Posts Tagged ‘Nicola Vacca’

:: Dal tratto alle parole di Mario Pugliese e Nicola Vacca (I Quaderni del Bardo Editore 2018)

7 luglio 2018

Dal tratto alle paroleIl ritratto di Pier Paolo Pasolini ci dà il benvenuto sulla copertina del libro “Dal tratto alle parole” di Mario Pugliese (disegni) e Nicola Vacca (parole poetiche). Questi due artisti si sono uniti per omaggiare alcuni grandi della letteratura non solo del Novecento: uomini e donne, persone prima che personaggi, che hanno messo il loro talento al servizio dell’arte, della vita, della bellezza.
E questa passione emerge chiaramente da questo piccolo libro senza numero di pagine. Conosco Nicola, è un collaboratore di questo blog, ma vi assicuro che non mi faccio influenzare da questo nel dire che è dotato di una precisione chirurgica che spaventa quando scaglia le sue parole tese a colpire come una freccia che centra il nucleo artistico e poetico di queste grandi anime da Cioran a Borges, da Virginia Woolf a Simone Weil.

La memoria è una droga e un veleno

troviamo scritto nell’ omaggio poetico a Marcel Proust. Bastano queste poche scarne parole per darci un riflesso preciso e puntuale di tutta la Recherche, che è cos’ altro se non uno scavo nella memoria di questo scrittore, che ricostruisce un mondo perduto vivo solo più nella sua mente e poi sulla carta (condiviso con tutti i lettori). E così via. Il talento poetico di Nicola Vacca fa davvero paura, è teso alla sintesi, alla necessità di sfoltire il superflueo e con poche umili parole dare il senso dell’ infinito.
Ecco credo questo dovrebbero fare i veri poeti, e questo dovrebbero fare i lettori di poesia, cercare l’infintito in un verso.
Sono molti i versi che mi hanno colpito e che trovo epifanici. Ma lascio a voi scoprirli.
Bellissime le immagini di Mario Pugliese che fanno altreattanto, percorrono lo stesso percorso intrapreso dal poeta Nicola Vacca, ma invece di utilizzare i versi si esprimono in tratti di china. Come la scrittura a mano anche questi disegni sono interpretazione. Decodificare i segni spetta al lettore, attivo fruitore di questa opera artistica. Dolcissimo il ritratto di Virginia Woolf, pieno di luci e di ombre quello di Italo Calvino.
Segnalo infine l’interessante prefazione di Alessandro Vergari e la Postfazione di Giuseppe Scaglione. Buona lettura! E leggete poesia, fa bene al cuore e all’anima. Nessuno è troppo ignorante per non comprenderla e apprezzarla. Parla all’essenza più vera di tutti noi.

:: Paura della libertà di Carlo Levi (Neri Pozza 2018) a cura di Nicola Vacca

5 luglio 2018

received_2019421141435367(1)A più di settanta anni dall’ uscita di Cristo si è fermato a Eboli e a quarantatré dalla sua scomparsa, Carlo Levi resta uno dei più grandi scrittori del Novecento.
Italo Calvino scrisse che

«la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo».

Paura della libertà, definito il manifesto poetico e politico di Carlo Levi, torna finalmente in libreria. Un grazie particolare all’ editore Neri Pozza che ha avuto il coraggio di riproporlo.
Giorgio Agamben in una bellissima e argomentata prefazione parla dell’attualità di Levi è definisce Paura della libertà, a suo modo, una testimonianza.
Lo stesso scrittore nell’avvertenza scrive che Paura della libertà è rivolto non verso un momento tragico del passato, ma è un’opera presente nella presente realtà.
La realtà, infatti, secondo Carlo Levi non è mai nel particolare in sé considerato, cioè in quello che appare. La realtà che interessa è quella viva – scrive in Paura della libertà – cioè il punto di incontro tra il determinato e l’indeterminato, fra il finito e l’infinito, fra il collettivo e l’individuale.
Calvino scrive che da questo libro raro nella nostra letteratura deve cominciare ogni discorso su Levi.
Tra le pagine di Paura della libertà si trovano riflessioni filosofiche, politiche e letterarie. Lo scrittore riflette sui rapporti tra la realtà e il sacro, sulla necessità di liberarsi da un Dio per rivolgersi a lui come a un pari.
Da spirito libero si distingue con il suo elevato pensiero critico e elabora riflessioni articolate e condivisibili sui percoli che arrivano al concetto della libertà dalle masse:

«Massa è ripetizione infinita, infinita uniformità, infinità impossibilità di rapporti, assoluta impossibilità di stato – ed insieme spavento sacro di questa immensa impotenza e bisogno irresistibile di determinazione e della irraggiungibile libertà. Dove si istituiscono rapporti umani, la massa finisce, e nasce l’uomo e lo Stato. Ma dove la massa permane col suo peso vago e il suo mortale spavento, una religione protettrice e salvatrice sostituisce all’ impossibile Stato un suo simbolo divino – e fa della stessa massa, insistente e angosciosa, un idolo che la nasconde e la rappresenta».

Parole d’allarme attuali per questo oggi in cui la deriva omologatrice è il pericolo che tutto sta demolendo. Non è un caso che Levi dedica questo libro ai giovani a cui augura un futuro senza paura.
Davanti alle paure odierne che minacciano la nostra libertà, paradossalmente si arriva anche ad avere pericolosamente paura della libertà stessa, le parole di Carlo Levi ora giungono provvidenziali con una chiara e schierata testimonianza d’impegno civile contro ogni forma di individualismo e di egoismo.

«La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà».

Oggi sta accadendo di nuovo e Carlo Levi con tutta la sua opera e soprattutto con Paura della libertà si conferma maestro profetico di vita e di pensiero di questa nostra sciagurata realtà.

Carlo Levi è stato un pittore e scrittore italiano (Torino 1902 – Roma 1975). Laureato in medicina, fin dal 1923 si dedicò alla pittura frequentando lo studio di Felice Casorati. Nel 1945 pubblicò Cristo si è fermato a Eboli, opera seguita poi da L’orologio (1950), Le parole sono pietre (1955), Il futuro ha un cuore antico (1956), La doppia notte dei tigli (1959), Tutto il miele è finito (1964).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ ufficio stampa Neri Pozza.

:: Walt Whitman di Roberto Sanesi (Lindau 2018) a cura di Nicola Vacca

29 giugno 2018

cop swL’indimenticabile Roberto Sanesi, uno dei maggiori poeti europei contemporanei e impareggiabile traduttore di Eliot e di Dylan Thomas e altri poeti importanti di lingua inglese (importante la sua antologia dei poeti americani della prima metà del secolo scorso recentemente ristampata da Bompiani), ha lavorato sulla rovine della parola costruendo intorno a essa un’esperienza assoluta.
Anche del grande Walt Whitman, Roberto Sanesi ne ha fatto una straordinaria esperienza assoluta di poesia.
Il 5 luglio per i tipi di Lindau esce Walt Whitman tradotto da Roberto Sanesi, un bel volume di 200 pagine tutto da leggere. Sanesi con la sua grande professionalità ci dà anche l’occasione per tornare sui passi di Whitman, padre indiscusso della poesia americana e influencer di buona parte della lirica contemporanea.
Foglie d’erba e l’epica della libertà di un poeta che è stato il primo eroico profeta che abbia avuto il coraggio di prendere l’anima per il collo e cacciarla in mezzo ai rottami (come scrive Lawrence).

«La poesia di Whitman ha una funzione morale, e la sua morale più alta è questa, da cui derivano tutti gli altri aspetti di una posizione articolata sulla «simpatia», sull’abbraccio del mondo, su una completa unione senza peccato. Una morale ripetuta a ogni passo, variata nelle sue infinite possibilità, da cui deriva l’insistenza, caratteristica, su una sorta di panteismo vagamente misticheggiante che finisce con l’essere anche senso di socialità, sebbene vada oltre. L’io diviene sempre l’altro, gli altri, e gli altri divengono l’io, in una fusione costante che, non essendo limitata alle presenze umane, condusse necessariamente il poeta a una volontà di «immersione totale»: il cui porto definitivo non poteva essere, dopo la coscienza dell’amore, che la coscienza della morte e il completo abbandono a essa».

Non possiamo non essere d’accordo con queste parole che abbiamo letto nella prefazione.
Roberto Sanesi nella sua traduzione ci restituisce un Walt Whitman poeta presente del suo tempo che esprime in forma letteraria e senza compromessi la sua persona fisica, emotiva, morale, intellettuale ed estetica.
Sanesi lo traduce mettendo in evidenza tutta la profondità della sua poesia che, come a pochi accade, procede in senso orizzontale e può essere letta di conseguenza in senso estensivo.
Nel tradurre Whitman Sanesi, da quell’immenso poeta che è, ci consegna una parola fatta di materia, e allo stesso tempo corale, nella quale si consumano gli strappi con il divenire e i suoi tragici mutamenti della e nella Storia, restituendoci il grande poeta americano in tutta la sua grandezza etica.

Roberto Sanesi (Milano, 18 gennaio 1930 – Milano, 2 gennaio 2001) è stato un critico d’arte, storico dell’arte, poeta e saggista italiano.

:: Ultima vela di Francesco Belluomini (Samuele Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

26 giugno 2018

ultima velaLa poesia italiana deve molto a Francesco Belluomini. Poeta e animatore culturale, nella sua vita si è speso da uomo libero e sincero senza mai accettare compromessi.
Nel 1981 ha ideato e fondato il Premio Letterario Camaiore, che quest’anno giunge alla trentesima edizione. Un premio interamente dedicato alla poesia che in questi anni è diventato un punto di riferimento nel panorama internazionale, sempre fuori dai giochi meschini del potere culturale.
Francesco Belluomini è scomparso il 27 maggio 2017 e adesso per i tipi di Samuele editore esce postumo Ultima vela (tutto me stesso in forma poetica), che senza dubbio può definirsi il suo testamento spirituale, morale e poetico.
Un libro definitivo in cui il poeta mette la sua vita in versi e si racconta senza nascondersi. Mette a nudo la sua coscienza e il suo cuore in un lungo poema che coincide con la sua vita intensa e avventurosa, vissuta e attraversata senza mai evitare i moti sanguigni della sua passione per l’esistere e per il verso.
Vincenzo Guarracino nella prefazione scrive:

« Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”, che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare. Ricca di emozioni e “invenzioni”».

Francesco Belluomini non poteva non affidare al suo amore infinito per il verso il racconto complessivo della sua esistenza . Come il suo amico Giovanni Giudici, Belluomini mette in versi la vita, trascrive, fedelmente senza tacere particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
In Ultima vela il poeta e l’uomo compiono una sorta di perlustrazione nel profondo di se stesso per giungere in maniera universale nel profondo del mondo in cui vive.

«Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri, / non mancano scontare mio peccato / doppiando pure quattro continenti».

Così Belluomini descrive la sua avventura umana e intellettuale facendo riferimento agli anni che ha passato sulle navi circumnavigando in lungo e in largo il mondo.
Ultima vela è un lascito importante. Tra le sue pagine troviamo la voce profonda di un umano tessitore di versi che ha navigato senza mai temere le conseguenze del naufragio. Un uomo esemplare e un poeta autentico che non ha mai rinunciato alla sua libertà, avendo sempre come stella polare la poesia e tutte le sue infinite declinazioni di nuda verità.
Ci manca e ci mancherà sempre Francesco Belluomini, operaio di sogni, battitore libero, ma soprattutto un uomo straordinario che poeta lo è stato prima nella vita e poi sulla carta.

Nato a Viareggio nel 1941, Francesco Belluomini vive a Lido di Camaiore. Poeta e operatore culturale, ha fondato nel 1981 il Premio Letterario Camaiore dedicato alla poesia, di cui è presidente. Ha pubblicato di poesia: L’altro io (Campobasso, 1976), Già dell’equivoco (Seledizioni, 1978), Giorni miei: la storia già scritta (Forum, 1979), I racconti dell’anima (Periferia, 1982), Il melomalessere (Tracce, 1985), Tartine e/o Quartine (Campanotto, 1990), Nudità degli eletti (Viareggio, 1993), Sul secco di quell’erba (Pagine, 2002), Oscillazioni del Pendolo (Campanotto, 2002), La distanza del dialogo (Luci del Porto, 2003), Senza distanze (Bonaccorso, 2004), Celeste odissea (Bonaccorso, 2008), Occhi di gubia (Lieto Colle, 2008), Escobenes (Lieto Colle, 2009), Nell’arso delle sponde (Bonaccorso, 2010) Occasioni di poesia (Tracce, 2011).
Ha inoltre firmato i romanzi Le ceneri rimosse (Newton Compton, Roma 1989), L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema (Bonaccorso), La finestra sul mare (Bonaccorso, 2007), Villa Giulia (Bonaccorso, 2009), Mary Moss (Bonaccorso, 2011).
Tra le opere antologiche e monografiche che raccolgono suoi lavori si devono ricordare: Poesia della metamorfosi (Stilb, 1984), Poesia italiana contemporanea (Vague, 1985), La poesia in Toscana (Forum, 1985), A cominciare dalla zeta (Campanotto, 1985 ), Il sogno di Parnaso (Biennale di Alessandria, 1986), Inchiesta sulla poesia italiana in prospettiva duemila (Riscontri, 1986), Guida ai poeti degli anni Ottanta (Spirali, 1987), Le proporzioni poetiche (Laboratorio delle arti, 1988), Le parole dello Sport (Coni, 1991), La poesia in forma chiusa (Biennale di Alessandria, 1990), La parola originaria (La Corte, 1991), Poeti latini tradotti da scrittori italiani contemporanei (Bompiani, 1993), Accessibili distanze (La vita felice, 1999), Ondate di rabbia e di paura (Pagine/ Rai Eri, 2002), Diversi (Dialogolibri, 2004), L’amore, la guerra (Rai Eri/ Ibiskos-Ulivieri, 2004), Diversi 2 (Dialogolibri, 2005), Poesia del novecento in Toscana (Biblioteca Maruccelliana, 2009), Poesia Italiana contemporanea (La Cabra Ediciones, 2010), I miei sogni son come conchiglie (Rizzoli, 2011), Animali diversi (Nomos, 2011), Le strade della poesia (Delta 3, 2012), 100 Thousand poets for Chang (Lavinia Dickinson, 2012).

:: Mi manca il Novecento – Adriano Olivetti, la grande cultura e la città dell’uomo a cura di Nicola Vacca

23 giugno 2018

Adriano Olivetti

Se c’è un uomo a cui la cultura italiana deve molto questo è Adriano Olivetti.
Industriale coraggioso, intellettuale fuori dagli schemi, editore, politico, urbanista, innovatore delle scienze sociali: quella di Adriano Olivetti è una vita straordinaria che, partendo dalla fabbrica, giunge a un progetto di rinnovamento integrale della società.
Le sue iniziative imprenditoriali, rivolte al profitto come mezzo e non come fine, la sua grandissima umanità e soprattutto la sua totale adesione ai valori della cultura, oggi tornano di attualità nel nostro mondo popolato da capitani d’industria senza scrupoli interessati solo e esclusivamente al lucro a discapito di ogni forma di dignità umana.
Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea, secondogenito di Camillo Olivetti, fondatore della famosa fabbrica di macchine da scrivere, e Luisa Olivetti Revel.
Da subito si mostra un uomo sensibile e intelligente. Negli anni della formazione si mostra attento al dibattito culturale e politico del suo tempo. Frequenta e si innamora della cultura liberale e riformista di cui presto diventerà un protagonista. Collabora a riviste importanti come «L’azione riformista» e «Tempi nuovi». Nel periodo torinese conoscerà Piero Gobetti e Carlo Rosselli, che avranno un’influenza notevole sulla sua formazione.
Dopo la laurea entra come operaio nell’azienda del padre. L’anno successivo alla sua assunzione, Adriano fa un viaggio negli Stati Uniti dove studierà con attenzione la politica industriale e tutte le innovazioni riguardo alla produttività e ai moderni metodi di produzione.
Quando torna a Ivrea Adriano Olivetti già guarda oltre e propone al padre un progetto innovativo per modernizzare l’azienda di famiglia.
L’imprenditore illuminato già inizia a farsi notare per il suo valore. Feconde le sue proposte culturali e strutturali per migliorare la vita in fabbrica e geniali le intuizioni futuribili che porteranno la Olivetti a realizzare nel 1932 il progetto della macchina da scrivere portatile.
Adriano Olivetti porterà la cultura in fabbrica e nel paese. Da imprenditore illuminato la metterà al centro del nuovo mondo che sogna l’uomo con i suoi bisogni e i suoi stati d’animo.
Non a caso Olivetti inserirà nell’organico dell’azienda intellettuali di formazione umanistica. Giudici, Fortini, Paolo Volponi, Leonardo Sinisgalli, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, scrittori e letterati tra i più importanti del secondo Novecento, lavoreranno nella fabbrica di Ivrea ricoprendo ruoli dirigenziali di grande professionalità e responsabilità.
Olivetti fonda i giornali aziendali con lo scopo di creare un libero confronto e scambio di idee e critiche sull’azienda.
Adriano Olivetti è convinto che l’incontro tra cultura e impresa rappresenta una necessità sia per andare incontro al progresso e soprattutto per costruire la fabbrica come un posto non di alienazione dell’individuo ma di elevazione di chi ci lavora.
Le Edizioni di Comunità, che Adriano Olivetti fonda nel 1946, oltre a lasciare un’impronta nella cultura italiana saranno il volano del progetto concepito dall’imprenditore che ha al centro un mondo umano che sa sempre vedere il nuovo.
Il mondo che Adriano Olivetti vuole non può prescindere da un progetto di riforma della società in senso comunitario, articolato intorno al rispetto della dignità della persona umana, ai valori della cultura, all’utilizzo delle opportunità che offre il mondo tecnico per la costruzione di un mondo in cui i valori spirituali siano il faro della sua evoluzione.
L’organizzazione dello Stato secondo le leggi spirituali è uno dei cavalli di battaglia dell’ideale comunitario di Adriano Olivetti che proprio per questo motivo portò all’interno della sua fabbrica la cultura.
Davanti all’avanzare degradante della materia, Olivetti propone un ordine sostanzialmente nuovo sottomesso all’autentica forza dei valori spirituali. L’Amore, la Verità, la Giustizia e la Bellezza al centro dell’agenda ideale per costruire un mondo davvero nuovo. Olivetti annotava che gli uomini, le ideologie e gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà. Urbanista, scrittore, editore, uomo di cultura, Adriano Olivetti era soprattutto un imprenditore capace di radicare nell’impresa la cultura dell’innovazione, l’eccellenza della tecnologia e del design, l’apertura verso i mercati internazionali, il rispetto del lavoro e dei lavoratori. Un imprenditore, oltretutto, capace di selezionare con felice intuito i collaboratori, spesso scelti tra i giovani.
Dalla fabbrica intesa come un bene comune e non come un interesse privato nasce quella straordinaria idea di Comunità dove la dimora dell’uomo non sia in conflitto né con la natura , né con la bellezza, e dove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione.
Il mondo che nasce per tutto questo non può che essere fondato sui valori spirituali attraverso cui dare vita a uno Stato organizzato secondo criteri precisi: una società liberà è quella in grado di affermare un nuovo tipo di civiltà, che lungi dall’essere schiava della tecnica, sia al servizio dei fini ultimi e superiori dell’umanità.
Secondo Adriano Olivetti a questo punto lo Stato è un mezzo perché la città si esprima liberamente.
Davanti all’avanzare tragico di una crisi economica e morale, il cammino proposto dall’opera di Adriano Olivetti sempre al servizio del’uomo, della comunità e del bene comune, dovrebbe essere un monito per tutti. Ma purtroppo l’etica e i suoi richiami non trovano facile presa in un mondo occupato all’autodistruzione.

«Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine».

Le parole buone e giuste di Adriano Olivetti guardano a un mondo migliore, purtroppo lontano da quello in cui viviamo.

:: Mi manca il Novecento – Pier Paolo Pasolini – L’ usignolo della Chiesa cattolica – prima edizione Longanesi 1958 a cura di Nicola Vacca

11 giugno 2018

pppCon Pier Paolo Pasolini poeta bisogna ancora fare i conti. Perché tutto quello che accade oggi lui è stato capace di raccontarlo già ieri.
La grande attualità del verso pasoliniano sta proprio in questo: quello che il poeta raccontava anni fa era scomodo, perché domani (il nostro oggi) sarebbe diventato attuale. Questa straordinaria capacità profetica è presente più nell’attività poetica che nella prosa. Se andiamo a leggere una delle raccolte più belle di Pier Paolo Pasolini, L’usignolo della Chiesa cattolica ci rendiamo conto di una fortissima tensione anticonformista che disturbò non poco l’ipocrisia dei benpensanti dell’epoca.
Il libro comprende poesie scritte tra il 1943 e il 1949, ma è stato pubblicato solo nel 1958 da Longanesi dopo una serie di vicissitudini editoriali.
In queste poesie, profondamente interiori, Pasolini manifesta una religiosità problematica in cui, invocando la parola pura, esterna senza finzioni il dissidio individuale e interiore che lo travaglia. Inoltre, qui, mostra tutto   il disincanto per una società ingessata dalle convenzioni e dalla falsità.
Pasolini concepisce questa sua opera anche come un «libretto di meditazioni religiose».
Dall’officina febbrile della sua originale ricerca religiosa nasce anche l’interrogazione del silenzio di Dio, che si trasformerà subito in grande poesia.
L’uomo Pasolini prega «l’immoto Dio», scandalosamente chiede grande amore per il cuore del mondo, invoca l’uomo schiacciato tra la tensione celeste e la condizione umana, e da figlio cieco e innamorato del mondo chiede alla storia, forza razionale e divina, una scossa di cuore.
In questo dissidio tra «carne e cielo», Pasolini resta affascinato dalla figura di Cristo

«Sereno poeta / fratello ferito».

Il Crocifisso è la metafora dell’uomo vero e anche del poeta.
Nella poesia «La crocifissione» Pasolini raggiunge vette di grande lirismo e partecipa , con la sua solita intelligenza, al mistero del dolore ricercando nel sacrificio di Cristo la pietra dello scandalo che ci fa sentire umani:

«Bisogna esporsi (questo insegna/il povero Cristo inchiodato?) / la chiarezza del cuore è degna / di ogni scherno, di ogni peccato/di ogni più nuda passione…/ Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna, tra le pupille/limpide di gioia feroce/scoprendo all’ironia le stille /del sangue dal petto ai ginocchi, miti, ridicoli, tremando/d’intelletto e passione nel gioco/del cuore arso dal tuo fuoco/per testimoniare lo scandalo».

Oltre tutti i luoghi comuni si deve riconoscere oggi a Pier Paolo Pasolini poeta una grandezza unica.
La sua poesia è stata in grado di esprimere una delle ultime rappresentazioni tragiche del nostro tempo, di cui egli è stato grande interprete, riuscendo anche ad anticipare ampi stralci del suo futuro, che oggi stiamo vivendo come nostro presente.
In questi giorni drammatici, in cui la Storia è un atlante aperto al dolore, avremmo davvero bisogno di un poeta coraggioso come Pasolini, che non ha avuto paura di testimoniare il disagio di fronte all’omologazione culturale che in quei tempi stava organizzando l’attacco finale ai nostri giorni. Fenomeno che oggi ha aggredito l’intelligenza e larghi strati del pensiero occidentale. Se Pasolini è la coscienza critica con cui possiamo leggere le inquietudini del nostro tempo, viene da chiedersi dove si nasconde il nemico?

:: Peccato che non avremo mai figli di Giuseppina La Delfa (Aut aut Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

30 maggio 2018

Piatto_Peccato che non avremo mai figliGiuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Da trentasei anni vive con Raphaelle. Adesso Giuseppina ha deciso di scrivere un libro per raccontare la storia di questo grande amore ma anche i sacrifici e gli anni di battaglie, di conquista e di soddisfazioni.
In questi giorni è uscito Peccato che non avremo mai figli, questo è il titolo di un romanzo di formazione, intenso e avvincente in cui il privato e l’intimo si tuffano nella storia, proprio come nelle pagine più belle della grande scrittrice Annie Ernaux.
Non è un caso che il libro di Giuseppina La Delfa inizia il suo racconto con una citazione della Ernaux:

«L’intimo è ancora e sempre del sociale, perché un io puro, in cui gli altri, le leggi, la storia, non sarebbero presenti è inconcepibile».

Giuseppina, figlia di emigrati italiani e Raphaelle, appartiene a una famiglia borghese, si incontrano e si innamorano a prima vista. Tutto ha inizio più di trenta anni fa in Francia e da quel momento non si lasceranno più. Naturalmente gli ostacoli alla loro storia sembrano insormontabili.
Dai banchi di liceo, all’università sempre insieme anche contro la volontà delle famiglie. Giuseppina e Raphaelle formano la loro famiglia e vanno a vivere insieme, mettono su casa tra mille sacrifici, lavorano duro senza arrendersi mai.
Giuseppina studia e legge, lei è consapevole che i libri le salveranno la vita. Si laurea discutendo una tesi sul fantastico di Dino Buzzati. Riceve un incarico come lettrice di madrelingua presso il campus universitario di Fisciano. Successivamente anche Raphaelle la raggiungerà.
Nel libro ovviamente c’è spazio per l’impegno nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla realtà delle famiglie arcobaleno alla lista lesbica italiana. Una storia intensa di militanza che l’autrice definisce ricca di incontri e di relazioni.
L’attivismo per i diritti LGBT incontra la narrazione privata. Sullo sfondo di queste pagine le protagoniste sono due grandi donne che si amano. È la storia di un grande amore al servizio di una battaglia che a che fare con la dignità di tutte le persone in antitesi a ogni forma di oscurantismo e pregiudizio.

«Stamattina, martedì 2 marzo 2016, mi sono svegliata dicendo a me stessa «Dai, alzati, vai a scrivere che voglio conoscere il seguito». È buffo. Il seguito lo conosco, non sto inventando nulla.
È la mia storia. Ma sono stupita io stessa di ciò che viene fuori, dei ricordi che tornano a galla e di come le parole tirano altre parole e di come un racconto porta a un altro racconto. È una sorpresa. Perciò voglio sapere il seguito anche io. Al di là del futuro di questo libro. Lo sto scrivendo perché penso di avere avuto una vita di ribellione testarda e non violenta. Ho fatto, tutto sommato, tutto ciò che volevo fare. Anche se è stato spesso difficile prendere decisioni e andare avanti, a volte contro tutti».
Insomma fino a oggi non mi sono mai tradita. E la mia vita, fino a oggi, è stata una bella vita, intensa, vera, onesta. È già qualcosa di cui vado fiera. Ma non ho vissuto così per andarne fiera, ma solo perché sono consapevole da sempre che la vita è un’occasione da non sprecare.
Questo libro lo scrivo soprattutto per Lisa Marie e per Andrea Giuseppe. Perché sappiano chi era la loro madre, chi erano le loro madri. Chi erano anche quando loro non erano nemmeno concepibili e quale percorso abbiamo dovuto fare, insieme, per arrivare fino a loro. E poi scrivo anche per i tanti ragazzi che ancora oggi non vivono felici e continuano a tacere. È un modo per dire loro che se ce l’abbiamo fatto noi quando eravamo davvero sole al mondo, ce la faranno anche loro a vivere la vita che vogliono ora che siamo legioni a poter accompagnarli per affrontare lo sguardo di chi pensa ancora di essere l’unico nel giusto».

Con queste parole toccanti Giuseppina La Delfa si rivolge ai lettori. Tra le pagine di questa storia vera ci siamo tutti, perché le scelte di Giuseppina e Raphaelle, non sono personali, appartengono a ognuno di noi e ci riguardano da vicino. In gioco ci sono le relazioni umane, il vivere civile e la libertà.

Giuseppina La Delfa è italo-francese, nata nel nord della Francia nel 1963. Laureata in Lingua e Letteratura italiana con specializzazioni in Letterature comparate e Didattica delle lingue straniere, nel 1990 si trasferisce in Italia con la compagna e da allora insegna lingua francese all’Università di Salerno. Nel 2000 si “pacsa” con la compagna al consolato di Francia a Napoli. Nel 2005 crea l’associazione Famiglie Arcobaleno di cui è Presidente dal giugno 2005 a ottobre 2015. Nel 2016 entra a fare parte del direttivo di Nelfa, il Network delle Associazioni di genitori LGBTQI* europee di cui è la vice presidente.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

:: Mi manca il Novecento – Céline, il grande scrittore affacciato sull’Apocalisse a cura di Nicola Vacca

28 maggio 2018

Céline

La notte céliniana definisce lo stato estremo in cui dal momento che nulla esiste più separatamente, tutto ricade, annega e si asfissia in tutto. Louis Ferdinand Céline è lo scrittore disperato, sregolato profeta di sventure che ha testimoniato, meglio di chiunque altro, il frangersi dell’essere, la dissoluzione del viaggio esistenziale al termine della sua notte.
Non c’è dubbio, per questo e altri motivi Céline è uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. La sua opera irriverente e la sua stessa vicenda biografica fanno di lui un personaggio del quale si discute ancora.
La sua vita è avventurosa e maledetta, densa di insidie e peripezie. Nei suoi libri lo scrittore con linguaggio crudo e estremo fa i conti con la propria anima dannata.
I suoi libri sono dei capolavori perché è la sua vita stessa a esserlo.
Céline è lo scrittore perfetto del Novecento, questo straordinario, controverso e indimenticabile protagonista dell’agonia e della decadenza del secolo breve. Nei suoi stessi libri si trova il fascino di un personaggio scomodo che ha rivelato il trauma lacerante della guerra e la miseria intellettuale del proprio tempo.
Céline medico e scrittore, autore di pamphlets polemici che non arretra mai di un passo rispetto al suo pensiero..
Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici (ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è impossibile capire il passaggio di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte, Morte a credito) a quelli della maturità (Il castello dei rifugiati , Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine rischiose, provocatorie, e laceranti.
Si deve tenere conto di queste considerazioni per accettare senza riserva alcuna la fitta e intricata vita di uno scrittore discusso. Il modo migliore per accostarsi al Céline dei libelli scomodi è quello di cercarvi lo scrittore e non l’ideologo, il disperato scrutatore degli abissi che prende sempre le difese delle vittime del sistema e non il presunto fautore o propagandista di crimini storici. Per Céline la vita non è altro che dissoluzione continua e agonia passionale.
Questo è l’unico modo per entrare profondità l’esperienza nichilista dello scrittore. Nei suoi libri non manca l’esplorazione del suo intimo tessuto carnale.
C’è quanto basta per comprendere l’ansia maniacale di Céline: fuggire per andare altrove, in qualsiasi posto, per andare, se è necessario, fino al termine del mondo, della notte, impedire o ritardare il crollo della propria integrità personale, allo stesso tempo salvarsi dalla propria notte.

«Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale – se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita».

Con queste parole profetiche Louis Ferdinand Céline chiude il suo diario. Qualche di deve averlo ascoltato perché certo non ha avuto una vita banale e anonima.

:: Zeig di Martino Ciano (Giraldi Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

28 maggio 2018
Z COPERTINA

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Colpaca è la capitale del sistema social – consumistico dove i suoi abitanti sono schiavi dei bisogni e le loro anime sono imprigionate nel sistema e condannate alla felicità materialista.
Questo è il regime voluto da Gesualdo Istorio che ha fondato la Titti- Teet –Toot, la grande fabbrica attraverso la quale ha fondato la sua filosofia basata su tre principi: lavoro benessere e consumo.
Marselo è uno tanti operai di una catena di montaggio asfissiante, assuefatto non solo ai ritmi assurdi del lavoro ma anche al modello di consumismo sfrenato su cui si basa l’economia della città.
A un certo punto si accorge che non può essere soltanto un prodotto con una data di scadenza sul cuore e cerca di evadere dalla quotidianità grigia di Colpaca.
Così siamo entrati in Zeig, il nuovo romanzo di Martino Ciano . Colpaca non è assolutamente una città immaginaria e questo di Martino non è un romanzo distopico.
La distopia non è più profezia ma è diventata realtà. Zeig non è un romanzo distopico. La città immaginaria di cui racconta Martino Ciano è in mezzo a noi. E noi siamo quella città immaginaria nel cui abisso precipitiamo con il nostro bagaglio di ipocrisie e di menzogne.
A un certo punto Marcelo diventa Zeig e si avventura a Redimos, il ghetto in cui il sistema ha confinato i filosofi, i sognatori e gli idealisti, tutti coloro che non hanno riconosciuto la dittatura del consumismo e vengono considerati portatori sani di un pensiero improduttivo.
Marcelo e Zeig si accorgono presto la verità non è facile da agguantare perché la perpetuazione della menzogna è cosa più comoda anche da parte di chi usa gli ideali per costruire a sua volta prigioni per controllare anime e coscienze.
Martino Ciano scrive una parabola filosofico – esistenziale al centro della quale c’è questo nostro presente liquido e globalizzato in cui in ogni posto regnano la menzogna e l’ipocrisia.
Marcelo intuisce che il benessere che gli viene imposto a Colpaca sa di marcio e lo corrode fino alla decomposizione, rendendolo cadavere
Zeig varca i confini di Redimos, sfuggire alle orrende asfissie del sistema ma anche lì si accorge che è difficile salvarsi in un mare di menzogne, soprattutto quando si incontrano profeti che spacciano per verità le infinte bugie di plastica.
Martino Ciano con Zeig scrive soprattutto dell’anno zero della nostra umanità, precipita negli abissi di un’apocalisse che viviamo tutti i giorni in cui tutti noi siamo Marcelo –Zeig, carnefici e vittime allo stesso tempo di una quotidianità con cui la verità diventa sempre bugia e la realtà non si distingue dalla finzione.
Zeig è un libro dedicato all’uomo che sa essere, come scrive Cioran, il cancro della terra, devoto solo alla menzogna, con la consapevolezza di voler morire e di autodistruggersi, sicuro di aver schiacciato tutto il vero che ha ronzato nelle sue orecchie.

Martino Ciano (1982) vive a Tortora, primo paese della Calabria alto tirrenica. Dal 2010 è giornalista per l’emittente televisiva Rete 3 Digiesse. Appassionato di storia, letteratura, filosofia e hard rock, collabora con le webzine letterarie “Satisfiction” e “Gli amanti dei libri” e il blog di approfondimento culturale “Zona di Disagio” di Nicola Vacca. Zeig è il suo terzo romanzo, ma può essere definito anche il suo esordio letterario.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Antonia Pozzi e la poesia nel sangue a cura di Nicola Vacca

25 maggio 2018

antonia-pozzi

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale. Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole.

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
Alla poesia lei sussurra sottovoce: «Guardami sono nuda».
I temi fondamentali della poesia di Antonia Pozzi scaturiscono dalla sua nudità davanti al verso . Un’ emozionante vertigine procura la lettura dei suoi testi.
Quello che più colpisce nei versi della Pozzi è appunto la sua nudità lirica di fronte alle domande che la sua stessa poesia si pone. Tra interrogativi filosofici e punti di osservazione, Antonia Pozzi non si stanca mai di cercare un altrove, alternativa alle miserie fragili della condizione umana.
La poetessa, infatti, scrive di sentirsi diversa da chi sceglie «la comoda via dell’adattamento», da coloro che «vivono alla mercé dell’esterno».
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Entrare nel mondo poetico e filosofico di Antonia Pozzi significa fare i conti con l’abisso e il gelo. La sua poesia è colma di grazia e soprattutto di ferite. Abbandonata nelle braccia del buio non rinuncerà mai a cantare la nudità della sua anima:

«Guardami sono nuda. / Dall’inquieto languore della mia capigliatura /alla tensione snella del mio piede, / io sono tutta una ragazza acerba /inguainata in un color d’avorio».

Ogni suo verso diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita. «Forse l’età delle parole è finita per sempre» scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
O rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
Furiosamente
alla porta dell’anima…

Scambio

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

Pioggia

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente

e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Da “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933” Vienepierre edizioni).

 

:: Mi manca il Novecento – La voce estrema di Amelia Rosselli a cura di Nicola Vacca

25 maggio 2018

rosselli

La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.
La Rosselli può ancora considerarsi una delle voci essenziali della poesia italiana e contemporanea.
Una voce disubbidiente che da Ezra Pound ha imparato la necessità è l’arte di rinnovare i classici senza mostrare alcuna timorosa reverenza.
Tra ossessioni, invenzioni linguistiche e folgoranti illuminazioni, la poesia della Rosselli ha raggiunto vertici alti e nel panorama letterario si è conquistata una sua originalità inimitabile che in primis ha a che fare con il suo carattere e con la sua formazione.

«Dotata di un carattere estremo – scrive Laura Barile in un saggio su Amelia Rosselli pubblicato da Nottetempo nel 2014 – e di una fragilità del sistema nervoso, inquieta e inquietante adolescente, la formazione di Amelia Rosselli nel suo peregrinare è certo una formazione d’eccezione: internazionale e trilingue, all’ombra dei grandi ideali politici e anche artistici e musicali della tradizione famigliare».

Ma sarà soprattutto il suo carattere estremo a caratterizzare la sua poesia che non smetterà mai di essere deflagrante, inquieta e soprattutto lacerante e provocatoria.
Elena Carletti scrive che la poesia di Amelia Rosselli si rivela di stampo profondamente fenomenologico e prende le mosse da una realtà tumultuosa, in costante divenire. Il caos della realtà esterna viene interiorizzato in un processo di filtrazione deformante, indispensabile per raggiungere uno stato di appropriazione del reale.
Dal disordine fecondo della realtà trae linfa vitale la produzione poetica di Amelia Rosselli.
Il filtro del suo rapporto con il reale è sempre uno specchio deformante che rivela e attraversa il tempo nella sua metamorfosi di istanti che accadono. La Rosselli coglie della realtà gli «spazi metrici» e le infinite variazioni della realtà. Attraverso la poesia mette in evidenza il suo stesso processo di deformazione.
Pasolini nel 1963 presentando la figura dell’allora trentatreenne poetessa scrisse che il verbo poetico di Amelia Rosselli appare refrattario a qualsiasi chiarificazione.
Pasolini seppe cogliere la problematicità e la complessità di una grande voce poetica che non rinunciò mai al suo spirito critico ma allo stesso tempo si abbandonava paradossalmente alla parola che liberava mostrando in poesia una fragilità dai contorni tragici e dirompenti che rappresenta una delle esperienze più alte della poesia contemporanea.
Amelia Rosselli nel 1996 ha deciso di mettere fine con il suicidio al suo problema esistenziale, ingovernabile e irrisolvibile.
Oggi ci resta la sua poesia da leggere e da rileggere come uno sguardo dilaniato sul mondo e sull’uomo.

:: Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2018

Shaun

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop a Wigtown, un paese nell’estrema provincia scozzese, dove ci sono undici librerie. In questa piccola città il Wigtown Book Festival, di cui Shaun è uno degli organizzatori.
The Book Shop è una libreria indipendente, una di quelle che resiste all’avvento sul mercato delle grandi catene e di Amazon.
Dal febbraio 2014 al febbraio 2015, Shaun Bytell tiene un diario in cui racconta con grande ironia la vita quotidiana che accade tra le quattro mura della sua libreria.
Quel diario è diventato un libro. Una vita da libraio è una lettura piacevole per tutti noi che frequentiamo le librerie e divoriamo ogni giorno pagine infinite di libri.
In presa diretta lo scrittore – libraio ci coinvolge e soprattutto ci fa entrare nel clima stravagante del The Book Shop.
Ci fa conoscere i clienti con le loro richieste assurde. Esilarante i racconti dei battibecchi giornalieri con Nichy, la sua collaboratrice stravagante sempre pronta a pungolare il suo capo.
Shaun, libraio un po’ misantropo, ci dà conto con una leggerezza divertente della varia umanità che frequenta la sua libreria e delle difficoltà che incontra con Amazon per la vendita on line dei libri.
Ogni capitolo inizia con una frase tratta da Ricordi di libreria di George Orwell.
Bythell si fa guidare da lui e ne attualizza l’esperienza.
The Book Shop è una libreria dell’usato.  Secondo Il Guardian è al terzo posto nella classifica delle librerie strane e meravigliose del mondo.
Questo libro ha davvero molti pregi, ma soprattutto è il racconto in prima persona dell’esistenza dolce e amara di un libraio che non si vuole arrendere a Amazon e che non ha nessuno intenzione di mollare.
Con grande ironia Shaun racconta il suo grande amore per i libri. Dal cuore di una piccola città della provincia scozzese questo libraio davvero particolare lancia un importante segnale di resistenza attraverso la sua esperienza quotidiana.
Seduto sullo sgabello della sua libreria combatte come un moderno Don Chisciotte Amazon, prende a fucilate un Kindle. Ma soprattutto resiste, sapendo che l’impresa è faticosa e impossibile. Ma i libri sono per sempre. Vale la pena lottare per loro.

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival.

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.