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:: Il destino americano di Luigi Bonanate (Nino Aragno Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateIl ruolo statunitense nel mondo è al centro dell’ultimo saggio di Luigi Bonanate dal titolo quanto mai evocativo Il destino americano (Nino Aragno Editore). Un testo singolare nella sfera delle Relazioni Internazionali che focalizza la sua attenzione nell’ambito circoscritto dell’analisi della politica estera in quanto tale di un unico soggetto, per quanto eccezionale come possono essere gli Stati Uniti d’America.
Innanzitutto c’è da chiarire un concetto necessario per la comprensione del testo e delle motivazioni che hanno spinto l’autore a scriverlo: non è un libro sulla storia della politica estera nord americana. Si parte infatti dall’assunto che chi lo legge già la conosca, anche solo a grandi linee ricavando le proprie nozioni dalla lettura dei giornali, dei saggi di approfondimento, dei manuali storiografici. Insomma questo è un testo specialistico in cui non troverete un mero elenco di avvenimenti, date significative, punti di svolta, ma più analiticamente una storia di idee, di concetti tratta da lettere, discorsi, pagine di diario, delle persone che come si suol dire hanno fatto la storia americana.
È un saggio a tesi, infatti tutto concorre a dimostrare che il mito dell’alternanza tra impegno internazionale e isolazionismo americano non ha ragione di esistere.
Da sempre gli Stati Uniti d’America hanno avuto una visione, se non proprio una cosciente missione autoimposta, di governance mondiale. Questo espansionismo prima territoriale, ricordiamo tutti lo spirito di frontiera tanto decantato dal cinema hollywoodiano, poi quando ogni granello del territorio nord americano era stato raggiunto, planetario, non è mai venuto meno in nessuna fase di questi oltre due secoli di storia.
Questa posizione predominante non è certo solo dovuta da una cosiddetta superiorità intellettuale o culturale, ma è suffragata da contingenti realtà più materiali: l’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia.
Finita poi la minaccia comunista, eccezionale strumento di controllo politico, con il crollo nell’ 89 del muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico, e la conseguente fine del sistema politico internazionale bipolare, gli Stati Uniti si sono trovati esattamente dove volevano essere: al centro del sistema liberal democratico internazionale.
Certo con la fine dell’Unione sovietica gli USA hanno celebrato il loro trionfo, ma altre sfide, altre minacce si sono profilate subito dopo all’orizzonte. Punto di svolta sicuramente è stato l’11 settembre del 2001, in cui diciamo i festeggiamenti post 89 ebbero definitivamente fine e le sfide del terrorismo internazionale cambiarono equilibri, alleanze e strategie.
Che poi il successivo declino USA, quasi che la spinta propulsiva verso un eterno progresso si fosse interrotta, ha portato il paese verso la perdita dello status di massima potenza mondiale, altri stati si stanno attivamente dando da fare per subentrare, è un’altra questione non approfondita nel testo, ma che sicuramente resta sullo sfondo e apre nuove ipotesi di studio e di analisi.
Dunque questo libro ripercorre i quasi 250 anni della storia “esterna” degli Stati Uniti fino alle apparenti manovre pubbliche di disimpegno dell’attuale presidente americano, che tuttavia neanche lui limita i suoi interventi all’estero, la questione iraniana è sicuramente un esempio recente e molto significativo.
Infine l’autore termina il libro analizzando le prospettive future e augurandosi che questo suo lavoro sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarandosi poco propenso all’ottimismo, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso comuni, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire: ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione.

Luigi Bonanate è professore emerito nell’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Ha insegnato Relazioni internazionali per più di 40 anni, e tiene corsi alla Scuola di studi superiori Ferdinando Rossi dell’Università di Torino, alla Facoltà di Scienze strategiche e a quella teologica dell’Italia settentrionale. Il suo primo libro era stato La politica della dissuasione (1972); i più recenti Anarchia o democrazia (2015) e Dipinger guerre (2016). Per i tipi di Aragno ha curato l’edizione di scritti di H. de Balzac, R. Rolland, R. Serra, D. Galimberti e L. Rèpaci, N. Revelli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Nino Aragno.

:: L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini (Exorma Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2020

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Un senso struggente di mancanza accompagna la lettura de L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini, Exorma Edizioni. Un libro interessante sotto molteplici punti di vista, di piacevolissima lettura e nello stesso tempo concettualmente complesso e multiforme.
Se vogliamo tutto si basa su un pretesto, che di pagina in pagina diventa un fitto mistero che prende consistenza, forma e importanza.
Premetto che ormai sono più che convinta che davvero Josif Džugašvili visitò Venezia nel 1907, insomma Emanuele Termini ha fatto un buon lavoro, mi ha convinto portando in dote per suffragare la sua tesi (alcuni la potrebbero definire strampalata) più che altro un vagabondare incerto tra calli, biblioteche e memorie private seguendo indizi quanto mai vaghi, che si intrecciano tra loro, si perdono, scolorano come se un’abile mano avesse premurosamente cancellato ogni traccia.
Ma il vero e il verosimile si confondono, la storia documentabile e documentata dà spazio e una leggenda che si prende la rivincita e si perde nei contorni fumosi di un mondo misterioso e occulto, quello dei rivoluzionari e degli anarchici di inizio Novecento per lo più dediti per necessità alla clandestinità e al crimine.
Insomma Josif Džugašvili forse andò davvero a visitare il Monastero di San Lazzaro degli Armeni per incontrare qualcuno, per consegnare qualcosa, per portare a compimento un’impresa molto segreta a beneficio della causa, l’abbattimento dell’Impero zarista dei Romanov e il trionfo della Rivoluzione socialista, prima di recarsi a Berlino per discutere sempre segretamente con Lenin di attentati, assalti alle Borse Valori, espropriazioni, per portare soldi alla causa (metodi avversati dai vertici e dalla dirigenza dell’epoca).
Congetture, ipotesi, farneticazioni, se la vita è narrazione anche la storia lo è e sebbene debba essere suffragata dai fatti, dalle prove documentabili e scientificamente certe, che non diano adito a dubbi, spesso ci sono zone d’ombra in cui indagare è molto simile al dibattersi in una palude di dubbi e vicoli ciechi.

La storia è così, si può perdere, si può cancellare buttando nella spazzatura quello che sembra inutile. La storia è nelle mani di chi la vuole conservare, nelle mani di chi la ama e la cura, la storia è nella fatica di chi le dedica del tempo per metterla in ordine e custodirla, di chi la protegge dall’erosione del tempo, dall’acqua salmastra e dall’incoscienza. La storia è nelle mani di chi le vuole bene.

Il fascino di questo libro, come del personaggio storico ingombrante e controverso di cui si parla, sta nella capacità dell’autore di farci appassionare a un fatto si potrebbe dire marginale della storia che in realtà diventa centrale per le mille implicazioni che sa evocare. Josif Džugašvili coi suoi mille pseudonimi, quando non era ancora un personaggio di primo piano nel bene e forse più nel male, ci viene presentato di riflesso, con i suoi mille segreti, che probabilmente resteranno tali per sempre.
Ma il tarlo del dubbio ormai si è insinuato anche nelle nostre menti, anche noi vogliamo sapere. Magari tra anni, in un libro letto casualmente troveremo altre tessere di questo affascinante puzzle, più simile a un labirinto, altri riflessi, altre angolazioni e ci improvviseremo anche noi detective, come ogni storico in fin dei conti è.
Forse una lettera di Ingrao, dimenticata in un libro polveroso, accennerà al mistero, a quando dissuase un giornalista curioso da approfondire le sue ricerche. Forse un padre Mechitarista troverà un diario di un confratello in cui si accenna al motivo ultimo di quel viaggio.
Forse una foto ingiallita testimonierà un incontro imprevedibile ed esplosivo.
Forse questa storia resterà un continuo divenire, di cui forse mai scorgeremo una conclusione.
E se invece scoprire il vero motivo del viaggio, se viaggio veramente ci fu, di Josif Džugašvili potesse cambiare la prospettiva con cui guardiamo la storia? Dando ragione e rendendo giustizia infine all’autore detective di questo libro così singolare e avvincente di cui caldamente vi consiglio la lettura.

Emanuele Termini è nato, vive e lavora in Friuli Venezia Giulia. Grande viaggiatore, si è laureato in Lettere all’Università degli studi di Udine ma fra le sue tante e varie attività ce n’è solo una, per ora, che riguarda la letteratura, infatti questa è la sua prima opera ed è un ottimo inizio.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna Maria Ufficio stampa Exorma Edizioni.

:: Il potere del Nunchi di Euny Hong (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2020

1Durante queste vacanze natalizie ho letto un libro molto interessante dal titolo Il potere del NunchiL’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole. Il sottotitolo mi aveva un po’ spiazzato, ma chiarisco subito non è un manuale per persuadere gli altri a fare quello che volete, anzi lo spirito del libro è decisamente diverso. Euny Hong l’autrice ci apre le porte più segrete della sua cultura e ci insegna come stare bene con gli altri, e nello stesso tempo come fare stare bene le persone che ci circondano, siano amici, colleghi di lavoro, parenti, conoscenti occasionali. L’educazione coreana si basa su questi principi, e gli stessi genitori coreani più che le buone maniere insegnano ai figli, già da molto piccoli, come affinare questi super poteri basati sull’intuito, il buon senso, la fiducia, l’armoniosa ricerca di una vita comunitaria felice. Tanti sono i consigli, tutti incredibilmente semplici e alla portata di tutti, dall’importanza di saper tacere, alla capacità di connettersi con la mutevolezza delle relazioni umane. Ci insegna a fidarci delle prime impressioni, a non sottovalutare l’intuito, spesso oscurato dalla troppa razionalità. Ci insegna che quando entriamo in una sala piena di gente interagiamo con un ecosistema delicato e complesso, in continua evoluzione. E noi dobbiamo imparare a evolvere con lui, adattandoci ai mutamenti e rispettando le sensibilità e i sentimenti altrui. Sembrerà strano leggere che ferire qualcuno senza intenzione è più grave che farlo intenzionalmente, o ci metterà in imbarazzo scoprire che anche le migliori intenzioni non bastano a vivere in armonia con gli altri per perseguire il successo e la felicità. Ci insegna che correre in una direzione perché tutti gli altri lo fanno può salvarci la vita, come ci insegna che l’ignoranza non è una giustificazione, e bisogna conoscere le culture e le usanze delle comunità anche nuove in cui si ha l’occasione di vivere. Ci insegna che noi non siamo il centro del mondo, che non tutto ruota intorno a noi, ma siamo un piccolo granellino di sabbia nella spiaggia corallina dei rapporti umani. Imparare a scegliere il proprio partner, i propri amici, i propri dipendenti o soci in affari non sono cose da poco, anzi sono centrali nelle nostre vite. E questo libro ha il pregio di indicarci un percorso da seguire per migliorarci e migliorare i nostri rapporti con gli altri. Traduzione di Laura Miccoli.

Euny Hong si definisce una ninja del Nunchi. È cresciuta negli Stati Uniti e in Corea del Sud ed è spesso ospite dei media come commentatrice della cultura coreana. Ha collaborato con «New York Times», «Washington Post», «Times» e «Financial Times». Parla francese e tedesco e attualmente vive tra New York e la Francia. Per saperne di più: www.eunyhong.com

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Newton Compton.

:: Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka e Marion Ruggieri (Ponte alla Grazie 2020) a cura di Giulietta Iannone

13 gennaio 2020

Ritorno a Birkenau di Ginette KolinkaGinette Kolinka, nata Cherkasky, è una degli ultimi sopravvissuti tra i pochi deportati che sopravvissero ai campi di concentramento nazisti. Oggi ha 95 anni, e la lucidità e il brio di una donna che ha lavorato tutta la vita, aveva un banco di maglieria al mercato con il marito, e solo dopo essere rimasta vedova ha iniziato a parlare del suo passato. Un passato difficile: a soli 19 anni lasciò Parigi con il padre, un fratellino e un nipote diretta, pensava lei, verso un campo di lavoro tedesco in Polonia. Arrivò invece a Birkenau. L’idea che i campi di concentramento e sterminio fossero campi di lavoro era un’ idea diffusa, orchestrata attivamente dalla propaganda nazista che aveva creato anche campi fantoccio, con belle sale areate, biancheria pulita nei dormitori, e tutti i confort per portare in visita i delegati della Croce Rossa nei loro giri di ispezione. Ma Birkenau era un’altra cosa. E la giovane Ginette lo scoprì amaramente a sue spese e sulla sua pelle. Più grande di Auschwitz, (secondo una stima con una superficie pari a quella di 325 campi da calcio), era un immenso campo di sterminio dotato di efficienti camere a gas e forni crematori che trasformavano in cenere i corpi delle vittime. Se non l’avesse visto con i suoi occhi forse anche lei non ci avrebbe creduto. Era tutto troppo orribile per crederlo vero. Credere che l’odio e la malvagità umana fossero così reali e portassero l’uomo contro l’uomo, fino a queste derive di indicibile crudeltà. Ginette, con l’aiuto della giornalista francese Marion Ruggieri, ne ha voluto lasciare testimonianza scritta di questa esperienza nel libro Ritorno a Birkenau, caso letterario l’anno scorso in Francia, e ora dal 9 gennaio disponibile anche in Italia per Ponte alle Grazie, tradotto da Francesco Bruno. Un testo breve, meno di un centinaio di pagine, essenziale, brutale se vogliamo nella sua semplicità e autenticità. La sporcizia, le botte, i maltrattamenti, le violenze gratuite subite, la mancanza di umanità dei carcerieri tutto è descritto “senza fronzoli” come ama dire Ginette. È un testo doloroso, un breve excursus all’inferno, esorcizzato dal potere delle parole, dal potere catartico della memoria condivisa e tramandata alle nuove generazioni perché prendano coscienza di cosa è avvenuto, perché non si ripeta. Presto di testimoni diretti non ce ne saranno più, ma resteranno queste memorie scritte, e il ricordo dei giovani che hanno conosciuto Ginette e l’hanno ascoltata. Toccherà a loro farsi carico di questo compito per tramandarlo a figli e nipoti. L’ascolto diretto di queste memorie è caratterizzato da un’assoluta mancanza di retorica, il dolore provato è stato troppo grande per poterselo permettere, e questa autenticità giunge incredibilmente forte e potente anche a chi legge questo libro. In un’epoca di revisionismi e negazionismi vari è essenziale accogliere opere come questa, capaci di infrangere le barriere della diffidenza e della indifferenza. Nel rispetto delle vittime, nel rispetto della verità storica, nel rispetto dei giovani che cercano sinceramente di capire, di conoscere, per costruirsi un modello etico su cui basare le loro vite. Ritorno a Birkenau è un testo evocativo e nella sua semplicità sconvolgente. Ha il potere di portare anche noi per qualche ora in qui luoghi di dolore, in compagnia di Ginette, Marceline Loridan-Ivens, Simone Veil, e tutte le sue compagne. La frase che forse mi ha scosso di più, è incredibilmente una frase semplice, dopo bisogna viverci con questi ricordi. Tanto vera per le vittime che per i carnefici. Perché se c’è una giustizia, esiste senz’altro nella memoria, e per questo è così preziosa. Termino questo mio commento al libro invitandovi a leggere anche l’intervista che Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera ha fatto a Ginette, a questo link: qui.

Ginette Kolinka (Parigi, 1925), dopo la guerra, ha per molti anni tenuto un banco di articoli di maglieria al mercato di Aubervilliers insieme al marito. Dai primi anni Duemila si dedica a tramandare la memoria della Shoah.

Marion Ruggieri (1975) è giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio stampa Ponte alle Grazie.

 

:: Greta e i giganti di Zoe Tucker e disegni di Zoe Persico (Gallucci Editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2020

Greta e i giganti di Zoe Tucker

Iniziamo l’anno con un albo per bambini davvero bello, si intitola Greta e i giganti di Zoe Tucker (disegni di Zoe Persico e traduzione dall’inglese di Valentina Vignoli) ispirato alla protesta di Greta Thunberg per sensibilizzare i suoi coetanei e gli adulti sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale e sui rischi concreti per il nostro pianeta e la nostra sopravvivenza. Il tema è sicuramente di stretta attualità, l’innalzamento delle temperature sta causando danni allarmanti (quel che succede in Australia è sotto gli occhi di tutti), e questo libro a misura di bambino aiuta a migliorare la percezione che abbiamo del problema. Verrebbe da dire sembra proprio che i bambini salveranno il mondo e gli adulti, i giganti, hanno ancora tempo, (questo è il messaggio di questa bella favola ambientalista a lieto fine) per fermare le conseguenze che hanno portato l’avidità e il progresso incontrollato e non rispettoso della natura al punto che ci troviamo oggi. La giovane attivista svedese non promuove in alcun modo questa opera ma sicuramente apprezzerà la bellezza delle immagini e il messaggio positivo che trasmette. Inoltre segnalo che  l’acquisto di questo libro garantisce una donazione a Greenpeace Italia pari all’1,5% del prezzo di copertina. Titolo originale dell’opera Greta and the Giants.

Zoë Tucker è una art director e designer con oltre venti anni di esperienza nell’editoria per bambini e ragazzi, durante i quali ha collaborato con i migliori illustratori del settore. Ama raccontare storie attuali, che facciano riflettere, mettendo in risalto il lato umano e psicologico di coloro che le animano. Lo scopo dichiarato del suo lavoro è scoprire e coltivare nuovi talenti.

Zoe Persico ama il lato selvaggio, meraviglioso e stravagante della vita. Quando non lavora, si diverte a fare escursioni, a partecipare a giochi di ruolo e a scoprire rarità nei negozi dell’usato. Vive in Florida con il suo compagno e il loro cane Zombie.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’ intervista con Luigi Bonanate – Il destino americano, a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateBenvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo invito. Nella nostra precedente intervista ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo libro Il destino americano (Nino Aragno Editore) e avendo avuto occasione di leggerlo colgo l’occasione di poterne parlare con l’autore.

Una premessa va fatta per giustificare la mia “divagazione” di politica estera, aspetto della vita internazionale che non avevo mai affrontato direttamente. Ma il 2019 era il settantennale del Patto Atlantico e del connesso strumento strategico chiamato NATO: il loro insieme disegnava il quadro della protezione che gli Usa erano disposti a prestare agli alleati europei. Ma 70 anni dopo tutto ciò era ormai in crisi o desueto; allora valeva la pena ripensare la storia internazionale che il paese più importante del mondo si era costruito e vissuto.

Già il titolo è rivelatore, e contiene l’intuizione principale che l’ha guidata nella stesura del testo. 13 piccole colonie si ribellarono alla madre patria, si unirono e iniziarono a costruire le fondamenta di quella grande nazione che sono gli Stati Uniti d’America. Come si è costruito l’eccezionalismo che ha contraddistinto la storia americana?

Per rispondere a questa domanda – spiacente, ma bisogna leggersi il libro! Ma il mio punto di partenza riguarda “l’eccezionalità di una continuità”: un piccolo gruppo di immigrati (così li chiameremmo ora) che per un secolo, all’incirca, cercarono di comprarsi un posto nella società mondiale “buona”, e per il secolo successivo di arrivare fino a dominarla. La mia idea è che tale progetto fosse intrinseco (anche se non sempre vissuto con eguale consapevolezza tanto dai politici quanto dalle pubbliche opinioni) alla vicenda americana e che i segni si possano riscoprire proprio attraverso il loro collegamento. Ho scelto di evidenziare tutto ciò attraverso alcuni grandi discorsi dei principali “padri fondatori” che ne sono stati gli interpreti preclari. (Ho seguito questo modello anche in altri passaggi storiografici, invitando ad esempio – con qualche tremito – alla lettura di una lettera di Hitler a Roosevelt)

Nel suo libro ha voluto analizzare la storia della politica estera statunitense definendola storia “esterna” degli Stati Uniti d’America, collegata e intrecciata alla storia “interna” molto più di quanto si creda. In che misura, con che grado di consapevolezza questa interconnessione è sentita negli Stati Uniti stessi, e nel resto del mondo?

Osservazione corretta, la cui portata va estesa ovviamente a tutto il mondo: non possono esistere due politiche separate, distinte o eterogenee; chi lo pensa sbaglia completamente bersaglio. È facile accettare l’idea della separatezza perché ci consente di nasconderci sempre nel territorio dell’altro, quando qualche cosa ci va male. Ma è evidente che tra le due dimensioni non può non correre un filo strettissimo: come potrebbe del resto, uno stato entrare in una guerra se non sulla base della sicurezza (corretta o fallace) di avere la sua società pronta a seguirlo? E una politica di alleanze come può svilupparsi se i rapporti politici, commerciali, culturali, tra due paesi non sono buoni? Non ci si allea mai con un nemico (solo il Regno d’Italia vi riuscì – e con quali risultati – nella Grande guerra…).
Ma è proprio la mancata percezione, più popolare che politica (ma dai politici insufflata nelle pubbliche opinioni per poterne manipolare le emozioni), della totale compattezza delle due dimensioni (interno/esterno: è una copia discussissima nella teoria delle reazioni internazionali), che ha reso e sovente rende fallimentari i progetti di politica estera. Ciò valse, a tempo debito, anche per gli Stati Uniti che nell’Ottocento sono prevalentemente impegnati nello sviluppo interno, mentre dopo la Grande guerra comprenderanno di avere a portata di mano una potenza superiore a ogni altra.

Lettere, discorsi, pagine di diario, la sua ricostruzione è più una storia di idee e di persone, che hanno cambiato il mondo, che una mera cronaca fattuale di avvenimenti. Perché questo approccio?

Per me è un approccio assolutamente scontato: non ho mai guardato la realtà come un qualche cosa che è destinato a schiacciarmi sotto la sua mole: dico, i fatti, gli eventi, le notizie, segreti, gli errori, gli inganni, e tutto ciò li circonda. Il mio, paradossalmente, non è un desiderio di conoscenza, bensì di spiegazione, interpretazione, razionalizzazione. La comprensione non si fonda sui fatti ma sulla loro interpretazione, prodotta dalla formulazione di una ipotesi (una o più) alla quale poi toccherà di ricollegare tra di loro i fatti corredandoli del loro significato intrinseco e sistematico: nulla avviene nel vuoto.
Aggiungo che le stesse vicende personali possono dirci molto meno che quel che sembra quando nominiamo i grandi personaggi: Lenin ha guidato la rivoluzione sovietica; certo, è vero: ma non soltanto non fu l’unico a farla ma egli ne fu – forse – più il frutto che non l’elemento fondamentale. Né possiamo credere che la morte di 50 milioni di persone vada accollata al solo Adolf Hitler – accanto a sé ebbe una società, una cultura, una finanza concordi.

Lo “spirito di frontiera” sembra fondamentale, una spinta propulsiva che da quando è sorta ha dato un indirizzo preciso all’evoluzione coerente e coesa di questa nazione, vista come un tutt’uno dotato di senso. Spirito di frontiera, Provvidenza (termine caro a John Jay), “Destino Manifesto”, “America First” quanto c’è di mitico e iconico in queste corrispondenze?

Lo spirito di frontiera è il vero e proprio connotato originario dello spirito americano, ma al contrario del modo europeo di considerare il territorio e i suoi confini. In America quasi non c’erano confini e furono gli statunitensi a porli e poi, continuamente, a spostarli in avanti. In Europa, i grandi imperi o le grandi potenze pensavano a difendere i confini o a consolidarli; ovviamente però, poi, svolgendosi le guerre europee tra stati ormai consolidati, queste finivano per essere più grandi e violente.

Descrive nel suo libro la seconda guerra mondiale come atipica. Può esplicitarci questo concetto?

L’atipicità della seconda guerra mondiale sta, oltre ovviamente che nelle sue dimensioni e nel livello della sua mortalità, nell’essere stata combattuta ben più per dei principi che per delle terre. Fu la guerra tra due ideologie (o forse tre) e due concezioni del mondo, vinta per fortuna dall’Occidente (capitalistico), che rappresentava il modello, sostanzialmente, più accettabile. Quanto più grande è una guerra quanto più imponenti sono le sue ragioni ideali e ideologiche. Le guerre per il petrolio possono o potranno essere anche più violente, ma alla fine il vincitore si troverà soltanto qualche barile in più o in meno di petrolio e non necessariamente migliori condizioni di vita e di benessere.

L’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia. L’unica con la capacità concreta di porre fina davvero alla storia (non solo nell’accezione di Fukuyama). Secondo lei ha saputo usare proficuamente tutto questo (forse eccessivo) potere, o l’ha come dire sprecato, per certi versi? Mi riferisco a quella sorta di declino Usa (impensabile dopo il 1989 quando giunse la fine del sistema politico internazionale bipolare) e alla perdita dello status di massima potenza mondiale che sembra inesorabilmente in atto. Quali scelte e decisioni (anche errate) hanno portato a questo?

Il discorso sulla Bomba è molto ampio e complesso: per un verso, è vero che rappresenta l’unico modo efficace per porre fine alla vita sulla terra, a causa dell’”inverno nucleare” (una glaciazione progressiva resa inevitabile dal fall out); ma d’altra parte è un’arma e un sistema d’arma di grande complessità organizzativa il cui uso lascerebbe aperto qualsiasi tipo di possibilità, fino appunto allo scontro finale.
Le narrazioni cui siamo ritmicamente sottoposti sugli esperimenti missilistici sono un grande strumento propagandistico ma una innovazione piccolissima dal punto di vista strategico. Soltanto gli Usa oggi come oggi (e come da 70 anni in qua) sono in grado di immaginare, organizzare, pianificare un uso professionale e “definitivo” dell’apparato nucleare. Nessuno, fuor che gli Stati Uniti, può neppure immaginare di sopravvivere all’attacco nucleare che avesse lanciato: gli Usa non possono essere sconfitti con uno “splendido primo colpo” (come si diceva una volta) e avrebbero sempre la capacità di “secondo colpo”, la vendetta. Neppure la Cina è capace, almeno per ora, di tanto.

L’idea di dominazione planetaria, all’origine stessa della sua posizione egemonica di esportatrice oltre che di merci dello stesso American way of life, in che misura incide realmente e concretamente, secondo lei, nelle scelte presenti, e soprattutto future, di questa singolare nazione? Insomma gli Stati Uniti saranno davvero soddisfatti solo quando tutto il mondo somiglierà a loro?

L’idea della dominazione planetaria è intrinseca alla cultura politica statunitense, ma non nel senso europeo fondato sulla conquista imperialistica. No: gli americani pensano che la conquista del mondo sia una “missione” assegnata loro da Dio, perché tutto il mondo ha diritto di godere dell’american way of life. Agli americani non importa il governo mondiale in sé ma soltanto in quando condizione di realizzazione del “paradiso in terra”, secondo la fortunata formula di Christopher Lasch. Il fine non è di far diventare tutto il mondo come l’America ma di diventare tutti uguali e “americani” perché laggiù si vive meglio che altrove, ed è Dio stesso che lo vuole! Aggiungo: c’è molta (benevola) ingenuità nell’immagine del mondo corrente in America.

L’isolazionismo e la manifesta o ostentata neutralità dunque sono solo un mito? Quanto volontariamente coltivato dagli Stati Uniti stessi?

Certo che è un mito. Nelle loro politiche estere di breve raggio, gli Usa si comportano come tutti: è logico che dopo la Grande guerra fossero stufi di occuparsi di Europa, piena di debiti nei loro confronti… La seconda guerra mondiale non la volevano ma la seppero vincere guidando una grande coalizione. La guerra fredda aveva addirittura il fine di fermare l’avanzata sovietica in Europa: ma dove? L’Urss restò in piedi soltanto perché nessuno le diede una spallata. Anche allora gli Usa erano la guida e i protettori di un mondo che “si difendeva”!
Anche oggi, il presidente Trump comanda azioni che per ogni altro paese al mondo sarebbero precisamente azioni di guerra e lui le proclama difensive.
Ma insisto, nell’immaginario collettivo americano non domina lo spirito di conquista, come invece fu per l’Inghilterra, la Spagna o la Francia nei secoli passati: gli americani non vorrebbero mai occuparsi di politica internazionale (e in effetti l’opinione pubblica ne è particolarmente ignorante) perché il mondo dovrebbe semplicemente unificarsi in una solo società: non quella del federalismo, ma dell’americanizzazione felice della terra.

Nel suo libro evidenzia un interessante problema per la ricerca, riguardo al fatto se gli eventi sono stati guidati o oppure solo accolti. Lei personalmente che idea si è fatta?

Ho già toccato, indietro, questo tema; in generale, comunque nessuno può dare risposte definitive. Per questo soltanto le ipotesi hanno un senso: si formulano, si discutono, si applicano… Prima di arrivare a leggi generali, ci vuole ben altro. Per secoli si è sostenuto che l’equilibrio fosse il principio fondamentale delle relazioni internazionali – poi si è visto che non ne è mai esistito, e che al massimo può servire come modello di analisi ma non di spiegazione. Io ipotizzo che esista un “destino americano”: si tratta poi di dimostrarlo o confutarlo.

Scriverà mai un libro analogo a questo ripercorrendo le direttrici della storia “esterna” cinese?

Penso proprio di no, in primo luogo perché la storia “soggettiva” non mi ha mai troppo affascinato; in secondo luogo, perché la Cina non è ancora “vicina”; ha e avrà tantissimi problemi di transizione, cosicché è difficile valutarne la performance; in terzo luogo, perché l’età mi sconsiglia di imboccare strade che potrei non riuscire a percorrere fino in fondo.

Infine concludo, termina il suo libro augurandosi che sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarando che non può essere ottimista, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire, ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione. Ricordo l’entusiasmo con cui anche i giovani aderirono agli alti ideali che mossero la nascita dell’Unione europea, lei crede, o meglio si augura, che questo spirito universale rinasca e si fortifichi? Grazie.

Ottimismo o pessimismo: una storia infinita e che non si disvelerà mai. Il mio ottimismo prevale in termini metodologici, aprioristici e mai (purtroppo) in termini propositivi. Come ho raccontato mille volte, molti interessanti e serissimi studi immaginano che il nostro (occidentale) futuro non sarà roseo, sia perché è statisticamente prevedibile che ogni tanto scoppi una grande guerra che riporta tutti al punto di partenza, sia infine perché i lombi occidentali sembrano davvero stanchi e dopo un millennio di superiorità debbano cedere lo scettro al primo che lo pretenderà!

:: Il mio nome è Jack Reacher di Lee Child (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2019

Jack ReacherPer chi non conoscesse ancora Jack Reacher, personaggio nato dalla penna inarrestabile di Lee Child, una raccolta di racconti brevi forse è il modo migliore, a mio parere, per fare la sua conoscenza. Il mio nome è Jack Reacher (No Middle Name, 2017) ne contiene ben otto, tutti inediti in italiano (tranne Identità sconosciuta), tutti accomunati da quello spirito on the road che caratterizza la serie tanto amata dai lettori. Ma chi è Jack Reacher? Bella domanda, forse neppure l’autore ha ancora capito il suo segreto, come mai dal 1997 raccoglie così tanti lettori intenti a seguire le sue gesta. Ex militare, senza fissa dimora, in viaggio da un angolo all’altro dell’America, paladino dei deboli e degli indifesi, con un’allergia congenita verso criminali e tagliagole, Jack Reacher è un eroe anomalo in un mondo che ha davvero bisogno di eroi, di modelli a cui ispirarsi, di persone che antepongano un ideale (di giustizia, lealtà, rettitudine) ai loro meri interessi personali. E Jack Reacher è tutto questo, lo vediamo bene in questi otto racconti, che comprendono Troppo tempo, il già citato Identità sconosciuta, Tutti parlano, Non è un’esercitazione, Magari hanno una tradizione, Un tizio entra in un bar, Nessuna stanza libera al motel, e Il dipinto del diner malinconico. Due dei quali sono molto natalizi, se li leggerete capirete il perchè, soprattutto Nessuna stanza libera al motel, ma non dico di più. Un’altra osservazione che ci tengo a fare riguarda il titolo originale, che suona come ‘Nessun secondo nome’, se ci fate il caso tutti i grandi assassini americani da Lee Harvey Oswald a Theodore Robert Bundy hanno tutti un secondo nome. Insomma Jack è Jack solo Jack. Una garanzia, un uomo di cui fidarsi e su cui fare affidamento. Buona lettura!

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

:: Mai portare un orso in classe (il primo giorno) di Mark Sperring e Britta Teckentrup (Gallucci editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2019

Mai portare un orso in classeOggi vi parlo di un simpatico e colorato albo illustrato dedicato ai più piccoli (dai 3 anni in su) che magari iniziano la scuola dell’infanzia con un po’ di timore. Lasciare la propria casa, separarsi dalla mamma, anche per poche ore, può sembrare difficile, ma tutto diventa allegro e divertente quando c’è un amico Orso ad aspettarci all’uscita.

Perchè la scuola è una magnifica opportunità, si fanno nuovi amici, si imparano tante cose nuove, e non si ha il tempo di annoiarsi.

Questo libro infatti insegna ai bambini il potere della fantasia e della creatività, e a vivere il primo giorno di scuola come un’ avventura, un piccolo passo nel diventare grandi e scoprire il mondo. Tutti i piccoli amano gli orsi, chi non ha avuto da piccolo un orso di peluche da abbracciare prima di dormire, insomma è una figura familiare che li aiuterà nella fase di distacco dai genitori nell’ingresso nel mondo.

Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.

Mark Sperring si è innamorato dei libri da giovanissimo e, dopo aver cominciato a lavorare in una libreria, ha deciso di fare anche lo scrittore.

Britta Teckentrup è un’artista e illustratrice tedesca, ha vissuto e lavorato diversi anni in Inghilterra. Le sue opere sono state esposte alla London Gallery e in diverse fiere d’arte internazionali. È autrice di più di 60 libri per bambini, tra cui numerosi best-seller, pubblicati in oltre venti paesi in tutto il mondo. Vive con la sua famiglia a Berlino.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2019

copertina-saporitoSe Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Tania dell’Ufficio stampa Arkadia Editore.

:: Mors tua vita mea di Geraldine Meyer (I Quaderni del Bardo Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2019

Mors tua vita meaLa short fiction, la narrativa breve, molto amata in America, o perlomeno dai lettori di lingua inglese, è un genere narrativo molto complesso che fa della brevità e dell’essenzialità il suo tratto distintivo. Insomma bisogna creare micromondi con una manciata di parole, arrivando fino alla flash fiction in cui lo spazio narrativo è ancora più compresso. In Italia non ha tutta questa diffusione, e se pensiamo che anche solo i semplici racconti brevi vengono guardati con diffidenza possiamo capire quanto questa arte sia praticata e letta da una nicchia molto piccola di lettori e scrittori. Sta di fatto che io adoro la flash fiction, e ho iniziato proprio una ventina di anni fa scrivendola, per cui ho presente le difficoltà e le abilità tecniche necessarie. Geraldine Meyer scrive racconti riconducibili a questa arte, e nel suo Mors tua vita mea, raccolta che contiene 13 micro racconti, ce ne dà un saggio molto esaustivo. Sono racconti molto particolari, intinti nel curaro, metafora che amo molto, avvelenati da quella sorta di male di vivere che molti autori diversissimi tra loro hanno affrontato nella narrativa più estesa. Racchiudono insomma pennellate di veleno, sotto una patina di apparente quotidianità. Geraldine Meyer ci parla della vita di tutti, ed è molto attenta e lo fa con apparente immediatezza. Sono tutti antieroi i suoi personaggi, persone che si rivelano diverse da cosa credono o vogliono essere, in cui prevale egoismo, grettezza, ipocrisia. Il lettore prova poca benevolenza per questa varia umanità, che tuttavia non è così lontana anch’essa dalla nostra quotidianità. Vicini di casa così se ne incontrano, a volte possiamo riconoscerci pure noi in certi atteggiamenti che non ci piacciono con cui magari lottiamo. O al contrario scelte che ci auguriamo di non dovere affrontare, perché non sapremmo bene come reagiremo. Sapremo fare la cosa giusta, etica morale, come prestare soccorso a qualcuno, quando facendolo perderemo del nostro, rischieremmo il nostro futuro? Piccoli crimini, tentazioni, dubbi, insomma così vicini a noi da confonderci e gettarci addosso una certa inquietudine. Geraldine Meyer si limita a raccontare, pure le rassicuranti giustificazioni che siamo capaci a darci. Agghiacciante per esempio Non nominare il nome di Dio invano; straziante, Mors tua vita mea, che dà il titolo alla raccolta; diabolico L’azienda. Il lavoro rende liberi, come non richiamare alla memoria “Arbeit macht frei”, infelice motto presente all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti, il primo racconto della raccolta per esempio ci riporta a quel dilemma morale che incontriamo tutti nella vita, la nostra moralità spesso finisce quando a rischio ci siamo noi con le nostre deboli certezze, il nostro gretto egoismo, l’incapacità di amare altri da sé. Che dire Geraldine Meyer è brava, affatto scontata, e soprattutto capace di entrare nel vissuto della gente con estrema naturalezza. Leggetela, saprà cambiare molte prospettive. Copertina minimale, supplemento editoriale per tirature limitate e numerate del periodico Il Bardo di Maurizio Leo.

Geraldine Meyer è nata a Milano cinquantatré anni fa. Ora vive nella splendida Tuscia viterbese. È stata per ventisei anni libraia e ha collaborato con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Per alcuni anni ha svolto collaborazioni nel mondo del web scrivendo contenti per siti internet e curando blog di carattere economico. Ora coordina la rivista letteraria on line Lottavo.it

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa IQdB Editore.

:: E per Natale regalate un libro – 2019 🎄

29 novembre 2019

regali natale

Il tempo sembra volato, ma fra poco è già Natale, domenica è il primo giorno di Avvento, e i più previdenti stanno già preparando i regali da fare alle persone a cui vogliono bene. Insomma è qualcosa in più di mero consumismo, è condivisione, comunione, e pensare anche agli altri e non sempre solo a sè. Dunque cosa c’è di meglio che regalare libri, si spende poco, è un regalo che resta, e se il libro non piace lo si regala ad altri. Ma i libri di cui parleremo oggi con i tradizionali consigli dei collaboratori di Liberi sono tutti belli, per cui andate sul sicuro.

Inizio con i primi consigli pervenutimi, poi man mano aggiorno con quelli che arriveranno. Buon Natale e passatelo con chi amate.

Ah, dimenticavo per incartarli usate carta da pacchi ecologica.

Valeria Giola

Ninfee Nere di Michael Bussi
per chi non si accontenta dei gialli

Figlie di una nuova era di Carmen Korn
per chi non crede nel potere dell’amicizia

La vita segreta degli scrittori di G.Musso
dedicato a chi non si accontenta di una bella trama

L’albergo delle donne tristi di Marcela Serrano
per chi ama i grandi classici

La gabbia dorata di Camilla Lackberg
per tutte le donne

Davide Mana

Lucia Berlin – La donna che scriveva racconti – Bollati Boringhieri

Steve Brusatte – Ascesa e caduta dei dinosauri – UTET

Michael Moorcock – Elric – Mondadori

Nnedi Okorafor – Binti – Mondadori

Bram Stoker – Dracula (nuova edizione a cura di Franco Pezzini) – Mondadori

Eva Dei

Pietro e Paolo“, M. Fois, Einaudi

L’inverno di Giona“, F. Tapparelli, Mondadori

Ossigeno“, S. Naspini, E/O

L’ultima intervista“, E. Nevo, Neri Pozza

L’ora di Agatha“, A.C. Bomann, Iperborea

Federica Belleri

Il giardino dei mostri, di Lorenza Pieri

Libera uscita, di Debora Omassi

Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

L’isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini

Nicola Vacca

Michel Houellebecq Serotonina La nave di Teseo

Bret Easton Ellis Bianco Einaudi

Luigi di Ruscio Poesie scelte Marcos Y Marcos

Roberto Saporito Come una barca sul cemento Arkadia

J Saramago Diario dell’anno del Nobel Feltrinelli

Giulietta Iannone

Risorgere Paolo Pecere Chiarelettere

Il secondo cavaliere Alex Beer Edizioni EO

Racconti di Pietroburgo Nikolaj Gogol’ Marcos Y Marcos

Racconti del crimine Tanizaki Junichiro Marsilio

Il mio nome è Jack Reacher Lee Child Longanesi

Viviana Filippini

La frontiera, Erika Fatland (Marsilio 2019)

Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutimenti 2019)

Bianca, Bart Moeyaret (Sinnos 2019)

Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019)

I fantasmi di Darwin Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019)

Maria Anna Cingolo

L’ educazione Tara Westover Feltrinelli

Le ragazze del Pillar Stefano Turconi, Teresa Radice BAO Publishing

I ragazzi della Nickel Colson Whitehead Mondadori

L’onda Suzy Lee Corraini Edizioni

Cento poesie d’amore a Ladyhawke Michele Mari Einaudi

Elena Romanello

Timeless (Il Castoro)

La trilogia di Nevernight (Mondadori)

Il grande libro della fantasy classica (Fanucci)

321 cose utili da sapere sugli animali (Rizzoli)

Il diario della mia scomparsa (J-Pop)

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)Oltre che fine critico Nicola Vacca è un apprezzato poeta, erede delle storiche e nobili avanguardie poetiche pugliesi del Novecento tese a un rinnovamento profondo della lingua, a una rottura con il passato e la tradizione fossilizzata e pigra, vivificate da una ideologia politica vissuta come vera espressione di più alti ideali sociali e comunitari.
Non scrive in dialetto, Vacca, ma in italiano e questa scelta infonde una più netta universalità ai suoi versi che possono essere letti e compresi dalla Val D’Aosta alla Sicilia.
Non credo la nostra amicizia personale inficia l’alta stima che ho per il suo lavoro e la sua coerenza, in tempi difficili dove l’opportunismo e il cambio di casacca sembrano prevalere alle convinzioni profonde e al costo da pagare per poterle mantenere ed esprimere.
Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya Edizioni) è una raccolta poetica che nasce come atto di rivolta, e si collega alle sue raccolte precedenti anch’esse definibili come “canti di rivolta”.
Nicola Vacca è un poeta rivoluzionario, in lotta contro la mediocrità, la passività, l’apatia, l’incapacità di affrontare il reale con coraggio e determinazione, perché il mistero del male ci circonda, ma esistono ancora armi per difendersi e Vacca le usa tutte, con rabbia e ostinazione.
La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale come scrive Vacca in esergo citando Carmelo Bene, e la poesia è la più alta e nobile forma del linguaggio per cui se ne deduce che la poesia è un atto morale, una scelta civile, e più è sincera e vissuta e più la poesia è autentica.
La poesia disvela la verità, tramite l’intuizione, l’assonanza di pensieri e ideali, la compartecipazione e la fraternità.
E c’è fraternità in questi versi, sono morali nel senso che avvisano, risvegliano le coscienze contro le utopie, il materialismo più stolido, l’incapacità di vedere la realtà nuda, e per ciò bellissima e unica.
Se una certa crudezza acuisce e aggrava il verso, non è mai per ostentare o deridere, ma appunto per trasmettere quello spirito di rivolta che ci dovrebbe contagiare tutti, facendoci ribellare e opporre al male di vivere e di pensare.
La crisi economica e soprattutto etica e culturale, la fine delle ideologie storiche che hanno infiammato i dibattiti del Novecento, pur con tutte le derive che ben conosciamo, sembrano aver dato spazio al nulla, a un vuoto esistenziale e morale agghiacciante, e di questo Nicola Vacca non si dà pace, il giocattolaio che ci deride tutti vendendoci le sue utopie a buon prezzo non smette di tormentarlo, nell’indifferenza generale, nel silenzio più generalizzato delle coscienze.
Versi come:

Attendere anzitempo nelle stazioni vuote
quando non c’è l’ombra di un treno.

Danno un senso e una misura a questo vuoto pneumatico. Come i seguenti bellissimi versi:

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie
sono le nuove città di una città che si è arresa.
Non luoghi infiniti
gabbie dorate di illusioni
dove estranei si sfiorano
senza toccarsi l’anima.
È morto per sempre il tempo del contatto
su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando
l’utopia del dio denaro.

Che ci riportano alla drammaticità di aver fatto diventare i centri commerciali, di per sè utili e necessari, le nuove cattedrali di questa società post industriale e di transizione verso un futuro ancora non concepibile, tra pericoli e incognite difficilmente governabili.
Nicola Vacca trasforma la poesia in un canale di percezione e avvisa i suoi compagni di viaggio, i suoi fratelli dei pericoli e delle incognite, un po’ come i profeti maggiori dell’Antico Testamento, accolti perlopiù dai contemporanei con cardi e verdura marcia, perché a molti la verità non piace ascoltarla, preferiscono essere blanditi, ingannati e anestetizzati dall’ovvio e dal banale. Ma Vacca profeta laico di rivolta non si arrende, e se questa è la sua ultima raccolta di versi, come è stato detto, è un vero peccato. In copertina l’opera di Roberto Fatiguso.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro invitato dall’autore che ringraziamo.