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:: Piergiorgio Pulixi: L’isola delle anime (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

12 luglio 2019

L'isola delle anime di Piergiorgio PulixiPiergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
La questura di Cagliari si trova di fronte alla leggenda, alla forza impressa dalla tradizione sarda, alla brutalità inaudita di una morte quasi annunciata. Da questo punto di partenza si torna indietro nel tempo e si procede in avanti attraverso il sangue che scorre e che viene donato alla terra. Senza scampo, come se fosse normale. E allora ecco comparire una lama affilata, una maschera con corna caprine e una pelle di pecora a coprire un giovane corpo. Perché e da dove arriva questo omicidio?
L’autore ci presenta due ispettrici, Eva e Mara, che dovranno affiancarsi in questa complessa indagine. Due donne che hanno ferite aperte ma sono determinate e preparate. Due caratteri opposti che non mancheranno di stuzzicarsi e di mandarsi tranquillamente a quel paese. Due protagoniste, come altri in questo noir, che devono rinascere in ogni modo e ritrovare se stesse prima di realizzare in che modo sono state “punite”. Ogni dettaglio in questo libro ha un’origine, un punto in cui si è formato. Ogni momento di sfiducia deve essere studiato senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Ogni persona sospetta ha un passato, ha paura, è ossessionata da qualcosa o qualcuno.
Ma la terra ha bisogno di mangiare e di bere se deve proteggere, e le anime che le vengono donate servono a questo.
Sacrificio, rabbia incontenibile, imprevisto, panico, misteri o maledizioni, tradimento. Sono altri temi affrontati in questo libro ricco e intenso, caldo e freddo come solo la lingua sarda sa essere, spigoloso, dallo sguardo granitico. Nessuno sconto, la posizione di ognuno deve essere mantenuta. Finché …
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2018) a cura di Federica Belleri

20 giugno 2018

imagesRosa Lopez dalla Calabria viene trasferita a Milano. È una donna preparata, non più giovanissima ma atletica e prestante. È Commissario nella sezione Antiterrorismo. Nella terra che ha lasciato sono rimasti i membri della sua vecchia squadra, amici fraterni che nei suoi riguardi hanno un legame profondo. Rosa si è innamorata, ha sofferto e continua a soffrire per un amore che non potrà più essere corrisposto. Milano le fa spazio tra colori cupi. Milano, che è protagonista insieme a Rosa di questo nuovo romanzo di Piergiorgio Pulixi, per la collana Nero Rizzoli. Per l’autore è un ritorno con una storia intrecciata in altre. Storia dai toni noir, dalle sfumature del giallo e dal ritmo thriller, che tocca nel profondo la complessità dei sentimenti. Pulixi dimostra ancora una volta le sue capacità tecniche e stilistiche, facendo camminare il lettore sul filo della paura. Ci propone una trama verosimile e angosciante al punto giusto. Rosa dirigerà una squadra nella lotta contro l’Islam estremo, fanatico e terroristico. Non solo, dovrà porre attenzione anche alla ‘ndrangheta e alle infiltrazioni mafiose in generale. Avrà scarse possibilità di abbassare la guardia. Una condizione la sua non facile da sostenere, soprattutto essendo una donna. Rosa purtroppo non ha una vita personale e il suo privato è schivo e marginale. “A Milano il Male non dorme mai”, troviamo questa frase in copertina. È così, il Male si annida da anni in luoghi insospettabili dai quali persino le forze dell’ordine stanno alla larga. Rosa e il Male si affrontano, alla disperata ricerca di una verità scomoda e dolorosa. Rosa e il Male si guardano negli occhi e sostengono il rispettivo sguardo; in guerra non è permesso cedere, altrimenti si muore. Il Male non ha volto, oppure ne ha diversi e fra i più insospettabili. Si nutre della paura di chi ne è vittima, del rancore e del desiderio di vendetta. Lo stupore della notte, lo stupore della complicata verità di Rosa, della sua sofferenza e di quanta sia in  grado di sopportarne. Cosa è disposta a lasciarsi alle spalle e cosa invece porterà con sé per sempre?
Allievi e Maestri, bugie e segreti. In un mix perfetto all’altezza delle migliori serie tv crime.
Editing preciso, parole che marchiano la pelle. Capitoli brevi e crudi, capaci di catapultare il lettore in una sala cinematografica, senza dargli modo di alzarsi dalla poltrona. Una visione diretta e assolutamente verosimile di fatti che potrebbero accadere anche nel nostro paese.
Un’ottima lettura che vi consiglio senza alcun dubbio.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Source: omaggio dell’editore.

:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016
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Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Piergiorgio Pulixi

22 dicembre 2014

appuntamentoBentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?

Ciao Giulia, è un piacere essere di nuovo qui. Mi trovo molto bene. Hai sempre la sensazione di essere al centro del mondo, e la città pulsa di energia giorno e notte. E sicuramente un luogo speciale per me.

E’ uscito da poco un tuo breve romanzo per EO, L’appuntamento. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea è nata da diverse scintille. Una sicuramente è stata l’aver visto una sera che sono andato a cena fuori una donna sola al tavolo di un ristorante: dalle sue espressioni, dai suoi sguardi, dai suoi tic nervosi, era chiaro che stesse aspettando qualcuno. Io ho iniziato a mangiare, primo, secondo… ma lei era sempre sola, e il suo appuntamento non arrivava. Dolce, caffè, ammazzacaffè… e lei sempre sola. Alla fine, quando me ne sono andato, lei stava ancora aspettando. “Chi?” mi chiesi, “e perché non ti arrendi all’idea che ti ha dato buca?” da lì la mia mente ha iniziato a lavorare alla storia… perché effettivamente forse non stava aspettando ma era costretta ad aspettare.

In questo libro tratti temi di stretta attualità: l’usura, la sicurezza informatica, la violazione della privacy. Che riflessioni pensi farà un tuo ipotetico lettore una volta chiuso il libro? C’è qualche messaggio che hai voluto trasmettere?

Penso di sì. Io volevo soltanto far riflettere il lettore sul fatto che ormai gran parte delle nostre vite è sul web, e tutti noi abbiamo ormai un’identità reale e un’identità virtuale, e abbiamo consapevolezza di quali siano i limiti di entrambi. Però in qualche modo quando stiamo davanti al pc questi limiti si sfumano fino a confonderci, non per noi, ma per chi ci osserva… Mi spiego meglio: lo schermo che abbiamo davanti è come se fosse un vetro come quelli a specchio nelle stanze per interrogatori della polizia: tu vedi riflesso te stesso, ma in realtà dall’altra parte c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva, e ti giudica. Internet è un po’ così: quando noi postiamo su FB, mitragliamo tweet, etc, dall’altra parte c’è qualcuno che ci giudica sulla base della nostra “identità virtuale” che percepisce come una summa tra quella reale e quella che invece reale non è. Ciò è sicuramente affascinante, ma anche molto pericoloso.

La prima parte è decisamente spiazzante. Un uomo e una donna ad un tavolo di un ristorante, intenti a combattere una piccola guerra fatta di umiliazioni, e offese. Mi sono sentita a disagio anche solo leggendo quelle pagine. Da pochi giorni si è svolta la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in che misura secondo te le violenze psicologiche sono diffuse nel tessuto sociale? Sono altrettanto devastanti quanto le violenze fisiche?

Secondo me sì. Viene data a questo tipo di violenza un’attenzione minore, nonostante – a mio parere – sia un tipo di violenza molto più diffusa, soprattutto in ambiente lavorativo. Tutti noi siamo bombardati soprattutto a livello mediatico da un tipo di violenza molto materiale, morti, omicidi, torture, etc. Molta di questa violenza appariscente e splatter va addebitata a noi romanzieri, agli sceneggiatori e ai creatori di videogiochi, e in qualche modo ormai siamo tutti assuefatti al sangue, alle botte, e così via (nonostante non ci si dovrebbe mai abituare alla violenza, di qualsiasi genere sia); la violenza psicologica, quella fatta di umiliazioni, spersonalizzazione, processi di de umanizzazione, è dilagata in seguito alla crisi economica che ha avuto grosse ricadute anche a livello sociale e personale, ma soprattutto, ripeto, a livello lavorativo, dove chi è in una posizione privilegiata può abusare del potere economico/contrattuale che possiede, rifacendosi su chi invece non ha alcun tipo di potere contrattuale. Questo è un incubo degno di un horror.

La manipolazione dei dati, dei flussi di informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, sembra il passo successivo alla semplice violazione della privacy. Ciò che descrivi nel tuo libro, sebbene portato alle estreme conseguenze, non è comunque uno scenario tanto fantastico. Su che basi hai costruito tutto questo? Hai parlato con veri hacker? Con tecnici informatici che lo fanno realmente?

Sì, entrambe le figure. A un certo punto mi sono reso conto che le cose di cui stavo scrivendo, sebbene basate su ricerche e piccole inchieste, mi sembravano fantascienza; a quel punto ho avuto la necessità di sentire il parere di persone che ne sapessero più di me e che potessero confermarmi o meno alcuni passaggi. Diciamo che mi hanno detto che ci sono andato leggero, e basta pensare al virus Regin, o allo scandalo SonyGate, o alla falla nella tecnologia SS7 che permette di intercettare qualsiasi cellulare in qualsiasi parte del mondo, per capire che avevano perfettamente ragione.

Giochi la trama su un concatenarsi di colpi di scena e cambi di punti di vista. Nessuno dei personaggi è quello che appare in un primo momento. Come mai questa scelta?

È una delle regole del noir che prendo come bussola. “Nel noir nulla è mai come sembra” l’ha detto Jim Thompson, uno dei miei autori preferiti. Per me è diventato un principio cardine delle mie storie.

Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, il controllo che si può esercitare in un mondo sempre più virtuale e fragile. Il protagonista, lo possiamo definire un malato di controllo? Quando si sente vittima lui stesso, si scatena, e scatena tutta la sua violenza in modo estremo. Ma non ha fatto i conti con la sua vittima. Anche lui in fondo è una vittima?

Fondamentalmente tutti noi siamo vittime. Vittime di noi stessi, in primis. Vittime della società, della cultura vigente, delle scelte di chi ci ha preceduto. Paghiamo le conseguenze di una realtà a cui apparentemente non possiamo ribellarci, e questo crea conflitto e crisi che non è solo economica ma anche identitaria. Nello specifico l’uomo del romanzo è vittima della noia: è una persona ricca, ricchissima, potente, influente, ha una posizione privilegiata rispetto al 99% delle persone comuni, ha davvero tutto, eppure è annoiato. Allora per combattere questa stasi di brividi, elabora tutta una serie di perversioni che hanno a che fare con le vite degli altri. Giocando con le vite degli altri si sente vivo. Questa è la sua condanna, o meglio, è la condanna della donna che è costretta a “godere” della sua compagnia quella notte. Sul “paso doble” tra vittima e carnefice… lasciamo un po’ di suspense.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Uscirà per le Edizioni E/O ad Aprile 2015 un nuovo romanzo di genere thriller intitolato “Il Canto degli innocenti” che inaugurerà una nuova serie, e nell’autunno del prossimo anno torneranno Mazzeo e le sue pantere con il terzo romanzo della saga. In primavera e d’estate inoltre sarò ospite di due antologie di racconti con un altro dei miei personaggi seriali, il commissario Carla Rame… Grazie a te per la tua gentilezza e disponibilità. A presto.

:: Un’ intervista con Piergiorgio Pulixi

30 luglio 2012

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.