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:: Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà 2019) a cura di Fabio Orrico

18 aprile 2019

Il buio a luci acceseIl buio a luci accese è il libro d’esordio dell’irlandese David Hayden. Ora, grazie all’editore Safarà al quale dobbiamo proposte e recuperi non meno eccentrici (dal classico contemporaneo Alasdair Gray all’americana Helen Phillips), il libro è disponibile anche per noi lettori dello stivale.
Il buio a luci accese è composto da venti racconti per i quali è forse banale ma comunque appropriato spendere la definizione di surreali. La surrealtà di Hayden però non passa attraverso il linguaggio che è preciso fino a sembrare meticoloso, trasparente e intensamente comunicativo. Le descrizioni di Hayden, che si tratti di un paesaggio o di una casa, si conformano a un dettato rigoroso, secondo il quale una parola di troppo spezzerebbe l’eleganza dell’insieme. Ma, naturalmente, quello che succede, il plot se così vogliamo chiamarlo, ammesso che in un libro come questo abbia senso rifarsi al concetto di plot per come viene comunemente inteso, si muove in tutt’altra direzione. A cominciare dal quasi buzzatiano racconto di apertura Sortita che narra gli ultimi istanti di vita di un suicida o meglio ancora di qualcuno che si è gettato da un palazzo perché in effetti, fedele al rigore di cui si diceva, Hayden non perde tempo a spiegare i motivi del gesto. Nel tempo contratto di una caduta si dispiega la possibilità di una vita intera con tanto di decisioni prese troppo in fretta, indecisioni, incertezze e brutte figure. Il mistero è una delle voci, forse la più cospicua, cui rimandano questi testi. Non per forza di cose sappiamo immediatamente chi parla, chi agisce, le sue motivazioni o semplicemente il suo genere sessuale, le informazioni vengono abilmente dosate dall’autore forse anche con una punta di sadismo. La fabula prende forma senza fretta (per quanto la foliazione dei singoli racconti raramente superi le quindici pagine) e ci pone quasi subito in situazioni da incubo, trattate col massimo grado di disinvoltura. Prendiamo ad esempio il bellissimo I resti del mondo che fu, dal taglio postapocalittico, storia che letteralmente si svolge dentro la testa di un uomo. Hayden ha ben chiaro quanto siano sterminate le possibilità della letteratura, il suo grado estremo e incontrollato di sperimentazione e ne approfitta da par suo. O ancora Una mela in biblioteca dove la betise della condizione umana è ritratta con tale impietosa lungimiranza da arrivare all’equivalenza tra uomini e oggetti.
Naturalmente, seppure originalissimo, il talento di Hayden non nasce solitario. In effetti l’ombra del grande conterraneo Samuel Beckett sembra stendersi su più di una pagina e in particolare l’apertura di Dick non può non richiamare alla memoria il Beckett di Giorni felici. Ma è un modello, quello beckettiano e del teatro dell’assurdo, perfettamente metabolizzato e che quindi non viene gestito secondo una logica citazionista ma restituito al lettore con naturalezza, con lo spirito di un classico senza tempo.
Dopo questa raccolta d’esordio pare che Hayden stia lavorando a un romanzo e questo incuriosisce non poco perché la natura del suo talento, fulminante e concentratissimo, sembra sposarsi perfettamente con la forma breve, dalla quale è in grado di cogliere i massimi vantaggi. Lo straniamento e la quotidianità, se fatte cozzare funzionano magnificamente in una decina di pagine, ma è anche vero che la consapevolezza dei suoi mezzi è tale che Hayden saprà sicuramente adattare le sue idiosincrasie a una narrazione più ampia. E noi non vediamo l’ora di scoprire come farà.

David Hayden è nato a Dublino e ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia. Autore di racconti, ora vive in Norvegia e nel Regno Unito, dove sta attualmente lavorando a un romanzo.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Serena dell’Ufficio Stampa Safarà.

:: Non c’è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro (Marsilio 2019) a cura di Fabio Orrico

5 aprile 2019
Romolo Bugaro

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L’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, Non c’è stata nessuna battaglia, è forse una delle sue opere più coraggiosamente sperimentali. Giunto a quattro anni da Effetto domino, libro che riusciva con straordinario acume a catturare il nostro presente, quest’ultimo romanzo ne riprende in modo ancora più radicale la struttura corale, ampliando però lo spettro temporale.
Non c’è stata nessuna battaglia (titolo in larga parte ironico) racconta la storia di un gruppo di amici, dagli anni 70 ad oggi e lo fa attraverso uno struttura prismatica e polifonica capace di restituirci lo scorrere del tempo. Si parte da un episodio drammatico e apparentemente marginale (dal punto di vista del plot) nella vita di Nick the best one (i soprannomi icastici sono una caratteristica dei personaggi) per poi mescolare liberamente i segmenti temporali che hanno, come perno, una giornata estiva del 1976. Quel giorno accavalla momenti e avvenimenti che finiranno per coinvolgere tutti i protagonisti della vicenda e che, subliminalmente, sembrano riverberarsi anche nel loro futuro. È infatti in quella giornata che nascono amori e si rinsaldano amicizie, che scoppiano risse o che semplicemente ci si dedica al cazzeggio. Sono gli anni dell’impegno politico, in cui la città è spazzata da manifestazioni e cortei e Bugaro dà conto di questo nella sua giornata- simbolo. Al solito lo scrittore veneto è bravissimo nel restituire l’air du temp.
Al centro della scena c’è Padova, luogo che ha dato i natali a Bugaro, città palcoscenico e microcosmo tutto italiano in cui è possibile leggere in filigrana il collasso di una nazione e di un’idea di stato. Gli stessi ragazzi sfaccendati e goliardici li ritroveremo tragicamente adulti. A volte, ed è il caso della Canova, personaggio femminile centrale nello sviluppo degli avvenimenti, accanto a persone che scontano in prima persona le conseguenze della propria hybris (nel caso specifico, un marito processato per corruzione). La carriera politica è una delle strade naturalmente intrapresa da più di un personaggio e a Bugaro riesce particolarmente bene descrivere il mondo della politica cittadina, degli assessori e dei consiglieri, l’attività di piccolo cabotaggio e i maneggi per avere la propria fetta di potere. Padova, il veneto, il ricco nord est sono come sempre motore dell’ispirazione di Bugaro, territorio realmente privilegiato per restituire la temperatura morale di un paese che, attraverso l’accumulo del denaro, cerca di capitalizzare la promessa di un possibile benessere.
Lo scrittore padovano alterna registri diversi, attento a preservare la caratteristica oralità di ciascun personaggio, di volta in volta chiamato a prendere la parola e le fila del racconto e chiude con lo strumento più risolutivo e privato. Le mail di qualcuno che se ne è andato per poi tornare, misurando la propria distanza, anche e soprattutto geografica, sul tempo ormai irrimediabilmente trascorso.

Romolo Bugaro (1962, Padova) ha pubblicato La buona e brava gente della nazione (Baldini e Castoldi 1998, finalista al premio Campiello, di prossima ripubblicazione presso Marsilio), Il venditore di libri usati di fantascienza (Rizzoli 2000), Dalla parte del fuoco (Rizzoli 2003), Il labirinto delle passioni perdute (Rizzoli 2006, finalista al premio Campiello) ed Effetto domino (Einaudi 2015). Per Marsilio, insieme a Marco Franzoso ha pubblicato anche I nuovi sentimenti (2006) e Ragazze del Nordest (2010).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano (Laurana editore 2019) a cura di Fabio Orrico

2 aprile 2019
La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano

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Fausto Vitaliano è uno scrittore versatile e curioso, oltre ai romanzi già pubblicati lo dimostrano le sue collaborazioni con Walt Disney Italia e Sergio Bonelli Editore in qualità di sceneggiatore, nonché la militanza nella critica musicale. Questo background composito e disinvolto ha sicuramente contribuito all’eccezionale riuscita del suo La grammatica della corsa (il titolo si riferisce all’hobby del protagonista), romanzo solido e appassionante, costruito con certosina precisione ma allo stesso tempo lontanissimo dalle ricette da scuola di scrittura a base di caratterizzazioni esasperate e colpi di scena dosati col bilancino.
Al centro de La grammatica della corsa c’è Martti Corvara, nobile decaduto che torna, dopo un’assenza ventennale, al paesino che gli ha dato i natali, l’immaginario Pressi del Lago. Il ritorno dell’eroe alla sua terra, nella quale si ritrova inevitabilmente straniero, è di per sé un archetipo fondante di tanta letteratura e, declinato secondo la maniera di Vitaliano, assume quasi sfumature western. Dall’Odissea di Omero al Pistolero di Don Siegel, insomma.
Martti deve fare i conti con gli amici di un tempo, tre personaggi centrali nella trama e nell’economia del libro, ma soprattutto deve risolvere il mistero che aleggia intorno alla figura paterna, il conte Corvara, personaggio bigger than life, suicida per debiti di gioco che, prima di lanciarsi nel vuoto, ha lasciato al figlio un sibillino messaggio, riguardante qualcosa di importante che doveva dirgli. Martti vive praticamente l’intera esistenza nella convinzione che quello del padre sia un suicidio simulato. A complicare le cose c’è il delitto della giovane e bella Serena, figlia dell’amico d’infanzia Uliano. La struttura è quella del giallo che Vitaliano amministra con grande abilità. Ma la suspense, che pure c’è e costringe a voltare una pagina dopo l’altra, è secondaria rispetto alle traiettorie emotive ed esistenziali dei protagonisti. L’incontro con i vecchi amici di un tempo, ormai notabili del luogo, oltremodo corrotti dai compromessi fatti per la gestione del potere, ha il sapore di una vera e propria catastrofe generazionale. La rappresentazione della classe dirigente è agghiacciante ma nemmeno il proletariato (è bene usare questi termini perché La grammatica della corsa è un libro che nemmeno per un secondo dimentica quanto le differenze di classe siano una presenza immanente e determinante nell’Italia contemporanea) ci fa una bella figura. I giacimenti di gas presenti nella zona, motore di una nuova ripresa economica e, si spera, di un futuro benessere, spingono tutti, i poveri come i ricchi, a insabbiare le indagini che potrebbero restituire giustizia a Serena e alla sua famiglia. È un quadro desolante e squallido, filtrato dallo sguardo di Martti, non un eroe ma solo un testimone smagato, forse leggermente più consapevole dei suoi amici del mutamento industriale e antropologico che, inevitabilmente, trascinerà con sé il mondo come lo si conosceva. Le ultime dieci pagine del romanzo sono insieme uno straordinario pezzo di bravura e una chiusa durissima per questa storia di amicizie tradite e territori violati. Una storia di delitti veri o presunti, di camaleontismo e sospetto al termine della quale c’è, coerentemente, l’apocalisse.

Fausto Vitaliano (Olivadi, Catanzaro, 1962) è uno degli sceneggiatori di punta di Disney Italia e in particolare del settimanale Topolino edito da Panini Comics. Ha tradotto romanzi per Rizzoli e Feltrinelli e curato alcuni volumi antologici, tra cui quello di Beppe Grillo. Ha pubblicato due saggi per ragazzi, La Repubblica a piccoli passi e La musica a piccoli passi, per Giunti, e ha scritto insieme a Michele Serra il monologo teatrale Tutti i santi giorni, prodotto dal Teatro Filodrammatici di Milano. Per Laurana ha pubblicato: Era solo una promessa, Sex Pistols, la più sincera delle truffe e Lorenzo Segreto.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Valeria Conigliaro dell’Ufficio stampa.

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:: In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo di Roland Schimmelpfennig (Fazi, 2019) a cura di Fabio Orrico

5 febbraio 2019
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Roland Schimmelpfennig è un drammaturgo tedesco tradotto in oltre quaranta paesi. Chi scrive non aveva mai sentito parlare di lui e ora che è disponibile il suo primo romanzo il desiderio di conoscere altre opere di questo autore è molto alto.
L’esordio nel romanzo di Schimmelpfennig ha un titolo che coincide con le prime righe del libro e cioè In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo. Titolo dagli echi fiabeschi per una storia che della fiaba ha la sensibilità e il respiro e quindi fin troppo facile da riconnettere ai fratelli Grimm, non solo semplici scrittori ma, proprio in virtù del loro lavoro di trascrizione delle fiabe della tradizione, fondatori di un senso e di un sentimento profondamente germanico. Anche il libro di Schimmelpfennig lavora sul concetto di identità nazionale, raccontando una Germania, e in particolare una Berlino, dove la riunificazione sembra essersi compiuta nel segno della gentrificazione. Insomma, laddove non è arrivata la crisi del comunismo, è arrivata la speculazione edilizia.
In un chiaro, gelido mattino prende le mosse da un incidente stradale e da un ingorgo in autostrada, a ottanta kilometri dalla capitale tedesca e, soprattutto, dall’avvistamento di un lupo che, insieme ai protagonisti della vicenda, raggiunge Berlino. Il lupo, rappresentante di una sorta di wilderness dimenticata, viene più volte intercettato dalla popolazione. Di lui si fantastica, la sua foto finisce persino sul giornale. Attorno a lui ecco che prende vita la ballata dei protagonisti della vicenda. Due minorenni che scappano di casa e i genitori che si mettono sulle loro tracce; una coppia di immigrati polacchi colti nel progressivo disgregarsi della loro storia, un ragazzo che si compra un fucile, intenzionato a usarlo per uccidere il lupo e guadagnarsi un suo personale trofeo; una giornalista di origini turche, a sua volta sulle tracce dell’animale. Un’umanità incerta e dolente le cui traiettorie finiranno per convergere nel bar di un cileno dal passato oscuro, sicuramente speso lontano da un lavoro onesto. La Berlino raccontata da Schimmelpfennig è anestetizzata da una neve che sembra non dover mai smettere di cadere, attraversata da uomini e donne consci della propria solitudine e soprattutto dell’impossibilità di emanciparsene nonostante gli sforzi fatti. Il panorama è quello di zone industriali, casermoni abbandonati e tra loro sinistramente somiglianti. Non incontriamo niente di esistenzialmente solido ma abbiamo a che fare con molta precarietà, molta incertezza in questo romanzo il cui andamento cupo permette comunque a larghe zone di luce di farsi strada. Schimmelpfennig lascia tutte le linee narrative aperte secondo una lezione che, se nelle sue propaggini più estreme sembra battere la bandiera a stelle e strisce, trova comunque le sue radici nella mitteleuropa di Stifter prima e di Walser poi, con le loro pagine tenui e trasognate e allo stesso tempo sottilmente angosciose. Alla fine sarà il lupo, vero e proprio Santo Graal della storia, a congedarci da questa danza macabra, comparendo e scomparendo dietro un treno merci probabilmente, animale fiabesco per eccellenza, per andare ad abitare altre storie.

Roland Schimmelpfennig è nato nel 1967 a Gottingen, ed è uno dei più noti e premiati drammaturghi tedeschi contemporanei. Dopo un periodo come giornalista a Istanbul, ha frequentato un corso di regia e ha successivamente collaborato alla direzione artistica del Munchner Kammerspiele. I suoi lavori sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. Questo è il suo romanzo d’esordio, finalista al Leipziger Preis.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: Arma infero 1: Il maestro di forgia di Fabio Carta (Inspired Digital Publishing, 2015) a cura di Fabio Orrico

29 dicembre 2018

Arma inferoL’interessante libro di Fabio Carta ha forse il solo torto di chiudere con un finale decisamente aperto ma è un torto molto relativo, nel senso che appare tale solo a chi non ha dimestichezza con le saghe fantasy, quasi sempre declinate in trilogie se non in serie di volumi ancora più corposi (chi scrive, ahimé, appartiene alla categoria). A parte questo, ci troviamo di fronte a un perfetto meccanismo narrativo e spettacolare, ponderoso nella sostanza e austero nella forma.
Arma infero 1: Il maestro di forgia è il primo di tre volumi. Gli altri due si intitolano I cieli di Muareb e Il risveglio del Pagan. La polarità entro cui si muove il libro di Carta è data da un lato dalla fantascienza e dall’altra dall’heroic fantasy. Generi che non di rado si dimostrano complementari anche se forse non è così automatico che avvenga. Forse solo Ursula Le Guin e, in parte il Frank Herbert di Dune, si sono mossi con successo su questa strada e non è un caso che Fabio Carta indichi Herbert tra i suoi maestri riconosciuti.
La vicenda si svolge su Muareb, pianeta anticamente colonizzato dall’uomo e ora in rovina (come, d’altra parte, molte cose toccate dalle magnifiche sorti e progressive degli esseri umani). La storia è narrata in prima persona dall’anziano Karan che, in un panorama di macerie, rivive la sua giovinezza accanto al guerriero Lakon, la cui formazione umana e militare lo porterà, occupando il filone narrativo principale, a diventare maestro di forgia, cioè tecnocrate e guerriero. Un procedimento retorico che ricorda Conan il barbaro di John Milius, film che pur essendo tratto da uno dei padri nobili (ma anche tra i più scapestrati e originali) del fantasy e cioè Robert E. Howard, si riconnetteva con questo espediente retorico a Joseph Conrad e alle sue narrazioni coloniali. In fondo anche quello di Fabio Carta è un viaggio nel cuore di tenebra di una civiltà. Nel descrivere Muareb, i suoi eserciti e le sue guerre, la sua tecnologia insieme rudimentale e sosfisticatissima, spesso basata sulla fusione di umano e meccanico, è in fondo sempre del conflitto dell’uomo contro l’uomo che si parla. Posizione di accorato umanesimo che però non chiude gli occhi di fronte ai soprusi e alle brutture.
Arma infero 1: Il maestro di forgia è un libro torrenziale e stratificato dove l’azione e l’avventura non mancano. Ad appesantirlo, a tratti, c’è forse la necessità di descrivere compiutamente il mondo che Carta va via via tessendo sotto i nostri occhi. Mi chiedo se la stessa vividezza sarebbe stata possibile chiedendo un atto di fede al lettore relativamente alla possibilità di immaginare la realtà raccontata e lavorando in modo più spregiudicato sull’ellisse. In ogni caso, i pezzi di bravura disseminati nelle oltre seicento pagine, non sono pochi e la voce di Karan, mediata dal tempo perduto, è capace di far risuonare un epos oscuro e coinvolgente, carico di una disperazione saggia ma mai arresa.

:: Johnny degli angeli di Athos Bigongiali (MdS Editore, 2018) a cura di Fabio Orrico

6 dicembre 2018

Copertina_Johnny_degli_AngeliJohnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.

Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018
Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

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:: Storia di due donne e uno specchio, Edoardo Zambelli (Laurana 2018) a cura di Fabio Orrico

5 ottobre 2018

Storia di due donne e uno specchioIl secondo romanzo di Edoardo Zambelli (l’autore ha al suo attivo L’antagonista, uscito un paio d’anni fa sempre per Laurana) ha un titolo, Storia di due donne e uno specchio, che, se vogliamo, pone la sua storia nel segno dell’evidenza, anche se poi tutto all’interno di questo libro si rivela duplice e aperto alle più diverse interpretazioni. D’altra parte lo specchio è uno strumento che raddoppia la nostra immagine, nonché quella degli oggetti che ci stanno intorno. Le due donne evocate dal titolo, Alessandra e Marta, vengono inquadrate in un momento decisivo della loro esistenza e la loro vicenda spezzata in due tempi che sono anche le parti di cui il testo è composto. Alessandra e Marta si conoscono a un funerale, diventano amiche, poi diventano amanti. Alessandra torna in Veneto dopo una lunga permanenza in Puglia, deve riannodare i fili con quel poco che è rimasto della sua famiglia, vale a dire un padre malato di Alzheimer. Per Marta le cose sono forse addirittura più complicate perché la sua routine viene sconvolta da un uomo, Ethan, che sembra sapere cose del suo passato che nemmeno lei conosce. Di più ancora: Ethan vuole ricondurla a quel passato, pressandola con un’azione di stalking che sembra preludere a qualcosa di tremendo. Poi la storia si azzera e si ricomincia. Marta e Alessandra (è la stessa Marta ma non la stessa Alessandra, ma potrebbe anche non essere così) sono madre e figlia. Marta adesso ha diciott’anni e andiamo con lei a esplorare quel passato negato e riportato alla luce della propria coscienza nella prima parte, senonché il talento tentacolare di Zambelli costringe le esistenze dei suoi personaggi a una torsione su se stesse, quasi a volerle mostrare attraverso un prisma che insieme cela e illumina. Storia di due donne e uno specchio sembra aggiornare l’Hitchcock de La donna che visse due volte (anche qui del resto c’è una Judy) e corteggia da vicino il Lynch più estremista, quello di Strade perdute e Mulholland drive, ma se faccio riferimenti cinematografici è solo per comodità (e forse pigrizia) dal momento che il romanzo di Zambelli onora il medium che si è scelto senza sensi di colpa o complessi di inferiorità, anzi. La lingua dell’autore è densissima e consapevole, capace di assediarci coi suoi misteri restando piana, trasparente e questo rende ancora più oscuro e traumatico il labirinto costruito intorno al lettore.
A scandire la trama ci sono poi una serie di personaggi (la vecchia e le sue borse della spesa), oggetti (un gattino del folklore giapponese), caratteristiche fisiche (il neo) e canzoni (Cocoon di Bjork) che rappresentano altrettanti agganci col doppio fondo che abita le due protagoniste. Ho detto agganci ma avrei forse fatto meglio a dire sonde che ci permettono di dragare l’interiorità di Alessandra e Marta senza che l’intelligenza di narratore di Zambelli venga mai meno. Infatti il bello di questo libro è proprio la porzione di racconto sottoesposta, detentrice di verità e conferme che Zambelli, diabolico e abilissimo regista del proprio materiale, decide di far balenare davanti ai nostri occhi. E tanto basta: Storia di due donne e di uno specchio è un meccanismo preciso e morboso, un romanzo di formazione onirico, un thriller che si sgancia dalla logica cui siamo abituati per tendere forse a una logica superiore e quindi definitiva: la realtà che ricordiamo che, parafrasando il già citato Lynch, non è per forza quella che abbiamo vissuto.

Edoardo Zambelli è nato a Città del Messico nel 1984. Vive a Cassino, in provincia di Frosinone. Ha pubblicato i romanzi L’antagonista (Laurana, 2016) e Storia di due donne e di uno specchio (Laurana, 2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Prima che sia primavera di Rita Massaro (Il Seme Bianco 2018) a cura di Fabio Orrico

25 settembre 2018

Prima che sia primaveraRita Massaro, firma con Prima che sia primavera il suo terzo romanzo dopo L’estate è finita e Sotto il cielo di Santiago e porta avanti una sua personalissima riflessione sui modi e i tempi del romanzo di formazione. Per molti versi Prima che sia primavera, storia irta e malinconica di ambientazione siciliana (come d’altra parte è la sua autrice) potrebbe richiamare alla memoria Il grande freddo, celeberrimo film di Lawrence Kasdan su un gruppo di amici che si ritrova, dopo molti anni di assenza, per il funerale di uno di loro, morto suicida. Nel romanzo di Massaro è una cerimonia affatto diversa a riunire amici persi di vista da ormai vent’anni e cioè un matrimonio. Le nozze di Lorenzo e della giovane cubana Aleyda rappresentano il collo di bottiglia in cui tensioni, passioni e ricordi andranno a incastrarsi per poi deflagrare. I ricordi in particolare sono vera e propria materia pulsante di questo testo. Infatti Prima che sia primavera prende le mosse dal 1992, annus horribilis della recente storia italiana, per poi organizzare la sua narrazione sul doppio binario degli anni 90 e del presente, dove ritroviamo la protagonista Sara.
Sara è un avvocato, colta in un momento di crisi profonda, innanzitutto sentimentale. Il rapporto col marito con il quale (e non è un particolare secondario) condivide la militanza professionale in un prestigioso studio palermitano, sembra essersi logorato in modo irreparabile. Ma Massaro è troppo onesta per virare solamente al nero la sua ricognizione nelle memorie giovanili e uno dei punti di forza della sua scrittura è la capacità di analizzare a fondo le situazioni, evidenziando anche il buono di ogni avvenimento, rapporto umano, incidente.
Ma bisogna tornare al 1992 per trovare la scatola nera nascosta nel nucleo di Prima che sia primavera. Il 1992 è l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, un autentico golpe criminale che ha minato (forse in maniera irreparabile) le strutture dello stato. Il libro si apre proprio sulla deflagrazione nella quale perde la vita Giovanni Falcone. Sara sta vivendo un momento di intimità con il suo ragazzo di allora, Adriano (bellissimo personaggio che ci regalerà più di una rivelazione nel corso della storia) quando un boato terribile scuote il loro idillio e una tenebrosa nuvola di fumo si annuncia all’orizzonte. È un momento molto ispirato della narrazione e un ottimo avvio, in primo luogo per la disinvoltura con cui riesce a legare Storia e storie e poi per la capacità di calare in un contesto quotidiano, intimo, del tutto relativo, uno dei tanti fatti di sangue del nostro paese.
I protagonisti di Prima che sia primavera appartengono alla piccola e media borghesia ma non per questo chiudono gli occhi sulle contraddizioni sociali più critiche della loro terra. Efficacissima in questo senso la parentesi con i piccoli monelli di strada coinvolti in un furto che dà modo a Sara di misurare la sua sensibilità sociale. Una temperatura emotiva che attraverserà la sua vita e verrà messa a frutto anche per dare una svolta decisiva (ma non definitiva) al romanzo.
Opera centrata sul coraggio e la disponibilità di cambiare, di accettare e di comprendere, Prima che sia primavera guarda in faccia l’Italia con la giusta dose di scoramento ma corretto da un’ostinazione all’azione e al rimboccarsi le maniche che la congela un attimo prima che diventi amarezza.

Rita Massaro, avvocato di professione, è nata e vive a Palermo. Alle sue più grandi passioni, leggere e viaggiare, ha dedicato il suo blog Il giro del mondo con un libro in mano. Nel 2011 pubblica un romanzo di formazione, L’estate è finita e successivamente Sotto il cielo di Santiago. È stata finalista, per la sezione inediti, al Premio letterario giornalistico Piersanti Mattarella 2017, con il romanzo Prima che sia primavera.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: Kaiser di Marco Patrone (Arkadia Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 aprile 2018

1Il fatto che un lettore come me, del tutto estraneo a vicende calcistiche nonché impermeabile a qualunque mistica dello sport, ignorantissimo in materie sportive e agonistiche, abbia letto con passione e quasi in un’unica sessione questo romanzo la dice lunga sul suo valore o, più in generale, sulla capacità di Marco Patrone di rendere interessante la materia trattata.
Kaiser racconta l’incredibile storia di Carlos Enrique Raposo, calciatore brasiliano attivo fra la fine degli anni 70 e l’inizio dei 90. L’aggettivo “attivo” è però forse mal speso perché Raposo, soprannominato Kaiser per la somiglianza con Beckenbauer, non ha praticamente mai toccato un pallone (un solo goal nell’arco della carriera e non è un dato certo), riuscendo sempre a sfuggire allenamenti e, di fatto, restando in panchina mentre i compagni di squadra giocavano. Distorto, paradossale self made man, Kaiser deve la propria fortuna alla furbizia, alla faccia tosta e alla rete di amicizie che, per ragioni squisitamente extra sportive, è riuscito a crearsi. Patrone è capace di conferire al suo eroe una statura quasi wellesiana, seppure declinata secondo un’ottica canagliesca, assonante a certi ritratti da commedia all’italiana. Il richiamo a Welles viene spontaneo perché Kaiser si modella sull’archetipo narrativo di Quarto potere, quindi un giornalista che ricostruisce la vita / carriera di un personaggio esemplare. In questo caso il nostro referente è Marco, giovane cronista sportivo soprannominato Dosto (starebbe per Dostoevskij) per l’eccessiva preziosità verbale nell’esprimersi che riceve dal collega francese Francois l’imbeccata per occuparsi di Raposo. Stregato dalla sua vicenda non solo si mette sulle tracce dello sportivo ma in qualche modo, raccontandone (o meglio ancora evocandone) la storia, dà voce a una sorta di sociologia della truffa, un continuo, ostinato interrogarsi su menzogna e mistificazione che spostano Kaiser quasi verso i territori del romanzo-saggio. Anche qui c’è qualcosa di profondamente wellesiano: si veda la sardonica indagine di F for fake.
Kaiser è ripartito fra le voci di Dosto e quella del titolare del titolo in copertina. Da un lato la velocità, la precisione e la continua altalena di dubbi del giovane giornalista espresse da una lingua duttile e digressiva, dall’altro la ribalda assertività e l’umorismo deresponsabilizzante che caratterizzano l’oralità di Raposo. Alternate secondo un ordine fortemente idiosincratico e non manicheo, tra loro distinte ma sufficientemente consonanti da garantire coerenza e compattezza stilistica al libro, le due voci si saldano a creare un romanzo profondamente teorico. Infatti mentre Marco penetra sempre più a fondo nella vita di Kaiser diventa per lui impossibile non interrogarsi su modi e forme del racconto biografico, portando alla luce (o rigettando in un nuovo buio) anche una oscura storia sentimentale, vera e propria scatola nera del libro.

Marco Patrone si occupa di sviluppo di prodotti bancari, finanziari e assicurativi. Ha però una seconda vita, nella quale si fa chiamare Recensireilmondo e cura l’omonimo blog letterario, tra i più seguiti in Italia. Il suo romanzo d’esordio, Come in una ballata di Tom Petty, è uscito per Transeuropa nel 2015. Un suo racconto è compreso nella raccolta Monaco d’autore, pubblicata per Morellini Editore nel 2016. Il racconto L’estate del Pollo, uscito nel 2016 nella collana L’animale umano di Urban Apnea Editore, è stato finalista al Concorso Letterario Zeno.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Si ringrazia Tania Murenu dell’ Ufficio stampa.