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:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: L’inganno delle tenebre di Jean-Christophe Grangé (Garzanti 2017)

19 novembre 2017

Concludiamo oggi il blogtour dedicato a L’inganno delle tenebre come promesso con la pubblicazione delle nostre recensioni. Su ogni blog partecipante troverete infatti la rispettiva recensione (Le parole segrete dei libri, The Mad Otter, Il mondo di sopra, La viaggiatrice pigra, Nali’s Shelter). Spero abbiate apprezzato il nostro lavoro, è stato impegnativo, ma ci ha dato grandi soddisfazioni. Buona lettura! 

l'inganno delle tenebre

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Seguito de Il rituale del male, L’inganno delle tenebre (Congo Requiem, 2017) ci riporta nell’ universo noir creato da Jean- Christophe Grangé, un universo parallelo, ma non tanto lontano da quello reale, da quello in cui viviamo ogni giorno, sebbene naturalmente fatti e circostanze non rispecchiano necessariamente comportamenti e accadimenti davvero successi. Ma chi può dirlo? Molto spesso la fantasia è più reale delle realtà.
Questi due romanzi, che andrebbero letti nell’ ordine per una comprensione più completa della trama e per godere dei depistaggi, delle Fatemorgane che l’autore crea facendoti credere una cosa, dandoti false sicurezze, per poi ribaltare anche radicalmente la situazione, è in tutto un’ opera mammut di 1600 pagine, la creazione letteraria più ambiziosa e complessa di Grangé.
Un’ eccellenza nel particolare genere thriller, che coniuga gli eccessi dell’ horror, le sottigliezze del romanzo psicologico, e la fantascienza (perlomeno medica) e la fantapolitica.
Jean- Christophe Grangé non ha paura di osare, di esagerare, di seminare improbabili coincidenze, di frastornarti coi colpi di scena, anche un po’ kitsch, di giocare con la tua credulità e di sedurti con riflessioni anche profonde su considerazioni storiche, sociali o geopolitiche.
L’Africa di Grangé, che in questo romanzo ha un ruolo centrale perlomeno nella prima parte, terra di una bellezza mozzafiato e nello stesso tempo di corruzione, avidità, traffici illeciti, schiavismo, malattie, guerre, superstizioni, riti ancestrali, crudeltà inenarrabili, forse non è l’Africa reale, ma si avvicina alla percezione che un’ occidentale consapevole e informato ha di quel paese, vessato, derubato e martoriato da anni e anni di colonialismo bianco.
Grangé non edulcora la realtà, la rapacità e l’istinto predatorio di un Morvain rispecchiano davvero quello di tante società private, che si spartiscono quelle terre con la complicità più o meno manifesta delle autorità locali. E poi gli scontri etnici, tribali, le guerre devastanti più o meno pilotate, sempre funzionali alla spartizione di materie prime (diamanti, petrolio, uranio, coltan), alla diffusione dei lucrosissimi traffici d’armi, all’ottenimento del potere, sempre funzionale all’ ottenimento di denaro. Il dio moderno che sembra venerato da tutti, qualsiasi sia il credo politico, il colore della pelle, la mentalità, l’ideologia.
E poi c’è la follia, la variabile impazzita, che stravolge tutte le regole, che aggiunge alla violenza predatoria caratteristiche allucinate. Si può uccidere per vendetta, e tutto il romanzo è una grande storia di vendetta, di un folle e impasticcato conte di Montecristo contro una famiglia, un clan i Morvain. Fino alle pagine finali non scopriremo chi muove davvero le fila di tutto ciò, non scopriremo se davvero l’Uomo Chiodo è vivo ed è tornato. Non scopriremo che anche i personaggi più insospettabili sono capaci di uccidere, e nascondono segreti che non possono essere sepolti con loro.
Se amate il genere, una lettura da non perdere, l’horror thriller al suo meglio, di un autore europeo ben poco convenzionale, ben poco politicamente corretto, che fa risolvere il caso (perchè infondo è un’ indagine poliziesca) al personaggio più improbabile, che del clan Morvain fa sopravvivere pochi personaggi, sovvertendo la legge principale e implicita del thriller che prevede che di norma i personaggi principali non dovrebbero morire. Ma Grangè accentua il realismo, esagerandolo, descrivendo minuziosamente i particolari, anche i più sordidi. E lasciando nella mente del lettore l’eco di Gregoire Morvan che nella foresta africana si trova ad avere a che fare con un ragazzo della sua comitiva con la gamba in cancrena, prossimo alla morte. E senza un attimo di esitazione l’uccide, perché non rallenti la sua marcia. E poi si trova gli occhi pieni di lacrime, non per il gesto compiuto, per la pietà umana che non prova, ma per sé stesso. Traduzione dal francese di Paolo Lucca.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (Newton Compton 1992)

18 novembre 2017
mrs-dalloway

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Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro. La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili. Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante. Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile. La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando. Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente. Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi. E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi.

Nota: edizione considerata Mrs Dalloway, Newton Compton 1992, Introduzione di Armanda Guiducci, Postafazione di Pietro Meneghelli, Traduzione di Pier Francesco Paolini.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva.

:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014)

9 novembre 2017
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(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

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Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva

:: Una spaventosa faccenda e altri racconti di Jim Thompson (Fanucci 2006)

3 novembre 2017
una spaventosa faccenda

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Jim Thompson credo sia un nome che non necessita di grandi presentazioni, specie tra noi lettori amanti del noir contemporaneo americano. Nel mio ipotetico pantheon ha un posto di rilievo, e non solo io tendo a pensare che sia stato uno dei più grandi e versatili, perlomeno della sua generazione, se non il più grande. Nacque nel 1906 in una sperduta e minuscola cittadina dell’ Oklahoma, una generazione dopo Chandler (1888- 1959) per intenderci, e morì a Hollywood verso la fine degli anni ’70 solo e alcolizzato, come un tipico personaggio dei suoi libri, libri che almeno in vita furono considerati dopo un effimero successo negli anni ‘50 niente di più che romanzetti pulp da quattro soldi (a parte tre, tutti i ventinove libri pubblicati tra il 1942 e il 1973 erano tascabili).
Per capire il suo valore, arrivarono in massa i critici dagli anni ’80 in poi del Novecento, facendo accostamenti vertiginosi più che ai maestri del noir e dell’ hardboiled, a autori prettamente letterari e non di genere come Céline, a Erskine Caldwell per non parlare di William Faulkner o addirittura Dostoevskij. Insomma quando un autore viene sdoganato, gli osanna della critica arrivano fino al Cielo. Ma insomma Jim Thompson se lo meritava, avrebbe certo meritato anche più riconoscimenti in vita, meno disperazione e indifferenza specie negli ultimi anni di vita, ma forse avrebbero alterato il suo stile, (o forse il successo stesso non apparteneva alle sue corde) e noi oggi non avremmo avuto opere come L’assassino che è in me, Un uomo da niente, o Colpo di spugna, romanzi che se vogliamo rappresentano un punto di non ritorno e una nuova ridefinizione del genere.
Dunque forse più famoso per i suoi romanzi Jim Thompson non evitò la narrativa breve, e se volete accostarvi a questo autore vi consiglio proprio di iniziare dai racconti. Non sarà un innamoramento veloce, Jim Thompson non utilizza artifici letterari e effetti speciali o fuochi d’artificio, ha uno stile sobrio, piano se vogliamo, che utilizza anche cinicamente un’ apparente calma compositiva per poi mordere all’improvviso come un serpente a sonagli. Ma ragazzi se amate l’arte del racconto, da Jim Thompson c’è solo da imparare, dalla caratterizzazione dei personaggi (truffatori, prostitute, psicopatici, assassini e tutto il sottobosco borderline dell’ epoca che lui conosceva per esperienza diretta), all’ambientazione (perlopiù squallida e degradata, e metropolitana), a quel mood che oscilla tra cieca disperazione e ottusa speranza, che naturalmente noi lettori sappiamo benissimo quanto sia senza futuro.
Jim Thompson tocca corde profonde, grazie a una autenticità che nasce da una profonda sofferenza. Lo sguardo di pietà umana e tenerezza che getta sui i suoi antieroi, è qualcosa che commuove e rende splendide storie di per sé sordide, deprimenti e sporche, cattive ma Jim Thompson non giudica né giustifica, i suoi perdenti sono gentaglia, ma forse l’intera umanità è fatta di gentaglia, di cialtroni per cui stare dal lato giusto della legge non è una grande priorità e che cercano sempre una nuova occasione ma non la trovano mai.
Una spaventosa faccenda e altri racconti (Fireworks. The Lost Writings, 1998), raccolta curata da Robert Polito, il suo biografo ufficiale, autore anche della breve e brillante prefazione, edita in Italia nel marzo del 2006 da Fanucci con traduzioni di Eleonora Lacorte, raccoglie 12 racconti usciti nell’arco di vent’anni (1946-1967) e pubblicati sulle più famose riviste americane di genere.
Abbiamo un Jim Thompson in splendida forma capace di scrivere racconti come Buio in sala, Per sempre (il mio preferito) Una spaventosa faccenda, Pagare all’uscita e La falla del sistema il più insolito e filosofico se vogliamo. Jim Thompson scrive racconti di suspense, neri fino nel midollo. Il cinismo di Aurora a mezzanotte è difficilmente sostenibile, nonostante l’apparente dolcezza con cui è scritto. La storia è sordida, dolorosa, disturbante, e lascia poco spazio a forme anche velate di redenzione o lieto fine.
I suoi truffatori sono quasi sempre falliti e mezze tacche, alle prese col colpo che gli dovrebbe cambiare la vita, ma tutto gli si ritorce sempre contro, e non perché il male deve essere punito e meglio se in modo eclatante, ma perché la vita e i meccanismi corrotti e contorti che la regolano portano a questo fallimento esistenziale prima che etico o morale. In un lento e inesorabile sgretolamento di difese. 
Mitch Allison il truffatore sfortunato (ma criminale nel midollo) de Il calice di Cellini, lo ritroviamo anche in un secondo racconto, Una spaventosa faccenda (che da il titolo italiano alla raccolta) ed è se vogliamo il più limpido esempio dell’antieroe tipicamente americano caro a Jim Thompson.
Gli elementi autobiografici si perdono in una densa struttura narrativa in cui la realtà è deformata dalle aspirazioni e da un disperato desiderio di riscatto e di conservazione e sopravvivenza. Truffare una compagnia, uccidere, prestarsi a grandi e piccoli raggiri è quasi una forma di compensazione, un desiderio folle di ottenere un risarcimento per una vita di stenti, povertà e miseria.
I personaggi sono fermamente convinti che la loro condizione è una grande ingiustizia, loro cercano solo di pareggiare la bilancia, come la sfortunata Ardis Clinton (non vi anticipo il colpo di scena finale, ma è geniale) e il suo folle piano congeniato col suo amante che porterà a derive horror e soprannaturali.
Ho in lettura Un uomo da niente, vi saprò dire, intanto buona lettura per questo.

Per approfondire: Lia Volpatti – Senza speranza da Vita da niente, Omnibus Gialli Mondadori

Jim Thompson, per tutti Jim, nacque in Oklahoma, nel 1906. A causa di dissesti finanziari familiari fin da ragazzo fu costretto a fare i lavori più umili, dal manovale al fattorino, dall’operaio nei pozzi petroliferi al gestore di sale cinematografiche. La scrittura arriva piuttosto tardi tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni Ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio.

Nota: Questo libro appartiene alla promozione Remainders -50%.

Source: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

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:: La dieta antiacido – Salvarsi lo stomaco e tornare in forma in 28 giorni di Jonathan E. Aviv (Centauria 2017)

30 ottobre 2017
la dieta antiacido

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Il libro di cui vi parlerò oggi è un libro prezioso che davvero può risolvere un problema, molto diffuso, e spesso purtroppo sottovalutato, specialmente se è lieve, ancora nella forma iniziale. Di cosa parlo? del Reflusso Gastroesofageo e dei sintomi ad esso legati. Diagnosticarlo non è semplicissimo, spesso i sintomi sono così vari e insidiosi che difficilmente portano medici e pazienti a intraprendere i giusti passi per curarlo e arginare un problema dalle connotazioni di male sociale. Se soffrite di questo problema, o avete il sospetto di soffrirne, i consigli e le indicazioni di questo libro fanno al caso vostro. Non prescrive medicine, ma anzi tutti gli strumenti necessari sono nelle vostre mani, da un corretto stile di vita, a una corretta somministrazione dei pasti (quando, quanto frequentemente etc…), alla dieta stessa, che eliminando o sospendendo alcuni alimenti per un tempo determinato potrebbe davvero salvarvi la vita.

Ma andiamo con ordine, quali sono i sintomi e disturbi che potrebbero essere determinati da questa malattia. Ve li elenco (c’è anche un test a pag. 14 che vi aiuterà a capire se ne soffrite):

  • raucedine
  • tosse cronica e insistente
  • improvvisi mal di gola
  • gola chiusa
  • naso che cola
  • allergie
  • fiato corto
  • gonfiori addominali

Fate attenzione questi sintomi possono presentarsi con o senza bruciori di stomaco, sintomo che da sempre viene associato nell’ immaginario comune a questa malattia.
Mio padre ne soffriva, anche a causa della quantità di medicine che prendeva per le malattie più varie. Anche un sovra dosaggio di medicinali può causarlo.
In Europa, sono almeno sessanta milioni i pazienti che soffrono di malattie da reflusso, il disturbo più comune causato dagli acidi. Il totale supera quello delle persone colpite da malattie cardiache, diabete e celichia.
Per darvi un’ idea dell’entità del problema.

Cosa fare? (Sempre in accordo con il vostro medico curante, che deve sempre essere informato qualsiasi passo intraprendete nella variazione della dieta).
Questo volume scritto da Jonathan E. Aviv, medico chirurgo di fama internazionale, docente e conferenziere, nonché esperto di diete e benessere, viene, a oggi, considerato una delle maggiori autorità mondiali sulla diagnosi e il trattamento dei disturbi gastrici e del riflusso acido, docente di otorinolaringoiatria alla Ichan School Of Medicine di Mount Sinai, contiene un programma dietetico, frutto di otto anni di ricerche, che vi aiuterà ad arginare l’eccesso di acido che ingerite coi cibi e con le bevande (spesso gasate) e vi aiuterà a sbarrare la strada al flusso di succhi gastrici che risalgono lo stomaco, danneggiando anche i tessuti del vostro esofago.

Ma in cosa consiste il programma? Il programma è strutturato in due fasi (una di guarigione, e una di mantenimento) ed è arricchito con menù completi con oltre settanta ricette. Vi permetterà di riparare i danni, sia gravi che lievi che questo disturbo arreca, e vi offrirà uno schema necessario per adottare abitudini alimentari corrette a basso contenuto di acidi per il resto della vita. E i benefici correlati sono innumerevoli da un contenimento del diabete, al dimagrimento, alla prevenzione contro il cancro e le infiammazioni sistematiche.

Usare il cibo per guarire dunque si può. Questa è sicuramente la notizia più incoraggiante. Dunque parlavo di due fasi. La prima fase vi porterà alla guarigione e va seguita per 28 giorni. La seconda è la fase del mantenimento, dovrebbe durare minimo due settimane, e reintroduce alcuni cibi vietati e getta basi solide per un stile di vita definitivamente libero dagli acidi.
 
La fase dei 28 giorni comprende alimenti a basso contenuto di acidi e ricchi di fitochimica rigenerativi per la riparazione dei tessuti. Dovrete utilizzare alimenti caratterizzati da un pH pari o superiore a 5, tra cui proteine animali a basso contenuto di grassi, cereali integrali e una certa quantità di frutta e verdura, sarà così possibile tenere la pepsina sotto controllo e ridurre in modo drastico le lesioni.

In questa fase verranno eliminati alcuni cibi e sostanze:

  • bibite gassate
  • tabacco
  • alcolici
  • caffeina
  • cioccolato
  • menta
  • aglio
  • e cipolla crudi

La fase di mantenimento, che se estesa a tempo indeterminato vi aiuterà a vivere meglio, vi permetterà di reintrodurre nella vostra dieta la caffeina e alcune bevande alcoliche, aglio e cipolla cotti.
Insomma l’avete capito questo è un libro prezioso, ricco di consigli e suggerimenti e spiegazioni dettagliate, che vi tratta più che da pazienti, come collaboratori informati della vostra guarigione.
La parte terza spiega nel dettaglio il programma dei 28 giorni. E il capitolo 12 contiene una miniera di consigli per restare in forma.
Da segnalare le letture di approfondimento, e le fonti.

E un ultimo consiglio, questo mio, in tutte le cose usate buon senso e adattate il programma alle vostre esigenze, quando si tocca l’alimentazione si incide in una parte importante della propria vita, che non ha solo ripercussioni fisiche ma anche psicologiche. Leggere questi libri serve per conoscere, per vagliare informazioni e scoprire gli ultimi ritrovati legati alle scoperte scientifiche e a gli studi portati avanti. Sono poi necessari esami specifici prima di iniziare questo genere di programmi, e solo il vostro medico potrà indicarveli. Con la salute non si scherza. Ma più si consoce e più ci si può difendere. Quindi ne consiglio la lettura. Io pur non soffrendo di questo disturbo in modo conclamato, ne ho apprezzato molti benefici, soprattutto eliminando la caffeina, (il mio alto consumo mi aveva portato a sentire dolori quando la ingerivo) o perlomeno limitandola (ormai ne bevo una tazzina col latte del mattino, saltuariamente dopo il pasto principale, mai alla sera dopo le 17) in modo netto e notando una lenta ma graduale diminuzione del peso, associata a una più attiva attività fisica.

Jonathan E. Aviv è un medico chirurgo di fama internazionale. Docente e conferenziere, è un esperto di diete e benessere e una delle maggiori autorità mondiali sulla diagnosi e il trattamento dei disturbi gastrici e del reflusso acido. Indicato per undici anni consecutivi tra i Best Doctors in America, è il direttore clinico del Voice and Swallowing Center, il più grande centro medico privato per la cura di orecchie, naso e gola degli USA. Insegna otorinolaringoiatria alla Icahn School of Medicine di Mount Sinai.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Centuria.

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:: Golden days, Giulietta Iannone

22 settembre 2017
Nouveau Musée National de MonacoVilla Paloma Duane Hanson,

“Casalinga”, 1970 Duane Hanson

Millicent viveva in un mondo fantastico fatto di soap opera e riviste di fotoromanzi a puntate.
Per lei non c’era molta differenza tra la fantasia e la realtà, ma non per questo era una pessima cuoca. Anzi la sua torta di mele era un capolavoro ed ogni fetta, era una fetta di paradiso.
Ultimamente era entrato un nuovo personaggio nella sua soap preferita, una malvagia e intrigante creatura che inveiva di continuo contro i suoi beniamini. La dolce Millicent soffriva realmente nel vederli bistrattati nel quadratino lucente del suo televisore a 24 pollici.
Così prese l’autobus e si recò negli studi dove giravano “Giorni dorati”.
Cercò i camerini e con il suo dolce sorriso inoffensivo riuscì a scivolare tra le comparse, come una vecchia zia vestita di chiffon a fiori. Prese un vassoio con una tazza di caffè con il suo dolce sorriso e senza farsi vedere vi versò dentro della polverina verde, letale come il veleno di un aspide, e con aria materna cercò il camerino giusto.
L’attrice sedeva davanti ad un tavolo bianco pieno di disordine e trucchi di scena. Uno specchio pieno di cartoline e circondato da lampadine accese rifletteva una donna con i gomiti sul tavolo, le mani piene di cleenex. Stava piangendo ma le sorrise.
“Grazie che gentile. Posi pure dove riesce” disse con estrema cortesia e Millicent ebbe una strana sensazione. Dove era l’alterigia, dove era l’arroganza, l’altezzosità del suo personaggio? Le veniva voglia di cercarla sotto il tavolo spostando la tendina di seta chiara.
Si sedette perplessa e fissò ancora più smarrita quella donna in lacrime.
“Non l’ ho mai vista qua. E’ la nuova assistente di Fred?”.
Millicent si tolse il cappellino a fiori, incrostato di pois di velluto, e annuì preoccupata.
“Perché è così infelice?” chiese. Si interessava sempre degli stati d’animo dei suoi beniamini, e anche se lei era la cattiva della storia, ora piangeva.
“A non ci faccia caso. Ho un sacco di guai. Gli indici di ascolto, l’ipoteca sulla casa, i problemi di salute di mio figlio, la paura del domani, la competizione tra colleghi” sorrise e Millicent si irrigidì turbata. Che signora deliziosa, come riusciva a sembrare tanto cattiva?
“I problemi che abbiamo tutti” bisbigliò sempre più meravigliata. La donna in lacrime si soffiò il naso e allungò una mano verso il caffè avvelenato e Millicent gliela colpì con la sua. Lottarono un po’, poi Millicent si impossessò con aria trionfante della tazza e bevve tutto velocemente con un sorriso beato.

Nota: edito nella raccolta I Racconti di Shanmei #Vol3

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: Forever, Jane – A 200 anni dalla morte di Jane Austen

18 luglio 2017

jacportrDopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Il 18 luglio 1817 moriva a Winchester, nell’ Inghilterra meridionale, Miss Jane Austen. Proprio oggi cade il bicentenario di questa ricorrenza e l’Inghilterra, e il mondo tutto si apprestano a dare il via alle celebrazioni. Anche noi di Liberi vogliamo ricordarla con un ciclo di recensioni legate ai suoi libri: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Persuasione, Lady Susan.
Già ci siamo chiesti, riferendoci a Orgoglio e Pregiudizio quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Forse resterà un mistero, che nessuno sarà in grado di scandagliare, ma probabilmente è quasi certo che tra 200 anni (quando ormai avremo abbandonato la terra per qualche altro pianeta, da come si stanno mettendo le cose) si starà ancora a discutere sulle opere di questa scrittrice dotata come nessun’altra di ragione e sentimento.
Jane nacque in un piccolo villaggio dello Hampshire il 16 dicembre del 1775. Dotata di scarsa avvenenza, figlia di un pastore anglicano progressista, attento all’educazione anche delle figlie femmine, Jane ebbe modo di dedicarsi alla scrittura, pubblicare i suoi libri, non sposarsi (non le permisero di sposare l’uomo che amava, ma almeno non l’obbligarono a un matrimonio di convenienza), e ottenere una certa indipendenza economica, senza in realtà che il suo nome circolasse tra i lettori comuni mentre era in vita.
La grandezza di Jane Austen e se vogliamo la sua capacità di analizzare molto più di un’ epoca attraverso i suoi personaggi, sta nell’atteggiamento, nel punto di vista chiaro e diretto con cui osserva il mondo. L’eroine dei suoi libri non sono donne straordinarie, non compiono gesti eclatanti, sono ragazze comuni (a volte anche ingenue e maldestre) che sognano candidamente di innamorarsi ed essere felici. E nonostante tutto la loro indipendenza di pensiero le rende incredibilmente moderne e emancipate, soprattutto l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, forse la più vicina alterego dell’autrice.
L’intelligenza, la cultura, l’umorismo di cui sono dotate, illumina personaggi che vivono vite familiari dove quasi nulla accade. Qualche festa, qualche viaggio (il luogo più eccitante è Londra), qualche camminata a cavallo sotto la pioggia, qualche morte, qualche passaggio di proprietà di tenute che le figlie femmine non possono ereditare, qualche pettegolezzo.
Nei suoi libri si parla apertamente di soldi, di rendite, di buoni partiti, (di contro di povertà, di ingiustizie finanziarie, di cacciatori di dote) con semplicità, con una pragmaticità e concretezza tutta britannica definibile come buon senso. Che non offusca i sentimenti, perlopiù sinceri, che legano i personaggi.
I suoi personaggi insomma non vivono sulle nuvole, ma nel mondo reale, un mondo spesso ingiusto, falso, determinato dall’apparenza, dalle convenzioni, e haimé dal denaro, non amichevole verso chi detta le sue scelte di vita seguendo il proprio cuore. Ma Jane nonostante tutto chiude le sue storie con l’immancabile lieto fine, l’ amore trionfa e il bene con lui (con annessa sopravvivenza economica).
Se non poté far sì che accadesse nella sua vita, lo fece sempre accadere nei suoi romanzi. Nei quali era l’unica artefice, la sola a decidere sorti ed evoluzione dei personaggi.
La bellezza e perfezione della sua scrittura si fonda con la bellezza dell’intelligenza, della perspicacia, della sensibilità capace di vedere sfumature che un occhio più superficiale non scorgerebbe. La profondità delle sue riflessioni, dei suoi giudizi, della sua anche feroce assenza di preconcetti, ci consegnano ritratti di ambienti, di persone, di oggetti, attraversati dalla luce della sua lucidità e della sua grazia.
Forse Virginia Woolf ha trovato le parole più efficaci, più bilanciate, per definire il suo genio, la sua spregiudicata seduzione di cui unica vittima sembra essere il lettore. Attraverso la sua lente ben pochi vizi o debolezze sfuggirono, in questo è spietata e forse fredda, come da qualcuno è stata accusata (che si risentiva quando l’accostavano a Shakespeare). Le venne imputata la scarsa esperienza delle cose del mondo, lei signorina che aveva poco viaggiato, sempre protetta dalle fitte maglie della sua famiglia. Ma anche Emily Dickinson, quasi uscita mai dalla sua stanza, non aveva bisogno di molto perché il suo animo sondasse le profondità delle cose, dei sentimenti, delle mutevolezze dell’essere come del cielo.
Apriamo dunque i festeggiamenti, e ricaviamoci il tempo per rileggere i suoi libri. E’ tempo ben speso.

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 – trentesima edizione

19 maggio 2017
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L’immagine è disegnata da Gipi

Sarà un post in progress, aggiornerò pian piano con il contributo di tutti i collaboratori che ci racconteranno la loro esperienza.

Per una concomitanza felice di circostanze, ieri ho visitato la fiera, nella giornata inaugurale (la manifestazione si terrà dal 18 al 24 maggio). Ed è stato molto divertente, non ostante ci stia stata poco. Ma a suffcienza per farmi un’ idea delle cose. Tanta gente, tante scolaresche, tanti bambini e giovani, tante blogger (abbiamo fatto la fila per ricevere il pass in Sala Stampa).

Incremento della sicurezza. Quest’anno i controlli all’ingresso sono stati più capillari con metal detector e controllo visivo di cosa avevi in borsa, sacchi, zaini. L’allerta terrorismo insomma ha cambiato anche la fisionomia del Salone.

Comunque superate queste formalità si entra nel Salone vero e proprio. Tantissimi stand, circa 100 editori in più rispetto all’ anno socorso, secondo le stime. Una cosa che ho notato è l’assenza di panche per fare soste (penso sempre per motivi di sicurezza), tanto che quasi volevamo sederci nello stand delle crocerossine. Anche nei punti di ristoro, interni al Salone, si mangia in piedi, proprio per invitarti a consumare e allontanarti.

Alcuni volontari raccoglievano libri in ceste di ferro per i carcerati, mi è sembrata una bella iniziativa.

Passando gli stand che ho notato di più sono stati quelli de La nave di Teseo, Feltrinelli, Sellerio, Bollati Boringhieri (questo è il suo 60° anniversario). Da Newton Compton, la cui fila alla cassa era significativa (per lo meno quando sono passata io vendevano parecchio) ho comprato un libro e ritirato un gadget per blogger (utile oltre che carino). Già che c’ero ho preso qualche catalogo, ma bisognerebbe tornare. Non sono stata a nessun incontro specifico, più che altro ho vagato per i corridoi e gli stand.

Mancavano i grandi editori Mondadori, Rizzoli, gruppo Gems etc…, lo sapevo che non ci sarebbero stati, ma vederlo davvero fa piuttosto impressione. Riuscire a trovare l’uscita è stato avventuroso, sì c’erano alcuni cartelli, ma bisognava fare un percorso un po’ accidentato. (Se cercate l’uscita, trovate anche le toilette).

Per oggi è tutto, ci aggiorniamo alla prossima.

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Il mio bottino al Salone

Sabato 20 maggio, grazie a mio fratello che mi ha sostituito (a cui ho preso una maglietta carinissima e un libro di cucina africana, da uno dei ragazzi che vendono libri fuori dal Salone) sono potuta tornare anche sabato. Una folla incredibile, più gente certo di giovedì, ma è normale naturalmente. Non amo particolarmente la folla, la confusione, ma di certo è una buona cosa per il libro, la lettura e l’editoria, (più ancora che  la stucchevole diatriba Torino/Milano, che spero finisca presto).

Tanti bambini, concentrati negli stand dei libri per l’infanzia, tante file davanti alle sale dove si tenevano incontri (con molta gente fuori, in quelli già iniziati). Sono passata da Bompiani, ma anche qui la gente era tanta, era difficile fermarsi per leggere i risvolti dei libri bloccando la fila. C’è un Camus che comq mi pento di non aver preso. Sarà per la prossima volta. Non sono entrata da Feltrinelli, ma anche lì folla immensa. Da Exorma ho preso la maglietta (Ignoranza esci da questo corpo) che per miracolo va bene a mio fratello. Temevo la small fosse troppo piccola.

Avevo in programma di passare da alcuni amici (mi riprometto di tornare lunedì, sparando ci sia meno gente), poi ho finito per riuscire a passare solo da Il Galeone, che se vi capita cercatelo è un piccolo editore di Roma con pochi libri ma interessanti.

Come Cenerentola ho poi dovuto lasciare il ballo ancora sacramentando perché i nastrini a cui attaccare il pass erano finiti e cercando l’ uscita (ho di nuovo fatto un giro un po’ tortuoso) per puro caso e in maniera del tutto inaspettata ho incrociato il Direttore Nicola Lagioia, era esausto ho preferito lasciarlo in pace e ai suoi impegni, e così la mia giornata al Salone si può dire conclusa. Ci aggiorniamo, sperando che lunedì possa riuscire a fermarmi a qualche incontro.

Ah, stasera al Valentino e Borgo Medievale c’è la festa per Tolkien, da non perdere assolutamente, se siete a Torino.

Lunedì 22 maggio, e così siamo arrivati alla fine, di una bella esperienza, di quelle che racconteremo ancora fra molti anni (ehi, ti ricordi il Salone del 2017!).

La cosa strana è che c’era folla pure oggi. Tanta gente, per lo più ragazzi, con il loro sacchettino colmo di acqusiti librari. Bambini piuttosto ubbidienti in fila indiana con le loro sacche di tela con il logo della fiera. Volevo la maglietta (finirà che la collezionano) con il logo di Gipi, ma ho preferito acquistare un libro, un bel libro di Mabanckou.

All’ incontro a cui volevo partecipare sono arrivata tardi. Alcuni amici che volevo incontrare li ho persi per un soffio, altri erano già andati via ieri e non lo sapevo. Ho salutato la ragazza dello stand cinese, sembrava felice pure lei.

Mi hanno fermato in ordine Greenpeace, Medici senza Frontiere, e un ragazzo che vendeva (credo) un metodo per l’apprendimento veloce. (Se non vi ferma sappiate che c’è qualcosa che non va).

C’era lo stand Albin Michel, spero che l’anno prossimo ce ne siano di più di stand stranieri.

Sono andata via che c’era ancora confusione, volevo aspettare fino alle 20 ma non ho potuto. Che dire è stato bello, (segnalo però che l’ascensore all’inzio del ponte pedonale del Lingotto non funziona, e per chi soffre di vertigini è un po’ così). Un cartello scritto a mano dava l’appuntamento al Salone del 2018, chiudo questo post estendendo l’invito anche a tutti voi che mi leggete.

:: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy, 2017)

20 marzo 2017
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Alla periferia di Shenyang, città industriale della Cina nord orientale, la famiglia Zhang vive miseramente in mezzo a fabbriche abbandonate. Eppure, Wei e i suoi possiedono un tesoro: l’ultimo albero della lacca sopravvissuto in città. Il loro sogno: diventare proprietari della loro piccola casa, in modo da onorare una promessa fatta ai parenti, sepolti sotto il famoso albero. Questo sogno sta per realizzarsi quando un grande progetto di estrazione minaccia improvvisamente la famiglia di espulsione. Tra l’umile famiglia di Wei e i rappresentanti del capitalismo cinese si ingaggerà allora una dura lotta.

“Siamo gente semplice, Wei. Il mondo va avanti anche senza di noi e la Terra non ha bisogno delle nostre gambe per girare! Hai presente i banali fiorellini sulle bacinelle di plastica che usiamo ogni giorno?”

Libro molto particolare, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, (Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes, 2015) edito in Italia da Clichy, collana Gare du Nord, e tradotto dal francese da Tania Spagnoli. Dal ritmo lento, poetico, struggente, un’ampia riflessione tra il filosofico e il documentaristico (perlopiù di denuncia nei confronti del potere politico e economico) sulla natura, sulle spietate regole del progresso, sui legami familiari, sulla povertà e la ricchezza, sull’avidità e la corruzione, sul senso della vita.
Finalista al Premio Goncourt 2015, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, del francese Olivier Bleys, insomma è una parabola esistenziale dal sapore fiabesco, con una morale, un lieto fine, e una leggerezza tutta orientale simile, perlomeno in spirito, agli antichissimi racconti buddisti, densi di saggezza e malinconica fatalità.
E soprattutto è una lettura introspettiva e delicata, anche se non risparmia eventi tra il grottesco e il tragico, che ci riporta a un realismo non proprio magico, ma sicuramente profetico.
Tutto ruota intorno a un albero, un vecchissimo sommacco, albero della lacca, che rischia di essere abbattuto e a una povera famiglia cinese di operai, gli Zhang, che vive ai margini della modernizzazione, (dopo il licenziamento, il sussidio) in una umile casa in mezzo ai ruderi fatiscenti di una Cina (post) industriale.
Il sogno degli Zhang, (padre, madre, figlia e nonni materni) è diventare proprietari della loro casa, acquistandola dal ricchissimo, scaltro e disonesto signor Fan. Hanno risparmiato da una vita, raccogliendo gli yuan necessari in una scatola. Ma non sanno che la loro apparente tranquillità sarà presto turbata da uno sfratto, da una vera e propria espropriazione, che nei piani di chi pianifica e decide dovrebbe permettere a una ditta di estrarre dal terreno sottostante il terbio, un rarissimo metallo.
L’assedio sarà drammatico, ma Wei sotto la neve, al freddo, riscaldato solo da una zuppa fatta dalle amorevoli mani di sua moglie sarà pronto a difendere la sua proprietà (ma in realtà l’integrità della sua famiglia e le sue radici) più col coraggio e l’ostinazione, che grazie all’aiuto di una vecchia arma, forse non funzionante.        

Olivier Bleys, nato a maggio del 1970, scrittore francese, ha pubblicato fino ad oggi 27 libri tra romanzi, scritti, diari di viaggio, strisce illustrate, ecc. Premiato dall’Accademia francese per Pastel (Gallimard, 2010), il suo Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è stato selezionato per il premio Goncourt. Nel 2014 è stato nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ha fondato un’associazione per promuovere il viaggio artistico e nel 2010 ha fatto partire un progetto su «Il giro del mondo a piedi, per tappe».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Clichy.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Favole migranti, AA. VV. (Amazon, 2016)

26 dicembre 2016

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Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”. Tutto è nato qui  e dalla risposta a questa semplice domanda: perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli, bambini e ragazzi, spesso non accompagnati, che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa? Abbiamo aperto un gruppo su FB, siamo una cinquantina e tutti abbiamo collaborato secondo le nostre disponibilità. Abbiamo deciso di autopubblicarci su Amazon, e mettere l’ebook al costo di 2,99 Euro, per ogni singolo ebook venduto avremo un ricavo di 1,65 Euro. Tutto il ricavato sarà devoluto come donazione alle associazioni che si occupano di questi ragazzi.

Terremo conto di tutto e vi terremo informati, su quanto raccolto, e su quali saranno le associazioni.

I racconti sono: Il viaggio di Amir – Giulietta Iannone, Alle luci dell’alba – Giancarlo Vitagliano, Amir e l’albero incantato – Federica Guglietta, La piccola foglia – Piermario Ramello, Il gatto pop corn – Piermario Ramello, Una Cenerentola con gli scarponcini rossi – Fioly Bocca, Laila e il filo magico – Elisabetta Forte, La stellina salterina – Denise Colletta, Hope – Patrizia Fortunati.

Una menzione speciale merita Fede Ghira, anche lei ha scritto un racconto che per ora non è stato accluso, per motivi tecnici, alla raccolta, speriamo di poterlo fare in futuro.

Abbiamo comunque dei debiti di riconoscenza verso Luca Morandi e GDBee per la bella copertina, verso Mala Spina, per l’impaginazione dell’ebook, e verso Viviana Filippini e Federica Guglietta per le correzioni.

Se l’acquistate e notate refusi o altro, segnalateceli, che poi aggiorniamo le correzioni, grazie a tutti.

Supporter: Giulietta Iannone, Fede Ghira, Roberto Saporito, Maria Chiara Paone, Tor K. Morisse, Milvia Comastri, Giancarlo Vitagliano, Luigi Romolo Carrino, Matteo Strukul, Viviana Filippini, Andrea Storti, Stefano Cavallin, Alessandro Morbidelli, Daniela Distefano, Piermario Ramello,  Carlo Maria Pozzan, Fioly Bocca, Federica Guglietta, Lorenzo Mazzoni, Davide Mana, Enrico Astolfi, Patrizia Fortunati, Denise Colletta, Simone Giulitti, Elisabetta Forte, Laura Mondarini, Sofia Bucci, Cinzia Pelagagge, Cira Acunzo, Maria Rubino, Eleonora Pernarella, Cesare Gurrado Pastore, Silvia Mor Salusest, Enza Giglio, Francesca Bacaloni, Ibr Dramé, Alessia Carnevale, Simone Tribuzio, Luigi Palazzo, Frances Fahy, Francesca Iervese, Giulia Mirimich, Cocca Esposito, Enrico Tribuzio, Federica Tavaglione, Veronica Vittoria Esposito, Alessia Guglietta, Federica Pontieri, Marco Berto, Natascia Tripolino, Carmina Locci, Veronica Della Vecchia, e Alessandra Manfredi.

:: Un terribile Natale, Giulietta Iannone

25 dicembre 2016

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Oggi è Natale, avrete ricevuto tanti regali, beh ho pensato di farvene uno anche io. Questo è un racconto natalizio, oggi è l’ultimo giorno utile, domani toglierò gli addobbi, anche dal blog. Nasce da un gioco sul blog di Giulio Mozzi, queste erano le regole: (qui), essendo stato scartato, penso di poterlo pubblicare sul mio blog. Che dirvi ancora, buona lettura!

Faceva piuttosto freddo. Non un freddo terribile, intendiamoci. Ma una maglia di lana in più mi avrebbe fatto comodo. Anche un berretto, già che c’ero. E perché no, un paio di guanti. Di quelli morbidi, imbottiti, di pelle ancora meglio. Che non si comprano al supermercato, ma in qualche boutique elegante, ricercata.
Ma dato che la guerra uno la affronta con le armi che ha, mi accontentavo del mio giaccone giallo, un po’ consunto ai gomiti, ma ancora erede di una certa classe, che non sfigurava se paragonata alla totale mancanza di gusto della gente che incontravo per strada.
Quella notte.
Non una notte qualsiasi, certo.
Ricordavo altre notti, come quella. Di un’altra vita. Di altri tempi. Avevo una famiglia una volta. Una moglie, due figli e un gatto rosso, piuttosto scontroso e selvatico.
In notti come quella ci raccoglievamo intorno a una grande tavola di mogano, e cenavamo tutti assieme, ridendo, litigando, giocando a dama, in attesa della mezzanotte.
Sollevai la testa e osservai le luminarie lampeggiare a intermittenza. Un lumino credo fosse prossimo a staccarsi da una complicata ghirlanda di cavi e cristalli. Qualcosa di artistico, senza dubbio. Ideato da qualche architetto delle luci alla moda. Chissà il comune quanto pagava per quello spreco di energia, così discutibile. Ma non erano fatti miei.
Tolsi un pacchetto di sigarette dalla tasca e trovai giusto una sigaretta, piuttosto malconcia, sul fondo. L’accesi e continuai la mia strada, cercando di ricordare l’ultima volta che ero stato felice.
Non era così difficile a dire il vero. Non avevo da scavare molto a lungo nei ricordi. Anche se la memoria non era più quella di un tempo.
Tendevo a dimenticare le cose, come i volti delle persone. Anche la voce a dire il vero. Sì dimenticare la voce era quello che mi dispiaceva di più. Ci sono voci davvero belle, sarà il timbro, l’intonazione, il modo di addolcire le consonanti più appuntite.
Al diavolo!
Buttai la sigaretta, senza spegnerla, e entrai in un bar.
Le luci erano basse, e quel senso di solitudine che si attacca alla pelle in notti come quella, mi avvolse come una coperta calda. Mi diressi al bancone e in equilibrio precario mi sedetti su uno di quei sgabelli all’americana, tanto di moda nei locali in del centro. Sono più che altro trappole, dannate trappole, ma almeno fanno selezione. Un ubriaco lì non riesce a stare seduto.
Per me lo fanno apposta, sono scaltri, e malvagi, i proprietari di locali come quello.
Una musica diffusa, raggiunse le mie orecchie, quasi come se fosse nata all’improvviso. E prima solo il silenzio mi avesse fatto compagnia.
Non era una musica natalizia, grazie a Dio.
Almeno quello.
Sono così kitsch e di pessimo gusto quelle canzoncine. Come fatte di plastica.
L’ho già detto che odio il Natale?
Forse no, ma sono certo che l’avete capito da soli.
E dopo tutto sono in buona compagnia. Siamo in molti a condividere questa fobia.
Ordinai un caffè corretto.
Il barista, bizzarramente vestito da pagliaccio, mi guardò scettico, ma fece il suo lavoro senza lamentarsi.
Mi conosceva, non ero proprio un habitué, ma ci andavo spesso, quando non volevo stare solo.
Sul fondo c’era una porticina, nascosta da un pannello di velluto nero che dava su un corridoio, piuttosto stretto. Infondo una scala. Non avevo mai visto dove conduceva.
Decisi di scoprirlo quella notte.
Pagai il mio caffè e raggiunsi la porta. L’aprii con attenzione e accesi una luce, piuttosto fioca, ma sufficiente a intravedere il corrimano della scala. Nessuno mi fermò. Non badavano a me.
Non quella notte.
Faceva di nuovo freddo, non c’era riscaldamento, ma non ci badai.
Salii due rampe di scale e osservai i muri umidi e macchiati.
Non sembrava un posto abitato.
Sui gradini c’era uno spesso strato di sporcizia che si attaccava alle suole di gomma delle mie scarpe.
Raggiunsi una porta.
Bussai, ma era aperta.
La scostai e vidi la luce di un camino. Ardeva allegro e invitante.
Era l’unica fonte di luce della stanza.
Ma non mi potevo lamentare. La vista era ancora buona.
Chissà dove ero? Chissà chi ci abitava?
In un angolo, scorsi un baule, chiuso, molto bello. Dal coperchio ondulato. Sembrava un baule dei pirati. Magari dentro c’era un tesoro.
Già un tesoro, custodito in una stanza vuota, senza un minimo di sicurezza.
Oltre il muro sentii delle voci.
Più che altro dei sussurri soffocati.
C’era qualcuno che discuteva di qualcosa di davvero misterioso.
Purtroppo non distinguevo le parole. Mi sedetti su uno sgabello basso e mi riscaldai alla fiamma del camino.
Una presenza mi fece sussultare. Mi girai e vidi una donna.
– Ti aspettavo- disse tranquilla.
Era piuttosto bella, alta e ben proporzionata. Aveva una bocca grande, senza trucco, e orecchini di corallo, di un’eleganza delicata. Come quei gioielli vittoriani che si trovano spesso su donne dai lunghi colli madreperlacei.
– Ci conosciamo?-
– Non mi riconosci?-
– No, affatto- dissi secco e mi alzai. Già mia aveva messo in difficoltà, stare anche seduto mi metteva in una posizione di eccessiva inferiorità.
– Gloria, sono Gloria-.
Quel nome mi diceva qualcosa, ma era troppo dire che mi fosse familiare.
– Ti trovo bene, come stanno Cinzia e i ragazzi?
– Non ci sono più. Da anni ormai-.
Parlare dei morti mi metteva sempre a disagio. Ancora di più in una stanza estranea, con una sconosciuta che a differenza di me sembrava conoscermi molto bene.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero. Che ora tu sia solo-.
Dispiaceva anche a me. E parecchio.
Forse quella conversazione era durata abbastanza.
Ostentando disinvoltura, cercai di guadagnare la porta, ma lei me lo impedì.
– Vuoi già andare?- disse sorridente. Più lei sorrideva più io mi sentivo gelare dentro.
– E sì, si è fatto tardi. Ho alcuni amici che mi aspettano- bofonchiai e lei annuì smettendo di sorridere. Fu allora che sentii un grido, un grido fortissimo e solo dopo qualche secondo capii che proveniva da lei. Il suo volto si contorse in una maschera di cera fusa.
Cera che mi colò ai piedi.
Ecco tutto quello che rimaneva di quella presenza.
Corsi via, sbattendo contro la porta, i muri.
Corsi giù per le scale a precipizio.
Tornai nel bar e col cuore in gola cercai di rallentare il respiro.
Stavo impazzendo.
Era certo, sicuro come il fatto che mi chiamavo Ubaldo Bianchi.
Il barista mi fece un cenno di saluto e osservai meglio i suoi ricci verde acido di nylon, e il naso rosso da clown.
Secondo voi era normale che un barista si vestisse così, in un locale mediamente elegante. Non era il segno che ero impazzito davvero?
La paura di impazzire mi accompagnava da tutta la vita. Anche prima di andare in pensione.
Ecco, ora la pazzia mi aveva trovato.
Non potevo più scappare.
Ma uno scampolo di senso comune, se non buon senso, mi spinse ad indagare.
Raggiunsi il bancone e chiesi al barista chi abitasse al secondo piano di quel palazzo.
– E’ disabitato da anni- disse servendo dei clienti.
Un brivido mi corse lungo la schiena.
– E prima chi ci abitava?-
– Non ricordi, ne parlarono tutti giornali- disse e mi sorrise. I clown non dovrebbero sorridere.
– No, forse ero fuori città. Ho abitato a lungo a Novara-.
– Fu uccisa una donna, una ventina d’anni fa-.
Era grottesca quella discussione, era grottesco lui, era grottesca la mia paura.
– Si chiamava Gloria, vero?-
– Sì, Gloria Visconti. Fu sorpresa nella notte da un ladro. Si disse. Ma le indagini non portarono mai a niente. Il palazzo andò in rovina, resta solo questo bar, e l’affitto che paghiamo ogni mese agli eredi-.
No, non era un ladro. Ora ricordo. Ricordo quel nome. Dunque avevo visto un fantasma.
– Io so chi l’uccise-dissi piano e lui oscillando la testa rise.
– E perché non l’hai detto alla polizia?-
– Non mi avrebbero creduto-.
Uscii dal bar, e mi appuntai mentalmente quella strada. Non ci sarei più tornato.
Urtai una coppia sorridente, che si dirigeva elegante verso una cena. E mi incamminai.
Strani scherzi ti fanno la memoria e i sensi di colpa.
Si risvegliano di colpo una notte, e ti macerano il cervello.
Conoscevo chi aveva ucciso quella donna.
E se ve lo chiedeste, no, non sono io.
Sarò un bugiardo, ma non sono un assassino.
Era un mio amico quell’uomo.
E non era un ladro, ma l’amante di quella donna.
Si suicidò quasi subito, non prima di avermi messo il suo pesante fardello sulle mie ossute spalle.
E io avevo taciuto, tutti quegli anni.
Ero un complice, per lo meno dell’inganno.
Chissà perché proprio oggi, tutto era saltato.
Perché avevo avuto quell’allucinazione, quella visione?
Era la notte di Natale, già.
Forse il peggior Natale della mia vita.
Ma sapevo cosa fare.
Senza esitare, mi diressi, a passi svelti, verso il più vicino commissariato di polizia.

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.