Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017)

15 aprile 2018
L'altro addio

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Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Jazz, Rock, Venezia di Roberto Saporito (Castelvecchi 2018)

4 aprile 2018
JAZZ-ROCKVENEZIA

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E Venezia è la città giusta per questo scopo, per questo esperimento esistenziale: come sopravvivere alla misantropia, come viverci insieme felici e contenti o più semplicemente come rimanere vivi.

Controcanto a tre voci: Jazz, Rock, Venezia.
Due uomini, e una donna.
Tre artisti.
Due musicisti e un’ antiquaria fotografa sono i protagonisti del nuovo romanzo, breve, di Roberto Saporito, edito da Castelvecchi, che esce domani, in questa tarda primavera che sembra autunno.
Venezia è una città che si presta a fare da specchio alle identità di perfetti sconosciuti intrisi di solitudine e spleen. Il mondo contemporaneo sembra un vortice, con un aereo si vola da Los Angeles, a New York, a Roma. Ma solo Venezia sembra trattenere ancora qualcosa di antico e senza tempo, quell’aria rarefatta dove è possibile nascondersi, chiudersi in un rifugio che sa di prigione, come lo è per la protagonista che da anni e anni non lascia la laguna, e gioca con le sue armi: una macchina fotografica e modelli più o meno consapevoli.
Venezia come città specchio, riflesso di cosa l’arte con i suoi ori preziosi, i suoi stucchi, i suoi materiali di pregio, la sua immateriale bellezza può racchiudere. L’arte come salvezza, forse l’unica che ci resta in questo mondo in decomposizione.
E per Saporito l’arte è davvero molteplice. Comprende tutto dalla musica, Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis è la colonna sonora che ci accompagna in questo pellegrinaggio esistenziale, (da rivedere Ascensore per il patibolo, bel noir francese di Louis Malle), alla fotografia, alla letteratura, al cinema, alla pittura.
E della musica ha la cadenza questo romanzo fatto di voci che si completano, in un’ armonia ibrida e singolare.
Roberto Saporito è uno scrittore raffinato e colto, capace di far sentire raffinati e colti anche i lettori, se si prestano al suo gioco e lo seguono nei suoi peregrinare per una città che racchiudere il fascino del passato che non si estingue, non si perde.
Lessi un altro libro con Venezia come sfondo e un’ antiquaria come protagonista, e seppure con le stridenti peculiarità di ognuno di questi libri si notano voci non discordanti. Venezia sembra ispirare storie così, dove il tempo perde di senso, e l’eternità può durare un’ ora, un giorno.
Anche in Jazz, Rock, Venezia il tempo è dilatato, richiuso in se stesso. La gente può chiudersi in se stessa o incontrasi, conoscersi, scoprirsi simile.
Se la solitudine è la cifra distintiva della nostra contemporaneità, l’incontro sembra ancora possibile, anche se casuale, incidentale, non voluto. E i nostri tre personaggi si troveranno a vivere questa tensione, anomala, straniante. E con loro il lettore.

Roberto Saporito (Alba, 1962) Dopo gli studi in Giornalismo ha diretto una galleria di arte contemporanea. Fra i suoi romanzi: Il rumore della terra che gira (2010), Come un film francese (2015), Respira (2017). È inoltre autore di diversi racconti e tiene una rubrica sulla rivista letteraria «Satisfiction».

Source: pdf inviato in anteprima dall’autore.

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:: Un’ intervista con Marta Ottaviani

3 aprile 2018

Il reis. Come Erdogan ha cambiato la TurchiaBenvenuta Marta e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Sei nata a Milano nella seconda metà degli anni Settanta. Ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, e successivamente ti sei specializzata all’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Sei una scrittrice, sei una giornalista, esperta di tematiche sociali, politiche e economiche legate alla Turchia e alla Grecia di cui scrivi per i quotidiani Avvenire e La Stampa, collabori con Aspenia e vieni spesso invitata come esperta di questi due Paesi da think-tank e organizzazioni. Cosa vuoi dire d’altro di te ai nostri lettori?

Che sono una felice imprenditrice di me stessa e che nella vita ho creduto sempre tantissimo in quello che facevo. Quando nel 2005 sono partita per la Turchia, molti, anche molti colleghi, mi guardavano come se fossi impazzita. Non pensavano che quel Paese sarebbe potuto diventare strategico e importante da monitorare. Sono riuscita a fare della mia specializzazione il mio lavoro e sono molto felice per questo.

Hai scritto tre libri: Cose da turchi. Storie e contraddizioni di un paese a metà tra Oriente e Occidente, Mille e una Turchia e l’ultimo Il reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia con cui hai vinto il Premio Fiuggi-Storia, per la sezione Gian Gaspare Napolitano-Inviato Speciale. Come è nato il tuo interesse per la Turchia, e cosa ti ha spinto nel 2005 a trasferirti in questo paese?

Mi volevo occupare di esteri e volevo una specializzazione che non fosse banale. Il mio grande amore era la Russia, infatti dopo il turco adesso sto studiando il russo. Ma avevo bisogno di una mia nicchia di mercato. La Turchia era potenzialmente interessante quanto inesplorata e mi sembrava assurdo. Ho vinto due borse di studio che mi potevano aiutare in questo progetto e senza pensarci due volte sono partita. Dovevo rimanere otto mesi, ci ho vissuto per otto anni.

Il tuo nome è una firma autorevole del giornalismo italiano rispetto a queste tematiche. Sei ancora giovane, sei donna, quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato? Appena arrivata in Turchia come era la condizione della donna? Come è cambiata oggi?

Grazie per il giovane, ma a 42 anni probabilmente in un Paese con un mercato più mobile chi ha maturato un’esperienza come la mia avrebbe avuto un percorso ancora più ricco di soddisfazioni. Per quanto riguarda la situazione della donna in Turchia, è un argomento molto complesso. Diciamo che comunque le donne sono le prime a pagare per la virata conservatrice imposta da Erdogan al Paese. Molte, paradossalmente lo vedono come un liberatore perché ha permesso loro di andare a scuola con il velo islamico, che prima era proibito. È la dimostrazione che un laicismo impresso a forza serve a poco, se non viene accompagnato da tutti quegli step che garantiscono il mantenimento di una società aperta e plurale.

La Turchia credo sia per noi occidentali un mondo ancora misterioso, sebbene la distanza geografica non è grandissima. Da cosa pensi sia dovuto? Per disinteresse nostro, o per una ritrosia del popolo turco ad avere contatti con noi europei?

Per prima cosa si studia poco e male la storia a scuola. La Turchia prima nelle vesti di impero ottomano e poi di repubblica ha sempre avuto una grande influenza sul Vecchio Continente anche se non sempre positiva. A questo mancato studio della storia fa purtroppo seguito una scarsa conoscenza del Paese e il fatto che alcuni capitoli del passato per loro sono ancora aperti, ne è un esempio per tutti la politica aggressiva che la Turchia sta attuando nei confronti della Grecia. In ultimo, purtroppo, pensiamo alla Turchia come a un qualcosa di lontano e invece è vicinissima non solo geograficamente. Il numero di turchi in Italia e in Europa aumenta di anno in anno. A questi vanno aggiunti tutti gli appartenenti alle altre comunità musulmane che sono fortemente influenzati da Erdogan. Tutti aspetti che secondo me non vengono valutati con sufficiente accuratezza né in sede nazionale né in sede europea.

Oriente e Occidente, due mondi così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

Mi pare una domanda davvero troppo complessa da riassumere in poche righe e forse sarebbe più adatto un mediorientalista che una persona come me che comunque si occupa di uno stato singolo. Quello che però posso dire con grande convinzione è che la Turchia di oggi, per come viene gestita, è un Paese profondamente divisivo che può solo aggravare gli equilibri già molto fragili nel Mediterraneo.

Cosa hai amato di più di questo paese? Raccontaci un aneddoto divertente che ti è successo durante il tuo lungo soggiorno in Turchia.

Ne potrei raccontare a decine. Il popolo turco è un popolo molto interessante da osservare anche per la loro innata generosità. Purtroppo, a causa della situazione politica, è un popolo che sta cambiando. I sentimenti anti occidentali non sono mai stati così nettamente percepibili. Sottolineo questo aspetto perché tutti i numerosi e positivi ricordi che ho mi sembrano in qualche modo lontani nel tempo.

La Turchia è un paese a grande maggioranza islamica. Le altre religioni sono tollerate? Si può professare liberamente il proprio culto?

In Turchia c’è una libertà di culto garantita per legge ma un stretto divieto di proselitismo. Ci sono poi alcuni problemi legati allo status di alcune confessioni. Per esempio i cattolici non hanno riconoscimento giuridico, ne deriva che ottenere permessi diventa decisamente più complicato. Gli ortodossi chiedono da tempo che venga riaperto il seminario di Halki sull’isola di Heybeliada ma appare sempre di più un sogno irrealizzabile. Vi è poi da aggiungere che le tensioni con l’Occidente e Israele, nonché il deterioramento della democrazia stanno determinando un fuggi fuggi generale per il quale se continua così, fra qualche generazione non si potrà nemmeno più parlare di minoranze.

Sei una persona coraggiosa, la vita dei giornalisti in questo periodo dopo il tentato colpo di stato del luglio del 2016 non deve essere facile, specie se espongono in pubblico opinioni che possono essere mal viste dal governo turco. Ti sei mai sentita limitata nella tua libertà di espressione? È ancora possibile in Turchia parlare e scrivere liberamente? Ricordiamoci che per quanto abbia intrapreso una strada autoritaria, è ancora una democrazia, esistono le opposizioni, il presidente Erdogan è democraticamente eletto.

Andiamo con ordine. So che il mio lavoro è costantemente monitorato come quello di molti altri giornalisti. I colleghi turchi sono messi molto peggio di noi. Molti sono scappati, altri hanno cambiato lavoro, per non parlare delle decine che sono stati arrestati. Personalmente, non mi sento mai tranquilla, nemmeno quando sono in Italia. Bisogna stare costantemente attenti ai social, perché vengono controllati da persone vicine o simpatizzanti del governo, poi certo quando si è sul campo è diventato tutto più difficile. Le fonti non parlano più come una volta e chi lo fa devo dire che ha davvero tanto coraggio. Tuttavia, non è questo il momento di avere paura.

Auspicheresti un’entrata della Turchia nell’ Unione europea? È di oggi la notizia del fallito vertice di ieri a Varna sul Mar Nero tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker. Cosa porterebbe la Turchia all’Europa, che benefici? E che benefici potrebbe ottenere a sua volta la Turchia non solo a livello politico ed economico?

Come noto io sono un’europeista molto convinta. Tuttavia credo che la Ue dovrebbe seriamente ripensare a se stessa e alle sue politiche prima di attuare altri allargamenti. Stiamo ancora pagando in parte e sotto vari aspetti quelli attuati negli anni scorsi. Questo discorso è ancora più valido se si parla di allargamenti con Paesi particolarmente problematici come la Turchia, che per altro adesso è fuori da molti parametri europei. Personalmente credo che sia Ankara sia Bruxelles per motivi diversi non siano interessate a proseguire in maniera concreta questo discorso. E credo anche che sia la decisione giusta. Fino al 2009 ero una sostenitrice dell’ingresso turco in Ue. Ma sono cambiate troppe cose, inclusa la gente. Su una cosa i turchi credo abbiano ragione: all’inizio, nel 2003 dico, la Ue non si è comportata in maniera corretta con loro. Dovevano dire subito o sì o no. Questo tira e molla, aggiungo io, ha fatto il gioco di Erdogan, che di europeo non ha nulla e di anti occidentale parecchio.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendoti di anticiparci i tuoi progetti per il futuro. C’è un nuovo libro, in programma?

Il primo progetto lo metto in pratica tutti i giorni ed è continuare a studiare e aggiornarmi per garantire ai miei lettori informazioni e analisi di qualità. Programmi ne ho tanti, non solo sulla Turchia, ma anche sulla Grecia. Fra questi certo c’è anche un nuovo libro, ma voglio pensare bene prima di scrivere qualcosa di definitivo. Gli eventi sono estremamente fluidi ed è importante prima capire e poi scrivere.

:: La luce infondo al tunnel – Dialoghi sulla vita e la modernità di Zygmunt Bauman (Edizioni San Paolo 2018)

28 marzo 2018
La luce in fondo al tunnel_cover

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Socrate per primo, secondo quanto riportato da Platone, introdusse il dialogo come metodo dialettico di ricerca filosofica. Non stupisce che dopo secoli sia ancora il metodo migliore per veicolare pensieri, idee, teorie, spesso di difficile comprensione se non nettamente rifiutate o avversate.
La luce infondo al tunnel riporta, perlomeno nella parte centrale del volume, una lunga conversazione, finora inedita, tra Zygmunt Bauman e Mario Marazziti, giornalista e editorialista del Corriere della Sera, svolta a Antwerpen nel settembre del 2014. Fatta di domande e di risposte. Ma più di un’ intervista, più creativa. Insomma il dialogo è in essere, apportano idee, e pensieri entrambi gli interlocutori, a volte concordi, a volte non del tutto.
Oltre a questa conversazione, il testo contiene riflessioni, e contributi di Bauman ai lavori dell’ Incontro internazionale uomini e Religioni Peace is the future, e dell ‘Incontro internazionale uomini e Religioni Sete di Pace: religioni e culture in dialogo tenutosi ad Assisi nel settembre del 2016. Chiude un saggio conclusivo di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’ Egidio, dal titolo Papa Francesco e Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman non ha bisogno di grandi presentazioni, è stato un filosofo e sociologo polacco, di origini ebraiche, ateo, di formazione marxista, trasferitosi a insegnare in Inghilterra, teorico della “società liquida”.
Come sintetizza in modo chiaro e conciso nell’ introduzione il professore di Storia delle relazioni internazionali Luca Riccardi, se vogliamo capire il cuore del pensiero di questo “eroe intellettuale del nostro tempo”, dobbiamo abbandonare o usare in modo diverso le categorie interpretative del passato.
La globalizzazione, l’individualismo estremizzato che si oppone al concetto di comunità, la porzione di umanità che definisce ridondante, le vite di scarto, le migrazioni, la paura, l’incertezza, la memoria, il ruolo degli anziani, sono tutti temi che Bauman affronta sentendosi non un osservatore privilegiato, ma parte dell’ umanità in cammino.
Fino all’incontro decisivo con il pensiero di Papa Francesco, la luce infondo al tunnel del titolo, capace di rischiarare il pessimismo strutturale che intride le riflessioni e le conclusioni del sociologo polacco.
Perché non ostante le difficoltà, la crisi in cui versa la società contemporanea, bisogna sempre immaginarsi una luce alla fine del tunnel, che forse non vedremo noi, ma le generazioni che ci succederanno.
L’importanza del dialogo è centrale nel pensiero di Bauman, e accomuna in modo sostanziale e indissolubile il sociologo e Papa Francesco, seppure così diversi per formazione e percorsi di vita. Il dialogo è l’unica strada percorribile per raggiungere la pace, condizione necessaria e indispensabile perché l’umanità abbia un futuro.
Da leggere per coprendere il pensiero lucido e  scevro da preconcetti di uno dei pensatori più importanti e influenti del nostro tempo. Con una profezia se vogliamo racchiusa nelle pagine: se Papa Giovanni Paolo II ha contribuito, non unico attore in un gioco di complesse congiunture geopolitiche, alla caduta del comunismo, Papa Francesco farà altrettanto con il capitalismo. Staremo a vedere.

Zygmunt Bauman è nato a Poznań nel 1925 in una famiglia di origini ebraiche. Rifugiatosi in Unione Sovietica allo scoppio della Seconda guerra mondiale, rientrò in Polonia al termine del conflitto e si laureò in sociologia all’università di Varsavia. Nel 1968, in seguito a un’epurazione antisemita, emigrò dapprima a Tel Aviv e poi a Leeds, dove ottenne una cattedra di sociologia. Da allora ha quasi sempre pubblicato le sue opere in inglese, ottenendo particolare riscontro soprattutto dopo l’abbandono dell’insegnamento. La sua reputazione crebbe rapidamente verso la fine degli anni Ottanta, e oggi è considerato tra i più grandi teorici della società del XX secolo. Particolare notorietà ha assunto il suo concetto di società “liquida”: l’incertezza dei nostri tempi moderni e la trasformazione dei cittadini in consumatori hanno come conseguenze la fine di ogni certezza e una vita sempre più frenetica e sottomessa all’esigenza di adeguarsi alle scelte della maggioranza, pena l’esclusione dal gruppo.

Luca Riccardi è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Cassino e del Lazio meridionale. È specializzato nello studio della politica estera italiana del XIX e XX secolo.

Mario Marazziti dirigente Rai, giornalista, editorialista del Corriere della Sera e già portavoce della Comunità di Sant’Egidio, è deputato al Parlamento Italiano. Attualmente è Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Andrea Riccardi ha fondato, nel 1968, la Comunità di Sant’Egidio, conosciuta per il suo impegno nel campo della pace, del dialogo interreligioso e dell’evangelizzazione in oltre settanta Paesi. Storico, professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre, è noto anche per i suoi studi sulla Chiesa in età moderna e contemporanea.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Un’ intervista con Elisa Nicoli – autrice di “Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici”

13 marzo 2018

Bolle in libertàBenvenuta Elisa su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Classe 1980, sei nata a Bolzano. Sei una regista di documentari e una scrittrice. Tuoi i libri “L’erba del vicino”, “100 cult in padella”, “L’Italia selvaggia”,Pulizie creative”, “Questo libro è un abat jour”, “Senza pesare sulla terra”. Tuoi siti di riferimento elisanicoli.it e autoproduco.it. Parlaci di te, presentati ai lettori del nostro blog.

Ciao a tutti, grazie a voi di avermi contattata! Se conto il numero dei libri che ho scritto mi impressiono da sola: 7 libri in 7 anni. Ho iniziato a scrivere per puro caso, anche se mi è sempre piaciuto scrivere, non avevo mai pensato di farlo diventare un lavoro. Ho studiato comunicazione e mi sono specializzata in cinema documentario. Ho sempre pensato alla regia come al mio lavoro dei sogni. E poi mi son ritrovata a scrivere il primo articolo, nel 2007, per il mensile Terra Nuova. Avevo conosciuto il direttore ad una fiera, con la scusa di chiedergli se avesse intenzione di distribuire documentari assieme ai libri che pubblicava. Chiacchierando, è venuto fuori che facevo detersivi in casa. Mi ha quindi chiesto di scrivere un articolo con questo argomento. Mi sono divertita, a loro è piaciuto… e ho continuato a scrivere, finché, sempre per caso, Altreconomia, la mia attuale casa editrice, non mi ha chiesto di realizzare un libro. Tutta un’altra dimensione temporale e tutto un altro tipo di lavoro. Ma quando l’ho visto tra le mie mani, appena stampato, mi ha dato una tale soddisfazione che non ho più potuto smettere. Scrivere libri è una specie di droga. Al mio lavoro di regista di documentari si è quindi affiancato quello di scrittrice.

E ora per Altreconomia è uscito il tuo nuovo libro Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici. Seguito naturale di Pulizie creative. Ce ne vuoi parlare?

La prima edizione di “Pulizie creative” risale al 2011. Erano passati circa 4 anni dall’inizio delle mie sperimentazioni sull’autoproduzione di detersivi e saponi. Ancora poco sapevo di cosmesi. All’epoca in Italia si trovava ancora scarso materiale su queste tematiche e il mio libro ebbe un successo incredibile, che si è protratto negli anni. In tutto saranno state vendute quasi 10mila copie. Era un libro piccino, completo per la parte dei detersivi, ma un po’ scarso sulla parte della cosmesi. Dal 2011 son passati 7 anni di ulteriori esperimenti e approfondimenti e studi scientifici e contatti con chimici di professione. Sentivo l’esigenza di scrivere qualcosa di più articolato e complesso. Un nuovo libro che colmasse una nuova lacuna in Italia: un libro serio e professionale di autoproduzione di cosmetici e detersivi, sia per persone alle prime armi, sia per coloro che volessero ampliare le proprie competenze in materia di “spignattamento”. E così, più di 10 anni dopo l’inizio delle mie prime autoproduzioni ho pubblicato un nuovo libro.

È un manuale che raccoglie decine e decine di ricette fai da te per la cura della bellezza e della casa. Ogni ricetta da te formulata è frutto della tua pluriennale esperienza nella composizione di cosmetici e detersivi eco e biologici. Tutto questo studio nasce essenzialmente per difendere la salute dei consumatori e del pianeta. Come hai acquisito questo spirito green?

Con una spiccata sensibilità ambientale credo di esserci nata. Ne ho parlato approfonditamente nel mio libro autobiografico “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo editore). Mia madre viene da una famiglia di 10 persone, in un ambiente dove era scontato non sprecare. È stata probabilmente lei a farmi sentire forte l’esigenza di rispettare questo nostro pianeta. E poi probabilmente anche il mio amore sconfinato per la natura, cioè per tutto quello che non è stato creato dall’essere umano. I boschi, le rocce, le cime delle montagne. Amo tutto questo talmente tanto, che è naturale per me averne un profondo rispetto.

Il volume è diviso in due parti: una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, saponi, deodoranti, creme, tonici, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. Un vero e proprio manuale dalla a alla z?

Sì, rispetto al mio “Pulizie creative” questo è un manuale (quasi) completo, che finalmente risponde a (quasi) tutti i bisogni di una persona che vuole prendersi cura di sé, della propria casa e dell’ambiente in cui vive. Certo… quel “quasi” mi permetterà di fare una nuova edizione con nuove ricette… ci sto già lavorando… almeno sulla parte della cosmesi.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’uso continuativo di detergenti chimici aggressivi oggi in commercio per la pulizia della casa può procurare reali danni alla salute delle donne che svolgono lavori di casa o lavorano per imprese di pulizia. Hai la percezione che questi pericoli siano efficacemente segnalati?

Oddio. Il concetto di “detergenti chimici” è un po’ troppo vago. Anche i detergenti per la casa che propongo nel mio libro sono chimici. Senza chimica… non c’è detergenza. Quello che può procurare problemi alla salute di chi ne fa largo impiego (e non a livello casalingo, ma a livello professionale) sono prodotti con una forte azione antibatterica e prodotti con profumazioni di sintesi eccessive (e non garantite ipoallergeniche). I detergenti, insomma, più aggressivi. A livello casalingo è più probabile incorrere in dermatiti da contatto, soprattutto per quel che riguarda i detersivi per la lavatrice. Dal primo giugno 2017 è obbligatoria in tutta l’Unione Europea una nuova etichettatura dei prodotti chimici (detergenti inclusi), che rende molto più evidente in fase d’acquisto i rischi che incorriamo se usiamo quel dato prodotto.

La coscienza ecologica e l’attenzione per l’ambiente sono temi di stretta attualità, non così diffusi nonostante gli allarmi anche delle organizzazioni internazionali. Spesso le persone vicine a queste tematiche vengono ancora considerate eccentriche o perlomeno delle persone che esagerano il problema. Nel tuo ambito, nella tua esperienza, le persone che si rivolgono a te, comprano i tuoi libri, ti chiedono consigli magari tramite i tuoi siti, vivono il tutto come una moda o percepisci delle esigenze più profonde?

Da quando mi occupo di autoproduzione e di educazione ambientale, cioè dal 2006-2007, le cose sono sensibilmente cambiate. In meglio. Molte più persone si sono avvicinate ai temi dell’autoproduzione, non considerando più il farsi le cose in casa come “eccentricità”, ma come necessità. Molte persone che ho incontrato nei miei corsi (terzo lavoro che faccio…) sono interessate a questi argomenti soprattutto per un’aumentata sensibilità ambientale. Molte persone ci si avvicinano al primo figlio. È lì che cominciano a porsi domande rispetto a ciò che utilizzano quotidianamente. Non ho mai conosciuto nessuno personalmente che facesse scelte di rispetto dell’ambiente per moda. Quello è più legato secondo me al settore alimentare.

L’autoproduzione casalinga è in netto aumento. Hai dei dati di riferimento su questo tema?

Dati non credo esistano. Non ho mai cercato. Sicuro è che c’è stato un aumento esponenziale di blogger, canali YouTube, pubblicazioni da quando ho cominciato ad oggi. E sicuro va di pari passo con un’aumentata domanda di queste tematiche.

Metti anche in guardia dalle fake news e da tutto quello che circola su internet che a volte può davvero essere pericoloso. Come difendersi?

Come per le altre fake news per difendersi serve la testa e il buonsenso. Non si può prendere come oro colato tutto quello che si trova su internet (e per la verità anche su alcuni libri ho trovato degli strafalcioni enormi). È necessario un giusto senso critico rispetto a tutto quello che si legge. La ricerca delle fonti è fondamentale: chi ha fatto quell’affermazione? Su quali basi? Ci sono dei dati oggettivi a supporto di quello che scrive? Che autorevolezza ha chi scrive? Ha le competenze necessarie per scrivere? Si pone con un approccio scientifico o sensazionalistico? Porsi domande, non cercare disperatamente risposte.

Insegni poi come leggere un’etichetta e interpretare l’INCI International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Vero?

Non è un’impresa semplice, ma cerco di dare un orientamento rispetto ad una lettura critica dell’etichetta di un cosmetico (e di un detersivo). Non è semplice, perché la lista degli ingredienti ammessi e codificati con l’INCI è lunghissima, quindi è impossibile anche per chi fa il formulatore di professione conoscere tutti gli ingredienti. Ciò che offro è una classificazione di massima, in cui considero i più recenti dati scientifici (e attendibili) rispetto alle componenti più diffuse.

In termini di risparmio, quanto conviene utilizzare detersivi e detergenti eco e biologici? Hai fatto delle stime anche generiche?

Sebbene io abbia iniziato a realizzare detersivi per risparmiare (rispetto all’acquisto di detergenti bio-ecologici) non mi sono mai più posta il problema della spesa effettiva. Le mie priorità sono altre e le ho chiaramente dichiarate nel libro. Non sempre con l’autoproduzione si va a risparmiare: se si vogliono detergenti che funzionino almeno quanto quelli bio-eco, occorre utilizzare delle materie prime che a volte possono essere piuttosto costose. Dipende da dove si riesce a recuperare ciò che ci serve. Un esempio: se avete amici che vanno a Livigno fatevi portare dell’alcol a 95° (invece di 15€ ne spenderete 3€ a litro) e in questo modo avrete dei prodotti altamente performanti ad un prezzo ridicolo (come lo spray per vetri sgrassante e il disinfettante per WC).

Grazie del tuo tempo, e stato un piacere parlare con te. C’è un indirizzo che vuoi segnalare dove i tuoi lettori ti possano contattare?

I miei siti che hai segnalato vanno benissimo! Mi potete anche contattare su Messenger (sperando che Facebook non filtri troppo le richieste). Grazie a voi per la stimolante intervista!

:: Un’ intervista con Emma Piazza

12 marzo 2018

piazzaBenvenuta Emma, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo a rompere il ghiaccio. Sei un’ esordiente, L’isola che brucia è il tuo primo romanzo, ma non sei nuova nel mondo editoriale. Ho letto nelle scarne note biografiche che lavori a Barcellona come scout letterario. Parlaci del tuo lavoro principale, hai letto tanti libri di esordienti che hai provato il desiderio di scrivere anche tu? O la scrittura ti accompagna da lungo tempo?

Ciao Giulietta e grazie per avermi proposto questa intervista. No, non sono nuova nel mondo editoria, infatti lavoro da quattro anni come scout letterario. Il mio lavoro consiste nel leggere i libri che stanno per essere pubblicati in Italia e Spagna e consigliare i titoli più forti ai clienti dell’agenzia, che sono editori internazionali di tutto il mondo. Negli ultimi anni ho letto tanti libri interessanti di esordienti, come il recentissimo libro di Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, per citarne uno, ed è sempre una soddisfazione enorme scoprire un nuovo talento e fare in modo che viaggi per il mondo. Però è vero che la scrittura mi accompagna da sempre, da quando sono piccola, è sempre stato un modo di rielaborare la realtà e conoscermi meglio.

Sei nata a Pavia nel 1988, fai parte dei tanti giovani che si sono trasferiti all’estero principalmente per lavoro. Parlaci della tua esperienza, cosa ti ha spinto a partire?

Sono nata a Pavia e a 18 anni mi sono spostata a Milano per studiare, poi mi sono trasferita a Londra, dove sono rimasta tre anni e ho iniziato a lavorare in editoria. Dopo tre anni, duri, a Londra avevo voglia di sole e ho deciso di trasferirmi a Barcellona. Lavoro da casa, quindi il mio piano era continuare a spostarmi, ma poi Barcellona mi ha rapita e sono quasi quattro anni che vivo lì. Mi ha spinta, originariamente, la mie ambizione: volevo lavorare in editoria e non c’era posto migliore di Londra per farmi le ossa. Poi, una volta iniziato a spostarmi, la curiosità mi ha incitata a continuare.

Come ti sei trovata al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro? La gente, i colleghi come ti hanno accolto?

A Barcellona benissimo. Non conoscevo nessuno, quindi pensavo sarebbe stata dura all’inizio, ma avevo una bella sensazione. Infatti, tra amici di amici e una ragazza con la quale ho fatto le elementari che ho scoperto vivere affianco a me, mi sono ritrovata circondata da persone. Anche l’ambiente editoriale è molto amichevole e frizzante, infatti mi sono subito ambientata.

Come è la vita culturale di Barcellona? Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici? Trovi differenze con l’ambiente italiano?

Come dicevo nella domanda precedente, Barcellona è una città molto attiva culturalmente anche dal punto di vista editoriale. C’è Sant Jordi, la festa del libro, ad esempio, e tante presentazioni. Non posso fare un vero e proprio paragone con l’Italia perché non vivo più qui da molti anni e quando me ne sono andata ero ancora una studentessa. Sicuramente a Barcellona l’ambiente è attivo e stimolante.

Dopo aver parlato di te, per presentarti ai nostri lettori, parliamo del tuo libro, L’isola che brucia, uscito da pochissimo per Rizzoli, un libro molto particolare, anomalo, selvatico se vogliamo. Mi ha ricordato, pensa, Cime tempestose. Intendo per l’atmosfera per certi versi opprimente. Ce ne vuoi parlare, da dove hai tratto ispirazione per scriverlo?

Woow, che bel complimento, grazie! Volevo scrivere un libro che parlasse delle mie origini francesi (corse), ma che avesse una trama avvincente che potesse intrattenere il lettore. L’ultima volta che sono stata in Corsica a trovare mio padre ammiravo la bellezza selvaggia dell’isola, il suo fascino ambiguo, e ho pensato che fosse l’ambientazione perfetta per un thriller.

L’ambientazione credo abbia un ruolo determinante, è un po’ lo specchio dell’animo dei personaggi, c’è un legame profondo e sotterraneo tra Therese e la Corsica. Conosci l’isola, fa parte della tua vita? O è solo l’ambientazione scelta per il romanzo?

La Corsica ha decisamente un ruolo fondamentale nella mia vita, infatti, mio padre è corso e tutt’ora vive lì, arroccato in una casa nel Cap Corse. Per me è un’isola decisamente speciale. Da un lato mi ricorda l’infanzia, dall’altro un lato selvaggio e recondito della mia personalità che mi porto sempre dietro.

Therese, la protagonista, è un personaggio che quasi eclissa gli altri. Aspetta un bambino, che all’inizio non si capisce se voglia far nascere davvero, è un’artista, ama la pittura, ha un rapporto piuttosto difficile con la sua famiglia, perlomeno dal lato paterno. Hai creato un personaggio molto sofferto e spigoloso. Come è nato? Non è la tipica eroina da romanzo. All’inizio mi era quasi antipatica, poi pian piano ne ho colto le sfaccettature. Si è sviluppato durante la scrittura il personaggio e ce l’avevi subito in mente?

Bene, mi fa molto piacere che tu abbia colto l’anima di questo personaggio. No, non è la solita eroina, volevo, infatti, che fosse una donna reale, a volte dura, a volte arrabbiata, e a volte invece positiva e dolce. È un personaggio che ha tanto di me, ma anche tanto di inventato. È nato durante un pomeriggio di luglio, quando l’idea del romanzo si sviluppava nel mio cervello. Ho iniziato a scrivere le prime pagine e pensavo a una donna incinta, delusa, arrabbiata, ma anche in grado di affrontare un incubo come quello che vive la portagonista. Ed è venuta fuori Teresa.

Ho riflettuto a lungo al genere a cui potere accostare il tuo romanzo. Tu come lo definiresti?

Io lo definirei un thriller, anche se soft, e con una punta di femminile.

L’isola che brucia è un romanzo visto e filtrato attraverso gli occhi di un personaggio femminile molto forte e determinato, pur nella sua apparente debolezza. Cerca di raggiungere una certa indipendenza, non si fa abbattere dalle avversità, lotta contro chi la vuole distruggere. Pensi che i personaggi femminili nel romanzo contemporaneo siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Certo che sono femminista, ma non credo che questo sia necessariamente collegato al fatto che Teresa sia forte e determinata. Un personaggio femminista (che lotta per un mondo nel quale donne e uomini abbiano gli stessi diritti) può essere anche dolce e delicato. La letteratura contemporanea è molto varia, quindi penso ci sia di tutto. Per rispondere alla domanda, no, in generale penso che i personaggi femminili inizino a essere sganciati da modelli obsoleti. D’altronde, la letteratura riflette la società…

Ti piace presentare in libreria i tuoi libri? Raccontaci qualche aneddoto divertente legato a queste presentazioni.

Sì, mi piace molto il contatto con il pubblico, anche se sono sempre un po’ agitata! Aneddoto propriamente divertente non ce l’ho, ma mi sono commossa quando ho visto alla mia prima presentazione la mia maestra di italiano delle elementari 🙂

Progetti di traduzione per l’ estero? Come pensi accoglieranno il romanzo i tuoi futuri lettori stranieri?

Sì, L’isola che brucia verrà pubblicato anche in Germania, Francia e Svezia. Beh, spero bene! In Germania in particolare, penso (spero) che potrebbe piacere, sia il setting, sia il personaggio di Teresa. Sono un popolo di grandi lettori che accolgono volentieri gli esordienti.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare. Da lettrice cosa deve contenere un libro per coinvolgerti?

L’ultimo libro che ho letto è una stupenda raccolta di racconti, Tutto quello che è un uomo di David Szalay, il prossimo penso sarà L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un libro, per coinvolgermi, deve avere uno stile che parla al cuore (e proviene dal cuore) e personaggi solidi, che riesco a vedermi davanti.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? Progetti per il futuro?

Grazie a te! Ho iniziato un nuovo romanzo, il nucleo è un gruppo di ragazzini, ma è ancora a uno stadio embrionale, quindi aspetterei a parlarne. Progetti per il futuro tanti e vari, mi piacerebbe sperimentare generi nuovi, personaggi nuovi, ambientazioni nuove. Insomma, scrivere, scrivere, scrivere!

:: Scoprirsi down. La storia di Alberto, raccontata da lui stesso di Alberto e Ezio Meroni (Edizioni San Paolo 2018)

27 febbraio 2018
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Alberto è un ragazzo come tanti, nato a Desenzano del Garda nel 1994. Un ragazzo che ha deciso, assieme a suo padre Ezio, di farci un grande dono, raccontarci la sua vita. Dalla nascita (il suo era uno spermatozoo molto consapevole) ai giorni nostri, ormai adulto. Dal 2015 con un impiego, lavora infatti come cameriere e cuoco presso il ristorante Hortus di Cusano Milanino.
Una storia di successo la sua, nessun grande eclatante avvenimento, ma tanti piccoli tasselli di una vita che sì possiamo definire felice. Due genitori che l’hanno amato e cresciuto, dandogli la migliore educazione possibile, una grande passione lo sport, la pallavolo, la scuola, le uscite con gli amici, l’oratorio, ripeto una storia simile a quella di tanti e tanti ragazzi che vivono nel nostro paese.
Una storia che comunque andava raccontata, e Alberto con il suo stile limpido e tranquillo, venato anche da una sottile e divertita ironia, lo fa consegnando la sua vita a noi. Di solito chi scrive di sé, e traccia una propria biografia non avendo ancora raggiunto la vecchiaia, (Alberto ha ancora tutta la vita davanti), lo fa se è stato protagonista di eventi drammatici rapimenti, aggressioni, tragedie più o meno varie, Alberto invece ci vuole trasmettere la sua felicità di avere avuto il dono della vita, l’amore di una famiglia, di essere riuscito a superarare i piccoli e grandi ostacoli che ha trovato sul suo cammino. Una storia felice, di esempio anche per altri.
Leggendo questo libro si ha la netta sensazione di leggere la storia di un ragazzo normalissimo, comune, con le sue gioie e le sue tristezze, e se non fosse che proprio lui ci ricorda la particolarità con cui è nato, noi non ce ne accorgeremo assolutamente.
Tutti i ragazzi hanno problemi a scuola, difficoltà con i compagni. Essere vittima di anche velate forme di bullismo è capitato più o meno a tutti. Tutti i ragazzi si possono sentire emarginati, derisi, non capiti, a volte vittime dell’ignoranza o della vera e propria cattiveria. Sono cose che capitano a tutti, anche a chi ha tutti i cromosomi giusti nelle proprie cellule.
E Alberto ne ha qualcuno in più. Ha gli occhi a mandorla, e alcune caratteristiche tipiche di chi ha la Sindrome di Down o Trisomia 21.
Ormai la scienza permette di individuare questa anomalia genetica prima della nascita, e si può scegliere di interrompere la gravidanza. I genitori di Alberto, hanno rifiutato l’amniocentesi, e anche se l’avessero scoperto, entrambi credenti, non avrebbero escluso questa vita. Insomma gli hanno dato una possibilità, e Alberto ha fatto di tutto per giocarsela, per conquistare una vita indipendente e normale.
Scoprirsi down, libro narrato in prima persona, parla della sua vita e pone a noi alcune questioni morali che non sono mai semplici. Né per i genitori, né per i medici, né per chi dovrà vivere poi per tutta la sua vita con alcune limitazioni, che indubbiamente ci sono. Ma la Sindrome di Down non pregiudica la vita, non è come nascere senza un organo vitale.
Alberto ha lottato per la sua, e l’ha fatto con grande coraggio e forza.
Non è stato cresciuto come un “poverino”, da due genitori che con grande intelligenza hanno capito che dovevano trattarlo come un ragazzo normale, sgridarlo quando si comportava male, premiarlo per i suoi successi, senza pietismi o sensi di colpa.
Vivere con una disabilità, non è facile, ma è proprio vivere che non è facile, e di esseri perfetti non ce ne sono. Poi ognuno compie le sue scelte, ma è interessante per una volta sentire la voce di un diretto interessato. Buona lettura.

Alberto Meroni è nato a Desenzano del Garda nel 1994 e vive a Cinisello Balsamo. Dopo aver conseguito l’attestato presso l’Istituto Alberghiero Olivetti di Monza, ha svolto un tirocinio lavorativo di due anni seguito dalla Cooperativa Sociale In-Presa di Carate Brianza. Dal luglio 2015 lavora come cameriere e cuoco presso il ristorante Hortus di Cusano Milanino, assunto con un contratto di formazione trasformatosi poi in un rapporto a tempo pieno e indeterminato. Oltre alla cucina ha un’altra grande passione: la pallavolo. Quando gli impegni glielo consentono, segue le partite del Vero Volley Monza con il gruppo degli ultras. Inoltre è assistant coach di una formazione giovanile della medesima società e gioca nella squadra Special Olympics, nata dalla collaborazione tra il Vero Volley e l’Associazione Tremolada. Il sogno nel cassetto? Aprire un ristorante tutto suo sul Lago di Garda.

Ezio Meroni è nato a Cinisello Balsamo nel 1954. Appassionato di storia locale, ha scritto diversi volumi sulla comunità e sulla parrocchiale di Sant’Ambrogio, sull’antica chiesetta di Sant’Eusebio, sul Movimento Cooperativo, sull’antifascismo e sulla Resistenza. Nel 2004 per San Paolo ha pubblicato Sentieri di Libertà e il racconto La Messa partigiana, inserito nella raccolta antologica Misteri di Natale. Successivamente ha dato alle stampe alcune biografie di importanti personaggi nella storia di Cinisello Balsamo. Nel 2011 è uscito il suo romanzo Angela. Una storia d’amore nella guerra partigiana, seguito tre anni dopo dalla ricerca biografica Vittorio Beretta Un segno per la città.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica (Franco Cesati Editore 2018)

22 febbraio 2018
scrivere di libri in rete

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È appena uscito in libreria Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica ed è un po’ difficile che una book blogger (come io mi reputo infondo) non sia incuriosita e se lo lasci scappare. Giulia non posso definirla a tutti gli effetti un’ amica (non ci siamo mai incontrate di persona, ne abbiamo preso mai un caffè insieme) ma grazie al suo carattere estroverso e al suo sincero entusiasmo sembra davvero di conoscerla da sempre e perlomeno online, grazie ai social, si può facilmente chiacchierare con lei.
Innanzitutto non è una che se la tira, ha una parola gentile per tutti, e una grande pazienza quando si confronta anche con i commentatori un po’ critici se non ostili. E questo non può che renderla simpatica e familiare, nel grande mare del web. Tra le book blogger è una Blogstar, lei non lo ammetterà mai ma è così, forse non avrà milioni di follower ma ha creato il suo status grazie alla credibilità e alla competenza, e ditemi se è poco.
Sfatando il mito (che diciamolo ormai sta svanendo) che una book blogger sia una ragazzina con tanto tempo da perdere, anche un po’ sciocchina che scrive di libri senza competenza né passione. Giulia è una persona seria, e lo si capisce ancora di più leggendo il suo breve saggio di cui voglio parlarvi oggi.
Innanzitutto scrive bene, ha uno stile molto limpido, immediato e empatico. Non solo quando scrive recensioni, ma anche qui quando si confronta con un testo più complesso e articolato, che attenzione è molto diverso dai diversi manuali che ho letto ultimamente sul blogging, che alla fine ben che vada ti sembra solo abbiano ribadito l’ovvio.
Molti consigli che dispensa sono utili e pratici, e se seguiti aiutano davvero a migliorare il proprio stile di recensore o critico letterario 2.0 che dir si voglia. Si può anche non essere d’accordo su alcuni punti, instaurare un dibattito, confrontare i punti di vista e gli stili. C’è chi propende per la semplicità e l’immediatezza, chi scrive per lettori più preparati e smaliziati, ma le semplici regole che stila per le recensioni online (ma anche su giornale o rivista culturale, con ampi accenni) sono valide e funzionano. Ce lo dimostra il suo successo.
Io per esempio adoro le recensioni lunghe, complesse e articolate, e cosa mi fa andare a vanti a leggerle è lo stile del recensore, l’intelligenza che traspare dal suo scritto, la sua abilità nell’argomentare, nel concatenare le osservazioni, ma il web ha altre regole, scrivere su un blog ha un proprio codice, prevede delle specifiche competenze, e con diversi esempi molto puntuali e tanta pazienza ce le spiega, (come passare dal blocco di testo, a un testo velocemente comprensibile e fruibile per il lettore). La parte degli esempi l’ho per esempio molto apprezzata, e non usa solo sue recensioni, ma anche testi di altri blogger o giornalisti.
Ho apprezzato anche i titoli di critica letteraria che cita, (perché ricordiamolo il lavoro di blook blogger prevede competenze raggiungibili con lo studio e la lettura, naturalmente se lo si vuole fare seriamente e distinguersi). I classici di cui consiglia la lettura, testi formativi indispensabili per conquistare un proprio stile e una propria originalità.
Seppure breve, ha 144 pagine, tocca un po’ tutti gli ambiti, da come scegliere i libri da recensire, a come leggere un testo per svolgere poi un’ analisi critica, a come scrivere a tutti gli effetti una recensione e come revisionarla (tasto dolente che spesso e volentieri si salta anche per mancanza di tempo). Non disdegna consigli sull’uso dei social, indispensabili per far circolare in rete il proprio lavoro, come il consiglio di due testi SEO, più specialistici.
Capitolo a parte quello sulle video recensioni. Per blogger poco timidi, almeno.
E tanti i siti e i blog citati, dagli albori del book blogging perlomeno in Italia, a quelli più recenti.
Che dire ancora, correte in libreria!

Giulia Ciarapica, classe 1989, è un’appassionata bibliofila marchigiana. Oltre a gestire il suo blog (Chez Giulia), collabora con Il Messaggero e Il Foglio; da un anno cura la rubrica Food&Book su Huffington Post Italia, in cui abbina libri e ricette. Si occupa di libri e promozione culturale anche nelle scuole superiori di Primo e Secondo grado di molte città italiane, portando avanti il progetto “Surfing on books”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Silvio dell’ Ufficio stampa Franco Cesati Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Lorenzo Mazzoni

21 febbraio 2018
Lorenzo Mazzoni 2

Enrico Pandiani e Lorenzo Mazzoni

Ciao Lorenzo, grazie per aver accettato questa nuova intervista. È appena uscito La corale del petrolchimico (Koi Press), nono episodio della serie Malatesta, e sono contenta che la tua serie goda di tanta longevità. È molto apprezzata dai tuoi lettori, e ne acquista sempre di nuovi, magari incuriositi dal tuo protagonista, un poliziotto poco convenzionale e inquadrato negli schemi. Come è cresciuto il tuo personaggio durante tutti questi anni?

Grazie a voi per l’ospitalità. L’ispettore Malatesta sta crescendo con me, è sempre più vecchio. Non mi piacciono molto quei personaggi seriali che hanno sempre la stessa età romanzo dopo romanzo, mi sanno molto di trucchetti da mercante. Malatesta nel primo romanzo, Nero ferrarese, aveva tredici anni di meno e le sue problematiche erano quelle di un uomo più giovane. Ora ha cinquant’anni, è più pacificato, forse, meno arrabbiato. Almeno all’apparenza.

Parlaci della trama del tuo nuovo romanzo. Come ti è venuto in mente di mettere a un tavolo un regista di film a luci rosse, il suo guardia spalla, il figlio nullafacente di Malatesta e un gruppo di imprenditori cinesi molto italiani?

Ho iniziato a lavorare al romanzo durante il terremoto in Emilia del 2012. Era un modo per non farmi angosciare troppo dalle crepe sul soffitto di casa. Volevo trasmettere il disagio del post-sisma attraverso il punto di vista di un personaggio minore, Reinalter appunto, il figlio di Malatesta. L’ispettore ama la cucina cinese, poteva essere un buon collante, un contrasto con Reinalter che quella cucina la odia. Poi gli altri elementi sono venuti sa sé. Leggo e leggevo molto Elmore Leonard, credo che la sua influenza si possa notare soprattutto nei personaggi di Mariano, il regista hard, e del suo factotum, Robertino Di Nauta. La trama è semplice: in zona GAD, un’area a ridosso della stazione ferroviaria di Ferrara, compare Adolf Hitler, un nigeriano che prende il comando del mercato della droga costringendo Malatesta a mettersi in gioco. Da lì entrano in scena malavitosi serbi, spacciatori africani, naziskin nostrani e diversi personaggi borderline.

La mafia nigeriana sembra una delle mafie emergenti più aggressive. Come ti sei documentato su questo argomento?

Ho letto diversi articoli di giornale. Molto importante per la veridicità della situazione è stato un testo di Andrea Sparaciari: Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia. Ci tengo a dire che c’è un altro testo, che con la mafia non ha nulla a che fare, che è stato utile per scrivere il romanzo, si tratta de Fuori da Gaza (Il Sirente), di Selma Dabbagh (n.d.r. abbiamo intervistato l’autrice qui), magistralmente tradotto da Barbara Benini. Diverse parti dei capitoli centrali de La corale del petrolchimico provengono da quel libro, le ho trascritte, manipolandole liberamente, e cambiando il contesto geografico e gli attori coinvolti. Ne approfitto per ringraziare l’autrice, la traduttrice e l’editore.

Parlaci della tua Ferrara, multietnica e variopinta. Come sta cambiando la provincia italiana? Pensi ci sia più integrazione o razzismo?

Sui social più razzismo, nella realtà dei fatti magari non più integrazione ma una tollerabile convivenza. Il problema di un certo disagio interculturale in zona GAD a Ferrara io l’ho denunciato già in Nero ferrarese, e sono passati oltre dieci anni. Da allora la situazione è la stessa. Non è una brutta zona, ma le persone che vivono solo di sensazionalismo e Facebook hanno bisogno del mostro, degli ebrei che avvelenano i pozzi, come nel Medioevo, dell’Uomo Nero che rapisce i bambini. Bisognerebbe viverla, la vita, non farsela raccontare da un social network. L’unico modo per trasformare le cosiddette zone di disagio delle province è quello di investire sul territorio, non con processi di gentrificazione per ricchi, ma con biblioteche, librerie, eventi pubblici, concerti, mostre d’arte. Il mondo è pieno di esempi positivi.

Hai voluto nel tuo romanzo, pur con il tuo stile surreale, fare un’ analisi sociale e sociologica della realtà? In che misura è presente anche un punto di vista critico? Pensi che la recrudescenza dei vari fascismi, (più d’uno non ce lo dimentichiamo) sia connaturata alla crisi e povertà sociale culturale in atto?

Senza dubbio c’è una profonda crisi culturale, basta vedere su chi puntano i grossi editori. La letteratura dei morti viventi non aiuta a preservare questo Paese dal fascismo dei piccoli fans, ma concordo con le parole dello scrittore brasiliano J. P. Cuenca: “La letteratura muore un poco ogni volta che qualcuno alza la voce per difenderla su uno di quei palchi costruiti perché si creda ancora alla sua esistenza. Lasciarla morire mi sembra un’ottima idea per salvarla da se stessa”. Parlo naturalmente di una certa letteratura, che non arriva quasi mai dal basso, purtroppo.

Non faccio mai domande marcatamente politiche agli scrittori, ma data la situazione e le elezioni alle porte, pensi che cambierà davvero qualcosa, o troveranno il modo, chiunque vinca, tra accordi e accordicchi di mantenere il solito status quo? Cosa ti auguri che succeda?

Che ci invada il Liechtenstein, obbligandoci a giurare fedeltà eterna al principe Giovanni Adamo II. Purtroppo non succederà: il Liechtenstein dispone di tre soli carri armati e un manipolo di soldati vassalli. Dopo le elezioni ci sveglieremo e sarà tutto come prima. Chiunque vinca perseguirà politiche mediocri, dannose per il popolo, stupide, ignoranti. Non puoi pretendere che le mele cadano troppo lontano dall’albero.

La tua finestra privilegiata sul Fatto Quotidiano, come giornalista culturale, dà una visibilità a i tuoi scritti critici molto eterogenea. Ti leggono insomma non solo gli addetti ai lavori del mondo editoriale, ma chi è in attesa dell’autobus, chi fa colazione al mattino al bar, la casalinga tra la spesa e la preparazione del pranzo. La cultura non dovrebbe essere così, accessibile a tutti, non chiusa in nicchie e circoli d’elite? Perché hai scelto di tenere un blog su Il Fatto Quotidiano?

Perché me lo hanno proposto loro. Quando iniziai, grazie a Emiliano Liuzzi, seguivo gli Esteri: la Primavera Araba, i Balcani e per lungo tempo la Turchia, dove abitavo. Quando sono stato espulso da Istanbul come persona non gradita mi sono stabilito a Milano e ho iniziato a occuparmi di libri, soprattutto di editori indipendenti. La cosa ha funzionato, mi piace, e sono contento di essere una finestra per chi ha voglia di letture un po’ diverse da quelle sciorinate dalle classifiche da Hit Parade.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Pensi che la critica professionale, perlomeno quella istituzionale che scrive sui giornali, sugli inserti culturali, nelle riviste di settore, dia abbastanza visibilità ai tuoi romanzi? Se così non è, quali pensi ne siamo i motivi?

No, assolutamente non ho molta visibilità, ma io pubblico con gli indipendenti. La serie di Malatesta fino a oggi ha superato le centomila copie vendute grazie al passaparola e l’affetto dei lettori: hai mai visto articoli sulle principali testate nazionali a riguardo? Centomila copie sono un’esagerazione in Italia, anche per i volti noti, ma questi scrivono spesso storielle facili, sorridono alle telecamere, sanno quando postare massime emotivamente coinvolgenti per accaparrarsi le signorine da marito. A me non mi frega nulla di tutto questo. Scrivo romanzi corali, cerco di buttare giù quello che io vorrei leggere come lettore, e sono un lettore molto esigente e compulsivo, non mi freghi con commissari bellocci e due-tre slang dialettali, perciò non mi butto in quella direzione come autore e la critica professionale non mi fila di striscio.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più? Ti sei mai sentito emarginato, o hai notato di essere stato in qualche modo penalizzato dal tuo credo politico?

Non così gravi da sbatterci la testa contro il muro. Forse avrei dovuto credere di più al progetto Linea BN: avevamo la possibilità di diventare il primo vero editore indipendente di Ferrara. Eravamo partiti molto bene con testi come Porno Bloc e Dal comunismo al consumismo e stavamo avendo un certo risalto nazionale. Ma eravamo giovani e incoerenti e la casa editrice è naufragata in poco tempo. Riguardo al mio credo politico: è una scelta quella di non seguire il flusso, questo porta, a volte, all’emarginazione. Preferisco però stare bene con me stesso che svendermi. Credo molto nel mio lavoro. Non avrebbe senso fare quello che vogliono gli altri, spesso succede già nella vita di tutti i giorni. Se devo cercare compromessi anche nella letteratura tanto vale lasciar perdere.

Cosa stai leggendo al momento?

Il martirio di una nazione, di Robert Fisk.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Di leggere tanto prima di scrivere, e di leggere tanto mentre scrivono. E di essere costanti e non seguire mai l’ispirazione ma l’intuizione, farla diventare metodo, strutturare la storia. Studiare, fare ricerca, non mandare il testo a nessuno finché non si è sicuri che la “casa letteraria” regga.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Diversi compadres: Enrico Remmert, Enrico Pandiani, Darien Levani e naturalmente Paco Ignacio Taibo II. Una storia di spionaggio, inseguimenti e vendette nel mondo frizzante di fine anni Settanta.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Vado avanti con i miei corsi di scrittura di Corsi Corsari a Milano e Ferrara e con i workshop di scrittura e fotografia all’estero con Mille Battute. Prossimamente andrò a Bucarest, poi a Lisbona e infine in Uzbekistan. Riguardo ai libri, mi è stato chiesto un contributo per un’antologia contro la violenza sulle donne e sto lavorando a un progetto molto ambizioso che richiama un po’ Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo.

:: Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici di Elisa Nicoli (Altraeconomia Edizioni 2018)

21 febbraio 2018

Bolle in libertàIl dubbio che l’uso continuativo di detergenti chimici per la pulizia della casa possa procurare danni alla salute ce l’avevamo più o meno tutti. Per cui non stupisce che l’Università di Bergen in Norvegia abbia commissionato una ricerca, ora pubblicata su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, che monitora la capacità polmonare di un campione di persone che per lavoro o per necessità familiari si occupano di questo compito. Lo studio è durato 20 anni, e all’inizio della ricerca le persone coinvolte avevano circa 34 anni. Lo studio ha rilevato inoltre che: confrontando le donne che non si dedicavano alle pulizie con coloro che invece le facevano con regolarità, il volume espiratorio forzato a un secondo (Fev1), cioè la quantità di aria che si può espirare forzatamente in un secondo, risultava ridotto di 3,6 millilitri (ml)/anno più velocemente nelle donne che si dedicavano alle pulizie di casa e di 3,9 ml/anno più velocemente nelle addette alle pulizie. (fonte Ansa)

La lettura di questo articolo mi ha ricordato che volevo parlarvi di un libro di cui Altraeconomia Edizioni mi ha mandato il Comunicato stampa: Bolle in libertà” Ricette fai-da-te per la bellezza e la cura di casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici alla portata di tutti. Il nuovo libro di Elisa Nicoli. Premetto che non ho potuto visionare l’intero volume, ma solo il PressKit con l’indice dell’opera e alcune ricette. Diciamo il volume è diviso in due parti, una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. In conclusione una bibliografia e web, siti e applicazioni, elenco dove trovare le materie prime e rivenditori.

L’uso di questi detergenti eco e biologici oltre al vantaggio per la salute personale, comporta anche un bene per le acque e il Pianeta, contribuendo a accrescere il nostro spirito ecologico.

Ecco un esempio di una ricetta. Buona lettura!

ricetta

Elisa Nicoli (Bolzano, 1980) è regista di documentari e scrittrice, oltre che appassionata di cammino e viaggio. Autrice di numerosi libri quali “L’erba del vicino” (Altreconomia), “100 cult in padella” (Altreconomia), “Questo libro è un abat jour” (Ponte alle Grazie-Altreconomia) e della guida “L’Italia selvaggia (Altreconomia), oltre che del grande successo “Pulizie creative”, da cui prende le mosse questo libro. Per Ediciclo ha scritto “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo). Ha all’attivo 10 anni di esperienza reale in autoproduzione di cosmetici e detersivi. I suoi siti di riferimento sono elisanicoli.it e autoproduco.it

:: Lo Straordinario di Eva Clesis (Las Vegas edizioni 2018)

15 febbraio 2018
Lo Straordinario

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Esce oggi in libreria Lo Straordinario di Eva Clesis per Las Vegas edizioni. Un gioiellino di 236 pagine, scritto benissimo, da una penna interessante, che ormai seguo da anni, e mi riconferma che il rinascimento letterario pugliese, di cui parlava Valentino G. Colapinto nel 2011, non si è ancora sopito. Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, Nicola Lagioia, e perché no, anche Eva Clesis ne fa parte, barese, classe 1980.
Autrice che ha scritto per Pendragon, Newton Compton, Perdisa Pop, Lite Editions, e forse ancora la critica non ha messo a tutto oggi in luce a pieno doti e singolarità. Merito quindi di Las Vegas edizioni di aver dato alle stampe questo libro, la cui patina lucida e smaltata, nasconde un cuore al curaro, una critica alla società di oggi, del lavoro (che non c’è), dei rapporti sempre più effimeri, del mondo nel suo complesso coi suoi falsi miti, le sue lucciole per lanterne, sempre nascoste ad ogni angolo. Il percorso accidentato che Lea, la protagonista, deve compiere per affermare se stessa, in questo mondo dove nulla è mai come appare, divertirà il lettore soprattutto per la voce caustica e corrosiva che la Clesis usa giocando con un linguaggio tra il letterario e il satirico.
Non usa una lingua addomesticata o resa più semplice e schematica per attirare il lettore più di bocca buona, anzi il suo modo di scrivere è fantasioso, colorato, allegro e venato di una malinconia, che è un misto di rabbia e dolcezza, screziato di grazia.
Scherzando, ma neanche tanto, ho scritto che il libro è come una gigantesca, sontuosa torta di panna, meringhe, canditi, vaporosa come una nuvola al cui interno trovi cianuro. E questo vale fino a metà, dove la storia sembra prendere una piega che ricorda vagamente Il cerchio di Dave Eggers, un paradiso che nasconde controllo mentale, esperimenti sociali, fine della privacy, e tutte le degenerazioni tanto care a i più accesi complottasti. Poi di un tratto scopriremo cosa l’autrice ha escogitato per tenerci sulle spine. Ma prima tutti a chiederci, ma la povera Lea dove è davvero finita?
Ora invece partiamo da dove è entrata. Allora Lea è una ragazza di 37 anni, come tante se vogliamo, svolge uno stage in una rivista di moda che non si trasformerà mai nel promesso lavoro stabile e ben remunerato, convive con un coetaneo che ha un senso molto lato della fedeltà e della sincerità, (e che se non fosse stato beccato in flagrante tradimento, probabilmente avrebbe portato avanti la relazione clandestina, alle spalle di Lea, senza tanti sensi di colpa), ha un padre assente che l’ha abbandonata da piccola, una madre psicoterapeuta, supercritica, capace di colpire sempre nei punti deboli della figlia, e infine una sorella gemella di successo, super griffata, super bionda, super fortunata, super realizzata, che gira il mondo disegnando gioielli in compagnia di Alain, ricchissimo, bellissimo, elegantissimo, un vero nobile francese, appartenente a una famiglia di quelle che sopravvissero durante la Rivoluzione francese.
Quando la sua vita cade in pezzi, niente più lavoro, niente più compagno, niente più casa (quella in cui viveva era di lui), allora si lancia alla ricerca di un nuovo appartamento, e cosa trova? Una mansarda super accessoriata, piena di ogni confort possibile, fino al pavimento di parquet riscaldato, all’interno di un condominio nella periferia milanese, (le banlieue come direbbe sua sorella) che ha un nome molto evocativo Lo Straordinario. E non solo per la bellezza degli arredi, la cura negli infissi, per la rigogliosità della vegetazione, per la disponibilità e gentilezza della gente che vi abita, ma soprattutto perché per la prima volta in vita sua Lea si sente accolta in una grande e amorevole famiglia. Ma cosa nasconde tanta gentilezza, tanta amorevolezza, tanto di tutto? A voi leggerlo.             

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas edizioni, 2008), ora in una nuova edizione, 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), Parole sante (Perdisa Pop, 2013), Finché notte non ci separi (Lite Editions, 2014).

Source: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlotta dell’ ufficio stampa Las Vegas edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.