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:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Helena Cornell

14 novembre 2018

21Norwich, Mississippi. La prestigiosa cittadina universitaria si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, incurante della scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti.
Catherine O’Bryan, giovane studentessa della Ole Lady, ritornata alla città natale per lasciarsi alle spalle gli spiacevoli eventi del suo recente passato, si imbatte nello spavaldo Tristan, unico erede dell’antica famiglia Averhart, che dimostra da subito interesse per lei, tanto da infrangere ogni regola e divieto si fosse imposto pur di farsi notare. Oltre il sorriso sprezzante del ragazzo, però, si celano ferite molto più profonde di quelle che la sua pelle mostra con fin troppa assiduità. Nel suo sangue si nasconde l’ira di un predatore, una maledizione che nessun Averhart può sciogliere, nemmeno dopo secoli di sofferenza e molte vite spese in tributo.
Fiamme nella notte, riti sciamanici, cannibalismo, corpi che bruciano occultando agli Umani uno dei più grandi segreti della Storia, ma questa è solo routine per gli Averhart e gli altri Cacciatori.
Il nemico li attende nell’ombra, pronto a ucciderli non appena abbasseranno la guardia. I suoi occhi d’ambra non smetteranno mai di fissarli, fino a quando non li avrà eliminati. Tutti.
Solo la Morte potrà placare la sua terribile Vendetta.

Eccoci dunque a scambiare quattro chiacchiere con Helena Cornell, co-autrice, insieme a Julia Sienna, di “Death is not the Worst”, edito da Gainsworth Publishing.

Ciao Helena e grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima riguarda lo pseudonimo: perché hai scelto di pubblicare con un nome diverso dal tuo? E perché hai scelto proprio Helena Cornell? Be’, a me il cognome fa pensare al grande Chris, ma è probabile che le ragioni siano da ricercare altrove!

Ciao Lady Euphonica, guarda ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo perché sono una persona, anche se non si direbbe, abbastanza schiva. Helena perché non solo è il mio nome in lingua inglese, ma per la magnifica Helena Bonham Carter. Il cognome, in parte l’ho scelto per Chris Cornell, ovviamente, e perché richiama il nome delle “Cornelle”, adorando la montagna, e lo “sturm und drang”.
Questo nome mi sembrava un ottimo modo per unire diverse passioni in uno pseudonimo, quella per il cinema, la musica, i paesaggi da sublime e pittoresco. Il tutto usando un nome molto simile al mio. Sono distratta, mi sarei dimenticata di essere la tizia nello pseudonimo se scelto troppo lontano da quello originale. Non girarsi quando ti chiamano è parecchio brutto, non vi pare?

Veniamo poi al titolo del vostro romanzo: “Death is not the Worst”.

Viene in mente Platone. Ci sono altri riferimenti, più o meno espliciti? A cosa è dovuta la scelta dell’inglese?

Platone è la citazione corretta. I riferimenti sono per tanti tra cui la costante fame di vendetta, presente specialmente in opere come il “ Titus Andronicus”, una tra le più sanguinolente e “gore” del beneamato William Shakespeare. Ad alcuni protagonisti succedono cose ben peggiori della morte, esattamente come nel nostro romanzo. In inglese, be’, essendo io anglofila e Julia esterofila, vista l’ambientazione, abbiamo valutato che in inglese dava più il senso di ciò che volevamo comunicare. In italiano sembrava il titolo di una commedia alla Oscar Wilde, ma non era quella la sensazione che volevamo ottenere nel lettore.

Dovendo avventurarsi nelle definizioni, il vostro romanzo potrebbe rientrare nella categoria Young Adult Urban Fantasy. Come avete lavorato su questo genere, tanto amato quanto oggetto di discussioni?

Sono due categorie che preferirei lasciare divise. Il nostro è un Urban Fantasy che strizza l’occhio alla categoria New Adult, ma per una questione prettamente di nostra goliardia personale. Abbiamo voluto giocare con certi cliché: il ragazzo bello e ricco, la nuova arrivata, il cattivo bel tenebroso… ecco abbiamo preso questi brutti “archetipi”, tanto sfruttati e utilizzati, per creare qualcosa di realistico, di nuovo, un azzardo se vuoi. Ma, ragazzi, ha funzionato! In Italia il genere Urban Fantasy è poco pubblicato e anche conosciuto. Come molto meglio di me potrebbe spiegarti il mio caro amico e collega Luca Tarenzi, si fa una gran confusione su cosa sia davvero Urban Fantasy. Il Paranormal Romance, per esempio, non rientra in questa categoria. L’Urban Fantasy non solo porta i mostri nelle nostre città, ma li rende anche “umani”, donando loro una scelta. La mostruosità esteriore non coincide sempre con quella interiore.

Il romanzo “Death is not the Worst” lascia presagire un sequel. È già in cantiere? Cosa puoi anticiparci?

Sì ha un seguito, uno solo, è una dilogia. Il romanzo è già in cantiere e posso dirti che ne vedrete delle belle. Faremo di tutto per dare a questa storia che ci ha viste unite, il degno finale che aspettano i nostri lettori. Vi anticipo che ci saranno molti colpi di scena e che ci faremo perdonare il cliffhanger del primo libro.

Recentemente sei stata ospite al Lucca Comics & Games insieme a Julia Sienna e a Sara Benatti (in arte Aislinn, autrice, sempre per Gainsworth Publishing, di “Né a Dio né al Diavolo”). Il tuo intervento, in particolare, verteva sull’analisi psicanalitica del mostro vittoriano. Puoi riassumerci i punti salienti?

Grazie di questa domanda. Inizierò con una provocazione bella e buona.
I mostri vittoriani, ma ma più precisamente i mostri gotici e le loro influenze letterarie, altro non sono che un branco di sfigati.
Sono persone frustrate, incapaci di vivere le loro vite senza paturnie, o catastrofi dovute principalmente dal fatto di vivere in una società che non si occupava dei suoi malati di mente, ma che li lasciava soli a sé stessi, quando non li rinchiudeva nei manicomi, autentici e spaventosi lager.
Le categorie analizzate nella conferenza sono essenzialmente tre: il narcisista psicopatico, il figlio rifiutato e il Doppelgänger.
Di solito lo svolgimento dei romanzi di fine settecento di questo genere era basato su canovacci che parlavano sempre di misteri da deus ex machina, cattivissimi senza una motivazione valida che volevano sposare la protagonista, eroine narcolettiche ed eroi factotum che salvavano la situazione senza sapere come. Senza contare che l’elemento sovrannaturale era sempre tenuto soffuso, al minimo, quasi come se si rischiasse di scombussolare troppo la mentalità dell’epoca.
Uno dei pochi cattivi interessanti del romanzo gotico puro è Ambrosio di The Monk, personaggio del romanzo di Matthew Gregory Lewis. Monaco bellissimo e molto devoto che cade “ vittima” delle macchinazioni del demonio che lo sedurrà, portandolo a diventare un assassino, stupratore e ad avere rapporti incestuosi, in una spirale di violenza e devianza psicologica mai vista prima. Il protagonista così finisce, da bravo narcisista psicopatico, a non avere alcuna colpa per le nefandezze che compirà.
Prendiamo Dorian Gray. La sua cattiveria diventa estrema perché non era lui a subire le conseguenze fisiche di ciò che metteva in atto ma era il dipinto. Egli è l’incarnazione dello psicopatico narcisista poiché rifiuta ogni responsabilità collegata alle sue azioni.
Come per il serial killer Ted Bundy, di bell’aspetto, piacevole, simpatico con tutti, tranne che con le sue vittime di cui faceva scempio in maniera orribile.
Ambrosio, Dorian e Ted hanno tratti sadici sessuali molto simili, se analizzati nello specifico.
Ogni cosa, nella vita di Dorian, gli ha sempre urlato che l’unica sua dote fosse la bellezza, così ha venduto l’anima per ottenere questa immortalità, rimanendo solo con quella, una scia di sangue e un suicidio finale annunciato.
Passiamo alla categoria del figlio rifiutato: Frankenstein.
Ho preso a esempio le due figure letterarie che secondo me hanno avuto maggiore peso nella sua creazione: Caliban della Tempesta, (si torna sempre a Shakespeare) e al magnifico canto disperato sulla privazione di libertà che è il Satana di Milton. Caliban (che altri non è che la fusione di Jago di Othello e Aronne dal Tito Andronico) e Satana hanno in comune l’essere sibillini, non agire per mano loro, schiavi di un padre padrone che non li ha mai accettati per la loro natura, rendendoli schiavi dei loro desideri e bisogni. Sappiamo che Milton parlava per metafora della sua delusione politica, ma, rimanendo alla pura psicologia, qui si parla di figli rifiutati. Il serial killer del nostro tempo che meglio incarna questo spirito è Charles Manson: lui ha persuaso i suoi seguaci a fare cose terribili, a causa della sua visione distorta della realtà, ma altro non era che un bambino solo, abusato e reietto. La società crea i mostri, difficilmente essi lo fanno da soli, questo mi preme molto ricordarlo.
Per quanto riguarda il Doppelgänger, di solito si tratta di un individuo castrato a livello sociale e familiare: educazione religiosa, codici morali e sociali opprimenti, abusi ecc. ecc. Il massimo esempio di un mostro del genere lo troviamo ne “Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr Hyde” che è stato ispirato da un’opera precedente di James Hogg, “The private memories of a Justified Sinner”, il cui protagonista è Rober Wringhim, cresciuto da una madre calvinista molto bigotta e senza un vero padre. Porta infatti il nome del pastore che l’ha educato, non certo del laird che l’ha messo al mondo (il padre di Robert, dopo aver deciso di non riconoscerlo, gli preferirà sempre il fratello George). A un certo punto, dopo che il suo padre putativo l’ha investito nel ruolo di prescelto per guidare le masse di peccatori verso la luce di Dio, spunta nella sua vita Gil-Martin, uno spirito maligno, un mostro, talvolta descritto come un demonio, che pare essere responsabile di delitti terribili, tra cui l’uccisione del tanto invidiato fratello.
La cosa affascinante di questo libro è che non capiamo nemmeno nel finale se Gil-Martin sia stato o meno artefice di tali crimini o se sia Robert il vero serial killer.
Il Dr Jeckyll invece è un medico rispettabilissimo, ma stanco di doversi castrare nella società vittoriana, tanto perbenista quanto ipocrita. In realtà la sua storia e quella del suo affascinante doppio, quella sorta di folletto piccolo e ritorto che è Mr Hyde (che diventa più grande ogni volta che il buon dottore prende la pozione) ci viene raccontata dal protagonista Gabriel John Utterson, notaio, occhio vigile e vittoriano che indagherà sulla natura del mostro, fino alla sua fine.
Robert e il Dottr Jeckyll sono entrambi due suicidi, spaventati dall’Es che smuoveva il loro doppio “malvagio”
Il dottore però, tra i due, è quello ad avere la razionalità per comprendere il fenomeno, mentre il povero Robert altri non è che la vittima designata.
Due serial killer da prendere in considerazione, Ed Gein (ispiratore di masterpiece come Psycho o di opere gore come “Non aprite quella porta”), figlio di una madre castrante e bigotta che aveva imposto a lui e al fratello un’educazione morigerata e violenta al tempo stesso. Era considerato un po’ un bambinone innocuo, ma, dopo la morte della madre, iniziò a depredare cimiteri e a uccidere donne per creare un vestito in pelle umana che l’avrebbe trasformato in qualcos’altro, una donna, forse.
Il secondo che analizzerò brevemente è Ed Kemper, anche lui cresciuto in un ambiente soffocante. La madre non era bigotta ma una virago che l’ha portato a odiare tutto il genere femminile. Kemper viveva una doppia vita, a contatto anche con le forze dell’ordine, a cui sembrava solo un simpatico chiacchierone da bar, mentre sfogava le sue pulsioni decapitando studentesse.
Sto lavorando a un progetto carino sull’argomento e presto spero di poter dirvi di più. Ma come potete vedere i serial killer non sono così diversi dai mostri gotici e vittoriani.

Oltre che scrittrice, sei anche editor, un lavoro talvolta misconosciuto o frainteso. Puoi raccontarci cosa fa un editor? Quale percorso è opportuno intraprendere per avvicinarsi a questa professione?

Io lo faccio per la casa editrice, ho avuto brutte esperienze con i privati. L’editor è una sorta di impietoso critico: vede quali sono gli errori in una trama, dove il racconto non fila. È colui che analizza le falle nel character building e mostra con un impietoso specchio gli errori dello scrittore, siano essi buchi di trama o deus ex machina, dopo che il suo lavoro è passato già dal correttore di bozze e dal copy editor. Avvicinarsi al mestiere di editor non è facile: bisogna leggere molto, studiare le trame, capire cosa ci piace e cosa no nelle opere altrui e perché. Purtroppo, ci vuole anche una sorta di talento naturale, ma che va nutrito con lo studio e la costanza.

L’ultima domanda è la cifra della rubrica!

Se “Death is not the Worst” diventasse un film e tu potessi scegliere gli interpreti, chi vorresti nei ruoli principali?

Questa domanda mi piace moltissimo! Ovviamente ho già la lista pronta. Per Xander vorrei Woody Harrelson, per Julius Samuel, L Jackson. Per il malvagio William, Tom Hiddleston, mentre la sensuale e latina Reina la vedrei bene interpretata da Salma Hayek. Tristan potrebbe essere Bill Skarsgård e la sua innamorata, Cat, Madison Davemport.

“Death is not the Worst”, Helena Cornell e Julia Sienna, Gainsworth Publishing http://www.gainsworthpublishing.com/index.html#

Se volete incontrare Helena Cornell, Julia Sienna, Aislinn e Luca Tarenzi, potete farlo alla Libreria Cultora di Milano, il 23 novembre, alle ore 18, in occasione di una tappa della loro “Urban Witches on Tour”.

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Gabriele Dolzadelli

6 novembre 2018

1“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”

Esatto, parliamo di bucanieri, in particolare di quelli raccontati nella saga “Jolly Roger”, di Gabriele Dolzadelli, pubblicata a partire dal 2014 e giunta al suo quinto volume.
Pubblicata o, per meglio dire, autopubblicata. Dolzadelli è infatti uno scrittore indie (per avere un profilo dei self-publisher, vi rimando a un ottimo articolo, datato 2017, del sito Extravergine d’autore: https://www.extraverginedautore.it/blog/2017/04/28/chi-sono-gli-autori-indie/) ovvero un autore che, secondo una certa vulgata, “fa tutto da sé”. Ma sarà poi vero?

Ringraziamo Gabriele per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partirei proprio da quello a cui accennavo nella premessa, il fare tutto da soli. Ritengo sia un falso mito che rischia di danneggiare gli stessi self-publisher meno esperti. La trasformazione di un manoscritto in un libro consta di vari passaggi che l’autore, in taluni casi, deve delegare ad altri. Mi riferisco per esempio all’editing per il quale è necessario l’intervento di un professionista esterno.
Cosa ne pensi? Credi che si sia maturata questa consapevolezza?

Buongiorno Ilaria e un saluto a tutti quanti. Grazie a voi per il vostro spazio. Credo che la consapevolezza in merito alla necessità dell’editing stia prendendo sempre più piede. Questo perché vedo un crescente numero di prodotti indie di qualità, molto competitivi nel mercato editoriale. Penso che siamo sulla strada giusta, ma bisogna farne molta. Purtroppo noto ancora molti dibattiti sul web creati da autori che credono al falso mito dell’editor che stravolge l’opera, la snatura o le toglie personalità. Qualcuno pensa sia un nemico dell’arte e questa ingenuità può solo fare del male a chi ci crede. Spero che venga col tempo completamente debellata. C’è anche da dire, inoltre, che una quantità enorme di persone si improvvisano editor, portando molti autori ad avvalersi di una figura impreparata che, pur correggendo l’opera, non ha le competenze per accompagnare lo scrittore in un percorso di crescita. Perché credo che l’editor sia proprio questo: un maestro che ti aiuta ad affinare lo stile e a sfruttare al meglio le tue capacità. 

A prescindere dai numeri, buoni anche per alcuni scrittori made in Italy, nel mercato del self si trova di tutto, dal lavoro curato in ogni particolare al testo acerbo e non ancora pronto per incontrare i lettori. Proprio l’assenza del filtro editoriale può portare a ritenere il self-publishing come una terra di nessuno dove, in nome di una malintesa democratizzazione del sapere, chiunque può pubblicare qualunque cosa.
Come stanno le cose secondo te allo stato attuale? E come ritieni che si evolveranno nei prossimi anni? 

La democratizzazione non è un aspetto che riguarda solo l’autopubblicazione. Oggi la si vede in tutti i campi. Se ci pensiamo, chiunque può suonare, recitare o creare contenuti sul web, mettendoli a disposizione del pubblico. Grazie a internet ci si può improvvisare in qualunque ruolo. In questo c’è sia del bene che del male. Da un lato la possibilità di incappare in prodotti scadenti, dall’altro la completa libertà che permette una sperimentazione sganciata dalle regole del mercato. Io credo che la meritocrazia farà il suo corso. I lettori stroncano subito sul nascere i prodotti poco curati e chi non prende seriamente ciò che sta facendo finisce per non avere nessuna possibilità di sbocco. Vedo una sorta di selezione naturale, dove chi diventa editore di sé stesso fa parlare di sé e rompe il muro del pregiudizio arrivando a un gran numero di lettori. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. D’altronde, è la legge dei grandi numeri. Su decine di migliaia di opere pubblicate e autopubblicate ogni anno è evidente che ben poche possono essere lette. Queste regole non muteranno. Quello che deve mutare è la testa del singolo individuo. Vuoi vendere solo due copie a parenti e amici? Allora puoi anche non curare il tuo testo. Vuoi arrivare a qualche centinaio di lettori? Allora devi investire tempo, energie e denaro. Non ci sono altre vie. A ognuno la sua scelta.  

Un altro luogo comune, simile a quello che voleva l’ebook contrapposto al libro cartaceo, considera il self-publishing nemico dell’editoria tradizionale. Ritengo che i due ambiti possano lavorare fruttuosamente in sinergia e, come ho sempre pensato che l’ebook fosse una possibilità in più che non avrebbe soppiantato il libro di carta, ritengo che le case editrici siano un bene primario e non sacrificabile della nostra società come lo sono le case di produzione e di distribuzione cinematografica. Allo stesso modo penso che il self-publishing, se scelto con consapevolezza, possa rappresentare una risorsa e, perché no, anche una vetrina o un trampolino, per chi lo desidera e si muove in questo senso.
Cosa pensi che possa imparare l’editoria tradizionale dal self e cosa invece il self potrebbe apprendere dall’editoria tradizionale? 

L’editoria tradizionale può imparare dal self il coraggio di certe scelte. Ho conosciuto autori che avevano in cantiere opere di un determinato genere che l’editoria considerava poco “commerciabile” ma che, al contrario, ha fruttato molto a questi scrittori indie che hanno voluto osare. Dall’altro lato, penso che il self possa imparare dalle linee e le scelte dei grandi editori per comprendere al meglio dove stia spingendo la massa (o dove la si stia dirigendo). Ad ogni modo, sono d’accordo con te. Ci sono diversi autori che sono “ibridi”, forse perché vengono dal self e con altri testi hanno trovato un editore che ha voluto investire su di loro o forse sono autori già pubblicati che per alcune delle proprie opere hanno preferito fare da soli. Una cosa non esclude l’altra. 

Hai creato un gruppo facebook che parla di self-publishing (il gruppo si chiama Self Publishing Italia, N.d.R.). Nel tuo gruppo, come si chiarisce nella descrizione, lo spam è severamente vietato. Eppure, al di fuori, molti autori, non per forza indie, pubblicizzano i propri lavori contando principalmente su questa modalità, probabilmente molto poco fruttuosa.
Ci sono dei consigli che daresti, sulla base della tua esperienza, per promuovere il proprio lavoro? 

Se devo dare un consiglio, direi di essere avvicinabili, amici dei lettori o potenziali tali. Questo lo si fa attraverso i gruppi Facebook, per esempio, dove è facile l’interazione. Bisogna approcciarsi ad essi più come lettori che come autori. Questo porta col tempo ad avere persone fidelizzate e ad acquisire anche una certa autorevolezza sul genere trattato. Ho visto molte persone seguire questa strada e ho notato che ha sempre portato ottimi frutti, considerando anche che i gruppi organizzano giornate autore o letture condivise. Aggiungo, inoltre, il puntare più alla diffusione dell’opera che al guadagno, almeno all’inizio. Una promozione gratuita può creare un bacino di lettori che possono poi generare passaparola o leggere altre tue opere. Risultati che non si possono ottenere impuntandosi sul volere a tutti i costi valorizzare il proprio lavoro con un prezzo più alto. Infine, bisogna stare al passo coi tempi, perché i metodi di promozione variano di volta in volta. Oggi Instagram ha un bacino di utenza crescente, rispetto a Facebook. Le live o le stories sono strumenti che arrivano a più persone rispetto ai post statici. Insomma, bisogna metterci la testa.

Senza contare i riferimenti più scontati, come l’”Isola del tesoro” di Stevenson, un classico per ogni generazione, mi viene in mente “La vera storia del pirata Long John Silver”, di Björn Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea. E poi, per passare al cinema e alle serie tv, la celebre saga “Pirates of Caribbean” o la splendida “Black Sails”, storia di quella sorta di convitato di pietra di “Treasure Island” che è il capitano Flint.
Come sono nate la tua passione per i pirati e la voglia di scrivere questa saga?

Può sembrare strano ma non è una passione che ho avuto o che mi ha spinto a scrivere questa storia. Prima di fare la stesura del primo volume della saga, per esempio, di romanzi sulla pirateria avevo letto solo “L’isola dei pirati” di Michael Crichton. Solo negli anni a seguire lessi Stevenson, Tim Severin o Larsson (a Salgari non mi sono ancora approcciato). La mia idea, infatti, era quella di scrivere una storia corale dotata di un intreccio fatto a regola d’arte, con diversi punti di vista e una serie di messaggi molto forti. Il mio primo progetto fu un thriller moderno, che però non portai mai a termine. Mi sono così scervellato a lungo nel trovare la giusta collocazione di quello che avevo in mente. Così, un giorno mi venne l’ispirazione di tentare con il periodo della pirateria. Ho visto che la cosa poteva funzionare e da lì ho cominciato a informarmi e approfondire la tematica e il periodo storico. Piano piano la cosa ha preso forma, ma chi ha letto la saga ha ben capito come l’ambientazione piratesca, pur essendo suggestiva, non è il fulcro di questa saga. Piuttosto, lo sono le vicende umane dei diversi protagonisti, le loro ossessioni e sentimenti. 

Un’ultima domanda: se i tuoi romanzi diventassero un film e avessi carta bianca sugli interpreti, chi sceglieresti per i ruoli principali?  

Per Sid, ci vedrei bene Eddie Redmayne, per Isaac, Aidan Turner e per Yan lo Sfregiato ho sempre pensato a Benicio Del Toro. Mi fermo qui perché i personaggi sono davvero tanti e dovrei fare una lista lunghissima. 

Gabriele Dolzadelli, “Jolly Roger”, https://gabrieledolzadelli.com/

:: Un’ intervista con Kara Lafayette a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2018

karaKara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?

R: Ciao Giulia, grazie di avermi ospitata. Dunque, innanzitutto no, non vivo in Trentino, ma in Alto Adige, in una piccola frazione di un paese in provincia di Bolzano, che recentemente Salvini ha definito splendido. Avrei giusto qualcosa da ridire in proposito, ma tralasciamo. Mi guadagno da vivere come educatrice nella scuola dell’infanzia, un lavoro duro e complicato, ma che mi piace sempre. Il mio nickname nasce dalla fusione di due personaggi appartenenti a due serie televisive, ai quali sono molto legata. Il primo è Kara Thrace di Battlestar Galactica (l’attrice è Katee Sackhoff) e il secondo è Lafayette Reynolds di True Blood (Nelsan Ellis, l’attore, è morto poco più di un anno fa). Sono entrambi dei personaggi forti, particolari, sui generis, se vogliamo. Puri nel loro essere autentici, anche – se non soprattutto – grazie alle loro imperfezioni. E poi sono bellissimi, carismatici. Non dico che mi ci riconosco, non voglio apparire presuntuosa. Semplicemente li amo e mi piace l’idea di averli uniti.

Da educatrice, a contatto con i bambini, pensi che faccia differenza avvicinarli anche molto piccoli ai libri, colorati, con bei disegni, con storie semplici e divertenti? Pensi che la mancanza cronica di voglia di leggere degli adulti, perlomeno in Italia, sia dovuta anche a una scarsa educazione alla lettura ricevuta? Che consigli daresti in questo senso? La scuola fa abbastanza?

R: Questo è un tasto dolente. Il compito principale di un educatore è quello di trasmettere ai bambini gli strumenti per vivere all’interno dei contesti sociali. Per stare in comunità, tra la gente, consapevoli delle proprie emozioni. Spesso mi sbalordisco di come questi strumenti non vengano suggeriti attraverso il fantastico. La magia della fantasia, in soldoni, è l’arma vincente per non soccombere ai problemi della vita. L’aumento delle famiglie disfunzionali, che faticano sempre di più a gestirsi autonomamente, dovrebbe far riflettere noi insegnanti sull’importanza di donare a questi bambini (sempre più soli, più insicuri, più fragili) dei salvagenti. La lettura di storie, delle fiabe specialmente, che si è un pochino persa, è imprescindibile per la formazione di un individuo. Qualche giorno fa, insieme alla mia collega, ho deciso di leggere ai bambini la versione di Hansel e Gretel di Neil Gaiman (che consiglio a tutti i tuoi lettori di acquistare), creando un’atmosfera adeguata. La storia di Hansel e Gretel, come tutti sanno, è una storia dell’orrore. E come tutte le storie dell’orrore che si rispettino, attraverso l’immaginazione affronta tematiche di vario genere. La versione di Gaiman, illustrata da Lorenzo Mattotti, è abbastanza lunga, le immagini sono in bianco e nero, a tratti quasi difficili da decifrare. Temevo fosse troppo per loro. L’hanno ascoltata tutti in assoluto silenzio, completamente rapiti. È stato un esperimento interessante, che ha avvalorato ciò di cui ti ho parlato all’inizio. Le emozioni non si devono descrivere, abbellire, edulcorare. E certamente non millantare. Emozioni, emozioni… Provocatele, piuttosto. Vivetele. E decifratele. Mi chiedo come possano riuscirci i bambini se gli adulti hanno smesso di farlo. E allora insisto: leggete, leggete storie fantastiche. Leggete Neil Gaiman, visto che l’ho menzionato, che ha molto più da dirvi di tanti altri serissimi autori. Leggete romanzi, fumetti, racconti. Non temete l’horror, il fantasy o la fantascienza. E se non sapete da dove iniziare, chiedete, informatevi. I bambini hanno bisogno di adulti che li capiscano e la via di comunicazione è il fantastico. Sarei anche stanca di dirlo, dopo quindici anni di lavoro.

Sei anche un’autrice indipendente, hai pubblicato su Amazon Il regalo, Cosa fare in città mentre aspetti di morire e Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici? Ce ne vuoi parlare?

R: Volentieri. Il Regalo è un racconto ispirato a Perfection, di Germano Hell Greco. Mi sono divertita a cimentarmi con la fantascienza (che per me è un genere estremamente complesso, per il quale nutro una sorta di reverenza), immaginando una storia nelle terre desolate inventate da Germano. La protagonista è una bambina speciale, che si ritrova catapultata nella cittadina di Little Wonder (sì, come la canzone di David Bowie), costretta a vivere con uno strano vecchio e una replicante adolescente. Quest’ultima è un personaggio presente anche in Starlite, il seguito di Perfection, scritto da Germano. Il Regalo è autoconclusivo (anche se in tanti mi hanno chiesto di proseguire, chissà), si può leggere tranquillamente senza conoscere Perfection e Starlite. Chiaramente io consiglio di leggere tutto lo stesso, che male non fa.
Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici è, invece, un racconto horror, uno slasher ambientato a Bolzano. Ho cercato di mischiare humor nero e horror, raccontando una storia di amicizia, vera e presunta, di umana miseria. Con ironia. O almeno, ci ho provato.
Cosa fare in città mentre aspetti di morire è la mia prima antologia, contenente sette racconti dell’orrore sempre ambientati nella mia fantasmagorica regione. Una regione un po’ emarginata, come se non fosse italiana, ché qui sono tutti tedeschi, ma non è così. Sento proprio l’esigenza di ambientare le mie storie qui, nell’ambiguità di una terra descritta come l’Eden, ma che è un agglomerato di contraddizioni. La raccolta presto sarà disponibile anche in versione cartacea, con un bonus track per chi desidera avere il libro da sfogliare e annusare. Ci sono molto affezionata, è stata la mia prima pubblicazione e devo ammettere che ne vado particolarmente fiera.

Hai mai valutato l’editoria tradizionale? Se un buon editore ti proponesse un contratto serio, con anticipo e tutto, lo prenderesti in considerazione?

R: Non ho mai preso in considerazione l’editoria tradizionale, un po’ per disincanto e un po’ perché adoro essere un’autrice indipendente. Se un editore mi facesse una proposta seria e fruttuosa, perché no. Ma dovrebbe vedersela con Amazon, in quanto a serietà e fruttuosità.

Oltre che autrice, sei anche blogger, Secondo Kara Lafayette è il tuo blog. È importante per un giovane autore avere un blog? Ti aiuta a conoscere meglio i tuoi lettori?

R: Certo che è importante. Comunicare è importante. Attraverso il blog, la pagina Facebook e Instagram, cerco di divulgare ciò che faccio e ciò che amo, con articoli, disegnini (perché il disegno è il mio primo amore), foto. Non mi piace molto mettermi in mostra, come fanno molti colleghi (e colleghe), il rischio secondo me è quello di creare un personaggio a discapito di ciò che si crea. Un po’ come finire nel minestrone di un grande fratello vip, dove tutti ti conoscono per il semplice fatto che appari, ma nessuno sa cosa fai realmente e quindi nessuno compra i tuoi libri, nessuno ti legge. Purtroppo questa è la tendenza, oggi. Se proprio decido di mostrarmi, preferisco farlo con autoironia, piuttosto che atteggiarmi a guru tracotante serietà, sparandomi le pose. Ti dirò, la vera invasione è questa, altro che migranti.

L’horror, con sfumature ironiche e bizzarre, è il genere che ti attrae di più?

R: Diciamo che è il genere che preferisco scrivere. Non so se riesco nell’intento, ma è sicuramente la linea creativa che prediligo.

Quali sono gli autori che ami di più, e quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?

R: Ti parrà bislacco, ma Pennac e i suoi Malaussène mi hanno influenzata moltissimo. È quel tipo di storia piena di personaggi strampalati e interessanti di cui vado matta. Per quanto riguarda il mio genere preferito, non so se mi hanno influenzato, ma sicuramente mi hanno arricchito: Clive Barker, Dan Simmons, Brian Keene, Shirley Jackson, Agota Kristof, Neil Gaiman. Tanti, tantissimi, non finirei più. Da qualche anno mi sono innamorata di Gillian Flynn, autrice che mi ha sconvolto letteralmente.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

R: È nata grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) a Germano. La scrittura ci ha fatti conoscere, incontrare e, pensa un po’, innamorare. Prima di incontrarlo mai avrei pensato di pubblicare una mia storia. Mi ha aiutata a credere in me stessa, migliorandomi giorno per giorno a suon di correzioni. Lui è un editor bravissimo, perché ti pone davanti ai tuoi difetti, senza ruffianaggini. Ho imparato molto da lui e dai nostri colleghi.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, e con chi?

R: Mi piacerebbe scrivere un libro con Lucia Patrizi. Perché mi misurerei con un’autrice che scrive romanzi eccezionali, oltre che con un’amica. Una grande amica.

Donne che scrivono horror non è raro trovarle all’estero, mi viene in mente la grande Shirley Jackson, in Italia lo è un pochino meno. Come te lo spieghi? Esiste una Stephen King donna, in Italia?

R: In Italia si è perso il rispetto del genere, se dici apertamente che ami l’horror ti guardano storto e ti rispondono che leggi “quelle robe lì, quelle cagate”. Non sanno di cosa parlano, ovviamente, e per me è triste questa abissale ignoranza culturale. Se leggessero Shirley Jackson, visto che l’hai menzionata, probabilmente si sentirebbero delle nullità. L’horror è il genere di cui vergognarsi, il compagno di classe cretino da bullizzare, il fratello storpio da segregare in soffitta. Non esiste nessuna Stephen King donna, in Italia, ma nemmeno uomo, se è per questo. Non c’è nessun autore italiano o autrice di tale portata che può permettersi di vivere di scrittura dell’orrore, con una bella casa sul lago, che sforna libri in serenità e il cui nome viene scritto a caratteri cubitali. Sarebbe bello, darebbe perlomeno speranza a tutti noi che aspiriamo a una carriera in questo campo.
Però abbiamo Michele Mari, che è un grande autore, che consiglio di recuperare. Di donne non me ne vengono in mente, ma se tu ne conosci ti prego, illuminami.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici letterari a recensire, o anche solo leggere, autoprodotti? O noti che è in atto un cambiamento. Cioè un “se il fenomeno non lo possiamo arrestare, almeno governiamolo”?

R: Più che ritrosia direi che è una questione di snobismo malcelato. Io non sono nessuno, ho scritto davvero poco e non faccio testo. Ma tantissimi miei colleghi autoprodotti, con all’attivo tantissimi titoli di qualità e che sono nel settore da anni e anni, meriterebbero di essere osannati dalla critica. Penso a un Alessandro Girola (ecco, lui dovrebbe essere a tutti gli effetti lo Stephen King italiano), che scrive tanto e bene, e ha, tra l’altro, sdoganato alcuni sottogeneri, essendo stato il primo in Italia a scrivere di kaiju. Ma siccome non ha il marchio di una casa editrice (anche microscopica, che magari non conosce nessuno e con la quale non si guadagna un tubo), allora non esiste. Il bello è che invece esiste e ha un seguito di lettori affezionati. Girola è solo un esempio. Io sono agli inizi, ma mi ci metto dentro con orgoglio: esistiamo, siamo in gamba e non molliamo. Per buona pace di chi ci vuole male.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

R: Un sacco di volte, cara Giulia, lo sconforto ha cercato di sopraffarmi. Non sono tanto le critiche che, se costruttive, possono essere degli ottimi feedback per crescere e migliorare, ma piuttosto l’indifferenza generale. E poi aggiungici lo stress e la stanchezza della vita quotidiana che, inevitabilmente, ti spezzano le gambe (io già le ho corte, figurati). Il trucco è amare quello che si fa e circondarsi di amici che ti capiscano. E continuare a progettare.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

R: Ho da poco iniziato Grotesque di Natsuo Kirino, l’autrice di Quattro casalinghe di Tokyo. Contemporaneamente sto rileggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello (se la Jackson fosse viva oggi le fischierebbero le orecchie), perché dopo la visione della splendida serie tv The Haunting of Hill House, mi è venuta voglia di rileggere tutti i suoi scritti. Poi toccherà a Buscafusco di Davide Mana, che ho avuto la fortuna di acquistare in italiano prima che lo ritirasse. Mi sento una privilegiata.

Per concludere, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando?

R: Ho preparato le illustrazioni di una storia per bambini scritta da Laura Stenico, interamente autoprodotta, il cui ricavato andrà in beneficenza. Come ti accennavo all’inizio, farò uscire su Amazon il cartaceo della mia raccolta Cosa fare in città mentre aspetti di morire con un racconto bonus e, se l’editor approva, pubblicherò un nuovo racconto horror ambientato, guarda un po’, in una scuola. E potrei anche non fermarmi qui. Nel frattempo collaboro con la rivista online dedicata al fantastico, Melange, e invito tutti i tuoi lettori a farci un salto e a seguirla (esistono anche la pagina Facebook e Instagram). Siamo un gruppo di loschi individui, ma pieni di sentimenti.

Spero di non aver ammorbato te e i lettori di Liberi di scrivere. Ti ringrazio infinitamente per l’inaspettata intervista, che mi ha lusingata e imbarazzata allo stesso tempo. ^^

:: Un’ intervista con Davide Mana: Patreon è un’ opportunità per gli scrittori?

3 novembre 2018

DavideConoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su Strategie Evolutive), scrittore, divulgatore culturale, bene, gli ho chiesto oggi di parlarci di un progetto a cui aderisce (con successo) da poco più di un anno, e che dovrebbe interessare molti artisti (in qualunque campo operino) che cercano entrate regolari per praticare in maggiore autonomia e libertà la loro arte. Si chiama Patreon. Per chi non conoscesse Patreon è una piattaforma internet, con sede legale a San Francisco, che consente ai fan di un artista, ai lettori per uno scrittore, di aiutarlo concretamente con un contributo regolare mensile, (che va da 1 dollaro del classico caffè, a qualche centinaia o migliaia di dollari in alcuni casi), a creare le sue opere. Il supporter o patrono è dunque una sorta di mecenate che apprezza così tanto i disegni, i video, gli scritti, la musica di qualcuno da dirgli: ehi io sono qua, ti supporto, sono dalla tua. E non solo a parole, ma coi fatti. Ma per saperne di più chiediamo appunto a Davide Mana che ha avuto il coraggio di buttarsi nell’ impresa.

Innanzitutto grazie Davide di essere qui, e grazie di averci concesso questa intervista per parlare di un tema che sicuramente interesserà parecchi creativi, parlo di creativi in senso lato perché nessuna arte è discriminata. Iniziamo col fare chiarezza, che differenza c’è tra Patreon e un tradizionale crowdfunding

R: Grazie per l’ospitalità.
La fondamentale differenza fra Patreon e un crowdfunding “tradizionale” (Kickstarter, Indiegogo, Produzioni dal Basso ecc.) è che mentre il crowdfunding si focalizza su un progetto, Patreon si focalizza sull’autore.
In altre parole, quando lancio un crowdfunding, chiedo ai miei fan (e a tutte le persone interessate) di aiutarmi a finanziare un progetto specifico: un romanzo, un disco… La Humphrey Bogart Foundation ha finanziato un eccellente film noir, ad esempio, usando un crowdfunding. In cambio del loro supporto, i finanziatori hanno ricevuto una copia del film in anteprima, come scarico digitale. La ricompensa per chi partecipa a un crowdfunding è sempre legata al progetto specifico: una copia del disco, una edizione limitata del romanzo, ecc. Possono esserci ricompense extra, se si superano certi traguardi, ma di base il crowdfunding dice: “mi serve la cifra X per produrre il mio libro/film/disco/fumetto/gadget tecnologico, versami almeno Y e ne avrai una copia.”
Il fuoco del progetto è un prodotto specifico e ben definito, e i fondi raccolti vanno a coprire le spese vive del prodotto stesso: i costi di revisione, editing, stampa ecc per un romanzo; i costi di incisione e produzione per un disco, e così via.
In un crowdfunding io aderisco, viene prelevata una certa cifra dalla mia carta di credito, e a tempo debito ricevo la mia ricompensa.
Patreon è invece uno strumento che permette ai fan (chiamati “Patrons” o sostenitori) di aiutare l’autore o l’artista (chiamato “Creatore”) a continuare a produrre le sue opere. Il modello è quello classico del mecenatismo: pago l’artista perché continui a fare ciò che mi piace. Lo scopo non è quello di coprire le spese di un determinato progetto, ma generare un fisso mensile che l’artista possa usare per pagarsi le spese mentre crea le sue cose. Di base, perciò, il Creatore su Patreon dice ai propri fan: “Aiutatemi a pagare le bollette di casa, in modo che io possa continuare a scrivere/a dipingere/a fare ciò che vi piace. Per ringraziarvi vi darò delle cose che non darò a nessun altro.”
Con Patreon io aderisco, una cifra fissa viene prelevata ogni mese dalla mia carta di credito, e io ricevo mensilmente, o settimanalmente, le mie diverse ricompense.
E infatti il sistema di ricompense di Patreon è molto più flessibile e divertente: conosco una disegnatrice che condivide coi suoi sostenitori su Patreon tutti gli schizzi preliminari dei propri dipinti, che normalmente nessun altro vede. Ci sono musicisti che regalano ai loro fan su Patreon incisioni alternative delle loro canzoni e brani inediti, o che li premiano con inviti dietro le quinte ai concerti. I miei supporter su Patreon ricevono delle storie esclusive scritte apposta per loro, possono sbirciare da sopra la mia spalla mentre scrivo, vedere scene tagliate e appunti, assistere a sessioni di editing… Il rapporto su Patreon non è finalizzato a un progetto, ma è continuativo, ed è molto più personale.

Come sei venuto a conoscenza di questa realtà, e quali casi di successo ti hanno dato la spinta per provare anche tu?

R: Patreon è stato messo in piedi da un giovane musicista americano che si chiama Steve Conte, metà del duo Pomplamoose, che avevo scoperto a suo tempo su YouTube. Seguendo i Pomplamoose venni a sapere dell’esistenza di Patreon, e ben presto la voce cominciò a circolare fra gli scrittori indipendenti: Patreon sembrava funzionare, e bene, per i musicisti, per gli Youtuber, per i podcaster. Persino per i cosplayer. Si poteva adattare anche agli scrittori? Qualcuno ci aveva provato?
Il primo caso di successo in cui mi sono imbattuto, poi, è stato quello di Caitlin R. Kiernan, una brava e popolare autrice horror americana che da anni opera come indipendente, e che è stata una delle prime ad adottare Patreon. Poi sono venuti altri. Con alcuni autori che stavano sperimentando questo nuovo strumento ci si conosceva e frequentava da tempo. Feci domande, sentii cosa ne pensavano. Tutti parevano decisamente soddisfatti. Cominciai allora a pianificare un esperimento.
Poi qualcuno si premurò di spiegarmi in dettaglio che all’estero funzionava, ma per un italiano non avrebbe mai funzionato. E allora decisi di provare.
In fondo, se aveva funzionato per Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, poteva funzionare anche per me, no?

Dunque è una piattaforma americana, i creatori di contenuti in lingua in inglese saranno favoriti. È possibile partecipare anche in altre lingua che non siano appunto l’inglese, mi dicevi?

R: La piattaforma Patreon è aperta a tutti, e serve solo a facilitare e automatizzare gli scambi fra artisti e fan. Ma alla fine, sei tu che entri in contatto con i tuoi fan, e quindi la lingua è quella che tu e i tuoi fan condividete. E sei tu a fornire contenuti e premi ai tuoi supporter, quindi anche in questo caso, sei tu che controlli ogni aspetto dell’interazione.
Io ad esempio, che sono complicato – e ho fan in Italia e all’estero – devo fornire contenuti in italiano e in inglese, per accontentare tutti. Ma non è un grosso sacrificio.

Il difficile è allargare la cerchia dei supporter a quanto ho capito, ma ci sono diversi premi modulati si può dire per tutte le tasche. Tu come ti orienti e ti muovi per cercare nuovi sostenitori? Che tipo di autopromozione fai? Patreon aiuta in questo senso o bisogna fare tutto da sé?

R: Procediamo con ordine.
L’artista su Patreon ha piena libertà nella scelta del tipo di donazioni e ricompense.
Di solito si procede a livelli. Nel mio caso, tutti coloro che mi versano un dollaro al mese ricevono l’accesso a un blog esclusivo sul quale posto almeno una volta alla settimana, più l’accesso al “dietro le quinte” del mio lavoro: appunti, schede e schemi, scene tagliate, materiale raccolto facendo ricerca. Hanno insomma la possibilità di vedere come lavoro. Il livello successivo è la Five Bucks Brigade, i coraggiosi che mi versano 5 dollari al mese. Queste persone hanno accesso a tutto ciò che rendo disponibile al livello precedente, e in più ricevono un racconto in esclusiva al mese. Hanno inoltre uno sconto su tutti gli ebook che mi autoproduco, e compatibilmente con gli orari, una volta al mese ci si vede in videoconferenza per chiacchierare. Il terzo livello è per coloro che mi versano dieci dollari al mese, e che ricevono tutto il materiale dei due livelli precedenti, e hanno gratis tutti i miei ebook, di solito una settimana prima che escano su Amazon.
Ma questo è il mio schema, e per ora pare funzionare. Posso cambiarlo, ampliarlo o ridurlo. Si possono adottare sistemi diversi. Lo scrittore Thobias Buckell, ad esempio, ha un solo livello secco a 1 dollaro, e tutti gli iscritti (ne ha svariate centinaia) ricevono un racconto in esclusiva al mese. Il mio amico Ari Ragat fa la stessa cosa, ma il suo livello unico è a 5 dollari. E Caitlin Kiernan ha una decina di livelli diversi.
Come trovare supporter: si spera di avere dei fan, che ci sia insomma qualcuno disposto a rischiare almeno un dollaro al mese per aiutarci ad andare avanti, sulla base della promessa che così potremo creare di più.
Patreon offre una serie di strumenti molto semplici (bottoni per iscriversi, badge, mailing list ecc), ma il grosso del lavoro tocca a noi. Sono i nostri fan, siamo noi a dover sapere come raggiungerli e come spiegargli cosa significa supportarci su Patreon.
Statisticamente, i creativi “di successo” su Patreon hanno dai trenta ai cinquanta supporter, mentre le superstar ne hanno oltre il centinaio. Far crescere il numero di supporter è un grosso sforzo, certamente, ma è anche un aspetto della piattaforma che ci obbliga a pensare a ciò che stiamo facendo, e al nostro pubblico: ci sono persone che mi sostengono, ma ora cosa devo fare di meglio, o di diverso, perché gli altri miei fan si decidano ad aiutarmi?

Se uno poi vuole uscire è semplice, ci sono penali?

R: Per poter entrare su Patreon, prima di essere titolari di una pagina, è necessario essere fan di due artisti già registrati. In altre parole, è necessario versare almeno un dollaro al mese ciascuno ad almeno due artisti. Io al momento ne supporto quattro (due scrittori, una pittrice e un vlogger). E nel momento in cui si desidera uscire da Patreon, basta cancellare la propria pagina e, se lo si vuole, sospendere il supporto ai due (o più) artisti che stiamo sponsorizzando. Non mi risulta ci siano penali di alcun tipo.

In un certo senso Patreon ti responsabilizza?

R: Estremamente.
In primo luogo ti obbliga a mantenere una certa tabella di marcia. La mia Five Bucks Brigade (devo disegnare un logo apposta per loro, tra l’altro, per Natale) si aspetta un racconto nuovo al mese, in Italiano e in Inglese, e io glielo devo—perché loro i soldi li hanno versati per davvero, mi hanno dato la loro fiducia, non posso deluderli.
Ma è anche una grossa spinta per la fiducia in se stessi—perché c’è gente là fuori che crede nel nostro lavoro abbastanza per rischiare 1, 5 o 10 dollari al mese. E perciò quando hai una giornataccia, e ti trovi a domandarti se ciò che stai facendo valga la pena, se a qualcuno importi qualcosa di ciò che scrivi, o disegni o fai, beh, con Patreon tu SAI che quelle persone ci sono, le conosci per nome, ci scambi anche qualche parola di tanto in tanto. Fa bene all’anima, e aiuta a restare focalizzati.

Come premi si possono mandare anche audiolibri, quali altri scrittori anche in lingua inglese l’hanno fatto con successo? Patreon è attrezzato per caricare file audio?

R: Sì. Patreon ha uno strumento integrato che permette di condividere file audio coi propri sostenitori, per cui è possibile caricare audiolibri, o podcast. Uno degli autori che seguo e supporto usa i file audio per condividere delle anteprime dei propri racconti con i suoi fan, brani del proprio lavoro che lei legge e commenta in audio.
Allo stesso modo, Patreon integra anche Discord—uno strumento per chattare e giocare in gruppo online—e Reddit, per cui è possibile condividere coi propri sostenitori delle discussioni su quella piattaforma.

È una comunità coesa? Ci si aiuta tra colleghi o ognuno opera per conto suo?, c’è un forum?

R: Ciascun artista ha la propria comunità di sostenitori, ma Patreon non ha uno strumento specifico per favorire la comunicazione fra creatori. Alla fine ci si conosce e ci si scambia idee e suggerimenti privatamente, e di propria iniziativa, se succede. Da quel che ho visto, esiste una sorta di filosofia che porta chi è dentro da più tempo ad aiutare chi è appena arrivato, una specie di spirito di frontiera come ai vecchi tempi di internet. In fondo è un po’ ciò che io sto facendo qui, e che altri hanno fatto per me un anno fa e più.
Ciò che Patreon fornisce è un blog che settimanalmente offre consigli su come promuovere il proprio lavoro, come dare nuove ricompense ai sostenitori, e esamina casi di successo. C’è anche una ricca biblioteca di esempi e di articoli su vari aspetti della piattaforma e del suo uso.

Nella tua esperienza i tuoi sostenitori sono un pubblico difficile, o li hai trovati ben disposti a venirti in contro nei vari momenti della tua attività? Partiamo dal presupposto che è gente che crede in quello che fai, che vuole sostenerti.

R: Potrei cominciare col dire che i miei sostenitori sono persone fantastiche—è vero, ma suonerebbe sospetto. Perciò mettiamola in questo modo: i sostenitori su Patreon sono le persone alle quali il tuo lavoro piace abbastanza da volerti versare un mensile perché tu possa continuare a farlo. Sono i “superfan”, quelli che credono in te. Sono quelli che fanno la coda col sacco a pelo davanti alla biglietteria per essere i primi ad avere il biglietto del concerto. Quelli che hanno la maglietta col tuo logo. Che preordinano il tuo libro un mese prima che esca, e che vengono a farselo autografare.
Se sono “difficili” è perché da te si aspettano il meglio—ma di fatto sono persone fantastiche, e si fidano di te. O non sarebbero su Patreon a sostenerti.

Ora sembra tutto fantastico, parlando dei lati bui, quali sono state le maggiori difficoltà? a parte trovare supporter, di cui ne abbiamo già parlato.

R: Io in un anno lati bui non ne ho trovati. È necessario imparare a organizzarsi, avere un calendario, ricordarsi di mantenere i contatti con i sostenitori, dargli ciò che si è promesso. Ma non è una cosa difficile. Può capitare di arrivare in ritardo—i supporter lo capiranno, ma dobbiamo dirglielo. Può capitare che qualcosa vada a gambe all’aria—dobbiamo dirgli anche questo. Magari potrebbero addirittura darci dei consigli utili per salvare il salvabile.
L’onestà e la chiarezza sono indispensabili—penso a Holly Lisle, un’eccellente scrittrice e insegnante di scrittura, che è sbarcata su Patreon pochi mesi or sono dicendo chiaramente che era lì perché con l’ultimo uragano sul Golfo del Messico aveva perso la casa, e avrebbe ricompensato con racconti, consigli di scrittura e sessioni di editing chiunque l’avesse aiutata a rimettersi in piedi.
E davvero, in un anno di attività, Patreon è l’unico aspetto del mio lavoro che non mi abbia dato problemi e non mi abbia causato periodiche crisi di sconforto. Anzi, aiuta a uscire dalle crisi di sconforto.

Perché secondo te da un punto di vista psicologico è così difficile per un italiano partecipare al progetto?

R: La domanda da un milione di dollari. Perché ci hanno insegnato a diffidare, probabilmente. E perché la filosofia dell’ottenere l’intrattenimento gratis è penetrata a fondo nella nostra cultura. A questo, io credo, si aggiunge una certa inerzia nell’adottare soluzioni tecnologiche: conosco persone (e non ottantenni) che non usano PayPal o la carta di credito, e che non si fidano a fare acquisti online. Figurati chiedere a costoro di inserire i propri dati e poi versare in automatico un dollaro al mese a fronte della promessa di gratitudine e di chissà che altro.

Dal punto di vista fiscale?

R: Fa tutto Patreon, che trattiene la percentuale dovuta al fisco di ciascuna nazione da cui arrivano le donazioni, e la versa in automatico.

Da un punto di vista tecnico come funziona? È l’artista che deve mandare i “premi” promessi ai vari sostenitori o fa tutto Patreon, almeno la gestione possiamo dire della fase di smistamento?

R: Di base, Patreon è come un blog. Se sai aggiornare un blog su WordPress o su Blogspot, sai anche usare Patreon. Il Creatore aggiorna periodicamente la propria pagina, programma la data di uscita dell’aggiornamento, e i contenuti vengono condivisi in automatico con i sostenitori. È possibile selezionare a quale fascia di pubblico arriveranno i contenuti. Nel mio caso, io di solito condivido contenuti pubblici (un assaggio gratis, almeno una volta al mese, anche per chi non mi sostiene), contenuti per tutti i sostenitori (i vari dietro le quinte e così via), contenuti per i membri della Five Bucks Brigade (i racconti in esclusiva, i post per concordare quando vederci, gli sconti), e i contenuti per il Terzo Livello (gli ebook gratis ecc). Patreon si premura di informare via mail tutti gli interessati quando un contenuto è disponibile per loro, e altrettanto mi comunica eventuali loro commenti o richieste o cose.
Ogni aggiornamento è dotato di tag, per cui è possibile rintracciare anche vecchi post, ed è possibile condividere testi, immagini, file audio, video e immagini, condurre sondaggi. È uno strumento semplice, a volte persino troppo spartano, ma anche molto completo.

Bene è tutto, se dopo questa tua intervista qualcuno fosse curioso o volesse sostenerti, quale è il link diretto per diventare tuo sostenitore?

R: Detto, fatto: https://www.patreon.com/davidemana

Sono giusto sul punto di caricare un nuovo aggiornamento per tutti i miei supporter…

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Vittorio Cotronei

31 ottobre 2018

cotroneiVittorio Cotronei è un autore (col)legato alla terra: quella di cui parla in “Passato remoto” (2018) e anche quella di “Andalù” (2015), sorta di prequel ideale – i due romanzi possono anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro – del romanzo pubblicato nel 2018.
Proprio quando affonda la scrittura nella descrizione dei luoghi naturali, Cotronei tocca le sue personali vette: la prosa si fa materica e allo stesso tempo immaginifica, in quel collegamento ideale fra Apollo e Dioniso che rappresenta un afflato stilistico dell’autore. In un certo senso, tra immanente e trascendente, si colloca anche il personaggio di Marino Maltese, di professione ufologo, già conosciuto proprio in “Andalù” e di nuovo protagonista di “Passato remoto”.

Sulla quarta di copertina leggiamo:

“Il Modesti”, pensionato della Solvay e noto bracconiere, si getta dalla rocca di Poggio Primo Marittimo apparentemente senza una ragione. Unico interessato a far luce sul mistero di quella morte sembra essere Marino Maltese, un ufologo, che torna così nei luoghi della sua giovinezza: un antico borgo dell’entroterra toscano. Nella casa del suicida rinviene dei fogli scritti in alfabeto etrusco che lo indirizzano verso il mondo dei tombaroli e del mercato nero di reperti archeologici. L’indagine lo condurrà in un luogo misterioso che pare legato al mito di Tagete, il ‘Saggio dalle sembianze di fanciullo’ che leggenda vuole abbia insegnato agli Etruschi la scienza sacra dell’aruspicina. Scavare nel passato, nel proprio e in quello del territorio che lo ospita, non è sempre facile per Marino Maltese che si trova costretto a condurre la propria surreale indagine tra mille ostacoli, pericoli e personaggi bizzarri fino a un imprevedibile finale.

Ringraziamo Vittorio Cotronei per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima curiosità riguarda l’ambientazione delle tue due ultime storie, “Andalù” e “Passato remoto”: la provincia, in particolare la provincia toscana. Come riesci a mantenere equilibrio tra lo stereotipo – in qualche modo utile per fare breccia nell’immaginazione di lettori anche molto distanti da quei luoghi – e la non genericità dei luoghi e delle situazioni?

In realtà cerco sempre di essere molto sincero e schietto nel descrivere la provincia. Riporto semplicemente ciò che vedo, ciò che ascolto nei bar, impregnandolo del mio punto di vista. Quasi sempre ne emerge un rapporto di amore-odio che potrebbe riassumersi nell’amore incondizionato, quasi estatico, per i luoghi intesi come “terre” e una critica per la mentalità di chi vi abita. Una mentalità spesso omologata, conformista e ipocrita, a volte meschina, dove non sembra esservi spazio per il diverso.

Quali sono gli autori che più ami e quelli a cui magari ti ispiri, almeno un po’? E quali sono invece gli scrittori (fuori i nomi!) o i generi letterari, se preferisci, con i quali, da lettore, non riesci ad avere un buon rapporto?

Autori che amo sono sicuramente Buzzati, Garcia Marquez, Dostoevskyij, Checov, Orwell … Potrei andare avanti all’infinito. La letteratura è grande quasi quanto l’universo, gli autori sono stelle. Tu me lo avessi chiesto qualche anno forse sarebbero stati altri, magari se me lo chiedi tra qualche anno saranno altri ancora. Mi ispirano molto Fred Vargas e Tristan Garcia: due autori francesi contemporanei. La prima è una giallista a tinte fosche, noir, il secondo un filosofo che scrive racconti dal carattere surreale. Forse per questo i miei romanzi sfuggono a ogni definizione di genere: mi ispiro a generi diversi.
Da lettore non capisco i cosiddetti “romanzi di formazione” di autori italiani; esulano totalmente dal mio concerto di arte. Un nome? Lorenzo Marone, per fare un esempio: ho letto un suo romanzo e mi è sembrato totalmente inutile.

A proposito di genere: sia “Passato remoto” che “Andalù” sono noir ibridi. Sono convinta che esistano buoni libri e libri meno buoni e che, specie per la prima categoria, la collocazione in un genere serva più per allestire le librerie che ad altro. C’è però chi ritiene che la cosiddetta letteratura di genere militi nel campionato di serie B. Tu cosa ne pensi? Ci sono distinzioni che faresti?

No, i romanzi sono come le persone (in realtà sono migliori. Almeno a me, invecchiando, piacciono molto di più). Ci sono romanzi strepitosi e altri illeggibili, e questo indipendentemente dal genere.

Recentemente mi hai accennato di Fernando Nannetti, alias NOF4, e di come l’incontro con l’arte di questo pittore e graffitista, scomparso nel 1994, ti abbia impressionato. Hai voglia di parlarcene?

Una vera e propria epifania. Sono stato in visita guidata al manicomio di Volterra e la storia di questo degente che un giorno dal nulla si toglie la cintola e con la fibbia inizia a incidere sul muro del Manicomio frasi all’apparenza indecifrabili, ma dai significati profondi e profetici, mi ha profondamente colpito. Scriverà centottanta metri di muro in dieci anni per poi un giorno fermarsi e dire “Basta, quello che volevo dire l’ho detto”. Quei “pezzi di muro” adesso sono esposti nei musei di mezza Europa, considerati tra le opere principali dell’Art Brut. Il prossimo romanzo sarà ambientato a Volterra, un’indagine di Marino Maltese proprio su Nannetti. Nella stesura mi aiuterà il figlio dell’infermiere che per primo capì l’importanza del personaggio e che ha decifrato le sue frasi da una scrittura quasi cuneiforme.

Qual è il rapporto di Vittorio Cotronei con la scrittura? E con l’editoria?

Più passa il tempo e più la scrittura diventa centrale nella vita, impregna ogni singolo momento della mia giornata, anche quando non scrivo. Quando lavoro, quando parlo con qualcuno, penso sempre a come poter riportare su carta quella conversazione, quel paesaggio, quel pensiero.
Ho perduto amicizie per colpa della scrittura, ne ho acquistate altre grazie a lei. Potrei rinunciarvi solo per i miei figli.
Per quanto riguarda l’editoria posso solo parlare della mia esperienza: ho la fortuna di pubblicare con MdS Editore, una casa editrice indipendente molto valida, seria, professionale, che a mio avviso, ma è solo un’opinione, con un po’ di fortuna e di coraggio in più (che spesso si autoalimentano) potrebbe veramente fare il grande salto. Tuttavia esiste una miriade di piccole case editrici che di serio e professionale non hanno veramente nulla e per uno scrittore esordiente è facile cadere nella trappola dell’editoria a pagamento, visto che le grandi case editrici, se non sei un personaggio pubblico o non hai fatto la scuola Holden, è difficile che ti prendano in considerazione.

Un’ultima domanda che sarà un po’ la firma di questa rubrica: se potessi curare il casting per un ipotetico film tratto da “Passato remoto”, chi sceglieresti nei ruoli principali?

L’ufologo Marino Maltese me lo immagino con il volto di Elio Germano, il Lucumone quello di Jean Reno, il matto del paese Paolo Cioni, perché un Christian Bale magro e sconvolto come in The Fighter mi sembrerebbe troppo esotico, per Matilde vorrei Kristen Stewart e il Sindaco interpretato da James Gandolfini oppure, dato che ci ha lasciati, da Paolo Giommarelli.

Vittorio Cotronei, Passato remoto, MdS Editore
(http://www.mdseditore.it/catalogo/passato-remoto.php)

:: Un’ intervista con Ben Pastor, autrice de “La notte delle stelle cadenti” a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2018

9294-3Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?

R. In effetti sono impegnata in un tour promozionale piuttosto articolato: Milano, Torino, Novara, Firenze, Bologna, Piacenza, Roma, Pescara etc. Sarò su e giù per l’Italia fino ad almeno metà dicembre. Ecco le prossime date:
7 novembre VERONA (Feltrinelli h. 18)
8 novembre BOLOGNA Libreria Coop Zanichelli h.18
16 novembre BERGAMO (Ponte Ranica, biblioteca comunale, rassegna Sellerio h. 20:45)
17 novembre MILANO Bookcity h. 17
18 novembre PIACENZA Palazzo Farnese Festival Profondo Giallo – h. 16:00
23 novembre VOGHERA – Festival Le forme dell’anima h 18
30 novembre PESCARA (Premio Flaiano)
8/9 dicembre ROMA (Più libri più liberi)
I luoghi delle presentazioni sono tra i più vari: librerie, biblioteche, fondazioni, circoli privati (ma aperti al pubblico) e persino un castello medievale. Quel che maggiormente mi piace è l’interplay coi lettori. Se appena posso, mi fermo a chiacchierare con gli astanti mentre firmo copie, e rimango sempre colpita dall’affetto inossidabile che dimostrano nei confronti dei miei personaggi. Ormai ci sono parecchi lettori (e lettrici) che su Martin Bora praticamente ne sanno più di me!

I tuoi romanzi, mi riferisco alla serie legata al personaggio di Martin Bora che conosco, sono opere molto particolari, da alcuni critici addirittura definite vicine al postmodernismo, sicuramente sperimentali per struttura narrativa, per circolarità (non andando in senso cronologico hai modo di utilizzare il tempo come un ulteriore personaggio), per il lavoro di ricerca nel confronto delle fonti più simile a quello dello storico che del romanziere, per la scrittura alta, letteraria, tridimensionale, polifonica, sebbene il personaggio di Bora predomini tra le tante voci. Di lui conosciamo i pensieri, gli scritti del diario, e lo vediamo dall’esterno filtrato da una narrazione in terza persona. Tutta questa complessità come si armonizza con l’apparente semplicità, freschezza, spontaneità che le tue storie trasmettono? In sintesi, come fai?

R. Come dico di frequente, confido nel “brodo primordiale”. I miei romanzi nascono spesso da un’immagine, una sensazione, o persino da un dialogo immaginario. Tutto apparentemente caotico. Ma poi questa materia magmatica inizia lentamente a ruotare, a raffreddarsi, a solidificarsi. Così, comincio a scorgere la statua nella pietra. Il resto, per citare Edison, è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè un duro lavoro di ricerca, documentazione e ripetuta stesura. E se essere postmoderni significa abbattere steccati di genere che ormai non hanno più senso, perseguendo una contaminazione narrativa che però non sia gratuita e badi anche alla qualità stilistica, allora sì, sono postmoderna. Quanto al mio rifiutare l’ordine cronologico, è perché non credo nella linearità del tempo, tanto più che, per citare Freud, nell’interiorità dell’essere umano il tempo non esiste.

Sempre tornando alla documentazione, al lavoro di confronto delle fonti, ti sei mai trovata davanti a  fatti o circostanze, importanti per l’economia del tuo romanzo, narrate o interpretate in modo contrapposto o antitetico da testimoni d’epoca, storici, scrittori. Come ti sei regolata?

R. La contradditorietà delle fonti è un fenomeno piuttosto frequente nella ricerca storica. Naturalmente è necessario un forte senso critico per vagliare e valutare qualunque informazione; tuttavia occorre anche una certa dose di quel quid impalpabile che si chiama “fiuto”. Talvolta anche le fonti più accreditate e in apparenza super partes nascondono reticenze e manipolazioni dei fatti di cui bisogna tener conto. Dopo qualche decennio di pratica storiografica (come nel mio caso), non è però difficile intuire dove la fonte voglia andare davvero a parare, e regolarsi di conseguenza.

È uscito il 4 ottobre, La notte delle stelle cadenti, il tuo ultimo libro, un libro bellissimo che ho avuto modo di leggere e che mi ha fatto venire voglia di ricominciare la serie da La canzone del cavaliere. Cosa ti ha ispirato a scriverlo?, quale è stato il lampo creativo che ti ha portato a volere far incontrare Martin Bora e Claus von Stauffenberg, capo della cosiddetta “Operazione Valchiria”?

R. Be’, è presto detto. Dopo quasi un ventennio di vita editoriale del personaggio (Lumen uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999), era giunto il momento che la fonte primaria di ispirazione per Martin Bora incontrasse il suo alter ego finzionale. Certo, nel romanzo Bora e Stauffenberg, pur rispettandosi, non vanno poi molto d’accordo, ma ritengo che questo dissidio fosse assolutamente necessario. Prima o poi bisogna dire addio ai propri maestri e incamminarsi sulla strada di una piena autonomia esistenziale, pur non dimenticandosi delle lezioni che questi ci hanno impartito.

Bora e Claus von Stauffenberg si incontrano (accenni a un precedente incontro a una gara ippica) un’unica volta nel romanzo, per pochi minuti. Bora vuole conferme e Claus von Stauffenberg anche (di non essere tradito). Bora non crede all’utilità di questo colpo di stato. Né pensa che abbia grandi possibilità di andare a buon fine. Come sei arrivata a far pensare questo al tuo personaggio? Una pace separata con gli Alleati non avrebbe potuto anche solo evitare l’invasione della Germania, e quindi altre morti e dolore per il popolo tedesco? Bora pensa che gli Alleati non avrebbero mai accettato, anche morto Hitler, per una colpa ormai collettiva, slegata dalla follia del Cancelliere del Reich?

R. Temo (e Martin Bora con me, oltre a parecchi storici) che la congiura del 20 luglio non avrebbe mai potuto avere successo. Questo per svariati motivi. Cito i principali: i congiurati erano divisi tra loro sulle prospettive future; non esisteva alcuna sponda politica presso gli Alleati; quest’ultimi non avevano alcun interesse ad accordarsi con un eventuale governo post-nazista (ormai era questione di qualche mese per vincere la guerra); non pochi dei cospiratori avevano fatto carriera grazie al regime hitleriano, sicché il loro tardivo risveglio anti-dittatoriale era scarsamente credibile. No, era davvero troppo tardi per tutto, sotto ogni punto di vista. Sicuramente resta l’esempio morale di Stauffenberg e compagni, ma tale esempio, purtroppo, non è servito assolutamente a nulla sul piano storico e politico.

Siamo nel luglio del 1944. Bora, lasciato il fronte italiano, è a Berlino, una città di macerie non solo fisiche ma anche morali, una città devastata dai bombardamenti alleati, dagli incendi frequenti che ne seguono, dalla penuria di beni e prodotti di prima necessità. Quando anche solo un pezzo di sapone diventa un bene di lusso. Come ti sei documentata per ricrearla? Hai visto anche documentari o film d’epoca come Germania Anno Zero di Rossellini?

R. Non sono andata a Berlino (città che peraltro conosco piuttosto bene), perché ormai non è rimasto praticamente nulla che risalga a quel periodo. Dopo un bel po’ di ricerche presso archivi e librerie specializzate, mi sono avvalsa di cartine topografiche risalenti all’estate del 1944, cercando di capire con la massima precisione cosa era ancora in piedi e cosa no, cosa funzionava ancora e cosa no. Ho sfruttato anche le cognizioni di alcuni storici della città, che ho doverosamente citato nei ringraziamenti. Devo però ammettere che è stato tutt’altro che facile. Sono occorsi mesi di lavoro per ricreare quella Berlino con la dovuta esattezza storica e documentaria.

L’amore in tempo di guerra ha valenze sue proprie: la precarietà della vita la si tocca con mano, come la provvisorietà, l’incertezza, la paura, i disagi, e tutto ciò fa sì che ci si aggrappi anche a persone incontrate per caso, che non si conoscono neanche bene. Penso al legame tra Bora e Emmy Pletsch e al loro folle progetto, che solo le circostanze renderà impossibile da realizzare. Bora ancora soffre per l’abbandono della moglie e vuole disperatamente ritornare ad amare, anche se alla fine bolla il tutto come un atto di egoismo maschile. Che importanza ha nell’economia del romanzo questa avventura?

R. Un’importanza fondamentale. Il mondo in cui Bora è nato e cresciuto sta cadendo a pezzi; il suo disgusto nei confronti del nazismo ha ormai toccato l’apice; i suoi principi morali sembrano non interessare più a nessuno; la sua fede nel cattolicesimo è vicina al grado zero. Date queste premesse, in lui si è fatalmente insinuato un istinto di morte; un fantasma nichilista che gli suggerisce che forse la soluzione migliore è farla finita una volta per tutte. Saranno proprio sua madre e la giovane Emmy Pletsch a trattenerlo da questo lato della barricata, dandogli almeno un barlume di speranza. In parole molto semplici, quando tutto ti crolla addosso l’unica ancora a cui puoi aggrapparti è l’affetto che gli altri provano per te.

Una domanda che ho sempre voluto farti è: perché scrivi questi romanzi in inglese? Hai un traduttore in italiano fantastico (Luigi Sanvito), ma non hai mai avuto la tentazione di scrivere una storia di Bora nella tua lingua madre?

R. Dopo oltre trentacinque anni di quotidianità negli Stati Uniti, la mia vera lingua madre è l’inglese, che oltretutto preferisco stilisticamente all’italiano. Detto questo, non mi auto-traduco per un motivo molto importante. È che mi conosco: se lo facessi, fatalmente mi metterei a riscrivere il romanzo, immergendomi in un mare di dubbi, incertezze e ripensamenti: questo passaggio funziona bene in inglese, ma in italiano lascia a desiderare… questo capitolo mi piace in inglese, ma mi sembra zoppicare in italiano… questa frase in inglese suona benissimo, ma in italiano la devo spezzare almeno in due… e così via. Il risultato sarebbe un romanzo diverso rispetto alla versione inglese, forse nel bene ma più probabilmente nel male. E poi i tempi di consegna all’editore si allungherebbero a dismisura! Ho ottimi traduttori non solo in italiano ma anche in altre lingue. Mi fido di loro, del loro sguardo esterno, della loro capacità di calare il mio inglese in un’altra lingua assai meglio di come potrei fare io, riducendo ai minimi termini (l’inevitabile) tasso di “tradimento” rispetto al dettato e allo spirito originali.

Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte?

R. Allo stato attuale c’è un certo interesse in Paesi non italiani (Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Parlo soprattutto della possibilità di una miniserie televisiva. All’estero, il fatto che Martin Bora sia un’antinazista che però milita fedelmente nell’esercito del Reich non desta alcun problema. In Italia, per motivi di ordine storico e culturale, ci sono ancora molte resistenze ad eleggere ad “eroe” un ufficiale della Wehrmacht. Il fatto è che il mio Martin Bora è… come dire… caratterialmente piuttosto lontano da Don Matteo, come pure da quel cinema “ombelicale” e campanilistico – senza offesa per nessuno – che sembra piacere in sommo grado ai produttori della Penisola.

Un’ultima domanda, ringraziandoti della tua disponibilità: stai scrivendo un nuovo romanzo con Martin Bora protagonsita? o anche solo puoi farci qualche anticipazione, in esclusiva, almeno sul periodo in cui si svolgerà?

R. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo con Bora. Il titolo provvisorio è “La sinagoga degli zingari” e l’azione si svolge nel 1942 sul fronte del Don, non lontano da Stalingrado. La storia è divisa in tre parti, con quella centrale situata durante l’assedio della città e un epilogo collocato qualche mese più tardi in territorio non sovietico. Accanto all’intreccio giallo e alle dinamiche del mondo privato di Bora (la madre, il patrigno, la moglie che non l’ha ancora lasciato), largo spazio verrà riservato ai rapporti problematici tra i principali “attori” presenti su quel fronte: tedeschi, italiani e romeni. Scherzando, potrei dire che per qualche verso si tratterà di un romanzo… multietnico!

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Recensione de “La notte delle stelle cadenti”

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con prudenza): Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

26 ottobre 2018

20180428_114443-1Lady chi?
Lady Euphonica! Letto come si scrive, suona come “la “d” eufonica”. Proprio per questo non bisogna mai abusarne!
Siate pazienti con me: sono i danni che può produrre Don Draper sulla salute mentale degli individui predisposti…
Per dare il via alla rubrica, conosciamo meglio Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia, autrici de “La memoria del futuro”, edito da Pav Edizioni.

La casa editrice descrive così l’opera delle due scrittrici emergenti:

Il futuro, il presente, il passato. Qual è l’ordine giusto? Si possono cambiare? C’è davvero la famigerata freccia del tempo oppure tutto è mescolato?
Londra, tra 700 anni, qualcuno tornerà indietro per modificare gli eventi e permettere la realizzazione di una profezia legata a tre persone molto diverse, ignare del proprio destino, e ad un’antica e dimenticata civiltà sudamericana.
Curtis Chapman, un giovane e geniale inventore dal passato familiare burrascoso; Dalia Robbins, appassionata ricercatrice di nuove cure per l’umanità, nella speranza di poter fermare le più terribili malattie e Jason Mitchell un broker il cui unico scopo sembra essere quello di godersi appieno la vita in ogni sfumatura possibile. Con loro grande stupore e sgomento, apprenderanno la verità sulle loro origini e avranno nelle mani il destino del mondo intero.
La Memoria del Futuro è un libro influenzato da diverse opere, dalla cultura dei nativi americani, dalla musica e dal vissuto delle due autrici.

Ciao Silvia e ciao Simona. Grazie per aver accettato i rispondere alle nostre domande.

Quando avete cominciato a pensare a “La memoria del futuro” e come è nata l’esigenza di un lavoro a quattro mani?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per aver scelto noi per inaugurare la tua rubrica. E’ un grande onore!

Simona: In realtà non si tratta di un’esigenza, quanto una cosa che si è sviluppata in maniera naturale. Silvia e io ci siamo messe a scrivere insieme delle fan fiction e abbiamo visto che in un certo senso ci completavamo. Tutto qui.

Silvia: Abbiamo iniziato a scrivere insieme diverse fan fiction sulla nostra serie tv del cuore, Fringe e in effetti non credo di aver mai provato un feeling così particolare nella scrittura. È stato il primo passo: da allora abbiamo cominciato a pensare a qualcosa di nostro e una notte feci un sogno, che è poi diventato il prologo di questo libro, che ha preso una strada molto indipendente dalle fonti a cui ci siamo ispirate.

Più in dettaglio, come impostate il vostro lavoro insieme?

Simona: È una domanda che ci viene fatta spesso. In realtà non impostiamo nulla o quasi. Per fortuna esiste un programma chiamato Google Drive che permette di scrivere, in tempo reale insieme, un documento. Spesso capita che scriviamo contemporaneamente. Non sullo stesso pezzo, intendiamoci ma magari lei si occupa di un parte e io di una diversa e poi colleghiamo.

Silvia: Ai tempi facemmo uno schema, ma confesso candidamente che, a parte il tema dei capitoli, molto è venuto da sé, creando una trama molto più articolata di quello che pensavamo. Poi drive ci ha aiutato molto. Anche adesso sto rispondendo alle tue domande così!

Mi è capitato di leggere vostri interventi o ascoltarvi durante presentazioni dal vivo. Mi aveva colpito il fatto che lamentaste una scarsa considerazione delle donne che scrivono fantascienza. Non conosco il genere e il suo background social, per così dire, in modo approfondito e volevo dunque chiedervi lumi su queste affermazioni.

Silvia: Domanda molto interessante, Ilaria. Ammetto di non aver mai capito il perché di tale pregiudizio verso la fantascienza e il fantasy. Posso capire, ci mancherebbe, che si preferiscano altri generi e magari non li si ami. Io non apprezzo molto il giallo, “colpa” di Agatha Christie, lo ammetto. Ho passato l’adolescenza a leggerla e trovo difficile trovare giallisti alla sua altezza, anche se non posso negare che, nell’ultimo periodo, si ripetesse molto. Io comunque preferisco Miss Marple a Poirot. Scusa la grossa divagazione.
Il pregiudizio sulla fantascienza ha radici molto lontane, nei primi anni 50, agli albori del genere, se si può dire. Mio padre e mia madre mi hanno spesso raccontato come venisse considerato un sottogenere e chiamata “fantascemenza”.
C’è molta fuffa come in ogni genere, ci mancherebbe. Il problema è che io ho notato come anche i migliori prodotti di fantascienza siano sempre considerati al di sotto di opere di altro genere, che pure hanno un valore inferiore. Un esempio abbastanza oggettivo. Fringe e Person of Interest sono state letteralmente esaltate dalla critica, la prima è stata definita “la serie che ha cambiato il concetto di serie tv” e la seconda “ha anticipato lo scandalo del datagate”, poi si va a vedere l’elenco delle migliori serie tv di un determinato anno, dove erano entrambe in onda e le si trova in fondo, dopo il ventesimo posto, dopo serie che sono sicuramente interessanti eh ma, parole non nostre, non sono considerate questi gran capolavori. Ma vengono votate in quanto comedy o thriller. Non parliamo appunto dei premi. È rarissimo trovare una serie di fantascienza o fantasy premiata, Game of Thrones e Lost sono un’eccezione, non la regola. Ricordo che Leonard Nimoy, sì proprio il mitico signor Spock di Star Trek, che ebbe un ruolo assai importante in Fringe, si lamentò con toni aspri per la mancanza di considerazione per detta serie: “Fringe quanto talento ignorato. Vergogna agli Emmy, vergogna!” cito alla lettera, ti posso passare lo screen se vuoi. Come sai Nimoy non era il tipo da scaldarsi molto.
Se poi guardiamo in Italia la situazione è ancora più surreale. Prendiamo ad esempio “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il regista e attore Gabriele Mainetti ha dovuto letteralmente auto finanziarsi per poter produrre quel film e il distributore è stata la Lucky Red, la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti ( di recente ha accettato di distribuire anche Sulla Mia Pelle, il film sul povero Stefano Cucchi, scatenando roventi polemiche), mentre altri produttori famosi non hanno fatto nulla di nulla. Non credo di doverti dire quanti soldi ha fatto “Lo chiamavano Jeeg Robot” quindi il problema non è la mancanza di pubblico, è la mancanza di coraggio di chi vuole produrre e promuovere (se il pubblico non sa che un detto prodotto c’è non lo compra) cose nuove, non necessariamente di fantascienza, ci mancherebbe. Scusa la lunga risposta.

Simona: E aggiungo alla socia che poi uno come Salvatores, che da anni sta lavorando su tentativi di portare la fantascienza in Italia, prima con “Nirvana” (che non è un film perfetto ma all’epoca non è che vi fossero opere migliori nel mondo di questo genere) e poi con “Il ragazzo invisibile” viene massacrato. C’è davvero qualcosa che non torna. E poi abbiamo dovuto leggere sui social network, in un gruppo dedicato, la perla del “andrà a finire che chiederemo le quote blu” di fronte al fatto che il 90% dei candidati al premio Hugo erano donne. Di nuovo qualcosa non torna.

Inoltre: come si possono scardinare certe dinamiche retrive?

Silvia: Altra domanda interessante. Io credo che l’unico modo sia puntare a produttori come la Lucky Red, dare spazio a chi osa sfidare il mercato perché poi, siamo oneste, insistere su certe cose non porta a nulla di buono. Dai prodotti seri ai prodotti meno seri se si martella il pubblico con le stesse identiche cose la gente si stufa. Occorre cambiare e innovare il linguaggio, stare al passo con i tempi.

Simona: Sono d’accordo. E’ l’unico modo. Avere coraggio: una cosa che manca molto non solo ai produttori italiani, purtroppo.

Oggigiorno – è quasi un luogo comune – emergere dalla folla è molto difficile e la promozione, sia on-line che off-line, è quantomai indispensabile per poter sperare di essere notati. Come lavorate alla promozione del vostro testo?

Silvia: Presentazioni, interviste, pubblicità ma in maniera nuova. Usando la rete ma anche le radio. Cercando, come dicevo sopra, di andare incontro alle esigenze del pubblico, senza però vendersi. È un difficile equilibrio. Pensavo, ad esempio, come sia riuscita Netflix a sopravvivere alla dissoluzione del mercato di video noleggio. In fondo, se ci pensiamo, fa sempre quello, ma usando le nuove tecnologie in maniera nuova, fresca e dinamica. Mi fa sorridere, lo ammetto, come le tv nostrane spesso pubblicizzino un film o una serie tv nominando attori che, onestamente, il pubblico giovanile manco conosce più, ignorando completamente i nuovi. Ripeto, questo non vuol dire vendersi. Dico che si deve cercare una via di mezzo, tra la voglia di essere se stessi e il non seguire strade obsolete.

Che progetti letterari ci sono nel vostro futuro?

Silvia: Prima di tutto finire la saga de “La memoria del tempo” perché la storia è ancora lunga e intricata. Poi a me, prima o poi, piacerebbe riprendere l’idea di tentare di scrivere un giallo proprio perché non li amo molto. Avevo anche in mente ambientazione e periodo storico. Genova negli anni 20. Durante il fascismo sì. Periodo storico che detesto peraltro. Una doppia sfida quindi.

Simona: Decisamente finire la saga. Forse riprendere una storia fantasy che avevo scritto anni fa, correggerla e magari affinarla. Chissà. C’è anche una storia, che adesso sarebbe definita urban fantasy, che non sono mai riuscita a raccontare. Chissà.

Facciamo un gioco. Se La memoria del futuro diventasse un film e voi poteste occuparvi del casting, chi scegliereste per interpretare i vostri personaggi?

Simona: Praticamente ci inviti a nozze! Ci siamo già immaginate il cast di almeno un 90% dei nostri personaggi. Alcuni sono cambiati in corso d’opera. Tipo: per Dalia nelle prime stesure avevamo pensato ad Anna Torv, una dei tre protagonisti di “Fringe”, a cui la nostra storia si ispira per certe cose. Poi però andando avanti ci siamo rese conto che non era la Dalia che volevamo, quella che avevamo in mente. Molto spesso hanno parlato della somiglianza tra Anna e Cate Blanchett e quando abbiamo visto quest’ultima recitare, Silvia e io ci siamo dette: è lei. È la nostra Dalia Robbins.

Silvia: Esatto. Cate è divina ed è la nostra Dalia, senza nulla togliere alla meravigliosa Anna Torv che continuiamo ad apprezzare tantissimo. Poi per Curtis Chapman, abbiamo pensato a Joshua Jackson che è il nostro attore preferito: io me ne sono “innamorata” grazie a “Fringe” e seguendolo poi attraverso altre sue esperienze, sia anteriori che posteriori alla serie di Abrams. Ho scoperto un attore poliedrico, oltre che un bellissimo uomo, colmo di charme e intelligenza, classe e quel tocco di timidezza perfetti per il nostro protagonista. Per Jason, altro personaggio principale, abbiamo pensato invece ad un attore assai poco conosciuto e altrettanto bravo, Eduardo Noriega. Entrambe lo apprezziamo dai tempi di “Apri gli occhi” di Amenabar.
Infine per i genitori di Curtis avevamo pensato anche qui a due nomi precisi.
Il sempre eccelso Bruno Ganz (amatissimo da noi in primis per “Pani e Tulipani” e il “Cielo sopra Berlino”) come Adrian Chapman ce lo vediamo proprio. So che molti odieranno Adrian all’inizio e avranno ragione.
Per la madre, Sophie, invece la magnifica Juliette Binoche. Lei saprebbe essere una madre ribelle e appassionata, con il piglio artistico giusto.
Infine, ammettiamo di aver pensato a Denis Villeneuve per la regia.
Sì, dovremmo diventare miliardarie per farlo.

I sogni costano, ma non si deve pagare. Tanto vale farne di enormi!
Grazie ancora per averci dedicato un po’ del vostro tempo.

Potete trovare “La memoria del futuro” sul sito dell’editore, al seguente link: http://pavedizioni.it/prodotto/la-memoria-del-futuro

Le due autrici saranno presenti il 18 novembre, alle ore 18,30, presso la libreria Mangiaparole (Via Manlio Capitolino 7/9, Roma), per un incontro con chiunque abbia voglia di sapere qualcosa di più su “La memoria del futuro”.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

17 ottobre 2018

TimeaBentornato su Liberi di Scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. E’ appena uscito “Negli occhi di Timea”, il secondo e conclusivo capitolo del dittico iniziato con Nel posto sbagliato, ce ne vuoi parlare?

Nei due romanzi, che sono autonomi e si possono leggere separatamente, ipotizzo la presenza di un’unita segreta di polizia, la Red, che grazie all’ipnosi utilizza i cittadini alla stregua di telecamere di sorveglianza. Questo aumenta esponenzialmente il potere investigativo della squadra, inficiando però le libertà personali di chi deve proteggere. Anche per questo la Red, asservita al più alto potere politico, è tenuta nascosta ai cittadini.

Come entra in tutto ciò Timea?

Timea è un bambina di 5 anni. Oltre a questo sappiamo solo che è l’unica testimone di una tremenda mattanza dai risvolti internazionali. La polizia l’ha rinvenuta catatonica contornata da cadaveri. Come è arrivata Timea in un luogo così isolato? Dove sono i suoi genitori? Perché nessuno la cerca? La sua presenza lì è frutto di una tragica fatalità o esiste un motivo? Ma soprattutto cosa hanno visto i suoi occhi?

Un noir atipico: coniughi fantascienza, fantapolitica e analisi sociale. Cosa ti ha ispirato a utilizzare questo approccio?

Quello che mi ha spinto a narrare questa storia è stata la volontà di esplorare una dicotomia nata dopo l’11 settembre, quella tra privacy del singolo e sicurezza collettiva. Quando ho scoperto che in molti paesi del mondo l’ipnosi investigativa era una realtà consolidata ho capito che quella sarebbe stata la strada da seguire: uomini usati come telecamere di videosorveglianza. Volevo però che il mio romanzo mantenesse un forte impatto visivo, e l’idea di qualcuno sdraiato su una poltrona che sbiascicava ricordi non mi entusiasmava, così ho deciso di ricorrere all’uso dell’ologramma che rappresenta ciò che l’individuo (il POV) riporta sotto ipnosi. Questo ha fatto sì che il mio noir si ibridasse con la fantascienza.

Può essere considerato una distopia, pur sembrando tutto così realistico, quanta realtà contiene il tuo libro?

Il 90 % è realistico, nel senso di possibile. L’ologramma che rende visibili i pensieri è l’unica vera concessione fatta allo sci-fi. Quando ho scritto Nel posto sbagliato forse anche il modo in cui raffiguravo Roma, che nel libro chiamo “la metropoli”, era distopico. In quattro anni la mia visione della capitale e ciò che sta diventando si sono incontrate a metà strada.

C’è sottesa una critica feroce al mondo dell’intrattenimento televisivo di informazione. Programmi di cronaca, sensazionalistici e volgari, sono davvero un male così radicale, distorcono davvero l’opinione pubblica?

La mia è fiction, se rappresento un giornalista come un personaggio negativo non voglio dire che il giornalismo in sé sia marcio. Di certo, ma questo è la storia a dirlo non certo io, l’informazione è sempre stata un’arma nelle mani del potere, ogni totalitarismo se ne è servito. La manipolazione della verità è un’arma quando c’è in ballo il potere. E un romanzo che si prefigge di raccontare il gioco del potere non poteva certo non tenerne conto. Naturalmente ho trattato l’informazione in un modo che ho ritenuto adeguato ai nostri tempi e al mio modo di raccontare.

Mafia, criminalità comune, politica, servizi deviati, mass media, tutto un calderone infernale pieno di insidie, corruzioni, opportunismi e degradi morali. E’ uno specchio della società di oggi o solo un monito?

Preferisco immaginarlo come un monito, molto vicino alla realtà che percepisco. Affermati professionisti pronti a pagare baby prostitute, servizi segreti deviati, politici corrotti, mafiosi che per denaro avvelenano la loro stessa terra, non mi sembra di aver inventato nulla. Il potere corrompe, il potere per il potere.

Tema centrale del romanzo è la vendetta. Per uno scrittore cosa significa descriverla in tutte le sue sfumature?

Significa interrogarsi anche qui su un limite, su fino a dove un uomo, un personaggio, possa spingersi. Mettere su un piatto della bilancia sacrosanti motivi per cui ciascuno di noi si sentirebbe in diritto di vendicarsi, e dall’altra parte un prezzo altissimo da pagare, verso se stesso, verso la propria moralità, i propri valori, i propri affetti. Allontanarsi un istante e vedere da che parte si piega la bilancia.

Come è cambiato, come è evoluto il personaggio protagonista Vincent Tripaldi?

Vincent nel precedente romanzo era il commissario a capo della Red, credeva, o si raccontava, che quello che faceva era giusto, perché perseguiva la giustizia. Poi è stato usato, ha perso tutto, se si esclude la sua vita e quella di suo fratello Nicolas. Ora, in Negli occhi di Timea, gli viene data la possibilità di vendicarsi, ma a che prezzo? Quanto cambierà dipenderà proprio da questo, da quanto in là si spingerà per cercare la propria vendetta. Dalle scelte che farà, quello ci mostreranno cosa è diventato. Di più non posso dirti, è pur sempre un noir…

Il male e il bene non è più ben chiaro dove siano. E questo che deve fare il noir, insinuare il dubbio?

Non so se sia un dovere di tutti i noir, di certo è quello che cerco di fare io ogni volta che scrivo una storia. Sollevare dei dubbi, i dubbi nutrono la mente, le certezze sono noiose oltre che pericolose, e come narratore non mi interessano.  

Hai voluto dare una storia d’amore pure al cattivo della situazione (perlomeno uno dei tanti) mi riferisco al mafioso albanese. Ho trovato la cosa molto struggente, un lampo di tenerezza, pur con tutti i distinguo del caso, in un mondo di violenza e sopraffazione. Perché questa scelta? 

Per lo stesso motivo per il quale nei miei romanzi non ci sono eroi, personaggi largamente positivi con cui invito il lettore a riconoscersi, alla stessa maniera non troverete neppure il male assoluto. Ciascuno ha il suo spazio di umanità, la sua luce in fondo al tunnel, per quanto questo possa essere profondo.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Probabilmente, lo stanno traducendo in francese, per ora…

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Io non Esisto di Cristiana Carminati, Edizioni E/O.

Progetti per il futuro? 

Ho finito di scrivere due film, uno entrerà in produzione questo inverno, sarà il seguito (molto sui generis visto il largo scarto temporale) di Milano Calibro 9, quarant’anni dopo. Ho finito il mio primo romanzo per bambini, sto iniziando a lavorare ora al nuovo romanzo noir. Devo ultimare lo sviluppo di un progetto tv che ha vinto il bando SIAE/CSC dello scorso anno. Più altre due o tre cose più in alto mare…

Il fantasy secondo Sandro Ristori a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018

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Sandro Ristori è una nuova voce del fantasy italiano, autore de Il regno del male per Newton Compton, primo capitolo di un’affascinante e cupa epopea. In attesa di andare avanti con la sua saga, gli abbiamo fatto alcune domande, su di sé e sul perché ha scelto di raccontare una storia così.
Come è nata l’idea de Il regno del male?
Un giorno, in spiaggia, due mie amiche, due sorelle, mi raccontano una storia. Giocavano da bambine, tiravano un lenzuolo, una da una parte e una dall’altra. A un certo punto, presa da un impulso inspiegabile e senza senso (direi quasi malvagio) la maggiore ha lasciato di botta la presa. Sapeva che la minore avrebbe perso l’equilibrio. Sapeva che sarebbe inciampata e sapeva che si sarebbe fatta male. Cosa che poi è puntualmente successa, senza conseguenze gravi per fortuna. Quando ho sentito questo racconto, così quotidiano e ordinario, la mia mente si è subito messa in moto. Ho visto in quella scena l’eruzione del male, i rapporti ambivalenti tra persone che si vogliono bene, le scelte inconsce e le conseguenze imprevedibili che possono causare. Tutti temi che ricorrono nella mia saga. A partire da quello spunto tutta la storia si è delineata davanti a me, pulita e precisa.

Perché hai scelto di scrivere una storia fantasy?
Non credo ai generi. O meglio, ci credo, ma non come narratore. Mi spiego meglio. Come lettore e come professionista del settore ho i miei gusti e le mie preferenze, e le distinzioni in generi sono molto utili per orientarsi. Come scrittore, al contrario, trovo dannose le classificazioni. Mi sembrano delle barriere che possono impedirti di andare dove la tua fantasia vorrebbe portarti. Meglio eliminarle, quindi. Mi sono accorto di aver scritto un fantasy dopo averlo scritto. Non ero certo partito con l’intenzione di fare un grimdark o cose del genere. I miei personaggi e la mia storia mi hanno guidato, io li ho seguiti. Io credo che sia dannoso, per uno scrittore, cercare di adeguarsi a un genere. O imporsi dei temi, così come voler veicolare un messaggio. Sono risultati che si ottengono naturalmente, con il fluire della trama, o non si ottengono affatto. Stephen King l’ha fatto dire con molta semplicità a Billy di It, costretto a tirarsi fuori da una sfibrante discussione letteraria: Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica… la cultura… la storia… non sono forse gli ingredienti di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè… non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?.

Quali sono i tuoi maestri letterari, fantasy e non solo? E che fonti di ispirazione hai avuto da cinema, telefilm, fumetti e videogiochi?
Come si sarà già capito, considero Stephen King un maestro della letteratura mondiale. Cito gli autori che hanno influenzato più direttamente Il Regno del male: Saramago, Ammaniti, Wu Ming. Un nome più classicamente fantasy: David Dalglish. E per quanto riguarda le “influenze”esterne… troppo facile: Il Trono di Spade.

Cosa ne pensi della situazione attuale sul fantasy, in generale e legata all’Italia?
Ahhhh, sono assolutamente inadeguato a rispondere a questa domanda. Riesco a fatica a formarmi un’opinione sulla mia situazione personale – non mi so certo pronunciare sulla floridezza o sugli stenti di un intero genere. E sinceramente me ne preoccupo anche poco: le mode sono cicliche, i libri si vendono sempre a fatica, e in fin dei conti i discorsi sullo stato di salute dei vari generi sono sempre gli stessi.  Il Regno del male mi ha dato già quindici regioni e una trentina di protagonisti a cui badare (escluso il Nord e i personaggi minori!): cerco di seguire loro per quanto posso, e le considerazioni sul mercato le lascio agli esperti, che sicuramente possono dire cose più interessanti e accurate di me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Terminare la saga, ovviamente. Scrivere un libro su una bizzarra morte di un liceale ambientato nella città in cui sono cresciuto. Poi ho in mente un’altra trilogia completamente diversa, ma con i miei tempi non la potrò iniziare prima di una decina d’anni… e non ci voglio nemmeno pensare per non mettermi ansia da solo.

 

:: Osho, le fake news e Wild wild country: un incontro con Majid Andrea Valcarenghi a cura di Archan Paola Migliori

29 maggio 2018

Majid Andrea Valcarenghi

Dal 16 marzo 2018 è disponibile su Netflix la docuserie in 6 puntate “Wild wild country”.

Questo prodotto televisivo documenta gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, quando il Maestro spirituale Osho e la comunità che lo accompagnava fondarono nello stato dell’Oregon la città di Rajneeshpuram. La vicenda, che oramai è diventata parte della storia degli USA, nel docufilm viene raccontata intervistando diversi protagonisti dei fatti. Da una parte Sheela e Shanti Bhadra, le due donne che hanno scontato diversi anni di carcere per le violenze commesse, all’insaputa della stragrande maggioranza della comunità, mentre gestivano la città di Rajneeshpuram. Dall’altra i cittadini di Antelope, piccolo centro abitato vicino alla nuova città, contrari all’invasione dei “rossi”, così chiamati per i colori degli abiti. Non si può tacere, inoltre, l’apporto decisivo nel film dell’avvocato di Osho, Niren, per il suo preciso rendiconto dei fatti avvenuti.

Ho chiesto di parlarne a Majid Andrea Valcarenghi, che ha incontrato Osho nel 1977, e che ha vissuto direttamente le vicende di cui parla Wild Wild Country. Inoltre, nel suo libro Operazione Socrate, Majid Andrea Valcarenghi ha raccontato come e perché Osho è stato avvelenato dal governo di Ronald Reagan durante il suo soggiorno americano.

Caro Majid, sappiamo che sei andato in India per la prima volta nel 1977. Come hai incontrato il Maestro spirituale Osho?

E’ stata l’ultima tappa di un viaggio nel sud dell’India. Inconsciamente mi ero riservato l’Ashram di Poona come fine del viaggio perché probabilmente sapevo che sarebbe stata quella più importante. Avevo “conosciuto” Osho prima attraverso la lettura de La rivoluzione interiore, attraverso i suoi occhi visti in fotografia, attraverso la mia compagna dell’epoca, Yatra, che provocò il mio viaggio in India. Arrivato nell’Ashram fui affascinato dai suoi discorsi mattutini e dalla sua presenza, dallo stato della sua presenza. Poi decisivo, l’incontro personale, le parole che mi disse, l’energia che mi trasmise.

Dal 1981 al 1985 Osho ha lasciato Pune, in India, e si è trasferito negli Stati Uniti, in Oregon. Il sogno era quello di creare una città ideale. Il docufilm Wild wild country trasmesso in questo periodo da Netflix racconta gli anni di questa attività, la costruzione di Rajneeshpuram, con la guida organizzativa di Ma Anand Sheela. Hai visto la serie di sei documentari di Netflix? Cosa ne pensi?

Si certo, l’ho guardato due volte per coglierne al meglio ogni aspetto.
L’ho trovato nell’insieme molto interessante anche se con alcune lacune e manipolazioni significative che non aiutano comprendere quell’esperienza. Due sono le più importanti. La prima è che il docufilm fa credere che Osho, dopo il periodo di tre anni e mezzo di silenzio, riprenda a parlare solo quando Sheela fugge dalla Comune.
In realtà Osho non riprese a parlare quel giorno,ma ben nove mesi e mezzo prima del giorno della fuga di Sheela! Nove mesi e mezzo in cui anche nei discorsi pubblici cercò di far vedere a Sheela quanto avesse sbagliato, quanto si fosse lasciata prendere dal potere, dall’immagine di papessa della “religione rajneeshi” che si era creata. Dette cioè a Sheela una possibilità. Ma ormai lei si era troppo identificata nel ruolo di papessa che si era data, quasi fosse una seconda guida spirituale più che la sua segretaria. Emblematica la sua frase “Lui era il sole ed io la luna”.
Inoltre il docufilm trasmette un solo minuto in cui Osho si manifesta durissimo nei suoi confronti, mentre il discorso, di oltre un’ora, aveva toni ben diversi. Estrapolando solo questo passaggio,Osho appare carico di un risentimento non reale.

La seconda lacuna importante è stata in riferimento alla sua morte.
Il docufilm riporta solo un pettegolezzo su una presunta morte per overdose di un giornale locale omettendo invece la denuncia che Osho fece pubblicamente in un memorabile discorso in cui disse di essere stato avvelenato durante i dodici giorni in cui inspiegabilmente fu trasferito di prigione in prigione. Gli esami fatti fare dal suo medico Amrito a Londra e in India su capelli e peli della barba, tutta la sintomatologia che registrava una progressiva perdita delle difese immunitarie. E infine gli esami per l’HIV che in base a tutto ciò poteva essere l’unica altra alternativa all’avvelenamento da metalli pesanti, come il tallium. E gli esami HIV ripetuti due volte in una struttura pubblica furono ovviamente negativi. Tutto questo manca.

Il documentario ha creato un movimento di opinione, suscitando la necessità da parte di diversi giornalisti di scrivere articoli. Mi è capitato di leggere qualcosa, e ho notato una serie di inesattezze. Per esempio, ci sono differenze fra il movimento dei sannyasin di Osho e il movimento degli Hare Krishna? 

Una serie di inesattezze lunga un chilometro. Si sono cimentati a commentare giornalisti che non conoscevano nulla della vicenda e peggio, non si sono voluti documentare, come purtroppo è costume diffuso per quello che viene ritenuto giornalismo “di colore”. Il caso già eclatante credo sia stato quello del “Fatto Quotidiano” dove il giornalista Cohen crede di occultare la sua mancanza di conoscenza di quello che scrive rifacendosi alla sua esperienza personale. Così si cita negli anni ’80 in cui dice di aver conosciuto gli arancioni attraverso il suo amico Giorgio Cerquetti che lo tampinava quotidianamente per convertirlo. Peccato che in tutti quegli anni non fece in tempo ad accorgersi che la persona in questione, non era un sannyasin di Osho ma un Hare Krishna.
Nel merito alle differenze tra sannyasin di Osho e Hare Krishna rispondendo al di là delle battute direi che gli Hare Krishna si rifanno rigorosamente alla tradizione indù di cui sono gelosi custodi mentre Osho ha dissacrato ogni tradizione religiosa e dagli indù fu sempre violentemente attaccato.

Qual è la tua esperienza del periodo successivo alla partenza di Osho da Rajneeshpuram?

Quando Osho lasciò l’America tentò invano di trovare asilo in Paesi di mezzo mondo. I servizi segreti americani e la diplomazia ai massimi livelli aveva creato una fortissima cortina fumogena denigratoria della figura di Osho dipingendolo come terrorista, pedofilo, spacciatore di droga, stupratore. In alcuni Paesi non gli fu concesso neppure l’atterraggio. L’unico Paese che lo avrebbe accolto sarebbe stato l’Uruguay con l’allora Presidente Sanguineti che dovette rinunciare perché gli Stati Uniti minacciarono di revocare il prestito di 6 milioni di dollari che avrebbero messo in ginocchio il suo Paese. In Italia accadde qualcosa di interessante e che mi permise di avere una conoscenza diretta della violenza dell’offensiva diplomatica americana contro Osho. Quando chiedemmo un visto ordinario ci fu risposto che al massimo poteva essere concesso un visto di sei giorni che fu rifiutato da Osho.
Al che mi rivolsi a Marco Pannella e al Partito radicale segnalando questa violazione dei Diritti e chiedendo sostegno e così iniziammo una campagna d’informazione rivolta all’opinione pubblica, al mondo della cultura e dell’arte e della politica, perché l’allora Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro concedesse un normale visto d’ingresso a Osho.
Una campagna che vide l’adesione ad un appello di decine di personalità da Fellini a Gaber, da parlamentari come Luigi Manconi a Giovanna Melandri, a giornalisti come Gabriele La Porta e Gianni Bucci. Tutta questa storia poi la pubblicai nel libro Operazione Socrate, ristampato più volte nel corso degli anni.  Dopo alcune settimane, vista la nostra perseveranza il Ministro degli Interni convocò l’allora Segretario radicale Sergio Stanzani e cercò di convincerlo a rinunciare alla richiesta di visto alla luce della documentazione che poteva fargli vedere. Ed è così che venimmo a sapere cosa gli americani avevano inoltrato ai governi di tutto il mondo per screditare e boicottare Osho. Salvo che nel nostro caso ottenne l’effetto contrario. Sergio Stanzani che fino allora era rimasto il più tiepido e dubbioso su questa iniziativa trainata principalmente da Pannella e Rutelli di fronte alla incredibile sequenza di accuse che mettevano insieme tutti i reati possibili, Stanzani si convinse che davvero c’era in atto una vera e propria persecuzione da parte degli Stati Uniti. E a questo punto iniziai uno sciopero della fame ad oltranza diretto a Scalfaro perché concedesse il visto o rendesse pubbliche le motivazioni del rifiuto. Dopo ventuno giorni Il Ministro chiamò Stanzani e disse “ va bene, fatelo smettere, richiedete il visto” Ma ormai il corpo di Osho minato dall’avvelenamento non era più in condizioni di viaggiare e il visto non fu più richiesto.

Dalla docuserie di Netflix Wild wild country sono sorte molte discussioni, molte notizie discordanti. 
Subhuti Anand, un giornalista che ha vissuto a Rajneeshpuram, fa un’analisi interessante.  

https://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_sito_x&xid=1071

Com’è successo altre volte, in America, poteva essere un massacro. Che ne pensi?

Sì, interessante questo articolo perché mette in risalto un ulteriore dettaglio importante che riguarda l’accanimento e la manipolazione della Procura generale dell’Oregon. Nel docufilm viene dichiarato dal procuratore Turner che Osho fugge in aereo da Rajneeshpuram per sottrarsi al possibile arresto. Invece esiste un piano di volo regolarmente trasmesso in cui si descrive l’esatto tragitto che avrebbe compiuto l’aereo. Ed in base a questo piano infatti viene attuato il teatrino dell’arresto all’atterraggio. Subhuti non solo evidenzia nell’articolo che non si trattava di fuga, vista la comunicazione preventiva fatta alle autorità, ma sottolinea come la scelta di Osho di lasciare la Comune fosse finalizzata a preservare Rajneeshpuram da un possibile attacco militare che poteva finire in un bagno di sangue. Il sospetto infatti era che le autorità puntassero ad un intervento armato. Più volte nel docufilm si fa riferimento ad esperienze di sette religiose armate che si erano ribellate o suicidate, paventando rischi simili per la Comune di Osho. La sensazione diffusa nella Comune era che preparassero il terreno a giustificare un attacco armato.

All’interno dell’articolo che ho citato prima c’è un riquadro in cui il giornalista del Fatto Quotidiano rivolge alcune domande a Federico Palmaroli, l’autore della pagina satirica Le più belle frasi di Osho.
All’ultima domanda dell’intervistatore: “Cosa rimane di Osho, oggi?” Palmaroli risponde così: a parte questa fissa per la New Age, per i suoi aforismi, rimane a mio parere una quantità di precetti astratti che mal si sposano con la concretezza della vita. […]
Posso chiederti un’opinione su questo?

Preferirei rimarcare quanto la scelta di corredare l’articolo con l’autore di un libro satirico di dubbio gusto, invece di rivolgersi, non dico a chi abbia vissuto l’esperienza con Osho, ma neppure con uno dei tanti uomini e donne di cultura che hanno scritto e commentato le centinaia di opere di Osho pubblicate in Italia. Una scelta editoriale e giornalistica, questa del box, che ben rispecchia la superficialità del taglio dell’articolo.

Ringrazio di cuore Majid Andrea Valcarenghi per la sua disponibilità, augurandogli di continuare il suo proficuo cammino nel mondo, ma senza essere del mondo.

Per approfondire :
https://www.facebook.com/osho.italy/?fref=ts

Per sentire come i fatti furono visti e vissuti dall’interno:
(video con sottotitoli in italiano attivabili)

Un intervento di Majid Andrea Valcarenghi a Radio Radicale:
http://www.radioradicale.it/scheda/71616/71686-operazione-socrate-il-caso-osho-rajneesh-come-e-perche-e-stato-ucciso-il-maestro