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:: Georgia di Tim Burford (Morellini, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Cuore segreto del Caucaso, al bivio tra Europa e Asia, la Georgia è un Paese così ricco di bellezze paesaggistiche, culturali, antropologiche e sociali che non si può che accogliere con favore l’uscita della nuova guida turistica Morellini, nella collana Insider, dedicata a questo straordinario territorio e curata da Tim Burford, firma autorevole dell’escursionismo e dell’ecoturismo, con al suo attivo una decina di guide dedicate a destinazioni dall’Europa al Sud America.

Ormai Morellini è una garanzia: ogni sua guida non rappresenta soltanto un utile strumento per il viaggio, ma è anche un volume curato, piacevole da sfogliare e da conservare in libreria, capace di accompagnare il lettore alla scoperta di luoghi lontani anche attraverso la lettura e la ricerca.

La Georgia è ancora, per molti aspetti, una destinazione poco conosciuta e un Paese non ancora interessato dai grandi flussi del turismo internazionale. Spesso ricordata soprattutto come terra natale di Stalin, merita invece di essere riscoperta per la straordinaria varietà del suo patrimonio. Al suo interno custodisce tesori che spaziano dalle torri difensive della Svaneti alle fertili vallate del Kakheti, culla della più antica tradizione vinicola del mondo, dalla vivace capitale Tbilisi alle coste subtropicali del Mar Nero.

Uno dei punti di forza della guida è proprio la capacità di svelare luoghi e usanze meno noti: monasteri rupestri scavati nella roccia, villaggi montani dove sopravvivono tradizioni ancestrali e le antichissime tecniche di vinificazione nei qvevri, le grandi anfore di terracotta interrate riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. La cultura del vino, insieme alla gastronomia locale e alla proverbiale ospitalità georgiana, diventa così una chiave privilegiata per comprendere l’identità di questo Paese.

Una leggenda racconta che Dio, dopo aver distribuito le terre ai popoli del mondo, abbia donato ai georgiani il luogo che aveva riservato per sé, commosso dal loro calore umano, dalla loro convivialità e dall’amore per la vita e per la buona tavola. Un racconto simbolico che ben restituisce lo spirito di una terra dove l’accoglienza è parte integrante della cultura.

Accanto agli approfondimenti storici e culturali, Burford offre tutti gli strumenti necessari per organizzare il viaggio: mappe dettagliate, itinerari tematici e numerosi consigli pratici permettono di costruire esperienze autentiche, dalle degustazioni nelle cantine familiari alle escursioni tra ghiacciai e vette del Grande Caucaso, dai bagni termali di Borjomi ai vivaci mercati di Kutaisi.

Georgia si presenta così non soltanto come una guida per partire, ma come un invito alla scoperta di un Paese complesso e affascinante, dove natura, storia e tradizioni convivono in un equilibrio sorprendente. Un volume ricco e completo, capace di far nascere il desiderio del viaggio ancora prima di mettersi in cammino.

Tim Burford ha studiato lingue all’Università di Oxford. Nel 1991, dopo cinque anni come editore, ha iniziato a scrivere guide per Bradt, prima sull’escursionismo nell’Europa centro-orientale e poi sul backpacking e l’ecoturismo in America Latina. Ad oggi ha scritto dieci guide per Bradt, che spaziano dall’Uruguay all’Uzbekistan, tra cui cinque edizioni della guida sulla Georgia.
Guida anche escursioni sulle montagne europee.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Morellini.

:: Abitare la natura – Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Aggiornato alle più recenti teorie dell’abitare italiane e internazionali, Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026), con postfazione di Lucia Krasovec-Lucas, si distingue come uno dei contributi più interessanti dedicati al biophilic design nel panorama editoriale italiano.

Più che un semplice manuale, il volume propone una riflessione ampia sul rapporto tra architettura, natura e benessere, intrecciando ricerca scientifica, cultura del progetto e attenzione alla qualità dell’abitare. Il tema è di stringente attualità. I cambiamenti climatici, sempre più evidenti e drammatici, impongono infatti di ripensare il rapporto tra ambiente costruito e sistemi naturali, mettendo in discussione modelli abitativi che per troppo tempo hanno sacrificato il verde e la qualità dello spazio in favore di logiche esclusivamente economiche o funzionali.

Il libro mostra come la sostenibilità non possa più essere considerata l’unico parametro per valutare la qualità di un edificio. Accanto all’efficienza energetica, acquistano un ruolo decisivo la qualità dell’aria, l’illuminazione naturale, la presenza della vegetazione, il rapporto visivo con il paesaggio e, più in generale, tutti quegli elementi che incidono sul benessere psicofisico delle persone. Oggi sappiamo che gli ambienti nei quali trascorriamo gran parte della nostra vita – abitazioni, uffici, scuole, ospedali – possono favorire oppure compromettere la salute, e il biophilic design rappresenta una delle risposte più convincenti a questa consapevolezza.

Uno dei punti di forza del volume è il ricco apparato bibliografico e sitografico, aggiornato alle principali ricerche internazionali. Fusco dimostra una conoscenza approfondita della letteratura sul tema e integra con equilibrio i contributi di studiosi e progettisti che hanno indagato il rapporto tra natura e salute, offrendo al lettore strumenti utili per ulteriori approfondimenti. La biofilia emerge così non come una semplice tendenza estetica, ma come una strategia progettuale fondata su solide basi scientifiche e orientata a migliorare la qualità della vita.

Interessante è anche il richiamo all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, nella quale la Terra viene definita “casa comune”. Il riferimento non ha un valore esclusivamente etico, ma amplia il discorso sul progetto, ricordando come la cura dell’ambiente richieda responsabilità collettiva, investimenti e politiche lungimiranti. In questo senso, il libro suggerisce che ripensare il modo di abitare non è più una scelta opzionale, ma una necessità urgente.

Con uno stile chiaro e accessibile, anche quando affronta argomenti specialistici, Fusco accompagna il lettore in un percorso che mette in luce la profonda interdipendenza tra essere umano e natura. Un’intuizione che oggi trova conferme nelle neuroscienze, nella psicologia ambientale e nelle scienze della salute, ma che affonda le proprie radici nella cultura classica: non a caso si richiama anche Lucrezio, testimone di una visione del mondo nella quale uomo e natura erano già concepiti come parti di un unico sistema.

Completa il volume un ricco apparato iconografico. Le immagini, curate e ricche di dettagli, non svolgono una funzione meramente illustrativa, ma dialogano con il testo, contribuendo a chiarire i concetti e a rendere immediatamente percepibili i principi del biophilic design.

Abitare la natura è dunque un libro che riesce a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. Un testo utile ai professionisti dell’architettura e dell’interior design, ma anche a chiunque desideri comprendere come gli spazi che abitiamo influenzino la nostra salute e il nostro benessere. In un momento storico in cui il progetto è chiamato a rispondere alle sfide ambientali e sociali del presente, il saggio di Alfredo Fusco rappresenta un contributo autorevole e quanto mai necessario alla diffusione di una nuova cultura dell’abitare.

In conclusione il tema della biofilia, della salutogenesi e del rapporto tra architettura e salute sarà probabilmente uno dei filoni più rilevanti della cultura del progetto nei prossimi anni.

Alfredo Fusco Architetto e biophilic designer, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell’etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Esperto di progettazione eco-friendly e biofilia applicata all’architettura, parla e scrive di compensazione del deficit di natura, ingegneria naturalistica, greening verticale, infrastrutture emergenti e dinamiche adattive. Vive e lavora a Milano.

Source: ringraziamo l’autore e la casa editrice per l’invio del volume.

:: Solak di Caroline Hinault (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2026

Sulla penisola di Solak, da qualche parte a Nord del Circolo polare artico, c’è un avamposto militare in mezzo al nulla dei ghiacci dove vengono spediti i soggetti che hanno colpe da espiare. Solo uno dei quattro residenti è lì per scelta: scienziato climatico, cerca le prove dell’imminente collasso del Pianeta. Dopo il suicidio di uno dei compagni, i tre rimasti accolgono una nuova recluta misteriosa: un ragazzo muto. Chi arriva a Solak è un colpevole, come loro. Ma di cosa può essersi macchiato un tipo così gracile e mite? Con l’avvicinarsi della grande Notte polare le condizioni di vita alla base si fanno ancora più dure e gli uomini sono costretti a una convivenza sempre più tesa, che smaschera gli istinti peggiori rivelando gli inquietanti segreti del passato. Ma il destino li troverà anche in quell’oltremondo senza pietà dove nessuna apparenza può più ingannare.

Solak (Solak, 2021) della bretone Caroline Hinault, tradotto in italiano da Maria Laura Capobianco ed edito da Gallucci, è un romanzo breve molto particolare giunto dalla Francia fino a noi sull’onda di un grande successo di pubblico e di critica.

Vincitore di ben 8 premi letterari Solak ci porta la voce di un’autrice molto singolare, capace di graffiare e nello stesso tempo evocare atmosfere anche liriche dell’estremo Nord.

Voce narrante quella di un soldato Piotr, da vent’anni confinato a Solak per qualche oscura colpa che sembra segnare le vite di tutti i personaggi, oltre a lui un altro militare Roq, e Grizzly uno scienzato attento a studiare i cambiamneti climatici in attesa di un imminente Apocalisse che spera coi suoi studi di scongiurare. Un altro militare Igor, si fa saltare le cervella con un fucile e quando arrivano le scorte, prima della lunga notte artica, viene raccolto e in cambio viene lasciata una Recluta, un ragazzino smilzo, con gli occhi come spilli di acciaio chiaro, muto ma non sordo, che scrive freneticamente chissà cosa su alcuni fogli.

La Hinault ne riporta il linguaggio, ruvido se non greve, e la psicologia di uomini temprati da mille vicessitudini e avversità. L’ambiente è ostile, più si avvicina la notte artica più la lotta per la sopravvivenza si fa serrata in attesa di un evento tragico che sembra gravare come una maledizione.

Chi sarà a soccombere? Chi riuscirà a sopravvievre, e quali sono i segreti e le tragedie che i personaggi meticolosamente nascondono?

In attesa dell’inaspettato colpo di scena finale l’aria si fa tesa, frenetica in un crescendo di tensione e di angoscia.

Noir per adulti, nella collana Glifi di Gallucci, Solak è un romanzo difficile da definire, lo si potrebbe descrivere come un lungo monologo e flusso di coscienza della voce narrante, in cui l’autrice si immedesima alla perfezione nel descriverci la psicologia di uomini al limite.

E’ un romanzo molto muscolare, ruvido, maschile, sebbene l’autrice sia una bella e giovane e affascinante professoressa di lettere, utilizza un linguaggio greve, anche volgare, specchio delle anime tormentate dei personaggi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla superficie di questo linguaggio spigoloso.

Sotto la scorza ruvida emerge tuttavia una riflessione profonda sulla colpa molto dostoevskijana, sull’isolamento, sulla memoria e sul rapporto tra l’uomo e una natura che non è più madre, bensì forza indifferente e inesorabile. Solak diventa così un luogo dell’anima prima ancora che uno spazio geografico: un confine estremo dove ogni certezza vacilla e dove i protagonisti sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno cercato di seppellire dentro di sé.

Solak è una lettura intensa, inquietante e fuori dagli schemi, capace di lasciare il lettore immerso in un senso di gelo e di sospensione anche dopo aver voltato l’ultima pagina. Un romanzo breve ma densissimo, che dimostra come Caroline Hinault sappia fondere tensione narrativa, introspezione psicologica e grande forza evocativa in una storia destinata a lasciare il segno.

Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Rivista Il Segno: In Cina il futuro della fede? e altre storie a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2026

Nel numero di luglio-agosto della rivista Il Segno del Sovrannaturale esce un articolo a firma della giornalista siciliana Daniela Distefano, in collaborazione con il reverendo padre Giuseppe Caponnetto, dal titolo: In Cina il futuro della fede? che ha catturato la mia attenzione, un po’ perchè parla di Cina, anche da un punto di vista storico, e io amo molto questo paese, un po’ perchè narra le apparizioni mariane in Cina nel 1900 durante la Rivolta dei Boxer, e non spesso se ne sente parlare. Mentre nel resto del mondo si sente parlare di crisi della fede, di chiese sempre più vuote, di giovani che si allontanano dalla religione, in Cina sta curiosamente avvenendo l’opposto. Mi riferisco alla religione cattolica, ma posso estendere al senso del sacro in genere. Forse non tutti sanno ma in Cina esistono due chiese distinte: una ufficiale, sotto il controllo del governo cinese, tollerata e se vogliamo istituzionalizzata, e una alternativa, perlopiù clandestina, a detta di molti perseguitata, che presta ubbidienza al Santo Padre, ovvero al Vaticano di Roma, ovvero a una struttura straniera fuori dal territorio cinese. Ma come si diffuse la fede, non solo cattolica, in Cina? E’ una lunga storia che ho approfondito nei miei studi e se vogliamo questo esula dall’articolo della Distefano, che presta maggiore attenzione al culto mariano cinese che si diffuse durante la Rivolta dei Boxer del 1900. Molte furono le apparizioni mariane testimoniate, molti i santuari che furono eretti, fervente il culto mariano arrivato fino a oggi. Nell’articolo si parla di questo sia da un punto di vista storico che sociale e antropologico. Il culto mariano in Cina è molto diffuso, forse più che da noi, sebbene il Partito Comunista cinese non l’incoraggi e non apprezzi gli assembramenti, oltre a professarsi ateo. Forse Nostra Signora di Sheshan è uno dei titoli più importanti con cui la Chiesa cattolica venera la Vergine Maria in Cina. Il nome deriva dalla collina di Sheshan, situata a circa 35 km a sud-ovest dal centro di Shanghai, dove sorge l’omonimo e celebre santuario, meta di costanti pellegrinaggi che le autorità cinesi non riescono a scoraggiare. Se vogliamo il maggiore punto di scontro tra governo cinese e chiesa cattolica avvenne in seguito alla canonizzazione di 120 martiri cinesi proclamata da Papa Giovanni Paolo II il 1°ottobre del 2000, che suscitò una dura reazione diplomatica da parte della Repubblica Popolare Cinese. Pechino accusò i missionari di essere spie e agenti dell’imperialismo occidentale, definendo l’evento un affronto alla sovranità nazionale. La principale accusa fu lo spettro del colonialismo, il governo cinese contestò aspramente il riconoscimento, sostenendo che i santi fossero collusi con le potenze coloniali dell’epoca e complici delle umiliazioni subite dalla Cina (inclusi gli eventi della rivolta dei Boxer). Il Papa respinse fermamente le critiche sostendo che la canonizzazione non era un atto politico contro lo Stato, ma il riconoscimento di virtù eroiche ed esempi di fede. Tuttavia la polemica creò serio imbarazzo nel dialogo con la Chiesa patriottica cinese, portando a frizioni con la Santa Sede che se vogliamo durano fino ai giorni nostri. Avendo studiato il periodo, e analizzato decine e decine di lettere di missionari per lo più francescani, oltre che gesuiti, ero giunta alla convinzione, sempre dopo lo studio dei documenti in mio possesso, che effettivamente questi martiri furono uccisi nel modo più barbaro per spregio alla fede. Per cui per il diritto canonico si può a pieno titolo definirli martiri. Questa era la mia tesi di fondo, contenuta nella mia tesi di laurea, e questa opinione la conservo fino a oggi, sebbene siano da precisare alcune cose: non tutti i convertiti cinesi erano sinceri, alcuni lo fecero per interesse, per avere privilegi, per fuggire al sistema penale e giudiziario cinese (in seguito all’extraterritorialità); i Boxer non erano degli assassini senza fede e morale, perlopiù avevano intenti sinceramente patriottici volendo fermare il cattivo influsso sul loro paese dovuto agli stranieri, e le Guerre dell’Oppio, e le ripercussioni della diffusione di questa droga in Cina non furono da sottovalutare. Ci sarebbe ancora da approfondire l’argomento, da analizzare i resoconti cinesi, etc.. insomma ancora c’è molto lavoro da fare, ma le storie dei martiri sono strazianti, molti missionari vennero uccisi nei modi più barbari che fanno impallidire noi occidentali. Tornando all’articolo in questione è molto serio e ben documentato e avvicina molti a queste tematiche di strettissima attualità. Se vi capita leggetelo.

:: Visioni di cinema: Shanghai 1920 di Po-Chih Leong a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2026

Shanghai 1920 (titolo originale Shang Hai yi jiu er ling) appartiene a quella filmografia dimenticata dei primi anni Novanta che, per vie traverse, è riuscita a sottrarsi all’oblio. Diretto da Po-Chih Leong, il film racconta la lunga e tormentata amicizia tra Billy Fong, giovane cinese cresciuto nei bassifondi del porto di Shanghai, e Dawson Cole, figlio di un ricco imprenditore americano trasferitosi in Cina per affari.

Se proprio lo si vuole incasellare in un genere, lo si può definire un gangster movie, anche se si discosta sotto molti aspetti dal cinema criminale hongkonghese più classico. Piuttosto, si avvicina a opere occidentali come Il Padrino, Goodfellas, A Bronx Tale o Casino, nelle quali il racconto della criminalità diventa anche un’epopea umana e familiare. Ma le affinità finiscono qui, perché Shanghai 1920 è qualcosa di più complesso.

Il film non rappresenta soltanto un’interessante operazione transculturale che avvicina Oriente e Occidente attraverso la sensibilità di Po-Chih Leong, regista formatosi anche nelle scuole occidentali e rimasto nell’ombra di autori ben più celebrati come John Woo, Stanley Kwan o Wong Kar-wai. Ha invece l’ambizione di raccontare, sullo sfondo della grande Storia, un’epopea criminale che è soprattutto la storia di un’amicizia tra due uomini diversi per estrazione sociale, educazione, cultura e carattere.

Billy Fong è un criminale; Dawson Cole, pur desiderando seguire una strada più onesta e rispettabile, finisce inevitabilmente per lasciarsi coinvolgere. Eppure non è Billy a trascinare l’amico verso il crimine. È piuttosto il contesto storico a determinare il loro destino: un intreccio di disuguaglianze, ingiustizie e tensioni che caratterizzava la Shanghai della prima metà del Novecento, città sospesa tra modernizzazione, colonialismo, criminalità organizzata e conflitti politici.

L’ambizione del regista è evidente, ma è sostenuta anche da un cast di grande livello. John Lone, Adrian Pasdar, Fennie Yuen e Loletta Lee offrono interpretazioni convincenti che contribuiscono a rendere il film ancora oggi sorprendentemente godibile, a oltre trent’anni dalla sua uscita.

L’aspetto più riuscito dell’opera è senza dubbio la ricostruzione storica. La Shanghai degli anni Venti e Trenta viene rappresentata con grande cura scenografica, offrendo un affresco visivamente ricco e affascinante. Costumi, ambientazioni e fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera epica che richiama il grande gangster movie americano, pur mantenendo una propria identità culturale.

La durata è considerevole e il racconto, in alcuni passaggi, tende a disperdersi. Il film si apre con l’arrivo delle truppe giapponesi a Shanghai e la fuga precipitosa dei cittadini americani verso una nave che rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Billy Fong sta per imbarcarsi insieme alla moglie quando un lungo flashback ripercorre la sua vita, dall’infanzia fino all’incontro con Dawson Cole, figlio privilegiato di un imprenditore americano.

Nasce così un’amicizia profonda, sincera, di quelle che soltanto l’infanzia sa creare. Il film segue la crescita dei due protagonisti, il loro diventare soci, complici e, più ancora che amici, fratelli.

Shanghai 1920 non è un film d’azione nel senso canonico del termine, né un’opera incentrata sulle Triadi o sulla guerra tra bande criminali. Questi elementi sono presenti, ma restano sullo sfondo. A Po-Chih Leong interessa soprattutto il rapporto tra Billy e Dawson, il legame che unisce due uomini provenienti da mondi apparentemente inconciliabili. Più le circostanze sembrano dividerli, più la loro amicizia si rafforza; più le loro vite prendono direzioni opposte, più quel legame diventa il vero centro della narrazione.

È proprio in questa scelta narrativa che risiede il fascino del film: un’opera visivamente sontuosa, moralmente controversa e capace di mettere in secondo piano le convenzioni del genere per concentrarsi sui sentimenti dei suoi protagonisti.

Quando Billy rinuncia alla salvezza, alla moglie e a un possibile futuro per tornare indietro in cerca dell’amico, il gangster movie lascia definitivamente spazio a una storia di lealtà e sacrificio. In quel gesto estremo la solidarietà e l’altruismo prevalgono sulla violenza, conducendo il film verso un finale insolitamente luminoso, nel quale l’amicizia sembra resistere perfino alla brutalità della Storia.

:: Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (Sellerio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2026

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (The Pilgrim’s Mirror, 2026), scritto magistralmente in lingua inglese e tradotto in italiano, come sempre con grande perizia, da Luigi Sanvito, è il nuovo capitolo della straordinaria saga dedicata a Martin Bora, personaggio letterario ormai ben noto ai lettori appassionati di narrativa storica e militare.

Siamo a Odessa nell’autunno del 1941. Dopo essere sopravvissuto a un assalto che gli è costato la frattura di un braccio, Bora riceve dai suoi superiori un incarico delicato: indagare sulla morte del maggiore Alt, giudice militare impegnato nell’inchiesta su alcuni crimini di guerra. Quella che inizialmente appare come una classica indagine investigativa si trasforma presto in un viaggio attraverso le contraddizioni dell’Ucraina occupata, sospesa tra passato e futuro, tra memoria e tragedia, costringendo il protagonista a confrontarsi ancora una volta con i propri demoni interiori e con il conflitto irrisolto tra dovere militare e coscienza morale.

Ritengo, in tutta sincerità, che Ben Pastor sia un autentico genio della narrativa storica. Non è un’affermazione che faccio con leggerezza, ma una convinzione maturata attraverso la lettura di questo romanzo e dell’intera saga di Martin Bora. La sua scrittura è elegante, raffinata e profonda; ogni pagina è attraversata da una straordinaria ricchezza di riferimenti storici e da una penetrante analisi psicologica dei personaggi. Le sue storie possiedono un retrogusto amaro, inevitabile considerando il contesto storico in cui sono ambientate, ma al tempo stesso risultano profondamente edificanti nella loro riflessione sulla natura umana.

Martin Bora è uno dei personaggi più complessi e riusciti della narrativa contemporanea. L’autrice ne esplora l’interiorità con rara sensibilità, soffermandosi sulla sua fede religiosa, sul tormentato rapporto tra coscienza e obbedienza, sulla sua capacità di empatia e sul coraggio, tanto personale quanto militare, che lo contraddistingue. Bora non è un semplice investigatore né un semplice soldato: è un uomo che cerca di preservare la propria integrità morale in un mondo che sembra aver smarrito ogni riferimento etico.

I romanzi di Ben Pastor possono essere definiti senza esitazione alta letteratura. Ogni frase appare cesellata con cura artigianale, densa di informazioni sul periodo storico e di riflessioni che rivelano una conoscenza profonda della materia trattata. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’autrice erudita, capace di trasformare una rigorosa ricerca storica in narrazione coinvolgente.

Leggere Ben Pastor è un’esperienza immersiva. Le sue pagine trasportano il lettore nel cuore degli eventi, facendogli vivere in prima persona le vicende del protagonista. In Lo specchio del pellegrino sembra davvero di trovarsi nell’Odessa del 1941, tra occupanti romeni, soldati tedeschi, prigionieri di guerra e popolazione civile. L’ambientazione è ricostruita con una cura impressionante, senza apparenti sbavature o incongruenze. Se vi fossero eventuali imprecisioni storiche, non possiedo le competenze per individuarle; tuttavia, anche qualora esistessero, resterebbero ampiamente giustificate dalla natura stessa dell’opera narrativa, che conserva il diritto a quelle licenze poetiche necessarie alla costruzione del racconto.

Colpisce inoltre l’accuratezza della ricerca documentaria che sostiene il romanzo. Ben Pastor si è avvalsa della collaborazione di numerosi esperti in campo storico e militare e ha saputo integrare nella narrazione mappe, testimonianze, leggende locali, usi e costumi dell’epoca, conferendo al testo una straordinaria autenticità.

In conclusione, Lo specchio del pellegrino conferma ancora una volta il talento eccezionale di Ben Pastor e la grandezza letteraria del ciclo di Martin Bora. Un romanzo che unisce indagine, storia, riflessione morale e profondità psicologica, capace di coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine e di lasciargli molto su cui riflettere una volta chiusa l’ultima pagina. Per gli amanti del romanzo storico è una lettura imprescindibile; per chi ancora non conosce Martin Bora, rappresenta un eccellente motivo per avvicinarsi a una delle saghe più raffinate e intelligenti della narrativa contemporanea.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora, Lo specchio del pellegrino (2026). Premio Flaiano 2018.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Cracovia di Roberto M. Polce (Morellini editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2026

Antica capitale polacca, Cracovia è al centro della nuova guida turistica edita da Morellini editore e curata da Roberto M. Polce, esperto di cultura e storia polacca. Inserita nella collana LowCost, è una guida molto compatta, sta comodamente in una tasca di uno zaino, e offre al suo interno itinerari ricchi di fascino per un turismo colto e responsabile, oltre a numerosi consigli su monumenti, musei, percorsi di shopping e ristoranti e da non tralasciare i ricchi contenuti extra digitali. La guida racchiude tutti i segreti della città vecchia, tutelata dall’UNESCO, e dominata dal castello del Wawel, e dell’antico quartiere ebraico di Kazimierz. Notevole per il suo pregiato tessuto architectonico, uscito indenne, al contrario di molte altre città polacche, dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, Cracovia è una città che sa farsi amare oltre per i suoi tesori storici, per il suo spirito giovane, e la sua vivace vita notturna ricca di divertimenti e svaghi che attira sia turisti mordi e fuggi, che turisti più esigenti. Folcrore, cultura, storia, ottimo cibo danno al turista un’esperienza unica in una delle città più belle dell’Europa centrale, a misura anche di bambino, nella guida infatti ci sono indicati percorsi anche per i più piccoli, oltre a una sezione dedicata alle gite fuori città con indirizzi di alberghi, ristoranti, negozi, per chi può fare una vacanza più lunga. L’ultima sezione racchiude le informazioni utili, con un paragrafo dedicato anche ai viaggiatori disabili. Per accedere ai contenuti multimediali è sufficiente utilizzare il QR code o la URL contenuta nelle pagine finali della guida.

Roberto M. Polce, fotografo, giornalista, traduttore, autore di diverse guide di viaggio, soprattutto sulla Polonia (fra cui il fortunato Polonia. Usi, costumi e tradizioni pubblicato presso Morellini e giunto alla terza edizione) e le città polacche (Cracovia, Łódź, Danzica, Varsavia), dal 2007 al 2011 è stato condirettore e photoeditor della rivista fotografica di viaggi “Vie dell’Est”. Dal 2011 vive a Danzica, dove lavora nel settore turistico. Nel 2012 è stato insignito della medaglia di Benemerito della Repubblica Polacca “per la sua attività volta a rafforzare l’immagine della Polonia in campo internazionale”.

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: Un’intervista con Manilla Castaldo a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2026

Sei nata ad Afragola: quanto hanno influito le tue radici e il tuo territorio sulla tua sensibilità artistica e sulla tua scrittura?

Il territorio in cui cresciamo lascia tracce silenziose nel nostro modo di guardare il mondo, di percepire il dolore, la speranza, l’ingiustizia e la bellezza. Sicuramente mi ha ispirato tanto, per le tradizioni ma anche per le difficoltà del territorio.

Quando hai capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe stata una parte fondamentale della tua vita?

Ho capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe diventata una parte fondamentale della mia vita nel momento in cui ho iniziato a sentire che le parole riuscivano a esprimere ciò che a voce non riuscivo a dire. Scrivere è diventato spontaneamente un rifugio, uno spazio intimo in cui dare forma alle emozioni, alle paure e alle domande più profonde.

Con il tempo mi sono resa conto che la poesia non era solo un modo per raccontarmi, ma anche per comprendermi meglio e trasformare ciò che vivevo in qualcosa di condivisibile.

Nei tuoi testi emergono emozioni profonde: da dove nasce la tua ispirazione e come si sviluppa il tuo processo creativo?

La mia ispirazione nasce principalmente da ciò che vivo interiormente: pensieri, esperienze, ricordi e riflessioni che spesso restano in silenzio ma continuano a muoversi dentro di me.

A volte basta una sensazione, una parola ascoltata, una situazione osservata o un momento di particolare intensità emotiva per accendere il bisogno di scrivere.

Vivi su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni: in che modo questa esperienza ha influenzato il tuo sguardo sul mondo e la tua espressione artistica?

Vivo su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni, e questa esperienza ha inevitabilmente cambiato il mio modo di guardare il mondo.
Mi ha portato a sviluppare una sensibilità più profonda verso la fragilità umana, ma anche verso la forza interiore che spesso nasce proprio nelle difficoltà.
La scrittura è diventata uno spazio di libertà, dove posso andare oltre ogni limite e trasformare le difficoltà in parole, cercando sempre un messaggio di forza e speranza.

Parli di creatività come forma di libertà: cosa significa per te essere libera attraverso l’arte e la comunicazione?

Per me essere libera attraverso l’arte e la comunicazione significa poter esprimere ciò che sento senza limiti e senza paura di essere giudicata. Quando scrivo, posso andare oltre ogni barriera e dare voce ai miei pensieri più profondi.

Attraverso l’arte mi sento libera di essere me stessa, in modo autentico e sincero.

Hai fondato HandiMap.it, una piattaforma dedicata all’accessibilità: come nasce questa idea e quali obiettivi ti poni con questo progetto?

Ho fondato HandiMap partendo dalla mia esperienza personale. Vivere ogni giorno le barriere architettoniche mi ha fatto capire quanto l’accessibilità influenzi la libertà e la qualità della vita. Da questa consapevolezza è nata l’idea di creare uno strumento che potesse rendere visibili le difficoltà spesso ignorate.
L’obiettivo del progetto è permettere alle persone di segnalare ostacoli come gradini, marciapiedi non accessibili o assenza di rampe, creando una mappa condivisa che possa favorire maggiore consapevolezza e cambiamenti concreti. Credo che l’accessibilità non riguardi solo alcune persone, ma tutta la società.

Il titolo “Oltre il confine dell’invisibile” è molto evocativo: cosa rappresenta per te questo “invisibile”?

Per me “l’invisibile” rappresenta tutto ciò che non si vede, ma che esiste profondamente dentro di noi: emozioni, paure, speranze, pensieri, ferite e sogni. È quella parte interiore che spesso resta nascosta agli occhi degli altri, ma che influenza il nostro modo di vivere e di sentire.

“Oltre il confine dell’invisibile” significa proprio andare oltre ciò che appare in superficie, cercando di dare voce a ciò che non sempre riusciamo a spiegare a parole.

Le tue poesie nascono da emozioni semplici e sincere: quanto è importante per te mantenere questa autenticità nella scrittura?

Per me è molto importante restare autentica quando scrivo. Le mie poesie nascono da emozioni vere, semplici, da quello che sento ogni giorno.

Non cerco parole difficili voglio solo dire le cose come le sento. Credo che la semplicità arrivi più facilmente al cuore di chi legge.

Il tuo approccio sembra molto rispettoso e non giudicante: è una scelta consapevole quella di “non spiegare ma condividere”?

Preferisco lasciare spazio a chi legge, così ognuno può ritrovarsi nelle mie parole a modo suo. Per me la poesia non deve insegnare, ma far sentire qualcosa, in modo libero e senza giudizio e soprattutto sentirsi liberi di immedesimarsi nelle parole.  Credo non ci sia cosa più bella.

La fede e figure come Padre Pio e don Maurizio Patriciello attraversano le tue pagine: che ruolo hanno nella tua vita e nella tua ispirazione poetica?

La fede ha un ruolo importante nella mia vita, perché mi aiuta a trovare forza e speranza soprattutto nei momenti più difficili.

La figura di Padre Pio è per me un riferimento spirituale profondo, legato alla fiducia e alla preghiera. Mi sento molto legata a questo Santo dei nostri tempi.

Don Maurizio Patriciello, invece, per me non è solo una figura pubblica, ma anche uno zio a cui sono molto legata. Ho sempre visto in lui una grande sensibilità verso gli altri, un cuore attento alle fragilità e una forza gentile nel difendere chi ha bisogno. La sua presenza rappresenta un esempio di coerenza e di amore concreto, e questo entra naturalmente anche nella mia scrittura.

Nel libro emergono anche aspetti molto intimi, come il rapporto con il tuo corpo e con la bambina che eri: quanto è stato difficile aprirti su questi temi?

Aprirmi su questi temi non è sempre facile, perché toccano parti molto intime della mia vita. Parlare del rapporto con il mio corpo e con ciò che sono stata significa affrontare fragilità, paure e cambiamenti profondi.

Allo stesso tempo, la scrittura mi aiuta a farlo con sincerità e delicatezza. Raccontare queste emozioni è un modo per accettarmi e, se possibile, far sentire meno sole altre persone che vivono situazioni simili.

Hai scelto di accompagnare le poesie con dei disegni: come nasce questo dialogo tra parola e immagine?

Il dialogo tra parola e immagine nasce in modo naturale, perché spesso quando scrivo vedo già nella mia mente forme, colori e linee che accompagnano ciò che sento. Ho sempre amato disegnare fin da bambina, era uno dei modi più spontanei per esprimermi.

Oggi non riesco più a disegnare con foglio e matita, ma continuo a farlo in modo digitale. Non ho mai abbandonato il disegno, in nessuna forma, perché per me resta un modo importante per dare vita alle emozioni.

Credo che parole e immagine, insieme, riescono a raccontare ciò che provo in modo ancora più completo.

Dai molto spazio anche agli affetti quotidiani, come la famiglia: quanto incidono questi legami nella tua scrittura?

Gli affetti quotidiani, soprattutto la famiglia, contano tantissimo per me. Sono il mio punto fermo, la mia forza nei momenti difficili e la mia gioia in quelli più sereni.

Molte delle mie poesie nascono proprio dall’amore che ricevo ogni giorno. Sono legami semplici ma profondi, che mi fanno sentire capita, sostenuta e mai sola.

Scrivi che il libro “non vuole essere grande, ma vero”: cosa significa per te oggi autenticità in un’opera artistica?

Esatto, per me il libro “non vuole essere grande, ma vero”. Non ho la pretesa di essere perfetta nelle mie parole e nelle mie poesie o sentirmi importante, ma semplicemente sincera.

Oggi essere autentici in un’opera significa proprio questo,essere fedeli a ciò che si è, senza fingere di essere altro. Vuol dire raccontare la propria verità, anche se non è semplice, anche se si è fragili, perché è lì che nasce qualcosa di reale e umano.

Se un lettore dovesse portare via una sola emozione o riflessione dopo aver letto il tuo libro, quale speri che sia?

Spero che il lettore porti con sé una sensazione di verità e di speranza.

Vorrei che, leggendo il mio libro, si sentisse meno solo nelle proprie emozioni e capisse che anche la fragilità può essere forza.

:: Un’intervista con Paolo Risi a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2026

Benvenuto, Paolo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni: raccontati ai nostri lettori, dove sei nato, che studi hai fatto, cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi?

R: Sono un lombardo-prealpino, nato a Varese sessant’anni fa. Ho fatto studi che poco si conciliano con la letteratura: prima l’Istituto Tecnico Industriale (che però mi ha permesso di conoscere Bachisio Bandinu, un bravissimo professore di lettere, nonché scrittore e antropologo), poi l’ISEF, la scuola che dopo la maturità preparava i futuri insegnanti di educazione fisica. Lavorativamente mi sono occupato in primo luogo di motricità applicata a ragazzi e adulti portatori di handicap psicofisici. Ho sempre ritenuto la scrittura e la lettura parte determinante della mia individualità, aspetti che negli ultimi anni ho approfondito attingendo tempo ed energie dalla mia professione. Si è trattato di un approdo naturale, a un’età non certo da “esordiente”, che mi ha permesso di rivalutare determinate priorità e di cimentarmi su nuove sfide, come possono essere l’ideazione e la scrittura di un romanzo.

Greg, direttore responsabile (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è il tuo secondo romanzo, dopo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Come nasce il soggetto di questo romanzo, quale è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’idea di scriverlo?

R: La scintilla è stata il desiderio di non abbandonare a se stesso il giornalista locale Greg Stefanoni, già protagonista del mio primo romanzo, La Notte Padana. Al di là della trama e delle ambientazioni (un traffico di rifiuti tra il nord ovest della penisola e l’est Europa), è stato lui l’incentivo più forte alla prosecuzione della “serie”. Greg mi ha sempre divertito; inserirlo in situazioni a volte pericolose a volte imbarazzanti lo ritengo un cimento assolutamente piacevole. Considera anche che ne La Notte Padana il finale è come si suole dire “sospeso”: Greg Stefanoni si trova su un crinale reale e metaforico della sua vita, combattuto tra il rimpianto e la fede traballante nel futuro; scontato quindi che lo volessi mettere alla prova, affidandogli la direzione del settimanale L’Eco del Lago dopo anni di gregariato e ambizioni sfumate.    

Il noir investigativo di stampo sociale ha una tradizione nobile in Italia, ti sei ispirato a scrittori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi?

R: Hai citato tre nomi importanti, tre scrittori con uno stile ben definito, una sorta di sigillo di garanzia per il lettore. Tre intellettuali, a modo loro, con visioni lucide sulla contemporaneità. Comunque sia quello che sento più affine al mio gusto è Valerio Varesi: il suo commissario Soneri è veritiero, quasi palpabile nel dipanarsi degli intrecci, per non dire delle descrizioni e dell’humus dei luoghi, che nello scrittore parmense sono straordinari. Varesi ha la capacità di intrecciare quello che tu chiami noir investigativo di stampo sociale all’umanità dei personaggi, un connubio non semplice da realizzare; non a caso per lui è stato coniato l’appellativo (credo dai francesi) di “Simenon italiano”.

Hai scelto per protagonista un personaggio complicato: ottimo giornalista ma beve troppo, e ha diverse caratteristiche che lo potrebbero definire un’anti-eroe o se vogliamo un eroe per caso. Come hai costruito la figura di questo giornalista, ti sei ispirato a giornalisti viventi o è solo frutto della tua fantasia?

R: Ho lavorato negli anni ’90 in una redazione giornalistica, in un’emittente privata della mia città. Ovviamente erano tempi diversi, gli articoli si scrivevano con la biro e non al computer, però sono abbastanza certo che le dinamiche relazionali (meschinità, cameratismo e scazzi assortiti) siano rimaste immutate. Greg Stefanoni è un patchwork di molti miei colleghi, passati e presenti, in ambito giornalistico e socio-educativo, con delle immissioni significative di autobiografismo, soprattutto per quanto riguarda l’imprevedibilità, i vizi e l’incapacità di tollerare le prepotenze.  

Credi che il giornalismo investigativo sia una delle ultime forme di resistenza civile?

R: Lo è, anche se le forze contrarie (ingiustizie, indottrinamento, l’alterazione della realtà, solo per citarne alcune) sono davvero preponderanti. Tutto sta nel ribaltamento delle priorità, dei fondamentali: se certe inchieste giornalistiche, anche nel recente passato, venivano viste come il suggello della verità, il riposizionarsi di valori basilari al centro della scena, ora invece queste forme di ricerca di senso e oggettività vengono spesso confutate, tacciate di radicalismo. Da buon sessantenne non posso far altro che affidarmi al futuro, all’intelligenza e alla sete di conoscenza dei giovani, che mi pare siano stati un po’ troppo sottovalutati negli ultimi tempi, ritenuti (ovviamente a torto) solo un target per turbocapitalisti, demagoghi e illusionisti del mondo virtuale.      

Il giornalismo pomeridiano televisivo centrato sui fatti di cronaca per certi versi può essere paragonato a una sorta di sciacallaggio mediatico. La cosiddetta “televisione del dolore” una spettacolarizzazione quasi morbosa delle tragedie, tra cronaca nera e drammi individuali, trasformate in intrattenimento. Hai stigmatizzato questa tendenza nel tuo romanzo, o ha solo un valore documentaristico per descrivere la società italiana?

R: Entrambe le cose. Mi mandano in bestia le mistificazioni, la cosiddetta televisione del dolore; si cerca di mettere in pratica il rispetto giorno per giorno, nel quotidiano, poi ti capita di vedere in tivù persone più o meno bullizzate, o ridotte a macchietta. C’è rabbia, ma anche sconforto. In Greg, direttore responsabile lo sfruttamento del dolore è personificato dalla “regina dei Pomeriggi Italiani” Concita Rizzoli, uno squalo televisivo che compendia molteplici conduttori presenti e imperanti sul piccolo schermo. Quindi sì, Concita ha anche un valore documentaristico nello sviluppo della storia, oltre a essere un mio espediente per sbeffeggiare (godendone) un certo modo di fare giornalismo e intrattenimento televisivo.    

Primacqua, la città sul Lago Maggiore dove è ambientato il romanzo, immagino non ci sia sul mappamondo, si ispira a qualche città reale, che conosci bene?

R: È un minimondo fittizio, anche se molti particolari rimandano a Luino, cittadina che conosco abbastanza bene. La sponda lombarda del Lago Maggiore viene chiamata sponda magra, in contrapposizione a quella piemontese, ritenuta più “opulenta” e turisticamente attrattiva, basti pensare a Stresa e alle Isole Borromee. Può essere vero, ma ciò non toglie che Luino, insieme ad altre località del versante varesino, rivelino un immaginario sotterraneo, tipicamente noir. Penso al luinese Piero Chiara, al suo primo romanzo Il piatto piange, un noir quasi involontario che a quasi sessantacinque anni dall’anno di pubblicazione rimane un punto di riferimento per chi vuole assaporare gli umori della provincia, tra slanci di liberalità e nefandezza sottaciute.     

Ti confesso il libro mi è piaciuto molto, mi sono piaciuti i rimandi a film, canzoni, e la caratterizzazione che hai dato ai personaggi, oltre all’ambientazione che penso sia il punto forte del romanzo. Si vede che sei un forte lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E ti piace leggere in lingua originale i romanzi stranieri?

R: In realtà più che un lettore forte sono un lettore indisciplinato e irrequieto. Fatico a individuare degli autori di riferimento, di quelli che porterei a botta sicura sull’arcinota isola deserta, come ultima risorsa di svago e conforto spirituale. A pensarci bene ogni periodo della mia vita ha avuto degli scrittori “feticcio”: Bukowski e Kerouac, intorno ai vent’anni, poi Raymond Carver e John Fante, che un po’ hanno fatto da preludio alla fascinazione per il giallo, il noir e il poliziesco, con autori come Jean Patrick Manchette, Léo Malet, Scerbanenco, Attilio Veraldi, Elmore Leonard. Se poi devo citare un contemporaneo, uno che riesce sempre a stupirmi e a emozionarmi, ti faccio il nome di Lawrence Osborne. Per quanto concerne la lettura di libri in lingua originale ti confesso che non ci ho mai provato, anche perché la mia conoscenza delle lingue straniere è piuttosto limitata.   

La violenza nei microcosmi di provincia non è mai manifesta, è più sussurrata nei meccanismi di potere, un pestaggio, un’induzione al suicidio, sono già eventi fuori dall’ordinario che ledono quella patina di rispettabilità, almeno apparente, che questi tipi di società impongono. Da narratore che spunti ti dà tutto questo per le tue storie?

R: Mi dà spunti notevoli. Parli giustamente di rispettabilità, di codici di comportamento acquisiti e solidificati, modi di sopravvivenza che in provincia strisciano rasoterra e ronzano sopra le nostre teste. Esistono appunto l’onorabilità, il decoro a stuzzicare la curiosità di chi osserva e prova a imbastire delle storie. Il territorio di caccia è ricco e variegato. Considera anche il fattore memoria: in un paese o in una piccola città il passato e i suoi intrecci possono costituire una sorta di epopea locale, che lega generazioni e accadimenti, e che può andare in pezzi come un castello di carte se un fattore imprevisto la corrompe. Sono deragliamenti che mi hanno sempre ingolosito, come autore ma non solo.     Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei se ci sarà un seguito a questo romanzo o stai scrivendo storie tutte nuove? Ho scritto diverse pagine, ma l’obiettivo finale è ancora sfuocato. Vorrei continuare a pungolare Greg Stefanoni, sgambettarlo e poi dargli l’ennesima opportunità di rinascita. Forse il suo giornale chiude, i suoi giovani collaboratori lo abbandonano e di conseguenza si ritroverà ad amministrare un blog scalcagnato, a indagare sulla scomparsa di una ragazza e un ragazzo in una terra di confine. Staremo a vedere; per il momento prendo appunti e lascio che emerga qualche suggestione da sviluppare.