Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine di Enrico Mirani (Liberedizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2019

Delitto di paeseTornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque.

Source: libro del recensore.

:: La professione del padre di Sorj Chalandon (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2019

La professione del padreSorj Chalandon con La professione del padre, edito da Keller ci porta a conoscere un ragazzino e la sua vita da incubo con un padre troppo concentrato su se stesso e sulle sue ossessioni, per rendersi conto della vera natura della realtà. Il romanzo di Chalandon ha una struttura circolare, nel senso che comincia con il presente recente nel quale il protagonista è adulto, poi parte un lungo flashback nel passato e si torna nell’oggi, dove la storia trova il suo compimento. Nel tempo andato, il lettore si trova nella Francia del 1950, quella di De Gaulle, dove il piccolo Émile (sette anni) è costretto dal padre André Choulans a vivere nel suo mondo di paranoie da adulto che hanno al centro la scena politica della Francia di quel periodo. Il padre manipolatore inculca nella testa del figlio che loro due sono nell’ OAP, un’associazione segreta e di terroristi, pronta a tutto pure di far cadere Charles De Gaulle e liberare l’Algeria dal domino francese. Émile e la madre vivono sotto il controllo totale dal padre/marito padrone/dittatore e la vita della famiglia diventa un incubo, nel senso che quella che per il padre André viene considerata una trasgressione o un errore che rischia di mettere a repentaglio i suoi piani contro il governo, viene punita in mondo brutale. Sì, perché l’uomo non esita a castigare quelli che per lui sono sbagli, e lo fa con tremende punizioni corporali e fisiche, trasformando il focolare domestico in un luogo di estrema violenza fatta di allenamenti estremi, botte ripetute e insulti verso la moglie – vittima consapevole e incapace di reagire-, e il figlio, ancora troppo piccolo per comprendere la natura deviata e mentalmente malata del genitore. Madre e figlio non hanno via di scampo e possono solo assecondare e obbedire al capofamiglia, nascondendo ben bene i lividi agli occhi del mondo esterno. Poi, ad un certo punto Émile cresce e prende le distanze dai genitori, perché ha capito che quell’individuo che doveva proteggerlo e aiutarlo a trovare il suo posto nel mondo, è una minaccia pericolosa per gli altri e per sé. Ne Il mestiere del padre ciò che caratterizza la vita del piccolo protagonista è il peso delle violenze fisiche e piscologiche che lui e la madre subiscono per mano di un uomo insano, contro il quale mai nessuno si schiera o prende posizione. Émile non ha amici, non ha nessuno a cui confidare il dramma che vive a casa, può contare solo sulle sue forze. E saranno esse ad aiutarlo ad andare via, lontano dai genitori, per trovare, da solo, il giusto equilibrio del vivere, diventando restauratore e aggiustando le cose. Sorj Chalandon ne Il mestiere del padre utilizza un linguaggio coinvolgente per portarci in una storia nella quale il piccolo protagonista è succube della mente malata del capofamiglia e delle sue ossessioni maniacali, le stesse che gli di dare il via ad un rapporto sano e costruttivo con il figlio Émile. Interessante e ben fatta è anche la traduzione di Silvia Turato la quale, pagina dopo pagina, riesce a far arrivare ai lettori lo stato di disagio e le fragilità piscologiche presenti in ognuno dei personaggi della storia.

Sorj Chalndon è nato nel 1952. È stato giornalista per «Libération» prima di passare a «Le Canard Enchaîné». I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le Petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, Prix Médicis), Il mio traditore (Mondadori, 2009) Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie Française, Keller 2014). La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Premio Terzani, Keller 2016). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff Keller.

:: L’annusatrice di libri di Desy Icardi (Fazi 2019) a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2019
annusatrice-di-libri

Clicca sulla cover per l’acquisto

Avete mai pensato di conoscere la trama delle centinaia di migliaia di libri che vi piacerebbe leggere solo annusandone le pagine? È quello che accade ad Adelina, la protagonista di “L’annusatrice di libri”, romanzo d’esordio della torinese Desy Icardi. Adelina ha 14 anni, vive nella Torino di fine anni Cinquanta con zia Amalia, ricca donna che non ama sprechi inutili e che è troppo concentrata su se stessa per rendersi conto quello che vive la nipote. A scuola Adelina non se la passa bene, nel senso che tutto quello che legge e studia non le resta in testa e allora diventa il bersaglio dei compagni e dei professori, padre Kelley compreso. Poi arriverà l’aiuto di Luisella e per la protagonista le cose cominceranno ad andare meglio ma, non sarà tanto l’aiuto della compagna di classe a migliorare i risultati di Adelina. La ragazzina scoprirà di avere una capacità che la rende unica, lei riesce ad apprendere le storie narrate nei libri – meglio se vecchi e antichi- solo annusandone le pagine. Il libro della Icardi è una narrazione fatta di tante storie che si intrecciano, nel senso che accanto all’avventuroso vissuto di Adelina, si sviluppa per flashback, la ricostruzione della vita della zia Amalia, da ragazza semplice arrivata a Torino negli anni Trenta, prima modista, poi innamorata di un musicista per il quale lascerà il lavoro per dedicarsi al varietà nell’attesa di sposarselo. La Storia, il Fascismo e altri ostacoli faranno prendere alla vita di Amalia una piega ben diversa da quella da lei immaginata. C’è la storia di Luisella – l’amica di Adelina- che vive con il papà affascinante ed esperto notaio, sempre impegnato a fare calcoli e a leggere libri antichi per decifrarli. Della mamma si sa poco e nulla, certo è che la donna c’è, ma non si capisce bene cosa le sia successo. C’è la storia narrata in testi di altri tempi di Santa Bibliana nata nel 1200 a Spoleto abile a leggere libri annusandoli. C’è la storia di padre Kelley amico del papà di Luisella, anche lui appassionato di letture antiche e di codici da comprendere. Saranno proprio il prete e il notaio a pensare di sfruttare il dono di Adelina per decifrare il celebre manoscritto Voynich, “il codice più misterioso al mondo”, composto in una lingua misteriosa e mai decifrato. Adelina si mostra come una ragazzina curiosa, tanto che per lei tutti i libri che le mostrano sono fonte di sapere e si lascerà trasportare dalle richieste di padre Kelley e del notaio. La protagonista annuserà libri su libri per imparare storie. Qualcosa però andrà storto e, ad un certo punto, la sete di potere e l’avidità del padre di Luisella rischieranno di mettere a repentaglio la vita di Adelina. “L’annusatrice di libri” è un romanzo nel quale ci sono tanti temi messi in campo: la voglia di conoscere per accrescere il proprio sapere, l’amore vero per la lettura e i libri, lo stimolare al leggere. A questi aspetti positivi si oppongono la smania del possedere per essere ricchi, il pensare solo a sé e non agli altri, lo sfruttare una qualità altrui per dare forma ai propri interessi. Tutti questi elementi caratterizzano la storia de “L’annusatrice di libri” e ne fanno un romanzo avvincente, nel quale sono presenti l’eterna lotta tra bene e male, ma anche il contrasto e conflitto tra innocenza del mondo infantile e malizia cinica di certi adulti con i quali la giovane Adelina dovrà fare i conti. “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi è un romanzo dinamico, avvincente e curioso, che punta a stimolare la passione per la lettura e per i libri, perché essi sono un po’ come le persone, devono essere conosciuti amati e rispettati.

Desy Icardi è nata a Torino, città in cui vive e lavora, è formatrice aziendale, attrice e copywriter. Nel 2004 si è laureata al DAMS e dal 2006 lavora come cabarettista con lo pseudonimo di “la Desy”; è inoltre autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Dal 2013 cura il blog “Patataridens”, espressamente dedicato alla comicità̀ al femminile.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi. Ringraziamo Cristina per la gentilezza e la pazienza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Imperfetta di Andrea Dorfman (Einaudi ragazzi 2019) a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2019
Imperfetta-Dorfman-Einaudi-Ragazzi

Clicca sulla cover per l’acquisto

La storia di Andrea Dorfman, non è fiction, ma è vera, perché in “Imperfetta”, edito da Einaudi Ragazzi, l’autrice affronta un problema del tutto personale. Andrea si occupa del rapporto conflittuale che ha sempre avuto con il proprio naso. Un naso non proprio piccolo, ma “importante”, fin da quando l’autrice era bambina. Poi un giorno Andrea conosce un ragazzo –Dave-, i due iniziano una relazione a distanza, perché Andrea vive in Canada, mentre il suo ragazzo sta dall’altra parte del mondo. I due si scambiano lettere dove si raccontano le loro vite, i rispettivi lavori e anche le loro paure. Andrea ama il suo ragazzo, ma è un po’ in crisi perché lui di lavoro fa il chirurgo plastico e per Andrea e il suo naso, ecco è un rapporto un po’ sofferto, nel senso che la ragazza accetta sì il fatto che ci siano persone che si rivolgono al suo fidanzato per risolvere problemi di salute. Quello che Andrea non comprende sono coloro che invece si rivolgono a Dave per farsi modificare occhi, bocca o altre parti del corpo perché non le amano. Andrea si sente imperfetta e, come narra lei pagina dopo pagina, avrà nella sua vita di bambina e adolescente un rapporto molto complesso con il suo prominente naso, però non modificherà mai il suo aspetto. Andrea capisce che è proprio in quella che potrebbe essere considerata un’imperfezione, un difetto, che sta la sua perfezione. Nel senso che è proprio quel naso così evidente che rende Andrea unica, con un’identità specifica e del tutto personale. Il libro della Dorfman fa riflettere su quanto a volte il sentirsi “diversi” non dipende tanto e solo da noi, ma anche da coloro che ci circondano e dal mondo dove viviamo, nel quale non fanno altro che farci notare quello che, secondo loro, non va in noi. A rendere ancora più chiaro il messaggio di accettazione di sé, di rispetto per il prossimo per come è, ci sono le colorate tavole illustrate fatte dalla stessa Andrea. Esse donano alla storia tratta dal cortometraggio “Flawed”, candidato a un Emmy Award, una graphic novel ironica e garbata che fa anche un invito a sfidare quelli che sono gli stereotipi spesso imposti dai media e dalla della società di oggi, dove sembra contare più l’apparire, che l’essere vero e profondo delle persone. “Imperfetta” di Andrea Dorfman è un libro dove si chiama il lettore al rispetto di sé, del prossimo e delle diversità che si pongono, non come difetti, ma come caratteristiche e peculiarità che rendono ognuno di noi unico al mondo. Illustrazioni Andrea Dorfman. Traduzione Michele Piumini.

Andrea Dorfman è una premiata animatrice e regista cinematografica. Adattato dal film Flawed, candidato a un Emmy Award, Imperfetta è il primo libro pubblicato a suo nome. How to Be Alone, la video-poesia da lei realizzata insieme a Tanya Davis, ha totalizzato oltre otto milioni di visualizzazioni su Facebook ed è uscita come libro nel 2013. Vive a Halifax, Nuova Scozia, Canada.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni e all’ufficio stampa Einaudi Ragazzi.

:: Dalla parte del bene di Martin Fahrner (Keller editore, 2018) a cura di Viviana Filippini

19 febbraio 2019

unoDalla parte del bene” è un viaggio nella vita di un uomo, nei suoi ricordi d’infanzia in un piccolo paese al confine con la Polonia. Un località piazzata lì sul valico tra due montagne, dove la vita scorre in modo pacifico, lontana da ogni paura e preoccupazione. Non a caso, per il protagonista e per chi è nato al paesello, fondamentali come indice della crescita sono i passaggi di mezzo a due pedali. Dal triciclo quando si è piccoli piccoli, passando per una Pionýr, nella speranza di avere una Eska, una bicicletta alla quale tutti mirano, perché la si trova in tanti colori e con le marce. In realtà, queste sono le tappe intermedie per l’arrivo all’età adulta, perché il traguardo finale, quello che sancisce l’ingresso nell’età adulta e che in pochi hanno il privilegio di avere è lei: la Favorit. A raccontare la storia c’è un bambino, il figlio del capitano delle squadra di calcio del Kostelec. Pagina dopo pagina, la voce narrate cresce diventando adulta e, nell’arco di tempo che trascorre (circa una ventina di anni), chi narra ci porta nella vita di un uomo (il padre) che ha sperimentato sulla sua propria pelle, esperienze di vita che hanno lasciato segni indelebili. Dall’essere un grande calciatore di successo osannato da tutti, al dover fare i conti con problemi fisici che costringeranno l’uomo ad attaccare gli scarpini da calcio al chiodo e trovare un altro lavoro per mantenere la famiglia. Vita quotidiana, fatta di lavoro, di affetti e anche di piccole incomprensioni familiari sulle quali gravano, nel 1968, le tensioni della Primavera di Praga e, nel 1989, un ulteriore cambiamento: la caduta del muro di Berlino. In “Dalla parte del bene” di Fahrner però l’io narrante, quel bambino che cresce diventando un uomo, espone anche il proprio vissuto personale tra sport amati (la bicicletta) e tenuti a distanza (anche se è figlio di un calciatore il narratore non ama il gioco del calcio). E non solo, perché il figlio dell’ex capitano del Kostelec adora il teatro, lo studia, ci lavora e in barba a tutte le difficoltà fa ogni singola cosa con passione, fino all’incontro con la donna amata. Tra i ricordi, accanto alle imprese del padre ex calciatore, ma sempre eroe, si innestano la nascita dei due figli della voce protagonista e il suo rimettersi in gioco come artigiano con un forno per cuocere ceramiche. In “Dalla parte del bene”, Martin Fahrner, come Ota Pavel, con uno stile ricco di ironia e sentimento si rivela uno dei migliori esponenti della letteratura ceca. Uno scrittore che scava nei meandri della memoria, ripescando i ricordi del e dal passato personale, per intrecciarli con i fatti storici della propria terra d’origine. Il tutto per modellare, pagina dopo pagina, una narrazione nella quale si rendono straordinaria la quotidianità di una famiglia e la sua capacità di non abbattersi mai e di reinventarsi sempre nel corso del tempo. Traduzione dal ceco Laura Angeloni.

Martin Fahrner è nato nel 1964. È laureato alla Facoltà di Scienze dell’educazione di Ústí nad Labem e alla Facoltà di teatro di Praga (DAMU). Ha lavorato come drammaturgo, addetto agli impianti di riscaldamento, vasaio, guida turistica. Ora è scrittore, traduttore e autore di spettacoli teatrali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e allo staff dell’ufficio stampa.

:: Franco Basaglia, il Re dei matti di Davide Morosinotto (Einaudi ragazzi, 2018) a cura di Viviana Filippini

11 febbraio 2019

Franco Basaglia, il Re dei matti di Davide MorosinottoFranco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo, fondatore della concezione moderna della salute mentale e pure riformatore della disciplina psichiatrica in Italia. Nel 1978 venne approvata Legge Basaglia (legge 180/78), che stabilì la chiusura dei manicomi, ridonando la dignità di persona ai pazienti psichiatrici. In occasione della ricorrenza dei 40 anni dalla legge, nel 2018 è uscito “Franco Basaglia, il Re dei matti”, edito da Einaudi Ragazzi, scritto da Davide Morosinotto. Il volume, blu come il cavallo che Basaglia e i suoi pazienti di Trieste fecero per provare a cambiare le cose, è una storia nella quale l’autore racconta al lettore bambino o ragazzino la figura dello psichiatra. Protagonista però è Lisa, una bambina che scappa spesso di casa per andare a trovare la mamma. La donna è rinchiusa in un grande manicomio, in cima ad una collina, dove la piccola corre appena può, perché la sua mamma, essendo un po’ matta, non può stare con lei. Per entrare nel manicomio per poter abbracciare la mamma Lisa deve distrarre la guardia e intrufolarsi in quel luogo cupo, di terrore, pieno di sbarre, cancelli e porte serrate a chiave. Un’impresa non da poco per una bimba, ma con il nuovo direttore, un certo Franco, un signore un po’ strano, cominceranno a cambiare le cose. Anche la vita di Lisa, della sua mamma e della sua famiglia cambieranno in modo radicale. Morosinotto crea una storia toccante ed emozionante dove, attraverso il legame madre figlia messo a dura prova dalla reclusione del e nel manicomio, narra le condizioni di coloro che vivevano negli ospedali psichiatrici prima del 1978 e della legge che li fece chiudere. Lisa e la madre sono la rappresentazione di uno dei tanti casi che potrebbero essere accaduti nella realtà. Quello che colpisce è come l’autore sia riuscito con tatto e garbo a raccontare non solo quanto fosse dolorosa (emotivamente e fisicamente) la vita nei manicomi, ma anche come fosse difficile per i pazienti rapportarsi alla realtà esterna alla casa di cura. Chi usciva spesso era vittima di pregiudizi, dell’ignoranza di coloro che giudicavano senza sapere e di chiacchiere inutili e cattive – come accade alla mamma di Lisa – che non facevano altro che rendere ancora più complesso il processo di reinserimento nella società di coloro che spesso venivano definiti pazzi, folli, matti. Basaglia fece tanto per i pazienti del manicomio di Trieste e per tutti gli altri manicomi presenti in Italia. Franco Basaglia lottò per ridare ai pazienti la dignità tolta e usurpata, lottò per renderli di nuovo umani. Basaglia e i suoi ragazzi di Trieste in “Franco Basaglia, il re dei matti” combattono per dimostrare che quando l’umanità è in difficoltà deve imparare a dialogare, confrontarsi per trovare la giusta via che porti ad un rimedio, alla tranquillità e al rispetto per tutti. Il libro presenta una nota iniziale di Peppe dell’Acqua.

Davide Morosinotto è nato nel 1980 in una ridente cittadina ai piedi dei colli euganei e da molti anni vive in una casa ai piedi dei colli bolognesi. Fin da piccolo ha deciso che voleva raccontare delle storie e ha iniziato molto presto a scrivere. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti letterari, tra cui il «Premio Andersen» per il miglior libro oltre i 12 anni con Il rinomato catalogo Walker & Dawn (Mondadori). È socio di Book on a Tree, una cooperativa di autori fondata da Pierdomenico Baccalario. Come scrittore di libri per ragazzi ha pubblicato più di trenta romanzi, anche se non sempre con il suo vero nome. Per Edizioni EL / Einaudi Ragazzi ha pubblicato il romanzo Il Libero Regno dei Ragazzi, Peppino Impastato, una voce libera, Il giro del mondo in 80 belle notizie e numerosi titoli nelle collane «Classicini», «Grandissimi», «In poche parole». Il suo ultimo libro è Franco Basaglia, il Re dei Matti.

Source: richiesto all’editore, grazie a Anna De Giovanni dell’ufficio stampa Einaudi Ragazzi.

:: Tutto è Jazz di Lili Grün (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2019
COVER-DEF-TUTTO-JAZZ

Clicca sulla cover per l’acquisto

Tutto è jazz” è un piccolo capolavoro letterario recuperato. L’autrice è Lili Grün, viennese di origine ebraica deportata e uccisa nel 1942. “Tutto è jazz”, pubblicato da Keller ha per protagonista Elli, una ragazza partita da Vienna e diretta a Berlino in cerca di fortuna. La giovane, che in certi giorni si sente ragazzina e in altri donna matura, si troverà nella capitale tedesca negli anni Trenta e sarà travolta dal rutilante ritmo e dalla sferzante vitalità che anima il luogo. Elli è in cerca di riscatto e come lei il gruppo di amici che vogliono lavorare nel mondo delle spettacolo, però non è per loro così semplice. Provini, incontri, promesse fasulle sono quelle con le quali Elli e gli altri si dovranno scontrare e, allora, in loro nascerà un’idea: aprire un kabarett. Prenderà forma il Jazz dove la simpatica combriccola farà tutto: scriveranno le musiche, plasmeranno le scenografie, creeranno i testi, canteranno e balleranno per prepararsi al debutto. Poi, il grande giorno arriva e tutto sembra perfetto, tanto è vero che si affacceranno all’orizzonte figure come Fritz Lang, Max Reinhardt, René Clair e altri importanti registi interessati- a quanto sembra- a scovare qualche talento. Ellie, Hullo e i suoi amici vivranno nella trepidante attesa dell’evento che possa cambiare per sempre, e in meglio, le loro vite. In netto contrasto con le aspirazioni di Elli troviamo la figura di Robert, il suo fidanzato, un po’ apatico e tutto serioso, che non riesce a capire perché Ellie e gli amici, ma soprattutto lei, si ostinino a voler lavorare nel mondo dello spettacolo. “Tutto è jazz” è un romanzo frizzante, pieno di entusiasmo e di aspettative, ma non mancano in esso e nei suoi personaggi le preoccupazioni per le incertezze, i timori e le inquietudini per un futuro che all’inizio sembra chiaro, solo che che con il passare del tempo esso sembrerà diventare un po’ troppo incerto e precario. Questo accadrà perché Elli e i suoi compagni di avventura dovranno scontrarsi con la realtà nella quale, a volte, i sogni vengono traditi da false promesse e da improvvisi ostacoli che pregiudicheranno il fare dei protagonisti. Elli di “Tutto è jazz” ricorda molto da vicino la figura di Lili Grün, perché come la protagonista del romanzo ad un certo punto della sua vita – verso la fine degli anni Venti- Lili decise di trasferirsi a Berlino in cerca di fortuna e lavoro nel mondo del teatro. Solo che nella vita vera gli eventi non vanno come nei libri dove è chi scrive a decidere il destino dei personaggi. Nella realtà la povera Lili non ebbe vita facile, nel 1933 pubblicò questo suo romanzo d’esordio, ma la salute cagionevole e il poco lavoro la costrinsero a tornare a Vienna. Il tutto precipitò nel 1938 quando l’Austria venne annessa al Reich e nel 1942 la povera Lili venne deportata e uccisa. Dopo la sua morte, la Grün e le sue opere finirono nel dimenticatoio per ottanta anni e solo la recente e fortunata riscoperta di “Tutto è jazz”, permetterà a noi lettori di oggi di conoscere la piacevole scrittura di Lili Grün. Traduzione dal tedesco Enrico Arosio.

Lili Grün nasce a Vienna nel 1904 in una famiglia ebrea e perde precocemente sia la madre sia il padre. Dopo aver effettuato l’apprendistato come impiegata segue la propria vocazione per il teatro fino a spostarsi a Berlino sul finire degli anni Venti. Vi rimane fino al 1933, anno in cui per problemi economici e di salute ritorna a Vienna, ma nel quale pubblica anche il suo sorprendente libro d’esordio Tutto è Jazz. L’annessione al Reich nel 1938 e la conseguente adesione al nazionalsocialismo dell’Austria segnano il suo drammatico destino: nel 1942 viene rastrellata e uccisa.

Source: inviato dall’editore al recensore, grazie all’ufficio stampa Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La stella che non brilla, Guia Risari, (Gribaudo 2019) a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2019

la stella che non brilla, guia risari,In occasione della Giornata della Memoria, Guia Risari torna in libreria con “La stella che non brilla”, edito da Gribaudo. Eva è una bimba curiosa e un giorno, mentre mamma corregge i compiti e il babbo legge, la piccola va a giocare in soffitta. Poi, all’improvviso Eva trova una scatola con oggetti strani per lei. Dentro a quella vecchia scatola arrugginita ci sono una stella a sei punte, una foto con tanti uomini in pigiama e un dente. Quando la piccola chiede ai genitori cosa siano quegli strani ricordi, la coppia non ha il coraggio di raccontare e chiama il nonno. Sarà proprio grazie a lui che Eva scoprirà la Seconda guerra mondiale, il Nazismo, il Fascismo e che quegli uomini della foto non indossano un pigiama, ma sono prigionieri, sono ebrei deportati in un campo di concentramento. Guia Risari torna in libreria con un libro per bambini illustrato da Gioia Marchegiani, nel quale si affronta con parole e illustrazioni il tema della Shoah. Il tutto con delicatezza e profonda sensibilità. Eva ascolta attenta il nonno, scoprendo le sofferenze che lui e la sua famiglia, come molti altri ebrei e deportati, furono costretti a sopportare. Eva comprende il significato della stella, della foto e di quel dente al quale il bisnonno era tanto legato. Tra la bambina e l’adulto si crea una forte empatia che permette all’uomo maturo di tramandare alla nipotina (e ad ogni lettore) una parte dell’immenso dramma che colpì innocenti vite durante il conflitto mondiale. Quello che si crea in “La stella che non brilla” di Guia Risari è uno scambio di sapere, di ricordi, di emozioni e sensazioni che giungono a noi lettori con un invito esplicito e importante: Zakhor, ossia Ricordare in lingua ebraica, e ricordare sempre, nella speranza che tragedie come quella dei campi di concentramento e dello sterminio di vite innocenti non accadano più. Il libro edito da Gribaudo è munito anche di un interessante appendice storica nella quale vengono fornite tutte le informazioni base sullo sviluppo del Nazismo, del Fascismo, del numero di vittime che quell’epoca causò. Accanto ad essa un’appendice artistica con indicate le opere artistiche, in Italia e all’estero, che hanno il compito di fare Memoria.

Guia Risari è nata nel 1971 a Milano, dove ha compiuto studi classici e si è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale, lavorando come educatrice e giornalista per “L’Unità”. Si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University con ricerche su Saadia, Maimonide, Mendelsohn, Rosenzweig, Lévinas, Jabès, Rawicz, Bauman, Rose e una tesi di M.A. sull’antisemitismo italiano. In seguito, si è trasferita in Francia, dove, oltre a scrivere e tradurre, ha insegnato e svolto ricerche in sociocritica, storia, letteratura orale e comparata delle migrazioni. Ha pubblicato due saggi, vincendo cinque premi letterari. Scrive anche racconti e testi per l’infanzia. Lavora con case editrici, riviste, compagnie teatrali, radio e quotidiani.

Gioia Marchegiani è nata a Roma nel 1972. Diplomata in Illustrazione all’Istituto Europeo di Design di Roma, illustra e scrive libri per l’infanzia. Insegna disegno e pittura ai bambini della scuola primaria. È cofondatrice dell’associazione “Semidicarta”, per la quale progetta e svolge laboratori didattico-creativi e di promozione alla lettura. Ha pubblicato vari albi illustrati per l’infanzia, tra cui Iole, la balena mangiaparole con Gribaudo, vincendo diversi premi.

Source: richiesto all’autrice. Grazie a Guia Risari.

:: Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi 2018) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2019
il-colombo-dargento

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Il colombo d’argento” di Andrej Belyj, edito da Fazi, è un libro intrigante che catapulta il lettore nel passato ai tempi della Russia pre-rivoluzionaria. La storia si apre con un giovane che sembra camminare senza meta, completamente assorto nei suoi pensieri. Quel ragazzo diretto non si sa bene dove, è Pëtr Dar’jal’skij. Lui, all’apparenza così spaesato, è in realtà molte cose assieme: è studioso, poeta e uno di quei nuovi intellettuali che stava formandosi prima della Rivoluzione. Il suo vagare appare da subito come un cammino di ricerca, perché Dar’jal’skij sta davvero cercando qualcosa di importante: la verità̀ su se stesso e sul mondo. Ad un certo punto il protagonista arriva a Celeebevo, qui conoscerà tutta la comunità composta da un umanità a tratti grottesca e strampalata e i diversi gruppi culturali e religiosi presenti nella località, tutti impegnati a fortificarsi e prepararsi per essere pronti a partecipare alla rivoluzione. Tante sette ci sono nella vecchia Russia narrata e non a caso troviamo quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti, i Molokani, i famosi Chlysty – sicilisti nel libro-  nati nel XVII secolo e sostenitori del principio che Cristo fosse già presente spiritualmente in ogni membro della setta durante la sua vita terrena- e i Colombi d’argento. Pëtr Dar’jal’skij entrerà in contatto con molti di loro, ascolterà i loro discorsi e leggerà i loro scritti, ma sarà il gruppo dei Colombi d’argento a travolgerlo con maggiore forza, trascinandolo in un percorso di completa metamorfosi. Pagina dopo pagina, Andrej Belyj narra la storia di queste terre russe nelle quali, a contatto con questi gruppi settari, il protagonista perderà ogni certezza fino a subire un completo cambiamento che lo porterà a compiere azioni per lui impensabili. Tra di esse, per esempio, la rottura del fidanzamento di Dar’jal’skij con Katia, una giovane di buona famiglia con parenti nobili, e con la quale sembra esserci la possibilità di un matrimonio. La relazione andrà a monte, perché il ragazzo si lascerà travolgere dalla passione per la contadina Matrëna Semënovna, serva dell’ambiguo falegname Mitrij Kudejarov, capo della setta dei “colombi”. Sarà proprio questa figura femminile, non particolarmente bella, ma con qualcosa di irresistibile, ad accalappiare il giovane per farlo diventare l’ “uomo nuovo”, che avrà il compito di rinnovare la Russia e dare il via a un Regno di Luce. Il protagonista Dar’jal’skij ad un certo punto finirà in un circolo vizioso dal quale non riuscirà ad uscirne, e questo fa capire al lettore quanto possa essere potente il processo di manipolazione mentale al quale il giovanotto di trova sottoposto. “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj è un storia forte, narrata a tratti con una sottile ironia che ci porta dentro alla Russia del passato in un periodo di grande fermento culturale e intellettuale nell’attesa del grande cambiamento. Un mondo di tensioni, di ansie e di investigazione del nuovo che rigenera, che –in teoria- dovrebbe fortificare e che, come accadrà a Pëtr Dar’jal’skij, non sempre corrisponde al raggiungimento della pace e tranquillità. Traduzione di Carmelo Cascone.

Andrej Belyj Pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev, è stato una figura di assoluto rilievo nel panorama letterario russo. Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, filosofo, negli anni dell’adolescenza entrò in contatto con Sergej Solov’ëv, nipote del filosofo Vladimir Solov’ëv, le cui dottrine influenzeranno tutta la sua opera. Esponente di spicco del movimento simbolista russo, a partire dal 1903 ebbe un intenso rapporto epistolare con Aleksandr Blok, che in seguito conobbe personalmente. Fu autore di raccolte di poesie, romanzi (Pietroburgo, definito da Nabokov «uno dei quattro più̀ grandi romanzi del ventesimo secolo»), saggi e libri di memorie che restituiscono in modo brillante la travagliata parabola storico-culturale della Russia d’inizio secolo.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi, grazie a Cristina e a tutto lo staff.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La figlia dell’assassina, Giuliana Facchini (Sinnos 2018) a cura di Viviana Filippini

11 gennaio 2019

la-figlia-dellassassinaLa figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Mia madre era una madre come le altre prima di diventare un’assassina” dice Rachele.
La mia non la sopporto. Certe volte devo tenerla lontana, altrimenti mi metto a urlare” dice Daria.
Rachele e Daria, protagonista e antagonista, sono la rappresentazione di due approcci diversi alla vita, utilizzati dall’autrice per mettere in scena i tormenti e le insicurezze degli adolescenti alla ricerca del loro posto nel mondo. Giuliana Facchini affronta con tatto sensibile e attenzione i temi del bullismo, del rapporto conflittuale che i figli hanno con i genitori e anche con i loro coetanei (non sempre veri amici), la paura del domani visto come un qualcosa di sconosciuto e indefinito. Non solo, perché attraverso la storia di Rachele e Eva, l’autrice ci mostra quanto i pettegolezzi, le chiacchiere di paese e i media (giornali, tv, web) manipolino la realtà delle cose, facendo passare dei messaggi non sempre veritieri, scatenando spesso giudizi e pregiudizi che possono ledere i protagonisti della vicenda. “La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini è un po’ un giallo, ma è anche un romanzo di formazione e di riflessione sulla contemporaneità dove non sempre tutto è certo e dove non sempre le persone e le cose sono davvero quello che sembrano.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”.

Source: grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Fiabe Faroesi (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2019

fiabeContinua il viaggio nelle fiabe nordiche di Iperborea con la pubblicazione del volume “Fiabe Faroesi” provenienti dalle Isole Faroe, una provincia del regno della Danimarca. Quello che colpisce durante la lettura del volume tradotto da Luca Taglianetti, è la sensazione di compiere un vero e proprio viaggio nelle isole del Nord Atlantico, in un mondo dove i verdi paesaggi primordiali e le antiche tradizioni sono ancora vive. Nel libro sono raccolte le più antiche fiabe faroesi nelle quali ci sono personaggi intriganti, curiosi, piccoli eroi che compiono grandi gesti per cambiare il loro destino e quello di coloro che li circondano. In totale 28 fiabe dove compaiono orchi a sette teste che rapiscono principesse, seguiti da giganti che portano via le figlie a umili uomini. Non mancano poi orchesse che rapiscono bambini e i troll che si confrontano con i Senza-papà, ossia figli orfani. Poi, più ci si addentra nelle tradizioni di queste isole lontane si scoprono le avventure di Ceneraccio (“Ceneraccio” e “Ceneraccio e Rosso”) o Fanfarone: giovani, spesso e volentieri, sottovalutati da chi gli sta attorno e che avranno modo di riscattarsi. Non mancano nemmeno gli animali come protagonisti delle fiabe e li troviamo in “La volpe e l’orso” e “Il contadino, il bue, l’asino e il gallo”, per citarne due. Certo è che ogni storia letta trascina noi lettori nel mondo misterioso dell’arcipelago delle Faroe, nel quale temi atavici come il conflitto tra il bene e il male, il giovane che si riscatta, il bene che trionfa, e anche qualche sconfitta per chi non si comporta a modo, sono ammantante da un senso di suspence, di magia e di umorismo, capaci di conquistare il pubblico. Inoltre, nonostante un isolamento protettivo per tutelare la propria cultura faroese, ci sono alcune fiabe come “La strega che mise il ragazzo all’ingrasso ovvero La casa delle frittelle” e “La figlia di Cornacchia e la figlia di Tizio”, che ricordano molto le fiabe di “Hansel e Gretel” e di “Cenerentola”. Nella postfazione scritta da Taglianetti si scopre un po’ la storia di queste fiabe, tramandate per secoli solo attraverso il racconto orale, come passatempo nelle gelide sere invernali, quando ci si riuniva per stare in compagnia. Le narravano uomini se si trattava di leggende locali, mentre le donne avevano il compito di raccontare fiabe. Certo è che in queste storie, messe per iscritto per la prima volta nell’Ottocento, ci sono alcuni elementi fondamentali, come la finalità morale. Al loro interno c’è sempre un valore, un principio da comunicare al lettore (ora) o all’uditore (in passato), per suggerirgli come comportarsi per evitare i problemi. La cosa che stupisce è che la popolazione della Faroe, anche se appartenente al Regno della Danimarca, oltre alla lingua danese, ha sempre mantenuto vivo – lo fa ancora- l’uso della lingua autoctona -il faroese-, dimostrando di avere un forte legame con le proprie radici e tradizioni. Ciò che emerge da “Fiabe Faroesi” è il segno evidente di un popolo dotato di un forte amore per la propria identità e per la propria cultura, rimasta immune alle influenze provenienti dall’esterno. Illustrazioni di Lorenzo Fossati.

Source: grazie a Francesca Gerosa e all’ufficio stampa Iperborea.