Posts Tagged ‘Raccolta di racconti’

:: Mors tua vita mea di Geraldine Meyer (I Quaderni del Bardo Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2019

Mors tua vita meaLa short fiction, la narrativa breve, molto amata in America, o perlomeno dai lettori di lingua inglese, è un genere narrativo molto complesso che fa della brevità e dell’essenzialità il suo tratto distintivo. Insomma bisogna creare micromondi con una manciata di parole, arrivando fino alla flash fiction in cui lo spazio narrativo è ancora più compresso. In Italia non ha tutta questa diffusione, e se pensiamo che anche solo i semplici racconti brevi vengono guardati con diffidenza possiamo capire quanto questa arte sia praticata e letta da una nicchia molto piccola di lettori e scrittori. Sta di fatto che io adoro la flash fiction, e ho iniziato proprio una ventina di anni fa scrivendola, per cui ho presente le difficoltà e le abilità tecniche necessarie. Geraldine Meyer scrive racconti riconducibili a questa arte, e nel suo Mors tua vita mea, raccolta che contiene 13 micro racconti, ce ne dà un saggio molto esaustivo. Sono racconti molto particolari, intinti nel curaro, metafora che amo molto, avvelenati da quella sorta di male di vivere che molti autori diversissimi tra loro hanno affrontato nella narrativa più estesa. Racchiudono insomma pennellate di veleno, sotto una patina di apparente quotidianità. Geraldine Meyer ci parla della vita di tutti, ed è molto attenta e lo fa con apparente immediatezza. Sono tutti antieroi i suoi personaggi, persone che si rivelano diverse da cosa credono o vogliono essere, in cui prevale egoismo, grettezza, ipocrisia. Il lettore prova poca benevolenza per questa varia umanità, che tuttavia non è così lontana anch’essa dalla nostra quotidianità. Vicini di casa così se ne incontrano, a volte possiamo riconoscerci pure noi in certi atteggiamenti che non ci piacciono con cui magari lottiamo. O al contrario scelte che ci auguriamo di non dovere affrontare, perché non sapremmo bene come reagiremo. Sapremo fare la cosa giusta, etica morale, come prestare soccorso a qualcuno, quando facendolo perderemo del nostro, rischieremmo il nostro futuro? Piccoli crimini, tentazioni, dubbi, insomma così vicini a noi da confonderci e gettarci addosso una certa inquietudine. Geraldine Meyer si limita a raccontare, pure le rassicuranti giustificazioni che siamo capaci a darci. Agghiacciante per esempio Non nominare il nome di Dio invano; straziante, Mors tua vita mea, che dà il titolo alla raccolta; diabolico L’azienda. Il lavoro rende liberi, come non richiamare alla memoria “Arbeit macht frei”, infelice motto presente all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti, il primo racconto della raccolta per esempio ci riporta a quel dilemma morale che incontriamo tutti nella vita, la nostra moralità spesso finisce quando a rischio ci siamo noi con le nostre deboli certezze, il nostro gretto egoismo, l’incapacità di amare altri da sé. Che dire Geraldine Meyer è brava, affatto scontata, e soprattutto capace di entrare nel vissuto della gente con estrema naturalezza. Leggetela, saprà cambiare molte prospettive. Copertina minimale, supplemento editoriale per tirature limitate e numerate del periodico Il Bardo di Maurizio Leo.

Geraldine Meyer è nata a Milano cinquantatré anni fa. Ora vive nella splendida Tuscia viterbese. È stata per ventisei anni libraia e ha collaborato con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Per alcuni anni ha svolto collaborazioni nel mondo del web scrivendo contenti per siti internet e curando blog di carattere economico. Ora coordina la rivista letteraria on line Lottavo.it

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa IQdB Editore.

:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico

29 novembre 2019

Robert CooverDa colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.

:: I Maigret 6 di Georges Simenon (Adelphi, 1999-2002) a cura di Daniela Distefano

3 luglio 2019

I MAIGRET 6(1)Se quel piccolo commissario dalla testa grossa avesse conosciuto meglio Maigret, si sarebbe accorto del cambiamento che si era prodotto nel celebre collega durante gli ultimi minuti. Fino a qualche momento prima era un omone tarchiato, dall’aria un po’ svagata, che fumava senza convinzione la pipa guardandosi intorno con espressione annoiata. Ora appariva più concentrato. Perfino il passo era più pesante, e i gesti più lenti. Lucas, per esempio, che conosceva il suo capo meglio di chiunque altro, si sarebbe subito rallegrato del cambiamento” – “Le vacanze di Maigret”

Composti tra il 1947 ed il 1949, i racconti “La furia di Maigret”, “Maigret a New York”, “Le vacanze di Maigret”, “Il morto di Maigret”, “La prima inchiesta di Maigret”, formano un ascensore di sensazioni, come se Georges Simenon si sia proprio divertito a seguire le vicende – a volte irriverenti- del suo personaggio che tra un’indagine a rilento e un caso da rompicapo sgattaiola dal plot per allietarci nelle ore di canicola di questi giorni.
Ma andiamo con ordine, la prima storia rivela “La furia di Maigret” e vede un Maigret insolito, nelle vesti di neo-pensionato (l’ultimo racconto invece ci parla della prima inchiesta del celebre Commissario, quasi a costituire un cerchio che racchiude vicende, fatti, paure, intrighi e poi la flemma catartica consueta di Simenon). Da poco andato in pensione e ritiratosi a Meung-sur-Loire, dunque, Maigret riceve la visita di Bernadette Amorelle, una ricca signora ottuagenaria che lo convince a indagare sull’improvviso suicidio per annegamento di sua nipote Monita. L’inchiesta, seppur non ufficiale, si svolge a Orsenne, paese di invenzione di Simenon, dove vivono gli Amorelle, una ricca famiglia di imprenditori. Qui, oltre all’anziana signora, vivono le due figlie, una delle quali è sposata con Ernest, un vecchio compagno di scuola di Maigret.
Nel secondo racconto siamo con “Maigret a New York”, in un concitato marasma americano che lascerà indelebile nella nostra memoria situazioni al limite del grottesco (da rileggere il passo con l’incontro tra Maigret ed una veggente nonché cartomante ed ex funambola) e della sottocutanea, amara, ironia dello scrittore. Ecco il plot: Durante il suo primo anno di pensionamento a Meung-sur-Loire, l’ex-commissario Maigret riceve la visita del giovane Jean Maura, figlio di un ricco uomo d’affari, John Maura, di New York. Il giovane, con l’aiuto del suo avvocato, convince Maigret a partire in nave con lui alla volta di New York, dove egli crede che suo padre sia in pericolo. Al momento dell’arrivo però, Jean scompare. Maigret incontra un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien, che aveva conosciuto a Parigi durante un’inchiesta, il quale gli dice che Maura, da giovane immigrato proveniente da Bayonne, aveva vissuto nel quartiere povero del Bronx con un amico violinista, Joseph Daumal. Il commissario non esita ad andarci in taxi per capire meglio il vissuto di questi strani individui.
Nel terzo racconto, “Le vacanze di Maigret” ci regalano un noir dai toni più oscuri e sofferti. Maigret e la moglie sono in vacanza a Les Sables-d’Olonne, ma un attacco di appendicite costringe la signora Maigret a sottoporsi ad un intervento chirurgico urgente. Una sera, rientrando in albergo dopo aver fatto visita alla moglie in ospedale, Maigret si accorge di avere nella tasca della giacca un messaggio anonimo che lo prega di andare a visitare la paziente della stanza numero 15. La paziente muore il giorno successivo, dopo essere stata in coma per giorni a seguito, stando alle testimonianze raccolte, di un incidente d’auto. Maigret non può indagare formalmente, essendo in vacanza fuori dalla sua giurisdizione, tuttavia non può fare a meno di investigare sul caso e seguire le tracce che partono dal messaggio anonimo che gli è stato infilato in tasca a sua insaputa.
Il quarto racconto ha un titolo assai esplicativo: “Il morto di Maigret”. Un uomo chiama al Quai e chiede di poter parlare con il commissario Maigret. Sta telefonando da un bistrot e dice di essere seguito da qualcuno che vuole ucciderlo. L’uomo afferma che Maigret conosce sua moglie Nine, ma prima di finire la comunicazione riaggancia per poi richiamare da un altro bar. Richiama da diversi café, fino a quando, tardi, le chiamate cessano. Quella stessa notte il suo cadavere viene ritrovato in place de la Concorde, con il volto tumefatto e irriconoscibile, accoltellato a morte. Qualcuno l’ha spinto fuori da un’auto. Viene pubblicata la sua foto sui giornali ma –perlomeno all’inizio – non vi è alcun indizio, né alcuna informazione sull’identità della vittima.
A concludere i Maigret 6, “La prima inchiesta di Maigret”. Nella notte tra il 15 al 16 aprile 1913, Justin Minard, un giovane flautista, entra nel commissariato di quartiere di Saint-Georges nel IX arrondissement. Dice di avere udito un grido di donna e poi uno sparo provenire dall’interno di una villa in rue Chaptal. Maigret accompagna Minard alla villa per effettuare lui stesso un sopralluogo. Parte così il volo di Maigret nell’attività che lo ha reso il Commissario più famoso al mondo. Un tragitto pieno di buche e tante felici intuizioni.
Queste cinque narrazioni confermano – ove ce ne fosse il bisogno – la ricercatezza nel dettaglio, la raffinatezza dello stile, non per forza ricercato, il profumo delle invenzioni di Simenon, la cui corda creatrice non ha conosciuto da vivo e da morto l’usura del tempo. Poco importa se ad essere osannato in tutto il pianeta è un protagonista affatto seducente, grande e grosso come un orso, semi-alcolizzato, che tratta la moglie come un robot che sorride sempre e non si ribella mai. Maigret è Maigret, è lo scrigno ideativo di Simenon che ha fatto il “Miracolo di Cana”: il suo è un vino che si è conservato buono fino alla fine, la sua ispirazione è eternamente attuale.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019
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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà 2019) a cura di Fabio Orrico

18 aprile 2019

Il buio a luci acceseIl buio a luci accese è il libro d’esordio dell’irlandese David Hayden. Ora, grazie all’editore Safarà al quale dobbiamo proposte e recuperi non meno eccentrici (dal classico contemporaneo Alasdair Gray all’americana Helen Phillips), il libro è disponibile anche per noi lettori dello stivale.
Il buio a luci accese è composto da venti racconti per i quali è forse banale ma comunque appropriato spendere la definizione di surreali. La surrealtà di Hayden però non passa attraverso il linguaggio che è preciso fino a sembrare meticoloso, trasparente e intensamente comunicativo. Le descrizioni di Hayden, che si tratti di un paesaggio o di una casa, si conformano a un dettato rigoroso, secondo il quale una parola di troppo spezzerebbe l’eleganza dell’insieme. Ma, naturalmente, quello che succede, il plot se così vogliamo chiamarlo, ammesso che in un libro come questo abbia senso rifarsi al concetto di plot per come viene comunemente inteso, si muove in tutt’altra direzione. A cominciare dal quasi buzzatiano racconto di apertura Sortita che narra gli ultimi istanti di vita di un suicida o meglio ancora di qualcuno che si è gettato da un palazzo perché in effetti, fedele al rigore di cui si diceva, Hayden non perde tempo a spiegare i motivi del gesto. Nel tempo contratto di una caduta si dispiega la possibilità di una vita intera con tanto di decisioni prese troppo in fretta, indecisioni, incertezze e brutte figure. Il mistero è una delle voci, forse la più cospicua, cui rimandano questi testi. Non per forza di cose sappiamo immediatamente chi parla, chi agisce, le sue motivazioni o semplicemente il suo genere sessuale, le informazioni vengono abilmente dosate dall’autore forse anche con una punta di sadismo. La fabula prende forma senza fretta (per quanto la foliazione dei singoli racconti raramente superi le quindici pagine) e ci pone quasi subito in situazioni da incubo, trattate col massimo grado di disinvoltura. Prendiamo ad esempio il bellissimo I resti del mondo che fu, dal taglio postapocalittico, storia che letteralmente si svolge dentro la testa di un uomo. Hayden ha ben chiaro quanto siano sterminate le possibilità della letteratura, il suo grado estremo e incontrollato di sperimentazione e ne approfitta da par suo. O ancora Una mela in biblioteca dove la betise della condizione umana è ritratta con tale impietosa lungimiranza da arrivare all’equivalenza tra uomini e oggetti.
Naturalmente, seppure originalissimo, il talento di Hayden non nasce solitario. In effetti l’ombra del grande conterraneo Samuel Beckett sembra stendersi su più di una pagina e in particolare l’apertura di Dick non può non richiamare alla memoria il Beckett di Giorni felici. Ma è un modello, quello beckettiano e del teatro dell’assurdo, perfettamente metabolizzato e che quindi non viene gestito secondo una logica citazionista ma restituito al lettore con naturalezza, con lo spirito di un classico senza tempo.
Dopo questa raccolta d’esordio pare che Hayden stia lavorando a un romanzo e questo incuriosisce non poco perché la natura del suo talento, fulminante e concentratissimo, sembra sposarsi perfettamente con la forma breve, dalla quale è in grado di cogliere i massimi vantaggi. Lo straniamento e la quotidianità, se fatte cozzare funzionano magnificamente in una decina di pagine, ma è anche vero che la consapevolezza dei suoi mezzi è tale che Hayden saprà sicuramente adattare le sue idiosincrasie a una narrazione più ampia. E noi non vediamo l’ora di scoprire come farà.

David Hayden è nato a Dublino e ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia. Autore di racconti, ora vive in Norvegia e nel Regno Unito, dove sta attualmente lavorando a un romanzo.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Serena dell’Ufficio Stampa Safarà.

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il ponte e altri racconti di Franz Kafka, curato da Susanna Mati (Via del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

10 gennaio 2019

il ponte - franz kafka“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.

Il ponte”,”La sincope”,”La cicogna”, “Le mani”,”Le lampade”,”La preda”,”L’angelo”,”Il lupo”,”La fuga”,”Il conte”,”Riunione politica”,”Sogni”,”Una fanciulla”,”La lotta”,”La cella”,”Il leone”,”Il maestro”,”Il sepolcreto”: 18 micro-storie di un alieno della letteratura mondiale. In questi racconti, Kafka percorre inesorabile il limite terminale, l’ultimo margine di credibilità della tradizione, dei vecchi saperi, facendosi custode al varco della infernale soglia. Viene rimosso il mistero, il segreto, l’occulto: tutto è lì davanti, aperto come una cella. Se Leonardo da Vinci rifiniva fino allo sfinimento i suoi capolavori, limando le impefezioni, curando ogni minimo dettaglio, lasciando non concluso un dipinto per decenni, portandoselo dietro nei suoi viaggi esistenziali e fisici, sfumando, focalizzando l’attenzione su un dettaglio invisibile, impercettibile, su un’inezia di particolare, partendo da uno schizzo e senza mai smettere di smussarlo, così Franz Kafka ha gettato sul suo capolavoro “La Metamorfosi” lo scandaglio interiore dei suoi lavori meno noti, della sua vita a metà tra concretezza giornaliera e immaginazione astrale. Lo testimoniano questi piccoli simboli letterari, queste metafore di un pensiero rivolto verso un solo, inesorabile cammino, percorso: il viale verso l’accettazione dell’altro dentro se stesso. E la chimera dei sogni si fa materia del contendere dei riti dell’intelletto, laddove una imperizia, un necrologio dei nostri convincimenti muta e si trasforma nell’odio del nostro essere, dell’apparire che lo contrasta (a volte un apparire mostruoso o prodigioso o inverosimilmente reale).

“Sono arrivati dei sogni, risalendo all’indietro il fiume sono arrivati, per una scala salgono su per il muro della banchina. Ci si sofferma, si parla con loro, conoscono molte cose, solo non sanno da dove vengano. E’ davvero tiepida questa serata autunnale. I sogni si voltano al fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?”. – Sogni.

Franz Kafka – scrittore boemo di lingua tedesca – nasce a Praga il 3 luglio del 1883. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
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Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La lunga vallata di John Steinbeck – curato da Luigi Sampietro (Bompiani 2017) a cura di Daniela Distefano

19 aprile 2018
STEINBECK - LA LUNGA VALLATA

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I crisantemi, La quaglia bianca, La fuga, Il serpente, La colazione, L’assalto, Il finimento, Il vigilante, Johnny Orso, L’omicidio, Santa Katy vergine, Il pony rosso: sono i titoli che compongono “La lunga vallata”, una raccolta di racconti apparsi separatamente in varie riviste negli anni Trenta e messa insieme da John Steinbeck su consiglio dell’amico Pascal Covici, dopo il grande successo di “Pian della Tortilla” (1935). Il volume fu pubblicato da Viking nel 1938 e divenne subito un bestseller. Steinbeck era un poeta dell’ordinario – di ciò che in inglese va sotto il nome di “basic grit and grime”, ovvero: “della polvere e della sporcizia di tutti i giorni” – a cui mal si adattano, se non altro per una questione di stile, le speculazioni astratte. In questi racconti si avverte però uno studio, una ricerca sul comportamento degli uomini in gruppo, ovvero di quell’istinto segreto che li guida quando vengono a trovarsi in uno stato di necessità. Spunti e varianti che torneranno spesso nella narrativa dello scrittore, come il perseguimento patologico di una impossibile perfezione, tema dominante di “La quaglia bianca” e di “Il finimento”; mentre “La fuga”, “L’assalto” e “Il pony rosso” sono costruiti sul motivo comune del rito di passaggio dei tre giovani protagonisti dallo stato di innocenza a quello di coscienza. Ed è su quest’ultimo racconto che oso soffermarmi. Si tratta di un racconto di formazione, una storia solida nella sua delicatezza. Un ragazzo riceve in dono dal padre un pony perché lo aiuti a crescere, cioè perché il bambino cresca allevando il suo piccolo cavallo. Jody si sente investito di una enorme responsabilità, e si sente fiero e orgoglioso nel riporre la sua fiducia in un mondo degli adulti ancora intoccabile. Scoprirà che anche i grandi, anche suo padre, anche Billy Buck (l’aiutante della fattoria), sono esseri senza arbitrio: non possono decidere sul destino di un animale, figurarsi su quello di un uomo. Siamo esseri deboli, impotenti, che però vivacchiano nell’altruismo e nella bontà, quando c’è, quando non è sprecata. Una storia scritta con acume, con particolarità di dettagli, di risvolti psicologici, con maestria e perizia. No, Steinbeck odiava la fuffa delle immaterialità, ma quanto idealismo in certe descrizioni vivide, in certi accorgimenti che la mente coglie come ciligie nel giardino della fantasia. Questo ragazzino – che si diverte a tirare sassi ai nidi delle rondini sotto le gronde; che si annoia nella ronzante calura di un pomeriggio d’estate; che gira attorno al ranch di famiglia , distrattamente, in cerca di qualcosa da fare – diventa adulto scoprendo la piccolezza del mondo maturo. E’ un frutto che già pesa, che va colto. Per lui l’estate agreste dell’infanzia è già finita , e

L’inverno arrivò di colpo. Cominciò con qualche raffica, e poi giù, una pioggia dirotta e inesauribile. Le colline persero il loro color paglia e annerirono sotto l’acqua, e i torrenti invernali cominciarono a scendere fragorosamente giù per i canyon. I funghi e le vesce apparirono sul terreno e, prima di Natale, si vide spuntar l’erba novella”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta.” Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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