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:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice. 

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.

:: Una giornata a passo leggero di Jelena Lengold (Voland, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2026

Una giornata a passo leggero della scrittrice serba Jelena Lengold, tradotto da Elisa Copetti per Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo di notevole qualità letteraria che ci porta nella vita di uno scrittore di successo della Belgrado contemporanea, Isidor Kraus, cinquantenne, molto amato dai lettori e apprezzato da stuoli di donne, anche giovani, per il suo fascino dimesso e disincantato.

Arrivato a quel punto della vita in cui, inevitabilmente, si cominciano a fare bilanci, Isidor si accorge di non riuscire più a scrivere con la facilità di un tempo. O forse si accorge che il romanzo che vuole realmente scrivere — quello dedicato alla vita di suo padre, morto da poco — è l’unico che sente davvero necessario, invece di continuare a perdersi nei racconti di sé stesso e nella propria incapacità di costruire relazioni stabili, capaci di renderlo emotivamente completo e, forse, finalmente realizzato.

Ma cos’è la scrittura? E cos’è, davvero, la letteratura?

Sembra chiederselo Lengold, trasformando il romanzo in un’ampia e affascinante riflessione metaletteraria sulla capacità della letteratura non soltanto di scavare nel profondo delle anime, ma anche di curarle, in uno slancio salvifico che la avvicina alla musica e, più in generale, all’arte.

Ma la letteratura può davvero salvare?

Oppure le fratture del passato, i rapporti mai completamente risolti, le fughe attraverso le quali abbiamo cercato di rifugiarci per elaborare i lutti restano comunque lì, a incombere sulle nostre vite, anche quando crediamo di averle finalmente superate?

Isidor Kraus sembra cinico, disilluso. Non vuole che gli altri si aspettino più nulla da lui. Ma è una maschera, sedimentata negli anni in cui ha cercato di dimenticare un amore che lo ha segnato davvero, quello vissuto a diciotto anni, quando si ama in modo assoluto, senza egoismi e senza limiti.

E quell’amore, mai veramente dimenticato, torna improvvisamente nella sua vita attraverso alcune mail ricevute da un ipotetico lettore. Ne nasce uno scambio di botta e risposta al quale Isidor aderisce con riluttanza, fino a quando quell’uomo svela la propria identità: non è un anonimo lettore, ma il figlio di Irma, che ha bisogno del suo aiuto.

Sebbene il protagonista sia maschile, sono soprattutto le donne che ruotano intorno a lui a costruirne, in qualche modo, l’identità: Olga, la traduttrice; Maja, la giovane giornalista televisiva; Irma, l’amore della giovinezza; e la madre, morta troppo presto, quando Isidor era ancora adolescente.

Sono loro, con la loro presenza o con la loro assenza, la voce sommessa che arricchisce e insieme ferisce la vita di un uomo che ha trovato nella scrittura una via di fuga, un modo per difendersi dalle insidie del tempo e dai dolori della vita.

Lengold scrive con una grazia particolare, senza mai forzare il sentimento. C’è malinconia, ma non c’è compiacimento; c’è dolore, ma rimane quasi sempre sottovoce. Ed è forse proprio questa misura a rendere così intensa la storia di Isidor: la sensazione che dietro la sua ironia, dietro il suo disincanto e dietro la sua apparente capacità di non aver bisogno di nessuno, si nasconda un uomo che continua a fare i conti con ciò che ha perduto.

Poetico, delicato, sommesso, Una giornata a passo leggero è un romanzo sulla memoria, sull’amore, sulla perdita e sulla possibilità — forse illusoria, forse necessaria — che raccontare ciò che ci ha ferito possa finalmente aiutarci a comprenderlo.

Un romanzo bellissimo, luminoso, scritto da una delle voci più importanti della letteratura serba della sua generazione.

Jelena Lengold Nata nel 1959 a Kruševac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Vašarski Mađioničar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.

Elisa Copetti È una traduttrice friulana, docente di lingua serbo-croata presso l’Università di Udine. Ha tradotto svariati romanzi e opere teatrali di autori serbi e croati, vincendo nel 2008 il Concorso internazionale “Estroverso”, dedicato alla traduzione di letteratura per l’infanzia dalle lingue dell’est Europa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Polvere di Piksi di Barbi Marković (Voland, 2026), a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2026

Polvere di Piksi della scrittrice serba Barbi Marković, nella bella traduzione dal tedesco di Lucia Assenzi e pubblicato da Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo breve, brevissimo: appena cento pagine. Eppure, dentro questo spazio così esiguo, l’autrice riesce a far entrare un intero universo, luminoso e grottesco, tenero e assurdo, profondamente balcanico.

È un mondo fatto di contraddizioni, colori, suoni, umorismo e vitalità, un mondo attraversato dalle ferite della storia, dalle divisioni, dagli sgretolamenti e dalle tragedie che hanno segnato i popoli della ex Jugoslavia senza riuscire, però, a spegnerne la capacità di giocare, ridere, raccontare e trasformare persino il dolore in una forma di vitalità. Al centro di questo universo c’è il calcio, che in Polvere di Piksi è molto più di uno sport: è una metafora della vita, un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un collante generazionale capace di mettere in comunicazione padri e figli, memoria privata e memoria collettiva.

Il romanzo, fortemente autobiografico, prende avvio dal compleanno di Barbi, che ha otto anni. È proprio in occasione del suo compleanno che il padre Slobodan la conduce, secondo un rituale ormai consolidato, in un campo di calcio. Per lui quel pellegrinaggio è quasi una necessità: il calcio è una passione, una fede, qualcosa che deve essere trasmesso alla figlia. Per Barbi, invece, è soprattutto una seccatura. La bambina è vivace, intelligente, curiosa, piena di risorse e di immaginazione, ma proprio non riesce ad appassionarsi a quel gioco che il padre considera così importante.

Slobodan, però, non si arrende. Nel tentativo quasi disperato di trasmetterle il proprio entusiasmo, per farla rivenire da uno svenimento, arriva persino a gettarle addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi, uno dei grandi miti del calcio jugoslavo e serbo. Che per paradosso invece di trasmetterle l’amore per il calcio la farà diventare una formidabile narratrice.

Da qui prende forma una storia che parte apparentemente da un gesto semplice e quasi comico per spalancarsi, pagina dopo pagina, su qualcosa di sempre più drammatico che arriverà a commuovere il lettore fino alla partita di Italia 90, giocata a Firenze da Argentina e Jugoslavia, l’ultima partita giocata dalla Jugoslavia prima dello scoppio della guerra, e della dissoluzione del paese come della dissoluzione della famiglia stessa della protagonista di cui il padre arriva a non ricordarne il nome.

Perché Polvere di Piksi non parla soltanto di una bambina che non ama il calcio e di un padre che cerca ostinatamente di farle cambiare idea. Il calcio diventa piuttosto il punto di accesso a un universo familiare, culturale e storico nel quale passato e presente si sovrappongono continuamente. Il campo da gioco diventa un luogo della memoria, mentre la figura paterna porta con sé un mondo di rituali, convinzioni, passioni e nostalgie che la bambina osserva con uno sguardo insieme affettuoso, ironico e disincantato.

Marković riesce così a costruire un originalissimo romanzo familiare e, nello stesso tempo, un racconto di formazione sui generis. Barbi bambina guarda gli adulti e il loro mondo senza accettarlo passivamente: lo interroga, lo mette in discussione, lo attraversa con la propria fantasia. Ed è proprio attraverso questo sguardo infantile che la realtà finisce per deformarsi, moltiplicarsi e diventare continuamente altro.

La scrittura procede infatti sul confine sottile tra autobiografia, realismo e fantastico. Il quotidiano viene costantemente attraversato dall’assurdo, dal grottesco e dal meraviglioso, in una fantasmagoria che ha qualcosa di profondamente balcanico ma che, allo stesso tempo, riesce a parlare di esperienze universali: il rapporto tra genitori e figli, il bisogno di appartenenza, la trasmissione delle passioni, il peso della memoria e la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti e per riflesso la difficoltà degli adulti di comprendere e attraversare l’universo dei bambini.

C’è anche una componente di parodia della narrativa popolare, che rende il libro particolarmente divertente e imprevedibile. Marković prende gli ingredienti della grande storia, della memoria collettiva e del racconto familiare e li mescola con il surreale, l’ironia e una certa irresistibile propensione al nonsense. Ne nasce un libro che non ha paura di essere giocoso, pur muovendosi su un terreno segnato da traumi storici e fratture profonde sia spsicologiche che storiche.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la capacità di tenere insieme leggerezza e tragedia senza che l’una cancelli definitivamente l’altra. La Storia rimane sullo sfondo, con le sue ferite e le sue divisioni, ma non schiaccia mai i personaggi. Al contrario, la vita quotidiana, il gioco, l’ironia e persino l’assurdità diventano strumenti di resistenza, modi per continuare a esistere e a raccontarsi.

Barbi non ama il calcio perchè ne vede una sublimazione della violenza, una metafora della guerra che sarà combattuta a breve spazzando via un mondo che non è solo la sua infanzia, ma è tutto quel tessuto connettivo familiare ed etico che costituisce la storia di un popolo.

In cento pagine Marković riesce dunque a raccontare molto più di quanto prometta la premessa. Polvere di Piksi è un piccolo gioiellino dalla grande caratura emotiva, una storia di famiglia e d’infanzia, una buffa e malinconica educazione sentimentale, un omaggio a un immaginario balcanico ricco di contraddizioni e vitalità. E il calcio, alla fine, non è che il pretesto perfetto: una palla che rotola, un campo, un padre, una figlia e la polvere sollevata dagli scarpini di un campione diventano il materiale attraverso cui raccontare una cultura, una memoria e soprattutto il complicato, tenerissimo rapporto tra ciò che i genitori vogliono trasmettere e ciò che i figli scelgono, inevitabilmente, di fare proprio. Un libro breve nelle dimensioni ridotte, dunque, ma sorprendentemente grande nell’immaginazione: grottesco, tenero, ironico e stranamente luminoso. Proprio come l’infanzia che racconta.

Barbi Marković Nata a Belgrado nel 1980, ha studiato Letteratura tedesca e vive a Vienna dal 2006. È autrice di numerosi racconti, romanzi, opere teatrali e radiodrammi per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui nel 2024 il prestigioso Premio della Fiera del Libro di Lipsia nella categoria narrativa. Polvere di Piksi – di cui è stato realizzato recentemente anche un adattamento teatrale – nel 2025 si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, importante premio letterario assegnato ogni anno alla migliore pubblicazione in lingua tedesca dedicata al mondo del calcio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Georgia di Tim Burford (Morellini, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Cuore segreto del Caucaso, al bivio tra Europa e Asia, la Georgia è un Paese così ricco di bellezze paesaggistiche, culturali, antropologiche e sociali che non si può che accogliere con favore l’uscita della nuova guida turistica Morellini, nella collana Insider, dedicata a questo straordinario territorio e curata da Tim Burford, firma autorevole dell’escursionismo e dell’ecoturismo, con al suo attivo una decina di guide dedicate a destinazioni dall’Europa al Sud America.

Ormai Morellini è una garanzia: ogni sua guida non rappresenta soltanto un utile strumento per il viaggio, ma è anche un volume curato, piacevole da sfogliare e da conservare in libreria, capace di accompagnare il lettore alla scoperta di luoghi lontani anche attraverso la lettura e la ricerca.

La Georgia è ancora, per molti aspetti, una destinazione poco conosciuta e un Paese non ancora interessato dai grandi flussi del turismo internazionale. Spesso ricordata soprattutto come terra natale di Stalin, merita invece di essere riscoperta per la straordinaria varietà del suo patrimonio. Al suo interno custodisce tesori che spaziano dalle torri difensive della Svaneti alle fertili vallate del Kakheti, culla della più antica tradizione vinicola del mondo, dalla vivace capitale Tbilisi alle coste subtropicali del Mar Nero.

Uno dei punti di forza della guida è proprio la capacità di svelare luoghi e usanze meno noti: monasteri rupestri scavati nella roccia, villaggi montani dove sopravvivono tradizioni ancestrali e le antichissime tecniche di vinificazione nei qvevri, le grandi anfore di terracotta interrate riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. La cultura del vino, insieme alla gastronomia locale e alla proverbiale ospitalità georgiana, diventa così una chiave privilegiata per comprendere l’identità di questo Paese.

Una leggenda racconta che Dio, dopo aver distribuito le terre ai popoli del mondo, abbia donato ai georgiani il luogo che aveva riservato per sé, commosso dal loro calore umano, dalla loro convivialità e dall’amore per la vita e per la buona tavola. Un racconto simbolico che ben restituisce lo spirito di una terra dove l’accoglienza è parte integrante della cultura.

Accanto agli approfondimenti storici e culturali, Burford offre tutti gli strumenti necessari per organizzare il viaggio: mappe dettagliate, itinerari tematici e numerosi consigli pratici permettono di costruire esperienze autentiche, dalle degustazioni nelle cantine familiari alle escursioni tra ghiacciai e vette del Grande Caucaso, dai bagni termali di Borjomi ai vivaci mercati di Kutaisi.

Georgia si presenta così non soltanto come una guida per partire, ma come un invito alla scoperta di un Paese complesso e affascinante, dove natura, storia e tradizioni convivono in un equilibrio sorprendente. Un volume ricco e completo, capace di far nascere il desiderio del viaggio ancora prima di mettersi in cammino.

Tim Burford ha studiato lingue all’Università di Oxford. Nel 1991, dopo cinque anni come editore, ha iniziato a scrivere guide per Bradt, prima sull’escursionismo nell’Europa centro-orientale e poi sul backpacking e l’ecoturismo in America Latina. Ad oggi ha scritto dieci guide per Bradt, che spaziano dall’Uruguay all’Uzbekistan, tra cui cinque edizioni della guida sulla Georgia.
Guida anche escursioni sulle montagne europee.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Morellini.

:: Abitare la natura – Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Aggiornato alle più recenti teorie dell’abitare italiane e internazionali, Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026), con postfazione di Lucia Krasovec-Lucas, si distingue come uno dei contributi più interessanti dedicati al biophilic design nel panorama editoriale italiano.

Più che un semplice manuale, il volume propone una riflessione ampia sul rapporto tra architettura, natura e benessere, intrecciando ricerca scientifica, cultura del progetto e attenzione alla qualità dell’abitare. Il tema è di stringente attualità. I cambiamenti climatici, sempre più evidenti e drammatici, impongono infatti di ripensare il rapporto tra ambiente costruito e sistemi naturali, mettendo in discussione modelli abitativi che per troppo tempo hanno sacrificato il verde e la qualità dello spazio in favore di logiche esclusivamente economiche o funzionali.

Il libro mostra come la sostenibilità non possa più essere considerata l’unico parametro per valutare la qualità di un edificio. Accanto all’efficienza energetica, acquistano un ruolo decisivo la qualità dell’aria, l’illuminazione naturale, la presenza della vegetazione, il rapporto visivo con il paesaggio e, più in generale, tutti quegli elementi che incidono sul benessere psicofisico delle persone. Oggi sappiamo che gli ambienti nei quali trascorriamo gran parte della nostra vita – abitazioni, uffici, scuole, ospedali – possono favorire oppure compromettere la salute, e il biophilic design rappresenta una delle risposte più convincenti a questa consapevolezza.

Uno dei punti di forza del volume è il ricco apparato bibliografico e sitografico, aggiornato alle principali ricerche internazionali. Fusco dimostra una conoscenza approfondita della letteratura sul tema e integra con equilibrio i contributi di studiosi e progettisti che hanno indagato il rapporto tra natura e salute, offrendo al lettore strumenti utili per ulteriori approfondimenti. La biofilia emerge così non come una semplice tendenza estetica, ma come una strategia progettuale fondata su solide basi scientifiche e orientata a migliorare la qualità della vita.

Interessante è anche il richiamo all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, nella quale la Terra viene definita “casa comune”. Il riferimento non ha un valore esclusivamente etico, ma amplia il discorso sul progetto, ricordando come la cura dell’ambiente richieda responsabilità collettiva, investimenti e politiche lungimiranti. In questo senso, il libro suggerisce che ripensare il modo di abitare non è più una scelta opzionale, ma una necessità urgente.

Con uno stile chiaro e accessibile, anche quando affronta argomenti specialistici, Fusco accompagna il lettore in un percorso che mette in luce la profonda interdipendenza tra essere umano e natura. Un’intuizione che oggi trova conferme nelle neuroscienze, nella psicologia ambientale e nelle scienze della salute, ma che affonda le proprie radici nella cultura classica: non a caso si richiama anche Lucrezio, testimone di una visione del mondo nella quale uomo e natura erano già concepiti come parti di un unico sistema.

Completa il volume un ricco apparato iconografico. Le immagini, curate e ricche di dettagli, non svolgono una funzione meramente illustrativa, ma dialogano con il testo, contribuendo a chiarire i concetti e a rendere immediatamente percepibili i principi del biophilic design.

Abitare la natura è dunque un libro che riesce a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. Un testo utile ai professionisti dell’architettura e dell’interior design, ma anche a chiunque desideri comprendere come gli spazi che abitiamo influenzino la nostra salute e il nostro benessere. In un momento storico in cui il progetto è chiamato a rispondere alle sfide ambientali e sociali del presente, il saggio di Alfredo Fusco rappresenta un contributo autorevole e quanto mai necessario alla diffusione di una nuova cultura dell’abitare.

In conclusione il tema della biofilia, della salutogenesi e del rapporto tra architettura e salute sarà probabilmente uno dei filoni più rilevanti della cultura del progetto nei prossimi anni.

Alfredo Fusco Architetto e biophilic designer, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell’etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Esperto di progettazione eco-friendly e biofilia applicata all’architettura, parla e scrive di compensazione del deficit di natura, ingegneria naturalistica, greening verticale, infrastrutture emergenti e dinamiche adattive. Vive e lavora a Milano.

Source: ringraziamo l’autore e la casa editrice per l’invio del volume.

:: Solak di Caroline Hinault (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2026

Sulla penisola di Solak, da qualche parte a Nord del Circolo polare artico, c’è un avamposto militare in mezzo al nulla dei ghiacci dove vengono spediti i soggetti che hanno colpe da espiare. Solo uno dei quattro residenti è lì per scelta: scienziato climatico, cerca le prove dell’imminente collasso del Pianeta. Dopo il suicidio di uno dei compagni, i tre rimasti accolgono una nuova recluta misteriosa: un ragazzo muto. Chi arriva a Solak è un colpevole, come loro. Ma di cosa può essersi macchiato un tipo così gracile e mite? Con l’avvicinarsi della grande Notte polare le condizioni di vita alla base si fanno ancora più dure e gli uomini sono costretti a una convivenza sempre più tesa, che smaschera gli istinti peggiori rivelando gli inquietanti segreti del passato. Ma il destino li troverà anche in quell’oltremondo senza pietà dove nessuna apparenza può più ingannare.

Solak (Solak, 2021) della bretone Caroline Hinault, tradotto in italiano da Maria Laura Capobianco ed edito da Gallucci, è un romanzo breve molto particolare giunto dalla Francia fino a noi sull’onda di un grande successo di pubblico e di critica.

Vincitore di ben 8 premi letterari Solak ci porta la voce di un’autrice molto singolare, capace di graffiare e nello stesso tempo evocare atmosfere anche liriche dell’estremo Nord.

Voce narrante quella di un soldato Piotr, da vent’anni confinato a Solak per qualche oscura colpa che sembra segnare le vite di tutti i personaggi, oltre a lui un altro militare Roq, e Grizzly uno scienzato attento a studiare i cambiamneti climatici in attesa di un imminente Apocalisse che spera coi suoi studi di scongiurare. Un altro militare Igor, si fa saltare le cervella con un fucile e quando arrivano le scorte, prima della lunga notte artica, viene raccolto e in cambio viene lasciata una Recluta, un ragazzino smilzo, con gli occhi come spilli di acciaio chiaro, muto ma non sordo, che scrive freneticamente chissà cosa su alcuni fogli.

La Hinault ne riporta il linguaggio, ruvido se non greve, e la psicologia di uomini temprati da mille vicessitudini e avversità. L’ambiente è ostile, più si avvicina la notte artica più la lotta per la sopravvivenza si fa serrata in attesa di un evento tragico che sembra gravare come una maledizione.

Chi sarà a soccombere? Chi riuscirà a sopravvievre, e quali sono i segreti e le tragedie che i personaggi meticolosamente nascondono?

In attesa dell’inaspettato colpo di scena finale l’aria si fa tesa, frenetica in un crescendo di tensione e di angoscia.

Noir per adulti, nella collana Glifi di Gallucci, Solak è un romanzo difficile da definire, lo si potrebbe descrivere come un lungo monologo e flusso di coscienza della voce narrante, in cui l’autrice si immedesima alla perfezione nel descriverci la psicologia di uomini al limite.

E’ un romanzo molto muscolare, ruvido, maschile, sebbene l’autrice sia una bella e giovane e affascinante professoressa di lettere, utilizza un linguaggio greve, anche volgare, specchio delle anime tormentate dei personaggi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla superficie di questo linguaggio spigoloso.

Sotto la scorza ruvida emerge tuttavia una riflessione profonda sulla colpa molto dostoevskijana, sull’isolamento, sulla memoria e sul rapporto tra l’uomo e una natura che non è più madre, bensì forza indifferente e inesorabile. Solak diventa così un luogo dell’anima prima ancora che uno spazio geografico: un confine estremo dove ogni certezza vacilla e dove i protagonisti sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno cercato di seppellire dentro di sé.

Solak è una lettura intensa, inquietante e fuori dagli schemi, capace di lasciare il lettore immerso in un senso di gelo e di sospensione anche dopo aver voltato l’ultima pagina. Un romanzo breve ma densissimo, che dimostra come Caroline Hinault sappia fondere tensione narrativa, introspezione psicologica e grande forza evocativa in una storia destinata a lasciare il segno.

Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Rivista Il Segno: In Cina il futuro della fede? e altre storie a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2026

Nel numero di luglio-agosto della rivista Il Segno del Sovrannaturale esce un articolo a firma della giornalista siciliana Daniela Distefano, in collaborazione con il reverendo padre Giuseppe Caponnetto, dal titolo: In Cina il futuro della fede? che ha catturato la mia attenzione, un po’ perchè parla di Cina, anche da un punto di vista storico, e io amo molto questo paese, un po’ perchè narra le apparizioni mariane in Cina nel 1900 durante la Rivolta dei Boxer, e non spesso se ne sente parlare. Mentre nel resto del mondo si sente parlare di crisi della fede, di chiese sempre più vuote, di giovani che si allontanano dalla religione, in Cina sta curiosamente avvenendo l’opposto. Mi riferisco alla religione cattolica, ma posso estendere al senso del sacro in genere. Forse non tutti sanno ma in Cina esistono due chiese distinte: una ufficiale, sotto il controllo del governo cinese, tollerata e se vogliamo istituzionalizzata, e una alternativa, perlopiù clandestina, a detta di molti perseguitata, che presta ubbidienza al Santo Padre, ovvero al Vaticano di Roma, ovvero a una struttura straniera fuori dal territorio cinese. Ma come si diffuse la fede, non solo cattolica, in Cina? E’ una lunga storia che ho approfondito nei miei studi e se vogliamo questo esula dall’articolo della Distefano, che presta maggiore attenzione al culto mariano cinese che si diffuse durante la Rivolta dei Boxer del 1900. Molte furono le apparizioni mariane testimoniate, molti i santuari che furono eretti, fervente il culto mariano arrivato fino a oggi. Nell’articolo si parla di questo sia da un punto di vista storico che sociale e antropologico. Il culto mariano in Cina è molto diffuso, forse più che da noi, sebbene il Partito Comunista cinese non l’incoraggi e non apprezzi gli assembramenti, oltre a professarsi ateo. Forse Nostra Signora di Sheshan è uno dei titoli più importanti con cui la Chiesa cattolica venera la Vergine Maria in Cina. Il nome deriva dalla collina di Sheshan, situata a circa 35 km a sud-ovest dal centro di Shanghai, dove sorge l’omonimo e celebre santuario, meta di costanti pellegrinaggi che le autorità cinesi non riescono a scoraggiare. Se vogliamo il maggiore punto di scontro tra governo cinese e chiesa cattolica avvenne in seguito alla canonizzazione di 120 martiri cinesi proclamata da Papa Giovanni Paolo II il 1°ottobre del 2000, che suscitò una dura reazione diplomatica da parte della Repubblica Popolare Cinese. Pechino accusò i missionari di essere spie e agenti dell’imperialismo occidentale, definendo l’evento un affronto alla sovranità nazionale. La principale accusa fu lo spettro del colonialismo, il governo cinese contestò aspramente il riconoscimento, sostenendo che i santi fossero collusi con le potenze coloniali dell’epoca e complici delle umiliazioni subite dalla Cina (inclusi gli eventi della rivolta dei Boxer). Il Papa respinse fermamente le critiche sostendo che la canonizzazione non era un atto politico contro lo Stato, ma il riconoscimento di virtù eroiche ed esempi di fede. Tuttavia la polemica creò serio imbarazzo nel dialogo con la Chiesa patriottica cinese, portando a frizioni con la Santa Sede che se vogliamo durano fino ai giorni nostri. Avendo studiato il periodo, e analizzato decine e decine di lettere di missionari per lo più francescani, oltre che gesuiti, ero giunta alla convinzione, sempre dopo lo studio dei documenti in mio possesso, che effettivamente questi martiri furono uccisi nel modo più barbaro per spregio alla fede. Per cui per il diritto canonico si può a pieno titolo definirli martiri. Questa era la mia tesi di fondo, contenuta nella mia tesi di laurea, e questa opinione la conservo fino a oggi, sebbene siano da precisare alcune cose: non tutti i convertiti cinesi erano sinceri, alcuni lo fecero per interesse, per avere privilegi, per fuggire al sistema penale e giudiziario cinese (in seguito all’extraterritorialità); i Boxer non erano degli assassini senza fede e morale, perlopiù avevano intenti sinceramente patriottici volendo fermare il cattivo influsso sul loro paese dovuto agli stranieri, e le Guerre dell’Oppio, e le ripercussioni della diffusione di questa droga in Cina non furono da sottovalutare. Ci sarebbe ancora da approfondire l’argomento, da analizzare i resoconti cinesi, etc.. insomma ancora c’è molto lavoro da fare, ma le storie dei martiri sono strazianti, molti missionari vennero uccisi nei modi più barbari che fanno impallidire noi occidentali. Tornando all’articolo in questione è molto serio e ben documentato e avvicina molti a queste tematiche di strettissima attualità. Se vi capita leggetelo.

:: Visioni di cinema: Shanghai 1920 di Po-Chih Leong a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2026

Shanghai 1920 (titolo originale Shang Hai yi jiu er ling) appartiene a quella filmografia dimenticata dei primi anni Novanta che, per vie traverse, è riuscita a sottrarsi all’oblio. Diretto da Po-Chih Leong, il film racconta la lunga e tormentata amicizia tra Billy Fong, giovane cinese cresciuto nei bassifondi del porto di Shanghai, e Dawson Cole, figlio di un ricco imprenditore americano trasferitosi in Cina per affari.

Se proprio lo si vuole incasellare in un genere, lo si può definire un gangster movie, anche se si discosta sotto molti aspetti dal cinema criminale hongkonghese più classico. Piuttosto, si avvicina a opere occidentali come Il Padrino, Goodfellas, A Bronx Tale o Casino, nelle quali il racconto della criminalità diventa anche un’epopea umana e familiare. Ma le affinità finiscono qui, perché Shanghai 1920 è qualcosa di più complesso.

Il film non rappresenta soltanto un’interessante operazione transculturale che avvicina Oriente e Occidente attraverso la sensibilità di Po-Chih Leong, regista formatosi anche nelle scuole occidentali e rimasto nell’ombra di autori ben più celebrati come John Woo, Stanley Kwan o Wong Kar-wai. Ha invece l’ambizione di raccontare, sullo sfondo della grande Storia, un’epopea criminale che è soprattutto la storia di un’amicizia tra due uomini diversi per estrazione sociale, educazione, cultura e carattere.

Billy Fong è un criminale; Dawson Cole, pur desiderando seguire una strada più onesta e rispettabile, finisce inevitabilmente per lasciarsi coinvolgere. Eppure non è Billy a trascinare l’amico verso il crimine. È piuttosto il contesto storico a determinare il loro destino: un intreccio di disuguaglianze, ingiustizie e tensioni che caratterizzava la Shanghai della prima metà del Novecento, città sospesa tra modernizzazione, colonialismo, criminalità organizzata e conflitti politici.

L’ambizione del regista è evidente, ma è sostenuta anche da un cast di grande livello. John Lone, Adrian Pasdar, Fennie Yuen e Loletta Lee offrono interpretazioni convincenti che contribuiscono a rendere il film ancora oggi sorprendentemente godibile, a oltre trent’anni dalla sua uscita.

L’aspetto più riuscito dell’opera è senza dubbio la ricostruzione storica. La Shanghai degli anni Venti e Trenta viene rappresentata con grande cura scenografica, offrendo un affresco visivamente ricco e affascinante. Costumi, ambientazioni e fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera epica che richiama il grande gangster movie americano, pur mantenendo una propria identità culturale.

La durata è considerevole e il racconto, in alcuni passaggi, tende a disperdersi. Il film si apre con l’arrivo delle truppe giapponesi a Shanghai e la fuga precipitosa dei cittadini americani verso una nave che rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Billy Fong sta per imbarcarsi insieme alla moglie quando un lungo flashback ripercorre la sua vita, dall’infanzia fino all’incontro con Dawson Cole, figlio privilegiato di un imprenditore americano.

Nasce così un’amicizia profonda, sincera, di quelle che soltanto l’infanzia sa creare. Il film segue la crescita dei due protagonisti, il loro diventare soci, complici e, più ancora che amici, fratelli.

Shanghai 1920 non è un film d’azione nel senso canonico del termine, né un’opera incentrata sulle Triadi o sulla guerra tra bande criminali. Questi elementi sono presenti, ma restano sullo sfondo. A Po-Chih Leong interessa soprattutto il rapporto tra Billy e Dawson, il legame che unisce due uomini provenienti da mondi apparentemente inconciliabili. Più le circostanze sembrano dividerli, più la loro amicizia si rafforza; più le loro vite prendono direzioni opposte, più quel legame diventa il vero centro della narrazione.

È proprio in questa scelta narrativa che risiede il fascino del film: un’opera visivamente sontuosa, moralmente controversa e capace di mettere in secondo piano le convenzioni del genere per concentrarsi sui sentimenti dei suoi protagonisti.

Quando Billy rinuncia alla salvezza, alla moglie e a un possibile futuro per tornare indietro in cerca dell’amico, il gangster movie lascia definitivamente spazio a una storia di lealtà e sacrificio. In quel gesto estremo la solidarietà e l’altruismo prevalgono sulla violenza, conducendo il film verso un finale insolitamente luminoso, nel quale l’amicizia sembra resistere perfino alla brutalità della Storia.

:: Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (Sellerio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2026

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (The Pilgrim’s Mirror, 2026), scritto magistralmente in lingua inglese e tradotto in italiano, come sempre con grande perizia, da Luigi Sanvito, è il nuovo capitolo della straordinaria saga dedicata a Martin Bora, personaggio letterario ormai ben noto ai lettori appassionati di narrativa storica e militare.

Siamo a Odessa nell’autunno del 1941. Dopo essere sopravvissuto a un assalto che gli è costato la frattura di un braccio, Bora riceve dai suoi superiori un incarico delicato: indagare sulla morte del maggiore Alt, giudice militare impegnato nell’inchiesta su alcuni crimini di guerra. Quella che inizialmente appare come una classica indagine investigativa si trasforma presto in un viaggio attraverso le contraddizioni dell’Ucraina occupata, sospesa tra passato e futuro, tra memoria e tragedia, costringendo il protagonista a confrontarsi ancora una volta con i propri demoni interiori e con il conflitto irrisolto tra dovere militare e coscienza morale.

Ritengo, in tutta sincerità, che Ben Pastor sia un autentico genio della narrativa storica. Non è un’affermazione che faccio con leggerezza, ma una convinzione maturata attraverso la lettura di questo romanzo e dell’intera saga di Martin Bora. La sua scrittura è elegante, raffinata e profonda; ogni pagina è attraversata da una straordinaria ricchezza di riferimenti storici e da una penetrante analisi psicologica dei personaggi. Le sue storie possiedono un retrogusto amaro, inevitabile considerando il contesto storico in cui sono ambientate, ma al tempo stesso risultano profondamente edificanti nella loro riflessione sulla natura umana.

Martin Bora è uno dei personaggi più complessi e riusciti della narrativa contemporanea. L’autrice ne esplora l’interiorità con rara sensibilità, soffermandosi sulla sua fede religiosa, sul tormentato rapporto tra coscienza e obbedienza, sulla sua capacità di empatia e sul coraggio, tanto personale quanto militare, che lo contraddistingue. Bora non è un semplice investigatore né un semplice soldato: è un uomo che cerca di preservare la propria integrità morale in un mondo che sembra aver smarrito ogni riferimento etico.

I romanzi di Ben Pastor possono essere definiti senza esitazione alta letteratura. Ogni frase appare cesellata con cura artigianale, densa di informazioni sul periodo storico e di riflessioni che rivelano una conoscenza profonda della materia trattata. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’autrice erudita, capace di trasformare una rigorosa ricerca storica in narrazione coinvolgente.

Leggere Ben Pastor è un’esperienza immersiva. Le sue pagine trasportano il lettore nel cuore degli eventi, facendogli vivere in prima persona le vicende del protagonista. In Lo specchio del pellegrino sembra davvero di trovarsi nell’Odessa del 1941, tra occupanti romeni, soldati tedeschi, prigionieri di guerra e popolazione civile. L’ambientazione è ricostruita con una cura impressionante, senza apparenti sbavature o incongruenze. Se vi fossero eventuali imprecisioni storiche, non possiedo le competenze per individuarle; tuttavia, anche qualora esistessero, resterebbero ampiamente giustificate dalla natura stessa dell’opera narrativa, che conserva il diritto a quelle licenze poetiche necessarie alla costruzione del racconto.

Colpisce inoltre l’accuratezza della ricerca documentaria che sostiene il romanzo. Ben Pastor si è avvalsa della collaborazione di numerosi esperti in campo storico e militare e ha saputo integrare nella narrazione mappe, testimonianze, leggende locali, usi e costumi dell’epoca, conferendo al testo una straordinaria autenticità.

In conclusione, Lo specchio del pellegrino conferma ancora una volta il talento eccezionale di Ben Pastor e la grandezza letteraria del ciclo di Martin Bora. Un romanzo che unisce indagine, storia, riflessione morale e profondità psicologica, capace di coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine e di lasciargli molto su cui riflettere una volta chiusa l’ultima pagina. Per gli amanti del romanzo storico è una lettura imprescindibile; per chi ancora non conosce Martin Bora, rappresenta un eccellente motivo per avvicinarsi a una delle saghe più raffinate e intelligenti della narrativa contemporanea.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora, Lo specchio del pellegrino (2026). Premio Flaiano 2018.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).