Posts Tagged ‘luca poldelmengo’

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

17 ottobre 2018

TimeaBentornato su Liberi di Scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. E’ appena uscito “Negli occhi di Timea”, il secondo e conclusivo capitolo del dittico iniziato con Nel posto sbagliato, ce ne vuoi parlare?

Nei due romanzi, che sono autonomi e si possono leggere separatamente, ipotizzo la presenza di un’unita segreta di polizia, la Red, che grazie all’ipnosi utilizza i cittadini alla stregua di telecamere di sorveglianza. Questo aumenta esponenzialmente il potere investigativo della squadra, inficiando però le libertà personali di chi deve proteggere. Anche per questo la Red, asservita al più alto potere politico, è tenuta nascosta ai cittadini.

Come entra in tutto ciò Timea?

Timea è un bambina di 5 anni. Oltre a questo sappiamo solo che è l’unica testimone di una tremenda mattanza dai risvolti internazionali. La polizia l’ha rinvenuta catatonica contornata da cadaveri. Come è arrivata Timea in un luogo così isolato? Dove sono i suoi genitori? Perché nessuno la cerca? La sua presenza lì è frutto di una tragica fatalità o esiste un motivo? Ma soprattutto cosa hanno visto i suoi occhi?

Un noir atipico: coniughi fantascienza, fantapolitica e analisi sociale. Cosa ti ha ispirato a utilizzare questo approccio?

Quello che mi ha spinto a narrare questa storia è stata la volontà di esplorare una dicotomia nata dopo l’11 settembre, quella tra privacy del singolo e sicurezza collettiva. Quando ho scoperto che in molti paesi del mondo l’ipnosi investigativa era una realtà consolidata ho capito che quella sarebbe stata la strada da seguire: uomini usati come telecamere di videosorveglianza. Volevo però che il mio romanzo mantenesse un forte impatto visivo, e l’idea di qualcuno sdraiato su una poltrona che sbiascicava ricordi non mi entusiasmava, così ho deciso di ricorrere all’uso dell’ologramma che rappresenta ciò che l’individuo (il POV) riporta sotto ipnosi. Questo ha fatto sì che il mio noir si ibridasse con la fantascienza.

Può essere considerato una distopia, pur sembrando tutto così realistico, quanta realtà contiene il tuo libro?

Il 90 % è realistico, nel senso di possibile. L’ologramma che rende visibili i pensieri è l’unica vera concessione fatta allo sci-fi. Quando ho scritto Nel posto sbagliato forse anche il modo in cui raffiguravo Roma, che nel libro chiamo “la metropoli”, era distopico. In quattro anni la mia visione della capitale e ciò che sta diventando si sono incontrate a metà strada.

C’è sottesa una critica feroce al mondo dell’intrattenimento televisivo di informazione. Programmi di cronaca, sensazionalistici e volgari, sono davvero un male così radicale, distorcono davvero l’opinione pubblica?

La mia è fiction, se rappresento un giornalista come un personaggio negativo non voglio dire che il giornalismo in sé sia marcio. Di certo, ma questo è la storia a dirlo non certo io, l’informazione è sempre stata un’arma nelle mani del potere, ogni totalitarismo se ne è servito. La manipolazione della verità è un’arma quando c’è in ballo il potere. E un romanzo che si prefigge di raccontare il gioco del potere non poteva certo non tenerne conto. Naturalmente ho trattato l’informazione in un modo che ho ritenuto adeguato ai nostri tempi e al mio modo di raccontare.

Mafia, criminalità comune, politica, servizi deviati, mass media, tutto un calderone infernale pieno di insidie, corruzioni, opportunismi e degradi morali. E’ uno specchio della società di oggi o solo un monito?

Preferisco immaginarlo come un monito, molto vicino alla realtà che percepisco. Affermati professionisti pronti a pagare baby prostitute, servizi segreti deviati, politici corrotti, mafiosi che per denaro avvelenano la loro stessa terra, non mi sembra di aver inventato nulla. Il potere corrompe, il potere per il potere.

Tema centrale del romanzo è la vendetta. Per uno scrittore cosa significa descriverla in tutte le sue sfumature?

Significa interrogarsi anche qui su un limite, su fino a dove un uomo, un personaggio, possa spingersi. Mettere su un piatto della bilancia sacrosanti motivi per cui ciascuno di noi si sentirebbe in diritto di vendicarsi, e dall’altra parte un prezzo altissimo da pagare, verso se stesso, verso la propria moralità, i propri valori, i propri affetti. Allontanarsi un istante e vedere da che parte si piega la bilancia.

Come è cambiato, come è evoluto il personaggio protagonista Vincent Tripaldi?

Vincent nel precedente romanzo era il commissario a capo della Red, credeva, o si raccontava, che quello che faceva era giusto, perché perseguiva la giustizia. Poi è stato usato, ha perso tutto, se si esclude la sua vita e quella di suo fratello Nicolas. Ora, in Negli occhi di Timea, gli viene data la possibilità di vendicarsi, ma a che prezzo? Quanto cambierà dipenderà proprio da questo, da quanto in là si spingerà per cercare la propria vendetta. Dalle scelte che farà, quello ci mostreranno cosa è diventato. Di più non posso dirti, è pur sempre un noir…

Il male e il bene non è più ben chiaro dove siano. E questo che deve fare il noir, insinuare il dubbio?

Non so se sia un dovere di tutti i noir, di certo è quello che cerco di fare io ogni volta che scrivo una storia. Sollevare dei dubbi, i dubbi nutrono la mente, le certezze sono noiose oltre che pericolose, e come narratore non mi interessano.  

Hai voluto dare una storia d’amore pure al cattivo della situazione (perlomeno uno dei tanti) mi riferisco al mafioso albanese. Ho trovato la cosa molto struggente, un lampo di tenerezza, pur con tutti i distinguo del caso, in un mondo di violenza e sopraffazione. Perché questa scelta? 

Per lo stesso motivo per il quale nei miei romanzi non ci sono eroi, personaggi largamente positivi con cui invito il lettore a riconoscersi, alla stessa maniera non troverete neppure il male assoluto. Ciascuno ha il suo spazio di umanità, la sua luce in fondo al tunnel, per quanto questo possa essere profondo.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Probabilmente, lo stanno traducendo in francese, per ora…

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Io non Esisto di Cristiana Carminati, Edizioni E/O.

Progetti per il futuro? 

Ho finito di scrivere due film, uno entrerà in produzione questo inverno, sarà il seguito (molto sui generis visto il largo scarto temporale) di Milano Calibro 9, quarant’anni dopo. Ho finito il mio primo romanzo per bambini, sto iniziando a lavorare ora al nuovo romanzo noir. Devo ultimare lo sviluppo di un progetto tv che ha vinto il bando SIAE/CSC dello scorso anno. Più altre due o tre cose più in alto mare…

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

28 Mag 2016

bhyBentornato Luca, questa è la nostra terza intervista. Ci siamo lasciati nel 2014 con Un posto sbagliato e ci ritroviamo nel 2016 con I pregiudizi di Dio. Con te mi son giocata parte delle mie domande migliori, quindi cercherò di fartene di nuove, incentrate più che altro sul tuo nuovo libro. Parliamo appunto di I pregiudizi di Dio. E’ consigliabile prima aver letto L’uomo nero? O si può leggere come romanzo a sé stante?

I pregiudizi di Dio è un romanzo a sé stante. E’ una specie di spin off de L’uomo nero, nel senso che prende da quell’universo narrativo un personaggio e lo ricolloco in questa storia. Ognuno dei protagonisti de I pregiudizi di Dio: Andrea, Francesca, Marco, vive un presente delicato a causa di un passato difficile. L’Uomo nero racconta il passato di Marco. Per certi versi potrebbe essere più interessante fare l’opposto, leggere prima I pregiudizi di Dio e poi L’uomo nero.

Questo nuovo romanzo è parte di una serie, di una trilogia? Prevedi di scriverne ancora con questi personaggi? Se sì, hai già in mente quanti saranno? O lascerai che decida l’immaginazione.

Il progetto ne prevedere cinque, ma sarà il gradimento dei lettori a decidere la longevità della serie. Sarà comunque una forma seriale che non prevede un catartico azzeramento a ogni episodio, volto a riproporre il medesimo e rassicurante status quo. I personaggi muteranno l’idea che hanno di loro stessi e del mondo in cui vivono. Lo faranno in relazione a ciò che gli accade, alle decisioni che prendono, a quelle che subiscono. Nessuno di loro arriverà uguale a se stesso alla fine di questo viaggio, altri non vi arriveranno affatto.

Una forma di serialità che conserva comunque l’autonomia di ogni singolo romanzo.

Un uomo si presenta alla polizia denunciando la scomparsa della moglie. Un tipo losco, al quale siamo ben poco propensi ad esprimere simpatia. Come hai costruito questo personaggio? Ti serviva un elemento disturbante per accentuare le derive noir del libro?

Mi occorreva un uomo esecrabile, disturbante. Begucci serve per mettere il lettore di fronte alle sue responsabilità. Rileggetevi quest’ultima risposta dopo aver finito il romanzo, sono certo che vi risulterà meno criptica.

Siamo in un piccolo centro non lontano da Tivoli, odore di uova marce delle acque termali, cave di travertino, scheletri industriali, capannoni abbandonati. Sono luoghi a te familiari? Come si adattano alla trama del romanzo e ai personaggi?

La valle dell’Aniene la conosco bene. Mandela, il paesino da cui scompare Margherita, è il luogo dove è nata mia madre e dove ho trascorso tante estati da bambino e dove ora porto i miei figli per sottrarli alla canicola romana. Un luogo dell’anima, che mi serviva per rievocare i ricordi piacevoli di Andrea, quando ripensa a sua moglie che non c’è più. Ma volevo anche che i miei protagonisti vivessero in un esilio scomodo. Un’approfondita ricerca sul territorio mi ha fatto conoscere l’esistenza del posto di polizia di Villalba, che dipende direttamente dal commissariato di Tivoli, un luogo di ineguagliabile bruttezza, e che Andrea deve raggiunge ogni mattina attraversando il tratto più degradato della consolare Tiburtina. La valle dell’Aniene si è rivelato un contenitore di estremi, proprio ciò che mi occorreva.

Abbiamo tre protagonisti, due uomini e una donna. Sono più difficili da gestire che un unico personaggio principale? Come hai proceduto? Come hai sviluppato le interazioni tra loro?

Io ho bisogno di dare al lettore un punto di vista plurimo sulla storia, è il mio modo di raccontarla. Mi serve per poter rappresentare la realtà in tutte le sue sfaccettature, e soprattutto per non imporre un punto di vista, una verità, per lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere seguendo la propria sensibilità. Volevo due investigatori che non si sopportassero, due uomini profondamente diversi, almeno in apparenza, così ho costruito il rapporto tra Marco e Andrea. Francesca avrebbe dovuto essere l’elemento stabilizzatore del gruppo. La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La forma è il poliziesco classico, il procedural tanto caro alla letteratura di genere statunitense. Un’ indagine con le sue implicazioni, le sue derive. A che filone giallo ti sei ispirato? Ti senti più legato al noir di scuola francese, o a quello statunitense?

Io sono uno scrittore di noir, questo è il primo romanzo che scrivo ad avere la struttura del giallo. Per la prima volta posso dire al mio lettore: c’è un delitto, ci sarà un’indagine, alla fine il colpevole verrà trovato e punito, parola d’onore. Tutto ciò di solito fa sì che il giallo, diversamente dal noir, sia un genere consolatorio, perché prevede un lieto fine, come le fiabe. La sfida che mi sono posto era quella di lasciare inalterata questa struttura, ma di adoperarla in modo tale che non portasse a una conclusione consolatoria, dal mio punto di vista rendendola più realistica e meno fiabesca. Leggo più noir statunitensi, ma nello scrivere mi sento più vicino ai francesi.

Il male e il bene sono i pregiudizi di Dio secondo Nietzsche, un modo elegante per dire che male e bene non esistono, o per lo meno sfuggono alle classificazioni del senso comune. Come si riflette questo nel tuo romanzo?

I miei tre investigatori analizzano il caso con sguardi opposti, e ciascuno è convinto di possedere la verità. Ma quando il colpevole viene individuato senza nessuna incertezza, e ci si aspetterebbe che i loro punti di vista possano convergere, paradossalmente è proprio in quel momento che si trovano separati dalla massima distanza. Perché la dialettica si sposta dal piano giuridico a quello morale. Concetti come il bene e di male, il giusto e lo sbagliato, si dimostrano relativi. Ciascuno di loro risponde a una propria morale, a un proprio senso di giustizia. Non vale forse lo stesso anche per noi?

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Spero francese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il cartello di Don Winslow.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Nei tuoi libri invece i personaggi femminili sono sempre positivi. Sei un autore “femminista”? Ti riconosci in questa definizione?

Beh in questo libro proprio femminista non direi. Ci sono tre donne, una è la vittima, una è una mamma scomparsa(non voglio dire di più, ma anche lei è un personaggio con le sue colpe). Poi c’è Francesca, perché immagino che è a lei che tu ti riferisca, che ha molte buone intenzioni, ma anche tante incongruenze e debolezze. E io la amo per questo.

Se Hillay Clinton diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti, che tipo di accoglienza avrebbe, secondo te? Pensi che questa misoginia scemerebbe?

Visto che l’alternativa è Trump spero che vinca la Clinton, ma se avessi potuto indicare una donna come primo presidente degli USA non avrei scelto lei. Michelle Obama, per rimanere in tema di First Lady, sarebbe stata una svolta.

Ci sono attualmente in corso progetti cinematografici?

Sì, ma mi taccio per scaramanzia.

Ti diverti di più quando scrivi per il cinema o quando scrivi romanzi?

Sono due tipi di soddisfazioni diverse, scrivere per il cinema alimenta il mio lato sociale, perché si scrive in gruppo. In questo senso è più divertente. Scrivere un romanzo è qualcosa che mi gratifica maggiormente, per il motivo opposto: un uomo solo al comando.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

E’ forse la parte più divertente e gratificante di questo lavoro, e anche la più stancante. Dall’incontro con i lettori vengono sempre fuori interpretazioni interessanti del romanzo. Molti ci rintracciano cose a cui io non avevo mai pensato. Ultimamente mi sono confrontato con uno “studioso di sistemi e simboli” il quale rivendicava come il mio romanzo fosse colmo di una serie di schemi/sistemi, filosofici e non solo, di cui io però ignoravo l’esistenza. Ho dovuto giurarglielo, e non mi è parso comunque convinto.

Progetti per il futuro?

Al momento promozione, di questo romanzo e dell’antologia E/O che uscirà in estate “Giochi di ruolo al Maracanà” che contiene anche un mio racconto con protagonisti gli uomini della Red. Poi mi rimetterò sul nuovo romanzo e sul cinema. Forse non in questo ordine.

:: I pregiudizi di Dio, Luca Poldelmengo (EO, 2016)

26 aprile 2016
bhy

Clicca sulla cover per l’acquisto

Bene e male sono i pregiudizi di Dio” disse il serpente nel Paradiso terrestre, secondo Friedrich Nietzsche. E da questo aforisma al sapore di arsenico, per la precisione tratto dalla Gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft, 1882), Luca Poldelmengo ha tratto il titolo del suo nuovo libro, I pregiudizi di Dio, edito nella collana Sabotage di EO.
Un noir, sotto le mentite spoglie di un poliziesco. Un noir che appunto si trova a manifestare un sano scetticismo su dove si trovi il reale confine tra bene e male, tra un buon poliziotto e uno cattivo, un buon marito e uno cattivo. Insomma ci sono soglie oltre le quali nulla è più lo stesso, oltre le quali non si torna indietro. Ed è inutile chiedersi se abbia un senso innalzare steccati, credersi al sicuro. A volte il male è inevitabile, non lo si va a cercare. Si compiono cattive azioni per un senso di giustizia più alta, che sconfina pericolosamente con la vendetta. Si può uccidere per legittima difesa. Una vita in cambio di un’altra. Si può uccidere per difendere un amico, un collega, una persona amata. Sempre una vita in cambio di un’altra. Tragica verità nella sua essenzialità, semplicità.
Uccidere è male, forse la forma più estrema di praticare il male. Un male senza ritorno e i protagonisti di questo romanzo ci avranno a che fare. Dovranno mettere in gioco se stessi, con i loro sensi di colpa, le loro fragilità, la poca voglia di fare i conti col destino, con un amore non ricambiato, con una malattia improvvisa, con una donna che abbandona figlio e marito. Sono infondo cose che capitano, nella vita di tutti, più probabili che incontrare un serial killer e non meno dolorose.
Quando alla stazione di polizia di un piccolo centro non lontano da Tivoli arriva un uomo disperato che denuncia la scomparsa della moglie, ad accoglierlo ci sono due poliziotti che il caso o il destino ha messo insieme. Due poliziotti che non si possono vedere, non sempre i colleghi sono come vorremmo che fossero. Quando scompare qualcuno, un famigliare, o peggio un bambino inizia tutta una trafila che va da “Chi l’ha visto” alla denuncia alla polizia, a tappezzare la zona della scomparsa con manifesti e volantini.
Poldelmengo non lascia troppo spazio a questa ricerca, subito la donna scomparsa viene trovata in un fosso, morta, seviziata. E il marito non è certo un personaggio che desta simpatia, anzi non pochi pensano sia lui il colpevole, (non sono sempre i mariti a uccidere le mogli, dice il senso comune). Che poi anche se non fosse il colpevole, alcuni pensano che non è un vero innocente, anche se magari non l’ha uccisa, stare chiuso in prigione potrebbe essere solo ciò che si merita.
Ma un colpevole ci vuole, ci deve essere, Margherita qualcuno l’ha uccisa (la scena del ritrovamento del cadavere è simile a tante scene del crimine, impersonale nei suoi particolari più ripugnanti). E da Roma arriva in supporto un altro commissario, una donna, una donna presente nel passato di uno dei due protagonisti.
Abbiamo così tre poliziotti, un omicidio e la giostra dei mass media. L’odore di uova marce delle acque termali. La polvere di travertino. La periferia. Il raccordo anulare. Le fabbriche, ormai scheletri industriali come tanti cadaveri al sole. I capannoni, i camion che corrono in una cacofonia di suoni.
Chi ha letto L’uomo nero, ritroverà alcuni personaggi, per meglio dire alcune situazioni di quel romanzo, ma I pregiudizi di Dio non è un seguito, ha una struttura narrativa unica, compatta. Capitoli brevi, alcuni brevissimi, fulminanti. E lo stile di Poldelmengo, severo, venato di una calda umanità. Pochi tratti, personaggi, ambientazione, trama, tutto funzionale alla storia che deve essere narrata. E un finale devastante nella sua banalità e indifferenza. La banalità del male, diceva qualcuno.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco. Nel 2014 pubblica Nel posto sbagliato per le Edizioni E/O, anch’esso finalista al Premio Scerbanenco.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Colomba direttrice collana Sabotage.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.