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:: La signora del martedì di Massimo Carlotto (Edizioni E/O 2020) a cura di Federica Belleri

3 febbraio 2020

La signora del martedì Massimo CarlottoMassimo Carlotto torna in libreria con un romanzo completo, ricco e come sempre molto attuale. Una storia legata a personaggi speciali e al mestiere di vivere. Ma vivere cosa? Una vita diversa, forse. Una vita migliore, si spera. Una vita dove non vengano presi in giro, additati, costretti a mentire a se stessi e agli altri. Perché non è facile essere un porno attore che deve salutare per sempre la scena. Non è facile essere una donna etichettata come assassina e puttana. Non lo è sentirsi femmina nel corpo di un uomo. Non è semplice nascondersi dietro un’ora di sesso senza coinvolgere i sentimenti.
L’autore ci racconta la solitudine e la paura di non sapersi prendere cura della propria salute. I legami famigliari, complicati e spesso falsi. Le amicizie, iniziate quasi per caso, che si modificano nel tempo e si intrecciano. La voglia di fuggire cercando di dimenticare tutto. I sogni quasi impossibili da afferrare.
Ma ci racconta anche di un territorio che sta scordando la tradizione per spostarsi verso il grande mercato. Un territorio sempre più malandato a causa dell’inquinamento. La prostituzione e la droga sempre presenti. La crescita a dismisura dei social, che etichettano e denigrano. Il giornalismo come arma potente per buttare fango dove non serve. La giustizia, con i suoi tempi e modalità a volte assurdi.
Ma, alla base, una bellissima scrittura. Fluida, interessata, sentita. L’amore e le emozioni malinconiche che prevalgono. La musica, sempre presente nei libri di Carlotto e i distillati, descritti con parole poetiche. E il caso, da non dimenticare. In grado di dare inizio a tutto, confondendo strade e idee.
Un romanzo ottimo. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe, con le illustrazioni di Alessandro Sanna (2014), La banda degli amanti (2015), Per tutto l’oro del mondo (2016) e Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane (2017).
Sempre per le Edizioni E/O cura la collezione Sabot/age.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).
Per Rizzoli ha pubblicato nel 2016 Il Turista.
I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

Source: acquisto del recensore.

Red Girls di Sakuraba Kazuki (E/O, 2019) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2020

cover_9788833571584__id2994_w600_t1562752022__1xA oltre dieci anni dall’uscita in Giappone, è arrivato in Italia Red Girls di Sakuraba Kazuki, una saga al femminile attraverso tre generazioni di donne, vissute nel Paese del Sol levante dal dopoguerra ad oggi, tra tradizione e modernità, interessante da vari punti di vista e non solo perché immerge in un mondo che ormai non viene sentito tanto lontano.
La prima donna che incontriamo è Man’yō, una bambina lasciata da una popolazione che ancora negli anni Quaranta del secolo scorso viveva in maniera nomade sui monti, adottata da una coppia nel villaggio di Benimidori: Man’yō ha il dono della preveggenza, e purtroppo scopre prima che persone a lei care moriranno, un segreto che deve tenere nascosto e non è il solo: la sua vita si incrocia con quella della ricca e potente famiglia Akakuchiba, proprietaria di un’importante fonderia sulle montagne che ha cambiato il volto alla zona introducendo la modernità in mezzo a una società ferma al passato, e del suo complicato erede, una delle tante persone di cui la ragazza vedrà la fine.
Man’yō ha una figlia Kemari, ragazza ribelle che cresce nel Giappone anni Settanta, diventando per diverso tempo parte di una banda di motocicliste che scorrazza in zona, salvo poi raccontare la sua esperienza in un manga che diventa popolarissimo, consacrandola tra le migliori autrici della sua generazione, una fama che brucerà e avvolgerà la sua vita.
Tōko è la figlia di Kemari, l’io narrante della storia, una giovane donna che si autoproclama inutile, come molte altre persone della sua generazione: non ha ereditato le facoltà della nonna e il talento artistico della madre, e nel cercare di ricostruire le loro storie cercherà un posto nel mondo, ma anche di risolvere il mistero legato a Man’yō che poco prima di morire ha detto Sono un’assassina.
Una storia al femminile, che racconta con atmosfere sognanti ma sguardo attento alla realtà, i cambiamenti di un Paese che è passato da un mondo agricolo legato a leggende e folklore ad essere una potenza moderna, senza dimenticare però la sua anima, cambiamenti che hanno toccato le donne, anche lì alle prese con una difficile affermazione di sé, aiutata comunque anche dalla creatività e della cultura pop, che in manga e anime ha trovato un elemento molto importante.
Nelle pagine di Red Girls si parla di industrializzazione e isolamento sociale, degli hikikomori e degli otaku, di tradizioni e modernità, del rapporto tra città e campagna, in una storia per cui l’autrice, come respiro, si è ispirata più che ai suoi connazionali, a maestri del realismo magico come Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende.
Un libro comunque per chi ama il Giappone di ieri e di oggi, a cominciare da quello legato a manga e anime, ma anche una saga familiare insolita e affascinante, dove si parla di lutto, gioia, legami, affetti, creatività, voglia di vivere, ricerca della verità e scoperta del mondo.

Sakuraba Kazuki è nata nel 1971 e ha iniziato la sua carriera al college, scrivendo sceneggiature e fanfiction ispirate ai videogiochi. Con Red Girls ha vinto il Mystery Writers of Japan Awards. Per My Man, un racconto sull’amore incestuoso tra un padre e una figlia, ha vinto il Naoki Prize nel 2008. È conosciuta per essere una nota bibliofila e legge più di 400 libri l’anno.

Provenienza: libro del recensore.

Torna la saga degli Otori di Lian Hearn a cura di Elena Romanello

17 gennaio 2020

cover_9788833571775__id3094_w600_t1576066158__1xA distanza di quasi quindici anni dalla prima uscita italiana, ormai fuori catalogo, torna in libreria per le Edizioni E/O la saga di Otori, scritta da Lian Hearn, pseudonimo di Gillian Rubinstein, autrice inglese di libri per bambini e ragazzi, che ha vissuto in giro per il mondo, fino ad approdare in Australia.
Per scrivere questi tre romanzi l’autrice si è trasferita per un periodo in Giappone, dove ha studiato le tradizioni e la Storia del luogo: infatti le avventure descritte nei libri sono basate su vicende avvenute nel Paese del Sol levante tra il XIII e il XIV secolo, anche se tutto è avvolto in un’atmosfera fantasy, con temi moderni come femminismo, eutanasia e libertà religiosa presenti tra le righe che arricchiscono la narrazione.
Non resta quindi che immergersi o reimmergersi nel Giappone medievale e fantastico dove vive il giovane Takeo, cresciuto in una comunità che ripudia la violenza e dove i suoi membri verranno massacrati dagli uomini di Iida, il capo dei clan dei Tohan.
Takeo viene salvato da Shigeru, nobile a capo degli Otori e verrà coinvolto suo malgrado nelle lotte tra i signori della guerra, in un contesto fantastico certo, ma basato su fatti veri, mentre il Giappone rischiava di venire invaso da Gengis Khan, cosa che poi non avvenne.
Takeo però nasconde un segreto, possiede di poteri prodigiosi, che lo rendono molto importante e una possibile arma al servizio della fazione che lui deciderà di seguire.
Takeo però è diviso tra l’ideologia di non violenza dentro cui è cresciuto e la voglia di vendicare cosa è stato fatto alla sua gente: in parallelo si innamora della bella Kaede, e dovrà scegliere cosa essere, se diventare un guerriero temuto o scegliere un’altra strada, mentre la sua ricerca lo condurrà fino alla fortezza di Inuyama, a camminare sul “pavimento dell’usignolo”. Ma quella notte l’usignolo canterà?
Il primo libro della serie, Il canto dell’usignolo, è quindi disponibile di nuovo in libreria, gli altri seguiranno a ruota: la saga di Lian Hearn si rivolge ad un pubblico vasto, anche di giovani e giovanissimi, ed è consigliata a tutti coloro che amano il Giappone, sia partendo da una visione più classica, storica e tradizionale sia da quella fornita dalla cultura pop e dei manga, che spesso hanno attinto anche da questi mondi lontani ma sempre affascinanti.
Un libro quindi da scoprire e riscoprire.

:: Ossigeno di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2019) a cura di Eva Dei

17 settembre 2019

OssigenoUn container, pochi metri quadrati per contenere quattordici anni di vita vissuta, per crescere, passare da essere una bambina a essere un’adolescente, fino a diventare una donna. Dagli otto ai ventidue anni, Laura vive tra quelle mura di metallo prigioniera dello stimato professore di antropologia Carlo Maria Balestri. Per la mente malata del mostro lei è una cavia, un esperimento: tutto è studiato e calcolato per modellare la sua mente, il suo carattere. Per punirla la ignora fino a renderla debole e remissiva, la lascia nel suo brodo in quel container per giorni; invece per indurla a fare quello che vuole usa la tecnica del bastone e della carota. Laura compila album da colorare, risolve rebus matematici, riempie interi quaderni di esercizi e se è abbastanza brava riceve un premio. Quando è più piccola si tratta di biscotti, cioccolata, una bambola, man mano che cresce uno walkman, dei libri, ma anche le sigarette, perché tutto ciò che costituisce un vizio, una dipendenza, la lega ancora di più al suo volere. Crescendo anche gli esercizi a cui la sottopone si fanno più difficili: lezioni di inglese in cassetta, temi da svolgere che si trasformano in veri e propri saggi di antropologia e sociologia. Laura descrive il mondo esterno chiusa in una scatola di ferro e le sue riflessioni finiscono rimaneggiate e rimpolpate nei libri del suo rapitore:

Il professor Balestri si è costruito un allenatore per non uscire dai giochi e spegnersi a poco a poco in vista della pensione (…)”.

Ma un giorno qualcuno apre la porta del container e Laura è libera; il mostro del golfo, come viene definito dai giornali Balestri, viene arrestato e tutto apparentemente potrebbe convergere verso una futura tranquillità, ma in realtà la mano che ha aperto la porta di quella prigione ha scoperchiato il vaso di Pandora: nessuno è più libero, ognuno è prigioniero dei suoi demoni. C’è Luca, che scopre di essere figlio di un mostro e ha paura di averne ereditato il tarlo, Anna, la madre di quella bambina rapita, che si ritrova davanti una figlia che le appare come un’estranea e poi c’è lei, Laura che deve imparare a vivere là fuori, oltre la soglia di quel container. Resta solo una domanda: chi ha rinchiuso chi?

Se c’è qualcosa di sbagliato non riesci a capirlo. Senza la gabbia non sei niente. Tutti credono il contrario, ma la verità è questa: non sei mai uscita da lì.”

Sacha Naspini torna in libreria a più di un anno di distanza dal suo ultimo libro con Ossigeno (Edizioni E/O). Con una storia completamente diversa da Le Case, l’autore ci porta in un universo narrativo che si apre e chiude su sé stesso come delle matrioske. Tutta la narrazione si gioca sullo spazio che si dilata e restringe intorno ai personaggi, dandoci un senso di claustrofobia e tensione crescente.
Ossigeno ha tutti gli elementi per essere un thriller, ma rinuncia a questa definizione nel momento stesso in cui Naspini sposta il focus narrativo. Carlo Maria Balestri, padre affettuoso e stimato professore, ma allo stesso tempo mostro responsabile della segregazione e scomparsa di almeno tre bambine, viene assicurato alla giustizia all’inizio del primo capitolo. Con quel “Vennero a prenderlo alle otto di sera” Balestri entra ed esce di scena, resta ovviamente nei ricordi delle vite che ha segnato, ma Naspini non vuole indagare il lato oscuro di questo nuovo dottor Jeckyll – mister Hyde, capire perché ha agito in questo modo, cosa gli accadrà una volta catturato. No, la sua attenzione è tutta per quelli che restano: Luca, Anna, Martina e ovviamente Laura.
Ritroviamo lo stile narrativo di Naspini che, alternando le voci narranti, frammenta la realtà restituendoci la storia pezzo per pezzo. Quando il puzzle sembra dare forma a un disegno, nell’ultimo capitolo l’autore sparpaglia tutte le tessere, disorientando il lettore e conducendolo in un tempo e in un luogo apparentemente estraneo all’intera vicenda.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, che vi lascerà con un puzzle tridimensionale in mano, perché la verità non è mai una sola: ha sempre più facce.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Il giardino dei mostri di Lorenza Pieri (edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

14 settembre 2019

Il giardino dei mostri di Lorenza PieriHo acquistato questo libro con curiosità, perché legato alla terra di Maremma che amo in modo particolare. L’autrice, di cui non avevo ancora letto nulla, mi ha colpita davvero. Il suo romanzo è un omaggio al Giardino dei Tarocchi, ma è anche la storia di rinascita di una terra paludosa e inospitale. La scrittrice ha dedicato ciascun capitolo a un Arcano Maggiore. Ogni capitolo ha un valore e un significato preciso. Le descrizioni e le immagini della Maremma sono protagoniste, insieme a personaggi che non si dimenticano e ai mitici anni ’80 che fanno da cornice. I contadini hanno gli stivali sporchi di sterco e fango, ma cominciano ad alzare gli occhi ai primi turisti e ad affittare le stalle, le vecchie e umide stanze che non usano. Cosa mai ci troveranno questi ricchi istruiti in un casale mezzo diroccato e polveroso? Mah …
I giovani di campagna si scontrano con quelli che provengono dalla città. Prevale la curiosità mista a diffidenza. Prevale il pregiudizio e la voce del popolo.
Nel frattempo un’artista originale ha acquistato un’intero poggio, non senza difficoltà, e sta iniziando a creare qualcosa di davvero unico. Un Giardino magico, meta e rifugio di alcuni personaggi della storia.
La vita in Maremma è sacrificio e sudore, zero spazio per le emozioni e i sentimenti. Ma fuori da lì ci sarà pur qualcosa da vedere, o no?
Genitori e figli semplici si scontrano con persone false e costruite. Abituate a un certo tenore di vita, dove ogni capriccio viene soddisfatto velocemente. Amicizia e odio a contrasto. Sofferenza e maschilismo imperano. Anime belle si sentono a disagio perché non sanno come esprimersi. La bruttezza viene criticata e derisa, l’identità sessuale incerta è un difetto, una malattia.
Ma il giardino dei mostri è il giardino di tutti noi, è lo spazio che racchiude il nostro egoismo, il malessere e il malcontento provocati dal denaro. È l’orrore di essere manipolati e presi in giro. È l’ignoranza che rimbalza contro la scaltrezza. È la voglia di provare a uscirne per sentirsi liberi, ricevendo gli stimoli giusti.
Tra i paesaggi ricchi di sfumature, odori e profumi ho amato la forza di Annamaria e Saverio. Fratello e sorella uniti ma distanti, capaci di tenere duro e di superare tante vicissitudini.
Romanzo molto bello, che vi consiglio di leggere.

Lorenza Pieri è nata a Lugo di Romagna ma ha trascorso infanzia e adolescenza in Toscana. Dopo gli studi universitari a Siena e Parigi ha lavorato per quindici anni nell’editoria. Dal 2014 vive negli Stati Uniti dove alterna la scrittura di narrativa a quella giornalistica e drammaturgica, nonché alla traduzione letteraria. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato il suo primo romanzo, Isole minori, che ha vinto quattro premi ed è stato tradotto in cinque lingue.

Fonte : acquisto personale

:: Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019

1Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Il suo Corpo si confronta e si scontra con il piccolo Corpo uscito da lei, i suoi seni lo nutrono, i suoi pianti la annullano. Cosa prova per suo Figlio, cosa vuole per il suo futuro? Ma soprattutto, cosa desidera per sé e solamente per sé questa donna? Quali sono i suoi bisogni quando la sua mente fa troppo rumore e si sente annullata?
Corpo a Corpo sbatte il lettore al muro, lo inchioda alle responsabilità genitoriali. Lo catapulta nell’egoismo necessario per sopravvivere, nel disagio delle fragilità, nella paura di non poter controllare tutto. Intanto la vita scorre in centocinquantasei pagine, questa madre evolve e si accascia su se stessa e questo bambino, che si chiama Arturo, cresce. Ottimo editing, ottima trama, ottima lettura.

Silvia Ranfagni insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. Corpo a corpo è il suo primo romanzo. Come tanti mammiferi, ha anche prodotto vita, un’impresa estenuante.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Clicca sulla cover per l’acqusito

Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge, un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente ad auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Stagione di cenere di Pasquale Ruju (Edizioni E/O 2018) a cura di Federica Belleri

10 luglio 2018

Stagione di cenere di Pasquale RujuLa Sardegna brucia, per il calore del sole e del fuoco. Le fiamme si alzano improvvise e inarrestabili e il vento le porta nei punti giusti.
Franco Zanna, fotoreporter. Ha cambiato vita, nome e abitudini. Ha un vuoto nel cuore lasciato dalla precedente esistenza, un amore mai dimenticato, che ogni tanto torna nei pensieri e nei sogni. Ha una figlia che ama più di se stesso, ma vede giusto un paio di volte all’anno.
L’isola si sta popolando di turisti e Zanna ha il suo bell’impegno nel cogliere vip e stelline varie con la sua Canon. Anche questa volta si troverà nel posto giusto al momento sbagliato e si metterà nei guai.
Non riuscirà proprio a tirarsi indietro e si infilerà in affari sporchi di personaggi senza scrupoli, ricchi e infami. Uomini per i quali la vita altrui non ha alcuna importanza, si può cancellare con un accendino, pur di seguire il proprio interesse. Tutto per il vile denaro.
Franco Zanna subirà lo sguardo di una ragazza rimasta senza padre, morto in un incendio e avrà modo di ascoltare l’implacabile parere dello zio Gonario, l’uomo che lo ha aiutato a rinascere dal suo passato.
Pasquale Ruju ci porta ancora una volta in una terra unica e spettacolare, legata alla tradizione delle piccole realtà, dove “lo straniero” è guardato con sospetto e gli investimenti moderni portano scompiglio, rabbia e desiderio di combattere il nuovo che avanza.
Un romanzo questo, ricco di descrizioni e di ambientazioni. Ottima la trama, che trascina il lettore in un’indagine parallela, di morte e di fumo. Si percepisce il senso di soffocamento e di impotenza di fronte al fuoco che avanza senza sosta. Ci si indigna davanti a chi inganna, senza rimorso. Si prende più di una posizione, durante la lettura, perché nulla è esattamente come ci viene mostrato.
Nonostante l’orrore della morte, non manca l’aspetto sentimentale ed emotivo della storia, che concede delicatezza e un sorriso speciale.
Ottimo editing. Complimenti all’autore e ai curatori della collana Sabot/age, Colomba Rossi e Massimo Carlotto.
Assolutamente da leggere.

Source: omaggio al recensore dell’editore.

:: L’età d’oro di Joan London (e/o edizioni 2017) a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2017

età d' oroFrank Gold è il protagonista de “L’età d’oro”, romanzo di Joan London, libraia e scrittrice australiana. La storia è ambientata nella terra dei canguri dopo la Seconda guerra mondiale e ha per protagonista Frank, un ragazzo ebreo ungherese, scampato al conflitto bellico e trasferitosi con la sua famiglia nel nuovo continente. Fin qui tutto bene ma, purtroppo, non sempre le cose vanno bene e allora, scopriamo che Frank è ricoverato al The Golden Age, un sanatorio nel quale ci sono molti ragazzi affetti da poliomielite. Frank, vive in ospedale, perché le sue gambe non sono come tutte quelle degli altri, ma questo non gli impedisce di godere di una sana curiosità che lo spinge a voler conoscere la realtà nella quale si trova. I problemi di salute accomunano Frank a Sullivan e a Elsa. Il primo è un altro paziente ricoverato nella casa di cura anche se, rispetto a Frank, le sue condizioni sono molto più gravi (lui proprio non cammina). I due ragazzi entrano in empatia, perché entrambi hanno una passione comune: la poesia. Per loro creare versi poetici è una sorta di mezzo di salvezza per aver un contatto (anche se solo immaginato) con la realtà esterna che non possono vedere e vivere. Poi c’è Elsa, una ragazzina con la quale Frank lega subito, poiché tra loro c’è empatia e anche una profonda complicità che li unirà sempre più. Sarà proprio la trasformazione della loro amicizia in qualcosa di più simile all’amore a scombinare per sempre le loro esistenze. “L’età d’oro” della London è un romanzo di vita che affronta il senso di spaesamento determinato dalla malattia e il titolo del libro non è solo il nome del sanatorio dove stanno i personaggi principali. È anche la fase dell’età nella quale Frank ed Elsa vivranno esperienze e sentimenti così intensi, da volerli custodire come se fossero dei beni preziosi. Nel caso di Frank e di Elsa, è vero entrambi si rendono contro di essere “diversi” e di vivere in una dimensione tutta loro, ma con la fantasia e con l’immaginazione riescono ad andare avanti giorno per giorno. In verità, la malattia grava molto di più sulle loro madri. Ida, mamma di Frank e pianista, non solo non riesce ad accettare quello che ha il figlio. No. Lei non ce la fa ad amalgamarsi con la nuova casa e nemmeno con la nuova terra nella quale si è trasferita. Dall’altra parte Margaret, la mamma di Elsa, pure lei completamente incapace di accettare la sindrome della figlia e di sperare in una possibile guarigione. La London prende il lettore per mano e lo trascina nell’Australia degli anni Cinquanta, dove ci sono molto immigrati sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, dove arriva la Regina d’Inghilterra a fare visita alle sue gente e dove impera –purtroppo- la poliomielite. La famiglia di Frank rappresenta il Vecchio continente arrivato in quello Nuovo del tutto sconosciuto (l’Australia con la sua gente). Un mondo del passato che prova, a fatica, a dimenticare e superare i ricordi della sofferenza scatenata dal conflitto. La sfera adulta presente del libro è minata da una sorta di pessimismo che le impedisce di capire che per molti ostacoli esistono i mezzi giusti per superarli. Frank ed Elsa sono sì separati dalla vera realtà, ma la loro capacità di osservare il mondo con curiosa attenzione e sincera meraviglia, saranno gli elementi che daranno a loro, protagonisti di “L’età d’oro”, la forza, il coraggio e la speranza per affrontare il domani e provare a fare ciò che davvero desiderano.

Joan London è libraia e scrittrice, vive a Perth. È autrice di tre raccolte di racconti e tre romanzi tra cui il bestseller internazionale L’età d’oro. Ha vinto il Patrick White Award, il Prime Minister’s Literary Award e il Nita Kibble Literary Award.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa E/O.

#Libriinarrivo #Novità #InLettura #N°1

22 settembre 2017

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:: La stagione dei tradimenti, Philippe Georget (EO, 2017)

26 luglio 2017
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Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore!

(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)

Dopo anni di libero amore, rivoluzioni sessuali varie, promiscuità più o meno serenamente accettata, sembra che il tradimento sia ancora un tema capace di reggere la trama di un crudo polar, un poliziesco alla francese per intenderci, un genere che forse solo i francesi sanno davvero scrivere con quel tocco di introspezione e di spleen, di vita quotidiana ripetitiva e rassicurante, di violenza informe, più che fisica, psicologica.
Il tradimento e la gelosia, due entità strettamente connesse e humus ideale per quel genere di letteratura a cui interessa più sondare l’animo umano (e per esteso il quadro sociale), che determinare dove siano davvero i colpevoli e gli innocenti. In un tradimento, in un adulterio per meglio dire, nello sgretolarsi di un amore, di una coppia nata per durare, per arrivare insieme alla vecchiaia, non c’è mai un colpevole solo. I ruoli sono ambigui, non c’è nessun vero innocente. Non a caso questo tema è stato utilizzato spesso nel noir, soprattutto quando diventa ossessione e sfocia nel delitto.
Nell’Antico Testamento questa colpa è tanto grave da prevedere la lapidazione della donna adultera. E’ la rottura di un patto, più che tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Non a caso il tema dell’infedeltà, anche morale, acquista spesso i toni dolorosi e emotivi dell’adulterio. Essere traditi dall’uomo o dalla donna che si ama ha qualcosa di irreversibile, non si torna indietro, anche se non è detto che superata l’offesa, l’orgoglio ferito, la paura di non distinguere più quando l’altro ci mente, ci inganna, ci raggira, la coppia non possa risultare rafforzata, il perdono reciproco dopo tutto è una grande prova di coraggio, di fiducia.
Di questi temi tratta La stagione dei tradimenti (Méfaits d’ hiver: Ou variations sur l’adultère et autre péchés véniels, 2015), di Philippe Georget, edito in Italia da EO e tradotto dal francese da Silvia Manfredo.
Stavo per perdermi l’incontro con questo autore, (in Italia ha già pubblicato sempre con EO D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone), giungo ai suoi libri al terzo della serie del tenente di polizia di Perpignan, Gilles Sebag. E l’inizio della lettura non è stato promettente, in un certo senso troppo lento, un uomo, un poliziotto da un sms scopre che sua moglie Claire lo tradisce. Lui che anche i colleghi riconoscono dotato di fiuto leggendario, lo scopre per caso. Si è ingegnata, Claire, ha escogitato tutto alla perfezione perché non lo scoprisse, e invece, senza meriti, la rivelazione e la vita di lui va in pezzi. Nello stesso tempo viene chiamato sul luogo di un delitto, una donna uccisa dal marito in una camera d’albergo. Una donna che aveva appena tradito il marito. Due adulteri, slegati, noiosi, comuni.
Quando la storia ha iniziato a interessarmi? Quando si scopre che i due fatti non sono slegati per niente, quando si scopre un legame, e soprattutto è interessante come l’autore fa scoprire tutto ciò al lettore, tra interrogatori e intuizioni facendoci entrare piano piano nella vita intima del protagonista di cui di colpo diventano importanti tormenti e disperazione. E lo fa lentamente, facendo scoprire passo passo le carte. Facendoci pensare che i due amanti siano gli stessi (magari con un nome diverso), in un gioco di sdoppiamenti e di specchi.
Poi no, non è così, la trama poliziesca si ricollega forse più a un giallo classico di Dame Agatha Christie, forse il suo libro più noir, Curtain: Poirot’s Last Case, (la citazione in esergo di Shakespeare è in parte citata da questo libro), e a un celebre film di Henri-Georges Clouzot, Le Corbeau. Dopo questo punto di svolta, la lettura ha cominciato a procedere spedita fino alla scoperta dell’identità di The Eye.
Gilles Sebag è un bel personaggio, magnificamente caratterizzato con luci e ombre, simpatico per certi versi, dignitoso nel suo ruolo di uomo tradito (lui direbbe cornuto, con quella sua valenza umiliante e derisoria), sebbene anneghi il dolore nell’alcool, nel fumo, tormenti la moglie con domande imbarazzanti, si tuffi nel lavoro, scoprendo con sgomento che rispecchia proprio cosa capita nella sua vita.
Divertenti sono le parti in cui tratta delle riviste femminili, o dei siti internet, che ti fa sembrare che la maggior parte delle donne francesi stiano consumando tradimenti e si ingegnino a scoprire i mille modi per tenerli nascosti ai propri partner. Insomma si sorride anche. Amaro ma si sorride.
I rapporti tra colleghi sono ben caratterizzati, ben descritto è il paesaggio, i luoghi, lo spirito dei posti. E la vita quotidiana, la routine di una coppia sposata, i figli, il sesso, le preferenze, i pranzi, le feste comandate, i segreti che si mantengono, nonostante la convivenza. Georget è molto attento alle dinamiche e sfumature psicologiche sia maschili, che femminili. E i riflessi che queste hanno sul contesto sociale.
Singolare e non banale è la descrizione dell’ambiente della polizia, le beghe burocratiche che un medico legale deve superare per farsi riconoscere l’onorario per una visita a un detenuto, la zona ristoro fatta di qualche sedia qualche tavolo e un distributore automatico, il posto dove i poliziotti vanno a mangiare piatti tipici rafforzando lo spirito di gruppo, tra commenti sulle indagini e squarci di vita familiare e personale. Tutto a favore di un realismo ottenuto anche grazie all’aiuto di amici poliziotti di Perpignan, di Tolosa e di altre località, fonte di molte confidenze.
E le telecamere puntate su ogni angolo della città, ore e ore di nastri visionati, che ti sembra di vederle le borse sotto gli occhi dei poliziotti. Insomma Philippe Georget merita una possibilità, magari scoprirete, come me, un altro autore da tenere d’occhio.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle nostre edizioni, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

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