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Breve storia dei capelli rossi, Giorgio Podestà, (Graphe.it, 2020) A cura di Viviana Filippini

15 novembre 2020

Cosa hanno in comune Paolo Cognetti, Renzo Arbore, Mina, Giuseppe Garibaldi e Maria Pia di Savoia? Tutti hanno il rutilismo, ossia i capelli rossi. A raccontarci qualcosa in più sulle chiome fulve ci pensa Giorgio Podestà con il libro “Breve storia dei capelli rossi”, edito da Graphe.it.  Il testo, con copertina rossa, è un interessante viaggio nel tempo e nella cultura nei secoli, alla scoperta delle origini, delle superstizioni, dicerie e rivincite che si sono create spesso e volentieri nel corso del tempo per coloro che avevano i capelli rossi. Podestà ci porta dentro alla storia dei capelli scarlatti facendo un’indagine storica dalla quale emerge come il gene dei capelli rossi, presente nell’Homo sapiens, non derivi direttamente dall’uomo di Neanderthal (50-80mila anni fa), ma da tre varianti genetiche che evidenziano la presenza dei capelli rossi già prima delle invasioni indoeuropee. Poi, tra le pagine del libro, si scopre in modo dettagliato il fatto che la capigliatura rossa ha origine dalla variazione di un gene che determina, per chi lo possiede, i capelli vermigli e la pelle chiara. Il testo evidenzia la presenza delle persone dalla testa rossa nel mondo pari al 2% della popolazione e sottolinea il fatto che in alcune località il colore rosso sia diventato un pregio, anzi un motivo di orgoglio. Alcuni esempi sono il raduno di Crosshaven in Irlanda dove accorrono di media, ogni anno, circa 25mila persone; quello di Redhead Days in Olanda e il Festival di Favignana in Italia. Il rosso nei capelli ha popolato a 360 gradi anche il mondo delle arti dove i essi sono stati spesso i diretti protagonisti di dipinti, romanzi, poesie, componimenti musicali, romanzi, racconti. Basti pensare ai capelli rossi presenti nella “Crocifissione” di Antonello da Messina, o la “Venere di Urbino” di Tiziano che con quella chioma biondoramata ha fatto palpitare più di un cuore nel corso dei secoli e ancora la “Ragazza Rossa” di Modigliani. Passando alla letteratura, come non andare a Verga e il suo Rosso Malpelo, dove il colore rosso è simbolo di discriminazione, di derisione che si abbattono sul personaggio (e sappiamo tutti la tragica fine che fa il protagonista della novella verghiana), oppure ad “Anna dai capelli rossi” della Montgomery o “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lindgren. I capelli rossi come una caratteristica spesso legata ad un carattere sferzante e irrequieto, ma anche segno di profonda sensualità. Tanto per capirci basta far volare la mente alle donne ritratte dai pittori Preraffaelliti e farsi ammaliare della loro delicata e, allo stesso tempo, sensuale bellezza.  Ok, ma chi aveva i capelli rossi? Qualche nome? Il re Davide che sconfisse Golia, Ulisse, Alessandro Magno, Erik il Rosso che scoprì la Groenlandia, Federico Barbarossa, Elisabetta Tudor, Galileo Galilei, Vincent Van Gogh, Rita Hayworth, Harry d’Inghilterra e la nostra Milva. Questi sono solo alcuni dei nomi che troverete nel testo, perché alla fine il libro presenta un indice dei nomi dove si trovano gli artisti, pittori, attori, cantanti, uomini e donne di cultura o che ebbero e hanno un ruolo nella società, tutti accomunati dal fatto di avere dei capelli rossi.  “Breve storia dei capelli rossi” è un interessante saggio nel quale Giorgio Podestà oltre a raccontare la storia dei capelli fulvi attraverso la storia e l’arte, evidenzia quanti di coloro che in passato avevano i capelli rossi erano considerati una minoranza da temere, erano il “diverso” che incuteva sospetto timore e mistero. Diversi pregiudizi che con il passare del tempo hanno lasciato spazio (meno male così abbiamo artisti come Ornella Vanoni, Tori Amos, Ed Sheeran, Eva Schubert e Jess Glynne) ad una rivincita dove la diversità del capello rosso è diventato fonte di arricchimento e originalità.

Giorgio Podestà è nato in Emilia e si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon). Appassionato di letteratura italiana, inglese e americana del secolo scorso, ha sempre scritto poesie, annotandole su quadernini che conserva gelosamente. Con lo stesso editore ha pubblicato la raccolta poetica “E fu il giorno in cui abbaiarono rose al tuo sguardo” (Graphe.it edizioni).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

“Le cronache di San Cidano”, intervista a Nicola de Silla a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2020

Oggi vi propongo l’intervista a Nicola De Silla per il suo romanzo “Le cronache di San Cidano” (Arduino Sacco Editore), ambientato nel Salento post bellico, in un terra dove legami alle radici e l’arrivo del nuovo proveranno a convivere. Nela abbiamo parlato con l’autore.

Nicola ben arrivato a Liberi di scrivere. Come è nata l’idea del romanzo “Le cronache di San Cidano” ambientato nell’immediato dopoguerra in Salento? Il romanzo è nato per caso in un noioso pomeriggio di fine maggio. Mi accingevo a scrivere sul mio blog un articolo di politica. Cercai di “alleggerirlo” trasformandolo in una parodia, ma più scrivevo più mi accorgevo che in me c’era una storia da raccontare. L’articolo fu cestinato ed il romanzo iniziò a prendere forma.

Antonio Rizzi ingegnere barese, inviato dall’Acquedotto Pugliese finisce in un paesino del Basso Salento, come si trova in questo mondo e con la sua gente? Il protagonista del libro, Antonio Rizzi, nasce dalla necessità di narrare la storia del Salento post bellico con gli occhi di un estraneo. Un personaggio capitato là quasi per caso. Non poteva di certo esser un turista. In quel periodo non ce n’erano e nemmeno un immigrato perché nel Finibusterre il lavoro mancava. Poteva trattarsi solo di un funzionario pubblico inviato in missione. Ed è stata appunto la sorte avversa dell’ingegnere barese a condurlo in un luogo considerato primitivo ed arretrato dagli stessi meridionali. Un posto da cui la gente scappava; di certo non sceglieva di andarci di propria sponte. Egli accetta il suo trasferimento con un atteggiamento carico di rassegnazione e pregiudizio. Non ha alcuna aspettativa e spera di compiere bene e presto il suo lavoro in modo da poter tornare nel mondo “civile”.

Cosa rappresenta invece per tutta la comunità l’arrivo di Rizzi, un cittadino? Le comunità salentine, ora come allora, sono abituate agli “estranei”. 2800 anni di dominazioni straniere dai Messapi agli Americani passando per Greci, Romani, Bizantini, Goti, Saraceni, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Turchi, Piemontesi, Tedeschi fanno del Salento una terra di accoglienza e di contaminazione senza eguali. Non dimentichiamo che proprio vicino ad Otranto sorgeva il grande monastero di San Nicola di Casole, il più importante ponte culturale tra Oriente ed Occidente di tutta l’Europa. Per cui i cittadini di San Cidano accolgono il Rizzi come da secoli i loro avi accoglievano i tanti viaggiatori di passaggio. Con rispetto e curiosità.

Tra le diverse relazioni, sono interessanti quelle con il signorotto del paese a anche cono una vedova del posto. Cosa rappresentano per lui?  Chi leggerà il romanzo comprenderà subito che il protagonista è un tipo schivo, molto introverso e con evidenti limiti comunicazione. Geloso della sua intimità non permette a nessuno, a volte nemmeno a se stesso, di guardare nel profondo del suo cuore e dei suoi sentimenti. Luciano Raho e Carmela Greco colmeranno questa lacuna. Con il primo sperimenterà il significato della vera amicizia che non è mai di circostanza e nulla chiede in cambio accettando l’altro così come è. Con la seconda troverà l’amore e lo farà per la prima volta, avendo sino a quel momento, intrattenuto con l’altro sesso solo rapporti meramente formali od esclusivamente carnali. Don luciano Raho e Carmela Greco rappresentano la parte mancante di Antonio Rizzi, ciò che lo completa e lo realizza.

Altro aspetto presente sono i conflitti che Rizzi ha con i notabili del posto. Cosa gli permetteranno di capire a livello di rapporti sociali e nel suo vissuto personale? La lotta di Antonio Rizzi con i suoi avversari ha un elemento introspettivo importante. Egli non ha una grande opinione di se stesso e non è contento della sua vita. Ha spesso subito dei soprusi con malcelato disincanto (non dimentichiamo che era finito a San Cidano perché la sua destinazione originaria era stata data ad un raccomandato). Per la prima volta qui nel Finibusterre decide di lottare e lo fa per porre rimedio ad un’ingiustizia e per dimostrare a se stesso di esserne capace. Alla fine ne uscirà un uomo nuovo fiducioso delle proprie capacità. D’altronde questo è il romanzo del riscatto dei perdenti. Basti pensare alla storia di Nikos Kardatos il pescatore greco omicida che sembrava non dovesse far altro che attendere la morte liberatoria ma impara ad amare nuovamente la vita. O Carmela Greco, rassegnata ad invecchiare senza conoscere l’amore che invece trova proprio nel burbero ingegnere barese.

In un primo momento Rizzi sembra non molto convinto di stare a San Cidano, che effetto avranno su di lui la storia, la cultura e tradizioni che incontrate in questo luogo? Il nostro protagonista, provenendo dal capoluogo, potrebbe essere definito per l’epoca un settentrionale del sud. Arriva a san Cidano carico di pregiudizi ma ben presto si ricrede. Inizia ad innamorarsi del luogo, della luce intensa e speciale che invade e permea tutte le cose, della bellezza del mare, dell’asperità della terra, dei tesori dell’architettura e dell’arte che non si aspettava di trovare.La sua scoperta della bellezza non si ferma alle cose ma procede oltre sino ad apprezzare la gentilezza delle persone, la loro disponibilità, l’ospitalità che definirei intransigente, la dignità con cui affrontano le difficoltà della vita. Sino a giungere poi alla scoperta dell’amicizia e dell’amore.

Quindi, quanto è importante recuperare e mantenere vive le proprie antiche tradizioni culturali? Non è solo importante, credo sia vitale, indispensabile. La conoscenza della propria storia, anche attraverso il mantenimento e la valorizzazione delle tradizioni, ci consente di avere una identità. Ci fa sentire appartenenti ad un luogo non solo geografico ma culturale e spirituale che nessuno può portarci via e dal quale nulla può allontanarci anche quando siamo a migliaia di chilometri di distanza. Conoscere il proprio passato è un bisogno insopprimibile dell’uomo. Sin da prima dell’invenzione della scrittura quest’ultimo veniva rievocato attraverso la parola. E non solo. Circa 6.000 anni fa, in una oscura grotta salentina affacciata sull’Adriatico, un nostro antenato ha sentito il bisogno di raccontare la sua storia. Ha mischiato del guano di pipistrello a l’ocra rossa e attraverso un disegno sulle pareti, ci ha narrato di come cacciasse i cervi per nutrirsi.Solo la conoscenza di ciò che eravamo ci fa capire ciò che siamo, quale è il nostro posto nella lunga catena di eventi dell’umanità. Essa legittima l’esistente, rivendica eguaglianze e differenze, modella la nostra identità.

Può essere visto come un romanzo di formazione? Sì, potrebbe. Tuttavia io lo definirei un romanzo storico di riscatto.

Se il tuo libro diventasse un film, chi sarebbero gli attori ideali? Per l’ingegnere Rizzi penserei a Luca Zingaretti, per Luciano Raho a Diego Abatantuono, per Carmela Greco a Valentina Lodovini o Luisa Ranieri, per Tommaso Melica a Sergio Rubini.

Storie di gente felice, Lars Gustafsson, (Iperborea 2020) A cura Viviana Filippini

18 ottobre 2020

Vi siete mai chiesti cos’è la felicità? Soprattutto, essa esiste? Gli esseri umani riescono sempre a fare tutto quello che desiderano nella loro vita? E quando lo fanno, sono davvero soddisfatti? A queste, e a tante altre domande sul vivere e l’essere felici, il lettore può trovare interessanti spunti di riflessione in “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Dieci storie di vita nella quale l’autore filosofo, poeta e drammaturgo svedese affronta molte delle tematiche che hanno caratterizzato la sua produzione letteraria dagli anni Cinquanta in poi. Addentrandosi nella narrazione il lettore del libro, la cui prima comparsa nel mondo letterario risale al 1981, scopre diverse vicende umane dalle quali emergono le sensazioni e impressioni, ma anche i pensieri e i tormenti emotivi e esistenziali dei protagonisti, un po’ tutti accomunati dalla ricerca e spiegazione della felicità. Ad esempio nelle prime pagine ci si imbatte in Zio Sven, un professionista ingegnere chimico della ferriera inviato in Cina durante il periodo della rivoluzione culturale. Sarà proprio osservando la società cinese in trasformazione e riflettendo sui pensieri di Mao, che Sven troverà un interessante soluzione per la sua missione. Dalla storia di zio Sven si passa a quella di un fisico con problemi di insonnia, che re guardando un elenco telefonico scopre che forse la sua fidanzata di un tempo è ancora viva e questa possibilità lo rende felice, anzi gli dona una speranza di poterla chiamare e magari incontrare. Interessanti anche i diversi personaggi che compaiono nel racconto “Le quattro ferrovie di Iserlhon” dove viaggiatori, macchinisti con la passione per la filosofia e gente comune esternano i loro pensieri sul vivere, così come un bar ad Atene fornisce tutti gli elementi per dare forma ad una nuova storia d’amore. La cosa che colpisce di queste storie di vita è che in ognuna delle situazioni nelle quali i diversi personaggi si trovano (compresi pittori, artisti, filosofi messi accanto a gente comune) hanno la possibilità di essere loro stessi, nel senso che in quegli istanti sono davvero felici e anche il lettore percepisce questo stato d’animo e il loro stare bene. E allora si rimane stupiti davanti al racconto della storia di un bambino diventato adulto e impegnato ad affrontare le sue paure e a trovare le piccole gioie del quotidiano che rendono meno cupi tutti i giorni della sua vita trascorsi in una casa di cura per persone diversamente abili. Gli uomini e donne (come quella innamorata che subito dopo il matrimonio vede il marito trasformarsi nel suo peggiore aguzzino) di Gustafsson compaiono a noi lettori nella loro umana natura, forte e fragile allo stesso tempo, come è anche il tormentato e noto filosofo di Röcken (Nietzsche) consumato dal dolore. Ogni storia narrata da Gustafsson è un alternarsi continuo tra dimensione reale e onirica, passato e presente, vita vissuta e ancora da vivere, ricordi d’infanzia e riferimenti geografici a luoghi ben noti (Svezia, Italia, Grecia), che l’autore stesso ha recuperato dal proprio vissuto personale e messo in queste dieci storie di vita. Le esistenze umane di “Storie di gente felice” sembrano le parenti nordiche delle vicende narrate da Borghes e i protagonisti di ognuna di esse appaiono al lettore come delle vite in continuo movimento tra le salite e le discese che l’esistere quotidiano ci riserva e dove si ha la sensazione che la felicità sia sempre presente, anche se nascosta e tutta da scovare. Traduzione di Carmen Cima Giorgetti.

Lars Gustafsson (1936-2016), originario del sud della Svezia che fa da sfondo a molti suoi romanzi, è considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo e romanziere fra i più tradotti all’estero, ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, in Texas. Nei suoi racconti come nelle poesie si riconosce quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità che l’hanno fatto definire il «Borges svedese». In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento, il Premio Boccaccio, il Grinzane Cavour e il Premio Nonino. Tra i suoi titoli pubblicati da Iperborea, Morte di un apicultoreIl pomeriggio di un piastrellistaLe bianche braccia della signora Sorgedahl, L’uomo sulla bicicletta blu.

Source: richiesto all’editore Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa.

Due chiacchiere con Iris Bonetti per il nuovo romanzo “Isolati” A cura di Viviana Filippini

27 luglio 2020

Dopo “Empatia”, Iris Bonetti è negli store online con l’autopubblicazione “Isolati”, un’avventurosa storia dove sei protagonisti (cinque uomini e una donna) dopo un incidente aereo si troveranno a vivere, e sopravvivere, su un’isola solo in apparenza deserta. Ancora una volta la penna e la creatività della Bonetti riescono a dare vita a un intreccio narrativo dove l’avventura, il giallo, l’indagine psicologica e l’istinto primitivo alla sopravvivenza, che richiama per certi aspetti “Il signore delle mosche” di Golding, sono gli elementi cardine che trascinano il lettore alla scoperta dei destini dei cinque protagonisti tornati ad essere selvaggi.

Come è nata l’idea di scrivere “Isolati” e la scelta del genere avventuroso?

L’idea di scrivere una storia che si ambientasse su un’isola mi è nata la prima volta che lessi Robinson Crusoe e da lì il fascino dell’isola selvaggia e remota ha albergato in me per lunghi anni, cercando di trovarne sempre di nuove nei viaggi che ho fatto. Ma arrivata a questo punto, nello spazio vuoto di un secondo romanzo da scrivere, mi sono detta “perché no?” Nel frattempo da Robinson Crusoe ad oggi, se ne sono lette di altre storie isolane, anche in serie TV più o meno famose e quindi, cosa offrire di diverso? Beh, io c’ho provato… me lo direte voi se ci sono riuscita. Il genere avventuroso? Personalmente trovo che ogni bel libro ce l’abbia al suo interno, quale vita o avvicendamento raccontato non sono un po’ essi stessi delle avventure?

Rispetto al precedente “Empatia”, come è stato scrivere questo libro?

Altrettanto semplice. La storia mi è subito venuta in mente: avevo i miei personaggi, il mistero che giungeva dal passato, le ambientazioni che in parte già conosco e per ciò che era nuovo mi sono documentata a fondo. Scriverlo per me è stato un po’ come raccontare una vita che avevo già vissuto, o una vita che avrei sognato di vivere.

Cinque sono i personaggi, perché la scelta di una donna sola nel gruppo?

Ecco qui la domanda che mi sento molto spesso porre dalle lettrici, in maniera velatamente maliziosa. Ebbene ci sta, perché so che esso è un altro aspetto che da originalità e forza alla trama. Avevo delle riflessioni mie personali da esprimere, da tirare fuori come donna, come madre, come amica e per i sentimenti che riesco a provare. Ho cercato di far emergere l’amore inteso in senso lato, a 360 gradi, quell’amore che induce a proteggere, a perdonare, a vedere oltre il male dell’altro… Quell’amore che comporta sofferenza a volte, sacrificio, paura, ma che alla fine vince su ogni cosa. Ecco, l’inno a questo amore l’ho espresso attraverso l’inusuale equilibrio di una donna con cinque uomini, dove colei che sembra in minoranza, in una posizione di fragilità, poi sa raccogliere e dare senso all’insieme… lo “SAJWAMEE”, l’equilibrio citato dal popolo della foresta.

Il viaggio per i personaggi è una vacanza o è più una fuga?

Il viaggio dei miei sei personaggi è più una fuga, come già si intuisce nella voluta e dettagliata descrizione delle loro vite travagliate un mese prima della partenza. Questo porta alla scelta del titolo del romanzo: ISOLATI. Isolati infatti non vuole riferirsi solo a naufraghi sperduti su un’isola remota, ma isolati essi lo sono nelle proprie vite prima ancora di compiere questo viaggio. Ho amato molto questo binomio, spero sia emerso.

Tutti finiscono su un’isola deserta dopo un incidente aereo. Cosa scatenerà la convivenza forzata?

Ciò che scatenerà nella trama la convivenza forzata è l’istinto più vecchio del mondo e principe tra tutti gli istinti: SOPRAVVIVERE. I nostri protagonisti si renderanno presto conto che l’unione fa la forza, mai come in un luogo selvaggio e minaccioso come quello.

Quanto in condizioni di precarietà fanno emergere l’istinto di sopravvivenza dei personaggi?

Superato il primo istinto principale –sopravvivere- com’è verosimile si scatenano una serie di istinti “animali” che appartengono anche a tutti noi, chi più chi meno. Ed è a quegli istinti che ho attinto, perché attraverso la scrittura e la decifrazione di tali azioni, ho potuto riflettere su quanto di me io non conosca e quanto in me sia ancora sopito.

Come hai ricostruito l’ambiente di Bali, dove hai ambientato la storia?

Per l’ambiente ho fatto molteplici studi e ricerche. Naturalmente l’isola di “Nawataee” non esiste, ma sono stata in molteplici isole d’Oriente e nel testo ho messo anche alcune delle mie esperienze. P.S. I maestosi alberi dal gigantesco impianto radicale, davvero suonano… se lo si sa fare.

C’è un personaggio al quale sei più affezionata?

Il personaggio col quale sono entrata più in empatia e confesso ho vissuto un vero e proprio “innamoramento narrativo” è stato Javier, il peggiore tra loro, si può dire. E questo mio amore e questa mia passione crescente, scrivendo devo averla trasmessa nelle pagine, perché dietro a me mi hanno seguito moltissime lettrici… OPS, ho fatto un danno? (Scherzo)

Quello invece che ti ha creato maggiori problemi nella narrazione?

Sono sincera, durante la narrazione non ho avuto problemi di alcuna sorta. Tutto era ben progettato da prima e la storia mi scorreva già sotto pelle, vivida e potente. Se devo dire qualcosa ecco, trattenere le lacrime copiose che mi sono uscite in alcuni passi della storia.

Se dovessero fare un film chi vedresti nei ruoli dei tuoi personaggi letterari?

AVRIL – Anne Hathaway

RYAN – Sam Worthinton

JAVIER – Javier Bardem

MAURICE – Ben Affleck

MATT – William Levy

RAMON – Wouter Malan 

Source: libro del recensore, inviato dall’autore.

“Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”, Igor De Amicis, Paola Luciani (Lapis 2020) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2020

LAB, ossia la Lega Anti Bulli, è la nuova collana di libri editi dalla casa editrice Lapis, con i testi di Igor De Amicis e Paola Luciani.  I primi due volumi dei quali vi parlo sono “Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”. Nel primo libro il protagonista Arnold è l’ultimo arrivato nella sua scuola e l’essere nuovo, il vestire a modo proprio senza seguire tanto le mode e il non conoscere nessuno lo porta ad essere preso di mira da Calzino Joe. Arnold sarà vittima, senza una ragione precisa, di Joe e del sua tremenda e puzzolente calza. Non solo, perché Arnold, proprio quando credeva di essere un po’ tranquillo, si troverà catapultato nella squadra dei LAB (Lega Anti Bulli), dove con Allison e gli altri compagni di avventura cercheranno di contrastare i bulli. In questo primo libro Arnold avrà modo di parlare di suo nonno, un lottatore di wrestling misteriosamente scomparso mentre si trovava in Oriente a fare degli incontri relativi alla sua disciplina sportiva. Quando i suoi nuovi amici scopriranno di chi è parente il loro amico, dimostreranno di avere una grande conoscenza e ammirazione del nonno lottatore di Arnold. Il secondo testo della LAB -“Dororthy Superfashion” – ha invece per protagonista principale Alison, la quale dovrà appunto combattere Dorothy per difendere i deboli. La ragione? Dorothy, esperta e appassionata di moda è l’incubo di tutte le ragazze della scuola, spesso e volentieri bersagliate da Dorothy sul suo blog. Secondo Arnold e compagni solo Alison la può fermare. I due romanzi della serie Lega Anti Bulli, editi da Lapis, hanno per protagonisti dei ragazzini che appartengono ad una squadra speciale interessata a difendere coloro che vengono presi di mira dai cattivi di turno. Tra di loro ci sono ex prepotenti che hanno deciso di redimersi e vittime di bullismo pronte a tutto per difendere i più deboli. In che modo: preparandosi con duri allenamenti e intervenendo sul posto in caso di bisogno. Il tutto in abiti mascherati per restare in incognito. Uno degli aspetti interessanti di questi due testi è che quando i componenti della LAB si travestono, indossando le loro originali maschere, ogni dubbio, timore o paura, scompaiono per lasciare spazio al grande coraggio dei protagonisti, in grado di compiere atti eroici in difesa dei più indifesi che non reagisco ai soprusi, ma subiscono. I libri di De Amicis e della Luciani sono romanzi corali dove i primi attori sono i diversi componenti della LAB. Questi adolescenti dimostrano non solo come il cattivo in certi casi possa redimersi e diventare buono, ma sono la dimostrazione di come l’unione faccia la forza, e che quella volontà di agire a fin di bene per tutelare il prossimo è quella che anima Arnold e il gruppo di suoi amici mascherati. I libri sono corredati dalle simpatiche illustrazioni di Tambe. Dai 10 anni in poi.

Igor De Amicis è Commissario di Polizia Penitenziaria e ha scritto numerosi racconti presenti in diverse antologie e sul web, alternando storie per ragazzi a racconti e romanzi polizieschi. È coautore con Trisi Fiammetta e Raciti Annamaria del libro “Il carcere aperto. Un bilancio sociale delle nuove modalità di esecuzione della pena” (Galaad Edizioni 2014), e con Paola Luciani di “Il mare quadrato” (Coccole Books, 2014), “Giù nella miniera” (Einaudi Ragazzi, 2016) e “Fugees football club” (Einaudi, 2019).

Paola Luciani è nata a Roma nel 1964. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con specializzazione in cinema d’animazione, ha lavorato in studi di animazione per la tv e il cinema e come illustratrice di libri. Fra i suoi libri si citano: “La scatola arancione” e “A come meraviglia”(Biblioteca dei leoni).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Lapis. Grazie ad Agnese Ermacora.

Il mio nome è Mostro, Katie Hale, (Liberilibri 2020) a cura di Viviana Filippini

12 luglio 2020

Katie Hale ha pubblicato questo suo romanzo d’esordio “Il mio nome è mostro”, nel 2019. Il libro è arrivato da noi in Italia nel 2020, grazie all’editore Liberilibri, e quello che stupisce è che la trama rientra a pieno nella tipologia del romanzo distopico nel quale la protagonista è, almeno così sembra, l’unica sopravvissuta di una pandemia. Già, di una “Malattia”, perché è così che viene chiamato l’antagonista nella trama della Hale. Un invisibile nemico che ha sterminato il genere umano. Pandemia, malattia, virus, sono termini diventati per noi oggi, ai tempi del Covid-19, vera e propria quotidinità nella quale il mondo è stato catapultato a inizio anno, ma la britannica Hale, già li aveva messi nel suo testo un anno fa, anticipando quella che sarebbe stata l’atmosfera dei nostri giorni. La protagonista è sola in un mondo reso deserto dalla malattia che ha seminato panico e morte. Il luogo dove lei si aggira non ha un’identità precisa, ci sono elementi che fanno pensare alle terre nordiche, ma potrebbe essere ovunque, come qualunque potrebbe essere il tempo nel quale la narrazione si svolge. Chi ci racconta, lo fa dal suo punto di vista, non solo portando a noi lettori la desolazione, solitudine, stato di abbandono di un pianeta che sembra essere uscito da un devastante conflitto bellico. La narratrice-protagonista espone i suoi sentimenti, la sofferenza per avere perso la sua famiglia, il dolore fisico delle ferite infette, la stanchezza del viaggio di ritorno a casa controbilanciati dalla forza, dal coraggio, dalla volontà di farcela a tutti i costi. Elementi che le permettono di procedere in quella che è la sua impresa: tornare alla vita in un mondo tutto da ricostruire. Durante la lettura si intuisce come la giovane stia facendo una lunga traversata dal suo rifugio nelle Svalbard, dove aveva trovato riparo, fino alla casa natia, ma tutto attorno a lei è morte, desolazione e distruzione. Certo è che per la protagonista c’è una inaspettata sorpresa quando trova una ragazzina sola, abbandonata e tremendamente impaurita che lei decide di soprannominare “Mostro”, lo stesso nomignolo che il padre le aveva dato da piccola. Il romanzo dalla Hale è diviso in due sezioni, ed è proprio nella seconda parte che si innesta la narrazione dal punto di vita della seconda sopravvissuta, anche lei alla ricerca di una nuova speranza in un mondo a tratti primordiale, dove i saccheggi hanno svuotato le case dei tanti umani uccisi dalla “Malattia” e lasciato una sensazione di decomposizione costante. Il romanzo di Katie Hale è potente per la sua capacità di aver raccontato una stato di panico, di terrore e di messa in crisi di ogni certezza che noi abbiamo incontrato in modo reale in questo 2020 con lo scoppio del Coronavirus. Il lavoro letterario della Hale è ancora una volta la dimostrazione di quanto il confine tra letteratura, finzione e realtà sia sottile, anzi, a volte la narrativa riesce ad anticipare quello che accade nella vera esistenza del mondo. Quello che mi ha colpito di più è la convinzione della prima sopravvissuta che la solitudine nella quale si trova sia l’unica via di salvezza da ciò che potrebbe annientarla. Una certezza che comincia a traballare un po’ con la scoperta che esiste qualcun altro. Le due ragazze, così diverse per carattere e atteggiamento nei confronti della vita, si rimboccheranno le maniche per un nuovo domani tutto da costruire, anche se non hanno ben chiaro come. Certo è che quelle giovani e la nuova vita che sta crescendo in una di loro, dal mio punto di vista, potrebbe essere vista come la rappresentazione dei due progenitori/progenitrici di una nuova umanità. Traduzione di Carla Maggiori.

Katie Hale (1990), britannica, si è laureata in Letteratura inglese alla University of London nel 2012 e in Scrittura creativa nel 2013 alla University of St Andrews. Nel 2019 ha ricevuto la prestigiosa MacDowell Fellowship.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Maria Stefania Gelsomini dell’uffcio stampa Liberilibri.

Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa. Mathijs Deen, (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

28 giugno 2020

per-antiche-strade-1Per antiche strade” è il nuovo lavoro letterario di Mathijs Deen, edito da Iperborea. Il testo è un vero e proprio viaggio nella storia d’Europa, come indicato nel sottotitolo, su antiche vie di comunicazione. Lo scrittore olandese parte da un ricordo d’infanzia quando andava dai nonni e il padre, alla guida della loro macchina, era solito dire: “Questa è la E8, che va da Londra a Mosca”. Un dettaglio che colpì molto il piccolo Mathijs e lo fece a tal punto che ora, in questo testo, lo scrittore ci invita a seguirlo nell’intricato reticolo di vie e strade presenti in Europa. Quello che Deen fa in “Per antiche strade” è importante, perché mette noi fruitori del presente a conoscenza di alcune delle più importanti arterie di collegamento tra città europee di oggi. In realtà, dal presente, l’autore ci trascina nel passato, mostrandoci, attraverso le storie e le vite di uomini e donne, che quelle strade vennero calpestate, percorse e solcate molto prima di noi, a dimostrazione della loro pluricentenaria esistenza. Non a caso durante la lettura si incontra la più ampia e variegata umanità, dove si alternano esploratori, conquistatori, mercanti, profughi, banditi e pure pellegrini, che nel corso dei millenni esplorarono le strade europee, lasciando le basi di quello che oggi è il nostro puzzle socio-culturale identitario. Quello che Deen fa è appassionante e stimola molto il lettore, in quanto la sua scrittura e quello che essa contiene, raccontano le strade e le vite di persone storicamente vissute, ma non sempre conosciute. Qualche esempio? Nel libro si trovano le tracce dei primi uomini giunti in Europa dall’Africa nell’era del Pleistocene. Poi incontriamo Bulla Felix, un brigante romano che rubava ai ricchi, liberava gli schiavi e ammetto che questo suo fare mi ha ricordato un certo Robih Hood arrivanto qualche tempo dopo. Come non rimanere affascinati dalla figura di Guðríðr Porbjarnardóttir, una giovane donna islandese battezzata che arrivò in Europa e dal Papa, nella speranza di capire se i suoi genitori pagani sarebbero finiti in paradiso. Non solo, perché nel libro di Deen ci sono tante figure curiose, compreso un suo lontano parente che finì a combattere in Russia al fianco di Napoleone, o le vite di coloro che parteciparono alla prime corse automobilistiche non su circuito, ma direttamente sulle strade di collegamento tra le capitali europee. “Per antiche strade” di Mathijs Deen è un libro davvero interessante, nel quale le strade dell’Europa sono narrate attraverso le biografie di coloro che le percorsero e questo approccio stilistico è molto avvincente, non solo perché ci permette di conoscere le vite di alcuni personaggi storici esistiti prima di noi ma, grazie al loro spostarsi nel continente , noi lettori conosciamo le sfaccettature, le trasformazioni delle cultura europea, e anche le conseguenze derivanti dai contrasti politici, economici, religiosi (come la storia dell’ebreo che scappò dalla Spagna, perché bersaglio dell’Inquisizione e finì in Olanda dove portò l’arte del teatro) e culturali che hanno caratterizzato e reso tale la nostra Europa. Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.Ricordo anche i podcast dedicati a “Per antiche strade” di Mathijs Deen in 8 puntate realizzati, con la collaborazione di Matteo Caccia, attore e speaker radiofonico, presenti sulle principali piattaforme streaming gratuite.

Mathijs Deen (1962) è uno scrittore e giornalista, autore di programmi di storia per la radio olandese. Ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti e di saggi. “Per antiche strade” è in corso di pubblicazione in vari paesi europei.

Source: richiesto dal recensore. Grazie a Francesca Gerosa e all’ufficio stampa Iperborea.

Saga di Gunnar (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

8 giugno 2020

gunnarLeggere la “Saga di Gunnar”, pubblicata da poco da Iperborea, è fare un vero e proprio viaggio nell’antico folclore della tradizione narrativa islandese. Questa breve storia, un tempo di certo tramandata oralmente, ha per protagonista Gunnar, un giovanotto scapestrato, ma solo in apparenza. Affermo questo perché all’inizio della storia il protagonista ci appare un po’ svogliato, annoiato dal vivere e senza obiettivi precisi per il domani, tanto è vero che questo atteggiamento di Gunnar, lo ha portato nel tempo a guadagnarsi il titolo di “Idiota di Keldungnúpur”.
Poi, come avviene nella più classica avventura dell’eroe, Gunnar inizia a cambiare nel momento in cui il fratello maggiore lo porta con sé per partecipare a gare di lotta.  Gli scontri permetteranno a Gunnar di dimostrare la sua forza e astuzia, sconfiggendo le prepotenze dei figli del loro acerrimo nemico. Gunnar è anche consapevole che i suoi trionfi lo hanno reso facile bersaglio di vendetta, ma questo non lo intimorisce, anzi gli dà ulteriori opportunità per dimostrare la sua astuzia, forza e intelligenza. La vicenda di Gunnar è ambientata nel X secolo nella parte sud orientale dell’Islanda dove le avventure di questo giovanotto prendono forma dimostrando il suo cammino per diventare a tutti gli effetti il classico eroe. La vicenda ha qualcosa di diverso e di originale rispetto alle altre della tradizione islandese e nordica, nel senso che a differenza di altri testi dove capita che accanto ai personaggi principali si innestino dei filoni narrativi con protagonisti i personaggi comprimari del principale (la Saga di Guatrekr dalla Svezia ne è un esempio), nella saga dedicata a Gunnar il protagonista unico dell’intreccio narrativo è lui stesso alle prese con nemici da combattere, troll e trollesse da sconfiggere. Il giovane subirà una vera e propria catarsi che gli permetterà di diventare un uomo, nonché il capostipite primario delle sue genti. Questo cambiare attraverso delle prove da superare (i combattimenti) e il comprendere i propri errori e scusarsi di essi, sono i segni evidenti che il protagonista si trasforma, diventando un giovane uomo, saggio e equilibrato nel proprio fare e agire. La “Saga di Gunnar” è assimilabile al romanzo di formazione, perché il protagonista è l’incarnazione di un modello comportamentale in fase di crescita alla ricerca nel suo posto nel mondo. La solidità caratteriale e morale raggiunta da Gunnar diventano un punto di riferimento per il lettore di ieri e anche un po’ per quello di oggi. Per il fruitore islandese l’antico testo è anche un qualcosa in più, in quanto le vicende di Gunnar hanno al centro la vita e l’operato di un uomo che per gli islandesi è il più antico e importante antenato, il capostipite della loro stirpe. Non a caso dove Gunnar avrebbe vissuto, oggi troviamo anche una grotta a lui dedicata a Keldugnúpur, un segno evidente di quanto sia importante per la terra nordica. Il testo presenta un’accurata introduzione dove si spiega la storia della saga di Gunnar e delle altre tipiche dell’Islanda, ponendo l’attenzione sulle somiglianze e anche sulle differenze che rendono Gunnar unico. Nell’appendice sono presenti alcune varianti narrative ritrovate e relative a Gunnar e alle sue avventure, grazie alle quali il lettore ha la possibilità di percepire le sottili variazioni narrative che hanno caratterizzato la saga di Gunnar. Traduzione di Roberto Pagani. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Goffredo di Buglione, Sergio Ferdinandi (Graphe.it 2020) A cura di Viviana Filippini

29 maggio 2020

goffredo-di-buglione-619076Le biografie e le autobiografie sono un genere letterario che apprezzo perché permettono a noi lettori di conoscere le vite di personaggi più o meno famosi, vissuti nel presente ma, soprattutto nel passato. L’ultima del genere che ho letto è quella dedicata a “Goffredo di Buglione”, scritta da Sergio Ferdinandi, edita da Graphe.it. Goffredo di Buglione, colui che guidò la prima Crociata, lo abbiamo trovato nei libri di storia, negli scritti di Dante e nella “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, ma nel libro di Ferdinandi, l’autore procede proprio ad un dettagliata ricostruzione della vita del condottiero, dall’infanzia alla maturità. Il volume è inserito nella collana “I condottieri” nella quale l’editore raccoglie le vite di quelle personalità che, nel corso della storia, riuscirono a conquistare la fiducia della massa e Buglione, l’incarnazione del cavaliere perfetto, fu una di loro. Si ma chi era Buglione? Goffredo di Buglione nato verso il 1060 (1060 circa-1100), fu Duca di Bassa Lotaringia, e da subito, ne libro si scopre l’importanza delle origini genealogiche del crociato che era figlio di Eustachio II di Boulogne, protagonista nella battaglia di Hastings, e Ida di Lorena, nipote di Matilde di Canossa e, giusto per non farsi mancare nulla, pure discendente di Carlo Magno. Il testo di Ferdinandi ci racconta la formazione del giovane Goffredo, la sua crescita umana, religiosa e militare, fino alla partenza per la missione da compiere. Quella svoltasi tra il 1096 e il 1099 (la Prima Crociata) per la restituzione ai Cristiani del tanto amato e venerato Sepolcro di Cristo, da secoli sotto la dominazione musulmana. Quello che emerge da questa biografia è l’immagine di un condottiero che divenne, per il suo modo di agire, per i racconti su di lui presenti nelle  chansons de geste e anche per un consistente agire propositivo della Chiesa Romana, l’incarnazione del modelle ideale del “Cavaliere perfetto, di colui” che in sé aveva profonda umanità, pietà religiosa, eroismo e grande abilità militare. Sergio Ferdinandi è riuscito a creare una biografia di piacevole lettura, molto approfondita e con un taglio didattico-scientifico che mostra il Buglione nel suo essere condottiero e uomo di grande fede e forza. Non solo, perché grazie alla ricostruzione della vita del Buglione, il lettore ha la possibilità di avere allo stesso tempo una visione del quadro storico dell’epoca della Prima Crociata, sia in Europa che in Terra Santa. Goffredo morì giovanissimo, a soli 40 anni, certo è che fu un uomo delle qualità rare e uniche, le stesse che gli permisero di essere scelto dai suoi compagni d’armi come primo sovrano latino di Gerusalemme, adottando anche il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri (Difensore del Santo Sepolcro) e di entrare nella leggenda arrivando fino ai giorni nostri.

Sergio Ferdinandi (Sedan 1963), archeologo e storico medievalista, dirigente generale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha ricoperto diversi incarichi governativi. Componente del Consiglio Superiore per i beni e le attività culturali e paesaggistici del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, esperto della Commissione nazionale italiana UNESCO per le crociate e Bisanzio, è membro di diversi istituti di ricerca storica e archeologica internazionali fra i quali l’ISMEO-Associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente e la Scuola Archeologica Italiana di Cartagine (SAIC). Docente e relatore in convegni nazionali e internazionali, è autore di numerosi saggi e contributi scientifici in particolare sull’Oriente Crociato; tra i lavori più recenti il volume La Contea Franca di Edessa. Fondazione e profilo storico del primo principato crociato nel Levante (1098-1150), edito dalla Pontificia Università Antonianum.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa Graphe.it

Passeur di Raphaël Krafft (Keller 2020) A cura di Viviana Filippini

22 maggio 2020

PasseurRaphaël Krafft è un autore di reportage radiofonici e appassionato di viaggi in bicicletta. Da queste sue esperienze lo scrittore prende spesso ispirazione per scrivere dei libri, l’ultimo dei quali arrivato in Italia, grazie a Keller editore, è “Passeur”. La vicenda narrata nel testo prende forma da quello che Krafft ha visto, vissuto e conosciuto nel 2015, nella zona al confine franco-italiano delle Alpi Marittime, tra Mentone e Ventimiglia. Qui l’autore si era recato per raccogliere il materiale necessario alla realizzazione di un servizio dedicato ai migranti. A coloro che sono bloccati alla frontiera tra Italia e Francia e che sono pronti a tutto (pure ad ingressi clandestini) pur di andare in Francia, fare richiesta di asilo politico e poi continuare il viaggio diretti in altri Paesi dell’Europa, per raggiungere parenti e amici che già in precedenza hanno vissuto esperienze simili. Quello che nota Krafft è la precarietà delle condizioni di questi migranti abbandonati a loro stessi e in fuga da una vita a rischio nel loro paese di origine. In particolare l’autore incontra gente comune, viaggiatori, ex pompieri, insegnanti, politici e religiosi che intrecciano le loro esistenze con quelle di queste persone alla ricerca di un futuro migliore. Ciò che resta impresso nelle pagine dei Krafft è la diversità di trattamento che i migranti subiscono in Italia e poco oltre il confine, in Francia. In territorio italiano, dove c’è il Presidio per questa umanità in fuga, gli ospiti vengono trattati con maggiore attenzione e cura, mentre in Francia, lo scrittore nota una maggiore distanza verso questi migranti, spesso e volentieri abbandonati a loro stessi. Tra la massa di coloro che fuggono, ci sono Satellite e Adeel arrivati in Italia del Sudan. Krafft non esiterà ad aiutarli facendo l’ascesa al Colle di Finestra, seguendo il sentiero che sale da San Giacomo di Entracque, in Italia, e scende nella valle Vésubie, in Francia. Un tragitto, come si scoprirà durante la lettura, fatto da tantissime altre persone che – indipendentemente dal colore della pelle e dalla cultura- si sono mosse, nel presente e nel passato (tanti italiani e molti ebrei durante il Fascismo), alla ricerca di una speranza e di un futuro migliore. Il viaggio a piedi e con mezzi di fortuna sarà per tutti i protagonisti di “Passeur” un’esperienza dal grande valore emotivo e simbolico, perché durante questo percorso il giornalista avrà la possibilità di conoscere direttamente da Satellite e Adeel le loro storie di vita e le drammatiche sofferenze patite non solo nella terra di origine, ma anche nei campi di transizione (in Libia) dove chi è migrante ha un passaggio obbligato. “Passeur” è un libro che narra pezzi di vita vera e vissuta e questo gli ha permesso di diventare anche reportage radiofonico premiato ai NYF’s International Radio Program Awards for The World’s Best Radio Programs nel 2017. Leggere “Passeur” è addentrarsi nel libro di Krafft e compiere un viaggio nel quale sorgono tante domande, perché i temi considerati -la vita, la diversità, la migrazione, l’amicizia, il bisogno di un vita degna e il riscatto sociale- sono valori e bisogni universali che vanno oltre i confini territoriali, culturali e temporali e che hanno al centro l’intera specie umana. Traduzione dal francese di Luisa Sarlo.

Raphaël Krafft è nato nel 1974  e alterna reportage per stazioni radio pubbliche di lingua francese a lunghi viaggi in bicicletta (Nord e Sud America, Vicino Oriente, Francia) da cui trae documentari e libri. È autore di “Captain Teacher” (Buchet Chastel, 2013), racconto sulla creazione di una stazione radio in una remota regione dell’Afghanistan. Passeur è diventato anche un reportage radiofonico dal titolo “Passeur – Comment j’ai fait passer la frontière à des réfugiés” trasmesso da France Culture.

Source: libro del recensore.

Hai la mia parola di Patrizia Rinaldi (Sinnos 2020) a cura di Viviana Filippini

6 maggio 2020

HAI-LA-MIA-PAROLAPatrizia Rinaldi è tornata in libreria con un romanzo per ragazzi pubblicato da Sinnos intitolato “Hai la mia parola”. La storia è ambientata in un mondo che sembra difficile da collocare a livello temporale e che assume le atmosfere di una fiaba con netti collegamenti alla realtà per i temi che emergono durante la lettura. Protagoniste delle storia, dove ci imbattiamo in castelli e immense campagne, sono due sorelle: la bella Mariagabriela e la zoppa Nera. Le due sono orfane di madre, certo hanno un padre, ma lui non le sa difendere dalle angherie della matrigna. La situazione già non felice, si complica quando il vedovo Visconte della Contea vuole Mariagabriela come domestica. L’uomo ha un progetto preciso, vuole avere un figlio dalla ragazza e poi lo affiderà alla nuova moglie. La giovane non vuole sottostare alle volontà del Visconte, e il suo sarà un atto di ribellione che le costerà caro, perché ad un certo punto della storia Mariagabriela sparirà. Sulle sue tracce, proprio per il profondo e sincero legame affettivo che le unisce, arriverà Nera, la sorella zoppa da tutti guardata a distanza proprio per il suo modo di muoversi e essere. Nera non sarà sola, con lei ci sarà Michelino, un ragazzino che il padre le ha dato come aiutante per il pascolo, dopo che Mariagabriela era finita dal Visconte. Il libro di Patrizia Rinaldi porta il lettore bambino, ma anche adulto, in un libro nel quale ci sono i tradizionali elementi strutturali della fiaba: l’eroe, la vittima, l’antagonista, uno o più aiutanti, una sparizione, una missione da compiere, supence e un traguardo da raggiungere. L’autrice crea una storia che assomiglia ad un’antica fiaba ad ambientazione medievale ma, i temi che vengono messi in campo sono attuali ancora al giorno d’oggi. Pensiamo al Visconte e al suo agire che incarna la tipica rappresentazione del più forte che si impone e sottomette il più debole. È l’individuo singolo, potente e prepotente che maltratta il prossimo per ottenere i suoi interessi. Mariagabriela è la giovane che non accetta di essere vessata e trattata come un oggetto, e si ribella, anche se questo gesto avrà delle conseguenze inaspettate e impreviste. Nera invece è vista come la “diversa”, in quanto la sua menomazione fisica è quella che la rende differente da tutti gli altri. Lei però se la caverà bene con le parole e questo le permetterà di avere una possibilità di riscatto agli occhi di tutti. Come vuole la tradizione, la modalità di scrittura della Rinaldi rende “Hai la mia parola” un libro ben costruito, dal ritmo serrato e con colpi di scena inaspettati che stupiscono sia il lettore bambino che quello adulto. Nella storia di Mariagabriela e Nera ritorna anche uno dei temi costanti della produzione della scrittrice napoletana: il mondo femminile.  “Hai la mia parola” di Patrizia Rinaldi è un’avventurosa storia di azione dall’atmosfera fiabesca, nella quale la dimensione femminile è al centro del racconto come mondo sociale maltratto e sfruttato ma mai sconfitto, poichè animato da una tenace forza che induce alla resistenza e alla lotta per un riscatto sociale e per la giustizia.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Miglior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sinnos 2017), vincitore del Premio Andersen Miglior Fumetto 2017, Un grande spettacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al premio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock sentimentale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, numero imperfetto (tradotto negli Stati Uniti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos e a Emanuela Casavecchi.

Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Viviana Filippini

25 aprile 2020

FuroreCi sono romanzi che lasciano il segno, non perché ti cadono addosso di spigolo. Lasciano il segno per la potenza che hanno le parole impresse sulla carta. Uno di questi libri è “Furore” di John Steinbeck, uscito nell’aprile del 1939 in America e arrivato in Italia nel 1940, per volontà (a lui immenso grazie!) dell’editore Valentino Bompiani. La storia narrata dallo scrittore americano ci trascina negli Stati Uniti d’America, ai tempi della Depressione, nelle vite di questa squattrinata famiglia americana che da Est a Ovest, sulla Route 66, si muove alla ricerca di una stabilità economica che, a dire la verità, sembra proprio non voler arrivare a loro. Il cuore narrativo è la struggente vicenda umana di questi esseri viventi sempre in bilico tra rinascita e perdizione, tutti con qualche cosa di traumatico nel loro vissuto. La capacità narrativa di Steinbeck è proprio quella di portarci dentro alla vite dei Joad, di creare quel coinvolgimento emotivo durante la lettura che, ad un certo punto, si ha la netta sensazione di essere lì, accanto ai protagonisti. Lo squattrinato Tom Joad è uscito di prigione con un permesso premio, quindi, da subito l’autore ci mostra uno dei protagonisti e il suo essere un relitto umano. T. Joad è stato condannato a sette anni di carcere per aver accoltellato un uomo e quel deserto, a tratti arido e piovoso, che lui attraversa mentre torna dalla famiglia è duplice. È la terra bruciata dalla tremenda crisi economica americana del 1929, dove aleggiano solo miseria e povertà e, allo stesso tempo, è il deserto delle relazioni umane che Tom ha perso a causa del suo violare la legge. Oltre a Tom incontriamo la  mamma, poi Al, Connie e la giovane sposa e futura madrea Rosasharn (Rose of Sharon), il fratello maggiore Noah, la sorellina Ruth (12 anni) e il fratellino più piccolo Winfield (10 anni). Non mancano il babbo, lo zio John, i vecchi nonni e Casy, un ex-predicatore trovato da Tom, un uomo spesso e volentieri perso nei suoi pensieri filosofici sulla condizione umana.  Questo piccolo gruppo, che già forma in sé una mini-comunità, si metterà alla ricerca della fortuna, del sogno americano, in una terra dove la grave crisi economica solcò per tempo l’intera America. Come fanno i Joad, ci sono centinaia di migliaia di altre famiglie che si muovono sul suolo americano per riuscire a riscattarsi e ad avere fortuna a livello economico. La realtà dei fatti sarà ben diversa, perché la famiglia dei protagonisti si troverà a convivere con tutta un’altra umanità derelitta, povera e imbarbarita dalla tremenda miseria che, a questo punto non è solo economica, ma anche di valori esistenziali.  Basta un nulla per scatenare litigi, ripicche e aggressioni tra persone che nemmeno si conoscono, ma che sono accomunate dalla mancanza di sicurezze e dall’estrema fame. Sì perché nel libro, oltre ai personaggi, una delle altre componenti attive della narrazione è la fame che tormenta, assilla e mina in modo costante la vita della famiglia Joad e degli altri attori letterari messi in campo da Steinbeck in questo romanzo. Tutti sono alla ricerca di un lavoro per fare fortuna, per guadagnare soldi e per placare la fame che li attanaglia, quella che toglie loro le forze e che rende labile la possibilità di un riscatto per un domani migliore. In “Furore” però, Steinbeck non si concentra solo sulla sfera umana, spesso e volentieri ci sono parti narrative che hanno come tema centrale il dirompente arrivo dei mezzi meccanici nell’agricoltura. Essi appaiono in tutta la loro solitudine mentre lavorano nei campi. Un segno evidente del progresso meccanico che avanzava, ma anche del cambiamento radicale dell’economia agricola e del metodo di lavorare la terra che, accanto alla grave crisi del 1929, trasformò il destino dei braccianti. “Furore” di John Steinbeck, identificato come il grande romanzo sulla Depressione americana, è un libro che ti travolge e appassiona dalla prima all’ultima pagina, ed è entrando nel suo intreccio narrativo che ti rendi conto di come i Joad e i loro comprimari siano fragili e animati da quella forza e ostinazione che li rende pronti a tutto per un domani migliore. Nel novembre 2013, sempre per Bompiani, è uscita l’attesa nuova versione integrale curata dallo scrittore  Sergio Claudio Perroni che è andata a sostituire quella fatta nel 1940 da Carlo Coardi.

John Ernst Steinbeck, Jr. (Salinas, 27 febbraio 1902 – New York, 20 dicembre 1968) è stato uno scrittore statunitense tra i più noti del XX secolo, autore di numerosi romanzi, racconti e novelle. Fu per un breve periodo giornalista e cronista di guerra nella seconda guerra mondiale. Nel 1962 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Considerato uno dei principali esponenti della cosiddetta “Generazione perduta”, ha ricevuto anche la Medaglia presidenziale della libertà dal Presidente Lyndon B. Johnson il 14 settembre 1964.

Source: libro di proprietà del recensore.