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:: Mi manca il Novecento: Antonio Debenedetti e la memoria del Novecento – a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2021
ANTONIO DEBENEDETTI

I miei maestri sono tutti nel Novecento. Alcuni di questi ho avuto l’onore di conoscerli grazie alla mia attività di critico letterario. Antonio Debenedetti, l’ultima grande voce di quel Novecento che ci manca, se n’è andato in queste ore.
Figlio del grande critico letterario Giacomo, ho avuto l’onore di essergli amico quando vivevo a Roma. Per un lungo periodo ci incontravamo ogni giorno e io passavo ore intere a ascoltarlo, perché lui aveva molto da raccontare.
Le nostre chiacchierate nel suo appartamento alle spalle di Fontana di Trevi mi hanno insegnato tanto.Mi parlava del Novecento e della sua umana civiltà letteraria di cui lui è stato un autorevole testimone. Antonio era anche un grande scrittore di racconti e un perfetto romanziere.
Insomma un vero figlio d’arte.
Fui contento quando nel 2007 accettò di scrivere la prefazione a un u mio libro pubblicato da Manni.
Antonio Debenedetti è stata una memoria storica del nostro mondo letterario. Ha avuto il privilegio di conoscere i più importanti tra poeti e scrittori del Novecento.
Seguendo professionalmente le orme paterne, Debenedetti si è occupato di libri per tutta la sua vita, una delle firme più autorevoli della Terza pagina del Corriere, critico letterario degno di suo padre.
Al meraviglioso mondo della società letteraria del secondo Novecento, Antonio nel 2005 ha deciso di dedicare un libro di ricordi e impressioni. In Un piccolo grande Novecento (Manni editori, pagg.175, euro 14) l’autore conversa con l’allora giovane scrittore Paolo Di Paolo, aprendo l’archivio della memoria di casa Debenedetti.
In presa diretta e con una poetica nostalgia, Antonio Debenedetti si racconta attraverso i più grandi scrittori del secolo scorso, che ha avuto la fortuna di incontrare e di conoscerne in maniera approfondita vizi e virtù.
Ci sono proprio tutti: Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Giuseppe Ungaretti, Mario Soldati, Alberto Moravia, Sandro Penna, Vincenzo Cardarelli, e molti altri ancora. Debenedetti ha avuto il grande privilegio di poterli più volte incontrare, trascorrere moto tempo a parlare con loro di libri, letterature e molto altro.
Il critico letterario, ma anche lo scrittore, ha deciso di rendere pubblica la sua memoria, ma anche di dare sfogo a quella più privata e intima, sui bellissimi anni del Novecento letterario.
In tutte le pagine di questo libro si trovano i segni di quella grande civiltà letteraria che è stata la storia novecentesca italiana, raccontata da uno dei suoi protagonisti più veri.
Antonio Debenedetti, che ha attraversato il secondo Novecento da scrittore, da protagonista, da critico, con grande trasporto emotivo non ha mai dimenticato di essere stato spettatore privilegiato delle trame novecentesche.
Continuava a scrivere con la speranza che di quella grande lezione del Novecento i posteri potessero beneficiarne. Soprattutto oggi che la letteratura contemporanea sembra preferire sempre più l’autoreferenzialità alla consolidata esperienza di una società letteraria di cui Debenedetti è stato ieri protagonista, oggi testimone sentimentale.
Ha continuato a scrivere libri e articoli che recuperano la memoria di una delle stagioni più belle della nostra letteratura.
Debenedetti ha avuto la fortuna di conoscere quasi tutti i più grandi scrittori del secondo Novecento. Tutti i più grandi nomi di quella inarrivabile società letteraria (Bassani, Moravia, Caproni, Penna, Ungaretti, Saba) hanno abitato la sua casa. Debenedetti è l’ultimo testimone di quella memorabile stagione, e in tutti i suoi libri è sempre attento a recuperarne la memoria troppo in fretta dimenticata dai cosiddetti nuovi talenti.
Lo scrittore Debenedetti non ha mai dimenticato l’età dei maestri e ogni volta che ha pubblicato un nuovo libro di racconti o un romanzo si è sempre affidato al vissuto di quell’epoca ogni più intima percezione della sua scrittura:

«Se mi guardo indietro, se penso che da bambino ho giocato con la ghiaia nel giardino di Croce a Sorrento, se rammento di essere stato sulle ginocchia di Saba, se mi dico di aver avuto come maestro elementare Giorgio Caproni, mi pare, legittimamente di aver attraversato due o tre epoche nella storia. Sono entrato nel nuovo millennio come se fossi sbarcato da un’altra era».

Debenedetti è stato anche un grande inventore di trame e un maestro della scrittura breve. I suoi racconti sono esempi perfetti di letteratura autentica.
Ogni suo libro (i libri per lui sono dichiarazioni d’amore fatte a virtuali, future amanti, biglietti di viaggio per assicurarsi un posto nell’aldilà) va assolutamente letto non soltanto per tutto quello ha rappresentato nella nostra letteratura, ma per le bellissime storie che è riuscito a donarci attraverso la sua scrittura e creatività impareggiabili. Come non ricordare il suo libro più bello: Un giovedì, dopo le cinque. Romanzo che è tutto dentro la grande storia del Novecento e dei suoi maestri: il lungo monologo di un ottantenne che racconta la sua esistenza fatta di nulla e di inganni. Questa storia è il palcoscenico dove vanno in scena tutte le vicende di un secolo con le sue ipocrisie e i suoi risentimenti.

«Credo che Un giovedì, dopo le cinquescrive Alfonso Berardinelli nella prefazione all’ultima ristampa del libro – sia nato dalle vicende sterili della nostra narrativa novecentesca, dalla sua febbrile, ricorrente impotenza a partorire protagonisti credibili e memorabili. Per produrre un tale evento ci voleva una certa “forza della disperazione”. Ci voleva la violenza insoddisfazione (allarmata) di un autore maturo come Antonio Debenedetti, che pur avendo scritto diversi libri notevoli soffriva di non aver dato il suo libro esemplare: di non aver fatto i conti con la generazione dei padri, con la generazione centrale del secolo, quella che aveva abitato (e determinato) quel Novecento italiano che stava finendo».

Con Antonio Debenedetti si spegne una grande luce e se ne va per sempre un intellettuale che come pochi è stato testimone diretto e sentimentale del Novecento e della sua letteratura.

:: Mi manca il Novecento: L’irregolare e mai banale Arpino a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2021

Giovanni Arpino era un gran personaggio. Scrittore, giornalista, un irregolare ironico mai banale un grande inventore di storie che amava tenersi lontano dalle consorterie dei salotti letterari.
Diceva sempre di appartenere alla classe degli anarchici borghesi, moderno e europeo con retaggio risorgimentale e un pessimismo della ragione correggibile solo attraverso il dovere.
Nato nel 1927, Arpino fu scoperto da Elio Vittorini. Giacinto Spagnoletti scrive che già dal primissimo racconto egli ha saputo sempre servirsi di un meccanismo di scrittura perfetta, lubrificato come una macchina utensile.
Era impossibile inquadrare in una definizione lo scrittore Giovanni Arpino.
Siamo di fronte a un narratore che nei suoi romanzi è stato sempre uno scrittore perfetto.
Con la sua scrittura si mostra sempre libero, si tiene alla larga dal paludato mondo letterario e dalle sue convenzioni. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Arpino è sparito per molto tempo dagli scaffali delle librerie. Egli è uno dei migliori scrittori del secondo Novecento e ha ragione Guido Piovene quando dice: «Non riesco a trovare nemmeno un nome di uno scrittore contemporaneo da mettere vicino ad Arpino».
La suora giovane
è il libro che nel 1959 gli dette la notorietà, un romanzo affascinante per la perfetta tenuta della narrazione difficile. Montale in un elzeviro sul Corriere scrisse che il libro era un capolavoro.
Seguirono Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira e L’ombra delle colline. Libri in cui il letterato tra introspezione e analisi sociale sottopone la propria scrittura a un onesto esame di coscienza da cui si evince sempre il desiderio di essere libero dai condizionamenti, perché per Arpino fare letteratura prima di tutto significa torturare le parole. Quello che conta è raccontare, scrivere per sentirsi vicini alle proprie lontananze di uomini.

«La letteratura di Giovanni Arpino discende dalla cronaca, è la cronaca a fornire i temi, evita le fughe nei secoli passati, affronta la condizione umana del suo tempo e ne dà una testimonianza poetica sulla pagina. Arpino era uno scrittore borghese che raccontava una città borghese ma che era sensibilissimo alle condizioni sociali altre». 

Così scrive Bruno Quaranta che allo scrittore ha dedicato un bellissimo saggio dal titolo Stile Arpino. Una vita torinese.
Randagio è l’eroe esce nel 1972. Questo romanzo breve rappresenta una svolta radicale nella scrittura di Arpino.
Un romanzo picaresco, surreale e poetico che trasforma Giovanni Arpino in uno scrittore totale. Le vicende di Giuan, un artista ribelle ossessionato dall’ultima cena di Leonardo, che di notte diventa randagio e percorre le strade di Milano per imbrattare i muri di scritte d’amore. Questo straordinario e visionario personaggio utopico è un randagio che vuole insegnare agli uomini la bellezza e l’eroismo del bene.
Letto ancora oggi Randagio è l’eroe, tornato in libreria grazie a Lindau nel 2013, ci commuove e ci affascina per la condizione di verità e di nudità totali che ancora è capace di esprimere.
Vale la pena leggere e rileggere Giovanni Arpino, ironico, corsaro, anarchico.
«Era uno che viveva senza scarpe» disse di lui la moglie Caterina. Non c’è migliore definizione per uno scrittore che nella sua vita non ha mai voluto rinunciare alla sua libertà.
Arpino muore a Torino il 10 dicembre 1987. Oggi, nonostante ci sia un interesse editoriale intorno alla sua opera, lui è ancora un fantasma della letteratura.
Spetta ai lettori il compito di riportarlo in vita.

:: C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Una sera che la melanconia prende le ossa

nella desolata osteria dei marinai sulla foce

tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore

delle sabbie,

non volgere l’occhio al mare spento

e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,

ma guarda la notte che cresce di grilli

e di stelle

a coprire i deserti del cuore.

Foce del Cinquale, luglio 1942

Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.

Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.

Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.

:: Mi manca il Novecento: L’unico e immenso Roberto Calasso – a cura di Nicola Vacca

30 luglio 2021

La morte di Roberto Calasso decreta la fine di un mondo. Con lui se ne va definitivamente quel Novecento che già ci mancava da tempo.
L’editore unico, lo scrittore immenso, l’intellettuale raffinato che con la sua (e la nostra) Adelphi, presidio di cultura alta e di libertà intellettuale, ci ha donato la possibilità di un mondo culturale autentico e onesto.
Roberto Calasso sempre lontano e distante dal chiacchiericcio ciarliero delle polemiche culturali ha creduto nei libri unici e negli scrittori di vocazione.
Al centro della sua politica editoriale sempre e comunque quella straordinaria qualità da non barattare mai con le tendenze perverse e dozzinali del mercato.
In un editoria che fabbrica i libri seguendo le indagini di mercato, Calasso ha sempre pubblicato in Adelphi i libri che si devono leggere e non i libri che si vogliono leggere.
Come editore ha lasciato un’impronta indelebile perché Roberto Calasso è l’ultimo editore puro rimasto in questo paese miserabile.
Roberto Calasso di libri unici ne ha pubblicati molti con il suo modo singolare e originale di fare editoria.
Attraverso una cura appassionata e ossessiva della veste di ogni volume, ha praticato la nobile arte dell’editoria non ignorando mai l’elegante criterio della forma: “la capacità di dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro”.
È affascinante seguire Calasso nel racconto delle origini della Adelphi. Il cammino insieme a Bazlen e Foà, indispensabili e preziosi collaboratori che avevano il fiuto per la buona letteratura, nella costruzione delle collane che avrebbero ospitato anche libri che avevano rischiato di non diventare libri.
Guardando, infatti, oggi il catalogo della casa editrice milanese ci accorgiamo che moltissimi autori sarebbero rimasti ignoti nella nostra lingua se qualche decennio fa un gruppo di intellettuali fosse rimasto sordo al “suono giusto”, espressione cara a Bazlen, requisito sufficiente per riconoscere un libro unico.
Come non ricordare il viaggio meraviglioso negli autori della Mitteleuropa, da Karl Kraus a Joseph Roth. Oppure la scoperta di autori scomodi come Nicolás Gómez Dávila, considerato il Nietzsche colombiano, e l’intera opera del non conforme e estremo Cioran.
Il mio primo libro Adelphi è stato Squartamento di Emil Cioran.
Sono passati quarant’anni e la mia riconoscenza nei confronti di Roberto Calasso è infinita.
Grazie per avermi fatto diventare un lettore forte.
Grazie per avermi fatto scoprire scrittori che prima di tutto hanno a che fare con la letteratura.
Grazie per aver pubblicato autori che l’oblio aveva condannato alla scomparsa.
Grazie Roberto Calasso, editore puro, e grande scrittore per aver pubblicato i libri che si devono leggere.
Grazie soprattutto per avermi regalato Emil Cioran, lo scrittore che mi ha cambiato la vita.
Di fronte all’ibridazione universale della letteratura, Roberto Calasso è l’ultimo editore che in tempi difficili ha creduto in una civiltà letteraria, come quella del Novecento che tanto amato e ci ha fatto conoscere con Adelphi.
Roberto Calasso ha lasciato la sua impronta con i libri unici che ha pubblicato e ha scritto.
Questa unicità è la sua eredità e ci auguriamo non vada dilapidata.

:: 30 aprile 1993 Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica di Filippo Facci (Marsilio 2021) a cura di Nicola Vacca

19 Maggio 2021

È una giornata di aprile del 1993. Una folla inferocita, istigata dal tintinnare delle manette scatenata dal circo mediatico – giudiziario di Mani Pulite, aspetta Bettino Craxi davanti all’ Hotel Raphaël, per scagliarli contro insulti e monetine. La Seconda Repubblica inizia con un altro Piazzale Loreto quel momento di barbarie decretò per sempre la fine della politica e l’avvento dell’antipolitica con cui oggi stiamo facendo i conti.
Filippo Facci, scrittore e giornalista, con 30 aprile 1993. Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica ricostruisce nei minimi dettagli quei giorni infelici del nostro Paese in cui i lanciatori rossi e neri di monetine, rappresentanti dell’italico popolo bue, inferociti dalla gogna giustizialista disonorarono la democrazia.
Le inchieste giudiziarie del Pool milanese, iniziate ufficialmente nel 1992, che dovevano riguardare la corruzione nel mondo politico italiano sono infine servite a criminalizzare e a cancellare dalla scena parlamentare alcuni partiti, quelli di ispirazione moderata , e garantire un salvacondotto per la sinistra comunista e postcomunista, che ha ricambiato il favore dando sempre e comunque il suo appoggio ai pubblici ministeri politicizzati, fautori del teorema di Tangentopoli che si sono specializzati nell’amministrazione della giustizia dei due pesi e delle due misure.
La giustizia politica e il giustizialismo hanno sempre caratterizzato, fino ai nostri giorni, attraverso il meccanismo del circo mediatico giudiziario, il pericoloso intreccio tra una parte della magistratura e la politica (quella del Pci-Pds-Ds).
Una vera e propria strategia del ragno che ha visto alcuni “magistrati di partito” costituirsi, nel vuoto politico causato dalla loro azione, in “partito di magistrati” è al centro dell’inchiesta di Mani Pulite. Quella stagione, violando le regole sacrosante dello Stato di Diritto ha imposto per un decennio il protagonismo di alcuni Pm che si erano messi in testa, abusando della carcerazione preventiva con il facile tintinnio delle manette, di “rivoltare l’Italia come un calzino”
Facci fotogramma per fotogramma da eccellente cronista torna sui luoghi terribili di quel misfatto e rilegge attraverso la scena del lancio delle monetine tutte le scene di quella falsa rivoluzione che ha cambiato in peggio l’Italia, assassinando lo Stato di diritto.
L’autore ricostruisce il clima del Paese degli inizi degli anni ’90 che annaspava sotto le grinfie della giustizia politica e il clima infernale di Mani Pulite, dove una cultura del sospetto prevaleva sul buon senso della legge: il circo mediatico- giudiziario che calpestava le regole più elementari di vita civile: le sentenze continuavano ad essere comminate, prima che nelle aule di un tribunale, da giornalisti senza scrupoli armati da alcune procure.
Giustizia sommaria e giustizia spettacolo, questi i capisaldi del cosiddetto rito ambrosiano in un tempo in cui il pregiudizio morale assunse valenza politica e il disprezzo morale diventò elemento costitutivo del giudizio sui politici, come dimostra la folla inferocita che si riunì davanti all’Hotel Raphaël per linciare Bettino Craxi.
Il Pool aveva le idee chiare: abbattere la democrazia dei partiti con lo strumento antidemocratico del giustizialismo. Napoleone Colajanni in un libro dedicato a quella stagione (Mani Pulite? Giustizia e politica in Italia, Mondadori, 1996) affermò che tra le cause dell’attuale stato d’incertezza, non solo politica, in cui versa il nostro Paese si debba annoverare anche il modo in cui ha operato la magistratura. È illuminante quanto scrive a proposito dei giudici di Tangentopoli.

Questi uomini avevano però alcune caratteristiche comuni: l’avversione per il sistema dei partiti, che di fatto diveniva avversione per la democrazia così come esiste in Italia; la consapevolezza di disporre di uno strumento formidabile, qualora lo si fosse potuto usare, per operare il cambiamento; un orientamento, che si potrebbe definire fondamentalista, per cui la giustizia è una sorta di macchina inesorabile al cui centro è l’obbligo dell’azione penale, da portare avanti in ogni circostanza, qualunque essa sia”.

Filippo Facci ricostruendo quella stagione maledetta e la grande illusione rivoluzionaria delle toghe rosse di Mani pulite non ha dubbi: in quei giorni era morto il meglio e avanzava il peggio.
Il linciaggio di Bettino Craxi all’Hotel Raphaël resterà per sempre l’emblema del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Un passaggio crudele e violento che ha aperto la strada al baratro istituzionale e alla morte definitiva del primato della politica.

Filippo Facci (Milano, 1967), giornalista e scrittore, inizia la sua attività professionale da giovanissimo, collaborando con «L’Unità» e «La Repubblica», e poi approdando all’«Avanti!». Editorialista del «Giornale», collabora con «Il Foglio» e tiene per anni una rubrica su «Grazia». Lavora a «Libero» e, dal 1999 al 2009, a Mediaset. È autore di numerosi libri, tra cui Di Pietro. La storia vera (2009) e Uomini che amano troppo (2015).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Marsilio.

:: L’Antonia, Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti (Ponte alle Grazie 2021) a cura di Nicola Vacca

14 Maggio 2021

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale.
Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole:

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
La sua stessa poesia diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita.

«Forse l’età delle parole è finita per sempre»,

scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.
Paolo Cognetti ripercorre le orme della poetessa dedicando al suo mondo un libro particolare.
L’Antonia è un viaggio nelle passioni della Pozzi: Milano, la montagna e la scrittura.
Cognetti mescola nelle pagine del libro la sua voce con quella di Antonia, una ragazza milanese innamorata ella montagna.
La poesia incontra le lettere che la giovane poetessa inviava ai suoi interlocutori .
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Soltanto tra le sue montagne, la Grigna, le Dolomiti e il Cervino, trovava rifugio e calma e la forza di scrivere.
Tutto quel silenzio la portava a cercare le parole perché, come giustamente osserva Cognetti, scrivere è stato così urgente per lei, così connaturato al suo sentire e pensare.
Attraverso i diari, lettere, poesie e foto e grazie al commovente racconto di Paolo Cognetti, Antonia Pozzi rivive in queste pagine con la sua poesia colma di grazia e di ferite.

«Non so: non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento un destino».

Così scrive Antonia il 10 settembre 1937, la donna e la poetessa che si sente destino prima della caduta nell’eternità del buio.

ANTONIA POZZI è nata a Milano nel 1912. È stata poetessa, fotografa e alpinista. Ha frequentato la facoltà di Lettere e si è laureata in Estetica con Antonio Banfi, ha girato l’Europa ma ha amato soprattutto Pasturo, ai piedi della Grigna, dove suo padre aveva comprato una casa. È lì che ha messo la prima volta le mani sulle rocce, è lì che ha scritto molti dei suoi versi, è lì che ha trascorso il tempo straordinario delle sue poche estati. Ha amato molto anche le Dolomiti e il Cervino, la musica classica, la lingua tedesca, i bambini. Ha messo fine alla sua vita nel dicembre del 1938, in un fosso a Chiaravalle, nella periferia sud di Milano. Le sue poesie sono state pubblicate postume e solo allora è stata riconosciuta tra i grandi poeti italiani del Novecento.

PAOLO COGNETTI è nato a Milano nel 1978. Ha cominciato a scrivere giovanissimo, nel frattempo ha provato a fare molte altre cose: il matematico, il documentarista, il cuoco in un ristorante di montagna. A ventisei anni, l’età a cui Antonia Pozzi moriva, ha esordito con la sua prima raccolta di racconti. Con Le otto montagne (Einaudi, 2016) ha vinto il Premio Strega ed è stato tradotto in tutto il mondo, mentre l’ultimo libro è Senza mai arrivare in cima (Einaudi, 2018). La sua montagna è la Valle d’Aosta, in particolare le valli del Monte Rosa, dove ha aperto un rifugio.

AA. VV. A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni (Gammarò edizioni, 2021) a cura di Nicola Vacca

21 aprile 2021

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in Come un’allegoria si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri (Il muro della terra, Congedo del viaggiatore cerimonioso) ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa.
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno e scomparso il 22 febbraio 1990 Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento anche se ancora oggi tutte le iniziative promosse in suo favore sono servite ben poco a favorirne una più larga conoscenza.
Questo sostiene Francesco De Nicola che (insieme a Federico Marenco)in occasione dei trent’anni della scomparsa di Caproni al poeta ha curato un volume interessante scritto a più mani.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni. “Scendo, buon proseguimento” (Gammarò edizioni, pagine 115, € 16,00 è una raccolta di scritti (Angela Siciliano, Maria Teresa Caprile, Francesca Irene Sensini, Valentina Colonna, Federico Marenco, Francesco De Nicola) che esplorano alcuni aspetti sinora pressoché trascurati nella pur vasta bibliografia critica esistente sulla sua poesia.
Maria Teresa Caprile si sofferma sulle intuizioni di Caproni in merito al dubbio e sulla parola che nel Novecento ha subito un’estenuante falsificazione assecondata alla politica, un’imminente volgarizzazione che ha corroso i valori dell’umanesimo.
Partendo da questa premessa Caproni affronterà radicalmente tutti i dilemmi del disfacimento, inventando una lingua nuova che ha nella rottura del significato il suo punto di forza per una poetica che resterà un’esemplare e unica testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
Un viaggio che porterà Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua – scriverà Gian Luigi Beccaria – è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
Francesca Irene Sensini nel suo scritto intitolato Anarchici fuori tema: orti, giardini e fiori di Giorgio Caproni scrive che le tesi di Caproni sottraggono il lettore agli automatismi sensoriali del quotidiano e lo trascinano in un termin vague dove gli elementi concreti che cadono sotto i sensi si trasformano in metafisici e assolvono la funzione di strumenti conoscitivi.
Il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i suoi paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.

«Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».

Caproni è stato il maggiore poeta italiano del secondo Novecento.
Il poeta livornese è riuscito a dare conto in versi dei moti dell’esistere, del vuoto e del nulla inventando un dire che tutto ha messo in discussione fino a tracciare le linee di un’esperienza poetica che ha un grado d’inventività, come giustamente osservava Vittorio Sereni, capace di individuare una situazione lirica nel quotidiano senza alcuna pretesa di definitività.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni è un libro prezioso, quasi un bilancio che invita il mondo della cultura a una serie di riflessioni sulla grandezza ancora non riconosciuta del grande poeta.

«La viva voce di Caproni – scrive Valentina Colonna nell’ultimo scritto che chiude il volume – è forse tra le meno conosciute del secondo Novecento, in quanto limitato fu anche lo spazio mediatico concessogli rispetto a quello di altri poeti suoi contemporanei, di cui si è consolidato, nella memoria del pubblico della televisione di quegli anni, un ricordo più chiaro. Possiamo infatti più facilmente ricordare la teatralità di Ungaretti o la melodiosità di Montale, con stili diversi e tecniche interpretative molto divergenti e contrastanti. Ma qual era la voce di Giorgio Caproni?»

Eppure quella di Caproni, come giustamente sottolinea Giovanni Giudici, era una poesia nuova.
Ancora oggi lui il è poeta nuovo che ha molto da dire e da insegnare alla cultura e alla poesia italiana contemporanea.

:: L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arsavir e Jeni Acterian di Emil Cioran (Mimesis 2021) a cura di Nicola Vacca

10 aprile 2021

È proprio vero, per conoscere a fondo uno scrittore bisogna immergersi nei suoi carteggi.
Antonio Di Gennaro da anni sta scavando nella personalità di Emil Cioran curando la pubblicazione di volumi che raccolgono la corrispondenza che il grande scrittore ha avuto con molti intellettuali del suo tempo.
Da qualche mese è uscito per i tipi di Mimesis L’orgoglio del fallimento, un volume che raccoglie le lettere che Cioran ha scritto ad Arșavir, un brillante giornalista e a Jeni Acteran.
Questo epistolario è molto importante. In queste lettere Cioran parla di Cioran, esprimendo tutto il suo mondo di pensatore privato.
«Ho intrapreso l’avventura del distacco con un certo coraggio: il coraggio del fallimento» così scrive l’autore di Squartamento in una lettera del 23 giugno 1975.
Distacco, disgusto, dubbio, scetticismo. Queste sono le parole chiave che troviamo nelle lettere che Emil scrive carico di quell’ orgoglio del fallimento che lo rende un essere speciale e controverso.
Cioran incontra Arșavir, giornalista culturale di profonda sensibilità e intelligenza, presso la Biblioteca della Fondazione Carol di Bucarest.
Sarà subito amicizia. Tra i due si stabilirà una forte intesa intellettuale.
Questo carteggio è importante per capire fino in fondo il mondo di Emil Cioran.
Qui i due intellettuali che fanno parte della stessa generazione tragica, si confrontano con le loro parole profetiche.
In queste parole troviamo Cioran, che si definisce uomo sterile, che argomenta attraversa il distacco della scrittura il suo disgusto per se stesso e per il mondo senza mai sottrarsi al suo scetticismo, quella straordinaria forza interiore che caratterizzerà tutta la sua opera e che lo porterà sempre a scegliere il dubbio con tutti i suoi vitalismi di intelligente perplessità.
Emil e Arșavir sono due fratelli d’anima che sentono lo stesso sconforto generazionale.
Cioran in una lettera del 11 giugno 1969 scrive:

«La nostra generazione ha conosciuto tutte le forme di sconfitta; come non esserne orgogliosi? Inoltre, detto tra noi, senza l’orgoglio del fallimento, la vita sarebbe a stento tollerabile. »

Senza l’orgoglio del fallimento Cioran non sarebbe stato quel grande pensatore che noi oggi amiamo incondizionatamente.
Cioran scrive al suo amico ammettendo di sprofondare sempre di più nel suo scetticismo speciale.
Senza rinunciare al paradosso e al gusto letterario della contraddizione, Cioran vive di contraddizioni che gli impediscono di appartenere a qualsiasi dottrina.
Uomo libero che ha rotto con la scena letteraria del suo tempo, e la sua libertà ha senso solo per la fedeltà a se stesso.
Così si mostra Emil Cioran nelle lettere al suo compagno fraterno di penna.
Nel coraggio del fallimento in queste pagine troveremo un Cioran autentico che confessa di avere un grande difetto: quello di avvertire in sogno l’essenziale.
«L’ossessione per la felicità ci trascinerà presto nella disgrazia» scrive il profetico Cioran mentre accusa il genere umano che si lascia sedurre nell’incoscienza dalla feccia degli utopisti, rivendicando per tutti quella grande dolcezza che c’è nello svanire delle illusioni.
Il Cioran che troveremo in questo carteggio, è il grande scettico che nell’orgoglio del suo fallimento, di sconfitta in sconfitta («quelle che ci vengono inflitte dalla vita quotidiana e quelle che ci vengono dispensate in abbondanza dalla Storia») troverà attraverso il suo pensiero la verità in assenza di ogni verità.

Emil Cioran (1911-1995) rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del “pensiero tragico” contemporaneo. Tra le sue opere: Al culmine della disperazione (1934), Lacrime e santi (1937), Sommario di decomposizione (1949), Sillogismi dell’amarezza (1952), La tentazione di esistere (1956), Storia e utopia (1960), La caduta nel tempo (1964), Il funesto demiurgo (1969), L’inconveniente di essere nati (1973), Squartamento (1979), Esercizi di ammirazione (1986), Confessioni e anatemi (1987). Fra le sue numerose opere pubblicate da Mimesis, Vacillamenti (2010) e Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) (2013).

Source: libro del recensore.

:: Mi manca il Novecento: Il maestro Franco Battiato – a cura di Nicola Vacca

7 aprile 2021

Franco Battiato viene da mondi lontanissimi e in mondi lontanissimi ci ha portato per mano con la sua arte musicale sempre avanti nel tempo.
A 40 anni dall’uscita dell’album La voce del padrone, del grande maestro siciliano, poeta rarefatto e metafisico, genio inarrivabile, si sono perse le tracce.
Sembra volontariamente scomparso in uno di quei mondi lontani che aveva anticipato con i suoi testi e con la sua musica, a noi resta l’invenzione di una lingua nuova.
Ufficialmente il maestro Battiato si è ritirato dalla musica, non si hanno più sue notizie.
Ma noi abbiamo quel meraviglioso mondo di poesia che ci ha lasciato.
Un patrimonio che ci poterà sempre verso terre nuove e cieli nuovi con la consapevolezza che tutti noi siamo esseri spirituali in cammino verso la liberazione.
Battiato nella sua lunga carriera ha costruito con la sua musica una civiltà delle anime, anche se oggi siamo ancora in attesa che giunga l’era del Cinghiale Bianco con tutte le sue straordinarie intuizioni metafisiche di pace, di armonia, e soprattutto di umanità.
Franco Battiato sempre alla ricerca della verità e del Re del mondo, è un poeta che ha sempre creduto nell’uomo, nonostante la sua fisiognomica sia quotidianamente compromessa dal prepotente e dominante arbitrio del male, che non vuole mollare la presa.
Tra orizzonti perduti e dimensioni interiori Franco Battiato non ha mai smesso di lavorare sulla conoscenza del mistero insondabile del passaggio.
Artista, uomo, musicista, poeta sempre in cerca di una sua e nostra Prospettiva Nevskij.
Franco Battiato ci insegna ogni giorno che è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, ma lui da saggio maestro della ricerca spirituale ci invita sempre a essere curiosi, a scavare nel torbido della vita e dei suoi misteri.
Con le sue melodie meravigliose e toccanti ci vuole tutti cercatori in questo mondo di Povere patrie.
Franco Battiato si è ritirato dalle scene, ma lui difficilmente scomparirà dalle nostre esistenze.
Il maestro è immortale, la sua musica è per sempre.
Torneremo ancora è l’album con cui Battiato si è congedato. Quasi un testamento spirituale che allude all’Eterno Ritorno, alla dimensione del tempo circolare e alla potenza evocativa del tornare.
Franco Battiato, dadaista, surrealista, esoterico, mistico, sensuale, cantautore geniale sempre in cerca di centri di gravità permanente, ma soprattutto grande inventore di infiniti altrove e di mondi lontanissimi in cui scomparire per poi tornare sotto forma di spirito, dopo aver battuto le vie che portano all’essenza.

:: Addio Little boy a cura di Nicola Vacca

24 febbraio 2021

È difficile dire addio a Lawrence Ferlinghetti, anche perché certi uomini non dovrebbero morire mai.
Alla veneranda età di 101 anni con un vissuto che ha attraversato il Novecento si è spento l’uomo Ferlinghetti ma resterà per sempre il poeta.
Il meno beat della beat generation, anche se è sempre stato considerato il maestro di quella generazione.
Oltre che poeta è stato romanziere, pittore, drammaturgo e editore.
Ferlinghetti ha fondato la celebre libreria City Lights di San Francisco e l’omonima casa editrice che ha pubblicato le prime opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg.
Era l’unico sopravvissuto di quella compagnia di ribelli e, il grande genio, l’agitatore culturale, e ancora un necessario punto di riferimento letterario e culturale.
Ferlinghetti, detto «il Prevért d’America» per la straordinaria popolarità delle sue poesie, è stato animatore del Novecento e della vita culturale di san Francisco con la sua celebre City Lights Books, luogo d’incontro delle migliori menti della sua generazione.
Nel 1958 pubblicò sulla Chicago Rewiew un pezzo sulla poesia di San Francisco nel quale sembra di rintracciare un ritratto della sua stessa poesia. «La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata poesia di strada. Perché consiste nel far uscire il poeta da un suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia così silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è la poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale».
Quell’anno segna una svolta nella sua carriera di poeta. La New Directions di New York proprio ne 1958 pubblica A Coney Island of the mind, che diventerà uno dei libri di poesia più letti nel mondo.
La sua scrittura poetica permeata di satira e di invenzioni linguistiche che sperimenta una lingua parlata sempre vicina ai drammi e ai problemi degli uomini raggiunge il cuore delle persone, arriva con la sua potenza che deflagra e viene accolta con un grido di rivolta e di denuncia.
La poesia di Ferlinghetti conquista il lettore grazie a molte seduzioni. Una di queste è la potente semplicità di alcuni versi che sanno intercettare un contatto vivo con la gente comune.
Qualche anno fa è uscito da Clichy Little boy, un romanzo di Ferlinghetti ma anche qualcosa di più. Un’ autobiografia sui generis scritta e pensato con uno stile sperimentale e geniale che solo un genio come lui poteva scrivere.
In Little Boy (tradotto da Giada Diano), un monologo sulla sua vita pensato come un romanzo infinito che si abbandona a un flusso di coscienza in cui è quasi abolita la punteggiatura, c’è tutto di Ferlinghetti. Il poeta affida la trama del suo narrare a una ricerca appassionata del tempo non ancora perduto.
Da dissidente romantico e con il suo immenso cuore di poeta, Lawrence anche in questo libro continua a scrivere sulla strada dei ricordi affidandosi a un’immaginaria quarta persona singolare, che è la sua coscienza.
Ferlinghetti in Little Boy conferma di non amare le etichette e sfugge in maniera anarchica alle appartenenze e sceglie di regalarci pagine intense sulla sua lunga vita avventurosa con un libro che è inclassificabile: non è autobiografia, non è un romanzo, è una confessione scritta con un linguaggio torrenziale che mai si interrompe e che va oltre l’autobiografia e il romanzo.
Ricordi della sua vita si mescolano con fiumi di parole e riflessioni in cui il poeta mette in croce tutti i mali del tempo che ha attraversato: dalla critica radicale al potere all’attacco senza fare sconti alla civiltà industriale, alla globalizzazione e al consumismo che sta conducendo l’uomo verso l’estinzione.
Lawrence Ferlinghetti è Little Boy, l’uomo irriverente, il poeta psichedelico, il testimone libertario, il poeta sulla strada e della strada che parla e scrive della vita e la vive, sporcandosi le mani con quell’ esistenza fatta di incontri, di gente e soprattutto di persone. Cercando sempre l’amore per capire la carne.
È difficile dire addio a Lawrence Ferlinghetti.

:: Mi manca il Novecento: Leonardo Sinisgalli, l’eclettico del Novecento a cura di Nicola Vacca

3 febbraio 2021

«Il nome di Leonardo Sinisgalli rappresenta meglio di tutti la prosecuzione in termini personali dell’opera di Ungaretti, vista però da un lato puramente tecnico e su un versante, quello scientifico, che Ungaretti non tocco mai».

Così Giacinto Spagnoletti nella sua Storia della letteratura italiana del Novecento introduce l’opera di Leonardo Sinisgalli, uno dei poeti più importanti e originali del Novecento scomparso nel 1981.
Sinisgalli, nato a Montemurro nel 1908, è uno dei nomi più autorevoli della linea meridionale insieme al suo conterraneo Rocco Scotellaro.
Pier Vincenzo Mengaldo mette in evidenza la poetica dell’essenzialità del poeta – ingegnere lucano e la sua stretta aderenza a una lingua diretta sempre aperta alla sperimentazione e alla ricerca.
Sinisgalli fu eclettico, uomo di numeri e di parole che nella vita seppe coniugare il furore matematico con le passioni introspettive delle parole, portando sempre il suo Sud nel cuore.
Leonardo Sinisgalli è noto come poeta della corrente letteraria dell’ermetismo, ma la matematica fu la sua grande passione. Si iscrisse al corso di laurea di Matematica e Fisica a Roma. Anche nella sua attività letteraria la matematica non lo abbandonò mai, fino a diventare un fuoco e un furore che ispirò le sue intuizioni.
Poeta nitido e visionario, nessuno come lui raggiunse l’antieloquenza e riuscì a ottenere una essenzialità gnomica e un’assolutezza verbale che trovarono nel frammento e nell’epigramma la strada da percorrere.

«Probabilmente – scrive Gian Italo Bischi – proprio la sintesi, l’essenzialità, l’immediatezza dell’intuizione sono i tratti che accomunano il senso di bellezza che Sinisgalli coglie nei vari campi in cui ha espresso la sua creatività: la poesia, la matematica, l’arte, la pubblicità e il design. La poesia, che con un minimo di parole riesce a esprimere grandi emozioni; la matematica che in pochi simboli, nella brevità di una formula o di un teorema, esprime concetti di grande portata e feconde conseguenze; la pubblicità e il design industriale che con brevi segni incisivi, slogan, lampi di idee da prendere al volo, riescono a trasmettere messaggi e imporre tendenze».

Sinisgalli, poeta ingegnere con la passione per la matematica, è stato un propositivo animatore culturale del Novecento italiano. Come non ricordare la meravigliosa esperienza di Civiltà delle macchine, la rivista da lui fondata nel 1953 con il sostegno dell’IRI e di Finmeccanica.
Sinisgalli riuscì a coniugare la cultura con la tecnica, contaminando le diverse discipline.
Collaborarono alla rivista molti scrittori e artisti della cultura italiana. Su Civiltà delle macchine scrissero Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti, Gadda, giusto per fare alcuni nomi. Quella meravigliosa esperienza si chiuse nel 1979.
La vocazione poetica di Leonardo Sinisgalli oggi è attualissima se si pensa ai suoi scritti importanti in cui il poeta incontrava l’ingegnere e il matematico e insieme lavoravano per costruire un approccio multidisciplinare e interdisciplinare tra le arti e le scienze.
L’opera poetica e gli scritti di Leonardo Sinisgalli ieri erano profetici e oggi sono attuali e necessari.
La conoscenza e la cultura nascono dall’incontro e dalla contaminazione tra le tendenze letterarie, scientifiche e tecnologiche.
Leonardo Sinisgalli, il poeta con il gusto di contemplare la propria vita da una distanza luminosa ma che non ignora le pieghe riposte dell’esistenza, l’uomo che non rinuncia a raccontare nei suoi versi diretti la purezza del cuore, la semplicità dei rapporti umani, la religione degli affetti intimi, è sopravvissuto al suo tempo, come solo i grandi sanno fare. A quarant’anni dalla scomparsa la sua attualità profetica ha molto da insegnarci.

:: La vibrante protesta di Faber il poeta – a cura di Nicola Vacca

11 gennaio 2021

Fabrizio De André è stato e resterà sempre uno dei nostri più grandi poeti. A ventidue anni dalla sua scomparsa (il cantautore è morto a Milano l’11 febbraio 1999), Faber continua a essere una presenza ingombrante e scomoda con le sue parole taglienti e anarchiche.
Leggere e ascoltare De André per molti di noi oggi è ancora una necessità, perché la sua poesia è ancora un’urgenza che suona l’allarme.
Le storie, i volti, i sentimenti cantati da Fabrizio non ci parlano solo di vite negate e di vite subite, ma anche di riscatto e resistenza.
Di questo nostro grande navigante che va in direzione ostinata e contraria, noi uomini liberi oggi abbiamo bisogno più che mai.
Abbiamo bisogno delle sue parole irriverenti perché oggi gli ultimi sono ancora qui, gli emarginati sono diventati un esercito, il potere è ancora quel sistema che ci prende per fame, la libertà è in pericolo e la guerra è una minaccia quotidiana.
Ci manca la sua voce ironica e dolente anche se ci resta la sua grande poesia che non smettiamo mai di ascoltare affinché il disastro che ci circonda non ci colga impreparati.

«Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori: i nomadi, le infinite prinçese chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a se stesso, è già di per sé un vincente».

Vibrano ancora le parole del grande Fabrizio su questa decadente domenica delle salme e su di noi anime morte che abbiamo il dovere civile di non rassegnarci e di svegliarci prima che tutta questa decadenza dell’effimero ci uccida e ci estingua.
De André ha sempre vissuto fuori dal gregge e lo ripeteva sempre con le sue parole nomadi libere di viaggiare.
In smisurata preghiera scrive:

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità».

Faber era convinto che le parole sonno affascinanti perché cambiano continuamente di significato. «Sono nomadi come sono gli uomini», disse durante un concerto.
In queste affermazioni c’è il grande poeta che insegue la lingua, cerca nella libertà delle parole quella contaminazione che apre il cuore degli uomini, abbatte i muri, e arricchisce il pensiero.
Faber crocifigge il mondo caduto in un inverno inesorabile, scopre la possibilità della rivolta, comincia a sognare con i piedi per terra e nel ballo mascherato della vita ci ricorda che Tutti morimmo a stento.
Oggi è andata male, bisogna inventarsi un domani. Il futuro passa per la «vibrante protesta» di Fabrizio De André, un uomo solo che ha avuto il coraggio di lottare con le maggioranze perverse di uomini organizzati.

«È che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita (ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità, credo di averla vissuta), mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto paura, semplicemente questo. Poi si potrebbe parlare a lungo».

Davanti agli elementi del disastro le tue parole di lotta e di libertà sono la nostra eredità. Certo, stiamo ancora attendendo la buona novella e chissà se mai ci sarà un nuovo messia. Intanto noi in un libero andare abbiamo nel nostro zaino di viandanti le tue parole apocrife e nomadi di uomo in rivolta che ha avuto il coraggio di dire sempre no.
Anche se ci mancano i tuoi occhi vigili su tutta la bruttezza di questo mondo, da cui tu te ne sei andato in un freddo gennaio, lo stesso mese in cui si congedò dalla vita il tuo grande amico Luigi che è per sempre nei versi bellissimi di quella tua preghiera laica e blasfema, un tarlo nelle coscienze dei «Signori benpensanti».