Posts Tagged ‘romanzo di formazione’

Anna dai capelli rossi, Lucy Maud Montgomery, (Gallucci 2018) A cura di Viviana Filippini

2 luglio 2018

Anna, una ragazzina orfana affidata a diverse famiglie, finisce in un orfanotrofio. Anna.Per lei non sembrano esserci speranze di trovare qualcuno che la voglia. Poi, un giorno, un fortunato gesto del destino la porterà ad Avonlea, un piccolo paesino dove vivono Marilla e Matthew Cuthbert. I due anziani fratelli si aspettavano un ragazzo e quando vedono Anna rimangono un po’ perplessi, tanto è vero che Marilla vorrebbe rispedire Anna nel luogo da dove è arrivata. La piccola, protagonista del romanzo “Anna dai capelli rossi”, edito da Gallucci, racconta la sua drammatica storia e i due anziani la accolgono tra le mura della loro fattoria Green Gable. Anna hai i capelli rossi, tante lentiggini e un passato fatto di dolore e sofferenza al quale reagisce con la fantasia e l’immaginazione. Un agire non sempre compreso dalle persone che le stanno attorno, soprattutto da Marilla, una donna molto pragmatica e concreta. La storia di Anna è un romanzo di formazione creato dall’autrice nel 1908 per ogni tipo di lettore ma, nel corso del tempo esso si è trasformato in un classico della letteratura per l’infanzia. Anna è una bambina che ha avuto, a soli 11 anni, un passato di dolore, sofferenza (i genitori sono morti quando lei era molto piccola), di mancanza di affetto e per lei i due fratelli Cuthbert sono una nuova famiglia nella quale trovare un po’ di tranquillità. Certo per la protagonista non sarà facile conquistare i due anziani e i nuovi compagni di scuola (Gilbert compreso), però un poco alla volta, passo dopo passo, Anna riuscirà a sistemare le cose e a farsi comprendere da tutti. “Anna dai capelli rossi” della canadese Lucy Maud Montgomery, tradotto da Angela Ricci, è una storia di ricerca di amicizia, di amore e di speranza, dove la protagonista sarà sì sottoposta ad un serie di prove, ma la sua tenacia, la voglia di mettersi in gioco e di imparare le permetteranno di riuscire a trovare il suo posto nel mondo. Oltre alla famosa serie animata trasmessa in tv dagli anni ’80 (vista una marea di volte), Netflix ha distribuito in tutto il mondo una fiction di recente produzione con protagonista “Anna dai capelli rossi”.

Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874 e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con “Anna dai capelli rossi”, primo di una serie di otto volumi. Le vicende dell’orfanella erano in parte ispirate all’infanzia dell’autrice, che da piccola aveva perso la madre ed era stata allevata dai nonni. Le storie si Anna sono state tradotte in decine di lingue.

Source richiesto all’editore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa.

:: Peccato che non avremo mai figli di Giuseppina La Delfa (Aut aut Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

30 maggio 2018

Piatto_Peccato che non avremo mai figliGiuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Da trentasei anni vive con Raphaelle. Adesso Giuseppina ha deciso di scrivere un libro per raccontare la storia di questo grande amore ma anche i sacrifici e gli anni di battaglie, di conquista e di soddisfazioni.
In questi giorni è uscito Peccato che non avremo mai figli, questo è il titolo di un romanzo di formazione, intenso e avvincente in cui il privato e l’intimo si tuffano nella storia, proprio come nelle pagine più belle della grande scrittrice Annie Ernaux.
Non è un caso che il libro di Giuseppina La Delfa inizia il suo racconto con una citazione della Ernaux:

«L’intimo è ancora e sempre del sociale, perché un io puro, in cui gli altri, le leggi, la storia, non sarebbero presenti è inconcepibile».

Giuseppina, figlia di emigrati italiani e Raphaelle, appartiene a una famiglia borghese, si incontrano e si innamorano a prima vista. Tutto ha inizio più di trenta anni fa in Francia e da quel momento non si lasceranno più. Naturalmente gli ostacoli alla loro storia sembrano insormontabili.
Dai banchi di liceo, all’università sempre insieme anche contro la volontà delle famiglie. Giuseppina e Raphaelle formano la loro famiglia e vanno a vivere insieme, mettono su casa tra mille sacrifici, lavorano duro senza arrendersi mai.
Giuseppina studia e legge, lei è consapevole che i libri le salveranno la vita. Si laurea discutendo una tesi sul fantastico di Dino Buzzati. Riceve un incarico come lettrice di madrelingua presso il campus universitario di Fisciano. Successivamente anche Raphaelle la raggiungerà.
Nel libro ovviamente c’è spazio per l’impegno nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla realtà delle famiglie arcobaleno alla lista lesbica italiana. Una storia intensa di militanza che l’autrice definisce ricca di incontri e di relazioni.
L’attivismo per i diritti LGBT incontra la narrazione privata. Sullo sfondo di queste pagine le protagoniste sono due grandi donne che si amano. È la storia di un grande amore al servizio di una battaglia che a che fare con la dignità di tutte le persone in antitesi a ogni forma di oscurantismo e pregiudizio.

«Stamattina, martedì 2 marzo 2016, mi sono svegliata dicendo a me stessa «Dai, alzati, vai a scrivere che voglio conoscere il seguito». È buffo. Il seguito lo conosco, non sto inventando nulla.
È la mia storia. Ma sono stupita io stessa di ciò che viene fuori, dei ricordi che tornano a galla e di come le parole tirano altre parole e di come un racconto porta a un altro racconto. È una sorpresa. Perciò voglio sapere il seguito anche io. Al di là del futuro di questo libro. Lo sto scrivendo perché penso di avere avuto una vita di ribellione testarda e non violenta. Ho fatto, tutto sommato, tutto ciò che volevo fare. Anche se è stato spesso difficile prendere decisioni e andare avanti, a volte contro tutti».
Insomma fino a oggi non mi sono mai tradita. E la mia vita, fino a oggi, è stata una bella vita, intensa, vera, onesta. È già qualcosa di cui vado fiera. Ma non ho vissuto così per andarne fiera, ma solo perché sono consapevole da sempre che la vita è un’occasione da non sprecare.
Questo libro lo scrivo soprattutto per Lisa Marie e per Andrea Giuseppe. Perché sappiano chi era la loro madre, chi erano le loro madri. Chi erano anche quando loro non erano nemmeno concepibili e quale percorso abbiamo dovuto fare, insieme, per arrivare fino a loro. E poi scrivo anche per i tanti ragazzi che ancora oggi non vivono felici e continuano a tacere. È un modo per dire loro che se ce l’abbiamo fatto noi quando eravamo davvero sole al mondo, ce la faranno anche loro a vivere la vita che vogliono ora che siamo legioni a poter accompagnarli per affrontare lo sguardo di chi pensa ancora di essere l’unico nel giusto».

Con queste parole toccanti Giuseppina La Delfa si rivolge ai lettori. Tra le pagine di questa storia vera ci siamo tutti, perché le scelte di Giuseppina e Raphaelle, non sono personali, appartengono a ognuno di noi e ci riguardano da vicino. In gioco ci sono le relazioni umane, il vivere civile e la libertà.

Giuseppina La Delfa è italo-francese, nata nel nord della Francia nel 1963. Laureata in Lingua e Letteratura italiana con specializzazioni in Letterature comparate e Didattica delle lingue straniere, nel 1990 si trasferisce in Italia con la compagna e da allora insegna lingua francese all’Università di Salerno. Nel 2000 si “pacsa” con la compagna al consolato di Francia a Napoli. Nel 2005 crea l’associazione Famiglie Arcobaleno di cui è Presidente dal giugno 2005 a ottobre 2015. Nel 2016 entra a fare parte del direttivo di Nelfa, il Network delle Associazioni di genitori LGBTQI* europee di cui è la vice presidente.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

:: Chi ha bisogno di te di Elisabetta Bucciarelli (Skira 2017) a cura di Viviana Filippini

17 ottobre 2017

Bucciarelli-copChi ha bisogno di te” è il nuovo romanzo edito da Elisabetta Bucciarelli, per Skira. La protagonista è una ragazzina di 17 anni, Meri, ma questo non deve indurre il lettore a pensare che la storia narrata sia per un pubblico di adolescenti. La ragione? Semplice. L’autrice mette in gioco un percorso di ricerca esistenziale e di senso del vivere che coinvolge anche i lettori. Meri, a differenze della compagne di classe, non ha ancora trovato il vero amore, lo sta cercando e questa impresa non è per niente facile. La ragazzina si divide tra scuola e casa, dove vive con una madre che la educa all’amore per le piante e ai loro semi e che le parla citando, in ogni occasione, frasi delle canzoni dei Queen. Tra i banchi di scuola, invece, Meri ha Sara, la sua migliore amica e le due si dividono tra libri, quaderni, chiacchiere e giochetti da ragazzini. Quello che emerge dalla narrazione della vita scolastica è che la protagonista ha sì gli stessi interessi e anche manie delle compagne, ma a Meri accadrà qualcosa di particolare. Ad un certo punto della sua giovane vita, l’adolescente cresciuta a piante e rock comincia a ricevere dei fogliettini di carta con scritto dei messaggi. Frasi mirate, precise, e solo chi la conosce bene può sapere certe cose di lei. Meri è spiazzata, perché non ha la più pallida idea di chi potrebbe essere il misterioso mittente, ma questo non le impedirà di agire per scoprire chi sia il portatore di messaggi e per dare un senso al suo vivere. “Chi ha bisogno di te” è un romanzo dal ritmo ironico, ma mai banale, e musicale, non solo perché ci son le canzoni di Freddie Mercury e Co., ma perché le relazioni, le amicizie, gli eventi, i dialoghi di Meri con chi la circonda, sembrano la melodia in movimento su uno spartito musicale. Una musica con variazioni sul tema, che narrano il cammino di una giovane donna pronta ad affacciarsi alla vita. Il romanzo della Bucciarelli è romantico, ma non mieloso, anzi direi che è diretto e incisivo, nel senso che nonostante il vivere sia spesso imprevedibile, la protagonista lotta per trovare un valore per la propria identità, e per farlo le serviranno tante esperienze e incontri. Questi eventi possono essere identificati come delle vere e proprie prove che Meri deve affrontare per capirsi e comprendere il mondo che la circonda. E allora la storia della scrittrice milanese può essere definita anche romanzo di formazione, proprio perché per la protagonista – e pure molti dei personaggi letterari che lei incontrerà- scatterà un vero e proprio processo di trasformazione e cambiamento. “Chi ha bisogno di te” di Elisabetta Bucciarelli è una delicata storia di crescita, nella quale le ansie di un giovane cuore diretto verso l’età adulta sono raccontate con garbo. Qualità che ci donano una trama coinvolgente, con un’ottima colonna sonora (io sono un po’ di parte perché adoro i Queen) e nella quale ogni lettore potrebbe trovare, o ritrovare, un po’ di sé.

Elisabetta Bucciarelli è una scrittrice milanese. Autrice per il teatro, la televisione e il cinema, dove è stata premiata alla 53a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la sceneggiatura del film Amati Matti, scritta dopo dieci anni di laboratori teatrali con pazienti affetti da disagio psichico. Ha firmato i saggi Io sono quello che scrivo, la scrittura come atto terapeutico (Calderini Edizioni) e Le professioni della scrittura (Ed. Il Sole24Ore). Nel 2005 esce il romanzo Happy Hour che ha inaugurato la felice serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani. Con “Io ti perdono” (Kowalski, 2009) vince il Premio Franco Fedeli e con “Ti voglio credere” (Kowalski, 2010) il Premio Giorgio Scerbanenco per il miglior Noir dell’anno. Tra gli altri suoi libri, “Corpi di scarto” (Edizioni Ambiente, 2011) e “Femmina de Luxe” (Perdisa Pop, 2008; Feltrinelli Zoom, 2013), dove compare per la prima volta il personaggio di Olga, presente anche in “L’etica del parcheggio abusivo” (Feltrinelli e Feltrinelli Zoom, 2013). È tradotta in Germania, Spagna e Francia.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Solo sabbia tranne il nome, Paolo Fiore (Manni 2017) a cura di Nicola Vacca

18 settembre 2017

solo sabbia tranne il nomeAbbiamo lasciato Paolo Fiore cinque anni fa quando dava alle stampe Fu chiaro appena oltre lo zenith, il romanzo storico e filosofico ambientato nel cuore dell’intolleranza del Seicento. Intorno alla figura di Giordano Bruno l’autore affronta il tema del rapporto tra conoscenza e libero pensiero alla luce di tutte le eresie asistematiche messe al rogo da una Santa Inquisizione, che in nessun modo tollerava i punti di visti diverso dal suo. E sappiamo come è andata a finire.
Oggi Fiore, sempre per i tipi di Manni, pubblica Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena, un altro romanzo filosofico in cui il medico scrittore decide di misurarsi con la contemporaneità. Qui lo scrittore attraversa le narrazioni del Novecento e le supera, mettendo al centro della sua storia Walter Benjamin, un altro pensatore asistematico che privilegia la forma del saggio e dell’aforisma per prendere posizione e negare l’ordine esistente.
Il Benjamin ossessionato dall’Angelus Novus di Paul Klee. Per il filosofo questo è l’angelo della storia che appare in un momento ben preciso e introduce una questione sola :«cosa fare delle rovine?».
Al centro della storia raccontata da Paolo Fiore c’è Marco, studente universitario che sta preparando una tesi su questi temi, e una serie di personaggi contemporanei al dramma della narrazione che ruotano intorno all’Angelus Novus di Paul Klee e alle riflessioni di Benjamin
Solo sabbia tranne il nome non è solo un romanzo di formazione del suo protagonista che si perde nel labirinto della conoscenza per ritrovare la dimensione di sapere che sappia scavare nelle rovine del tempo, ma è il romanzo di formazione di un’epoca intera, la nostra e soprattutto di quel Novecento che ha visto l’angelo della storia volare sulle macerie.
Per Benjamin il dipinto di Klee rappresentò un’ossessione. Nel 1921, infatti, il filosofo lo acquistò e nel 1940 scrisse Tesi della filosofia della storia in cui definì Angelus Novus una rappresentazione dell’angelo della storia che tanto turbava la sua speculazione.

«C’è un quadro di Klee che s’ intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Paolo Fiore scrive un romanzo – ideario in cui tra narrazione e pensiero filosofico cerca di rubricare per voci tutta l’incertezza della nostra epoca seguendo il percorso di formazione di Marco, studente mosso da una curiosità enciclopedica che si sente uomo spacciato del proprio tempo su cui l’angelo della storia continua a volare sulle catastrofi.
Marco, cittadino globale di questo liquido terzo millennio, non si sottrae ai nuovi disastri della contemporaneità (Paolo Fiore al suo protagonista fa fare i conti con tutte le questioni aperte del proprio tempo che in un certo senso hanno a che fare con la violenza immanente della Storia) e diventa esegeta delle macerie su cui cammina.

«Testo colto, ironico –scrive Alessandro Vergari nella prefazione – avvolto nelle stesse fascinazioni che racconta Solo sabbia tranne il nome assorbe linfa vitale da molteplici vene di pensiero. Paolo Fiore, medico di professione (non omeopata) e scrittore per talento, si spinge alla ricerca di una sacralità immanente, sottesa alle cose, e stimola il lettore ad interrogarsi sul mistero che è in lui, a porsi domande sul senso dell’identità in questi tempi di grande incertezza».

L’autore di questo libro continua a frequentare il pensiero asistematico e inattuale, questa volta per attraversare la contemporaneità e le sue rovine. Accanto a Giordano Bruno, ci mette Walter Benjamin ma anche Cioran e Ceronetti, perché oggi come ieri andare verso il futuro è inevitabile, ma a patto che gli occhi appunto siano incollati sul passato, tutto è stato già detto una volta sola nelle nostre radici, perfettamente e per sempre. Apax legomena, appunto.
Se alziamo gli occhi al cielo lo vediamo ancora l’angelo della storia che a occhi aperti plana sulle macerie apocalittiche di oggi.

Paolo Fiore è nato nel 1965 a Fondi dove vive ed è medico.
La passione per la lettura e la scrittura lo accompagna da sempre e ha dato il via ad opere creative che gli hanno già procurato in Italia significativi riconoscimenti.

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La lettrice di mezzanotte, Alice Ozma, (Sperling & Kupfer, 2015)

9 marzo 2015
Oz

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C’erano alcune cose che la lettura e la Serie non potevano risolvere. Nonostante lo stupore di mio padre, Billy Whiskers non era la risposta alle paure che mi angosciavano. Anche dopo essermene sbarazzata pensai che JFK avrebbe sentito l’odore dell’inchiostro sulle mie mani, e quella sera mi lavai nella vasca con lo stesso zelo di Lady Macbeth. Corsi in camera mia a tutta velocità, e feci del mio meglio per passare oltre il letto di sotto senza guardarlo, tenendo gli occhi socchiusi per evitare anche solo di sbirciare quell’angolo. Saltai e, al sicuro sul mio trespolo, mi sporsi per guardare. Niente. Lessi per una o due ore, costringendomi a prendere sonno, finchè non ebbi la sensazione che le palpebre stessero scivolando verso il naso. Dopo mezzanotte papà mi gridò di spegnere la luce che riusciva a vedere dalla sua stanza, o almeno di chiudere la porta. Naturalmente non potevo, perché sarei dovuta scendere dal letto. E se l’avessi fatto avrei dovuto ricominciare la trafila da capo. Così diedi un’ occhiata dal lato del letto ancora una volta prima di spegnere la lampada, di tirarmi le coperte fin sopra la testa, e di piegare le gambe per non fare penzolare giù i piedi.
Al tempo non ero in grado di capirlo, ma occorreva una certa dose di creatività per restare sdraiati tremanti nel proprio letto, chiedendosi se i tuoi gatti sapranno come difenderti; e non dai fantasmi o dall’uomo nero, bensì dal cadavere immobile di uno dei più famosi e amati ex presidenti degli Stati Uniti. Grazie alla serie e a mio padre, l’immaginazione non mi mancava affatto.

L’importanza di leggere ad alta voce ai bambini è stata ampiamente sostenuta (esistono numerosi studi scientifici che lo testimoniano) da esperti di letteratura infantile, insegnanti, pedagogisti, pediatri e se vogliamo anche da semplici genitori. I bambini a cui si leggono storie sono più intelligenti, hanno più fantasia, hanno un vocabolario più ricco, una volta a scuola avranno risultati migliori, una maggiore attenzione, una maggiore capacità di analisi.
Se pensiamo anche nei tempi passati la lettura delle favole creava un legame anche affettivo più forte tra adulti e bambini e il suono stesso della voce serviva a rasserenare, confortare (un bambino malato), incuriosire, divertire, insegnare. Noi che amiamo i libri, anche da adulti, non abbiamo difficoltà a crederlo, ma sembra che soprattutto per la crisi e i tagli al budget di scuole e biblioteche, molte difficoltà stiano affrontando coloro che difendono la libertà di lettura.
I dati sconfortanti riguardanti il calo dei lettori dovrebbe far riflettere e stimolarci tutti a rivalutare questa pratica così semplice e relativamente poco costosa. Grazie alle biblioteche i libri sono a disposizione di tutti, è più che altro il tempo, il tempo di qualità che passiamo con i nostri figli la vera discriminante, la vera cosa capace di fare la differenza. I bambini a cui sono lette storie, infondo saranno i lettori di domani, e nei paesi più civilizzati questo semplice parallelismo è preso in seria considerazione.
Per esperienza personale ho svolto l’attività di lettrice ad alta voce prevalentemente per anziani e persone non vedenti, e non sono una lettrice particolarmente brillante né ho una voce molto gradevole, pur tuttavia l’esperienza è stata felice e la consiglio a tutti.
Questa breve introduzione per parlare del libro che ho appena letto, La lettrice di mezzanotte (The Reading Promise, 2011) di Alice Ozma, edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto dall’inglese da Chiara Brovelli. Sono stata invitata a leggerlo in anteprima dall’editore (sarà in libreria da domani) e in tutta sincerità mi aspettavo un libro piuttosto convenzionale, che sì parlasse di libri come molti altri, ma senza coinvolgere davvero il lettore.
Devo dire invece che a parte il fatto che è scritto bene e ben tradotto, e pur narrando una storia semplice, una storia d’amore tra un padre e una figlia, e di come i libri che il padre ha letto alla figlia, ininterrottamente, per più di 3000 giorni, (fino a che lei non è partita per il college), abbiano rinsaldato il loro legame, li abbiano aiutati ad affrontare le difficoltà più o meno gravi della vita, abbiano infine trasformato in meglio le loro vite, rendendoli più felici, è davvero originale e simpatico.
Leggendo questo libro si prova una sincera invidia, almeno la provano tutti coloro che l’amore dei libri l’hanno faticosamente conquistato da soli, soprattutto perché la lettura non dovrebbe mai essere un’esperienza solitaria, ma sempre condivisa, e il proliferare dei tanti blog letterari sembra dimostrarlo. Non basta leggere, è bello parlare dei libri che si sono letti e si sono amati, è bella questa esperienza di comunione con altri lettori con gusti e esperienze anche molto diverse dalle nostre. E forse questo è il senso ultimo della lettura, oltre ai benefici che ho già citato.
La lettrice di mezzanotte è un libro davvero delizioso, il talento naturale nel narrare dell’autrice è davvero grande (per essere così giovane), è capace di rendere interessante una sosta per mangiare un sandwich, una gita al parco, il semplice guardare alcuni trapezisti nelle loro funamboliche esibizioni, dettagli minimi della vita di tutti i giorni, che le sue parole rendono speciali.
E’ un memoir, un romanzo di formazione, un romanzo per adulti e ragazzi, infondo non mi sento una chiaroveggente, se prevedo che otterrà la stessa accoglienza che ha ricevuto in America. E lo spero davvero soprattutto per il messaggio che trasmette, senza leziosità, né melensaggine, anzi a tratti con disarmante sincerità, raccontando parti della sua vita anche molto private legate soprattutto alla madre.
Ogni capitolo, precedeuto da una breve citazione presa da uno dei classici della letteratura per ragazzi, (che anticipa in un certo senso l’argomento che si tratterà) è come un racconto a parte e ce ne sono di bizzarri, da quello dedicato ai trapezisti,  a quello dedicato a JFK, e per coprenderli bisogna immergersi nello spirito del libro, considerare un mondo in cui ci sia l’immaginazione al potere.
Dalla prefazione di Jim Brozina, padre di Alice (il vero eroe del romanzo, se vogliamo) si apprende che negli Stati Uniti, la Commissione per la Lettura, fondata dal Dipartimento dell’Istruzione, esiste dal 1985, con lo scopo di promuovere la lettura, indicando che il modo migliore per farlo è leggere ad alta voce ai bambini. Mi informerò se anche in Italia esiste una commissione del genere.
Sono stata invitata a consigliare un libro da leggere ad alta voce (esattamente come l’autrice fa sul suo sito http://www.makeareadingpromise.com/streak.html ) Io consiglio: La fiera della vanità: romanzo senza eroe di William M. Thackeray. Ce ne sono diverse edizioni con numerosi traduttori. Io ho letto quella del 1967, Giulio Einaudi Editore, traduzione di Jole Pinna Pintor.

Alice Ozma, nata e cresciuta a Millville, New Jersey, si è laureata all’Università di Rowan. Vive circondata da librerie e biblioteche a Philadelphia, Pennsylvania. È appassionata di letteratura e di pedagogia. Dopo il grande successo di questo suo primo libro, è stata invitata a tenere conferenze e lezioni sul tema della lettura nell’infanzia. Alice legge a voce alta per i bambini.
twitter.com/aliceozma
www.facebook.com/AliceOzma

Per concludere lascio la parola a Gea Polonio che ci parlerà della sua esperienza di lettrice. Le ho fatto alcune domande.

Vuoi parlarci della tua esperienza?

Ho sempre adorato leggere ad alta voce, ai bambini in modo particolare.  Ai figli miei ho letto per una mezz’ora ogni sera per più di dieci anni, anche dopo che lo sapevano fare da soli.

Parlaci della reazione e dell’accoglienza che hai notato nei bambini?

Dipende molto da come sono abituati.  Però se lo fai con amore e allegria, pian pianino anche molti tra i più refrattari si avvicinano, conquistati dal tono di voce e dalle storie.

E’ difficile, impegnativo? Che difficoltà attendono coloro che vogliono leggere ai bimbi?

I bimbi sono esigenti, non sopportano condiscendenza e leziosità.  I bimbi interagiscono, ed è giusto che lo facciano. I bimbi hanno i loro tempi, che sono anche di ripetizione e rielaborazione.
Poi, più sono piccoli (si può iniziare dai sei mesi, eh) più chiaramente devi trovare la chiave della loro attenzione.

Hai notato sensibilità verso l’importanza della lettura ad alta voce ai bambini?

Con il progetto “nati per leggere“, di cui sono volontaria, stiamo cercando di sensibilizzare le famiglie, proponendo la lettura anche come momento di condivisione e intimità tra genitori e figli.

Comuni, biblioteche, scuole, organizzano incontri o è un’ attività più orientata al volontariato?

Dipende da quali comuni, scuole e biblioteche.  Queste ultime fanno spesso più del dovuto istituzionale, ma capita che possano contare solo su singoli insegnanti più che sulla scuola come istituzione. E i singoli insegnanti talvolta sono sono lasciati soli se cercano di andare oltre gli schemi strettamente didattici.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Dimentica il mio nome, Zerocalcare, (Bao Publishing, 2014) a cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2014

dimenticasidebarEsiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech è un fumettista italiano nato ad Arezzo nel 1983, cresciuto tra la Francia e l’Italia (Roma). Oltre ad un numero sterminato di autoproduzioni nel circuito dei centri sociali, ha collaborato anche con il quotidiano «Liberazione»,il settimanale «Carta», i mensili «XL» di «Repubblica» (spazio italian undergrund) e «Canemucco» e la divisione online della DC comics, Zuda.com. Tra le altre collaborazioni c’è il settimanale Internazionale, l’annuale antologia del fumetto indipendente «Sherwood Comix», la «Smemoranda», la rivista «Mamma!».Alla fine del 2011 ha dato alle stampe il suo primo libro, La profezia dell’armadillo, autoprodotto si, ma da Makkox. A Ottobre 2012 è uscito il secondo, Un polpo alla gola, edito da Bao Publishing. Oltre che su http://www.zerocalcare.it, lo si trova ogni mese sull’edizione cartacea di «Wired».

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013)

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

E’ la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria, (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà a fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni 70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, con conseguente perdita di innocenza sostituita da una dolente accettazione per le regole a volte crudeli di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni 70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi) con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
E’ stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com