Posts Tagged ‘Fabio Orrico’

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018
Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Storia di due donne e uno specchio, Edoardo Zambelli (Laurana 2018) a cura di Fabio Orrico

5 ottobre 2018

Storia di due donne e uno specchioIl secondo romanzo di Edoardo Zambelli (l’autore ha al suo attivo L’antagonista, uscito un paio d’anni fa sempre per Laurana) ha un titolo, Storia di due donne e uno specchio, che, se vogliamo, pone la sua storia nel segno dell’evidenza, anche se poi tutto all’interno di questo libro si rivela duplice e aperto alle più diverse interpretazioni. D’altra parte lo specchio è uno strumento che raddoppia la nostra immagine, nonché quella degli oggetti che ci stanno intorno. Le due donne evocate dal titolo, Alessandra e Marta, vengono inquadrate in un momento decisivo della loro esistenza e la loro vicenda spezzata in due tempi che sono anche le parti di cui il testo è composto. Alessandra e Marta si conoscono a un funerale, diventano amiche, poi diventano amanti. Alessandra torna in Veneto dopo una lunga permanenza in Puglia, deve riannodare i fili con quel poco che è rimasto della sua famiglia, vale a dire un padre malato di Alzheimer. Per Marta le cose sono forse addirittura più complicate perché la sua routine viene sconvolta da un uomo, Ethan, che sembra sapere cose del suo passato che nemmeno lei conosce. Di più ancora: Ethan vuole ricondurla a quel passato, pressandola con un’azione di stalking che sembra preludere a qualcosa di tremendo. Poi la storia si azzera e si ricomincia. Marta e Alessandra (è la stessa Marta ma non la stessa Alessandra, ma potrebbe anche non essere così) sono madre e figlia. Marta adesso ha diciott’anni e andiamo con lei a esplorare quel passato negato e riportato alla luce della propria coscienza nella prima parte, senonché il talento tentacolare di Zambelli costringe le esistenze dei suoi personaggi a una torsione su se stesse, quasi a volerle mostrare attraverso un prisma che insieme cela e illumina. Storia di due donne e uno specchio sembra aggiornare l’Hitchcock de La donna che visse due volte (anche qui del resto c’è una Judy) e corteggia da vicino il Lynch più estremista, quello di Strade perdute e Mulholland drive, ma se faccio riferimenti cinematografici è solo per comodità (e forse pigrizia) dal momento che il romanzo di Zambelli onora il medium che si è scelto senza sensi di colpa o complessi di inferiorità, anzi. La lingua dell’autore è densissima e consapevole, capace di assediarci coi suoi misteri restando piana, trasparente e questo rende ancora più oscuro e traumatico il labirinto costruito intorno al lettore.
A scandire la trama ci sono poi una serie di personaggi (la vecchia e le sue borse della spesa), oggetti (un gattino del folklore giapponese), caratteristiche fisiche (il neo) e canzoni (Cocoon di Bjork) che rappresentano altrettanti agganci col doppio fondo che abita le due protagoniste. Ho detto agganci ma avrei forse fatto meglio a dire sonde che ci permettono di dragare l’interiorità di Alessandra e Marta senza che l’intelligenza di narratore di Zambelli venga mai meno. Infatti il bello di questo libro è proprio la porzione di racconto sottoesposta, detentrice di verità e conferme che Zambelli, diabolico e abilissimo regista del proprio materiale, decide di far balenare davanti ai nostri occhi. E tanto basta: Storia di due donne e di uno specchio è un meccanismo preciso e morboso, un romanzo di formazione onirico, un thriller che si sgancia dalla logica cui siamo abituati per tendere forse a una logica superiore e quindi definitiva: la realtà che ricordiamo che, parafrasando il già citato Lynch, non è per forza quella che abbiamo vissuto.

Edoardo Zambelli è nato a Città del Messico nel 1984. Vive a Cassino, in provincia di Frosinone. Ha pubblicato i romanzi L’antagonista (Laurana, 2016) e Storia di due donne e di uno specchio (Laurana, 2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Prima che sia primavera di Rita Massaro (Il Seme Bianco 2018) a cura di Fabio Orrico

25 settembre 2018

Prima che sia primaveraRita Massaro, firma con Prima che sia primavera il suo terzo romanzo dopo L’estate è finita e Sotto il cielo di Santiago e porta avanti una sua personalissima riflessione sui modi e i tempi del romanzo di formazione. Per molti versi Prima che sia primavera, storia irta e malinconica di ambientazione siciliana (come d’altra parte è la sua autrice) potrebbe richiamare alla memoria Il grande freddo, celeberrimo film di Lawrence Kasdan su un gruppo di amici che si ritrova, dopo molti anni di assenza, per il funerale di uno di loro, morto suicida. Nel romanzo di Massaro è una cerimonia affatto diversa a riunire amici persi di vista da ormai vent’anni e cioè un matrimonio. Le nozze di Lorenzo e della giovane cubana Aleyda rappresentano il collo di bottiglia in cui tensioni, passioni e ricordi andranno a incastrarsi per poi deflagrare. I ricordi in particolare sono vera e propria materia pulsante di questo testo. Infatti Prima che sia primavera prende le mosse dal 1992, annus horribilis della recente storia italiana, per poi organizzare la sua narrazione sul doppio binario degli anni 90 e del presente, dove ritroviamo la protagonista Sara.
Sara è un avvocato, colta in un momento di crisi profonda, innanzitutto sentimentale. Il rapporto col marito con il quale (e non è un particolare secondario) condivide la militanza professionale in un prestigioso studio palermitano, sembra essersi logorato in modo irreparabile. Ma Massaro è troppo onesta per virare solamente al nero la sua ricognizione nelle memorie giovanili e uno dei punti di forza della sua scrittura è la capacità di analizzare a fondo le situazioni, evidenziando anche il buono di ogni avvenimento, rapporto umano, incidente.
Ma bisogna tornare al 1992 per trovare la scatola nera nascosta nel nucleo di Prima che sia primavera. Il 1992 è l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, un autentico golpe criminale che ha minato (forse in maniera irreparabile) le strutture dello stato. Il libro si apre proprio sulla deflagrazione nella quale perde la vita Giovanni Falcone. Sara sta vivendo un momento di intimità con il suo ragazzo di allora, Adriano (bellissimo personaggio che ci regalerà più di una rivelazione nel corso della storia) quando un boato terribile scuote il loro idillio e una tenebrosa nuvola di fumo si annuncia all’orizzonte. È un momento molto ispirato della narrazione e un ottimo avvio, in primo luogo per la disinvoltura con cui riesce a legare Storia e storie e poi per la capacità di calare in un contesto quotidiano, intimo, del tutto relativo, uno dei tanti fatti di sangue del nostro paese.
I protagonisti di Prima che sia primavera appartengono alla piccola e media borghesia ma non per questo chiudono gli occhi sulle contraddizioni sociali più critiche della loro terra. Efficacissima in questo senso la parentesi con i piccoli monelli di strada coinvolti in un furto che dà modo a Sara di misurare la sua sensibilità sociale. Una temperatura emotiva che attraverserà la sua vita e verrà messa a frutto anche per dare una svolta decisiva (ma non definitiva) al romanzo.
Opera centrata sul coraggio e la disponibilità di cambiare, di accettare e di comprendere, Prima che sia primavera guarda in faccia l’Italia con la giusta dose di scoramento ma corretto da un’ostinazione all’azione e al rimboccarsi le maniche che la congela un attimo prima che diventi amarezza.

Rita Massaro, avvocato di professione, è nata e vive a Palermo. Alle sue più grandi passioni, leggere e viaggiare, ha dedicato il suo blog Il giro del mondo con un libro in mano. Nel 2011 pubblica un romanzo di formazione, L’estate è finita e successivamente Sotto il cielo di Santiago. È stata finalista, per la sezione inediti, al Premio letterario giornalistico Piersanti Mattarella 2017, con il romanzo Prima che sia primavera.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: Kaiser di Marco Patrone (Arkadia Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 aprile 2018

1Il fatto che un lettore come me, del tutto estraneo a vicende calcistiche nonché impermeabile a qualunque mistica dello sport, ignorantissimo in materie sportive e agonistiche, abbia letto con passione e quasi in un’unica sessione questo romanzo la dice lunga sul suo valore o, più in generale, sulla capacità di Marco Patrone di rendere interessante la materia trattata.
Kaiser racconta l’incredibile storia di Carlos Enrique Raposo, calciatore brasiliano attivo fra la fine degli anni 70 e l’inizio dei 90. L’aggettivo “attivo” è però forse mal speso perché Raposo, soprannominato Kaiser per la somiglianza con Beckenbauer, non ha praticamente mai toccato un pallone (un solo goal nell’arco della carriera e non è un dato certo), riuscendo sempre a sfuggire allenamenti e, di fatto, restando in panchina mentre i compagni di squadra giocavano. Distorto, paradossale self made man, Kaiser deve la propria fortuna alla furbizia, alla faccia tosta e alla rete di amicizie che, per ragioni squisitamente extra sportive, è riuscito a crearsi. Patrone è capace di conferire al suo eroe una statura quasi wellesiana, seppure declinata secondo un’ottica canagliesca, assonante a certi ritratti da commedia all’italiana. Il richiamo a Welles viene spontaneo perché Kaiser si modella sull’archetipo narrativo di Quarto potere, quindi un giornalista che ricostruisce la vita / carriera di un personaggio esemplare. In questo caso il nostro referente è Marco, giovane cronista sportivo soprannominato Dosto (starebbe per Dostoevskij) per l’eccessiva preziosità verbale nell’esprimersi che riceve dal collega francese Francois l’imbeccata per occuparsi di Raposo. Stregato dalla sua vicenda non solo si mette sulle tracce dello sportivo ma in qualche modo, raccontandone (o meglio ancora evocandone) la storia, dà voce a una sorta di sociologia della truffa, un continuo, ostinato interrogarsi su menzogna e mistificazione che spostano Kaiser quasi verso i territori del romanzo-saggio. Anche qui c’è qualcosa di profondamente wellesiano: si veda la sardonica indagine di F for fake.
Kaiser è ripartito fra le voci di Dosto e quella del titolare del titolo in copertina. Da un lato la velocità, la precisione e la continua altalena di dubbi del giovane giornalista espresse da una lingua duttile e digressiva, dall’altro la ribalda assertività e l’umorismo deresponsabilizzante che caratterizzano l’oralità di Raposo. Alternate secondo un ordine fortemente idiosincratico e non manicheo, tra loro distinte ma sufficientemente consonanti da garantire coerenza e compattezza stilistica al libro, le due voci si saldano a creare un romanzo profondamente teorico. Infatti mentre Marco penetra sempre più a fondo nella vita di Kaiser diventa per lui impossibile non interrogarsi su modi e forme del racconto biografico, portando alla luce (o rigettando in un nuovo buio) anche una oscura storia sentimentale, vera e propria scatola nera del libro.

Marco Patrone si occupa di sviluppo di prodotti bancari, finanziari e assicurativi. Ha però una seconda vita, nella quale si fa chiamare Recensireilmondo e cura l’omonimo blog letterario, tra i più seguiti in Italia. Il suo romanzo d’esordio, Come in una ballata di Tom Petty, è uscito per Transeuropa nel 2015. Un suo racconto è compreso nella raccolta Monaco d’autore, pubblicata per Morellini Editore nel 2016. Il racconto L’estate del Pollo, uscito nel 2016 nella collana L’animale umano di Urban Apnea Editore, è stato finalista al Concorso Letterario Zeno.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Si ringrazia Tania Murenu dell’ Ufficio stampa.

:: Volgograd di Luigi De Pascalis (La Lepre Edizioni 2018) a cura di Fabio Orrico

3 aprile 2018
Volgograd di Luigi De Pascalis

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Scrittore eclettico e colto, attratto dal fantastico e dal noir, non di rado ibridati con le forme del romanzo storico, Luigi De Pascalis ci consegna con Volgograd la sua opera forse più intima e personale, senz’altro la più libera, la più spiazzante, la più propensa a lasciarsi contaminare da forme e stili diversi. Innanzitutto: che cosa è Volgograd? Non certo la città russa, una volta chiamata Stalingrado, adagiata lungo le rive del Volga. In queste pagine Volgograd è il nome che il narratore senza nome, personaggio centrale del libro, dà alla periferia romana e il suffisso rimanda direttamente a quel popolo che il protagonista, uomo anziano e stanco, incontra, osserva, racconta. Questa periferia è una cintura anonima che stringe la città, soffocando il suo centro storico fra palazzoni tra loro identici, quartieri dormitorio e centri commerciali. Una periferia come ce ne sono tante, del tutto sganciata dal cuore pulsante di Roma, un quartiere che potrebbe appartenere a qualunque altra metropoli, quindi uno scenario per molti versi squallido e alienante ma anche resistente a ogni forma di folklore e mai consolatorio. Anche i suoi abitanti vivono come fossero vere e proprie emanazioni di questa specie di subcontinente, insieme scialbo e terribile. Uomini e donne   costretti a misurarsi con una realtà che sembra potere (e volere) fare a meno del fattore umano. De Pascalis arriva a metaforizzare tutto questo in modo semplice, quasi naif, ma insieme efficacissimo attraverso l’equivalenza tra uomo e uccello in gabbia in una delle pagine più dense. Lo sguardo del narratore – autore è del tutto immanente rispetto all’umanità che attraversa il libro e lo spaccato esistenziale evocato ha toni cupi e, a tratti, dolorosamente ironici.
Potremmo definire Volgograd un “romanzo a racconti” e in questo senso innestarlo facilmente su una tradizione boccaccesca ed eminentemente italiana. Se nel grande modello del Decamerone il filo rosso che univa le storie era fornito dalla decisione di un gruppo di giovani di raccontarsi delle novelle nell’arco di dieci giorni, qui abbiamo come collante fra le vicende il nostro protagonista e la sua flânerie, la sua disponibilità all’ascolto e all’osservazione. De Pascalis orchestra il suo racconto nel corso di un anno. Il libro è infatti scandito dai mesi: ogni mese un capitolo e ogni capitolo diventa contenitore di più storie. De Pascalis alterna spericolatamente prima e terza persona, permettendo al suo narratore di puntare la luce di volta in volta su personaggi che occupano la scena inaspettati e spontanei, quasi li si incontrasse per caso o li si sorprendesse uscire da un portone, in piena notte. Quello con cui abbiamo a che fare è un popolo sofferente, assediato da problemi comunissimi, famiglie distrutte e uomini solitari, ritratti con un affetto e un’immediatezza tali da rievocare i fantasmi del neorealismo, sia letterario che cinematografico e in particolare leggendo il racconto intitolato Il richiamo è impossibile non pensare al finale del desichiano Umberto D. Ma Volgograd non è certamente un libro che esaurisce quello che ha da dire in un unico registro narrativo come testimonia il finale, vero e proprio colpo di coda fantastico, capace di rimettere in discussione, a poche righe dalla fine, la zibaldonesca narrazione che lo precede.
A rafforzare la vocazione linguisticamente polimorfa di Volgograd sono anche le illustrazioni che punteggiano il testo, firmate dallo stesso De Pascalis e che contribuiscono a rendere quest’opera sfaccettata e prismatica uno di quei libri che incoraggia la varietà di interpretazioni, ridefinendo in continuazione temi e stilemi.

Luigi De Pascalis oltre che scrittore e pittore è stato illustratore, grafico, sindacalista, pubblicista. È oggi uno degli autori italiani di narrativa fantastica più apprezzati negli Stati Uniti; in Italia ha vinto i premi Tolkien e Courmayeur, ed è stato finalista del premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi racconti sono inclusi in moltissime antologie del fantastico italiane e straniere. Prima di Il mantello di porpora, romanzo storico incentrato sulle gesta di Giuliano l’Apostata, De Pascalis ha pubblicato con La Lepre Edizioni il giallo storico Rosso Velabro, i romanzi La pazzia di Dio (finalista al premio Acqui Storia e al Premio Majella) e Il labirinto dei Sarra, il noir fantascientifico Il Nido della Fenice, la graphic novel Pinocchio (vincitrice del Premio “Pinocchio di Carlo Lorenzini” nel 2012). Sempre per La Lepre, l’autore cura la collana “Fantastico Italiano”. Con altre case editrici ha pubblicato i romanzi La dodicesima Sibilla e Il signore delle furie danzanti (Hobby & Work Publishing, 2009), e La morte si muove nel buio (Mondadori, 2013). Ha inoltre al suo attivo numerosi saggi storici, insegna scrittura creativa ed è fondatore, assieme ad altri sette autori romani di mistery, del gruppo “Delitto Capitale”. Nel 2016 il romanzo Notturno bizantino ha vinto il premio Acqui per il miglior romanzo storico dell’anno.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Paola Turco dell’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come leoni di Brian Panowich (NNEditore 2018) a cura di Fabio Orrico

12 marzo 2018
Come leoni

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Brian Panowich continua a raccontarci le gesta di Clayton Burroughs, sceriffo della contea di McFalls County nella Georgia del nord, già conosciuto nel (giustamente) fortunato Bull Mountain. Come personaggio seriale Burroughs è decisamente poco convenzionale. Certamente non un cavaliere dall’armatura immacolata, ma nemmeno l’antieroe di tanta narrativa hard boiled con una moralità ferrea a rosicchiare il cinismo di facciata, piuttosto un uomo che fa il possibile per scrollarsi di dosso i demoni che lo perseguitano. Burroughs proviene da un clan criminale, sorta di famiglia Barker dei nostri giorni, stanziato sulla montagna che dava il titolo al precedente libro. I rapporti con questa problematica famiglia, risolti nel modo più tragico che si possa immaginare, erano alla base della sua prima avventura. Come leoni inizia esattamente dove finiva Bull Mountain e ci mostra un Burroughs provato nel fisico e nel morale, assediato dai sensi di colpa, in crisi con la moglie dalla quale ha da poco avuto un figlio. L’orizzonte umano che circonda Burroughs è puro white trash, un sottoproletariato naturalmente incline a cercare fuori dalla legge le proprie occasioni di sopravvivenza, per molti versi consonante ai personaggi che popolano un altro bellissimo libro da poco approdato nelle nostre librerie, Nelle terre di nessuno di Chris Offutt. La differenza con quest’ultimo autore la fa la fedeltà di Panowich a un genere codificato come il noir. L’impressione però è che lo scrittore americano, più che ai classici letterari del genere, guardi a certa serialità televisiva, almeno per quanto riguarda il ramificarsi labirintico della trama che si muove di pari passo con lo sviluppo e il rivelarsi di personaggi che, fino all’ultima pagina, sanno riservare sorprese. A rafforzare quest’impressione ci sono poi le connessioni tra Come leoni e Bull Mountain, quasi come se i libri fossero da intendere alla stregua di due stagioni della stessa serie (ed è facile nonché auspicabile supporre che ce ne sarà una terza). Ovviamente questa non è di per sé una considerazione negativa ma solo la constatazione di quanto sia diventato pervasivo il paradigma della serialità anche nella letteratura.
Come leoni, in ogni caso, funziona benissimo anche se preso singolarmente. Il milieu raccontato, esattamente come in Offutt (o, perché no, come nel bellissimo documentario Louisiana di Roberto Minervini), trasmette l’impressione di una terra senza tempo, un presente fermo al secolo precedente; uno scenario in cui tecnologia e progresso scientifico non scalfiscono valori che non è difficile intendere come distorti. Questa è anche la carta vincente di un personaggio come Clayton Burroughs, un uomo di legge intimamente persuaso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità ma allo stesso tempo riluttante dall’emanciparsi da una logica criminale così radicata da influenzare anche valori burocratici e normativi. Per un uomo come Burroughs, sembra dirci Panowich, il retaggio sarà sempre più importante del distintivo. Un po’ come nel miglior western, sia esso cinematografico o letterario, anche in Panowich abbiamo la messa in scena di storie degne dell’antico testamento: stessa intransigenza e stesso impianto valoriale.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo
romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Q502 – 300 anni dopo il grande esodo di Sylvie Freddi (Stampa Alternativa 2018) a cura di Fabio Orrico

5 marzo 2018
Q502

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Tra i grandi generi popolari, la fantascienza è quello più di tutti capace di forzare i suoi confini per ibridarsi con altre forme e immaginari. Forse per questo, nel corso degli anni, ha tentato scrittori colti e inclini alla metafora come Orwell o Vonnegut, ma anche i nostri Calvino e Luce d’Eramo, quest’ultima autrice di quello spiazzante gioiello che è Partiranno. D’altra parte è proprio nelle pieghe della letteratura weird e tra gli scrittori più fieramente di genere, si pensi a gente come Heinlein e Sheckley, che troviamo formidabili intuizioni, così incisive e pregnanti da offrire, anche oggi, nutrimento a tantissima letteratura (ma anche a cinema e televisione). Tutto questo per dire che la fantascienza difficilmente esaurirà il suo capitale di innovazione, anche in un paese come il nostro in cui, nonostante tutto, il genere (qualunque genere), viene sempre guardato con una certa sufficienza.
Q502 di Sylvie Freddi è un noir calato in un decor fantascientifico in modo profondo e (in)credibile. Per come la vedo io a distinguere la fantascienza autentica dalla più corriva Space opera è la riflessione su un’idea di futuro che, necessariamente, si pone al centro della trama. Sylvie Freddi fa esattamente questo. Q502 mette in scena una società futura, una sorta di medioevo tecnocratico in cui tutto ciò che, a livello tecnologico, potrebbe migliorare la vita dell’uomo viene invece impiegato per innalzare confini e riaffermare antichi pregiudizi. Ecco quindi una nuova forma di collettività che, dopo la fuga dal pianeta terra (300 anni dopo il grande esodo, annuncia il sottotitolo del libro) reinstallatasi su Marte sembra voler confermare le più fosche distopie partorite dall’immaginazione umana.
Dylan, il protagonista della storia, è un detective incaricato di ritrovare Q502, una ragazza molto speciale che costituisce un vero e proprio legame, estremamente concreto, con il Mondo Originario cioè la Terra. Tutto il romanzo è percorso da questo anelito struggente verso il proprio pianeta, ormai perduto e rievocato ostinatamente. Il tema della memoria è d’altra parte centrale per Freddi che organizza gran parte della sua narrazione proprio attorno ad essa, alla possibilità di rubarla, contraffarla, risemantizzarla. In Q502 c’è questa grande intuizione, in fondo elementare ma anche esattissima, di identificare l’essere umano con il suo portato di ricordi e proprio da qui parte la guerra quotidiana in cui sono immersi i protagonisti del romanzo. Un romanzo che non esaurisce i motivi del suo fascino nel cotè distopico perché Q502 è un racconto decisamente mosso, adrenalinico, modernamente spezzato ed ellittico. Una storia cupa ma lucidissima capace di stendere le ombre del nostro presente sul peggior mondo immaginabile e abbastanza coraggiosa da indicare una possibile soluzione: stare dalla parte degli ultimi, sempre.

Sylvie Freddi, romana d’origine e torinese d’adozione, ha pubblicato il suo primo lavoro Caffè Paszkwosky nel 2016 per Stampa Alternativa, una intensa raccolta di venti racconti noir. Del 2018 è il romanzo di fantascienza Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo, edito ancora una volta da Stampa Alternativa, nella collana Eretica.

Source: copia inviata dall’editore al recensore. Ringraziamo Frank dell’ Ufficio stampa Il Tacquino.

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:: Danze di guerra di Sherman Alexie (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

6 febbraio 2018
Danze di guerra

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Il benemerito NN editore pubblica Danze di guerra di Sherman Alexie, scrittore nativo americano poco presente nelle nostre contrade (ricordo il bellissimo Reservation Blues, uscito, se non sbaglio, con Frassinelli negli anni ’90 e poco altro). Speriamo abbia successo, così da poter leggere ancora questo scrittore coraggioso e irregolare. La struttura stessa di Danze di guerra si pone all’insegna della libertà stilistica e tematica. Non semplicemente un libro di racconti, ma un testo zibaldonesco e stratificato. Racconti che si alternano a poesie e a brevi prose, organizzate secondo uno schema personalissimo. E se la poesia di Alexie ha la sua cifra nella tentazione narrativa, possiamo dire che la sua prosa sconfina non di rado nell’astrazione della struttura poematica. I racconti di questo libro infatti partono raccontando una situazione, ci fanno credere che questa situazione sia il fulcro della trama ma poi scartano imprevedibilmente, sconvolgendo lo schema di base. Il bello è che, arrivati alla fine della lettura, non possiamo non trovare perfettamente necessario quello che abbiamo letto, in quella forma e con quelle parole.
Sale, lo splendido racconto che chiude la raccolta, descrive l’incontro tra un giovanissimo giornalista e una signora anziana, impegnata a scrivere il necrologio del marito scomparso. Sullo sfondo, il fantasma di Lois Andrews, giornalista addetta ai necrologi e mentore del giovane protagonista, morta prematuramente. Un racconto che, in quindici pagine, crea un perfetto flusso di compassione, disperazione e umorismo. Perché se Alexie è interessato, per non dire ossessionato dalla morte e dalla finitezza della nostra condizione esistenziale, tutto ciò non gli impedisce di rivestire di ironia le sue storie. E non è mai un’ironia facile, distante, si tratta piuttosto di un’adesione amorevole ai suoi personaggi che non esclude la possibilità di prendersi in giro. Persino la sua provenienza etnica che naturalmente riverbera tragedie e sopraffazioni, viene raccontata in una luce di umorismo partecipe e affettuoso.
Altro tema cardine del libro è il rapporto padre-figlio che, in modo più o meno diretto, informa tutti i testi. Il padre, spesso declinato nella figura di antenati spesso solamente astratti, rappresenta la tradizione, vista di volta in volta come fardello ingombrante o superstizione di cui sorridere. Nel racconto eponimo l’addio al padre del protagonista passa proprio attraverso i più riconoscibili miti indiani, fatti cozzare con tutto il cinismo dei tempi moderni e con resa decisamente esilarante.
La poesia di Alexie, come dicevamo, è una poesia che racconta, predilige il verso lungo, whitmaniano, ma ricorre anche a scorciatoie tipografiche per, letteralmente, disegnarsi, sulla pagina.
Una delle ragioni che rende così affascinante Danze di guerra è la sua disposizione alla contaminazione. Di generi, di forme, di stili. Un libro trasversale che fa saltare ogni recinzione. Da questo punto di vista e con una fin troppo facile metafora, possiamo dire che Alexie, da scrittore, si pone fuori dalla “riserva” dei generi, condannandovi molti suoi colleghi. Traduzione Laura Gazzarrini.

Sherman Alexie vive a Seattle ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra, NNE pubblicherà anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Felici diluvi di Graziano Gala (Musicaos Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

29 gennaio 2018
Felici-diluvi

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Il racconto è l’inspiegabile, almeno per me, Cenerentola della letteratura italiana. Cosa spinge i lettori deboli medi forti a spararsi tomi di seicento pagine e a rifiutare un racconto di dieci cartelle? Va be’, domande oziose, resta il fatto che i libri di racconti vengono condannati a una vita marginale rispetto a quella del romanzo. Poi c’è il fatto che negli ultimi anni (ormai forse negli ultimi decenni) la parola racconto diventa immediatamente sinonimo di un certo modo di intendere e costruire questo genere letterario. Da appassionato confesso che io stesso sovrappongo all’idea di racconto la short story di marca statunitense, da Cheever fino a Carver, quindi una trama di situazione più che di intreccio, una struttura narrativamente libera e la scelta di lavorare sulle ellissi della storia più ancora che che sugli snodi. Pigrizia mia e nient’altro.
Graziano Gala punta in direzione quasi opposta e comunque personalissima. Giovanissimo esordiente, Gala pubblica per Musicaos la raccolta Felici diluvi. Si tratta di quattordici brevi storie, scritte con una lingua disarticolata e carnale, creativa e felice. Non saprei se Gala si sente parte di una tradizione propriamente italiana ma mi sembra che il nucleo della sua ispirazione adombri un respiro buzzatiano. Le sue storie virano volentieri verso il surreale ma mai in modo effettistico e forzato. Il testo di apertura ad esempio, L’applauso, non mostra nulla di realmente impossibile ma siamo dalle parti di una leggera seppur significativa distorsione della realtà e il pianoforte fra i rifiuti che domina il racconto ci fa un po’ l’effetto della canoa sull’albero che compare in Aguirre furore di Dio di Herzog. Realtà aumentata dall’assurdo o perlomeno dall’improbabile. A corredo di questo c’è il mondo di Gala, un mondo abitato da uomini dotati di nomi “parlanti”, spesso e volentieri residenti in paesini, leggendo dei quali corriamo il rischio di rievocare Gianni Celati. Ma la nota dominante della narrativa dello scrittore emiliano è la tenerezza, in Gala regna invece un sentimento oscuro e meno definibile, come un leggero allarme. Complanari, per chi scrive il racconto più bello, potrebbe quasi apparire come una satira di Ballard ma anche quest’ultimo riferimento riguarda più un’idiosincrasia dello scrivente, dal momento che Gala è soprattutto se stesso, consapevole demiurgo del suo mondo provinciale e allegramente disperato. Se ho usato, forse con una certa leggerezza, il termine surreale è anche perché Gala non si fa nessun problema a dare voce agli oggetti e lo fa con tale franchezza da sussumerli nella sua provincia meccanica, come fosse la cosa più naturale del mondo. Io non so se Gala ha in cantiere un romanzo, ma con questo suo primo libro ha dimostrato di sapere abitare perfettamente la forma racconto, trattandola con la giusta dose di anarchia e disinvoltura.

Graziano Gala nasce a Tricase il 19 settembre 1990. Vive a Milano, dove insegna Lettere in un Liceo delle scienze umane. Nel 2012 vince il premio “Lo scrivo io”, indetto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” nella sezione poesia. Il suo racconto “Variabili impazzite”, viene inserito nella collana “Chi semina racconti 2”, curato dall’associazione “Tha Piaza Don Chisciotte”. Nel 2013 vince il premio speciale della giuria nel “Premio internazionale di cultura” indetto dall’AEDE (Association Européenne des Enseignants). Due suoi racconti vengono selezionati nel bando “Bollenti spiriti”, indetto dalla Regione Puglia, dando origine al volume collettaneo “Parole battute”. Si qualifica terzo al “Premio Nazionale Bukowski” di Viareggio. Nel 2016 il suo racconto “Sabotare il silenzio”, viene pubblicato in un’antologia edita da “Testi&Testi” e vince il premio “Carlo Cultrera”. Nello stesso anno un suo racconto viene selezionato dall’associazione “Onalim” e letto durante la Piano City Milano 2016 e nella scuola di scrittura “Belleville”.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Senza senso, senza pietà: appunti su Chester Himes a cura di Fabio Orrico

5 dicembre 2017

Chester Himes“L’unico modo nel quale l’uomo americano di colore potrà mai essere parte dello stile di vita americana passa attraverso la violenza. Questo è tragico, ma vero.”

Così Chester Himes (Jefferson City, 29 luglio 1909 – Moraira, 12 novembre 1984), laconico e arrabbiato, uno dei grandi narratori noir del Novecento. Eppure per pochi scrittori come per Himes il recinto fornito dal genere può risultare fuorviante. Non che ci prendesse chi, agli esordi, lo apparentava frettolosamente e banalmente a grandi scrittori neri di protesta come Richard Wright o James Baldwin.
Il fatto è che Himes, all’interno della narrativa di genere così come della narrativa tout court fa storia a sé. Poco apprezzato in patria dove i suoi libri circolano pochissimo, anche nel nostro paese non è facile procurarsi i suoi romanzi, nonostante il recente interessamento di Marcos y Marcos e Giano. La sua biografia è tragica e bizzarra come quella dei suoi personaggi: incarcerato per rapina a mano armata tra il 1928 e il 1936, viene folgorato sulla via di Damasco dai racconti di Dashiell Hammett e gli viene spontaneo scriverne di propri muovendosi lungo la stessa strada di brutale realismo perché basta “(…) semplicemente raccontare la realtà così com’è”.
A dire il vero Himes non si è mai limitato a una resa più o meno naturalistica della realtà. Non lo ha fatto nemmeno nel suo romanzo più inquadrabile in una logica di impegno civile come Fine di un primitivo (The primitive, 1955), storia d’amore oscura e tragica tra uno scrittore nero e una donna bianca, anche questo incline a leggere il mondo attraverso un filtro caleidoscopico e apocalittico. Tale infatti è la direzione presa fin da subito dalla lingua di Himes: un meccanismo fortemente espressionista, concentrato sulla deformazione del reale attraverso il particolare macabro e ripugnante.
I suoi romanzi polizieschi sono però il veicolo più adatto a comprendere le sue chiavi stilistiche. Il primo particolare che salta agli occhi, e forse particolare non è il termine più appropriato, è la volontà di sabotare la propria materia dall’interno. Se anche i grandi innovatori come Hammett e Chandler lasciavano la detection sullo sfondo per concentrarsi sui personaggi e l’affresco sociale, Himes compie un ulteriore passo avanti e in questo senso, anche in futuro, anche ai giorni nostri, pochissimi mostreranno la capacità o anche solo la volontà di seguirlo.
Le indagini nei noir di Himes infatti sono sempre episodiche e trasandate e il mistero da risolvere quasi mai occupa il centro della trama. Tutto è affogato all’interno del suo linguaggio carnale e prismatico, nelle descrizioni visionarie di una Harlem, esclusivo teatro delle sue storie, descritta come un girone infernale. E se l’ambientazione è fissa ecco allora gli eroi seriali dell’autore afroamericano: Grave Digger Jones e Coffin Ed Johnson (nomi “parlanti” che nella nostra lingua suonano più o meno come Becchino Jones e Ed cassa da morto), due sbirri, per usare le parole dello scrittore, “neri come il carbone”, brutti, sporchi e cattivi, non particolarmente dotati da nessun punto di vista che non sia la volontà di applicare la violenza bruta e concludere la giornata portando a casa la pelle.
È proprio raccontando il rapporto dei suoi due eroi con la comunità nera che Himes esprime la sua visione del mondo cupa e senza speranza: un mondo in cui tutti tradiscono tutti, in cui l’afflato ideologico raramente è sincero e in ogni caso finisce continuamente frustrato dal denaro e dalle passioni insane che agitano la sua umanità. L’uomo bianco è naturalmente un nemico e un pericolo.
In Corri uomo corri (Run man run, 1959), unico noir senza Grave Digger e Coffin Ed, Himes ci racconta la storia di un ragazzo di colore testimone dell’omicidio commesso da un poliziotto bianco e razzista. Un libro di glaciale pessimismo dove il nostro eroe, oltre al doversi guardare dal poliziotto assassino, dovrà anche constatare la diffidenza e la scarsa solidarietà della sua comunità di appartenenza. Probabilmente Corri uomo corri è anche il libro himesiano meno aperto alla divagazione.
Espatriato piuttosto presto, Himes troverà un suo personalissimo buen retiro a Parigi (e non sorprende, visto l’amore che di lì a poco tributeranno alla narrativa pulp tanti intellettuali e cineasti francesi, Truffaut e Godard in testa) e proprio relativamente al suo stile digressivo e alla sua incapacità di costruire un intreccio coerente si pronuncerà il suo ammiratore ed editore Marcel Duhamel, direttore della mitica collana Serie noire:

Trovati un’idea. Poi attacca con l’azione: qualcuno che fa qualcosa, che so, un uomo allunga una mano e apre una porta, la luce gli batte negli occhi, l’uomo si volta, guarda su e giù nel corridoio… Azione, sempre azione, in dettaglio. Immagini. Come al cinema. Scene sempre visibili. Niente flussi di coscienza. Non ce ne frega un cazzo di chi pensa cosa, ma soltanto le loro azioni. Sempre azioni. Sbattitene se la cosa non ha senso. Questo si vedrà alla fine. Dammi 220 pagine dattiloscritte.”

Insomma un versione più logorroica e colorita dell’aureo motto fitzgeraldiano “Il personaggio è azione”.
E forse il frutto più compiuto di questa inclinazione è Cieco con la pistola (Blind man with a pistol, 1969), libro assurdo e terribile su un’indagine destinata a restare incompiuta, nell’abituale scenario di Harlem, incredibilmente somigliante alle trincee di Celine. Poliziotti, criminali, prostitute, truffatori, psicopatici, uomini di chiesa poligami con famiglie tumulate in luride cantine e una squadra di figli che mangia direttamente da un trogolo.
Tutti contro tutti in un mondo in cui non sembra esserci possibilità di progresso e consapevolezza. Nessuno scrittore si è mai spinto tanto in là, e specie all’interno della narrativa popolare, in una rappresentazione dell’America come inferno e carnevale di morte, il tutto condito da dosi massicce di black humor. E forse non c’è da stupirsi della scarsa considerazione che ha sempre accompagnato il lavoro di Chester Himes.