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:: Un’intervista con Susanna Tamaro a cura di Giulietta Iannone

17 febbraio 2021

Benvenuta Susanna e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei con il chiederti di parlarci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi.

ST Ho scritto un intero libro su di me, la mia infanzia e  di come ho scoperto di avere il talento della scrittura. Si intitola ‘Ogni angelo è tremendo’. Non so se è ancora in commercio. Comunque, riassumendo, ho avuto un’infanzia piuttosto difficile, priva di amore,  un rapporto con gli studi pessimo, mi sono trasferita poi da Trieste a  Roma dove a vent’anni mi sono diplomata in regia al Centro Sperimentale di Roma.  Prima di vivere dei miei libri,  ho fatto documentari sulla natura – che è la mia grande passione – per la Rai.

Che libri leggevi da ragazzina e poi crescendo quali sono diventati i tuoi scrittori preferiti?

ST Da bambina non amavo leggere. Capisco tutti i ragazzi che hanno difficoltà nella lettura,  proprio per questo ho scritto  negli anni  libri per bambini  -­ Cuore di ciccia, Il cerchio magico, Papirofobia, Tobia e l’angelo e Salta Bart! –   in cui penso non ci si annoi neanche un secondo. Il primo autore che ho letto e amato  da adolescente è stato Jack London.  Sono stati Il richiamo della foresta e Zanna bianca ad appassionarmi alla lettura: parlavano  di cani, altra mia grande passione. La scuola invece mi ha fatto odiare la letteratura. Ho ricominciato a leggere a 18 anni,  quando mi sono trasferita a Roma. Dovendo fare quattro ore di autobus al giorno per andare a Cinecittà, ho letto moltissimo, iniziando dai grandi classici russi – Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Turgenev –  poi con quelli tedeschi – Thomas Mann, Kafka, Rilke –  i francesi – Stendhal, Balzac, Flaubert – e alla fine gli inglesi: Conrad e Dickens soprattutto, che amo particolarmente.

Come è nato in te l’amore per la scrittura? È stato un percorso inevitabile e naturale o hai incontrato delle difficoltà?

ST Scrivere è stato un percorso naturale, cominciato verso i 23 anni, mentre è stato molto poi difficile riuscire a trovare un editore. Ho impiegato dieci anni per  riuscire a pubblicare il primo libro.  

Hai esordito con il romanzo La testa fra le nuvole (1989). Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo letterario italiano? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato e particolarmente sostenuto che vuoi ringraziare?

ST La testa fra le nuvole ha vinto il ‘Premio Elsa Morante, Opera prima’, e sono grata a Cesare de Michelis della Marsilio, un vero editore di quelli che ormai non esistono più, che ha creduto in me e mi ha scoperta. Per il secondo, Per voce sola, devo invece ringraziare Federico Fellini che ha amato moltissimo il libro e ne ha parlato ai giornalisti, facendomi uscire dall’anonimato.

Poi il grande successo di Va dove ti porta il cuore. Ti ha in qualche modo cambiato? Hai trovato difficoltosa l’improvvisa notorietà?

ST Sì, l’ho trovata spaventosa. So che molti scrittori non desiderano altro, ma per me è stato un grande trauma perchè  ho sempre amato vivere nella penombra e la dimensione pubblica mi turba e mi agita. Ma, non lo nego,  è stata anche una grande gioia perché mi ha permesso di entrare in comunicazione profonda con un grandissimo numero di lettori in tutto il mondo.

Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al tuo ultimo romanzo “Una grande storia d’amore”. Come è nato il progetto di scriverlo?

ST Era da tanti anni che volevo scrivere un romanzo che avesse per tema un amore che dura nel tempo. D’altronde la maggior parte dei grandi romanzi classici, da Anna Karenina, al Rosso il Nero, a Guerra e Pace,  a Jane Eyre,  prendono luce grazie alle contrastate storie d’amore che raccontano. Mi sembrava poi che, in questi tempi così confusi, ci fosse una sorta di imbarazzo di pudore a parlare dell’esistenza di un sentimento capace, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, di trasformarsi e durare nel tempo.  

Come si è sviluppata la scelta di scrivere una storia dal punto di vista di un lui, Andrea. Hai trovato difficile immedesimarti in una psicologia maschile?

ST Sono stata a lungo indecisa su quale punto di vista assumere e poi,  quando ho iniziato, mi è venuto spontaneo usare la voce maschile. L’ho fatto già  in altri libri,  in Anima Mundi,  e in Per sempre e devo dire che mi viene  abbastanza naturale.

Il personaggio di lei, Edith lo consociamo attraverso gli occhi di lui, e tramite alcune lettere che scrive. Come hai costruito il suo personaggio?

ST L’ho costruito cercando di capire le sue passioni, le sue inquietudini, il mondo in cui era cresciuta, collegando i tanti tasselli di cui è fatta una vita.

Narri una profonda e vera storia d’amore tra un uomo e una donna che non potrebbero essere più diversi: lui serio, responsabile, ordinato; lei impulsiva, talentuosa, complicata. Gli opposti si attraggono come dice il detto?

ST Sicuramente. Gli opposti si attraggono e spesso fanno anche faville. Il bello della storia e della vita è proprio questo: che il destino spesso  ci mette accanto persone molto diverse, che ci fanno crescere e ci mantengono sentimentalmente vivaci.

Mi ha colpito molto il punto in cui narri la storia dei Re Magi, e del dono che Gesù gli fece per ricambiare l’oro, l’incenso e la mirra, dono di cui non capirono il valore e il significato. Pensi che nella vita le piccole e umili cose racchiudano tesori e molto spesso siamo troppo orgogliosi e ciechi per accorgercene?

ST Si, l’ho messo proprio per questo. Si tratta di un episodio narrato nel Milione di Marco Polo. I Magi si aspettavano qualcosa di prezioso da un re e vedendo una semplice pietra si sentono traditi e delusi. Ma quella pietra aveva il dono del fuoco eterno che, in qualche modo, è una metafora dell’amore.

Nel tuo romanzo oltre alla storia d’amore principale, narri una bellissima storia di paternità acquisita. L’amore di Andrea per Amy è fatto di scelte consapevoli, di crescita comune, come si sviluppa nella tua storia?

ST Questa era un’altra delle sfide da affrontare. Nella situazione attuale, ci si trova spesso davanti a forme non tradizionali di rapporti e, tra queste, il padre che non è il padre è una delle più frequenti. Mi sono sempre chiesta, e scrivendo ho cercato di rispondermi, che cosa sia veramente importante, che cosa caratterizzi davvero una figura paterna. Quando ho trovato il termine ziopapy ho trovato anche  la chiave d’accesso per comprendere.  Andrea accoglierà Amy, con tutti i suoi problemi, quando lei si sentirà pronta con l’affetto di una figura paterna capace di donarle stabilità.

Ringraziandoti della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti futuri.  

ST Magari un libro di riflessioni su questi tempi. Mi piacerebbe poi scrivere un altro libro per bambini.

Ringraziamo Algisa Gargano e Vicki Satlow e iniviamo a visitare laccount ufficiale di Susanna Tamaro.

:: Review Party: Venezia Enigma di Alex Connor (Newton Compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2021

Venezia, XVI secolo. Dopo un disperato tentativo fallito di assassinare il suo aguzzino, Marco Gianetti fugge con la sua amante, Tita Boldini. Angosciato dai crimini che pesano sulla sua coscienza, in cerca di redenzione si è rivolto all’enigmatico olandese Nathaniel der Witt. Ma der Witt brama vendetta: è giunto a Venezia per indagare su una serie di brutali omicidi che hanno sconvolto la città; omicidi legati ai famigerati Lupi di Venezia, ai quali non perdona l’assassinio di sua figlia. Con il suo nuovo alleato, sotto la minaccia dello spietato Pietro Aretino, der Witt inizia la sua ricerca. Mentre a uno a uno i Lupi cominciano a essere scoperti, Marco Gianetti crede di aver trovato finalmente la pace. Ma la vita di qualcuno che gli è molto vicino potrebbe essere in grave pericolo e una spia un tempo fedele ad Aretino, Adamo Baptista, minaccia di svelare i segreti di Marco: la Serenissima è sempre più un luogo sinistro e la sete di sangue dei Lupi di Venezia non è ancora placata… 

Se amate i thriller a tinte forti ambientati nel mondo dell’arte certamente conoscerete Alex Connor, la scrittrice e artista inglese molto amata anche qui da noi, da alcuni ritenuta la Dan Brown donna, sebbene sia caratterizzata da uno stile molto particolare e personale che forse si discosta dal Re del romanzo avventuroso-esoterico. Il suo stile è infatti sensuale, immaginifico, sanguigno, a tratti selvaggio come il passato che fa rivivere nei suoi romanzi.  Poi indaga sulle luci e sulle ombre del passato della nostra penisola, che ama molto.

Ama l’Italia, la sua storia e il suo patrimonio artistico e li valorizza nei suoi romanzi più di molti italiani, in un certo senso. Grande è la sua sensibilità nel descrivere la bellezza e il fascino di un mondo perduto, ai più sconosciuto. Sebbene non ne nasconda affatto le miserie e le abiezioni soprattutto dei ricchi e dei potenti, e degli uomini e le donne al loro servizio.

In Venezia Enigma ci porta in una Venezia macchiata da una scia di sangue, molti delitti vengono commessi da dei misteriosi assassini denominati I lupi di Venezia, di cui nessuno conosce l’identità.

Bakita faticava a comprendere. «Ma qual è l’obiettivo di questi Lupi? Vogliono soltanto uccidere?»
«E chi lo sa», rispose Caterina. «Potere, sangue, concupiscenza, il totale controllo sulla vita e la morte? Venezia è famosa per offrire ogni genere di piacere e depravazione. Forse questi massacri sono soltanto l’ennesima aberrazione in una città già abbastanza dissoluta»

E poi c’è lui Pietro Aretino un villain all’ennesima potenza, come in ogni thriller che si rispetti, emblema del male che può nascondersi anche dietro un uomo di ingegno, e forse per questo ancora più letale. A lui si contrappongono Marco Gianetti, capo di una delle famiglie più ricche della città, uomo tormentato e in cerca di redenzione, alleato dell’ enigmatico olandese Nathaniel der Witt, nella città lagunare per maturare la sua vendetta. Strana coppia di eroi che troveranno la chiave di questo mistero? A voi toccherà scoprirlo leggendo il libro che vi garantisco non vi darà il tempo di annoiarvi.

Una storia di vendetta, potere, sangue in uno scenario sfarzoso in cui la corruzione convive con il lusso e lo splendore di un mondo in bilico tra Occidente e Oriente, crocevia di commerci, idee, e passioni.

Traduzione di Tessa Bernardi.

Per l’occasione ho voluto anche farle un paio di domande, e lei come sempre molto diponibile ha risposto.

Vorrei sapere come è nata la genesi di Venezia Enigma, il terzo libro della collana “I lupi di Venezia”.

È stata una serie molto complicata con molti personaggi – e mi mancano moltissimo! Volevo scrivere del passato e dell’arte, ma volevo anche esplorare l’omicidio nella storia dell’arte; la bruttezza della brutalità, sullo sfondo della città più bella della terra. L’idea di The Wolves of Venice era quella di incorporare alcuni personaggi della vita reale – Pietro Aretino, Tintoretto e Tiziano – in una immaginaria serie di eventi straordinari. Volevo anche intrecciare le loro vite con sconosciuti, tutti con le loro diverse ragioni per essere a Venezia. Quindi, dopo aver costruito la mia storia attorno all’antieroe Marco Gianetti, ho riunito tutti i personaggi in Venezia Enigma rendendo ognuno di loro un possibile sospetto. I lupi quando saranno rivelati dovrebbero essere una rivelazione!

Venezia è una città d’arte, insieme a Firenze forse la più bella d’Italia e del mondo. Com’era nel XVI secolo?

La Venezia del XVI secolo era straordinaria, ammirata dal mondo. Non c’era nessun altro posto come la città lagunare e intorno a lei nacque una leggenda. I visitatori hanno trovato la disposizione delle piazze e delle strade, dei canali ad incastro e della Laguna, una meraviglia del mondo. Un trionfo di ingegnosità e invenzione. La maestosità di San Marco e la gloria dell’architettura sullo sfondo dell’Adriatico in continua evoluzione erano un contrasto diretto con le strade intensamente trafficate di Roma e Firenze. E poiché Venezia era così spettacolare ha attirato le persone più spettacolari, cortigiane, attori, musicisti, banchieri, gioiellieri – e un centinaio di altri mestieri da ogni angolo del mondo. I mercanti venivano perché sapevano che la popolazione diversificata significava un mercato pronto e che la nobiltà esigente ed esigente desiderava essere viziata con le spezie, i tessuti, i mobili e i gioielli d’argento più insoliti e costosi. Venezia è stata anche fortunata ad avere molti geni, Tiziano, Tintoretto e Veronese, oltre a molti villaines. Nel XVI la città era bellissima, ma poteva anche essere pericolosa. I vicoli e i canali che erano così affascinanti alla luce del giorno ospitavano prostitute e borseggiatori di notte, e c’erano molti casi di ladri che si spacciavano per preti per derubare viaggiatori incauti e persino rapire bambini. Dove c’era grande ricchezza, c’era grande malvagità e la contraffazione era un fiorente commercio, molti dipinti e incisioni venivano esportate in altri paesi d’Europa via mare. Eppure gli stessi grandi velieri che portavano il lusso portavano anche parassiti, e con la seta e le spezie venne la peste … La Venezia del XVI secolo era un luogo eccitante, pieno di opportunità, talento e morte.

Descrivi un mondo di spie, segreti, inganni e vendette. Un mix ideale per un thriller, non credi?

Il migliore! Le spie affascinano il lettore e lo respingono allo stesso tempo. Ammiriamo la loro abilità e astuzia, ma detestiamo l’ipocrisia con cui sopravvivono. Ci rendiamo conto che se spiano gli altri, ci spiano. Come con i segreti, oh, il potere dei segreti e di coloro che li custodiscono è intrigante. Non è un caso che Pietro Aretino abbia accumulato una fortuna ricattando, tenendo nel palmo della mano due Re, oltre a tanti nobili che manipolava come un burattinaio. È sopravvissuto a due tentativi di omicidio eppure ha continuato con le sue estorsioni. Ovviamente il brivido del ricatto era un piacere troppo ricco per resistere. Ci vuole un certo carattere per essere una spia o un ricattatore, un distacco dalla morale degli altri, ma questo è ciò che li rende così avvincenti. La vendetta, ovviamente, è qualcosa con cui ci identifichiamo tutti. A quale persona sulla terra non è stato mentito, non è stata ingannata, derubata, minacciata o ingannata? Fa parte della vita e tutti noi desideriamo – di solito solo fugacemente – di poter esigere vendetta e la nostra forma di giustizia. I personaggi de I LUPI DI VENEZIA si vendicano e così facendo permettono al lettore di provare un brivido surrogato. Un cattivo serve come terapia! Ci permette di esplorare l’immoralità tra le copertine sicure di un libro.

Come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti futuri

Sto scrivendo il primo libro di una nuova trilogia sul tema dei Borgia. Tuttavia non sto seguendo le orme che hanno fatto la TV o altri libri, sto invece setacciando la verità dalla finzione e sto scoprendo un’enfasi diversa. Ci è stato detto dell’immortalità dei Borgia, dell’incesto, degli omicidi, ma quanto di questo sono semplici calunnie dei loro rivali? Molti dei quali eguagliavano i Borgia nella loro spietatezza. No, questo non è un tentativo di edulcorare la famiglia, ma è un modo per suggerire che la minaccia era grande sia dall’interno che dall’esterno. E ovviamente sto scrivendo dei pittori entrati in contatto con i Borgia. Pinturicchio, e più tardi Leonardo da Vinci – un inaspettato guerrafondaio. Ci sono molti dettagli e molti fatti veri. Guerra e amore. Odio e avidità. Sarà brutale, sensuale, inquietante e, farà riflettere.

ALEX CONNOR  È autrice di thriller e romanzi storici ambientati nel mondo dell’arte. Lei stessa è un’artista e vive in Inghilterra. Cospirazione Caravaggio, uscito per la Newton Compton nel 2016, è diventato un bestseller ai primi posti delle classifiche italiane. Con Il dipinto maledetto ha vinto il Premio Roma per la Narrativa Straniera. La Newton Compton ha pubblicato la sua trilogia su Caravaggio, composta da Caravaggio enigma, Maledizione Caravaggio ed Eredità Caravaggio; Goya enigma; Tempesta maledetta; I Lupi di Venezia; I cospiratori di Venezia e Venezia enigma. Per saperne di più: www.alexandra-connor.co.uk

:: Gli habitué dei caffè di Joris-Karl Huysmans (Bordeaux 2020) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2021

« Alcune bevande presentano la particolarità di perdere sapore, gusto, ragion d’essere, se bevute altrove che nei caffè. In casa propria o da un amico diventano apocrife, come volgari, quasi indecenti. »

Joris-Karl Huysmans nacque a Parigi nel 1848,  l’anno della Terza Rivoluzione che terminò con la proclamazione della Seconda Repubblica, e passò alla storia come uno tra i padri del romanzo decadente europeo, grazie al suo capolavoro A Rebours (1884). Tra gli autori ottocenteschi forse altri nomi vi risulteranno più familiari come Balzac o Flaubert, che come sottolineano Paolo Bellomo e Luca Bondioli nella nota di traduzione introduttiva di Gli habitué dei caffè, edito da Bordeaux, per il gran studio che si è fatto dei loro testi hanno quasi perso quel fascino singolare ed esotico che al contrario Huysmans conserva interamente. Immergersi nella sua scrittura ti permette quasi di fare un viaggio nel tempo, in un mondo scomparso e misterioso, fatto di tradizioni, abitudini, modi di pensare ormai scoloriti come le immagini color seppia di qualche antico dagherrotipo. Gli habitué dei caffè raccoglie alcuni tableaux di Huysmans apparsi su quotidiani, riviste o altre pubblicazioni collettive tra il 1880 e il 1898: Les Habitus de Café (1889) Le Buffet des Gares (1898), Une Goguette (1880) e Le Point-du- Jour (1885).  Un mondo scomparso, ma il mondo di Huysmans anche mentre lo raccontava con la sua penna caustica e schiva stava scomparendo. Per riportare in vita quel mondo morente Bellomo e Bondioli hanno fatto delle scelte privilegiando la comprensione e la semplicità, molti modi di dire non diranno più nulla all’uomo di oggi, molte allusioni, rimandi, assonanze, per cui per evitare di riportare al lettore un testo criptico per iniziati hanno fatto un lavoro certosino di scavo come novelli archeologi alle prese con qualche antico mausoleo. Il risultato è brillante, limpido, scorrevole e pieno di fascino. Io soprattutto che amo Parigi e l’Ottocento con i suoi velluti, i suoi ori antichi, i suoi Vermut, i derivati dell’assenzio, i suoi caffè, i suoi ritrovi musicali, i luoghi di passaggio come i ristoranti delle stazioni mi sono persa in queste pagine. Huysmans poi di quel mondo ne vede le luci e le ombre, e descrive tutto con naturalezza e disincanto. Riti mondani, piaceri a buon prezzo per le tasche di tutti, vizi e poche virtù.         

Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore di madre francese e di padre olandese. È noto per i romanzi naturalisti Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e per la collaborazione al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Narratore di sofisticate ambizioni, ha dipinto  le bassezze della vita e al contempo il raffinato estetismo decadente. Successiva è la svolta verso un satanismo che gli aprì la strada della conversione al cattolicesimo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Bordeaux.

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2021

Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo nuovo invito. Non potevo che non discutere con lei dei fatti accaduti in America in queste ultime convulse settimane. Il suo saggio Il destino americano, merita una nuova ristampa con nuovi capitoli, non crede?

Grazie per il rinnovato invito. Rispondendo a questa prima domanda, avverto subito che la mia posizione di fronte ai recenti eventi che potrebbero, in effetti, giustificare una ristampa del mio piccolo libro di due anni fa, è relativamente “fredda”, anche se plaudo incondizionatamente alla svolta istituzionale statunitense. Per dirla un po’ bruscamente: a me interessava dimostrare la principale linea di continuità della storia della politica estera americana, che ho sempre trovato aggressiva, superba e arrogante.
Aggiungo che se ho apprezzato la cerimonia dell’insediamento, sono rimasto ancora più colpito dall’assalto a Capitol Hill di pochi giorni prima: non tanto, o non soltanto, per la gravità simbolica del gesto (che ha anche mostrato che l’invulnerabilità totale non appartiene a nessuno), ma per la sua – peso le parole – stupidità. La volgare e insensata pagliacciata di travestirsi da sciamani o di posare i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi va al di là del vecchie storie dei dittatori da operetta dell’Africa di una volta: ci dice piuttosto quanto grave sia il degrado della società politica del nostro tempo. Tra Usa ed Europa ci sono molte differenze culturali, ma i risvolti politici sono sostanzialmente simili.
Il mio libro guardava al passato, piuttosto, cercando di far emergere quanto le novità apparenti di oggi siano invece perfettamente coerenti con il passato americano. E questa è la cosa che mi preoccupa.

Gli scontri di Capitol Hill hanno segnato una transizione di potere affatto facile ma non violenta come si pensava, tuttavia si è vista infranta una sorta di sacralità di quel tempio laico che è il Campidoglio. Come è stato possibile? Washington non era blindata? Gli sono sfuggite un po’ le cose di mano?

Credo si sia trattato, ad un tempo, di ingenuità e infiltrazioni: chi pensava a un semplice spirito goliardico; chi, che lo spirito di una cerimonia così importante non potesse venire svilito da “quattro” sciagurati qualsiasi; chi pensava a un puro e semplice sberleffo senza significato (ed è successo il contrario); chi davvero rifiutava di accettare la sconfitta di Trump. C’era anche un bel po’ di poliziotti “deviati”, dello stesso tipo di quelli che uccisero George Floyd nel maggio dell’anno scorso. Una brutta pagina, insomma, ma del tutto allineata con il cattivo gusto che Trump aveva seminato per 4 anni. Non è tutta colpa sua, ma è stato capace di rappresentare il lato peggiore dell’America.

Avrà senz’altro ascoltato in diretta l’emozionante discorso di ieri di insediamento di Biden, a caldo cosa ha provato ascoltandolo, cosa ha pensato?

Credo che la cerimonia del giuramento abbia offerto una prova (positiva) di de-sacralizzazione del potere politico, che (anche se la Dichiarazione del 1776 lo proclamava) ha abbattuto la religiosità di cui il giuramento è elemento centrale, per farla diventare una manifestazione dell’ortodossia costituzionalistica. Chi ha vinto le elezioni va al governo, lo farà con impegno e passione, senza invocare né santi né eroi! Un neo-eletto può commuoversi per l’immensità del cammino che ha saputo compiere, ma dubito che si senta sereno e privo di preoccupazioni.
Una volta “de-sacralizzata” o laicizzata, la politica estera potrà essere guardata con maggiore distacco, evitando che gli Usa si impiccino, di tanto in tanto, di questioni che non li riguardano direttamente. Altrimenti detto, gli Usa devono smettere di pensarsi al di sopra di ogni possibile classificazione: è vero che sono lo stato più importante al mondo, ma hanno la stessa natura e gli stessi diritti-e-doveri di tutti gli altri stati.

Paragonandolo a quello di quattro anni fa di Trump, con quel ipernazionalista “gli Americani per prima cosa”, da non americana ho avvertito in quello di Biden una maggiore consapevolezza nell’investitura (divina) di paladini del mondo libero. Ha provato la stessa cosa anche lei? Avremo una politica estera americana più espansiva con la nuova amministrazione?

La mia (aprioristica) sensazione è che Biden si occuperà molto più di politica interna che di politica internazionale, per il semplice fatto che i problemi immediati sono la salute, il lavoro, l’immigrazione, la povertà. Oggi come oggi, la politica internazionale viaggia su altri binari (e per fortuna, a scartamento ridotto), e Biden potrebbe approfittarne per smussare alcuni, almeno, degli angoli che Trump aveva invece acuminato.
La democrazia Usa è sotto schiaffo da molti di vista: dal monopolio dell’informazione e della manipolazione, dai social che hanno inventato, la cui influenza sulla società americana, che è normalmente meno smaliziata di quella europea (gli altissimi livelli scientifici non garantiscono nulla, da questo punto di vista) è immensa. La questione ecologica è gravissima e diventa ogni giorno più difficile risolverla o contenerla. La sanità: non è solo questione di covid ma anche di sicurezza sociale, di sanità meno costosa e aggressiva verso chi vi deve ricorrere. La povertà: e pensare che soltanto L. Johnson (chi ricorda ancora il successore di J. Kennedy alla Casa Bianca?) lanciò un vero e proprio piano di lotta alla povertà (che naturalmente fallì).

Quando Biden ha detto che la democrazia è una fragile cosa (che sottolineava tutta la nobiltà nel difenderla), penso il punto più alto del suo discorso, assieme al momento di silenzio per le vittime del Covid, ho pensato ai versi Some, too fragile for winter winds di Emily Dickinson, immagino che il testo del discorso sia stato scritto per evocare emozioni e sentimenti oltre che pensieri razionali. Pensa che anche fuori dai confini americani abbiano avvertito tutto ciò? Inoltre la politica come spettacolo, con la sua coreografia, i suoi riti, le sue tradizioni è un fatto rilevante nella storia americana. Il potere ha bisogno anche di questo per darsi legittimità?

In generale il mio sogno è che la politica venga vissuta evitando eccessi emozionali e retorici. Alla qualità del discorso politico si è sostituita l’immagine dei leader: so che è soltanto una delle tante battaglie perse che a una persona della mia età è toccato di subire. Ma non so come ci si possa “vaccinare” dalla retorica e dal personalismo. Temo enormemente la politica come spettacolo, che contribuisce alla perdita di razionalità e di ragionevolezza.

Trump è momentaneamente sceso dal ring, metaforicamente, ma non il trumpismo, che rispecchia il vero sentire di molti americani, (insomma Trump non ha inventato nulla). Che ruolo avrà il trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?

Vorrei che Trump e il trumpismo siano stati soltanto una malattia o un brutto sogno, senza tuttavia perdere la consapevolezza dei rischi che sono sempre dietro la porta. Per essere chiari: un mondo gestito di personaggi come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban, Erdogan e, perché no, Salvini mi spingerebbe a fuggire a Tahiti o alle Galapagos dove probabilmente non arrivano né giornali né emissioni televisive – e i cellulari? Proibiti!

Una cosa che mi ha colpito, non mi ricordo se detta da un giornalista, è che mentre Kennedy doveva rassicurare che il suo essere cattolico non l’avrebbe fatto agire agli ordini del Vaticano, (ricordiamo che Biden è il secondo presidente americano cattolico della storia), Biden al contrario avrà rapporti più facili con Papa Francesco che non con il clero americano. Cosa ne pensa?

Stupisco ancora che in politica si facciano riferimenti teologico-religiosi. Ha superato quella fase persino un Papa, possibile che non ci riusciamo tutti noi? La fede (o la sua assenza) è un fatto individuale, privato e intimo: non esiste motivo che giustifichi una decisione religiosamente ispirata di contro a una realmente democratica. Per fortuna, Biden ha usato molto meno del solito la carta religiosa e c’è da sperare che continui a farlo. Le religioni vanno rispettate e chi crede a una di esse ha tutto il diritto di seguirle. Chi non crede a nessuna ha il dovere di lasciare a chiunque la libertà di professare la propria. Ma in politica nessuno può anteporre la religione alla democrazia.

Biden, secondo lei, ascolterà i “consigli” di Kissinger? E la sua idea ben precisa dell’importanza di intessere rapporti diplomatici stabili e duraturi con questi paesi. Insomma uno scontro diretto non conviene a nessuno, si fronteggeranno sempre e solo sul campo economico e sulla questione dei diritti umani?

Per quanto poi riguarda i consigli di Kissinger, suggerirei a chiunque ne ricevesse da lui di non ascoltarli o quanto meno di dimenticarli subito, se non addirittura di fare il contrario!

Russia e Cina stanno a guardare, dal suo punto di vista di osservatore imparziale, si sa noi italiani siamo in una piccola provincia ai confini dell’Impero, che tipo di rapporti intesseranno con l’amministrazione Biden? Il nuovo presidente cercherà più il compromesso o lo scontro?

La teoria democratica consapevolmente vissuta e applicata ci indica una serie di soluzioni procedurali e non sostanziali che potrebbero aiutarci in ogni caso: più ancora che far cantare Lady Gaga, Jennifer Lopez e recitare poesie dalla futura Presidentessa del 2036 Amanda Gorman, cerchiamo di far agire la democrazia, che è – per natura – pacifica.

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo di cosa si sta occupando adesso. Progetti futuri.

Più che dire che cosa sto facendo – lavoro a un tentativo di ricostruzione teoretica dei principi di analisi della ricerca politologico-internazionalistica – vorrei, in conclusione, ribadire il concetto-chiave del libro da cui siamo partiti: gli Stati Uniti hanno sempre (dal XIX secolo) avuto una politica estera coerente e orientata alla dominazione internazionale.
In particolare, dopo il grandioso (e democratico) apporto alla vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Usa ripresero la linea storica della loro politica estera. Lo spauracchio dell’avanzata comunista nel mondo li spinse a intervenire a gamba tesa nella guerra di Corea; piegò ai suoi voleri (finanziari) l’America latina; si inventò una guerra in Vietnam che le costò 58.000 vittime (a parte ovviamente la mortalità locale); collaborò al colpo di stato di Pinochet in Cile; e poi c’è tutta la storia mediorientale nella quale le posizioni assunte annullarono sovente i passi avanti fatti dalla diplomazia internazionale; e infine e più recentemente l’Afghanistan, l’attacco all’Iraq, la maldestra partecipazione alla guerra in Siria, gli omicidi mirati, eccetera…
Non c’è altro stato che come gli Usa da 150 anni in poi abbia fatto politiche estere così spregiudicate. La loro continuità– ormai due secoli – è l’indicatore più suggestivo ed evocativo della natura di questo Paese: grande ma non sempre il migliore.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, ma sono un paese come gli altri, con pregi e difetti; alcune cose le fanno benissimo, altre meno bene. La società americana è meno spigolosa e agitata di quanto possa essere quella di un qualunque stato europeo, ma la loro distanza dalla politica fa sì che la loro attenzione per la politica estera sia molto bassa. Questa lascia, per un verso, ai suoi governi notevole libertà d’azione, e dall’altro non contribuisce alla consapevolezza che la società deve possedere di come va il mondo e di quale sia il posto del proprio paese.

:: Un’intervista con Barbara Panetta a cura di Giulietta Iannone

20 gennaio 2021

Benvenuta Barbara, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua famiglia.

Amo viaggiare e conoscere altre culture. I miei studi sono prettamente linguistici. Vivo con la mia famiglia a Londra, e le mie figlie sono cresciute trilingue. Prima che loro nascessero, lavoravo nel marketing internazionale, ora mi dedico alla scrittura.

Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due o più lingue, magari apprese nella primissima infanzia?

Apprendere una lingua da piccoli è un processo spontaneo e naturale. Invece se si impara da grandi diventa un vero e proprio studio. Conoscere una o più lingue straniere significa aprire la propria mente in tutti i sensi, anche ad altre culture. Ricordo che, in un corso di linguistica, l’insegnante descrisse l’interno del cervello di chi conosce più lingue come un fuoco d’artificio, pieno di stimoli.

L’interesse per la psicoanalisi ti ha portata a dedicarti alla scrittura, è vero? Sei più freudiana o junghiana?

A livello culturale, il mio interesse per la psicologia e la psicanalisi ha influenzato senz’altro il mio modo di scrivere, con riferimento ai simbolismi e ai parallelismi quindi anche alla psicologia analitica. Diciamo che Freud e Jung sono due letture diverse della psicopatologia che mi hanno sempre molto affascinato.

Sei autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo La Promessa di Chloe, in versione bilingue italiana e inglese. Come è nato il tuo interesse per la narrativa per l’infanzia?

Quando le miei figlie erano piccole, dedicavo tanto tempo alla lettura di storie per bambini e il più delle volte erano libri illustrati in inglese che traducevo per loro in italiano, per farle crescere bilingue. Alcune storie le inventavo, e una di queste è La Promessa di Chloe che, a suo tempo, non aveva un titolo. Alle mie figlie la storia era piaciuta molto, tanto da condividerla con le loro amichette e con le maestre dell’asilo, che mi chiesero in prestito il libro per leggerlo in classe, ma non era ancora un libro, era appunto, solo una storia inventata. Forse quella è stata una motivazione.

Come è nata la creazione e la storia del tuo libro, La Promessa di Chloe?

Ero in giardino, osservavo delle formichine lavorare duramente. Ho pensato: che bello sarebbe se potessero prendersi una pausa! Poi ho associato questo pensiero ai bimbi di oggi che crescono in un mondo competitivo e di corsa e, secondo me, dovrebbero essere più spensierati e più bambini. Così è nata la storia di Chloe e dei suoi fratellini.
La creazione del libro è nata invece dall’esigenza di aiutare i bambini bisognosi. Ho deciso di pubblicare la versione cartacea di La Promessa di Chloe durante il periodo del primo Lockdown e destinare il ricavato delle vendite a un’associazione di beneficienza britannica che supporta bambini molto malati, la Momentum Children’s Charity. Questo libro è anche il mio contributo a tutti i bambini del mondo. Per questo esiste un video libro gratuito sul canale YouTube di Ant Chloe con i sottotitoli in diverse lingue in modo che tutti i bambini possano vederlo.

Anche gli acquarelli sono tuoi?

I disegni sono miei, ho illustrato il libro ad acquarello, senza troppi interventi digitali, usando una prospettiva elementare e alla portata dei bambini per favorire una comunicazione immediata tra i piccoli e il mondo degli adulti. La scelta dell’acquarello non è casuale, l’acquarello riproduce dei colori tenui e piacevoli per i bambini.

Che storia racconta questo libro? C’è una morale sottesa?

Come dicevo prima, in un’era molto competitiva, dove si fa a gara per primeggiare, ho ritenuto di grande importanza trasmettere sia il valore della disciplina sia quello del rispetto e in un mondo che ci corre dietro e non si ferma mai, l’importanza di una pausa, quindi di un momento di riflessione è fondamentale. Mantenere una promessa e rispettare un impegno sono valori molto importanti che ogni bambino dovrebbe acquisire nella propria educazione. La morale di questa storia è stata studiata insieme alla psicologa infantile Dottoressa Giovanna Campolo, per assicurarmi che fosse idonea per i bambini.

I bambini imparano a leggere e scrivere in inglese sui libri come il tuo. Che sensazione ti dà questa consapevolezza?

Bellissima! L’iniziativa è partita dall’Istituto Comprensivo Alvaro Gebbione di Reggio Calabria e poi si è estesa ad altre scuole. Vorrei proporlo anche alle scuole di altre città in Italia.

I testi bilingue facilitano anche l’apprendimento dell’inglese, nelle scuole inglesi sono giustamente valorizzati?

Assolutamente. Soprattutto se la traduzione del testo è interlineare e accompagnata da un audio per ascoltare la pronuncia originale, come nel caso del mio libro. Come dicevo, sul canale YouTube di Ant Chloe si trova il video libro con sottotitoli in diverse lingue incluso italiano. La voce narrante è di Ben Shephard, un presentatore inglese molto noto scelto per la sua perfetta intonazione e pronuncia impeccabile.

Che responsabilità ha un autore di libri per l’infanzia? È necessaria una preparazione specifica? Si possono commettere errori?

Uno scrittore che decide di scrivere per un pubblico infantile certamente affronta problematiche diverse da quelle di un autore che scrive romanzi. Il linguaggio per i bambini deve essere semplice e con parole chiavi, le illustrazioni devono parlare prima ancora del testo che deve essere fedele alla pagina illustrata. I contenuti devono trasmettere una morale profonda e dei valori importanti e al contempo devono divertire. Credo siano proprio questi gli ostacoli che un autore e un illustratore incontrano e che devono superare. Errare è umano ma senz’altro bisogna stare attenti e usare un forte senso di responsabilità e sensibilità prima ancora di una preparazione specifica.

Il musicista Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe, ci vuoi parlare della colonna sonora? È un’opera dunque multimediale: immagini, suoni, parole si uniscono per trasmettere un messaggio educativo ai giovani lettori, giusto?

Sono molte le arti raccolte in questo progetto educativo. La musica ha un valore importante soprattutto per un bambino che impara una lingua straniera. La realizzazione della musica è stata studiata per aiutare il bambino a memorizzare le frasi in inglese, oltre a essere un ascolto piacevole.
Questo è stato un processo lungo e impegnativo.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve. Puoi dirci di più?

Il secondo uscirà a marzo, prima in versione inglese e poi in altre lingue, italiano compreso. La protagonista sarà sempre la formichina Chloe. Per rimanere aggiornati la cosa pmigliore è iscriversi al canale YouTube di Ant Chloe. Oltre al nuovo arrivo, ci saranno diverse sorprese!

Grazie della disponibilità, come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro?

Ho tanti progetti in corso di realizzazione, ma di questi tempi, è meglio non pianificare troppo. Grazie a voi per l’opportunità.

:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Processo a Shanghai” (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2021

Benvenuto Xiaolong e grazie per avere accettato questa nuova intervista, e sempre un piacere leggere i tuoi libri e sei sempre molto disponibile quando ti chiedo un’intervista per cui cominciamo. Allora è da poco uscito in Italia Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella. La prima domanda quindi che ti faccio è: secondo te la Cina, attualmente, è uno stato di diritto? E soprattutto, anche in passato lo è stata mai veramente?

A: È sempre un piacere parlare con te. La tua domanda mi ricorda un dibattito in Cina non molto tempo fa. Qualcuno ha sollevato una domanda sui social media: cos’è più grande in Cina, la legge o il partito? In altre parole, è lo stato di diritto o lo stato del PCC che prevale in Cina? Alcuni intellettuali discutevano animatamente in un modo o nell’altro, ma praticamente tutti conoscono la vera risposta. Quindi, dopo un paio di settimane, il “People’s Daily”, il giornale controllato dal partito, ha chiuso il dibattito dichiarando che si tratta di una falsa questione. Le persone non possono parlare di diritto separatamente dal partito. Punto. E nella mia ricerca per Processo a Shanghai, sono arrivato a trovare qualcosa che non è mai stato discusso nei libri di testo di storia cinese: non esiste una magistratura indipendente in Cina, non ora, non in passato. Nessuna separazione di potere. Nessun controllo o limitazione. In effetti, quelle storie di giudici ben note nell’antica Cina non sono corrette: il giudice Dee o il giudice Bao non erano giudici, ma funzionari di alto rango che prestavano servizio negli interessi del governo.

Premetto che io personalmente ho una grande ammirazione per il mondo cinese, per la sua cultura, la sua filosofia, la sua poesia, la sua arte. La Cina è depositaria di una cultura millenaria che potrebbe solo avere un effetto virtuoso sulla società globale anche se attualmente il suo sistema politico, il cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi, è minato dal suo interno da derive autoritarie che se non arginate da una separazione dei poteri potrebbero portare a un serio conflitto di civiltà con il mondo occidentale. Nei tuoi libri ti fai mediatore di queste due culture, questo ruolo l’hai scelto o ti è capitato come per caso?

A: Questa è un’ottima domanda. È la tradizione culturale in cui sono cresciuto. A causa dei miei frequenti viaggi in Cina, alcuni dei miei amici hanno persino scherzato sul mio complesso cinese. Lo stesso si può dire dell’ispettore Chen con il suo attaccamento alla cultura antica, in particolare alla poesia e filosofia cinese classica. E hai ragione sull’ispettore Chen che media tra la vecchia cultura e il cosiddetto socialismo minato dall’interno da una deriva autoritaria, che ha già portato a un grave conflitto con il mondo occidentale. Come Chen, ho lavorato per anni in Cina, credendo che avrei potuto fare la differenza introducendo la letteratura modernista occidentale in Cina e traducendo la poesia cinese classica in inglese. Anch’io ho sognato la coesistenza complementare delle due culture. Ormai, tuttavia, Chen è un uomo molto disilluso, e lo sono anch’io. Detto questo, non siamo ancora pronti ad arrenderci.

C’è un bellissimo film di Zhang Yimou, The Story of Qiu Ju, in cui una intensa Gong Li si occupa in un certo senso del funzionamento della giustizia “cinese”. Pensi che attualmente ci siano scuole di pensiero in Cina, più propense ad un adattamento del sistema giudiziario cinese in chiave occidentale? O inclini a una maggiore autonomia dei poteri, e una minore subordinazione all’autorità del partito unico?

A: All’epoca in cui è stato realizzato The Story of Qiu Ju (1992), alcuni cinesi parlavano del funzionamento della giustizia “cinese”, qualunque cosa quel termine potesse significare per i cinesi. In un certo senso, ci sono così tante storie di incorruttibili giudici gongan nell’antica Cina perché non c’è giustizia nel senso occidentale del termine, quindi nell’inconscio collettivo, le storie di incorruttibili giudici/ufficiali sono emerse come una sorta di compensazione. Non molto tempo fa, l’attuale giudice supremo della Cina, Zhou Qiang, ha dichiarato apertamente che la Cina deve sfoderare la spada contro il sistema giudiziario occidentale. Quanto alla subordinazione all’autorità del partito unico, in realtà sta diventando sempre più presente. Solo un paio di giorni fa, una giornalista cinese indipendente è stata condannata a quattro anni di reclusione a causa delle sue notizie da Wuhan durante l’epidemia di coronavirus. È stata giudicata colpevole di “aver provocato disordini”, un reato comunemente usato dal governo del PCC per perseguitare le persone per aver denunciato o scritto sul lato oscuro della società.

Mi sono avvicinata al socialismo (forse utopico) all’università e lo preferisco di gran lunga al capitalismo esasperato, ma sono consapevole che il socialismo con caratteristiche cinesi è un’interpretazione e quasi una metabolizzazione di un sistema politico nato in Occidente. Quasi una forma di colonizzazione culturale, si potrebbe dire. Quale sistema politico autenticamente cinese sarebbe desiderabile in Cina oggi, secondo te?

A: Nel termine “socialismo con caratteristiche cinesi”, la modifica delle “caratteristiche cinesi” parla di tutto questo; in altre parole, è un cosiddetto socialismo o sistema politico che non puoi trovare da nessun’altra parte se non in Cina. È una combinazione di dittatura proletaria comunista (un termine positivo molto propagandato nella mia giovinezza) con il capitalismo clientelare (intrecciato con la gigantesca e onnipresente ragnatela del potere autoritario del PCC). E oggi è ulteriormente trincerato da un implacabile controllo ideologico e da una rete di sorveglianza onnipotente. Come l’ispettore Chen, ero piuttosto idealista riguardo al socialismo in gioventù, ma una volta modificato con “caratteristiche cinesi”, è una storia completamente diversa.

Nel tuo romanzo fai cenno ai droni che sorvegliano le persone, della videosorveglianza si può fare un uso virtuoso, per il controllo della criminalità e il mantenimento della sicurezza, come un uso nefasto se porta alla soppressione dei più fondamentali diritti umani e alla persecuzione dei dissidenti. Insomma le tecnologie non son un male in sé ma bisogna vedere l’uso che se ne fa. Cosa ne pensi?

A: Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che le tecnologie non sono cattive di per sé, ma devi vedere come vengono utilizzate. Posso darti un altro esempio che io stesso ho sperimentato. WeChat è una piattaforma di social media che offre molte comode funzioni ai cinesi. Nei treni della metropolitana, puoi vedere la maggior parte dei giovani che tengono i cellulari in mano, impegnati a mandare messaggi, leggere e parlare attraverso WeChat, e troppo spesso uso WeChat per chiamare i miei amici cinesi sul web. D’altra parte, WeChat è una piattaforma seguita da vicino e sorvegliata dai webcop ventiquattr’ore su ventiquattro. Se dici o pubblichi qualsiasi cosa considerata potenzialmente contro il PCC, sarai immediatamente scovato per essere punito e il tuo messaggio scomparirà con un segno di avvertimento per violazione dei regolamenti governativi, anche se quali regolamenti, i webcops non li specificheranno. Un paio di anni fa, ho scritto un articolo in memoria di Yang Xianyi, un noto studioso cinese, che fu espulso dal PCC dopo la sua denuncia della sanguinosa repressione di Tian’anmen nel 1989. Il mio articolo non diceva nulla sulla repressione, ma lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato su WeChat, è stato rimosso con un segnale di avvertimento rosso. Quello che è successo a me non è stato così disastroso. Il dottor Li Wenliang, che ha menzionato su WeCaht un’epidemia simile alla SARCE scoppiata a Wuhan quando il PCC stava ancora disperatamente coprendola, è stato convocato all’ufficio di polizia dove ha dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza per aver detto cose non approvate dal governo. E il dottor Li è morto di coronavirus poco dopo.

Nel tuo romanzo accenni a un tipo di reclusione senza processo, un tempo utilizzata per combattere la corruzione da parte dei politici, ora estesa a tutti i settori della società. Perché è accettata dall’opinione pubblica cinese? Si riferisce a qualche forma di tradizione culturale?

A: Si chiama Shuanggui in cinese. Shuang significa doppio, gui significa specifico. Quindi significa detenzione o reclusione per un periodo di tempo specifico e in un luogo specifico. A differenza della normale detenzione con un determinato periodo di tempo, può durare indefinitamente e, per quanto riguarda il luogo, può essere ovunque, in segreto. In altre parole, il PCC ha il potere di mettere le persone in detenzione senza mandato e processo aperto. Inizialmente, è stata presentata sui giornali ufficiali come una pratica speciale per trattare con funzionari del Partito corrotti che potrebbero avere connivenze attraverso i loro contatti, sebbene fosse così progettata per controllare i danni, poiché durante lo Shuanggui vengono “messi a posto” tutti i dettagli più sordidi. Al giorno d’oggi, Shuanggui è esteso a tutti i settori della società, alla gente comune. Ovviamente è un tema controverso nell’opinione pubblica cinese, ma “accettato” perché le persone potrebbero mettersi nei guai se esprimono le loro vere opinioni. Per quanto riguarda ogni possibile relazione con la tradizione culturale, potresti aver sentito di un vecchio detto cinese: quando l’imperatore vuole che un uomo muoia, non ha altra scelta che morire. È anche conforme al sistema etico Confusion (n.d.t gioco di parole tra Confuciano e confusione).

C’è molta amarezza, molto disincanto nel tuo romanzo e allo stesso tempo un debole filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati. Ti fidi dei giovani? Pensi che i giovani cinesi saranno in grado di portare una nuova ondata di cambiamento?

A: L’ispettore Chen è un uomo molto disincantato e disilluso che non può non provare amarezza per come stanno andando le cose nella Cina di oggi. Lo sono anch’io. Tanto più amareggiato perché ama davvero il paese, per il quale una volta aveva speranze e sogni idealistici. Di recente, ho riletto “1984”. Il controllo ideologico del PCC e la configurazione supportata da tutte le tecnologie di sorveglianza hanno messo i giovani cinesi in una situazione difficile, anche peggio che in “1984”. La propaganda spudorata del Partito sembra funzionare per lo meno fino a un certo punto. Per non parlare del materialismo incoraggiato dal PCC che continua a erodere l’idealismo politico tra di loro. Detto questo, ho ancora un filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati e che i giovani cinesi possano essere in grado di portare una nuova ondata di cambiamento.

Chen Cao, il tuo personaggio legge con interesse “Poeti e omicidi” del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. E si impegna a scrivere un racconto con il giudice Dee, questa volta autenticamente cinese. Hai mai provato a fare lo stesso?

A: Sì, o io o Chen Cao l’abbiamo fatto. In origine, la novella interpretata dal giudice Dee era stato progettato come parte del romanzo dell’ispettore Chen. Poiché non gode più della fiducia del PCC, Chen deve indagare in segreto su un caso estremamente delicato mentre sta leggendo “Poeti e omicidi” di Gulik sugli exploit del giudice Dee. Così viene colpito dall’idea di scrivere una novella del giudice Dee come copertura per le sue indagini. Nella sua ricerca per il romanzo, si rende conto che le indagini criminali in Cina devono sempre essere al servizio della politica – attualmente nell’interesse del PCC e in passato nell’interesse degli imperatori. Così le due indagini si commentano a vicenda. Su suggerimento del mio editor di Marsilio, le due parti escono come due libri separati. Quindi leggerai presto il libro del giudice in modo indipendente. E potrebbe essere divertente leggerli fianco a fianco.

E poi non posso fare a meno di chiederti di Jin, l’assistente di Chen Cao. Ha finalmente trovato una compagna?

A: In “Processo a Shanghai”, Chen si rende conto che potrebbe esserci un futuro, una lunga strada per Jin e lui per andare insieme, mano nella mano. Nel prossimo romanzo dell’ispettore Chen, “Murder in the Days of Coronavirus”, Jin lavora ancora a stretto contatto, incrollabilmente al fianco di Chen. Chen si sente però sempre più turbato al pensiero che al giorno d’oggi lui, in quanto bersaglio inconfondibile sotto l’onnipresente sorveglianza governativa, non può che mettere a repentaglio la vita e la carriera di una ragazza come lei – a causa della sua compagnia. Nel frattempo, non può non sentirsi sempre più attratto da lei come sua vera compagna.

E infine, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.  

A: Dal titolo, “Murder in the Days of Coronavirus”, puoi più o meno indovinare di cosa tratti il romanzo. È ambientato nei giorni in cui il governo del PCC vede i primi segni di gestione dell’epidemia, iniziando a fare propaganda spudoratamente sul lavoro del regime autoritario, ma con qualcosa di simile a un caso di omicidio seriale che accade in un ospedale affollato di pazienti Covid-19, il caso è visto come politico, per cui il governo chiede l’aiuto di Chen per arrivare a una rapida soluzione. Nel frattempo, Chen sta lavorando in segreto a un progetto completamente diverso: la traduzione in inglese di un diario di un’epidemia a Wuhan scritto da un suo amico che vive lì. È un libro che non sarebbe mai stato pubblicato in Cina e, con l’aiuto di Jin, Chen riesce a portare avanti sia l’indagine che la traduzione nonostante tutti i rischi …

:: Dal libro al cinema: Il Commissario Ricciardi serie tv diretta da Alessandro D’Alatri a cura di Giulietta Iannone

3 gennaio 2021

Una bella notizia per tutti i fan del Commissario Luigi Ricciardi, personaggio letterario nato dalla penna di Maurizio de Giovanni: il 25 gennaio uscirà in prima visione su RAI Uno il primo di 6 episodi dedicati alle indagini del celebre commissario dagli occhi verdi nella Napoli degli anni ’30. Disponibile su RaiPlay.

Un successo annunciato, una conferma per chi ha già amato la serie letteraria, un mezzo per avvicinare anche i pochi che ancora non la conoscono. Tutti, insomma siamo curiosi di vedere i personaggi prendere vita.

Ricciardi avrà il volto di Lino Guanciale, Enrica sarà interpretata da Maria Vera Ratti, Maione da Antonio Milo, la tata Rosa da Nunzia Schiano, il dottor Modo da Enrico Ianniello, Bambinella da Adriano Falivene. Gli episodi saranno: Il senso del dolore (1 ep.), La condanna del sangue (2 ep.), Il posto di ognuno (3 ep.), Il giorno dei morti (4 ep.), Vipera (5 ep.) e In fondo al mio cuore (6 ep.).

Ora tocca solo avere ancora un po’ di pazienza e vedere cosa sono riusciti a fare, ma dalle foto di scena sembra già che abbiano fatto un ottimo lavoro. Buona visione!

:: Un’intervista con Maria Masella a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2020

Benvenuta Maria su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora sei nata a Genova nel 1948, sei laureata in Matematica, hai insegnato per molti anni al liceo scientifico, e nonostante i successi letterari hai continuato a lavorare fino alla pensione. Vuoi aggiungere altro?

MM: Alcuni dettagli possono aiutare a capire alcune mie scelte. Amo Genova e proprio nella mia città ambiento la maggior parte delle mie storie. Sono appassionata di Storia e di arti figurative.

Hai esordito pubblicando racconti di spionaggio nella collana Segretissimo di Mondadori, una scelta insolita per una donna. Come è nato in te l’interesse per questo genere di letteratura?

MM: Mio padre era un gran lettore di Segretissimo e lo leggevo anch’io. Scrivevo da tanti anni, ma non avevo mai avuto il coraggio di inviare qualcosa a un editore. Avevo letto il bando per racconti spy, 1986. Ho scritto un racconto ambientato negli anni di piombo. È piaciuto a Laura Grimaldi e me ne ha chiesti altri.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

MM: Laura Grimaldi e Marco Frilli.

Poi hai spaziato dal giallo al fantasy, al romance di ambientazione storica. Sei un talento poliedrico, cosa insolita in Italia dove quasi tutti gli scrittori sono settoriali. Cosa ti ha spinto a variare spesso genere, la curiosità?

MM: Nella domanda c’è un “errore”: l’avverbio “poi”. Ancora prima di cominciare a pubblicare, scrivevo storie collocabili in generi diversi e continuo a portare avanti più di un genere. Curiosità? Forse, ma soprattutto la voglia di raccontare una storia che può “nascere gialla o noir” oppure “romantica”. O non etichettabile. Comunque, sono curiosa. Alcune delle storie che scrivo non sono nate pensando a una possibile pubblicazione, ma soltanto per me. Un esempio che è anche risposta a questa domanda: ho scritto, soltanto per me, tre racconti, tutti ambientati in un bar con gli stessi personaggi e l’ho virata in spy, in noir, in romance.

Armando d’Amaro ti ha definito la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Sei comunque la decana delle scrittrici italiane che si sono dedicate al giallo e al noir. Pensi ci sia posto in Italia per donne che scrivano noir? E quali sono attualmente le più significative?

MM: Grazie, Armando! La maggior parte dei lettori sono lettrici e leggono di tutto! Perché non dovrebbe esserci posto? Il vero problema sono alcuni “critici”: se un uomo inserisce nei suoi noir alcuni riferimenti alle vicende sentimentali dei protagonisti, allora l’autore è attento alla psicologia dei personaggi che descrive a tutto tondo. Cosa succede, spesso, se è una donna ad affrontare nel medesimo modo una storia? Sempre trovi un “critico” che lamenta l’eccesso di sentimentalismo. Le colleghe più significative? Non posso rispondere: non le ho lette tutte, rischierei di non citare la più significativa. Ma la realtà vera è che quando leggo un romanzo che l’autore sia donna o uomo mi importa meno di niente.

Celebre è la tua serie dedicata Commissario Antonio Mariani, giunta al 23° episodio con l’ultimo Mariani e le ferite del passato. Come è nato questo personaggio? Immaginavi che sarebbe stato così longevo?

MM: Il personaggio è nato per caso. Avevo già scritto un giallo, abbastanza classico, Per sapere la verità, ambientato nel mondo dei matematici di professione perché mi sentivo più sicura fra “gente che conoscevo”. L’avevo pubblicato con un piccolo editore e avevo scoperto che scrivere un romanzo giallo non era impresa impossibile. Aveva avuto anche apprezzamenti… E mi è venuta in mente una storia con un assassino che volesse essere trovato, ma troppo tardi. È nato Antonio Mariani. Doveva essere un romanzo solo, ma poi sono diventati tanti. Ho provato a ucciderlo almeno tre volte, ma ci sono state proteste. Sì, Antonio piace. Perché? Perché è un uomo normale.

Hai pubblicato per le maggiori case editrici italiane da Mondadori, a Rizzoli, da Corbaccio a Leggereditore Fanucci. Poi sei passata dalle major a una casa editrice emergente dal talento artigianale e familiare come Fratelli Frilli editore, perché questa scelta? Ti dà maggiore libertà creativa, ti investe di meno stress?

MM: Come nella domanda 4, anche in questa c’è un “poi” di troppo. Ho lavorato con più d’uno in contemporanea. Ricordo un anno in cui ho pubblicato con Corbaccio, Mondadori e Frilli. Come ho scovato Fratelli Frilli Editori? Avevo letto un trafiletto su un quotidiano in cui segnalavano che questa nuova Casa Editrice aveva appena pubblicato un giallo ambientato a Genova. Ho controllato dove fosse la sede. Perfetta! A metà strada fra casa mia e lo stabilimento balneare. Ho stampato il Mariani, quello che sarebbe diventato Morte a domicilio, e l’ho portato a Marco Frilli. Gli è piaciuto ed è diventato il numero 6 della collana noir. Ormai sono l’autore che scrive per loro da più tempo. Perché continuo? Oltre gli ovvi vincoli contrattuali, è la facilità nei contatti. Prendere il cellulare e poter parlare con l’editore è rassicurante. Meno stress? Certo! Il vero problema è un altro: alcuni “critici” leggono e recensiscono e segnalano per i “premi importanti” soltanto romanzi pubblicati da una rosa di Case Editrici, diciamo sempre le stesse. Se non pubblichi con una di quelle… Concludete voi.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?

MM: Una premessa: se a qualcuno interessa durante questa primavera ho registrato una ventina di video in cui parlo di scrittura. Sono sul mio profilo fb e sul mio sito http://www.mariamasella.it . Ora rispondo alla domanda. Mi viene un’idea, che spesso è un frammento, una sensazione. Mariani e le ferite del passato è nato camminando sotto i portici di Nizza Monferrato. E comincio a scrivere. La prima stesura è d’istinto, trovo il colpevole quando supero la metà. Lascio riposare e poi riprendo, sistemo indizi, tolgo i superflui, sposto pezzi. Insomma, riscrivo. Da matematica, quella Maria Masella che avevo tenuta sottochiave durante la prima fase. Scaramanzie? Un romanzo lo comincio di lunedì. Quando scrivo il primo capitolo, indosso il cappello verde acquistato con la vendita del mio primo racconto.

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

MM: Sono una gran rilettrice. Sarò antiquata, ma vado pazza per i classici: Tolstoj e Steinbeck, Fenoglio e Böll, Morante e Faulkner. Leggo libri di Storia e vado pazza per i libri d’arte e di archeologia. Leggo poesie e testi teatrali. E ho un grave problema: quando scrivo noir, non posso leggere noir. Mi confonde. Attualmente sto rileggendo Assalonne! Assalonne! di Faulkner, con grande piacere. Subito dopo mi rileggerò Foto di gruppo con signora di Böll oppure Una questione privata di Fenoglio. Di solito si consiglia agli aspiranti scrittori di leggere molto, personalmente consiglio di rileggere. Arrivi a un punto in cui conosci tanto la storia narrata da poter affrontare il problema essenziale per uno scrittore: come ha lavorato l’autore? Quali strumenti ha usato? Non per copiare, ma per imparare.

Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?

MM: In parte ho già risposto. Il luogo è parte integrante della storia. E alcuni personaggi hanno senso soltanto lì e in quel momento. Spesso sottolineo che nel ciclo Mariani ci sono due protagonisti: Antonio e Genova.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

MM: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere e spiego i motivi: se ne citi uno, gli altri si sentono trascurati. È inutile spiegare che non li hai ancora letti. Il secondo motivo è ancora più imbarazzante: mi è capitato di citare un collega fra gli esordienti interessanti, ha protestato dicendo che era al secondo romanzo e quindi era uno scrittore affermato, non un esordiente.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei cosa stai scrivendo attualmente, e in generale quali sono i tuoi progetti per il futuro.

MM: Ho appena finita la prima stesura del quarto romanzo noir Maritano, sempre per Frilli. All’inizio del 2021 mi esce il solito romance Mondadori. E dovrebbe uscire un romanzo non di genere, uscita rimandata a causa del covid. Voglio rivedere un noir che ho scritto quest’estate. E, appena avrò voglia, scriverò il romance per Mondadori (2022). Ho una vaga idea di raccogliere il materiale usato per i video sulla scrittura, perché non farlo diventare un testo?