::Intervista con Enrico Pandiani

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lesCiao Enrico e benvenuto su Liberidiscrivere. Come tradizione inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, anche fisicamente. I tuoi studi, i tuoi interessi, difetti e pregi.

Era un uomo piuttosto alto, corpulento, dava l’idea di aver fatto della ginnastica in gioventù ma di aver tirato i remi in barca da parecchio tempo. Nonostante l’età non più giovane, i capelli ancora del colore originale e le iridi chiare gli davano un’aria scanzonata e attraente, appena affaticata da un paio di borse sotto gli occhi. «Se i miei vecchi non mi avessero mandato allo scientifico» ha detto sollevando appena le spalle, «forse sarei diventato un grand’uomo. Invece, in vita mia non ho mai preso una sufficienza in matematica.» Ha ridacchiato mostrando una chiostra di denti piuttosto regolari e nemmeno tanto gialli. «È per questo che ho lasciato Architettura, non volevo che a qualche deficiente crollasse in testa una casa progettata da me.» Ha messo su un disco dei Led Zeppelin che stonava piuttosto con l’arredamento sobrio ma disordinato della sua casa, con i quadri moderni, le grandi fotografie e tutti quei libri il cui peso, prima o poi, avrebbe fatto passare l’appartamento al piano di sotto. «Mi hanno sempre dato molto, i Led Zeppelin» ha detto battendo il tempo di Misty mountain hop con la punta del piede, «Quando scrivo ascolto quasi sempre loro, oppure Brassens, a volte Aimee Mann. Ce ne sono tanti che mi piacciono, la musica mi ha sempre ispirato.» Una grossa pistola semi automatica era smontata sul tavolino accanto alla poltrona, contornata da stracci spazzolini cilindrici e olio lubrificante. Gli piacevano le armi, questo era fuor di dubbio. Del resto, dato il suo mestiere, la cosa non mi sorprendeva più di tanto. Ha preso la canna tra le dita e le ha dato due colpetti di spazzolino guardandola poi contro luce  davanti al vetro della finestra.«Non ho più voglia di fare niente» ha brontolato rimettendo l’oggetto al suo posto, «l’indolenza è il mio peggior difetto. Con l’avanzare dell’età il mio solo desiderio è quello di scappare.» Si è seduto pesantemente in poltrona. «Mi rimane solo la curiosità» ha detto con un sorriso tranquillo, «di quella ne ho ancora tanta, immagino che non si esaurirà  mai. E mi piace la gente, sorprendentemente sono ancora attratto dai miei simili.» Accanto alla porta era appesa una foto di Parigi, un lungo Senna trafficato e pieno di gente. La luce era quella del pomeriggio inoltrato, l’acqua del fiume ribolliva di riflessi. Me lo sono immaginato sul quai, davanti alla Prefettura di Polizia, immobile, le mani in tasca e lo sguardo perso su quella città che amava da morire. Sicuramente intento a pensare qualche altra cretinata da far fare ai suoi italiens.

Torinese di adozione o la torinesitudine fa parte del tuo dna? Parlami un po’ della tua Torino, ambientazione assai frequente per storie con sfumature noir. Hai in progetto di ambientarci qualche tuo libro?

Torino è una città molto bella e molto stanca. Ma allo stesso tempo molto viva, anche se pare sia una delle due più inquinate d’Italia. Io Mi ci trovo bene, ci sono nato e vissuto a parte qualche breve periodo a Milano che, invece, non mi attrae affatto. Torino ha parecchie affinità con Parigi, c’è il fiume, ci sono i palazzi, i monumenti e una certa luce. C’è troppo traffico, quello sì, troppe auto a tutte le ore del giorno e della notte. Io uso spesso la bicicletta ma questo mi serve solo a respirare un mucchio di schifezze. Non ho ambientato il mio romanzo a Torino perchè avevo bisogno di una città nella quale la politica vi si svolgesse a livello nazionale. Roma è bella ma la conosco poco, Parigi, invece la conosco come le mie tasche, così sono nati les italiens. Il romanzo che sto scrivendo, una terza storia del commissario e dei suoi colleghi, inizia a Parigi e finirà a Torino. Mi diverte l’idea di vederla con gli occhi di una persona che non la conosce per niente.

In un certo senso Torino  e Parigi si somigliano, parlami della tua Parigi.

Parigi è senza dubbio un personaggio dei miei romanzi, dico “miei” perchè un secondo uscirà a breve in libreria. È un personaggio bellissimo e discreto, che appare e scompare senza bisogno di protagonismo. Quando sono a Parigi la giro in lungo e in largo, cerco posti e ambientazioni, aiutato anche da certi amici che abitano lì. A volte sono io a cercare i luoghi che ho in mente, altre volte sono loro che trovano me suggerendomi storie e avvenimenti. Parigi è molto più grande di Torino, più vasta e complessa. Pur essendole affine man mano che la si attraversa muta aspetto molto più frequentemente. È una gran bella bestia.

Lavori come grafico pubblicitario, un lavoro creativo, raccontami cosa ami di più in questo settore.

In realtà  il mio mestiere è il grafico editoriale, la pubblicità  è un’altra cosa. La grafica ha a che vedere con la parola scritta, con i colori, con le figure e ha l’odore  della carta stampata di fresco, un profumo inconfondibile. Era un bel mestiere, una volta. Adesso è diventato una specie di catena di montaggio dove la sola cosa importante è che il prezzo sia basso. Non si ha più il tempo di pensare, di ragionare sulle cose. L’imperativo è “dev’essere fatto per ieri”. La grafica è stata spogliata della sua parte più  importante, quella del pensiero, che era fatta di ricerca, di tentativi, di ripensamenti. Queste cose non te le puoi più permettere oggi. Ho anche lavorato tanto tempo in un quotidiano, e questa è stata una grande esperienza che mi ha lasciato molte cose, volti, caratteri e situazioni. 

Definiscimi il noir.

Il buio. Un movimento, uno sparo, un rivolo di sangue che attraversa la lama di luce. Lo scalpiccio frenetico di una fuga, la città che scorre e lo sguardo improvviso di una bella donna. Il sapore delle sue labbra, la morbidezza del suo seno. Una violenza improvvisa, un inseguimento e un boccone amaro da inghiottire. Nel finale, un domani incerto.

Da lettore hai apprezzato autori come Izzo, Quadruppani, Simenon, Manchette, e il polar francese?

Non li ho solo apprezzati, li ho anche molto invidiati per quella facilità  di scrivere che compare, vera o finta che sia, dai loro romanzi. Vorrei avere io le idee che molti di loro hanno avuto e sulle quali hanno costruito storie meravigliose. Una per tutte. Principessa di sangue di Manchette, la sua straordinaria e poetica incompiuta che nel momento stesso in cui si interrompe ti lascia in bocca il sapore amaro tipico del noir. Mi piacciono le differenze stilistiche, le trovo molto stimolanti. Questi autori hanno scritto storie memorabili facendo letteratura di altissimo livello.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sembrerà  assurdo, ma i romanzi che per la prima volta mi hanno fatto venire voglia di scrivere sono quelli del commissario San-Antonio, d
i Frédéric Dard. Avventure esilaranti, senza capo né coda assieme ai suoi sottoposti Berurier e Pinuche. Da allora parlo addirittura come loro. Poi il grande sentimentalismo di Philip Marlowe, che ti rimane attaccato alle dita e non te ne puoi più liberare, neppure nel comportamento di tutti i giorni. E senz’altro la volenza del buon Polar di annata, l’ironico surrealismo di Japrisot, la calma riflessiva di Maigret, la violenza vsionaria di Manchette e il grande humour degli scrittori anglosassoni contemporanei. Negli italiani trovo che manchino un po’ l’umorismo e l’ironia, c’è troppa serietà, molta tristezza. Nonostante l’altissima qualità della scrittura, non ci si diverte molto. Capisco che in questo paese ci sia poco da ridere, ma qualche risata ogni tanto fa proprio bene.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho appena cominciato Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard. Tanto per cambiare è molto divertente, una storia un po’ noir un po’ di spionaggio che si svolge verso la fine della seconda guerra mondiale. Credo che Elmore potrebbe tenenrti incollato alle pagine descrivendo semplicemente ciò che fanno due vecchiette al mercato. Uno scrittore coi fiocchi.

Ti piacerebbe fare lo scrittore a tempo pieno?

Diciamo che è il mio sogno. Alla mia età, uno dei pochi che mi sono rimasti.

“Les italiens” è il tuo romanzo d’esordio vuoi parlarcene?

Les italiens è la storia di una fuga, due persone costrette a scappare perchè  qualcuno le vuole uccidere. Sono un commissario della brigata criminale disilluso e scanzonato e una giovane pittrice transessuale, bella e fascinosa, di 24 anni. È la storia del loro rapporto forzato e conflittuale, un rapporto che nei tre giorni violenti della loro fuga sanguinosa muterà trasformandosi prima in amicizia e poi in affetto. Sullo sfondo l’intolleranza, il razzismo, la sopraffazione, il fascismo e l’ignoranza, cose che camminano sempre a braccetto. La loro storia cambierà radicalmente la visione che hanno l’uno dell’altra rimettendo in discussione il loro mondo e le loro convinzioni. È un libro, credo, che professa la tolleranza e l’altruismo. In pratica, prima di giudicare un’altra persona, parla con lei.

Hai fatto fatica a trovare un editore? Come è  stato il tuo percorso verso la pubblicazione?

Finito il romanzo, sentivo di aver scritto una cosa migliore del solito, è come un formicolio sulla pelle. I personaggi mi piacevano e rileggendolo ridevo da solo di ciò che avevo scritto. Mi sembravano sintomi interessanti, così una sera ne ho parlato a una amica editrice. Lei lo ha letto e mi ha detto di darmi da fare perchè me lo avrebbero certamente pubblicato. Anche mio fratello lo ha letto e mi ha chiesto se ero diventato cretino a chiudere una storia del genere con un finale buonista. Così l’ho riscritto rendendola più amara e reale. Lo devo proprio ringraziare perchè questo ha cambiato radicalmente lo spirito del romanzo, migliorandolo molto. Alla fine c’è stata la prova paterna. È piaciuto anche a mio padre (i padri non perdono occasione per mortificare i figli) e questo mi ha fatto sentire pronto. L’ho spedito in giro a qualche editore, Einaudi, Feltrinelli e altri. Con il padrone di Instar Libri ci si incontrava sotto casa portando giù il cane a pisciare la notte. Una sera ho detto che avevo scritto un romanzo e gli ho chiesto se aveva voglia di leggerlo. Lui mi ha detto di si. Tre mesi dopo mi telefonava dicendomi che avevano deciso di fare una nuova collana e che cominciavano con il mio. È stato il giorno più bello della mia vita (mia moglie non me ne vorrà, anche il matrimonio non era male), un giorno che non dimenticherò mai. 

Enrico 01Ho letto critiche entusiastiche da parte dei lettori, sei stato accostato ai grandi del noir, che effetto ti fa?

Mi fa un piacere immenso e allo stesso tempo mi sorprende. Sono un insicuro e quindi quando faccio qualcosa di bello e me lo dicono arrossisco. Però è bellissimo sapere che qualcuno ha letto la tua storia e che gli è piaciuta e ne parla. È una sensazione fantastica. Un signore che non conoscevo mi ha scritto un giorno una mail per farmi i complimenti. Aveva appena finito il mio romanzo in aeroporto aspettando il suo volo. Mi ha detto che rideva da solo e che tutti lo guardavano. Ho goduto come un riccio. Qualche giorno fa, mi ha scritto una persona importante, che io stimo molto come scrittore e sceneggiatore e mi ha fatto un bel complimento. È stata una grande mattina.

Ti piacciono le detestive story americane degli anni 30’?

Le ho lette e rilette in italiano e in inglese. L’hard-boiled è il seme meraviglioso dal quale è nata tutta la letteratura poliziesca moderna. Ne è fiorita una pianta dalle mille ramificazioni che alla fine è arrivata fino a me. Credo ci sia molto di quei detective nei miei personaggi, soprattutto l’umanità disincantata.

Chandler o Hammett?

Il sentimentalismo di Chandler e la scanzonata violenza di Hammet. Come fare a meno di una delle due?

Ti piacciono i fumetti? Quali sono i tuoi preferiti? Ti piacerebbe trasformare Les Italiens in un fumetto?

I fumetti sono stati l’inizio della mia carriera, i miei primi racconti. Ho pubblicato sul Mago le mie storie poliziesche e su Orient Express la fantascienza. Mi divertivo molto, ma facevo fatica. Il disegno non mi veniva fuori liscio come la scrittura, tendevo a scopiazzare i grandi senza riuscire a trovare la mia strada. Così ho abbandonato l’idea, anche se alla fine ho semplicemente tolto le vignette continuando a raccontare le mie storie. Mi piacciono molto i fumetti francesi e belgi, Tintin, ovviamente, e tutta la scuola di Hergé. Mi sbalordiscono autori come Moebius, Bilal, Tardi eccetera. Leggevo volentieri Corto Maltese e le storie di Giardino. Il mio preferito, comunque, rimane “The Spirit” di Will Eisner. Per quanto riguarda Les italiens sto lavorando con un amico fumettista a una versione comics delle mie storie, una “graphic novel” come si dice oggi. Se son rose fioriranno.

Parigi 02Hai mai letto Derek Raymond? Ti ha influenzato in qualche modo?

Ho letto un libro di Raymond comprato all’aeroporto di Atlanta prima di prendere l’aereo per tornare a Torino. Non ne ricordo il titolo (My name is Dora Suarez?), ma parlava di un detective che indaga sull’omicidio brutale di una prostituta e su una serie di delitti terribilmente efferati. Forse la violenza nei suoi libri e la descrizione minuziosa e rivoltante di alcuni crimini trascende il limite che io mi sono imposto di rispettare parlando delle stesse cose. In Raymond mi è piaciuta però l’ossessione di certi personaggi e i dialoghi molto ben riusciti. Come tutti i libri di genere che leggo, sicuramente mi ha lasciato qualcosa attaccato alle dita. Con la violenza ho capito che non bisogna superare il limite del gratuito, a meno che non si voglia sconvolgere il lettore. Nonostante questo, qualche lamentela l’ho avuta lo stesso…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

La mia esperienza non è così vasta da poter dare
grandi consigli, ma penso che la cosa più importante, una volta finito un romanzo, sia quella di trovare delle persone, amici o parenti, di cui ci si fida e che sappiano dirti se la storia funziona, se è ben scritta e se scorre. Persone che sappiano soprattutto dirti se nel romanzo ci sono delle incongruenze, cosa che capita spesso. Dico persone di cui ci si fidi perché a loro si deve dare retta, avendo il coraggio (ce ne vuole parecchio) di rimettere le mani sulla propria creatura per cambiarla, se del caso, e spesso togliere pezzi che magari a noi sembravano funzionare. Io non finirò mai di ringraziare coloro che lo hanno fatto con me. Poi, una volta pronti, lo si spedisce agli editori. A quel punto, chi ha conoscenze nel settore, tipo qualcuno che possa garantire la lettura del manoscritto, trovo faccia bene a usarle. Credo ci voglia anche un po’ di fortuna.

Trovato un editore la promozione di un libro è la parte più  complessa. Tu provenendo dal mondo della pubblicità, che soluzioni proporresti?

Un libro, alla fine, è un oggetto come tutti gli altri, lo comprano i lettori appassionati, ma anche coloro che seguono le mode e comprano quello che “devono” comprare. Più un libro viene pubblicizzato, più vende, che sia bello o mediocre non ha importanza. Penso sia tutta una questione di potenza di fuoco da parte dell’editore. Si dice che sia tutto pilotato, che gli spazi in libreria siano a pagamento, che i premi letterari si decidano a tavolino. Io non so se sia così e non mi interessa, vorrei che la gente leggesse il mio libro perchè altri ne hanno parlato bene. Le trasmissioni televisive sarebbero un gran bel trampolino di lancio, ma sono solitamente appannaggio di autori già affermati e conosciuti. Se dipendesse da me, sui giornali e in televisione darei più spazio agli autori emergenti, li farei parlare, li inviterei alle trasmissioni. Trovo che sarebbe molto interessante sentire cos’hanno da dire. Giocherei pulito, insomma. Invece, se non sei in classifica, al grande pubblico non ci puoi arrivare. Del resto, business is business, da li non si scappa.

Parigi 01Raccontami un episodio insolito o curioso che ti è successo durante la presentazione del tuo libro.

Il mio libro è uscito nell’aprile del 2009, in autunno c’è stato il caso Marrazzo e questo ha fatto si che, alle presentazioni del romanzo, la curiosità del pubblico riguardo alle persone transessuali è aumentata parecchio. Se ne parla sempre molto, così mi sono dovuto informare bene sulla materia. Una volta, a metà di una presentazione, si stava parlando delle armi e del loro effetto sulle persone, un sottufficiale della Guardia di Finanza mi ha portato via la parola e si è messo a raccontare cosa succede e non succede durante una sparatoria. La cosa incredibile è che parlava per esperienza personale, quindi era piuttosto agghiacciante. Qualche signora è rimasta impressionata. È stato divertente e interessante.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Probabilmente smettere di scrivere e disegnare fumetti. Mi piaceva moltissimo ma sentivo di non essere all’altezza, ho capito che non ce l’avrei mai fatta. 

Ci sono progetti di trasposizioni cinematografiche de “Les italiens”? Ti piacerebbe magari una coproduzione italo-francese? Che attore vedresti bene nella parte del protagonista? Magari qualche produttore cinematografico passasse di qui, cosa gli diresti?

Non esiste attualmente alcun progetto. Un amico regista ama molto il romanzo e sta provando a vedere se si riesce a combinare qualcosa.  Io sono terribilmente critico con il cinema italiano, perchè secondo me il cinema è prima di tutto recitazione e in Italia non c’è nessuno che sappia veramente recitare. Ci si sforzano, ci provano, ma, secondo me, recitare è un’altra cosa. Generalmente gli attori e le attrici italiane sanno a malapena interpretare sé stessi. Certo, una coproduzione italo-francese sarebbe molto interessante perchè  vorrebbe dire Parigi. E Parigi è  essenziale per les italiens. Nei panni del mio personaggio vedrei un’attore con la bella indolenza di Mastroianni mescolata alla fascinosa e sbruffona bruttezza di Vincent Cassel. A un produttore direi che sono convinto che Les italiens sarebbe un gran bel film, con tutti gli ingredienti per una storia appassionante. Gli direi anche che nella parte di Moët vorrei una vera transessuale, giovane e bella e non la solita attrice che finge di esserlo.

Hai un agente letterario? Hai mai pensato di cercarne uno?

Non ho un agente e qualcuno mi ha detto che lo dovrei avere. Non lo so, mi trovo bene con le persone di Instar Libri e mi fido di loro nel senso più ampio del termine. Soprattutto delle loro opinioni. Sono un esordiente attempato, e la mia storia letteraria è ancora tutta da scrivere.

Ti sei affidato ad un’agenzia letteraria per l’editing del tuo romanzo?

L’editing del mio romanzo è stato fatto all’interno della casa editrice. Hanno fatto un gran lavoro. All’inizio veder cambiare certe cose mi seccava, ma rileggendo mi sono reso conto che avevano ragione. L’editing ben fatto è importantissimo. So di editori che non lo curano affatto, mi è capitato di leggere i loro libri e di sentirne tanto la mancanza. Dell’editing, non dei libri.

Hai un blog, cosa pensi del rapporto internet – letteratura?

Ho aperto un blog, lesitaliens.wordpress.com, che cerco di tenere aggiornato il più possibile  compatibilmente con il tempo che ho a disposizione. Credo che Internet sia un grande strumento di diffusione e di contatti, ma non lo fa da solo. Bisogna stargli dietro, essere interessanti e divertenti e parlare con gli altri. Altrimenti non si muove. D’altra parte, per uno scrittore, Internet è una fonte illimitata di informazioni e di idee. Per la letteratura, poi, è un paradiso, una specie di immensa libreria dove puoi trovare non solo i libri che cerchi, ma anche le informazioni sugli autori, le interviste e le critiche più disparate. È molto, molto stimolante.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Con alcuni di loro ho rapporti molto stretti, parlo delle cose che scrivo, accetto i consigli e ne discuto. Con molti altri ho un rapporto quasi quotidiano sul web. Cerco di rispondere a tutti quelli che mi scrivono parlando degli argomenti che mi propongono e rispondendo alle domande che mi fanno. Non lo faccio per cortesia, lo faccio perchè mi piace, perchè alla fine uno scrittore scrive per i suoi lettori e la cosa che mi interessa di più è parlare con loro del mio lavoro. Capita che alla fine di una presentazione i presenti facciano poche domande; in quel caso provo una sorta di delusione. La scrittura dovrebbe sempre scatenare una discussione.

Hai amici scrittori? Li frequenti?

Essendo un esordiente sto cominciando adesso a conoscere altri scrittori. E un altro dei lati affascinanti di questo mestiere, lo scambio con persone che hanno cose interessanti da dire, con i quali è divertente scambiare idee, progetti e opinioni. Vorrei avere più tempo per frequentare saloni, incontri e presentazioni in giro per il mondo.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Il prossimo romanzo si intitola “Troppo pio
mbo” e uscirà a fine marzo. È una storia invernale, cupa e senza speranza, una piccola palla di neve che rotolando diventa velocemente una valanga. Giornaliste assassinate, moda, violenza, un’indagine molto drammatica per i miei poliziotti. Sullo sfondo una Parigi gelida investita da una nevicata opprimente che ricopre tutto senza riuscire a nascondere il marcio nel quale i flic della Crim dovranno scavare per trovare la soluzione. Mentre Les italiens era una fuga, Troppo piombo è una vera inchiesta, c’è un assassino, ci sono delle vittime e la squadra dovrà indagare. E ci sarà una novità. Il commissario, che nel primo romanzo non aveva nome, finalmente ne ha trovato uno: Jean-Pierre Mordenti.

Una Risposta to “::Intervista con Enrico Pandiani”

  1. utente anonimo Says:

     bella intervista.
    questo scrittore lo devo tener d’occhio, abbiamo troppe cose in comune…
    😉

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