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:: La rivoluzione sconosciuta a cura di Guido Ceronetti (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

23 gennaio 2019

copertina gcNel presentare ai cittadini e agli amici la mostra spettacolo sul terrore micidiale della rivoluzione francese (una raccoglimento intorno al mistero della Storia, il 1789 e le sue propaggini materiali e occulte). Guido Ceronetti, insieme agli attori del Teatro dei Sensibili, decise di porre come epigrafe una frase di Céline tratta dal romanzo Viaggio al termine della notte:

«Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra, decisamente. Nulla si sa dell’autentica storia degli uomini».

Il filosofo ignoto, come tutti gli scettici, è un nemico dell’utopia. Il concetto di rivoluzione rappresenta la più tragica variazione di quell’andare in nessun luogo.
Adelphi pubblica postumo La rivoluzione sconosciuta, un volume che raccoglie una scelta di testi curata e tradotta da Guido Ceronetti. Un percorso di pensieri in libertà, un errare in compagnia del pensiero di scrittori e filosofi nei labirinti complessi della rivoluzione francese, che in un certo senso è la madre di tutte le contraddizioni della Storia.
Ceronetti chiama a raccolta, da traduttore e interprete, gli spiriti affini che hanno accompagnato la sua vita di uomo, pensatore e scrittore per mostrare, attraverso il loro pensiero, tutta la forza del disincanto scettico nei confronti degli ideali rivoluzionari che in un certo senso hanno condotto l’umanità al fallimento.
Da George Bataille che in Littérature et le mal scrive:

«Il 14 luglio fu veramente liberatore, ma nella maniera dissimulata di un sogno»

a Guido Piovene che in Verità e menzogna osserva:

«Il male si ha quando comincia la sensazione di bassezza, la nostra, arida e senza correttivi. È una morte spirituale, che conduce alla morte fisica»,

passando per Leopardi che nello Zibaldone annota:

«La rivoluzione francese posto che fosse preparata alla filosofia, non fu eseguita da lei, perché la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla».

Nel suo percorso Ceronetti non dismette mai i panni dello scettico soprattutto quando demolisce, avvalendosi della parole di François Furet, il genio manicheo di Robespierre.
Il senso drammatico della rivoluzione è di fronte alla volontà meccanizzata del plotone d’esecuzione davanti al quale si consuma la tragedia della volontà inane, dell’impotenza assoluta (Jean Starobinski, 1789 – Les Emblémes de la raison).
Davanti alla rivoluzione che ha scacciato lo spirito del mondo reale, rendendolo troppo orribile (così scrive Joubert), Guido Ceronetti, scettico, disincantato, antiutopico che non crede a nessun paradiso in terra, lascia parlare Charles Baudelaire:

«C’è in ogni mutamento qualche cosa d’infame e di piacevole insieme, che ha dell’infedeltà e del trasloco. Tanto basta a spiegare la rivoluzione francese».

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti e ci serve su un piatto d’argento l’illusione della rivoluzione e tutti i suoi misfatti:

«Ogni giorno muore qualche rivoluzionario. Impedire soltanto che ne nascano».

Così alla fine sposa il pensiero di Joseph Joubert per dirci senza equivoco alcuno (come era nel suo stile) da che parte sta e come la pensa.

:: La vedova Couderc di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

18 dicembre 2018
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La vedova Couderc è un romanzo di Georges Simenon uscito nel 1942.
André Gide entusiasta lo accostò allo Straniero di Albert Camus aggiungendo che il romanzo di Simenon si spingeva «molto oltre, quasi inconsapevolmente».
Adesso Adelphi lo ripropone (traduzione di Edgardo Franzosini).
Un romanzo duro, anzi durissimo, in cui il grande scrittore belga scende nell’abisso dell’animo umano.
C’è una finezza straordinaria dell’indagine psicologica, una discesa meticolosa nell’abisso di due esistenze.
Con una scrittura limpida e sintetica Simenon racconta, senza mai rinunciare a un ritmo incessante, una storia in cui l’angoscia e il disagio non concedono alcuna via di scampo.
Jean è un giovane appena uscito dal carcere e vaga senza una meta. Su un autobus che scorrazza per la campagna francese incontra la vedova Couderc. Lui finisce per fare il garzone nella fattoria di questa donna. Trai due si stabilisce uno strano rapporto. Lei gli si concede sessualmente senza alcuna complicazione sentimentale.
Jean vive in simbiosi con il nuovo ambiente. La vedova Couderc è una donna sola, odiata dai suoi parenti con cui ingaggia una guerra. Tra questi c’è la giovane nipote di cui Jean si innamora.
Jean comincia a abituarsi alle regole di quel rozzo mondo rurale nel quale è capitato per caso. Simenon è grande nelle descrizioni di questa strana campagna francese dove il progresso non è arrivato e i rapporti umani sono duri e difficili.
La vedova Couderc (Tati nel romanzo) è possessiva, Jean non riesce a sottrarsi al fascino della nipote.
Simenon entra nei dettagli dello squallore di queste esistenze disagiate che non riusciranno a sottrarsi al loro destino.
Jean, lo straniero che improvvisamente si trova coinvolto in un microcosmo di passioni di famiglia perverso e depravato, sarà travolto dagli eventi fino a essere coinvolto in un finale tragico che sarà la sua condanna definitiva.
La vedova Couderc è uno dei capolavori di Georges Simenon. Un romanzo sociale dalle intense tinte noir, uno spaccato della condizione umana dove troviamo ancora una volta i suoi personaggi: uomini e donne che si portano dentro inconsapevolmente un male di vivere che li annienterà.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Follia di Patrick McGrath (Gli Adelphi, 1998) a cura di Elisa Napoli

17 dicembre 2018

folliaHo deciso di acquistare Follia dopo aver letto diverse recensioni positive elogianti questo romanzo, definito dai più come un viaggio psicologico in grado di tenere inchiodato il lettore in un susseguirsi di suspense e morbosa curiosità. Inutile negarlo, siamo tutti dei voyeurs, ci piace curiosare nella vita degli altri soprattutto se annega nell’ossessione, nella disperazione e nella violenza. Io stessa ho proseguito la lettura per vedere come terminavano le vicende di Edgar e Stella, la protagonista indiscussa del romanzo, ma anche la regina delle vite di tutti gli attori coinvolti. Moglie, amante, amica e madre, Stella recita con chiunque un copione diverso: è, al contempo, una donna affranta ed infelice, voracemente appassionata, talvolta approssimativa e da una vita procrastinatrice. Tutto inizia quando questa figura camaleontica (e per nulla risolta, oserei dire) conosce Edgar Starck, un paziente in cura nel manicomio in cui lavora suo marito Max, un brillante psichiatra. Fin da subito compie una scelta che, per quanto cerchi di negare a se stessa, sarà indicativa della noia nella quale versa la sua vita domestica, ma soprattutto sentimentale.

<<…avrebbe dovuto sapere che l’inganno corrode l’integrità di un matrimonio, e tenerne conto, ma non lo fece. Scelse di non farlo, e da questa scelta di comodo seguì tutto il resto>>.

Profondamente diverso da suo marito, Edgar (un uxoricida che non solo ha ucciso e decapitato la moglie ma l’ha anche enucleata) conosce Stella ad un ballo che si svolge all’interno del manicomio e i due, sotto gli occhi di tutti, danzano e chiacchierano. Si rivedranno poco dopo nel giardino dei Raphael e, da lì in poi, intrecceranno una relazione morbosa e ossessionante che culminerà nella distruzione. Ciò che mi ha profondamente colpito è come tutti, psichiatri e non, desiderino in qualche modo possedere questa donna bellissima, ben lontani dalla consapevolezza che sotto il mantello sacrificale dimori invece un animale assetato e astuto. Edgar è il solo ad averlo intuito ma è anche l’unica persona in grado di farle davvero del male, visto il suo passato. E, se tutto inizia da un ballo, lì si conclude: con lo stesso identico abito usato un anno prima, Stella, sfida gli sguardi del mondo psichiatrico celando nel suo cuore il peso di una scelta che la renderà finalmente libera, e non più prigioniera.

Patrick McGrath è cresciuto in Inghilterra e vive tra Londra e New York. Di lui sono apparsi presso Adelphi Il morbo di Haggard (1999) e Grottesco (2000). Follia è stato pubblicato per la prima volta nel 1996.

Source Acquisto personale.

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
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Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

27 novembre 2018
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Peter Cameron è un genio nell’arte del raccontare. La sua scrittura è sempre un’esperienza straordinaria di sottrazioni nella quale il dettaglio essenziale diventa grande letteratura.
Gli inconvenienti della vita è il nuovo libro dello scrittore americano uscito in questi giorni da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto).
Due splendidi e intensi racconti in cui Cameron si conferma uno dei più rappresentativi autori della grande stagione del minimalismo americano.
Due storie che raccontano l’inquietudine, il malessere e il disagio che scaturiscono dall’ostinata voglia di essere presenti in un mondo in cui quotidianamente si fanno i conti con le assenze.
Gli inconvenienti della vita, in questi racconti di Carmeron, è la vita stessa che diventa il più assurdo e misterioso contrattempo con cui si fanno i conti.
La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione, in poco più di cento pagine, mostrano il talento immenso di Peter Cameron, uno scrittore che sa arrivare al cuore dei lettori senza mai usare una parola di troppo e soprattutto riuscendo a toccare le corde giuste inventando storie che giungono dal vero di una condizione umana provvisoria che coinvolge tutti.
Come accade proprio in questi due piccoli gioiellini di narrazione.
Nel primo racconto troviamo un scrittore in crisi creativa in una New York fredda e inospitale.
Una crisi che coinvolge anche il suo rapporto con Stefano, il suo compagno e avvocato in carriera con cui convive.
Tra vuoti difficili da riempire e promesse mancate, Cameron mette a fuoco il crollo esistenziale di questa coppia che si infrange davanti alle infinite difficoltà di arrivare a una soluzione.
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto viene a mancare, dove l’esistenza stessa diventa quel drammatico inconveniente che non suggerisce nessuna via di fuga. Anche nel secondo racconto Peter Cameron ci mette davanti al dramma esistenziale di una coppia.
In una piccola città della provincia americana priva di tutto, che sembra uscita da un quadro di Hopper, un marito e una moglie vivono la crisi del loro rapporto. Dopo una vita intera passata insieme, si accorgono di quando sia difficile colmare i vuoti di una relazione che ha da tempo esaurita la sua vena d’affetto.
La loro esistenza è scandita solo dall’inondazione del fiume vicino. Tra le mura della loro grande casa pesa il vuoto di loro due che non hanno accettato la scomparsa prematura della giovane figlia.
Il dolore è l’inconveniente della vita che non sempre torna utile e spesso, come accade ai due coniugi, travolge tutto lasciando nelle relazioni solo macerie.
Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron è un libro che resta sulla pelle come un tatuaggio.
Ancora una volta lo scrittore americano è riuscito a conquistarci con una grande lezione di scrittura sulla vita, facendoci toccare con mano quel vuoto atroce che minaccia l’esistenza con le sue trappole infinite.

Peter Cameron è nato a Pompton Plains, nel New Jersey, nel 1959. Ha frequentato per due anni la American School a Londra, dove ha scoperto la passione per la lettura e ha iniziato a scrivere racconti, poesie e pièce teatrali. Nel 1982 si laurea all’Hamilton College, nello stato di New York, in Letteratura inglese. Nel 1983 ha venduto il suo primo racconto al «The New Yorker», rivista con cui collabora per diversi anni. Il suo primo romanzo In un modo o nell’altro è stato pubblicato in Italia nel 1987 da Rizzoli. Di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato Quella sera dorata (2006), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) – da cui è tratto l’omonimo film di Roberto Faenza – e Paura della matematica (2008). Il suo ultimo romanzo Coral Glynn (edito da Adelphi) è uscito nel maggio 2012.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Gli Undici di Pierre Michon, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco (Adelphi, 2018) a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2018

copertina michonDopo lo splendido Vite minuscole, Adelphi prosegue nella pubblicazione dei libri di Pierre Michon. Adesso esce Gli Undici (nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco).
Romanzo pubblicato in Francia nel 2009 in cui lo scrittore con una parola potente rievoca il clima della Rivoluzione Francese.
Al centro delle vicende narrate c’è Gli Undici, il dipinto che ritrae i protagonisti di quel periodo storico visti da François Élie Corentin, allievo di Tiepolo.
In una fredda notte di gennaio del 1794 il pittore viene prelevato dalla sua abitazione da un drappello di sanculotti e viene portato nella chiesa di Saint –Nicholas- des – Champs dove gli viene commissionato il quadro.
Rappresentare Il Gran Comitato del Grande Terrore, dando nella tela a Robespierre e ai suoi la massima evidenza, questo è il compito che il pittore deve assolvere.
La carneficina e alle porte e quel quadro deve rappresentare la volontà di prepotenza di un potere lacerato al suo interno e tiranno.
Michon racconta la storia dell’ordinazione del quadro, la genesi di un capolavoro che rappresenta l’ultima cena laica di un potere che celebra se stesso e si appresta a annegare nel sangue le istanze di libertà che propaganda.
Gli Undici, scrive Michon, non sono un esempio di pittura storica: sono la Storia.
Quel quadro rappresenta la Storia in persona. Attraverso gli undici maggiorenti della Rivoluzione, la Storia è terrore allo stato puro. E questo terrore attira tutti come un magnete.
Il quadro che Corentin realizzerà ha la forza sinistra della Storia, seduce con tutto il male che raffigura attraverso quelle undici creature di terrore e d’impeto che con le loro azioni hanno procurato sgomento nel nome di valori universali.
Michon inventa personaggi e situazioni per dare vita a una storia che (attraverso la finzione di un quadro e del suo artista) pone l’accento sui pericoli sempre attuali della violenza della Storia che finisce sempre per instaurare nella vita degli uomini un clima esagerato di terrore.
Il quadro non esiste, come non è mai esistito il suo autore. Michon riesce con una scrittura tagliente a scrivere una romanzo politico che mette sotto processo la violenza della Storia che non sempre serve il bene dell’umanità.

«E invece gli undici uomini vivi sono la Storia in atto, al culmine dell’atto di terrore e di gloria che fonda la Storia – la presenza reale della Storia».

E noi siamo lì davanti, impotenti nel vedere il sangue che scorre.

Pierre Michon (Châtelus-le-Marcheix, 28 marzo 1945) è uno scrittore francese. Tra le sue opere tradotte in Italia Padroni e servitori, Rimbaud il figlio, Vite minuscole.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Uomini e cani di Omar Di Monopoli (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

23 luglio 2018

copertina di monopoliÈ una voce particolare quella di Omar Di Monopoli, uno scrittore che con la sua lingua sferzante sa indagare i lati oscuri e il marcio che si annidano nella nostra pochezza di esseri umani.
Dopo Nella perfida terra di Dio, Adelphi rimanda in libreria Uomini e cani, un romanzo che Di Monopoli pubblicò nel 2007.
Ancora un’ altra storia gotica, un libro estremo, un amen narrativo per la nostra pochezza, un intreccio di narrazioni da una terra rozza e indisciplinata dove la speranza è morta.
Da un mondo fuori dal tempo (Languore, una immaginaria ma verosimile città del Salento), Omar Di Monopoli racconta storie di uomini malvagi, affaristi senza scrupoli che assumono la fisionomia di bestie.
Lo scrittore con una lingua barocca ma sempre diretta e dissacrante racconta una provincia che si tinge di orrori e affari sporchi , mette in scena un personale meridiano di sangue.
Al centro una dilaniata provincia pugliese nelle mani di uomini senza scrupoli dediti alla corruzione. Sullo sfondo di una terra martoriata dalle lottizzazioni e dagli abusi di potere, Di Monopoli racconta una settimana di ordinaria follia in cui si alternano violenza e brutalità . Il filo comune è il sangue, l’unico credo che i potenti della zona conoscono per raggiungere i loro obiettivi.
Toglie il respiro la scrittura di Omar Di Monopoli. Le sue cronache da una terra desolata sono popolate da personaggi che difficilmente dimenticheremo: Don Titta, il potente di turno che è disposto a ogni nefandezza per arricchirsi, il folle Pietro Lu Sergi che scatena un massacro, Nico, la guardia forestale senza pistola, onesto ma impotente davanti alla malavita che impazza, il vecchio Sputazza, che per difendere la sua proprietà combatte da sempre contro lo strapotere dei Minghella.
Uomini e cani è un’altra cartolina dall’inferno spedita da Omar Di Monopoli, scrittore originale che nei suoi libri ha sempre scavato nelle zone nascoste degli abissi umani, per raccontarci con una lingua che non fa sconti il rapporto stretto e intimo che noi esseri umani abbiamo con il male.
Come Nella perfida terra di Dio, Uomini e cani è un romanzo duro. Un grande libro.

Omar Di Monopoli (Bologna, 11 ottobre 1971) è uno scrittore italiano. Ha scritto Nella perfida terra di Dio e Uomini e cani.

Source: libro del recensore.

:: I Maigret 12 di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2018

I MAIGRET 12 - SimenonRaramente Maigret parlava del suo mestiere, e ancor più raramente esprimeva un’opinione sugli uomini e sulle loro istituzioni. Diffidava delle idee, sempre troppo nette per aderire alla realtà che invece, lo sapeva per esperienza, così mutevole”.

“Maigret e i vecchi signori”, “Maigret e il ladro indolente”, “Maigret e le persone per bene”, “Maigret e il cliente del sabato”, “Maigret e il barbone” sono i titoli di cinque racconti di Georges Simenon, impagabile scrittore di gialli dalla fattura geniale. In questo volume che li raccoglie – I Maigret 12 (Adelphi) – la sua creatura letteraria si imbatte in pezzi di società andati a male, individui corrotti dai filamenti di classi sociali che non li proteggono dai colpi del destino. Uomini e donne cristallizzati dalle abitudini, dallo scorrere sempre uguale dei giorni, oppure bevitori falliti che cercano un riscatto che non arriverà mai, persino barboni dal passato ineccepibile poi avariati per scelta, per non essere vinti, per viaggiare liberi sulle montagne russe. Simenon li accarezza, li mantiene saldi con una scrittura sempre impeccabile e fa ammirare scorci di una metropoli sfondo e insieme protagonista con i suoi cieli, con le sue stagioni che sembrano non mutare mai:

A Parigi si respirava ancora aria di vacanze. Non era più la Parigi deserta di agosto, ma continuava ad aleggiarvi una sorta di pigrizia, una riluttanza a riprendere la vita di tutti i giorni. Se avesse piovuto, se avesse fatto freddo, sarebbe stato più facile. Quell’anno, invece, l’estate non si decideva a finire”.

Maigret intanto gongola nel fare da paravento alle azioni criminose: annaspa, entra nella mente dell’assassino oppure si perde anche lui nei cunicoli della indeterminatezza esistenziale; vorrebbe riposarsi di più, poi però si butta a capofitto sui casi efferati, perché

Era stato contento, certo, di avanzare di grado, di diventare finalmente il signor commissario, capo della Squadra Omicidi. Eppure aveva nostalgia di certi appostamenti nelle notti d’inverno, quando si gela, delle portinerie sature degli odori più diversi in cui si andava per giornate intere a rivolgere sempre le stesse domande, in apparenza inutili. Non per niente nelle alte sfere gli rimproveravano di lasciare appena possibile l’ufficio per tornare a fare il segugio. Come spiegare, soprattutto a quelli della Procura, che aveva bisogno di vedere, di fiutare, di impregnarsi di un’atmosfera?”.

Se avete voglia di leggere qualcosa di essenziale e perfetto come l’acqua pura, godetevi questo inizio d’estate con un libro che mette d’accordo la curiosità, il pungolo narrativo, il brivido nella pacatezza, il piglio sornione e quello istrionico.

“ … Tutte le persone della sala sembravano dare molte cose per scontate: che sarebbero state invitate a degli eventi sociali, che avrebbero avuto amici e parenti con cui parlare, che si sarebbero innamorati e che il loro amore sarebbe stato ricambiato, che forse avrebbero formato una propria famiglia ….”

Georges Simenon Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla “Gazette de Liège”, dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di tre anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna nel 1989.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.