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:: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2021

Ecco due nuovi libri per bambini, dai 7 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore, in maiuscolo e minuscolo, per lettori esperti: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino per avvicinare i più piccoli al ciclo bretone, soprattutto ai miti e alle storie leggendarie riguardanti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, una delle più famose saghe di sempre, caposaldo del genere fantasy.

Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi, questi due libri coloratissimi accompagnano i giovani lettori a immaginare un mondo tra il reale e il fantastico, ricco di nobili ideali, coraggio e amore per l’avventura.

Il coraggioso Artù, la bella Ginevra, Camelot, la magica Excalibur, Mago Merlino, il mago più potente e simpatico di tutti i tempi, diveneranno per i bimbi compagni di gioco e di avventura.

Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Piero Bulzoni cresce tra i fumetti finché non decide di farne a sua volta, formandosi ai corsi dell’Arena del Fumetto a Bologna. Popola le sue strisce di animali buffi come capibara, megattere, sphynx. Intanto continua a riempirsi la testa di storie e colori, passando dai libri per l’infanzia ai film d’animazione.

Antonio Mirizzi scrive e disegna fumetti; a volte li scrive e basta, altre volte li disegna solamente, e comunque più di tutto gli piace scriverli. Nel resto del tempo legge e studia i fumetti degli altri. È insegnante presso i corsi di Arena del Fumetto a Bologna, destinati anche ai bambini, e collabora con lo Studio Inventario.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore che come sempre ci invia in anteprima tutte le migiori novità per bimbi e ragazzi.

:: L’enigma del fante di cuori di Patrizia Debicke, Alessandra Ruspoli (Delos 2020) a cura di Giulietta Iannone

21 novembre 2021

Con la morte della regina Anna di Gran Bretagna, ultima sovrana del casato degli Stuart, a succederle giunge in Inghilterra il protestante George Louis von Hannover, asceso al trono col nome di Giorgio I. Sullo scenario delle sanguinose lotte di potere che mettono cattolici contro protestanti, e whigs contro tories, si sviluppa una congiura tessuta da quattro misteriosi cavalieri che prendono il nome dai 4 semi delle carte da gioco: il fante di quadri, il fante di fiori, e gli ancora più misteriosi fante di picche e il più pericoloso di tutti il fante di cuori. A difendere il re legittimo il suo consigliere e capo della sicurezza, il coraggioso e aitante Francis Dunn, Lord Donagall, protagonista indiscusso di questa emozionante vicenda a metà tra Dumas padre e Rafael Sabatini, in cui avventura, intrighi e combattimenti all’ultimo sangue si alternano anche a vicende più prettamente di corte tra intrighi dello scacchiere internazionale e faccende di cuore. Valore aggiunto della vicenda che impreziosisce una narrazione classica e solida, una grande attenzione per gli ambienti e i costumi dell’epoca, descritti con sfarzo, dovizia di particolari ed eleganza, frutto della grande documentazione e ricerca storica di costume di Alessandra Ruspoli, che con la madre Patrizia Debicke firma quest’appassionante thriller storico, scritto con gli ingredienti giusti per interessare gli appassionati di romanzi d’appendice, meglio conosciuti come feuilleton, con in più un tocco di spystory storica di sapore vintage, che accresce di fascino una storia senza tempo, romantica e nello stesso tempo avventurosa. Una lezione di stile anche per chi volesse iniziare a imparare a scrivere romanzi storici.

Patrizia Debicke ha pubblicato romanzi gialli, thriller, storici d’avventura, racconti ed e–book: L’oro dei Medici (Corbaccio – Tea), La gemma del cardinale (Corbaccio- Tea) e L’uomo dagli occhi glauchi(Corbaccio, ebook Odissea Digital), che ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir (12/2010). Al IX Premio Europa a Pisa, la Debicke ha ricevuto il Premio alla carriera. Per Todaro, ha firmato i romanzi La Sentinella del Papa e La congiura di San Domenico. Nel 2015 con Parallelo45 è uscito L’eredità Medicea e nel 2017, con DBooks Il ritratto scomparso. Con Delos Digital ha pubblicato anche i racconti Il segreto di Velasquez (2014) e La congiura Philippe le Bon (2014), nel 2018 il manuale Come si scrive un romanzo storico e il racconto Gli occhi di Courcelles.

Alessandra Ruspoli vive a Firenze. Da grande avrebbe voluto fare la strega… Ha lavorato nella Moda per Emilio Pucci e Jean Paul Gaultier. Ha collaborato con riviste come Capital, Modaviva, Uomo Harper’sBazaar, Aqua. Ha pubblicato il romanzo Dieci Piccoli Sette Nani, scritto con Lucio Nocentini. Ha organizzato le mostre “L’Arcadia di Arnold Boecklin” e “Rodolphe Toepffer: Invito al viaggio e Invenzione del fumetto” con il Consolato di Svizzera a Firenze. Convegnistica e Marketing per Reconta Ernst & Young a Firenze. È diplomata in Trompe l’Oeil e Decorazione d’Interni a Palazzo Spinelli a Firenze. Arredamento e Interior Design in campo alberghiero. Appassionata di vini e Sommelier. Adora le civette…

:: Un’intervista con Edi Lazzi, Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino, autore di “Buongiorno, lei è licenziata” (Edizioni Gruppo Abele) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2021

Buongiorno Edi, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te legato sia al lavoro che alla tua vita.

Sono torinese, ho 50 anni, sposato da 23 e ho due figli Arianna di 20 anni e Amos di 19. Ho conseguito due lauree una in Scienze Politiche e l’altra in Scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro conseguita alla facoltà di giurisprudenza.

Per quanto riguarda il lavoro attualmente ricopro l’incarico di segretario generale della FIOM-CGIL di Torino il sindacato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici. Un lavoro che mi appassiona e mi permette di contribuire a delle giuste cause a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori di questo importante settore economico. È da quando ho 14 anni che mi occupo di politica e di sindacato, prima come militante e attivista poi dai 29 anni, come lavoro a a tempo pieno.

Certo, è un periodo difficile in quanto il lavoro è sempre più svalorizzato, precario, insicuro, ma proprio per questo ci metto tutto l’impegno possibile per provare a migliorare la condizione di coloro che per vivere devono lavorare.

Sei l’autore di Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale (Edizioni Gruppo Abele 2021) un interessante volume che raccoglie le esperienze di 10 donne, lavoratrici del settore automotive della zona Torino e hinterland, che anche dopo trent’anni di lavoro, a un passo dalla pensione, hanno perso il lavoro e si sono dovute reinventare una vita. Come le hai conosciute? Le hai contatate tu, o si sono presentate spontaneamente saputo della tua intenzione di scrivere questo libro?

Sono tutte donne straordinarie che lavoravano nelle aziende che in questi anni abbiamo seguito come FIOM-CGIL, di cui abbiamo gestito le vertenze per difendere l’occupazione, per garantire gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito. Purtroppo, queste vertenze sono state moltissime, soprattutto a Torino, città profondamente in crisi economica e industriale. Quando ho avuto l’idea di scrivere il libro, ho chiesto ai delegati sindacali interni di farmene conoscere alcune per intervistarle e così sono state individuate le dieci storie raccontate in buongiorno, lei è licenziata..

Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E come hai deciso di scegliere le testimonianze di lavoratrici donne. Il lavoro femminile è ancora più penalizzato in questo periodo di crisi industriale e sociale?

L’idea nasce da una ricerca che abbiamo condotto sul numero dei posti di lavoro persi, delle fabbriche che hanno chiuso nel nostro territorio a partire dall’inizio di questa crisi che perdura ormai dal 2008. Dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, non possono essere considerati semplicemente un dato statistico perché ogni licenziamento porta con sé delle storie di vita. Allora abbiamo deciso di raccontarle, per parlare con l’opinione pubblica, per mettere in risalto l’importanza del lavoro, per provare a ricercare soluzioni a questa devastante crisi. Ci siamo concentrati sulle donne poiché sono loro che stanno pagando il prezzo più alto. Le donne fanno più fatica degli uomini a ricollocarsi, le aziende a parità di mansione e qualifica preferiscono assumere gli uomini. È assurdo, siamo nel terzo millennio, ma purtroppo è così!

Il periodo delle lotte sindacali degli anni ’70 e ’80 sembra finito per sempre, i lavoratori hanno sempre meno diritti e sempre più oneri. È una sensazione reale o c’è dell’altro?

È assolutamente reale, le lotte sindacali degli anni ’70 hanno avuto un riflusso dettato dalla predominanza di idee economiche e politiche favorevoli alla deregolazione del mercato del lavoro, alla sua svalorizzazione. Hanno cambiato le leggi che tutelavano le lavoratrici e i lavoratori rendendoli più deboli e ricattabili. La libertà di movimento dei capitali e la globalizzazione hanno poi dato il colpo finale.

Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena, questi sono i nomi delle donne coinvolte, una riflessione è d’obbligo: sono state molto coraggiose a riportare alla memoria periodi della loro vita molto dolorosi. Perchè la perdita di lavoro è un “lutto” e come il lutto va elaborato. A Torino esistono strutture che supportino econimicamente e anche psicologicamente chi perde il lavoro?

A Torino, come in tutta Italia, non esistono strutture in grado di aiutare chi ha perso il lavoro. I centri per l’impiego non funzionano correttamente e i percorsi di out placement, come viene raccontato dalle donne protagoniste del libro non sono in grado di dare una mano concreta alla ricollocazione.

Mi ha colpito soprattutto, nel leggere le testimonianze, che la perdita del lavoro non è solo una perdita economica e di sostentamento materiale, ma lede anche componenti etiche e morali più profonde, impedisce a queste donne di sentirsi parte di una comunità, impedisce a queste donne di partecipare attivamente con il loro lavoro al bene comune. Ha colpito anche te?

É sicuramente uno degli aspetti che mi ha fatto maggiormente riflettere. Una delle protagoniste esprime con forza questo concetto quando dice che «il lavoro è vita, nel lavoro c’è la realizzazione della persona, c’è l’identificarsi nella comunità e si contribuisce al bene comune».

Quando ti portano via il lavoro, ti portano via una delle parti fondamentali dell’esistenza umana.

Le esperienze di vita di queste donne sono le più diverse: ci sono donne single, madri di famiglia, donne che hanno perso il lavoro assieme ai loro mariti, per cui di colpo è mancato ogni reddito per il nucleo familiare. La perdita del lavoro genera un concatenarsi di eventi, legati a chi dipende dal lavoro delle lavoratrici, penso soprattutto ai figli, e mi viene in mente il ragazzo che voleva annullare la sua festa di compleanno. Come vivono questo “lutto” i familiari del lavoratore che perde il lavoro?

È un dramma che colpisce tutto il nucleo famigliare, soprattutto quando il licenziamento lo subisce l’unica che porta reddito nella famiglia. In questi anni abbiamo visto molti casi di persone licenziate in famiglie monoreddito che si sono trovate spaesate, impaurite sul futuro. Una condizione di questo tipo ha, inevitabilmente impatti su tutta la famiglia anche sui figli, che rendendosi conto della situazione, cercano di dare come possono il loro supporto. I bambini, i ragazzi sono coinvolti emotivamente e psicologicamente perchè percepiscono la grande difficoltà che la famiglia si trova ad attraversare e hanno anche paura per il loro futuro. Concetti che nel libro sono raccontati in modo lucido dalle protagoniste.

Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Pensi sia da rielobare tutta un’etica del lavoro?

Nel libro tocchiamo anche questo argomento, soprattutto nell’introduzione. L’etica del lavoro deve essere rivista. Al centro delle politiche devono esserci i soggetti e non gli oggetti che si producono. Interrogarsi sulle scelte delle aziende che delocalizzano, semplicemente per guadagnare qualche euro in più e nel contempo privano del lavoro centinaia di famiglie, è un argomento che dovrebbe essere approfondito dai decisori politici al fine di evitare che queste cose accadano. Così come puntare sulla riconversione ecologica può rappresentare un buon volano per creare nuova occupazione. Insomma da fare ce ne sarebbe molto, è che bisognerebbe implementare nuove politiche economiche che al momento non sono minimamente prese in considerazione.

Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Come si potrebbe sensibibilizzare i dirigenti industraili sui limiti e le necessità di una ridefinizone di obblighi e considerazioni non solo economiche ma anche etiche?

Sensibilizzare i dirigenti industriali la vedo davvero dura perchè hanno il mandato dagli azionisti di massimizzare i profitti in qualunque modo e nel più breve tempo possibile. Servirebbero invece delle leggi di emanazione nazionale e comunitaria che mettano delle regole e dei limiti alle aziende sui processi di delocalizzazione, soprattutto per quelle che hanno ricevuto dei sussidi da parte dello stato..

Chiude la carrellata la testimonianze di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa. Sei ottimista, c’è ancora spazio per la speranza?

Stiamo continuando a portare avanti questa battaglia per evitare che i 400 addetti vengano licenziati alla fine di quest’anno. L’unico modo per scongiurare questa ulteriore tragedia è che il governo decida di creare una società mista pubblica/privata con un progetto realistico di reindustrializzazione di quel sito. Altre vie, purtroppo non ce ne sono. Noi come sempre saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

Grazie della tua disponibiltà.

:: Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2021

Edi Lazzi (segretario generale della Fiom – Cgil di Torino) in Buongiorno, lei è licenziata, edito da Edizioni Gruppo Abele, con prefazione di Francesca Re David, raccoglie le testimonianze di 10 donne, lavoratrici, che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi dell’auto e di declino industriale che hanno colpito Torino e il suo hinterland. Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena raccontano la loro esperienza personale legata al vero e proprio “lutto” che si vive e si cerca di elaborare quando si riceve la cosiddetta fatidica lettera di licenziamento. Vero e proprio lutto dicevo, perché il lavoro è vita come dice una delle testimoni, con conseguenze sia economiche che psicologiche e sociali, accompagnato da rabbia, incertezza, senso di perdita, crisi di identità e di ruolo, e di senso della vita. Fasi comuni, sebbene le esperienze di lavoro e di vita siano tra le più diverse, affrontato nei modi più diversi, ma sempre con grande senso di responsabilità e determinazione. Perché per le donne se vogliamo è ancora tutto più difficile. Colpisce poi soprattutto la generosità di queste donne disposte a ricordare periodi così dolorosi delle loro vite, perché la loro testimonianza sia di aiuto ad altri che hanno vissuto o temono di vivere le stesse esperienze. Molti non ce l’hanno fatta, dopo il licenziamento alcuni sono arrivati a vivere condizioni così forti di stress e di disagio da tentare il suicidio, a volte riuscendoci. Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Perchè non si può fuggire sempre lasciando solo dietro di sé rovine sociali ed economiche. Perchè è necessaria una riqualificazione e una ridefinzione di una piattaforma comune guidata da scelte etiche e solidaristiche e una riscoperta della comunità come punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda il territorio. Chiude la carrellata di testimonianze quella di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa, un raggio di speranza che per una volta si possa concludere positivamente per i lavoratori, per le imprese e per il tessuto sociale ed economico tutto.

Edi Lazzi Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino. Entrato in fabbrica come operaio, promuove la costituzione in azienda del sindacato Fiom-Cgil, di cui diventa delegato. In seguito è impegnato come funzionario sindacale nella zona ovest di Torino per poi seguire la Carrozzeria di Mirafiori. In veste di responsabile per tutto il gruppo Fiat a Torino, gestisce molte delle vertenze dell’ultimo decennio sul territorio. Ha conseguito due lauree, una in scienze politiche, l’altra presso la facoltà di giurisprudenza in scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: “Non capisco questo silenzio”: Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari di Fabio Geda (Baldini Castoldi 2010) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2021

Apriamo la rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso paese parlando di un libro molto bello, sincero e poetico, nonostante la drammaticità di alcune parti, scritto da Fabio Geda che in realtà trascrive l’esperienza raccontata direttamente da Enaiatollah Akbari prima bambino, poi adolescente, poi giovane uomo, in viaggio dall’Afghansitan all’Italia.

Quando inizia questa storia Enaiatollah Akbari è un vispo e intelligente bambino di circa 10 anni, non si può conoscere l’età precisa perchè nel suo paese, nella provincia di Ghazni, non c’è un vero e proprio registro delle nascite. Vive con la mamma, il fratello, la sorella, e le zie in un villaggio dell’Afghanistan di nome Nava, che significa grondaia, a sud di Kabul, e impara presto che la sua gente, la sua etnia, gli hazara sono mal visti e perseguitati sia dai Talebani (che non sono solo afghani, ma raccolgono militanti da tanti paesi diversi) che dai pashtun (afghani seguaci dell’Islam sunnita, mentre gli hazara sono sciiti). La morte di suo padre attaccato dai briganti mentre trasportava un carico di merci per i suoi padroni segna l’inizio dei problemi per la sua famiglia. Anche il carico è andato perduto e come risarcimento i suoi padroni vogliono avere in cambio Enaiat come schiavo. Per salvarlo, la vita in Afghanistan è difficile e pericolosa per tutti ma per lui ancora di più, la madre lo porta clandestinamente in Pakistan e lo lascia solo, prima di ritornare al suo villaggio. Inizia per Enaiat una vita da adulto, può contare solo su di sè e sul suo lavoro, ma è vispo e intelligente ve l’avevo anticipato e anche fortunato se la sa cavare e oltre a incontrare gente odiosa, incontra anche gente gentile, generosa e alcuni amici. Come arriva in Italia? É una lunga storia che raccoglie come granelli di sabbia ben quattro anni della sua vita. Dal Pakistan passa in Iran, poi in Turchia, in Grecia e infine miracolosamente arriva in Italia, a Torino, lasciando dietro di sè tanti compagni di viaggio meno fortunati. Ma Enaiat ha dentro di se un sogno, un grande desiderio che lo tiene in vita: quello di riabbracciare sua madre. Ci riuscirà? Bisogna seguire il suo viaggio per scoprirlo. Enaiatollah Akbari è la voce narrante in prima persona di questo viaggio, Fabio Geda si limita a trascrivere il suo flusso di parole e a intervenire con domande e brevi commenti, ma è la voce di Enaiatollah Akbari che narra questa incredibile avventura che è stata la sua vita. Enaiatollah Akbari lo conosciamo bambino, una bambino come tanti, che ama giocare a Buzul-bazi e a pallone, in Iran il venerdì quando aveva qualche ora libera dal lavoro raggiungeva altri coetanei per giocare a questo gioco. E furbo, ironico, non perde mai il sorriso anche nei frangenti più drammatici della sua vita e quando viene a contatto con la crudeltà del mondo. Come quando perde il suo maestro, dagli occhi buoni, ucciso dai Talebani che consideravano la sua scuola contraria al volere di Dio. E commuove vederlo in Pakistan passare accanto a una scuola per sentire il vociare dei bambini e il suono della campanella, che può ascoltare solo oltre a un muro. Colpisce poi lo stile poetico, e la mancanza di odio o desiderio di rivalsa di questo bambino, ragazzo, uomo che scopre che non tutto è buio, che non tutto è oscurità e dolore, ma ci sono anche persone generose come la nonna greca che lo accoglie in casa, gli fa fare la doccia, gli dà vestiti puliti e 50 euro, tanti angeli che Enaiat incontra sul suo cammino e gli consentono di arrivare alla fine del suo viaggio. Ma non voglio svelarvi tutte le perle preziose di questo libro, dovete leggerlo da soli, vi commuoverete, vi arrabbierete, piangerete, sorriderete e imparerete a conoscere davvero uno dei tanti che sui giornali conoscete solo con i nomi di clandestino, immigrato, senza permesso di soggiorno. O peggio come numeri di asettiche statistiche, mentre sono persone con sentimenti, con vissuti spesso drammatici, e bagagli di umanità che possono arricchire anche la nostra di vita.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Un’intervista con Andrea Cotti a cura di Giulietta Iannone

21 settembre 2021

Benvenuto Andrea e grazie per aver accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni: parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Buongiorno, in realtà quasi tutto di me è raccolto nella domanda successiva. Posso aggiungere che ho vissuto a Roma, alla Garbatella, per quasi quindici anni, che ho ancora una casa a Roma e che tifo Roma fin dal 1982 anche se sono nato a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna. Ho un cagnone, un pastore maremmano, che si chiama Vic.

Sceneggiatore, editor, scrittore di romanzi per ragazzi, autore radiofonico e televisivo, una vita dedicata alla scrittura. Quando è nato il tuo amore per i libri? Ricordi il primo libro che hai letto da solo?

Il primo libro che ho letto da solo è stato “Ninja” di Eric Van Lustbader. Avevo sedici o diciassette anni, non sono stato un lettore precoce. Ma andatevi a cercare il romanzo, leggete la prima scena, e capirete perché da lì in poi non ho più smesso.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo mille lavori, come nella più pura tradizione o hai già da subito trovato occupazioni legate alla scrittura?

Non ho fatto mille lavori, ne ho fatto uno solo: il libraio. Per cinque anni ho gestito la mia libreria nella piazza principale di San Giovanni in Persiceto. Solo dopo ho fatto il salto, ho mollato la libreria e ho cercato di vivere con la scrittura.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato sono state tantissime, da Roberto Roversi, poeta, che lesse alcune mie cose da ragazzino, e anzichè stroncarmi mi incoraggiò. Giampiero Rigosi e Carlo Lucarelli quando mi hanno chiesto di lavorare assieme a loro alla fiction su Coliandro. E per finire Giancarlo De Cataldo che mi ha dato un paio di dritte fondamentali per Il Cinese.

Hai adattato crime fiction di successo tra cui la serie de L’ispettore Coliandro. Raccontaci qualche aneddoto buffo legato alla serie. E poi come è lavorare per la televisione?

Lavorare per la televisione è stimolante ma anche faticoso e stressante perchè devi rendere conto di ciò che scrivi a tantissime persone che a loro volta tentano di imporre una loro visione. Ci sono gli editor interni alla produzione, poi gli editor di rete, e il responsabile della fiction della rete stesse. Tutte persone che intervengono su quello che scrivi, e questo alla lunga può essere stancante.

Tranne che per Coliandro.

Nel senso che scrivere Coliandro è stata una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto, anche perchè di solito le riunioni di sceneggiatura erano pranzi a casa di Carlo Lucarelli che proseguivano nel pomeriggio e diventano cene, mangiando, bevendo, a facendo a gara (proprio come avrebbe fatto Coliandro) a chi la sparava più grossa.

E ora parliamo finalmente del tuo nuovo libro L’impero di Mezzo, da poco uscito per Rizzoli, seguito de Il Cinese. Una storia di ricerca delle proprie origini, di legami familiari, di estraneità, di confronto tra culture ma anche di indagini. Come è nato il tuo interesse per il mondo cinse?

È nato da ragazzino, assieme alla mia passione per le arti marziali e a un primo viaggio in Cina nel 1990, quando avevo diciannove anni.

Raccontaci la tua Cina. Quando l’hai visitata cosa ti ha colpito di più?

La Cina di oggi è completamente, totalmente diversa da quella del 1990, e quello che più mi ha colpito sono queste megalopoli da più di venti milioni di abitanti: sterminate, spaventose, ma anche a modo loro affascinanti.

Un importante imprenditore italiano è morto precipitando dal diciassettesimo piano di un parcheggio a Wenzhou, così inizia la tua storia. Il rapporto Italia – Cina è molto più sfaccetattao e complesso di quanto si immagini, non parlo solo dei legami economici e commerciali, ma anche di quelli sociali e culturali. Come ti sei documentato?

Studiando tanto. Leggendo documenti, rapporti, articoli economici e socioeconomici. E poi, appunto, andando di persona a guardare le cose da vicino.

Parlaci del tuo personaggio principale il vicequestore Luca Wu. Come è nato?

Wu nasce dall’incontro con un importante sinologo italiano, Francesco Sisci, che ho incontrato su suggerimento di Giancarlo De Cataldo. È stato Sisci a regalarmi l’intuizione che il mio personaggio avrebbe dovuto essere sì un poliziotto, ma un poliziotto cinese nato in Italia.

E del personaggio della poliziotta cinese Yien Bao Yi cosa ci racconti?

La Yien è l’eccezione che conferma la regola. È una poliziotta cinese, e in Cina i poliziotti tendono a essere quasi degli automi per il modo in cui si attengono agli ordini ricevuti e svolgono i loro compiti. La Yien no. Anche lei è fedele a un sistema, e crede in quell’insieme di regole, ma a differnza degli altri è capace di pensare con la sua testa. E tra lei e Wu il rapporto avrà uno sviluppo interessante…

Sembrano perfetti per uno sceneggiato televisivo, non trovi?

Sembrano perfetti, sì. Non dico altro…

E l’interesse per le arti marziali? Era già vivo prima della stesura dei romanzi, immagino. Pratichi qualche tipo di arte marziale?

Sì, come dicevo sopra è stato l’interesse per le arti marziali a farmi avvicinare alla cultura cinese. Io ho praticato karate, e poi soprattutto Ving Tsun, la stessa arte marziale che pratica Wu.

Progetti per il futuro?

Prima di ogni altra cosa, scrivere il prossimo romanzo di Luca Wu. Chi è arrivato alla fine de L’Impero di Mezzo sa perchè…

:: Review Party: Quelli che uccidono di Angela Marsons (Newton Compton, 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2021

Il calo improvviso delle temperature porta con sé la neve e un fagottino avvolto in uno scialle lasciato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Chi abbandonerebbe un bambino per strada con un freddo simile? È questa la domanda che tormenta la detective Kim Stone, formalmente incaricata di prendersi cura del neonato fino a che non verranno allertati i Servizi Sociali. E la notte è ancora lunga: una telefonata di emergenza richiama la detective in servizio. Kelly Rowe, una giovane prostituta, è stata assassinata nel quartiere di Hollytree. Le brutali ferite sul corpo sembrano suggerire che l’omicidio sia frutto di un raptus o di una rapina, ma Kim è sicura che quelle labbra livide, se potessero, racconterebbero un’altra storia. Quando altre prostitute vengono uccise in rapida successione, appare chiaro che i delitti sono collegati e nascondono qualcosa di inquietante. Nel frattempo prosegue la ricerca della donna che ha abbandonato il suo bambino, ma quello che all’inizio sembra un gesto disperato assume via via contorni sempre più sinistri. Per Kim Stone e la sua squadra comincia così una discesa negli abissi più oscuri dell’animo umano, che li porterà ad addentrarsi in una spirale di sangue e barbarie. Forse questa volta la verità è più spaventosa di ogni immaginazione…

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone ha già venduto 4 milioni di copie, e comprende Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue, Le verità sepolte (Premio Bancarella 2020), Quelli che uccidono e il prequel Il primo cadavere. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per saperne di più: www.angelamarsons-books.com

Urla nel silenzio (Silent Scream) segnò il debutto dell’autrice britannica Angela Marsons e della sua fortunata serie poliziesca dedicata alla detective Kim Stone, che consiglio senza remore a tutti gli amanti del giallo di ambientazione contemporanea inglese. Seguirono Il gioco del male (Evil Games, 2015) da me recensito su questo blog, La ragazza scomparsa (Lost Girls, 2015), Una morte perfetta (Play Dead, 2016), Linea di sangue (Blood Lines, 2016), Le verità sepolte (Dead Souls, 2017), e oggi 6 settembre 2021 esce in Italia sempre per Newton Compton il settimo della serie Quelli che uccidono (Broken Bones, 2017), tradotto dall’inglese da Erica Farsetti. Definita da Antonio D’Orrico la regina del giallo, con buona pace di Agatha Christie, Angela Marsons, che intervistammo nel 2016 quando uscì Il gioco del male, è senz’altro un’autrice da tenere d’occhio e non solo per le sue vendite da bestseller ma soprattutto per il suo sguardo attento alla società inglese, soprattutto verso le classi più disagiate che sopravvivono isolate in casermoni dormitorio tra assegni sociali e attività criminose, e la grande umanità che traspare dalle sue pagine, incarnata nel bel personaggio di Kim Stone, una poliziotta con l’anima si potrebbe definire. Quelli che uccidono è la sua nuova indagine, in cui alcune giovani prostitute vengono uccise, e Kim si trova anche costretta a prendersi cura di un neonato abbandonato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Come per ogni thriller è bene non svelare troppo della trama, ma rifacendomi a quello che ho detto all’inizio è la grande umanità della protagonista a guidare l’azione. E la curiuosità di scroprire la verità e cosa c’è dietro alla morte di queste ragazze dalla vita così tragica e disperata costringe il lettore a voltare le pagine aspettandosi il peggio, e quello che trova alla fine è ancora peggiore delle sue più fosche aspettative. Da sempre attenta alle condizioni della donna, anello più debole della società alla quale viene per la maggior parte dei casi fatto carico dei figli, Angela Marsons sa narrare una storia piena di buio ma ricca anche di spiragli di luce, che oltre a intrattenere fa riflettere sul difficile mondo che ci circonda, per alcuni senza via di scampo. Il mercato del sesso, il traffico di esseri umani su cui veri criminali ci lucrano impunemente, fanno da sfondo a una storia di indagine, nella quale spesso le vittime si confondono con i carnefici. Angela Marsons scava nelle ragioni che spingono le persone a deviare, ragioni quasi sempre rintracciabili nell’infanzia, per cui è così importante crescere in ambienti sani, affidati a genitori anche affidatari responsabili. Nell’infanzia si costruiscono quelle basi e quei legami che saranno così importanti nella vita adulta. Spesso abusi, violenze, ingiustizie corrompono la base stessa dei valori su cui si baseranno le fondamenta di una vita, come succede in questa storia, così ben narrata dall’autrice, capace di mantenere uno sguardo empatico anche su chi da vittima si trasforma in assassino.

Source: epub inviato dall’editore scopo Review Party.

:: C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Una sera che la melanconia prende le ossa

nella desolata osteria dei marinai sulla foce

tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore

delle sabbie,

non volgere l’occhio al mare spento

e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,

ma guarda la notte che cresce di grilli

e di stelle

a coprire i deserti del cuore.

Foce del Cinquale, luglio 1942

Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.

Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.

Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.

:: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Oggi vi parlo di altri due volumi della bella collana Gallucci Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet, entrambi per bamini dai 6 anni in su, il primo raccontato da Silvano Mezzavilla e illustrato con vivaci immagini a colori da Maria Luisa Petrarca, e il secondo raccontato da Roberto Calogiuri e illustrato da Raffaella Bolaffio.

Sempre grandi classici condensati e illustrati per l’infanzia seguendo un progetto di lettura facilitata per tutti, in stampatello maiuscolo, dyslexia friendly.

Mentre Tartarino sogna l’avventura in paesi esotici seduto sul suo divano, il Gigante si ravvede e da egoista diventa gentile facendo finire l’inverno e tornare la primavera. E il sorriso dei bambini.

Due storie deliziose, raccontate per stimolare la fantasia e il desiderio di avventura, anche nei più piccoli. Le immagini sono divertenti e buffe, capaci di coinvolgere e aiutare nella comprensione del testo.

Nelle pagine finali poi troverete sempre attività e giochi legati alla comprensione del testo.

Silvano Mezzavilla vive e lavora a Treviso come giornalista e sceneggiatore di fumetti. Ha ideato e diretto la manifestazione Treviso Comics e ha curato varie mostre di fumetti in Italia e all’estero. Con Gallucci ha pubblicato tre albi per bambini.

Maria Luisa Petrarca  è una giovane illustratrice nata a Caserta. Affascinata dagli animali, alleva rettili e insetti da ogni parte del mondo per studiarli e osservarli ore intere. D’altronde sin da piccola desiderava avere uno zoo! Ora sogna di diventare per magia un piccolo geco. 

Roberto Calogiuri è nato a Trieste nel 1959. Abita in una casa coloratissima, da dove si vede il mare, con la moglie, tre gatti e un riccio. Ha sempre scritto racconti per grandi, ma la nascita della figlia Tullia gli ha fatto venire il desiderio di inventare storie per i più piccoli. La passione per la musica lirica e sinfonica gliel’ha trasmessa il nonno, che era direttore d’orchestra e suonava il pianoforte sulle navi. Con i disegni di Nicoletta Costa, ha pubblicato I tre porcellini (Nuages) e Il gatto di Beethoven (Gallucci). Il suo sogno segreto è quello di fare il falegname.

Raffaella Bolaffio ha illustrato un centinaio di libri per bambini pubblicati in Italia. Vive con il suo cane in un paese vicino a Trieste, dove ama lavorare ascoltando musica.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Gallucci editore.

:: Un’intervista con Enrico Franceschini a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2021

Benvenuto Enrico su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Questa intervista verterà principalmente sul suo libro “La fine dell’impero” che raccoglie i suoi reportage dall’allora Unione Sovietica tra l’agosto 1990 e il dicembre 1991 apparsi per Repubblica. Inizierei per prima cosa a chiederle di presentarsi, di raccontarci brevemente qualcosa di lei e di come è nato il suo amore per il giornalismo.

“E’ nato leggendo le cronache sportive del Resto del Carlino, il quotidiano della mia città, Bologna, da bambino: ero tifoso del Bologna e l’edicolante recapitava il giornale a casa ogni mattina, infilandolo sotto la porta, così prima ancora di andare a scuola correvo a prenderlo e lo leggevo facendo colazione. Da lì, e dall’amore per il calcio e poi per il basket, è sbocciato il desiderio di fare il giornalista, dapprima sportivo, quindi negli anni universitari non solo sportivo: ho iniziato a scrivere sui giornali locale a 17 anni, a 24 sono partito per l’America come freelance, cioè senza alcun contratto e con quattro soldi in tasca, e da allora in un certo senso non sono più tornato in Italia, se non per le vacanze, diventando corrispondente di Repubblica quattro anni più tardi e girando il mondo per lo stesso quotidiano, con sede a New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove continuo a vivere”.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

“E’ cambiato come la differenza tra la vecchia Fiat 500 e la Nuova 500 a motore elettrico e magari presto pure che si guiderà da sola, ovvero è cambiato tutto, ma la sostanza resta la stessa: raccogliere notizie e raccontare la realtà nel modo più imparziale possibile”.

La fine dell’impero – Viaggio al termine dell’Unione Sovietica è un documento eccezionale, lei ha potuto assistere in prima persona alle fasi finali di un regime che ha bene o male cambiato le sorti del mondo. Quale è il suo ricordo più vivo della Russia sovietica?

“Ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno, ma provo: l’intervista con Mikhail Gorbaciov il 26 dicembre 1991, nel suo ultimo giorno al Cremlino dopo le dimissioni. Non capita spesso a un giornalista di essere testimone della storia, ancora meno di incontrare da vicino i personaggi che fanno la storia, ma quel giorno mi accadde”.

Come decise di partire per l’Unione Sovietica? Quale erano i suoi sentimenti di allora? Ripensando a quegli anni c’era più inconsapevolezza, o avvertiva che stava succedendo qualcosa oltre la cortina di ferro?

“Ero in America da dieci anni. Mi attirava la perestrojka di Gorbaciov. E mi attiravano i grandi romanzi russi di Tolstoj e Dostoevskij che avevo letto da ragazzo. Infine mi attirava il percorso analogo compiuto da grandi giornalisti italiani che avevano raccontato la Russia prima di me: Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Enzo Bettiza, Paolo Garimberti, Demetrio Volcic. Arrivando a Mosca sapevo, come tutti, che stava succedendo qualcosa di grosso, ma nessuno immaginava che in poco più di un anno sarebbe scomparsa la superpotenza comunista”.

Lei ha incontrato i principali attori di quel frangente così particolare: Gorbaciov, Eltsin, Likachev, il capo del Kgb, ma anche la nuora di Trotzkij e tanta gente comune, operai, contadini, benzinai, poliziotti, soldati. Chi l’ha particolarmente colpita, in bene o in male?

“Più di tutto mi hanno colpito le donne: le babushke, le nonnine, piccole donne, esili, anziane, spesso malate, che avevano resistito a tutto, come la nuora di Trotzkij appunto, o come la soldatessa che aveva chiuso il cranio di Hitler in una scatola portandolo da Berlino a Mosca alla fine della Seconda guerra mondiale, o come l’amante di Pasternak che passò il manoscritto del dottor Zhivago a Giangiacomo Feltrinelli. Donne eccezionali, sopravvissute alla guerra, allo stalinismo, al declino della stagnazione brezneviana e al caos successivo. Fragili ma indistruttibili, per me l’anima della Russia sono loro, le eroine che hanno mandato avanti la nazione. Perché la Russia è femmina, come le matrioshke, le bamboline del folklore infilate una dentro l’altra”.

Chi era più sognatore secondo lei tra Gorbaciov e Eltsin?

“Gorbaciov, perché aveva il sogno di poter riformare il comunismo, di passare dal totalitarismo alla democrazia mantenendo il consenso per lo stesso sistema. Eltsin, più realista, aveva capito che era impossibile: la gente detestava il vecchio sistema sovietico e voleva cambiare. Anche se purtroppo il cambiamento si è poi arrestato e le speranze di allora sono state tradite”.

Gorbaciov alla fine si professava ancora sinceramente socialista, in che misura secondo lei il suo credo politico era sopravvissuto all’esperienza sovietica? Era convinto, e pensa lo sia tutt’ora, che socialismo e democrazia possano convievere? Certo sarebbe una domanda da porgere direttamente a lui, ma lei che impressione ha avuto su questa riflessione?

“Ho intervistato Gorbaciov molte volte e non mi pare che abbia cambiato idea. In parte ha ragione: il socialismo può essere democratico. Ma non probabilmente il socialismo ereditato dall’Urss, che era qualcosa di diverso, un sistema comunista oppressivo, una grande prigione”.

Prima della caduta dell’Unione Sovietica, la gente, la gente comune che legami aveva con la memoria di Stalin e Lenin?

“Gli anziani, in particolare chi ha combattuto la Seconda guerra mondiale, veneravano soprattutto Stalin, vedendo in lui il leader nazionalista che aveva salvato il Paese dall’invasore nazista, come la Russia del generale Kutuzov aveva respinto Napoleone. I giovani non venerano né Lenin né Stalin, sono molto simili ai loro coetanei occidentali, e in loro sta la speranza che la Russia di Putin abbia un avvenire migliore del suo presente”.

Dove si trovava durante il cosidetto golpe rosso? Come filtravano le notizie, e quanto influì sullo svolgimento di quella transizione solo apparentemente pacifica?

“Ero in ferie in Italia, ma una telefonata del mio redattore capo Paolo Garimberti alle 7 del mattino, messo in allarme da Lucia Annunziata, all’epoca nostra corrispondente da Gerusalemme, che aveva sentito la notizia alla radio militare israeliana, solitamente molto bene informata, mi tirò giù dal letto e mi fece prendere il primo aereo per Mosca, in tempo per seguire i tre giorni di quel golpe fallimentare, che tuttavia contribuì a provocare nel giro di sei mesi la fine dell’Urss”.

Oltre che giornalista è anche scrittore, ci parli della sua vita da romanziere. Quale è l’ultimo suo libro pubblicato?

“Oltre a numerosi saggi come questo sulla fine dell’Urss, ho pubblicato mezza dozzina di romanzi, quasi tutti gialli, come l’ultimo: ‘Ferragosto’, un thriller ambientato sulla Riviera romagnola, con un giornalista in pensione improvvisato detective che dà la caccia al tesoro nascosto a Riccione da un romagnolo tristemente famoso, Benito Mussolini”.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

“Il mio prossimo libro, in uscita a dicembre, parla di un famoso scrittore americano e della sua città, ma per ragioni di scaramanzia non voglio aggiungere altro”.

:: Katitzi nella buca dei serpenti di Katarina Taikon (Iperoborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2021

Katitzi nella buca dei serpenti della scrittrice svedese per l’infanzia Katarina Taikon è il terzo episodio della saga ispirata alla storia personale dell’autrice di origini rom, che Iperoborea pubblica nella collana i Miniborei, tradotta da Samanta K. Milton Knowles.
Katarina Taikon ha scritto ben 13 libri con protagonisti la piccola Katitzi e la sua vivace famiglia e Katitzi nella buca dei serpenti ci racconta parte della sua infanzia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui le truppe di Hitler minacciavano di invadere la Svezia mettendo a rischio ebrei e rom.
Ma Katitzi è una bambina vispa e vivace affronta tutto con buffa allegria e fantasia, le difficoltà della vita come le limitazioni e i pregiudizi che le impediscono per esempio di frequentare la scuola svedese o anche solo di abitare in una casa con pareti e soffitto costringendola a vivere in un carrozzone itinerante in giro per la Svezia.
Katitzi non si arrende e nonostante la povertà e il lavoro a cui sono soggetti anche i bambini riesce a fare anche amicizia con alcuni svedesi illuminati che vedono in lei semplicemente una bambina e non qualcuno che appartiene ad un’etnia da isolare e discriminare.
Come finisce in una buca di serpenti?
Ah, questo lo scorpirete leggendo il libro divertente, ironico, anche amaro per certi versi ma capace di illuminare dall’interno la vita e l’infanzia della protagonista che ha deciso di raccontarsi ai lettori bambini perchè convinta che se si vuole davevro cambiare le cose e combattere contro stereotipi e ingiustizie bisogna partire proprio da loro, a cui sarà affidato il mondo di domani.
Un libro per ragazzi certo ma indicato anche agli adulti che rispettano e considerano il mondo dell’infanzia. Un classico della letteratura da poco riscoperto.

Katarina Taikon (1932-1995) è stata una scrittrice e attivista svedese con radici rom. Come molti altri rom della sua generazione, non ha frequentato la scuola e ha dovuto imparare a leggere e scrivere da adulta. Pubblicata tra il 1969 e 1980 e diventati anche una serie tv, i libri di Katitzi sono dei classici della letteratura per l’infanzia in Svezia al pari di molti libri di Astrid Lindgren ed è stata di recente riscoperta in tutta la Scandinavia. Nel 2019 Katitzi ha ricevuto il premio Orbil dell’Associazione librerie indipendenti per ragazzi e il premio Scelte di classe come miglior libro per ragazzi nel 2018.

Samanta K. Milton Knowles, laureata in Studi Interculturali con una tesi sulla traduzione cinese di Pippi Calzelunghe e in Scienze Linguistiche con una tesi dal titolo “Tradurre Astrid Lindgren”, lavora come traduttrice editoriale dallo svedese, dall’inglese e dal danese dal 2014. Oltre che con Camelozampa, collabora con case editrici come Iperborea, Salani, Fandango, Rizzoli, Beisler, Bohem Press, Feltrinelli, Marsilio e UTET. È responsabile del controllo della qualità delle traduzioni italiane delle opere di Astrid Lindgren per conto della società degli eredi della grande scrittrice svedese, la Astrid Lindgren AB. Da febbraio 2019 è uno dei membri della segreteria di StradeLab, associazione nazionale di traduttori editoriali affiliata al sindacato Strade SLC-CGIL. È rielaboratrice e curatrice della versione definitiva italiana di Pippi Calzelunghe, pubblicata da Salani nel 2020, in occasione del 75esimo anniversario della prima pubblicazione del romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

:: Trentino di Guido Laino (Morellini 2021) a cura di Giulietta Iannone

3 luglio 2021

Perché non scegliere l’Italia quest’anno come meta delle vacanze estive per un turismo responsabile e low cost? E se come me prediligete la montagna al mare c’è un territorio che fa al caso vostro: il Trentino, ricco di borghi tipici, chiese, castelli, fortificazioni, fonti termali e natura incontaminata. Quando ho letto che Morellini ne avrebbe fatto una guida mi sono detta che non potevo perderla e così ora che la sfoglio sono davvero contenta di aver trovato il tempo per leggerla. Non sono mai stata in Trentino, ogni tanto vedo la pubblicità in televisione ma immaginavo che oltre il marketing ci fosse molto altro e non sono stata delusa. La guida, scritta da Guido Laino per la collana Insider (si può scaricare anche una versione interattiva con una semplice applicazione) è di facile consultazione e ricca di foto a colori dei posti più insoliti e interessanti. Non conoscevo per esempio la storia del Simonino, piuttosto tragica a dire il vero ma singolare legata alla comunità ebraica di Trento, come non conoscevo la leggenda dell’aquila di pietra. L’autore inserisce infatti inserti storici e di colore locale che arricchiscono il testo in cui non mancano indicazioni su dove mangiare, o dormire, o fare shopping. Se poi amate fare trekking troverete sentieri, itinerari escursionistici di pregio ideali per chi predilige il contatto diretto con la natura. Potrete scoprire il Trentino gastronomico e come affrontare una vacanza con i bambini, perché si è molto investito per il turismo per famiglie. La guida è divisa in sei parti: un introduzione, Trento, Verso Bolzano, Verso Bassano, Verso Verona, e Verso Brescia. Ognuno può così creare il suo itinerario, seguendo le facili indicazioni della guida. Può organizzare una vacanza invernale nei centri sciistici, ma credo che il suo meglio lo dia in estate tra cascate, laghetti alpini, e panorami mozzafiato. Poi non potete perdervi le Dolomiti, patrimonio Unesco, e la leggenda del re degli gnomi Laurino e il suo giardino delle rose. Ecco sfogliando questa guida scoprirete tante cose curiose, oltre che i bellissimi scenari naturali di cui questa regione è ricca. E le specialità dalla grappa trentina alle mele della Val di Non (curioso l’aneddoto legato a Tolstoj). Insomma se decidete di partire per il Trentino, zaino in spalla e scarponcini comodi, procuratevi questa guida indispensabile, che vi consiglio senza esitazione. Buone vacanze!

Guido Laino ha studiato letteratura fino al dottorato di ricerca (in contemporanea nordamericana), poi ha cominciato a dedicarsi a tempo pieno al lavoro culturale e artistico ed è libero professionista dal 2008. È attivo in molti e diversi ambiti, dalla scrittura al teatro, dal cinema alla divulgazione; si occupa di processi culturali condivisi e di progettazione e scrittura collettiva di eventi e spettacoli. Nel corso degli anni ha collaborato in territorio trentino con molti diversi enti, istituzioni, musei e associazioni.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Morellini.