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:: Fiori Picco e l’etnia Yao nel suo nuovo romanzo edito da Fiori d’Asia editrice A cura di Viviana Filippini

19 Maggio 2022

L’autrice bresciana Fiori Picco ci porta ancora una volta alla scoperta del mondo cinese e questa volta lo fa con “Yao”, romanzo edito da Fiori d’Asia Editrice, nel quale Yang Sen racconta la sua storia e quella della sua etnia Yao della tribù di Landian, del loro vivere in piccole comunità nelle regioni montuose della Cina meridionale e dell’importanza del Taoismo nelle loro vite. Il libro di Fiori Picco incarna perfettamente il concetto di “Etnicità globale”. Nel 2017, la precedente edizione di “Yao” ha vinto il Premio d’Onore al V° Concorso Letterario Caterina Martinelli di Roma.  Per scoprire l’origine del romanzo abbiamo parlato con Fiori Picco.

-Come è nata la storia di Yao e cosa ti affascina di questa etnia? Durante gli otto anni di vita nello Yunnan ho insegnato all’università e nel contempo ho svolto ricerche sulle venticinque minoranze etniche della Provincia. La prima volta che ho letto un libro sugli Yao ne sono rimasta affascinata e ho desiderato subito scrivere una storia riguardante questa etnia. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere colui che è diventato il protagonista del mio romanzo: Yang Sen, un ragazzo della tribù di Landian, originario di un villaggio di montagna. Intorno agli Yao ho sempre avvertito un alone di mistero, di magia e di misticismo. Studiando la filosofia taoista e i rituali millenari della tribù, in particolare Dujie, ho provato una forte attrazione che mi ha spinta ad approfondire la storia di questo popolo e a conoscerne la vita reale. Il rapporto simbiotico che gli Yao hanno con gli elementi della natura è straordinario, basti pensare che le fasi del corteggiamento avvengono sempre nei pressi di un ruscello, di un vecchio albero o di una cascata. Anche i costumi tradizionali, bellissimi e ricchi di significati simbolici, riportano a un mondo antico, lontano, quasi fiabesco.

-Visto che hai vissuto in Cina, hai potuto raccogliere informazioni e dati sul campo? E come hai svolto il tuo lavoro?Mi sono sempre documentata, ho studiato e nel tempo libero ho viaggiato. Ho visitato villaggi sperduti e di confine, ho intervistato la gente e ho raccolto testimonianze di vita. Ho dormito nelle case dei contadini, mi sono immersa nella loro quotidianità mangiando le pietanze tipiche del luogo. Ho sempre annotato tutto, ogni minimo dettaglio che, nel tempo, si è rivelato materiale prezioso per la stesura dei miei libri.

-Che ruolo ha avuto il tuo amico Yang Sen? Yang Sen è stato un amico, un compagno di viaggio, un’ispirazione. Tra di noi si è instaurato un rapporto basato sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione. Grazie a lui il mio romanzo ha preso forma e mi si è presentata la grande opportunità di conoscere gli Yao da vicino e di studiarne la storia antica risalendo all’epoca Ming.

-Quanto il legame con il passato è forte per gli Yao?  Ancora oggi gli Yao mantengono usi e costumi antichissimi, le tradizioni sono forti e radicate. Anche il ricordo dell’unica imperatrice Yao di tutta la storia delle dinastie cinesi è sempre presente. Nel Guangdong ho visitato la casa diroccata dove nacque colei che era destinata a divenire imperatrice, ho parlato con un suo discendente e ho visitato il pozzo “sacro” dove, intorno al 1461, avvenne il miracolo.  Sono stati momenti importanti e toccanti.

-Quanto è impegnativo per i personaggi del romanzo riuscire a trovare il loro posto nel mondo e un riscatto sociale?  Per chi arriva dalle campagne o dai villaggi di montagna è complicato inserirsi in un contesto urbano. Ancor prima di sistemarsi e di trovare un’occupazione, è difficile adeguarsi alla mentalità e ai ritmi cittadini. I giovani delle minoranze etniche provengono da piccole comunità che fanno aggregazione e condividono ogni evento o esperienza, perciò quando arrivano in città si sentono soli, a volte emarginati.  Chi decide di migrare e di tentare fortuna nelle metropoli di solito non ha ricevuto un’istruzione adeguata, pertanto fatica e si adatta a svolgere lavori umili e mal pagati, con notevoli sacrifici e andando incontro a una vita di stenti. Yang Sen e suo fratello sono stati coraggiosi e determinati, hanno sfidato il destino, i pregiudizi e gli impedimenti. Con l’impegno, l’onestà e i modi educati alla fine hanno avuto il loro riscatto sociale.   

-Ci racconti qualcosa sul rituale Dujie?  Dujie è un rituale di iniziazione o di passaggio che tutti i ragazzi maschi adolescenti devono affrontare e superare per essere accettati come veri uomini dalla comunità Yao. Il rituale consiste in quattro terribili prove che richiedono coraggio, forza fisica e resistenza al dolore. Prima di affrontare Dujie bisogna avere una condotta esemplare, dimostrare integrità morale, abnegazione e pazienza ai monaci taoisti che preparano il discepolo all’evento. Dujie è innanzitutto un percorso interiore che porta alla purificazione e all’unione con il Tao.

-Come è stato raccontare un romanzo dove i ritmi, usi, costumi che rivivono sono ben lontani dalla frenesia del presente?  È stato rigenerante ed emozionante. La scrittura per me ha anche un effetto terapeutico e rilassante. Penso che tutti dovrebbero trovare del tempo per allontanarsi dalla frenesia della società attuale e cercare un contatto con la natura, con realtà rurali, lontane e poco conosciute, con popoli che, come gli Yao, vivono nella semplicità e ci sorprendono con l’arte del ricamo, con un canto, una ballata antica o con un piatto di cavallette fritte e croccanti da intingere nella salsa al peperoncino.

-Oltre ai lettori italiani, hai avuto il riscontro anche di lettori cinesi, visto che il libro è tradotto pure nel loro idioma?  “Yao” è stato tradotto anche in cinese con il titolo di “Yaowang” e, grazie alla distribuzione internazionale, è arrivato in Giappone, dove è stato apprezzato dai sinologi e dai cinesi d’oltremare. La scrittrice bilingue Satoko Motoyama ha scritto una recensione che mi ha colpita per la precisione e per l’analisi approfondita. L’autrice ha evidenziato come le descrizioni dei luoghi e degli Yao siano vivide, reali e autentiche e come il lettore si senta trasportato nel romanzo. In Cina, il libro è stato recensito anche dal Professor Ahengdongta, depositario e custode della cultura Dongba di Lijiang, presidente di un’antica accademia e rappresentante di questa cultura presso le Nazioni Unite. Come esponente delle minoranze etniche e studioso ed esperto di Taoismo, Buddismo, sciamanesimo, rituali millenari e culti popolari, ha apprezzato i contenuti del libro che ha definito “un romanzo che incarna perfettamente il concetto di etnicità globale”, espressione famosa attribuita al noto scrittore Lu Xun agli inizi del secolo scorso.

Grazie all’uffcio stampa Francesca Ghezzani.

:: Violino. Luci e ombre di Stradivari, Marco Ghizzoni (Oligo editore, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2022

Chi era davvero Stradivari? Quale era il suo volto? A provare a dare una risposta a queste e a tante altre domande ci pensa Marco Ghizzoni, autore cremonese, con “Violino. Luci e ombre i Stradivari” edito da Oligo. Il piccolo saggio dona al lettore un racconto inaspettato di Stradivari, ben noto a livello mondiale, perché nel XVIII secolo fu uno dei liutai più attivi a Cremona e non solo. In realtà, da quanto emerge dall’indagine di Ghizzoni poco si conosce sulla nascita di Stradivari, per esempio non si sa di preciso la data del compleanno, poco si conosce anche dela vita dell’artista e della sua morte che restano ancora oggi ammantante da un aura di mistero. Tra le altre curiosità individuate da Ghizzoni il fatto che, nonostante un certo benessere economico, Stradivari non si fece mai fare un ritratto e oggi per noi è difficile capire come lui fosse realmente, perché esistono sì alcuni dipinti che lo ritraggono e pure dei busti scultorei, ma in nessuno di essi vi è il vero Stradivari, sono solo rappresentazioni di fantasia. Così come non è vero che il suo cranio venne rubato dopo la sua morte. Certo è che ben poco si sa del liutaio delle sue origini e pure delle cause della morte. Qualcosa in più si è invece scoperto nel 1999 con il ritrovamento del suo testamento, dal quale emerge l’immagine di un uomo ben lontano dall’idea di artista romantico che le persone si sono create nella mente. A quanto sembra Stradivari era molto autoritario e molto- forse troppo- presente nella vita dei figli ma, allo stesso tempo, anche riservato, tanto che dopo la sua morte, la notizia non venne diffusa fuori da Cremona e gli incarichi di realizzazione dei violini continuarono ad arrivare da ovunque. Nel libro non manca nemmeno una sezione dedicata a Luigi Tarcisio, che fu uno dei più importanti conoscitori e collezionisti di violini del XIX secolo, che divenne anche abile commerciante degli strumenti cremonesi, compreso quello Stradivari del quale lui si vantava di essere in possesso e che non venne mai visto e suonato, tanto da meritarsi il soprannome di “Messia”.Violino. Luci e ombre di Stradivari” è un breve saggio nel quale il cremonese Marco Ghizzoni evidenzia tutti i misteri, glie elementi poco noti e chiari della vita del grande liutaio Antonio Stradivari che lavorò fino ai 93 anni e che sì, forse ci ha lasciato tanti dubbi e aspetti poco nitidi sulla sua esistenza privata, ma la sua genialità, la sua professionalità e bravura sono certe, anzi vivono e risuonano negli strumenti usciti dalle sue mani.

Marco Ghizzoni è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato romanzi con Guanda  e con TEA. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il muro sottile. Dieci Racconti” con Oligo editore. Quando non scrive, lavora nel settore commerciale di una multinazionale tedesca.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Il cavaliere Saponetta re di spugna, di Kristien In-‘t-Ven, (Sinnos, 2022) A cura di Viviana

7 Maggio 2022

Terzo libro con protagonista il cavaliere Saponetta di Kristine In ‘t Ven, questa volta Re di Spugna. Già, perché il cavaliere Saponetta, protagonsita del libro “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna” edito da Sinnos, è alla corte del Re, dove giocando a tombola con altri cavalieri si ritrova vincitore di un regno. Quale? Spugna. Il cavaliere, il cui vero nome è Roger de Sen Tro Pè, parte alla scoperta del suo possedimento per capire come è fatto il nuovo paese dove andrà a vivere. Le sorprese inaspettate saranno tante una volta arrivato a Spugna. Come il fatto che la popolazione locale parli solo lo spugnolo, una lingua ad hoc che il cavaliere Saponetta non sa nemmeno da che parte girare per parlare e capire. In realtà, una delle altre cose che il protagonista in armatura amante delle pulizia nota, è l’immensa sporcizia presente ovunque nel suo regno e soprattutto nella sua dimora. Ed ecco che Saponetta, giusto per mantenere fede al suo nome, si arma di secchi, spugna e sapone per ripulire la nuova casa e farla tornare splendida. Fosse solo lo sporco a dilagare a Spugna la cosa finirebbe lì, ma in realtà la popolazione è terrorizzata da strane creature che spandono paura a destra e manca e sarà proprio il cavaliere Saponetta, Re di Spugna a dover intervenire per mettere in campo il suo grande coraggio per spodestare il mostro, o meglio il terrificante fantasma che in stile classico con il lenzuolo bianco che dovrebbe essere lavato per tornare a splendere fa paura a tutti. Accanto a lui, così maniacale dell’ordine e della pulizia, ci sono la moglie Lucy, una principessa simpatica e un pochino (troppo) disordinata e Elmo, uno scudiero un po’ impacciato e a volte troppo impulsivo. “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna”, scritto da Kristien In-‘t-Ven e illustrato da Mattias De Leeuw, è una avventura (la terza con lo stesso protagonista) travolgente, ricca di colpi di scena che tengono il lettore bambino incollato alle pagine nella trepida attesa di capire cosa accadrà al cavaliere Saponetta e se il suo essere pronto ad agire  gli permetterà di portare la pace a Spugna. Dagli 8 anni in su. Traduzione  Laura Pignatti.

Kristien In-‘t-Ven è una scrittrice nederlandese, creatrice del personaggio Cavalier Saponetta, del quale Sinnos ha pubblicato le prima due avventure “Il cavaliere Saponetta” e “Il cavaliere Saponetta e la terribile strega”.

Mattias De Leeuw è nato ad Antwerp e qui si è diplomato in design e illustrazione. Il suo segno riconoscibilissimo è caratterizzato da pennellate lunghe e piene di colore, che lasciano però spazio a particolari raffinati e tante storie parallele.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Sinnos.

Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022

 “L’officina delle anime rotte” è il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sé un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale è possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: “Parola cantadora”; “I racconti di Nanna”; “S.Illuminato Confessore”. Un mistero dal passato. È autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini in “Echi” (2006).

Come è nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiosità, elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come è accaduto a questi racconti. L’origine è in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui è nata Aridela, ma qui è rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto “Alzheimer”. Gli è molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; così sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignità di storie. Uno sprone necessario, o perché, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come è stato per lei muoversi tra sogno e realtà, tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilà, ma con una accezione più ampia del “il mondo dei morti”. Onirico non è la parola esatta, perché non è una mia elaborazione, ma esiste di per sé e a volte è fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianità, attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di là della mia volontà. Forse una parte di me è sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi è facile quindi ripescarlo qua e là in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalità e sacralità. Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la verità ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo “l’Altrove” alla “verità” (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lì si trovino i germi della spiritualità (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lì si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse età, c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenità?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicità dei Vangeli, così presente nelle parole di papa Francesco, è la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanità così fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore è soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora “infantile” rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenità di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non è solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La città de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare “candidi come la neve o come le ali della colomba”. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre è contro natura; ma ancor più lo è farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finché tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano né onori o paradisi

né tavole opulente

né musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietà degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

“Aridela”: perché è il primo racconto che allora avevo intitolato “La creatura d’acqua”; perché è un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralità femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarà il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi è nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso è un’epoca “né empia né devota”, io aggiungerei di grande viltà. Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli è lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontà. Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirà ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere è qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili è stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perché tutto intorno a me mandava messaggi, storie. Così, mentre si affinava la mia capacità di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtà angusta come è la città in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente è per caso e niente senza senso.

L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta, Florian Illies (Marsilio 2022) A Cura di Viviana Filippini

31 marzo 2022

È un viaggio indietro nel tempo quello che il lettore fa leggendo “L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta” di Florian Illies, edito da Marsilio, anche se i fatti bellici di questi giorni fanno pensare a quello che sta accadendo in Ucraina. Quello fatto da Illies è un grande e lungo flashback, ma anche una esplorazione sentimentale nell’Europa degli anni Trenta che fa compiere a chi legge un vero e proprio cammino nelle vite di tanti uomini e donne che popolarono quella società del passato tra il 1929 e il 1939, all’interno della quale, piano piano, si stavano radicando quelli che sarebbero diventati poi dei regimi totalitari. Ciò che stupisce del volume (384 pagine) è che, nonostante tutti gli ostacoli, gli imprevisti, i provvedimenti che cominciarono a limitare la libertà delle persone, i protagonisti di queste vicende umane amavano e continuarono a farlo sfidando ogni intoppo, mossi da quella forza -l’amore- in grado di vincere su tutto e tutti. Pagina dopo pagina, con piccoli frammenti, Illies ci racconta la Storia in un arco temporale di un decennio, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, attraverso pezzi di vite altrui, di personalità che nella Storia poi ci sono rimaste per il ruolo sociale, lavorativo, artistico o politico che esercitavano, ma che qui ci vengono narrate, in modo biografico, nella loro dimensione più privata e intima, quella relativa all’amore. Tra i protagonisti troviamo Picasso che compare con le diverse mogli e amanti; poi Sartre completamente rapito dal corteggiamento a Simone de Beauvoir; Thomas Mann con tutta la sua casata (figlie e figlie compresi) alle prese con relazioni di amicizia e amore che scatenarono contrasti nella famiglia. E ancora Dalì che si innamorò perdutamente di Gala, portandola via all’amico; Marlene Dietrich divisa tra la Germania e Hollywood alle prese con i suoi diversi amori e quello più grande per la figlia. Poi ci sono storie come gli amori complicati e non sempre corrisposti di Annemarie Schwarzenbach, appassionata di viaggi e di fotografia, o la storia di Gunta Stölzl prima e unica donna ad insegnare al Bauhaus, ma anche madre coraggiosa nell’allattare a scuola il figlio appena nato. Tra le tante personalità vorrei ricordare anche lui, Francis Scott Fitzgerlad con la moglie Zelda e quel loro matrimonio così complicato, doloroso minato spesso dalla malattia della donna che fu per l’autore fonte di sofferenza emotiva e spunto dei suoi capolavori letterari. “L’amore al tempo dell’odio” di Florian Illies è una vera e propria mappatura del sentimento umano nella quale ci sono tanti amori, tanti tradimenti, tante relazioni (altro che il gossip di oggi) che finirono per incomprensioni, ma anche per il diffondersi delle leggi razziali, mentre altri iniziarono nonostante la catastrofe imminente, come a evidenziare un attaccamento alla vita e al domani, capace di affrontare ogni ostacolo del vivere. Traduzione Francesco Peri.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», ha diretto le pagine culturali di «Die Zeit», è tra i fondatori della rivista «Monopol» ed è stato direttore editoriale della casa editrice Rowohlt. Autore di bestseller tradotti in tutto il mondo, per Marsilio sono usciti 1913. L’anno prima della tempesta (2013, 2018 tascabile Ue), L’invenzione delle nuvole. Lettera d’amore sull’arte e la poesia (2018) e 1913. Un’altra storia (2019).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.

L’Omino di Giovinazzo. Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia, Aguinaldo Perrone, (Graphe.it, 2022) A cura di Viviana Filippini

11 marzo 2022

Sembra un giallo “L’omino di Giovinazzo” di Aguinaldo Perrone, artista, studioso di cartellonismo, edito da Graphe.it. In realtà il libretto è un curioso saggio breve nel quale l’autore cerca di fare luce su un disegno ritrovato a Giovinazzo, in Puglia, dove l’artista Fortunato Depero passò nel 1926 (non a caso il sottotitolo è Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia). Tra le pagine del testo si cerca ci capire se effettivamente Depero, noto anche come l’artista più futurista dei futuristi, tra i padri del Secondo Futurismo e dell’aeropittura, passò effettivamente a Giovinazzo. Prove certe sembrano non esserci, ma qualche indizio sì. Tra i papabili elementi un disegno su cartoncino leggero dove è disegnato un omino in marcia. Partendo da questo disegno ritrovato durante i lavoro di ristrutturazione di un bar a Bari, Perrone veste i panni di detective dell’arte e svolge un’indagine sul campo per comprendere l’origine del disegno, snocciolando poi tutte le ipotesi relative al possibile passaggio di Depero a Giovinazzo e alla realizzazione di questo schizzo a china. Tra le componenti che inducono l’autore a pensare che si tratti di un disegno di Fortunato Depero ci sono alcuni elementi grafici: un figura umana stilizzata che sta tra il manichino e il robot, una “f” segnata in modo rapido (potrebbe essere l’iniziale del nome dell’artista) o le forme geometriche come le spirali che richiamano alcuni elementi grafici utilizzati dall’artista nei propri lavori. Le pagine de “L’Omino di Giovinazzo” scorrono via veloci grazie ad una scrittura pulita, chiara, che fa viaggiare il lettore nella vita di un artista che nella sua carriera artistica fece anche lo scenografo, il costumista e il designer. Perciò se “del doman non v’è certezza”, come scriveva Lorenzo de’ Medici nella “Canzona di Bacco”, composta nel 1490 in occasione del carnevale,  anche il dubbio sulla paternità attribuita dell’Omino di Giovinazzo a Depero resta, ma Aguinaldo Perrone, attento esperto di cartellonistica, ha tutti gli elementi giusti per formulare la sua indagine sul quell’omino che, vi dovesse capitare mai di passarci, troverete  stampato sui tovagliolini del Gran Bar Pugliese, magari messi al fianco di una bottiglietta di Campari Soda- anche lei futuristica- e in un secondo, non sarà così difficile riscontrare qualche evidente somiglianza tra l’omino e la bottiglietta di Depero. Il libro presenta una prefazione di Domenico Cammorata.

Aguinaldo Perrone (Aguìn), artista, studioso di cartellonismo. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero: Milano (Biennale Internazionale del libro d’artista), Berlino, Amsterdam, New York, passando dalla 54ma Biennale di Venezia – Padiglione Puglia. Come autore di libri d’arte e di saggi ha pubblicato: Aguìn, disegniChiedete la lunaIl prodotto definitivamente superioreDepero 1926 passaggio dalle PuglieCatalogo Ragionato di Marchi Inutili e Manuale del Cartellonista ModernoDitelo con cartellonismoNell’ipotesi del cartellonismo e, infine, ha curato la riedizione del libro di Arturo Lancelotti Storia aneddotica della réclame (1912). Ha ricevuto premi e importanti riconoscimenti della sua ricerca storico-artistica, tra cui quelli di Steven Heller (su Print Magazine) e di Fusako Yusaki (prefazione al libro Ditelo con cartellonismo). Dal 2014 insegna Storia dell’illustrazione e della pubblicità presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo sito è www.aguin.it.

Source: inviato dall’editore.

La prova dei cinque petali, Paolina Baruchello, (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

1 marzo 2022

Dopo “Pioggia di primavera”, “La prova dei cinque petali” è il nuovo libro di parole e immagini realizzato da Paolina Baruchello e Andrea Rivola, edito da Sinnos. Baruchello e Rivola tornano con una storia dove il mondo del kung fu e la Cina del passato fanno da sfondo alle avventure dei due protagonisti Jin e Tian. I due giovani, una femmina e un maschio, sono alla ricerca di loro stessi, lei (Jin) si guadagna da vivere facendo il circo, mentre lui (Tian) non vuole deludere il padre e si sta preparando a superare la difficilissima prova dei Cinque petali del fiore di Prugno per entrare tra le guardie dell’imperatore, anche se il giovanotto non sembra del tutto convinto. Sarà proprio l’arte circense ad avvicinare questi ragazzi, perché Jin e Tian si assomigliano molto nel fisico, tutte e due amano il kung fu e l’arte circense. In realtà Tian e Jin hanno anche la stessa forza di volontà che mettono in quello che fanno e che gli permetterà di andare oltre le barriere e gli ostacoli, superando le loro paure e le prove che la vita presenterà loro. La storia della Baruchello non è solo una narrazione dove l’amicizia dimostra di essere un perno fondamentare per andare oltre quello che cerca di porre un limite alla libertà dei protagonisti. La storia della Baruchello è una vicenda di prove da superare per diventare più consapevoli di sé, per confrontarsi con il proprio passato e dare un senso a tanti dubbi e perplessità che attanagliano i protagonisti durante le vicissitudini che attraversano. Allo stesso tempo “La prova dei cinque petali” è un libro dove c’è un confronto/scontro tra generazioni -quella dei figli con quella dei padri- con, da una parte, coloro che sono profondamente legati alla tradizione e al passato e dall’altra, i giovani che puntano a fare progressi cambiando le cose per trovare il loro posto nel mondo. Altro aspetto interessante è il fatto che Jin e Tian compiranno gesti e azioni che porteranno le tradizioni consolidate da tempo a rivedere i loro schemi strutturali e a rivalutare relazioni umane del passato che si credevano perse da tempo. “La prova dei cinque petali” di Paolina Baruchello con i disegni di Andrea Rivola, è una graphic novell di formazione dove l’amicizia, la collaborazione, la fiducia reciproca e la necessita di comprendere il propri io spinge Tian e Jin a confrontarsi con il proprio passato e ad andare avanti oltre ogni ostacolo e pregiudizio. Età di lettura: da 10 anni.

Paolina Baruchello storica di formazione e operatrice culturale, non ha mai smesso di amare i libri per ragazzi da quando è stata in grado di guardarne le illustrazioni e di leggerli. Il suo primo lavoro è stato fare la lettrice e poi la traduttrice dal francese per la Mondadori Ragazzi, per cui ha tradotto più di trenta titoli e curato introduzioni e adattamenti. Dopo viaggi per il mondo, reali e immaginari, e anni di lavoro per istituzioni culturali, è diventata autrice, pubblicando con Sinnos “Pioggia di Primavera”, graphic novel illustrata da Andrea Rivola (2015). Con Sinnos ha pubblicato anche l’albo “Lo Sport non fa per te”, illustrato da Federico Appel (2018) e sempre insieme ad Andrea Rivola “La prova dei Cinque Petali” (2022).

Andrea Rivola è un illustratore dal tratto riconoscibilissimo, in grado di unire l’amore per la composizione geometrica con una lettura sempre intelligente e ironica dei testi che deve accompagnare (e a cui spesso aggiunge del suo). Oltre ad essere un illustratore raffinato, è anche produttore di due ottimi vini: un sangiovese corposo e convincente e un albana bianco pieno di profumi e spezie.

Source: inviato al recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

15 febbraio 2022

Come si scrive una storia? Come si crea un personaggio per renderlo credibile? Come funziona il rapporto tra autore, editore e correttore di bozza? Queste sono solo poche delle domande che coloro che si approcciano alla scrittura per creare un libro si fanno, nel senso che in realtà esse sono molto più numerose. C’è però un testo, uscito per la prima volta nel 1983 in USA, che ancora oggi è attuale per molti dei temi che in esso vengono trattati e mi riferisco a “Il mestiere dello scrivere” di John Gardner, edito in Italia da Marietti 1820. Il volume è un saggio molto interessante che vuole aiutare lo scrittore emergente a capire come scrivere e cosa fare e leggere per migliorarsi. Attenzione, il testo di Gardner non vuole imporre nulla, semplicemente racconta a chi legge come muoversi nel mondo della scrittura che è facile a dirsi, ma parecchio più complicato a farsi. Gardner si addentra in più piani, dai corsi di scrittura creativa, mettendo in evidenza l’utilità che essi possono avere, passando al ruolo che in essi hanno gli insegnanti, ma anche i difetti che il partecipante può incontrare. Per l’autore americano la scrittura, però, non è fatta solo da storie, perché per costruirle sono fondamentali l’intreccio, la trama, i personaggi con i loro ruolo ma, cosa davvero importante, sono anche la punteggiature, il punto di vista, il dialogo e la revisione dei testi fatta una, duo, tre e più e più volte per comprendere davvero quello che è utile o no alla costruzione della storia che si sta scrivendo. Molta attenzione anche al rapporto che il giovane autore dovrebbe avere con l’editore e con il correttore di bozze e al lavoro della revisione che deve essere fatta. Fondamentali in questo caso, il dialogo e il confronto per giungere ad una fine che soddisfi tutte le parti coinvolte, compreso il lettore che comprerà e leggerà il libro. Le pagine del libro di Gardner vanno via veloci grazie ad una scrittura fluida e piacevole, caratterizzata da una ironia che stuzzica alla riflessione il lettore e l’aspirante scrittore. Quello che emerge da “Il mestiere dello scrittore” è l’incoraggiamento di Gardner a chi vuole scrivere e il prendere coscienza che la scrittura è un fare impegnativo che si deve provare e per il quale servono costanza, impegno, attenzione e tenacia (critiche e delusioni sono sempre dietro l’angolo) per non abbattersi mai e capire se fare lo scrittore è davvero quello che anima la mente e cuore. Il libro contiene anche la premessa di Davide Rondoni e l’introduzione di Raymond Carver. Tradotto da Cinzia Tafani.

John Champlin Gardner Jr (Batavia, 1933 – Susquehanna, 1982), medievista e scrittore, ha dedicato lunghi anni all’insegnamento e alla riflessione sulla pratica del narrare. È stata una figura popolare e controversa fino alla morte prematura in un incidente motociclistico all’età di 49 anni.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

Lu’Mezzò: a spasso nel paese narrato da Francesca Belussi A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2022

Lu’Mezzò, è il cuore del libro edito da Centro Culturale 999   “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino” della scrittrice bresciana Francesca Belussi, docente e scrittrice, ed è un piccolo paesino che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia. A caratterizzare il posto ci sono la scuola, i bar, la squadra di calcio, i bottegai, i docenti, ma anche personalità di spicco come l’uomo che si veste come lo Jedi o il proiezionista del cinema dell’oratorio. Francesca porta il lettore dentro ad un mondo (il suo) nel quale ogni lettore potrebbe ritrovare il proprio microcosmo di relazioni affettive, familiari e sociali. Ne abbiamo parlato con Francesca.

Come ti è venuta l’idea di scrivere “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino”?

L’idea è nata durante il lockdown del 2020… in un periodo così complesso, e pesante per tutti e per tutte, volevo scrivere qualcosa di “leggero”, qualcosa che avesse lo scopo di far divertire chi leggeva. Avevo inoltre questa storia dentro di me da raccontare, una storia con protagonista non un personaggio in carne ed ossa, ma un paese, poiché avevo, negli anni, raccolto storie che mi avevano colpita ed interessata e volevo metterle su carta. Poi, dopo aver scritto i primi capitoli nel 2020, ho accantonato il progetto per qualche mese, per poi terminarlo nella primavera 2021. Diciamo che Lu’Mezzò nasce dalla mia volontà di raccogliere alcune storie, con quella di far sorridere e divertire. Inoltre, io sono una grande amante del genere umoristico, ma faccio sempre fatica a trovare testi umoristici (non comici, proprio umoristici, stile Benni), e quindi cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere.

Nel tuo libro ci sono tanti luoghi e tanti ritratti umani. Quanto c’è di realtà e quanto di finzione?

Alcuni racconti sono inventati, altri, la maggior parte direi, sono ispirati a fatti realmente accaduti. Paradossalmente gli episodi più inverosimili sono quelli che invece ho vissuto in prima persona, come ad esempio la parte legata al panificio, o al film che prende fuoco… Per quanto riguarda i capitoli su miti e leggende, ho fatto un breve lavoro di ricerca, e ho notato che molti elementi legati a usi, costumi, tradizioni orali e popolari, sono comuni a molte zone d’Italia, e così Lu’Mezzò potrebbe trovarsi in qualsiasi regione della penisola…

Dal teatro, al liceo, passando per la trattoria da Milly, alla chiesa, alla forneria e macelleria di paese. Che valore hanno questi luoghi per la gente di Lu’Mezzó?

Questi luoghi, almeno nella mia personale visione, rappresentano il “dove la vita accade”.

Tra i personaggi, quale è quello a cui sei più affezionata e perché?

Forse il personaggio dell’uomo dall’appetito straordinario, perché è legato al mio amore per il cibo e a ciò che mi piace mangiare! Ma anche i membri della famiglia di fornai, in quanto io provengo proprio da una famiglia di panificatori, e, non da ultimo, gli artisti, per la mia passione per l’arte.

Lu’ Mezzó è più un romanzo corale o una raccolta di racconti che hanno in comune il luogo di appartenenza di personaggi e luoghi?

Lo definirei più una raccolta di racconti con un comune filo conduttore dato dal paese stesso, che io considero come un personaggio a tutti gli effetti!

Questo è il tuo secondo libro.  Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è per me un’esigenza, una vera e propria necessità. Ho sempre letto moltissimo e amato i libri in generale, sin da bambina. Ma ho cominciato a scrivere “seriamente” solo nel 2012, quando una sera, all’improvviso, ho proprio avvertito il bisogno fisico di mettere i miei pensieri su carta. E così è nato il primo libro, scritto all’epoca, ma pubblicato solo due anni fa!

Sei già al lavoro per un prossimo romanzo?

In realtà sì! È già pronto un testo che mi piacerebbe sottoporre a qualche casa editrice e che rappresenta in qualche modo quello che avviene quando si chiude il mio primo romanzo “La Ragazza con l’Orchidea”, ma che non vi è necessariamente legato come storia. E ci sarebbe anche un’altra storia che ho scritto qualche anno fa che mi piacerebbe pubblicare, ispirata ad un mio viaggio attraverso Nord e Sud America. Il difficile ora è trovare una casa editrice!

Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku, Richard Lloyd Parry, Exòrma, 2021 A cura di Viviana Filippini

13 gennaio 2022

«Nello tsunami, tutto ciò che era bianco divenne nero». Sono passati 11 anni da quell’ 11 marzo 2011, quando un gigantesco Tsunami si abbatté sulla costa nord-est del Giappone devastando la regione del Tohoku e causando più di 18.500 vittime. Oggi “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku”di Richard Lloyd Parry, edito da Exòrma, ci racconta quello che accadde prima, durante e dopo l’arrivo di quella imponente massa di acqua le cui onde arrivarono ad avere un’altezza pari a 36 metri. Quello che restò in seguito al passaggio del tremendo tsunami furono morte e distruzione. Poi c’erano i feriti e i vivi che cominciarono una ricerca dei dispersi, nella speranza, in molti casi vana, di trovare vivi i propri cari. Tante sono le storie di mogli alla ricerca dei mariti, di mariti in cerca delle mogli, di figli in cerca degli anziani genitori e di quei genitori coinvolti nella disperata ricerca dei propri figli usciti per andare a scuola e non più tornati. Una ricerca di giorni, settimane, mesi e anni che, in alcuni casi portò al ritrovamento dei resti, spesso irriconoscibili, dei propri cari mentre, in altri casi, la ricerca non portò a nessuno ritrovamento e a nessun corpo su cui piangere. Quello di Richard Lloyd Parry, dal 1995 corrispondente a Tokyo per «The Times», non è un romanzo, ma è un vero e proprio toccante reportage nel Giappone distrutto e colpito dallo Tsunami. Per fare questo, Loyd ha viaggiato per sei anni andando nel centro delle comunità ferite e dissolte, nel Tohoku, la periferia a nord orientale del Giappone. Un luogo lontano, un mondo dove i legami con il proprio passato sono molto forti e dove oggi si respira ancora un’atmosfera di una profonda spiritualità arcaica. Pagina dopo pagina, l’autore cerca di mettere assieme i tasselli un grande dramma umano che non solo colpì un intero Paese, ma che cambiò la vita e distrusse l’esistenza di molte famiglie. Loyd dal contesto generale si concentra infatti su quanto accaduto nella scuola elementare di Okawa, una piccola comunità vicina alla foce di un fiume e lo fa conoscendo e confrontandosi con gli abitanti della zona e ascoltando le loro storie. A Okawa furono molti coloro che non tornarono più a casa, anziani, giovani e bambini spazzati via dalla furia dell’acqua diventata indomabile. “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku” Richard Lloyd Parry ricostruisce e porta il lettore dentro i drammatici fatti del 2011. Lo fa in modo attento, minuzioso, ma quello che emoziona e fa riflettere sono le parole delle singole persone (madri come Nagano) che raccontano il proprio vissuto e di come una grande onda lo spazzò via per sempre. Un mettersi a nudo che evidenzia quanto sia importante coltivare i propri affetti e quanto il destino e la vita siano imprevedibili e precari. Traduzione di Pietro Del Vecchio.

Richard Lloyd Parry è corrispondente dall’Asia per «The Times» e scrittore. Nato nel 1969, ha studiato a Oxford. Ha raccontato storie da ventuno paesi, tra cui Iraq, Afghanistan, Indonesia, Timor Est, Corea del Nord, Papua Nuova Guinea, Vietnam, Kosovo e Macedonia. Suoi scritti sono apparsi anche sulla “London Review of Books” e sul “New York Times Magazine”.

Source: ricevuto dal recensore.

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertà” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021

“Giada Rossa- Una vita per la libertà” edito da Fiori d’Asia Editrice è il romanzo-verità di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrà stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterà dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

È nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo verità e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacità di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilità, come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si è sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse già determinato ogni suo passo. Da quando si è avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma è stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia è stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si è trovata, sia per le brutalità a cui ha dovuto assistere. È stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, è rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le è stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverà in un mondo del tutto nuovo, come riuscirà a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtà del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversità e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa è un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltà linguistiche e sociali, si è avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si è sforzata di interagire con gli italiani. È rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalità. Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festività. Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi è curiosa di assaggiare particolarità gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. È quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltà nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa è stata privata della figura paterna all’età di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualità della sorte, è riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre è sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignità. La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa è stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui è rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua età non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza età, ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicità piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto è importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa è stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita “l’altra metà del Cielo”: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si è mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attività commerciale. Si è sempre rimboccata le maniche ritenendosi “parte attiva e produttiva della società”. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si è trovata sola e in difficoltà ma non si è mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: “Ogni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversità. Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacità”. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come è stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura è portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtà e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa è la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, così come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede è una tematica a cui tengo particolarmente perché, a mio avviso, è sinonimo di scelta e di libertà. Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo né discriminarci solo perché abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontà ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco è nata a Brescia il 07 marzo 1977, è sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è stabilita nella città cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 è autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtà editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques Prévert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo “Giada Rossa – Una vita per la libertà” è superfinalista al Premio Città di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione è stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le è stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.