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“Lettere a Hawthorne”, Herman Melville, a cura di Giuseppe Nori (LiberiLibri 2019) a cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2019

lettere H.Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti  scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato  uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.

Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).

Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994). 

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.

:: Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto di Navid Kermani (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

23 settembre 2019

Stato di emergenzaStato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” è l’ultimo lavoro di Navid Kermani, pubblicato da Keller. Le pagine sono un vero e proprio affresco dettagliato del mondo mediorientale che l’autore, con la sua abile capacità di reporter, ha messo nelle pagine di un testo che è un vero e proprio viaggio letterario in quei Paesi del Medioriente dei quali sentiamo parlare alla televisione o leggiamo sui giornali. Kashmir, Agra, Gujarat, Pakistan, Afghanistan (parte prima e parte seconda), Iran, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina, fino a Lampedusa. Il reportage, tradotto da Fabio Cremonesi, permette a chi legge di conoscere quei mondi che sembrano così lontani e diversi da noi. Per esempio parlando del Kashmir, l’autore evidenzia come lo stato sia da tempo al centro dei “desideri” di Pakistan e di India, pronti anche a farsi la guerra pur di averlo. Di esso narra anche le bellezze naturali che non ti aspetti di trovare e la fuga delle popolazioni minacciate dai conflitti. Nel Gujarat, Kermani evidenzia, da una parte, i progressi economici e, dell’altra, la difficile convivenza tra induismo e religione musulmana. Non facile è la vita dei religiosi sufisti in Pakistan, che hanno serie difficoltà a poter vivere in modo completo e libero la propria dimensione mistica e di fede. L’autore ci pone attenzione sulla rivolta a Theran, in Iran, e della forte censura governativa che ha limitato in modo eccessivo la libertà di documentare la realtà e ciò che in essa accade. Stabilità politica molto difficile anche in Iraq dove, dopo la destituzione di Saddam Hussein, sembra che pace, ordina e stabilità sembra non riuscire proprio a radicarsi. Leggendo le pagine del libro di Kermani si nota la sua grande capacità di rendicontare dei mondi, delle culture, usi e tradizioni diversi che l’autore ha conosciuto vivendole in modo concreto. Ci sono inoltre degli elementi comuni che ritornano per ogni terra attraversata e che evidenziano una serie di problematiche condivise. C’è la mancanza di stabilità politica; la assenza di un adeguata stabilità economica che sia accessibile per tutti e non solo per qualcuno. Si percepisce anche un senso di mancanza di libertà di espressione un po’ ovunque; di vite che vorrebbero un po’ di pace e di tranquillità, ma che si trovano a vivere con un senso di precarietà che attanaglia in modo costante e che rende difficile fare progetti per il domani. Pagina dopo pagina “Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” di Kermani mostra la sua profonda e dettagliata conoscenza sia del mondo occidentale, che di quello orientale, elemento che lo rende un vero e proprio punto di riferimento per i lettori interessanti a conoscere e comprendere la situazione del mondo mediorientale dell’oggi, per sapere come muoversi in esso nel prossimo futuro.

Navid Kermani è nato da genitori iraniani nella città tedesca di Siegen, il 27 novembre 1967. Già all’età di 15 anni, ha iniziato a scrivere per il giornale locale «Westfälische Rundschau». Dal 2000 al 2003, Kermani è stato Long Term Fellow al prestigioso Wissenschaftskolleg di Berlino. Oltre alla sua attività letteraria, Kermani ha pubblicato reportage giornalistici e articoli di fondo per i quotidiani tedeschi e la rivista «Spiegel». Dal 2006 al 2009, ha partecipato alla prima Conferenza islamica tedesca ed è stato il primo rappresentante della seconda generazione di immigrati in Germania a diventare membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la poesia. Nel 2008, è stato fellow a Villa Massimo di Roma. Nel 2010 Kermani ha tenuto un ciclo delle prestigiose Lezioni di Francoforte sulla poetica. Quindi è stato visiting professor di Studi islamici presso l’Università di Francoforte (2013) e visiting professor di Letteratura tedesca al Dartmouth College (USA, 2014).  La sua ricerca accademica si concentra sulla mistica islamica e il Corano ma i campi di interesse e professionali di Kermani si allargano al reportage dedicati a regioni in guerra e in crisi. Le sue conferenze pubbliche affrontano spesso il rapporto tra la fede religiosa, la cultura e la società, così come il rapporto tra Oriente e Occidente. Dal 1988 vive a Colonia.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Keller.

:: Color Collera di Emmanuel Trédez e Amandine Piu (Gallucci 2019) a cura di Viviana Filippini

27 luglio 2019

colorcollera-200x270Le volte che esco fuori dai gangheri,
divento rossa, più rossa dei gamberi.
I miei genitori non san più che fare:
le provano tutte, ma mi fanno infuriare…

La rabbia è qualcosa che ci tormenta. È un sentimento che quando arriva non riusciamo a controllare. È qualcosa che parte da dentro, dal nostro io profondo, e poi esplode in maniera potente, spesso anche brutale. C’è chi urla, chi tira oggetti, chi rompe cose e, una volta passato l’attacco di rabbia, torna la pace dopo la tempesta. Sì ma a che conseguenze. Ne sa qualcosa la piccola protagonista del libro “Color collera” di Emmanuel Trédez con i disegni di Amandine Piu, edito da Gallucci. Non a caso per la piccola protagonista di queste pagine illustrate basta un non nulla- un semplice piatto di fagiolini- a scatenare la mostruosa rabbia che c’è in lei. La bambina esplode d’ira, sbraita, grida parole e frasi improvvise, senza pensare tanto a quello che dice, lo pronuncia e basta. I suoi capelli si arruffano, la sua faccia diventa una smorfia di fastidio e insofferenza, la sua camera un campo di battaglia dove giocattoli, libri e quello che capita tra le mani volano da una parte all’altra della stanza. Poi, finito lo sfogo, la bimba di “Color collera” si sente stanca, spossata, affranta e terribilmente in colpa per il suo brutto comportamento e per la pessima figuraccia fatta con i genitori. Il libro tradotto da Emanuelle Caillat è per bambini e analizza, attraverso parole, disegni e colori, i sentimenti presenti nell’animo di ogni persona, fin da quando si è piccoli. Tra queste pagine basta davvero poco per scatenare la furia della protagonista che vede poi la sua rabbia diventare nera, rossa, un sentimento che le toglie il respiro tanto è potente. Poi, la piccolina, finito lo sfogo si rende conto di aver dato il peggio di sé con mamma e papà e il pentimento in lei è sincero, come la paura -e anche la consapevolezza – che la rabbia che si scatena in lei tornerà e non sarà facile da controllare e da tenere a bada. “Color collera” è un libro per i piccoli lettori, ma anche per gli adulti, da leggere insieme per comprendere quanto la rabbia a volte si scateni improvvisa e come essa si manifesti in modo brutale, lasciando poi, una volta sfogata, la persona che era arrabbiata avvilita e pentita di essersi infuriata a causa di motivazioni banali e insensate. “Color collera”, edito da Gallucci, cerca quindi di aiutare chi legge a capire quanto il sentimento della rabbia sia qualcosa che caratterizza tutti, ma si deve piano piano imparare a controllarlo e gestirlo, perché gli sfoghi di rabbia sono tremendi e tirano fuori il peggio che è in ognuno di noi facendoci dire e fare quello che mai, da non arrabbiati, metteremmo in atto.

Emmanuel Trédez è nato a Parigi nel 1968 e vive a qualche chilometro dalla capitale, con la moglie e i due figli. Da quindici anni si occupa di letteratura per ragazzi, esercitandosi su diversi formati, dall’albo illustrato al fumetto al romanzo.

Amandine Piu è nata nel 1982 e vive nei pressi di Strasburgo. Dopo il diploma all’Atelier d’Illustration des Arts Décoratifs, ha cominciato l’attività di illustratrice nel campo dell’editoria e delle arti applicate. La sua valigetta da lavoro contiene un pizzico di poesia, una manciata di colori e una grande dose di umorismo.

Source: libro acquistato dal recensore.

:: Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2019

Camminare, Henry David Thoreau, Marietti 1820Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.

Henry David Thoreau (1817-1862), scrittore statunitense, è stato tra i grandi protagonisti del “rinascimento americano”. Il suo capolavoro, “Walden ovvero La vita nei boschi”, è una riflessione sul rapporto che gli individui devono ripristinare con l’armonia del mondo naturale per resistere alla spersonalizzazione della società moderna.

Marina Corradi, giornalista e scrittrice, è editorialista e inviata del quotidiano Avvenire.

Source: richiesto dall’autore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.

:: Un’ intervista con Paola Baratto, autrice di “Lascio che l’ombra” (Manni editore 2019) a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2019

Paola BarattoPaola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, è tornata da poco in libreria con “Lascio che l’ombra”, edito da Manni. Il libro è una storia nella quale il noir, il giallo, l’avventura e la storia del passato si mescolano alla perfezione in un intreccio narrativo nel quale la Giulia cercherà di capire che fine ha fatto Aris, antropologo e sociologo scomparso nel nulla. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di “Lascio che l’ombra”?

L’impulso a scrivere una storia deriva, per me, dall’incontro di più fattori. C’è sempre una parte poetica, emotiva, immaginifica e una razionale, ovvero lo sviluppo d’una riflessione o semplicemente una serie di interrogativi. La prima è una sorta di “innamoramento”, è quello che mi fa desiderare di entrare nella storia. E di solito si tratta d’un luogo, della sua atmosfera, del suo potenziale di memorie e di poesia. Quindi, avevo in mente da tempo quella cittadina con il borgo con le sue antiche case di famiglia. Poi c’era una domanda, che mi pungolava, che fine ha fatto l’intellettuale? Quali i motivi della sua progressiva scomparsa? E c’era il personaggio di Giulia, che mi dava l’occasione di parlare un po’ della figura dello scrittore, oggi…

Aris, antropologo e sociologo scompare. Non si sa dove sia finito e cosa gli sia accaduto. Cosa spinge Giulia tornare al borgo dove lei e anche Aris vivevano?

È una domanda interessante perché, in effetti, in un primo momento Giulia potrebbe apparire semplicemente come la narratrice o come la “investigatrice” improvvisata. In realtà, anche lei sta attraversando una crisi. È una scrittrice, come Aris, con il quale ha sempre sentito di condividere un senso di complicità. Lui è più vecchio e ha avuto sprazzi di notorietà, al contrario di lei. Ma Giulia scopre che anche lui ha vissuto le stesse amare disillusioni e lo sente idealmente vicino. Tuttavia, si è anche “innamorata” di un’idea. Di un’ipotesi sulla scomparsa di Aris, che è completamente folle, ma ha una suggestiva valenza metaforica. E, come ogni scrittore, non riesce a resistere alla seduzione d’una metafora.

Quanto c’è di te Paola in Giulia, scrittrice che cerca di capire cosa si successo ad Aris?

Non è un personaggio totalmente autobiografico, ma, naturalmente, nel delinearlo mi sono appoggiata ad esperienze personali, adattandole alla storia. Ha tratti del mio carattere, per esempio quel suo essere “bastian contrario”, difetto che le rimprovera l’amica Ester. O il modo in cui l’ipotesi sul destino di Aris diventa per lei un’idea che la affascina, la perseguita e la conduce lì che è un po’ il percorso che faccio quando un progetto letterario inizia a stuzzicarmi e infine diventa una specie di assillo che m’incalza e mi spinge a scrivere.

Il libro è un noir, ma pone l’attenzione anche sulla figura dell’intellettuale e dei media. Aris intellettuale ogni volta che è invitato in tv o ad intervista appare sempre un po’ spaesato. Cosa scatena questo “sentirsi fuori luogo”?

Le illusioni perdute” di Balzac è un romanzo ancora molto attuale. Fatte le debite proporzioni. Una volta c’erano i salotti, oggi c’è la televisione, ci sono i giornali e i social network. Da una parte erano essenziali, come lo sono oggi i media, per far conoscere gli autori e le loro opere, per lanciarli. Dall’altra, in questi contesti, il rischio è che lo scrittore si snaturi o si svilisca. Anche i salotti mondani d’un tempo imponevano ai poeti emergenti alcune condotte che con la letteratura non avevano nulla a che fare e se l’autore era molto ambizioso, come il Rubempré di Balzac, si piegava e perdeva un po’ della sua integrità, della sua autenticità. Oggi, certi contesti mediatici tendono a banalizzare i concetti, per compiacere i gusti d’un pubblico vasto. Uno scrittore come Aris, che non aspira alla visibilità fine a se stessa, ma ha solo la giusta ambizione di vedere diffusa la sua opera, si sente ogni volta svilito, sminuito.

Per quanto riguarda la parte dei testi antichi presenti nel libro come ti sei documentata?

Occupandomi di rubriche di curiosità sulla storia di Brescia e provincia, ho l’opportunità di leggere moltissimi testi e lì ho trovato alcuni spunti, che poi ho approfondito attraverso ricerche ulteriori. Per quanto riguarda due o tre libri cui faccio riferimento, invece, si tratta di materia romanzesca, che ha comunque un fondo di verità storica.

Quale è il personaggio al quale sei più affezionata e perché?

Malgrado si debba mantenere sempre “la giusta distanza” dal proprio soggetto, ovvero un ragionevole distacco, questo è un romanzo in cui sono “stata bene”. Forse, perché parlavo di qualcosa che mi toccava da vicino, lo scrivere. Quindi, un paio di personaggi li ho amati particolarmente. Come Ester, ma, soprattutto, il professor Console. Una figura di letterato puro, integro anche se un po’ naïf. Un uomo con una grande dignità e dirittura morale, che sa ammettere i propri limiti. Nobile la sua amicizia con Aris, che riconosce superiore. E mi è piaciuto narrare i suoi incontri con Giulia, perché lui è serissimo, lei ironica e questo contrasto mi suscita una divertita tenerezza.

Quanto i media manipolano le persone, il loro modi di essere e fare?

L’imperativo è omologare. Questo riguarda tutto. Perché se si vuole raggiungere un ampio bacino di pubblico, di consumatori, di lettori, di elettori… bisogna abbassare il livello e creare “sapori” omogenei, che piacciano ai più, che non disturbino, che non siano eccentrici e non abbiano una personalità troppo marcata. Al fondo c’è questo imperativo, tutto il resto, i prodotti che ne derivano e le strategie adottate sono solo una conseguenza. Quelli dell’omologazione, del pensiero unico, della soppressione delle specificità sono temi che ricorrono nei miei romanzi, li sento come questioni tanto urgenti quanto ignorate.

:: I fantasmi di Darwin di Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019) a cura di Viviana Filippini

7 luglio 2019

I fantasmi di Darwin di Ariel DorfmanFitzroy Foster è il protagonista di “I fantasmi di Darwin”, di Ariel Dorfman. Fitzroy Foster si troverà a vivere un’esistenza tra l’adolescenza e l’età adulta segnata da un evento che ne condizionerà il vissuto. Da subito il romanzo di Dorfman porta il lettore in una dimensione che rasenta l’impossibile e l’irreale. Sì perché per il protagonista il giorno del quattordicesimo compleanno, l’11 settembre del 1981, accade qualcosa di fuori dalla norma. Nella foto scattata, non compare lui, ma un’altra persona. E così in ogni altra polaroid fatta, il volto presente non è quello di Fitzroy, ma quello di uno strano individuo del quale non conosce nulla. Per il protagonista e la sua famiglia sarà un incubo che influenzerà il loro esistere. Il ragazzo vivrà segregato, non farà più fotografie in pubblico e sarà costretto a limitare al massimo gli spostamenti proprio perché sui suoi documenti, il viso che compare (nonostante le ripetute sedute fotografiche che il padre gli fa lontano da occhi indiscreti) non è il suo, ma quello di una altro che non solo non è lui, ma –visti i caratteri del volto- sembra venire proprio da secoli prima. A parte la famiglia, Fitzroy perde ogni amico, solo Cam Wood, la sua fidanzatina di un tempo, tornerà nella vita del protagonista e per lui sarà un vero e proprio faro nella nebbia, una guida verso una meta che c’è, ma che gli ostacoli e imprevisti impediscono di raggiungere. Fitzroy comincerà una propria ricerca nel passato basandosi sulle indagini cominciate dalla madre e proseguite poi da Cam intenta a compiere le investigazioni all’estero (in Europa), dove Fitz non va per ovvi motivi. Il tutto nella speranza di dare un senso a quella strana e assurda realtà della quale anche lei è entrata a far parte. “I fantasmi di Darwin” è una storia di famiglia, corale, perché Fitzroy partendo dal suo vissuto personale avrà modo di dipanare il passato oscuro dei suoi avi, scoprendo che nel suo albero genealogico si nascondono donne e uomini che hanno mercificato e sfruttato le popolazioni indigene, per fare studi, esperimenti e anche guadagnare soldi con forme di spettacolo con al centro queste popolazioni indigene trattate come fenomeni da baraccone. L’emergere di questo passato, di maltrattamenti e sfruttamento renderanno le cose molto più chiare a Fitzroy, che comincerà a vedere in quell’individuo che compare al suo posto nelle foto, una delle vittime del tempo trascorso, che ha qualcosa in sospeso con lui. Fitzroy diventa consapevole di essere il capro espiatorio per errori, violenze e sofferenze causate da altri e farà il possibile per sistemare il complicato puzzle di tale situazione. Il romanzo del cileno americano Dorfman è avvincente, a tratti appare pure surreale ma, allo stesso tempo, fa profondamente riflettere sul comportamento non corretto che i bianchi ebbero nei confronti delle popolazioni indigene, trattate come delle vere e proprie cavie da laboratorio, perché “diverse” e sconosciute e, per tale ragione, potenzialmente pericolose. “I fantasmi di Darwin” di Ariel Dorfamn è un romanzo dove thriller, giallo, realtà storica, fantasia e avventura si mescolano dando forma ad una storia che invita il lettore a riflettere, a conoscere e comprendere se stessi e quel lato oscuro – come aveva già evidenziato Conrad in “Cuore di tenebra”- presente in ognuno di noi. Una volta compiuto questo passo di presa di coscienza di sé, la speranza è che anche il pregiudizio che spesso porta a vedere il prossimo come nemico, venga sconfitto. Traduzione Fabio Cremonesi e Micaela Uzzielli.

Ariel Dorfman, scrittore cileno-americano nato in Argentina, è considerato uno dei «più grandi romanzieri dell’America Latina» (Newsweek) e una delle più importanti voci culturali e politiche degli Stati Uniti. Le sue numerose, pluripremiate opere di narrativa, saggistica e poesia sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Dal suo dramma La morte e la fanciulla, rappresentato in oltre cento paesi, è stato tratto l’omonimo film di Roman Polanski. Tra le sue pièce si ricordano Purgatorio, Il sapore della cenere, Vedove e Dall’altra parte, rappresentate con successo anche in Italia. Tra le sue opere: i romanzi Widows, La tata e l’iceberg, Mascara e Konfidenz, e le memorie Verso Sud guardando a Nord e Feeding on Dreams. Di recente è apparsa la raccolta di saggi, Homeland Security Ate My Speech: Messages from the End of the World. Collabora con importanti testate di tutto il mondo, frequenti sono i suoi corsivi per i quotidiani «The New York Times», «El País», «The Guardian», «Le Monde» e «La Repubblica». Suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «The Atlantic», «Harper’s, Playboy», «Index on Censorship» e molti altri periodici e riviste. Attivista di primo piano per i diritti umani, vive con la moglie Angélica in Cile e a Durham, nella Carolina del Nord, dove è illustre professore emerito di letteratura alla Duke University.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Clichy edizioni.

:: Sette rose per Rachel di Marie-Christophe Ruata-Arn (Sinnos editore 2019) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2019

Sette rose per RachelElena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.

Marie-Christophe Ruata-Arn ha un doppia formazione di architetto e sceneggiatrice. Oltre a insegnare, progettare, scrivere sceneggiature per spettacoli teatrali e programmi televisivi, romanzi per ragazzi e adulti, suona anche in un gruppo rock tutto al femminile

Source: inviato al recensore dall’editore Sinnos. Grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa.

:: Il nero è un colore di Grisélidis Réal (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

3 giugno 2019

web-07-nero-frIl nero è un colore” è il romanzo autobiografico di Grisélidis Réal, autrice nata a Losanna nel 1929 e scomparsa a causa del cancro nel 2005. La storia narrata dalla Réal è una vicenda autobiografica che ha al centro la fuga della narratrice con un amante pazzo di origine afroamericana (Bill), che lei è riuscita a far dimettere da una clinica psichiatrica. Con la coppia ci sono i due figli della donna e tutti e quattro si dirigono a Monaco per sfuggire alla miseria, alla fame e alla povertà. Per il quartetto comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza per poter mangiare qualcosa e per avere un tetto da riparo sulla testa. Pagina dopo pagina ci addentriamo nella vita della scrittrice svizzera che ci trascina nel suo mondo, complicato sì, ma dove l’amore per i figli è quello che domina e che la spinge la Réal a fare il possibile per tenere unita la famiglia. Ed ecco che nelle pagine, al tanto amore materno, si alternano momenti più cupi dove la protagonista conosce da vicino il male, la violenza, lo spaccio per droga, la fame, il carcere e quella sensazione di vita vissuta sempre sul filo del rasoio. Dalla strada, ad un certo punto, la protagonista finirà a lavorare come attrice in piccoli film, come modella per la scuola di pittura e nella Casa Rossa, un bordello gestito da Mamma Shakespeare. Non mancherà nemmeno un altro amante che la trascinerà in un losco giro di traffico di droga e tante altre dure prove che renderanno l’esistenza di Grisélidis una lotta per la sopravvivenza, la sua, per garantire quelle dei suoi bimbi. “Il nero è un colore” è una vicenda autobiografica di forte impatto emotivo, nella quale il sopruso, la violenza, il cinismo umano sono qualcosa di impressionante, perché la protagonista incontra persone con atteggiamenti così meschini, cattivi e brutali da sembrare usciti da un film, mentre in realtà sono la nuda e cruda verità vissuta in prima persona dall’autrice. Chi racconta parla di sé, e lo fa con dolcezza alternata a rabbia e furore, ponendo però al centro di tutto, e sempre, quell’ amore profondo per i figli, un legame così intenso da indurla a vendere il suo copro pur di dare loro un po’ di tranquillità e cibo. Nelle pagine di “Il nero è un colore” si susseguono depravazione e le richieste più assurde di clienti che possiamo mettere tra il sadico e il feticista, ai quali la donna si sottomette per avere qualche spicciolo, ma la Réal ci fa conoscere anche qualcosa di davvero speciale nel suo vissuto: le sue passioni potenti. Oltre ai due figli, Girsélidis ha una profonda e palpitante attrazione per gli uomini dalla pelle color ebano, in particolare per i militari presenti nelle caserme americane in Germania. Quei soldati che attirano la protagonista per la loro prestanza fisica, per quella pelle così liscia e levigata da sembrare scolpita e per le loro automobili luccicanti. Altro elemento importante della vita della Réal sono i suoi amici zingari, quell’etnia che per lei è una vera e propria famiglia, che la ama e accudisce, senza pregiudizi, come se fosse una figlia, anche se figlia loro non lo è. “Il nero è un colore”, Grisélidis Réal è un libro lucido, nel quale l’autrice ripercorre passo dopo passo la sua vita, le sensazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata, in un ritratto chiaro di sé nel quale ogni singola cosa o gesto compiuto è portato avanti, nonostante le difficoltà, dalla forza e dal sentimento dell’amore. Traduzione dal francese Yari Moro.

Grisélidis Réal è nata a Losanna nel 1929. Ha trascorso la sua infanzia in Egitto e in Grecia, prima di intraprendere gli studi in Arti decorative a Zurigo. Presto madre di quattro figli, si prostituisce in Germania nei primi anni Sessanta, poi diventa la famosa “puttana rivoluzionaria” dei movimenti delle prostitute nel decennio che segue e cofondatrice di un’associazione di tutela nei loro confronti (ASPASIE). È morta il 31 maggio 2005.

Source: inviato dall’editore. Grazie a tutto lo staff di Keller Editore.

:: Lettere a una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi di Daniele Aristarco, (Einaudi Ragazzi. coll. Presenti Passati, 2019) a cura di Viviana Filippini

27 Mag 2019

AristarcoDaniele Aristarco visita spesso scuole in lungo e in largo per l’Italia. Lo fa per raccontare il suo lavoro e i libri che scrive. Un giorno, mentre era in una scuola per parlare di William Shakespeare, la sua attenzione è stata colpita da una scritta sul banco di una ragazza (Giulia) assente quel giorno: Dux. Da quelle lettere incise sul banco, l’autore ha dato forma a “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi”, edito da Einaudi Ragazzi. Nel testo Aristarco mette su carta una serie di missive all’alunna assente per darle informazioni basilari e fondamentali su cosa fu il fascismo per l’Italia. Nel libro il lettore è messo nella posizione di Giulia, la destinataria degli scritti di Aristarco che racconta sì a lei, ma in realtà racconta anche a noi lettori. Tra le pagine viene ricostruita in modo ordinato e accurato l’origine del movimento fascista, come sì radicò nella società italiana del secolo scorso, fino al raggiungimento della fascistizzazione di massa. Aristarco però non si limita a raccontare del movimento che divenne un regime a tutti i livelli. Nelle pagine del testo edito da Einaudi, l’autore partenopeo definisce anche i profili biografici di Benito Mussolini e di ciò che mise in atto per ottenere consenso. Non manca nemmeno la parte nella quale si racconta cosa il Duce- Dux- fece per limitare e, in certi casi, fermare in modo definitivo l’agire di coloro che erano i suoi oppositori. Tra i bersagli del Fascio si ricordano le figure di Giacomo Matteotti rapito e assassinato da una squadra fascista, Antonio Gramsci tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, segretario e leader dal 1924 al 1927 dello stesso partito, mandato nel carcere di Turi dal regime fascista nel 1926 e anche Giordano Cavestro, fucilato a diciotto anni perché aveva creato un bollettino antifascista. Dal passato però Aristarco si sposta nel presente per raccontare come le spie, o le ceneri mai spente del tutto, di quel fascismo di ieri siano ancora presenti oggi. Esse sono come lì, latenti, pronte a scoppiare da un momento all’altro per scatenare terrore e paura tre le persone che quelle idee totalitarie non le condividono. Poi lo scrittore si domanda, e ci domanda, se esitano “medicine” ai regimi totalitari e ne individua quattro: leggere, informarsi, studiare e viaggiare. “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi” di Daniele Aristarco è un libro per bambini e ragazzi, ma lo consiglio anche ad un pubblico adulto, magari da leggere assieme -genitori e figli, o ragazzi e adulti – per capire quali furono le radici dalle quali presero il via i regimi dittatoriali che tanto terrore, distruzione e morte seminarono tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Per conoscerli ed evitare che pagine drammatiche della Storia si ripetano. Il libro edito da Einaudi ragazzi, inaugura una nuova collana editoriale: “Presenti passati”.

Daniele Aristarco è nato a Napoli nel 1977. È autore di racconti e saggi divulgativi rivolti ai ragazzi, pubblicati sia in Italia che in Francia. Ha insegnato lettere nella scuola media e ora si dedica ai libri per ragazzi e alla scrittura per il cinema e la radio. Drammaturgo e regista teatrale, ha vinto numerosi premi. Si occupa inoltre di laboratori di scrittura creativa per l’infanzia presso scuole, biblioteche e associazioni culturali. Nel nostro catalogo ha pubblicato Shakespeare in shorts – Dieci storie di William Shakespeare, eletto libro del mese di settembre 2016 dai radioascoltatori della trasmissione «Fahrenheit» di Radio 3 Rai, Io dico no! – Storie di eroica disobbedienza, inserito nella lista dei «White Ravens» 2017, Così è Pirandello (se vi pare) – I personaggi e le storie di Luigi Pirandello, Cose dell’altro secolo, Lucy, la prima donna, La nascita dell’uomo, Decameron, Fake – Non è vero ma ci credo, La diga del Vajont, Io dico sì! Storie di sfide e di futuro.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Anna De Giovanni.

:: Il grande amore di mia madre di Urs Widmer (Keller Editore 2019) a cura di Viviana Filippini

17 Mag 2019

2Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi. Nel catalogo Keller sono presenti anche Il sifone blu e Il libro di mio padre, sempre nella traduzione di Roberta Gado.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

:: Intervista a Guia Risari per Ada al contrario, (edizioni Settenove 2019) A cura di Viviana Filippini

14 Mag 2019

ada al contrarioAda, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.

V: Come è nata l’idea di scrivere Ada al contrario?

G: L’idea è nata dal constatare che spesso faccio le cose all’opposto di come andrebbero fatte e alla fine riescono ugualmente. Ma non sono la sola: c’è tanta gente come me e persino più estrema: che fa le cose al contrario per principio, per abitudine, per sfida, perché non può fare altrimenti. Possiamo dire che imbocchiamo strade diverse che ci portano tutte più o meno nella stessa radura erbosa. Certo l’esserci arrivati da un comoda strada asfaltata, da un sentierino nei campi o seguendo una semplice traccia nel bosco, cambia la percezione del percorso, del suo senso e il valore della destinazione.

V: Perché la scelta di affrontare, con delicatezza e tatto, la sindrome di Asperger in un libro per bambini?

G: Il libro non è che indirettamente sulla sindrome di Asperger; in realtà, il tema è più ampio: quello della diversità di approccio, di un’intelligenza altra, di una sensibilità sui generis. Ho avuto modo di avere uno stretto rapporto con bambini affetti dai disturbi dello spettro autistico e ho constatato una cosa: non c’è un denominatore comune, un comportamento che si possa generalizzare, una costante che si ripeta. Di fronte a tanta unicità, non ci resta che osservare, accettare, apprezzare e sintonizzarci su un canale comunicativo che ci metta in connessione. Da queste considerazioni è nata Ada con la sua diversità, ma con la sua voglia e capacità di relazionarsi.

V: Quanto è importante sensibilizzare la società su temi come la diversità e il rispetto del prossimo diverso da me/noi?

G: Tanto, perché se stigmatizziamo il diverso è perché non lo conosciamo, possiamo solo immaginarlo e il suo aspetto oscuro ci sembra minaccioso. Le persone temono quello che ignorano e raramente riconoscono questa estraneità con un atteggiamento di attesa e apertura. Parlare invece del diverso, illustrarlo, spiegarlo, esemplificarlo, mostrarlo riduce le distanze e fa sentire più vicini, aumenta l’empatia e la simpatia, due forze senza le quali non ci sarebbe relazione.

V: Il diverso spaventa più i bambini o gli adulti?

G: A parità di mancanza di riferimenti, l’adulto è forse quello che si crea più giustificazioni, scuse, ragioni per diffidare del diverso. Il bambino più facilmente sa di non sapere e mette in conto la sua mancanza di esperienza senza sentirsi in colpa. Questo non significa che i bambini non siano spaventati dal diverso, che non abbiano strategie difensive di fronte a quel che non conoscono e anche pregiudizi. Ma basta qualche spiegazione e qualche bella esperienza per lasciare un ricordo indelebile che contrasta la paura.

V: Che ruolo ha la maestra per Ada?

G: L’insegnante di ginnastica espressiva è quella che non parla solo il linguaggio delle norme e della ragione, ma quello dell’eccezione, del corpo, della sensibilità. Sa che nella vita si può giocare, imitare, contravvenire alle regole, scoprire, inventare. Non a caso l’illustratrice ha deciso di regalarle un fisico molto abbondante; a modo suo, anche quest’insegnante fa le cose al contrario e quindi è capace di capire Ada, le sue paure, le sue attese, le sue speranze, le sue curiosità. Il suo ruolo è maieutico: è come se le dicesse: tanti animali camminano in modo diverso e tu che animale vuoi essere? Come vuoi camminare? In controluce c’è la domanda: come vuoi vivere?

V: Quanto è importante che le persone accettino le diversità dell’altro?

G: Molto importante, perché accettare l’altro significa farlo uscire dall’isolamento, dalla discriminazione, dalla criminalizzazione legati in qualche modo della sua diversità. Una parola gentile, uno sguardo amico, un abbraccio, un gesto di simpatia possono abbattere il muro di diffidenza e creare un clima di fiducia e di rispetto reciproco. È questo che crea un dialogo proficuo tra le nostre diversità – poiché tutti in qualche modo siamo unici e diversi – e contrasta la chiusura. Non dimentichiamo che alla base della tolleranza c’è proprio l’accettazione.

:: Calafiore di Arturo Belluardo (Nutrimenti 2019) a cura di Viviana Filippini

7 Mag 2019

CalafioreCalafiore è un uomo dalla fame atavica e costante. Lui mangerebbe qualsiasi cosa e in qualsiasi momento della giornata. Per lui il cibo è una vera e propria ossessione. “Calafiore” è il protagonista, nonché il titolo, del nuovo romanzo di Arturo Belluardo edito da Nutrimenti. Il protagonista, che ha fatto del suo cognome il nome effettivo con il quale tutti lo chiamano, fa l’archivista bancario, ha quarantanove anni, una compagna e una figlia (quella di lei) a cui vuole bene. Calafiore vive però una vita che lo annienta, nel senso che subisce in modo passivo tutto quello che gli accade. Dalle angherie dei colleghi di lavoro, alle capricciose amanti, fino ai tentativi –vani- di dimagrire. Sì, perché Calafiore è affetto da obesità fin dai tempi dell’università, anche se quel suo continuo bisogno di ingollare cibo è un qualcosa che lui ha vissuto fin da piccolo, quando il padre lo obbligò a mangiare quella “cosa” con la quale aveva insozzato la macchina paterna. Da quel momento per Calafiore comincia una ricerca spasmodica di cibo che lo porterà a ingurgitare alimenti su alimenti per stare in pace e a diventare oggetto di scherno di molti. Poi, quella vita che Calafiore vive, complicata da ostacoli, da screzi, da amore e da incomprensioni, scompare, perché per un tragico disegno del destino Calafiore perde tutto. Sarà proprio la mancanza delle persone che ama a spingere l’archivista bancario a iniziare una lunga corsa contro il tempo per cercare di rimediare le cose. Il protagonista è lanciatissimo, anche se sempre tormentato dalla sua fame, ed è pronto a tutto, ma sulla sua strada arrivano Marta e Federico. E con questi due ventenni il piano perfetto di Calafiore vacilla. L’uomo e la sua enorme massa corporea sono presi di mira dai due ragazzi che lo sequestrano non per chiedere un riscatto – alla coppia i soldi non interessano-, loro vogliono quell’enorme ammasso di carne e adipe noto come Calafiore. “Calafiore” di Belluardo colpisce perché è un romanzo nel quale si mescolano atmosfere diverse. Non a caso si passa dal registro comico (vedi i diversi tentativi che il protagonista mette in atto per perdere peso, stuzzicato dalla compagna Serena e le battaglie perse contro i tubetti di maionese), a quello drammatico (quando il protagonista è messo alle strette dai superiori o scopre che la sua amata lo ha abbandonato) e anche un po’ splatter (quando Calafiore si trova con i due fidanzatini e assiste alle macabre azioni che la coppia attua per soddisfare i loro viscerali piaceri). Interessanti sono i temi messi in scena da Belluardo, perché la fame che tormenta Calafiore, proprio quella che lo spinge a mangiare in modo ossessivo, è una fame cronica necessaria a colmare i vuoti affettivi che hanno caratterizzato la sua vita fin da quando era bambino. In opposizione a Calafiore che ingurgita cibo (bulimia), Belluardo mette Mauro, il cugino del protagonista, e pure lui vive una situazione di disagio grave che lo porta a ripudiare il cibo fino all’anoressia. Marta e Federico invece, con la loro scelta di vita, rappresentano la coppia che ha optato per la via dell’estremo eccesso per sentirsi viva. Altro argomento affrontato è la “fame” di fama che caratterizza il mondo contemporaneo, rappresentata nel libro dalla sfida a chi mangia più tramezzini in un’ora per entrare nel Guinness dei primati. “Calafiore” di Arturo Belluardo si sviluppa in una dimensione narrativa caratterizzata da una quotidianità vorace, ammantata da un crescendo di atmosfere surreali, nelle quali ogni cosa e ogni persona ad un certo punto fagocitano loro stesse. Questo raccontare permette all’autore siracusano, da un lato, di narrare la drammatica vicenda esistenziale di un singolo (Calafiore) ma, allo stesso tempo, dall’altro, pone all’attenzione del lettore problematiche attuali che non sempre riusciamo, o forse vogliamo, accettare e analizzare perché troppo scomode e dolorose.

Arturo Belluardo è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe‑Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succedeoggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa Nutrimenti.