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:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Benvenuta Marilù e grazie di avere accettato questa nuova intervista per Liberi di scrivere. Hai da poco pubblicato “Biancaneve nel Novecento” proposto da Maria Rosa Cutrufelli per l’edizione 2021 del Premio Strega, un romanzo molto particolare, anche doloroso se vogliamo, una storia doppiamente al femminile che unisce due generazioni di donne del Novecento. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Mi ha spinto il desiderio di raccontare due (che poi diventano tre) donne nel Novecento e seguirle nel loro cammino – costruito come una fiaba – fin da quando sono piccole o giovani. Lili è una vittima della storia, Bianca incarna le bambine che hanno subito qualche maltrattamento per colpa di uno o più adulti presi dai propri guai e feriti dal passato. Convinte entrambe che la Storia sia distaccata e in mano soltanto ai potenti, si illudono che scorra lontana, invece una ci si tuffa dentro per scelta volontaria, la studia, la scova, l’affronta; l’altra ne viene fagocitata, viene rinchiusa nel lager di Buchenwald e lì indotta a prostituirsi nel famigerato bordello.

Bianca e Lili sono le protagoniste, a capitoli alternati raccontano le loro vicende personali. Bianca è una bambina poi ragazza del presente, Lili è una anziana signora nata nel 1919 in Francia da una famiglia contadina. Non potrebbero essere più diverse ma in fondo hanno qualcosa di simile, non è vero?

Sì, hanno in comune, inizialmente il fatto di essere travolte dal dolore (anche se si tratta di esperienze molto diverse), poi di cercare entrambe la luce. Ma hanno in comune anche lo stesso rapporto con la Storia, quella grande di cui parlavo sopra, con la S maiuscola: dapprima di completo disinteresse diventa poi un legame più profondo. Il loro viaggio verso la consapevolezza si compirà quando entrambe capiranno che la Storia ci appartiene e, con ogni nostra scelta e comportamento, possiamo – seppur talvolta solo in minima parte – influenzarla.

Lili ha un passato molto doloroso, per avere ospitato nella casa di suo marito una famiglia ebrea fa l’esperienza dei campi di concentramento nazisti. Bene o male questi campi di prigionia e di sterminio hanno inciso nell’anima del Novecento. Ho letto che nulla di cosa racconti è inventato (a parte il personaggio di Lili che un po’ racchiude l’esperienze di tanti sopravvissuti), ti sei basata su libri, testimonianze, documentari. Come ti sei avvicinata a questo doloroso passato? Come hai affrontato le radici del male del Novecento?

È da anni che leggo libri, saggi, vedo audiovisivi e porto avanti progetti nelle mie classi sullo sterminio, molto attenta alle parole di Primo Levi, quando nella Shemà dice: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore…”. Conservare la memoria tutela noi da un futuro pericoloso ed è un atto doveroso verso ciò che è stato. In questo senso, col mio romanzo, volevo dare un piccolissimo, infinitesimale contributo a ciò che gli ebrei chiamano Tiqqun ‘olam (in ebraico: תיקון עולם‎): un atto di riparazione nella speranza di un mondo migliore.

Nel tuo libro parli della tragica morte della principessa Mafalda di Savoia a Buchenwald, proprio Lili l’assiste nel Sonderbau, come ti sei documentata per questo episodio umanamente davvero terribile? un’atrocità nelle già tante atrocità, considerato che una volta ferita ne hanno causato scientemente la morte.

Ho letto diverse sue biografie e testi storici, tutti elencati nella Bibliografia finale. La sorte riservata a questa principessa che ogni giorno andava avanti retta solo dalla speranza di rivedere i suoi figli è molto triste, anche se a lei – almeno quando era in vita – in virtù del suo rango fu riservato un trattamento leggermente migliore rispetto a quello di molti altri prigionieri.

Dopo la morte della principessa a Lili viene fatta una proposta che cambierà per sempre la sua vita. Ce ne vuoi parlare?

Certo: viene proposto a Lili di prostituirsi nel Sonderbau, l’ “edificio speciale” che corrispondeva al bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Ho scelto di raccontare questa realtà, rimasta tabù per anni, quando sono venuta a scoprire che Himmler, nel 1942, decise di istituire dei bordelli nei campi di concentramento nazisti, dove le ragazze venivano reclutate con l’inganno: si prometteva loro che dopo 6 mesi sarebbero state liberate, ma questa promessa non fu mai mantenuta. Anzi, spesso capitava che si ammalassero o venissero colpite da malattie veneree e finivano nella baracca degli esperimenti. Questa realtà, rimossa fin dopo la Liberazione perché ritenuta scomoda e inopportuna e divenuta solo più tardi oggetto di ricerca storica, ha attirato la mia attenzione sia perché riguardala storia delle donne nella Shoah, sia perché racconta l’inferno nell’inferno. Le ragazze costrette a prostituirsi finivano per essere vittime più volte: vittime del lager, degli aguzzini e dei prigionieri, dei pregiudizi, dei loro sensi di colpa. Il perdurare del disprezzo nei loro confronti anche nei decenni successivi è indicativo, le si considerava le sole responsabili del trattamento subito, come se davvero avessero avuto molta possibilità di scelta. E questo è uno dei motivi per cui si possono rinvenire così poche testimonianze dirette.

La prostituzione femminile (esisteva anche quella maschile) è un tema che non viene spesso affrontato. Un’ulteriore umiliazione e violenza in realtà dove la violenza e la sofferenza erano la norma. Tu hai avuto il coraggio di affrontare questo tema molto spesso dimenticato. Già i sopravvissuti si sentivano in colpa per essere sopravvissuti, le donne vittime di prostituzione, lo erano ancora di più. Come Lili metabolizza questo dolore?

Questo è un tema molto delicato, che io ho cercato di risolvere anche attraverso le testimonianze di altri ex-detenuti che non avevano certo potuto spazzare via con un colpo di spugna tutto ciò che era stato. Un’esperienza come l’internamento lascia ferite profonde e non sempre queste si rimarginano, basti soffermarsi sugli sguardi di alcuni testimoni. Il tempo guarisce tutto? Non lo so, nel mio romanzo il tempo forse potrebbe lenire, ma cosa resta nei nostri abissi più profondi? Ho provato a immaginare come avrebbe potuto affrontare una nuova vita una ragazza annichilita fin nel profondo che, contro ogni sua previsione, aveva però trovato nel lager qualcosa di prezioso.

Bianca è una bambina di quattro anni nel 1980. Molto più vicina alla tua generazione, ti è stato più facile costruire il suo personaggio?

Mi è stato più facile per quanto riguarda soprattutto le atmosfere dell’epoca, che conosco bene.

Hai una grande sensibilità soprattutto quando racconti l’infanzia e l’adolescenza, sicuramente il tuo lavoro di insegnante ti ha dato gli strumenti per indagare e comprendere meglio queste psiche ancora in formazione. Ma oltre a questo c’è proprio una tua sensibilità particolare che ti spinge a comprendere il mondo dell’infanzia. Sei stata una bambina amata e felice?

Non tornerei mai all’età dell’infanzia, sono stata una bimba abbastanza infelice e ho subito diverse perdite (in questo mi riconosco in Bianca), ma soprattutto non ho provato in pieno il senso di protezione che ogni bambino dovrebbe ricevere. Cercando una via di fuga, mi sono rifugiata nel mondo dei libri e questo forse ha acuito la mia predisposizione alla fantasia e all’ascolto dell’altro. Credo che derivi tutto da qui. Ogni volta che parlo di un bimbo che subisce una sopraffazione, sento la mia piccola voce indignata.

Tornando a Lili, il personaggio che mi ha più colpito per la sua forza, la sua determinazione e il suo non farsi sopraffare dalla violenza fisica e psicologica subita. Come supera sentimenti negativi come l’odio e la vendetta?

Attraverso la solidarietà. Seppure tutti noi non possiamo sfuggire alla nostra solitudine, dobbiamo anche ricordarci che, pur con tutta la nostra forza (quando c’è) da soli non combiniamo nulla. Se Lili non avesse incontrato persone come Sophie o come Elio, probabilmente non ce l’avrebbe fatta.

Il tuo libro ha anche valore di testimonianza, per avvicinare i ragazzi a queste pagine oscure del Novecento. Tu non calchi mai la mano, non cerchi l’effetto, anzi con mano lieve lasci trasparire anche tocchi poetici. Come è stato accolto il tuo romanzo nelle scuole?

Molto bene, riscontro nei ragazzi e nelle ragazze di oggi una grande sensibilità verso il tema. Spesso mi rivolgono delle domande così interessanti e ricche di spunti di riflessione che ci penso anche nei giorni successivi.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, come ultima domanda vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Mi sto dedicando a un progetto nuovo, ma per scaramanzia non ne parlo. Anche se è solo un gioco, la mia parte miscredente non crede a queste cose! Grazie, Giulietta, per le tue belle domande.

:: Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva (Solferino 2021) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2021

In attesa di quell’incantesimo, la nostalgia del secolo passato già si insinuava silente. Il Novecento ci respirava ancora addosso, lo sentivo dileguarsi sulle torri frastornate dal caos urbano dell’ultima notte, sugli aliti frammisti ai calici consumati, sulla scia degli autobus indefessi, in quella mano inedita che scaldava le mie dita, nella reclame di un cartellone pubblicitario per metà staccato da un muro. Abbiamo svoltato in una viuzza e lì abbiamo capito, senza dircelo, quale era il punto in cui fermarci, il giardinetto dietro l’abside di san Domenico, mentre la Storia scivolava giù dalle nostre gambe e un’altra epoca si sovrapponeva come carta velina.

Cosa unisce Lili, ingenua ragazza bretone nata nel 1919, andata sposa senza amore a Parigi poco prima dell’occupazione nazista della Francia e Bianca bimbetta bolognese quattrenne nel 1980, innamorata del suo papà, ferita dall’apparente freddezza con cui la madre la lascia crescere privandola di quella complicità e di quell’affetto di cui avrebbe tanto bisogno? Lo scoprirete durante la lettura, mentre le loro voci a capitoli alternati si fondono e si  intrecciano in Biancaneve nel Novecento (Solferino) libro davvero struggente e di una dolcezza dolorosa davvero rara che Marilù Oliva ha saputo scrivere mettendo molto di sé, se non nei fatti biografici oggettivi perlomeno in quel magma oscuro che orienta i moti dell’anima. Nelle note finali infatti la Oliva precisa che non è un testo autobiografico, seppure come ogni scrittore ha lasciato briciole di sé perlopiù nel personaggio di Bianca, perlomeno anagraficamente a lei più vicina. Marilù Oliva ha una grande sensibilità soprattutto quando tratta e delinea i bambini e i ragazzi e il suo lavoro di insegnante sicuramente le ha dato gli strumenti per indagare la loro psiche ancora in formazione e i vezzi più buffi che avvicina con rispetto, tenerezza e candore. Ma è soprattutto il personaggio di Lili che emerge potente come uno squarcio di luce nelle tenebre del Novecento che ha visto due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, nella sua prima metà, il terrorismo, la droga diffusa tra i giovani, nella seconda metà. Lili e Bianca dunque si completano e si integrano e come in uno specchio riflettono una nell’altra quella visione femminile della storia che alla violenza e all’aggressività, al dolore aggiungono la potenza dei sentimenti, della dolcezza e della tenerezza. Lili soprattutto ha saputo sorprendermi con la sua forza, la sua determinazione, la sua volontà di non farsi sopraffare dalla violenza fisica e psicologica subita nel campo di concentramento di Buchenwald (la parte più drammatica della narrazione). Conoscevo la storia della principessa Mafalda di Savoia, non che fosse stata assistita da una ragazza che si prostituiva nel Sonderbau, che la Oliva ha sostituito con Lili. È raro leggere libri, o ascoltare testimonianze di queste vicende e sebbene abbia letto libri che testimoniano anche fenomeni di prostituzione maschile nei campi, l’impatto è sempre enorme quando li si affronta. Il libro dell’Oliva si fa quindi anche testimonianza e memoria, e la sua scrittura (non calca mai la mano, mai una parola di troppo) lo rende fruibile anche a un pubblico di lettori giovani e sensibili. La scrittura dell’Oliva poi è piacevole, curata, piena di rimandi e dettagli anche poetici, pur nascondendo una forza e ruvidezza che ne determinano la peculiarità. Buona lettura!

Marilù Oliva è scrittrice, saggista e docente di lettere. Ha scritto due thriller e numerosi romanzi di successo a sfondo giallo e noir. Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi, e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Il suo libro più recente è L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (Solferino 2020). http://www.mariluoliva.net

Source: libro sia inviato dall’editore che acquistato. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Solferino.

:: Musica sull’abisso di Marilù Oliva (HarperCollins Italia, 2019)

10 giugno 2019

Adobe Photoshop PDFEsce oggi “Musica sull’abisso” il nuovo libro di Marilù Oliva, HarperCollins Italia, e si sa l’estate è il tempo ideale per leggere gialli, thriller e noir e in questo giugno ne escono parecchi anche molo belli (farò presto un post con le mie letture estive). Questo della Oliva è un thriller declinato al femminile, con una donna al centro delle indagini: l’ispettore Micol Medici, già protagonista de Le spose sepolte. Vi lascio la sinossi in attesa della recensione, presto su queste pagine virtuali.

Com’è possibile che gli ex allievi di un liceo, ora adulti, stiano morendo anno dopo anno, uno dopo l’altro, in circostanze sospette?
E com’è possibile che una canzone, scritta in latino e cantata da alcuni di loro, quindici anni prima, abbia preveduto con anni di anticipo in che modo sarebbero spirati?
Tutto parte dal caso di Gwendalina Nanni, giovane imprenditrice bolognese il cui cadavere macerato è stato ritrovato nell’ansa del Bacchiglione, chiuso come suicidio dalla polizia di Padova. I suoi familiari non ci stanno e si rivolgono alla Sezione Omicidi di Bologna, dove è stata da poco trasferita l’ispettore Micol Medici. Le ricerche vertono attorno agli ex-studenti di un liceo storico di Bologna, il Cicerone, dove si diploma la migliore gioventù della città. E subito si scopre che una classe del passato ha avuto un destino infausto: gli ex allievi sono morti tutti lo stesso giorno di anni diversi seppur con modalità apparentemente differenti, il 21 febbraio.
Cosa lega questi decessi?
Mentre le voci collegate ai fantasmi del passato compongono una storia di sopraffazioni e ferocia, Micol, con il suo metodo scientifico sporcato dall’inquietudine dei suoi sogni notturni, cerca di scoprire la verità, muovendosi sullo sfondo di una città dove ogni torre e ogni portico sembrano occultare qualcosa.
Dopo il successo delle Spose sepolte, primo caso dell’ispettore Micol Medici, Marilù Oliva ci presenta un thriller inquietante e attuale, che racconta quanto ciò che siamo oggi sia il frutto di quello che abbiamo – o non abbiamo – ricevuto.

Marilù Oliva, nata a Bologna, insegna Lettere alle Superiori. Autrice di due trilogie noir, ha vinto il Premio dei Lettori Scerbanenco con Questo libro non esiste (2016). Si occupa da sempre di questioni di genere. Ha curato le antologie Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio e Il mestiere più antico del mondo? entrambe patrocinate da Telefono Rosa. È caporedattrice di Libroguerriero.it e cura un blog su Huffington Post.

:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)

9 luglio 2015

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Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).

Source: libro inviato dall’ autore.

Disclousure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di ¡Tu la pagaràs! di Marilù Oliva a cura di Giulia Guida

5 luglio 2010

“E’ nelle notti senza pietà che devi continuare a ballare.” [Rileggendo “¡Tu la pagaràs!”, M. Oliva]

Gabriele Basilica segue da lontano il contorno accidentato del suo viso. Nascosto in un angolo buio della sala da ballo, lascia scivolare il suo sguardo sul sorriso fiero della Guerrera, sui suoi capelli arrabbiati, sulle cicatrici inchiostrate a dovere che le rigano la pelle come trincee di una terra deturpata, abbandonata da tutti, su cui le piante crescono forti per sopravvivere all’orrore del ricordo. E non ha ancora incontrato i suoi occhi, due diamanti neri, spezzati nel mezzo, lucidati da una passione irrequieta, che non trova tregua. Se non quando pratica la capoeira, arte marziale brasiliana spesso scambiata per una forma di danza. Se non quando balla nelle notti di salsa, lasciando che le sue mani e le sue gambe disegnino traiettorie sempre nuove, sconosciute anche a lei stessa. Mentre il suo corpo si trasfigura, riesce a sentirsi al centro e alla deriva di ogni cosa, perde il contatto con la realtà che la circonda, sente il battito del suo cuore sempre più veloce, che le ricorda che non sarà mai viva come in quei momenti. Perciò si fa dea tribale, fenice immortale, amazzone rapace, grido di guerra. E balla. Sotto il sole artificiale di una discoteca di Bologna, mentre il tempo si scheggia, gli spazi si mescolano, i corpi si sfiorano, i ballerini in pista cambiano maschera, almeno per una sera avranno un altro nome, un’identità diversa, una storia da raccontare che non sia quella della propria vita. E la Guerrera cambia forma: i muscoli si distendono, i tendini si sfilacciano, il sangue diventa elettrico. Elisa è pura energia, Basilica ne è come aggredito. E’ più di una donna, è una forza primitiva, un terremoto delle viscere, è una femmina di lupo. Inavvicinabile.
E intorno a lei si dimena quel bollente e stravagante universo latinoamericano che brucia di gelosie, vendette passionali, amori alcolici usati e poi chiusi a chiave chissà dove. E’ l’unica parte di mondo in cui Elisa sente di potersi liberare dal peso della sua infanzia di orfana, dalle intermittenze grigie del presente, dalle giornate stinte passate dentro la redazione-garage del temibile Torinelli ad accatastare notizie su notizie per la sua sottospecie di giornale locale. La salsa è il regno della “regla de ocha”, la santerìa, la religione africana esportata a Cuba dagli schiavi del continente, con il suo complesso santuario “yoruba” e i suoi numerosissimi “orishas”, divinità immateriali, impercettibili per l’uomo. E’ l’unico luogo in cui Elisa non deve giustificarsi, perché niente del mondo fuori ha importanza lì dentro. Quella è la sua gente, quelle sono le sue divinità. Tra il bancone di Azùk e i divanetti dove sta seduta per ore a chiacchierare con la sua coinquilina Catilina, cartomante e visionaria, vede gravitare sotto i suoi occhi tutta quella vita che non può morire né temere niente fin quando ci sarà musica su cui ballare. C’è El Cubano, il ballerino pugliese che si spaccia per nativo cubano e nasconde la sua ossessione per le donne super- size, Princesa nella sua pelliccia bianca di ermellino, vanitosa salsera dalla pelle bruna divorata dal sole, Manuela, l’insegnante di danza che dirige il locale insieme al dj El Pony, e nonostante abbia già una figlia e troppi anni per non sentirsi sola, non vuole essere messa da parte, deve avere la certezza di riuscire a piacere ancora.

E poi c’è  Thomàs Delgado sulla pista, spietato don Giovanni dei bassifondi, con cui la Guerrera porta avanti da un pò di tempo una relazione di sesso. E poi c’è Thomàs nel bagno, gli occhi forati, due buchi vuoti senza più sangue, infilzati da un oggetto contundente a due lame.
Ed ecco apparire sul luogo del delitto il fedele Mussito al fianco dell’ispettore Gabriele Basilica, personaggio maschile di primo piano in questo secondo lavoro di Marilù Oliva, già presente, seppur come figura di sfondo nel romanzo d’esordio dell’autrice bolognese, “Repetita” (Perdisa Pop, 2009, finalista premio Camaiore), nominato solo attraverso articoli di giornale. Tra le pagine di “¡Tu la pagaràs!” “Basilica assume uno spessore psicologico diverso, a tutto tondo, quello di un uomo che attraversa una profonda crisi matrimoniale e assiste stordito al crollo di tutti i suoi punti fermi. Marilù Oliva riesce a tratteggiare abilmente le debolezze, le insicurezze e il senso d’inadeguatezza di quest’uomo incamiciato, tutto d’un pezzo, che si ritrova catapultato in una dimensione da cui non potrebbe essere più lontano. Imparerà a conoscerne i meccanismi, le dinamiche umane, i rapporti di sangue grazie all’aiuto della Guerrera, valida collaboratrice nel corso delle indagini, ma anche probabile indiziata dell’omicidio di Delgado.
Per il suo secondo romanzo Marilù Oliva sceglie un approccio più diretto, che ben si adatta al ritmo movimentato del  noir d’azione, con uno svolgimento dinamico, denso di avvenimenti, in un susseguirsi di storie sapientemente intrecciate e di incontri-scontri tra i personaggi. Un romanzo, dunque, che si discosta dalla tendenza all’approfondimento psicopatologico, dettata dalla natura stessa del personaggio di  Lorenzo Cerè, ma che permette all’autrice di dar prova di un aspetto diverso della sua scrittura, meno riflessivo e più narrativo, che non lascia spazio all’approssimazione e si accompagna ancora una volta ad un’accurata conoscenza delle ambientazioni e della materia narrativa di cui si sta parlando. Un noir con i crismi, come lei stessa l’ha definito, in cui tutti i personaggi vengono spinti a forza sotto i riflettori in un barbaro faccia a faccia contro la loro imperfezione.

Autore: Marilù Oliva
Editore: Elliot
Collana: Scatti
Pp: 275
Euro: 16, 50