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:: Un’ intervista con Loredana Lipperini a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2019

Loredana LipperiniBentornata Loredana su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. È da poco uscito il tuo nuovo libro “Magia nera”, una raccolta di racconti di genere ibrido, dall’horror al fantastico, al racconto morale, con molte sfumature e peculiarità che li rendono difficilmente etichettabili. Ce ne vuoi parlare?

Io preferisco sempre la definizione più generale di fantastico, in cui rientra anche l’horror, perché non esiste, in questa raccolta ma in assoluto in quello che scrivo, una categorizzazione precisa. In “Magia nera” ci sono racconti steampunk, fantascientifici, horror. Ma mai a pieno titolo. Preferisco interpretare il concetto di fantastico nella chiave del perturbante indicata da Todorov: qualcosa che curva il reale, lo modifica, lo rende sottile, fa intravedere l’elemento magico dietro la concretezza. Quanto al racconto morale a cui accennavi: sono convinta che tutta la letteratura fantastica, per sua stessa natura, imponga ai personaggi una scelta etica. Se vuoi, tra bene e male, ma in generale fra la via più semplice e quella più complessa.

Che criterio hai usato per sceglierli per questa antologia? C’è un fil rouge sotto traccia?

Mi sono resa conto, scegliendoli, che già preesistevano le tematiche in cui sono suddivisi i racconti (Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni) in quello che stavo scrivendo o avevo scritto. Probabilmente perché sono le tematiche che mi sono care, e non a caso sono presenti sia nella produzione saggistica che in quella narrativa. È stato abbastanza semplice, dunque, suddividerli. La tematica più ampia che li comprende tutti è quella dell’inciampo in cui le mie protagoniste, donne qualsiasi (quasi tutte), si imbattono in un determinato momento della loro vita. Un momento casuale, non necessariamente drammatico: una sosta in una locanda, una casa che affaccia su un melograno, una partita a tombola.

Sono racconti scritti nello stesso periodo, o in periodi diversi della tua vita? Già usciti su antologie o riviste, o del tutto inediti?

Sei erano già apparsi in antologie o su riviste, sei sono inediti. Il più lontano è di sette anni fa, il più vicino di sette mesi fa. Alcuni sono stati pubblicati, o concepiti, con l’eteronimo di Lara Manni che ho usato dal 2007 al 2012.

Il racconto non è un genere molto comune, o perlomeno è così difficile da scrivere che pochi autori di racconti figurano nelle classifiche dei libri più venduti. Perché questo, secondo te? da dove nasce questa diffidenza nei lettori?

Credo che sia più una diffidenza degli editori. Non dimentichiamo che con i suoi bellissimi “Sessanta racconti” Dino Buzzati ha vinto il Premio Strega (peraltro, il suo è il tipo di fantastico a cui mi riferisco, in “Magia nera”) e che grazie alla sua produzione di (meravigliosi) racconti Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Non ho mai compreso fino in fondo il motivo della diffidenza medesima, poi. Forse si ritiene che il lettore voglia “la” storia in cui immergersi e non desideri frazionare la propria attenzione in tante piccole storie? Non mi convince. Mi sembra, però, che le cose stiano lentamente cambiando.

I tuoi racconti sono molto kinghiani, per il tipo di scrittura rifinita e piana, e per quel senso di inaspettato e meraviglioso che appare all’improvviso in un contesto si può dire comune, quotidiano, oltre a King (e non si può non citare Shirley Jackson, da poco al centro di un significativo revival) quali sono i tuoi maestri letterari?

Sono molti. Certamente l’influenza di King è determinante, e a sua volta King ha molto amato e stimato Jackson. E’ difficile elencare tutte le scrittrici e gli scrittori che hanno avuto e hanno un peso su di me: Munro, certamente, ma anche altre grandi autrici di racconti come Lucia Berlin, Grace Paley, Amy Hempel per quanto riguarda le più vicine a noi. Katherine Mansfield è stata la mia lettura di ragazza più coinvolgente. E poi Atwood, LeGuin, Carter, Du Maurier, Lovecraft, Harlan Ellison, Richard Matheson, Ray Bradbury per quanto riguarda il fantastico. E, in generale, la pietosa lucidità di Thomas Mann. O la grazia feroce di Kazuo Ishiguro. Ma sono troppo pochi, rispetto a quelli reali.

Protagoniste dei tuoi racconti sono principalmente donne, molto diverse l’una dall’altra, la cui forza deriva da qualcosa di ancestrale, misterioso e sconosciuto. Già che parli di magia, in che misura le donne sono canali privilegiati per veicolarla?

Non dovrebbero esserlo, in realtà. Inchiodare la donna al sacro è una grande trappola, come ricordava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”. Le mie donne non sono streghe. Sono persone comuni. Solo, deragliano più facilmente nel non-possibile. Scrivo di donne perché mi viene naturale: non c’è alcun sottinteso ideologico in “Magia nera”.

La maggior parte dei racconti sono ambientati in epoca contemporanea, ma ce ne uno dove addirittura c’è al centro il mago per antonomasia, il celebre illusionista Harry Houdinì, capace come si suol dire di “concorrenza sleale”. Gli uomini accettano con meno buona grazia delle donne di essere meno bravi in alcune cose? Vivono la competizione (se competizione c’è) in modo più drammatico e doloroso?

Tre racconti hanno una diversa ambientazione: “Madame” in epoca vittoriana, “Rosa Virgo” nella seconda guerra mondiale – almeno in parte, “Rosabelle, rispondi” nei primi anni del Novecento, quando era proprio il realismo a vacillare, dopo gli orrori della Grande Guerra. Quel racconto, l’ultimo in ordine di scrittura, è nato da uno spunto di Mariano Tomatis, illusionista e storico dell’illusionismo, che mi ha raccontato la vera storia di Minerva e del pessimo tiro giocatole da Houdini. Alla seconda parte della domanda rispondo con qualche titubanza: non mi piace mai la generalizzazione. Da un punto di vista storico e sociale potrei rispondere di sì, e che è ancora molto difficile accettare la competizione con una donna, comunque.

Mi è piaciuto molto un racconto che parla di cristalli, tradimento e con un finale nerissimo. Cosa ti ha ispirato la sua scrittura?

Ti riferisci a “Soltanto due euro”, immagino. Beh, l’innesco è stato semplicissimo: ho comprato due cristalli al mercantino. Non sapevo perché, proprio come la mia protagonista. Poi ho deciso di costruirci un racconto. Succede, quasi sempre, così.

Già ai tempi dell’antica Cina la scrittura era uno strumento di emancipazione femminile, se non economica perlomeno morale e psicologica. Era diciamo una delle poche attività consentite. Anche nella cultura Occidentale, donne che scrivono ce ne sono parecchie sin dall’antichità. Ancora oggi, secondo te, la scrittura è uno strumento di emancipazione?

No, la scrittura è scrittura, almeno oggi. L’emancipazione passa per molte altre cose. Se poi mi chiedi se le scrittrici vengano viste, qualitativamente e letterariamente parlando, allo stesso modo degli scrittori, la risposta è no.

Grazie della disponibilità vorrei chiudere questa intervista chiedendoti se stai scrivendo al momento, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando, ormai da tre anni, a un romanzo. È piuttosto complesso e ci metterò un po’ di tempo. Anche perché di tempo non ne ho così tanto, purtroppo, o per fortuna, tra radio e altre avventure. Ma va bene così.

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

10 luglio 2019

Rossana Balduzzi GastiniBenvenuta su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzi tutto sono io a ringraziare lei per avermi proposto questa gradita conversazione. Dovendo parlare di me inizierei con il dire che sono nata ad Alessandria dove, a parte un periodo milanese, ho sempre vissuto. Ho studiato al liceo classico Plana famoso perché vi studiò Umberto Eco e poi mi sono laureata in architettura presso il Politecnico di Milano. Per anni ho svolto la professione di architetto e poi improvvisamente “la svolta”, un cambio di vita rinascendo come scrittrice.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare una scrittrice?

Si potrebbe dire che il mio amore per i libri sia nato con me e così il desiderio di inventare situazioni e personaggi che mi è sempre appartenuto. Ricordo che da piccola mi immergevo per ore e ore nel mondo meraviglioso della fantasia immaginando storie fantastiche da far vivere alle mie bambole. Giocando parlavo spesso da sola, dando voce ai vari personaggi totalmente indifferente a ciò che accadeva intorno a me.
Poi, una volta aver imparato a leggere, ho passato tanto tempo tra le pagine di libri di fiabe e di romanzi per ragazzi con un coinvolgimento emotivo importante. A mia madre è capitato spesso di trovarmi in lacrime per la sorte avversa capitata a qualche personaggio letterario a me caro. Fin da piccola ho sempre bonariamente invidiato chi riusciva a creare storie così emozionanti e allora mai più avrei potuto immaginare che un giorno anche io avrei fatto parte attiva di quel mondo dagli echi fantastici per me così ammalianti. Crescendo e iniziando a lavorare ho smesso di inventare storie anche se spesso mi accadeva di subire dalla vita quotidiana suggestioni che sapevo che avrebbero potuto dare vita a diverse narrazioni ma non sono mai andata oltre quell’intuizione iniziale. Poi, invece il momento è arrivato così all’improvviso senza che io abbia fatto nulla per cercarlo: sono entrata in un locale, ho provato un forte turbamento e, poco dopo, ha prepotentemente preso vita Emma la protagonista di Life on loan e di Covered i miei primi romanzi.

Ora parliamo di “Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello”, libro giunto tra i cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria. Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La creatività ha veramente qualcosa di magico, qualcosa di inspiegabile e così anche in questo caso una mattina, senza che nulla fosse accaduto a rammentarmelo, il nome di Giuseppe Borsalino mi è balzato prepotentemente in mente. Dopo una sommaria indagine mi sono resa conto che a differenza di altri personaggi coevi, come per esempio Thomas Burberry fondatore dell’omonimo marchio, Giuseppe Borsalino, sebbene avesse fatto del suo cognome un mito, era praticamente sconosciuto se non a livello locale e per locale intendo solo la città di Alessandria, nemmeno l’Italia! Incredibile – mi sono detta – eppure quest’uomo ha inventato il Made in Italy cento anni prima che si iniziasse a parlare di esportazione di prodotti creati dal genio italiano e nessuno lo sa! Cento anni sono un tempo considerevole … ma la cosa straordinaria è stata che poi. a mano a mano che progredivo nelle ricerche, mi sono resa conto che Giuseppe Borsalino è stato molto più di questo, davvero molto di più.

Ha scelto un particolare genere tra la biografia e il romanzo di formazione, senza tralasciare il contesto storico, economico e culturale nel quale il suo protagonista visse. Perché questo approccio?

Come ho spiegato nelle note del libro, riguardo la prima parte della vita di Giuseppe non ho potuto disporre di molti dati: le uniche notizie pervenutemi erano che nacque a Pecetto di Valenza da famiglia modesta, che fu un ragazzino “difficile”, che non amava la scuola, che scappò di casa giovanissimo per raggiungere la città di Alessandria e che poi emigrò nell’ordine a Intra, Sestri Ponente, Marsiglia, Aix en Provence, Bordeaux e infine a Parigi dove divenne mastro cappellaio. Poi tornò ad Alessandria dove con il fratello diede vita al suo sogno. Sono stati quindi la storia economica, sociale del periodo, la voglia di libertà, la fine dell’assolutismo, il palpito dell’era moderna nascente, della Parigi di Haussmann, della società delle Grandi Esposizioni Universali dove venivano esposte le invenzioni che di lì a poco avrebbero cambiato il mondo per farne quello che ora noi stiamo vivendo, sono stati tutti questi fattori, dicevo, a plasmarne la figura, a suggerirmi come mostrare il tormento interiore di questo ragazzino geniale che voleva trovare il modo di migliorare la propria vita e quella della sua famiglia. Per rendere al meglio la passione che segnò tutta la sua vita, il fuoco che ardeva dentro di lui e che lo ha portato in giro per il mondo ho preferito la forma romanzata a quella propria della biografia. Ho voluto che Giuseppe vivesse, parlasse e agisse direttamente affinché voi lo comprendeste e lo sentiste più vicino.

Che idea si è fatta di Giuseppe Borsalino? Quali sono stati secondo lei i suoi punti di forza che l’hanno reso l’imprenditore geniale che è stato?

Giuseppe Borsalino è stato un genio illuminato. Un uomo che non ha avuto paura di mettersi in gioco e che, non abbattendosi mai di fronte alle indubbie difficoltà capitategli, ha vinto la scommessa con la storia. Come imprenditore già all’epoca ha incarnato la figura dell’industriale moderno che sa che l’importante nella produzione sono l’anticipazione e l’adattamento alle esigenze dei destinatari dei suoi prodotti. Per Giuseppe l’atteggiamento stanco di colui che tende ad accontentarsi di ciò che produce non può durare sul lungo periodo. Giuseppe Borsalino ha subito compreso che per mantenere la credibilità nel tempo serve continuamente migliorarsi e tenere alta la qualità del prodotto. Egli fu anche un imprenditore dalla grande umanità perché fece proprie le idee delle utopie socialiste come quelle di Owen e Fourier trasferendone, però, i contenuti non in città ideali ma direttamente nella società reale avviando così una vera trasformazione sociale. Egli fu un precursore della legislazione in materia pensionistica, di prevenzione sanitaria e infortunistica e fece tanto per le donne lavoratrici. I suoi lavoratori sono stati veramente la sua famiglia e il primo operaio della Borsalino era lui.

E per la città di Alessandria la sua figura che ruolo ha rappresentato e tuttora rappresenta? Pensa che i giovani conoscano il suo peso di antesignano del made in Italy, ambasciatore della raffinatezza e dell’eleganza italiana nel mondo?

Alessandria, come gli stessi cittadini riconoscono, forse per ragioni storiche legate alle diverse dominazioni che ha dovuto subire, è una città che dimentica: un tempo, quando lo straniero lasciava andare il suo giogo, si scordava per non abbattersi di fronte alle devastazioni perpetrate in città si guardava solo al futuro per cercare di crearsi una nuova identità sociale. Ora, però, è il tempo di ricordare, mi sono detta nell’accingermi a scrivere la storia di Giuseppe Borsalino. I giovani non conoscono il peso di quest’uomo, la sua forza e il suo esempio motivante è questo il motivo per cui ho scritto la sua storia. Giuseppe è stato un ragazzo che prima di tutto ha cercato di conoscere se stesso per poi sfruttare al meglio le sue capacità: si può dire che le domande che il giovane Giuseppe si pone quando decide di cambiare la sua vita, sono quelle che i ragazzi dovrebbero fare a se stessi per maturare scelte più consapevoli.

Ad Alessandria esiste un museo, dove sorgeva il suo laboratorio in via Schiavina? Oltre al prezioso fondo Borsalino Giuseppe e fratello Spa della Biblioteca civica di Alessandria.

Esiste un museo del Cappello, è vero, non in via Schiavina dove sorgeva il primo laboratorio ma in corso cento Cannoni dove fu trasferita la Borsalino tra la fine del 1800 e i primi del 1900.

Come si è documentata durante la stesura di questo libro?

Dando un’occhiata alla bibliografia è facile farsi un’idea della mole di documenti che sono stati necessari per documentarsi. Ho ricercato su testi dell’epoca storici, economici, architettonici, urbanistici, su trattati di viabilità … su manuali che utilizzavano gli artigiani dell’epoca per comprendere le tecniche lavorative usate da Giuseppe, su riviste di costume e società dell’epoca e ho spulciato molti quotidiani del periodo italiani e stranieri. Su alcuni quotidiani neozelandesi ho trovato interviste inedite fatte a Giuseppe Borsalino e a Matthias Zurbriggen al loro arrivo in Nuova Zelanda durante la spedizione per scalare il monte Cook. E sì , perché Borsalino fu anche un grande scalatore e viaggiatore. è stato un lavoro di preparazione intenso ma esaltante durante il quale io per prima ho scoperto parti della storia e particolari della società dell’epoca che ignoravo.

Nel suo romanzo la forza del sogno è fondamentale, pensa che anche oggi sia questo il segreto del successo di molte realtà industriali italiane? Pensa che gli imprenditori, tra crisi economiche più o meno endemiche, ostacoli, avversità sappiano ancora sognare?

Sono i sognatori i veri artefici della trasformazione della società. Il sogno è l’emblema del pensiero creativo, primo gradino del percorso che porta al cambiamento in tutti gli ambiti. Indubbiamente molti grandi imprenditori sono stati inizialmente dei sognatori e molti negli anni a venire lo saranno io voglio crederlo. Bisogna immaginare e intuire per poter creare qualcosa e non aver paura di osare. Io stessa a chi in certe occasioni mi ha detto – lascia stare che è complicato – ho sempre ribattuto che “se anche nella vita non c’è nulla di facile tutto però è fattibile”. Indubbiamente alla base di ogni sogno, come Giuseppe Borsalino per primo insegna, serve avere come fine il bene di tutti coloro che prendono parte all’opera non solo il proprio tornaconto. L’esempio di Borsalino ci aiuta, infatti, a capire la necessità di ritrovare il senso di un’economia che “produce” e che nel farlo mantiene alto il valore dei rapporti umani e del rispetto per gli altri concetti che purtroppo la finanza oggi dominante considera altamente e facilmente sacrificabili come ho ben esposto nella serie intitolata Life on loan.

Le piacerebbe se il suo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito? Chi vedrebbe bene nel ruolo di Giuseppe Borsalino?

Mi piacerebbe moltissimo è una storia avvincente ed emozionante. Ho sentito dire che ultimamente il cinema predilige storie con protagoniste femminili ma credo che la storia di quest’uomo che ebbe sempre grande rispetto per le donne sarebbe di grande esempio per i giovani e di aiuto e sostegno alla causa femminile. Giuseppe Borsalino, infatti, è stato come mi piace dire, un “datore di empatia” cioè sapeva calarsi nei panni degli altri, capirne i problemi e le necessità per poter così poi sapere cosa fare per aiutare come lo fu anche Olivetti qualche anno dopo. Questa capacità sociale è spesso erroneamente attribuita alle donne. Invece la storia di Giuseppe dimostra che essa è patrimonio di tutti va solamente riscoperta in ognuno di noi. Quanto a chi vedrei nel ruolo di Giuseppe … sono molte le figure di attori che mi vengono in mente ma sono certa che per interpretare Giuseppe nei suoi ultimi anni vedrei bene Robert Redford anche se recentemente ha annunciato il suo ritiro dalle scene. Conoscendo la passione che l’attore ha per i cappelli Borsalino, passione che lo ha portato in passato fino ad Alessandria per avere un cappello “appena uscito dalla fabbrica” non escludo che accetterebbe di impersonarlo.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria (il vincitore o la vincitrice verrà proclamato 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella) i libri in concorso hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro era tra i cinque finalisti?

Mi sono ritenuta privilegiata e molto onorata vista la carrellata di grandi nomi della letteratura che mi hanno preceduta. Essere stata riconosciuta degna di comparire nella cinquina finalista ha sicuramente aumentato il valore del romanzo sulla vita di Giuseppe Borsalino. La letteratura racconta la società e l’industria la esprime e contribuisce a trasformarla. Il Premio Biella unendo letteratura e industria ha ulteriormente sottolineato il ruolo importante che Giuseppe Borsalino ha avuto nel cambiamento della società italiana di fine ‘800.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Proprio in questi giorni è uscito un nuovo libro che s’intitola La ragazza di madreperla ed è edito da Minerva Edizioni di Bologna. Una storia ambientata ai nostri giorni in cui si mescolano scienza e mitologia. In questo continuo alternarsi tra presente e passato si snoda la vicenda di Perla, una bambina speciale, un personaggio immaginario, al contrario di quello di Giuseppe, la cui storia contiene un messaggio profondo per i lettori di tutte le età che al fianco di tutti protagonisti della vicenda riscopriranno il senso profondo dell’esistenza.
Un genere diverso dal romanzo storico, un nuovo cambio di pelle ma d’altronde le storie arrivano e non è assolutamente detto che appartengano allo stesso filone letterario, si formano nella mente dello scrittore che fa da tramite tra la nostra realtà e il mondo magico e spesso trasformante dell’immaginazione.

:: Un’ intervista con Paola Baratto, autrice di “Lascio che l’ombra” (Manni editore 2019) a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2019

Paola BarattoPaola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, è tornata da poco in libreria con “Lascio che l’ombra”, edito da Manni. Il libro è una storia nella quale il noir, il giallo, l’avventura e la storia del passato si mescolano alla perfezione in un intreccio narrativo nel quale la Giulia cercherà di capire che fine ha fatto Aris, antropologo e sociologo scomparso nel nulla. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di “Lascio che l’ombra”?

L’impulso a scrivere una storia deriva, per me, dall’incontro di più fattori. C’è sempre una parte poetica, emotiva, immaginifica e una razionale, ovvero lo sviluppo d’una riflessione o semplicemente una serie di interrogativi. La prima è una sorta di “innamoramento”, è quello che mi fa desiderare di entrare nella storia. E di solito si tratta d’un luogo, della sua atmosfera, del suo potenziale di memorie e di poesia. Quindi, avevo in mente da tempo quella cittadina con il borgo con le sue antiche case di famiglia. Poi c’era una domanda, che mi pungolava, che fine ha fatto l’intellettuale? Quali i motivi della sua progressiva scomparsa? E c’era il personaggio di Giulia, che mi dava l’occasione di parlare un po’ della figura dello scrittore, oggi…

Aris, antropologo e sociologo scompare. Non si sa dove sia finito e cosa gli sia accaduto. Cosa spinge Giulia tornare al borgo dove lei e anche Aris vivevano?

È una domanda interessante perché, in effetti, in un primo momento Giulia potrebbe apparire semplicemente come la narratrice o come la “investigatrice” improvvisata. In realtà, anche lei sta attraversando una crisi. È una scrittrice, come Aris, con il quale ha sempre sentito di condividere un senso di complicità. Lui è più vecchio e ha avuto sprazzi di notorietà, al contrario di lei. Ma Giulia scopre che anche lui ha vissuto le stesse amare disillusioni e lo sente idealmente vicino. Tuttavia, si è anche “innamorata” di un’idea. Di un’ipotesi sulla scomparsa di Aris, che è completamente folle, ma ha una suggestiva valenza metaforica. E, come ogni scrittore, non riesce a resistere alla seduzione d’una metafora.

Quanto c’è di te Paola in Giulia, scrittrice che cerca di capire cosa si successo ad Aris?

Non è un personaggio totalmente autobiografico, ma, naturalmente, nel delinearlo mi sono appoggiata ad esperienze personali, adattandole alla storia. Ha tratti del mio carattere, per esempio quel suo essere “bastian contrario”, difetto che le rimprovera l’amica Ester. O il modo in cui l’ipotesi sul destino di Aris diventa per lei un’idea che la affascina, la perseguita e la conduce lì che è un po’ il percorso che faccio quando un progetto letterario inizia a stuzzicarmi e infine diventa una specie di assillo che m’incalza e mi spinge a scrivere.

Il libro è un noir, ma pone l’attenzione anche sulla figura dell’intellettuale e dei media. Aris intellettuale ogni volta che è invitato in tv o ad intervista appare sempre un po’ spaesato. Cosa scatena questo “sentirsi fuori luogo”?

Le illusioni perdute” di Balzac è un romanzo ancora molto attuale. Fatte le debite proporzioni. Una volta c’erano i salotti, oggi c’è la televisione, ci sono i giornali e i social network. Da una parte erano essenziali, come lo sono oggi i media, per far conoscere gli autori e le loro opere, per lanciarli. Dall’altra, in questi contesti, il rischio è che lo scrittore si snaturi o si svilisca. Anche i salotti mondani d’un tempo imponevano ai poeti emergenti alcune condotte che con la letteratura non avevano nulla a che fare e se l’autore era molto ambizioso, come il Rubempré di Balzac, si piegava e perdeva un po’ della sua integrità, della sua autenticità. Oggi, certi contesti mediatici tendono a banalizzare i concetti, per compiacere i gusti d’un pubblico vasto. Uno scrittore come Aris, che non aspira alla visibilità fine a se stessa, ma ha solo la giusta ambizione di vedere diffusa la sua opera, si sente ogni volta svilito, sminuito.

Per quanto riguarda la parte dei testi antichi presenti nel libro come ti sei documentata?

Occupandomi di rubriche di curiosità sulla storia di Brescia e provincia, ho l’opportunità di leggere moltissimi testi e lì ho trovato alcuni spunti, che poi ho approfondito attraverso ricerche ulteriori. Per quanto riguarda due o tre libri cui faccio riferimento, invece, si tratta di materia romanzesca, che ha comunque un fondo di verità storica.

Quale è il personaggio al quale sei più affezionata e perché?

Malgrado si debba mantenere sempre “la giusta distanza” dal proprio soggetto, ovvero un ragionevole distacco, questo è un romanzo in cui sono “stata bene”. Forse, perché parlavo di qualcosa che mi toccava da vicino, lo scrivere. Quindi, un paio di personaggi li ho amati particolarmente. Come Ester, ma, soprattutto, il professor Console. Una figura di letterato puro, integro anche se un po’ naïf. Un uomo con una grande dignità e dirittura morale, che sa ammettere i propri limiti. Nobile la sua amicizia con Aris, che riconosce superiore. E mi è piaciuto narrare i suoi incontri con Giulia, perché lui è serissimo, lei ironica e questo contrasto mi suscita una divertita tenerezza.

Quanto i media manipolano le persone, il loro modi di essere e fare?

L’imperativo è omologare. Questo riguarda tutto. Perché se si vuole raggiungere un ampio bacino di pubblico, di consumatori, di lettori, di elettori… bisogna abbassare il livello e creare “sapori” omogenei, che piacciano ai più, che non disturbino, che non siano eccentrici e non abbiano una personalità troppo marcata. Al fondo c’è questo imperativo, tutto il resto, i prodotti che ne derivano e le strategie adottate sono solo una conseguenza. Quelli dell’omologazione, del pensiero unico, della soppressione delle specificità sono temi che ricorrono nei miei romanzi, li sento come questioni tanto urgenti quanto ignorate.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

17 giugno 2019

dianajohnstone

Bentornata Mrs Johnstone su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica, nata negli Stati Uniti ma residente da più di trent’anni a Parigi. C’eravamo lasciate con Mr Trump insediato alla presidenza. Sono passati alcuni anni, che bilancio ha tratto del suo mandato?

Devo precisare che quando scrissi il mio libro criticando la politica estera di Hillary Clinton, partivo dal presupposto che avrebbe vinto le elezioni del 2016, e quindi intendevo ciò che ho scritto come un avvertimento su cosa aspettarci. Quindi il mio libro era più sulla politica estera degli Stati Uniti che su Hillary. Invece, Trump ha vinto, e quali sono le differenze? Sono poco visibili a questo punto. Come ho scritto nella conclusione del mio libro su Hillary Clinton, ciò che era necessario cambiare riguardo alla politica degli Stati Uniti era l’istituzione di un gruppo di esperti con le conoscenze e le intenzioni necessarie per attuare una nuova politica. Qualunque fossero le sue intenzioni pacifiche iniziali, Donald Trump non aveva una squadra del genere e apparentemente non sapeva nemmeno chi avrebbe potuto comporre una simile squadra. Inoltre, il Congresso era lì per bloccare qualsiasi nomina sgradita in posti di rilievo. Sotto una tale pressione, e anche a causa della sua stessa ignoranza, Trump è finito con una squadra di politica estera che è la peggiore che si possa immaginare. Ha permesso a Bolton di distruggere la sua iniziativa di pace con la Corea del Nord e la costante ostilità dei media ha reso le relazioni con la Russia anche peggiori di prima.

Welcome back Mrs. Johnstone on Liberi di Scrivere and thank you for accepting this new interview. Journalist, political analyst and geopolitical scholar, born in the United States but resident for over thirty years in Paris.
We had left with Mr Trump installed as president. Some years have passed, what does your balance sheet look like?

I should mention that when I wrote my book criticizing Hillary Clinton’s foreign policy, it was on the assumption that she would win the 2016 election, and so I meant this as a warning of what to expect. Thus my book was more about U.S. foreign policy than about Hillary. Instead, Trump won, and what are the differences? Scarcely noticeable at this point. As I wrote in the conclusion to my book on Hillary Clinton, what was necessary to change U.S. policy was the instatement of a team of experts with the necessary knowledge and intentions to carry out a new policy. Whatever his initial peaceful intentions may have been, Donald Trump had no such team and apparently did not even know who would compose such a team. Besides, Congress was there to block any unwelcome nomination to a top post. Under such pressure, and due to his own ignorance, Trump has ended up with a foreign policy team that is the very worst one could imagine. He allowed Bolton to wreck his peace initiative with North Korea, and constant media hostility has made relations with Russia even worse than before.

Il mondo sta cambiando velocemente certo, ma praticamente sta cancellando uno per uno tutti i trattati stipulati dalla precedente amministrazione Obama, dall’accordo sul nucleare con l’Iran, al trattato INF e NEW START, un errore o trova sensate queste scelte?

Queste sono scelte terribili. Si può supporre che abbiano origine dagli esperti del Partito della Guerra che circondano Trump e, non ultimo, dall’influenza del suo principale sostenitore finanziario, il miliardario dei casinò Sheldon Adelson, totalmente devoto all’Israele di Netanyahu.

The world is certainly changing, but all the treaties and agreements signed by the Obama administration are being canceled, the nuclear agreement with Iran, the INF and NEW START treaties. Is it a mistake or do you find these choices sensible?

These are dreadful choices. One can suppose that they originate with the War Party experts surrounding Trump and not least from the influence of his main financial supporter, the casino billionaire Sheldon Adelson, totally devoted to the Israel of Netanyahu.

Nel 2020 ci saranno in America nuove elezioni, pensa che gli americani gli daranno ancora fiducia o c’è spazio a un ritorno di una amministrazione democratica, senza naturalmente più la Clinton a concorrere per alcuna carica?

In questi giorni non credo che nessuno si fidi di nessuno negli Stati Uniti. Il complesso industriale militare, i think tank e i media favorevoli alla guerra, e la lobby israeliana hanno il controllo della politica estera di entrambe le parti. Le persone votano contro il candidato che odiano di più piuttosto che per l’alternativa. Non posso prevedere come andrà a finire – ho sbagliato nel 2016, potrei sbagliarmi di nuovo.

In 2020 there will be new elections in America, do you think Americans will trust again Trump or will they trust in a Democratic management, without of course Clinton competing for a role in the administration?

I don’t think anybody trusts anybody in the United States these days. The military industrial complex, the pro-war think tanks and media, and the Israel lobby are in control of the foreign policy of both parties. People vote against the candidate they hate the most rather than for the alternative. I cannot predict how this will go – I was wrong about 2016, I can be wrong again.

Uno studio australiano mette in guardia che la crisi climatica che stiamo attraversano è in questo momento la principale minaccia a breve termine per l’esistenza della nostra civiltà. Se non si passerà a una produzione industriale a impatto 0 arriveremo giusto fino al 2050, poi sarà la fine della civiltà come la conosciamo ora, e l’inizio di una velocissima probabile estinzione. Allarmismi inutili? Ma soprattutto è realistico poter procedere a una modifica su scala planetaria degli impianti industriali? Che idea si è fatta della questione ambientale?

Non sono d’accordo, perché penso che la nostra civiltà così com’è ora sia la minaccia principale all’esistenza della nostra civiltà. Siamo su un corso suicida. L’allarme costante sul clima distrae da tutte le altre minacce più direttamente provocate dall’uomo: le imposizioni del capitale finanziario, l’infinito sviluppo di armi sempre più letali e forse prima di tutto un’ideologia dominante che esalta l’avidità e la competizione e distrugge tutto il sistema di valori tradizionale, in particolare l’onestà, la libertà di espressione e la normale considerazione umana per gli altri. Tutti questi fattori si combinano per rendere impossibile qualsiasi serio programma per affrontare i cambiamenti climatici.

An Australian study warns that the climate crisis we are currently experiencing is the main threat to the existence of our civilization. If we do not switch to 0-impact industrial production we will arrive right up to 2050, then it will be the end of civilization as we know it now, and the beginning of a very fast probable extinction. Useless alarmism? But is it possible to proceed with a planetary scale modification of industrial plants? What is your view of ​​the environmental issue?

I don’t agree, because I think our civilization as it is now is the main threat to the existence of our civilization. We are on a suicidal course. Constant alarm about the climate distracts from all the other more directly human-caused threats: the dictates of finance capital, the endless development of more and more deadly weapons and perhaps first and foremost, a dominating ideology that glorifies greed and competition which destroys all traditional values, notably honesty, freedom of expression and normal human consideration for others. All these factors combine to render impossible any serious program to deal with climate change.

I cambiamenti climatici, le guerre stanno accelerando il drammatico fenomeno delle migrazioni, ogni giorno arrivano dalla Libia, specialmente in Italia, ma anche la Francia è toccata dal fenomeno, barconi carichi di profughi provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi del Medio Oriente. Generazioni di giovani che lasciano il loro paese, le loro famiglie per un difficile inserimento in paesi ed economie già debilitate e gravate da crisi sociali, disoccupazione, incertezza. Al netto dell’accoglienza, su questo umanamente non c’è nessun tentennamento, ma non valuta questa accelerazione destabilizzante non solo per l’Europa ma anche per i paesi d’origine di queste persone? E soprattutto se si sceglie di accoglierli, perché non si regolamenta il flusso, e si aprono gli aeroporti, ponendo fine all’indegno calvario a cui sono sottoposti in viaggi disumani, pericolosi e traumatici per gli stessi profughi?

L’immigrazione incontrollata è destabilizzante sia per i paesi europei che peri i paesi africani coinvolti. Potrei andare avanti all’infinito. È del tutto inaudito difendere le “frontiere aperte”, e non è un caso che questa politica socialmente distruttiva emerga come dogma “umanitario” in un momento in cui il capitale finanziario persegue la distruzione degli Stati nazionali. Le frontiere aperte sono un modo sicuro per farlo. Perché altrimenti ci sono gruppi favorevoli alle “frontiere aperte” supportati dal miliardario George Soros? Sono completamente d’accordo con Sahra Wagenknecht. È prematuro attribuire ai cambiamenti climatici le migrazione dall’Africa – piuttosto, l’afflusso deve molto alla convinzione diffusa che in Europa i migranti possano trovare lavoro e condizioni di vita migliori. I migranti sono quasi tutti giovani uomini vigorosi che sarebbero necessari a casa. È totalmente irresponsabile invitare persone che non si desidera né di cui si ha bisogno. A poche centinaia di metri da dove vivo a Parigi, nei pressi delle autostrade che convergono a la Porte de la Chapelle, centinaia di migliaia di uomini africani hanno piantato piccole tende e dipendono da mense caritatevoli. Condividono il territorio con i tossicodipendenti. Probabilmente sono venuti nella speranza di sostenere le loro famiglie a casa, ma non guadagnano nulla e non fanno nulla. La risposta necessaria è la cancellazione del debito africano, il pagamento corretto delle risorse naturali, il trasferimento di tecnologia, un serio aiuto ai progetti di educazione e infrastrutture, tutto ciò che è necessario per far sì che le persone trovino speranza nei loro paesi. La Cina sta effettivamente prendendo alcune di queste misure costruttive, ma ciò suscita ostilità in Europa.

Climate change and wars are accelerating the dramatic phenomenon of migration. Every day come from Libya boats loaded with refugees from Africa, Asia, countries of the Middle East. They arrive in Italy, but also France is affected by the phenomenon. Generations of young people leaving their country, their families for a difficult insertion in countries and economies already weakened and burdened by social crises, unemployment, uncertainty. Apart from the humanitarian side, do you consider this acceleration destabilizing not only for Europe but also for the countries of origin? And should we accept to greet these people, why not regulate the flow, and keep the airports open, limiting the calvary to which the refugees themselves are subjected in inhuman, dangerous and traumatic journeys?

Uncontrolled immigration is destabilizing for both the European and African countries involved. I could go on and on about this. It is totally unheard of to advocate “open borders”, and it is no coincidence that this socially destructive policy emerges as “humanitarian” dogma at a moment when finance capital pursued the destruction of nation states. Open borders is a sure way to do so. Why else are “open border” groups supported by billionaire George Soros? I agree entirely with Sahra Wagenknecht. It is premature to attribute migration from Africa to climate change – rather, the influx owes most to widespread belief that in Europe migrants can find jobs and better living conditions. The migrants are almost all vigorous young men who would be needed at home. It is totally irresponsible to invite people whom you neither want nor need. A few hundred meters from where I live in Paris, in the interstices of the converging autoroutes at the Porte de la Chapelle, hundreds perhaps thousands of African men have pitched small tents and depend on charitable soup kitchens. They share the territory with drug addicts. They probably came in hope of supporting their families back home, but they are earning nothing and doing nothing. The obvious answer is cancellation of African debt, correct payment for natural resources, technology transfer, serious aid to education and infrastructure projects, whatever is needed to make people find hope in their own countries. China is actually taking some such constructive measures, but this arouses hostility in Europe.

Ha conseguito un baccalaureato in Russian Studies, sicuramente è la persona più indicata per fare chiarezza su alcuni punti: non ha la sensazione che la nazione-continente Russia sia sottovalutato da alcuni analisti, non solo dal punto di vista economico, ma sociale, storico, politico, strategico, pur con tutti i problemi e le criticità che deve affrontare? Per la sicurezza ma anche per il progresso economico, scientifico, commerciale comune non sarebbe meglio riprendere i volenterosi sforzi post caduta del Muro di Berlino, invece che gettare le basi per una nuova Guerra Fredda, anacronistica e inutile? Cosa si sta facendo secondo lei a livello internazionale su questo tema? Non dovrebbero essere altri i problemi al centro di sforzi congiunti?

Le attuali politiche russofobiche dell’Unione europea sono catastrofiche. Per molte ragioni. Qual è il loro scopo? Essenzialmente il loro scopo è dividere l’Europa occidentale dalla Russia per rafforzare l’egemonia degli Stati Uniti. Inoltre indeboliscono le economie occidentali privando gli europei dei loro partner commerciali naturali in Russia. L’accettazione delle politiche anti-russe da parte dei governi europei è la prova della loro profonda sottomissione, sono disposti a sacrificare i propri interessi per obbedire a Washington. Ancora peggio degli effetti economici è il crescente pericolo di una guerra con la Russia, sempre a nome di Washington e del suo folle progetto di usare la sua superiorità militare per dominare il mondo. È tragico assistere all’auto-mutilazione intellettuale dell’Europa nel rifiutare la sua parentela con il ricco patrimonio culturale della Russia. A differenza della Russia, gli Stati Uniti continuano la loro occupazione militare e il dominio politico delle nazioni occidentali che hanno “liberato” oltre settanta anni fa.

You obtained a BA in Russian Studies, certainly you are the best person to clarify some points: don’t you feel the nation-continent of Russia is underestimated by some analysts, not only from an economic point of view, but also from a social and historical, political, strategic, point of view, despite all the problems it faces? For security but also for common economic and trade progress, would it not be better to take up the willing efforts that followed the fall of the Berlin Wall, instead of laying the foundations for a new, anachronistic and useless Cold War? What is being done on an international level on this issue? Shouldn’t there be also other problems on which common efforts should be focused?

The current Russophobic policies of the European Union are catastrophic. For many reasons. What is their purpose? Essentially their purpose is to divide Western Europe from Russia in order to strengthen U.S. hegemony. They also weaken Western economies by depriving Europeans of their natural trading partners in Russia. Acceptance of anti-Russian policies by European governments is proof of their profound subservience, willing to sacrifice their own interests to obey Washington. Even worse than the economic effects is the growing danger of war with Russia – again on behalf of Washington and its insane project to use its military superiority to dominate the world. It is tragic to watch Europe’s intellectual self-mutilation in rejecting its kinship with Russia’s rich cultural heritage. Unlike Russia, the United States continues its military occupation and political domination of the Western nations it “liberated” over seventy years ago.

Le scorte alimentari, le fonti energetiche, gas, petrolio, energie rinnovabili non ci sono per tutti gli abitanti del pianeta? È questa la ragione ultima delle guerre ancora in atto, e della corsa agli armamenti che sembra drammaticamente ripresa? O ci sono altri motivi?

Queste domande richiedono competenze scientifiche e tecniche che mi mancano. Personalmente, non attribuisco queste politiche distruttive a fattori materiali, ma alla stupidità, all’ avidità e alla totale immoralità dei leader mondiali, che non hanno alcun desiderio genuino di fare il miglior uso di ciò che abbiamo.

Are food stocks, energy sources, gas, oil, renewable energy not enough for everyone on the planet? Is this the ultimate truth of the ongoing wars, and of the arms race that seems to have dramatically resumed? Or are there other reasons?

These questions call for scientific and technical expertise which I lack. Personally, I do not attribute these destructive policies to material factors but to the stupidity, greed and total immorality of world leaders, who have no genuine desire to make the best use of what we have. 

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Le politiche degli Stati Uniti hanno reso questo asse inevitabile.

While the European heads of state and the president of the United States participate in the celebrations for the 75th anniversary of the Normandy landings, in Russia Putin and Xi Jinping, at the St. Petersburg forum, signed agreements and confirmed their good and friendly relationships. It seems that this rapprochement has worried some chancelleries. What do you think, are there good conditions for a real Moscow-Beijing axis?

United States policies have made this axis inevitable. 

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Russia sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa?

Mi dispiace, non ho letto questo libro.

Did you read Destined for war – United States and Russia escape the Thucydides trap? by Graham Allison. What do you think about it?

Sorry, I have not read this book.

Putin rimarrà al Cremlino fino al 2024, per il suo ultimo mondato, la Costituzione impedisce di ricoprire la carica di capo di Stato più di due volte in modo consecutivo. Ha pensato a un dopo Putin, che scenari si prospettano?

A meno che non ci sia un’inversione della politica occidentale, lo scenario più probabile sarà la vittoria di leader veramente nazionalisti, a causa del completo fallimento della politica sostanzialmente filo-occidentale per ottenere un riavvicinamento da parte di Putin.

Putin will remain in the Kremlin until 2024, for his last mandate, the Constitution not allowing him to hold the office more than twice consecutively. Have you thought of an after Putin, what scenarios are ahead?

Unless there is a reversal of Western policy, the likeliest scenario would be the victory of truly nationalist leaders, due to the complete failure of basically pro-Western Putin to achieve rapprochement.

E per quanto riguarda la Cina, il progresso economico sarà accompagnato da maggiori istanze democratiche? La sua millenaria civiltà, ancora così poco conosciuta in Occidente, sarà finalmente vista come fonte di civilizzazione comune e non come un nemico da temere e da cui difendersi? Certo non ha la palla dietro, ma quale è la sua sensazione?

Personalmente, e non sono la sola, ho sempre visto la Cina come una grande fonte di civiltà comune. Nella cultura cinese ci sono valori fondamentali di uguaglianza che possono funzionare come fonti di democrazia “con caratteristiche cinesi”, come dicono loro. Gli Stati Uniti stanno cadendo a pezzi e la Cina, pur con tutte le sue divisioni, è una nazione coesa. Spero che l’aggressività degli Stati Uniti non inciti la Cina a rispondere diventando più aggressiva. Sfortunatamente i vizi possono essere contagiosi.

And as for China, will the economic future be accompanied by greater democratic demands? Will its millennial civilization, still so little known in the West, be finally seen as a source of common civilization and not as an enemy to be feared and defended against? You clearly do not have a crystal ball, but what are your feelings?

Personally, I have always seen China as a great source of common civilization, and I am far from alone in that. There are basic values of equality in Chinese culture that can function as sources of democracy “with Chinese characteristics”, as they put it. The United States is falling apart, and China, for all its divisions, is a coherent nation. I hope that the United States’ aggressiveness does not incite China to respond by becoming more aggressive. Unfortunately vices can be contagious.

Ci sono politici attualmente, per lucidità di pensiero, chiarezza e visione di insieme che le danno fiducia, a livello europeo, ma anche statunitense o asiatico?

Credo che l’Occidente soffra di una classe politica estremamente mediocre. Ammiravo Jeremy Corbyn finché non ha ceduto troppo facilmente a una brutale campagna di terrorismo intellettuale, che ha accusato i laburisti di “antisemitismo”. Ammiro Sahra Wagenknecht in Germania. Ammiro particolarmente Tulsi Gabbard negli Stati Uniti, che ha il coraggio di difendere una politica coerente contro la guerra che va contro entrambe le parti principali. Sfortunatamente, queste due donne sono marginali. Per quanto riguarda Tulsi Gabbard, la ammiro molto per il fatto che sta consapevolmente tentando di contrapporsi a un rapporto di forze che le è totalmente sfavorevole. Spero possa essere di ispirazione.

Are there any politicians, in terms of clarity of thought and overall vision that give you confidence, in Europe, but also in America or Asia?

I believe the West is suffering from an extremely mediocre political class. I admired Jeremy Corbyn until he gave in too readily to a viciously dishonest campaign of intellectual terrorism, accusing Labour of “anti-Semitism”. I admire Sahra Wagenknecht in Germany. I especially admire Tulsi Gabbard in the United States, who has the courage to advocate a coherent anti-war policy that goes against both major parties. Unfortunately, these two women are marginal. As for Tulsi Gabbard, I admire her all the more in that she is consciously daring to defy a totally unfavourable relationship of forces. I hope she can be an inspiration. 

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Thanks for your availability, we hope to have made our readers aware of these issues and have given them a clearer vision.

Diana Johnstone, Paris, June 14, 2019

:: Un’intervista con Silvino Gonzato a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2019

Lievito madreLievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai è il suo ultimo libro, come è nata l’idea di scriverlo? Qualcuno le ha proposto il tema, o è stata una sua iniziativa?

È stato il mio editore, Giuseppe Russo, direttore editoriale della Neri Pozza, a propormi di scrivere un libro sulla lotta degli operai della Melegatti per salvare l’azienda e quindi il posto di lavoro. Si sarebbe dovuto trattare di un instant- book, un racconto scritto mentre la vicenda era in corso o appena conclusa. Era febbraio e avrei dovuto consegnare il lavoro per metà marzo poi, invece, quel lieto fine che si intravedeva si allontanava sempre di più.  Ad un certo punto sembrava invece inevitabile il contrario. Il tribunale aveva decretato il fallimento della Melegatti. Ho dovuto aspettare l’autunno per chiudere il libro.

Per la città di Verona la Melegatti è una parte importante della sua storia industriale, come per noi di Torino la Fiat. Ma la storia industriale di un paese non è fatta solo di capitali, passaggi proprietari, quotazioni in borsa, ma anche di persone, con nomi, storie personali, un vissuto. È a questa seconda parte che ha voluto dare risalto, una giusta collocazione?

Ho vissuto le speranze e le delusioni dei dipendenti della Melegatti stando in mezzo a loro davanti alla fabbrica chiusa. Era l’unico modo per scrivere il libro, che è fatto di tante piccole storie tra cui quella dei tre operai che per otto mesi hanno tenuto in vita il lievito madre, che era il cuore dell’azienda. C’era disperazione nei loro occhi ma anche molta determinazione. Non dipendeva da loro il futuro della Melegatti ma il gesto simbolico di nutrire quotidianamente il lievito madre ha commosso il mondo.

Ci racconti per sommi capi come è andata: l’azienda stava per chiudere e mentre si vivevano gli ultimi scampoli di un turbolento passaggio di proprietà, gli operai hanno aperto un gazebo, e fatto di più, tenuto in vita un prodigioso reperto di archeologia alimentare, giusto?

Rifare la storia di quanto è successo richiederebbe molto spazio.  È stata una vicenda complessa. Da un momento all’altro i dipendenti della Melegatti si sono trovati sulla strada. Non c’era alcuna avvisaglia della crisi. Si sapeva solo che da tempo i soci erano in disaccordo tra di loro. Poi saltò fuori un’impensabile storia di debiti. La cattiva gestione stava affossando la storica azienda dolciaria veronese. Solo un radicale risanamento l’avrebbe salvata. Ma chi aveva i soldi per salvarla? Il tribunale chiedeva garanzie che alla fine sono arrivate da parte di un’azienda vicentina creata ad hoc.

Matteo, Michele e Davide sono dunque degli eroi?

Degli eroi moderni che con il loro sacrificio hanno tenuto in vita il lievito madre creato 124 anni prima da Domenico Melegatti, l’inventore del pandoro.

Che idea si è fatta, in che misura le azioni degli operai hanno davvero influito sulla felice risoluzione della contesa? 

Non sono stati evidentemente gli operai a salvare la Melegatti ma la singolarità della loro lotta ha attirato l’attenzione di chi avrebbe potuto risanare l’azienda. E così è accaduto.

Una storia non solo italiana, anche il New York Times si è interessato alla vicenda, vero?

Sì, il pandoro Melegatti è conosciuto anche negli Stati Uniti, lo hanno fatto conoscere gli immigrati veneti. Ma, ripeto, è stato il sacrificio di Matteo, Michele e Davide ad attirare l’attenzione della stampa internazionale. È stato un miracolo di comunicazione.

Pensa possa essere di modello anche per altre aziende che versano diciamo in situazioni difficili?

Non lo so. Il pandoro è uno dei simboli del Natale. Per questo c’è stato molto interesse attorno alla Melegatti in crisi.

Con Lievito Madre si è aggiudicato il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, cosa ha provato quando l’ha saputo?

È stata una lieta sorpresa. Tutto sommato è un libricino. Ma la storia c’era e ho tentato di raccontarla. Una storia di Natale.

Tra tanto pessimismo, una storia che trasmette modelli positivi e una luce di speranza. Anche per lei sui giornali si dovrebbe dare più spazio a storie come questa?

I giornali danno conto delle notizie positive se ci sono. Raramente succede. O forse bisognerebbe andarle a cercare.

Infine, ringraziandola, chiuderei l’intervista chiedendole i suoi progetti per il futuro, letterari e lavorativi.

Sto lavorando a un nuovo libro, un romanzo che ha per protagonista una famiglia della classe operaia. Mi sto divertendo a scriverlo. Guarda caso uno dei personaggi è un operario di un’azienda dolciaria in crisi.

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2019

Luigi Bonanate2Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questa intervista. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, e sui nuovi sviluppi delle Relazioni Internazionali.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF sulle armi nucleari a raggio intermedio, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Secondo lei cè spazio per nuove trattative con magari un allargamento del trattato a nuovi paesi? O è un trattato ormai superato alla luce dei nuovi sviluppi?

Il trattato INF ha avuto un’immensa importanza simbolica e una importanza politico-militare minima. Sia nell’87 sia precedentemente come pure successivamente, l’unico stato al mondo capace di condurre operazioni militari con armi nucleari era ed è gli Stati Uniti: per motivi scientifici tecnologici industriali finanziari. La superiorità americana è sempre stata immensa, e l’allora Unione Sovietica non era mai riuscita a bilanciare la super-potenza (l’unica al mondo) del competitore. La grandezza tragica di Gorbaciov che gli costò la testa (politica, e anche il prestigio) fu averlo ammesso. Il trattato INF firmato a Washington l’8 dicembre 1987 non faceva altro che dichiarare la sconfitta sovietica nella “corsa agli armamenti”: l’URSS lo sapeva e non era più in grado neppure di continuare a fingere di saper ancora “correre”. La caduta del Muro di Berlino ne fu poi lo straordinario e fortunato premio che il mondo ottenne. Poi, le cose andarono come andarono.

E per quanto riguarda il New Start, trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga l’8 aprile 2010 tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che anch’esso sta giungendo in scadenza, Putin ha dichiarato che è pronto a non prorogarlo. Ci sono prospettive che lei sappia di successive negoziazioni? Cosa ne pensa in tale proposito?

Le considerazioni appena svolte valgono anche per il XXI secolo, nel quale sfortunatamente la meteora Obama è purtroppo passata senza lasciare segni. Diciamocelo in termini apparentemente brutali, ma sostanzialmente “logici”: quando mai un trattato ha impedito una guerra che avesse delle vere ragioni per scoppiare? Quante volte i trattati sono stati violati? Voglio dire, i trattati vanno benissimo fin tanto che ce ne sono le condizioni; possono aiutare a rasserenare una situazione… ma non sono l’antidoto alle guerre. Vogliamo ricordare che il regno d’Italia alleato di Austria e Germania scese in guerra contro di loro nel 1915? E che l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale alleata di uno stato contro il quale (per nostra fortuna) la terminò?
Oggi come oggi, poi, la Russia, di Medvedev come di Putin, è un paese non meno povero che ai tempi di Breznev e ancora più infelice. Una volta, un piatto di minestra e un letto in ospedale (se necessario) c’era per tutti: oggi, minestra ce n’è meno ancora, e per essere curati bisogno essere molto, molto, ricchi. Da dove venga quella (falsa) immagine della Russia grande potenza è per me un assoluto mistero. Certo, Putin “ci sa fare”, specie in politica estera, ma si allea con i peggiori dei suoi interlocutori internazionali, il che gli può consentire di apparire sempre d’accordo con tutti: con gli occidentali, quando le cose sono tranquille; con gentaglia (vorrei accentuare il peso di questa parola) come Erdogan può fare passi avanti o indietro senza alcuna dignità né capacità di valutazione ideologica. Putin è il peggiore dei peggiori “realisti” visti nella storia.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Consequenzialmente parlando (e lasciando da parte l’anniversario dello sbarco in Normandia — una pagina troppo nobile per lasciarla leggere agli statisti di oggi), anche gli accordi tra Russia e Cina non hanno gran che da dirci, se non che il il governo cinese è molto più saggio di quello russo, è attento e pronto a cogliere le opportunità. Gira per il mondo comperando questo e quello, tanto ha una quantità immensa di dollari Usa da spendere e di cui liberarsi. Non potrà però esserci un asse Mosca-Pechino perché è troppo impari: la Cina potrebbe farsi un boccone della Russia.
Non è per questo che la Cina non abbia dei problemi: è un paese spaccato in due o forse tre tronconi: l’iper-capitalismo sfacciato delle grandi metropoli dove tutti conoscono Vuitton e Cartier ma nessuno sa più chi sia stato Karl Marx; una borghesia d’apparato che regge la macchina organizzativa senza i privilegi del caso; una società ex-agricola ma non ancora urbanizzata (o non del tutto tale) che dalla crescita politico-economica del suo paese non trae (ancora?) alcun vantaggio.

E gli Stati Uniti, secondo lei, in tutto questo che ruolo giocano? Chi sta guidando la loro diplomazia?

È difficilissimo rispondere a questa domanda, non per la sua complessità ma per l’inesistenza dell’oggetto della discussione. Quel grande paese che sono gli Stati Uniti appare oggi come un pugile groggy, che barcolla sul ring, mentre il suo avversartio è ormai al tappeto. Ma la sua vittoria non è altro che la sconfitta dell’altro. Trump è il perfetto esempio dell’inconsistenza attuale della politica estera Usa e della sua immagine delle relazioni internazionali: se la prende — un po’ come succede in Italia — con chi è già sconfitto dalla storia, con i deboli e con gli incapaci, ma non sa affrontare sul serio alcun problema: ieri la May era l’alleata ideale di un nuovo asse anglo-americano, ma ora, sconfitta, una cretina qualunque, oggi per offendere e umiliare chi ha sconfitto la lady di latta inneggia alla sua memoria e offende il sindaco di Londra ma sorride a quel Johnson che dovrebbe rilevare il potere della May. E con l’Europa? Non si dimentichi che gli Usa hanno sempre avuto bisogno del piedestallo che l’Europa offriva loro; essi hanno sempre cercato di controllare gli alleati, con le carezze o con le minacce — senza mai amarli, anzi, ritenendo di doverli assoggettare. Posso permettermi di rinviare a un mio libretto, uscito da poche settimane, Il destino americano (pubblicato da Aragno) nel quale cerco proprio di evidenziare la costanza dell’immagine egemonica che gli Usa hanno sempre avuto mascherandola con alternanze isolazionistiche che in realtà non sono mai state determinanti?

E tra queste grandi potenze, regionali o meno, l’Europa che ruolo gioca?

Nessuno! Purtroppo, per la sua attuale terribile inconsistenza. È tristissimo vederne l’ignavia e l’inutilità (politica) — e dire che il progamma unionistico è l’idea politica pratica più nobile che il XX secolo abbia conosciuto. Sembra che desideriamo, noi europei, farci del male…

Anche l’Italia è impegnata sul fronte della sicurezza internazionale, anche se non se ne dà molto risalto sui mass media. Il 29 maggio 2019 la senatrice Loredana De Petris unitamente ai senatori Errani, Laforgia, De Falco, Segre, Martelli, Buccarella e De Bonis, ha depositato una mozione, per impegnare il Governo italiano a disporre gli atti necessari per l’adesione al Trattato della Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, sottoscritto a New York il 7 luglio 2017. Cosa ne pensa? Ha possibilità di successo?

Mi si lasci dire, un po’ polemicamente, che non ne penso nulla, cosicché non so se abbia possibilità di successo. In teoria, certo sì; si tratta semplicemente di volerlo. E poi ci vuole una “cultura politica” professionale che pare latitante.
Ma questo non mi pare un difetto italico: è la crisi della cultura politica mondiale, l’inconsistenza delle classi dirigenti, che strutturano la società politica internazionale. I leader del mondo oggi non discendono da grandi genealogie di professionisti: Trump faceva il palazzinaro, Putin faceva la spia, Macron è stato il garzone dei grandi banchieri francesi; vogliamo fare qualche altro esempio, italiano?

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Russia sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa? È ottimista?
Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

L’avevo letto quando uscì, nel ’17, e confesso che non ne ricordo più nulla. Io sono invecchiato, naturalmente, ma non è certo un bel segno per il libro, se non mi ha fatto nessun effetto.
Se infine qualcuno vuol saper quale sia il mio stato d’animo in questo periodo, non posso nascondergli che non sono per nulla ottimista, non tanto perché tema crisi, conflitti, o guerre, ma perché vedo segni di declino nei piani di progresso e sviluppo che la storia morale del mondo aveva nobilissimamente tracciato, dall’illuminismo fino ai grandi progetti di organizzazione internazionale, e dei quali oggi è difficilissimo ritrovare tracce negli eventi di tutti i giorni.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo la strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Intervista a Guia Risari per Ada al contrario, (edizioni Settenove 2019) A cura di Viviana Filippini

14 maggio 2019

ada al contrarioAda, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.

V: Come è nata l’idea di scrivere Ada al contrario?

G: L’idea è nata dal constatare che spesso faccio le cose all’opposto di come andrebbero fatte e alla fine riescono ugualmente. Ma non sono la sola: c’è tanta gente come me e persino più estrema: che fa le cose al contrario per principio, per abitudine, per sfida, perché non può fare altrimenti. Possiamo dire che imbocchiamo strade diverse che ci portano tutte più o meno nella stessa radura erbosa. Certo l’esserci arrivati da un comoda strada asfaltata, da un sentierino nei campi o seguendo una semplice traccia nel bosco, cambia la percezione del percorso, del suo senso e il valore della destinazione.

V: Perché la scelta di affrontare, con delicatezza e tatto, la sindrome di Asperger in un libro per bambini?

G: Il libro non è che indirettamente sulla sindrome di Asperger; in realtà, il tema è più ampio: quello della diversità di approccio, di un’intelligenza altra, di una sensibilità sui generis. Ho avuto modo di avere uno stretto rapporto con bambini affetti dai disturbi dello spettro autistico e ho constatato una cosa: non c’è un denominatore comune, un comportamento che si possa generalizzare, una costante che si ripeta. Di fronte a tanta unicità, non ci resta che osservare, accettare, apprezzare e sintonizzarci su un canale comunicativo che ci metta in connessione. Da queste considerazioni è nata Ada con la sua diversità, ma con la sua voglia e capacità di relazionarsi.

V: Quanto è importante sensibilizzare la società su temi come la diversità e il rispetto del prossimo diverso da me/noi?

G: Tanto, perché se stigmatizziamo il diverso è perché non lo conosciamo, possiamo solo immaginarlo e il suo aspetto oscuro ci sembra minaccioso. Le persone temono quello che ignorano e raramente riconoscono questa estraneità con un atteggiamento di attesa e apertura. Parlare invece del diverso, illustrarlo, spiegarlo, esemplificarlo, mostrarlo riduce le distanze e fa sentire più vicini, aumenta l’empatia e la simpatia, due forze senza le quali non ci sarebbe relazione.

V: Il diverso spaventa più i bambini o gli adulti?

G: A parità di mancanza di riferimenti, l’adulto è forse quello che si crea più giustificazioni, scuse, ragioni per diffidare del diverso. Il bambino più facilmente sa di non sapere e mette in conto la sua mancanza di esperienza senza sentirsi in colpa. Questo non significa che i bambini non siano spaventati dal diverso, che non abbiano strategie difensive di fronte a quel che non conoscono e anche pregiudizi. Ma basta qualche spiegazione e qualche bella esperienza per lasciare un ricordo indelebile che contrasta la paura.

V: Che ruolo ha la maestra per Ada?

G: L’insegnante di ginnastica espressiva è quella che non parla solo il linguaggio delle norme e della ragione, ma quello dell’eccezione, del corpo, della sensibilità. Sa che nella vita si può giocare, imitare, contravvenire alle regole, scoprire, inventare. Non a caso l’illustratrice ha deciso di regalarle un fisico molto abbondante; a modo suo, anche quest’insegnante fa le cose al contrario e quindi è capace di capire Ada, le sue paure, le sue attese, le sue speranze, le sue curiosità. Il suo ruolo è maieutico: è come se le dicesse: tanti animali camminano in modo diverso e tu che animale vuoi essere? Come vuoi camminare? In controluce c’è la domanda: come vuoi vivere?

V: Quanto è importante che le persone accettino le diversità dell’altro?

G: Molto importante, perché accettare l’altro significa farlo uscire dall’isolamento, dalla discriminazione, dalla criminalizzazione legati in qualche modo della sua diversità. Una parola gentile, uno sguardo amico, un abbraccio, un gesto di simpatia possono abbattere il muro di diffidenza e creare un clima di fiducia e di rispetto reciproco. È questo che crea un dialogo proficuo tra le nostre diversità – poiché tutti in qualche modo siamo unici e diversi – e contrasta la chiusura. Non dimentichiamo che alla base della tolleranza c’è proprio l’accettazione.

:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Un’intervista con Bianca Garavelli a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2019

BiancaBenvenuta Bianca, scrittrice, critica letteraria, firma per “Avvenire”, dantista, ti occupi di molti campi e quest’anno sei stata membro della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario “La Provincia in Giallo”. Ce ne vuoi parlare? Come sei stata coinvolta nel progetto?

Grazie Giulietta, è un piacere conoscerti. In realtà, sono la co-fondatrice del Premio “La Provincia in Giallo”, che è nato da una chiacchierata tra me, che ho a lungo studiato il fenomeno del giallo italiano per la mia tesi di dottorato, e Raffaella Spini, presidente nel 2012 del Rotary Club Cairoli. Questo Club, che agisce in Lomellina, quindi in provincia, considera importante anche l’aspetto culturale dei servizi che può rendere alla società: servire per migliorare il mondo, a partire dal proprio territorio, è l’obiettivo generale del Rotary. Ogni anno il Club dona i libri che hanno partecipato al Premio a una biblioteca del territorio.
Nei miei studi sui giallisti italiani dal 1980 ai giorni nostri, ho notato emergere un interesse ricorrente di alcuni scrittori verso i piccoli centri, una sorta di legame fondato sulla condivisione delle tradizioni, che somiglia al regionalismo proprio del Neorealismo. Quindi è nata l’idea di valorizzare questo tipo di romanzi e racconti, e io stessa ho aggregato una giuria, che si è modificata nel corso degli anni. I primi giurati oltre a Mino Milani e me sono stati Giuseppe Lippi e Margherita Oggero. Come Milani, Giuseppe Lippi è sempre rimasto, ma purtroppo lo scorso dicembre si è spento, prematuramente.

Un premio molto particolare, in cui concorrono opere ambientate in provincia di genere giallo. Il noir, specialmente americano, nasce nelle metropoli, nelle grandi città della costa atlantica e pacifica. Solo successivamente la periferia ha acquistato interesse, la provincia, la campagna, i borghi montani. Cosa pensi abbia contribuito a questo cambiamento?  

Credo che sia dovuto a un bisogno di raccontare un’Italia meno vistosa di quella metropolitana, ma non meno importante, anzi forse più decisiva per i cambiamenti, per i fenomeni sociali in corso. È come se la provincia volesse fare sentire la sua voce, fosse stanca di essere sottovalutata. La provincia è la cartina tornasole di mutamenti che coinvolgono l’intera società, nonostante rimanga costante il suo legame con la tradizione. Il genere giallo permette di entrare in profondità nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sempre più sorprendenti. Per esempio, c’è anche un filone che collega la provincia con il soprannaturale, con misteri che sfidano la nostra razionalità, come nei romanzi di Eraldo Baldini e Giorgio Todde.

Il giallo ormai è un genere che ha acquistato una sua precisa nobiltà artistica, anche agli occhi della critica più impegnata e preparata che una volta la considerava letteratura esclusivamente di intrattenimento ma priva di un vero valore letterario. Hai notato anche tu questo cambiamento?  

Sì, e soprattutto ho notato una svolta importante nel 1980, con la pubblicazione di un giallo storico di successo planetario, scritto da uno studioso che godeva di una grande stima: Il nome della rosa di Umberto Eco. Questo romanzo ha spianato la strada a molti altri che, anche se non hanno raggiunto gli stessi risultati, hanno confermato e poi consolidato un interesse crescente. Gli scrittori stessi si sono accorti di questo cambiamento, e si sono aggregati in “movimenti”, in gruppi, nati proprio tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, come il “Gruppo 13” a Bologna e la “Scuola dei duri” a Milano, di cui ha fatto parte lo stesso vincitore di quest’anno, Raul Montanari. Il fenomeno giallo-noir è oggetto di studio anche da parte di accademici illustri, che ampliano il loro raggio d’azione, come testimonia il convegno ricorrente dell’Università La Sapienza, “Roma Noir”, curato dall’italianista Elisabetta Mondello.

Ha vinto Raul Montanari con “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Cosa vi ha colpito di più del suo libro? È stato difficile arrivare a un verdetto finale?

È stato di una difficoltà crescente arrivare alla selezione dei semifinalisti, poi dei tre finalisti e fra questi del vincitore, anche perché quest’anno il Premio ha avuto una partecipazione da record, con sessantanove libri. Credo che la giuria abbia lavorato con onestà e impegno, tenendo conto delle qualità di tutti gli autori. I tre finalisti raccontano delle province molto diverse fra loro, confermando l’idea che il giallo stia mettendo in luce aspetti nascosti dell’Italia di oggi. Fulvio Ervas ci rivela i segreti del Nord-Est, Mariolina Venezia di una Matera sempre meno provincia e più centro di cultura internazionale; entrambi ce ne svelano i lati corrotti, insieme ad altri ancora molto vicini alla tradizione.
Il romanzo di Montanari colpisce per l’originalità della struttura, per la capacità di trasferire in una sorta di provincia quasi astratta, un ambiente in apparenza isolato circondato da montagne imponenti, una trama da noir metropolitano. C’è una doppia sfida in atto nel romanzo: fra adulti e adolescenti, e fra due tipi di “male” incarnati rispettivamente da un ragazzo, come tutti i suoi coetanei navigato in ambito di social network, e da un adulto provato da molte esperienze militari. L’autore ha la capacità non comune di spingere fino all’estremo i suoi personaggi, di mostrarne gli aspetti che li uniscono, anche se sono avversari, creando interazioni da tragedia, e, usando l’attualità per mostrarci lati sconvolgenti della realtà sociale, come il cyberbullismo, che trasforma in incubo persecutorio le potenzialità aggregative dei social.

Ringraziandoti per la disponibilità un’ ultima domanda dedicata a te e al tuo lavoro di scrittrice. Che progetti stai portando avanti? Stai scrivendo attualmente?

Ho in cantiere un progetto dantesco, che si ricollega in parte al mio romanzo del 2015, Le terzine perdute di Dante, uscito da Rizzoli Best BUR. È un omaggio al grande maestro di cui si celebra un importante anniversario nel 2021: i settecento anni dalla morte.

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.