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:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Cracovia di Roberto M. Polce (Morellini editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2026

Antica capitale polacca, Cracovia è al centro della nuova guida turistica edita da Morellini editore e curata da Roberto M. Polce, esperto di cultura e storia polacca. Inserita nella collana LowCost, è una guida molto compatta, sta comodamente in una tasca di uno zaino, e offre al suo interno itinerari ricchi di fascino per un turismo colto e responsabile, oltre a numerosi consigli su monumenti, musei, percorsi di shopping e ristoranti e da non tralasciare i ricchi contenuti extra digitali. La guida racchiude tutti i segreti della città vecchia, tutelata dall’UNESCO, e dominata dal castello del Wawel, e dell’antico quartiere ebraico di Kazimierz. Notevole per il suo pregiato tessuto architectonico, uscito indenne, al contrario di molte altre città polacche, dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, Cracovia è una città che sa farsi amare oltre per i suoi tesori storici, per il suo spirito giovane, e la sua vivace vita notturna ricca di divertimenti e svaghi che attira sia turisti mordi e fuggi, che turisti più esigenti. Folcrore, cultura, storia, ottimo cibo danno al turista un’esperienza unica in una delle città più belle dell’Europa centrale, a misura anche di bambino, nella guida infatti ci sono indicati percorsi anche per i più piccoli, oltre a una sezione dedicata alle gite fuori città con indirizzi di alberghi, ristoranti, negozi, per chi può fare una vacanza più lunga. L’ultima sezione racchiude le informazioni utili, con un paragrafo dedicato anche ai viaggiatori disabili. Per accedere ai contenuti multimediali è sufficiente utilizzare il QR code o la URL contenuta nelle pagine finali della guida.

Roberto M. Polce, fotografo, giornalista, traduttore, autore di diverse guide di viaggio, soprattutto sulla Polonia (fra cui il fortunato Polonia. Usi, costumi e tradizioni pubblicato presso Morellini e giunto alla terza edizione) e le città polacche (Cracovia, Łódź, Danzica, Varsavia), dal 2007 al 2011 è stato condirettore e photoeditor della rivista fotografica di viaggi “Vie dell’Est”. Dal 2011 vive a Danzica, dove lavora nel settore turistico. Nel 2012 è stato insignito della medaglia di Benemerito della Repubblica Polacca “per la sua attività volta a rafforzare l’immagine della Polonia in campo internazionale”.

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: Un’intervista con Manilla Castaldo a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2026

Sei nata ad Afragola: quanto hanno influito le tue radici e il tuo territorio sulla tua sensibilità artistica e sulla tua scrittura?

Il territorio in cui cresciamo lascia tracce silenziose nel nostro modo di guardare il mondo, di percepire il dolore, la speranza, l’ingiustizia e la bellezza. Sicuramente mi ha ispirato tanto, per le tradizioni ma anche per le difficoltà del territorio.

Quando hai capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe stata una parte fondamentale della tua vita?

Ho capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe diventata una parte fondamentale della mia vita nel momento in cui ho iniziato a sentire che le parole riuscivano a esprimere ciò che a voce non riuscivo a dire. Scrivere è diventato spontaneamente un rifugio, uno spazio intimo in cui dare forma alle emozioni, alle paure e alle domande più profonde.

Con il tempo mi sono resa conto che la poesia non era solo un modo per raccontarmi, ma anche per comprendermi meglio e trasformare ciò che vivevo in qualcosa di condivisibile.

Nei tuoi testi emergono emozioni profonde: da dove nasce la tua ispirazione e come si sviluppa il tuo processo creativo?

La mia ispirazione nasce principalmente da ciò che vivo interiormente: pensieri, esperienze, ricordi e riflessioni che spesso restano in silenzio ma continuano a muoversi dentro di me.

A volte basta una sensazione, una parola ascoltata, una situazione osservata o un momento di particolare intensità emotiva per accendere il bisogno di scrivere.

Vivi su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni: in che modo questa esperienza ha influenzato il tuo sguardo sul mondo e la tua espressione artistica?

Vivo su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni, e questa esperienza ha inevitabilmente cambiato il mio modo di guardare il mondo.
Mi ha portato a sviluppare una sensibilità più profonda verso la fragilità umana, ma anche verso la forza interiore che spesso nasce proprio nelle difficoltà.
La scrittura è diventata uno spazio di libertà, dove posso andare oltre ogni limite e trasformare le difficoltà in parole, cercando sempre un messaggio di forza e speranza.

Parli di creatività come forma di libertà: cosa significa per te essere libera attraverso l’arte e la comunicazione?

Per me essere libera attraverso l’arte e la comunicazione significa poter esprimere ciò che sento senza limiti e senza paura di essere giudicata. Quando scrivo, posso andare oltre ogni barriera e dare voce ai miei pensieri più profondi.

Attraverso l’arte mi sento libera di essere me stessa, in modo autentico e sincero.

Hai fondato HandiMap.it, una piattaforma dedicata all’accessibilità: come nasce questa idea e quali obiettivi ti poni con questo progetto?

Ho fondato HandiMap partendo dalla mia esperienza personale. Vivere ogni giorno le barriere architettoniche mi ha fatto capire quanto l’accessibilità influenzi la libertà e la qualità della vita. Da questa consapevolezza è nata l’idea di creare uno strumento che potesse rendere visibili le difficoltà spesso ignorate.
L’obiettivo del progetto è permettere alle persone di segnalare ostacoli come gradini, marciapiedi non accessibili o assenza di rampe, creando una mappa condivisa che possa favorire maggiore consapevolezza e cambiamenti concreti. Credo che l’accessibilità non riguardi solo alcune persone, ma tutta la società.

Il titolo “Oltre il confine dell’invisibile” è molto evocativo: cosa rappresenta per te questo “invisibile”?

Per me “l’invisibile” rappresenta tutto ciò che non si vede, ma che esiste profondamente dentro di noi: emozioni, paure, speranze, pensieri, ferite e sogni. È quella parte interiore che spesso resta nascosta agli occhi degli altri, ma che influenza il nostro modo di vivere e di sentire.

“Oltre il confine dell’invisibile” significa proprio andare oltre ciò che appare in superficie, cercando di dare voce a ciò che non sempre riusciamo a spiegare a parole.

Le tue poesie nascono da emozioni semplici e sincere: quanto è importante per te mantenere questa autenticità nella scrittura?

Per me è molto importante restare autentica quando scrivo. Le mie poesie nascono da emozioni vere, semplici, da quello che sento ogni giorno.

Non cerco parole difficili voglio solo dire le cose come le sento. Credo che la semplicità arrivi più facilmente al cuore di chi legge.

Il tuo approccio sembra molto rispettoso e non giudicante: è una scelta consapevole quella di “non spiegare ma condividere”?

Preferisco lasciare spazio a chi legge, così ognuno può ritrovarsi nelle mie parole a modo suo. Per me la poesia non deve insegnare, ma far sentire qualcosa, in modo libero e senza giudizio e soprattutto sentirsi liberi di immedesimarsi nelle parole.  Credo non ci sia cosa più bella.

La fede e figure come Padre Pio e don Maurizio Patriciello attraversano le tue pagine: che ruolo hanno nella tua vita e nella tua ispirazione poetica?

La fede ha un ruolo importante nella mia vita, perché mi aiuta a trovare forza e speranza soprattutto nei momenti più difficili.

La figura di Padre Pio è per me un riferimento spirituale profondo, legato alla fiducia e alla preghiera. Mi sento molto legata a questo Santo dei nostri tempi.

Don Maurizio Patriciello, invece, per me non è solo una figura pubblica, ma anche uno zio a cui sono molto legata. Ho sempre visto in lui una grande sensibilità verso gli altri, un cuore attento alle fragilità e una forza gentile nel difendere chi ha bisogno. La sua presenza rappresenta un esempio di coerenza e di amore concreto, e questo entra naturalmente anche nella mia scrittura.

Nel libro emergono anche aspetti molto intimi, come il rapporto con il tuo corpo e con la bambina che eri: quanto è stato difficile aprirti su questi temi?

Aprirmi su questi temi non è sempre facile, perché toccano parti molto intime della mia vita. Parlare del rapporto con il mio corpo e con ciò che sono stata significa affrontare fragilità, paure e cambiamenti profondi.

Allo stesso tempo, la scrittura mi aiuta a farlo con sincerità e delicatezza. Raccontare queste emozioni è un modo per accettarmi e, se possibile, far sentire meno sole altre persone che vivono situazioni simili.

Hai scelto di accompagnare le poesie con dei disegni: come nasce questo dialogo tra parola e immagine?

Il dialogo tra parola e immagine nasce in modo naturale, perché spesso quando scrivo vedo già nella mia mente forme, colori e linee che accompagnano ciò che sento. Ho sempre amato disegnare fin da bambina, era uno dei modi più spontanei per esprimermi.

Oggi non riesco più a disegnare con foglio e matita, ma continuo a farlo in modo digitale. Non ho mai abbandonato il disegno, in nessuna forma, perché per me resta un modo importante per dare vita alle emozioni.

Credo che parole e immagine, insieme, riescono a raccontare ciò che provo in modo ancora più completo.

Dai molto spazio anche agli affetti quotidiani, come la famiglia: quanto incidono questi legami nella tua scrittura?

Gli affetti quotidiani, soprattutto la famiglia, contano tantissimo per me. Sono il mio punto fermo, la mia forza nei momenti difficili e la mia gioia in quelli più sereni.

Molte delle mie poesie nascono proprio dall’amore che ricevo ogni giorno. Sono legami semplici ma profondi, che mi fanno sentire capita, sostenuta e mai sola.

Scrivi che il libro “non vuole essere grande, ma vero”: cosa significa per te oggi autenticità in un’opera artistica?

Esatto, per me il libro “non vuole essere grande, ma vero”. Non ho la pretesa di essere perfetta nelle mie parole e nelle mie poesie o sentirmi importante, ma semplicemente sincera.

Oggi essere autentici in un’opera significa proprio questo,essere fedeli a ciò che si è, senza fingere di essere altro. Vuol dire raccontare la propria verità, anche se non è semplice, anche se si è fragili, perché è lì che nasce qualcosa di reale e umano.

Se un lettore dovesse portare via una sola emozione o riflessione dopo aver letto il tuo libro, quale speri che sia?

Spero che il lettore porti con sé una sensazione di verità e di speranza.

Vorrei che, leggendo il mio libro, si sentisse meno solo nelle proprie emozioni e capisse che anche la fragilità può essere forza.

:: Un’intervista con Paolo Risi a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2026

Benvenuto, Paolo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni: raccontati ai nostri lettori, dove sei nato, che studi hai fatto, cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi?

R: Sono un lombardo-prealpino, nato a Varese sessant’anni fa. Ho fatto studi che poco si conciliano con la letteratura: prima l’Istituto Tecnico Industriale (che però mi ha permesso di conoscere Bachisio Bandinu, un bravissimo professore di lettere, nonché scrittore e antropologo), poi l’ISEF, la scuola che dopo la maturità preparava i futuri insegnanti di educazione fisica. Lavorativamente mi sono occupato in primo luogo di motricità applicata a ragazzi e adulti portatori di handicap psicofisici. Ho sempre ritenuto la scrittura e la lettura parte determinante della mia individualità, aspetti che negli ultimi anni ho approfondito attingendo tempo ed energie dalla mia professione. Si è trattato di un approdo naturale, a un’età non certo da “esordiente”, che mi ha permesso di rivalutare determinate priorità e di cimentarmi su nuove sfide, come possono essere l’ideazione e la scrittura di un romanzo.

Greg, direttore responsabile (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è il tuo secondo romanzo, dopo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Come nasce il soggetto di questo romanzo, quale è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’idea di scriverlo?

R: La scintilla è stata il desiderio di non abbandonare a se stesso il giornalista locale Greg Stefanoni, già protagonista del mio primo romanzo, La Notte Padana. Al di là della trama e delle ambientazioni (un traffico di rifiuti tra il nord ovest della penisola e l’est Europa), è stato lui l’incentivo più forte alla prosecuzione della “serie”. Greg mi ha sempre divertito; inserirlo in situazioni a volte pericolose a volte imbarazzanti lo ritengo un cimento assolutamente piacevole. Considera anche che ne La Notte Padana il finale è come si suole dire “sospeso”: Greg Stefanoni si trova su un crinale reale e metaforico della sua vita, combattuto tra il rimpianto e la fede traballante nel futuro; scontato quindi che lo volessi mettere alla prova, affidandogli la direzione del settimanale L’Eco del Lago dopo anni di gregariato e ambizioni sfumate.    

Il noir investigativo di stampo sociale ha una tradizione nobile in Italia, ti sei ispirato a scrittori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi?

R: Hai citato tre nomi importanti, tre scrittori con uno stile ben definito, una sorta di sigillo di garanzia per il lettore. Tre intellettuali, a modo loro, con visioni lucide sulla contemporaneità. Comunque sia quello che sento più affine al mio gusto è Valerio Varesi: il suo commissario Soneri è veritiero, quasi palpabile nel dipanarsi degli intrecci, per non dire delle descrizioni e dell’humus dei luoghi, che nello scrittore parmense sono straordinari. Varesi ha la capacità di intrecciare quello che tu chiami noir investigativo di stampo sociale all’umanità dei personaggi, un connubio non semplice da realizzare; non a caso per lui è stato coniato l’appellativo (credo dai francesi) di “Simenon italiano”.

Hai scelto per protagonista un personaggio complicato: ottimo giornalista ma beve troppo, e ha diverse caratteristiche che lo potrebbero definire un’anti-eroe o se vogliamo un eroe per caso. Come hai costruito la figura di questo giornalista, ti sei ispirato a giornalisti viventi o è solo frutto della tua fantasia?

R: Ho lavorato negli anni ’90 in una redazione giornalistica, in un’emittente privata della mia città. Ovviamente erano tempi diversi, gli articoli si scrivevano con la biro e non al computer, però sono abbastanza certo che le dinamiche relazionali (meschinità, cameratismo e scazzi assortiti) siano rimaste immutate. Greg Stefanoni è un patchwork di molti miei colleghi, passati e presenti, in ambito giornalistico e socio-educativo, con delle immissioni significative di autobiografismo, soprattutto per quanto riguarda l’imprevedibilità, i vizi e l’incapacità di tollerare le prepotenze.  

Credi che il giornalismo investigativo sia una delle ultime forme di resistenza civile?

R: Lo è, anche se le forze contrarie (ingiustizie, indottrinamento, l’alterazione della realtà, solo per citarne alcune) sono davvero preponderanti. Tutto sta nel ribaltamento delle priorità, dei fondamentali: se certe inchieste giornalistiche, anche nel recente passato, venivano viste come il suggello della verità, il riposizionarsi di valori basilari al centro della scena, ora invece queste forme di ricerca di senso e oggettività vengono spesso confutate, tacciate di radicalismo. Da buon sessantenne non posso far altro che affidarmi al futuro, all’intelligenza e alla sete di conoscenza dei giovani, che mi pare siano stati un po’ troppo sottovalutati negli ultimi tempi, ritenuti (ovviamente a torto) solo un target per turbocapitalisti, demagoghi e illusionisti del mondo virtuale.      

Il giornalismo pomeridiano televisivo centrato sui fatti di cronaca per certi versi può essere paragonato a una sorta di sciacallaggio mediatico. La cosiddetta “televisione del dolore” una spettacolarizzazione quasi morbosa delle tragedie, tra cronaca nera e drammi individuali, trasformate in intrattenimento. Hai stigmatizzato questa tendenza nel tuo romanzo, o ha solo un valore documentaristico per descrivere la società italiana?

R: Entrambe le cose. Mi mandano in bestia le mistificazioni, la cosiddetta televisione del dolore; si cerca di mettere in pratica il rispetto giorno per giorno, nel quotidiano, poi ti capita di vedere in tivù persone più o meno bullizzate, o ridotte a macchietta. C’è rabbia, ma anche sconforto. In Greg, direttore responsabile lo sfruttamento del dolore è personificato dalla “regina dei Pomeriggi Italiani” Concita Rizzoli, uno squalo televisivo che compendia molteplici conduttori presenti e imperanti sul piccolo schermo. Quindi sì, Concita ha anche un valore documentaristico nello sviluppo della storia, oltre a essere un mio espediente per sbeffeggiare (godendone) un certo modo di fare giornalismo e intrattenimento televisivo.    

Primacqua, la città sul Lago Maggiore dove è ambientato il romanzo, immagino non ci sia sul mappamondo, si ispira a qualche città reale, che conosci bene?

R: È un minimondo fittizio, anche se molti particolari rimandano a Luino, cittadina che conosco abbastanza bene. La sponda lombarda del Lago Maggiore viene chiamata sponda magra, in contrapposizione a quella piemontese, ritenuta più “opulenta” e turisticamente attrattiva, basti pensare a Stresa e alle Isole Borromee. Può essere vero, ma ciò non toglie che Luino, insieme ad altre località del versante varesino, rivelino un immaginario sotterraneo, tipicamente noir. Penso al luinese Piero Chiara, al suo primo romanzo Il piatto piange, un noir quasi involontario che a quasi sessantacinque anni dall’anno di pubblicazione rimane un punto di riferimento per chi vuole assaporare gli umori della provincia, tra slanci di liberalità e nefandezza sottaciute.     

Ti confesso il libro mi è piaciuto molto, mi sono piaciuti i rimandi a film, canzoni, e la caratterizzazione che hai dato ai personaggi, oltre all’ambientazione che penso sia il punto forte del romanzo. Si vede che sei un forte lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E ti piace leggere in lingua originale i romanzi stranieri?

R: In realtà più che un lettore forte sono un lettore indisciplinato e irrequieto. Fatico a individuare degli autori di riferimento, di quelli che porterei a botta sicura sull’arcinota isola deserta, come ultima risorsa di svago e conforto spirituale. A pensarci bene ogni periodo della mia vita ha avuto degli scrittori “feticcio”: Bukowski e Kerouac, intorno ai vent’anni, poi Raymond Carver e John Fante, che un po’ hanno fatto da preludio alla fascinazione per il giallo, il noir e il poliziesco, con autori come Jean Patrick Manchette, Léo Malet, Scerbanenco, Attilio Veraldi, Elmore Leonard. Se poi devo citare un contemporaneo, uno che riesce sempre a stupirmi e a emozionarmi, ti faccio il nome di Lawrence Osborne. Per quanto concerne la lettura di libri in lingua originale ti confesso che non ci ho mai provato, anche perché la mia conoscenza delle lingue straniere è piuttosto limitata.   

La violenza nei microcosmi di provincia non è mai manifesta, è più sussurrata nei meccanismi di potere, un pestaggio, un’induzione al suicidio, sono già eventi fuori dall’ordinario che ledono quella patina di rispettabilità, almeno apparente, che questi tipi di società impongono. Da narratore che spunti ti dà tutto questo per le tue storie?

R: Mi dà spunti notevoli. Parli giustamente di rispettabilità, di codici di comportamento acquisiti e solidificati, modi di sopravvivenza che in provincia strisciano rasoterra e ronzano sopra le nostre teste. Esistono appunto l’onorabilità, il decoro a stuzzicare la curiosità di chi osserva e prova a imbastire delle storie. Il territorio di caccia è ricco e variegato. Considera anche il fattore memoria: in un paese o in una piccola città il passato e i suoi intrecci possono costituire una sorta di epopea locale, che lega generazioni e accadimenti, e che può andare in pezzi come un castello di carte se un fattore imprevisto la corrompe. Sono deragliamenti che mi hanno sempre ingolosito, come autore ma non solo.     Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei se ci sarà un seguito a questo romanzo o stai scrivendo storie tutte nuove? Ho scritto diverse pagine, ma l’obiettivo finale è ancora sfuocato. Vorrei continuare a pungolare Greg Stefanoni, sgambettarlo e poi dargli l’ennesima opportunità di rinascita. Forse il suo giornale chiude, i suoi giovani collaboratori lo abbandonano e di conseguenza si ritroverà ad amministrare un blog scalcagnato, a indagare sulla scomparsa di una ragazza e un ragazzo in una terra di confine. Staremo a vedere; per il momento prendo appunti e lascio che emerga qualche suggestione da sviluppare.

:: Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2026

Tutto era iniziato da una lettera giunta in redazione in forma anonima al settimanale L’Eco del Lago.

La prima pagina dell’Eco si lasciava leggere, settimanalmente, da una maggioranza bulgara di primacquesi: veniva esposta il martedì mattina dalle tre edicole della città, incorniciata nelle portalocandine e collocata in bella mostra sul selciato. Da oltre un secolo – così mi piaceva pensare – quel rettangolo di carta e inchiostro scandiva vite, morti e miracoli della comunità lacustre.

Siamo a Primacqua, cittadina affacciata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, una città di provincia del grande Nord italiano coi suoi molti vizi e le sue poche virtù. A dirigere il settimanale Greg Stefanoni, un tipo bizzarro, forte bevitore, e appassionato di cinema e vinili, ma un giornalista di razza di quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani con le dinamiche più sottili del potere, che si annidano anche dietro la facciata rispettabile e quieta della provincia. La lettera anonima fa così partire un’indagine che Stefanoni affida al suo vice Angelo Giamberini, giovane cronista determinato e scrupoloso, che vede la parola corruzione collegata al ben noto imprenditore, l’ingegnere Achille Crinò. All’avvicinarsi del Natale il dramma: Giamberini viene attirato con l’inganno in un cinema abbandonato, il diroccato cinema Impero, pestato a sangue e lasciato in fin di vita. Stefanoni non può che intuire che il potere criminale è radicato a livello locale in modo ben più esteso di quanto si potesse pensare.

Sfogliando le bozze del Giambe ero arrivato a concludere che la truffa escogitata da Achille Crinò, viste anche le molte complicità da foraggiare, fosse tutto sommato di dimensioni modeste, sufficienti a mantenere una posizione di potere in ambito provinciale. Un avido, un barone gaglioffo, e una volta individuato il fine (drenare denaro pubblico attraverso la gestione e lo smercio di rifiuti ospedalieri) risultava semplice risalire ai mezzi per raggiungerlo e puntellarlo: disponibilità di valletti di corte, di funzionari e politici incapaci di sottrarsi al fascino della bustarella. Eppure, ancora una volta la punta dell’iceberg non dava conto di una sostanza ineffabile: gli intrighi di Crinò godevano di un supporto eccellentissimo, sovradimensionato rispetto all’entità del giro di affari.

E mentre Giamberini lotta in ospedale tra la vita e la morte, affiancato dalla brava e intelligente collega Giulia Portaluppi, Stefanoni inizia la sua indagine personale. Poi finalmente il capitano Di Fonzio entra in scena per un morto, un suicidio o un’induzione al suicidio?

Tra il bar di Pinuccia, e l’apporto di Concita Rizzoli, signora dei Pomeriggi italiani, televisivi la storia procede cadenzata da una scrittura fluida e ricca di dettagli dalla marca delle sigarette, alla musica, ai film, al colore locale di una città di provincia come ce ne sono tante.

Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è dunque un romanzo contemporaneo italiano a forte vocazione civile, che intreccia con una certa naturalezza l’indagine giornalistica e la denuncia sociale in un contesto provinciale solo apparentemente tranquillo, dove è facile riconoscersi, perché i meccanismi che regolano il malaffare locale sono più o meno simili e banali a tutte le latitudini. In questo senso, il romanzo si avvicina più alla tradizione del noir sociale che al giallo classico: la soluzione del mistero conta, ma conta di più il contesto che lo rende possibile. Il protagonista è un’anti-eroe credibile e umano con tutte le sue debolezze, le sue fragilità caratteriali, ma sorretto da un forte senso etico per la ricerca della verità, caratteristica di ogni buon giornalista. La scrittura è fluida, venata di ironia, solo velata e mai tesa a smorzare la tensione.

L’ambientazione poi credo sia il punto più riuscito del romanzo, la provincia come microcosmo, in cui Primacqua, luogo fittizio ma verosimile, provincia lacustre ispirata all’area del Lago Maggiore, ha un ruolo narrativo polarizzante e ricco di sfumature e atmosfera.

Greg, direttore responsabile è un romanzo in fine che funziona soprattutto per la sua credibilità morale. Più che sorprendere con colpi di scena a effetto, convince per la sua capacità di raccontare un’Italia minore ma tutt’altro che marginale, dove il giornalismo diventa uno degli ultimi strumenti di resistenza civile. Se vi piacciono i libri di autori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi, o i noir di Carlotto, troverete una lettura piacevole e ricca di rimandi all’attualità.

Paolo Risi (Varese, 1966) è laureato in Scienze Motorie e ha lavorato per due decadi in strutture per ragazzi e adulti disabili. Collabora con il magazine Zest Letteratura Sostenibile e nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Il suo racconto L’alpe del tedesco è inserito nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative (Officina Ensemble, 2018).

:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: L’ospite regale di Henrik Pontoppidan (Iperborea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2026

L’ospite regale (Den Kongelige Gæst, 1908) di Henrik Pontoppidan (1857-1943) edito da Iperborea, con traduzione dal danese e postfazione di Fulvio Ferrari, è un romanzo breve o racconto lungo se vogliamo, ricco di suggestioni e inquietanti divagazioni sul matrimonio, sul perbenismo delle piccole comunità del Nord Europa di inizio Novecento, sul potere perturbante dell’insolito e del grottesco. La storia è molto semplice e lineare e si svolge in poche pagine che ci portano nell’intimità e nei fragili equilibri di una coppia della buona borghesia: lui medico, lei madre di tre figli piccoli. Innamorati, felici, sposati da sei anni. Una coppia di coniugi che una sera si trova al suo desco un ospite inatteso, di cui mai sapremo l’identità, un principe, un buffone, messer Carnevale, una figura mitologica o se vogliamo biblica, ma non dirò altro sull’identità di questo oscuro personaggio lo scoprirete leggendo il racconto e soprattutto la postfazione molto esplicativa. Questo incontro si rivela fatale per gli equilibri della coppia e soprattutto getta nell’inquietudine e nella malinconia la donna che scopre di aver vissuto fino allora in una felicità fasulla, in un paradiso ormai perduto che lascia spazio a una realtà più cruda ma certamente più vera.

Henrik Pontoppidan (1857–1943) è stato uno dei massimi scrittori danesi, premio Nobel per la letteratura nel 1917. Ammirato da György Lukács e definito da Thomas Mann «un autore epico di razza», in Italia è conosciuto soprattutto per il romanzo Pietro il fortunato. La sua narrativa si caratterizza per un realismo critico e un profondo interesse per le trasformazioni sociali e morali della Danimarca tra Ottocento e Novecento.

:: Un intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2026

Benvenuto Xiaolong, è un grande piacere rivederti sulle pagine virtuali di Liberi di scrivere per l’uscita del tuo nuovo romanzo della serie di Chen Cao, “Compagni Segreti”, tradotto da Fabio Zucchella, tuo storico traduttore italiano, e pubblicato da Marsilio. Siamo al quattordicesimo episodio. Una serie molto longeva che, se non altro, ci ha accompagnato in tutti questi anni. Dedicherai altre storie al tuo personaggio, Chen Cao?

R: Sì, certo. Ho già terminato un nuovo manoscritto. Si intitola History’s Cunning Passages:  (The Untold Origin of the Cultural Revolution)  An Inspector Chen Investigation. Sarà pubblicato anche questo da Marsilio.

Ho notato un maggiore pessimismo e se vogliamo anche un maggiore romanticismo, è una mia impressione o è davvero voluto?

R: Hai ragione. Ed è un’ottima domanda. Mi ricorda una poesia pessimista ma anche romantica intitolata “Dover Beach” di Matthew Arnold. Quando non c’è più nulla in questo mondo triste, l’amore diventa l’unica, fredda consolazione. Non credo sia intenzionale, è semplicemente realistico.

Tu affronti con molto coraggio temi si può dire delicati della Cina contemporanea, paese che io amo molto per la sua cultura, la sua cucina, la sua gente. La situazione è così drammatica, o drammatizzi per ragioni narrative? Sorveglianza capillare, un personaggio del libro viene prelevato senza processo e gli sono tolte le libertà personali per accuse che poi si riveleranno infondate, corruzione, prevaricazione da parte di persone che non vogliono il bene comune ma meri interessi personali e di carriera. Insomma, uno scenario molto fosco, accenni a numerose persone che cercano il modo di lasciare la Cina. E’ così doloroso vivere in Cina, oggi?

R: Apprezzo molto il tuo amore per la Cina. Anch’io amo molto la Cina, ma non il PCC. Per quanto riguarda la drammatizzazione o meno, lascia che ti faccia un esempio concreto. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, un pomeriggio mi trovavo sul balcone dell’appartamento di un amico. All’improvviso, un drone è apparso sopra la mia testa ed è rimasto a volteggiare per più di mezz’ora. La cosa più sorprendente è che, non appena sono rientrato in camera, il drone è improvvisamente scomparso. Il mio amico ha affermato che il drone doveva essere venuto per me.

E noto un maggiore romanticismo: la redenzione personale, passa per il sentimento, per l’amore? Credi ancora nell’amore come forma di riscatto e di salvezza personale e collettiva?

R: Questa è un’altra ottima domanda. La redenzione personale può arrivare attraverso sentimenti come l’amore. Per essere più precisi, l’amore per la Cina. Che sia personale o collettivo. Ci credo ancora.

E la poesia antica è sempre presente nei tuoi noir. Anche la bellezza e l’arte sono veicoli di salvezza?

R: La poesia classica cinese è sempre una parte importante della mia serie dell’ispettore Chen. Si può certamente dire che sia un veicolo di salvezza. Per Chen, appare anche come un’oasi verde nell’infinito deserto, immaginaria o meno.

Tornando al tuo coraggio, il romanzo contiene accuse politiche molto nette, forse è il tuo romanzo più estremo da questo punto di vista. Alcuni lettori lo reputano al fatto che da molti anni non vivi più Cina, ma immagino hai ancora in questo paese parenti e amici, o legami. Il tuo impegno è onesto, ti conosco, ma il socialismo con caratteristiche cinesi sta prendendo davvero derive così oppressive e antidemocratiche, la libertà personale è davvero sacrificata più che al bene comune, comunitario e forse utopico, all’interesse di poche élite o del partito? Pensi davvero questo? O vedi strade da percorrere, decisioni che devono essere ancora prese?

R: La sanguinosa repressione di Piazza Tian’anmen del 1989 rimane l’argomento politico più delicato nella Cina di oggi. Sono ben consapevole del rischio di scriverne. Per me, è un libro che avrei dovuto scrivere da tempo. In un certo senso, si potrebbe persino dire che rappresenta una sorta di redenzione personale. Quanto alla tua domanda se il socialismo con caratteristiche cinesi abbia davvero assunto una connotazione così oppressiva e antidemocratica, il punto di svolta per me è arrivato circa dieci anni fa con la modifica della Costituzione cinese, che ha abolito il limite di mandati, permettendo così all’imperatore di regnare a vita. Questo concetto trova eco anche nella storia narrata da X in “Red Dust Lane”. Come avrei potuto, quindi, non scriverne?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazione che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: c’è un eco nostalgico per la tua giovinezza?

R: Per quanto riguarda l’indagine che si sviluppa su più livelli, è una storia radicata nella storia reale e che si è protratta per molti anni. D’altra parte, si può certamente dire che è un’eco nostalgica della mia giovinezza. Come avrai notato, la parte della ribellione di X contro il PCC è basata sull’esperienza di Yang Xianyi. Yang è stato un mentore nella mia giovinezza e mi ha aiutato molto in diversi modi. E Via della Polvere Rossa era anche un quartiere che mi era molto familiare in quegli anni.

Stai scrivendo un nuovo romanzo di Chen Cao o altri libri?

R: Sto anche scrivendo una trilogia sull’inchiesta del giudice Dee; i primi due volumi sono già stati pubblicati e sto lavorando al terzo. Per me, si tratta anche di un tentativo di esplorare il funzionamento del sistema giudiziario nell’antica Cina. Poteva davvero essere indipendente dalla politica? Ecco questa è un’interessante domanda.

:: In disgrazia del Cielo e della terra – L’amore omosessuale nella letteratura italiana di Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre (Rogas Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 marzo 2026

In disgrazia del Cielo e della terra, edito nel 2023 da Rogas Edizioni, è un saggio argomentato, ma di respiro divulgativo, che affronta un tema importante e delicato con grande sensibilità e coraggio: la presenza e la rappresentazione dell’amore omosessuale nella letteratura italiana. Gli autori, Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre, accompagnano il lettore in un viaggio attraverso i secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, mostrando come gli scrittori, si è scelto di parlare prevalentemente della omosessualità maschile, abbiano raccontato sentimenti, passioni e difficoltà spesso nascosti o censurati.

Il titolo richiama l’idea di chi, per molto tempo, è stato considerato “fuori posto” o addirittura “contro natura”. Il libro spiega come, in diverse epoche, l’amore tra persone dello stesso sesso sia stato visto con sospetto o condanna, ma anche come la letteratura abbia trovato modi coraggiosi, ironici e persino poetici per parlarne.

Gli autori non si limitano a elencare opere e autori, per svelare magare retroscena piccanti di nomi famosi: cercano invece, molto meritoriamente, di far capire il contesto storico e culturale in cui quei testi sono nati, aiutando il lettore a comprendere perché certe storie siano state raccontate in modo velato o simbolico tramite una fitta rete di sottintesi e linguaggi in codice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è che dimostra come l’amore, in tutte le sue variegate forme, sia sempre stato parte della nostra cultura. Anche quando non se ne poteva parlare apertamente, la letteratura ha custodito emozioni autentiche e profonde. Questo messaggio è particolarmente importante per i ragazzi, perlomeno delle scuole superiori dai 18 anni in su: leggere queste pagine, magari guidati da insegnanti dalla mente aperta che incoraggiano dibattiti in classe, significa scoprire che la diversità in ambito affettivo- sessuale non è qualcosa di nuovo o “strano”, ma una realtà che esiste da sempre, e che a differenza del mondo pagano greco e romano che la considerava del tutto naturale e accettabile, nel mondo europeo cristiano ha affrontato pregiudizi, anatemi morali e religiosi, fino a entrare nelle leggi civili.

Non solo le streghe venivano arse sul rogo nei secoli bui, ma anche coloro che venivano accusati di omosessualità e crimini “contro natura”. Il cristianesimo ha una derivazione diretta dall’ebraismo e la Bibbia è abbastanza chiara nel condannare la sodomia al pari della zoofilia, dell’incesto e dell’adulterio e la fornicazione. C’è comunque da fare un’osservazione non marginale, ripresa da molte correnti religiose di stampo progressista e protestante, ma anche cattolico, rivalutate nei giorni nostri: è la violenza, lo stupro, l’abuso su minori a essere condannato, non l’orientamento sessuale delle persone che essendo intrinseco alla natura umana contiene del bene, e non va condannato o stigmatizzato.

L’amore omosessuale è appunto amore, contiene progetti di vita in comune, rispetto, affetto, complicità, crescita interiore, aspirazione alla salvezza, desiderio, solidarietà, piacere di stare insieme, fedeltà, castità e non va unicamente relegato all’atto sessuale in sè, e la letteratura, forse più liberamente di altri contesti, l’ha sempre compreso e valorizzato fino ai movimenti di liberazione, di affermazione dei diritti civili dei giorni nostri.

Lo stile è chiaro e appassionato. Pur trattando argomenti complessi, gli autori cercano di spiegare tutto con attenzione e rispetto, rendendo il testo accessibile anche a giovani lettori curiosi e desiderosi di capire meglio la storia della letteratura e della società italiana.

In conclusione, In disgrazia del Cielo e della terra è un libro che invita a riflettere, a conoscere e a rispettare. È una lettura preziosa non solo per chi ama la letteratura, ma per chiunque voglia comprendere meglio il passato e costruire un futuro più consapevole e inclusivo.

Francesco Gnerre ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e Teoria della letteratura presso l’Università di Roma Tor Vergata. È autore di testi scolastici e di studi di sociologia della letteratura. Tra le sue pubblicazioni L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Rogas Edizioni, 2016) e La biblioteca ritrovata (Rogas Edizioni, 2015). Per anni è stato tra i redattori delle riviste «Babilonia» e «Pride».  

Daniele Coluzzi, professore di Lettere a Roma, si laurea con una tesi sull’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Da circa tre anni è divulgatore culturale sui social, dove si occupa di storia, letteratura e mitologia. Attualmente è seguito da più di 200 mila persone. Ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Io sono Persefone (Rizzoli, 2022).

:: Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni (Delos Digital 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2026

C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro dell’esistenza dell’uomo. Niente dogmi; niente – espressi divieti di pensare. Non ce n’era bisogno, perché a certe cose non c’era modo di pensare. La magia come unica stampella. Un’idea banale che però, in qualche modo, senti estremamente tua. Non è un prodotto dei tuoi studi di antropologia e storia delle religioni… No, lo sapevi anche prima: è una cosa tua, personale. D’altronde, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro della tua esistenza. Tempo in cui alcuni messaggi suonavano come vere e proprie rivelazioni, e allora Sartre, Camus, Dosto… Ma ormai quel tempo è finito. E ora, un po’ di mistero è quello che ti manca.

Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni, edito da Delos Digital, nella collana Innsmouth, dedicata al weird o perturbante, è un romanzo breve, circa 57 pagine, che ce lo conferma l’autore rientra nell’autofiction quel genere particolare di letteratura che ibrida l’autobiografia con la fiction, per cui il protagonista, che si lascia sfuggire si chiama Bragoni, è l’autore e non è l’autore. La sua cifra esistenziale viene esaminata alla lente di un rinnovato gusto per il paradosso, quando per ritrovarsi bisogna perdersi, nella memoria, per arrivare a patti col presente, la contemporaneità. Il protagonista di questa vicenda dunque gravita in un limbo esistenziale che lo pone a riflettere su sè stesso con nostalgia, ironia, rabbia. Cosa scopre? Verità fondamentali su sè stesso, sulla vita, su gli altri? Sullo spaesamento come metafora di una condizione universale? Ma oggi non siamo più quello che eravamo ieri, il gioco non regge, non consola. Bragoni adotta uno stile sobrio, più evocativo che descrittivo, e intreccia emozioni e razionalità con naturalezza e capacità espressiva. Bragoni è un autore di narrativa più che di genere, piega gli stili e le modalità epressive espressioniste in una luce di letteratura alta e per certi versi anche complessa. Frutto di buone letture, studio della critica, e di capacità personali affinate col tempo. La narrazione riesce a far sentire il lettore accanto al protagonista, intrappolato tra il desiderio di “tornare indietro” e l’impossibilità di farlo davvero. La brevità del testo, lungi dall’essere un limite, ne accentua l’efficacia: ogni immagine, ogni frase ha un peso emotivo. Se da un lato il libro può essere letto come una storia di formazione “fuori tempo massimo”, dall’altro si presta a interpretazioni più ampie sulla natura umana e sui modi in cui ciascuno di noi costruisce il proprio senso di sé.

Fabrizio Fulio Bragoni è nato a Rieti nel 1981 e vive a Torino dal 1986; ha iniziato a scrivere a cinque anni e non ha mai smesso. Ha sempre sognato di fare la rockstar o lo scrittore. È laureato in filosofia e specializzato in traduzione editoriale dall’inglese. Ha lavorato come giornalista, consulente informatico, lettore editoriale, docente universitario a contratto, copy, piazzista, insegnante e traduttore. Per un paio di giorni ha fatto anche il detective privato, ma è stato tanto tempo fa. Ha insegnato scrittura creativa, tradotto un paio di romanzi e un lungo saggio sul punk, curato un’antologia di racconti polizieschi ambientati a Torino. Suona diversi strumenti, tutti molto male. Quando ha un po’ di voce, canta anche. Attualmente è dottorando in “Learning sciences and digital technologies”. Vive a Torino (ma solo ogni tanto), e passa il tempo tra studi di tatuaggi, palestre di pugilato e localini fumosi, sperando, così, di mantenere intatta la pessima reputazione faticosamente guadagnata. Il suo romanzo breve Il colpo è stato pubblicato in ebook da Rizzoli nel 2012 nell’ambito del contest “youcrime”. Il suo primo romanzo, Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è uscito per Giunti nel 2021.