunque e in nessun luogo. Tutt’al più oggi è un Assente universale, scriva il paradossale Cioran quasi per sconfessare con pensieri che conservano un aroma di sangue e di carne un Dio apparso nella giusta luce che Emil considera un niente in più.
Cioran rivolge a Dio e al cristianesimo un attacco frontale e lo fa a viso aperto grazie anche al suo grande amore per i mistici e al rifiuto totale della cultura dogmatica e della teologia.

«La teologia è la negazione di Dio. Che idea bizzarra, mettersi in cerca di argomenti per provare la sua esistenza! Tutti quei Trattati non valgono un’ esclamazione di santa Teresa. Da quando la teologia esiste, non una sola coscienza ne ha ricavato una certezza in più, perché essa non è altro che la versione atea della fede. Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica. Tutto ciò che è istituzione e teoria cessa di essere vivo. La Chiesa e la teologia hanno assicurato a Dio un’agonia duratura. Soltanto la musica, di tanto in tanto, lo ha rianimato».

Questo è uno dei passi più significativi di Lacrime e santi e ci mostra la religiosità atea di Cioran che passa per la verità scomoda dei mistici ma mette in rilievo senza filtri la questione religiosa all’interno del pensiero tragico di Cioran, un uomo e un pensatore che nei suoi scritti e nella sua vita ha ingaggiato un duello frontale con Dio.
Lacrime e santi è la preghiera di un ateo che si ribella alla cattiveria di Dio, l’idea più pratica e pericolosa che mai sia stata concepita, grazie alla quale l’umanità si salva o si perde.
Con una predisposizione alla lacrime e armato di scetticismo, che è il coraggio supremo della filosofia e della vita, Cioran abbraccia la mistica (che eli stesso definisce un’evasione dalla conoscenza) per perdersi privo di speranza nei deserti interiori di Dio, una demenza ufficiale, accettata. Ancora una volta ricorre alla figura significante del paradosso e scrive che tutto il cristianesimo è un’unica crisi di lacrime, di cui resta un sapore amaro in cui Dio è soltanto una passione fuggevole, una moda della mente e senza di lui tutto è notte e con lui la luce diventa inutile. Il paradosso ancora una volta è servito e la verità la sentiamo vicina, molto vicina.

:: Mi manca il Novecento: Rocco Fasano, il poeta che viene da lontano a cura di Nicola Vacca

24 novembre 2020

Mi piace curiosare nell’archivio del Novecento alla ricerca di primizie letterarie e di scrittori di cui non si trova molto da leggere e si parla poco ma che vale la pena leggere e scoprire.
Conosco personalmente Rocco Fasano, grande uomo di cultura che viene dal quel Sud ricco di fermenti. Un intellettuale illustre che viene da Gioia del Colle, paese in cui sono nato.
Rocco ha dedicato la sua vita alla scuola e alla cultura, ha scritto libri, si è impegnato in politica, ci ha fatto conoscere scrittori e artisti notevoli.
Rocco Fasano è anche poeta. Stoppie è il suo libro più importante. La sua pubblicazione risale al 1956 nella collana “Poeti d’oggi” dell’editore Gastaldi di Milano.
Libro praticamente introvabile. L’autore qualche anno fa ha curato una riedizione in copie limitate.
Il poeta, come scrive nella breve nota che accompagna la seconda edizione, si muove tra situazioni, emozioni, immagini, spesso accennate, frantumate o sospese, richiamando le forme adeguate di scrittura: abbozzi, appunti, mottetti e scorci, con cui meglio si concentra la portata lirica del sentimento di tempo interrotto, di tramonto rapido dell’età dei sogni, speranze, illusioni che lui steso chiama «Stoppie di campo mietuto».
Partire da questa dichiarazione di poetica è indispensabile per avventurarsi nel mondo lirico di Rocco Fasano dove la poesia è una trama di voci e il poeta le ascolta tutte affidando la sua intuizione al tempo che scorre e da cui lui si lascia attraversare.
Quella di Rocco Fasano è una poesia che contiene suggerimenti infiniti e la parola è sempre pronta a accogliere significati profondi.
Il poeta si avventura negli abissi del giorno, sa che il suo verso è incerto come la vita che si vive in un quotidiano in cui le cose e le persone tremano.
Ma è alla poesia che Fasano affida tutto il suo mondo interiore, si impiglia con le parole nella rete di spazi senza tempo, non rinuncia a un colloquio con i fantasmi del giorno, scava tra le macerie del paese sepolto, fa i conti con la zavorra della carne e la maledizione dell’anima.
Rocco Fasano è un viandante nella cognizione del dolore, nella sua poesia è documentata con una consapevole malinconia crepuscolare la stanchezza dell’esistere:

«Ormai non segno tappe. /Ad assonata plaga torco i passi. / Cielo senza punto, / stanchezza, lungo male / che il corpo e l’anima rode.»

Le Stoppie di Rocco Fasano sono come i Trucioli di Camillo Sbarbaro.
Materiale residuo dallo spessore sottilissimo, quasi inesistente su cui si posa il vuoto malinconico del tempo con le sue evocative suggestioni.
Nei suoi trucioli impressionisti Sbarbaro cerca un’intesa impossibile con le cose, la parola della sua poesia ha le stimmate di una genesi dolorosa e necessaria: con ogni verso il poeta raccoglie sulla carta il totale di mancanze infinite.
Rocco Fasano colleziona Stoppie e ascolta la loro voce mentre si sbriciola il tempo nelle sue distanze. Il poeta raccoglie quello che resta e dai residui scava a mani nude nel caproniano muro della terra.

:: Mi manca il Novecento: Don Lorenzo con gli ultimi e con l’utopia del Vangelo a cura di Nicola Vacca

3 maggio 2020

dlmDon Lorenzo Milani ha speso la sua vita di cristiano per ridare dignità ai contadini e agli operai, che a causa della propria inferiorità culturale, erano umiliati, oppressi e saccheggiati da imprenditori e proprietari terrieri.
La sua dedizione, nel nome del cristianesimo di San Francesco, agli scartati e agli ultimi è stata la sua missione.
Senza mai perseguire interessi personali, si è donato a loro arrivando a dire: «Ho voluto più bene a voi che a Dio».
Un uomo di grande levatura morale e culturale, cristiano autentico sempre illuminato dal volto vero del Vangelo. La sua coerenza intellettuale di uomo sfugge a qualsiasi definizione, ma possiamo dire che Lorenzo Milani è stato un eretico di Dio che ha amato gli uomini.
La grande lezione cognitiva di don Milani va al di là della sua testimonianza di fede e nella sua immanenza è sempre straordinaria e attuale: andare in fondo alle cose, ragionare e pensare con la propria testa, porre domande e conoscere, perché la conoscenza è l’humus culturale in cui non si annida l’ingiustizia.
«Non c’è scuola più grande che pagare di persona» scrive Lorenzo Milani quando presta attenzione alle persone più lontane del mondo e alla loro causa, avendone cura e non banalizzando il loro ruolo.
La conoscenza come bene comune è la vocazione di Don Lorenzo Milani maestro, educatore, sacerdote, pensatore.
Da qui nasce la sua idea di una scuola come strumento privilegiato di elaborazione della coscienza personale e sociale. Compito della scuola non deve essere quello di sfornare laureati, ma di educare gli uomini a diventare cittadini sovrani.

«Vorrei che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Queste le parole alte e umane che arrivano dalla scuola di Barbiana, una delle fondamentali esperienze pedagogiche messe in atto da Don Lorenzo in cui appunto la centralità della didattica è costituita dalla centralità della lingua per “dare e ridare la parola ai poveri” per abbattere il divario sociale e umano tra le classi sociali.
La sua vita è stata al servizio di una comunità di uguali dedita all’emancipazione e al riscatto che deve avvenire attraverso la conoscenza come forma di consapevolezza.
Padre Ernesto Balducci ha detto che

«don Milani ha scelto la vita della rottura, si è servito del gruppo dei suoi figli come di una via concreta per raggiungere la totale spoliazione di sé, per aggredire, una volta spogliatosi di ogni egoismo, il mondo degli altri, e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali, giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna, che è la remora premessa di qualcosa di più: della nostra conversione».

Un prete che non amava gli addobbi e le retoriche del cattolicesimo, un uomo che non era fatto per scendere a compromessi insieme a i suoi ragazzi

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è un tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori», da Lettera a una professoressa)

ha scelto la via difficile e immanente del come riuscire a comprendere e comunicare la parola di Dio e come coniugare la dottrina della Chiesa con la giustizia e con l’esistenza concreta dei viventi. Avendo sempre il coraggio di pagare sempre di persona.

:: Mi manca il Novecento – Antonicelli, il Novecento e la lezione di un uomo libero a cura di Nicola Vacca

28 marzo 2019

Franco-Antonicelli

Franco Antonicelli è stato uno dei protagonisti di spicco della cultura italiana della seconda metà del Novecento.
L’intellettuale piemontese di origine pugliese (il padre era originario di Gioia del Colle) ha avuto come compagni di viaggio intellettuali come Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore e Piero Gobetti.
Proprio quest’ultimo può considerarsi il suo maestro da cui ha imparato lo stretto rapporto tra etica e politica.
Antonicelli diverrà uno dei più accreditati rappresentanti della nostra cultura.
Nel 2014, per il quarantennale delle sua morte, l’Unione culturale, che venne fondata da un gruppo di intellettuali antifascisti tra cui lo stesso Antonicelli, organizzò a Torino un convegno a lui dedicato. «Franco Antoncelli, il coraggio della cultura», tre giornate di studio, con presente la figlia Patrizia che vive negli Stati Uniti e importanti esponenti della nostra cultura come Goffredo Fofi e Marco Revelli e nomi autorevoli della storiografia come Giovanni De Luna, che fornirono elementi validi per tornare a parlare di uno degli intellettuali più importanti della nostra cultura.
Franco Antonicelli nasce a Voghera il 15 novembre 1902 da Donato, ufficiale di origini pugliesi, e Maria Balladore che apparteneva alla borghesia vogherese.
Franco trascorse i primi anni dell’infanzia a Gioia del Colle.
Nel 1908 si trasferì a Torino dove frequentò lo storico liceo classico D’Azeglio e successivamente si laureò in lettere e in giurisprudenza.
Nel 1929 fu arrestato per aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce. Inizia così il suo impegno antifascista.
La figura e l’opera di Franco Antonicelli meritano una sincera riscoperta. Sono numerosi gli aspetti della complessa personalità di Franco Antonicelli: intellettuale eclettico, editore raffinato, giornalista superbo, interprete in senso gobettiano della religione della libertà di crociana memoria.
L’incontro con Gobetti ha in un certo senso cambiato la sua vita. Un incontro avvenuto quasi per caso, dettato dalla curiosità di Antonicelli di conoscere l’ingegno di questo pensatore liberale di cui sentiva parlare bene già dai tempi del liceo.
Gobetti, per Franco Antonicelli, diventerà l’esempio da seguire.

«Il crociano Antonicelli dovrà attendere il ’68 per chiarirsi intimamente il senso di quella “terribile parola” – rivoluzione – che il giovane Gobetti “accoppiava” all’aggettivo liberale».

Antonicelli è stato il fondatore del giornale liberale “L’Opinione”. Foglio che ha anche diretto negli anni della clandestinità. Dopo la laurea in lettere si dedicherà a un’intensa attività culturale, intrattenendo rapporti con Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino. Con la sua intelligenza si impose nel mondo culturale torinese Cesare Pavese, infatti, scrisse:

«Franco era divenuto uno dei tipi culturalmente più significativi di Torino… uomo onestissimo e sinceramente democratico … un fine umanista».

Dal 1932 al 1935 Antonicelli dirigerà la Biblioteca Europea per conto dell’editore Frassinelli.
In quell’occasione incaricherà Cesare Pavese di scoprire nuovi scrittori americani. Basta ricordare Mody Dick di Melville tradotto dall’autore de Il mestiere di vivere. Nel 1947 Franco Antonicelli con la sua casa editrice De Silva pubblica Se questo è un uomo di Primo Levi che Einaudi rifiutò
Nei mesi del confino ad Agropoli, dove fu inviato in seguito alla lettera di solidarietà a Croce, Antonicelli maturerà la coscienza di un intervento politico in prima linea.
Il suo dissenso al regime fascista gli costò caro: quattordici anni di arresti a singhiozzo e il confino.
Nel 1944 fu nominato responsabile del partito liberale nel C.L.N. Ma successivamente si allontanerà dal suo partito perché non condivide soprattutto l’avversione alla Repubblica.
Entra nelle liste del Movimento democratico repubblicano, impegnandosi in prima persona per la svolta repubblicana.
Nel 1948 collabora con il quotidiano “La Stampa” e diventa presidente dell’ Unione Culturale.
Diventato un intellettuale di riferimento, Franco Antonicelli si candida al Senato come indipendente di sinistra nelle liste del Pci- Psiup. Il 19 maggio 1968 viene eletto e si iscriverà al gruppo della Sinistra indipendente di cui facevano parte Parri , Ossicini, Levi e Anderlini.
Franco Antonicelli muore il 6 novembre 1974.
La sua grande passione per l’intelligenza l’ha vissuta e trasmessa alla sua generazione da intellettuale eclettico, da poeta, da editore, da saggista, da politico.
Oggi la sua lezione che dovremmo imparare a memoria è quella del rigore morale intellettuale, necessario per un risveglio delle coscienze.
La sua capacità di indignarsi e di reagire, come scrive De Luna, di fronte alle ingiustizie sociali e politiche e la sua spiccata tensione morale per la libertà e la dignità degli individui.
Questo è stato Franco Antonicelli, uomo di pensiero e di azione che con sempre rinnovata passione e umanità non ha mai fatto mancare al suo paese il contributo di italiano liberale e libertario e repubblicano. Insomma, un modello di intellettuale vero da prendere come punto di riferimento. Soprattutto oggi che questa categoria si è eclissata e ha smesso di lottare se non esclusivamente per se stessa.

:: Mi manca il Novecento – Ennio Flaiano e la solitudine di un uomo contro a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2019

ef«Io forse non ero di questa epoca, non sono di questa epoca, forse appartengo a un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo».

Così si descrive Ennio Flaiano nella pagine fina de La solitudine del satiro, il suo libro più personale e più intimo a cui aveva cominciato a lavorare pochi mesi prima della morte.
Tra il diario e il racconto Flaiano nelle pagine di questo libro parla della sua solitudine di scrittore satirico e polemico che al suo tempo non ha fatto sconti.
In queste pagine c’è il disincanto l’amarezza di un uomo e di un intellettuale che è stato sempre in disarmonia con la sua epoca e ne ha intercettato la crisi morale in un certo senso profetizzando nei costumi e non solo la decadenza che stiamo vivendo in questi giorni.
Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive per mostrare la sua indignazione nei confronti delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.
Nella prima parte (Fogli di Via Veneto) racconta la Roma della Dolce vita, di cui lui è stato protagonista insieme a Fellini, gli anni de Il Mondo di Pannunzio e quella società sguaiata che esprimeva la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo la vita. Via Veneto effimera e frivola invasa dai paparazzi ma anche Via Veneto dove il grande poeta Cardarelli si sedeva ogni mattina nell’unica poltrona della libreria Rossetti e intralcia non poco il commento con le sue battute cupe e più ancora con i cupi silenzi, che mettono a disagio i clienti.
Ma nei racconti di Taccuini d’occasione (la seconda parte del libro) viene fuori Flaiano pensatore moralista e scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Qui si trovano le stilettate e le invettive dello scrittore che non si nasconde e castiga senza riserva alcuna il suo tempo, mostrando di viverlo e attraversarlo con tutta la sensibilità di un disagio che lo condurrà a una solitudine senza via di scampo.

«Ecco come io mi immagino l’inferno. – mi diceva R. – Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso. “Basta, gli dico, tu stai descrivendo la vita”».

La noia per il satiro Flaiano è verità allo stato puro e lui come noi tutti sa di essere un passeggero senza bagagli, che nasce e muore da solo.
Così è stato. Per fortuna ci restano le pagine he Flaiano ha scritto e in cui è riuscito a essere con coraggio e davvero anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

:: Mi manca il Novecento – La rabbia, l’onestà e l’anarchia di Luciano Bianciardi a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2019

luciano bianciardi

Luciano Bianciardi ha attraversato il mondo culturale italiano del secondo Novecento con rabbia, intelligenza, onestà intellettuale. Tre caratteristiche che hanno fatto di lui uno scrittore libero che non è mai sceso a compromessi con il mondo editoriale che lo ha accolto e poi lo ha respinto.
Di Luciano Bianciardi si può dire che ha attraversato il potere culturale senza mai esserne sedotto.
La sua Trilogia della rabbia ancora oggi rappresenta l’atto d’accusa alla nevrosi quotidiana del mondo editoriale schiacciato dai suoi stessi giochi di potere e dalle compromissioni con scelte che nulla hanno a che fare con la letteratura e la cultura.
Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra, i tre romanzi che compongono il mosaico di Bianciardi, oggi più di ieri fotografano la decadenza del mondo editoriale troppo occupato a giocare con il clientelismo del marketing e del marchettificio.
Dai tempi di Bianciardi la situazione è peggiorata, eppur di molto.
Ne La vita agra si legge: «La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera ma che dà l’impressione – fallace – di star lavorando. Si beccano persino l’esaurimento nervoso».
L’ironia corrosiva e anarchica di Bianciardi è davvero profetica.
Uomo libero e scrittore determinato, come Pasolini aveva intuito la deriva trent’anni di anticipo.
Non rinunciò mai alle sue idee e nel suo lavoro intellettuale scelse sempre il richiamo della coscienza lasciando ai posteri un’autentica lezione morale: non barattare mai la propria arte con i compromessi, non svendere mai la dignità, non tradire la scrittura e la vita, che poi sono la stessa cosa, per farsi addomesticare da un sistema che vuole solo comparse e non menti pensanti.
Bianciardi con onestà intellettuale e coraggio ha raccontato i deteriorarsi della del suo tempo tra i progetti infondati di rivoluzione culturale del dopoguerra e le ugualmente infondate convinzioni del benessere economico.
Oreste Del buono così scrisse di lui: «Luciano è stato uno dei pochi arrabbiati italiani sinceri. Arrabbiati per che cosa? Via non siamo ingenui. Non c’è che l’imbarazzo della scelta».
Bianciardi non ha mai rinunciato ad aprire il fuoco, anche se la conseguenza fatale della sua vita agra e anarchica è stata l’autodistruzione attraverso l’alcol, che lo porterà alla morte, il 14 novembre 1971.
Anche se in letteratura non sempre il tempo è galantuomo, le parole e le amare riflessioni di Luciano Bianciardi leggendole oggi sono attualissime e profetiche. Il mondo editoriale, e non solo quello, che lui ha corrosivamente dipinto è qui in mezzo a noi con tutte le sue brutture.

:: Mi manca il Novecento – Paolo Volponi e l’umanesimo come progetto a cura di Nicola Vacca

24 settembre 2018

pv

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Memoriale, Corporale, La macchina mondiale e Le mosche del capitale questi sono i romanzi in cui lo scrittore urbinate coglie la parte più torbida dell’animo italiano nell’idea della nostra storia che tiene conto delle alienazioni e delle nevrosi dell’ uomo nell’epoca della civiltà industriale e nel suo rapporto con il contesto sociale, di cui la fabbrica e il capitale sono le metafore che rappresentano entrambe.
L’umanesimo e il rapporto stretto con la realtà contemporanea non abbandoneranno mai la scrittura di Paolo Volponi. Due importanti caratteristiche del suo pensiero che porterà con sé quando decide di impegnarsi politicamente iscrivendosi nel 1975 al Pci.
Un impegno politico che lo vedrà protagonista di una lunga esperienza parlamentare. Volponi infatti è stato per diverse legislature senatore, prima nelle fila del Pci e poi per Rifondazione.
Nel 2013 i suoi discorsi parlamentari furono pubblicati da Manni
È un’opera che al valore documentario e politico unisce quello umano dello scrittore. La sua passione civile, la sua attenzione al ruolo delle istituzioni e all’importanza del confronto tra le idee.
C’è una lezione di etica civile, che oggi vale più che mai. Per Volponi le idee sono il motore delle decisioni, svincolate dalla disciplina di partito, concependo il Parlamento come luogo di crescita, di dibattito. Un’idea che nasce, e si nota negli scambi di battute, dal rispetto nei confronti dei colleghi parlamentari di tutti gli schieramenti. Una lezione di vita che ribadisce il ruolo cardine del Parlamento. Volponi parla con la forza di chi vuol essere ascoltato e convincere con la forza dell’oratoria, dove frammenti di vita e ricordi personali si alternano ad acute osservazioni e riferimenti letterari.
Nei suoi interventi politici, infatti, non manca mai la sua nota schiettezza di giudizi sostenuta da una morale senza ombre fondata sulla chiarezza e sulla coerenza.
Nel suo primo discorso da senatore, Volponi parla dell’attività del Parlamento richiamando l’attenzione sulle sue funzioni di dibattito aperto, leale e chiarificatore. Dibattito soffocato, denuncia Volponi, dai tempi stretti alla discussione imposti da un Governo che mostra di aver perso di vista la realtà del Paese.
Volponi parlando di democrazia, cultura e industria, lamenta con una punta di amarezza l’avanzare di una decadenza liberticida. Le sue parole sembrano profeticamente pronunciato per i tempi ch stiamo attraversando.
Nei suoi discorsi parlamentari, come nelle pagine dei suoi romanzi, Paolo Volponi è portavoce di una moderna cultura di sinistra aperta e innovatrice, una cultura che ha le sue radici profonde nell’umanesimo urbinate, che fu letterario e artistico, ma anche scientifico e tecnologico.
L’umanesimo che ha condiviso con Adriano Olivetti. Un umanesimo che soprattutto aveva nel coraggio di osare e nella capacità di progettare i punti fermi per costruire un Paese nuovo e soprattutto un uomo nuovo.

:: Mi manca il Novecento – Le parole giuste di uno scrittore di nome Cassola a cura di Nicola Vacca

3 settembre 2018

Carlo Cassola

Carlo Cassola è stato un grande inventore di trame. Nei suoi romanzi indagò l’essenza vera della vita senza mai rinunciare a una semplicità che infastidì non poco i censori ideologici del Gruppo ’63. Lo scrittore fu messo al bando, demonizzato e paragonato con disprezzo a Liala. La semplicità della sua narrativa fu degradata al romanzetto da quell’avanguardia che credeva nello stretto legame tra la letteratura e l’ideologia.
Cassola romanziere non nascose mai le sue idee in merito. Per l’autore de La ragazza di Bube il nemico cui opporsi, sul fronte politico e letterario, è l’ideologia che gli altri indossano come un abito preconfezionato.Questo modo di pensare, per Cassola, allontana la politica e la letteratura dalla realtà.
La scrittura letteraria viene prima di tutto e deve spiegare la vita e i sentimenti che la compongono. Si capisce bene come ai cosiddetti scrittori impegnati dell’avanguardia il caso Cassola rappresentò un ostacolo pericoloso da neutralizzare.

«Capisco bene – annota lo scrittore – di aver deluso molta gente. Nel ’44 ho tradito i “vecchi compagni”, che si aspettavano che io diventassi comunista, quando ho scritto Il soldato ho deluso quelli che mi consideravano uno scrittore impegnato, e col Cuore arido ho deluso i molti ingenui ed entusiasti lettori de La ragazza di Bube. E questo è solo un sommario elenco dei molti tradimenti da me perpetrati. Ma in coscienza non posso dire di esserne pentito. Erano tradimenti necessari, se non volevo tradire me stesso».

Le parole giuste di uno scrittore che obbediva esclusivamente a se stesso e alla propria etica finirono per contrariare gli intellettuali della cultura dominante che invece avevano i loro padroni da servire. Sanguineti, Eco e tutti gli altri conformisti politicamente orientati non perdonarono mai al ribelle Cassola la vocazione alla libertà di giudizio, non omologata a un sistema culturale ideologizzato.
Di questo grande scrittore, lontano dall’ufficialità del potere, resta la grande lezione di coerenza e di stile di narratore puro rimasto sempre fedele a proprio DNA. Con una semplicità disarmante, nei suoi romanzi, Cassola è stato unico nel raccontare l’impegno intimista dell’esistenza. Nelle sue storie egli mette in risalto l’importanza dei sentimenti e dell’amore.

«E in Cassola – scrive Alba Andreini – i sentimenti tanto incriminati ma per lui non anacronistici né arcaizzanti sono presenti- sia pure in modo ellittico e soprattutto con il lato delusivo della frustrazione: non svolti in chiave di psicologia per divieto della poetica esistenziale, ma espressi con la medesima compostezza dolente che aveva già forma virile e controllata al dolore».

Rileggere Paura e tristezza, La ragazza di Bube, Un cuore arido, dopo la sconfitta dell’egemonia della cultura ufficiale benpensante che non ha saputo andare oltre gli steccati dell’ideologia, rende giustizia a un grande autore che ha fatto della scrittura l’unica ragione per spiegare gli enigmi che si nascondono dietro il flusso dell’esistenza.
Immune da degenerazioni patetiche, Cassola trova il suo stile riconoscibile nelle aperture pesaggistiche. Nei paesaggi toscani si percepisce tutto il bene della vita. Le descrizioni dei personaggi e dei paesaggi hanno una ricchezza particolare che vedono una partecipazione dell’autore alla condizione umana. Nelle trame dei suoi romanzi l’amore lirico è il legame, il fondamento invisibile, che fa del tempo il grande protagonista della narrazione.Si può benissimo pensare a Carlo Cassola come al portavoce di una vicenda generazionale. Franco Fortini celebra in Cassola la stella polare dell’autointerrogazione.
È sufficiente ripercorrere le trame dei romanzi di Cassola per apprezzare quel dualismo storia-natura in cui si enuncia l’idea profetica del superamento dell’esperienza dell’impegno:

«Quando il mondo sta per finire, non c’è più tempo di pensare alla letteratura. Alla politica sono fermamente intenzionato a dedicare questo scampolo di vita che mi resta. Pure non rinnego la letteratura. Mi nacque dalla stessa radice da cui mi nasce l’impegno politico. L’amore per la vita».

Cassola fu un uomo libero che non si piegò mai al conformismo della cultura dominante. Anche quando egli mette sul banco degli accusati l’editoria e il sistema culturale non abbandona mai quel parlare diretto e semplice con il quale era solito narrare le sue avventure esistenziali.
Cassola è stato uno scrittore che, nella fedeltà al suo stile, ha sempre rivendicato un’appartenenza naturale a una memoria che non poteva mai essere tradita, ma sempre onorata con la limpidezza di un raccontare vero.
I romanzi di Cassola non sono né ideologici e né realisti. Nelle sue narrazioni la storia non è importante in senso assoluto, ma diventa maestra di vita quando si rivolge e coinvolge i destini singoli. Egli è uno scrittore che scrive solo di quello che conosce, non si nasconde mai dietro le idee ma le rappresenta con una straordinaria onestà intellettuale: la scrittura di Carlo Cassola è legata alla vita anche quando affronta i temi dell’impegno della sua generazione e definisce i fascismo una pesante umiliazione e la Resistenza una condizione tra esaltazione e depressione.
Cassola nel romanzo Fausto e Anna racconta la Resistenza come fu veramente, liberandola dalle scorie dell’ideologia, dalla retorica e dai trionfalismi dell’autocelebrazione. Dopo l’uscita del libro lo scrittore fu attaccato dalla sinistra che lo accusò di voler diffamare e insultare la lotta partigiana. Cassola era di idee libertarie e socialiste e sempre si schierò contro le ortodossie e le violenza di ogni forma di ideologia.
Mario Luzi ha scritto che l’opera di Cassola esige molta intelligenza. Cassola, per il poeta fiorentino, è uno degli scrittori più difficili che ci siano. È stato accusato di facilità, e questo dimostra appunto l’ottusità di chi ha pronunziato questo giudizio.
La verità è un’altra. A Carlo Cassola non è stata mai perdonata la sua onestà intellettuale, l’innocenza con cui l’ha perseguita.
In un’intervista del 1964 in cui, riferendosi all’amico Cancogni rifiutato e boicottato dall’establishment letterario, Cassola afferma che

«il potere letterario lo si esercita attraverso il controllo delle case editrici, delle riviste e dei premi»

Cassola, al contrario, era convinto che o si scrive per la gente o si scrive per il mondo.
L’establishment, che aveva in mano le grandi case editrici, non ha mai tollerato le opinioni scomode dello scrittore toscano, uomo libero e irregolare che rifiutò le etichette ideologiche. Molte cose non hanno perdonato a Cassola i suoi detrattori, di ieri e di oggi.
Lo scrittore, secondo il loro punto di vista, è colpevole di aver fornito con Fausto e Anna e con La ragazza di Bube un’immagine non retorica e non convenzionale della Resistenza.
Non gli hanno mai perdonato di essersi allontanato, dopo le speranze accese con Il taglio del bosco, dal credo del vangelo neorealista.
Cassola, inoltre, è stato accusato di aver indugiato nelle piccole cose antieroiche della vita di provincia e nelle pieghe di una dolente aspirazione alla felicità.
Negli ultimi anni di vita, Carlo Cassola si impegnò in una battaglia pacifista ed ecologista che sapeva più di anarchismo che di marxismo. Anche per questo fu attaccato violentemente.
Nei suoi libri, nei suoi articoli, nei suoi saggi continuò con coerenza a sostenere il suo libero pensiero: a cercare la catena di un padrone, anziché obbedire a se stessi e alla propria etica, si finisce male.

:: Mi manca il Novecento – Adriano Olivetti, la grande cultura e la città dell’uomo a cura di Nicola Vacca

23 giugno 2018

Adriano Olivetti

Se c’è un uomo a cui la cultura italiana deve molto questo è Adriano Olivetti.
Industriale coraggioso, intellettuale fuori dagli schemi, editore, politico, urbanista, innovatore delle scienze sociali: quella di Adriano Olivetti è una vita straordinaria che, partendo dalla fabbrica, giunge a un progetto di rinnovamento integrale della società.
Le sue iniziative imprenditoriali, rivolte al profitto come mezzo e non come fine, la sua grandissima umanità e soprattutto la sua totale adesione ai valori della cultura, oggi tornano di attualità nel nostro mondo popolato da capitani d’industria senza scrupoli interessati solo e esclusivamente al lucro a discapito di ogni forma di dignità umana.
Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea, secondogenito di Camillo Olivetti, fondatore della famosa fabbrica di macchine da scrivere, e Luisa Olivetti Revel.
Da subito si mostra un uomo sensibile e intelligente. Negli anni della formazione si mostra attento al dibattito culturale e politico del suo tempo. Frequenta e si innamora della cultura liberale e riformista di cui presto diventerà un protagonista. Collabora a riviste importanti come «L’azione riformista» e «Tempi nuovi». Nel periodo torinese conoscerà Piero Gobetti e Carlo Rosselli, che avranno un’influenza notevole sulla sua formazione.
Dopo la laurea entra come operaio nell’azienda del padre. L’anno successivo alla sua assunzione, Adriano fa un viaggio negli Stati Uniti dove studierà con attenzione la politica industriale e tutte le innovazioni riguardo alla produttività e ai moderni metodi di produzione.
Quando torna a Ivrea Adriano Olivetti già guarda oltre e propone al padre un progetto innovativo per modernizzare l’azienda di famiglia.
L’imprenditore illuminato già inizia a farsi notare per il suo valore. Feconde le sue proposte culturali e strutturali per migliorare la vita in fabbrica e geniali le intuizioni futuribili che porteranno la Olivetti a realizzare nel 1932 il progetto della macchina da scrivere portatile.
Adriano Olivetti porterà la cultura in fabbrica e nel paese. Da imprenditore illuminato la metterà al centro del nuovo mondo che sogna l’uomo con i suoi bisogni e i suoi stati d’animo.
Non a caso Olivetti inserirà nell’organico dell’azienda intellettuali di formazione umanistica. Giudici, Fortini, Paolo Volponi, Leonardo Sinisgalli, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, scrittori e letterati tra i più importanti del secondo Novecento, lavoreranno nella fabbrica di Ivrea ricoprendo ruoli dirigenziali di grande professionalità e responsabilità.
Olivetti fonda i giornali aziendali con lo scopo di creare un libero confronto e scambio di idee e critiche sull’azienda.
Adriano Olivetti è convinto che l’incontro tra cultura e impresa rappresenta una necessità sia per andare incontro al progresso e soprattutto per costruire la fabbrica come un posto non di alienazione dell’individuo ma di elevazione di chi ci lavora.
Le Edizioni di Comunità, che Adriano Olivetti fonda nel 1946, oltre a lasciare un’impronta nella cultura italiana saranno il volano del progetto concepito dall’imprenditore che ha al centro un mondo umano che sa sempre vedere il nuovo.
Il mondo che Adriano Olivetti vuole non può prescindere da un progetto di riforma della società in senso comunitario, articolato intorno al rispetto della dignità della persona umana, ai valori della cultura, all’utilizzo delle opportunità che offre il mondo tecnico per la costruzione di un mondo in cui i valori spirituali siano il faro della sua evoluzione.
L’organizzazione dello Stato secondo le leggi spirituali è uno dei cavalli di battaglia dell’ideale comunitario di Adriano Olivetti che proprio per questo motivo portò all’interno della sua fabbrica la cultura.
Davanti all’avanzare degradante della materia, Olivetti propone un ordine sostanzialmente nuovo sottomesso all’autentica forza dei valori spirituali. L’Amore, la Verità, la Giustizia e la Bellezza al centro dell’agenda ideale per costruire un mondo davvero nuovo. Olivetti annotava che gli uomini, le ideologie e gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà. Urbanista, scrittore, editore, uomo di cultura, Adriano Olivetti era soprattutto un imprenditore capace di radicare nell’impresa la cultura dell’innovazione, l’eccellenza della tecnologia e del design, l’apertura verso i mercati internazionali, il rispetto del lavoro e dei lavoratori. Un imprenditore, oltretutto, capace di selezionare con felice intuito i collaboratori, spesso scelti tra i giovani.
Dalla fabbrica intesa come un bene comune e non come un interesse privato nasce quella straordinaria idea di Comunità dove la dimora dell’uomo non sia in conflitto né con la natura , né con la bellezza, e dove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione.
Il mondo che nasce per tutto questo non può che essere fondato sui valori spirituali attraverso cui dare vita a uno Stato organizzato secondo criteri precisi: una società liberà è quella in grado di affermare un nuovo tipo di civiltà, che lungi dall’essere schiava della tecnica, sia al servizio dei fini ultimi e superiori dell’umanità.
Secondo Adriano Olivetti a questo punto lo Stato è un mezzo perché la città si esprima liberamente.
Davanti all’avanzare tragico di una crisi economica e morale, il cammino proposto dall’opera di Adriano Olivetti sempre al servizio del’uomo, della comunità e del bene comune, dovrebbe essere un monito per tutti. Ma purtroppo l’etica e i suoi richiami non trovano facile presa in un mondo occupato all’autodistruzione.

«Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine».

Le parole buone e giuste di Adriano Olivetti guardano a un mondo migliore, purtroppo lontano da quello in cui viviamo.