Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

:: Il morto nel bunker, Martin Pollack, (Keller editore 2018) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2018
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A chi appartiene il corpo senza vita ritrovato in un bunker del sud Tirolo nel 1947? Potrebbe sembrare un gancio per un giallo, ma è vera vita. A cercare la risposta e a dare un nome a quel morto, Martin Pollack nel suo ultimo libro “Il morto nel bunker” edito da Keller. Sì perché il corpo senza vita trovato in Alta Val d’Isarco è quello di suo padre, non quello che lo ha cresciuto, ma quello biologico: Gerhard Bast. Pollack una volta attua un’indagine sulla realtà, relativa alla sua famiglia, per dare forma al vero padre, nel tentavo di colmare dei silenzi e vuoti che da sempre hanno caratterizzato la sua vita. Pollack cerca di riedificare l’identità di un uomo assassinato mentre era in fuga, in quanto ufficiale delle SS. Pollack scoprirà che il padre biologico era figlio di un avvocato e la sua famiglia era fortemente legata alla purezza della cultura tedesca ma, nonostante gli studi il giovane Bast decise di seguire la carriera militare. Passo dopo passo, Pollack mette assieme i tanti frammenti di una vita di un uomo che lui non ha mai conosciuto di persona, scoprendo che amava andare in montagna e che ebbe diversi gradi nell’esercito del regime. In Pollack, oltre ad un po’ di sconvolgimento, scattano una vasta gamma di domande. Per esempio, l’autore si chiede se durante la sua carriera militare suo padre ordinò o partecipò allo sterminio di vite innocenti vite, perché non ariani. Non solo, ma cerca anche di capire cosa portò sua madre ad innamorarsi di Bast. Pollack attua un viaggio alla scoperta del proprio io, attraverso la riscoperta delle proprie radici paterne e di un mondo familiare un po’ cupo e inquietante, nel quale l’attaccamento alle radici di matrice tedesca era una vera e propria ossessione. Leggendo il libro verità di Pollack si ha la sensazione che l’autore ci prenda per mano e ci porti con lui avanti e indietro nel tempo, nel tentativo di riuscire a ricostruire l’identità di un uomo che è stato un padre biologico, ma non un padre effettivo ed affettivo per il proprio figlio. In realtà, il libro non è solo una fare memoria delle proprie origini. In “Il morto nel bunker”, Pollack, da un lato, indaga per ricostruire la figura del padre e, dall’altra, ci racconta la società nella quale Bast divenne grande, quella Stiria Inferiore (oggi Slovenia) che, in quel periodo, era una parte dell’Impero Asburgico, divenuto Regno di Jugoslavia nel 1919, dove poi presero forma le acide tensioni tra germanofoni e sloveni che portarono al nazionalsocialismo. Traduzione dal tedesco Luca Vitali.

Martin Pollack: Nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per lo «Spiegel», a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998. Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive nel Burgenland e a Vienna. Tra i suoi libri più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e a tutto lo staff di Keller editore.

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:: Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk di Piergiorgio Paterlini (Einaudi ragazzi 2018) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2018
Il mio amore non può farti male

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Il 27 novembre del 1978, Harvey Milk, Consigliere comunale di San Francisco e primo politico americano dichiaratamente omosessuale venne assassinato con cinque colpi pistola dall’ex consigliere Dan White. A 40 anni di distanza dal tragico fatto, nel quale cadde vittima anche il sindaco di allora (George Moscone) della città di San Francisco, la casa editrice Einaudi pubblica il libro “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini. Quella scritta da Peterlini è una biografia narrata in prima persona, dove l’autore veste i panni di Harvey Milk per raccontarci la vita del politico. La storia di sviluppa come una sorta di lungo piano sequenza, nel quale Milk alterna al ricordo dei cinque colpi di arma da fuoco, le fasi fondamentali del cammino di formazione umana e amministrativa. Pagina dopo pagina Milk/Paterlini ci confessa la sua volontà di portare avanti battaglie in difesa delle persone deboli, puntando al fatto che lui per persone deboli non intendeva solo gli omosessuali, ma tutti coloro che si trovavano in condizioni di difficoltà (bambini, anziani, individui ai margini della società). Accanto a questo costante impegno per gli altri, Milk evidenzia le difficoltà riscontrate, le sconfitte che dovette subire, gli attacchi personali che gli fecero per il suo orientamento sessuale e per scoraggiarlo nella sua impresa. Harvey però non mollò mai, perché aveva una tenacia che lo spingeva ad andare avanti e ad agire per cambiare in meglio le cose, superando gli ostacoli del destino e i pregiudizi delle persone. Nel libro biografico, Milk parla molto di sé, della sua formazione (si laureò in matematica all’Albany State College nel 1951), del trasferimento nel quartiere di Castro a San Francisco nel 1972, dove Milk aprì con il compagno il loro negozio di fotografia e dove proprio per il suo impegno ad assumere il ruolo di portavoce della vasta comunità gay venne soprannominato “Il Sindaco”. Non mancano pagine dedicate alla famiglia Milk, alle origini ebraiche e lituane, alla carriera nella Marina del padre e della madre, la quale si batté proprio perché anche le donne potessero entrare in questo corpo militare. Un nucleo familiare dal quale Harvey ereditò la voglia di impegnarsi per ciò che è giusto e per il prossimo. Nella narrazione trovano spazio anche le storie d’amore di Harvey Milk, importanti relazioni narrate con garbo e delicatezza da Paterlini, che permisero a Milk di amare ed essere profondamente amato dai suoi compagni (sempre tutti più giovani di lui). “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini è la storia sì di un politico, ma è soprattutto la narrazione dell’esistenza di un uomo che decise, con impegno e dedizione, di combattere per i diritti degli omosessuali e dei più deboli, nella speranza di permettere a tutti di abbattere i pregiudizi e vivere una vita in libertà e felicità.

Piergiorgio Paterlini (1954) vive a Reggio Emilia. Il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 15 edizioni dal 1991). Fra gli altri libri: Matrimoni (2004, poi Matrimoni gay, 2006), Fisica quantistica della vita quotidiana (2013), I brutti anatroccoli (2014), Lasciate in pace Marcello (Edizioni EL 1997, poi Einaudi 2015), Bambinate (2017), tutti presso Einaudi. Con Gianni Vattimo ha pubblicato Non Essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (Ponte alle Grazie, 2015). È tradotto in una decina di Paesi. Scrive per la Repubblica e per L’Espresso.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna De Giovanni dell’ufficio stampa.

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:: I felici, Kristine Bilkau (Keller, 2018) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2018
I felici

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“I felici” è il romanzo d’esordio di Kristine Bilkau e quella felicità del titolo si scoprirà essere un qualcosa di costantemente ricercato dai due protagonisti. Loro sono Isabell e Georg, una violoncellista e un giornalista. La loro vita è fatta di musica, parole, concerti, articoli di giornale e di una casa che sperano di rendere dolce e calorosa, proprio come le abitazioni dei loro vicini. La situazione per i due cambia in modo improvviso quando diventano genitori del piccolo Matti. Il frutto del loro amore li conforta, ma la pace e l’armonia in famiglia comincia a vacillare in modo irreparabile. A mettere la crisi nella coppia non ci sono amanti o spasimanti, ma arrivano una serie di eventi esistenziali che destabilizzeranno la tranquillità, per altro già fragile, dei due. Isabell ad un certo punto smetterà di suonare perché minata da un tremore che la colpisce ogni volta che prende tra le mani il suo violoncello per fare prove o concerti. La giovane si prenderà del tempo per riposarsi e curarsi dal disturbo, ma esso sembrerà non volerla lasciare. La situazione non va molto meglio a Georg, in quanto il giornale per il quale lavora, con molta probabilità, sarà venduto e per lui, come per i suoi colleghi, il futuro diventerà qualcosa di molto incerto, nel senso che Georg e gli altri non sanno se avranno ancora il posto di lavoro o se saranno obbligati a cercare qualcosa d’altro da fare. Le incertezze relative al lavoro avranno una ricaduta nella vita di coppia e unite anche all’aumento dell’affitto e delle spese di gestione dell’appartamento dove la famiglia vive, porteranno Isabell e Georg a vivere con tormento. Il domani diventerà sempre più incerto e Isabel e Georg si renderanno conto che anche le cose più scontate- bersi un caffè o fare una passeggiata al parco- rischiano di diventare impossibili da fare senza una stabilità economica. Ecco che la coppia si incrina, nel senso che i due giovani vivono sotto lo stesso tetto sviluppando due esistenze dove la solitudine, la paura del domani, il sentirsi incompresi e incapaci lo sperimentano in modo del tutto personale, isolandosi nei loro mondi dove pensano e progettano cosa mettere in atto per trovare la vera felicità. “I felici” della Bilkau sono due giovani-adulti dell’era contemporanea le cui vite incarnano lo specchio di una parte della generazione di oggi chiamata a confrontarsi con precarietà lavorativa, alla quale si collega spesso quella esistenziale. Isabell e Georg sono quindi felici solo in apparenza, nel senso che nella vita che stanno cercando di creare arrivano intoppi vari, i quali allontaneranno sempre più la felicità da loro tanto desiderata. La crisi crea nella coppia incomunicabilità, incomprensioni, profondi stati di malinconia per qualcosa perso per sempre e difficoltà a parlarsi in modo chiaro e deciso per trovare una soluzione. Nonostante tutto questo, non mancano momenti di speranza, durante i quali il rimuginare e il riflettere su cosa fare evidenzia come Isabell e Georg siano pronti a mettersi in gioco per il figlio Matti, per loro stessi, per essere davvero, e forse per la prima volta, felici. Traduzione dal tedesco Fabrizio Cambi.

Kristine Bilkau è nata nel 1974. È stata finalista all’Open Mike nel 2008 e ha ricevuto numerose borse di studio letterarie e premi come la borsa di studio per la letteratura del Colloquium Berlin, l’Hamburger Föderpreis für Literatur, il Franz- Tumler- Prize e il Klaus-Michel- Kühne- Prize. Vive ad Amburgo con la sua famiglia.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

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:: Jungle Rudy, Jan Brokken, (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2018

Jungle Rudy“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, e Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa Iperborea e a tutto lo staff editoriale.

:: Dal 2 al 4 novembre a Chiari torna la XVI Rassegna della Microeditoria a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2018

microeditoria_logoInventare il futuro, il digitale, la cultura locale, i viaggi e il fare editoria oggi tra innovazione e tradizione sono alcuni degli spunti che caratterizzeranno la XVI edizione della Rassegna della Microeditoria, kermesse dedicata alla piccola editoria indipendente che tornerà a Chiari (Brescia) dal 2 al 4 novembre. Set del tutto la storica cornice Liberty di Villa Mazzotti con protagonisti libri e parole digitali. Saranno 85 in totale i piccoli e medi editori provenienti da ogni zona d’ Italia presenti alla tre giorni dedicata ai libri. Accanto agli espositori più di 80 eventi tra laboratori, incontri con autori, letture animate e convegni dedicati al mondo della lettura. Ad aprire la sedicesima edizione, venerdì 2, alle 20.30, ci sarà Bianca Pitzorno, una delle più amate autrici di libri per bambini, che in questa occasione presenterà “Il sogno di una macchina da cucire”, un romanzo per adulti. Domenica 3, nel pomeriggio toccherà a Toni Capuozzo e Mauro Corona e tanto altro ancora che troverete in dettaglio sul sito: http://www.microeditoria.it. Ecco qualche dritta su alcune curiosità che potrete trovare in questo 2018: ci saranno le Edizioni Le Assassine, che pubblicano solo libri di donne, la FaLvision, editore pugliese di libri in braille. Non mancherà il ritorno dell’arte tipografica con Pulcinoelefante, Disegnograve, Il Buon Tempo, Enrico Damiani e Rottecontrarie. Saranno presenti editori per audiolibri come Voce in capitolo e tanti editori di qualità per i bambini, che puntano a valorizzare la storia locale o precisi generi letterari (fantasy, letteratura straniera, poesia, ecc.). Presenti anche gli editori Marcos y Marcos e Altreconomia. La rassegna della Microeditoria è organizzata dall’associazione culturale L’Impronta, con la collaborazione del Comune di Chiari e della Fondazione Cogeme Onlus, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia e dalla Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura. Alla Microeditoria ci sarà inoltre il primo incontro tra il presidente di ADEI (la neonata Associazione degli Editori Indipendenti) Marco Zapparoli, fondatore della casa editrice Marcos y Marcos, con il sottosegretario all’editoria Vito Crimi. La Rassegna della Microeditoria è sostenuta da: Vivigas; Fondazione Cogeme onlus; Chiariservizi; Farco; Itas Piccolo Valerani Assicurazioni Chiari; Valledoro; Cattolica Assicurazioni. Ingresso libero a tutti gli eventi.

La Microeditoria che non si esaurirà il 4 di novembre perché il 18 novembre a Orzinuovi ci sarà una rassegna dedicata agli editori indipendenti del fumetto.

Rassegna della Microeditoria dal 2 al 4 novembre
Villa Mazzotti, in viale Mazzini 39, Chiari (Brescia)
Venerdì 2 dalle 20.30
Sabato 3 e domenica 4 novembre dalle 10 alle 20
Ingresso libero
• info@rassegnamicroeditoria.it • + 39 339 6073551

:: Impressioniste: Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt, di Martina Corgnati (Nomos edizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2018

1Quattro sono le donne protagoniste di “Impressioniste” di Martina Corgnati edito da Nomos, che ricostruisce le vita di quattro figure femminili, che fecero dell’arte pittorica parte integrante del loro vissuto. L’ambientazione è la Parigi di fine Ottocento, nella quale prendono forma le vite ancora troppo poco conosciute al pubblico di Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt. A darci maggiori informazioni sulle artiste del colore ci pensa Martina Corgnati, che ci conduce in un viaggio biografico tra vita, famiglia, colori, pennelli e tante incomprensioni e pregiudizi che limitarono l’espressività di queste quattro geniali artiste. Sì, perché le pittrici vissero nella capitale francese in un periodo storico (la fine del XIX secolo) che fu la culla dell’arte. Loro riuscirono, con impegno e dedizione, a dimostrare che le donne potevano fare della pittura un vero e proprio lavoro e non un semplice passatempo come la società di allora credeva e, soprattutto, voleva. Nel senso che finché era un uomo a fare l’artista, tutto era perfettamente accettato, ma se era una donna a volerlo, ecco le cose si complicavano. La figura della pittrice era vista con sospetto, con pregiudizio, come se fosse uno strano essere dalla vita caotica e sregolata, perché per la società di allora era del tutto impensabile che una donna si potesse guadagnare da vivere con la pittura. Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond e Mary Cassatt lottarono per farsi accettare come artiste professioniste e per ottenere tale riconoscimento arrivarono anche a sacrificare l’amore, gli affetti o la maternità. Il libro della Corgnati non analizza tanto le opere, anche se nel volume non mancano pagine con le riproduzioni dei dipinti, ma indaga le vite di quattro donne per raccontarci le aspirazioni, le emozioni, le volontà e i sacrifici che fecero per imporre il loro fare arte in una società dalla mentalità tipicamente maschile. Si scopre che la Morisot conosceva molto bene Manet e lo aveva come punto di riferimento, perché era il cognato. Anche la Gonzalès conobbe Manet, ma andò a scuola da un altro pittore –Chaplin- dal quale apprese tutti gli insegnamenti per fare arte. La Bracquemond aveva come mentori, e li conosceva pure, Manet e Degas, ma il suo estro artistico venne annientato dalla dirompente personalità del marito, anche lui artista. La Cassatt, americana di nascita, visse per anni in Francia dove assorbì molto della pittura impressionista e delle altre correnti pittoriche. Il suo mentore, amico-nemico fu Degas. Queste donne fecero scalpore non solo perché scelsero la pittura come professione, ma anche perché affrontarono temi trattati in pittura dagli uomini: nature morte, paesaggi, scene di vita quotidiani, nudi maschili e femminili. Questa voglia intraprendenza, di mantenersi da sé, di partecipare alle mostre con gli artisti rifiutati dalla gallerie ufficiali, i conflitti con i maestri, con le famiglie che mal tolleravano l’accoppiata donna-pittura, le malattie (la Gonzalès morì a soli 34 anni) e i mancati riconoscimenti impedirono alla Morisot, alla Gonzalès, alla Bracquemond e alla Cassatt, di avere un giusto riconoscimento nel mondo della Storia dell’arte. Martina Corgnati in “Impressioniste” ci porta dentro al mondo umano, ai colori, alle forme e alla scoperta dello stile di queste quattro donne pittrici che consacrarono, nonostante gli ostacoli, la loro esistenza all’arte come linfa vitale del vivere.

Martina Corgnati è curatrice e critica d’arte. Da anni si divide tra l’attività didattica (è docente titolare di Storia dell’arte all’Accademia Brera di Milano), le collaborazioni giornalistiche e l’impegno critico. Da molto tempo si occupa del lavoro di artiste femminili nell’arte Del Novecento e in quella contemporanea. Tra i suoi lavori si ricordano quello co-curato con Luisa Wagner e con protagonista Meret Oppenheim “Wrote nicht in giftige Buchstaben einwickeln” (Scheidegger & Spiess, 2013) e la prima biografia dedicata all’artista: “Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda”, Johan & Levi, 2014. Per le edizioni Compositori ha scritto: “L’opera replicante; la strategia dei simulacri nell’arte contemporanea” (2009) e “I quadri che ci guardano. Opere in dialogo” (2011)

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Benedetta Tosi dell’ufficio stampa Nomos.

:: Jum fatto di buio di Elisabetta Gnone (Salani 2017) a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2018

imagesTra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Età di lettura: dai 9 anni e per tutti gli adulti che desiderano ritrovare il bambino o la bambina che è in loro.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato.
È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale ha ideato la serie a fumetti W.I.T.C.H. È autrice della fortunatissima saga di Fairy Oak, e ora, con la nuova serie Olga di carta, porta ai lettori un nuovo, delicatissimo mondo in cui, con garbo e ironia, affronta i temi delle fragilità e delle imperfezioni che ci rendono umani.

Source: libro del recensore.

:: Occhi di sale, Massimo Granchi, (Palabanda 2018) a cura di Viviana Filippini

13 ottobre 2018

unoOcchi di sale” è il romanzo di Massimo Granchi edito da Palabanda, casa editrice sarda. Il libro è un romanzo di formazione nel quale l’autore ci accompagna nella vita dei tre amici protagonisti. Un cammino tra adolescenza ed età adulta. Loro sono Matteo Corrias, un ragazzo diligente, equilibrato e serio; Giovanni Manca, detto Nino, istintivo, pragmatico e poco interessato alla scuola; Paolo Murgia, un sognatore, che desidera viaggiare e studiare. Tutti vivono a Cagliari nel quartiere Is Mirrionis, frequentano la stessa scuola e sono compagni di avventure e marachelle tipiche dell’adolescenza. Una vita non del tutto spensierata, perché già in questa fase giovanile i tre amici dovranno affrontare dei grattacapi che lasceranno in loro segni indelebili. Matteo proverà rabbia verso il padre morto suicida; Nino avrà un flirt con la sua professoressa che ad un certo punto lo allontanerà e Paolo vorrebbe tanto fare il medico e aiutare il prossimo. Purtroppo la vita riserverà degli imprevisti per i tre giovani, i quali vedranno messa a dura prova la solidità della loro amicizia, e si ritroveranno a vivere a distanza, senza sapere in modo completo quello che ognuno di loro sta attraversando. Da adulti li ritroveremo a fare i conti con la vita: Matteo venderà vestiti come faceva il padre, si farà una fidanzata che deciderà di sposare, ma non esiterà a tradirla e a darsi all’alcool. Nino volerà in Toscana, finirà in aeronautica, si fidanzerà e si appresterà a diventare padre. Paolo prenderà la laurea in economia (e non in medicina) e farà tanti lavoretti che non lo soddisfano e che complicano il rapporto con il padre. Gli anni passeranno, i tre protagonisti diventeranno adulti e dovranno fare i conti con il loro vissuto, dove momenti di sconforto e anche di sconfitta li metteranno a dura prova. Matteo fallirà in tutto: lui che per gli altri rappresentava la perfezione verrà lasciato dalla moglie, avrà problemi con il lavoro e si rovinerà la salute per il troppo attaccamento alla bottiglia. Nino tornerà in Sardegna, la sua vita amorosa subirà uno scossone disastroso. Dovrà fare i conti con il padre malato da accudire e con un ragazzino che spesso sta sotto casa sua. Paolo, l’eterno ragazzino, troverà lavoro da una ex fidanzata della quale è ancora innamorato (lei no), scriverà un libro e riuscirà a diventare autonomo dalla sua famiglia e dal padre ipercritico. “Occhi di sale” di Massimo granchi è un romanzo dalla struttura circolare, nel senso che all’inizio troviamo i tre protagonisti ragazzini e alla fine ci sono ancora tutti e tre, ma sono uomini maturi, adulti segnati dalla dure prove della vita. Granchi racconta il vivere quotidiano di Matteo, Nino e Paolo, i conflitti che hanno con le famiglie, con le fidanzate, le mogli. Non mancano le difficoltà a trovare un lavoro che soddisfi e faccia sentire appagati e ancora la scoperta di importanti verità nascoste che porteranno tutti e tre gli amici a dover attuare una rivalutazione completa del proprio io e delle persone che hanno conosciuto nella loro vita. “Occhi di sale” è un libro dalla lettura piacevole che fa riflettere su quanto a volte il destino sembri giocare con le persone creando ostacoli e intoppi nel loro vivere. Matteo, Nino e Paolo di “Occhi di sale” sono personaggi letterari con i quali i lettori possono trovare empatia, perché Granchi narra la crescita e la ricerca di una stabilità del vivere, un traguardo al quale i tre amici – come noi lettori- puntano, nonostante le ammaccature che a volte il vivere riserva loro.

Massimo Granchi è laureato in Scienze Politiche e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, e ha conseguito il Dottorato in Istituzioni e Società e la specializzazione in Storia, Media, Cittadinanza. Ha vissuto a Stoccolma dove ha lavorato per la Camera di Commercio Italiana. Ora vive in provincia di Siena dove ha fondato, con altri autori, il Gruppo Scrittori Senesi e il Premio Letterario Città di Siena. Il suo romanzo d’esordio “Come una pianta di cappero” (2013) ha vinto il Premio on Line Scrittore Toscano 2014.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie a Maria Gabriella Ranno.

:: Perfect Rigor. Storia di un genio e della più grande conquista matematica del secolo, Masha Gessen, (Carbonio editore 2018) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2018

RigorSono passati 16 anni da quando, nel 2002, Grigorij Perel’man, un matematico russo, riuscì a trovare la soluzione ad una delle spinose questioni del Millennio: la Congettura di Poincaré. Oggi la sua storia – che sembra esser la trama di una spy story- è diventata il libro “Perfect Rigor” (collana Cielo Stellato, traduzione Olimpia Ellero) di Masha Gessen, edito in Italia da Carbonio editore. La biografia indaga la figura del matematico Perel’man per capire cosa si scatenò in lui dopo la risoluzione della congettura. Sì perché con la sua azione, il genio dei numeri creò un vero e proprio terremoto nella comunità matematica mondiale, dove nessuno fino a lui era riuscito a risolvere la Congettura. Quello che sconvolse di più, però, fu il fatto che Perel’man -che già viveva un po’ in un volontario autoisolamento- non fece altro che allontanarsi ancora di più dal mondo che lo circondava. L’uomo, non solo rifiutò prestigiose cattedre universitarie, ma non accettò la Medaglia Fields – l’equivalente del Nobel per la matematica –, e nemmeno il premio da un milione di dollari offerto dal Clay Institute. Fosse solo questo! Perel’man abbandonò anche il lavoro all’Istituto Steklov, recidendo sempre più i rapporti con amici, colleghi, giornalisti. A quanto sembra il matematico russo oggi vivrebbe con la madre in un appartamento nella periferia di San Pietroburgo. La Gessen non è riuscita ad incontrare Perel’man, ma ce l’ha fatta a parlare con i suoi colleghi e amici. Grazie a queste testimonianze e quello che sul matematico solitario è stato scritto, la scrittrice è riuscita non solo a ricostruire la vita di Perel’man, ma anche il contesto russo nel quale lui era nato e cresciuto. Quello che colpisce tra le pagine è la società russa dove, nel corso del XX secolo, è cambiato più volte il modo in cui i matematici venivano considerati. Ad inizio del ‘900 gli studiosi erano spesso visti con sospetto, considerati come dei nemici del regime (non a caso molti finirono in esilio). Durante la Seconda guerra mondiale ci fu un cambiamento radicale e i matematici vennero considerati importanti risorse per il calcolo dei movimenti di guerra. La situazione cambiò ancora con la presa del potere di Stalin con il quale i matematici, da un lato, erano super tutelati e, dall’altra, ogni loro mossa era controllata. Quello che emerge dalla ricostruzione della comunità matematica sovietica è l’immagine di un mondo di menti geniali, dove non mancavano discriminazioni per chi era di origine ebraica e Perel’man, grazie alla “protezione” dei suoi docenti, ne restò immune. Erano inoltre presenti disparità per l’orientamento sessuale e di genere, basti pensare che la madre di Perel’man non fece carriera perché donna e ebrea, mentre sua sorella – la zia del protagonista- riuscì ad affermarsi come matematica andando in Israele. Altro aspetto interessante è il rigore costante e continuo nel fare esercizi matematici a cui venivano sottoposti i futuri geni a scuola (Perel’man venne iscritto alla Scuola Pubblica nº 239 frequentata da bambini particolarmente dotati) e in veri e propri club dove gli ammessi si esercitavano ore e ore a fare esercizi, cercando di capire chi tra loro sarebbe diventato un matematico algebrista o geometrista. “Perfect rigor” è quindi un viaggio nella psiche di un uomo che nel momento di maggiore successo ha chiuso i contatti con il mondo, ma perché? Per paura della notorietà? Per timore del contatto con il prossimo o magari per tutelare al massimo la sua dimensione intima e poter continuare la lavorare – in santa pace – ai problemi matematici? Non si sa. Certo è che l’alone di mistero e fascino che stanno attorno alla figura di Perel’man sono il cuore di “Perfect Rigor” di Masha Gessen, non solo una biografia, ma un vero e proprio viaggio nella matematica, nell’animo e nella mente di un uomo che dei numeri ha fatto una ragione di vita.

Masha Gessen è nata a Mosca nel 1967. Dopo più di vent’anni di onorata carriera come giornalista scientifica a Mosca, nel 2013 si è trasferita a New York, dove fa parte della redazione del “New Yorker”. È visiting professor all’Amherst College e ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, quali la Guggenheim Fellowship, la Andrew Carnegie Fellowship, la Nieman Fellowship e l’Overseas Press Club Award. Ha scritto nove libri, tra cui Putin. L’uomo senza volto (Bompiani, 2012). Di Masha Gessen Carbonio Editore ha già pubblicato I fratelli Tsarnaev. Una moderna tragedia americana, coraggioso reportage sull’attentato alla maratona di Boston e le radici del fondamentalismo islamico.

Source: inviato dall’editore all’autore. Grazie a Costanza Ciminelli.

Il guardiano della diga -Volume 1, Robert Kondo – Daisuke “Dice” Tsutsumi, Bao Publishing 2018 A cura di Viviana Filippini

16 settembre 2018

Guardiano digaArriva in Italia grazie a Bao Publishing il primo volume- “Il guardiano delladiga”- di una trilogia a fumetti creata da Robert Kondo e Daisuke “Dice” Tsutsumi, fautori dello studio di animazione, Tonko House, che ne ha fatto anche un cortometraggio nominato agli Oscar nel 2015. I protagonisti nel libro sono animali. Maiale è un giovanotto che fa il guardiano alla diga costruita tempo prima dal padre. La chiusa è gigante e separa la Valle dell’Aurora dal resto del mondo. Il fatto che il padre di Maiale le abbia dato forma è perché oltre ad essa c’è un pericolo – la nebbia nera- che porta scompiglio e morte in chiunque si imbatta in lei. Maiale, che ha perso il padre e  ha ereditato da lui il ruolo di guardiano della diga, non è del tutto solo nell’ importante missione dove sarà coinvolto. Accanto a Maiale, i suoi amici, anche loro giovani e animali, Volpe e Hippo. I tre  si troveranno catapultati in strane situazioni, a tratti reali, a tratti degli incubi allucinati, che li porteranno a doversi rimboccare le maniche per agire in modo tale da salvare la Valle dell’Aurora e la sua gente. La storia è caratterizzata da un ritmo incalzante che crea suspense e lascia nel lettore la curiosità di capire, e scoprire, se il piccolo Maiale e i suoi compagni di avventura riusciranno a compiere la loro impresa. Di certo, facendo un’analisi del personaggio principale – Maiale- ci si rende conto che il suo essere e agire richiamano la figura classica dell’eroe delle fiabe. Maiale, non a caso, dovrà compiere ogni azione per salvare il suo mondo dal pericolo, dovrà rispettare l’impegno e il compito che ha ereditato dal padre (fare il guardiano della diga) e dovrà portare a termine una missione per ristabilire la pace e armonia. Accanto a lui ci saranno Volpe e Hippo, amici, compagni di avventura e aiutanti. Oltre ad un piccolo eroe, Maiale si dimostra da subito coinvolto in un percorso di prove e ostacoli che lo metteranno a dura prova, ma che fanno dedurre il processo di formazione che lo aiuterà a crescere. Perfette e molto curate sono le immagini realizzate Robert Kondo e Daisuke “Dice” Tsutsumi, le quali  rendono il libro elegante e accattivante, nel senso che arrivati alla fine del primo volume de “Il guardiano della diga”, si resta in attesa nella speranza che arrivi presto il seguito, per scoprire il destino di Maiale, dei suoi amici e della Valle dell’Aurora. Traduzione Caterina Marietti.

Dice Tsutsumi è nato e cresciuto a Tokyo. Laureatosi alla School of Visual Art a New York, ha lavorato come disegnatore ai Blue Sky Studios su L’era glaciale, Robots e Ortone e il mondo dei Chi e come art director per Pixar su Toy Story 3 e Monsters University. Nel frattempo, ha portato avanti progetti di beneficenza come Totoro Forest Project e Sketchtravel.

Robert Kondo è nato e cresciuto a Los Angeles. Da bambino, ha imparato a disegnare dalla madre, esperta fashion designer, e ha poi studiato illustrazione all’Art Center College di Pasadena. Per dodici anni, ha lavorato per i Pixar Animation Studios come art director per film come Ratatouille, Toy Story 3 e Monsters University.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Bao Publishing e Chiara Calderone dell’ufficio stampa.

:: Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara (Todaro editore, 2018) A cura di Viviana Filippini

20 maggio 2018

ChiaraAppena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove  l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.

Giuseppe Chiara è di Genova e aver avuto 15 anni nel ’68 l’ha segnato per sempre. Era convinto che l’immaginazione avrebbe conquistato il potere e invece ha vinto la noia. Loredana, la sua compagna, dice che è un Peter Pan grasso e calvo. Ama la famiglia, la birra e i gatti, ma non sempre in questo ordine. Questo è il suo secondo romanzo con Todaro editore.

Source: inviato dall’editore.

:: Elia il camminatore, Guia Risari (San Paolo edizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

16 maggio 2018

Guia Risari torna in libreria con la storia di Elia il camminatore, edito da San Paolo.  EliaLa storia di Elia racchiude in sé timidezza, amore per una vita sana, bisogno di amicizia e anche un pizzico di timore che, pian piano, il piccolo protagonista riuscirà a superare. Elia infatti è un bambino che ama molto camminare, spesso però lo fa da solo, perché è timido e ha vergogna di chiedere a qualcuno di andare con lui. Teme di essere respinto e non capito nel suo bisogno di fare lunghe, lunghissime passeggiate. Elia allora domanda ai suoi genitori di prendergli un animaletto che lo accompagni nelle sue camminate e così il piccolo si trova con un piccolo porcellino d’India. L’animaletto si stanca presto viste le sue corte zampette e allora arriva un gatto che si carica sul dorso il porcellino. Animali su animali si aggiungo a fare compagnia al protagonista, fino a che Elia si trova a camminare con al guinzaglio un elefante, con sopra un asino, con sopra un bue, con sopra un cane, con sopra un gatto e su, in cima alla piramide, eccolo là il porcellino d’India. Una situazione un pochetto difficile da gestire per il piccolo podista che troverà una soluzione per tutti gli animali, in modo tale da non avere uno zoo al seguito durante le sue passeggiate, ma un’altra piacevole compagnia. Il libro di Guia Risari è un testo per bambine che evidenzia, attraverso il piccolo protagonista, l’amore per lo sport, perché Elia macina chilometri su chilometri camminando, e camminare non è solo uno spostamento attraverso un luogo, ma è anche un modo per osservare e scoprire al meglio la realtà che lo circonda. Da Elia il camminatore emerge anche un profondo amore e rispetto per gli animali, ai quali Elia darà la giusta casa. Elia però è un bambino timido, e il suo andare a zonzo a piedi lo aiuterà a superare questo suo aspetto del carattere e a trovare il coraggio di chiedere a chi gli sta vicino (una ragazzina) di camminare con lui. La storia del piccole Elia è un avventuroso cammino di educazione alla vita sana e al rispetto per il prossimo simile e diverso dal proprio io. Elia il camminatore Guia Risari è da leggere in compagnia, magari proprio passeggiando. A dar forma visiva alla bella storia di coraggio e amicizia scritta da Guia Risari ci sono le illustrazione di Giulia Rossi. Età di lettura: da 6 anni.

Guia Risari è nata nel 1971 a Milano, dove ha compiuto studi classici e si è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale con una tesi su Jean Améry, lavorando come educatrice e giornalista per “L’Unità”. Si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University. Ha vissuto in Francia, dove, oltre a scrivere e tradurre, ha insegnato e svolto ricerche in socio-critica, storia, letteratura orale e comparata delle migrazioni.
Ha tenuto conferenze in varie università sulla filosofia morale, la letteratura concentrazionaria e delle migrazioni. Ha tradotto saggi e romanzi dal francese e dall’inglese per Feltrinelli, e/o, Alet, Giuntina, White Star. Ha curato testi di poesia ed ecologia. È autrice di racconti, pubblicati su riviste e antologie. Per l’infanzia, e non solo, ha pubblicato diversi libri che potete trovare al seguente https://www.guiarisari.com/ITALIANO/pubblicazioni.html

Giulia Rossi è Nata a Rimini nel 1987. Dopo la laurea in architettura presso l’Università di Ferrara e il master in illustrazione editoriale all’Accademia di Belle Arti di Macerata, ha collaborato con i più importanti editori italiani realizzando copertine e albi illustrati. Le sue illustrazioni sono state selezionate in occasione di diverse mostre e concorsi a livello nazionale e internazionale. Curiosità, ricerca e sperimentazione sono alla base del suo lavoro. Nelle sue immagini è sempre volta a cercare nuovi linguaggi espressivi, facendo interagire tecniche artistiche tradizionali con elaborazioni digitali. http://giuliarossiart.tumblr.com

Source: richiesto all’editore.