Archivio dell'autore

:: L’esca. Fish Tales, Nettie Jones (NNeditore 2026) A cura di Viviana Filippini

23 luglio 2026

Lewis, è la protagonista di “L’esca. Fish Tales” il romanzo di Nettie Jones edito da NNeditore, inserito nella Collana le Fuggitive. La principale attrice nella narrazione vive nell’America degli anni Settanta ed è bella e inquietante come la città di New York dove prende forma la sua vita.  Stanze affollate, feste, champagne, stupefacenti, divertimento tra lenzuola di seta per Lewis, il marito Wood e l’amico Kitty Kat. Il tutto è un susseguirsi veloce di momenti, come frame, di incontri amorosi, party, episodi di vita quotidiana dai quali emerge sempre lei, Lewis con tutta la sua trascinante, passionale e sferzante forza vitale. Il romanzo non solo si addentra nella passionalità, in quello che potrebbe essere il vero amore o anche solo il possesso dell’altro, ma indaga anche quel bisogno di sentirsi libere di vivere la propria vita, in ogni aspetto. Il libro dalla Jones in realtà ci racconta l’esistenza di una donna schietta, senza tanti filtri e decisa in quello che dice e che fa, unita alla sua necessità di indipendenza e autonomia di scelta. Il tutto si sviluppa in una società – l’America degli anni Settanta-dove certi comportamenti o erano in trasformazione o non erano per nulla accettati, perché ritenuti fuori dagli schemi del tempo. La vita di Lewis, tra un  eccesso e l’altro, ad un certo punto si incrocia con quella di Brook, è questo scatenerà un cambiamento. Lui è un uomo affascinante, colto, ed  esercita una  forza attrattiva tale su Lewis da riuscire a mantenere il controllo su di lei. Questo modo rapportarsi perterà la donna a riflettere sulla loro relazione, se è bene o male. A rendere travolgente e accattivante la trama ci pensa anche la scrittura della Jones, qui sapientemente tradotta da Luca Biasco. Il linguaggio è fluido, sferzante, diretto e senza tante censure  e lo si trova nella protagonista e in chi le sta attorno, pronto a travolgere il lettore e a dargli la sensazione di essere nella storia. “Lesca. Fish Tale” è un romanzo accattivante, a tratti potrebbe sembrare pure spudorato per quell’intento di provocare e andare oltre il moralismo di quell’epoca ma, allo stesso tempo, la stessa protagonista rifletterà sul senso del vivere, se continuare nella ricerca e affermazione della libertà propria e autonoma o lasciarsi travolgere dalle volontà dell’altro in un rapporto che richiama la subordinazione. Interessante nell’edizione di NNeditore  è la presenza di una postfazione a firma dell’autrice stessa che racconta il suo percorso di approccio alla scrittura.

Nettie Jones è una scrittrice america­na, nata in Georgia nel 1941. Ha inse­gnato nella scuola pubblica e ricevu­to diversi riconoscimenti per la sua opera, tra cui un National Endowment for the Arts, un Michigan Council of the Arts Award e un Carnegie Fund for Authors Award. “L’esca. Fish Tale” è il suo romanzo d’esordio, scelto dal futuro premio Nobel per la Lette­ratura Toni Morrison, che lo pubblicò nel 1984 nella casa editrice Random House. (fonte sito NNeditore)

Source: ufficio stampa NNeditore

:: Intervista a Giovanni Papaleo per Gente Distratta (Arpeggio Libero 2026) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2026

“Gente distratta” è il nuovo romanzo del’avocato di casa a Brescia, Giovanni Papaleo, uscito da poco per Arpeggio Libero. PDopo “Discanto” e “Fumo negli occhi”, questo nuovo romanzo presenta alcuni degli stessi personaggi, solo che sono raccontati durante la loro gioventù tra la Padova degli anni ’80, ai tempi dell’Università, passando per la Sicilia fino al presente, dove gli stessi protagonisti sono adulti. Il romanzo è un viaggio nella giovinezza dei protagonisti alle prese con amori, amicizie, spensieratezza, litigi ed esperienze che in alcuni di loro lasceranno segni indelebili. Un romanzo di formazione che scava nel passato e nella dimensione psico-emotiva dei personaggi, perchè sono le esperienze che i protagonisti vivono a renderli quello che sono da adulti, con pregi e difetti con i quali a volte si deve, prima o poi, fare i conti. Ne abbiamo parlato con l’autore Giovanni Papaleo

Benvenuto a Liberi di scrivere Giovanni. Perché hai deciso di creare una storia con protagonisti alcuni dei tuoi personaggi letterari dei primi due romanzi quando sono giovani? Perché sono ancora nella fase “dell’innamoramento” verso di loro – non mi sono ancora venuti a noia – e ho voluto dare ai personaggi un passato, un retroterra che ne spiegasse, anche se a posteriori, il loro destino futuro. L’esergo “Il passato è il prologo” , da La Tempesta, di Shakespeare, risponde esplicitamente alla Tua domanda.

Due dei protagonisti sono fratelli, come mai non riescono mai a superare il loro rapporto conflittuale? Senza voler spoilerare le storie dei due, ti potrei dire che da sempre sono stato attratto dai rapporti fra i gemelli monozigoti. Si racconta sempre del loro legame speciale, del fatto che, anche distanti, avvertano in contemporanea forti emozioni, sia positive che negative. Tomaso e Cesare sono in effetti legatissimi sino a che non si verificano due eventi, uno reale e l’altro frutto solo della volontà autoassolutoria di uno dei due, che li separano irrimediabilmente; troppo gravi sono state le condotte messe in atto. Non è detto, tuttavia, che nel loro futuro non si verifichi, se non una riappacificazione fraterna, una “pace armata”.

Quanto della spensieratezza che i personaggi hanno da giovani, resta loro anche da adulti? Spero che in “Discanto” e “Fumo negli Occhi” traspaia un certo comune modo dei personaggi principali di affrontare positivamente gli avvenimenti che si presentano loro. Cosa diversa naturalmente si deve dire per coloro che impersonano i villains.

Il romanzo si svolge in diverse località che immagino tu conosca bene, ce n’è una che a cui sei più legato rispetto  alle altre? Credo salti agli occhi il mio amore per la Sicilia, in particolare il ragusano: Scicli, Donnalucata, Ragusa Ibla, ovvero la terra d’origine di mio padre. E poi Padova, dove sono nato e cresciuto sino all’età di 34 anni. Stranamente, o forse no, il mio legame con lei si accresce sempre più da quando l’ho lasciata, nel 1998.

Quale è il personaggio a cui sei più affezionato e quello che ti ha creato maggiore difficoltà mentre pensavi la storia? Viola Salazar è sicuramente il personaggio per me più affascinante: unisce serietà e avventatezza; dolcezza e severità; capacità di fare la “cosa giusta”, ma anche di sbagliare alla grande. E’ insondabile, e non è detto che in una prossima storia ci sorprenda. Nel bene o magari nel male. Fulvio Callegari è stato invece quello più complesso da definire, lo accosto a Parsifal il Puro, colui che più degli altri si avvicinò al Sacro Graal, pur non impossessandosene, e solo perché “non chiese e non gli fu dato”, così contravvenendo al precetto del Vangelo “chiedete e vi sarà dato”

Come tua tradizione stilistica anche in “Gente distratta” ogni capitolo è abbinato ad un canzone. In base a cosa hai creato questa playlist? La si può ascoltare da qualche parte? Certo, la si ritrova su Spotify, cercandola col nome del romanzo, e lo stesso si può fare con le playlist di “Discanto” e “Fumo negli Occhi”. Alcuni capitoli hanno un legame col brano che gli dà il titolo, ad altri ho abbinato una canzone che in quel momento mi andava di ascoltare. In particolare Gente Distratta è dedicato ad un mio grande amico che non c’è più, Matteo, al quale piaceva moltissimo Lisa Stansfield, ed è per questo che ognuna delle cinque parti nelle quali è suddiviso il romanzo ha come titolo una delle sue canzoni.

C’è un po’ di atmosfera che richiama il giallo, ma  il raccontare la giovinezza mi ha fatto pensare più al romanzo di formazione. Confermi? Sì, te lo confermo, e qui ritorna il tema del verso di Shakespeare, Il passato è il prologo, perché è negli anni dell’adolescenza e poi della giovinezza, anzi, ancor prima, nell’infanzia, che si delinea nel bene e nel male il modo personalissimo nel quale si interpreteranno i fatti e si reagirà al destino. Per rispondere compiutamente alla tua domanda, ti dirò che effettivamente anche in “Gente Distratta” vi è, in sottofondo, un sapore di libro giallo, ma molto meno presente che in “Discanto”, dove effettivamente vi era un’indagine per far luce sulla morte di un giudice, o in “Fumo negli Occhi”, dove si intrecciavano errori medici, trame di PM, diciamo così, non irreprensibili e furti di farmaci salva vita. Non è detto che il prossimo romanzo non ritorni ai temi del giallo classico.

Secondo te quanto le esperienze vissute in gioventù possono incidere sulla vita adulta dei personaggi letterari e nella vita quotidiana? Come ti dicevo, credo siano molto importanti. Con questo non voglio fare un discorso strettamente deterministico, ci mancherebbe, ognuno è artefice del suo destino, a prescindere, e anche a dispetto della mano di carte che si ritrova in dote alla nascita, dipende da ognuno. Credo che nelle vite, prima parallele e poi divergenti, di Tomaso e Cesare, questo tema sia evidente.

::Nulla da invidiare, Barbara Demick, (Iperborea 2026) a cura di Viviana Filipini

23 giugno 2026

“Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord” è il saggio di Barbara Demick edito da Iperborea. Il libro è frutto di anni di lavoro a Seul della giornalista che ha avuto modo di raccogliere voci dal mondo della Corea del Nord, mostrando quella che è la vera vita, ben diversa dall’immagine che ci arriva dai media, spesso filtrata, per fa apparire quello che in realtà non è. Snodo narrativo dal quale si propaga la narrazione è Chongjin, terza città più grande del paese, dove vivono alcune delle voci presenti in questo libro  che è un saggio e un reportage. Da subito l’immagine che abbiamo di Chongjin è quella di una centro abitato dove la povertà e la carestia dilagano, dove spesso e volentieri manca l’energia elettrica, dove il cibo è del tutto inesistente e dove ogni singola mossa che viene compiuta è sotto controllo del potere. Il periodo in questione riguarda il Paese  tra gli anni   Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Tra le voci raccolte ci sono quelle di  Mi-ran e Jun-sang, una ragazza e un ragazzo che si amano, ma lo fanno con garbo, con attenzione per non dare scandalo, come quando vanno a passeggiare di notte e tra loro, per mantenere le distanze, tengono la bicicletta di lui. Loro che studiano e lavorano creandosi aspettative grandi per il futuro, quando poi sono soli nelle loro case meditano la fuga (che non si confessano per evitare di finire nei guai) da un mondo dove non si sentono liberi.  Loro sono una coppia, poi ci sono voci singole  di coloro che da medici assistono impotenti al dilagare della fame e delle malattie; ci sono ragazzi soli che finiscono in campi di detenzione dove trovano padri incarcerati per anni per aver cercato di procurare cibo alla famiglia affamata; donne che si inventano biscotti e attività per sfamare i figli; ci sono persone che vivono  nel terrore del verificarsi di un controllo a casa con l’arrivo di appositi comitati che verificano l’esposizione della foto del capo di governo. L’immagine che emerge dal libro della  Demick è quella di un mondo dove la propaganda domina, filtra i contenuti in entrata e in uscita. Un universo nel quale chi ci vive viene sottomesso, manipolato e indotto ad agire e pensare in un certo modo  nel rispetto ferreo delle regole, mentre chi cerca di agire in modo diverso viene arrestato, messo sotto inchiesta eo sempre tenuto d’occhio. Coloro che riescono a scappare – anche con escamotage rocamboleschi-  lo fanno per non tornare più (spesso con grande dolore) nella propria terra. Un andarsene  per  vivere in quel Sud tutto da conoscere e scoprire, dove la vita è progresso vero, indipendenza, autonomia e soprattutto libertà di vivere e di esistere. “Nulla da invidiare” di Barbara Demick è un libro corale dove si raccolgono storie e si narrarono i cambiamenti di potere nella Corea del Nord, nella quale sembra esserci una possibilità di cambiamento, di trasformazione e di maggiore rapporto e confronto con l’Occidente che rimangono però, a quanto si deduce, solo una facciata di superficie. Traduzione di: Valentina Ricci.

Barbara Demick, scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con “Nulla da invidiare” ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche “I mangiatori di Buddha”.

:: Il cuoco giapponese, Lucia Visonà (Einaudi 2026) A cura di Viviana Filippini

8 giugno 2026

Hugo, protagonista de “Il cuoco giapponese” di Lucia Visonà, va a vivere a Parigi per frequentare la Sorbona.  Dopo poco il giovane però si accorge che lo studio non è l’ideale per lui e mentre cerca di comprendere il suo destino, lavora friggendo patatine. Una sera, una certa Madame Laval (Margot) lo avvicina. Tra i due scatterà un’amicizia profonda, vera, che porterà il protagonista- che tutti chiamano cuoco giapponese anche se giapponese non è-  a scoprire e sperimentare i sapori, gli odori e aromi del lavoro ai fornelli. Hugo e Margot sono due anime solitarie che con la loro amicizia non solo vivono mirabolanti avventure, al limite del surreale, ma si sostengono a vicenda. Si aiutano, e se all’inizio è l’arzilla anziana,  che “condisce” molto ogni cosa che dice, a guidare Hugo alla scoperta dei locali e della cucina francese, con il passare del tempo, ci sarà un ribaltamento dei ruoli, perché sarà Hugo a prendersi cura di Margot, sempre più anziana e acciaccata. Un legame forte tra due generazioni distanti anagraficamente, unite però dal fatto di essere soli al mondo ad affrontare la terza età per Madame Laval e il futuro incerto e tutto da costruire per il giovane Hugo, la cui famiglia diventa ancora più distante nel momento in cui scopre la scelta di non studiare compiuta dal figlio. Altro tema cardine affrontato dall’autrice è proprio la cucina, perché le ricette citate nel libro sono tutte reali, come i ristornati (tranne uno che è frutto di fantasia) e dimostrano quanto il cibo non sia solo nutrimento, ma ricerca e lavoro duro faticoso che a volte appaga, mentre altre volte mette a dura prova. Il lavoro è quindi un altro argomento affrontato con lucidità dalla Visonà che, attraverso gli occhi del protagonista, ci mostra come si trasforma il lavorare dal piccolo ristorantino dall’atmosfera familiare, a quello pluripremiato nel quale il dipendente non è più persona, ma l’ingranaggio di una vera e propria macchina produttiva (addetto magari sempre alla stessa funzione) e pronto ad essere sostituito al primo errore. Temi importanti narrati dalla bresciana Visonàcon ironia, che fa sorridere ma, allo stesso tempo fa pensare al corso della vita. Leggendo “Il cuoco giapponese” ci si accorge non solo che è un romanzo attuale e contemporaneo, ma anche del fatto che, da una parte, c’è un giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo e, dall’altra, c’è una donna anziana consapevole di avere un termine (anche se non sa quando), animata dallo stesso spirito ed entusiasmo per la vita del giovane  e inseparabile amico Hugo. Ad accompagnare i due amici, la città di Parigi, non solo sfondo, ma perfetta protagonista del dolceamaro che a volte la vita riserva.

Lucia Visonà è nata a Desenzano del Garda nel 1989 e vive a Parigi. Traduce romanzi e saggi, e insegna Storia antica all’università. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online. “Il cuoco giapponese” (Einaudi 2026) è il suo primo romanzo. (fonte  biogr. Einaudi)

:: Il libraio di Gaza, Rachid Benzine, (Corbaccio 2025) A cura di Viviana Filippini

11 Maggio 2026

Ne “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine, edito da Corbaccio, (traduzione di Lucia Corradini Caspani) Julien Desmanges è un fotografo francese a Gaza e lì sta cercando l’immagine ad affetto da fermare in uno scatto fotografico per pubblicarla. Un’immagine significativa di una realtà perennemente sotto assedio. Il fotografo aggirandosi nel labirinto delle vie di Gaza, la trova quando vede un uomo seduto davanti alla sua bottega. Un libraio circondato da pile di libri più o meno nuovi,  seduto in attesa che qualcuno passi per un saluto o per un libro. Julien chiede di poter fare una foto e Nabil, che accetta, ma prima vuole raccontare la sua storia a Julien, da subito pronto ad ascoltare.  Parola dopo parola, incontro dopo incontro, l’inviato fotografo entrerà nella vita di un uomo che, nel presente, dispensa cultura al prossimo ma che, nel suo passato, ha vissuto e affrontato prove dolorose. Ascoltando le parole di Nabil si ha la sensazione di essere nel libro della sua vita.  Un racconto fatto di gioie, ma anche di tanti dolori e difficoltà sa superare. Il lettore è posto nella stessa posizione di Julien ed è come se fosse accanto a lui ad ascoltare Nabil che narra la sua storia alternandola a suggerimenti letterari che spaziano da Racine, a Shakesperare a Primo Levi, passando per Murid Al-Barghuti e tanti altri autori. Nabil narra la sua nascita sotto le bombe nella notte tra il 31 dicembre del 1947 e l’1 gennaio 1948. Una venuta al mondo miracolosa, visto che la madre era stata ferita da una bomba. Non solo, perché Nabil è figlio di una musulmana e di un cristiano, una convivenza tra religioni differenti segnata da episodi dove si alternano suore e Imam. Non solo, perché Nabil affronterà tante difficoltà. Tra di esse ricordiamo l’abbandono della propria terra, la partenza del fratello Moussa, la vita nei campi dei profughi di Gaza dove conoscerà la moglie,  il teatro, il matrimonio, la nascita di un figlio e le continue tensioni tra le parti con la guerra dei sei giorni nel 1967, l’Intifada degli anni ’90, la prigione. Eventi che lasceranno segni evidenti in Nabil e nel suo  animo.  “Il libraio di Gaza” è la storia del racconto di una vita di un singolo uomo, Nabil, che tanto ha affrontato e vissuto e che vede in ogni pagina letta un appiglio alla salvezza. Allo stesso tempo, “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine è anche la storia di un  popolo e  del suo vivere, sopravvivere e convivere con quella sensazione di perenne precarietà che lo attanaglia.

Rachid Benzine, nato in Marocco, è professore, islamista e ricercatore presso il Fonds Ricoeur. Figura di spicco dell’islamismo liberale aperto al dialogo con il cristianesimo, è autore di numerosi testi fra cui, tradotti in italiano, “I nuovi pensatori dell’Islam”, “Lettere a Nour”, “Il Corano spiegato ai giovani” e “Canto d’amore a mia madre” (pubblicato da Corbaccio).  (fonte biografica sito Corbaccio)

:: Maciste in giardino, Guido Quarzo (Ancora,2026) A cura di Viviana Filippini

26 aprile 2026

Nico, il protagonista di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, edito da Ancora per la collana Ancorawow, ha un problema. Un problema bello grosso tra l’altro. Ossia un enorme talpa che si nasconde nel giardino di casa sua. Un animale che il padre di Nico, viste le dimensioni, ha soprannominato Maciste. Maciste è sì la talpa che scava gallerie, ma è anche un personaggio immaginario creato da Gabriele D’annunzio per il film “Cabiria” del 1914/15, del regista Giovanni Pastrone. Ad interpretarlo in quel periodo fu Bartolomeo Pagano, poi, la figura ispirata alla mitologia greca, con quell’individuo di grande forza e potenza, rimase così nella mente da diventare protagonista di tanti film, e non solo negli anni Venti, ma anche tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nel libro di Quarzo, il Maciste in questione è raccontato al lettore dal protagonista Nico. Oltre ad essere la talpa di enormi dimensioni, è Gino Bandiera. Il Bandiera è l’omone che irrompe nella narrazione, cieco come un talpa, che passerà ore e ore nel giardino di Nico per stanare la l’animale poco vedente come lui e tutto intento a scavare per i fatti suoi. Il libro di Quarzo è una storia simpatica, avventurosa, dove alla base c’è il voler raccontare l’amicizia tra un bambino (Nico) e un adulto un po’ burbero e silenzioso (Gino Bandiera). Quello che colpisce della trama, non è solo la caccia alla talpa, ma il rapporto che si crea tra Nico e Gino, il quale, nonostante ammetta di avere un rapporto complicato con i bambini e di non riuscire a parlare loro, alla fine diventerà amico di Nico. Un legame che farà emergere la vita di Gino, i suoi lavori (al circo e come pugile), la gioia e anche le difficoltà di un uomo che ha avuto un’esistenza davvero avventurosa. In Gino Bandiera ritornano anche alla mente le figure dei grandi pugili italiani del passato (anche se lui ha vinto molto meno), come Primo Carnera, ma anche i tanti Maciste super eroi forzuti e di grande bontà comparsi al cinema. Il tutto in una trama dove non mancano i colpi di scena e l’ironia e che fa di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, un libro per celebrare l’amicizia tra generazioni diverse e distanti anni tra di loro. Per lettori dagli 8 anni  in su.

Guido Quarzo è molto amato da insegnanti e ragazzi e molto attivo negli incontri di lettura presso scuole e biblioteche. Con questo romanzo l’autore è stato finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017. (Fonte sito Ancora ed.)

Source: Ufficio Stampa Ancora.

:: Saga di Grettir il forte (Iperborea, 2026), a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2026

È arrivato in libreria uno dei capisaldi della letteratura medievale nordica inserito nel filone delle Saghe degli islandesi che ha per protagonista la figura di Grettir il forte. Le sue vicende si trovano nel libro la “Saga di Grettir il forte”, edito da Iperborea, dove vengono narrate le gesta più eroiche, ma anche drammatiche di questo uomo dalla forza impressionante e in certi momenti davvero sovrumana. Chi è però Grettir il forte? Per scoprirlo basta immergersi nella storia  tradotta da Cristiano Vecli con prefazione di Fulvio Ferrari e seguire le vicende di Grettir Ásmundarson un eroe epico, un po’ giustiziere, un po’ fuorilegge, un po’ eroe un po’ emarginato, ispirato oltretutto ad un figura realmente esistita nell’XI secolo. Grettir ha origine vichinghe, discende da quei vichinghi che si ribellarono al re della Norvegia, lasciando quella terra d’origine per dirigersi in Islanda. Grettir arriva qui, ma da subito il suo carattere un po’ irruento e focoso lo portano a non riuscire ad adattarsi all’Islanda contadina e cristiana nata dopo la colonizzazione. Una sua incapacità di ambientarsi che dona al lettore un Grettir intento a vivere a modo suo, impegnato a compiere scorribande, a punire ed eliminare i cattivi di turno ma, a volte, anche i buoni, come se non sempre riuscisse a distinguere ciò che è bene da quello che è davvero male. Non mancano combattimenti con esseri umani, con le creature fantastiche dei troll, fino al dragur, un morto vivente che imperversa nelle campagne dell’Islanda. Ecco, questo gesto costringerà Grettir ad una vera e propria maledizione che lo porterà all’emarginazione e anche al terrore del buio. Situazione che però non impediranno al protagonista, animato da un’energia fuori dal comune di vivere altre mirabolanti avventura nella terra d’Islanda e, come si leggerà grazie anche ai suoi comprimari, passeranno anche per Costantinopoli, dove finisce appunto il fratello del protagonista. La saga di Grettir è affascinante e avventurosa, con elementi magici, che però non tolgono spazio a personaggi letterari che hanno tratti e caratteristiche tipicamente umani. Per esempio, Grettir è sfortunato, quello non lo si può negare ed emerge anche in diversi momenti della narrazione questo suo tale stato, però, allo stesso tempo è forte e coraggioso. Suo fratello invece- Þorsteinn- è astuto e affascinante, tanto è vero che grazie a queste sue qualità, e pure ad una buona dose di fortuna (quella che manca a Grettir) riuscirà a uscire di prigione.  La “Saga di Grettir il forte” è un altro importante tassello narrativo per la letteratura nordica e costituisce un testo letterario nel quale le atmosfere tipiche del gotico si mescolano al realismo, come per ammantare un uomo -Grettir- alle prese con gli imprevisti della vita, e  quel suo corso esistenziale dove il coraggio, la sofferenza, l’ onore e il destino più o meno avverso, sono gli elementi del vissuto di un personaggio letterario entrato nella leggenda, nella cultura norrena e oggi, a noi lettori contemporanei.

Source: ufficio stampa Iperborea.

:: Più in là del silenzio, Fabrizio Guarducci, Monica Milandri (Le Lettere, 2026) A cura di Viviana Filippini

21 marzo 2026

Cosa accadrebbe se vi invitassero ad una cena, dove vige la regola del silenzio con sola concessione di ascolto della musica? Ne sanno qualcosa i personaggi di “Più in là del silenzio” di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, edito da Le Lettere. La storia narrata parte con la vicenda di un gruppo di amici, della loro cena senza parole  e di quello che ha portato a tale situazione. Protagonisti veri e propri però, leggendo, sono Teodoro e Claudia. Lui professore universitario, molto ordinato, preciso, metodico e non sempre abile ad esprimere i suoi sentimenti. Lei, figlia del rumore e del caos, lavora nella sua boutique e cerca di capire il non detto del compagno. Guarducci e Milandri creano una narrazione dove oltre alla vita di coppia che attraversa una crisi forte come una tempesta, viene messa in evidenza la funzione che ha il silenzio e come esso cambi di valore tra Teodoro e Claudia, dando una vera e propria svolta alla loro esistenza. All’inizio, quando tra i due scoppia una crisi relazionale fatta dai troppi silenzi di Teodoro che non si esprime e non manifesta quello che prova, il silenzio diventa una componente che opprime e pesa sullo stato emotivo della coppia. Su quello di Claudia che vorrebbe un dialogo più consistente con Teodoro e su Teodoro stesso, il quale si chiude a riccio, non si espone e arriva pure a dire alla sua amata che forse lei non avrebbe mai dovuto sceglierlo. Poi, quel silenzio vestito da punto di rottura diventa una scelta ben precisa di vita, dove le parole sono bandite per lasciare spazio ai gesti. Tra Teodoro e Claudia il silenzio diventa qualcosa di nuovo, una forza motrice, che li accompagna nei loro gesti di ogni giorno e che diventa pian piano una forma di fiducia reciproca. Pezzo dopo pezzo, grazie al silenzio, la coppia trova nuova stabilità. A loro non servono più le parole, basta osservarsi e ascoltarsi nel silenzio e in silenzio. Questo modo di vivere genera cambiamenti in Teodoro e Claudia. I loro amici notano questa trasformazione e, in sedi separate, lo fanno notare ai due. Claudia capisce che è cambiata grazie al silenzio, mentre Teodoro è diverso – gli fa notare l’amico Marco- non per quello che dice, ma per come lo dice. Claudia e Teodoro  protagonisti di “Più in là del silenzio”  di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri, da coppia avviata verso la frantumazione, vivono un percorso di cambiamento, che li trasforma emotivamente e psicologicamente, in quanto i due hanno trovato nel silenzio, che spesso spaventa e crea imbarazzo, lo stato ideale di vita, lo strumento giusto per vivere in pace la loro relazione. Per loro il silenzio non è più un vuoto che opprime, che annienta e spaventa. Per Teodoro e Claudia il silenzio è diventato linfa esistenziale e spazio da vivere e in cui esistere in pace, amore e armonia con se stessi e con il mondo che li circonda.

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Undeground alla fine degli Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato mistica, estetica e tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. Inoltre, è autore cinematografico: Paradigma Italiano (premiato PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021), Anemos (2023) e La patria delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), Theoria. Il divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La patria delle emozioni (2023), Eclissi (2023, selezione premio Strega 2024) e Il richiamo del sentimento (2025). (Fonte sito Le Lettere)

Monica Milandri è appassionata di arte e musica classica; vive e lavora a Firenze. (Fonte sito Le Lettere)

Source: Ufficio stampa 1A Comunicazione.

Alessandro Varani ci racconta il suo “Patañjali. Storia di uno Yogi” (Castelvecchi 2024) A cura di Viviana Filippini

5 marzo 2026

Alessandro Varani ha pubblicato per Castelvecchi il libro dedicato alla vita di colui che è rienuto il “fondatore” dello Yoga: Patañjali. “Patañjali. Storia di uno Yogi” narra l’esistenza di colui che visse tra il III e il II secolo a.C., quando l’impero indiano, dopo avere ottenuto il massimo della sua espansione territoriale e culturale, cominciò un lenta decadenza. In questo mondo Patañjali portò a compimento un cammino di formazione umana e spirituale passato alla storia come un testamento filosofico e spirituale: gli Yogasutra. Del romanzo ne abbiamo parlto con il suo autore.

Alessandro ben trovato. Da occidentale, come ha scoperto la figura di Patañjali?
Molti anni fa, praticando e studiando Yoga ho scoperto gli Yoga-sūtra di Patañjali. Da subito, rimasiaffascinato da questi ‘aforismi’, pregni di saggezza e consigli pratici su come progredire nel campo della ricerca interiore. Intuivo che l’apparente incomprensibilità di alcuni sūtra dipendeva dal fatto che non si trattava tanto di leggerli per capirli, quanto di esperirli uno ad uno, attraverso una pratica guidata da un maestro che comportava una trasformazione personale nello stile di vita, ma soprattutto mentale e interiore.

Perché ha deciso di scrivere il libro sullo yogi?
Nel 2018, dopo tanti anni di pratica e insegnamento dello Yoga, ho sentito l’esigenza di scrivere un testo che facesse giustizia delle mistificazioni che questa antica e universale disciplina di conoscenza del sé ha subito in Occidente da quando venne importata, ormai più di un secolo fa. Cominciò in questo modo a prendere forma nella mia mente l’idea di fornire al lettore un modello esemplare per descrivere un sano, autentico percorso yogico. La scelta dello yogin protagonista del romanzo cadde allora su Patañjali, una figura leggendaria in India, ma praticamente sconosciuta anche a molti fra i praticanti di Yoga occidentali. Inoltre, le scarse e a volte confuse fonti su Patañjali (vissuto circa nel II° sec a.C.) mi consentivano di sviluppare una trama narrativa in piena libertà, pur mantenendo il rigore storico dell’ambientazione e l’autenticità del contenuti filosofici e spirituali presenti nel romanzo.

Come si è mosso per la stesura del libro per quanto riguarda ricerca e recupero di informazioni e
materiale?

Premetto che la stesura del libro, durata più di cinque anni, è stata una sfida davvero impegnativa che mi ha fornito stimoli anche come insegnante di Yoga. Certamente lo studio delle fonti storiche, letterarie e religiose mi è stato utile per entrare nell’atmosfera socio-culturale dell’India antica, ma ho dovuto integrare quelle fonti necessariamente con una vera e propria intuizione sulla figura di Patañjali, di cui biograficamente non si sa quasi nulla. Ho adottato un procedimento ‘a ritroso’, cercando di ricostruire la personalità di Patañjali a partire dallo studio meditativo su tre testi a lui riferiti: gli Yoga-sūtra, un grande commentario di grammatica sanscrita (Mahabhashya) e un commentario di medicina ayurvedica (Carakavārttika). Aggiungo che per la stesura del testo ho seguito la tradizione indiana che unifica le tre persone in un solo autore, piuttosto che quella degli studiosi che perlopiù oggi tendono a separare la figura del Patañjali scrittore degli Yoga-sūtra da quella dal grammatico.

Come è stato mescolare realtà e finzione?
Certamente entusiasmante e spaventoso al contempo. La sfida di cui prima parlavo è consistita soprattutto nel mantenere insieme vero e verosimile, armonizzando fra di loro i diversi livelli di lettura del testo. Questo mi ha richiesto una rigorosa, costante attenzione, perché sapevo che per quanto quei livelli avrebbero costituito l’originalità del testo, lo sviluppo della trama e delle vicende umane narrate nel romanzo dovevano restare al centro dell’interesse del lettore, integrandosi al meglio alla cornice storica, filosofica e spirituale del testo. Spero di esserci riuscito.

Il percorso vissuto da Patañjali, gli incontri e le esperienze che fa possono essere viste anche come un
percorso di formazione?
Assolutamente sì, essendo una biografia romanzata in senso lato, in cui seguiamo la vita del personaggio: la sua nascita, la formazione nella scuola yogica del padre brahmano, un primo matrimonio, fino alla crisi
spirituale che lo porterà alla rottura con la propria famiglia, mettendolo sul cammino di una tortuosa ricerca spirituale, fra buddhismo e pura ascesi, e quindi l’esperienza dell’auto-realizzazione, seguita dal ritorno in società, con le crisi e i dolori familiari, infine alla corte dell’imperatore Indiano Pushyamitra, sullo sfondo di persecuzioni religiose e della guerra contro i Greco-battriani… In definitiva, si tratta della narrazione di una inesausta ricerca di saggezza e libertà lungo tutto l’arco esistenziale del personaggio Patañjali.

La cosa interessante del libro è che oltre alla vita ci sono anche nozioni sulla pratica delle yoga?
Questo era un’altro obiettivo che mi ero riproposto, ovvero di narrare in parallelo alla vita dell’uomo quella dello yogin. In effetti, il sottotitolo del romanzo, ‘vita di uno yogin’ sta lì a indicare che il libro tratta dell’uomo Patañjali, come pure della vita di chi pratica lo Yoga e che proprio applicando gradualmente le diverse tecniche che i maestri gli propongono progredisce sul piano umano e spirituale. In virtù della mia lunga esperienza come insegnante di Yoga, ho potuto descrivere accuratamente alcune pratiche autentiche. Soprattutto, facendo capire al lettore l’importanza del respiro nello Yoga, perché la respirazione costituisce davvero il cuore pulsante di questa disciplina. Il respiro permette al praticante di Yoga di prendere coscienza della propria energia vitale (prāna) avvalendosi delle tecniche yogiche che insegnano a non disperderla, anzi a concentrarla tramite la mente su obiettivi conoscitivi interiori tramite il processo meditativo.

Cosa l’ha spinta a mettere assieme queste due componenti?
Per certo, la volontà di rendere giustizia a questa mirabile e nobile disciplina, spesso fraintesa. E mi spiego meglio: lo Yoga classico, come lo intende Patañjali, è una disciplina che si occupa principalmente del mentale, secondo la definizione che troviamo scritta nello Yoga-sūtra II.2, dove egli afferma che lo ‘Yoga è l’arresto della attività mentali” e dove tutti gli esercizi fisici, oggi molto in voga, svolgono solamente una funzione preparatoria e di minore importanza rispetto alle tecniche respiratorie e di concentrazione. Dall’altra parte, essendo lo Yoga arrivato in Occidente tramite dei grandi maestri che erano dei monaci, quali Vivekananda e Yogananda, si è presto associata questa autonoma disciplina di ricerca spirituale che prescinde da ogni religione, con l’induismo. In Occidente, questa confusione iniziale spesso ha prodotto atteggiamenti esotico-misticheggianti, esaltati negli anni settanta del secolo passato dalla moda fricchettona degli hippies che andavano in India a riscoprire la spiritualità…

Come è cambiato o cosa è cambiato nella sua vita quotidiana e lavorativa da quando pratica lo yoga?
Direi tanto, se non tutto. Nel senso che lo Yoga, quando funziona, prevede una trasformazione dello stile di vita e della personalità del praticante, parallela a una presa di coscienza di se stessi sempre più approfondita. Pratica dopo pratica, purificazione dopo purificazione, lo Yoga ci rende infine degni di ricevere l’epifania spirituale dell’auto-realizzazione, un’esperienza che stravolge radicalmente il nostro precedente punto di vista sulle cose del mondo, donandoci grande fiducia e contentezza interiore.

Ci fa un breve cenno alla sua associazione culturale Yoga Sāram Studio?
Ho fondato questa associazione culturale con il precipuo scopo di diffondere lo Yoga sui principi che ho esposto rispondendo alle precedenti domande. Posso aggiungere che è dall’inizio del mio percorso di conoscenza interiore che cerco di mantenere vivo uno scambio sapienziale tra Oriente a Occidente. D’altra parte, i mistici di ogni tempo e angolo del pianeta, attraverso le loro esperienze interiori, hanno da sempre ribadito che l’essenza spirituale degli esseri umani è la medesima. Infatti, le testimonianze relative a esperienze di luce divina dei contemplativi, siano questi Occidentali o Orientali, laici o religiosi, sono e saranno sempre le stesse in ogni parte del mondo, perché questo è il Bello, il Buono e il Giusto che anima le diverse culture, anche nelle loro distinte peculiarità: il tutto è Uno.

:: Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio, Gianluca Mangeri (Velar ed.2025) A cura di Viviana Filippini

14 febbraio 2026

Angiolino Bonetta (1948-1963) piccolo bresciano originario di Cigole è il protagonista del libro “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri edito da Velar.  Cigole è un paesino nella Bassa Bresciana, ma negli anni Sessanta ospitò la breve vita di Angiolino  che, grazie alla fede,  riuscì a trasformare la sua sofferenza e dolore in amore e dedizione al prossimo. Angiolino aveva 13 anni quando gli venne diagnosticato un sarcoma osseo che ebbe come conseguenza l’amputazione della gamba destra. Durante la degenza in ospedale il  ragazzino, nonostante la mancanza di un arto, non perse tempo e fece subito amicizia con tante persone e pazienti. Quello che distingueva Angiolino era la sua capacità di strappare un sorriso, di immedesimarsi in situazioni comiche che riuscivano a portare un po’ di serenità ai malati. Un pioniere della clownterapia potremmo dire che però, aveva anche  la capacità di donare parole consolatorie, gentili  e preghiere per i malati. Angiolino frequentava il Centro Volontari della Sofferenza e anche qui portava il suo buonumore. Quando poi la malattia divenne più aggressiva e il ragazzino smise di giocare con i suoi coetanei e di scorrazzare in bicicletta, il 21 settembre 1962, Angiolino, consapevole di ciò che gli stava capitando, pronunciò la professione di Silenzioso Operaio della Croce fino alla fine della sua giovane vita. Il libro di Mangeri non è solo una storia vera, di una provincia tutta da scoprire e conoscere, ma è la vicenda di un giovane, del suo entusiasmo, della sua fede potente che lo condusse ad accettare di portare la propria croce con coraggio e dedizione, animato, allo stesso tempo, da quel desiderio di dispensare il  bene al prossimo che lasciano un segno nel lettore. “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri è una storia che conquista per la simpatia del protagonista, per la sua grande spiritualità e maturità che lo spinsero a mettere in atto piccole catechesi tra gli ammalati e a diventare un punto di riferimento per chi gli stava accanto.

Gianluca Mangeri, medico oncologo è sacerdote della Diocesi di Brescia dal 2011 e attualmente è cappellano all’Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia. Tra i suoi libri “L’oro nelle cicatrici. In corsia ho imparato a ricevere” (2021) e, con Paoline, “Goccia dopo goccia” (2024), “Nel cuore del Natale” (2023), “Pellegrino in corsia” (2025).

Source: autore.

:: Una camera tutta d’ambra, Vittorio Orsenigo (Bibliotheka, 2026) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2026

“Centoventi casse di ferro: i numeri appaiono chiari al centro di un drappo pesante fatto con il buon velluto del buio”.  Così si legge ad un certo punto tra le pagine del romanzo “Una camera tutta d’ambra” di Vittorio Orsenigo, uscito per Bibliotheka pochi giorni fa. Il libro presenta la prefazione di Sergio Romano, ex ambasciatore italiano in Russia che scrive parole per raccontare quanto quella pietra gialla – l’ambra- sia diventata la protagonista di un vero e proprio giallo storico. Durante la Seconda guerra mondiale, i Nazisti sequestrarono tante opere d’arte e tesori, riportando in Germania quello che ritenevano fosse loro.  Nel corso del tempo molte opere sono state ritrovate, altre no. Tra quelle mai più rinvenute c’è la Camera d’Ambra costruita da un architetto tedesco – lo scultore Andreas Schlüter-  per Federico I re di Prussia, che poi la donò al suo alleato, lo zar Pietro il Grande e alla sua famiglia. L’opera presentava per qualità e caratteristiche la grande maestria creativa degli  artigiani tedeschi  e anche per tale ragione  la Germania di Hitler la voleva riprendere e custodire nel cuore del Reich . I nazisti che fecero? La smontarono nel 1941 dal palazzo di Leningrado in cui si trovava e la portarono a Königsberg, nella Prussia Orientale. Il romanzo è diviso in due parti dove i nazisti e i militari russi dell’Armata Rossa, dai graduati ai soldati semplici, si alternano tra interrogatori, torture (costringere il prigioniero a bere piombo bollente), perlustrazioni e ricerche che  ruotano attorno alla Camera d’ambra, smontata in pochissime ore, collocata in casse poi spedite a destinazione, nascoste e misteriosamente scomparse. Un intreccio denso e particolareggiato che potrebbe essere trasformato in un film tra il giallo, il bellico, nel quale l’arte e i suoi misteri sono il centro della narrazione. “Una camera tutta d’ambra” di Vittorio Orsenigo, scomparso lo scorso anno, è caratterizzata da un intreccio che porta il lettore nel tortuoso agire  dell’essere umano dove la storia e l’arte si intrecciano, rendendo la Camera d’Ambra una vera e propria icona per i suoi tempi e la protagonista principale attorno alla quale ruota l’interesse di tutti i personaggi presenti. Certo è che, come dice lo stesso autore, lui stesso più volte nel tempo mise mano al testo, come per cercare la fine perfetta per un avventuroso fatto storico ammantato, ancora oggi, da forte senso di mistero.

Vittorio Orsenigo (Milano, 1926-2025), regista e scrittore, si avvicina al panorama artistico milanese dell’immediato dopoguerra. Seguendo l’invito di Elio Vittorini, cura un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 esordisce come regista al Piccolo Teatro di Milano, grazie al direttore Paolo Grassi, con Ubu Roi di Jarry e Le Mammelle di Tiresia di Apollinaire. Ha pubblicato, tra gli altri, con Greco&Greco, Sellerio e Archinto. (fonte sito Bibliotheka)

Source: ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Caro Lucio ti scrivo, Marino Bartoletti (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

16 gennaio 2026

25 lettere, una grande amicizia e qualche segreto, ma anche tanti aneddoti animano il libro  “Caro Lucio ti scrivo” di Marino Bartoletti, edito da Gallucci. Nel libro, il giornalista racconta la nascita dell’amicizia con Lucio Dalla, le passioni comuni per lo sport, in particolare per il basket, e tanti aneddoti che permettono al lettore di aver molti particolari e dettagli in più sulla figura di Lucio Dalla, scoprendo anche la sua dimensione umana, quella che non sempre emergeva dai media. Lettera dopo lettera, si conosce quanto è grande il legame tra Bartoletti e Dalla, un rapporto d’amicizia profondo e vero, sincero, che è durato fino alla fine, quando è arrivata improvvisa e inaspettata la scomparsa del cantautore. Oltre allo sport, dalle lettere di Bartoletti a Dalla, emerge, grazie a tanti dettagli e particolari, la dimensione professionale e umana di Dalla. Lucio era un grande maestro, sul lavoro molto esigente con se stesso e anche con i suoi collaboratori, in particolare quelli che per lui erano i “pupilli”, che avevano le capacità, doti e le qualità per poter fare musica anche da soli. Intenso però è anche il Dalla come persona, uomo ironico, con la battuta sempre pronta, ricco di una grande e vasta cultura, capace di passare dal jazz, alla musica classica, ai fumetti con quel bisogno costante e naturale di contatto umano con chi incontrava sul suo cammino. Le lettere di Marino Bartoletti, sono scritti fatti per un amico che non c’è più (anche se secondo l’autore, Lucio, potrebbe essersi nascosto in qualche angolino di Bologna),  un vero e proprio omaggio nero su bianco dal quale affiora una profonda amicizia, non solo consolidata dai tanti interessi e dalle passioni comuni, ma da un legame umano ben consolidato. In “Caro Lucio ti scrivo”, Marino Bartoletti, mette in evidenza la grande personalità artistica, creativa, musicale e umana che animava Lucio Dalla, una persona, un uomo, un professionista, un amico, al quale, come dice l’autore stesso: “Era impossibile non volere bene”.

Marino Bartoletti (Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. I suoi romanzi “adulti” hanno riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, tanto che La cena degli dei si è aggiudicato i premi Selezione Bancarella, Invictus, Libri d’Ulisse e Samadi, Il ritorno degli dei ha vinto i premi Bancarella Sport e Città di Castello, mentre La discesa degli dei i premi Kerasion e Terre d’Agavi e La partita degli dei il premio Lorenzo D’Orsogna. L’ultimo romanzo, Il Festival degli dei, è dedicato a Sanremo e ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica.

Source: inviato dall’editore.