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:: Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani di Matteo Renzi (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

21 maggio 2019

RenziLa politica è fatta di donne e di uomini. E proprio lo scollamento tra politica e società civile è una delle prime ragioni della crisi sia delle sinistre (partiti riformisti) che delle destre (partititi conservatori), non solo in Italia, ma guardando anche fuori dai nostri confini.
Un buon modo per ricomporre questa frattura è conoscere cosa pensano, come pensano, come ragionano i vari leader politici.
A prescindere da un discorso puramente politico, tenterò di non prendere posizione perché non è mio compito, non voglio influenzare coscienze o prendermi la responsabilità di farvi fare poi scelte sbagliate, ma l’errore di Salvini, che poteva scegliere tutti gli editori italiani che voleva (o quasi) è stato di affidare il suo pensiero a un piccolo editore con legami con partiti diciamo estremistici.
Non così ha fatto Renzi che ha scelto Marsilio, per pubblicare il suo libro “Un’altra strada”, di cui vi parlerò oggi. Ritengo in tutta coscienza che vadano letti entrambi, perché è importante per ottenere un’opinione informata (presto ci saranno le elezioni, quindi il tempo stringe) leggere cosa questi leader (o ex leader ma ancora impegnati nell’agone politico) pensano, come dicevo prima.
Questi testi sarebbero da leggere molto più approfonditamente, che con una lettura veloce come ora ho fatto, (per ora il libro di Salvini non l’ho ancora letto) ma non è stato tempo sprecato.
Leggendo Un’altra strada ho avuto la netta sensazione di individuare con molta chiarezza sia quali sono i punti deboli che i punti di forza di questo politico che tutto sommato mi è parso nel complesso molto sincero. Naturalmente uno deve farsi una sua opinione, non voglio indirizzarvi in un senso o nell’altro, il mio unico consiglio è di leggerlo.
Lo stile è scorrevole, piacevole, il libro è aggiornato alla storia recente, gli manca giusto quello che è successo in Austria, con lo scandalo che ha portato alle dimissioni i principali esponenti di destra, (informatevi sull’accaduto per capire che la crisi non è solo delle sinistre), e in un certo senso Renzi l’aveva previsto. Vedremo poi se tutte le sue previsioni si avvereranno, ma un consiglio è di non fermarvi all’apparenza o alla superficialità di un approccio di attrattiva personale, ovvero se vi è simpatico o no, quello che è importante è la sua struttura mentale, e quanto (lui come tutti i politici in genere) è capace di fare e di costruire per il suo paese e per il mondo intero. Insomma Renzi non vi deve essere simpatico a tutti i costi, ma è utile confrontarsi con il suo pensiero, e poi potete esser d’accordo o no, questo naturalmente è un vostro diritto.
Il libro contiene un premessa, e poi sei parti: Politica non populismo; Futuro, non paura; Cultura, non ignoranza; Lavoro, non sussidi; Verità, non fake news, Europa, non nazionalismo. Infine una breve conclusione intitolata Domani.
Data la giovane età di Renzi, rispetto ai tempi della politica, pensiamo alla prima Repubblica quando avevano tutti dai 60 anni in su, fa pensare che abbia ancora molto da fare, (sempre se si circonderà di collaboratori leali e preparati) ma soprattutto è l’esponente di una nuova generazione politica, insomma diamo fiducia a questi giovani, lasciamoli lavorare, hanno entusiasmo, vogliono davvero fare qualcosa, che poi ne abbiano le capacità o meno è poi tutto da vedere, ma è importante capire che loro vedranno il futuro, e generazioni di ragazzi sempre più giovani si stanno affacciando alla politica e vogliono fare.
Questa rinascita di coscienza civile e impegno politico è un segnale positivo, certo la saggezza viene col tempo, ma la forza, l’entusiasmo, la visione priva di pregiudizi è ancora loro. Quindi tacciare di incompetenza chi ancora non ha esperienza è un giudizio quantomeno superficiale. Tuttavia rimane la sensazione di aver letto il libro di qualcuno che ci crede veramente in cosa dice, e soprattutto aperto al dialogo e al confronto, realmente democratico insomma, e su queste basi sicuramente è possibile costruire il futuro. Che infondo è quello che interessa a tutti. Buona lettura.

Matteo Renzi (1975), senatore eletto nel collegio di Firenze, città di cui è stato sindaco. È stato presidente del Consiglio dei ministri.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa Marsilio, che ringraziamo.

:: Leggere o non leggere di Jimmy Liao (Edizioni Gruppo Abele 2019) a cura di Giulietta Iannone

16 maggio 2019

Jimmy LiaoLe piccole librerie stanno lentamente perdendo importanza e le persone che un tempo amavano intrattenersi tra i loro libri le frequentano sempre meno. Un libraio, appassionato bibliofilo, chiede al figlio di radunare i suoi amici per capire insieme a loro se i ragazzi amano ancora comprare libri e  leggerli. Il libraio ha preparato per l’incontro molte citazioni famose sui libri, nella speranza che tutti possano condividere la bellezza della lettura. Ma i partecipanti non sono certi di pensarla allo stesso modo: gli adulti con tutte le loro convinzioni, i ragazzi con tutta la loro fantasia. Si apre così una grande, divertente e profonda disputa sull’eterno dilemma: leggere o non leggere?

Proprio nella settimana della disputa librai vs bookblogger (quanto sono inutili le stucchevoli contrapposizioni di questi tempi) ho avuto il piacere di leggere questo simpatico e divertente libro illustrato per ragazzi edito dalle Edizioni Gruppo Abele, una carrellata di citazioni da Marylin Monroe a Stephen King, passando per Franz Kafka e Voltaire, che portano i libri e la lettura al centro del dibattito culturale.

Come non sorridere leggendo:

Se andate a casa di qualcuno e non vedete libri, non andateci a letto!

– John Waters

O non commuoversi per:

Ma noi abbiamo bisogno dei libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era pià caro di noi stesso, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

– Franz Kafka

Forse i bambini non capiranno il senso di tutte le citazioni, ma per loro ci sono i disegni bellissimi e colorati di Jimmy Liao. Ottima idea regalo, o da collezionare. Un libro per i momenti di sconforto, o per quando abbiamo un attimo di pausa e ci vogliamo immergere nel mondo di tanti illustri lettori del passato e del presente. Perchè anche gli scrittori sono lettori, e la lettura è un rifugio sicuro come la musica o la danza. A leggere si impara da piccoli, e poi è un amore che ci accompagna per tutta la vita.

Jimmy Liao laureato in arti figurative con una specializzazione in design, ha lavorato per diverse agenzie pubblicitarie prima di iniziare l’attuale attività di scrittore e illustratore. A partire dal 1998, Jimmy ha pubblicato 27 libri illustrati, caratterizzati da una straordinaria originalità e con trame dai mille risvolti. Con le sue storie ha creato uno stile del tutto originale costituito da un mix di immagini e linguaggio fresco e diretto. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo, hanno venduto più di 5 milioni di copie tra Oriente, Europa e Stati Uniti; in particolare, Jimmy è diventato in poco tempo il più famoso autore di libri illustrati in Asia, suscitando entusiasmo in tutte le generazioni. Immergersi nei suoi lavori è come entrare nel mondo interiore di Jimmy: le storie, sempre originali, riflettono i temi della vita reale animati da colori vividi e dal magico realismo di racconti estremamente evocativi.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: Review Party: Due cuori in affitto di Felicia Kingsley (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 maggio 2019

Due cuori in affitto - KingsleySummer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…

Il romanzo rosa salverà l’editoria? Bella domanda, e sembra che se la siano fatti seriamente alcuni editori tra cui Newton compton, tanto che al Salone del Libro, che si svolge in questi giorni a Torino, ci sarà un dibattito Sabato 11 Maggio alle 13,30 che vede ospiti Martina Donati e Anna Premoli e Felicia Kingsley, quest’ ultima autrice proprio di Due cuori in affitto, libro di cui vi parlerò oggi.
Di Anna Premoli lessi È solo una storia d’amore e iniziai un discorso che mi piacerebbe continuare oggi.
I romanzi rosa vendono, le lettrici li leggono gli editori li pubblicano. Allora perché sono considerate ancora opere di serie B? Di questo si discuterà al dibattito a cui accenno sopra, tra le altre cose, e quando penso a questo non posso non pensare a un autore italiano che scriveva su riviste femminili, pubblicava romanzi sentimentali (per giunta belli, provate a leggere Mio adorato nessuno) ed è famoso per opere noir, naturalmente sto parlando di Giorgio Scerbanenco.
Quindi come in tutti i generi letterari è la qualità dell’autore a fare la differenza, e anche il romance, o il rosa ha autori e autrici di tutto rispetto.
Innanzitutto scrivere romanzi rosa non è facile, essere originali senza cadere nei cliché più triti e abusati diventa una sfida ben ardua e infatti emergere è una scommessa. Sia la Premoli che Felicia Kingsley sono riuscite a conquistare l’affetto delle lettrici (ma sorprendentemente esistono anche lettori).
Cosa hanno di particolare i loro romanzi? Naturalmente parlano d’amore, e lo fanno in modo moderno, inserendo le loro storie nella vita di oggi, utilizzano un linguaggio attuale, spigliato, parlano di donne con i problemi, le aspirazioni, le difficoltà delle stesse lettrici che leggono questi romanzi. Risolvono situazioni complesse (quasi sempre è scontato il lieto fine) e lo fanno perché come insegnava Jane Austen già 200 anni fa la fantasia ha questo privilegio, dare un lieto fine a storie che nella vita vera non è detto che ce l’abbiano. Dando ragione d’essere alla speranza.
E a queste lettrici piace sognare, piace un tocco di leggerezza e di dolcezza, piace che il lui e la lei con caratteri diversi, storie personali diverse, trovino alla fine il modo di essere felici. Perché l’amore rende felici, e in questo non c’è nulla da ridere.
Dopo questo lungo preambolo parliamo del romanzo Due cuori in affitto di Felicia Kingsley. È un capolavoro? Forse no, ma ha tutti gli ingredienti di cui parlavo sopra capaci di rendere una storia piacevole da leggere. I battibecchi, le incomprensioni, diventano ben presto schermaglie amorose, e sia il lui che la lei della storia riescono alla fine a vedere l’altro, oltre l’apparenza, e la superficialità. Perché l’amore fa questo svela il vero noi stessi, privandolo delle incrostazioni delle delusioni, delle durezze, dei fallimenti sedimentati negli anni. Dunque che dire oltre, buona lettura.

Felicia Kingsley è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017. Stronze si nasce e Una Cenerentola a Manhattan sono stati nella classifica dei bestseller per settimane. Due cuori in affitto è il suo quarto libro. Per saperne di più: www.feliciakingsley.com

Source: pdf inviato dall’editore.

:: Domani si inizia

8 maggio 2019

Salve lettori, domani inizia il Salone del Libro di Torino, i lavori del blog si prendono una piccola pausa, quindi scusatemi se non risponderò celermente alle mail e non usciranno nuovi articoli. Sarò impegnata con il Salone, ma questo mi permetterà di raccontarvelo da “addetta ai lavori” come si suol dire. Per cui a martedì! E buon Salone a tutti, per chi ci sarà e per chi lo seguirà da casa.

:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Un’intervista con Bianca Garavelli a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2019

BiancaBenvenuta Bianca, scrittrice, critica letteraria, firma per “Avvenire”, dantista, ti occupi di molti campi e quest’anno sei stata membro della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario “La Provincia in Giallo”. Ce ne vuoi parlare? Come sei stata coinvolta nel progetto?

Grazie Giulietta, è un piacere conoscerti. In realtà, sono la co-fondatrice del Premio “La Provincia in Giallo”, che è nato da una chiacchierata tra me, che ho a lungo studiato il fenomeno del giallo italiano per la mia tesi di dottorato, e Raffaella Spini, presidente nel 2012 del Rotary Club Cairoli. Questo Club, che agisce in Lomellina, quindi in provincia, considera importante anche l’aspetto culturale dei servizi che può rendere alla società: servire per migliorare il mondo, a partire dal proprio territorio, è l’obiettivo generale del Rotary. Ogni anno il Club dona i libri che hanno partecipato al Premio a una biblioteca del territorio.
Nei miei studi sui giallisti italiani dal 1980 ai giorni nostri, ho notato emergere un interesse ricorrente di alcuni scrittori verso i piccoli centri, una sorta di legame fondato sulla condivisione delle tradizioni, che somiglia al regionalismo proprio del Neorealismo. Quindi è nata l’idea di valorizzare questo tipo di romanzi e racconti, e io stessa ho aggregato una giuria, che si è modificata nel corso degli anni. I primi giurati oltre a Mino Milani e me sono stati Giuseppe Lippi e Margherita Oggero. Come Milani, Giuseppe Lippi è sempre rimasto, ma purtroppo lo scorso dicembre si è spento, prematuramente.

Un premio molto particolare, in cui concorrono opere ambientate in provincia di genere giallo. Il noir, specialmente americano, nasce nelle metropoli, nelle grandi città della costa atlantica e pacifica. Solo successivamente la periferia ha acquistato interesse, la provincia, la campagna, i borghi montani. Cosa pensi abbia contribuito a questo cambiamento?  

Credo che sia dovuto a un bisogno di raccontare un’Italia meno vistosa di quella metropolitana, ma non meno importante, anzi forse più decisiva per i cambiamenti, per i fenomeni sociali in corso. È come se la provincia volesse fare sentire la sua voce, fosse stanca di essere sottovalutata. La provincia è la cartina tornasole di mutamenti che coinvolgono l’intera società, nonostante rimanga costante il suo legame con la tradizione. Il genere giallo permette di entrare in profondità nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sempre più sorprendenti. Per esempio, c’è anche un filone che collega la provincia con il soprannaturale, con misteri che sfidano la nostra razionalità, come nei romanzi di Eraldo Baldini e Giorgio Todde.

Il giallo ormai è un genere che ha acquistato una sua precisa nobiltà artistica, anche agli occhi della critica più impegnata e preparata che una volta la considerava letteratura esclusivamente di intrattenimento ma priva di un vero valore letterario. Hai notato anche tu questo cambiamento?  

Sì, e soprattutto ho notato una svolta importante nel 1980, con la pubblicazione di un giallo storico di successo planetario, scritto da uno studioso che godeva di una grande stima: Il nome della rosa di Umberto Eco. Questo romanzo ha spianato la strada a molti altri che, anche se non hanno raggiunto gli stessi risultati, hanno confermato e poi consolidato un interesse crescente. Gli scrittori stessi si sono accorti di questo cambiamento, e si sono aggregati in “movimenti”, in gruppi, nati proprio tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, come il “Gruppo 13” a Bologna e la “Scuola dei duri” a Milano, di cui ha fatto parte lo stesso vincitore di quest’anno, Raul Montanari. Il fenomeno giallo-noir è oggetto di studio anche da parte di accademici illustri, che ampliano il loro raggio d’azione, come testimonia il convegno ricorrente dell’Università La Sapienza, “Roma Noir”, curato dall’italianista Elisabetta Mondello.

Ha vinto Raul Montanari con “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Cosa vi ha colpito di più del suo libro? È stato difficile arrivare a un verdetto finale?

È stato di una difficoltà crescente arrivare alla selezione dei semifinalisti, poi dei tre finalisti e fra questi del vincitore, anche perché quest’anno il Premio ha avuto una partecipazione da record, con sessantanove libri. Credo che la giuria abbia lavorato con onestà e impegno, tenendo conto delle qualità di tutti gli autori. I tre finalisti raccontano delle province molto diverse fra loro, confermando l’idea che il giallo stia mettendo in luce aspetti nascosti dell’Italia di oggi. Fulvio Ervas ci rivela i segreti del Nord-Est, Mariolina Venezia di una Matera sempre meno provincia e più centro di cultura internazionale; entrambi ce ne svelano i lati corrotti, insieme ad altri ancora molto vicini alla tradizione.
Il romanzo di Montanari colpisce per l’originalità della struttura, per la capacità di trasferire in una sorta di provincia quasi astratta, un ambiente in apparenza isolato circondato da montagne imponenti, una trama da noir metropolitano. C’è una doppia sfida in atto nel romanzo: fra adulti e adolescenti, e fra due tipi di “male” incarnati rispettivamente da un ragazzo, come tutti i suoi coetanei navigato in ambito di social network, e da un adulto provato da molte esperienze militari. L’autore ha la capacità non comune di spingere fino all’estremo i suoi personaggi, di mostrarne gli aspetti che li uniscono, anche se sono avversari, creando interazioni da tragedia, e, usando l’attualità per mostrarci lati sconvolgenti della realtà sociale, come il cyberbullismo, che trasforma in incubo persecutorio le potenzialità aggregative dei social.

Ringraziandoti per la disponibilità un’ ultima domanda dedicata a te e al tuo lavoro di scrittrice. Che progetti stai portando avanti? Stai scrivendo attualmente?

Ho in cantiere un progetto dantesco, che si ricollega in parte al mio romanzo del 2015, Le terzine perdute di Dante, uscito da Rizzoli Best BUR. È un omaggio al grande maestro di cui si celebra un importante anniversario nel 2021: i settecento anni dalla morte.

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.

:: Un’intervista con Franco Forte e Guido Anselmi autori di Romolo: Il Primo re a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Romolo Il primo reBenvenuti su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Alcune domande sono personali, ad altre potrete rispondere entrambi. Cominciamo con la prima, in realtà più una presentazione. Descrivetevi ai nostri lettori, raccontateci che studi avete fatto, dove siete cresciuti, cosa fate attualmente.

Franco Forte: classe 1962, ho dedicato la mia vita ai libri e alla scrittura. Milanese di nascita, ora vivo in un paesino della campagna lodigiana. Dopo gli studi di ingegneria elettronica mi sono dedicato al giornalismo, alla scrittura e alle traduzioni. Oggi pubblico romanzi con Mondadori, curo le collane Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo, possiedo con altri soci una piccola casa editrice (Delos Digital) e mi occupo di scrittura a 360°, dal cinema alla tv al teatro.

Guido Anselmi: classe 1972, dopo venti anni dedicati all’ingegneria del software, ho deciso di averne abbastanza delle quattro mura entro le quali stavo confinando la mia vita. Dopo aver vinto il premio WMI, ho iniziato una fortunata collaborazione con Delos Digital, pubblicando due romanzi brevi e un racconto. “Romolo Il primo re” è il mio esordio con Mondadori.

Per Franco: Dunque in questo romanzo storico hai affrontato la figura di Romolo, il fondatore di Roma. Personaggio impegnativo, soprattutto perché le fonti storiche non sono molte, giusto? Come vi siete documentati?

Le fonti storiche sono molto frammentate, più che altro frutto di interpretazioni (spesso fantasiose) da parte di autori classici molto lontani dal periodo descritto, e questo ci ha dato modo da una parte di poter sfruttare la fantasia e l’immaginazione per coprire gli ampi squarci mai raccontati di questa vicenda, dall’altra ci ha costretto a discriminare attentamente fra tutte queste fonti, cercando quelle più plausibili e vicine a una possibile realtà su come si sono svolti i fatti che poi abbiamo raccontato nel romanzo. Un lavoro certosino ma molto interessante, che ci ha fatto scoprire un’epoca buia e tormentata, che ben pochi avevano raccontato in modo così approfondito.

Per Guido: Franco Forte ha all’attivo tantissimi romanzi storici, è un veterano nel trasformare personaggi come Caligola, Genis Khan in eroi. Come vi siete incontrati e come è stato lavorare con lui. Come vi siete divisi il lavoro?

La nostra prima collaborazione è avvenuta tramite la rivista Writers Magazine Italia, di cui Franco è responsabile, ed è continuata in maniera sempre più fitta e continuativa negli anni successivi. Lavorare con lui è stata un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante, non abbiamo diviso il lavoro in maniera rigida, ma abbiamo assegnato i compiti in base alle esigenze del momento, trovando sempre un grande accordo.

Per entrambi: Che idea vi siete fatti di Romolo, come ve lo siete immaginato per tutta la stesura del romanzo?

Romolo era un visionario, un uomo interessato non solo alla sopravvivenza spicciola, quella con cui si doveva combattere ogni giorno, ma anche a un possibile futuro per la sua gente. Intorno a lui si è coeso un progetto di comunità molto ardito per l’epoca, che ha fatto della comunione di intenti e della forza del gruppo un’arma formidabile per crescere nel tempo, fno a dare forma a quella che è stata la più grande fra le civiltà antiche dell’umanità: Roma. Solo un uomo straordinario, con una mente agile e lungimirante, avrebbe potuto perseguire un compito del genere, e Romolo l’ha fatto. A scapito di tante morti e di tanto sangue (fra cui anche quello del fratello Remo), ma non in nome del potere personale, bensì per dare un futuro al suo popolo. Crediamo che questa sia la misura della grandezza di questo personaggio.

Per Franco: La storia di Romolo e Remo, la loro rivalità che in un certo senso portò al fratricidio ricorda la storia di Caino e Abele, anche se Abele diciamo era il buono e quello che morì. Quando furono abbandonati Romolo e Remo in teoria dovevano essere lasciati alle acque del Tevere, questo fatto ricorda l’abbandono di Mosè in una cesta di canne. Quanto ha inciso secondo te la storia biblica nella creazione del mito legato a questi personaggi?

Diciamo che tutte le grandi storie si rifanno a degli archetipi che piacciono al pubblico che le ascolta, e dunque qualsiasi leggenda si rifà in qualche modo a quelle impalcature narrative primordiali che ancora oggi sono capaci di farci emozionare. Il nostro lavoro, come narratori, è stato quello di cercare di dare un senso, di rendere razionale e il più possibile plausibile, ciò che nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, si è accresciuto del sensazionalismo e della fantasia di chi ha cercato di rendere sempre più entusiasmante questa storia, affondando nel mito e nella superstizione per ammantare tutto con il sapore della leggenda.

Per Guido: Chi ha avuto l’idea di cercare di ricreare la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo?

L’idea è stata condivisa e portata avanti da entrambi, d’altronde non potevamo fare diversamente, vista la difficoltà di ricreare in modo realistico usi e costumi di tremila anni fa, dei quali si conservano testimonianze tutt’altro che esaustive.

Per entrambi: Quale è stata la parte più difficile nella stesura del libro: la raccolta delle fonti, la creazione dei dialoghi, la struttura narrativa?

Scrivere alla fine è la parte più facile, quando si hanno le idee chiare e si sa come farlo. Studiare le fonti è stato molto impegnativo, organizzare il lavoro e la struttura narrativa del testo, un po’ meno. Ma non si può costruire un romanzo di questo tipo senza tanto lavoro e senza sputare sangue, questo deve essere chiaro. Come ogni buon romanzo, ha richiesto molto lavoro e tanta dedizione, ma ci ha ripagato con grandi soddisfazioni, fra cui anche l’apprezzamento del pubblico.

Per Franco: Molta importanza è data all’azione, alla parte avventurosa della storia. Perché questa scelta?

Perché stiamo parlando di quasi 3000 anni fa, un peridodo primitivo, selvaggio, primordiale, dove la lotta per la sopravvivenza era all’ordine del giorno. Non c’era nulla che non fosse avventuroso, misterioso, pericoloso, e dunque dovevamo far muovere i nostri personaggi in questo contesto, che abbiamo cercato di ricostruire nel modo più verosimile possibile.

Per Guido: Il romanzo, sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere, non ha legami diretti con la pellicola cinematografica. Voi avete iniziato molto prima a lavorare alla stesura del libro, vero?

L’uscita in contemporanea del film e del romanzo è stata una incredibile coincidenza, che ha portato due progetti a lunga scadenza a vedere la luce allo stesso tempo. Dal nostro punto di vista, “Romolo” rappresenta solo il primo tassello di un progetto cui abbiamo dedicato tantissimo tempo e che coinvolgerà tanti altri validi autori, insieme ai quali intendiamo raccontare la storia dei primi sette re di Roma.

Per entrambi: Ci sono stati momenti in cui non eravate d’accordo su alcuni punti, su alcune soluzioni narrative? Avete discusso, come siete giunti a un accordo?

Si discute sempre su tutto, ci si infuria, si ride, ci si dà pacche sulle spalle, ci si sostiene, ci si insulta e si brinda insieme. È l’essenza stessa del lavoro di squadra, e dunque ci siamo passati anche noi. Ma è il bello della faccenda…

Per Franco: Nella stesura di un romanzo storico la grande difficoltà è il compromesso tra fedeltà alle fonti, perlomeno le più accreditate, e la fantasia, la creazione puramente letteraria. Ecco tu come ti comporti in questi casi, svelaci il tuo segreto?

Chi scrive romanzi storici deve sempre fare riferimento alle fonti più attendibili che riesce a trovare, dopodiché deve ricostruire per il lettore tutto ciò che gli storici non sono riusciti a scovare tra i resti archeologici, e sfruttare la fantasia e l’immaginazione per colmare questi buchi in modo verosimile e coerente con il contesto derivato dai lasciti storici. Un lavoro affascinante, che però va fatto con grande cautela, cercando di essere sempre pronti a rendere plausibile qualsiasi situazione si decida di descrivere.

Grazie a entrambi come ultima domanda vi chiederei a cosa state lavorando ora, quali sono i vostri progetti attuali?  

Adesso ciascuno per la sua strada, con tanti progetti, tante idee e… diverse belle novità di cui presto daremo notizia.

I progetti sono diversi, alcuni a lunga scadenza, altri ormai prossimi a sbarcare in libreria, di cui tuttavia non possiamo ancora parlare 🙂

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi autrice di Brisa a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2019

BrisaBentornata Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. È appena uscito Brisa, il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a Liberi di scrivere. L’idea di Brisa è nata da alcuni aneddoti raccontati da due anziani musicisti durante una serata danzante, dove le mie amiche si divertivano un sacco e io, che non ballo, mi annoiavo a morte. Nel libro ho lasciato i loro nomi: Primino e Tunaia. Nel 1956 vivevano a Gorino e, in mancanza di auto, si spostavano da una balera all’altra a bordo di un carro funebre. Immagino come si toccassero i clienti ogni volta che li vedevano scaricare gli strumenti. Videro gli esordi di Milva, allora tredicenne. Prima di esibirsi facevano le prove in un magazzino di impresariato funebre, dove, ogni volta, casse da morto e ossari venivano coperti con dei teloni per non impressionare l’ignara cantante. Questi e altri aneddoti mi hanno talmente divertita che ci ho voluto scrivere una storia. Da lì è nata Brisa.

Brisa, la protagonista, è una donna molto particolare, una stria, vede il futuro e i morti, percepisce cose che gli altri non avvertono, e i suoi compaesani la consultano, ma di nascosto. Forse ne hanno anche paura, come si ha paura del diverso, dell’ignoto. Come hai costruito il suo personaggio?

Cercavo una protagonista non accattivante, che non fosse la solita bellona dei romanzi tradizionali. All’inizio della storia, Brisa, si presenta con baffi, sopracciglia incolte e vestita con vecchie palandrane il che, unito al fatto che passando la lunga treccia sulle foto riesce a vedere le disgrazie, non fa certo di lei la simpaticona che tutti vorrebbero avere per amica. Tolti i baffi e indossati degli abiti decenti Brisa migliora un ciccinino. Ma brutta è e brutta resta.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, nella bassa ferrarese, tra il settembre e il dicembre del 1956. Un’ambientazione insolita per un noir che di solito predilige gli ambienti metropolitani. Come hai scelto questo scenario? Cosa l’ha reso particolarmente adatto a scrivere una storia come la tua?

Ho scelto Gorino per restare fedele ai luoghi di Primino e Tunaia. Sono andata in ricognizione a Gorino due volte in cerca d’ispirazione per il resto della storia, ma non ho trovato niente. Infatti nel romanzo ricorre spesso la frase: In un posto dove non succede mai niente… Poi con l’arrivo del luna park per la festa del patrono nel romanzo succederà di tutto. I colleghi d’ufficio che mi hanno accompagnata nelle ricognizioni si sono cuccati anche la visita alle Pompe funebri Ottani, che ancora ringrazio.

Molte delle storie che racconti nascono da racconti veri che hai sentito, che hai raccolto nella tua vita. Come separi fantasia da realtà, come li amalgami?

In effetti mi sono ispirata a due storie vere. Una strage familiare citata nelle prime pagine raccontata da mia figlia quando era vigile del fuoco, e il grosso guaio in cui incorrerà Brisa, verso la fine del romanzo che mi è stato raccontato quando facevo volontariato al pronto soccorso. Casi in cui la realtà supera di gran lunga la finzione. La giornalista-scrittrice Piera Carlomagno sostiene che tutti i casi citati nei romanzi prendano sempre spunto dalla cronaca e anche se molti scrittori negano, credo abbia ragione.

Il romanzo inizia allegro, solare: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, poi scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento inizierà un viaggio nell’orrore, nelle peggiori depravazioni umane, di colpo i personaggi mostrano un altro volto, si rivelano per qualcosa che difficilmente sospettavamo. Come hai caratterizzato questa dualità, questo cambio di prospettive?

Per me le parti più difficili da scrivere sono sempre gli inizi, quando ancora non è successo niente, perché sono attratta solo dall’azione. Quando qualcuno racconta a voce vorrei che iniziasse dalla fine. Dal fattaccio. Non ho pazienza. Voglio arrivare subito al dunque. Negli anni ’70 quando non c’erano orari per andare al cinema, entravo sempre verso la fine delle proiezioni. Vedevo il finale del film e poi lo rivedevo daccapo. Non amo le sorprese e vorrei sempre sapere dove mi porteranno le storie. Tutte, tranne la mia. Non ci tengo a sapere come e quando morirò.

In Brisa abbiamo una fotografia della provincia italiana del dopoguerra, dove tutti si chiamano per soprannome, dove il benessere non è ancora diffuso, la vita è dura, si fatica, ben pochi sono i divertimenti. Che importanza ha tutto ciò nel tuo romanzo?

Ho scelto di ambientare il romanzo negli anni ’50 perché in quegli anni la gente riusciva ancora a stupirsi di qualcosa. Negli anni le efferatezze che seguiamo nei libri e nei film sono diventate tali che non ci stupiamo più di niente. I serial killer sono tenuti a brutalizzare le loro vittime in modo sempre più efferato pur di colpire lettori e spettatori. L’ultima volta che mi sono stupita credo sia stato per un serial killer chi si scopava le orbite dei cadaveri. Da Seven e da Il silenzio degli innocenti in poi è stato un crescendo dove ogni autore si è sentito in dovere di moltiplicare le efferatezze del suo uccisore seriale, ottenendo, per me, l’effetto di azzerare le emozioni. Non amo gli Horror con brutalità in crescendo e non amo i porno per l’eccessiva introduzione senza introduzione. Il troppo anziché stupirmi mi annoia.

Anche tu usi molto il dialetto per caratterizzare i personaggi, per accentuare l’aspetto corale del romanzo. Come ti sei documentata? È un dialetto che parli, che usi nella tua quotidianità?

Ho usato il dialetto di casa mia, anche se i miei genitori lo parlavano solo tra loro e si rivolgevano ai figli in italiano.

Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona. E Brisa quasi per caso si reca dove si dipanerà la storia. Non hai voluto puntare sull’indagine, hai preferito dar voce al caso, alle possibilità, all’intuito?

La gran parte dei giallo-noir in circolazione hanno sempre un investigatore alcolizzato, depresso, che parla con la moglie morta e che si innamora della collega strafiga di turno. Nella mia storia ho voluto fare a meno dei tutori della legge. Scerbo e Bellugi arriveranno a immaginare cos’è successo solo per supposizioni. Il lettore saprà, ma l’indagine vera e propria comincerà solo dopo la parola Fine.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che ti hanno ispirato nella scrittura di questo libro? Quali letture?

Il mio autore preferito resta sempre Simenon, di suo leggo tutto tranne il Commissario Maigret (conservo ancora un bel ricordo degli sceneggiati televisivi con Gino Cervi in bianco e nero). Amo anche Lansdale, Ammaniti, De Giovanni, Ruju e molti altri. Di ognuno prediligo solo alcuni libri. Ma ci sta.

Come ti sei documentata sul periodo storico? Sulle canzoni, le marche dei detersivi, delle medicine, delle sigarette? Ti hanno aiutato nelle ricerche?

Raccogliendo per mercatini giornali dell’epoca e facendo tesoro dei racconti di chi c’era.

Ti piacciono i film italiani degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Il cinema resta la mia passione e in Brisa viene spesso citato Il grido di Antonioni con Alida Valli che venne girato quell’anno nei luoghi del romanzo utilizzando molte comparse del posto. Non a caso uno dei protagonisti è ossessionato da questo film.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Hai notato interesse dalla critica verso il tuo romanzo?

Finora ho ricevuto belle recensioni e ne sono molto contenta.

Per concludere, ringraziandoti della disponibilità e di questa simpatica chiacchierata, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando al seguito di Brisa. Siamo nel 1963. Sono passati sette anni. Brisa ne ha trenta e si è trasferita presso dei parenti odiosi. Un uomo cerca di uccidere delle donne incinte. È l’anno del disastro del Vajont, viene assassinato John Kennedy e muore il Papa buono… Grazie ancora a Liberi di scrivere per la bella intervista.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Tornano a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: Un’ intervista con Giulia Ciarapica a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2019

Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:   

Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?

Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.

Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?

Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.

Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.

Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.

Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?

Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.

Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?

Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!

Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?

Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.

La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?

Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.

Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?

A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.

Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?

Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.

È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?

Per il momento no, è uscito da pochissimo.

Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?

Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J

Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.

Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!