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:: Piergiorgio Pulixi: L’isola delle anime (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

12 luglio 2019

L'isola delle anime di Piergiorgio PulixiPiergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
La questura di Cagliari si trova di fronte alla leggenda, alla forza impressa dalla tradizione sarda, alla brutalità inaudita di una morte quasi annunciata. Da questo punto di partenza si torna indietro nel tempo e si procede in avanti attraverso il sangue che scorre e che viene donato alla terra. Senza scampo, come se fosse normale. E allora ecco comparire una lama affilata, una maschera con corna caprine e una pelle di pecora a coprire un giovane corpo. Perché e da dove arriva questo omicidio?
L’autore ci presenta due ispettrici, Eva e Mara, che dovranno affiancarsi in questa complessa indagine. Due donne che hanno ferite aperte ma sono determinate e preparate. Due caratteri opposti che non mancheranno di stuzzicarsi e di mandarsi tranquillamente a quel paese. Due protagoniste, come altri in questo noir, che devono rinascere in ogni modo e ritrovare se stesse prima di realizzare in che modo sono state “punite”. Ogni dettaglio in questo libro ha un’origine, un punto in cui si è formato. Ogni momento di sfiducia deve essere studiato senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Ogni persona sospetta ha un passato, ha paura, è ossessionata da qualcosa o qualcuno.
Ma la terra ha bisogno di mangiare e di bere se deve proteggere, e le anime che le vengono donate servono a questo.
Sacrificio, rabbia incontenibile, imprevisto, panico, misteri o maledizioni, tradimento. Sono altri temi affrontati in questo libro ricco e intenso, caldo e freddo come solo la lingua sarda sa essere, spigoloso, dallo sguardo granitico. Nessuno sconto, la posizione di ognuno deve essere mantenuta. Finché …
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Fonte: acquisto personale del recensore.

Voi di Davide Morosinotto (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

14 giugno 2019

9788858696903_0_0_626_75Torna Davide Morosinotto, uno dei più acclamati autori italiani di libri per ragazzi, con una nuova storia che mescola archetipi vecchi e nuovi, omaggi e ricordi, con il filtro sempre efficace del fantastico e in un contesto nostrano: Voi.
In una località alpina di montagna, Montemorso, verosimilmente tra Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige, i luoghi natali dell’autore, un dente di roccia crolla nel lago uccidendo un pescatore di frodo, che forse avrebbe fatto meglio a trovarsi da un’altra parte. I vecchi del paese dicono che quella era la pietra del sigillo, che proteggeva il paese dagli spiriti. Nessuno, nell’epoca degli smartphone e dell’elettricità, crede più a loro, ma poi cominciano a succedere cose, una boy scout rimane ferita durante un’escursione in montagna, il lago si increspa in onde mai viste e una donna sente suo marito, morto mezzo secolo prima.
Forse gli spiriti esistono davvero e forse possono essere davvero pericolosi, e a Montemorso, comunità comunque piccola, si diffonde il panico.
Saranno due ragazzi, due outsider, Cameron, da poco arrivato da oltre oceano, e Blu, un maschiaccio con i capelli del colore del suo soprannome, che proveranno a capire cosa sta succedendo, e che da qualche parte ci sono i Voi, un popolo venuto da un altro mondo, parte di quelli che di solito si chiamano alieni, e che susciteranno nei Noi umani reazioni imprevedibili.
Una piccola comunità isolata in cui accadono fatti straordinari e incontri con creature fantastiche, buone o cattive che siano, è un archetipo presente fin dalle leggende, molto presenti anche nelle Alpi venete e ha ispirato in tempi recenti storie amatissime e di segno diverso, da ET It, da Stranger things The stone. Come molti archetipi funziona sempre e qui serve per raccontare una storia di incanto e di paura, di crescita e di incontro con il diverso e l’ignoto, di strade da scoprire e di distacchi da compiere, in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio dove si potranno scoprire nuove possibilità di vita.
Tra le righe si potrà anche leggere una metafora del rapporto molto attuale con persone che vengono da lontano, che sono visibili a differenza dei Voi ma per molti restano invisibili e che suscitano spesso paura e intolleranza.
Voi è un libro per ragazzi dagli 11 anni in su, e senz’altro è proprio così, perché certe atmosfere, certe storie, certe paure, la voglia di avventura, la sofferenza ma anche il desiderio di crescere, sono per tutte le età, anche per chi ha già macinato altre storie del genere ma che ama sempre ritrovare la parte ragazzina di sé.
Voi è arricchito dai disegni, in copertina e all’interno, di Giordano Poloni, che regala anche una piantina di Montemorso e il suo lago.

Davide Morosinotto è nato nel 1980 in un piccolo paese vicino a Padova, e oggi vive a Bologna. È giornalista, traduttore di videogiochi e scrittore di oltre quaranta libri per ragazzi. Nel 2007 ha vinto il Mondadori Junior Award, e dieci anni dopo il “Superpremio Andersen” con Il rinomato catalogo di Walker & Dawn.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Il tempo delle streghe di Cressida Cowell (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

13 giugno 2019

51rVrNZVG0L._SX329_BO1,204,203,200_Torna in libreria Cressida Cowell, già autrice della saga di Dragon Trainer, trasposta in animazione al cinema con grande successo, con il secondo capitolo di una nuova serie, iniziata l’anno scorso e subito baciata dal successo con Il tempo dei maghiIl tempo delle streghe.
Stavolta non sono di scena i draghi, ma altre figure archetipe dell’immaginario, come maghi e streghe (e non solo), rilette in una chiave diversa, con una vena di umorismo dissacrante che conquista.
Ci troviamo di nuovo nel Bosco selvaggio, dove le Streghe sono tornate, il Re Stregone si è risvegliato e vuole trovare la Magia-che-ha-potere-sul-ferro e impossessarsene. Xar saprebbe come sconfiggerlo, e deve anche salvarsi dalla magia Malvagia che ha iniziato a infettarlo partendo da una macchia sulla sua mano. Ma il ragazzo è rinchiuso nella prigione di Gormincrag.
Nel frattempo Sychorax, la regina dei Guerrieri, convoca il Fiutastreghe e i suoi cacciatori perché scovino e distruggano le creature malefiche, da sempre loro nemiche e ora di nuovo tornate a minacciare, ma il rischio è che scoprano il segreto magico di Desideria, la ragazza guerriera in possesso di un potente libro degli incantesimi. Per Xar e Desideria si preannunciano nuove avventure, nella più improbabile delle alleanze, tra foreste, incantesimi, giganti e pericoli da sventare.
Come il primo libro, anche questo è arricchito da immagini che raccontano il testo, introducendo un nuovo modo di narrare, non graphic novel, non libro illustrato, ma un racconto con immagini, per portare in un mondo fantastico, con echi di Roald Dahl e della narrativa fantastica britannica per ragazzi in generale.
Il tempo delle streghe è un libro per giovanissimi, certo, ma ha punti di interesse anche per chi ha qualche anno in più, a cominciare dalla costruzione tra disegno e testo, e la storia, variante mai scontata sul tema del viaggio dell’eroe: del resto il fantasy è uno dei grandi generi della modernità ed è bene mettere in mano storie adatte per le varie fasce d’età.
In attesa che magari anche questa saga non diventi un film o una serie TV d’animazione: le carte in regola ce le ha comunque tutte e anche magari qualche suggerimento per le impostazioni grafiche.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Cressida Cowell, cresciuta tra una piccola isola a largo della costa scozzese e Londra, è nota principalmente per la sua serie fantasy da cui è tratta la serie di film di animazione Dragon Trainer, best-seller nei paesi anglosassoni e ora pubblicati da Rizzoli. Il tempo dei maghi è stato un grande successo nel Regno Unito.

:: Il Montacarichi di Frederic Dard (Rizzoli, 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2019
Il Montacarichi

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Parigi, inizio anni’60, vigilia di Natale.
Albert Herbin, scontati gli anni di carcere per aver ucciso la sua amante, moglie del suo principale, torna nel suo vecchio quartiere, a Levellois, al confine con il XVII arrondissement di Parigi, nella casa di sua madre, nel frattempo morta (di dispiacere?)
I ricordi dell’infanzia lo assalgono, assieme alla solitudine e al rimpianto per tutto quello che non è stato. Non sopportando più quel claustrofobico e ristretto ambiente, esce per le strade addobbate di lucine e festoni e piena di gente che si affolla per i preparativi del pranzo della vigilia.
Vaga senza meta nel tentativo di sfuggire all’angoscia. Compra in una piccola cartoleria – libreria- emporio una gabbietta di cartone argentato spolverata di quarzo con all’interno un uccellino esotico di velluto blu e giallo che si dondolava sul trespolo dorato (che ritornerà nel romanzo, tenetevelo a mente).

Sembrava di essere in una grotta fatata piena di tesori inestimabili. Le decorazioni per l’albero di Natale riempivano gli scaffali: uccellini di vetro, Babbi Natale di carta, cestini di frutta di ovatta colorata e tutte quelle palline fragili come bolle di sapone che trasformano un semplice abete in una favola.

Entra in un bar tabacchi per bere un aperitivo. Cammina sotto la pioggia vischiosa. Poi il suo destino si compie: le terribili coincidenze del fato, che lo imprigionano più delle sbarre della prigione, si materializzano sul suo cammino. Entra verso le 8 in un grande ristorante del centro:

Era una trattoria tradizionale, con specchi, perlinato, portatovaglioli, lunghe panche sormontate da piante rampicanti, buffet e camerieri in pantaloni neri e giacca bianca. I vetri erano muniti di tendine, e d’estate le piante verdi venivano spostate sul marciapiedi. Era il tipico ristorante rinomato di provincia. E rinomato doveva esserlo. Quando da bambino storcevo il naso davanti ai suoi piatti, mia madre sospirava: «Vai a mangiare da Chiclet!»

Un miraggio di felicità borghese, in cui anche sua madre fantasticava di entrare ma avevano solo e sempre visto da fuori.
Ed è lì che la vede in compagnia di una bambina: lei, a cui basta un sorriso, uno sguardo per farlo innamorare. Lei così simile ad Anna, la donna che ha ucciso tanti anni prima. La donna di cui scoprirà il nome solo all’ultima pagina.

Era strano vedere una madre e una figlia al ristorante la vigilia di Natale. Quell’immagine mi strinse il cuore. In fondo, la loro solitudine a due era più tragica della mia, che tutto sommato era una solitudine vera, gestibile.

E mentre lui si innamora, lei tesse la sua tela, come una temibile vedova nera, di seduzione e ritrosia. Escono dal ristornate, si rincontrano davanti a un cinema, e il caso, sempre lui che gioca un ruolo temibile in questa storia, li fa sedere vicini. Da lì attrazione, complicità, mani sfiorate ed è fatta. Potrebbe essere l’incontro di due solitudini ma è ben altro. Albert le accompagna a case, sale sul montacarichi, che funge d’ascensore, (sarà il montacarichi perno di tutta la storia e del diabolico piano intessuto dalla donna) e a questo punto il destino di Albert è segnato. Come quello di tutti i personaggi.
Ingegnoso, malinconico, crudele, bizzarro, tipicamente francese, Il Montacarichi (Le montecharge, Trad. Elena Cappellini) è un breve romanzo noir pubblicato in Francia nel 1961 da quel genio eclettico che fu Frederic Dard, di cui Rizzoli sta riscoprendo la principale produzione che esula dalle inchieste del commissario Sanantonio (San-Antonio nell’originale francese), serie umoristico-poliziesca che ne decretò il successo ben oltre i confini d’oltralpe.
Come già ebbi a dire recensendo Gli scellerati, Il Montacarichi, ventitreesimo romanzo pubblicato da Dard con Fleuve Noir, fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon ma questo parallelismo di ferma ai termini di catalogazione, perché Dard senza volerlo contrapporre al genio di Simenon in sterili diritti di precedenza, ha caratteristiche sue proprie se non antitetiche, perlomeno discordanti.
Insomma Dard non è la brutta copia di Simenon, è altro. È un autore in cui l’ironia e il paradosso sono capaci di emergere nelle pieghe più amare della vita, dalla solitudine, al rimpianto, dall’amore impossibile, alla beffa più amara e tragica.
Questo breve romanzo, come molti dei romanzi di Dard, fu adattato per il cinema, questo  da Marcel Bluwal,  il padre del televisivo Vidocq, nel 1962, con Léa Massari nel ruolo di Marthe Dravet, Robert Hossein in quello di Albert Herbin, Maurice Biraud in quello di Ferrie, e Robert Dalban in quello dell’ispettore.
Antieroi di questo piccolo capolavoro del noir dunque sono due assassini che si incontrano e subito non si riconoscono. E questo fraintendimento condanna entrambi a commettere errori, a giocare male le loro carte, anche se l’ago della bilancia propenderà verso uno dei due. Albert Herbin paga per il suo delitto, con anni di carcere a Marsiglia, Marthe non lo sapremo mai.
Folgorante l’attimo in cui Albert scorge due gocce di sangue sulla manica della signora Dravet, basta quello per rivelare tutto al lettore, anche se non c’è ancora un corpo, non c’è ancora un movente, non c’è ancora un crimine manifesto.
Ma esiste il delitto perfetto? No, sembra dirci l’autore, anche il piano più perfetto, più machiavellicamente congegnato ha le sue crepe, le sue discordanze, e Marthe Dravet, femme fatale che se vogliamo cade sempre in piedi, difficilmente avrà quel rigurgito di coscienza che Albert vorrebbe, ma noi lasciamoglielo sperare. Lasciamogli questa ultima illusione.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, che conta quattrocento titoli. Nel 2018 è uscito per Rizzoli Gli scellerati.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

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Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

La ragazza che voleva salvare i libri di Klaus Hagerup e Lisa Aisato (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

1 aprile 2019

983acaed-3d74-4c93-a1b8-c23a37859375Tra romanzi e graphic novel spesso ci si dimentica che esistono anche i libri illustrati, considerati spesso solo per bambini e capaci di svelare mondi sorprendenti.
La ragazza che voleva salvare i libri racconta con la storia di Klaus Hagerup e i disegni di Lisa Aisato la storia di Anna, una piccola lettrice, che vive in funzione dei libri perché grazie a loro ha scoperto mondi incredibili e trovato amici. Anna frequenta la biblioteca e scopre grazie alla signorina Monsen che i libri che non vengono dati in prestito per un po’ vengono distrutti, un problema che c’è anche nel civile Nord Europa in cui è ambientata la storia.  Per sottrarre i libri al signor Milton Berg, Anna comincia a salvarli, chiedendoli in prestito e scoprendo ad un certo punto che esiste un libro incompiuto, Il bosco segreto di Waldemar Seier, che la porta in un’avventura tra passato e presente in nome dell’amore per la lettura.
Una storia che è un inno all’amore per i libri e alla scoperta del mondo e della cultura, raccontata sapientemente per parole e immagini, in un microcosmo che parte dalla realtà ma riesce ad essere surreale e fiabesco allo stesso tempo, con la scoperta di un talento ancora poco noto nel nostro Paese, quello della disegnatrice Lisa Aisato che speriamo di rivedere presto al lavoro.
Non è la prima volta che un libro si occupa del rapporto tra i giovanissimi, soprattutto le giovanissime, e la lettura, ma La ragazza che voleva salvare i libri gioca con immagini e sensazioni, con colori e stati d’animo, raccontando tra le righe cosa succede purtroppo ai libri che nessuno vuole. Un mistero che viene svelato pian piano dalle immagini, per un racconto su quanto è bello perdersi ad ogni età tra i libri.
Senz’altro La ragazza che voleva salvare i libri è adatto ai giovanissimi, alle giovanissime in particolare, con la storia di un’altra eroina ribelle, che parte dalla sua grande passione per costruire un suo posto nel mondo. Ma è piacevolissimo anche se si è più grandi, magari se si amavano i libri già da quando si aveva l’età di Anna e si avrebbe voluto avere un libro così già tanto tempo fa. Perché tutti gli amanti dei libri, in qualche momento della loro vita, hanno provato a salvare qualche volume, che fosse da una soffitta, da un cassonetto, da una bancarella, da una panchina, dal fondo di una biblioteca.

Klaus Hagerup è nato nel 1946  ed è uno dei più noti scrittori norvegesi per ragazzi. È inoltre drammaturgo, attore e regista e ama l’italiano.

Lisa Aisato è una delle più importanti illustratrici genovesi, candidata al premio Christian Andersen e al Premio Astrid Lindgren in rappresentanza del suo paese.

Provenienza: omaggio al recensore di Claudia Fachinetti dell’Ufficio stampa Rizzoli e Fabbri ragazzi, che ringraziamo.

La casa che mi porta via di Sophie Anderson (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

25 febbraio 2019

casa-che-mi-porta-viaMarinka vorrebbe tanto essere una ragazza come le altre, e stringere amicizia con i coetanei, ma non è possibile, perché vive in una casa con le zampe di gallina che si sposta di continuo e senza preavviso, finendo nei luoghi più disparati e pazzi della Terra. Ma non è questo il suo solo problema, perché sua nonna è Baba Jaga, la strega che guida le anime dei morti da questo mondo all’aldilà, con un rituale di rigenerazione e pace, ma che non riempie certo la vita di Marinka di gioia.
Marinka inoltre è già stata prescelta a prendere il posto della nonna di guardiana della porta della vita, ma quando incontra un ragazzo che le regala un agnellino e una coetanea morta e che non vuole andare oltre la soglia, decide di ribellarsi per cambiare le regole, scoprendo la verità su se stessa e sulla nonna, e rimanendone sconvolta.
Nelle pagine di questo romanzo d’esordio impreziosito da alcune immagini ci sono echi di Tim Burton e Hayao Miyazaki, per una storia surreale e toccante, che parla di crescere ma anche di elaborazione del lutto e di affetti che possono durare oltre la morte, come quello che Baba Jaga prova da anni per Marinka, una bambina che è arrivata per caso nella sua vita e dalla quale non riesce a staccarsi, oltre che di amicizia e del sapere costruire e trovare un proprio equilibrio, anche quando si guidano i morti verso la vita dopo la vita.
Il tema del rapporto tra la vita e la morte non è nuovo per l’immaginario fantastico ma è poco frequentato nella narrativa per ragazzi, a cui La casa che mi porta via si rivolge, ed è trattato in maniera buffa ma capace in certi momenti di far venire un groppo in gola, con al centro di tutto un personaggio come Marinka, in cerca di una strada per poter essere se stessa, avere degli amici e nello stesso tempo non rinunciare a quello che si rivelerà un compito importante.
La casa che mi porta via non è comunque solo un libro per ragazzi, chi ha qualche anno in più coglierà citazioni e richiami, oltre che l’interesse dell’autrice per le fiabe e il folclore slavi, soprattutto russi, visto che Baba Jaga è un personaggio iconico di quell’universo, una strega non perfida come varie sue colleghe occidentali, ambigua e dal volto non sempre malefico, capace di confrontarsi con l’intrepida Vassilissa la Bella, a cui Marinka è vagamente ispirata. Tra l’altro, il libro suggerisce anche vari dolci e piatti tipici di quell’area, poco frequentata nell’immaginario di oggi ma davvero tutta da scoprire. Un universo che piace e interessa molto all’autrice e che tornerà a quanto pare nel suo prossimo libro, non un seguito di questo.

Sophie Anderson è nata a Swansea, in Galles, ed è cresciuta ascoltando i racconti della madre scrittrice e della nonna, che le ha trasmesso l’amore per le favole e le leggende della tradizione slava. Geologa e insegnante, vive nel Lake District con il marito e i tre figli. Le piace andare in canoa, camminare e sognare a occhi aperti. Il suo più grande desiderio è continuare a scrivere storie che spingano i bambini a esplorare il mondo e ad apprezzare la diversità. Con La casa che mi porta via ha ricevuto la candidatura per la Carnegie Medal, il più importante premio inglese per la letteratura per ragazzi.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Giappomania di Marco Reggiani con le illustrazioni di Sabrina Ferrero (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2018

image003Da molti anni ormai nel nostro Paese c’è un interesse in costante crescita per il Giappone, Paese lontano da noi geograficamente e linguisticamente, ma che esercita un sicuro fascino sia per i suoi aspetti più tradizionali, dalle arti marziali all’ikebana, sia per quelli più moderni, dai videogiochi ai manga.
Giappomania, libro illustrato su testi di Marco Reggiani si pone in maniera un po’ diversa rispetto ad altri studi in tema, presentando un viaggio in vari aspetti del Paese del Sol levante, con tavole colorate schematiche che raccontano un mondo, come futura guida per visitarlo ma anche come utile e colorato compendio per conoscerlo meglio.
Tra le pagine si viene trasportati nelle vie di Tokyo, si scoprono alcune regole fondamentali dell’etichetta giapponese, si parla di cibo, che ha altre specialità oltre il celeberrimo sushi, si scoprono le feste tradizionali giapponesi, tantissime e anche molto curiose perché derivano da varie tradizioni, ci si confronta con la lingua, complessa ma che attira sempre più studiosi, si parla delle varie arti tipiche e degli oggetti, antichi e modernissimi, dai kimono al kawai, dagli origami ai manga.
Non manca un itinerario in alcuni luoghi iconici dell’arcipelago, come il monte Fuji, la foresta di Ise, il lago Biwa, la città gioiello Kyoto, Nara con i suoi cervi, la caotica Osaka e la città martire Hiroshima, di modo da potersi già costruire un percorso per un futuro viaggio.
Giappomania, colorato e simpatico, è un libro per chiunque ami il Giappone, sia perché ci è stato sia perché sogna di andarsi, in qualunque modo abbia scoperto questo mondo fantastico, tanto lontano e tanto vicino a noi, ma è anche un libro per chi vuole sapere di più, in maniera divertente e originale, su un Paese che da decenni influenza il nostro immaginario, e che tra l’altro ama molto il nostro di Paese.
Un libro per un pubblico vario e curioso, per giovani e non solo, con tante suggestioni, scoperte e spunti su cui costruire o consolidare la propria passione.

Marco Reggiani, nato a Modena, si è laureato in Architettura e Ingegneria Edile all’Università di Bologna. Dopo aver ottenuto una scholarship dal MEXT (Ministero dell’Istruzione, della Scienza, dello Sport e della Cultura giapponese), nel 2014 è partito alla volta del Giappone dove ha conseguito un dottorato in Architettura all’Università di Tokyo (2018). Appassionato di luoghi e identità urbane, la sua attività didattica e di ricerca si concentra sull’analisi dello spazio urbano di Tokyo alla scoperta della mutevole e contraddittoria natura della capitale del Sol Levante.

Sabrina Ferrero, nata a Torino nel 1981, da dieci anni vive a Perugia. Lavora come graphic designer e illustratrice ed è autrice del blog Burabacio (in torinese “scarabocchio”). Ha illustrato e impaginato libri per bambini e ragazzi. Per Mondadori Electa ha illustrato La mia Milano, Conosciamoci meglio, Senza filtri e 100 racconti per bambini coraggiosi.

Provenienza: pdf inviato dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi di Mathilda Masters e Louise Perdieus (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

6 dicembre 2018

Crescere vuol dire scoprire il mondo e voler scoprire misteri e notizie, oggi il Web potrebbe aver mandato certi tipi di libri, amatissimi per anni, in soffitta, ma non è proprio così, e per fortuna, perché i libri possono essere impareggiabili per trasmettere notizie tra immagini e testi.
Rizzoli propone una preziosa e agile enciclopedia per i più giovani ma non solo, con tante informazioni simpatiche e curiose divise per argomenti e immagini che colpiscono fantasia e stuzzicano l’ingegno, erede di altri libri che hanno allietato le generazioni precedenti, dalla collana dei Grandi libri Mondadori ad altri esperimenti analoghi, con però un tono vasto e su vari ambiti del sapere.
321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi è un volume non mastodontico come le enciclopedie dei tempi che furono ma con un suo spessore e una sua ampiezza, ed è organizzato su dodici sezioni: i nostri cugini animali, il corpo umano, lo sport, i personaggi famosi, la Storia, la Terra, i Paesi del mondo, le scienze, lingue e linguaggi, le piante, il cibo, le stelle e l’universo. Tutti argomenti sempre stimolanti, a qualsiasi età, e si scoprono davvero tante cose interessanti, che magari anche da grandi non si sapevano o non si ricordavano e che è sempre meglio rispolverare e riscoprire.
In tempi come questi, dove girano voci non vere e dove si mettono in dubbio scienza, medicina e la cultura in generale, libri così diventano ancora più preziosi e interessanti, perché aiutano invece ad avere un’idea della vita e del sapere positiva, giusta e che stimola ad approfondire, fornendo però già tante nozioni non nozionistiche, se si perdona il gioco di parole.
Interessante poi che le autrici, sia dei testi che delle immagini, siano due donne, che mettono a frutto il loro amore per le scoperte e la cultura, oggi fondamentale più che mai, soprattutto per l’altra metà del cielo.
321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi può essere davvero il libro di questo Natale per i nostri ragazzi, ma anche un libro da regalarsi tra adulti, per riscoprire la voglia di imparare e scoprire cose nuove su noi stessi, gli animali, il mondo e l’universo, a seconda poi di cosa ci appassiona di più.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa, si ringrazia Claudia Fachinetti.

Mathilda Masters, belga, è un’esploratrice che ha viaggiato in tutto il mondo alla scoperta di Paesi e culture lontane. Le sue esperienze e avventure sono diventate le protagoniste dei suoi libri. Mathilda sa tutto su quasi tutti gli argomenti: animali, piante, storia, scienze, lingue e altro ancora.

Louize Perdieus è un’artista che riesce a esprimere nei disegni il suo grande senso dell’umorismo e la sua passione per la natura. Ha vinto il premio “Push” della gara degli illustratori Picturale 2015.

Figli di sangue e di ossa di Tomi Adeyemi (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2018

4292857-9788817105354-285x424Sembra davvero che la nuova terra del fantastico sarà l’Africa, continente su cui si è detto tutto e il contrario di tutto, spesso in prima pagina per ben altre vicende, alcune di tragica attualità. Dopo il successo di Nnedi Okorafor arriva una nuova voce, Tomi Adeyemi, con il fantasy atipico Figli di sangue e di ossa, basato sulla mitologia del Continente nero, in particolare su quella yoruba, su cui si sa poco ad essere buoni, meglio dire niente così si fa una figura migliore.
Un tempo si veneravano i maji, esseri dalla pelle d’ebano e i capelli candidi,  nelle lussureggianti terre di Orïsha, ma quando il loro legame con gli dei si spezzò e la magia scomparve, furono trucidati dal malvagio re Saran. Zélie non ha dimenticato la notte in cui vide le guardie del palazzo uccidere sua madre, impiccandola ad un albero del giardino, e decide di partire per rivendicare l’eredità dei suoi antenati. Con lei c’è il fratello Tzain, pronto a tutto pur di proteggerla e per portare avanti la loro missione, ma quello che i due giovani non hanno previsto è che il giorno che incontrano i figli di Saran tra loro si instaura una strana alchimia.
Il viaggio sarà lungo, attraverso una terra pericolosa, dove si aggirano le temibili leopardere delle nevi e dove gli spiriti sono in agguato nell’acqua, e il ridare voce ad un popolo che era stato messo a tacere sarà un’impresa ardua e non certo semplice.
Occorre chiarire una cosa: c’è chi vuole presentare il libro come il nuovo Harry Potter, e no, non lo è, e non solo per la diversa ambientazione, ma perché qui i toni sono da subito forti e per un pubblico adulto, con al centro una variante sul tema del viaggio dell’eroe che salva, con il ricordo tra le pagine dei tanti genocidi reali perpetrati nel Continente nero, non ultimo quello del Ruanda, di cui la storia narrata sembra una metafora. Un nuovo, affascinante modo di raccontare il fantasy, che ha già ispirato un fandom on line e non solo, tra fan art, cosplayer e altro ancora.
La magia è vista come un qualcosa che salva, con un richiamo al ritorno dell’animismo, alla base della cultura africana, e non è un caso che al centro di tutto ci sia un personaggio femminile, simbolo dell’antico legame tra donne e forze della natura, mentre oggi è stato detto da più parti che solo le donne possono salvare l’Africa.
Un libro complesso e fantastico, crudo, da leggere e riflettere, un apologo contro il razzismo e per la libertà dei popoli, che avrà presto un seguito e di cui si parla già di un adattamento cinematografico.

Provenienza: libro del recensore.

Tomi Adeyemi, laureata in letteratura ad Harvard e appassionata di mitologia nord-africana, a soli 24 anni è già sulle pagine della stampa internazionale per l’originalità e il clamoroso successo del suo primo romanzo. Un caso editoriale internazionale subito schizzato in testa alle classifiche americane, verrà pubblicato in 27 Paesi e diverrà un film per Fox 2000.ChildrenofBloodandBone.com

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Odissea di Omero, a cura di Giovanni Cerri (BUR Rizzoli, 1998) a cura di Enrico Frasca

10 settembre 2018

OdisseaPrima di Conrad, di Dumas, di Stevenson, c’è stato lui. Un poeta girovago, raffigurato cieco dalla tradizione, che duemila e settecento anni fa avrebbe composto le due opere cardini di una civiltà e di quelle a venire. Ora, sarebbe un esercizio futile descrivere la trama, che i giovani hanno masticato sui banchi di scuola e i grandi hanno assaporato sul grande e piccolo schermo, quindi sarà meglio passare ai vari motivi per cui sarebbe interessante dedicarsi alla lettura del grande classico.
Innanzitutto, perché Ulisse/Odisseo è uno di noi. Un uomo che rappresenta in forma embrionale l’umanità moderna, che combatte per l’affermazione del suo volere, nonostante il destino e gli dei avversi gli sbarrino la strada con numerosi ostacoli. Il re di Itaca non si arrende al suo fato, e procede per prove ed errori, con la forza del proprio ingegno e della propria astuzia, attraverso quel procedimento che Freinet chiamerà tatonnement. Come un Giobbe, patisce dolori strazianti, ma è sempre pronto a rialzarsi, dando prove di una resilienza straordinaria. E’ un uomo ricco di sfaccettature, “multiforme” lo chiama il poeta nell’esordio, che può essere un abile menzognero in un momento, e un combattente impavido in un altro. Ma è un uomo che ha la forza di riscoprirsi cittadino del mondo, un cosmopolita di quello che era il mondo conosciuto all’epoca dei fatti, che ama conoscere popoli e terre sconosciute, aprendosi al confronto e allo scambio. Una lezione che andrebbe rivalutata, al giorno d’oggi.
Senza contare che l’Odissea non è un’ opera da relegare nelle aule scolastiche per la sua intrinseca natura di poema narrativo, che alterna squarci lirici intensi al gusto della narrativa pura e fantasiosa. E poi perché è stata ed è ancora un’ opera popolare di facile presa e dal fascino insindacabile per tutte le fasce sociali e di età.
Ma l’Odissea non è solo un racconto a una voce, dal momento che emerge prepotentemente la figura del figlio Telemaco; non a caso un tempo interi libri del poema venivano definiti “libri telemacheici” proprio per la preponderanza del giovane protagonista. Telemaco è l’anti-edipo per eccellenza, fulgido esempio di devozione filiale ancor prima del pius Aeneas. Se si riflette un po’, si noterà che il fuggiasco di Troia, che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise, in fin dei conti è obbligato da un dovere che deriva dalla vicinanza fisica del genitore. Telemaco non ha mai conosciuto suo padre, partito per la guerra di Troia venti anni prima, ma e alla costante ricerca del padre, sia sullo spazio che nelle parsone che incontra. Egli non ha vissuto l’autorità né i divieti del padre, ma è alla costante ricerca del valore paterno, cerca di caricarsi sulle proprie spalle l’esempio e l’eredità di un pesante genitore che è l’orgoglio della Grecia intera. La mancanza di Odisseo ha prolungato la sua adolescenza, e lo ha reso un giovane insicuro e timoroso. Proprio per questo la dea Atena, sotto mentite spoglie, lo esorta a cimentarsi nella ricerca del padre proprio per scrollarsi di dorso l’adolescenza a lungo ritardata. In ossequio alle teorie psicologiche di Adler, ha cercato surrogati della figura paterna in altri, come il fedele porcaro Eumeo e il suo precettore Mentore, che mai lo abbandonano, e nel dolore di figlio orfano, ha riscoperto il sentimento sociale verso i poveri e gli infermi. Signori, sarebbe l’ora di riscoprire il tanto famoso patto fra le generazioni, simboleggiato dal rapporto padre e figlio, che certi politicanti dal raggio d’azione corto cercano di distruggere con leggi previdenziali ispirate all’antagonismo.
E infine, in chiusura, è il momento di occuparsi di un argomento ferale. La morte si annida ovunque nel poema di Omero. I vivi e i morti stabiliscono un contatto, come nel ventiquattresimo libro del poema, in cui le anime dei pretendenti uccisi incontrano le anime dei grandi condottieri greci periti nell’assedio di Troia. Per l’antico greco, la morte era un tema fondamentale, e che deve tornare ad essere un tema fondamentale, anziché essere rimosso a tutti i corsi dalle discussioni. Perché sentendo il fiato della morte sul collo, Odisseo ha potuto trovare la spinta per tornare in patria, perché l’incombenza della precarietà del vivere gli ha fornito la mola della progettualità del uso viaggio.
Signori, riscoprite il lascito della cultura classica con un’ opera che rimane ancora un tassello fondamentale della coscienza europea.

Omero (in greco antico: Ὅμηρος, Hómēros) è il nome con il quale è storicamente identificato il poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca. Nell’antichità gli erano state attribuite anche altre opere: il poemetto giocoso Batracomiomachia, i cosiddetti Inni omerici, il poemetto Margite e vari poemi del Ciclo epico.
Già dubbie le attribuzioni della sua opera presso gli antichi, a partire dalla seconda metà del Seicento si iniziò a mettere in discussione l’esistenza stessa del poeta, dando inizio alla cosiddetta “questione omerica”.

Source: acquistato tre anni fa in libreria dal recensore.