Posts Tagged ‘Castelvecchi’

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018
Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

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:: Jazz, Rock, Venezia di Roberto Saporito (Castelvecchi 2018)

4 aprile 2018
JAZZ-ROCKVENEZIA

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E Venezia è la città giusta per questo scopo, per questo esperimento esistenziale: come sopravvivere alla misantropia, come viverci insieme felici e contenti o più semplicemente come rimanere vivi.

Controcanto a tre voci: Jazz, Rock, Venezia.
Due uomini, e una donna.
Tre artisti.
Due musicisti e un’ antiquaria fotografa sono i protagonisti del nuovo romanzo, breve, di Roberto Saporito, edito da Castelvecchi, che esce domani, in questa tarda primavera che sembra autunno.
Venezia è una città che si presta a fare da specchio alle identità di perfetti sconosciuti intrisi di solitudine e spleen. Il mondo contemporaneo sembra un vortice, con un aereo si vola da Los Angeles, a New York, a Roma. Ma solo Venezia sembra trattenere ancora qualcosa di antico e senza tempo, quell’aria rarefatta dove è possibile nascondersi, chiudersi in un rifugio che sa di prigione, come lo è per la protagonista che da anni e anni non lascia la laguna, e gioca con le sue armi: una macchina fotografica e modelli più o meno consapevoli.
Venezia come città specchio, riflesso di cosa l’arte con i suoi ori preziosi, i suoi stucchi, i suoi materiali di pregio, la sua immateriale bellezza può racchiudere. L’arte come salvezza, forse l’unica che ci resta in questo mondo in decomposizione.
E per Saporito l’arte è davvero molteplice. Comprende tutto dalla musica, Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis è la colonna sonora che ci accompagna in questo pellegrinaggio esistenziale, (da rivedere Ascensore per il patibolo, bel noir francese di Louis Malle), alla fotografia, alla letteratura, al cinema, alla pittura.
E della musica ha la cadenza questo romanzo fatto di voci che si completano, in un’ armonia ibrida e singolare.
Roberto Saporito è uno scrittore raffinato e colto, capace di far sentire raffinati e colti anche i lettori, se si prestano al suo gioco e lo seguono nei suoi peregrinare per una città che racchiudere il fascino del passato che non si estingue, non si perde.
Lessi un altro libro con Venezia come sfondo e un’ antiquaria come protagonista, e seppure con le stridenti peculiarità di ognuno di questi libri si notano voci non discordanti. Venezia sembra ispirare storie così, dove il tempo perde di senso, e l’eternità può durare un’ ora, un giorno.
Anche in Jazz, Rock, Venezia il tempo è dilatato, richiuso in se stesso. La gente può chiudersi in se stessa o incontrasi, conoscersi, scoprirsi simile.
Se la solitudine è la cifra distintiva della nostra contemporaneità, l’incontro sembra ancora possibile, anche se casuale, incidentale, non voluto. E i nostri tre personaggi si troveranno a vivere questa tensione, anomala, straniante. E con loro il lettore.

Roberto Saporito (Alba, 1962) Dopo gli studi in Giornalismo ha diretto una galleria di arte contemporanea. Fra i suoi romanzi: Il rumore della terra che gira (2010), Come un film francese (2015), Respira (2017). È inoltre autore di diversi racconti e tiene una rubrica sulla rivista letteraria «Satisfiction».

Source: pdf inviato in anteprima dall’autore.

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:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014)

17 agosto 2015
JO

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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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