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:: Il Club delle Vecchie Signore di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

15 novembre 2017
club delle vecchie signore

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Georges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
Con «Il Club delle vecchie signore e altri racconti» Adelphi pubblica l’ultimo volume dedicato alle indagini dell’agenzia investigativa più famosa del mondo.
In queste pagine ritroviamo Émile e Torrence, fedeli al metodo Maigret, alle prese con i misteri della cronaca nera di Parigi.
Quattro storie – indagini in cui i componenti dell’Agenzia si trovano a affrontare situazioni grottesche e scanzonate dietro le quali si cela il crimine, l’astuzia e la malvagità degli esseri umani.
I quattro protagonisti si trovano davanti a casi davvero particolari e come sempre la penna di Simenon affonda la penna in un humour nero che a volte sa essere ironico e macabro.
Quattro racconti brevi avvincenti e intriganti in cui il maestro del noir come sempre inchioda noi lettori alle pagine.
Georges Simenon ha dedicato alle vicende dell’Agenzia O quattordici racconti, tutti scritti nel corso del mese di giugno 1938 a Villa Agnès a La Rochelle, apparsi nella collana «Police – Roman » nel 1941 e raccolti poi in volume 1943.
I quattro casi contenuti in questo volume sono davvero esilaranti. Tra i toni della commedia e del noir, Simenon , come sempre, conduce il lettore nel cuore delle sue storie e nel bel mezzo degli enigmi.
Torrence e i suoi collaboratori hanno a che fare con personaggi dalla dubbia moralità, avidi assassini senza scrupoli.
Anche questa volta danno il meglio di sé: ogni inchiesta in cui l’ Agenzia O è coinvolta ha la sua difficoltà. Ma Torrence, Émile, Barbert e Berthe sono sempre all’altezza della situazione e non deludono mai i loro clienti.
Nel quartiere generale della Cité Bergère i quattro investigatori sono sempre vigili e attenti e non si lasciano mai sorprendere impreparati. Ogni nuovo caso è una scommessa che riescono sempre a vincere.
Simenon si deve essere divertito scrivendo le storie investigative dell’Agenzia O. In queste pagine la sua penna è felice e la sua scrittura come sempre è un affondo micidiale nel cuore e nella psiche degli esseri umani e della loro fragilità, che spesso li conduce a delinquere confondendo il bene con il male.
Vale sempre la pena leggere Simenon, anche quando scrive racconti.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: Le parole degli amanti di Sergio Marchetta (L’ Argolibro 2017) a cura di Nicola Vacca

9 novembre 2017

marchettaQuando si scrive dell’amore il rischio del facile sentimentalismo da baci perugina è sempre in agguato. L’amore è l’argomento su cui si riversa spesso la retorica e la banalità.
Per fortuna oggi sono in grado di smentire questa amara verità. L’occasione me la offre Le parole degli amanti, un piccolo e prezioso libro scritto da Sergio Marchetta pubblicato per i tipi de L’Argolibro (www. largolibro.blogspot.it; largolibro@gmail.com, tel. 3395874615).
Si tratta di un sillabario essenziale sul concetto dell’amore. Dalla A alla Z alfabeto ragionato, ma non troppo, degli amanti.
Lo scrittore senza enfasi e con essenzialità racconta per voci il suo mondo di amore – e anche di disamore- cogliendo tutto l’infinito che c’è nel volersi bene, tra smorfie sudate e sorrisi lenti.
È un breviario essenziale in cui Sergio mette insieme i frammenti del suo discorso amoroso e con una scrittura inclusiva li condivide con i lettori che non possono fare a meno di ritrovarsi nella franchezza dell’autore che si pone nudo nei confronti dell’amore, il più complesso e labirintico dei sentimenti di cui il genere umano dispone.
«Lettera dopo lettera – scrive Maria Antonietta Tortola – nella prefazione – in questo “alfabeto degli amanti”, in un crescendo di sbalordimenti, ti ritrovi a vivere soffi di una vita che è stata anche la tua. O lo sarà. Prima o poi lo sarà».
Sergio Marchetta si avvale della fisica lingua della carne per trovare le parole degli amanti.
Come in una poesia di Prévert, in tutte le voci di questo piccolo dizionario amoroso, l’amore ha a che fare con il magma quotidiano del suo essere sentimento sulla terra.
Gli amanti di Sergio Marchetta sono soprattutto esseri umani con le loro fragilità, testimoni e complici dello stesso misfatto che ha sempre a che fare con l’esistenza.
Bugia: «Che male può esserci? In fondo mentire è pur sempre accartocciare la brutta copia di una verità, una realtà moribonda che puoi resuscitare solo rischiando la faccia»; Dono : Io vorrei vivere di ciò che amo e basta. Ma non basta»; Rancore :« È il segreto femminile: il potere di rendere felici gli uomini con la loro infelicità».
Questi alcuni frammenti del discorso amoroso di Sergio Marchetta, che in sole cinquantadue pagine ha il merito di essere convincente e originale nel dare voce alle parole che gli amanti si dicono avendo un grande rispetto per tutto quel non detto del linguaggio del corpo che fa dell’amore quel grandissimo gesto sui cui vale sempre la pena scommettere.
Dalla A alla Z il cuore e tutte le sue ragioni che la ragione non conosce perché: «Ha tanti letti l’amore. Sempre.».

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Articolo già edito su Zona di disagio

:: Perverso e paranoico – Scritti 1927-1933 di Salvador Dalì (Il Saggiatore 2017) a cura di Nicola Vacca

3 novembre 2017
salvador dalì

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Tutto Salvador Dalí, insieme al suo genio e alla sua poetica surrealista, lo si trova negli scritti di «Perverso e paranoico».
Negli anni Trenta il grande artista mise su carta il suo autoritratto attraverso una serie di testi in cui emerge tutto il suo irrazionalismo più fertile.
«Perverso e paranoico» torna in libreria per i tipi de Il Saggiatore in una nuova edizione accresciuta.
Pagine intense e complesse in cui Salvador Dalí tocca i vertici della creazione: vomita genialmente il suo metodo paranoico – critico in cui l’ossessione, il sogno e il deliro diventano arte pura mai fine a se stessa.
Le sue riflessioni spaziano dalla fotografia alla letteratura passando per la filosofia e la psicanalisi.
C’è tutto l’universo artistico di Dalí nelle pagine di «Perverso e paranoico». Tra contraddizioni e deliri, il genio lascia spazio al sogno e alla realtà e a modo suo scava nei mondi inconsci della creazione. Il risultato è il suo stesso genio che si fa arte e che va oltre l’arte.
In una delle sue riflessioni scrive:

«Ci sono sempre state due specie di pittori: quelli che oltrepassarono la linea, e quelli che seppero, rispettosamente e con pazienza, arrivare fino al limite. I primi a causa della loro impazienza, sono stati considerati degli emotivi, dei geniali. I secondi, per la loro umile pazienza, sono stati considerati dei freddi e, solamente, dei buoni artigiani».

L’artista riconosce una specie di passione nella pazienza di non oltrepassare la linea, la passione dell’equilibrio che secondo lui è una passione potente, nemica di ogni ebbrezza.
Salvator Dalí ha fatto del pensiero estremo una magia soprattutto quando si è occupato di definire la sua poetica surrealista, In quel momento l’artista si fa genio e supera abbondantemente la linea, affidando la propria ebbrezza all’immaginazione. E poi sono nati i suoi capolavori.
Salvator Dalí un antiartista che ha attraversato l’arte senza mai sottrarsi alla radicalità del pensiero.
Un genio «perverso e paranoico» che crede nel atto antiartistico, una dimensione che comporta più gioia, maggiore capacità poetica, più intensità del fenomeno improprio che si definisce artistico.
Da esso nasce ciò che vi è di più vivo nelle ricerche che costituiscono l’arte e soprattutto alimentano quelle invenzioni dello spirito che tengono viva oltre ogni cosa la fiamma della creazione artistica in tutti i sensi.
«Perverso e paranoico» è un libro in cui Salvador Dalí parla di Salvador Dalí e nelle pagine racchiude tutte le contraddizioni di una vita d’artista vissuta intensamente tra estasi, delirio e sogno.
Un genio proteiforme che si è immerso nel suo tempo sovvertendone sempre i canoni.

«Non capisco se sono io che divento più grande o se è l’universo che rimpicciolisce: probabilmente si tratta di entrambe le cose».

Salvador Dalí (1904-1989) è stato un pittore, scultore, scrittore, fotografo e sceneggiatore catalano.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Il Saggiatore.

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:: Scrivendo sulla strada di Lawrence Ferlinghetti (Il Saggiatore 2017) a cura di Nicola Vacca

2 novembre 2017
Ferlinghetti

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Lawrence Ferlinghetti è ancora on the road. Quasi centenario è ancora qui a rappresentare l’anima vagabonda e cosmopolita della poesia.
Il Saggiatore manda in libreria Scrivendo sulla strada. Diario di viaggio e di letteratura. Un volume corposo che raccoglie i diari, finora inediti in Italia. Pagine scritte durante cinquant’anni di vagabondaggi per il mondo (magnificamente tradotte da Giada Diano).

«Considero questo libro – scrive Ferlinghetti – come parte della tradizione dei viaggi in Italia di D. H. Lawrence o di Goethe. È come se molta della mia vita fosse una continuazione del mio wanderjahr giovanile, il mio peregrinare nel mondo».

Ferlinghetti definisce questo diario un insieme di pagine peripatetiche scritte per se stesso.
Ma nel suo vagare per il mondo ci ritroviamo tutti. Con l’autobiografia della sua poesia e delle sue narrazioni si finisce inevitabilmente per ritrovarsi. Queste sono le pagine di un testimone particolare che ha attraversato tutto il Novecento.
Sfogliando i suoi diari, lo troviamo ovunque. Il mondo è la sua casa e in ogni posto con la sua poesia ha documentato i mutamenti, lasciandosi sempre inghiottire dagli eventi, dal tempo e dalla storia, senza mai preoccuparsi del boato deflagrante che promettevano le sue parole.

«La vita di Ferlinghetti – scrivono nell’introduzione Giada Diano e Mattew Gleeson –è cosmopolita sin dall’inizio; infatti da bambino pensa di essere francese. Nasce a New York, quinto figlio di Carlo Ferlinghetti e Clarence Mendens – Monsanto, e cresce come Laurence Ferling (poiché il cognome era stato anglicizzato)».

Incontri, parole e paesaggi, ma anche resoconti esistenziali di esperienze umane e disumane.
Ferlinghetti scrive queste pagine pensandole come monologhi interiori, come storie scritte da un reporter venuto dallo Spazio – inviato sulla terra da un caporedattore con una scarsa tolleranza per le stronzate – per descrivere le azioni bizzarre di questi «umani».
Lo troviamo ovunque il poeta con il suo dissenso. Tutti gli angoli del mondo gli appartengono e il viaggiare è sempre una forma di meditazione e ricerca. Un modo alternativo e propedeutico del suo scrivere personale sulla strada, che resta ancora oggi il mestiere più difficile con cui fare i conti.

«Ogni diario è autobiografico. Se è scritto in prima persona , non può che esserlo. A meno che l’autore non menta a se stesso – e ciò lo rende ancora più autobiografico. Sto cercando di trascinare il rastrello del mio diario sopra il paesaggio. Forse scoprirò qualcosa».

Con queste parole inizia il viaggio di Lawrence Ferlinghetti (poeta indentificato con gli scrittori della Beat Generation, anche se lui non si è mai considerato un beat) sulla strada di un secolo, alla scoperta dell’umano e di tutta la poesia della vita che è sempre desiderio di lotta, ribellione e soprattutto di vissuto intenso da testimoniare.

Lawrence Ferlinghetti (New York, 1919) è poeta, editore, pittore e attivista politico. Vive a San Francisco.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Il Saggiatore.

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:: Dall’ oblio più lontano di Patrick Modiano (Einaudi 2017) a cura di Nicola Vacca

30 ottobre 2017
dall' oblio più lontano

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Einaudi continua la pubblicazione dei libri di Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura 2014.
Esce in questi giorno Dall’oblio più lontano, un romanzo del 1996 (tradotto da Emanuelle Caillat).
Una nuova indagine nella memoria in cui lo scrittore francese attraversa con i suoi personaggi smarriti il mistero del tempo.
Siamo a Parigi, nei primi anni Sessanta, dove un giovane vive la sua condizione precaria nel cuore del quartiere latino. Sbarca il lunario vendendo vecchi libri. Vuole fare lo scrittore, intanto vive in vecchi alberghi e si aggira per le strade improvvisando la sua vita.
Un giorno, in place Saint –Michel fa la conoscenza di Gérard e Jacqueline. Tra i tre si stabilisce una strana intesa. Il giovane resta affascinato dalla donna misteriosa e per un po’ di tempo accompagna la coppia di nuovi amici nelle loro imprese di perdigiorno.
Tra le strade e i bistrot di Parigi il tempo è sospeso e si rivela al narratore con il peso ingombrante delle rivelazioni mancate.
Anche quando Jacqueline e il nostro protagonista scapperanno, dopo aver rubato dei soldi, a Londra il senso sfuggente della memoria e l’impossibilità di catalogare il ricordo avranno sempre a che fare con un malessere inquietante.
L’orbita misteriosa e malinconica del tempo vissuto non sempre porta al recupero di un tempo ritrovato.
Il protagonista senza nome ha coronato il suo sogno, oggi è uno scrittore affermato. Di passaggio da Parigi, quindici anni dopo aver perso le tracce di Jacqueline, si ritrova a fare i conti con l’oblio lontano dei ricordi e nella sua mente in quei giorni parigini la sua vita è senza presente perché la memoria lo riporta indietro nel tempo ai suoi giorni trascorsi con quella donna misteriosa.
Ma la memoria lascia tracce enigmatiche ed è proprio dall’oblio più lontano che quando meno ce lo aspettiamo ci presenta il suo conto amaro, mettendoci di fronte tutti i nostri limiti.
Durante il suo soggiorno a Parigi, il protagonista si ritrova improvvisamente tutto il suo vissuto davanti e una sera riconosce Jacqueline nel viso di una donna che adesso si fa chiamare Thérese.
Patrick Modiano anche in questo romanzo breve con la sua scrittura poetica e ipnotizzante scrive un altro capitolo del grande libro straordinario della memoria.
Come sempre le sue pagine sono un invito esplicito alla lettura della nostra interiorità in lotta con il tempo.
Dall’oblio più lontano tutto ciò che sopravvive ha il suo nome nella letteratura dei ricordi.
Quello che resta sono le pagine di un libro che raccontano una fuga verso e dalla memoria :

«Poi i quindici anni successivi si sfaldavano: appena qualche volto confuso, qualche vago ricordo, un po’ di cenere… Non provavo alcuna tristezza, anzi un certo sollievo. Sarei ripartito da zero. Del triste susseguirsi di giorni, gli unici che ancora spiccavano erano quelli in cui avevo conosciuto Jacqueline e Van Bever. Perché quell’episodio e non un altro? Forse perché ero rimasto in sospeso».

Modiano è uno scrittore universale della memoria. Quando scrive si sente un annegato che tenta di tornare in superficie. Ogni suo libro è un frammento necessario della nostra identità di esseri umani, ancora capaci di provare emozioni, nonostante il grande freddo della parola e dei sentimenti.

Patrick Modiano,è nato nel 1945 a Boulogne- Billancourt, alle porte di Parigi. Nel 1978 si è aggiudicato il Prix Goncourt e nel 2012 il Premio Bottari Lattes Grinzane. Nel 2014 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato il destino umano piú inafferrabile e fatto scoprire il mondo vinto sotto l’occupazione». È autore di numerosi romanzi e racconti, tra cui, tradotti in italiano, Dora Bruder (Guanda) e, pubblicati con Einaudi, Bijou, Un pedigree, Sconosciute, Nel caffè della gioventù perduta, L’orizzonte, L’erba delle notti, Perchè tu non ti perda nel quartiere, Incidente notturno e Dall’oblio più lontano.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Boulevard de Sébastopol di Nicola Vacca

27 ottobre 2017
boulevard_de_Sébastopol

Boulevard de Sébastopol – Paris Ier, 2011 Mbzt

Arrivo a Parigi da Milano. È notte fonda quando il Tgv giunge alla gare de Lyon. Mi incammino verso l’uscita e subito mi accorgo che Parigi è una città sotto assedio dopo i recenti attacchi terroristici.
All’inizio del binario trovo militari con i mitra pronti a segnalare qualcosa di sospetto e a intervenire prontamente.
In qualsiasi momento il mio soggiorno nella capitale francese può diventare un incubo. È terribile pensare ciò. Comunque esco tranquillamente dalla stazione e mi dirigo verso i taxi.
Questa volta ho preso per una settimana un piccolo appartamento in boulevard de Sébastopol, nel cuore di Parigi.
Il taxi mi scarica al numero 26. C’è un buio freddo e il grande viale mi inghiotte nella sua lunga e ininterrotta oscurità.
Salgo all’ultimo piano dell’edificio dove trovo la proprietaria che mi consegna le chiavi. Inizia ufficialmente il mio soggiorno parigino. Anche se è quasi mezzanotte, non ho sonno. Esco per fare due passi. Alle mie spalle ho il Centre Pompidou, davanti il mercato restaurato di Les Halles.Vado in direzione Châtelet.
Eccomi sul marciapiede mentre le macchine sfrecciano sul boulevard e le sirene di una macchina della polizia infrangono il silenzio della notte.
Mentre cammino sulla sinistra mi trovo davanti la tour Saint Jacques. Tutto il gotico di quel monumento, nell’oscurità sinistra di quella notte, mi assale e mi turba parecchio.
Quel luogo, in cui Pascal nel 1648 condusse esperimenti sulla pressione atmosferica e la densità dell’aria, immerso nella luce sinistra di una notte parigina mi gela il sangue.
Decido che oggi possiamo finirla qui. La passeggiata finisce, torno nel mio appartamento. La tour Saint Jacques ha dato il colpo di grazia alle mie paure.
Eccomi a letto. Gli occhi si chiudono a fatica. Non riesco a prendere sonno. Mi ha turbato quella torre gotica che si staglia nell’oscurità che inghiotte tutto.
Alla fine mi addormento, o credo di addormentarmi. In quel momento non sono affatto consapevole che avrei passato una delle notti più terribili della mia vita.

2.

È mezzogiorno di una meravigliosa giornata di sole. Sono al jardin du Luxembourg e leggo un libro di Houellebecq quando all’improvviso tutto diventa buio.
Non credo ai miei occhi, ma sta accadendo davvero. Nel bel mezzo di un giorno qualunque, mentre il sole bacia tutto, su Parigi cala improvvisamente la notte fonda.
Non ho mai assistito a un fenomeno del genere e penso non ci sia nemmeno una spiegazione scientifica. È arrivata la notte in pieno giorno. Punto e basta. Da lì a un momento tutto sarebbe cambiato. Sto assistendo al dominio della paura sulla ragione. Per un istante resto incredulo e paralizzato sulla panchina. Non riesco a muovermi e nemmeno a gridare. Intorno a me già sento la gente urlare. Il panico incomincia a impossessarsi dei parigini e anche di me. Non si vede più nulla.
Cosa devo fare? Non posso restare seduto qui tutta la vita ma non vedo nulla qui siamo diventati ciechi, qui ogni cosa è ormai senza vista.
Decido di muovermi confidando in un minimo senso dell’orientamento. Se vado verso sinistra forse guadagnerò l’uscita, anche se non ne sono affatto sicuro.
Lascio cadere il libro e mi alzo. Muovo qualche passo e subito inciampo in un corpo disteso. Mentre sono per terra, allungo le mani e tocco un viso. Percepisco la smorfia di un volto che non dà alcun segno di vita. Ecco, la grande notte in pieno giorno ha fatto la sua prima vittima.
Adesso sono davvero spaventato, ritiro le mani e mi alzo mi metto a correre nel buio per qualche metro. Non è possibile che stia accadendo tutto questo. Non si è mai visto da nessuna parte che la notte arrivasse in pieno giorno per uccidere definitivamente la luce.
Invece sta accadendo qui a Parigi e forse in tutto il resto del mondo. Adesso mi sento proprio perso. Incomincio a pensare che non lascerò mai questo posto.
Non si vede proprio niente, non so quale direzione prendere. Per un momento penso che la fine del mondo stia eseguendo la sua danza macabra. I miei occhi è come se fossero vuoti. Non riesco a vedere che tenebre. Non sento più nessuno intorno a me, eppure sono solo in questo posto.
Provo a chiedere aiuto. Incomincio a urlare ma non mi risponde nessuno. Il buio ha inghiottito uomini, donne e bambini e una città intera che forse non vedrà più il sorgere di un’alba.
Mi muovo lentamente, consapevole della mia nuova condizione di cecità. Brancolo nel buio, ho smarrito l’orientamento e proprio non so quale direzione prendere.
Ci deve essere una spiegazione a tutto questo, mi chiedo mentre alzo i miei occhi che non vedono verso il cielo da cui non arriva nessuna risposta se non una grande e immensa notte che sembra non voler finire più.
Mi sveglio all’improvviso. Sono davvero finito in un sogno che mi ha quasi ucciso. Guardo l’orologio che ho al polso. Sono già le dieci del mattino e ho dormito davvero di merda.
Apro le finestre, fuori è ancora notte e io sono sveglio.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

:: A futura memoria di Leonardo Sciascia (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

26 ottobre 2017
a futura memoria

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Leonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità è questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e degli infedeli.
Adelphi rimanda in libreria A futura memoria (se la memoria ha un futuro), il volume che raccoglie gli articoli usciti su quotidiani e riviste tra il 1979 e il 1988.
Questo libro apparve la prima volta presso Bompiani nel dicembre del 1989, poco dopo la morte di Sciascia.
Paolo Squillacioti cura questa nuove edizione fornendo al lettore un interessante apparato filologico degli scritti sciasciani.

«A futura memoria è insomma un libro profondamente sciasciano, – scrive Squillacioti – ma realizzato con un apporto limitato dell’Autore».

In questa nuova edizione il volume è stato sottoposto a una cura redazionale indispensabile.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
Queste pagine, finalmente restituite allo loro precisa definitività, ci consegnano il ritratto di un intellettuale puro, che ha creduto nell’eresia e scritto con il convincimento di dare fastidio.
Le sue invettive hanno colpito sempre nel segno, perché non si è mai piegato al compromesso e all’opportunismo.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti fanno a gara a salire sul carro del vincitore.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Espressione esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo sui professionisti dell’antimafia apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, che non mancò di attirargli numerose critiche da parte di quella cultura che ama definirsi progressista. L’articolo si scagliava contro chi, nella magistratura, si serviva della lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida». Basta pensare alle trattative tra lo Stato e Cosa Nostra che ancora oggi occupano le nostre cronache, per capire come i professionisti dell’antimafia smascherati nel 1987 dallo scrittore siciliano siano ancora in servizio permanente ed effettivo.
Sciascia è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati.
Grande sostenitore dello Stato di diritto, riteneva vergognoso che un magistrato, nel nostro ordinamento, non dovesse rendere conto dei propri errori e, quale che ne fosse l’entità, nemmeno la sua carriera – percorsa automaticamente fino al vertice – dovesse pagarne il prezzo.
Alle sue pagine sul garantismo, grande lezione di civiltà, oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista.

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo».

A queste parole (che si leggono in Porte aperte) doveva pensare quando, sul Corriere, sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
E molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987 – scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, denunciando coraggiosamente le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario e stigmatizzando gli aspetti deteriori della giustizia-spettacolo.
Leonardo Sciascia non solo scrittore corsaro, ma soprattutto uomo di pensiero libero e eretico che non si cura delle critiche dei benpensanti e degli imbecilli. L’unica cosa che ha a cuore è tirare il collo alla retorica e al conformismo non preoccupandosi affatto di risultare scomodo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio:

«avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».

Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è».

A noi restano, A futura memoria, le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. Scrittore, giornalista, saggista, politico, poeta, drammaturgo, e  intelletuale “scomodo” di forte impegno civile scrisse nel 1961 capolavori come Il giorno della civetta, romanzo sulla mafia e i mali della Sicilia, che esprime al meglio la sua visione della letteratura in cui fare emergere sia l’impegno civile che la denuncia sociale, oltre a un grande senso etico, civile e politico. Seguirono opere come A ciascuno il suo, Todo modo, Il mare colore del vino, Una storia semplice. Muore a Palermo nel 1989,  il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Incontri con i librai: L’ArgoLibro di Agropoli a cura di Nicola Vacca

25 ottobre 2017
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© 2017, Giovanna Barone

Se la cultura vera resiste nel nostro Paese è tutto merito delle librerie indipendenti.
Vale la pena frequentarle e visitarle per rendersi conto che esistono ancora librai che trattano i libri con i guanti bianchi.
Ne ho scoperta recentemente una molto bella a Agropoli (in Via Lazio 16 )nel cuore del Cilento, in Campania.
L’ArgoLibro è davvero un luogo magico (http://largolibro.blogspot.it/, occhidiargo.blogspot.it , contatti telefonici: 3395876415 – 3292037317) .
Grazie all’impegno e alla militanza di Francesco Sicilia e Milena Esposito, che insieme alla libreria hanno anche fondato una casa editrice (L’ArgoLibro editore), questo luogo è diventato un autentico punto di riferimento per chi vuole leggere e condividere cultura pensando al di fuori di mode e convenzioni e soprattutto ragionando di conoscenza con la propria testa e le proprie idee.
Una libreria come luogo di condivisione in cui trovare soprattutto i libri che si devono leggere e non quelli che impone il mercato.
Insomma, una vera e propria libreria indipendente che si fa promotrice di incontri interessanti. Scrittori, pittori, storici e artisti di ogni genere si danno convegno nelle stanze dell’ArgoLibro.
Il risultato: bellissime serate molto partecipate in cui si condividono idee, opinioni, letture e soprattutto quella cultura che sa respirare e di cui c’è bisogno in questo periodo di profonda asfissia generale.
La cultura come condivisione questa è una suggestiva dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta quotidianamente da Milena e Francesco che hanno fatto della libreria un luogo aperto a tutti in cui nessuno è escluso, perché soltanto accogliendo la cultura diventa conoscenza.
Tra gli scaffali libri introvabili, e edizioni rare ma soprattutto nelle stanze magiche di questa libreria si respira un’aria di cultura pulita e lo si vede dal livello alto delle iniziative organizzate.
ArgoLibro è un ritrovo corsaro, uno spazio libero dove la cultura sa essere un valore aggiunto e non un mero momento riempitivo di facciata.
Insomma, una di quelle librerie di altri tempi in cui entravi e con il libraio avevi un rapporto unico e personale, ti accomodavi nel suo salottino e la conversazione aveva inizio passando da un libro all’altro.
Per fortuna che ci sono ancora capitani coraggiosi che sanno resistere all’ avvento devastante della globalizzazione e costruiscono avamposti di resistenza culturale in cui la cultura vera e soprattutto l’unicità della persona fanno ancora la differenza.
È sempre difficile resistere, ma la passione può tutto. L’ArgoLibro è un luogo dell’anima e delle passioni. Un’ isola felice in cui la conoscenza è di tutti, perché quello che conta è trattare il libro e le persone con i guanti bianchi.

:: Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Giunti Editore 2017) a cura di Nicola Vacca

24 ottobre 2017
Tempo da elfi

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La coppia formata da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli compie venti anni e gode ottima salute. Per festeggiare questo binomio indissolubile esce da Giunti Tempo da Elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri.
Torna Marco Gherardini, l’ispettore della forestale detto Poiana. Siamo a Casedisopra, nel cuore dell’Appennino – tosco emiliano.
A turbare la tranquillità del posto due spari nel bosco e viene rinvenuto un cadavere, quello di un elfo. Ormai gli elfi si sono insediati in quei luoghi e hanno costruito insediamenti, integrandosi nella vita sociale della comunità.
Il giovane e bello ispettore della forestale si troverà nel cuore di una vicenda torbida e densa di misteri e quell’elfo trovato morto nel dirupo, forse spinto gli procurerà un mare di guai.
Gli elfi si stanno preparando alla festa dell’Arcobaleno. Casedisopra sarà invasa dall’arrivo di elfi da tutte le parti del mondo.
Poiana si trova a condurre l’indagine più difficile della sua vita e dietro la morte del Ramingo, così viene soprannominato l’elfo senza fissa dimora trovato morto nel dirupo, si nascondono traffici e crimini internazionali.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli anche questa volta scrivono un libro avvincente. La storia di un mistero inquietante nel cuore di un ecosistema che custodisce segreti.
Nel labirinto dei boschi popolati da elfi in carne e ossa, l’ispettore non avrà il tempo di rilassarsi. Sarà completamente travolto da una serie infinita di colpi di scena che con molte difficoltà lo porteranno alla soluzione del caso.
Tempo da elfi è un romanzo dove l’intrattenimento si fa davvero intelligente: i due narratori, come accade sempre nelle loro storie, all’invenzione letteraria alternano – tra le righe – riflessioni e contesti che richiamano l’attenzione sulle vicende attuali del nostro Paese.
Ancora una volta dalla coppia Guccini – Macchiavelli un romanzo avvincente e corale che si legge tutto d’un fiato.
Pagine in cui la realtà incontra la fantasia e in cui la fantasia è popolata da personaggi credibili che sembrano reali.
Il libro è un perfetto noir tosco – emiliano. Il ritmo narrativo è incalzante e mai banale. Insomma, una libro bello e coinvolgente che ci concilia con il piacere della lettura.

Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

Francesco Guccini è nato a Mo­dena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epafániche per pubblicare poi: Vacca d’un cane (1993), Racconti d’inverno (1993; con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014), e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Giunti.

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:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017
mancanza

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La poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Scheda libro:

Prezzo: € 9,90 (su Libreria Universitaria € 9, 90)
Ebook: non disponibile
Pagine: 88
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’ autore al recensore.

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:: Due edizioni a confronto: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Testo inglese a fronte) a cura di Nicola Vacca

19 ottobre 2017

antologia di spoon river

Spoon River è un luogo vero non segnato su nessuna carta geografica. Ma è anche un luogo immaginario che esiste solo nella fantasia di chi vuole farci credere di esserci stato.
Edgar Lee Masters è il poeta americano che ha inventato Spoon River, un posto unico che esiste attraverso una serie suggestiva di allusioni.
Quel meraviglioso libro che poi ha scritto è diventato nel tempo uno dei punti di riferimento più importanti della poesia mondiale.
Antologia di Spoon River fu pubblicata negli USA per la prima volta nel 1915 e in edizione definitiva esattamente cent’anni fa, nel 1916, dall’editore newyorkese MacMillan (alcune poesie erano già apparse fra il 1914 e il 1915 sulle pagine del «Reedy’s Mirror»).
In Italia la traduzione arriverà solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese che la segnalò a Fernanda Pivano come esempio di differenza tra letteratura inglese e letteratura americana.
Antologia di Spoon River è, infatti, profondamente americana: descrivendo il microcosmo di una cittadina rurale del Midwest, Masters ha voluto indagare il macrocosmo della vita umana in un’ironica e commovente enciclopedia di dolori, rimpianti ed emozioni. Il poeta fa parlare le lapidi di quanti hanno trovato sepoltura nel cimitero sulla collina: questi 244 personaggi riassumono la loro vita, danno voce a recriminazioni, tentano di raddrizzare i torti e, in sintesi, raccontano la loro verità. Prigionieri durante la loro vita di una mentalità provinciale e ristretta, frustrati nei tentativi di evasione, ora da morti sono definitivamente prigionieri, perseguitati da una maledizione, la maledizione di Spoon River.
Ogni generazione di lettori ama questo libro che a distanza di un secolo offre sempreverdi emozioni.
La galleria dei personaggi che Masters mette sulla carta è la metafora della civiltà contemporanea ma è anche lo specchio della condizione umana.
Ci sono tutte le classi sociali sulle lapidi di Spoon River, a testimonianza di tutte le contraddizioni dell’esistenza.
Antonio Porta che ha tradotto il capolavoro di Edgar Lee Masters (nel 1987 in Oscar poesia Mondadori e di recente è uscita una nuova edizione da Il Saggiatore con l’aggiunta di tre frammenti inediti) scrive: «Il viaggio agli inferi, dunque, nella poesia antica, come in quella moderna, viene affrontato da Edgar Lee Masters anche nel nome di Dante e lungo la via tracciata dall’Inferno della Commedia. La poesia che ci parla del regno dei morti, il regno in cui, finalmente, la verità della giustizia non si fa attendere e non è più velata dagli scenari della sopraffazione».
Gli epitaffi raccontati in prima persona dai defunti con la lingua schietta di una poesia che si sporca le mani con tutte le sfumature dell’inferno dei viventi ( a parlare di se stessi nel libro di Masters: suicidi, puttane, imbroglioni, direttori di banca corrotti, atei, blasfemi) hanno consegnato alla storia «un poeta robusto», come giustamente fece osservare Ezra Pound.
A cento anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia un’ altra traduzione. La prima l’ha curata per Mondadori Luigi Ballerini.
Il poeta e critico con la nuova traduzione mette in luce ciò che Masters racconta di sé attraverso i suoi personaggi (sul versante politico ad esempio sappiamo che detestava Abraham Lincoln, e che non manca occasione di esercitare il suo sarcasmo in modo diretto e indiretto; sul versante privato invece è noto che numerose delle ragazze seppellite sulla collina richiamano il suo primo grande amore, Margaret George). Ballerini dà risalto alla struttura narrativa dell’antologia, al suo disegno, agli echi e ai rimandi, ai modelli letterari; e anche alle dinamiche sociali e politiche della provincia americana e alle caratteristiche di tutte quelle figure – quasi stereotipi – che la affollano: il medico, il giudice, il becchino, il direttore del giornale e quello della banca, la maestra.
Il Saggiatore ,invece, ripropone una nuova edizione dell’Antologia nella prestigiosa traduzione di Antonio Porta.In questo volume ci sono tre testi inediti di Edgar Lee Masters presentati in esclusiva per i lettori italiani.
Porta nel suo lavoro ha cercato di rispettare la sostanza dialogica dell’originale, conservando per ciascun personaggio un linguaggio proprio, in modo da trasmettere al linguaggio della poesia italiana il modello del monologo – confessione messo così felicemente a punto da Lee Masters.
Sono le parole intramontabili di Antonio Porta che consegnano alla posterità l’Antologia di Spoon River e ci spiegano perché vale la pena oggi tradurre questo poeta straordinario. Con Edgar Lee Masters «la poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare da lontano catastrofi individuali e sociali».

Edgar Lee Masters, Garnett, Kansas, 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 1950. Avvocato, nel 1916 pubblicò l’edizione definitiva della sua Antologia di Spoon River, che ebbe un clamoroso successo internazionale.

Edizioni Mondadori qui

Edizioni Il Saggiatore qui

Source: libri arrivati al recensore dai rispettivi uffici stampa Mondadori e Il Saggiatore.

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:: Nasce la collana Z a cura di Nicola Vacca per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

18 ottobre 2017

lampi di veritàNasce per i tipi de I Quaderni del Bardo Edizioni‘ di Stefano Donno la collana Z a cura di Nicola Vacca, poeta e critico letterario pugliese, non che collaboratore di Liberi di scrivere e autore a sua volta di un blog molto seguito e autorevole Zona di disagio.

La prima pubblicazione selezionata e proposta da Nicola Vacca, che vedrà la luce nella prima metà di novembre 2017 nella collana Z è quella di Donato Di Poce, nativo di Sora e milanese di adozione, dal titolo “Lampi di Verità” con la prefazione del filosofo Alessandro Vergari.

Noi volendo saperne di più abbiamo chiesto direttamente a Nicola Vacca maggiori dettagli. Ecco le sue risposte.

Sei il curatore della collana Z per i tipi de ‘I Quaderni del Bardo Edizioni’ di Stefano Donno. Come è nato il progetto?

Il progetto nasce di comune accordo con Stefano, che da anni dirige una bella casa editrice. Ho accettato di collaborare con lui che l’editore lo sa fare davvero. Cura nei dettagli i libri e soprattutto gli autori. Poi è arrivata Z (che prende il nome dal mio blog Zona di disagio). Una collana di poesia che curerò nel rispetto della linea editoriale de i Quaderni del Bardo. Selezione accurata dei testi e massima attenzione nella scelta degli autori. Insomma cercheremo di fare editoria e letteratura di alto livello.

Cosa deve racchiudere il tipo di poesia che proporrai e selezionerai per questa collana?

La poesia a cui guardo è quella onesta, per dirla con Umberto Saba. Nella selezione guarderò agli autori che sanno proporre visioni e che non scrivono per parlarsi addosso. La poesia del Noi e non dell’ego. Quello che mi interessa è pubblicare poeti che sanno scavare nelle parole e soprattutto non si nascondono mai dietro quello che scrivono. Una poesia che sta dalla parte della Parola e non delle chiacchiere autoreferenziali.

Pensi che i già magri lettori, perlomeno italiani, leggano ancora poesia? Cosa proporresti per avvicinare le persone alla poesia?

La poesia nel nostro paese è poco letta. In molti casi non ha un mercato, anche se ci sono piccole realtà che pubblicano poesia di qualità. Z. sarà una collana che avvicinerà i lettori alla poesia. Sceglierò, o cercherò di scegliere, poeti che prima di tutto nelle loro opere hanno deciso di non tradire mai i lettori e se stessi. Insomma, una scommessa controcorrente in un mercato editoriale in cui anche nel settore della poesia esistono le solite compagnie di giro che funzionano come una lobby. Z. sarà una collana di poesia meritocratica. Questo è il fiore all’occhiello della mia creatura e dell’intera casa editrice.