Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

:: Campo di pietra, Tove Jansson, Iperborea 2022 A cura di Viviana Filippini

9 settembre 2022

La scrittura nasconde in sé tante sfumature e lo dimostra la storia di “Campo di Pietra” di Tove Jansson, pubblicata da Iperborea. Il protagonista è un giornalista in pensione, Jonas, che ha appeso, ma solo in apparenza, la penna al chiodo. In realtà, per l’uomo c’è ancora un’importante sfida, ossia la scrittura della biografia di Y, il cui nome vero non viene mai citato, però intuiamo che è un grande magnate dei media. Jonas sa chi è Y, conosce alcuni aspetti del suo vissuto, ma deve approfondirli e da subito il protagonista si rende conto che non sarà un cammino facile, perché scrivere un articolo di giornale è un conto, ma raccontare la vita di un individuo, soprattutto di una persona come Y, è qualcosa di molto più complicato. L’autrice ci dimostra come questo giornalista cerchi di portare a termine quella che per lui è l ‘ultima opera, unita a tutte le difficoltà, gli imprevisti e intoppi che Jonas trova nel momento in cui si cimenta nella scrittura. Jonas vive questa sua impresa, o commissione- visto che sono altri ad avergli chiesto di scrivere-, in modo tormentato, perché ci sono i committenti che lo punzecchiano in più occasioni sulle bozze preparate che – secondo loro- hanno qualcosa di poco coinvolgente e interessante per il pubblico. La Jansson ci mostra un uomo anziano, senza amici, con colleghi che ormai sono diventati ex e che stanno a distanza. Jonas è solo, attorno a lui ci sono solo le due figlie, Karin e Maria, che provano, ancora un volta, ad avvicinare il padre e lo fanno invitandolo ad una vacanza da trascorrere assieme. L’azione delle due donne non è solo un tentativo di riavvicinarsi al padre, ma la volontà di proteggerlo e questo porterà Jonas, da una parte, a scrivere molto meno e, dall’altra, a prendere maggiore consapevolezza dell’esistenza di una vita vera, quotidiana, fatta di persone e di sentimenti nuovi e non solo di esistenze costruite con le parole. Questa nuova piccola saggezza, conduce Jonas a conoscere meglio e davvero le figlie, soprattutto la sensibile Maria. Il romanzo è ambientato a sud della città di Loviisa e sarà durante una vacanza a contatto con la natura brulla, con i boschi e con le pietre grezze del paesaggio, che il vecchio giornalista, dando ogni tanto un’occhiata al suo scritto, non solo leggerà la vita di Y in modo nuovo, ma farà una vera a propria autoanalisi del proprio io che gli permetterà di comprendere come è lui, cosa ha fatto di giusto e di sbagliato nella sua vita lavorativa e privata. In questo romanzo, attraverso la figura di Jonas, la finlandese Jansson attua una riflessione sul valore delle parole, su quello che esse possono fare (bene o male) a chi le legge e a chi le scrive. “Campo di pietra”, però, è anche un’acuta riflessione che la Jansson fa sulla solitudine e isolamento che caratterizzata la vita di coloro, scrittori e giornalisti, che lavorano con le parole e che narrano la vita degli altri a volte dimenticandosi della propria. Traduzione Carmen Cima Giorgetti.

Tove Jansson nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, che le valse tra gli altri il Premio Andersen e una fama senza tempo. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, tra cui “Il libro dell’estate”, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

:: Borders, Giuliana  Facchini (Sinnos, editore 2022) A cura di Viviana Filippini

22 luglio 2022

“Borders” è il titolo del libro di Giuliana Facchini che torna in libreria con una storia ambientata in un futuro prossimo, non troppo lontano dal nostro mondo attuale. Il volume, edito da Sinnos, presenta un gruppo di ragazzi a Magnolia. Già, il nome è quello di un albero, ma la megalopoli del libro della Facchini è un luogo super avanzato dal punto di vista tecnologico, perfetto e inattaccabile. Quello che colpisce di Magnolia è il suo essere l’unico punto di vita in un luogo che è una landa deserta e sterminata dove l’aridità, la desolazione e la distruzione hanno spazzato via quella che una volta era la terra. Magnolia è un luogo nel quale la società è basata su regole rigide e controllo estremo di chi ci vive e di ogni cosa messa in circolazione, tanto è vero che nella località non esistono libri, sono completamente banditi e quello che si conosce è controllato e veicolato da chi gestisce il potere. Chi è fortunato ha ogni privilegio. Chi è povero e emarginato non ha nulla e deve lavorare duramente per poter sopravvivere. Nel cemento di Magnolia vivono un gruppo di ragazzi (Lindgren, Dickens, Verne e Alcott), tutti con nomi di noti scrittori per i più sconosciuti, perché qualcuno, o qualcosa, ha come cancellato la memoria delle persone. I quattro sono i figli adottivi di Olmo, una donna misteriosa che ha in serbo per loro un progetto fuori dalla norma e che li ha adottati appena nati per educarli ad alcuni valori come la conoscenza delle cose (i semi delle piante), la libertà, la ribellione, la ricerca della verità appartenuti ad un mondo lontano (la terra di un tempo sparita) che non è Magnolia dove tutto invece è sterile e freddo, dove ogni cosa viene fatta con la tecnologia, annientando per sempre le relazioni umane. Il piano di Olmo è quello di architettare per Lindgren, Dickens, Verne e Alcott una vera e propria fuga da Magnolia verso un luogo, perché è convinta che esista un posto, dove quei valori scomparsi ancora vivono. Il romanzo della Facchini, con copertina disegnata da Mara Becchetti, è avventuroso, al punto giusto distopico, ma in esso i protagonisti attuano quello che è il percorso di crescita tipico del romanzo di formazione. Perché? Perché nel momento in cui i ragazzi cominceranno ad attraversare il deserto di cemento per raggiungere l’isola sconosciuta dove si trova il vecchio William nella speranza che lui abbia i semi che stanno cercando, dovranno attraversare tutta una serie di prove, valicare ostacoli e imprevisti che metteranno in crisi ogni loro certezza. Ogni evento vissuto li porterà a confortarsi con la realtà sconosciuta e misteriosa fuori da Magnolia, con i resti di quello che era il mondo del passato, con persone nuove e con situazioni dove i quattro giovani rifletteranno sul valore dell’amicizia e su quello della libertà. “Borders” di Giuliana Facchini è quindi un romanzo che comprende diversi generi (avventura, distopia, formazione) dove Lindgren, Dickens, Verne e Alcott (che sono un po’ l’immagine riflessa dei giovani lettori di oggi) impareranno ad ascoltare a conoscere meglio il loro cuore e anche il mondo che li circonda, con la presa di coscienza che esistono eventi il cui corso può avere effetti drammatici e irreparabili sul singolo e sul mondo circostante e solo con la speranza, la forza e il coraggio è possibile agire insieme per tentare di cambiare le cose e tornare a vivere in libertà.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”. Con Sinnos ha pubblicato “La figlia dell’assassina” (2018).

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar, Silvia Stucchi (Graphe.it, 2022)A cura di Viviana Filippini

14 luglio 2022

C’è una figura indimenticabile nella mia mente di bambina. Quella figura della quale ho il mio primo ricordo televisivo nel 1982, è quella ragazza coraggiosa dai lunghi capelli biondi, occhi azzurri, una bellezza unica tanto leale e coraggiosa. Lei è Oscar, o meglio Lady Oscar per tutti coloro che sono nati e cresciuti negli anni’80. Oggi, a 40 anni dalla serie tv e 50 dal manga, è uscito il libro “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” di Silvia Stucchi per Grpahe.it. L’autrice ha messo nel volume tutto quello che ha raccolto e scritto su Oscar nel corso degli anni, restituendo al lettore un saggio dettagliato e accurato che indaga a fondo la vicenda e la persona di Oscar. La cosa interessante che la Stucchi fa è il porre attenzione sulle differenze tra il manga e la serie televisiva, per la quale sono state create anche delle situazioni ad hoc, non presenti nel fumetto. Per esempio, se nel manga l’adolescente madamigella Oscar ama indossare la divisa per difendere la regina, nell’anime tv, Oscar non è convinta di seguire l’imposizione del padre che la cresce come se fosse un maschio. Altra differenza tra il manga e l’anime è che il secondo, adattato alla tv in 40 puntate, ha un tasso di drammaticità molto più elevato. “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” è un cammino profondo che dimostra non solo quanto sia stata accurata la ricostruzione storica messa in atto dalla Ikeda per i fatti storici e i personaggi, ma ha in sé la volontà di narrare il lato umano di Oscar, di Andrè e di alcuni loro comprimari. Interessante è pure la parte finale del volume nella quale si trova un approfondimento su due delle figure reali presenti che vengono raccontate dalla Stucchi per come erano veramente: la contessa du Barry, ultima favorita di Luigi XV di Francia, e Jeanne de-Saint-Rémy-de Luz de Valois, contessa de La Motte, nota come Jean Baleau per il cartone animato e sorellastra di Rosalie. Quello che mi piace però del libro di Silvia Stucchi è l’analisi psicologica svolta nei confronti di Oscar e André che dona loro una profonda umanità, rendendoli persone reali con tutte le loro paure, dubbi, emozioni e tormenti del cuore. Vero è pure il fatto che Oscar nasconde il suo corpo sotto abiti maschili – e notate che le tre divise che indossa: bianca, rossa e blu, richiamano i colori della bandiera francese- ma, nonostante questo, Oscar è consapevole del suo essere donna, del suo sentire e vivere con un cuore di donna. Si guardi per esempio il rapporto tra Oscar e Rosalie, per la quale madamigella Oscar è una sorella maggiore, un’amica, un àncora di salvezza e una sorta di madre che la accudisce, la alleva e, a modo suo, le dona affetto. Stessa cosa è forte il legame di amicizia e stima tra Oscar e Maria Antonietta, messo in crisi solo alla fine dalla loro visione diversa dell’imminente Rivoluzione Francese. Certo è che nel saggio di Silvia Stucchi, Oscar, la cui lealtà e coraggio fanno pensare ad una versione femminile del cavaliere, è sempre donna, dalla prima all’ultima puntata e dalla prima all’ ultima pagina. Un donna che ha sempre amato André (come ha fatto lui con lei), ma che ha compreso il suo sentimento forse un po’ troppo tardi. Oscar e André sono giovani, belli e anche un po’ ribelli se vogliamo per i loro tempi, visto che ad un certo punto decidono di fare di testa loro andando oltre gli schemi sociali del tempo e stabilendo da soli della propria vita. Sono i due eroi, un po’ come quelli della mitologia antica, che muoiono giovani sacrificando la loro vita e trovando la consacrazione eterna che, ancora oggi, ogni 14 luglio fa ricordare Oscar.

Silvia Stucchi, bergamasca, laureata in Letteratura Latina, insegna latino nei licei e presso l’Università Cattolica di Milano. Autrice di monografie e saggi scientifici su Petronio, Seneca tragico, Ovidio, Cassio Emina e la cucina dell’antica Roma, collabora con riviste e testate giornalistiche, e nel tempo libero coltiva l’interesse per la letteratura poliziesca, la storia e la letteratura francese, i fumetti, e, naturalmente, per «Le Rose di Versailles».

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Fiori Picco e l’etnia Yao nel suo nuovo romanzo edito da Fiori d’Asia editrice A cura di Viviana Filippini

19 Maggio 2022

L’autrice bresciana Fiori Picco ci porta ancora una volta alla scoperta del mondo cinese e questa volta lo fa con “Yao”, romanzo edito da Fiori d’Asia Editrice, nel quale Yang Sen racconta la sua storia e quella della sua etnia Yao della tribù di Landian, del loro vivere in piccole comunità nelle regioni montuose della Cina meridionale e dell’importanza del Taoismo nelle loro vite. Il libro di Fiori Picco incarna perfettamente il concetto di “Etnicità globale”. Nel 2017, la precedente edizione di “Yao” ha vinto il Premio d’Onore al V° Concorso Letterario Caterina Martinelli di Roma.  Per scoprire l’origine del romanzo abbiamo parlato con Fiori Picco.

-Come è nata la storia di Yao e cosa ti affascina di questa etnia? Durante gli otto anni di vita nello Yunnan ho insegnato all’università e nel contempo ho svolto ricerche sulle venticinque minoranze etniche della Provincia. La prima volta che ho letto un libro sugli Yao ne sono rimasta affascinata e ho desiderato subito scrivere una storia riguardante questa etnia. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere colui che è diventato il protagonista del mio romanzo: Yang Sen, un ragazzo della tribù di Landian, originario di un villaggio di montagna. Intorno agli Yao ho sempre avvertito un alone di mistero, di magia e di misticismo. Studiando la filosofia taoista e i rituali millenari della tribù, in particolare Dujie, ho provato una forte attrazione che mi ha spinta ad approfondire la storia di questo popolo e a conoscerne la vita reale. Il rapporto simbiotico che gli Yao hanno con gli elementi della natura è straordinario, basti pensare che le fasi del corteggiamento avvengono sempre nei pressi di un ruscello, di un vecchio albero o di una cascata. Anche i costumi tradizionali, bellissimi e ricchi di significati simbolici, riportano a un mondo antico, lontano, quasi fiabesco.

-Visto che hai vissuto in Cina, hai potuto raccogliere informazioni e dati sul campo? E come hai svolto il tuo lavoro?Mi sono sempre documentata, ho studiato e nel tempo libero ho viaggiato. Ho visitato villaggi sperduti e di confine, ho intervistato la gente e ho raccolto testimonianze di vita. Ho dormito nelle case dei contadini, mi sono immersa nella loro quotidianità mangiando le pietanze tipiche del luogo. Ho sempre annotato tutto, ogni minimo dettaglio che, nel tempo, si è rivelato materiale prezioso per la stesura dei miei libri.

-Che ruolo ha avuto il tuo amico Yang Sen? Yang Sen è stato un amico, un compagno di viaggio, un’ispirazione. Tra di noi si è instaurato un rapporto basato sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione. Grazie a lui il mio romanzo ha preso forma e mi si è presentata la grande opportunità di conoscere gli Yao da vicino e di studiarne la storia antica risalendo all’epoca Ming.

-Quanto il legame con il passato è forte per gli Yao?  Ancora oggi gli Yao mantengono usi e costumi antichissimi, le tradizioni sono forti e radicate. Anche il ricordo dell’unica imperatrice Yao di tutta la storia delle dinastie cinesi è sempre presente. Nel Guangdong ho visitato la casa diroccata dove nacque colei che era destinata a divenire imperatrice, ho parlato con un suo discendente e ho visitato il pozzo “sacro” dove, intorno al 1461, avvenne il miracolo.  Sono stati momenti importanti e toccanti.

-Quanto è impegnativo per i personaggi del romanzo riuscire a trovare il loro posto nel mondo e un riscatto sociale?  Per chi arriva dalle campagne o dai villaggi di montagna è complicato inserirsi in un contesto urbano. Ancor prima di sistemarsi e di trovare un’occupazione, è difficile adeguarsi alla mentalità e ai ritmi cittadini. I giovani delle minoranze etniche provengono da piccole comunità che fanno aggregazione e condividono ogni evento o esperienza, perciò quando arrivano in città si sentono soli, a volte emarginati.  Chi decide di migrare e di tentare fortuna nelle metropoli di solito non ha ricevuto un’istruzione adeguata, pertanto fatica e si adatta a svolgere lavori umili e mal pagati, con notevoli sacrifici e andando incontro a una vita di stenti. Yang Sen e suo fratello sono stati coraggiosi e determinati, hanno sfidato il destino, i pregiudizi e gli impedimenti. Con l’impegno, l’onestà e i modi educati alla fine hanno avuto il loro riscatto sociale.   

-Ci racconti qualcosa sul rituale Dujie?  Dujie è un rituale di iniziazione o di passaggio che tutti i ragazzi maschi adolescenti devono affrontare e superare per essere accettati come veri uomini dalla comunità Yao. Il rituale consiste in quattro terribili prove che richiedono coraggio, forza fisica e resistenza al dolore. Prima di affrontare Dujie bisogna avere una condotta esemplare, dimostrare integrità morale, abnegazione e pazienza ai monaci taoisti che preparano il discepolo all’evento. Dujie è innanzitutto un percorso interiore che porta alla purificazione e all’unione con il Tao.

-Come è stato raccontare un romanzo dove i ritmi, usi, costumi che rivivono sono ben lontani dalla frenesia del presente?  È stato rigenerante ed emozionante. La scrittura per me ha anche un effetto terapeutico e rilassante. Penso che tutti dovrebbero trovare del tempo per allontanarsi dalla frenesia della società attuale e cercare un contatto con la natura, con realtà rurali, lontane e poco conosciute, con popoli che, come gli Yao, vivono nella semplicità e ci sorprendono con l’arte del ricamo, con un canto, una ballata antica o con un piatto di cavallette fritte e croccanti da intingere nella salsa al peperoncino.

-Oltre ai lettori italiani, hai avuto il riscontro anche di lettori cinesi, visto che il libro è tradotto pure nel loro idioma?  “Yao” è stato tradotto anche in cinese con il titolo di “Yaowang” e, grazie alla distribuzione internazionale, è arrivato in Giappone, dove è stato apprezzato dai sinologi e dai cinesi d’oltremare. La scrittrice bilingue Satoko Motoyama ha scritto una recensione che mi ha colpita per la precisione e per l’analisi approfondita. L’autrice ha evidenziato come le descrizioni dei luoghi e degli Yao siano vivide, reali e autentiche e come il lettore si senta trasportato nel romanzo. In Cina, il libro è stato recensito anche dal Professor Ahengdongta, depositario e custode della cultura Dongba di Lijiang, presidente di un’antica accademia e rappresentante di questa cultura presso le Nazioni Unite. Come esponente delle minoranze etniche e studioso ed esperto di Taoismo, Buddismo, sciamanesimo, rituali millenari e culti popolari, ha apprezzato i contenuti del libro che ha definito “un romanzo che incarna perfettamente il concetto di etnicità globale”, espressione famosa attribuita al noto scrittore Lu Xun agli inizi del secolo scorso.

Grazie all’uffcio stampa Francesca Ghezzani.

:: Violino. Luci e ombre di Stradivari, Marco Ghizzoni (Oligo editore, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2022

Chi era davvero Stradivari? Quale era il suo volto? A provare a dare una risposta a queste e a tante altre domande ci pensa Marco Ghizzoni, autore cremonese, con “Violino. Luci e ombre i Stradivari” edito da Oligo. Il piccolo saggio dona al lettore un racconto inaspettato di Stradivari, ben noto a livello mondiale, perché nel XVIII secolo fu uno dei liutai più attivi a Cremona e non solo. In realtà, da quanto emerge dall’indagine di Ghizzoni poco si conosce sulla nascita di Stradivari, per esempio non si sa di preciso la data del compleanno, poco si conosce anche dela vita dell’artista e della sua morte che restano ancora oggi ammantante da un aura di mistero. Tra le altre curiosità individuate da Ghizzoni il fatto che, nonostante un certo benessere economico, Stradivari non si fece mai fare un ritratto e oggi per noi è difficile capire come lui fosse realmente, perché esistono sì alcuni dipinti che lo ritraggono e pure dei busti scultorei, ma in nessuno di essi vi è il vero Stradivari, sono solo rappresentazioni di fantasia. Così come non è vero che il suo cranio venne rubato dopo la sua morte. Certo è che ben poco si sa del liutaio delle sue origini e pure delle cause della morte. Qualcosa in più si è invece scoperto nel 1999 con il ritrovamento del suo testamento, dal quale emerge l’immagine di un uomo ben lontano dall’idea di artista romantico che le persone si sono create nella mente. A quanto sembra Stradivari era molto autoritario e molto- forse troppo- presente nella vita dei figli ma, allo stesso tempo, anche riservato, tanto che dopo la sua morte, la notizia non venne diffusa fuori da Cremona e gli incarichi di realizzazione dei violini continuarono ad arrivare da ovunque. Nel libro non manca nemmeno una sezione dedicata a Luigi Tarcisio, che fu uno dei più importanti conoscitori e collezionisti di violini del XIX secolo, che divenne anche abile commerciante degli strumenti cremonesi, compreso quello Stradivari del quale lui si vantava di essere in possesso e che non venne mai visto e suonato, tanto da meritarsi il soprannome di “Messia”.Violino. Luci e ombre di Stradivari” è un breve saggio nel quale il cremonese Marco Ghizzoni evidenzia tutti i misteri, glie elementi poco noti e chiari della vita del grande liutaio Antonio Stradivari che lavorò fino ai 93 anni e che sì, forse ci ha lasciato tanti dubbi e aspetti poco nitidi sulla sua esistenza privata, ma la sua genialità, la sua professionalità e bravura sono certe, anzi vivono e risuonano negli strumenti usciti dalle sue mani.

Marco Ghizzoni è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato romanzi con Guanda  e con TEA. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il muro sottile. Dieci Racconti” con Oligo editore. Quando non scrive, lavora nel settore commerciale di una multinazionale tedesca.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Il cavaliere Saponetta re di spugna, di Kristien In-‘t-Ven, (Sinnos, 2022) A cura di Viviana

7 Maggio 2022

Terzo libro con protagonista il cavaliere Saponetta di Kristine In ‘t Ven, questa volta Re di Spugna. Già, perché il cavaliere Saponetta, protagonsita del libro “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna” edito da Sinnos, è alla corte del Re, dove giocando a tombola con altri cavalieri si ritrova vincitore di un regno. Quale? Spugna. Il cavaliere, il cui vero nome è Roger de Sen Tro Pè, parte alla scoperta del suo possedimento per capire come è fatto il nuovo paese dove andrà a vivere. Le sorprese inaspettate saranno tante una volta arrivato a Spugna. Come il fatto che la popolazione locale parli solo lo spugnolo, una lingua ad hoc che il cavaliere Saponetta non sa nemmeno da che parte girare per parlare e capire. In realtà, una delle altre cose che il protagonista in armatura amante delle pulizia nota, è l’immensa sporcizia presente ovunque nel suo regno e soprattutto nella sua dimora. Ed ecco che Saponetta, giusto per mantenere fede al suo nome, si arma di secchi, spugna e sapone per ripulire la nuova casa e farla tornare splendida. Fosse solo lo sporco a dilagare a Spugna la cosa finirebbe lì, ma in realtà la popolazione è terrorizzata da strane creature che spandono paura a destra e manca e sarà proprio il cavaliere Saponetta, Re di Spugna a dover intervenire per mettere in campo il suo grande coraggio per spodestare il mostro, o meglio il terrificante fantasma che in stile classico con il lenzuolo bianco che dovrebbe essere lavato per tornare a splendere fa paura a tutti. Accanto a lui, così maniacale dell’ordine e della pulizia, ci sono la moglie Lucy, una principessa simpatica e un pochino (troppo) disordinata e Elmo, uno scudiero un po’ impacciato e a volte troppo impulsivo. “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna”, scritto da Kristien In-‘t-Ven e illustrato da Mattias De Leeuw, è una avventura (la terza con lo stesso protagonista) travolgente, ricca di colpi di scena che tengono il lettore bambino incollato alle pagine nella trepida attesa di capire cosa accadrà al cavaliere Saponetta e se il suo essere pronto ad agire  gli permetterà di portare la pace a Spugna. Dagli 8 anni in su. Traduzione  Laura Pignatti.

Kristien In-‘t-Ven è una scrittrice nederlandese, creatrice del personaggio Cavalier Saponetta, del quale Sinnos ha pubblicato le prima due avventure “Il cavaliere Saponetta” e “Il cavaliere Saponetta e la terribile strega”.

Mattias De Leeuw è nato ad Antwerp e qui si è diplomato in design e illustrazione. Il suo segno riconoscibilissimo è caratterizzato da pennellate lunghe e piene di colore, che lasciano però spazio a particolari raffinati e tante storie parallele.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Sinnos.

Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022

 “L’officina delle anime rotte” è il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sé un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale è possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: “Parola cantadora”; “I racconti di Nanna”; “S.Illuminato Confessore”. Un mistero dal passato. È autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini in “Echi” (2006).

Come è nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiosità, elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come è accaduto a questi racconti. L’origine è in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui è nata Aridela, ma qui è rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto “Alzheimer”. Gli è molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; così sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignità di storie. Uno sprone necessario, o perché, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come è stato per lei muoversi tra sogno e realtà, tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilà, ma con una accezione più ampia del “il mondo dei morti”. Onirico non è la parola esatta, perché non è una mia elaborazione, ma esiste di per sé e a volte è fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianità, attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di là della mia volontà. Forse una parte di me è sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi è facile quindi ripescarlo qua e là in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalità e sacralità. Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la verità ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo “l’Altrove” alla “verità” (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lì si trovino i germi della spiritualità (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lì si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse età, c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenità?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicità dei Vangeli, così presente nelle parole di papa Francesco, è la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanità così fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore è soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora “infantile” rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenità di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non è solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La città de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare “candidi come la neve o come le ali della colomba”. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre è contro natura; ma ancor più lo è farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finché tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano né onori o paradisi

né tavole opulente

né musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietà degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

“Aridela”: perché è il primo racconto che allora avevo intitolato “La creatura d’acqua”; perché è un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralità femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarà il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi è nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso è un’epoca “né empia né devota”, io aggiungerei di grande viltà. Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli è lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontà. Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirà ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere è qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili è stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perché tutto intorno a me mandava messaggi, storie. Così, mentre si affinava la mia capacità di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtà angusta come è la città in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente è per caso e niente senza senso.

L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta, Florian Illies (Marsilio 2022) A Cura di Viviana Filippini

31 marzo 2022

È un viaggio indietro nel tempo quello che il lettore fa leggendo “L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta” di Florian Illies, edito da Marsilio, anche se i fatti bellici di questi giorni fanno pensare a quello che sta accadendo in Ucraina. Quello fatto da Illies è un grande e lungo flashback, ma anche una esplorazione sentimentale nell’Europa degli anni Trenta che fa compiere a chi legge un vero e proprio cammino nelle vite di tanti uomini e donne che popolarono quella società del passato tra il 1929 e il 1939, all’interno della quale, piano piano, si stavano radicando quelli che sarebbero diventati poi dei regimi totalitari. Ciò che stupisce del volume (384 pagine) è che, nonostante tutti gli ostacoli, gli imprevisti, i provvedimenti che cominciarono a limitare la libertà delle persone, i protagonisti di queste vicende umane amavano e continuarono a farlo sfidando ogni intoppo, mossi da quella forza -l’amore- in grado di vincere su tutto e tutti. Pagina dopo pagina, con piccoli frammenti, Illies ci racconta la Storia in un arco temporale di un decennio, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, attraverso pezzi di vite altrui, di personalità che nella Storia poi ci sono rimaste per il ruolo sociale, lavorativo, artistico o politico che esercitavano, ma che qui ci vengono narrate, in modo biografico, nella loro dimensione più privata e intima, quella relativa all’amore. Tra i protagonisti troviamo Picasso che compare con le diverse mogli e amanti; poi Sartre completamente rapito dal corteggiamento a Simone de Beauvoir; Thomas Mann con tutta la sua casata (figlie e figlie compresi) alle prese con relazioni di amicizia e amore che scatenarono contrasti nella famiglia. E ancora Dalì che si innamorò perdutamente di Gala, portandola via all’amico; Marlene Dietrich divisa tra la Germania e Hollywood alle prese con i suoi diversi amori e quello più grande per la figlia. Poi ci sono storie come gli amori complicati e non sempre corrisposti di Annemarie Schwarzenbach, appassionata di viaggi e di fotografia, o la storia di Gunta Stölzl prima e unica donna ad insegnare al Bauhaus, ma anche madre coraggiosa nell’allattare a scuola il figlio appena nato. Tra le tante personalità vorrei ricordare anche lui, Francis Scott Fitzgerlad con la moglie Zelda e quel loro matrimonio così complicato, doloroso minato spesso dalla malattia della donna che fu per l’autore fonte di sofferenza emotiva e spunto dei suoi capolavori letterari. “L’amore al tempo dell’odio” di Florian Illies è una vera e propria mappatura del sentimento umano nella quale ci sono tanti amori, tanti tradimenti, tante relazioni (altro che il gossip di oggi) che finirono per incomprensioni, ma anche per il diffondersi delle leggi razziali, mentre altri iniziarono nonostante la catastrofe imminente, come a evidenziare un attaccamento alla vita e al domani, capace di affrontare ogni ostacolo del vivere. Traduzione Francesco Peri.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», ha diretto le pagine culturali di «Die Zeit», è tra i fondatori della rivista «Monopol» ed è stato direttore editoriale della casa editrice Rowohlt. Autore di bestseller tradotti in tutto il mondo, per Marsilio sono usciti 1913. L’anno prima della tempesta (2013, 2018 tascabile Ue), L’invenzione delle nuvole. Lettera d’amore sull’arte e la poesia (2018) e 1913. Un’altra storia (2019).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.

L’Omino di Giovinazzo. Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia, Aguinaldo Perrone, (Graphe.it, 2022) A cura di Viviana Filippini

11 marzo 2022

Sembra un giallo “L’omino di Giovinazzo” di Aguinaldo Perrone, artista, studioso di cartellonismo, edito da Graphe.it. In realtà il libretto è un curioso saggio breve nel quale l’autore cerca di fare luce su un disegno ritrovato a Giovinazzo, in Puglia, dove l’artista Fortunato Depero passò nel 1926 (non a caso il sottotitolo è Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia). Tra le pagine del testo si cerca ci capire se effettivamente Depero, noto anche come l’artista più futurista dei futuristi, tra i padri del Secondo Futurismo e dell’aeropittura, passò effettivamente a Giovinazzo. Prove certe sembrano non esserci, ma qualche indizio sì. Tra i papabili elementi un disegno su cartoncino leggero dove è disegnato un omino in marcia. Partendo da questo disegno ritrovato durante i lavoro di ristrutturazione di un bar a Bari, Perrone veste i panni di detective dell’arte e svolge un’indagine sul campo per comprendere l’origine del disegno, snocciolando poi tutte le ipotesi relative al possibile passaggio di Depero a Giovinazzo e alla realizzazione di questo schizzo a china. Tra le componenti che inducono l’autore a pensare che si tratti di un disegno di Fortunato Depero ci sono alcuni elementi grafici: un figura umana stilizzata che sta tra il manichino e il robot, una “f” segnata in modo rapido (potrebbe essere l’iniziale del nome dell’artista) o le forme geometriche come le spirali che richiamano alcuni elementi grafici utilizzati dall’artista nei propri lavori. Le pagine de “L’Omino di Giovinazzo” scorrono via veloci grazie ad una scrittura pulita, chiara, che fa viaggiare il lettore nella vita di un artista che nella sua carriera artistica fece anche lo scenografo, il costumista e il designer. Perciò se “del doman non v’è certezza”, come scriveva Lorenzo de’ Medici nella “Canzona di Bacco”, composta nel 1490 in occasione del carnevale,  anche il dubbio sulla paternità attribuita dell’Omino di Giovinazzo a Depero resta, ma Aguinaldo Perrone, attento esperto di cartellonistica, ha tutti gli elementi giusti per formulare la sua indagine sul quell’omino che, vi dovesse capitare mai di passarci, troverete  stampato sui tovagliolini del Gran Bar Pugliese, magari messi al fianco di una bottiglietta di Campari Soda- anche lei futuristica- e in un secondo, non sarà così difficile riscontrare qualche evidente somiglianza tra l’omino e la bottiglietta di Depero. Il libro presenta una prefazione di Domenico Cammorata.

Aguinaldo Perrone (Aguìn), artista, studioso di cartellonismo. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero: Milano (Biennale Internazionale del libro d’artista), Berlino, Amsterdam, New York, passando dalla 54ma Biennale di Venezia – Padiglione Puglia. Come autore di libri d’arte e di saggi ha pubblicato: Aguìn, disegniChiedete la lunaIl prodotto definitivamente superioreDepero 1926 passaggio dalle PuglieCatalogo Ragionato di Marchi Inutili e Manuale del Cartellonista ModernoDitelo con cartellonismoNell’ipotesi del cartellonismo e, infine, ha curato la riedizione del libro di Arturo Lancelotti Storia aneddotica della réclame (1912). Ha ricevuto premi e importanti riconoscimenti della sua ricerca storico-artistica, tra cui quelli di Steven Heller (su Print Magazine) e di Fusako Yusaki (prefazione al libro Ditelo con cartellonismo). Dal 2014 insegna Storia dell’illustrazione e della pubblicità presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo sito è www.aguin.it.

Source: inviato dall’editore.

La prova dei cinque petali, Paolina Baruchello, (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

1 marzo 2022

Dopo “Pioggia di primavera”, “La prova dei cinque petali” è il nuovo libro di parole e immagini realizzato da Paolina Baruchello e Andrea Rivola, edito da Sinnos. Baruchello e Rivola tornano con una storia dove il mondo del kung fu e la Cina del passato fanno da sfondo alle avventure dei due protagonisti Jin e Tian. I due giovani, una femmina e un maschio, sono alla ricerca di loro stessi, lei (Jin) si guadagna da vivere facendo il circo, mentre lui (Tian) non vuole deludere il padre e si sta preparando a superare la difficilissima prova dei Cinque petali del fiore di Prugno per entrare tra le guardie dell’imperatore, anche se il giovanotto non sembra del tutto convinto. Sarà proprio l’arte circense ad avvicinare questi ragazzi, perché Jin e Tian si assomigliano molto nel fisico, tutte e due amano il kung fu e l’arte circense. In realtà Tian e Jin hanno anche la stessa forza di volontà che mettono in quello che fanno e che gli permetterà di andare oltre le barriere e gli ostacoli, superando le loro paure e le prove che la vita presenterà loro. La storia della Baruchello non è solo una narrazione dove l’amicizia dimostra di essere un perno fondamentare per andare oltre quello che cerca di porre un limite alla libertà dei protagonisti. La storia della Baruchello è una vicenda di prove da superare per diventare più consapevoli di sé, per confrontarsi con il proprio passato e dare un senso a tanti dubbi e perplessità che attanagliano i protagonisti durante le vicissitudini che attraversano. Allo stesso tempo “La prova dei cinque petali” è un libro dove c’è un confronto/scontro tra generazioni -quella dei figli con quella dei padri- con, da una parte, coloro che sono profondamente legati alla tradizione e al passato e dall’altra, i giovani che puntano a fare progressi cambiando le cose per trovare il loro posto nel mondo. Altro aspetto interessante è il fatto che Jin e Tian compiranno gesti e azioni che porteranno le tradizioni consolidate da tempo a rivedere i loro schemi strutturali e a rivalutare relazioni umane del passato che si credevano perse da tempo. “La prova dei cinque petali” di Paolina Baruchello con i disegni di Andrea Rivola, è una graphic novell di formazione dove l’amicizia, la collaborazione, la fiducia reciproca e la necessita di comprendere il propri io spinge Tian e Jin a confrontarsi con il proprio passato e ad andare avanti oltre ogni ostacolo e pregiudizio. Età di lettura: da 10 anni.

Paolina Baruchello storica di formazione e operatrice culturale, non ha mai smesso di amare i libri per ragazzi da quando è stata in grado di guardarne le illustrazioni e di leggerli. Il suo primo lavoro è stato fare la lettrice e poi la traduttrice dal francese per la Mondadori Ragazzi, per cui ha tradotto più di trenta titoli e curato introduzioni e adattamenti. Dopo viaggi per il mondo, reali e immaginari, e anni di lavoro per istituzioni culturali, è diventata autrice, pubblicando con Sinnos “Pioggia di Primavera”, graphic novel illustrata da Andrea Rivola (2015). Con Sinnos ha pubblicato anche l’albo “Lo Sport non fa per te”, illustrato da Federico Appel (2018) e sempre insieme ad Andrea Rivola “La prova dei Cinque Petali” (2022).

Andrea Rivola è un illustratore dal tratto riconoscibilissimo, in grado di unire l’amore per la composizione geometrica con una lettura sempre intelligente e ironica dei testi che deve accompagnare (e a cui spesso aggiunge del suo). Oltre ad essere un illustratore raffinato, è anche produttore di due ottimi vini: un sangiovese corposo e convincente e un albana bianco pieno di profumi e spezie.

Source: inviato al recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

15 febbraio 2022

Come si scrive una storia? Come si crea un personaggio per renderlo credibile? Come funziona il rapporto tra autore, editore e correttore di bozza? Queste sono solo poche delle domande che coloro che si approcciano alla scrittura per creare un libro si fanno, nel senso che in realtà esse sono molto più numerose. C’è però un testo, uscito per la prima volta nel 1983 in USA, che ancora oggi è attuale per molti dei temi che in esso vengono trattati e mi riferisco a “Il mestiere dello scrivere” di John Gardner, edito in Italia da Marietti 1820. Il volume è un saggio molto interessante che vuole aiutare lo scrittore emergente a capire come scrivere e cosa fare e leggere per migliorarsi. Attenzione, il testo di Gardner non vuole imporre nulla, semplicemente racconta a chi legge come muoversi nel mondo della scrittura che è facile a dirsi, ma parecchio più complicato a farsi. Gardner si addentra in più piani, dai corsi di scrittura creativa, mettendo in evidenza l’utilità che essi possono avere, passando al ruolo che in essi hanno gli insegnanti, ma anche i difetti che il partecipante può incontrare. Per l’autore americano la scrittura, però, non è fatta solo da storie, perché per costruirle sono fondamentali l’intreccio, la trama, i personaggi con i loro ruolo ma, cosa davvero importante, sono anche la punteggiature, il punto di vista, il dialogo e la revisione dei testi fatta una, duo, tre e più e più volte per comprendere davvero quello che è utile o no alla costruzione della storia che si sta scrivendo. Molta attenzione anche al rapporto che il giovane autore dovrebbe avere con l’editore e con il correttore di bozze e al lavoro della revisione che deve essere fatta. Fondamentali in questo caso, il dialogo e il confronto per giungere ad una fine che soddisfi tutte le parti coinvolte, compreso il lettore che comprerà e leggerà il libro. Le pagine del libro di Gardner vanno via veloci grazie ad una scrittura fluida e piacevole, caratterizzata da una ironia che stuzzica alla riflessione il lettore e l’aspirante scrittore. Quello che emerge da “Il mestiere dello scrittore” è l’incoraggiamento di Gardner a chi vuole scrivere e il prendere coscienza che la scrittura è un fare impegnativo che si deve provare e per il quale servono costanza, impegno, attenzione e tenacia (critiche e delusioni sono sempre dietro l’angolo) per non abbattersi mai e capire se fare lo scrittore è davvero quello che anima la mente e cuore. Il libro contiene anche la premessa di Davide Rondoni e l’introduzione di Raymond Carver. Tradotto da Cinzia Tafani.

John Champlin Gardner Jr (Batavia, 1933 – Susquehanna, 1982), medievista e scrittore, ha dedicato lunghi anni all’insegnamento e alla riflessione sulla pratica del narrare. È stata una figura popolare e controversa fino alla morte prematura in un incidente motociclistico all’età di 49 anni.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.