Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.

:: Niente è come credi di Helen Callaghan (Corbaccio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

6 novembre 2018

Niente è come credi di Helen CallaghanNessuno è chi dice di essere, comincia così Niente è come credi (Everythings is Lies, 2018), il secondo romanzo della scrittrice inglese Helen Callaghan, edito in Italia da Corbaccio e tradotto da Chiara Brovelli, un psicothriller teso e claustrofobico che fa leva sulla paura più atavica di ciascuno di noi: non conoscere davvero le persone che vivono sotto il nostro tetto. Mariti, mogli, figli, genitori, parenti vari, amici. In questo caso Sophia, la protagonista, avrà una violenta doccia fredda quando inizierà a indagare sul passato dei suoi genitori, ma andiamo con ordine.
Sophia torna a casa dopo una notte passata a Londra e trova la madre impiccata a un grande castagno del giardino e il padre in fin di vita. Classico omicidio suicidio secondo gli inquirenti, e a parte il trauma e lo shock, Sophia non riesce proprio a credere che sua madre, timida e gentile, abbia tentato davvero di uccidere il compagno per poi suicidarsi. Non ci riesce proprio, il suo intuito le dice che è successo qualcosa di molto più terribile, se ancora fosse possibile, in quella villetta georgiana circondata dal verde e non lontana dal mare. E così inizia a indagare, per conto suo, e scopre un manoscritto: la madre aveva scritto nero su bianco dei quaderni per poi prendere contatto e accordi con un editore perché venissero pubblicati.
Non l’avesse mai fatto, si scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora, dalle conseguenze inimmaginabili.
Chi erano davvero i suoi genitori? Cosa nascondevano nel loro passato? Si erano mai amati sul serio? E soprattutto l’avevano mai amata? Particolari che prima sì le parevano bizzarri, ma su cui c’era sempre passata su, acquistano di colpo sinistre implicazioni, e unendoli il quadro si fa terrificante. La sua vita cade in pezzi, ma sa che deve scoprire la verità, e andare fino in fondo, perché è la sola strada per fare i conti con il passato e sperare in un futuro.
Il punto di partenza è molto interessante, ricco di possibili implicazioni e futuri colpi di scena, ed è il motivo stesso per cui ho deciso di leggere questo libro. Per scoprire quale era il mistero sotteso. Per capire dove la scrittrice sarebbe andata a parare. La narrazione è in prima persona, noi scopriamo passo passo quello che scopre Sophia, partecipiamo ai suoi dubbi, alle sue esitazioni, ai suoi rimpianti, ai suoi sensi di colpa, al suo “se l’avessi saputo, l’avrei potuto evitare”. Ma sì sa i segreti sono custoditi gelosamente, e la bolla di illusione di normalità e tranquillità forse siamo i primi noi a non volere che esploda. Comunque immaginatevi il peggio, alla povera Sophia non sarà risparmiato assolutamente niente, non voglio spoilerare, ma c’è di tutto proprio. Anche, se vogliamo, sempre sul tono di una puntata dell’Ispettore Barnaby. Insomma la provincia inglese e oscura e pericolosa, non fatevi mai ingannare dalle apparenze.
Un buon thriller per passare qualche serata in tutto relax. Se non siete troppo impressionabili, naturalmente.

Helen Callaghan vive a Cambridge insieme a Aleister, il suo criceto e a una montagna di libri. Autrice di racconti, è rappresentata dalla prestigiosa agenzia Green and Heaton che ha autori come Sarah Waters e Katherine Webb. Il suo primo romanzo, L’indizio, è stato un bestseller nelle classifiche inglesi e ha venduto 100.000 copie, Niente è come credi è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia Velentina dell’unfficio stampa Corbaccio.

:: Un’ intervista con Kara Lafayette a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2018

karaKara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?

R: Ciao Giulia, grazie di avermi ospitata. Dunque, innanzitutto no, non vivo in Trentino, ma in Alto Adige, in una piccola frazione di un paese in provincia di Bolzano, che recentemente Salvini ha definito splendido. Avrei giusto qualcosa da ridire in proposito, ma tralasciamo. Mi guadagno da vivere come educatrice nella scuola dell’infanzia, un lavoro duro e complicato, ma che mi piace sempre. Il mio nickname nasce dalla fusione di due personaggi appartenenti a due serie televisive, ai quali sono molto legata. Il primo è Kara Thrace di Battlestar Galactica (l’attrice è Katee Sackhoff) e il secondo è Lafayette Reynolds di True Blood (Nelsan Ellis, l’attore, è morto poco più di un anno fa). Sono entrambi dei personaggi forti, particolari, sui generis, se vogliamo. Puri nel loro essere autentici, anche – se non soprattutto – grazie alle loro imperfezioni. E poi sono bellissimi, carismatici. Non dico che mi ci riconosco, non voglio apparire presuntuosa. Semplicemente li amo e mi piace l’idea di averli uniti.

Da educatrice, a contatto con i bambini, pensi che faccia differenza avvicinarli anche molto piccoli ai libri, colorati, con bei disegni, con storie semplici e divertenti? Pensi che la mancanza cronica di voglia di leggere degli adulti, perlomeno in Italia, sia dovuta anche a una scarsa educazione alla lettura ricevuta? Che consigli daresti in questo senso? La scuola fa abbastanza?

R: Questo è un tasto dolente. Il compito principale di un educatore è quello di trasmettere ai bambini gli strumenti per vivere all’interno dei contesti sociali. Per stare in comunità, tra la gente, consapevoli delle proprie emozioni. Spesso mi sbalordisco di come questi strumenti non vengano suggeriti attraverso il fantastico. La magia della fantasia, in soldoni, è l’arma vincente per non soccombere ai problemi della vita. L’aumento delle famiglie disfunzionali, che faticano sempre di più a gestirsi autonomamente, dovrebbe far riflettere noi insegnanti sull’importanza di donare a questi bambini (sempre più soli, più insicuri, più fragili) dei salvagenti. La lettura di storie, delle fiabe specialmente, che si è un pochino persa, è imprescindibile per la formazione di un individuo. Qualche giorno fa, insieme alla mia collega, ho deciso di leggere ai bambini la versione di Hansel e Gretel di Neil Gaiman (che consiglio a tutti i tuoi lettori di acquistare), creando un’atmosfera adeguata. La storia di Hansel e Gretel, come tutti sanno, è una storia dell’orrore. E come tutte le storie dell’orrore che si rispettino, attraverso l’immaginazione affronta tematiche di vario genere. La versione di Gaiman, illustrata da Lorenzo Mattotti, è abbastanza lunga, le immagini sono in bianco e nero, a tratti quasi difficili da decifrare. Temevo fosse troppo per loro. L’hanno ascoltata tutti in assoluto silenzio, completamente rapiti. È stato un esperimento interessante, che ha avvalorato ciò di cui ti ho parlato all’inizio. Le emozioni non si devono descrivere, abbellire, edulcorare. E certamente non millantare. Emozioni, emozioni… Provocatele, piuttosto. Vivetele. E decifratele. Mi chiedo come possano riuscirci i bambini se gli adulti hanno smesso di farlo. E allora insisto: leggete, leggete storie fantastiche. Leggete Neil Gaiman, visto che l’ho menzionato, che ha molto più da dirvi di tanti altri serissimi autori. Leggete romanzi, fumetti, racconti. Non temete l’horror, il fantasy o la fantascienza. E se non sapete da dove iniziare, chiedete, informatevi. I bambini hanno bisogno di adulti che li capiscano e la via di comunicazione è il fantastico. Sarei anche stanca di dirlo, dopo quindici anni di lavoro.

Sei anche un’autrice indipendente, hai pubblicato su Amazon Il regalo, Cosa fare in città mentre aspetti di morire e Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici? Ce ne vuoi parlare?

R: Volentieri. Il Regalo è un racconto ispirato a Perfection, di Germano Hell Greco. Mi sono divertita a cimentarmi con la fantascienza (che per me è un genere estremamente complesso, per il quale nutro una sorta di reverenza), immaginando una storia nelle terre desolate inventate da Germano. La protagonista è una bambina speciale, che si ritrova catapultata nella cittadina di Little Wonder (sì, come la canzone di David Bowie), costretta a vivere con uno strano vecchio e una replicante adolescente. Quest’ultima è un personaggio presente anche in Starlite, il seguito di Perfection, scritto da Germano. Il Regalo è autoconclusivo (anche se in tanti mi hanno chiesto di proseguire, chissà), si può leggere tranquillamente senza conoscere Perfection e Starlite. Chiaramente io consiglio di leggere tutto lo stesso, che male non fa.
Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici è, invece, un racconto horror, uno slasher ambientato a Bolzano. Ho cercato di mischiare humor nero e horror, raccontando una storia di amicizia, vera e presunta, di umana miseria. Con ironia. O almeno, ci ho provato.
Cosa fare in città mentre aspetti di morire è la mia prima antologia, contenente sette racconti dell’orrore sempre ambientati nella mia fantasmagorica regione. Una regione un po’ emarginata, come se non fosse italiana, ché qui sono tutti tedeschi, ma non è così. Sento proprio l’esigenza di ambientare le mie storie qui, nell’ambiguità di una terra descritta come l’Eden, ma che è un agglomerato di contraddizioni. La raccolta presto sarà disponibile anche in versione cartacea, con un bonus track per chi desidera avere il libro da sfogliare e annusare. Ci sono molto affezionata, è stata la mia prima pubblicazione e devo ammettere che ne vado particolarmente fiera.

Hai mai valutato l’editoria tradizionale? Se un buon editore ti proponesse un contratto serio, con anticipo e tutto, lo prenderesti in considerazione?

R: Non ho mai preso in considerazione l’editoria tradizionale, un po’ per disincanto e un po’ perché adoro essere un’autrice indipendente. Se un editore mi facesse una proposta seria e fruttuosa, perché no. Ma dovrebbe vedersela con Amazon, in quanto a serietà e fruttuosità.

Oltre che autrice, sei anche blogger, Secondo Kara Lafayette è il tuo blog. È importante per un giovane autore avere un blog? Ti aiuta a conoscere meglio i tuoi lettori?

R: Certo che è importante. Comunicare è importante. Attraverso il blog, la pagina Facebook e Instagram, cerco di divulgare ciò che faccio e ciò che amo, con articoli, disegnini (perché il disegno è il mio primo amore), foto. Non mi piace molto mettermi in mostra, come fanno molti colleghi (e colleghe), il rischio secondo me è quello di creare un personaggio a discapito di ciò che si crea. Un po’ come finire nel minestrone di un grande fratello vip, dove tutti ti conoscono per il semplice fatto che appari, ma nessuno sa cosa fai realmente e quindi nessuno compra i tuoi libri, nessuno ti legge. Purtroppo questa è la tendenza, oggi. Se proprio decido di mostrarmi, preferisco farlo con autoironia, piuttosto che atteggiarmi a guru tracotante serietà, sparandomi le pose. Ti dirò, la vera invasione è questa, altro che migranti.

L’horror, con sfumature ironiche e bizzarre, è il genere che ti attrae di più?

R: Diciamo che è il genere che preferisco scrivere. Non so se riesco nell’intento, ma è sicuramente la linea creativa che prediligo.

Quali sono gli autori che ami di più, e quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?

R: Ti parrà bislacco, ma Pennac e i suoi Malaussène mi hanno influenzata moltissimo. È quel tipo di storia piena di personaggi strampalati e interessanti di cui vado matta. Per quanto riguarda il mio genere preferito, non so se mi hanno influenzato, ma sicuramente mi hanno arricchito: Clive Barker, Dan Simmons, Brian Keene, Shirley Jackson, Agota Kristof, Neil Gaiman. Tanti, tantissimi, non finirei più. Da qualche anno mi sono innamorata di Gillian Flynn, autrice che mi ha sconvolto letteralmente.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

R: È nata grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) a Germano. La scrittura ci ha fatti conoscere, incontrare e, pensa un po’, innamorare. Prima di incontrarlo mai avrei pensato di pubblicare una mia storia. Mi ha aiutata a credere in me stessa, migliorandomi giorno per giorno a suon di correzioni. Lui è un editor bravissimo, perché ti pone davanti ai tuoi difetti, senza ruffianaggini. Ho imparato molto da lui e dai nostri colleghi.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, e con chi?

R: Mi piacerebbe scrivere un libro con Lucia Patrizi. Perché mi misurerei con un’autrice che scrive romanzi eccezionali, oltre che con un’amica. Una grande amica.

Donne che scrivono horror non è raro trovarle all’estero, mi viene in mente la grande Shirley Jackson, in Italia lo è un pochino meno. Come te lo spieghi? Esiste una Stephen King donna, in Italia?

R: In Italia si è perso il rispetto del genere, se dici apertamente che ami l’horror ti guardano storto e ti rispondono che leggi “quelle robe lì, quelle cagate”. Non sanno di cosa parlano, ovviamente, e per me è triste questa abissale ignoranza culturale. Se leggessero Shirley Jackson, visto che l’hai menzionata, probabilmente si sentirebbero delle nullità. L’horror è il genere di cui vergognarsi, il compagno di classe cretino da bullizzare, il fratello storpio da segregare in soffitta. Non esiste nessuna Stephen King donna, in Italia, ma nemmeno uomo, se è per questo. Non c’è nessun autore italiano o autrice di tale portata che può permettersi di vivere di scrittura dell’orrore, con una bella casa sul lago, che sforna libri in serenità e il cui nome viene scritto a caratteri cubitali. Sarebbe bello, darebbe perlomeno speranza a tutti noi che aspiriamo a una carriera in questo campo.
Però abbiamo Michele Mari, che è un grande autore, che consiglio di recuperare. Di donne non me ne vengono in mente, ma se tu ne conosci ti prego, illuminami.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici letterari a recensire, o anche solo leggere, autoprodotti? O noti che è in atto un cambiamento. Cioè un “se il fenomeno non lo possiamo arrestare, almeno governiamolo”?

R: Più che ritrosia direi che è una questione di snobismo malcelato. Io non sono nessuno, ho scritto davvero poco e non faccio testo. Ma tantissimi miei colleghi autoprodotti, con all’attivo tantissimi titoli di qualità e che sono nel settore da anni e anni, meriterebbero di essere osannati dalla critica. Penso a un Alessandro Girola (ecco, lui dovrebbe essere a tutti gli effetti lo Stephen King italiano), che scrive tanto e bene, e ha, tra l’altro, sdoganato alcuni sottogeneri, essendo stato il primo in Italia a scrivere di kaiju. Ma siccome non ha il marchio di una casa editrice (anche microscopica, che magari non conosce nessuno e con la quale non si guadagna un tubo), allora non esiste. Il bello è che invece esiste e ha un seguito di lettori affezionati. Girola è solo un esempio. Io sono agli inizi, ma mi ci metto dentro con orgoglio: esistiamo, siamo in gamba e non molliamo. Per buona pace di chi ci vuole male.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

R: Un sacco di volte, cara Giulia, lo sconforto ha cercato di sopraffarmi. Non sono tanto le critiche che, se costruttive, possono essere degli ottimi feedback per crescere e migliorare, ma piuttosto l’indifferenza generale. E poi aggiungici lo stress e la stanchezza della vita quotidiana che, inevitabilmente, ti spezzano le gambe (io già le ho corte, figurati). Il trucco è amare quello che si fa e circondarsi di amici che ti capiscano. E continuare a progettare.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

R: Ho da poco iniziato Grotesque di Natsuo Kirino, l’autrice di Quattro casalinghe di Tokyo. Contemporaneamente sto rileggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello (se la Jackson fosse viva oggi le fischierebbero le orecchie), perché dopo la visione della splendida serie tv The Haunting of Hill House, mi è venuta voglia di rileggere tutti i suoi scritti. Poi toccherà a Buscafusco di Davide Mana, che ho avuto la fortuna di acquistare in italiano prima che lo ritirasse. Mi sento una privilegiata.

Per concludere, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando?

R: Ho preparato le illustrazioni di una storia per bambini scritta da Laura Stenico, interamente autoprodotta, il cui ricavato andrà in beneficenza. Come ti accennavo all’inizio, farò uscire su Amazon il cartaceo della mia raccolta Cosa fare in città mentre aspetti di morire con un racconto bonus e, se l’editor approva, pubblicherò un nuovo racconto horror ambientato, guarda un po’, in una scuola. E potrei anche non fermarmi qui. Nel frattempo collaboro con la rivista online dedicata al fantastico, Melange, e invito tutti i tuoi lettori a farci un salto e a seguirla (esistono anche la pagina Facebook e Instagram). Siamo un gruppo di loschi individui, ma pieni di sentimenti.

Spero di non aver ammorbato te e i lettori di Liberi di scrivere. Ti ringrazio infinitamente per l’inaspettata intervista, che mi ha lusingata e imbarazzata allo stesso tempo. ^^

:: Un’ intervista con Ben Pastor, autrice de “La notte delle stelle cadenti” a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2018

9294-3Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?

R. In effetti sono impegnata in un tour promozionale piuttosto articolato: Milano, Torino, Novara, Firenze, Bologna, Piacenza, Roma, Pescara etc. Sarò su e giù per l’Italia fino ad almeno metà dicembre. Ecco le prossime date:
7 novembre VERONA (Feltrinelli h. 18)
8 novembre BOLOGNA Libreria Coop Zanichelli h.18
16 novembre BERGAMO (Ponte Ranica, biblioteca comunale, rassegna Sellerio h. 20:45)
17 novembre MILANO Bookcity h. 17
18 novembre PIACENZA Palazzo Farnese Festival Profondo Giallo – h. 16:00
23 novembre VOGHERA – Festival Le forme dell’anima h 18
30 novembre PESCARA (Premio Flaiano)
8/9 dicembre ROMA (Più libri più liberi)
I luoghi delle presentazioni sono tra i più vari: librerie, biblioteche, fondazioni, circoli privati (ma aperti al pubblico) e persino un castello medievale. Quel che maggiormente mi piace è l’interplay coi lettori. Se appena posso, mi fermo a chiacchierare con gli astanti mentre firmo copie, e rimango sempre colpita dall’affetto inossidabile che dimostrano nei confronti dei miei personaggi. Ormai ci sono parecchi lettori (e lettrici) che su Martin Bora praticamente ne sanno più di me!

I tuoi romanzi, mi riferisco alla serie legata al personaggio di Martin Bora che conosco, sono opere molto particolari, da alcuni critici addirittura definite vicine al postmodernismo, sicuramente sperimentali per struttura narrativa, per circolarità (non andando in senso cronologico hai modo di utilizzare il tempo come un ulteriore personaggio), per il lavoro di ricerca nel confronto delle fonti più simile a quello dello storico che del romanziere, per la scrittura alta, letteraria, tridimensionale, polifonica, sebbene il personaggio di Bora predomini tra le tante voci. Di lui conosciamo i pensieri, gli scritti del diario, e lo vediamo dall’esterno filtrato da una narrazione in terza persona. Tutta questa complessità come si armonizza con l’apparente semplicità, freschezza, spontaneità che le tue storie trasmettono? In sintesi, come fai?

R. Come dico di frequente, confido nel “brodo primordiale”. I miei romanzi nascono spesso da un’immagine, una sensazione, o persino da un dialogo immaginario. Tutto apparentemente caotico. Ma poi questa materia magmatica inizia lentamente a ruotare, a raffreddarsi, a solidificarsi. Così, comincio a scorgere la statua nella pietra. Il resto, per citare Edison, è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè un duro lavoro di ricerca, documentazione e ripetuta stesura. E se essere postmoderni significa abbattere steccati di genere che ormai non hanno più senso, perseguendo una contaminazione narrativa che però non sia gratuita e badi anche alla qualità stilistica, allora sì, sono postmoderna. Quanto al mio rifiutare l’ordine cronologico, è perché non credo nella linearità del tempo, tanto più che, per citare Freud, nell’interiorità dell’essere umano il tempo non esiste.

Sempre tornando alla documentazione, al lavoro di confronto delle fonti, ti sei mai trovata davanti a  fatti o circostanze, importanti per l’economia del tuo romanzo, narrate o interpretate in modo contrapposto o antitetico da testimoni d’epoca, storici, scrittori. Come ti sei regolata?

R. La contradditorietà delle fonti è un fenomeno piuttosto frequente nella ricerca storica. Naturalmente è necessario un forte senso critico per vagliare e valutare qualunque informazione; tuttavia occorre anche una certa dose di quel quid impalpabile che si chiama “fiuto”. Talvolta anche le fonti più accreditate e in apparenza super partes nascondono reticenze e manipolazioni dei fatti di cui bisogna tener conto. Dopo qualche decennio di pratica storiografica (come nel mio caso), non è però difficile intuire dove la fonte voglia andare davvero a parare, e regolarsi di conseguenza.

È uscito il 4 ottobre, La notte delle stelle cadenti, il tuo ultimo libro, un libro bellissimo che ho avuto modo di leggere e che mi ha fatto venire voglia di ricominciare la serie da La canzone del cavaliere. Cosa ti ha ispirato a scriverlo?, quale è stato il lampo creativo che ti ha portato a volere far incontrare Martin Bora e Claus von Stauffenberg, capo della cosiddetta “Operazione Valchiria”?

R. Be’, è presto detto. Dopo quasi un ventennio di vita editoriale del personaggio (Lumen uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999), era giunto il momento che la fonte primaria di ispirazione per Martin Bora incontrasse il suo alter ego finzionale. Certo, nel romanzo Bora e Stauffenberg, pur rispettandosi, non vanno poi molto d’accordo, ma ritengo che questo dissidio fosse assolutamente necessario. Prima o poi bisogna dire addio ai propri maestri e incamminarsi sulla strada di una piena autonomia esistenziale, pur non dimenticandosi delle lezioni che questi ci hanno impartito.

Bora e Claus von Stauffenberg si incontrano (accenni a un precedente incontro a una gara ippica) un’unica volta nel romanzo, per pochi minuti. Bora vuole conferme e Claus von Stauffenberg anche (di non essere tradito). Bora non crede all’utilità di questo colpo di stato. Né pensa che abbia grandi possibilità di andare a buon fine. Come sei arrivata a far pensare questo al tuo personaggio? Una pace separata con gli Alleati non avrebbe potuto anche solo evitare l’invasione della Germania, e quindi altre morti e dolore per il popolo tedesco? Bora pensa che gli Alleati non avrebbero mai accettato, anche morto Hitler, per una colpa ormai collettiva, slegata dalla follia del Cancelliere del Reich?

R. Temo (e Martin Bora con me, oltre a parecchi storici) che la congiura del 20 luglio non avrebbe mai potuto avere successo. Questo per svariati motivi. Cito i principali: i congiurati erano divisi tra loro sulle prospettive future; non esisteva alcuna sponda politica presso gli Alleati; quest’ultimi non avevano alcun interesse ad accordarsi con un eventuale governo post-nazista (ormai era questione di qualche mese per vincere la guerra); non pochi dei cospiratori avevano fatto carriera grazie al regime hitleriano, sicché il loro tardivo risveglio anti-dittatoriale era scarsamente credibile. No, era davvero troppo tardi per tutto, sotto ogni punto di vista. Sicuramente resta l’esempio morale di Stauffenberg e compagni, ma tale esempio, purtroppo, non è servito assolutamente a nulla sul piano storico e politico.

Siamo nel luglio del 1944. Bora, lasciato il fronte italiano, è a Berlino, una città di macerie non solo fisiche ma anche morali, una città devastata dai bombardamenti alleati, dagli incendi frequenti che ne seguono, dalla penuria di beni e prodotti di prima necessità. Quando anche solo un pezzo di sapone diventa un bene di lusso. Come ti sei documentata per ricrearla? Hai visto anche documentari o film d’epoca come Germania Anno Zero di Rossellini?

R. Non sono andata a Berlino (città che peraltro conosco piuttosto bene), perché ormai non è rimasto praticamente nulla che risalga a quel periodo. Dopo un bel po’ di ricerche presso archivi e librerie specializzate, mi sono avvalsa di cartine topografiche risalenti all’estate del 1944, cercando di capire con la massima precisione cosa era ancora in piedi e cosa no, cosa funzionava ancora e cosa no. Ho sfruttato anche le cognizioni di alcuni storici della città, che ho doverosamente citato nei ringraziamenti. Devo però ammettere che è stato tutt’altro che facile. Sono occorsi mesi di lavoro per ricreare quella Berlino con la dovuta esattezza storica e documentaria.

L’amore in tempo di guerra ha valenze sue proprie: la precarietà della vita la si tocca con mano, come la provvisorietà, l’incertezza, la paura, i disagi, e tutto ciò fa sì che ci si aggrappi anche a persone incontrate per caso, che non si conoscono neanche bene. Penso al legame tra Bora e Emmy Pletsch e al loro folle progetto, che solo le circostanze renderà impossibile da realizzare. Bora ancora soffre per l’abbandono della moglie e vuole disperatamente ritornare ad amare, anche se alla fine bolla il tutto come un atto di egoismo maschile. Che importanza ha nell’economia del romanzo questa avventura?

R. Un’importanza fondamentale. Il mondo in cui Bora è nato e cresciuto sta cadendo a pezzi; il suo disgusto nei confronti del nazismo ha ormai toccato l’apice; i suoi principi morali sembrano non interessare più a nessuno; la sua fede nel cattolicesimo è vicina al grado zero. Date queste premesse, in lui si è fatalmente insinuato un istinto di morte; un fantasma nichilista che gli suggerisce che forse la soluzione migliore è farla finita una volta per tutte. Saranno proprio sua madre e la giovane Emmy Pletsch a trattenerlo da questo lato della barricata, dandogli almeno un barlume di speranza. In parole molto semplici, quando tutto ti crolla addosso l’unica ancora a cui puoi aggrapparti è l’affetto che gli altri provano per te.

Una domanda che ho sempre voluto farti è: perché scrivi questi romanzi in inglese? Hai un traduttore in italiano fantastico (Luigi Sanvito), ma non hai mai avuto la tentazione di scrivere una storia di Bora nella tua lingua madre?

R. Dopo oltre trentacinque anni di quotidianità negli Stati Uniti, la mia vera lingua madre è l’inglese, che oltretutto preferisco stilisticamente all’italiano. Detto questo, non mi auto-traduco per un motivo molto importante. È che mi conosco: se lo facessi, fatalmente mi metterei a riscrivere il romanzo, immergendomi in un mare di dubbi, incertezze e ripensamenti: questo passaggio funziona bene in inglese, ma in italiano lascia a desiderare… questo capitolo mi piace in inglese, ma mi sembra zoppicare in italiano… questa frase in inglese suona benissimo, ma in italiano la devo spezzare almeno in due… e così via. Il risultato sarebbe un romanzo diverso rispetto alla versione inglese, forse nel bene ma più probabilmente nel male. E poi i tempi di consegna all’editore si allungherebbero a dismisura! Ho ottimi traduttori non solo in italiano ma anche in altre lingue. Mi fido di loro, del loro sguardo esterno, della loro capacità di calare il mio inglese in un’altra lingua assai meglio di come potrei fare io, riducendo ai minimi termini (l’inevitabile) tasso di “tradimento” rispetto al dettato e allo spirito originali.

Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte?

R. Allo stato attuale c’è un certo interesse in Paesi non italiani (Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Parlo soprattutto della possibilità di una miniserie televisiva. All’estero, il fatto che Martin Bora sia un’antinazista che però milita fedelmente nell’esercito del Reich non desta alcun problema. In Italia, per motivi di ordine storico e culturale, ci sono ancora molte resistenze ad eleggere ad “eroe” un ufficiale della Wehrmacht. Il fatto è che il mio Martin Bora è… come dire… caratterialmente piuttosto lontano da Don Matteo, come pure da quel cinema “ombelicale” e campanilistico – senza offesa per nessuno – che sembra piacere in sommo grado ai produttori della Penisola.

Un’ultima domanda, ringraziandoti della tua disponibilità: stai scrivendo un nuovo romanzo con Martin Bora protagonsita? o anche solo puoi farci qualche anticipazione, in esclusiva, almeno sul periodo in cui si svolgerà?

R. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo con Bora. Il titolo provvisorio è “La sinagoga degli zingari” e l’azione si svolge nel 1942 sul fronte del Don, non lontano da Stalingrado. La storia è divisa in tre parti, con quella centrale situata durante l’assedio della città e un epilogo collocato qualche mese più tardi in territorio non sovietico. Accanto all’intreccio giallo e alle dinamiche del mondo privato di Bora (la madre, il patrigno, la moglie che non l’ha ancora lasciato), largo spazio verrà riservato ai rapporti problematici tra i principali “attori” presenti su quel fronte: tedeschi, italiani e romeni. Scherzando, potrei dire che per qualche verso si tratterà di un romanzo… multietnico!

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Recensione de “La notte delle stelle cadenti”

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

claus

La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

17 ottobre 2018

TimeaBentornato su Liberi di Scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. E’ appena uscito “Negli occhi di Timea”, il secondo e conclusivo capitolo del dittico iniziato con Nel posto sbagliato, ce ne vuoi parlare?

Nei due romanzi, che sono autonomi e si possono leggere separatamente, ipotizzo la presenza di un’unita segreta di polizia, la Red, che grazie all’ipnosi utilizza i cittadini alla stregua di telecamere di sorveglianza. Questo aumenta esponenzialmente il potere investigativo della squadra, inficiando però le libertà personali di chi deve proteggere. Anche per questo la Red, asservita al più alto potere politico, è tenuta nascosta ai cittadini.

Come entra in tutto ciò Timea?

Timea è un bambina di 5 anni. Oltre a questo sappiamo solo che è l’unica testimone di una tremenda mattanza dai risvolti internazionali. La polizia l’ha rinvenuta catatonica contornata da cadaveri. Come è arrivata Timea in un luogo così isolato? Dove sono i suoi genitori? Perché nessuno la cerca? La sua presenza lì è frutto di una tragica fatalità o esiste un motivo? Ma soprattutto cosa hanno visto i suoi occhi?

Un noir atipico: coniughi fantascienza, fantapolitica e analisi sociale. Cosa ti ha ispirato a utilizzare questo approccio?

Quello che mi ha spinto a narrare questa storia è stata la volontà di esplorare una dicotomia nata dopo l’11 settembre, quella tra privacy del singolo e sicurezza collettiva. Quando ho scoperto che in molti paesi del mondo l’ipnosi investigativa era una realtà consolidata ho capito che quella sarebbe stata la strada da seguire: uomini usati come telecamere di videosorveglianza. Volevo però che il mio romanzo mantenesse un forte impatto visivo, e l’idea di qualcuno sdraiato su una poltrona che sbiascicava ricordi non mi entusiasmava, così ho deciso di ricorrere all’uso dell’ologramma che rappresenta ciò che l’individuo (il POV) riporta sotto ipnosi. Questo ha fatto sì che il mio noir si ibridasse con la fantascienza.

Può essere considerato una distopia, pur sembrando tutto così realistico, quanta realtà contiene il tuo libro?

Il 90 % è realistico, nel senso di possibile. L’ologramma che rende visibili i pensieri è l’unica vera concessione fatta allo sci-fi. Quando ho scritto Nel posto sbagliato forse anche il modo in cui raffiguravo Roma, che nel libro chiamo “la metropoli”, era distopico. In quattro anni la mia visione della capitale e ciò che sta diventando si sono incontrate a metà strada.

C’è sottesa una critica feroce al mondo dell’intrattenimento televisivo di informazione. Programmi di cronaca, sensazionalistici e volgari, sono davvero un male così radicale, distorcono davvero l’opinione pubblica?

La mia è fiction, se rappresento un giornalista come un personaggio negativo non voglio dire che il giornalismo in sé sia marcio. Di certo, ma questo è la storia a dirlo non certo io, l’informazione è sempre stata un’arma nelle mani del potere, ogni totalitarismo se ne è servito. La manipolazione della verità è un’arma quando c’è in ballo il potere. E un romanzo che si prefigge di raccontare il gioco del potere non poteva certo non tenerne conto. Naturalmente ho trattato l’informazione in un modo che ho ritenuto adeguato ai nostri tempi e al mio modo di raccontare.

Mafia, criminalità comune, politica, servizi deviati, mass media, tutto un calderone infernale pieno di insidie, corruzioni, opportunismi e degradi morali. E’ uno specchio della società di oggi o solo un monito?

Preferisco immaginarlo come un monito, molto vicino alla realtà che percepisco. Affermati professionisti pronti a pagare baby prostitute, servizi segreti deviati, politici corrotti, mafiosi che per denaro avvelenano la loro stessa terra, non mi sembra di aver inventato nulla. Il potere corrompe, il potere per il potere.

Tema centrale del romanzo è la vendetta. Per uno scrittore cosa significa descriverla in tutte le sue sfumature?

Significa interrogarsi anche qui su un limite, su fino a dove un uomo, un personaggio, possa spingersi. Mettere su un piatto della bilancia sacrosanti motivi per cui ciascuno di noi si sentirebbe in diritto di vendicarsi, e dall’altra parte un prezzo altissimo da pagare, verso se stesso, verso la propria moralità, i propri valori, i propri affetti. Allontanarsi un istante e vedere da che parte si piega la bilancia.

Come è cambiato, come è evoluto il personaggio protagonista Vincent Tripaldi?

Vincent nel precedente romanzo era il commissario a capo della Red, credeva, o si raccontava, che quello che faceva era giusto, perché perseguiva la giustizia. Poi è stato usato, ha perso tutto, se si esclude la sua vita e quella di suo fratello Nicolas. Ora, in Negli occhi di Timea, gli viene data la possibilità di vendicarsi, ma a che prezzo? Quanto cambierà dipenderà proprio da questo, da quanto in là si spingerà per cercare la propria vendetta. Dalle scelte che farà, quello ci mostreranno cosa è diventato. Di più non posso dirti, è pur sempre un noir…

Il male e il bene non è più ben chiaro dove siano. E questo che deve fare il noir, insinuare il dubbio?

Non so se sia un dovere di tutti i noir, di certo è quello che cerco di fare io ogni volta che scrivo una storia. Sollevare dei dubbi, i dubbi nutrono la mente, le certezze sono noiose oltre che pericolose, e come narratore non mi interessano.  

Hai voluto dare una storia d’amore pure al cattivo della situazione (perlomeno uno dei tanti) mi riferisco al mafioso albanese. Ho trovato la cosa molto struggente, un lampo di tenerezza, pur con tutti i distinguo del caso, in un mondo di violenza e sopraffazione. Perché questa scelta? 

Per lo stesso motivo per il quale nei miei romanzi non ci sono eroi, personaggi largamente positivi con cui invito il lettore a riconoscersi, alla stessa maniera non troverete neppure il male assoluto. Ciascuno ha il suo spazio di umanità, la sua luce in fondo al tunnel, per quanto questo possa essere profondo.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Probabilmente, lo stanno traducendo in francese, per ora…

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Io non Esisto di Cristiana Carminati, Edizioni E/O.

Progetti per il futuro? 

Ho finito di scrivere due film, uno entrerà in produzione questo inverno, sarà il seguito (molto sui generis visto il largo scarto temporale) di Milano Calibro 9, quarant’anni dopo. Ho finito il mio primo romanzo per bambini, sto iniziando a lavorare ora al nuovo romanzo noir. Devo ultimare lo sviluppo di un progetto tv che ha vinto il bando SIAE/CSC dello scorso anno. Più altre due o tre cose più in alto mare…

:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’ inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.