Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Condominio Noir, AA.VV. (Watson edizioni, 2022) a cura di Giulietta Iannone

20 Maggio 2022

Se ne parlava da anni di un’antologia noir che raccogliesse le più significative voci femminili del genere, e sembra che Livia Frigiotti per Watson abbia dato concretezza a questa idea: Livia Sambrotta, Cecilia Lavopa, Lucia Tilde Ingrosso, Luisa Gasbarri, Paola Rinaldi e Sara Fattorini danno vita a questa sorellanza portandoci al centro di storie nere che hanno per tema comune il condominio. Si è discusso per anni se le donne fossero in grado di scrivere noir, se ci fosse una dimensione puramente femminile del noir. Molti hanno un’idea della femminilità eterea e sfumata che poco si adatta a storie sulfuree, crude, violente. Molti pensano che le donne vanno quasi preservate da queste brutture, quasi debbano vivere in un’oasi incontaminata lontana dal male e dal dolore. Pensano che siano fragili, indifese, innocenti. Ma anche le donne partecipano alla vita, vedono il male dove si annida, e pur filtrando il reale con la loro sensibilità sanno descrivere i lati peggiori e più drammatici della vita quotidiana e del mondo. Le sei autrici di questa antologia ci riescono. Accomunate da una certa facilità di scrittura, ci parlano di violenza, degrado, morte senza edulcorare eccessivamente il narrato. Se amate il racconto non privatevi di questa antologia caratterizzata da una certa uniformità. Non c’è un racconto che spicca più di un altro, forse solo quello della Gasbarri si struttura in un sottogenere definito del noir (non così comune in Italia dove le tematiche antropologiche femministe e gender non sono primarie). Bello quello della Lavopa, che se avesse più tempo per dedicarsi alla scrittura sfornerebbe sicuramente più opere interessanti. Brave anche le altre autrici tutte provenienti da altre esperienze narrative con una buona gavetta alle spalle.

:: Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo

15 Maggio 2022

Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio 2017; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con i suoi preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

:: I cinquant’anni de “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini, a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2022

La donna della domenica di Fruttero & Lucentini fu uno spartiacque, che se vogliamo coincise con un punto di non ritorno: il giallo si guadagnava (finalmente, oserei dire) un posto di rilievo nel mondo letterario italiano. L’aura di nobiltà letteraria guadagnata da questo libro da quel momento accompagnò anche opere di ingegno precedentemente ritenute solo bassa letteratura “popolare” (con snobbismo dispregiativo) di genere. Tutto ciò lo dobbiamo a Carlo Fruttero e Franco Lucentini, enfants terrible della letteratura italiana. Colti, eleganti, ironici, forse troppo intelligenti, divertenti, conoscitori delle dinamiche sociali e morali di un’Italia che forse si è persa, ma che loro fotografarono nel periodo di maggior fulgore post boom economico in cui albergavano già i germi della decadenza. Era il 1972, iniziavano gli Anni di piombo (la strage di Piazza Fontana era del 1969), il clima era teso, lugubre, la gente non scherzava più, anche la letteratura rifletteva questo malessere diffuso. E Fruttero & Lucentini cosa fecero? scrissero un’opera lieve, divertente, buffa, “leggera”, capace di far riflettere e nello stesso tempo rassicurare i lettori prendendo bonariamente in giro una alta borghesia sabauda, contornata da un mondo in fermento. Fruttero & Lucentini ebbero il pregio di scrivere un libro stilisticamente splendido, un tripudio di intelligenza, una piccola perla che poneva di colpo Torino, con i suoi vizi e le sue poche virtù, sotto i riflettori. La Torino degli anni ’70 torna grazie a questo libro a rivivere, e lo fa con grazia e discrezione. Gli autori, seppure una velata critica sociale la facciano, non vollero cavalcare l’onda del risentimento o inasprire di ingiustizie e diversità sociali esistenti all’epoca, vollero invece semplicemente creare un teatro umano in cui sentimenti, passioni, e anche odi assursero a protagonisti, usando il meccanismo del giallo e dell’indagine poliziesca, come pretesto, come mero stratagemma narrativo. Lungi da me voler fare un’analisi sociologica di questo capolavoro letterario, il mio commento è più un omaggio al talento e al genio deglli autori che non dando importanza a mode e pregiudizi hanno portato una ventata di freschezza e novità in un panorama asfittico e di maniera. Dopo di loro anche grandi scrittori poterono dedicarsi al giallo senza vergognarsene. Se Umberto Eco scrisse Il Nome della Rosa, un po’ lo deve anche a loro, e molti altri autori furono debitori dell’irriverenza e della preveggenza di questa coppia di autori così fuori dagli schemi. Ipocrisie, false morali, avidità, intrallazzi, meschinità, ce ne è per tutti. Anche se il tono resta leggero, i temi tratatti sono seri e più scaviamo in questo testo e più troviamo gemme e tesori. La Mondadori esce con una nuova edizione del libro, per i più giovani che hanno il privilegio di leggere questo testo per la prima volta. E’ divertente, grottesco, surreale, e paradossale per certi versi, certo nessuno si scandalizza più per l’arma del delitto (un fallo di pietra) che sicuramente negli anni ’70 creò un certo scompiglio, pur tuttavia l’umanità nel suo substrato più profondo resta la stessa, e la modernità di questo libro ci accompagna ancora oggi con garbo e ironia, parole forse fuori moda, che caratterizzano però la torinesità nel suo intimo più profondo. Che Anna Carla Dosio divenne grazie anche a Jacqueline Bisset che la interpretò nel film omonimo di Comencini il sogno proibito di mezz’Italia maschile, fa forse sorridere, oggi consumiamo tutto con così grande velocità che non si può non guaradre con tenerezza e con rimpianto a quegli anni, forse idealizzati per alcuni, ma sicuramente vivi e vitali.

:: In lode della guerra fredda di Sergio Romano (Longanesi 2015) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2022

A dispetto del nome, la Guerra fredda fu un lungo periodo di pace e stabilità per l’Europa. Pur se costellati da momenti di grande tensione, i decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale furono caratterizzati dalla fermezza con cui le due superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, seppero frenare le forze che al loro interno premevano per lo scontro, ben consapevoli che lo scoppio di una guerra nucleare avrebbe avuto conseguenze disastrose per tutti. Con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Urss, i confini dell’ex Impero sovietico divennero nuovamente contesi, rinacquero antichi nazionalismi, scoppiarono numerose guerre: in Cecenia, nel Caucaso e nella ex Jugoslavia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, pensarono di avere vinto la Guerra fredda, ma oggi emergono chiari i limiti della superpotenza americana e le conseguenze del suo avventurismo: rivoluzioni sfuggite di mano, guerriglie fomentate dal fanatismo religioso, contrasti sempre più accesi con la Russia. Ma la fine della Guerra fredda, e i conflitti del dopoguerra, hanno avuto come effetto soprattutto il sorgere dei «non Stati» – Isis, Ghaza, Kurdistan iracheno, Bosnia, Kosovo, Siria, Libia – con le grandi incognite che ne derivano: come si combatte contro un «non Stato»? Come lo si governa? E come si può ricostruire l’ordine perduto?

In questi giorni confusi e convulsi ho ripreso un libro di Sergio Romano, autorevole commentatore di quasi tutti i fatti salienti accaduti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, uscito ormai nel 2015 dal titolo emblematico di In lode della guerra fredda. Con la sua mente lucida e analitica Romano ripercorre gli avvenimenti storici occorsi dalla Rivoluzione Ungherese alle rivolte arabe in Egitto, Libia e Siria, senza tralasciare gli antefatti della cosidetta “questione ucraina” e lo fa focalizzando importanti correlazioni e riflessioni che spiegano l’evolversi di un processo lento e difficoltoso che ha il suo punto di svolta nel crollo del regime comunista dell’Unione Sovietica. La fine dell’URSS ha posto di fatto fine alla Guerra Fredda, cosa di per sè positiva, ma ha anche in realtà spezzato quell’equlibrio di forze, a prescindere dalle valutazioni etiche e morali dei vari regimi, che mantenevano la pace seppur sotto la minaccia di un conflitto atomico. Possiamo definirla vera pace? Questa è un’interessante domanda etica che mi sono posta durante la lettura considerando il fatto che sebbene in Occidente si visse un periodo di relativa assenza di conflitti armati (senza dimenticare le guerre jugoslave, comunque post caduta Muro) non si rinuncio a coflitti armati per procura in altre parti del mondo. In lode della guerra fredda dunque è un compendio, molto illuminante, di più di cinquant’anni di storia politica, caratterizzato da capitoli brevi ed essenziali che sintetizzano i principali avvenimenti occorsi e aiutano grazie a un linguaggio semplice ed efficace, a fare chiarezza su avvenimenti per i più giovani, che non hanno vissuto quegli annni, ancora oscuri. I meno giovani, che hanno avuto un’esprienza diretta delle conseguenze di quei fatti, potranno comunque, grazie a questo testo, avere una visione di insieme utile a far luce su quelle dinamiche sotterranee che hanno portato agli avvenimenti contemporanei. Naturalmente sono interpretazioni, teorie politiche, giudizi forse in alcuni casi anche troppo severi, specialmente nei riguardi degli Stati Uniti con cui Romano non ci va leggero imputandogli colpe e responsabilità, determinati però dal punto di vista privilegiato da cui l’autore li ha osservati. Consiglio di leggere soprattutto attentamente i capitoli riguardanti la crisi ucraina, e l’irresistibile avanzata della Nato, oltre al capitolo intitolato: Chi ha vinto la Guerra Fredda? E poi naturalmente c’è il dopo e tutti gli strascichi che sono occorsi. Ci si domanda perchè tante guerre “calde” si sono sviluppate nel post Guerra Fredda, e soprattutto si analizzano le difficoltà nell’intraprendere un percorso di convivenza pacifica e governance globale democratica diretta, sempre considerato che i paesi democratici al mondo sono una minoranza ristretta e privilegiata. E soprattutto sempre che i popoli del mondo la vogliano e non preferiscano rinunciare a parte della loro libertà e dei loro diritti fondamentali in cambio di un maggiore benessere economico o financo della mera sopravvivenza. Doloroso dilemma che ci fa riflettere sui costi (reali) della democrazia, e sui sacrifici che siamo disposti ad affrontare per il mantenimento della pace, sempre considerato che una guerra globale (atomica) a tali condizioni non prevede nessun vincitore (e tutti lo sanno). La debolezza dell’Unione europea, pur mantenenedo un giudizio relativamente positivo sull’operato dei vari attori politici dalla Merkel a Hollande, è il punto critico che Romano ha focalizzato nel 2015 che ha ripercussioni fino ad oggi e questo giudizio è condiviso anche da altri osservatori politici e mi sento di condividerlo anche io sebbene mi interroghi su come ricostruire l’ordine perduto, impossibile se dimentichiamo che senza una diffusa e condivisa giustizia sociale ed un’equa distrubuzione delle risorse non ci può essere vera pace, la sola condizione possibile per la sopravvivenza della nostra specie.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi ultimi libri pubblicati da Longanesi: La Chiesa contro (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014), In lode della Guerra fredda. Una controstoria (2015), Putin (2016), Trump (2017), L’epidemia sovranista (2019), Processo alla Russia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Longanesi.

:: Un’intervista con Maria Valeria D’Avino a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2022

Benvenuta Maria Valeria D’Avino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award per aver tradotto “L’uccello nero” di Gunnar Gunnarsson (Iperborea), tra l’altro un libro meraviglioso, un precursore se vogliamo del noir nordico. Condividi questa definizione?

Mi sembra che l’etichetta “precursore del noir nordico” vada un po’ stretta a questo libro che da una parte va molto molto al di là di un delitto, anzi due, e di un’indagine, anche se li contiene entrambi, e dall’altra rischia di deludere un lettore che cerca soprattutto una storia nera. Quanto a questo, però, la storia che racconta questo libro è davvero nera, anzi nerissima, ha che fare con i sentimenti più violenti, oscuri e inconfessabili dell’animo umano, con il delitto e con il castigo. Quindi in fondo forse sì, possiamo dire di trovarci davanti a un classico della letteratura noir, sicuramente uno dei suoi vertici, anzi, e tra i più originali.

Naturalmente il nostro è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, tu hai sicuramente vinto premi ben più prestigiosi. Pensi che per un traduttore un premio possa essere di aiuto per una giusta considerazione del suo lavoro?

Sicuramente i premi fanno piacere, ma non sono sicura che contribuiscano a diffondere la conoscenza e la considerazione del ruolo e del lavoro dei traduttori. Per questo ci vorrebbero dei critici letterari e forse anche dei lettori più consapevoli.

Dove sei cresciuta? Che libri leggevi durante la tua infanzia e adolescenza?

Sono cresciuta a Roma, per mia fortuna in una famiglia di lettori. Anch’io sono stata fin da piccola una lettrice appassionata.

Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho studiato lettere con indirizzo anglogermanico e – passando attraverso il tedesco e la filologia germanica – mi sono appassionata presto, durante gli anni di università, alle culture e alle letterature dei paesi nordici, all’inizio in particolare della Danimarca. Era un territorio interessante e inesplorato in Italia, sia per la letteratura che allora qui era praticamente sconosciuta, sia per la struttura sociale, così diversa dalla nostra, e della quale ho potuto fare esperienza diretta già negli anni dei miei studi, grazie ai programmi di sostegno finanziario danesi. Uno dei vantaggi di lavorare dalle lingue nordiche è la politica culturale di quei paesi, che incentiva e sostiene finanziariamente la formazione e il lavoro dei traduttori dalle loro lingue, permettendo viaggi di ricerca, partecipazione a fiere e festival letterari.

La lingua è un organismo vivo che si trasforma continuamente: credo sia essenziale per un traduttore avere contatti frequenti e diretti non solo con la letteratura, ma anche la vita quotidiana del paese in cui si parla la lingua da cui traduce.

Sono diventata traduttrice a tempo pieno dopo aver lavorato per molti anni alla radio, anni in cui ho anche tradotto qualche libro, ma sempre in maniera sporadica. Non ho mai seguito corsi specifici per imparare ha tradurre, credo di aver imparato molto sul campo, soprattutto grazie all’incontro – e a volte allo scontro – con chi nelle case editrici si occupava della revisione. Un ruolo importantissimo nell’editoria, anche più ignorato di quello del traduttore, eppure essenziale. Un buon rapporto con il revisore è una vera gioia per il traduttore e una garanzia per la qualità del testo.

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

È difficile rispondere, bisognerebbe avere dei criteri in base ai quali stabilire l’importanza. Di sicuro ho avuto la fortuna di tradurre autori grandissimi, come i classici Knut Hamsun, Henrik Ibsen, Gunnar Gunnarsson, e tra i contemporanei Dag Solstad, che è considerato il più importante autore norvegese vivente, ma anche Roy Jacobsen, Gaute Heivoll, Johan Harstad e i danesi Thorkild Hansen, Dan Turell, Siri Ranva Hjelm Jacobsen… ogni volta che cerco di fare queste liste poi mi dispiace per quelli che rimangono fuori.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo molta letteratura delle lingue dalle quali traduco, sia per lavoro sia per interesse personale. E dedico sempre qualche mese l’anno alla lettura di libri italiani, classici e contemporanei, per “temperare” l’orecchio. In genere poi cerco di armonizzare le mie letture con il testo che sto traducendo, di trovarmi in un ambiente linguistico affine, per così dire. Ma poi ci sono gli innamoramenti improvvisi, gli autori del cuore che devo assolutamente leggere appena esce un nuovo libro, insomma sulla scrivania e sul comodino ci sono sempre pile inesauribili.

C’è qualche libro attuale di autori nordici che consiglieresti ai nostri lettori?

Consiglio una delle mie ultime traduzioni, Gli invisibili di Roy Jacobsen, uscito quest’anno da Iperborea. È il primo di una serie di quattro romanzi, la storia di una famiglia che abita una remota isoletta nel Nord della Norvegia, tra isolamento e modernità, nella natura potente e bellissima del nord e con una protagonista indimenticabile.

E consiglio Chiamo i miei fratelli di Jonas Hassen Khemiri tradotto da Katia De Marco per Einaudi, un romanzo breve ma densissimo che parla dei nostri pregiudizi e della paura dell’”altro”.

Parliamo ora di “L’uccello nero” (Iperborea). Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già l’ autore Gunnar Gunnarsson ? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Avevo già tradotto per Iperborea un altro libro di Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, che ormai è un vero classico natalizio e un piccolo libro di culto. Lavoro con Iperborea da moltissimo tempo ormai, e immagino che mi assegnino certi libri perché pensano che siano nelle mie corde.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile? Mi avevi anticipato che tutta la traduzione è stata difficile, ma appunto mi chiedevo quale ostacolo hai dovuto superare per arrivare alla qualità che hai dimostrato.

L’uccello nero è un libro scritto in danese da un autore islandese. Questa è stata senza dubbio una delle difficoltà principali. È come se l’islandese fosse sempre in filigrana sotto al danese, senza contare i numerosissimi termini che nel dizionario danese proprio non esistono, magari perché si riferiscono a fenomeni naturali, geologici o anche culturali che sono specifici dell’Islanda. Per fortuna, lavorando sul testo di un grande scrittore, una strada per la traduzione si trova sempre.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autore, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Quello di Gunnar Gunnarsson è sicuramente uno stile complesso, elaborato, molto diverso da quello degli autori scandinavi contemporanei, e questo è abbastanza ovvio, trattandosi di un autore nato nel 1889. Credo che questo libro, in particolare, possa essere apprezzato proprio per questa voce lontana nello spazio e nel tempo, che non ha paura di scandagliare i lati più oscuri e raccapriccianti del comportamento umano, ma nemmeno di lasciare al lettore ampie zone d’incertezza, di dubbio, d’inquietudine. Terribili paesaggi umani a contrasto con meravigliosi paesaggi naturali. Cosa può desiderare di più un lettore coraggioso?

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Insieme a Sara Culeddu sto traducendo un grande romanzo americano, però scritto in norvegese. Si chiama Max, Misha e l’Offensiva del Tet e l’ha scritto Johan Harstad, del quale qualche anno fa Iperborea ha pubblicato Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? , sempre nella mia traduzione. Questo nuovo romanzo uscirà invece per Sellerio l’anno prossimo.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Un’intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2022

26 aprile 2022

Buongiorno professore, siamo arrivati all’edizione 2022 dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, un libro sempre più prezioso per analizzare la storia e la contemporaneità dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo nella sua sponda sud (al limite sud-est). Otre a questi profili paese, molto utili ed essenziali, il volume è arricchito da alcuni saggi di esperti e studiosi, quest’anno su: primavere arabe, energia e sicurezza, e scenario israeliano. Con una guerra in corso che infiamma un territorio sulla sponda opposta del Mar Nero rispetto alla Turchia, che scenari si aprono per i difficili equlibri della regione?

R: L’attacco della Russia all’Ucraina apre scenari complessi e al tempo stesso imprevedibili. La Turchia è certamente uno dei paesi del Mediterraneo più interessati al conflitto e alle sue evoluzioni. Non solo perché affaccia sul Mar Nero e controlla gli Stretti, ma anche perché i suoi rapporti con Mosca sono stati caratterizzati, nel corso degli ultimi anni, da rotture e riavvicinamenti tattici. In Siria Turchia e Russia giocano partite differenti e anche in Libia i due paesi appoggiano fronti contrapposti. Erdogan ha spesso usato Mosca come contrappeso alla Nato e ai paesi europei, cercando così di ritagliarsi una sorta di autonomia strategica che le permettesse di agire più liberamente quale potenza regionale. Tuttavia nella fase attuale la Turchia, quale membro della Nato, vede ridotto il proprio spazio di manovra. Un confronto duro, come quello che si sta prefigurando tra Russia e Occidente, rende più complesso tenere un atteggiamento ambiguo da parte di Ankara.

Secondo lei c’è una possibilità concreta che il conflitto si estenda nelle regioni a sud del Mediterraneo?

R: Allo stato attuale delle cose è difficile fare previsioni. Una cosa è certa: si sta prefigurando una sorta di Nuova Guerra Fredda e ciò significa che ogni paese sarà chiamato a prendere, prima o poi, una posizione rispetto allo scontro attuale. In un certo senso, dunque, anche se non dal punto di vista bellico, lo scontro tra Russia e Occidente per portare dalla propria parte il maggior numero di paesi è già cominciato e coinvolge certamente anche il Nord Africa e il Medio Oriente. È interessante, da questo punto di vista, notare le posizioni di Marocco e Algeria in occasione del voto all’Assemblea dell’Onu, lo scorso 5 marzo, sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa in Ucraina. Il Marocco ha deciso di non partecipare al voto, mentre Algeri ha deciso di astenersi. Sono segnali che non devono essere assolutamente sottostimati.

L’Ucraina è un paese ricco di risorse, (è il granaio dell’Europa), materie prime, km di gasdotti che l’attraversano e danno energia all’Europa. Secondo lei è stata l’avidità a innescare il conflitto nel 2014? L’Europa, poi, che errori ha commesso, perché ha esitato così tanto a far entrare l’Ucraina nell’Unione europea? Non rispettava alcuni parametri? O c’è dell’altro?

R: Il conflitto, iniziato nel 2014 con l’occupazione della Crimea da parte della Russia e con la destabilizzazione del Donbass ha ragioni politiche e geopolitiche. Mosca da anni non nasconde il fatto che voglia ricreare una sorta di zona cuscinetto, composta da Stati che da lei dipendono e a lei rispondono, la quale possa garantirle la sicurezza rispetto a presunte minacce provenienti dalla Nato. L’Europa ha forse sottovalutato le implicazioni di lungo periodo della crisi del 2014, nella convinzione, forse, che Mosca non si sarebbe mai spinta oltre. Per quanto riguarda l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, credo che Bruxelles abbia mostrato tutta la propria disponibilità, in questa fase, mandando anche un segnale politico forte alla Russia. Per quanto riguarda l’ingresso vero e proprio, tuttavia, pur volendo accelerare al massimo le procedure, l’Ucraina dovrà rispettare i parametri richiesti a qualsiasi paese candidato e per fare ciò ci vorranno probabilmente anni. A meno che non si compia una scelta tutta politica e si decida di accettare Kiev nell’Ue prima che essa sia in grado di soddisfare appieno i parametri di adesione. Ma in questo caso, come detto, si tratterebbe di una scelta politica e al di fuori del normale processo di adesione all’Ue.

Ho fatto risalire l’inizio del conflitto al 2014 (molti storici concordano su questo punto) sebbene in principio la “guerra” era circoscritta nelle regioni del Donbass. Una guerra civile, fratricida, sanguinosa. Ma lontana. Dal 24 febbraio, con l’ingresso delle truppe armate di Mosca nel paese, la guerra civile da lontana è diventata vicina. È entrata nelle nostre case, ha scosso l’opinione pubblica. La gente muore, e noi assistiamo impotenti a questa barbarie. Secondo lei sono stati incrinati in qualche misura gli ideali di pace e stabilità all’origine dell’Unione Europea stessa? C’è una strada da percorrere per ripristinarli?

R: Non credo che gli ideali di pace e stabilità che hanno segnato sin dalla sua nascita il progetto comunitario siano stati scalfiti in alcun modo dalla guerra. Al contrario, la scelta di Mosca di usare le armi rafforza la visione alla base dell’esistenza stessa dell’Ue. Inoltre non sono d’accordo sul fatto che l’Europa stia assistendo impotente agli eventi bellici. L’Europa mai come in questa occasione si è mostrata coesa, sostenendo l’Ucraina sul piano politico e militare e imponendo sanzioni molto dure alla Russia, le quali avranno certamente un impatto nel medio periodo sull’economia russa.

Tornando all’Atlante, è sempre più uno strumento utile per storici, e ricercatori, e perché no politici e amministratori. Quando avete ideato il progetto pensavate che avrebbe avuto un tale peso e una tale portata?

R: Quando abbiamo pensato di pubblicare l’Atlante non immaginavamo che saremmo arrivati all’VIII edizione. Le premesse che erano allora alla base della nostra scelta restano tuttavia ancora valide. Pensavamo allora, e pensiamo ancora oggi, che il Mediterraneo sia parte dello spazio vitale dell’Italia e dell’Europa e che negli anni passati le dinamiche politiche, economiche e sociali che lo attraversavano fossero troppo trascurate nel nostro paese. Le Primavere Arabe colsero tutti di sorpresa, politici e opinione pubblica, perché poco si conosceva del Mediterraneo e dei paesi della sponda sud. Abbiamo allora pensato di dare il nostro piccolo contributo affinché il dibattito sul Mediterraneo resti vivo e al centro degli interessi del nostro paese.

Il Mediterraneo è sempre più un ponte tra il Sud del Mondo e l’Europa, in che misura questo ruolo cruciale è avvertito a Bruxelles?

R: Sino ad alcuni anni fa l’Ue era molto concentrata nello sviluppo della sua dimensione continentale e mitteleuropea. Oggi anche a Bruxelles vi è maggiore consapevolezza dell’importanza del Mediterraneo. C’è ancora molto da fare, ma credo che oggi l’Europa sia sulla strada giusta rispetto alla necessità di affrontare i problemi della regione in modo collettivo e con uno sguardo al futuro.

Ringraziandola della disponibilità le chiedo su che direttrici state lavorando per l’Atlante del prossimo anno? Grazie.

R: Come sempre sono molti i temi importanti che meriterebbero un approfondimento. Nell’edizione 2022 abbiamo scelto di approfondire gli effetti del Covid-19 sui paesi della sponda sud del Mediterraneo. La prossima edizione sarà certamente fortemente influenzata dalle vicende belliche in corso, anche in considerazione dell’attivismo russo in Libia e cinese in altri paesi della regione.

:: Il vescovo che disse “no” a Hitler. La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand (San Paolo Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2022

Sotto il nazismo dissi pubblicamente, e lo dissi anche riguardo a Hitler nel ’39, quando nessuna potenza intervenne allora per ostacolare le sue mire espansionistiche: la giustizia è il fondamento dello Stato. Se la giustizia non viene ristabilita, allora il nostro popolo morirà per putrefazione interna. Oggi devo dire: se tra i popoli non viene rispettato il diritto, allora non verrà mai la pace e la giustizia tra i popoli.

Conoscevo Clemens August von Galen per l’opposizione al programma nazista anticristiano da tempo, ma non avevo mai letto una sua biografia per cui ho colto l’occasione di leggere Il vescovo che disse “no” a Hitler. La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand con interesse. E ho fatto alcune considerazioni tra le quali che quest’uomo dalla mascella volitiva, lo sguardo severo, serio e forse anche duro aveva davvero una grinta e un coraggio che l’accompagnò prima, durante e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Educato in una rigida famiglia nobile cattolica, Clemens August von Galen (Dinklage, 16 marzo 1878 – Münster, 22 marzo 1946) fu un uomo dalla tempra d’acciaio che non ispirava molta simpatia ma che per il suo rigore morale e il suo non cedere a nessun compromesso va sicuramente rivaluato. Si oppose al nazismo quando non conveniva, quando senza protezioni con le sue omelie rischiava letteralmente la vita. Ma si oppose perchè la vita è sacra, la vita di tutti è sacra anche quella degli improduttivi, dei disabili, degli anziani fragili, e da credente non poteva fare diversamente, i programmi di eugenetica nazista, erano, e sono tutt’ora, un barbaro crimine contro l’umanità e contro Dio. Dovremmo rileggere le sue omelie (alcune nel libro riportate) e subito se ne percepisce la forza, l’autenticità e l’attualità. Non si parla spesso dell’opposizione al nazismo di matrice cattolica, un po’ perchè ha agito spesso nell’ombra anche se c’è stata, diverso il caso di Clemens August von Galen che si è sempre esposto in pubblico dall’alto scranno nella sua chiesa. Andava per le spicce, era duro diretto e inflessibile, e forse si salvò perchè non fu abbandonato dai suoi parrocchiani che gli fecero scudo e uniti si frapposero tra lui e la barbarie nazista. Hitler probabilmente lo sottovalutò, o fu così sicuro di vincere da posticipare a dopo la sua vittoria la resa dei conti con questo sacerdote, prima vescovo, poi cardinale sicuramente atipico e determinato. Papa Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile il 20 dicembre 2003 e il 9 ottobre 2005 fu beatificato da papa Benedetto XVI. Ora questo libro ce l’avvicina e ce lo rende prezioso e inestimabile con la sua testimonianza di fede, di rigore morale, di adesione onesta al Vangelo. Papa Pio XII fu accusato di debolezza contro il nazismo, il leone di Muster al contrario non intraprese la strada diplomatica o conciliante, inchiodò tutti alle loro responabilità a rischio della vita in un contesto storico difficile, confuso e doloroso. Ne consiglio la lettura per conoscere meglio un periodo storico ancora controverso le cui diramazioni arrivano fino ad oggi.

Günter Beaugrand (1927) è un giornalista, storico e biografo tedesco. Ha studiato con particolare interesse il drammatico periodo della terribile dittatura nazista e della difficile ricostruzione nel periodo post-bellico della sua patria. Oltre all’opera sulla figura del cardinale von Galen, è di grande pregio la sua opera dedicata al primo cancelliere della Germania liberata, Konrad Adenauer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa San Paolo.

:: Ricette di guerra – 1940/1944: per una cucina semplice semplice di Amalia de Sanctis, a cura di Leo Osslan De Sanctis, con un testo di Cesare de Sanctis (Fefé Editore, 2022) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2022

Amalia de Sanctis oggi avrebbe 110 anni. Negli anni ’90 (dell’800) si era trasferita con i genitori a Roma dal paesino umbro di Parrano (Orvieto). Questo ricettario è un esempio dello spirito “spartano” che la guerra imponeva, dell’ingegno e dell’attenzione di Amalia all’impegno sociale, per quanto consentito negli anni ’40 ad una giovane donna di buona famiglia. Oggi sembra che un’altra “guerra”, più subdola e miserevole, sia di nuovo tra noi: la difficoltà di unire il pranzo con la cena. Questo libretto sarà utile a contrastarla risparmiando qualche centesimo e mangiando sano.

Ricordo che in passato l’economia domestica era una materia di studio a scuola, sono un po’ lontana dalle aule scolastiche per cui non so che ci sia ancora come disciplina, ma penso sarebbe utile recuperarla sia per maschi che per femmine come è ultile la lettura di questo breve libro curato da Leo Osslan De Sanctis che raccoglie le ricette di cucina della sua ava Amalia de Sanctis, spirito vivace e donna di casa oltre che di ingegno, figlia di Sante de Sanctis, illustre padre della psichiatria e psicologia d’Italia. Subito sono andata a cercare la ricetta delle polpette del tempo di guerra e la ricetta di Amalia (a dire il vero lei ne faceva alcune varianti) è molto simile a quella di mia nonna. Si sa in tempo di guerra il cibo scarseggia, bisogna fare miracoli con i pochi ingredienti disponibili ma sorpendetemente questa cucina semplice è altrettanto buona di altra molto più elaborata e costosa. Tante ricette dalle minestre, ai dolci, alle carni, utili anche oggi in cui l’economia in cucina sembra tornata di moda. Si sa risparmiare è utile, e le buone massaie di una volta, zie, nonne, suocere, mamme ancora oggi reggono l’economia delle famiglie. Forse non di tutte, ma di alcune sì ed è interessante come il concetto stesso di famiglia ruoti intorno a queste donne un po’ schive e defilate che si alzano presto, vanno nei mercati a scegliere la frutta, le verdure, le carni migliori, raccogliendo scorte per le famiglie allargate o monofamiliari che dir si voglia e preparano i pasti. Il costume è cambiato, la società si è evoluta, non sempre migliorando, ma il buon gusto e la buona cucina fanno ancora da collante al benessere familiare. Lo stesso concetto di festa non può esulare da una tavola imbandita circondata da commensali. Recuperate questo libro con le sue preziose ricette di guerra, con le piccole malizie, con i trucchi e la voglia di recuperare le tradizioni di un tempo, che ha lasciato tracce nelle nostre radici familiari.

Leo Osslan de Sanctis, curatore del volume, è il pronipote di Amalia. Un giorno del 2005 curiosando nella ricca collezione di libri di cucina che gli aveva lasciato in eredità la madre, s’imbatte in una busta misteriosa e polverosa; la apre e dentro vi trova il manoscritto di queste “Ricette di Guerra”, autografo dell’autrice. La “zia Amalia” a suo tempo l’aveva lasciato in eredità alla madre di Leonardo. Insomma, è questa una raccolta di ricette che si tramanda di generazione in generazione quasi per una “forza interiore”, che è quella di non voler dimenticare -costi quel che costi- come vivevamo in tempi meno fortunati.

Cesare de Sanctis è l’autore del ricco capitolo che precede la raccolta di ricette. Chirurgo, pittore e scrittore, era nipote di Amalia de Sanctis, figlio del fratello di Amalia, Carlo. Il testo La zia Amalia è tratto dal libro Via Paisiello 15 (Artefatto, 1991), scritto quando Amalia de Sanctis era ancora in vita. Con Fefè Editore Cesare de Sanctis ha pubblicato anche: Volta la carta (2005), Fata Ghirò persona bella (2006), La scriminatura (2008).

:: La piccola Chiesa nella grande Russia – La mia vita la mia missione di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca, con Riccardo Maccioni (Edizioni Ares 2022) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2022

Don Paolo è dal 2007 l’arcivescovo cattolico di Mosca. Una diocesi vastissima e composita che comprende al suo interno anche un caleidoscopio di nazionalità, fra cui la comunità armena, quella coreana, quella vietnamita, e via dicendo. Dentro il perimetro della Russia, tutto è di più: più chilometri da percorrere, più lingue, più incroci di culture e vissuti. Più bellezza da condividere ma anche, a volte, più timore nel testimoniare ciò che si crede. Perché quando si è minoranza si è più fragili. Quando si è minoranza l’identità viene sollecitata ogni giorno e ogni giorno sei chiamato a verificarne la consistenza, che è Cristo stesso. Mediante questo libro mons. Pezzi, si racconta a Riccardo Maccioni, per la prima volta dal principio. Intrecciando in queste pagine al vissuto personale, umano e missionario, fatti e valutazioni sull’attualità e il futuro della Chiesa, della Russia e con esse, necessariamente, del mondo intero.

Per correttezza segnalo che questo libro è stato scritto prima del 24 febbraio 2022, giorno dell’inizio dell’occupazione militare russa in Ucraina, epilogo e nuova fase di una guerra civile che insanguina queste martoriate terre ormai dal 2014 nelle sue provincie sud est. Le riflessioni comunque non inficiano lo spirito di questo libro: illustrare lo stato delle piccole comunità cattoliche in Russia (ricordiamo che il cattolicesimo è minoritario in questo paese vasto e sconfinato che racchiude etnie e popolazioni di diversa lingua, religione e tradizioni in cui il cristianesimo ortodosso è maggioritario, sebbene continuino a coesistere pacificamente ateismo, ebraismo, islam e religioni neopagane). Essere una comunità minoritaria comunque non è solo di svantaggio come racconta bene monsignor Paolo Pezzi, dal 21 settembre 2007 arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca che con Riccardo Maccioni, caporedattore di Avvenire, ha scritto La piccola Chiesa nella grande RussiaLa mia vita, la mia missione, edito da Edizioni Ares.

Interessante volume di cui consiglio la lettura soprattutto per il suo valore di testimonianza nel difficile e drammatico periodo che stiamo vivendo in cui predomina un irrazionale odio per tutto quello che è russo (musica, arte, letteratura, poesia, scienza, tecnica, etc…), non distinguendo la storia e la cultura di questo immenso e straordinario paese con la sua attuale e contingente situazione politica di cui il popolo russo ne subirà le conseguenze, come tutti noi. Ma per capire la realtà, lontano dagli stereotipi, e dai preconcetti più diffusi, è utile leggere questa testimonianza, di un uomo che ha dedicato la sua vita alla missione di diffondere il messaggio di Cristo. Una parte è autobiografica, l’altra è sempre incentrata sulla sua espeirienza personale, ma ha un respiro più comunitario. Ricordiamoci sempre che la Russia dallo zarismo al Comunismo ha vissuto in regimi in cui il potere era fortemente accentrato, e la libertà personale molto ridotta. Dopo la caduta del Comunismo la Russia si è trovata ad affrontare un bivio e una crisi economica, morale e politica senza precedenti da cui si è risollevata grazie alle nuove libertà, anche religiose, di cui ha goduto. Insomma la religione ha avuto un ruolo importante nella costruzione del tessuto sociale della nuova Russia e per comprendere questo paradigma è utile approfondire queste tematiche. Inoltre credo tutti noi abbiamo a cuore gli interessi della pace e sicuramente questo libro consente di analizzare la realtà da un punto di vista privilegiato onde ognuno di noi possa fare le sue oppurtune considerazioni anche etiche e morali.

Il nostro viaggio in Russia grazie a monsignor Pezzi ci porta nel cuore di un paese perlopiù sconosciuto in Occidente. Pochi l’hanno visitato di persona, ancora meno l’hanno compreso. Ci sono sempre le eccezioni quanto mai utili in questo periodo storico di grandi transizioni, e cambiamenti. Il diaologo comunque resta l’unico strumento di appianamento delle divergenze, come ha ben capito Papa Francesco, curiosamente molto amato in Russia anche dai non cattolici, ma per dialogare serve consoscersi, e questo libro serve proprio a questo. Buona lettura!

Source: libro inviato dall’editore, grazie a Simona dell’Ufficio Stampa Ares.

:: Un’intervista con Marta Ottaviani a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2022

Da una guerra cibernetica combattuta su internet siamo passati a una guerra guerreggiata con prigionieri, feriti, morti. E’ il dramma di questi ultimi 43 giorni. Guerra che si continua a combattere anche sui mezzi di comunicazione. Come fa la gente, la gente comune, non addentro alle questioni, per distinguere vero dal falso? Cosa consigli di fare per depotenziare le fake news, e non cascare nelle trappole della “guerra” telematica?

La domanda è complessa. La prima cosa da fare è prendere coscienza del fatto che esiste una guerra cibernetica e che bisogna stare costantemente attenti. Sembra un dato banale, ma molti ancora lo ignorano. Il primo passo è selezionare le fonti. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma come? Ci sono luoghi antichi, ma ancora in grado di costituire una buona base di partenza: le biblioteche. Unite a una ricerca sui motori su internet a testi ‘classici’ è il primo passo per porre le basi. I social possono dare il loro apporto, a patto di saper selezionare e fonti in maniera opportuna. Di certo: fenomeni complessi, richiedono studi/fruizione delle informazioni accurate. Mi rendo conto che sia difficile fare un lavoro del genere. Ma il primo passo per combattere la disinformazione è studiare.

La Russia è un paese meraviglioso, ha dato i natali a scienziati, poeti, musicisti, romanzieri tra i più importanti della storia mondiale, questa guerra sta minando anche nell’opinione pubblica occidentale la percezione che abbiamo del popolo russo, della sua umanità, della sua fede, della sua forza. Come ovvieresti a questo dramma nel dramma? 

Molto semplicemente. Un conto è la Russia, con la sua Storia, la sua cultura, i suoi drammi e le sue contraddizioni. Un conto è la Russia di Putin. A tratti, le due Russie hanno momenti in cui si incontrano. Ma è tutto funzionale a uno storytelling determinato. Non dobbiamo mai dimenticare che la storia della letteratura e della cultura russa è una storia di dissidenza, di coraggio, di avanguardia. Gli scrittori e gli artisti visuali russi ci hanno insegnato a guardare il mondo attorno a noi con profondità d’animo e crudezza. Molti di loro hanno avuto problemi enormi con il regime zarista prima e comunista poi. Non credo personalmente che potrebbero amare la Russia di Putin. 

Sei l’autrice di un interessante volume Brigate Russe – La guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker. Come è nata in te l’esigenza di scriverlo e come ti sei documentata?

Per fortuna, ho iniziato a pensare e a documentarmi per scrivere questo libro quando la guerra era ancora più che lontana, quasi due anni fa. Perché già così, posso dire di averci perso la salute. In sintesi, pensavo di dovermi occupare solo dei troll. E invece mi sono resa conto che c’era una trattazione ben più estesa da fare. Da qui ho iniziato a consultare per prima cosa le fonti dirette, ossia i documenti ufficiali che ho citato nella bibliografia in fondo al libro. Parallelamente ho studiato diversi testi di scienza militare, dedicati appositamente alla guerra non lineare russa. Per quanto riguarda la parte degli hacker e dei troll, un ruolo fondamentale è stato ricoperto dai paper universitari e dai resoconti di convegni internazionali dedicati al tema e organizzati dalle maggiori istituzioni e organizzazioni di tanti Paesi. Oltre al lavoro di tanti colleghi stranieri. 

Come ultima domanda, ti avevo promesso che te ne avrei fatte poche, ti chiederei un giudizio che forse esula dalle tue competenze ma ti coinvolge come essere umano. Pensi a una pace possibile? Pensi che giungeremo a una sorta di accordo che interrompa lo scontro armato violento? E cosa consiglieresti di fare se fossi al tavolo delle trattative, come donna, e come persona?

Rispondere a questa domanda è difficile. Non credo, purtroppo, che chi siede a quei tavoli possa ascoltare completamente solo quello che gli dice la sua coscienza. E al momento, a differenza dei giorni precedenti, vedo un incancrenimento del conflitto. Di fondo, entrambe le parti, quindi Putin e Zelensky, devono tornare a casa potendo dire di avere vinto, anche se questo non è vero. Perciò, se dovessi decidere io, punterei su un compromesso che vada bene a tutti, aspettando però di vedere la parte più aggressiva ricondotta a più miti consigli dalle sanzioni. Io sono una convinta sostenitrice della pace e penso che un mondo senza pace sia un mondo destinato a scomparire. Mi permetto di sottolineare una cosa. Qui c’è un Paese aggressore e un Paese (e un popolo) aggredito. La situazione storica di queste terre può essere complessa quanto si vuole. Ma non credo affatto che i torti e le ragioni in questa tragica circostanza debbano essere divisi in parti uguali. E, in ultimo, altre due considerazioni. La prima è che perché la pace sia pace, bisogna volerla tutti. Tradotto in termini pratici: basta tentativi di destabilizzazione dell’Occidente. In secondo luogo, molto importante: la guerra militare prima o poi finirà. E preghiamo tutti perché questo avvenga al più presto. La guerra non lineare continuerà all’infinito e quella, purtroppo, non abbiamo ancora capito come si combatte. Spero con il mio libro di aver dato un piccolo contributo.

7 aprile 2022

:: Brigate russe di Marta Ottaviani (Ledizioni editore 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2022

Nel libro ‘Brigate Russe’ (Ledizioni, 213 pagine, 14,90 euro), ho approfondito tutti questi aspetti, raggruppati in quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. A dimostrazione di come sia sempre più importante riflettere su quello che si legge e saper fare selezione. La Russia ha inventato un nuovo modo di fare la guerra, ma altre nazioni, come la Cina, hanno iniziato a imitarla.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/pirati-in-rete-e-disinformazione-la-guerra-non-lineare-di-mosca

La disinformazione destabilizza il nemico. Il nostro cervello ragiona in base a un sistema binario 0,1; sì, no; vero, falso. Anche un decisore etico fa scelte errate se inquinate da premesse scorrette. Anche Gandhi aveva teorizzato questa forma di violenza non manifesta che se vogliamo è di premessa a molte forme di violenza poi conclamata.

L’informazione non è neutrale, causa decisioni che possono influenzare la vita di un individuo come il corso di una guerra.

Dall’arte della guerra di Sun Tzu si è cercato di teorizzare le tecniche migliori per sconfiggere il nemico sempre tenendo fermo il punto che chi sconfigge il nemico senza combattere fa la cosa migliore. Di teorici della disinformazione ce ne sono in ogni paese, stato, continente (non solo in Russia).

Le basi si studiano nei corsi di teoria politica o guerra psicologica. Marta Ottaviani ha indagato con il suo piglio critico sulle tecniche usate in Russia e l’ha fatto cercando di illustrare al vasto pubblico ancora a digiuno che anche con l’informazione (o meglio la disinformazione capace di inquinare il dibattito democratico) si combattono le guerre. In un agile volumetto discorsivo e spigliato sintetizza informazioni, dati, nomi, date, e giunge a conclusioni plausibili e non prive di acume.

La guerra cibernetica combattuta sui canali digitali a colpi di fake news, troll, hacker ha di brutto che poi può far cadere in errore anche chi la commette, da entrambi i lati della barricata, non distinguere più il vero dal falso, perdere la cognizione che ci sia differenza tra il vero e il falso è un errore campale che può far perdere prestigio, guerre, vite umane.

Che siate putiniani o antiputiani (magari favorevoli a Alexei Navalny) comprendere le ragioni del nemico, come pensa, come ragiona è essanziale partendo sempre dall’assunto etico che è sempre meglio non demonizzare il nemico ma considerarlo un compagno o fratello “oppositore” come suggerisce giustamente Papa Francesco e chi prima di lui ha analizzato le dinamiche che regolano il vivere civile. Non inquinare il fiume in cui anche noi berremo è essenziale e delimita tutti i limiti di questa spietata guerra tecnologica di cui un po’ tutti siamo vittime consapevoli o inconsapevoli.

Il libro di Marta Ottaviani ha il pregio di dare concretezza ad assunti teorici e spiegare nei fatti questi meccansimi in azione. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, interconnesso, grazie ai satelliti, alle telecomunicazioni, a internet e alla volontà dei popoli di perseguire una convivenza pacifica, viviamo in una casa comune (o casa di vetro come hanno delineato alcuni teorici) in cui il bene di uno massimizza il bene dell’altro, il male di uno determina il male dell’altro.

Dove si sia spezzzato questo circolo virtuoso iniziato col 1989 e la caduta pacifica del comunismo sovietico non è dato sapere, la fine della storia non c’è stata, anzi siamo ricaduti negli stessi errori, nelle stesse dinamiche ostili da cui avevamo tentato di liberarci. Debolezza dell’Occidente? Malafede condivisa? E’ difficile giungere a una conclusione univoca. Comunque non abbiate paura del libro di Marta anche se dissentite in alcuni punti e in alcune conclusioni, è utile nella maniera in cui allena il vostro cervello a ragionare criticamente e a ponderare le dinamiche che regolano il nostro complesso mondo contemporaneo.

Marta Federica Ottaviani (Milano, 1976) si occupa di Turchia e di Russia per il quotidiano Avvenire, per cui ha seguito anche la crisi del debito in Grecia, e altre testate nazionali. Collabora con diversi think tank, fra cui Aspen Institute. Il suo ultimo libro Il Reis, come Erdogan ha cambiato la Turchia (Textus Edizioni) ha vinto il Premio Fiuggi Storia.

Source: acquisto personale.

:: La giara di Luigi Pirandello, Arsenio Lupin in crociera di Maurice Leblanc e La macchina del tempo di H.G. Wells a cura di Giulietta Iannone

28 febbraio 2022

La forza dei classici per stimolare la lettura delle bambine e dei bambini. Un progetto di lettura facilitata per tutti con il carattere ad alta leggibilità EasyReading, andata a capo regolata dal senso senza sillabazione, illustrazioni a colori e a doppia pagina, attività e giochi legati alla comprensione del testo.

Oggi vi parlo di tre libri per bambini dai 6 ai 7 anni in poi della collana Stelle Polari di Gallucci: La giara di Luigi Pirandello, Arsenio Lupin in crociera di Maurice Leblanc e La macchina del tempo di H.G. Wells. Sono grandi classici non solo semplificati ma ricchi di colorate illustrazioni capaci di attirare l’interesse dei bambini. Sono grandi storie che una volta grandi potranno leggere nelle edizioni originali. Ma già adesso possono iniziare a conoscere. In questi giorni difficili spegnete la televisione e dategli un libro che gli tenga compagnia. Un libro con cui impratichirsi nella lettura, giocare, crescere. La collana Stelle Polari e ricca di questi piccoli capolavori a misura dei più piccoli.

Fulvia Degl’Innocenti vive a Milano dove lavora come giornalista di “Famiglia cristiana”. È autrice di oltre cento titoli per bambini e ragazzi, molti dei quali tradotti all’estero. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Bancarellino e il premio Andersen.

Giuseppe Ferrario nasce a Milano nel 1969. Già da bambino si diverte così tanto a disegnare, che lo fa ancora oggi. Dopo l’Accademia di Belle Arti di Brera inizia a lavorare come scenografo per il parco di Gardaland, oltre che come illustratore e fumettista. Ha collaborato con Walt Disney, Warner Bros, Mtv, Image Comics; scrive e disegna fumetti per “Il Giornalino” eha fondato Effigie, società che si occupa di cartoni animati e grafica. Ha una moglie, quattro figli e un coniglio. Sogna di diventare il miglior alpinista del mondo.

Luca Poldelmengo è autore di vari romanzi gialli e noir. Ha inoltre firmato soggetti e sceneggiature per il cinema, a partire dal noir Cemento armato (2007). Padre di due bambini, con il libro Valerio e la scomparsa del professor Boatigre ha esordito nella narrativa per ragazzi.

Roberta Bordone è un’illustratrice, e il racconto per immagini la sua passione. Le piacciono i fumetti, il Giappone, Beyoncé, il suo cane Febo e le patatine!

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Gallucci editore.