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:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

2 agosto 2020

Ecco il resoconto dell’undicesimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 30 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

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Benvenuta Laura ZG Costantini, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: E’ nato prima il tuo amore per il giornalismo, o per la narrativa?

Buonasera a tutti. Di sicuro è nato prima l’amore per la narrativa. Un colpo di fulmine, frutto della lettura. Nel momento in cui, in prima elementare, sono stata in grado di leggere è stato come scoprire un incantesimo. C’erano parole, una di seguito all’altra. E raccontavano storie, mondi, personaggi. Ho cominciato a leggere come una pazza e due anni dopo, a otto anni, ho deciso che volevo raccontare storie anch’io. Quindi alla lettura compulsiva e onnivora, si è unita la scrittura. Che esistesse il giornalismo, ovvero la narrazione dei fatti, l’ho scoperto intorno ai dieci anni e, non so perché, a undici ho deciso che da grande sarei stata una giornalista. Tutti lì a dirmi quanto sarebbe stato difficile. Oggi vorrei dire a quelle persone che le difficoltà per accedere alla professione sono state una passeggiata rispetto a quelle per farsi conoscere come autrice di narrativa.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Questa è una domanda difficile perché ho letto e leggo moltissimo, cercando di spaziare nei generi, senza preclusioni di alcun genere. A parte per i russi. Non ho feeling con i russi e mi dispiace. Ho faticato con “Il maestro e Margherita”. Ho letto “Memorie del sottosuolo”, di Dostoievskji, mi sono arenata su “Guerra e pace”. Ho amato molto la narrativa d’avventura, Dumas, Verne, Salgari, Burroughs. Poi la fantascienza storica, quella di Asimov, di Fredrick Brown, di Ray Bradbury, Frank Herbert. Ho letto “Il signore degli anelli” e adoro Tolkien. Uno dei libri che ho riletto è stato “Furore” di Steinbeck. Non sono un’appassionata di Pavese, per esempio. Ho amato “Fontamara” di Silone, ma gli italiani li ho snobbati a lungo, letteralmente irretita dagli americani: Steinbeck, Trumbo, Chandler, ovviamente Stephen King. Ah, adoro i vampiri e quindi Stoker, Le Fanu, Ann Rice. Poi ho scoperto tantissime autrici italiane contemporanee (e maledettamente poco famose in proporzione alla loro bravura) e mi ci sono tuffata a pesce.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

Uh, la musica… Incide soprattutto se scrivo da sola. C’è un personaggio nel Diario vittoriano che è scaturito da una canzone che, in quel momento, andava dappertutto e che parlava direttamente al mio cuore: Lost on you di LP. Vorrei essere brava a crearmi delle playing list con tutte le canzoni, i brani, le romanze che mi danno emozione. Però, se lo facessi, le storie sarebbero tutte molto tristi. Mi lascio trascinare dalla malinconia della musica, da sempre.

In parte mi hai già risposto ma questa domanda si collega a questa Laura ZG Costantini: Come nascono i personaggi principali delle tue storie vittoriane?

Liberi di scrivere i due protagonisti del Diario vittoriano, Kiran e Robert, li ho incontrati che avevo quindici anni, sull’onda della passione tutta salgariana per le ambientazioni orientali. Volevo un rivoluzionario e un poeta. Il rivoluzionario era Kiran, un selvaggio con gli occhi da tigre. Il poeta era Robert, apparentemente fragile, biondo, romantico, ma pronto a lottare. Poi i comprimari sono arrivati. Sir William, l’uomo delle regole, ma anche dell’amore paterno. L’ispettore Cameron, il poliziotto che riesce a credere in una giustizia che va oltre la legge. Aldus Shelby, il tagliagole che si vota alla giusta causa. Il dottor Mallard. Li ho amati tutti, tantissimo. Ma sono loro che hanno trovato me.

Quale è il libro che ti è costato più fatica scrivere?

Abbiamo faticato parecchio per Il puzzle di Dio perché era un progetto molto complesso. Infatti… stiamo pensando al sequel.

Escludendo il tuo tandem letterario con la brava Loredana Falcone, un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Mi piacerebbe scrivere una storia di vampiri bellissimi e dannati con Lucia Guglielminetti. E uno steampunk cupissimo con Federica Soprani.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo un sacco di roba. Sono alle prese con Tempo assassino di Michel Bussi, ho letto L’ombra di Caterina di Marina Marazza, Guardrail di Eva Clesis, Icaro di Deon Meyer, voglio portami in vacanza i due volumi di Victorian Solstice di Federica Soprani e Vittoria Corella.

L’ora è davvero volata, chiudo l’intervista con la mia ultima domanda: Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quale tuo romanzo vedresti bene come soggetto per un film?

Ho dei colleghi in Rai che vorrebbero vedere sullo schermo la trilogia Noir a colori. Io vedrei benissimo per la tv Blu cobalto, per il cinema Il puzzle di Dio e per Netflix Il diario vittoriano in forma di serie.

Le domande dei lettori

Lucia Guglielminetti

Ciao Laura. Nel tuo Diario Vittoriano ci sono molti momenti drammatici, ma qual è quello che proprio ti ha strappato fiumi di lacrime a scriverlo?

Lucia Guglielminetti sono tre in realtà: (okkio allo spoiler per chi non avesse ancora letto) l’assassinio di F.C.; il tentato suicidio di K. e l’ultima telefonata tra K. e R.

Un lato del tuo carattere che senti di avere in comune con Robert e uno con Kiran.

Lucia Guglielminetti con Robert ho in comune un dannato senso del dovere che diventa senso di colpa se non riesco ad accontentare tutti. Con Kiran vorrei avere moltissimo in comune, ma credo che ci unisca il senso del melodramma e il non essere autoironici.

Amneris Di Cesare

Ciao Laura. Metti pure in fondo a tutte le altre domande questa mia, ma mi farebbe piacere che ci raccontassi a cosa stai/state lavorando tu e la tua socia ultimamente, perché immagino che non starai ferma a guardare drama come me, al momento, ma starai scrivendo come sempre…

Amneris Di Cesare io e la socia stiamo lavorando alacremente su parecchi fronti: abbiamo rieditato un romanzo storico che volevamo iscrivere al concorso di Amazon, ma abbiamo rinunciato visto che tutto si basa sulla quantità di recensioni che si ottengono; stiamo finendo un romanzo ambientato nel Montana nel 1960, una storia d’amore; dobbiamo editare insieme a goWare un romanzo inedito che si svolge tra il 1980 e il 90 tra Parigi e New York, nel mondo della moda e dell’arte, ci teniamo moltissimo; abbiamo messo in cantiere un intricatissimo giallo alla Agatha Christie ambientato in Italia nel 1905.

E com’è nata l’idea di Blu Cobalto, l’ultimo bellissimo romanzo che hai scritto con la Socia Loredana?

Amneris Di Cesare volevamo affrontare un argomento paranormal/fantasy. Io ho una passione per i vampiri, ma la socia non condivide. Ci siamo guardate intorno e abbiamo puntato al mare, tirando fuori un thriller moooolto particolare. Pare stia piacendo, anche se poco alla volta.

Michele Di Marco

Ciao Laura, tu, da sola o con Loredana, hai scritto storie ambientate in tanti periodi storici e in tanti luoghi diversi, anche lontani (persino nel futuro). Quanto ti diverte far spaziare la fantasia, e quanto però ti “costringi” a vincolarla in base alle ricerche, o alla conoscenza diretta che hai degli ambienti in cui fai vivere i tuoi personaggi?

Michele Di Marco se si fa un buon lavoro di ricerca, nulla è impossibile quindi cerco di non porre limite alcuno alla fantasia, sia a due che a quattro mani. Il solo limite può essere la capacità di realizzare ciò che voglio/vogliamo da una storia. Abbiamo molti progetti rimasti lettera morta perché non siamo, o non sono, riuscite a trovare il modo giusto di raccontarli.

Laura, con Loredana darete un seguito anche alla serie dei “colori”? Torneranno Ian, Ashley e Valerio?

Michele Di Marco un’idea ci sarebbe. E anche un nuovo colore, ma adesso abbiamo troppa carne al fuoco. C’è chi pensa che scriviamo fin troppo. Se diventassimo famose, direbbero senz’altro che abbiamo schiere di ghost writer.

Prima hai scritto che è stato difficile farti conoscere come scrittrice di narrativa, e ogni tanto è capitato che tu condividessi qualche riflessione un po’ sconfortata sul tema. E’ un problema risolto?

Michele Di Marco nuuuuu, affatto. Però ho imparato a essere felice dei lettori che ho, che sono ormai numerosi abbastanza da stupirmi. Non vivo di narrativa, ma sono soddisfatta dei messaggi, dei feedback e delle recensioni che ricevo.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Laura, innanzitutto come stai? Ti sei ripresa dall’infortunio alla gamba? E poi, la domanda: scrivi in coppia con Loredana da tantissimo tempo. Mi dai la ricetta per scrivere un romanzo a quattro mani?

Ivo Tiberio Ginevra ciao. La caviglia sta bene. Riguardo alla ricetta… non credo ne esista una. Per scrivere insieme a un’altra persona deve crearsi un’alchimia molto simile a quella di un innamoramento. Ci si deve sentire affini, ci si deve reciprocamente fidare, aprirsi, non celare i più riposti movimenti dell’animo. Soprattutto se non si utilizza il sistema della divisione dei capitoli o dei personaggi. Io e Loredana scriviamo insieme da quando eravamo bambine, quindi ci siamo affinate reciprocamente e la nostra scrittura a quattro mani è cresciuta con noi, fino a diventare un terzo autore. C’è Laura, c’è Loredana e c’è Lauraetlory.

Anna Gargiulo

Ciao! Con quali dei tuoi personaggi ti senti più a tuo agio, nel senso di riuscire a seguirli nella loro strada, accettando le ‘loro’ decisioni?

Anna Gargiulo direi con tutti. Sono sempre i personaggi a decidere la loro strada e io li seguo, o noi li seguiamo, quando scrivo con Loredana. Va detto che la simbiosi totale l’ho vissuta con Kiran, il protagonista del Diario vittoriano.

Olimpia Petruzzella

Ciao! Cosa ti affascina di più nella scrittura? Qual è il tuo aspetto preferito? E hai una routine di scrittura?

Olimpia E. Petruzzella mi affascina il “facciamo che io ero…” perché alle volte la scrittura, la creazione, è il corrispettivo di un gioco di ruolo. Mi piace calarmi nei panni dei personaggi e “viverli” da dentro. Mi piace dare un senso alla storia, alla loro vita, giocare a essere una specie di dio. Riguardo la routine di scrittura, io e Loredana scriviamo insieme, davanti allo stesso computer, nella sua cucina, condividendo idee, parole, sentimenti, caffè, tè, crostate fatte in casa.

Fernanda Romani

Ciao, Laura☺Riusciresti a scrivere su commissione, cioè saresti in grado di incanalare la tua creatività su una storia decisa da altri

Fernanda Romani poiché il mio lavoro è scrivere, nel giornalismo, sono in grado di scrivere di qualunque cosa. Però nella narrativa io cerco, prima di tutto, la mia passione. Dovendo, potrei scrivere su commissione. L’ho anche fatto in un paio di occasioni. Ma non è una cosa che amo. Proprio no. E il discorso ghost writer non mi va giù, perché propugno il diritto/dovere di scrivere le proprie storie. Non quelle degli altri.

Ivo tiberio Ginevra

Laura, dai un consiglio dettato dalla tua esperienza a chi vuole presentare il proprio manoscritto a un editore affinché possa essere esaminato con la giusta attenzione.

Ivo Tiberio Ginevra ahahahha, mi vuoi prendere in castagna, vero? Guarda, il solo consiglio che mi sento di dare è di non provarci neanche se non si ha in mano qualcosa di valido. Ma di valido veramente. E sì, lo so che ogni autore pensa che il proprio lavoro sia un capolavoro. Ma non è così, purtroppo, o per fortuna. In ogni caso cercare editori interessati al genere che si è scritto, presentare un testo corretto, una sinossi intrigante, una biografia stringata e non pretenziosa. Quindi armarsi di moltissima pazienza e attendere una risposta. Ah, non fidarsi di tutti quelli che si spacciano per agenti letterari e poi chiedono soldi per leggere i testi. Gli agenti letterari veri non sono quelli che si fanno pagare per dirti che devi farti fare un editing da migliaia di euro da un editor che, guarda la coincidenza, lavora nella loro prestigiosa agenzia.

E invece, a chi vuole dedicarsi alla scrittura che consiglio formativo daresti?

Ivo Tiberio Ginevra leggere tantissimo, di tutto. Un corso di scrittura creativa può essere utile più avanti. Per iniziare vale il vecchio metodo del rubare con gli occhi, ho scoperto di aver appreso per osmosi la maggior parte della tecnica narrativa. E poi, importante, avere veramente qualcosa da dire. Non nel senso di una narrativa impegnata, ma nel senso di una storia che ti sgorga da dentro. Non c’è niente di più coinvolgente della narrativa di intrattenimento. Ed è da lì che scaturisce una vera analisi della realtà che ci circonda. Anche ambientando le storie nel passato, nel futuro o in mondi di fantasia.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2020

Ciao Lorenzo, ben tornato sulle pagine di Liberi di scrivere. È appena uscito Nero ferrarese (Pessime idee), nuovo episodio della serie Malatesta, ce ne vuoi parlare? Come si inserisce questo episodio nell’epopea malatestiana?

Ben trovati. In realtà Nero ferrarese si colloca come primo episodio di un Malatesta totalmente nuovo, e per questo devo ringraziare Loris Dall’Acqua e Sara Del Sordo di Pessime idee che hanno creduto nel progetto, incitandomi e affiancandomi nello sviluppo di un Malatesta più strutturato. Con Pessime idee si apre una strada inedita per lo “sbirro anarchico”. Tutto riparte da dove era nata la suggestione, tanti anni fa: l’omicidio di Federico Aldrovandi. Il romanzo si colloca lì, anche se la trama non passa necessariamente su quel grave e doloroso fatto di cronaca e di “mala-giustizia”, ma ne prende linfa per spiegare chi è Pietro Malatesta e che tipo di mondo vorrebbe.

Malatesta e Ferrara sono due punti fermi della tua narrativa. Raccontaci come sono legati.

Malatesta vede in Ferrara un posto nella mente. È la sua città, sente l’appartenenza. La vive nel bene e nel male, trasuda ferraresità ogni volta che apre bocca. In questo ci assomigliamo molto. Le suggestioni della Ferrara borderline di Malatesta sono anche le mie: stessi bar, stessa curva, stessi percorsi in bicicletta.

È cambiata Ferrara dall’inizio della tua serie?

Per certi aspetti, no. In certe cose Ferrara è immutabile. Il lamento, caratteristica essenziale per essere definito ferrarese, persiste. Però la S.P.A.L., elemento importante per Malatesta, rispetto ai tempi raccontati in Nero ferrarese (il 2005-2006 circa), vive tempi migliori. In compenso la politica è peggiorata, ed era molto difficile fare peggio di chi governava prima di questo contemporaneo carrozzone di improvvisati. Buffo perché in Malatesta molte cose che stanno accadendo sono state scimmiottate in un processo di verosimiglianza letteraria. Forse porto sfortuna alla parte intelligente della città.

Surreale, anarchico, imprevedibile, rivoluzionario Malatesta è un personaggio molto peculiare che si discosta molto dai vari investigatori del noir italiano. Per il tipo di scrittura funambolica che utilizzi c’è forse una piccola fratellanza con il noir francese alla Dard per intenderci. Hai dei modelli, o Malatesta è nato dalla tua penna in modo autonomo?

Non avevo mai pensato a Dard, ma ti ringrazio per il parallelo. Un unico modello: Héctor Belascoarán Shayne, il detective privato di Città del Messico creato da Paco Ignacio Taibo II. I romanzi della serie sono costruiti da capitoli veloci e Belascoarán è anarchicheggiante, sfigato, fuori dagli schemi, un po’ come Malatesta. PIT II rimane per me un punto di riferimento.

Parlaci della trama di Nero Ferrarese, come l’hai sviluppata?

All’epoca stavo a Sana’a, nello Yemen. Con me avevo Qualche nuvola, di Paco Ignacio Taibo II. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un noir con la stessa struttura. Ho sostituito la corruzione dilagante della società messicana con un gruppo eversivo che si rifà ai NAR. Siamo a Ferrara. Un ragazzino appartenente a un gruppo dell’estrema destra viene freddato da due uomini vestiti di nero mentre sta amoreggiando con la sua fidanzata in macchina. L’omicidio viene firmato dai sedicenti Spontaneisti Armati Combattenti. Da qui parte l’indagine. Chi sono gli Spontaneisti? Perché iniziano a creare il caos a Ferrara?

Ti senti apprezzato dalla critica letteraria italiana? Ho letto una recensione molto positiva di Nicola Vacca, critico e poeta, su Gli Amanti dei Libri. Ti definisce addirittura “uno dei più brillanti e originali scrittori del noir italiano”.

Nicola Vacca mi ha fatto un grande regalo: è uno dei più attenti e preparati critici letterari che abbiamo in Italia, le sue parole mi hanno fatto molto piacere. Devo ringraziare anche Enrico Pandiani e Enrico Remmert che nella cover del libro hanno speso parole di elogio nei miei confronti. Non saprei che dire su un apprezzamento generale. Di solito piaccio agli indipendenti, e questo mi sta bene. Non sono nato per seguire il giudizio commerciale, non mi interessa.

Io seguo la tua serie malatestiana praticamente dall’inizio, ho letto anche altri tuoi libri originali, bizzarri, psichedelici, se vogliamo. In che misura la tua scrittura si inserisce nel panorama letterario italiano? C’è qualche altro nuovo scrittore che si inserisce nella tua diciamo “corrente”?

Io cerco di scrivere ciò che vorrei trovare in libreria, se poi non è commerciale, pazienza. Se deve diventare un obbligo scrivere su argomenti che vanno per la maggiore, tanto vale spararsi. So di amare argomenti spesso marginali, underground. La mia scrittura è stata definita “realismo psichedelico”, già questo mi distingue da molti. Non so chi possa annoverare nella mia “corrente”, ci sono nomi di autori che sento molto vicini emotivamente e culturalmente, Enrico Pandiani, Alessandro Zannoni, Enrico Remmert, Carlo Bertocchi, ma scrivono storie molto diverse dalle mie.

E all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo della serie malatestiana?

Malatesta ancora no. È in via di traduzione per il mercato sudamericano Un tango per Victor (Edicola).

Anche per lavoro leggi molto. Cosa stai leggendo al momento? E quali sono i libri più interessanti che hai letto in questo periodo pandemico?

Ho appena terminato Odiando Olivia, di Mark Safranko. Per quello che riguarda il periodo pandemico, ho trovato molto interessanti: Ingegneri di anime, di Frank Westerman, La civetta cieca, di Ṣādiq Hidāyat, Da qui all’eternità, di James Jones e Odissea americana, di A. G. Lombardo.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Conto di sposarmi prima della prossima pandemia, di trascorrere la luna di miele in qualche bloc della periferia di Sofia, magari a Vardar (se si potesse opteremmo per l’Abcasia). Riguardo alla scrittura, ci sto dando dentro con un lavoro molto complesso e onesto, un tributo d’amore, che sarà, con ogni probabilità, l’ennesimo mio libro underground. Ma io sono questo. E voglio continuare a essere così.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

28 luglio 2020

Ultimo appuntamento di interviste collettive prima della pausa estiva. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Laura Costantini.

Sarà con noi giovedì 30 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Laura Costantini nasce a Roma e si adegua subito alle biografie degli aspiranti scrittori. La prima storia la sforna a otto anni. È andata persa, ma lascia il segno, perché da allora non ha mai mollato la penna, la macchina da scrivere, la tastiera. Ha avuto il raro buongusto di pubblicare dopo decenni di allenamento. Oggi la sua bibliografia annovera 17 titoli di cui 12 a quattro mani con Loredana Falcone. Si pregia di scrivere storie appassionanti e perfettamente adatte alla fruizione vacanziera. Si diverte a scrivere e continuerà a farlo. Sì, è una minaccia.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a giovedì, vi aspettiamo!

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Marzia Musneci

26 luglio 2020

Ecco il resoconto del decimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 20 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

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Benvenuta Marzia, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

L’interesse per la lettura è nato subito. Sono da sempre lettrice sfegatata. Quello per la scrittura un po’ più tardi. In fondo, non c’è un momento preciso. Ho sempre scritto. Solo da un certo punto in poi ho deciso di dare alla scrittura più attenzione. E una volta cominciato non ho smesso più. Devo dire che il Premio Tedeschi mi ha dato uno sprint incredibile. Da allora ho scritto con più disciplina. Soorattutto, con più consapevolezza che scrivere fosse ilo mestiere che voglio fare da grande.

Hai esordito pubblicando diversi gialli per Mondadori, parlaci dei tuoi esordi.

In fondo, l’esordio è stato proprio quello. Avevo all’attivo un racconto e un romanzo, prima di allora, sempre con il mio personaggio seriale, Matteo Montesi. Ma vincere un premio importante vuol dire molto, è un evento che fa la differenza. Può essere inteso come un punto d’arrivo, per alcuni. Per me, è stato un punto di partenza. Il romanzo successivo, Lune di sangue, ha vinto il Premio Letterario Città di Ciampino nel 2013, a confermare che ero sulla strada giusta. Comunque, per molto tempo mi sono data i pizzicotti.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Ho un debole per l’Odissea, che rileggo periodicamente perché c’è dentro tutto, e per il grande romanzo russo dell’800 e ‘900. Non mi toccate Tol’stoij, Dostoevskij, Bulgakov e compagnia, che divento cattiva. 🙂 Per il romanzo criminale, il mio primo amore è stato l’hard boiled. Soprattutto Chandler, ma anche Hammett, MacDonald, Kaminskij. Confesso che ho scoperto tardi il giallo italiano, con Fruttero e Lucentini, di cui amo soprattutto ‘A che punto è la notte’ ed ‘Enigma in luogo di mare’, non finisco mai di raccomandarli a tutti. E da quando ho cominciato leggo tantissimi italiani. Tanti e bravi, davvero. Non ne nomino nessuno, perché nominarli tutti è impossibile e trascurarne qualcuno mi toglierebbe il sonno.

Hai un’ agente letterario? Che tipo di legame c’è tra voi?

Sì, ce l’ho. Dopo tanto vagare ho incontrato Saper Scrivere e Diego Di Dio, che stimo come scrittore ed è stato anche l’editor dell’ultimo romanzo, ‘Grosso guaio a Roma sud’, uscito con Todaro Editore. C’è un ottimo rapporto di collaborazione, e spero che continui a esserci. Abbiamo lavorato duro, ma sono davvero soddisfatta del risultato.

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

Il primo vagito di Montesi era un omaggio. A Marlowe, a Chandler, al noir americano. Poi, come spesso succede, il personaggio mi ha fatto intendere che voleva andarsene per una strada tutta sua, e io l’ho ascoltato. Amo moltissimi autori, e spero di aver imparato molto da loro. Ma cosa e da chi non saprei dire. In ‘Grosso guaio a Roma Sud’ qualcuno ha visto Pasolini, qualcuno Pennac, altri Tarantino. Tutti autori e registi che ho amato e amo. Insomma, alla fine sono i lettori che mi fanno scoprire certe cose, e va benissimo così. È una delle magie della comunicazione.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura? Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Ebbene sì, i dialoghi. Preferibilmente quelli a scansione diretta. Mi piace molto un passaggio di Stephen King in ‘On writing’, in cui dice che se scrivi una battuta e non si capisce chi la pronuncia hai sbagliato qualcosa. Impiego molto tempo (e molto divertimento) a caratterizzare il modo in cui parla ogni personaggio. Ogni tanto serve un’indicazione al lettore, ma cerco di ridurle al minimo. Amo anche dipingere i luoghi, ma cerco di essere sintetica e incisiva. Poche parole ben scelte, a mio parere, valgono più di mezza pagina di descrizione oggettiva.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

C’è un racconto di diversi anni fa, ‘Mary a novembre’, pubblicato in ‘Delitti in giallo’, sempre di Mondadori. È nato da un pezzo degli Arcade Fire, ‘City with no children’. Gli ha dato il calcio d’inizio, il ritmo e il cuore. Poi, come spesso succede con i calci d’inizio, nel racconto non ne è rimasta traccia. Ma ha inciso, eccome se ha inciso. Qui dove scrivo ho un dono prezioso, un vero lusso: il silenzio. E in silenzio amo scrivere. Ma se devo darmi un ritmo, piazzo un pezzo che mi piace prima di cominciare. Uno che trovo utilissimo è ‘Thunderstruck’ di AC/DC. Infallibile. Provare per credere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Leggere leggere leggere. Questo va da sé. E poi decidere se si ama davvero scrivere. Passare ore al computer, arrabbiarsi per le parti che non vengono come le avevamo in mente, accettare critiche, giù la testa e lavorare. Scrivere tutti i giorni, l’esercizio non fa miracoli, ma qualcosa che somiglia ai miracoli sì, lo fa. E una volta messa la parola fine alla creatura, cercare un editor serio, professionale e in sintonia, valutare le critiche in maniera spietata, essere disposti a crescere, che qualche volta è un processo complicato. Tenete presente che è un demone, la scrittura. Divertente, entusiasmante, ma un demone. Se vi piglia, non vi molla più. Ed è il suo bello.

L’ora è davvero volata, lascio il tempo per rispondere alle ultime domande, poi chiudo l’intervista con la mia ultima: A cosa stai lavorando in questi giorni estivi?

Progetti progetti progetti. Un romanzo con Montesi di cui è terminata la fase di impostazione, forse un sequel di Grosso guaio e, per quanto io giuri di non scrivere più gialli storici, che sono l’inferno del giallista, ho un’idea che non mi fa dormire, accidenti a lei. Scrittori, puah, gente senza domenica.

Le domande dei lettori

Pape Roga

Qual è il tuo orario preferito per scrivere? Sei un’allodola o un gufo?

Demone meridiano. Né la mattina presto, né la notte, mi piace scrivere nel cuore della giornata. In compenso, di notte non dormo perché i personaggi mi fanno un gran casino nella testa.

Quanta Roma c’è in Grosso guaio a Roma Sud? L’ambientazione per te è importante? Fai ricerche in proposito?

Ops, questa mi è sfuggita. Tanta, tanta Roma. Quella delle periferie e quella del centro. Quella divisa in quartieri diversissimi uno dall’altro, che spesso non si parlano, a volte sono in conflitto. La Roma del centro storico che ha sempre qualcosa di ineffabile e struggente. Ho amici generosi che mi hanno accompagnato per la città a trovare i punti giusti per le avventure. La Roma del romanzo è quella reale, ma i locali in cui si svolge l’azione sono di pura fantasia. Non cercate Ermete al Velabro, o la Vigor, o il bar di Abbe e il Presque tout o un posto di polizia ai Ponti. Quella è la mia geografia fantastica.

Michele Di Marco

Ciao Giulietta, ciao Marzia, e scusate il ritardo (roba di lavoro, pazienza): faccio una prima domanda a Marzia.
Come mai, nonostante tra romanzi e racconti il tuo sodalizio con Matteo Montesi e la sua “famiglia letteraria” (io ho un debole per Palanca, non so se è condiviso…) sembri molto affiatato, hai via via aperto diversi filoni esterni, tutti anch’essi seriali o potenzialmente tali: i gialli storici con Lucio Cenidio, le indagini della freelance Scilla, adesso Zek e Sam, e magari ne hai già altri in mente?

Mi affeziono, Michele. Spesso non mi va di lasciare andare i personaggi con cui ho vissuto tanto tempo, e invento per loro storie nuove. Ho ancora diversi sospesi, progetti che non ho avuto ancora il tempo di scrivere. E poi, spesso sono i lettori a chiedermi di incontrare ancora Zeno Malerba, o Scilla Martini, o Lucio Cenidio.Sai, un personaggio seriale è un po’ una zona sicura. Ma, per mia esperienza, a metter il naso fuori dalle zone sicure si hanno belle sorprese. È successo così con tutti quelli che, come dici tu, non fanno parte della famiglia Montesi. Ma, come sai, non lo abbandono. Ad agosto lo incontrerete di nuovo in un’antologia del Giallo Mondadori. E quella sì che vi sorprenderà.

Come ho chiesto due settimane fa in un’altra intervista imperfetta a Paola Sironi, mi sembra che anche tu, Marzia, riesca a raccontare storie ricche di episodi anche molto brutti (non solo violenti, talvolta anche proprio “brutti” come “brutti” sono i personaggi che ne sono protagonisti) mantenendo un tono molto leggero, e – almeno a me – spesso capita di ridere mentre leggo i tuoi romanzi.
Ti viene naturale o è una scelta per stemperare un po’ quello che racconti?

È una scelta. È anche un po’ carattere, impronta personale. Ho un passato da clown e attrice comica, potevo buttarla in tragedia? E poi sai, vedo una domanda, qui sopra, a cui rispondo in parte qui: Ho un faro, ed è Shakespeare. La tragedia e la commedia che vanno a braccetto come spesso succede nella vita vera. Il faro è lontano, ma, per sua natura, è difficile perderlo di vista. E il registro comico, o meglio umoristico, mi attira sempre, perché ritengo che non sia facile, né che abbia vita facile.

Senti, ma cosa c’entrano in tutto questo gli haiku?

Gli haiku sono la mia perversione. Li scrivo da molti anni, perché hanno una straordinaria complessità nascosta sotto l’assoluta semplicità. A volte trovo necessario fermarmi, respirare piano, svuotare la mente. Guardo il mondo ed ecco l’haiku. Che mi giro nella testa anche per mesi, prima cjhe mi decida a scriverlo o pubblicarlo. È un esercizio di sintesi straordinario, e la sintesi è un dono prezioso per chi scrive, io credo.

:: La grande caccia di Ben Pastor (Mondadori 2020) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2020

La grande cacciaLa brava e talentusosa Ben Pastor è molto conosciuta sul nostro blog specialmente per la sua serie dedicata a Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma è anche autrice di una serie ambientata nell’Antica Roma che ha per protagonista Elio Sparziano, personaggio storico veramente esistito, militare e storico di cui sappiamo in verità ben poco, lasciando grande spazio a Ben Pastor per creare il suo personaggio.
La grande caccia è il quinto episodio della serie con Sparziano protagonista e ci porta nella Palestina del IV° secolo dopo Cristo, al tempo dei quattro co-imperatori, tra cui Galerio e Massimino Daia in Oriente, sulle tracce di un immenso tesoro.
Apparentemente infatti Sparziano viene incaricato di censire i cristiani della provincia, possibili fautori di disordini (si rifiutano ostinatamente di bruciare incenso nei templi romani, tra le loro tante eccentricità), ma in realtà la sua grande missione è appunto trovare questo grande tesoro.
E non sarà facile, innanzitutto perché è ben nascosto, poi perché in molti lo vogliono e sono pronti a tutto per ottenerlo. La sua strada infatti sarà presto costellata di morti, e fin da subito Sparziano si rende conto che salvare la pelle sarà forse il suo compito più importante e difficile.
Misteri, tesori nascosti, pericoli, intrighi, insomma l’avventura al suo meglio, in un grande affresco storico pieno di dettagli, curiosità, e scene di vita vissuta.
Ben Pastor dopo aver abbandonato per un po’ l’Europa della Seconda Guerra Mondiale, ci porta nell’Antica Roma, ricostruendo il periodo in cui si muove Sparziano con grande passione e meticolosità, come ci ha da sempre abituato.
Poi di bello c’è che tutto sembra così vivido, colorito, vitale, anche attuale per certi versi, gli splendori dell’epoca dei Cesari sta volgendo al termine, e la crisi e già nell’aria. Troppe forze contrapposte si muovono nell’ombra e sembrano minare dalle fondamenta l’Impero, non da ultimo questa “strana” religione dei seguaci di Cristo. L’editto di Costantino sarà promulgato a breve nel 313 d. C.
Elio Sparziano è un bel personaggio, un uomo del suo tempo, un militare fedele a Roma e nello stesso tempo amante della storia e delle culture e tradizioni dei popoli. Scambia una fitta corrispondenza epistolare con la madre e con una prostituta che gli racconta le sue preoccupazioni per la figlia di un suo antico amore.
La grande caccia è un romanzo lungo, ad ampio respiro, fitto di scrittura densa e storicamente documentatissima, in cui emerge un mondo perduto in cui ambizioni, avidità e sete di potere spingono le persone a compiere i peggiori eccessi.
Interessante.
(The great chase, 2019), Mondadori editore, 2020, traduzione di Luigi Sanvito.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico con le serie di Martin Bora, di Praga e di Elio Sparziano, tradotte in molti Paesi. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018. Della serie di Sparziano ha pubblicato Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco, Le Vergini di Pietra, La traccia del vento, e La grande caccia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa Mondadori.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Marzia Musneci

17 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Marzia Musneci.

Sarà con noi lunedì 20 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Marzia Musneci è nata a Roma e vive ai Castelli Romani.
Giallista, pubblica per i Gialli Mondadori. Doppia indagine, Premio Tedeschi 2011; Lune di sangue, Premio letterario Città di Ciampino 2013; i racconti Mary a novembre su Giallo24 (2013); Zeno Malerba, fotografo (luglio 2014); Il terzo testimone in Delitti in giallo (agosto 2015). Il romanzo Dove abita il diavolo esce, sempre per i Gialli Mondadori, nel gennaio 2019, e Il respiro del diavolo, racconto vincitore della prima edizione di Giallo Piccante, nel febbraio 2020.
Per Delos books pubblica nelle collane History Crime e Delos Crime.
Il racconto Cinque passi dal cespuglio è compreso nell’antologia Romani per sempre, Edizioni della sera (2015) e Il dieci per cento in L’Estate è una cattiva stagione, Damster edizioni, 2017.
Per Damster esce anche La donna di cenere, scritto con Enrico Luceri, nel novembre 2018 e nel febbraio 2020 Grosso guaio a Roma Sud, Todaro Editore.
Diversi racconti sono pubblicati su giornali, riviste e forum di scrittura.
Quando nessuno guarda, scrive haiku. Vince il Premio internazionale di haiku indetto da Cascina Macondo nel 2013, ed è presente nelle raccolte Hanami (Inverno, Autunno, Primavera, Estate), Edizioni della sera.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

16 luglio 2020

Fabrizio

Ecco il resoconto del nono incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 13 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuto Fabrizio Borgio.

Buonasera a tutti, appena arrivato…

Non perdiamo tempo, e iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Fin dall’infanzia direi. Ero un bambino molto timido e chiuso, non facevo amicizia con i coetanei, il mio mondo lo costruivo con televisione, fumetti e le prime letture di libri, tra i quali ricordo una fascinazione pazzesca verso un’edizione illustrata di 20000 Leghe sotto i mari. Verso i 10/12 anni iniziavo a scrivere storie mie per trasformare alla mia maniera trame viste nei film.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Ne ho tantissimi. Posso citare Sturgeon perchè è l’autore del primo libro un po’ adulto che ho letto nella mia vita: Cristalli sognanti e poi Joyce, il primo autore di letteratura “alta” che mi ha stregato con il suo Ulisse. Tralasciando alcuni imprescindibili (King, Lovecraft ecc.) ricordo Clive Barker, Janet Frame, Buzzati, forse il mio italiano preferito assieme a Fenoglio e Tondelli e poi, tra gli ultimi che mi hanno stregato David Foster Wallace e Lucia Berlin.

Hai iniziato a pubblicare con case editrici tradizionali, solo recentemente hai iniziato anche una tua carriera parallela nell’editoria indipendente, come è maturata questa evoluzione?

Dalla consapevolezza man mano più forte che una Casa editrice “tradizionale” non necessariamente è indice di serietà, professionalità e innovazione. Autopubblicarsi implica molta disciplina personale ma si ha il controllo totale di ciò che si scrive. NO GASOLE il primo romanzo che ho pubblicato da indie era stato rifiutato da diversi editori perchè “strano”, per esempio. Infine ho esempi eccellenti di autori indie e il loro lavoro mi ha convinto una volta per tutte.

C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

In realtà no. I miei lavori erano gelosamente celati a tutti. Solo quando ho vinto un paio di concorsi ho cominciato a pensare che tutto questo disastro, i miei scritti, non dovevano essere. Attualmente mi avvalgo del lavoro di Germano Greco come editor ormai storico e nel caso di NO GASOLE ho contattato alcuni beta reader per aver i loro riscontri a riguardo. C’è poi l’amicizia, professionale e non con pochi altri che come me scrivono. I nostri incontri sono sempre molto stimolanti.

Sei un autore fondamentalmente noir, con alcune declinazioni verso l’horror e la fantascienza, sono i generi che prediligi anche come lettore? O ce ne sono altri?

Horror e fantascienza sono le mie radici di lettore, di lettore forte aggiungerei ma come spiegavo prima, fissarsi con i generi è limitante. Spazio molto e ci tengo a farlo. Salto di palo in frasca, tra saggistica e romanzi storici, tra storie pulp e narrativa “convenzionale” o mainstream come dicono gli addetti ai lavori. La verità è che solo variando ci si arricchisce veramente, si scopre che si può affrontare una storia con schemi differenti, si scoprono stili nuovi. Quando ho conosciuto Wallace con Infinite Jest mi sono ritrovato a scrivere interazioni tra i personaggi estremamente complesse e nevrotiche. Ne La Ballata del Re di pietra, per esempio. Adesso ho da poco terminato Il Soccombente di Bernhard, la sua scrittura nevrotica entra in profondità.

Non posso non farti questa domanda. Sei molto legato alla tua regione, al tuo Piemonte, È lo scenario privilegiato delle tue storie, anche con il suo folklore, le sue tradizioni, il suo dialetto?

Assolutamente sì. Il piemontese è una lingua ricca e variegata nonostante i suoi arcaicismi, inserirlo, impastarlo con l’italiano è un lavoro che magari farà storcere il naso ai puristi ma credo che arricchisca il linguaggio di tutto lo scritto. La mia piemontesità è l’espressione di una cultura e di un territorio e infine di un modo di vedere il mondo. Anche in storie dove l’elemento territoriale non è prevalente, o ambientate all’estero, anche in quelle occasioni, un pizzico di Piemonte c’è sempre. Il folklore invece è il terreno nel quale ho coltivato il mio personale pantheon horrorifico.

Cosa ricordi dei tuoi anni passati nell’Esercito? Disciplina, serietà, senso di responsabilità sono restati nel tuo bagaglio esistenziale e di scrittore?

Direi di sì. Non a caso tutti i miei protagonisti, almeno finora, hanno un passato in uniforme nel loro CV. Stefano Drago era un ufficiale di complemento, Giorgio Martinengo un ex ispettore della Polizia di Stato. Sono anni che hanno forgiato pesantemente la mia personalità, d’altronde è una scelta di vita che fatta a vent’anni lascia segni indelebili, nel bene e anche nel male a dirla tutta. Nel mio caso, ordine, disciplina e senso del dovere sono stati rafforzati e concretizzati.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Un romanzo d’avventure assieme a Davide Mana penso che abbia lo spirito giusto oltre all’amicizia che mi piace pensare ci lega.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti? Anche se nel tuo caso vedo che ti percepiscono principalmente come un autore tradizionale, e non hai avuto difficoltà a essere ospitato anche su pagine di quotidiani importanti.

Credo che allo stato attuale, quel poco d’interesse che possono riscuotere i miei libri riguarda esclusivamente quelli usciti con CE tradizionali. Personalmente ho un rapporto sereno con i recensori e non perchè finora sono stati tutti molto manianimi con i miei lavori (per onestà intellettuale ho sempre condiviso anche le recensioni negative) In tanti anni in questo ambiente ho comunque sviluppato una piccola rete di conoscenze e qualche giornalista generoso s’interessa alle mie uscite. Non parlerei di “facilità” o difficoltà. C’è molta casualità in quello. magari l’editore spedisce alla testata ben disposta e il gioco è fatto. Non sempre hanno voglia di farlo, ecco quello è un altro discorso però.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione. Come ti muovi in questo campo? Ti basi sul tuo pubblico di lettori già acquisito?

Qua diventa difficile… ovviamente la mia base di partenza è quel piccolo nucleo di lettori fedeli che ho guadagnato nel tempo. Promuoversi nell’ambiente indie significa muoversi in uno stagno sovraffollato di pesci, girini, larve e predatori. Perfino far comprendere che il racconto è in ebook e si scarica su Amazon diventa difficile e dopo mesi c’è ancora gente che mi dice che in libreria non trova gli ultimi usciti. Sto sperimentando la promozione in video per presentare e spiegare quel che scrivo. Una strada non così scontata o agevole. Ci vuole preparazione, una buona voce, un eloquio sicuro e probabilmente l’attrezzatura adeguata. (I miei video sono ultra artigianali, girato con il cellulare) spero di non darmi la zappa sui piedi

La moda del momento per gli autori indie è aprire un canale youtube, hai anche tu il tuo?

Come dicevo poco fa, sì. Ho uno smilzo canale youtube ma per farne uno strumento efficace temo debba lavorarci sopra e non poco. Comunque, per chi vuole, lo trova, a mio nome.

L’ora è volata, ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Volentieri. Sto proprio ultimando l’ultimo romanzo con Giorgio Martinengo. Anche questa volta il nostro investigatore delle Langhe dovrà misurarsi con una serie di casi problematici che coinvolgo parte della sua famiglia. Ritorniamo così nel Piemonte più profondo, nelle sue terre, tra Langhe e Monferrato, sullo sfondo di una vendemmia resa più faticosa dal caldo che non molla neanche a settembre. Il titolo temporaneo e non definitivo è Panni Sporchi. Dimenticavo, in questo libro ci sarà una guest star ad affiancare Martinengo nelle sue indagini ma questa è una sorpresa.

Le domande dei lettori

Flavio Troisi

Hai scritto molti gialli, che in Italia hanno un discreto mercato, ma anche storie a tinte fosche, addirittura horror. E ultimamente fantascienza. In quale genere preferisci cimentarti?

Non ho un genere privilegiato. Mi piace muovermi sui confini dei generi, una tendenza contemporanea diffusa. I gialli, spesso virati nel noir sono quelli che mi hanno dato più “visibilità” e diventano una specie di comfort zone nella quale non voglio crogiolarmi troppo.

Davide Mana

Ciao, Fabrizio.
Proviamo con questa: molti giallisti, da vanDine a Simenon, hanno pubblicato le loro “regole” per il poliziesco.
Tu hai delle regole o dei principi che nello scrivere le tue storie DEVI assolutamente seguire?

Più che regole direi proprio principi. Il giallo ha già regole sue dalle quali, per natura intrinseca del genere, è quasi impossibile uscirne. La storia per mio conto dev’essere complessa ma infine comprensibile, in fondo, nel giallo il gioco tra lettore e autore è quello di cercare di spiazzarlo il più possibile nel finale, nel colpevole inaspettato. Non sempre è possibile allora è belle rendere il percorso tortuoso. È una scelta difficile perchè è un attimo perdere il filo logico ma da quel che ho avuto modo di vedere nei riscontri, infine appagante.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

11 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Fabrizio Borgio.

Sarà con noi lunedì 13 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Fabrizio

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano ma non si pone paletti di sorta nella sua scrittura. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria.
Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago.
Asti ceneri sepolte, secondo libro di Giorgio Martinengo mentre Morte ad Asti (Menzione d’onore al festival Giallo Garda 2018) è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editrice. Suoi racconti sono ospitati nelle antologie Spettrale e Il Bar del fantastico, della Cooperativa autori fantastici e nella prima edizione de Una Finestra sul noir della Frilli. Da poco è uscita la seconda raccolta, 44 gatti in noir con un suo racconto ospite. Sempre nel 2018 ha firmato la sceneggiatura con il documentarista Antonio De Lucia del cortometraggio Io resto ai surì in fase di distribuzione.
La Ballata del Re di Pietra è il quarto libro con l’investigatore Giorgio Martinengo.
Dal 2015 è membro della Horror Writers Association.
Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore.
Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Il passato non muore di Lee Child (Longanesi 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2020
Il passato non muore

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Proveniente dal Maine, Jack Reacher decide di svernare a San Diego e così tra bus a lunga percorrenza dalle cromature luccicanti e brevi tratti in autostop inizia il suo viaggio. Lungo la strada fa una deviazione nel New Hampshire e quando un cartello gli indica una cittadina di nome Laconia si ricorda che era il luogo natale di suo padre Stan Reacher, e mosso da curiosità decide di andare a dare un’occhiata al posto e magari trovare la sua casa natale da cui suo padre appena maggiorenne fuggì, forse precipitosamente, per arruolarsi nei Marines.
Così inizia Il passato non muore (Past Tense, 2018) ventitreesimo libro della serie di Jack Reacher, ex poliziotto militare dedito a vagabondare per le polverose strade di un’America per certi versi ancora rurale e desolata.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato in Italia sempre da Longanesi Il passato non muore segue il precedente Inarrestabile, che mi ha tenuto compagnia l’estate scorsa, e per coincidenza anche la scorsa recensione era uscita il 9 luglio.
Che devo dire mi piacciono le storie di Jack Reacher, alcune forse più di altre, ma si tratta sempre di intrattenimento di qualità, alta suspence, colpi di scena ben piazzati, coerenza narrativa di buon livello, e forse sprazzi di violenza improvvisi sempre inseriti in una certa etica del protagonista che anche se non sempre segue alla lettera la legge ha comunque un’idea precisa e personalissima di cosa sia il bene e il male. Certo Jack Reacher non è un tipo con cui ci piacerebbe davvero mangiarci una pizza assieme o averci a che fare, ma sulla pagina scritta è un personaggio davvero riuscito e capace di creare empatia con il lettore.
Questa storia mi è piaciuta per i dialoghi, asciutti, puliti, pieni per certi versi anche di umorismo (alla Jack Reacher naturalmente) e per il senso di suspense che cresce man mano che si prosegue la lettura.
Insomma ci sono due storie parallele che si alternano: quella di due ragazzi canadesi in viaggio con una grande valigia (non vi dico cosa c’è dentro, lo scoprirete sul finale e no non è un MacGuffin) e quella di Jack Reacher alla ricerca delle sue radici, in visita alla città natale di suo padre.
Già da subito sappiamo che le due storie si incontreranno, ma non sappiamo come, dove o perché. Ma sappiamo che voleranno botte da orbi, che alcuni moriranno, si spera i cattivi della storia, perché Jack Reacher non le manda a dire, e non va tanto per il sottile quando si tratta di difendere giovani donne che tornano a casa tardi la sera dopo un turno da cameriera in un cocktail bar, o ragazzi sprovveduti che voglio rifarsi una vita e invece finiscono in un motel da incubo. Perché la provincia americana è sinistra e pericolosa, nasconde insidie ad ogni angolo, anche dove meno te l’aspetti.
Jack Reacher non si smentisce, è sempre lui, rude, grossolano forse, grande e grosso e senza grandi aspettative di vita, insomma non pensa proprio di vivere abbastanza per finire la sua vita in una casa di riposo.
Lee Child scrive onesto thriller action on the road, e in questo è il migliore, quando si inizia una sua storia non si vede l’ora di vedere dove porterà. Ma non è pura azione senza contenuti, è uno specchio distorto di cosa è l’America oggi, con i suoi pregi e i suoi difetti, la tanta brava gente che dà passaggi agli sconosciuti (e gli va bene quando è Reacher a salire a bordo) e tanti altri delinquenti e gentaglia assortita interessata a fare affari nei modi più sordidi possibile.
Un po’ mi ha ricordato Prova a fermarmi, per alcune scelte narrative ma è stato un breve deja vu, questa è una storia autonoma che si regge sulle sue gambe e che aiuterà anche a fare luce su un segreto di famiglia del padre di Reacher, segreto che era sicuro non sarebbe mai venuto a galla, ma non aveva previsto di avere un figlio come Jack.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: epub inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

9 luglio 2020

Muro 03-2020.3

Ecco il resoconto dell’ottavo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 6 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Eccoci pronti, diamo il benvenuto a Paola Sironi e a tutti i lettori.
Parlaci un po’ di te, del tuo lavoro. Punti di forza e di debolezza.

Mi chiedi tante cose. Diciamo che ho inseguito questo sogno per molto tempo, arrivare a pubblicare dei romanzi. Non sapevo se ci sarei riuscita, ma sono stata piuttosto tenace e, alla fine, ho raggiunto la soddisfazione di sapere che le mie parole sono lette da diverse persone. Posso arrivare a comunicare con sconosciuti, esattamente come gli scrittori che amo e ho amato hanno comunicato con me. Al si là dello spazio e del tempo. E’ una sensazione indescrivibile.
Punti di forza: una certa tenacia cocciuta, che ha pro e contro.
Punti di debolezza: forse, quello che soffro di più è una certa timidezza nell’approcciare il pubblico.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere? Hai iniziato a leggere molto giovane?

Sì, da bambina, ho iniziato con i classici che c’erano a quei tempi. Essendo cresciuta tra i maschi soprattutto Salgari e Verne.
Leggere è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti. Nell’adolescenza è diventato una passione.
Gli studi classici mi hanno aiutato molto in questo percorso.

“Sotto scorre il fiume” è il tuo ultimo libro, ce ne vuoi parlare?

È la nuova storia che ho dedicato all’ispettore Annalisa Consolati e alla sua squadra. Nasce dal mio rapporto controverso con questo fiume che attraversa il paese dove vivo da sempre: il Seveso. La storia si sviluppa intorno al fiume, attraverso un delitto crudele.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Io amo la letteratura e spazio in molti generi. In assoluto il mio scrittore preferito è James Joyce, come classici se ne devo scegliere qualcuno direi Marcel Proust, Jane Austen e Stendhal. Contemporanei, sempre dovendo selezionare, e non è facile: Fred Vargas, Philip Roth e Murakami. Giuro però che leggo molti gialli e mi sento influenzata un po’ da tutti, classici, contemporanei, a prescindere dal genere. Anche perché mi piacciono le contaminazioni di genere.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Chiusa in una stanza, ma la musica è essenziale. Anche lì spazio molto, a secondo dell’umore e quello che devo scrivere, posso passare da Albinoni ai Gogol Bordello. Se devo solo pensare a come risolvere una situazione, invece, lunghe passeggiate. Il lock down è stato un disastro su quest’ultimo aspetto.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità infine l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà sto solo riflettendo. Penso che continuerò con Annalisa per mettermi alla pari con la saga dei Malesani, ma, davvero, non per fare la misteriosa, ho solo in mente due idee molto vaghe alle quali lavorerò nelle prossime ferie.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Ciao Paola, e ciao Giulietta: sono impaziente, dunque scrivo senza aspettare di leggere la prima risposta, per cui mi scuso se per caso il tema sarà già stato trattato. Paola, come mai ti sei messa a inventare storie e personaggi? E hai deciso subito (per nostra fortuna) di condividerli con noi lettori?

Inventare mi riesce facile. Sono un Patrizio Consolati con i piedi per terra nella vita quotidiana. Nel caso che qualcuno non sapesse chi è Patrizio Consolati, gli anticipo che è padre della mia protagonista, da tutti detto “il continuatore di film”. Penso che renda l’idea.

Hai scritto sopra che “sei cresciuta coi maschi”: è un punto di contatto con Flaminia, la tua prima protagonista?

Direi proprio di sì.
Sono stata un maschiaccio che giocava a pallone, macchinine e leggeva fumetti come Tex Willer. Un po’ si vede, secondo me.

Io credo che, al di là del tono leggero che riesci a mantenere pur raccontando storie in cui non mancano episodi efferati, tu sia una delle scrittrici più “noir” tra quelle che conosco, nel senso che i tuoi romanzi danno sempre stimoli per pensare alla realtà sociale in cui si muovono i tuoi personaggi, che poi è la nostra. E mi sembra che tu ci tenga. Sbaglio?

No, Michele, io la penso proprio come te: il noir non è per forza efferato o “piagnone”. Il maestro del noir, Simenon, con Maigret non lo era e questo basterebbe. Il giallo, secondo me, diventa noir nel momento in cui riesce a cogliere gli aspetti sociali nei quali matura un delitto. È commedia e tragedia che si mescolano, come nella vita reale.

Mi porto avanti con la prossima domanda. Come mai dopo quattro romanzi (a proposito, apro una sotto-domanda: ti piace di più definirli “gialli”, o “thriller”, o non li definiamo proprio?) con i fratelli Malesani hai deciso di aprire una serie con una nuova “famiglia” di protagonisti?

Io le definisco commedia umana noir. L’idea di cambiare me l’ha ispirata Fred Vargas che ha creato sia gli evangelisti sia Adamsberg.

Nelle note in calce alla presentazione dell’intervista sul blog di Giulietta, fate riferimento agli eventi di reading, e ho visto da poco che anche sulla tua pagina Facebook hai pubblicato alcuni video con la lettura di brani scelti dei tuoi romanzi. Rileggi sempre ad alta voce anche mentre scrivi? Oppure la lettura ad alta voce arricchisce i testi grazie all’interpretazione?

Leggo sottovoce, ma abbastanza da sentirmi. È importante per verificare il ritmo. Alla lettura in pubblico sono, invece, arrivata grazie alle mie amiche Enterprise Very Nice, che sono attrici, casiniste e mi hanno tirato dentro.

Non avete pensato a produrre degli audiolibri? Secondo me, i tuoi testi si presterebbero.

Michele Di Marco non ci ho mai pensato, ma mi piacerebbe e credo che siano facilmente interpretabili. Se dovessi scegliere il lettore, mi orienterei su una delle mie amiche, sono collaudate.

Prima dicevi che “sei stata un maschiaccio”, però mi pare che nelle tue storie i personaggi “risolutori” e quelli più riflessivi (non solo le protagoniste, penso anche ad esempio a Minerva, che non poteva che essere “saggia”) sono donne.
E’ una conferma di quello che noi maschietti sappiamo da sempre, e cioè che siete comunque più intelligenti?

Più intelligenti, è esagerato. Però più abituate per motivi culturali a risolvere problemi, sicuramente.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Paola, intanto ti faccio i miei complimenti per la tua bella e piacevole vena artistica, poi vorrei chiederti un parere sulla necessità, o meno di inserire nei romanzi di ambientazione un uso particolarmente spinto del dialetto. Il rischio è che lettori di altre regioni non capiscano nulla, ma la bellezza dovrebbe essere quella di restare fedelissimi ai luoghi e alla gente dei luoghi. Grazie e in bocca al lupo.

A me piace molto. Pensiamo a Camilleri, quando lo leggevo all’inizio, soprattutto i romanzi storici, capivo poco. Poi ci si abitua e il risultato è notevole. Ho faticato tantissimo a leggere, per esempio Il Pasticciaccio di Gadda, ma possiamo immaginarlo scritto diversamente? Io non lo faccio solo perché non sono portata per i dialetti.

Paola hai mai pensato di scrivere un romanzo a 4 mani con un tuo collega scrittore? Che difficoltà pensi di potere incontrare? Scusa la domanda, ma mi sto avventurando in una cosa del genere.

Non ci ho proprio mai pensato. Così a caldo mi vengono in mente solo tanti litigi. Mi ricorda quanto è stato impegnativo mettere in scena una commedia che ho scritto, rapportandomi alle attrici. Il confronto è sempre impegnativo, però, arricchisce. Credo che possa essere una buona esperienza.

Paola scrivi faccia al muro, o scegli un posto con bella vista, o dove capita? Te lo chiedo per la famosa concentrazione dello scrittore…

A casa, hinterland milanese, faccia al muro. Al lago, davanti a una finestra con vista spettacolare, se non addirittura in spiaggia. Tendenzialmente preferisco la seconda. Non ho grossi problemi di concentrazione, ho la capacità di isolarmi e i parenti mi odiano per questo.😆

Pape Roga

Pensi a un ipotetico lettore quando scrivi oppure “scrivi per te stessa”?

Sono egoista, scrivo pensando a me. Un pochino anche all’editore.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

6 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Paola Sironi.

Sarà con noi lunedì 6 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Paola Sironi è nata nel 1966 a Milano. Vive con il marito e la figlia in un paese dell’hinterland milanese. Ha lavorato come consulente informatico per diverse aziende e attualmente è analista funzionale presso una società di credito.

Ha pubblicato cinque libri con Todaro Editore e uno con Eclissi Editrice: “Bevo grappa” (2010), “Nevica ancora” (2011), “Il primo a uccidere” (2013), “Gelati dagli sconosciuti” (2016), “Donne che odiano i fiori” (2018), “Sotto scorre il fiume”(2020).

Nel 2012, con quattro amici attrici, ha fondato il gruppo teatrale “Enterprise very nice”, specializzato in eventi di reading e invito alla lettura. Per loro, ha scritto e diretto la commedia “La staffetta perenne”, rappresentata nel 2017.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2020

il-seme-della-speranzaBuongiorno Emiliano, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Scrittore, blogger, giornalista. Parlaci di te, che studi hai fatto, che ricordi hai della tua infanzia?

Ero un bambino sensibile e insicuro, alle elementari avevo creato un mondo di giochi con la mia amichetta Francesca, ci isolavamo per difenderci dalla brutalità. Poi con le scuole medie ci siamo separati ed è iniziato il bullismo vero e proprio, anni bui che vorrei non aver vissuto. Al liceo scientifico, scelto solo perché c’era mio fratello che speravo mi difendesse, la situazione peggiorò ulteriormente. Sorrido al pensiero di quello che diceva mio padre quando non volevo andare a scuola, “Da grande ti mancherà il periodo della scuola”. A me quegli anni non mancano assolutamente, piuttosto ringrazio che non ritornino. L’università fece in modo che finalmente allontanassi dalla parola istruzione la sensazione di acuta sofferenza che fino a quel momento aveva accompagnato il mio percorso di studi. Mi sono laureato in filosofia discutendo una tesi in storia delle religioni, precisamente sui riti terapeutici degli indiani Navajo, e alcuni degli amici trovati a Villa Mirafiori mi accompagnano ancora oggi.

Come ti sei avvicinato alla scrittura e come è nato il tuo amore per i libri?

Scrivevo per respirare, riempivo diari dove sfogavo le emozioni che non era possibile tenere a bada. Mai avrei pensato però di vivere con le parole, giocavo a pallavolo sperando di divenire un atleta professionista, amavo gli animali al punto da voler fare il veterinario. Poi però l’insicurezza mi frenò e decisi per una facoltà che avrei potuto frequentare a Roma. Trasferirmi a Perugia da solo, dove c’era veterinaria, mi terrorizzava. Mi iscrissi quindi a filosofia. Una volta laureato una mia amica mi fece leggere un racconto col quale partecipava ad un concorso, ne scrissi uno e vinci. Una scintilla si accese e di lì a poco diventò un incendio. Il fuoco delle parole mi brucia dentro, forse mi consumerà, ma non c’è modo di spegnerlo.
Discorso ben diverso riguarda la lettura. Fino al conseguimento della laurea non riuscivo a ritagliare del tempo per letture extra. Anche dopo la stesura del famoso racconto che cambiò la mia vita continuavo a non leggere. La mia migliore amica mi spinse ad aprirmi alla lettura dicendomi che ne avrei guadagnato sia come scrittore che come persona. Seguii il consiglio e mi dolsi per tutto il tempo perso. Oggi non potrei vivere senza leggere!

Sei un autore di romanzi e libri per ragazzi, che tipo di responsabilità implica scrivere per questi giovani lettori? Tu come ti regoli? Hai fatto studi specifici sull’età evolutiva?

E’ una cosa fantastica sapere che i ragazzi leggono i miei libri, è come giustamente dici anche una bella responsabilità, ma io lascio parlare il ragazzino in me e in questo modo spero di non sbagliare. La mia storia, il mio vissuto, mi hanno permesso di sviluppare una sensibilità particolare che fa sì che riesca a non dimenticare gli ultimi o quelli in difficoltà. La vita è stato il mio campo di studio, ne porto i segni e brandisco le consapevolezze conquistate. Scrivo per i ragazzi e imparo da loro, dalla loro schiettezza e dall’autenticità che li contraddistingue.

Il tuo fantasy Il seme della speranza (Watson, 2020) viene utilizzato nelle scuole come testo di lettura, una bella soddisfazione.

Sono molto felice di questo, una serie di scuole dislocate sul territorio nazionale lo hanno assegnato come testo di lettura estivo, altre lo utilizzeranno per progetti o laboratori l’anno prossimo. Per lo più nelle scuole medie e al biennio delle superiori, ma anche in alcune scuole elementari per i ragazzini che dalla quarta passano in quinta. E’ una lettura che può venir fatta a vari livelli, a seconda dell’utenza. Di certo il covid e la didattica a distanza non hanno agevolato la diffusione del mio libro, ma non sono riusciti a fermarlo!

Parlaci de Il seme della speranza, come è nata in te l’idea di scriverlo?

Sono cresciuto giocando a Dungeons & Dragons, quante volte ho sognato di essere il druido Zibetex o il mago Mercurius e di combattere contro banditi o creature mostruose per difendermi o salvare i più deboli. Quel mondo di fantasia e di magia è ben vivo in me e ho dovuto solamente aprire una porticina per consentire alle parole di uscire. Poi ho pensato di metterlo in comunicazione/contrapposizione con l’iper-razionalità e l’aridità che ahimè stanno rovinando il nostro pianeta ed è venuto fuori “Il seme della speranza”, un’opera dicotomica, dove però alla fine ci si accorge che ciò che apparentemente è distante in profondità è intimamente legato.

Di cosa parla? Sottende un messaggio universale?

In principio fu Spyria, l’immortale, piena dell’amore necessario a generare ogni essere vivente, che creò l’universo. La divina genitrice diede origine a due mondi paralleli, lontani e diversi tra loro, seppure intimamente legati: quello degli Spiriti e delle Divinità, dove l’armonia e l’incanto regnano sovrani, e il pianeta Terra. Lo sfruttamento degli individui e della natura su quest’ultimo ruppe il fragile equilibrio di connessione tra i due, quindi Eres viene mandato sul Pianeta Terra per cercare di porre fine alla scelleratezza dell’essere umano.
Il seme della speranza” è un Fantasy moderno, un libro che mette in comunicazione e in contrapposizione gli aspetti più puliti dell’animo umano con la bramosia di potere e di denaro. Da un lato il rispetto per la natura, per l’individuo come entità viva e pulsante, dall’altro l’arroganza e il delirio d’onnipotenza e l’arrivare a considerare le persone solo come strumenti, oggetti per perseguire i propri fini.

Sei un autore italiano tradotto all’estero la tua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo è uscita in America col titolo “On the edge”. Raccontaci come è andata. Con che editore americano pubblichi?

Essere invitato a presentare un tuo libro alla NY University, all’Ambasciata Italiana di Washington o all’Opera House di Willmingotn sono esperienze che non si dimenticano. Giorni fantastici che mi hanno riempito di soddisfazione, questa però è arrivata dopo, inizialmente ero solo spaventato all’idea di presentarmi a una platea e interagire in una lingua diversa dall’italiano. Ricordo che il giorno della prima presentazione in America dissi al mio editore che non ce la facevo, doveva dire alle persone intervenute che mi ero sentito male e che l’evento era annullato. Lei però (DeBooks) mi tranquillizzò e tutto andò per il meglio. Ogni tanto riguardo il video della mia presentazione che la NY University ha pubblicato su YouTube e ho un brivido. Spero di tornarci presto, magari con un nuovo libro tradotto!

Come è nato il tuo interesse per i racconti?

Il racconto non è altro che una storia breve, se ne fruisce in modo diverso dal romanzo, in tempi diversi, nei ritagli. Sai che lo inizi e lo finirai, non resterai appeso alla lettura, non rimarrai deluso perché la pausa pranzo terminerà senza che tu abbia risolto i tuoi dubbi. Mi piacciono i racconti, nei momenti frenetici sono perfetti per riempire piccoli vuoti, ho adorato quelli di Edmund White, che ho avuto la fortuna di conoscere, e apprezzo il lavoro svolto da Racconti Edizioni, casa editrice che ha il merito di puntare su una forma narrativa per lo più bistrattata. Quando mi trovo a scrivere racconti sto molto attento alla cura e alla definizione di ogni dettaglio, sono piccole perle che devi cercare di lucidare alla perfezione.

Collabori con la pagina Cultura de Il Mattino e sull’HuffPost curi la rubrica “Nel giardino delle parole“. Come giudichi il giornalismo culturale italiano? C’è spazio per i giovani?

E’ un settore spinoso e altamente competitivo dove è davvero difficile farsi largo e riuscire a fare in modo che il proprio nome si ritagli un piccolo spazio accanto ai soliti noti. Ho dato vita alla mia rubrica sull’HuffPost nel dicembre del 2017, il 22 dicembre, giorno del compleanno di mia madre, e ho iniziato a collaborare con Il Mattino a ottobre 2018. A che punto sono? Solo all’inizio!

Il tuo sito è http://www.emilianoreali.it, hai un canale diretto con i tuoi giovani lettori? Ricevi molta posta?

Sono in contatto coi lettori, giovani e meno giovani, attraverso i canali social (Facebook, Instagram, Twitter) e devo dire che le loro lettere, i loro commenti, i post dove mi taggano mi riempiono davvero di riconoscenza per questo lavoro splendido che ho la fortuna di fare. Ultimamente mi stanno sommergendo di loro foto con “Il seme della speranza” e io li chiamo affettuosamente i miei semini.

Cosa stai leggendo in questi giorni, quali sono i tuoi libri sul comodino?

Leggo “Fiori senza destino” (Sem) di Francesca Maccani e “L’educazione come vita” di Georg Simmel, opera curata da Alessandra Peluso per Mimesis edizioni. Poi sul comodino mi aspettano “Biografia della fame” (Voland) di Amélie Nothomb, “Lamento di Portnoy” (Einaudi) di Philip Roth e “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Guanda) di Luis Sepulveda.

Bene, penso sia tutto, chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Ho due nuovi romanzi pronti, devo trovare un nuovo agente e la casa editrice giusta per loro!