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:: Il passeggero del Polarlys di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

12 gennaio 2018
Il passeggero del Polarlys di Simenon

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Apparso a puntate sul quotidiano “L’Oeuvre”, nel 1930, con il titolo “Un delitto a bordo” e sotto lo pseudonimo di Georges Sim, “Il passeggero del Polarlys” fu il primo romanzo ad andare in libreria (nel giugno del 1932) con il vero nome dell’autore. E’ un racconto claustrofobico, impressione accentuata dal fatto che teatro di eventi cupi è una nave che lascia il porto di Amburgo per un viaggio che dovrà far tappa in Norvegia dove merci varie – macchinari, frutta, carne salata – verranno scambiate con altra mercanzia. A guidare il Polarlys è il capitano Petersen, figura centrale nel dispiegamento del plot. Altri personaggi chiave sono: un olandese di diciannove anni che si trova a svolgere le mansioni di terzo ufficiale e un vagabondo che deve sostituire il carbonaio malato. Tra i passeggeri, uno uomo si è fatto registrare ma scompare nel nulla; un altro passeggero è Bell Evjen, direttore di miniere; sulla nave anche un giovane rapato a zero, senza ciglia né sopracciglia, con un paio di occhiali dalle lenti spesse. E poi c’è lei,
Katia Storm, ambigua creatura luciferina:

La passeggera avanzava con disinvoltura. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta. Una strana figurina, esile nervosa, dalle movenze sensuali, che faceva ricorso a tutti gli artifici della moda per mettersi in mostra”.

A viaggiare sul Polarlys pure un sovrintendente di polizia:

Che ci fosse qualcosa di anomalo era evidente, altrimenti un alto funzionario di polizia non si sarebbe dato la pena di correre dietro al Polarlys fino a Cuxhaven. Qualcosa di grave”.

E succede proprio l’irreparabile, il sovrintendente viene assassinato. Nessuno può scendere a terra, inizia la caccia all’autore del delitto efferato.

Petersen non si era mai sentito così insoddisfatto, così disorientato, eppure non avrebbe saputo dire perché. Gli sembrava di vivere uno di quegli incubi strani che talvolta si hanno dopo un’indigestione. Erriamo attoniti in un mondo avverso, sentiamo vagamente il desiderio di svegliarci, ma non ci riusciamo”.

Forse non è il romanzo più riuscito dello scrittore belga più famoso e letto al mondo però l’atmosfera agghiacciante, nebulosa, la musica a requiem che fa da sottofondo ai pensieri, il ritratto debordante dell’unico personaggio femminile sono indizi della futura maturità di Simenon; una esperienza letteraria costruita mattone dopo mattone fino a riempire tutte le caselle della sua immaginazione. Lo stile è prosciugato, il ritmo segue il riflusso di un mare livido, nero, profondo, dannato. Si divorano le pagine seguendo gli sviluppi dei personaggi che come uccelli in gabbia sono disperati e perdutamente ignari. Non si avverte paura, orrore, tensione esasperante, tutto procede come una discesa lenta, agli inferi, nel vuoto delle vite più lontane dalla Luce, c’è solo un piccolo bagliore, ma è il riflesso delle anime infuocate e alla deriva di una esistenza per loro senza Dio.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere di lingua francese e di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: Le pagine immortali di Marguerite Yourcenar: Moneta del sogno (Bompiani 2017) a cura di Nicola Vacca

11 dicembre 2017
moneta del sogno

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Sono passati trent’anni dalla morte di Marguerite Yourcenar, tra le voci più altre della letteratura del Novecento. Una scrittrice notevole di cui oggi si parla poco e niente. Ma sappiamo come l’oblio a volte è un carnefice spietato e soprattutto non perdona quando si tratta di grandi scrittori. È paradossale tutto questo, ma accade spesso.
Bompiani in questi giorni ripropone nei Classici contemporanei, in una nuova traduzione di Stefania Ricciardi, Moneta del sogno, il romanzo italiano di Marguerite Yourcenar. L’ idea di questo libro arriva nel 1922, durante il primo viaggio della scrittrice in Italia. La Yorcenar ha diciannove anni e assiste il 28 ottobre alla marcia su Roma. Il fascismo le appare grottesco.
Nel romanzo, attraverso una moneta d’argento che passa di mano in mano, vengono narrate nove storie che si intrecciano con altrettante narrazioni in cui i personaggi come in una messinscena teatrale, di cui Roma è il palcoscenico, vivono le loro storie nella tragedia che la Storia sta vivendo in quegli anni terribili.

«Avevo subodorato l’atmosfera di viltà, di compromesso o di prudenti silenzi da una parte di rudi abusi di forza, di una smania di arrivismo, di quella piatta demagogia accostata alla realtà dell’arbitrario dall’altra, che è, o finisce per essere, l’aria irrespirabile di tutte le dittature».

Così la Yourcenar parla del suo romanzo. Oggi, a trent’anni dalla sua scomparsa, è bello riscoprire Moneta del sogno e soprattutto rileggere questo libro importante in una nuova traduzione che ne restituisce tutta l’ influenza. Ma soprattutto ci fornisce l’occasione per parlare di una grande scrittrice a trent’anni dalla sua scomparsa e di riesumare dall’oblio la centralità del suo ruolo nella letteratura.
La lingua francese ha nella scrittrice Marguerite Yourcenar una grande voce. Nota al grande pubblico per il romanzo Memorie di Adriano, nella sua intera opera (romanzi, poesie, saggi, opere teatrali) ricostruisce l’animo umano attraverso i personaggi della Storia ma anche tramite i suoi fatti che ne hanno condizionato l’evoluzione.
La Yourcenar, nata a Bruxelles nel 1903 e morta negli Stati Uniti nel 1987, oggi è diventata un classico del nostro Novecento.
YourcenarCon uno stile limpido e particolare che sempre si immerge nella lingua della poesia, la Yourcenar nei suoi libri si è occupata dei valori essenziali della vita in cui il dolore, il sentimento religioso senza forme precise e il rapporto tra sogno e realtà sono alcuni dei temi che toccherà essendo sempre essenziale nella sua scrittura che mai ignorerà la vivacità della prosa classica.
Memorie di Adriano contiene tutte le idee e le intuizioni della sua poetica. Il libro  è considerato il capolavoro della Yourcenar. È allo stesso tempo romanzo, saggio storico, opera poetica e soprattutto biografia. La storia è costruita come una lunga lettera che l’imperatore Adriano ormai vecchio, scrive al nipote Marco, come pretesto per ripensare alla sua vita di uomo e alla sua opera di politico. Afflitto dall’idroposia che ormai lo sta portando alla morte, Adriano ripercorre le tappe del passato, rivivendone i momenti più incisivi, e in questa lettera sentiamo lo sfogo di un uomo che non ha più l’energia per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta di un malato che dà udienza ai ricordi. I fatti sono illuminati dalla saggezza che viene dall’età, dall’esperienza e anche dalla condizione di malato prossimo a morire, e Adriano appare come il simbolo di ogni vita vissuta con nobili intendimenti e con attenta ricerca della felicità, di ogni vita che accetta l’impegno e il sacrificio pur di non trascorrere inutilmente.
Basterebbero le pagine straordinarie di questo romanzo per rendersi conto che Marguerite Yourcenar è una scrittrice accarezzata dalla grazia. In stato di grazia la sua scrittura è sospesa tra passato e presente, ma sempre attenta alla memoria e alla cura di quel passato che molto ha da insegnare al presente inquieto.
La sua voce sempre ispirata e l’originalità del suo valore intellettuale hanno fatto di lei una scrittrice libera che ha sempre visto e raccontato il mondo senza pregiudizi, ma ascoltando sempre e comunque la sua vocazione di testimone del proprio tempo.
Nel 1981 viene eletta tra gli Immortali dell’Académie francaise. Riconoscimento che non gli cambierà la vita. Lei continuerà con i suoi personaggi a girare il mondo.
Alle stanze dell’Académie preferirà l’esistenza errabonda insieme ai suoi pensieri, le sue intuizioni e il culto della memoria che terrà sempre vivo creando e inventando i suoi personaggi (come Zenone, il medico alchimista, filosofo del romanzo L’opera al nero che nel Cinquecento non rinuncia alla propria libertà e ai propri ideali nel nome della strada maestra della conoscenza).
Il viaggio, la storia e il tempo (da lei definito magnificamente il grande scultore) scandiscono sempre la scrittura della Yourcenar.

«Vi sono sempre state ottime ragioni per viaggiare, la più semplice delle quali consiste nel farlo per il guadagno e per l’avventura, due motivazioni difficilmente separabili […]. In altri casi per ritrovare, come Ulisse, una patria perduta o […] per cercare un’isola più favorevole di quelle che si lasciava. Molto presto, a tali motivi se ne aggiunge uno nuovo: la ricerca della conoscenza».

Questo scrive e vive allo stesso tempo la scrittrice nel labirinto intricato della sua creatività che la porta sempre da un posto all’altro del mondo per raccontare prima di tutto il viaggio nella storia e nell’interiorità dei personaggi dei suoi romanzi storici.
Così, come il suo Adriano, di racconto in racconto, anche lei è entrata nella morte «a occhi aperti» e a noi restano le sue pagine immortali, come grande viaggio nello scibile umano che non possiamo ignorare, né dimenticare.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Chi è che fa arrabbiare il lupo? di Jean Leroy e Laurent Simon (Gallucci 2017)

18 settembre 2017

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Oggi vi parlo di un libro per bebè da 0 a 3 anni molto divertente, si intitola Chi è che fa arrabbiare il lupo (Les bisous du grand mechant loup, 2017) edito in belgio da Casterman, Bruxelles, e distribuito in Italia da Gallucci editore, con traduzione di Ada D’Adamo. I testi sono di Jean Leroy, e i disegni di Laurent Simon.

Allora è un libro gioco, vedete il burattino in stoffa al centro, è possibile animarlo in modo buffo. (Cercherò di pubblicare un video per farvelo vedere, ma non vi prometto niente, con le nuove tecnologie sono un po’ un distastro).

Le pagine sono a colori, di cartonato spesso con disegni molto belli che vedono il lupo alle prese con gli inconvenienti della vita. E’ un lupo brontolone, si lamenta in continuazione, ma è divertente seguire la sua giornata. I testi sono brevi, utili comunque per avvicinare i bambini alle lettere dell’ alfabeto e alla scrittura.

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Il lupo si sveglia, il lupo si lava, il lupo accende un fuoco… In tutto sono 6 tavole composte da due pagine più la copertina e il retro. Insegna ai bambini di non avere paura del lupo, e a prenderlo un po’ in giro.

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Ha marchio CE con Conformità Europea, progettato in Europa e fabbricato in Cina.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Marina dell’ Ufficio stampa Gallucci.