Posts Tagged ‘Bollati Boringhieri’

:: I filosofi di Hitler di Yvonne Sherrat (Bollati Boringhieri 2014) a cura di Alexander Recchia

2 aprile 2019

I filosofi di HitlerLa nostra storia deriva dal nostro passato. Senza un prima non avremmo un dopo.
Questa è il filo narrativo che ci traccia Yvonne Sherrat.
I filosofi di Hitler cerca di far luce su uno dei periodi più bui e meno compresi della storia dell’Europa del ‘900. Il nazionalsocialismo con il suo culto della razza e l’antisemitismo viene snocciolato nel suo sostrato filosofico. Appare, così terrificantemente davanti ai nostri occhi, come non sia girato tutto attorno alla mente di Adolff Hitler e dei suoi collaboratori, ma come si sia cercato di fondarlo su ferme basi filosofiche.
Molti pensatori di spicco di quell’epoca quali: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Hannah Arendt, Kurt Huber; furono allontanati o costretti alla fuga dalla Germania. Le molte cattedre lasciate vuote da docenti di origini ebraiche o considerati oppositori del regime furono occupate da sostenitori o simpatizzanti del nazionalsocialismo. Il Führer, ci racconta la Sherrat, fin dalla sua prigionia aveva capito l’importanza il pensiero filosofico aveva per il popolo tedesco. Kant, Hegel e Nietzche furono solo alcune delle menti geniali che lo affascinarono durante la sua prigionia e da cui prese spunto per le sue riflessioni.
Asceso al governo continuò il suo intento di divenire un “leader filosofico”. Si circondò di menti brillanti, autorevoli e influenti anche nel mondo accademico. Alfred Rosemberg, Carl Schmitt e sopratutto Martin Heidegger, sono tra le figure che vengono meglio analizzate nei I filosofi di Hitler. I motivi della loro adesione al regime, le idee proposte e le influenze che hanno avuto, ma anche le loro storie personali.
Loro che con il pensiero hanno creato, diffuso e sostenuto idee quali il mito della razza, l’antisemitismo e il totalitarismo. Solo alcuni di loro furono condannati attraverso il processo di Norimberga, altri, invece, furono reintegrati nelle loro mansioni accademiche senza troppo ostracismo. Il passato era stato dimenticato.
I filosofi di Hitler ci porta così a rivalutare il presente, attraverso la storia. L’analisi puntuale e schietta della Sherrat non lascia molto spazio all’immaginazione, ma guida il lettore a porsi delle domande importanti circa la propria esistenza.

Yvonne Sherrat, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Source: acquisto del recensore.

:: Una guerra civile, Claudio Pavone, (Bollati Boringhieri, 2006), a cura di Daniela Distefano

28 novembre 2016
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In questo saggio storico sulla moralità nella Resistenza è emersa una verità che fu subito introiettata:
la sicurezza della vittoria come dato di fatto. Ma chi erano questi vincitori annunciati?
I partigiani, combattenti di un esercito di civili.
Il ruolo di rendere manifesti il destino e la missione della Resistenza fu assunto dai giornali:
la stampa resistenziale svolse una funzione di primo piano nel rapporto fra partiti e l’<<esercito di civili>>. Essa non fu soltanto une oeuvre de combat, bensì mirò a formare nuovi quadri e a svolgere una funzione educativa nei confronti sia dei partigiani che della massa della popolazione.
Natalia Ginsburg ha rievocato con efficacia lo stupore e la commozione che molti giovani antifascisti della sua generazione ebbero nel riscoprire il senso della patria da difendere:

Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole <<patria>> e <<Italia>> che ci avevano nauseato fra le pareti della scuola perché accompagnate dall’aggettivo << fascista>>, perché gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.

Come agì il resistente italiano al fianco degli Alleati?
L’impatto tra la società italiana e i costumi, i comportamenti, la cultura delle truppe inglesi e, soprattutto, americane, prologo al processo di americanizzazione sviluppatosi nel dopoguerra, fu particolarmente visibile a Roma e nel Mezzogiorno, dove l’occupazione alleata durò più a lungo e si svolse in larga parte ad opera di un esercito ancora belligerante e quindi generatore di tensioni acute. Un fronte che si auspicava unito perché accomunato dalla volontà di disgregare la compagine nazista.
Ma fu guerra civile? Scrisse <<l’Unità>> di Roma durante la fase di irrigidimento antibadogliano seguita all’8 settembre: << Il fallimento politico delle classi dirigenti non ha bisogno di altre prove>>.
E aggiunse:
La lotta contro i tedeschi che non sia contemporaneamente lotta a fondo contro il fascismo è affermazione priva di senso. Ma la lotta contro il fascismo implica la mobilitazione delle grandi masse popolari, e da ciò Badoglio rifugge con orrore perché alla base del governo Badoglio stanno quegli stessi ceti plutocratici e imperialisti che già furono l’anima del fascismo.

L’identificazione del regime del Duce col regime dei padroni spingeva, dunque, a credere che fosse giunto il momento di una resa dei conti anche sul piano sociale.
La parola d’ordine dopo l’8 settembre non fu più quella della pace, ma quella della lotta armata: “Vogliamo la guerra di liberazione”.
Per cambiare il mondo. Questo rese la violenza da una parte più ovvia, dall’altra più spietata. Poteva però essere necessario uccidere, ma guai se lo si trovava semplice e naturale.
No, non si doveva provare piacere nell’assassinio di un essere umano, anche se nazista, anche se fascista, anche se mostro da eliminare dalla faccia della Terra.
Un saggio ricco di voci, quelle dei protagonisti di questo conflitto civile nel mezzo della guerra mondiale. Si moriva, si cadeva come mosche sterminate, e il sacrificio veniva cercato per curare le ferite di un bellum con la propria coscienza. Non poteva durare per sempre l’agonia, forse non occorreva la soluzione finale per i fascisti, ma occorreva vincerli per ristabilire sul mondo l’immagine di una Giustizia non decapitata all’infinito.

Claudio Pavone è nato a Roma nel 1920, ha partecipato alla Resistenza. Per lungo tempo funzionario degli Archivi di Stato, ha poi insegnato come professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. E’ direttore della rivista <<Parolechiave>>

Source: Libro acquistato dal recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il profumo della pioggia nei Balcani, Gordana Kuic (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2015
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All’inizio del Novecento, in una Sarajevo cosmopolita e centro nevralgico dell’Impero asburgico, vivono le sorelle Salom, figlie di una ricca famiglia ebraica di origini ladine, cresciute da una madre energica e attaccata alla tradizione che dovrà fare i conti con un mondo che cambia.
Una storia al femminile che ha come sfondo i primi decenni del Novecento, dallo scoppio della Prima guerra mondiale, che proprio nella città balcanica ebbe il suo primo atto, fino alla Seconda guerra mondiale e alla liberazione dai nazisti con l’avvento poi di Tito, eventi che hanno influenzato anche tempi più recenti.
Al centro di tutto ci sono cinque donne forti, che affrontano sulla loro pelle i cambiamenti storici e sociali, scegliendo qualcosa di diverso rispetto alle aspettative di una famiglia in cui si alternava il serbo al ladino, citato nel testo con tanto di note a pié di pagine. Cinque ritratti insoliti in un Paese legato al nostro da eventi e circostanze, ma in un’epoca di cui non si sa molto e in una città risalita alla ribalta vent’anni fa per il suo tragico assedio ma che è stata per secoli uno dei luoghi più interessanti e multiculturali d’Europa.
Basata sulle vicende della famiglia materna dell’autrice, su sua madre e sulle sue zie, il libro si concentra in particolare su due personaggi, Blanki, la mamma di Gordana Kuic, e Riki, la sorella minore, che sono le due più avventurose e pronte a sovvertire convenzioni e regole.
Blanki si innamora di Marko, un serbo cattolico proveniente da una famiglia colta e ricca e si lega a lui nonostante questi si rifiuti di sposarla e di presentarla, vivendo in una relazione che per l’epoca era a dir poco scandalosa e che comunque getta una luce sul coacervo di religioni e culture che c’era a Sarajevo. Riki fa un’altra scelta fuori dagli schemi borghesi, decide di recitare e di ballare, diventando una ballerina classica famosa e vivendo una storia d’amore con uno di quegli uomini sposati che mai lasceranno la moglie.
Chiaramente, Il profumo della pioggia nei Balcani non è una soap al femminile come purtroppo ci ha abituato certa letteratura ma non solo, ma una ricostruzione d’epoca con al centro di tutto la descrizione della vita, delle regole, dei riti, dei timori della comunità ebrea sefardita, divisa tra passato e presente, tradizione e mondo che cambia. Con sullo sfondo una città che è l’altra grande protagonista, accanto alle sorelle Salom.
Il titolo è fedele all’originale e rappresenta una sorta di nostalgia per un mondo che non c’è più, perduto per sempre ma che rivive nelle pagine e nei ricordi di un libro che è un’appassionante saga familiare, una testimonianza d’epoca, un quadro perso nel tempo e nella Storia.
Traduzione di Djunia Badnjevic e Manuela Orazi.

Gordana Kuic è nata a Belgrado nel 1942 e si è dedicata alla scrittura, di romanzi e racconti ispirati alla vita della sua famiglia dagli anni Ottanta. Le sue opere le sono valse vari premi nella ex Jugoslavia. Il profumo della pioggia nei Balcani è uscito per la prima volta nel 1986 come autoproduzione ed ha ispirato un balletto, una commedia teatrale e una serie tv.

Source: libro del recensore.

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:: E tu non sei tornato, Marceline Loridan Ivens (Bollati Boringhieri Editore, 2015) a cura di Elena Romanello

22 ottobre 2015
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Negli anni, sono tante, tantissime le testimonianze della Shoah che sono uscite nelle librerie di tutto il mondo, a cominciare, per restare in Italia, da quella, notissima, di Primo Levi. Un dramma assoluto, che tra l’altro non ha colpito solo gli ebrei, su cui molto probabilmente non si riuscirà mai a dire l’ultima parola.
E tu non sei tornato di Marceline Loridan Ivens, regista e documentarista, classe 1928, è un libretto di un centinaio di pagine, che colpiscono con una forza inaudita. In questa manciata di fogli l’autrice, ragazzina nella Francia occupata e simpatizzante per la Resistenza, oltre che ebrea, racconta la sua deportazione insieme al padre verso Auschwitz-Birkenau, da dove lei tornerà e lui no.
Lo stile, documentaristico e conciso, rievoca il dramma della sua giovinezza, che ha segnato poi una vita che è durata fino ad oggi in cui per anni ha rimosso questi ricordi. Marceline Loridan Ivens scrive la sua testimonianza come una sorta di lettera a questo padre perduto, un lutto che è difficile, comprensibilmente, per lei elaborare ancora oggi, anche perché, come già in Primo Levi, il suo interrogativo è ma cosa ho fatto per meritare di sopravvivere alla Shoah e perché io sono sopravvissuta e altri no?
Un libro che racconta senza denunciare, con parole che sono comunque pietre, narrando il dramma di chi fu perseguitato da giovane e giovanissimo, perché se Primo Levi era un giovane chimico che aveva superato da un po’ i vent’anni, Marceline Loridan Ivens era un’adolescente, una ragazzina, catapultata in un inferno che non l’ha mai abbandonata e di cui adesso, da anziana, sente il bisogno di parlare, dopo aver comunque già partecipato negli anni a dei progetti collettivi sulla deportazione, sia su carta che filmati.
E tu non sei tornato è una testimonianza nuova su forse la tragedia massima del XX secolo, un libro non ripetitivo ma che ribadisce concetti che con tutto il negazionismo che continua ad imperversare nella nostra società non fa mai male ripassare. Un libro che si legge in fretta, scorrevole ed efficace, ma che rimane, una lettera in cui una figlia chiede perdono a suo padre per essergli sopravvissuta (cosa che capita spesso, ma in altre circostanze) e in cui si chiede il senso e la giustezza di essere tornata. Una storia da consigliare ai più giovani, ma anche a chi è meno giovane e magari non sente più parlare di questi argomenti dai tempi della scuola, quando ha letto Se questo è un uomo o ha visto al cinema Schindler’s list, il testamento di una figlia a suo padre sulla vita, sulla morte, sulle tragedie che travolgono.

Marceline Loridan-Ivens (1928), di origine ebrea polacca, durante l’occupazione tedesca della Francia partecipa alla Resistenza. Catturata con il padre dalla Gestapo, è deportata ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Belsen, infine a Theresienstadt. Ha scritto e diretto il film La Petite prairie aux bouleaux, con Anouk Aimée, basato sulla sua esperienza di deportata. È stata attrice e scenografa, in collaborazione con il marito Joris Ivens – considerato uno dei maggiori documentaristi del xx secolo – e autrice a sua volta di numerosi documentari. Da anni si dedica con passione a raccontare la sua esperienza di deportata e sopravvissuta alla Shoah in tutte le scuole di Francia.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.