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:: Un’intervista con Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

15 giugno 2021

LDS: Bentornato Stefano sulle pagine di Liberi di Scrivere e grazie per questa nuova intervista. Allora la tua prolificità non viene smentita è appena uscito il Professionista di giugno, un volume con ben due episodi: Campi di morte e Fiesta di piombo. Ce ne vuoi parlare?

SDM: Campi di morte è forse una delle avventure più amate del Professionista. Fu pubblicata per la prima volta nel 2009. È una avventura di spionaggio ma anche di guerra. Le missioni di combattimento in Africa (qui siamo nel Congo in un territorio devastato dalla guerriglia e da una epidemia micidiale) sono sempre le preferite da chi ama l’avventura a forti tinte. Ma c’è anche molto spionaggio avventuroso, azione e investigazione quindi. Ci sono anche alcuni tra i personaggi più amati della serie, sia trai “buoni “ che tra i “cattivi”: Antonia Lake, una donna davvero fuori dal comune e Raven che molti ricorderanno da “L’Ombra del corvo”. Una storia che ha anche riferimenti magici, nel senso dell’atmosfera perché  è una vicenda realistica, un collegamento con la magia africana e la leggenda del bandito Cobra verde. Magia, sempre sullo sfondo perché l’azione è realistica, anche per “Fiesta di piombo” che si svolge nell’immaginaria isola di San Pedro. Qui il Professionista avrà molte sorprese, la principale sarà l’incontro con un vecchio amore. Uccide più il cuore delle pallottole, a volte.

LDS: Se il Professionista è la tua serie storica, vedo che è stata bene accolta anche la tua nuova serie dedicata a Max Costello, alias Mezzanotte; quando leggeremo su Segretissimo il prossimo episodio? E puoi farci qualche anticipazione?

SDM: La serie Killer Élite, che è stata concepita per essere molto diversa da quella del Professionista, tornerà a novembre con il romanzo “Bersaglio di notte” che ho già consegnato. Sto scrivendo in questi giorni il terso episodio. È una serie con meno episodi, più legata a suggestioni come i romanzi di Peréz Reverte e i vecchi film noir con Alain Delon.

LDS: Oltre ai romanzi ci saranno anche racconti?

SDM: Come sempre quando posso cerco di affiancare ai romanzi lunghi anche dei racconti. A luglio per esempio insieme al Professionista intitolato “Pisola in vendita” ci sarà un racconto di Killer Élite.

LDS: E di Bas Salieri puoi dirci qualcosa, leggeremo presto anche qualcosa di suo?

SDM: Ho già scritto un quarto Bas ambientato tutto a Bologna che ho proposto al direttore dei Gialli. Spero che lo leggerete presto.

LDS: Sei il re incontrastato dell’action thriller italiano, i tuoi volumi sono i bestseller di Segretissimo si può dire. Quale è il tuo segreto? Come hai fatto negli anni a fidelizzare i tuoi lettori, c’è qualche ingrediente magico che metti nei tuoi romanzi?

SDM: Io credo che sia perché mi diverto molto a scrivere queste storie. Certo le preparo, cerco sempre uno spunto nuovo, ma credo che il pubblico mi segua perché sa che come lui ho bene in mente cosa voglio leggere… Poi cerco di essere sempre presente e mantenere il contatto con i lettori.

LDS: Forse non tutti sanno ma sei anche uno stimato traduttore. Ti hanno proposto qualche traduzione interessante negli ultimi tempi?

SDM: L’anno scorso ho ritradotto alcuni Gerard de Villiers della serie SAS che amo moltissimo. Al momento non sto traducendo nulla ma spero presto di potermi cimentare ancora con questa forma di narrativa, per interposta persona…

LDS: Quanto ha inciso l’immaginario cinematografico nella tua narrativa? In cosa ritieni i tuoi romanzi siano debitori ai grandi classici dell’azione e dell’avventura? Quali sono per te i capisaldi del genere?

SDM: Sin da ragazzino, scrivendo ho sempre fatto il “mio” cinema, con la fantasia. In effetti ho un strettissimo legame con il cinema di genere. Come sai per Odoya ho curato volumi su tutti i generi principali cinematografici. Devo indicare tre film capitali per la mia fantasia? Il Mucchio selvaggio, Operazione Tuono, Apocalypse Now.

LDS: Guardando all’estero in Francia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, quali sono i titoli e gli autori da tenere d’occhio per gli amanti dell’action thriller e dell’avventura?

SDM: In Francia a mio parere si trovano i titoli migliori nel campo del thriller: Grangé, Thillez, Minier e Chattam sono gli autori guida nel genere thriller che a volte sconfina nell’horror. Per l’action internazionale invece consiglio Barry Eisler e Mark Greaney che dopo aver fatto ‘da spalla’ a Clancy per anni, sta avendo un buon successo con la sua serie Gray Man.

LDS: E in Italia, c’è qualche autore da tenere d’occhio, anche esordiente?

SDM: A parte il mio collega e amico Andrea Carlo Cappi, consiglierei Pasquale Ruju e naturalmente Massimo Carlotto ed Enrico Pandiani.

LDS: Grazie davvero di questa chiacchierata, come ultima domanda ti chiederei di anticiparci un po’ i tuoi progetti futuri.

SDM: In questo momento sto affrontando un periodo un po’ difficile a causa della salute dei miei genitori che mi tengono molto occupato. Per fortuna ho il programma per Segretissimo e Odoya già fissato. Sono abbastanza avanti con i lavori. A luglio dovrebbe uscire un altro volume sulla storia del West intitolato “Comanche, vivere e morire nel West”.

Milano, giugno 2021

:: La congiura delle passioni di Pietro De Sarlo (Altramedia Editore, 2021) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2021

“Se vogliamo che tutto rimanga comè, bisogna che tutto cambi” diceva fatalisticamente Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo (1958), uno dei romanzi sul Risorgimento italiano più caustici e in netta polemica con l’euforia postunitaria, che contrabbandava molto spesso come atti di puro eroismo, violenze, saccheggi, corruzioni e brogli che sembrano aver caratterizzato quel periodo così controverso e nello stesso tempo determinante della storia italiana, dallo Sbarco dei Mille alla fine del Regno borbonico e all’Unità d’Italia. Che il Risorgimento sia un punto nodale, non ancora risolto, della nostra storia è una verità che ha ispirato molti ingegni letterari tesi a far luce sul quel periodo deprivandolo di tutta la mitologia edulcorata e agiografica che spesso l’ha accompagnato. Che una Questione Meridionale ancora esista (a cui si è tentato di ovviare con blande politiche di puro assistenzialismo), che un divario economico contrapponga tuttora Nord e Sud, sono dati di fatto, ma c’è un grumo ancora più oscuro più insidioso. Il Sud dopo più di 100 anni si sente ancora espropriato dal Nord e ha conservato un certo desiderio di rivalsa e un senso di recriminazione che fece dire “Arrivano i Piemontesi” in maniera certo ironica e bonaria ma significativa a un mio nobile parente quando i miei genitori dal Piemonte scesero al Sud in visita. Insomma fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, e ripristinare la verità storica è un buon balsamo e una forma di equa compensazione, in attesa di mosse più concrete, per appianare le controversie sociali e morali ancora in atto. Pietro De Sarlo ha provato a ripristinare quella verità, per molti versi ancora taciuta e non compresa, non con un saggio ma con un romanzo storico dal titolo La congiura delle passioni, edito da Altramedia editore. Conscio che al Sud manca un’epica condivisa ha provato a contribuire con il suo talento creativo pur basandosi su un attento studio delle fonti e dei documenti. Da meridionale può essere accusato di essere di parte, ma leggendo attentamente il suo libro si nota un sincero sforzo nel mediare e nel mantenere un atteggiamento equo e obiettivo distinguendo i fatti storici certi, dalle mere supposizioni. Da un punto di vista creativo è un interessante esperimento linguistico: sembra scritto da un autore ottocentesco, dall’uso delle parole, in parte in dialetto, in parte in latino segno distintivo delle classi alte, alla struttura stessa delle frasi. Comprensibile da un lettore contemporaneo e pur capace di conservare un eco antico che ci riporta in quegli anni come spettatori attivi dei fatti narrati. La storia minima quotidiana dei personaggi acquista un’epicità accanto alla Storia alta fatta dai potenti e finita sui libri di storia. Dal brigantaggio (ma furono briganti o patrioti? molto spesso le cose cambiano dal punto di vista da cui le si osserva) alla divisione delle terre promesse ai contadini con promesse senza fondamento, tutto si snoda sotto i nostri occhi, senza retorica. Che il personaggio della A Masciara diventi un simbolo del Sud stesso, indomito, orgoglioso, coraggioso è un’altra caratteristica del romanzo che raccoglie gli echi di un sapere popolare che si tramanda oralmente da generazioni. Il borgo montano di Monte Saraceno, nome di fantasia di un paese sugli Appennini Lucani, diventa il fulcro della storia, concreto e capace di evocare i mille borghi e paesi meridionali che costellavano le terre divise dai latifondisti. Insomma un’interessante lettura se si vuole capire meglio la nostra storia e le ragioni perchè certe criticità non sembrano risolvibili. Ammettere che le ragioni e la verità non si trovano mai da un lato solo è un fatto importante nella composizione dei conflitti, e capire ed ammettere che c’è ancora un conflitto in corso è un primo passo.

Pietro De Sarlo, laureato alla Sapienza in Ingegneria, ha un lungo passato manageriale esercitato ai massimi livelli in società italiane ed estere. In tale ambito, come presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, ha promosso diversi interventi a favore della cultura tra cui le borse di studio per dottorati di ricerca in materie umanistiche. Oltre ad alcuni saggi di natura economica, ha pubblicato il primo romanzo nel novembre 2016, L’Ammerikano (premio della giuria al concorso Argentario 2017 e premio San Salvo-Artese, sempre nel 2017, riservato alle opere prime). Per Altrimedia nel 2020 ha pubblicato Dalla parte dell’assassino (Premio Narrativa Giallo/Thriller nell’ambito della quinta edizione del Concorso Letterario Nazionale Argentario 2020 – sezione Narrativa edita). È appassionato di vela, sci e motociclismo.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

:: Ferite nella memoria di Giuseppe Battaglia (LArgoLibro, 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2021

La vita è fatta di memoria, se così non fosse non proveremo quel tale senso di vuoto perdendola. La memoria è linfa e nutrimento di cosa di più intimo, prezioso e profondo l’essere umano possiede: la sua coscienza. La poesia serve a tramandare memoria e a vivificare la coscienza perché non si rattrappisca, inaridisca e muoia. Ecco questo è il testamento morale che Giuseppe Battaglia ci ha voluto lasciare con la sua ultima opera dal titolo emblematico Ferite nella memoria. Una raccolta poetica di rara sensibilità, accorata, graffiante, pudica, in un mondo dove il pudore è sempre raro. I versi sono rarefatti, quasi epigrammi orientali che raccolgono quel grumo aspro che è il senso della vita come noi lo percepiamo, iridescente e remoto. Anche chi non ama la poesia troverà in questi versi nutrimento e un po’ di tregua dagli affanni, dal tran tran quotidiano. Sopra/ il respiro/ senza bagliori/ polvere antica/ pensieri vaghi, ecco cosa differenzia la coscienza dall’incoscienza, e dalla mancanza di senso: il respiro e il pensiero. I versi di questo poeta portano a compimento questo senso con apparente leggerezza e senza sforzo. La vita è respiro e memoria, è ciò che diamo agli altri e cosa riceviamo, tutto della stessa importanza, del medesimo valore. Con generosità Giuseppe Battaglia ci ricorda che il bene e accanto al male (di cui vede consapevolmente tutte le ombre dal dolore al tradimento) ma non lo sovrasta. Chiuderei questo commento alla silloge con alcuni suoi versi presagi dell’imminente destino che ci accomuna tutti: Ritagli/ d’infanzia/ rompono/ il sonno/ sotto/ il legno/ della crocifissione. Versi scarni che per intensità mi sono rimasti in mente e mi hanno portato alla mente versi di altri grandi poeti e mistici che hanno riflettuto sull’assenza e sulla morte. Epigrammi che per il loro significato etimologico hanno il precipuo scopo poetico di lasciare il ricordo d’una vita.

Giuseppe Battaglia nasce a Ragusa il 27 settembre del 1953. Laureato in Sociologia presso l’Università di Urbino, ha conseguito specifiche formazioni professionali in Psicoterapia, Psicanalisi individuale e di gruppo e Psicoterapia analitica. Ha pubblicato opere poetiche in dialetto siciliano e con Manni Editore Respiro dello Sciamano. Con l’Edizioni L’ArgoLibro ha pubblicato Rumore del tempo nella memoria e Sotto una montagna di carte titolo d’esordio della collana Agorà diretta da Nicola Vacca.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa L’ArgoLibro.   

:: I bastardi vanno all’inferno di Frédéric Dard (Rizzoli 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2021

Teso e violento Les salauds vont en enfer è un dramma poliziesco criminale di Frederic Dard, in parte di ambiente carcerario, nato come piece teatrale e poi passato sul grande schermo, grazie a Robert Hossein come regista, nel 1955. Solo dopo Dard decise di pubblicare con lo stesso titolo anche il romanzo, percorso anomalo sicuramente determinato dal grande successo sia teatrale (fu portato in scena a Parigi e all’estero per più di 500 volte) che dopo cinematografico. Nella sua meritoria impresa di portare in Italia le opere di Dard, Rizzoli nella collana Nero Rizzoli, ce lo presenta nell’edizione tradotta da Elena Cappellini. Dopo Gli Scellerati e Il Montacarichi, ecco dunque I bastardi vanno all’inferno (Les salauds vont en enfer, 1956). Una storia nerissima che ha per protagonista una coppia anomala di personaggi: una spia e un poliziotto sotto copertura, e per tutto il romanzo non sapremo chi dei due tra Hal e Frank sia l’uno o l’altro, lo sapremo solo alla fine, prima del tragico, inevitabile, finale. Tutto è giocato sul filo dell’ambiguità, davvero è impossibile distinguere il poliziotto dal criminale, e questa in fin dei conti è la morale del libro, non esistono i bastardi, ma tutti si trovano a recitare un ruolo restando fondamentalmente uomini con pregi e difetti. Il linguaggio è secco, tagliente, lo scambio di battute tra i protagonisti è ambiguo e realistico, insomma è una storia scritta e ambientata negli anni ’50 ma conserva un’impronta di vita vera, e vissuta. E cosa sorprendente non è la violenza o l’atto criminoso in sé la cifra distintiva del romanzo ma l’amicizia che inaspettatamente nasce tra i due personaggi, e che Dard approfondisce con grande acume psicologico e spessore morale. Dunque siamo nel Midi de la France, negli anni ‘50, in un carcere in cui le condizioni di vita dei prigionieri non sono tanto diverse da quelle del secolo precedente: guardie carcerarie sadiche e violente, periodi di isolamento in segrete infestate dai topi, esecuzioni tramite la ghigliottina, negli anni ‘50 in Francia la pena di morte veniva somministrata con queste modalità. Hal e Frank si trovano reclusi nella stessa cella, assieme ad un altro prigioniero sordomuto che ha ucciso la moglie. Sin dall’inizio il rapporto tra i due e di diffidenza e di paura. Giungono persino alle mani, tanto da finire in isolamento. Poi una strana solidarietà e complicità si instaura tra i due personaggi tanto che decidono di evadere e fuggire insieme aiutandosi l’un l’altro. Il romanzo è breve non anticipo altro della trama, ma da questo momento in poi l’azione si fa convulsa e frenetica e entrerà in scena anche un altro personaggio, Dora, una donna bellissima dagli occhi viola che causerà una rottura degli equilibri e se vogliamo porterà la storia verso l’inevitabile epilogo. Dunque un noir, forse tra i più famosi di Dard che se vogliamo analizza e approfondisce le dinamiche dell’animo umano di personaggi che non hanno nulla da perdere e lottano per la propria sopravvivenza pur conservando un barlume di umanità che li rende essere umani prima che poliziotti o criminali. Il personaggio di Dora, poi la classica dark lady, creerà quella tensione sessuale priva di sentimentalismo capace di accrescere le ombre di una storia già tragica e violenta di suo. Per chi ama Dard e i noir anni ’50.

Frederic Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con lo pseudonimo San-Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, vastissima, inaugurata in Italia da Rizzoli con Gli scellerati (2018), Il montacarichi (20219) e I bastardi vanno all’inferno (2021).

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: L’ossessione di Wulf Dorn (Corbaccio 2021) a cura di Giulietta Iannone – spoiler free

5 giugno 2021

A dieci anni dall’uscita de La psichiatra, e per chi conosce tutta la serie dei libri di Wulf Dorn dopo Phobia, torna il personaggio di Mark Behrendt: ex psichiatra sospeso dalla professione, provato dalla morte della compagna Tanja, recluso in un condominio fatiscente, e sobrio da circa un anno dopo un lungo periodo di buio alcolismo.
Insomma una vita in pezzi, combattuto tra la tentazione di cercare e uccidere l’assassino della sua compagna (che gli appare ancora in sogni inquietanti e dai risvolti horror) e quella di porre fine alla sua vita per trovare la pace.
Proprio quando, arrivato al limite, sta per usare la sua Glock contro di sé, la telefonata di un’amica, Doreen, gli salva letteralmente la vita e gli ricorda di un appuntamento a cena dalla donna anche lei ex alcolista. Dopo alcuni scambi di battute e una dolorosa confessione della donna sul suo doloroso passato qualcuno suona alla porta.
Da questo momento in poi sarà l’inizio di un incubo ancora più oscuro di quanto già non sia la vita di Mark Behrendt: entrambi vengono drogati e la donna rapita proprio dall’assassino di Tanja che dà a Mark uno stretto lasso di tempo per trovare qualcuno senza dare altre indicazioni. Se non esegue il compito, Doreen morirà.
E così da questo momento inizia una vertiginosa lotta contro il tempo per scoprire come fare a liberare la donna.
Non dirò altro della trama per non svelare intrecci e colpi di scena e soprattutto perché come al solito Wulf Dorn ci conduce nei meandri più oscuri della mente umana e alla radice stessa dei meccanismi che generano la paura e l’ossessione e sarebbe sleale anticipare troppo.
L’ossessione è appunto il titolo italiano del romanzo, tradotto da Alessandra Petrelli ed edito da Corbaccio, storico editore italiano di Dorn. Se vogliamo questo romanzo annoda molti fili, e dà compimento a cose lasciate in sospeso nei precedenti romanzi. Lasciando tuttavia aperte alcune porticine per un eventuale seguito.
Ma il mondo narrativo di Dorn è fatto così personaggi ricorrenti, scenari abituali e fintamente rassicuranti, un universo insomma coeso e coerente che dà la sensazione di leggere un unico romanzo in tante puntate, sebbene ogni libro naturalmente sia perfettamente autonomo e autoconclusivo.
Questa volta i temi principali che Dorn analizza sono la vendetta e la colpa, costruendo una storia labirintica e vagamente onirica, con una spruzzatina di horror come ci ha abituati negli anni.
Un buon thriller insomma, ben congegnato, con un colpo di scena più incisivo di tutti gli altri che ribalta davvero la situazione (e che non avevo affatto intuito). E non era facile trovare nuove strade narrative e un finale spiazzante altrettanto di impatto come per La psichiatra.
Naturalmente sono passati dieci anni, il pubblico dei lettori è anche più smaliziato e stiamo uscendo a fatica da una pandemia, molte circostanze sono oggettivamente cambiate dal 2010, ma Dorn resta il migliore in circolazione quando si tratta di sondare gli abissi della mente umana che portano alla perdizione, meccanismo che non tocca solo i villain della situazione ma anche i personaggi positivi per cui facciamo il tifo. Buona lettura!

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivo.  http://www.wulfdorn.net

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Valentina dell’ufficio stampa Corbaccio.

:: MAMMA, CUCINO DA SOLO! Preparare dolci deliziosi in autonomia secondo il metodo Montessori di Katia Casprini e Roberta Guidotti (RED Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2021

Ci sono tanti manuali di cucina dedicati agli adulti, ma questo Mamma, cucino da solo! è forse il primo che leggo dedicato esclusivamente ai bambini, dai 3 anni in su. Katia Casprini e Roberta Guidotti, seguendo il metodo Montesori, hanno infatti scritto un libro la cui particolarità è seguire passo passo i più piccoli (anche quelli che non sanno ancora leggere, basta sapere contare fino a 5), attraverso immagini e disegni intuitivi e divertenti, nella preparazione di alcuni dolci facilissimi da fare e buonissimi da gustare (anche belli da un punto di vista estetico). Dolci che gli daranno la soddisfazione e l’automia di potere dire “li ho fatti da solo” tanto importante per potere crescere. Certo la supervisione di un adulto è indispensabile ma seguendo le istruzioni il bambino potrà davvero scegliere gli ingredienti, misurarli, e impastarli, tutto senza bisogno della bilancia, basta un vasetto di yogurth o un cucchiaio da minestra. Oltre ad avvicinarli al cibo in modo equlibrato questa attività aumenterà sia il controllo dei movimenti che la capacità di concentrazione. Seguendo il metodo Montessori infatti cucinare da soli genera numerosi effetti benefici sui bambini e tutto sotto forma di gioco. La cottura poi, sia al forno o sui fornelli, spetta sempre agli adulti! Simpatiche etichette serviranno per riconoscere gli ingredienti. Dai pancakes golosi, alla soffice torta allo yogurt, dai muffin al cioccolato alla simpaticissima torta zebra, non avranno che bizzarrirsi nella scelta del dolce, e potranno per esempio preparare il loro dolce di compleanno da dividere con gli amici. Davvero tanti sono gli utilizzi di queste sfiziose ricette dalla colazione alla mattina, ai dessert di fine pasto. Forse sporcheranno un po’ la cucina ma volete mettere il contributo anche da un punto di vista educativo. Ogni ricetta poi può essere personalizzata con fantasia una volta che saranno pratici. E poi soprattutto, buon divertimento e buon appetito!

Katia Casprini e Roberta Guidotti sono due graphic designer che vivono e lavorano in Toscana, appassionate da sempre di attività manuali e creative. Hanno coniugato la loro esperienza professionale con quella di mamme ideando un percorso visivo che fa tesoro dei momenti di gioco passati in cucina con i propri bambini.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2021

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Già hai partecipato sul nostro blog a una puntata di Interviste imperfette, con domande anche dei lettori. Questa si può dire è la prima nostra intervista diretta, grazie a Barbara che me l’ha proposta. Parleremo più che altro di Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe che pubblichi con Fratelli Frilli, che sta avendo un ottimo successo, come molti titoli Frilli sempre tra i primi posti delle classifiche noir e crime. Dunque continua la serie Martinengo, come ti trovi nella serialità, ti è congeniale ritornare sempre sullo stesso personaggio?

È a suo modo confortante come indossare una vecchia giacca alla quale ci si è affezionati in maniera particolare, la serialità permette di sviluppare un personaggio a tutto tondo, indagarne le pieghe intime e osservarne i lati inediti. L’approfondimento di un personaggio attraverso una serie di libri quindi crea una multidimensionalità dell’individuo che un simbolo libro difficilmente eguaglia. È altresì vero che entrare in questa sorta di comfort zone presenta anche i difetti della routine, con il rischio che l’autore stesso si stufi del personaggio con le ovvie ripercussioni sulla qualità dei suoi libri. Non saprei dire in quante storie si ritroverà ancora Giorgio Martinengo ma sento che ha ancora delle cose da dire.

E a proposito di regionalità, la Frilli ne fa un punto di merito delle sue collane poliziesche. Il tuo Piemonte quanto influisce nella stesura dei tuoi romanzi. Usare forme dialettali, parlare di luoghi che conosci sebbene traslati dall’immaginazione, ti viene spontaneo, o è frutto di ricerca, di studio?

La piemontesità influisce in maniera preponderante nei miei romanzi, è la lente attraverso la quale osservo il mondo e lo interpreto. L’uso del dialetto, premettendo che il piemontese scritto è abbastanza ostico, mi viene spontaneo in quando il mio rapporto con questa lingua è quello di un uomo bilingue. Pavese stesso aveva costruito il suo linguaggio commistionando un italiano alto con il piemontese quindi non posso certo parlare di operazione inedita. Alla stessa maniera, ricerca e studio sono sempre presenti vista la natura complessa del Piemonte come realtà culturale.

Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe è un romanzo per certi versi più tradizionalista rispetto ad altre tue opere più sperimentali. Come ti poni di fronte alle aspettative dei lettori? Pensi che da te si aspettino un certo tipo di narrativa?

Ho sempre cercato di proporre sempre libri diversi ai miei lettori. Non credo che ci sia un solo mio romanzo che ricordi uno precedente e proprio per il rispetto che ho verso il lettore che non voglio presentargli qualcosa di solito. Panni Sporchi rimane comunque narrativa di genere ed è inevitabile ritrovare una parte delle dinamiche e della trama che ripercorrono topoi noti. Si può scrivere una storia con trama semplice e con spunto classico, tutti i gialli infine tendono a essere così, la differenza la fa la scrittura, il come si racconta, con che occhio si guarda a tutto questo. Mi piace pensare che chi segue la mia produzione narrativa voglia sempre trovare la mia voce qualunque sia la storia che propongo senza essere ripetitivo.

Non eccedi con il turpiloquio, i tuoi gialli hanno venature noir ma sempre nei canoni della correttezza, dell’educazione. Credi che queste tue caratteristiche, che fanno parte di te, della tua personalità, siano apprezzate?

Spero di sì. Un certo rigore sabaudo emerge sempre nei miei personaggi anche se questo non deve voler dire ingessarsi nella maniera. Il turpiloquio come le scene di sesso sono ingredienti delicati, spezie che se non vengono attentamente dosate possono rovinare l’intero piatto, usando una metafora culinaria. A volte sono espedienti facili e ritengo sia un attimo scadere nella facile via dell’effettaccio. Non mi pongo autocensure, si può dire qualsiasi cosa in narrativa ma rimane il come a fare la differenza.

Come ti trovi nel mondo letterario italiano? Hai amici scrittori? Partecipi a premi, presentazioni, festival, manifestazioni regionali, sempre nel rispetto delle disposizioni anti Covid?

È un mondo difficile, parafrasando Renato Carotone. Sono sempre stato molto critico verso il modello, lo stile dello scrittore come viene venduto nel nostro paese. Percepisco l’ambiente come un piccolo pollaio affollato di galli ma questo non mi ha impedito di stringere belle amicizie con alcuni dei colleghi che si muovono in questo mondo. Partecipo  appena possibile e sempre volentieri a festival ed eventi che, per un piccolo autore del mio calibro sono pur sempre preziose occasioni di visibilità e promozione. Prossimamente, sabato 5 giugno tornerò a presentare dal vivo, assieme a Maurizio Blini, Mirko Giacchetti e Luisa Ferrari, ospite della libreria Belgravia di Torino per esempio e sarà la prima volta dall’emergenza COVID. Sarà bello e interessante vedere come questa esperienza influirà sugli eventi in presenza.

Parlaci della tua routine di scrittura. So che hai uno studio bellissimo con un’ampia vetrata sul verde. Quando scrivi, in che orari della giornata? Ogni tanto stacchi per fare una passeggiata?

Non ho il tempo materiale di mantenere alte medie di parole giornaliere, o almeno non in maniera così costante, sono però costante nella stesura: tutti i giorni, anche poche centinaia di parole ma tutti i giorni strappando tempo a ogni occasione: pausa pranzo sul lavoro, il tardo pomeriggio finiti i miei turni e i momenti liberi dove mi chiudo in studio, che è la mia personale fortezza della solitudine, e proseguo quello che considero un secondo, amato, lavoro. Gli stacchi sono fondamentali, d’altronde vivo apposta in mezzo ai bricchi e mi basta mettere un piede fuori porta per essere immerso nella natura. L’eccessiva sedentarietà è dannosa alla salute e nel mio caso, che soffro problemi di schiena è un’autentica dannazione.

Ami la narrativa breve? I racconti, la cosiddetta flash fiction? L’hai mai scritta?

Amo la narrativa breve anche se non mi considero abile nella nobile arte del racconto. Invidio gli autori che scrivono flash fiction e comunque mi capita di cimentarmi. Annualmente la Fratelli Frilli fa uscire un’antologia in memoria di Marco Frilli, patron e fondatore della casa, tutti noi membri della scuderia siamo chiamati a contribuire con un breve noir in suo onore ed è sempre una sfida. Altri esperimenti hanno visto la luce attraverso collaborazioni con collettivi di autori del fantastico e l’autopubblicazione di racconti e novelle su Amazon.

Per quanto riguarda la narrativa crime straniera, c’è qualche autore che ami particolarmente, che consigli ai nostri lettori di tenere d’occhio?

Michael Chabon è l’ultima scoperta. Un autore geniale che sposa noir, hard boiled e ucronie in maniera mirabile. Sconfiniamo quindi nella fantascienza ma il suo Il sindacato dei poliziotti Yddish non può lasciare indifferenti.

Cosa stai scrivendo in questi giorni, quale sarà la tua prossima opera? E la pubblicherai da indipendente o in modo tradizionale con editore?

Ho da poco ultimato la stesura di un romanzo slegato dalle mie serie. Una spy story ambientata nella Libia contemporanea, con tutta la difficoltà documentale del caso. Dovrebbe essere l’esordio di un nuovo personaggio anche, un agente segreto dell’ AISE impegnato negli scenari più complessi della nostra contemporaneità. Non so ancora come uscirà, l’auspicio è di attirare l’attenzione e l’interesse di qualche editore per poterlo far uscire il prossimo anno. Sto anche preparando il sesto di Martinengo, ritardato proprio della mia storia di spie che ha fagocitato tutta l’attenzione di questi mesi. Incrociamo le dita per entrambi.

Grazie della tua disponibilità e del tuo tempo, come ultima domanda mi piacerebbe che ci raccontassi un episodio divertente successo durante una tua presentazione, che ti ha messo in imbarazzo, che ti ha divertito, che è restato nella tua memoria.

Grazie a te della squisita ospitalità. Ricordo la primissima presentazione di Masche, ospite di un’associazione culturale di Refrancore. Proprio mentre avevo iniziato a parlare della Masche mi si era smontata la sedia da sotto le terga. Si sa che le Masche sono dispettose e maligne quando vogliono e da quello scherzetto (tra l’altro eravamo sotto Halloween) ero riuscito ad approfondire ulteriormente l’annedotica riguardante queste nostre figure folkloristiche così misteriose e presenti. Le radici alla fine emergono sempre.

:: L’Imperatrice di Liliana Nechita (Fve Editori 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 maggio 2021

Con il passar del tempo la gente si diradava. Partivano, partivano per l’Italia o la Spagna. Non eravamo ben informati, ce ne rendevamo conto solo più tardi quando vedevamo l’erbaccia cresciuta davanti alle porte di coloro che erano partiti. Un giorno parlavo con la comare Săviţa che era dall’altra parte del recinto; aveva due ragazzi, uno in Austria e l’altro non ho mai saputo dove.
– Non senti la loro mancanza? Non li nomini quasi mai! O ti sei abituata?
– E che devono fare a casa? Quel pezzettino di terra lo lavoro da sola, non ho bisogno del loro aiuto, magari si trovano una sistemazione! Non hai visto quanti sono partiti? Guardati un po’ intorno! Da quella casa lì all’angolo è partito Toader, da quella di Ica è partito Marcel, da quella di Maria di Chioru è partito suo figlio, Ionel, da quell’altra casa, quella gialla, sono partiti tutti. Fai il conto, di sette case ne sono rimaste solo due «intere». La gente parte, uno tira l’altro, perché sono giovani e si dice che stiano molto meglio laddove vanno a finire.
Questa Italia era per me come un buco nero che ingoiava tutti. Non sapevo allora che più tardi avrebbe ingoiato anche me.

Una scrittura semplice e antica, quasi ipnotica, legata a una saggezza popolare cadenzata dalla natura, dal cambiare delle stagioni, dall’attenzione per le cose minime, minute, quotidiane caratterizza le pagine de L’imperatrice (Împărăteasa, Humanitas, Bucarest 2017) di Liliana Nechita, già autrice del fortunato Ciliegie amare edito in Italia con Laterza. Di madre lingua romena, da anni vive in Italia come badante, è il suo lavoro principale, e ha appreso per osmosi un italiano letterario, immaginifico e naïf. Dotata di una capacità linguistica eccellente Liliana Nechita cadenza il suo narrato sulla melanconia del ricordo, della memoria raccontandoci la storia di Olga, sua suocera, una semplice contadina, poco istruita, vittima della povertà, di un passato anche doloroso ma piena di saggezza, e con l’incedere di un Imperatrice. La Romania di Ceausescu, il comunismo reale ne emerge trasfigurato e lontano, perché la campagna, con il suo attaccamento alla terra e alle tradizioni è quasi isolato dalle grandi città come Bucarest, quasi un altro mondo. Una società matriarcale, in cui le donne lavorano la terra, costruiscono con le loro mani le case e si sposano per fuggire alla fame, non per amore, finendo spesso vittime di mariti alcolizzati e violenti. Nonostante questo le donne restano l’ossatura portante di queste società contadine anarchiche se vogliamo, arcaiche forse ma coese e solidali. Poi l’avvento dei fenomeni migratori ha spopolato i villaggi, e l’autrice guarda a questo con dolente rassegnazione, si parte per non tornare, per vivere nuove vite lontano dalle terre di origine, lontano dalle proprie radici in Italia, in Spagna, in Francia e questo spaesamento porta con se un lutto, una frattura che trasfigura il passato con i colori del rimpianto e dell’affetto. Sincera, diretta, buffa la scrittura di Liliana Nechita incanta e affascina, perché sono forti anche in Italia le radici contadine, che l’industrializzazione e il progresso non hanno del tutto estirpato. I cibi semplici, la polenta condivisa con un fiasco di vino nuovo, la cadenza delle feste religiose come la Pasqua o il Natale, il profumo dei cibi cucinati la domenica, l’attaccamento alle fiabe e alle leggende non solo alle superstizioni. C’è tanta nobiltà nelle pagine di questo libro, nobiltà autentica, e speranza. Se un mondo scompare vive nella memoria, con umile comprensione, legittimando vissuti a cui si dà poco conto, poco valore. E Liliana Nechita ci ricorda quanto ci sbagliamo, perché la felicità sta nelle piccole cose anche quando non immaginiamo neanche di poterla ottenere. Una saga familiare dunque capace di portare alla luce la memoria di chi abbiamo amato, di chi abbiamo rispettato ed è stato per noi modello di vita. Con riconoscenza e autentica umanità.

Liliana Nechita è nata nel 1968 in Romania e vive in Italia da più di 15 anni. Esordisce nel 2013 con un libro sul drammatico fenomeno migratorio delle donne e delle madri romene, Cireşe amare, che ottiene grande attenzione da parte del pubblico e della critica, pubblicato in Italia nel 2017 dall’editore Laterza col titolo Ciliegie amare. Nel 2013 le viene conferito il Premio Donna dell’anno per la promozione e la difesa dei diritti delle donne. Tra i suoi libri, caratterizzati da forti tematiche sociali e impegno civile, ricordiamo L’imperatrice (2016; prima ed. italiana fve, 2021), Bambole di fango (2019) e Piccola mamma (2020), suo primo lavoro scritto in lingua italiana.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’ufficio stampa dedicato.  

:: Anna Karenina di Lev Tolstoj (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

30 maggio 2021

«Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato».
Fëdor Dostoevskij

Anna Karenina dello scrittore russo Lev Tolstoj è forse in assoluto il libro che da sempre ho amato di più. Capolavoro universale della letteratura ottocentesca, è un libro che ancora oggi ha molto da dire sulle dinamiche dell’animo umano, sia maschile che femminile, sulle trappole delle convenzioni sociali e la loro velenosa ipocrisia, sulla fede, sull’aspirazione verso la libertà, la realizzazione di sé, e la ricerca dell’amore. Certo ci parla di un mondo scomparso, l’alta società russa della seconda metà dell’Ottocento, considerate solo che il tradimento matrimoniale fu considerato reato penale fino al 1917, ma l’essenza vera dei personaggi è eterna e universale e di questo Lev Tolstoj voleva occuparsi con l’aiuto di sua moglie Sòfja Andrèevna Bers, detta Sonja, che molto contribuì a illuminarlo sull’animo femminile così magistralmente tratteggiato nel personaggio di Anna. Non spaventatevi dalla mole del libro, quando lo si inizia è come se del miele fluisse dalle pagine e non si può che avanzare nella lettura. Certo ci sono pagine più filosofiche e morali, più complesse e per certi versi impegnative, ma in tutta sincerità ho trovato interessanti anche quelle, sia per capire l’autore stesso e il suo tempo, che il suo romanzo. Uscito inizialmente a puntate, come il più classico feuilleton, sul periodico Russkij vestnik a partire dal 1875 fino al 1877 quando la conclusione del romanzo venne pubblicata solo in forma di riassunto. Tolstoj decise in seguito di far pubblicare integralmente l’ultima parte a proprie spese. Di cosa parla Anna Karenina? Se vogliamo la trama è molto semplice: una donna giovane, sensibile, molto bella, intrappolata in un matrimonio di convenienza, come era abitudine tra le classi aristocratiche, con un alto funzionario zarista molto rigido, molto all’antica, molto più anziano di lei all’improvviso incontra l’ufficiale dell’esercito Aleksèj Kirìllovic Vrònskij e scopre l’amore, la passione, il sentimento svincolato da ragioni economiche, pratiche o utilitaristiche. L’effetto è devastante, nella sua vita, nella sua psiche, nella dinamica delle sue relazioni affettive (per lui sarà costretta a separarsi dal figlio, e questa frattura se vogliamo segnerà il suo destino). Se la società accetta relazioni extraconiugali futili, effimere, slegate da reali sentimenti profondi e condivisi, relazioni che appunto non turbino l’ordine sociale e le convenzioni, tanto che il marito credendola tale all’inizio la tollera, la passione di Anna per Vrònskij invece diventa una minaccia, sconveniente dal punto di vista sociale che mai la considererà legittima. Anna è troppo fragile, sensibile, appassionata per sopportare la condanna sociale e la colpa morale di cui si sente tragicamente prigioniera e non potrà che cercare rifugio nella morte. Devo dire che la bravura di Tolstoj è stata innanzitutto quella di non rendere Vrònskij il classico seduttore: è stempiato, forse neanche tanto avvenente, ma è l’occhio di Anna che lo idealizza e lo rende degno del suo amore incondizionato. La mia avversione per Vrònskij, più che per il marito Karenin, si è stemperata con gli anni, e oggi devo ammettere che è un personaggio che merita una riscoperta e una rivalutazione, insomma Vrònskij ama sul serio Anna ma anche lui non può fare niente per difenderla dalle dinamiche sociali di un mondo che per auto conservarsi calpesta sentimenti, aspirazioni e volontà. Specchio di Anna nel romanzo se vogliamo è Konstantìn Dmìtric Levin forse il personaggio che ho amato di più dopo Anna, da molti identificato con Tolstoj stesso. Se Anna ha una parabola discendente, Levin al contrario ottiene alla fine tutto dalla vita: l’amore, il matrimonio, i figli, la realizzazione di sé e la fede. Ma tanti altri sono i personaggi che incontrerete tra la pagine di Anna Karenina, Dolly, Stiva, Kitty, il fratello di Levin, e ognuno di loro sono certa resterà nel vostro cuore. Di cose da dire su questo libro ce ne sono senz’altro molte, ma questo mio scritto si limita ad essere un invito alla lettura, un consiglio per chi magari ha esitato ad affrontarne la lettura fino a oggi. È meraviglioso, non potevo non parlarne nel mio blog.  Traduzione di Claudia Zonghetti. 

Di Lev Nikolaevic Tolstoj (Jasnaia Poljana 1828-Astapovo, Rjazan 1910) Einaudi ha pubblicato: Guerra e pace, Anna Karenina, La sonata a Kreutzer, Carteggio confidenziale con Aleksandra Andrejevna Tolstaja, Resurrezione, Racconti, I quattro libri di lettura, Due ussari, Racconti di Sebastopoli, Quattro romanzi (La felicità familiare, Morte di Ivan Ilic, La sonata a Kreutzer, Padre Sergio).

Nota: Ho segnalato la traduzione della Zonghetti perchè più reperibile, ma io l’ho letto in quella di Leone Ginzburg.

Source: libro del recensore.        

:: Andare a scuola a Hollywood di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi (Las Vegas Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 maggio 2021

Mi sono divertita molto, con una piccola vena di malinconia, a leggere il saggio di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi dedicato alle High School e ai College a stelle e striscie come sono stati rappresentati nell’immaginario televisivo e cinematografico degli anni Ottanta e Novanta, il periodo d’oro di questo tipo di cinematografia, prima che la globalizzazione uniformasse in un certo senso il vissuto degli adolescenti di tutto il mondo, si può dire. Ma chi è stato adolescente in quegli anni aveva come modelli proprio gli adolescenti di oltre oceano e il loro sistema scolastico aveva un che di esotico e magnetico. Già solo prendere la patente a sedici anni, anni prima rispetto a noi rendeva le vite di questi ragazzi più autonomi e responsabilizzati. Poi c’erano il ballo di fine anno, le cheerleader, le confraternite, i tutor, tutto un altro sistema, tutto un altro mondo protremo dire, che abbiamo imparato a conoscere e a idealizzare con le opere più varie uscite in quegli anni. Certo la qualità era molto varia, c’erano le pellicole d’autore o quelle più dozzinali ma spesso questo genere di film è stato anche una palestra per attori che poi sono diventati star di prima grandezza del cinema statunitense. Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi citano davvero molti titoli, impossibile elencarli tutti, ma per chi fosse interessato sono raccolti in appendice come mappa orientativa con nome (immaginario) della scuola, titolo e anno di uscita, con qualche excursus nel passto più lontano come la mitica Dawson High School di Gioventù bruciata del 1955. Siamo un po’ tutti cresciuti guardando Happy Days o Beverly Hills 90210. Ricordo un film che addirittura andai a vedere al cinema Vacanze in America del 1984 diretto da Carlo Vanzina per darvi un’idea di quanto questo mito fosse forte in quegli anni. Tutto quello che proveniva dagli Stati Uniti era più alla moda, più luccicante, più di tutto, e questa sorta di esterofilia non la vivevamo neanche tanto come una colonizzazione culturale, o un imposizione ma quasi come un desiderio di evasione. Questo genere di film ci permetteva di sognare, di evadere appunto dalle nostre realtà più o meno provinciali per idealizzare un altrove che magari non era poi così scintillante e promettente come ci appariva. Ora resta tanta tenerezza e qualche rimpianto e la consapevolezza di aver vissuto un’era irripetibile, che non tornerà mai più ma vive ancora in queste pellicole. Gli autori hanno poi deciso di devolvere i proventi del libro all’Onlus Insieme per vincere – Amici di Cinzia, per supportare i sogni di alcune adolescenti del Benin, perchè sì la globalizzaione ci ha ormai un po’ tutti omologati ma esistono ancora zone del pianeta in cui sognare è molto più difficile che altrove. Se volete leggere il primo capitolo è disponibile sul sito dell’editore: Las Vegas Edizioni .

Massimo Benvegnù è nato nel 1972 a Padova. Critico e programmatore cinematografico, ha scritto per numerose testate giornalistiche in Italia e all’estero e collaborato con diversi festival e istituzioni culturali tra cui la Biennale di Venezia e il Festival di Locarno. Ha debuttato con “Filmare l’anima, il cinema di Peter Weir” (1997). Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.

Mattia Bertoldi nato nel 1986 a Lugano. Ha pubblicato i romanzi “Ti sogno, California” (BookSalad, 2012), “Le cose belle che vorrai ricordare” (TEA/Tre60, 2017) e “Come tanti piccoli ricordi” (TEA/Tre60, 2019). È presidente dell’Associazione svizzera degli scrittori di lingua italiana.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Carlotta dell’Ufficio stampa Las Vegas Edizioni.

:: L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn di Arianna Prevedello (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 maggio 2021

Come si può non amare e ammirare Audrey Hepburn? E come si può non amare i suoi personaggi interpretati sullo schermo con leggerezza, eleganza e grazia inimitabile, da Sabrina a Holly Golightly di Colazione da Tiffany, capaci di trasmettere ancora alle ragazze di oggi valori e qualità sorprendenti per la loro modernità?
È questo che si deve essere detta Arianna Prevedello autrice del delizioso saggio L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn, edito da Edizioni San Paolo.
Un saggio tutto al femminile originale e frizzante, scritto con un linguaggio fresco e spontaneo, che oltre ad approfondire il legame e la complicità tra madre e figlia, riscopre il cinema del passato come veicolo privilegiato per analizzare tematiche importanti come l’importanza dell’emancipazione femminile, e la sua lunga strada per raggiungerla non priva di lotte e difficoltà, la questione femminile vista sotto la lente privilegiata di un esame attento e partecipato di mentalità antiquate mai del tutto davvero superate, e la attuale questione sull’identità di genere, mai come oggi portata all’attenzione di studi, libri, dibattiti, e mass media.
Ma non solo, il cinema del passato ci permette di approfondire concetti, comportamenti e tematiche sociali che forse solo oggi possono essere comprese appieno nelle loro molte sfaccettature, tanto erano innovative e avveniristiche allora. Solo forse oggi abbiamo gli strumenti adatti per capirne la portata.
Arianna Prevedello ci accompagna per mano tra i grandi capolavori della commedia hollywoodiana dei grandi registi da Blake Edwards, a George Cukor, a Howard Hawks, per citarne alcuni e non solo interpretati da Audrey Hepburn, ma anche da Katherine Hepburn, Norma Shearer, Vivian Leigh, Julie Andrews, figure femminili di forte impatto emotivo e carisma capaci di proporre modelli in cui le ragazze di oggi possono ancora identificarsi perché i sentimenti, le criticità, i desideri sono senza tempo.
Cosa c’è di meglio per rinsaldare legami affettivi tra madre e figlia che sedersi sul divano a guardare e commentare pellicole dell’età d’oro di Hollywood sontuose per sceneggiature, scenografie, abiti e musiche?
Il valore educativo di queste chiacchierate informali viene potenziato e se ne accresce l’impatto immaginifico, vero cibo per l’anima. Perché l’essere umano è complesso, la sessualità non ha un aspetto unicamente biologico di funzionamento di organi, ma ha una dimensione spirituale, etica, morale, che coinvolge tutta la sfera emozionale e sentimentale degli individui.
Bravo è chi sa definire a parole l’amore, o la femminilità, o la sofferenza di un tradimento, l’arte in un certo senso compie proprio questo miracolo dare forma tangibile a concetti differentemente esprimibili in altro modo.
Non vorrei che passasse il concetto che è un testo puramente tecnico, specialistico, difficile, si parla anche di conigli, di una madre sola che cresce la figlia, di quanto sia sbagliato stigmatizzare la sessualità maschile solo perché differente da quella femminile, e di molto altro.
Insomma una lettura molto ricca e anche divertente. Perché si può parlare di cose serie anche con il sorriso sulle labbra.

Arianna Prevedello è scrittrice, esperta di cinema e animatrice culturale in collaborazione con cinema, circoli cinematografici e associazioni. Ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova ed è stata vicepresidente nazionale di Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’ambito pastorale e formazione. 
Per San Paolo ha pubblicato La grazia di rialzarsi (2017) e Il corredo invisibile (2018).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.

:: La libraia di Auschwitz di Dita Kraus (Newton compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

26 maggio 2021

A soli tredici anni Dita viene deportata ad Auschwitz insieme alla madre e rinchiusa nel settore denominato Campo per famiglie (tenuto in piedi dalle SS per dimostrare al resto del mondo che quello non fosse un campo di sterminio): quello che conteneva il Blocco 31, supervisionato dal famigerato “Angelo della morte”, il dottor Mengele. Qui Dita accetta di prendersi cura di alcuni libri contrabbandati dai prigionieri. Si tratta di un incarico pericoloso, perché gli aguzzini delle SS non esiterebbero a punirla duramente, una volta scoperta. Dita descrive con parole di una straordinaria forza e senza mezzi termini le condizioni dei campi di concentramento, i soprusi, la paura e le prevaricazioni a cui erano sottoposti tutti i giorni gli internati. Racconta di come decise di diventare la custode di pochi preziosissimi libri: uno straordinario simbolo di speranza, nel momento più buio dell’umanità. Bellissime e commoventi, infine, le pagine sulla liberazione dei campi e del suo incontro casuale con Otto B Kraus, divenuto suo marito dopo la guerra. Parte della storia di Dita è stata raccontata in forma romanzata nel bestseller internazionale “La biblioteca più piccola del mondo”, di Antonio Iturbe, ma finalmente possiamo conoscerla per intero, dalla sua vera voce. La vera storia di Dita Kraus, la giovanissima bibliotecaria di Auschwitz, diventata un simbolo della ribellione, finalmente raccontata da lei stessa.

Otto e Dita Kraus, marito e moglie, entrambi insegnanti e scrittori, sono tra i pochi sopravvissuti ad Auschwitz. Già basta questa semplice frase per capire l’importanza e il valore di testimonianza dei loro scritti. Otto Kraus è noto per il romanzo Il maestro di Auschwitz ispirato alla sua esperienza nel campo di sterminio, mentre il libro edito quest’anno da Newton compton, La libraia di Auschwitz, scritto dalla moglie Dita Kraus non è un romanzo ma una vera autobiografia, più vicina alla saggistica che alla fiction. Dita nel suo libro, diviso in tre parti, ci parla nella prima parte della sua infanzia, della sua famiglia, dell’amore per i libri maturato in una famiglia intellettualmente vivace di socialisti cecoslovacchi che dava grande importanza all’istruzione, anche femminile; nella seconda parte ci parla del suo internamento ad Auschwitz; e nella terza della sua vita dopo la liberazione. Quello che colpisce di questo libro è l’assoluta mancanza di artifici retorici. Il volume è infatti caratterizato da una scrittura semplice, piana, diretta, frasi brevi ed essenziali che narrano un vissuto senza la volontà nè di commuovere nè di stupire. Dita ci narra semplicemente se stessa, con grande dovizia di particolari semplici, umili, quotidiani. Il linguaggio stesso è quotidiano, normale. E quando commuove, perchè ci sono frasi che colpiscono nel profondo, quasi non se ne accorge e con levità e grazia passa oltre. Se il cuore del libro è senz’altro la seconda parte dove viene narrato il periodo di internamento prima nel ghetto e campo di concentramento di Terezin, poi ad Auschwitz, poi in altri campi di lavoro in Germania, quello che mi ha davvero colpito, il vero messaggio del suo libro è il grande valore e l’importanza che ha l’educazione dei bambini e ragazzi. Quando le leggi razziali vietarono ai bambini e ragazzi ebrei di frequentare le scuole fortunosamente i genitori cercarono di far proseguire le lezioni in forma clandestina, fin quando era possibile, fino dentro ad Auschwitz stesso, come testimonia anche Otto Kraus nel suo romanzo, per cui non trovo fuori posto il titolo italiano dato al libro, (l’originale è A Delayed Life) sebbene nella realtà la parte dedicata a questa piccolissima biblioteca clandestina all’interno di Auschwitz sia molto limitata, giusto un accenno, ma significativo e importante. L’importanza dei libri, dell’educazione è fondamentale in qualsiasi circostanza, anche nei terribili frangenti che visse Dita tra persecuzioni, internamento, e lavori forzati. Il messaggio di questo libro quindi trascende il personale vissuto e si proietta oltre facendoci capire l’importanza di coloro che si dedicano all’insegnamento e alla cura dei più piccoli (i veri eroi di Auschwitz come li definisce l’autrice). Ne consiglio la lettura, specialmente nelle scuole, e a tutti coloro che vogliono conoscere meglio e più da vicino cosa fu l’Olocausto e che portata ebbe nelle vite di tante persone e famiglie. Traduzione di Laura Miccoli.

Dita Kraus nata a Praga nel 1929, è una soprav­vissuta all’Olocausto ed è la vera bi­bliotecaria di Auschwitz. Dopo la morte del marito Otto Kraus, autore di Il maestro di Auschwitz, avvenuta nel 2000, ha continuato la sua impor­tante opera di diffusione della verità. Vive in Israele.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonella dell’Ufficio stampa Newton Comptron.