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:: Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco di Paolo Vanini (Mimesis 2018) a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2019

cop vPaolo Vanini è uno studioso appassionato del pensiero di Emil Cioran. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, si occupa principalmente del pensiero utopico e della scetticismo nella tradizione moderna e contemporanea.
È da poco uscito il suo saggio Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco. Un volume corposo e approfondito in cui Vanini affronta in maniera esaustiva l’incontro –scontro tra Cioran e il concetto di utopia.

«Questo saggio – scrive l’autore nell’introduzione- nasce dalla tentazione di considerare teoreticamente la provocatoria definizione di Cioran secondo cui l’utopia rappresenterebbe il grottesco in rosa».

Cioran definisce l’utopia come «il grottesco in rosa», ossia come una caricatura della storia umana il cui aspetto grottesco, e dunque ridicolmente mostruoso, è determinato non da un’ eccessiva presenza del male, ma da una claustrofobica onnipresenza del bene.
Partendo da questa provocazione di Cioran, Paolo Vanini indaga il ruolo giocato dalle utopie nella riflessione del pensatore romeno.
La critica all’utopia di Cioran è radicale e trova il punto più alto nell’illusione e nella menzogna della città ideale.
La critica all’utopia, scrive Vanini, a questo grottesco in rosa per cui l’avvenire sarebbe la soluzione ai nostri problemi, rientra in questa attitudine a essere forzatamente ottimisti; il che, di riflesso, significa non essere obbligatoriamente tragici.
L’autore entra nella mente e nei pensieri di Cioran scettico s e attraverso un confronto con i fondatori della tradizione utopica occidentale (Platone e More) e con i critici più scettici di tale tradizione (Montaigne, Swift, De Maistre e Fondaine) mette in evidenza, approfondendo i contenuti, l’originale posizione cioraniana sul fallimento del pensiero utopistico e di tutte le illusione rivoluzionarie da esso generate.
Cioran, lo scettico, il disilluso, il disincantato, come giustamente scrive nel paragrafo conclusivo di Histoire et utopie, solo lui poteva scrivere di non nutrire speranze nel tempo storico e nemmeno nel tempo paradisiaco.
A Cioran non appartiene nessuna età dell’oro, non è figlio di nessuna utopia e di nessun paradiso.
L’utopia con un vizio devastante del pensiero che ha ingannato per lungo tempo l’uomo inebriandolo di ideologie malsane che hanno promesso paradisi in terra, elisir di vita nuova e fantomatiche città ideali. Invece, l’utopia con i suoi meccanismi perfetti di distruzione di ogni forma autentica di libertà ha lasciato il mondo annegare nel mare del terrore.
Utopia significa da nessuna parte. Da nessuna parte siamo andati e Cioran aveva avvertito e intuito il senso della sollecitudine diabolica che le utopie manifestano verso gli uomini.
Paolo Vanini con Cioran e l’utopia ci mostra tutti gli aspetti profetici dell’immenso autore di Squartamento, che da scettico prima di tutto ha compreso anzitempo che l’utopia è un inferno che ha generato terrore facendo cadere l’uomo nel fallimento di un’illusione orrenda.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: I filosofi di Hitler di Yvonne Sherrat (Bollati Boringhieri 2014) a cura di Alexander Recchia

2 aprile 2019

I filosofi di HitlerLa nostra storia deriva dal nostro passato. Senza un prima non avremmo un dopo.
Questa è il filo narrativo che ci traccia Yvonne Sherrat.
I filosofi di Hitler cerca di far luce su uno dei periodi più bui e meno compresi della storia dell’Europa del ‘900. Il nazionalsocialismo con il suo culto della razza e l’antisemitismo viene snocciolato nel suo sostrato filosofico. Appare, così terrificantemente davanti ai nostri occhi, come non sia girato tutto attorno alla mente di Adolff Hitler e dei suoi collaboratori, ma come si sia cercato di fondarlo su ferme basi filosofiche.
Molti pensatori di spicco di quell’epoca quali: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Hannah Arendt, Kurt Huber; furono allontanati o costretti alla fuga dalla Germania. Le molte cattedre lasciate vuote da docenti di origini ebraiche o considerati oppositori del regime furono occupate da sostenitori o simpatizzanti del nazionalsocialismo. Il Führer, ci racconta la Sherrat, fin dalla sua prigionia aveva capito l’importanza il pensiero filosofico aveva per il popolo tedesco. Kant, Hegel e Nietzche furono solo alcune delle menti geniali che lo affascinarono durante la sua prigionia e da cui prese spunto per le sue riflessioni.
Asceso al governo continuò il suo intento di divenire un “leader filosofico”. Si circondò di menti brillanti, autorevoli e influenti anche nel mondo accademico. Alfred Rosemberg, Carl Schmitt e sopratutto Martin Heidegger, sono tra le figure che vengono meglio analizzate nei I filosofi di Hitler. I motivi della loro adesione al regime, le idee proposte e le influenze che hanno avuto, ma anche le loro storie personali.
Loro che con il pensiero hanno creato, diffuso e sostenuto idee quali il mito della razza, l’antisemitismo e il totalitarismo. Solo alcuni di loro furono condannati attraverso il processo di Norimberga, altri, invece, furono reintegrati nelle loro mansioni accademiche senza troppo ostracismo. Il passato era stato dimenticato.
I filosofi di Hitler ci porta così a rivalutare il presente, attraverso la storia. L’analisi puntuale e schietta della Sherrat non lascia molto spazio all’immaginazione, ma guida il lettore a porsi delle domande importanti circa la propria esistenza.

Yvonne Sherrat, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Source: acquisto del recensore.