Posts Tagged ‘Edizioni E/O’

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Stagione di cenere di Pasquale Ruju (Edizioni E/O 2018) a cura di Federica Belleri

10 luglio 2018

Stagione di cenere di Pasquale RujuLa Sardegna brucia, per il calore del sole e del fuoco. Le fiamme si alzano improvvise e inarrestabili e il vento le porta nei punti giusti.
Franco Zanna, fotoreporter. Ha cambiato vita, nome e abitudini. Ha un vuoto nel cuore lasciato dalla precedente esistenza, un amore mai dimenticato, che ogni tanto torna nei pensieri e nei sogni. Ha una figlia che ama più di se stesso, ma vede giusto un paio di volte all’anno.
L’isola si sta popolando di turisti e Zanna ha il suo bell’impegno nel cogliere vip e stelline varie con la sua Canon. Anche questa volta si troverà nel posto giusto al momento sbagliato e si metterà nei guai.
Non riuscirà proprio a tirarsi indietro e si infilerà in affari sporchi di personaggi senza scrupoli, ricchi e infami. Uomini per i quali la vita altrui non ha alcuna importanza, si può cancellare con un accendino, pur di seguire il proprio interesse. Tutto per il vile denaro.
Franco Zanna subirà lo sguardo di una ragazza rimasta senza padre, morto in un incendio e avrà modo di ascoltare l’implacabile parere dello zio Gonario, l’uomo che lo ha aiutato a rinascere dal suo passato.
Pasquale Ruju ci porta ancora una volta in una terra unica e spettacolare, legata alla tradizione delle piccole realtà, dove “lo straniero” è guardato con sospetto e gli investimenti moderni portano scompiglio, rabbia e desiderio di combattere il nuovo che avanza.
Un romanzo questo, ricco di descrizioni e di ambientazioni. Ottima la trama, che trascina il lettore in un’indagine parallela, di morte e di fumo. Si percepisce il senso di soffocamento e di impotenza di fronte al fuoco che avanza senza sosta. Ci si indigna davanti a chi inganna, senza rimorso. Si prende più di una posizione, durante la lettura, perché nulla è esattamente come ci viene mostrato.
Nonostante l’orrore della morte, non manca l’aspetto sentimentale ed emotivo della storia, che concede delicatezza e un sorriso speciale.
Ottimo editing. Complimenti all’autore e ai curatori della collana Sabot/age, Colomba Rossi e Massimo Carlotto.
Assolutamente da leggere.

Source: omaggio al recensore dell’editore.

:: L’età d’oro di Joan London (e/o edizioni 2017) a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2017

età d' oroFrank Gold è il protagonista de “L’età d’oro”, romanzo di Joan London, libraia e scrittrice australiana. La storia è ambientata nella terra dei canguri dopo la Seconda guerra mondiale e ha per protagonista Frank, un ragazzo ebreo ungherese, scampato al conflitto bellico e trasferitosi con la sua famiglia nel nuovo continente. Fin qui tutto bene ma, purtroppo, non sempre le cose vanno bene e allora, scopriamo che Frank è ricoverato al The Golden Age, un sanatorio nel quale ci sono molti ragazzi affetti da poliomielite. Frank, vive in ospedale, perché le sue gambe non sono come tutte quelle degli altri, ma questo non gli impedisce di godere di una sana curiosità che lo spinge a voler conoscere la realtà nella quale si trova. I problemi di salute accomunano Frank a Sullivan e a Elsa. Il primo è un altro paziente ricoverato nella casa di cura anche se, rispetto a Frank, le sue condizioni sono molto più gravi (lui proprio non cammina). I due ragazzi entrano in empatia, perché entrambi hanno una passione comune: la poesia. Per loro creare versi poetici è una sorta di mezzo di salvezza per aver un contatto (anche se solo immaginato) con la realtà esterna che non possono vedere e vivere. Poi c’è Elsa, una ragazzina con la quale Frank lega subito, poiché tra loro c’è empatia e anche una profonda complicità che li unirà sempre più. Sarà proprio la trasformazione della loro amicizia in qualcosa di più simile all’amore a scombinare per sempre le loro esistenze. “L’età d’oro” della London è un romanzo di vita che affronta il senso di spaesamento determinato dalla malattia e il titolo del libro non è solo il nome del sanatorio dove stanno i personaggi principali. È anche la fase dell’età nella quale Frank ed Elsa vivranno esperienze e sentimenti così intensi, da volerli custodire come se fossero dei beni preziosi. Nel caso di Frank e di Elsa, è vero entrambi si rendono contro di essere “diversi” e di vivere in una dimensione tutta loro, ma con la fantasia e con l’immaginazione riescono ad andare avanti giorno per giorno. In verità, la malattia grava molto di più sulle loro madri. Ida, mamma di Frank e pianista, non solo non riesce ad accettare quello che ha il figlio. No. Lei non ce la fa ad amalgamarsi con la nuova casa e nemmeno con la nuova terra nella quale si è trasferita. Dall’altra parte Margaret, la mamma di Elsa, pure lei completamente incapace di accettare la sindrome della figlia e di sperare in una possibile guarigione. La London prende il lettore per mano e lo trascina nell’Australia degli anni Cinquanta, dove ci sono molto immigrati sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, dove arriva la Regina d’Inghilterra a fare visita alle sue gente e dove impera –purtroppo- la poliomielite. La famiglia di Frank rappresenta il Vecchio continente arrivato in quello Nuovo del tutto sconosciuto (l’Australia con la sua gente). Un mondo del passato che prova, a fatica, a dimenticare e superare i ricordi della sofferenza scatenata dal conflitto. La sfera adulta presente del libro è minata da una sorta di pessimismo che le impedisce di capire che per molti ostacoli esistono i mezzi giusti per superarli. Frank ed Elsa sono sì separati dalla vera realtà, ma la loro capacità di osservare il mondo con curiosa attenzione e sincera meraviglia, saranno gli elementi che daranno a loro, protagonisti di “L’età d’oro”, la forza, il coraggio e la speranza per affrontare il domani e provare a fare ciò che davvero desiderano.

Joan London è libraia e scrittrice, vive a Perth. È autrice di tre raccolte di racconti e tre romanzi tra cui il bestseller internazionale L’età d’oro. Ha vinto il Patrick White Award, il Prime Minister’s Literary Award e il Nita Kibble Literary Award.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa E/O.

#Libriinarrivo #Novità #InLettura #N°1

22 settembre 2017

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:: La stagione dei tradimenti, Philippe Georget (EO, 2017)

26 luglio 2017
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Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore!

(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)

Dopo anni di libero amore, rivoluzioni sessuali varie, promiscuità più o meno serenamente accettata, sembra che il tradimento sia ancora un tema capace di reggere la trama di un crudo polar, un poliziesco alla francese per intenderci, un genere che forse solo i francesi sanno davvero scrivere con quel tocco di introspezione e di spleen, di vita quotidiana ripetitiva e rassicurante, di violenza informe, più che fisica, psicologica.
Il tradimento e la gelosia, due entità strettamente connesse e humus ideale per quel genere di letteratura a cui interessa più sondare l’animo umano (e per esteso il quadro sociale), che determinare dove siano davvero i colpevoli e gli innocenti. In un tradimento, in un adulterio per meglio dire, nello sgretolarsi di un’ amore, di una coppia nata per durare, per arrivare insieme alla vecchiaia, non c’è mai un colpevole solo. I ruoli sono ambigui, non c’è nessun vero innocente. Non a caso questo tema è stato utilizzato spesso nel noir, soprattutto quando diventa ossessione e sfocia nel delitto.
Nell’Antico Testamento questa colpa è tanto grave da prevedere la lapidazione della donna adultera. E’ la rottura di un patto, più che tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Non a caso il tema dell’infedeltà, anche morale, acquista spesso i toni dolorosi e emotivi dell’adulterio. Essere traditi dall’uomo o dalla donna che si ama ha qualcosa di irreversibile, non si torna indietro, anche se non è detto che superata l’offesa, l’orgoglio ferito, la paura di non distinguere più quando l’altro ci mente, ci inganna, ci raggira, la coppia non possa risultare rafforzata, il perdono reciproco dopo tutto è una grande prova di coraggio, di fiducia.
Di questi temi tratta La stagione dei tradimenti (Méfaits d’ hiver: Ou variations sur l’adultère et autre péchés véniels, 2015), di Philippe Georget, edito in Italia da EO e tradotto dal francese da Silvia Manfredo.
Stavo per perdermi l’incontro con questo autore, (in Italia ha già pubblicato sempre con EO D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone), giungo ai suoi libri al terzo della serie del tenente di polizia di Perpignan, Gilles Sebag. E l’inizio della lettura non è stato promettente, in un certo senso troppo lento, un uomo, un poliziotto da un sms scopre che sua moglie Claire lo tradisce. Lui che anche i colleghi riconoscono dotato di fiuto leggendario, lo scopre per caso. Si è ingegnata, Claire, ha escogitato tutto alla perfezione perché non lo scoprisse, e invece, senza meriti, la rivelazione e la vita di lui va in pezzi. Nello stesso tempo viene chiamato sul luogo di un delitto, una donna uccisa dal marito in una camera d’albergo. Una donna che aveva appena tradito il marito. Due adulteri, slegati, noiosi, comuni.
Quando la storia ha iniziato a interessarmi? Quando si scopre che i due fatti non sono slegati per niente, quando si scopre un legame, e soprattutto è interessante come l’autore fa scoprire tutto ciò al lettore, tra interrogatori e intuizioni facendoci entrare piano piano nella vita intima del protagonista di cui di colpo diventano importanti tormenti e disperazione. E lo fa lentamente, facendo scoprire passo passo le carte. Facendoci pensare che i due amanti siano gli stessi (magari con un nome diverso), in un gioco di sdoppiamenti e di specchi.
Poi no, non è così, la trama poliziesca si ricollega forse più a un giallo classico di Dame Agatha Christie, forse il suo libro più noir, Curtain: Poirot’s Last Case, (la citazione in esergo di Shakespeare è in parte citata da questo libro), e a un celebre film di Henri-Georges Clouzot, Le Corbeau. Dopo questo punto di svolta, la lettura ha cominciato a procedere spedita fino alla scoperta dell’identità di The Eye.
Gilles Sebag è un bel personaggio, magnificamente caratterizzato con luci e ombre, simpatico per certi versi, dignitoso nel suo ruolo di uomo tradito (lui direbbe cornuto, con quella sua valenza umiliante e derisoria), sebbene anneghi il dolore nell’alcool, nel fumo, tormenti la moglie con domande imbarazzanti, si tuffi nel lavoro, scoprendo con sgomento che rispecchia proprio cosa capita nella sua vita.
Divertenti sono le parti in cui tratta delle riviste femminili, o dei siti internet, che ti fa sembrare che la maggior parte delle donne francesi stiano consumando tradimenti e si ingegnino a scoprire i mille modi per tenerli nascosti ai propri partner. Insomma si sorride anche. Amaro ma si sorride.
I rapporti tra colleghi sono ben caratterizzati, ben descritto è il paesaggio, i luoghi, lo spirito dei posti. E la vita quotidiana, la routine di una coppia sposata, i figli, il sesso, le preferenze, i pranzi, le feste comandate, i segreti che si mantengono, nonostante la convivenza. Georget è molto attento alle dinamiche e sfumature psicologiche sia maschili, che femminili. E i riflessi che queste hanno sul contesto sociale.
Singolare e non banale è la descrizione dell’ambiente della polizia, le beghe burocratiche che un medico legale deve superare per farsi riconoscere l’onorario per una visita a un detenuto, la zona ristoro fatta di qualche sedia qualche tavolo e un distributore automatico, il posto dove i poliziotti vanno a mangiare piatti tipici rafforzando lo spirito di gruppo, tra commenti sulle indagini e squarci di vita familiare e personale. Tutto a favore di un realismo ottenuto anche grazie all’aiuto di amici poliziotti di Perpignan, di Tolosa e di altre località, fonte di molte confidenze.
E le telecamere puntate su ogni angolo della città, ore e ore di nastri visionati, che ti sembra di vederle le borse sotto gli occhi dei poliziotti. Insomma Philippe Georget merita una possibilità, magari scoprirete, come me, un altro autore da tenere d’occhio.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle nostre edizioni, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La baia, James Michener, (E/o 2016) a cura di Viviana Filippini

11 novembre 2016
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La baia di James Michener uscì per la prima volta nel 1975, ma la E/o edizioni lo ha ristampato in questo 2016. Il romanzo dello scrittore americano potrebbe incutere timore viste le 1232 pagine che lo caratterizzano, ma le dimensioni non contano e non devono spaventare. La ragione è semplice, in questo libro Michener racconta la nascita di una nazione: gli Stati Uniti d’America. Il punto di partenza temporale è il 1600 e il luogo prescelto per la narrazione è la baia di Chesapeake dive vivono alcune tribù di indiani molto pacifiche e rispettose del mondo che le circonda. Poi arrivano i bianchi, di solito inglesi in fuga dalla loro patria per motivi politici, di fede o spediti in America, colonia del Regno Unito (dettaglio non trascurabile), perché la loro fedina penale è segnata da qualche reato. Tra i diversi personaggi ci sono gli Steed, capitanati da Edmund il quale in America potrà professare liberamente la propria religione cattolica. La sua dinastia sarà caratterizzata da imprenditori, professionisti e dai primi costruttori di case in muratura (la Vendetta di Rosalind sarà la prima in assoluto). Accanto a loro ci sono i Turlock, che nei secoli si riveleranno una stirpe di pirati, amanti e conoscitori della palude, nonché abili cacciatori. Il loro modo di fare è rozzo e a volte potrebbe sembrare animalesco però, a differenza degli altri immigrati, i Turlock dimostrano di avere molti meno pregiudizi e paure nei confronti del diverso e, non a caso, nella storia saranno i primi a fraternizzare con i nativi americani. Ci sono anche i Paxmore, dei quaccheri, i quali si dimostreranno pronti a sopportare tutto, compresi i processi e le sevizie pubbliche a loro carico, per mantenere vivi il rispetto e gli insegnamenti divini. Attraverso le vicende umane dei vari protagonisti presenti nell’intreccio narrativo il lettore conosce vicende caratterizzare dai soprusi, maltrattamenti e torture che scatenano una lotta per la libertà e per la conquista della propria identità. Indiani, bianchi e neri presenti all’interno della trama combattono per la giustizia umana e quando si rendono conto che abolire la schiavitù, o altre forme di repressione del prossimo, non basta, allora agiscono per far sì che i diritti delle persone vengano riconosciuti. La baia mostra al lettore una terra di essere umani che l’hanno vissuta, però durante la lettura si scopre anche la morfologia originaria del paesaggio e le trasformazioni da esso subìte con il progressivo arrivo dell’uomo bianco. Da terra dove la natura era rigogliosa e libera di crescere, a territorio nel quale la natura e le sue immense dimensioni sono sempre presenti e convivono con le strutture (prime case, villaggi, chiese e città) create dell’uomo. Quello proposto da Michener è un affresco storico e corale che ripercorre, secolo dopo secolo, i grandi eventi (Rivoluzione americana, Guerre di Secessione, conflitti mondiali, crisi economiche, scandali come il Watergate, conflitti razziali) che hanno portato alla formazione degli USA. Ne La baia di Michener il lettore si vede scorrere davanti agli occhi una vasta porzione temporale e di eventi della storia d’America narrata attraverso le storie di gente comune e dei solidi valori sui quali la grande terra d’oltre oceano è stata fondata: democrazia, fede, diritti civili, libertà, patriottismo, unità e indipendenza. Traduzione Grazia Lanzillo.

James A. Michener (New York 1907 – Austin 1997) è stato uno degli scrittori americani più popolari di sempre. I suoi libri hanno venduto più di 75 milioni di copie e sono stati tradotti in 52 lingue. Con il suo romanzo d’esordio, Nostalgia del Pacifico, ha vinto il Premio Pulitzer. È stato l’autore di bestseller come La fonte, Hawaii, Alaska, Texas e Caraibi. Nel 1977 ha ricevuto la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Elena Ferrante sono io

3 ottobre 2016

indexC’è voluto un giornalista di inchiesta italiano, in collaborazione con colleghi di altri paesi del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, del sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e di quello della rivista americana The New York Review of Books, per svelare l’identità (ancora presunta) di Elena Ferrante. Un segreto che a quanto si mormorava tra gli addetti ai lavori non era esattamente tale, ma ora sulle pagine del Sole24 c’è scritto nero su bianco, con prove documentate, che Elena Ferrante non è altro che Anita Raja. È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente! Cosa cambierà da adesso in poi? Anita Raja e il marito Domenico Starnone non commentano, non ammettono ne negano. Dalla casa editrice di Elena Ferrante non è ancora uscito un comunicato ufficiale, ma si può intuire non sono contenti. Come non sono contenti molti lettori, e scrittori che in queste ore commentano sui social (una parte perché sembra che un’altra parte del vasto mondo dei lettori e dei critici non riconosca alla scrittrice il diritto all’oblio, a nascondere la sua identità affinché solo i suoi libri vengano letti e giudicati). Elena Ferrante ha sempre difeso la sua privacy, il diritto a stare in disparte, il diritto a tenere la sua vita privata separata dal grande clamore dovuto al successo (ormai planetario). Mormorii sussurrati sulla sua identità non l’ hanno mai disturbata, ma ora sembra sia stata detta la parola definitiva, sia stata messa all’angolo, sia stata svelata la sua colpa. Beh perché sì, solitamente indagini patrimoniali, collegamenti internazionali, etc… si fanno per presunti mafiosi o criminali, non per gli scrittori. Molti infatti pensano che il talento investigativo dei giornalisti coinvolti sarebbe stato meglio impiegato in altre cause, più nobili, più utili alla società. Che di per sé è vero, anche noi che qui e ora ne stiamo parlando potremmo impiegare meglio il nostro tempo occupandoci della fame nel mondo, dei rifugiati, dei bambini abbandonati. Io ho scelto di occuparmi di libri e letteratura, per cui mi sembra giusto riflettere su questo caso, eclatante solo per l’importanza e la fama delle persone coinvolte. Riflessioni che comunque portano altrove su temi molto più seri e universali. L’identità, il diritto alla privacy e la liceità di separare l’artista dalla sua opera. Ma torniamo a Elena Ferrante. L’indagine investigativa del Sole 24, che porta una firma autorevole, Claudio Gatti, (giornalista serio, impegnato in molte indagini realmente importanti, dallo scandalo Oil for Food, alla denuncia che la banca americana JP Morgan Chase era coinvolta nella truffa da 50 miliardi di dollari perpetrata da Bernard Madoff ) ha di per sé avuto un taglio molto aggressivo se non ostile. Quasi come se tenere nascosta la propria identità fosse un fatto illecito e finalmente solo ora la Ferrante fosse stata inchiodata alle sue responsabilità. L’articolo dice che è una bugiarda, (lo dice in modo elegante, affermando che è proprio la Ferrante ad ammetterlo) per cui è più che giustificato tutto questo impegno profuso per fare chiarezza e portare a galla la verità. Ecco spero che suoni anche a voi piuttosto eccessivo ed esagerato. Soprattutto perché non si indagano le ragioni di Anita Raja, le serie motivazioni che l’hanno spinta, sempre che sia lei, a nascondere di essere Elena Ferrante. E possono essere ragioni serie, etiche, anche dolorose. Tutto è stato spazzato via, giudicandolo poco importante. Il prossimo passo quale sarà, indagare sulle presunte amanti del marito, pubblicare le sue cartelle cliniche? Ecco è questo punto penso abbia spaventato e indignato tutti coloro che in queste ore dibattono. Identificarsi con Elena Ferrante, per quanto il parallelo è sicuramente poco bilanciato, e dire Elena Ferrante sono io.

:: Mediorientarsi – Ultimo giro al Guapa,Saleem Haddad (E/O, 2016) a cura di Matillde Zubani

4 luglio 2016
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La storia che Saleem Haddad ci racconta attraverso gli occhi del protagonista, il giovane Rasa, è una storia personale, intima e allo stesso tempo collettiva. Rasa è un giovane interprete alle prese con due rivoluzioni: una interiore, che coinvolge la difficile  accettazione della sua identità di arabo e di omosessuale, e una esteriore, la lotta di piazza contro un regime spietato.
Gli eventi del racconto si svolgono in luoghi diversi di una brulicante città mediorientale di cui non viene mai rivelato il nome, ma che capiamo essere scossa da un tumulto sociale e politico: sullo sfondo compaiono manifestazioni, proteste, pestaggi, campi profughi e giornalisti inviati dalla stampa internazionale. Il Guapa, locale underground e luogo di ritrovo dei “deviati”e degli esclusi, diventa il cuore stesso della città di Rasa, il simbolo della strada e della sua ribellione.
Le vicende del romanzo si dispongono su due livelli, presente e passato. Il primo livello si sviluppa nell’arco di trentasei ore a partire dalla notte in cui la nonna Teta sorprende il nipote in compagnia dell’amato Taymour. In seguito a questa scioccante scoperta Rasa trascorre momenti di puro tormento, segnati dalla paura che l’amato possa decidere di tirarsi indietro. La storia così fa un balzo nel passato: Rasa ripercorre le tappe importanti della sua vita e compie un simbolico viaggio alla ricerca di sé stesso.
Rasa racconta della sua infanzia, del suo essersi trovato a fare i conti con la doppia natura della società in cui vive, spettatore di un contrasto esistenziale interno alla sua stessa famiglia. Da un lato ci sono le regole imposte dalla tradizione, incarnate dalla nonna Teta, autoritaria e inflessibile, che fanno leva sul concetto di vergogna: ‘eib‘; dall’altro c’è la voglia di rompere questi schemi, rappresentata dalla madre artista e pittrice, che trova ispirazione negli “ultimi”. Sarà il mondo di Teta da avere la meglio, dopo l’allontanamento della madre e la morte del padre. L’opportunità di partire per frequentare l’università in America rappresenterà per Rasa un tentativo di fuga dal Paese e dalle sue costrizioni, nella speranza di trovare un luogo in cui poter essere finalmente sé stesso. Convinto che avrebbe smesso di interpretare un personaggio, si troverà invece costretto a misurarsi con il suo essere arabo negli Stati Uniti di inizio millennio.
Taymour si sposerà con una ragazza di buona famiglia (nell’estremo tentativo di proteggere la loro storia d’amore?), rinnegando sé stesso e i suoi sentimenti, piegandosi al volere sociale. La ricerca di identità del protagonista si intreccia con quella di una collettività agitata dal desiderio di cambiare. Parallelamente, l’autore s’interroga anche sulla breve e intensa stagione delle proteste di piazza prima che la repressione del regime e la conseguente estremizzazione degli scontri portassero all’emergere del fondamentalismo islamico: “Per un attimo abbiamo avuto tra le mani l’intero Paese. Ma poi ci siamo tirati indietro. E adesso il potere della strada è stato abbattuto, gli è stato spezzato il cuore. Abbiamo spinto a calci il cadavere della rivoluzione fino al cordolo dei marciapiedi e abbiamo cercato di allontanarci, senza renderci conto che nel farlo avevamo seppellito noi stessi. E dopo che un uomo viene ucciso, e poi un altro e un altro ancora, le morti diventano così tante che una singola vita non importa più a nessuno.”
Ultimo giro al Guapa è un romanzo intenso e coinvolgente sul piano emotivo, ma anche molto interessante dal punto di vista sociale e politico. L’autore trascina i lettori nel turbinio angoscioso di una storia dolorosa, che lascia però intravedere nel finale una speranza per cui si può ancora combattere:

“Forse dovremo andare a manifestare!”. “Si, si, è una splendida idea. Andiamo a manifestare. Contro chi?” “Contro tutti. Contro tutti.”

Assolutamente consigliato!
Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.

Saleem Haddad è nato in Kuwait nel 1983 da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Ha lavorato per Medici Senza Frontiere in Yemen, Siria e Iraq. Ha collaborato con il Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania. Attualmente vive a Londra dove lavora per conto di Safeworld come Conflict and Security Advisor per le aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Ultimo giro al Guapa è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulio dell’ Ufficio stampa E/O.

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:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016
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Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

Source: libro del recensore.

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:: Ninfee nere, Michel Bussi (E/O, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 giugno 2016
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Siamo in Normandia, per la precisione a Giverny, il paese natio di Claude Monet, dove tutt’ora c’è la sua casa con il suo enorme giardino e il laghetto di ninfee, le stesse ninfee che negli ultimi 27 anni Monet ha dipinto concentrandosi solo su di loro.
Ed è proprio sul ruscello artificiale che Monet aveva fatto costruire per mantenere lo stagno delle ninfee che viene ritrovato il cadavere di Jérôme Morval, un famoso chirurgo oftalmologo. Viene chiamato a investigare Laurenç Sérénac, che si trova a dover combattere con l’omertà degli abitanti del paese e con il sentimento che gli cresce nel petto, aumentando sempre più, per la moglie del principale sospettato.
Con l’aiuto di Sylvio Bérnavides inizieranno a interrogare tutti e a consultare sempre più esperti di vari settori per seguire le tre tracce che sembrano collegate all’omicidio: un bambino di undici anni misterioso, i quadri Ninfee di cui era ossessionato Morval e le varie amanti di Morval.
Un giallo che esula dai classici gialli, raccontato per buona parte in terza persona, dagli occhi di una vecchina di ottanta anni, un po’ acida, che si muove per il paese come un topolino nero invisibile, che osserva tutto ma che non viene mai vista da nessuno, per poi passare in terza persona e raccontare le vicende dell’ispettore, della moglie del sospettato che altri non è che la maestra del paese, e di una bambina di undici anni, della quale saremo sempre a conoscenza dei pensieri raccontati direttamente dalla mente di lei.
Fin dall’inizio la vecchina fa capire di sapere tutta la verità, ma anche se è a conoscenza della totalità dei fatti, le informazioni vengono date con il contagocce, lasciando così il lettore in un perenne stato di attesa e curiosità che gli impedisce di interrompere la lettura, quel dico ma non dico che a volte è quasi snervante, ma che Bussi sa dosare a meraviglia senza mai esagerare.
Un connubio tra realtà e fantasia che rapisce in una magnifica lettura tra paesaggi magici, impressionisti francesi e un’ossessione che viene scambiata per amore.
Un romanzo che sa catturare, affascinare e coinvolgere nel modo più totale e completo.

Michel Bussi è nato in Normandia nel 1965.
Scrittore e professore di geografia all’università di Rouen.
Vincitore di diversi premi tra cui nel 2012 il Prix Maison de la Presse, il Prix du roman populaire e il Prix du meilleur polar francophone con il romanzo Un aereo senza di lei.
Dopo essere stato pubblicato in ventidue paesi, Ninfee nere diventerà presto anche un film.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

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:: Un caso come gli altri, di Pasquale Ruju (E/O, collezione Sabot/age, 2016) a cura di Federica Belleri

27 maggio 2016
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Annamaria si è innamorata, sui banchi della scuola superiore. La sua vita nella Locride è sempre stata semplice e modesta. Con le parole e i giusti modi Marcello l’ha conquistata e chiesta in moglie alla futura suocera. Tutto in regola, tutto perfetto e così intenso da stordire. Marcello pare un uomo per bene, anche se ogni tanto un’ombra gli oscura lo sguardo. Annamaria lo ama e non fa domande. Anche il suo lavoro è un argomento da non affrontare, perché non le compete. Anche le regole sono fondamentali e vanno rispettate. Perché Annamaria è sua moglie, questo conta. Possibile che sia tutto così semplice? Possibile che il loro benessere economico arrivi improvviso? Possibile che per strada vengano salutati entrambi in modo ossequioso? Cosa non riesce a vedere Annamaria?
Un caso come gli altri” è una nera storia d’amore, legata all’importanza e alla rispettabilità della Famiglia, dove ogni tradimento o trascuratezza ha un prezzo. L’ammirazione di Annamaria per Marcello la rende inconsapevole del significato dei suoi silenzi. La rende quasi immune al dolore e all’amore per lui, che sta cambiando. Marcello e Annamaria sono sposati da parecchi anni ormai, ma le loro strade cambiano direzione. La dolcezza si trasforma in rabbia, il pericolo e l’istinto di protezione chiedono vendetta. Il sospetto e la gelosia annebbiano la capacità di ragionamento. Il rifiuto non è contemplato. Chi è davvero Marcello? Chi è sua moglie, e perché si trova in una stanza degli interrogatori davanti al sostituto procuratore?  “Un caso come gli altri“. La vita di una donna, intrecciata a quella del suo uomo, per sempre, fino alla fine. Attraverso gli occhi, l’onore, la forza del possesso e la fragilità degli istinti. Dentro la paura e il sangue, la bellezza e il sesso. Scrittura precisa, fine e diretta. Emozioni curate con tatto e sensibilità.  Ottimo romanzo. Buona lettura.

Pasquale Ruju, classe 1962, laureato in Architettura, ha lavorato in teatro, cinema, radio, televisione e nel doppiaggio, dando voce a personaggi di cartoni animati, soap e telefilm. Dal 1994 collabora con la Sergio Bonelli Editore in qualità di soggettista e sceneggiatore. Ha scritto oltre cento storie per albi di Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère ed è autore delle miniserie Demian, Cassidy e Hellnoir. Un caso come gli altri è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Colomba dell’Ufficio Stampa E/O, Sabot/age.

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:: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono (EO/2016) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

11 maggio 2016
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La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte .

Così l’incipit dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche” (E/O edizioni), magistrato “prestato” all’arte della scrittura. L’autrice narra due storie che corrono parallelamente, anche se temporalmente si dipanano indipendentemente l’una dall’altra, apparentemente destinate a non incontrarsi tra di loro, che invece, attraverso un semplice meccanismo narrativo, diventano complementari e complici,  sapientemente raccontate su piani letterari perfettamente scorrevoli e intriganti.
Al primo approccio il lettore si trova dinanzi ad una architettura composita, ad un labirinto di personaggi e vicende umanamente complesse, dove  il valore funzionale  del singolo  è determinato e valorizzato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi, sovrapporsi con gli altri, all’interno di un tutt’uno, che dopo un iniziale  caotico mosaico,  troverà esplicitazione  nella linearità  di una  tragica  storia di solitudine, emarginazione, ignorante pregiudizio.
Con una costruzione narrativa intensa, appassionante, struggente, “condita” con raffinatezza poetica , l’autrice  ci conduce per mano  tra le stradine, le trazzere del piccolo e sperduto, borgo siciliano di Lenzavacche : Un piccolo centro che gravita intorno a una chiesa e a una piazza, sospeso fra mare e terra , nomen omen,  dicevano i Padri latini,  colorandolo qua e là,  con sapienti pennellate di un suggestivo “realismo magico”  meno ingenuo e spirituale di quello sudamericano, anni luce dal mondo fiabesco di Cent’anni di solitudine.
Corre l’anno 1938, l’Italia il sabato veste  alla “balilla”, i ragazzini cantano “Fischia il sasso” ed anche a Lenzavacche : Ululano le sirene che inneggiano al fascio. Ed è proprio in questa atmosfera oscurantista, che esalta  la teoria del darwinismo sociale, la purezza della razza, la forza, la prestanza fisica, la salute,  che dal ventre, sacro e profano, di mamma Rosalba,  nasce Felice, tra le fragranze dell’ ibiscus,  e le tisane di camomilla e cardamomo per il sonno, di aloe e valeriana per la fantasia,  di  nonna Tilde, esperta di erbe officinali di cui  ne conosce  i più reconditi  e oscuri segreti e principi curativi, “pioniera ante litteram” della  moderna fitoterapia.
In una famiglia matriarcale, declinata al femminile, Felice  vive  oggettivamente da  infelice o, come si dice oggi, con un sottile e perfido velo di ipocrisia, da “diversamente felice”. Un bambino malformato, punito dalla “fatal sorte”, destinato ad una eterna solitudine, ad una esistenza che nega qualsiasi speranza di riscatto umano piuttosto che sociale:

Ovunque si faceva il vuoto, Felice.  A qualsiasi orario rincorrevo per te la vita, e la vita fuggiva, si scansava lesta al tuo passaggio, era intuitiva e feroce, la vita, ti fiutava come una bestia pericolosa e – inesorabilmente – ti lasciava indietro(...)

eppure, come un piccolo Ulisse: (…) fatti non foste a viver come bruti (…),  è assetato di conoscenza, ama ascoltare le storie.
Il marchio del diverso, la “lettera scarlatta” della vergogna, nella società omologata del fascio littorio, lo seguono  come fedeli segugi, non solo perché deforme e senza parola, ma colpevole discendente di:

un gruppo di “streghe” del Seicento, che erano in realtà un gruppo di mogli abbandonate, donne gravide, figlie reiette o emarginate,  riunitesi in una casa ai bordi del paese e bruciate come seguaci del diavolo. Sono le “escluse”, “le dimenticate”, le “ultime” per eccellenza. Ma nel gruppo trovano forza, comprensione, condivisione. Iniziano quindi a vivere una esperienza comunitaria.

Ritorna in mente, lo stesso cupo clima di caccia alle streghe, di un grande romanzo  dei primi anni novanta, di Sebastiano Vassalli, La Chimera. Due donne a confronto, Antonia e Rosalba, “innocenti colpevoli” l’una per la propria bellezza, l’altra per la sua innata indipendenza, per essere una folle visionaria sognatrice:

La prudenza non si addice all’amore, è una nemica dell’improvvisazione, guasta lo slancio, la fantasia, la felicità,

e in mezzo? Un “popolino”, né buono né cattivo, solo ignorante e pericoloso, incline ad una pazzia collettiva, schiavo della sua superstizione  che ne condiziona il modo di pensare e di agire, che sfocia in un fanatismo religioso e di intolleranza culturale.
Tilde e Rosalba sono vittime di un  perfido antifemminismo che impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione:

Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura… ma tutte le altre sono sospette, in particolare le giovani, belle e libere,  che suscitano odio e (…) inconfessabili desideri.

Con un “pizzico” di teatralità pirandelliana e il senso critico e illuminista di Manzoni, l’autrice “confeziona” un romanzo storico, dove finzione e verità si mescolano, si confondono, s’intrecciano in una favola dalla morale amara, dai contorni sfumati, meravigliosamente indistinguibili. La scrittrice entra nel romanzo,  ne prende parte, sceglie con chi stare perché ha la capacità di saper ascoltare, ode le strazianti   “urla del silenzio” di Felice,  di sua madre,  degli ultimi, i diseredati per antonomasia della Storia,  sente la loro voglia di vivere in pienezza, di conoscere, leggere storie….e allora, che fa? Semplice, gli dà voce, gli dona  metaforicamente  la parola, il potere della parola, per avere : (…) un’opportunità di riscatto, di raggiungere una conquista interiore, (…) per ribaltare il destino, contrapponendo lo spirito anarchico, libero da ipocriti e vili legami, delle “streghe”, a quello miseramente acritico, moralmente “bacchettone”,  della massa inerme, senza energia, senza vita, sottomessa alla imperante “comunicazione” del regime totalitario dell’epoca.
In una società dogmatica e autoreferenziale, che non contempla, disprezza, aborra la diversità e se potesse, ricorrerebbe al Monte Taigeto,  come metodo di selezione naturale per una razza superiore, non tutti “abbassano la testa”, ci  sono  “angeli umani”,  paladini di giustizia, che vanno al di là delle apparenze, che valorizzano  le più impensabili “variazioni della natura umana”, perché “risorse”, portatrici dei  valori universali di solidarietà,  accettazione dell’altro, amore verso il prossimo, che forse la “rivoluzione del cristianesimo” ha smarrito.
Ed ecco il  plot twist, che cambia la storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità, fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa: mamma Rosalba, mette la toga dell’avvocato, e va alla ricerca di una legge, mai applicata, che permette a Felice, figlio di un  “Dio minore”, di frequentare la scuola, seppure in classi “differenziali”, dandogli una chance, una seconda possibilità di riuscita.
Qui, la sua storia s’incrocia con quella di Alfredo, maestro elementare, che con l’allievo disabile arriva al numero minimo necessario per tenere la classe che altrimenti verrebbe cancellata:

E’ un incantatore: racconta storie per commuovere ed emozionare. Non vuole fare dei soldati, ma degli esseri pensanti, responsabili. Aiutare i piccoli a trovare la loro vera vocazione .

L’autrice crea un triangolo che funge da “protesi” per il bambino, al cui ultimo vertice colloca “U dutturi Mussumeli”, mente aperta, stravagante e libertino, capace di assaporare, succhiare  la vita fino al midollo, perché la: normalità è questione di postazione e varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo.
Nel romanzo, la Lo Iacono dà un ruolo da protagonisti ai libri, alla letteratura: finestre sul mondo e farmaci per l’anima, per capire, conoscere, interpretare, tradurre, le innumerevoli e cangianti, sfaccettature della realtà: Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo.
Nel registro linguistico  passa  con “galateo letterario”  dall’io narrante all’epistola, ad una polifonia di voci, colonna sonora di una  storia dal retrogusto  apparentemente fiabesco, pregna di suoni, odori, colori mediterranei, mescolati  a  trame esoteriche, a leggende misteriose che si perdono nella notte dei tempi,  come i “cunti”,  lentamente declamati, nelle afose notti siciliane, da nonnine  eternamente ammantate a nero o da  vecchi saggi con la coppola, nei cortili, nei vicoli, nelle piazzette di una Sicilia che non c’è più.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

Source: proprietà del lettore.

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