:: Mi manca il Novecento – La poesia metafisica di Arturo Onofri – a cura di Nicola Vacca

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Arturo Onofri, compiuti gli studi classici nella città natale, cominciò ancora giovane a lavorare e a scrivere versi.

La sua ispirazione si configura fin dall’inizio come una ricerca di temi e strumenti formai eterogenei: ammiratore e studioso di Corazzini, fu influenzato da esperienze poetiche diverse e distanti tra loro.

Nel 1912 fondò Lirica e entrò in contatto con i Vociani con cui collaborò senza mai abbracciarne le idee.

Studiò con passione e devozione i simbolisti e i parnassiani, fu affascinato da Mallarmé.

Nel 1925 pubblicò il suo manifesto, il Nuovo Rinascimento come Arte dell’Io. Da questo momento in poi la sua produzione letteraria apparirà improntata a una problematica spiritualista, volta alla scoperta di un mondo sovrasensibile attraverso un’indagine introspettiva.

La sua poesia sarà un’investigazione spirituale che dal corpo fisico dell’uomo giunge fino allo spirito puro. Possiamo definirlo un poeta metafisico.

Le prime raccolte di Onofri, Liriche e Poemi tragici, furono pubblicate rispettivamente nel 1907 e nel 1908.

In questi primi anni del Novecento il tributo a D’Annunzio e a Pascoli era inevitabile.

Si avverte anche l’influenza soprattutto nei crepuscolari, di Rimbaud dell’orfismo di Mallarmé.

Onofri, cui non faceva difetto lo spirito critico, mirava a una visione unitaria capace di mettere insieme i vari aspetti della realtà.

Fu determinante per la sua poesia l’incontro con le teorie antropomorfiche di Rudolf Steiner.

Altrettanto importante sul piano estetico l’incontro con Wagner da cui trasse conferma al suo proposito di realizzare la parola – suono e concepire le sue raccolte come veri e propri cicli.

Abbiamo così i cicli wagneriani di Terrestrità del sole (1927), Vincere il drago! (1928).

La critica ha indicato il limite della sua poesia «nello squilibrio tra il contenuto grezzamente scientificizzante ed un linguaggio raramente idoneo a suggellarlo in poesia» (Petrocchi).

La poesia di Onofri costituisce una tappa del linguaggio poetico del Novecento, sia dal punto di vista del lessico che dal punto di vista delle istituzioni poetiche.

La ricerca di una nuova identità al di fuori della tradizione si configura così da un lato nella ribellione e nella protesta all’ortodossia domestica (curiosi a questo riguardo gli aneddoti famigliari della prima comunione, della visita alla zia suora e dello zio moribondo) e dall’altro nella libertà della ricerca filosofica ed esoterica. Soprattutto nelle prime 3 raccolte (Liriche, Poemi tragici, Canti dell’oasi,) la poesia subisce l’influsso di questa situazione umana ed intellettuale rivelando un’ansia di conoscenza ed un desiderio di esplorazione filosofica che romanticamente naufraga nella dimensione notturno/subconscia.

L’iter poetico di Arturo Onofri va dal 1900 al 1928.

Il suo battesimo letterario, inizia con la raccolta Liriche nel 1907 (del resto da lui subito ripudiata), e prosegue con ben altre 8 raccolte poetiche, ispirate da un progressivo e mistico zelo creativo che cesserà solo con la prematura morte del poeta nel 1928 e le ben 4 raccolte pubblicate postume dalla moglie Bice Sinibaldi.

I maggiori critici del periodo individuano in questa produzione lirica tre fasi: la prima crepuscolare e dannunziana che si estende fino alla raccolta Orchestrine del 1917; una seconda o fase mediana di poesia-prosa o del frammento, che va fino a Trombe d’argento del 1924; ed infine, posteriore alla conversione all’antroposofia, ovvero alla filosofia esoterica di Rudolph Steiner, il ciclo poematico della Terrestrità del sole.

All’iter onofriano coincide l’avvento di un nuovo secolo ed un clima di profonda trasformazione in cui possiamo cogliere vari motivi innovatori. All’epoca dei suoi esordi ovvero le raccolte di Liriche (1907), di Poemi tragici (1908) e di Canti delle oasi (1909), la punta più avanzata del nuovo si configura nelle prove, tra il 1903 ed il 1905, di Govoni e Corazzini pervase dal clima crepuscolare; la nascita della rivista “La Voce” nel 1908; ed il primo manifesto futurista del 1909.

Mario Luzi in Discorso naturale parla di Arturo Onofri e della sua particolare originalità poetica.

Per Luzi Onofri è un caso poetico del Novecento italiano, probabilmente ancora da approfondire, da esplorare, da affrontare con circostanziata intelligenza critica.

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