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:: Un’intervista con Maurizio Gazzarri, vincitore della sezione Giuria dei lettori del Premio Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2019

Maurizio Gazzarri insieme a Luca Murta di Fondazione CRB bis

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitore del Premio Giuria dei Lettori, benvenuto Maurizio Gazzarri su Liberi di scrivere. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzitutto, grazie a Liberi di scrivere per questa opportunità. Sono nato e cresciuto a Volterra, la città toscana di origini etrusche. Una città isolata, che ha fatto di questo isolamento sia il suo elemento di forza sia il suo punto debole. Mi piace pensare che il mio carattere derivi da questa contraddizione: mi piace stare dietro le quinte e allo stesso tempo un po’ ne soffro. A 14 anni, era il 1985, ho messo per la prima volta le mani su un computer, grazie a un progetto sperimentale delle mie scuole superiori. E da quel giorno non me ne sono staccato praticamente più. Mi sono laureato in informatica a Pisa, città nella quale mi sono trasferito e attualmente vivo. Dopo la laurea, in realtà, non ho svolto lavori direttamente connessi con l’informatica: mi sono occupato di politica e poi di amministrazione pubblica. Dal 2008 al 2018 ho svolto il ruolo di capo di gabinetto del sindaco di Pisa e credo che la mia formazione “tecnica e tecnologica” mi sia stata molto utile per affrontare i mille problemi quotidiani. Attualmente sto concludendo un master in Big Data Analytics and Social Mining e sono consulente per pubbliche amministrazioni e società private per progetti innovativi, digitalizzazione, comunicazione e partecipazione. Inoltre, collaboro con il quotidiano La Nazione con una rubrica dedicata al 50° del primo corso di laurea italiano in Informatica, attivato a Pisa nel 1969.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore?

Nel 2020 si festeggeranno i 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari. Io sono cresciuto con i suoi libri, i suoi racconti, le sue favole e le sue poesie. “Favole al telefono” è stato il primo libro che ho letto. La scintilla è scoccata lì. Mio padre (o, meglio, il mio babbo) assecondava ogni mia richiesta d’acquisto di libri; le sue parole le ho ancora impresse: “se mi chiedi i soldi per un libro non ti dirò mai di no”. L’ho preso un po’ troppo alla lettera, riempiendo la casa di romanzi, saggi e fumetti. Ma dalla lettura alla scrittura c’è un abisso. Per molti anni ho litigato con la scrittura e con i temi scolastici. Adesso, non farei altro che scrivere. Ma non oso definirmi uno scrittore, bensì un autore di un romanzo.

Ora parliamo di I ragazzi che scalarono il futuro (Edizioni ETS). Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante il mio lavoro presso il Comune di Pisa ho avuto modo di interloquire con le tre università cittadine, con i centri di ricerca, con molti dei protagonisti dell’informatica pisana e italiana. Ho accumulato dentro di me conoscenze ed emozioni. Che, non appena aperto il “rubinetto”, si sono riversate nella redazione del romanzo. C’era un pezzo della storia di Pisa non del tutto conosciuto, seppur molto recente; ho pensato che fosse un episodio cruciale e non affatto secondario non solo di Pisa ma dell’Italia intera. L’opportunità mi è stata offerta dalla casa editrice ETS che ha organizzato un corso di scrittura, tenuto dai due responsabili della loro collana di narrativa Pierantonio Pardi e Daniele Luti. Quest’ultimo mi ha seguito passo passo, insegnandomi le tecniche giuste, i metodi, le “regole” da osservare. Mi sono liberato dell’idea che scrivere un romanzo fosse improvvisazione. No, è metodo, è criterio, sono regole e principi, è applicazione e dedizione. È, anche e soprattutto, mettersi in discussione.

Il libro racconta, romanzandola, la nascita dell’informatica italiana e la costruzione della CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) e dell’ELEA (Elaboratore Elettronico Aritmetico), i primi computer progettati e realizzati in Italia. Ci parli dell’humus culturale e umano che favorì il raggiungimento di questo importante traguardo, tra Pisa e Barbaricina, in Toscana, tra Università e ricerca scientifica privata.

Le vicende del romanzo iniziano nell’estate del ’54. Era l’estate della conquista del K2, ma anche della morte di De Gasperi. Era l’anno dell’inizio delle trasmissioni della RAI, ma anche di un’Italia ancora alle prese con il dopoguerra. C’era voglia di futuro e di benessere, contrastata dalla situazione economica di molte regioni e da una arretratezza culturale talvolta disarmante, vista con gli occhi di oggi. Voglia di futuro e zavorre del passato. Anche a Pisa si viveva questo dualismo. Ma con ingredienti diversi da molte altre città, che consentirono di far partire proprio a Pisa i progetti per i primi computer italiani. La politica e le istituzioni locali misero da parte divisioni partitiche e di campanile, l’Ateneo accantonò le resistenze di quella parte del corpo accademico più legato alle antiche abitudini, l’impresa – in questo caso la Olivetti di Ivrea – capì che valeva la pena rischiare un investimento innovativo, piuttosto che rimanere nelle acque tranquille delle macchine per scrivere o delle calcolatrici meccaniche. Questo intreccio tra istituzioni, università e impresa, unito al protagonismo di tanti giovani neolaureati, portò a risultati eccezionali. A me piace pensare che ci sia un filo che lega la storia di Pisa con quella della scienza e della tecnologia. Da Leonardo Fibonacci, che portò nel XIII secolo in Europa lo zero e le cifre arabe, a Galileo Galilei nato nella città della Torre. Dal primo congresso degli scienziati italiani tenuto a Pisa nel 1839, a Guglielmo Marconi, che a Coltano – a due passi da Pisa – realizzò i suoi esperimenti sulla radio. Dal suggerimento di Fermi per la realizzazione della calcolatrice elettronica, al primo nodo Internet italiano, attivato a Pisa nel 1986. Fino alle attuali ricerche sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sulle onde gravitazionali. E si potrebbero aggiungere altri mille nomi, progetti e scoperte fatte all’ombra della torre pendente!

La visione della famiglia Olivetti di Ivrea, parte delle grandi famiglie industriali e imprenditoriali italiane, ha contribuito a buona parte di questo successo. C’è ancora secondo lei, nel mondo imprenditoriale d’oggi, questa visione di insieme che unisce iniziativa privata e contributi statali?

Adriano Olivetti, assieme al fratello Dino e al figlio Roberto, dovettero contrastare non poco all’interno dell’azienda per far apprezzare il lavoro del Laboratorio di Ricerche Elettroniche aperto nel quartiere pisano di Barbaricina. Non è un caso che tale Laboratorio sia stato aperto non a Ivrea o a Milano, ma a Pisa. Non solo per il rapporto con l’Università, ma anche per far sì che non venisse assorbito e fagocitato dalle logiche aziendali dell’epoca. Buona parte del merito dei risultati va ascritto a un ingegnere italo cinese, Mario Tchou, purtroppo scomparso a soli 37 anni in un incidente stradale. Tchou diceva che “le cose nuove si fanno solo con i giovani”: con questo principio reclutò ragazzi dal grande potenziale e con tanta voglia di fare. Ma Olivetti non era solo impresa e profitto, era comunità, sociale, cultura, architettura, integrazione, urbanistica. Una visione olistica dell’impresa, nella quale il profitto e i valori non sono scindibili. Purtroppo, fu avversato per molte ragioni. E di contributi statali ne vide ben pochi: lo Stato non fece niente né prima, né dopo la sua morte per dare il giusto sostegno alla Olivetti. Fino al 1964, quando fu smembrata l’azienda con la cessione della sua Divisione Elettronica. A Pisa furono le istituzioni locali e non lo Stato a contribuire alla realizzazione del progetto, con ben 150 milioni di lire.
Tra i grandi imprenditori attuali credo che siano veramente pochi quelli che sono definibili Olivettiani. Adesso il margine di profitto è l’unica cosa che conta. I benefit e gli stipendi degli amministratori delegati a volte superano le 500 volte quelle di un dipendente della stessa azienda. Una cosa inconcepibile per Adriano Olivetti. Lo Stato, troppo spesso, viene usato come limone da spremere, senza restituire davvero alla collettività quello che si è ricevuto in termini di contributi, agevolazioni fiscali e benefit. Bisogna scendere fino alle piccole start up per trovare quel clima di apertura e collaborazione che contraddistingueva Adriano Olivetti.

Il suo libro è anche un affresco corale dell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, prima del boom degli anni Sessanta, giusto?

Mi sono divertito molto a inserire nel racconto riferimenti a oggetti, fatti e personaggi dell’epoca. La 600 Fiat e la Lettera 22. Il cinema, con i film prodotti negli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, e la televisione. I viaggi spaziali, con lo Sputnik e Gagarin. La nascita del Mercato Comune Europeo e l’ingresso dell’Italia nell’assemblea dell’ONU. Lo sport, con il giro d’Italia, il cavallo Ribot e le partite di calcio del Pisa. Ho inserito anche tanta politica e sindacato, con le lotte per l’emancipazione delle donne affrontate dalla protagonista Angela, la fidanzata di Giorgio, impegnato invece nella realizzazione delle calcolatrici elettroniche. Un dualismo, quello di Giorgio e Angela che mi è piaciuto molto scrivere e descrivere.

Una storia di giovani, soprattutto, che ce la misero tutta, con sacrificio, studio e grande forza di volontà. Un modello di impegno anche per i giovani d’oggi?

All’epoca si aveva la netta percezione che il futuro non poteva che essere migliore del passato. I giovani sapevano che studiando avrebbero sicuramente migliorato la propria condizione. All’impegno messo negli studi corrispondeva il giusto successo. Adesso, sembra che l’impegno, lo studio, la dedizione non servano più; che si possa ottenere “successo” soltanto per caso, per raccomandazione o per un’idea brillante ma estemporanea. Non è così e provo ogni giorno a farlo capire a mio figlio Dario che sta frequentando la seconda liceo. A me piace riassumere tutto questo in cinque parole d’ordine, le cinque “C”: coraggio, costanza, comunità, curiosità, creatività. I nuovi ragazzi che stanno provando a scalare il futuro sono quelli che manifestano nelle nostre città per assicurare un domani al pianeta: ragazzi e ragazze che hanno piena consapevolezza che la loro età adulta può essere completamente compromessa dal cambiamento climatico in atto. Non vanno solo ascoltati, vanno messi nelle condizioni di cambiare le cose, dando loro responsabilità e poteri. Come ha scritto Rodari, “certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

C’è anche un sapore agrodolce in questa vicenda, poi pochi anni dopo la Olivetti e l’Italia perderanno i grandi elaboratori elettronici. Perché successe?

È una domanda alla quale molti hanno provato a rispondere. Certamente le morti, prima, di Adriano Olivetti e, poi, di Mario Tchou, cambiarono il corso della storia. Ma nessuno può dire che la crisi economica della Olivetti non sarebbe comunque avvenuta, dopo i grandi investimenti fatti per l’acquisizione della Underwood e il mancato aiuto da parte dello Stato. Mentre all’estero, negli USA e in Gran Bretagna, lo Stato sosteneva le aziende informatiche, in Italia si preferì osteggiarle. La politica ebbe le sue responsabilità. Ma ne ebbe anche la classe imprenditoriale italiana, che messa alla prova di una crisi aziendale acuta, dette la risposta più scontata e meno lungimirante possibile: la cessione della Divisione Elettronica, impropriamente definita “ramo secco”. Il modello Olivetti stava stretto a molte persone. Persa la sfida dei mainframe, dei grandi calcolatori, la Olivetti ebbe un grande sussulto con la Programma 101: il gruppo di Perotto, scampato alla cessione alla General Electric, riuscì nell’impresa di realizzare e mettere in commercio il primo personal computer della storia. Venduto in larghissima parte negli Stati Uniti (compresa la Nasa!), segno che chi pensa ai complotti esteri quando parla della storia della Olivetti, a mio parere, ha torto.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria, i libri in concorso, quest’anno soprattutto, hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria, dalla storia unica di Borsalino agli operai della Melegatti. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro ha vinto il Premio Giuria dei Lettori?

Il Premio Biella è stato per me un susseguirsi di emozioni. “I ragazzi che scalarono il futuro” è il mio primo libro e non ho idea se ce ne saranno altri. Per un esordiente come me, ricevere la lettera del presidente Gasparetto che mi annunciava di essere entrato nella cinquina finalista, è stato emozionante. L’evento al Salone del Libro, poi le presentazioni a Biella e a Torino, infine la comunicazione del Premio “Giuria dei lettori”: momenti che non scorderò. Durante l’estate ho letto gli altri quattro romanzi finalisti. Sono tutti libri scritti benissimo, che raccontano storie personali o collettive di riscatto, di difficoltà o di successo. Sapere che il Circolo dei Lettori di Biella ha preferito il mio romanzo mi riempie di orgoglio: un sentimento che non mi capita di provare spesso. Un’ultima cosa a cui tengo è ringraziare tutti coloro che portano avanti il premo Biella: a chi lo presiede, lo organizza e lo promuove va espressa riconoscenza per la passione e la dedizione.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Sono io che vi ringrazio per questa opportunità! Diciamo che ho in mente una manciata di idee, alcune più strutturate, altre ancora in embrione. La maggior parte finirà la sua esistenza in poche righe di incipit o di soggetto. Nel frattempo, sto accumulando libri, riferimenti e suggestioni. Non so, davvero, se ci sarà mai un secondo romanzo. Se lo sentissi come un dovere, sono certo che il risultato sarebbe mediocre. Fuori dalla forma romanzata, ho due progetti in cantiere. Il primo è un volume con la ricostruzione storica di 65 anni di informatica a Pisa, conseguenza della collaborazione con il quotidiano La Nazione. Il secondo vorrei dedicarlo al rapporto tra la Olivetti e Pisa, raccontando nei dettagli l’esperienza del Laboratorio di Barbaricina. Per la redazione del romanzo ho raccolto molte testimonianze e corpose documentazioni che solo in minima parte sono ovviamente finite nel racconto. Adesso vorrei riordinarle e strutturarle, per non disperdere questa conoscenza e per valorizzare queste bellissime storie di eccellenza.

Isabel Allende a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Feltrinelli, Lungo petalo di mare che racconta le vicende dei richiedenti asilo sul piroscafo Winipeg nel 1939, la scrittrice Isabel Allende ha incontrato a Torino il pubblico, intervistata da Rosella Postorino, parlando del libro e della sua vita.

Lungo petalo di mare racconta una vicenda di ottant’anni fa, ma sembra che parli del nostro tempo, dell’immigrazione e dei richiedenti asilo, attraverso la vicenda di un gruppo di spagnoli in fuga dalla Spagna di Franco. Conoscevi questa storia da molto tempo, grazie ad una persona che era sul piroscafo Winipeg  e che ha ispirato il personaggio di Victor, come mai la racconti solo oggi?

Conosco infatti la storia del Winipeg da quarant’anni, Victor Rey me la raccontò in Venezuela allora, dove vivevo in esilio dopo essere fuggita dal Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Ne parlo oggi perché il tema dei rifugiati è di attualità adesso, e grazie a Victor ho avuto modo di conoscere dettagli che non ci sono scritti da nessuna parte, sul cibo, su come soffrivano il freddo, sul terrore, sul senso di allontanamento dalla propria patria. Ho tenuto una corrispondenza con lui mentre scrivevo il libro e Victor è morto sei giorni prima che gli potessi mandare il manoscritto, aveva 103 anni ed era lucido.

Nel libro si racconta di questo gruppo di rifugiati spagnoli che scappano dalla dittatura, vanno in Francia dove vengono respinti e chiusi in campi di prigionia, poi grazie a Pablo Neruda arrivano in Cile, dove però trovano difficoltà, a causa della crisi economica ma anche dell’atteggiamento della Chiesa cattolica, che li vedeva come atei, comunisti, anarchici e violentatori di suore. 

Queste cose sono vere, certo, ma va detto che invece la popolazione cilena accolse i rifugiati a braccia aperte, e oggi i loro discendenti sono musicisti, artisti, filosofi, scienziati e hanno dato un apporto al Cile enorme. Purtroppo oggi non succede più questo con i nuovi profughi e rifugiati.

Nel libro ad un certo punto il destino di Victor viene scelto quando soccorre con un massaggio cardiaco d’urgenza salvandolo un giovanissimo soldato, facendo vedere quanto la vita sia fragile ma anche meravigliosa, e come le cose belle possano capitare anche quando non le si è scelte.

La vita di Victor è sempre molto fragile, rischia più volte ma si salva sempre e quell’atto sul cuore di quel ragazzo è un simbolo dell’amore che ha per sé e per gli altri, ma credo che queste siano interpretazioni da critiche, ai lettori piacerà la vicenda nel suo complesso.

Lungo petalo di mare parla di un’identità spezzata, dello sradicamento, ad un certo punto Carmen, la madre di Victor, si chiede dove sarà sepolta, in un’angoscia di sentirsi divisi e di non appartenere a nessun posto.

Il problema di quando si deve fuggire e andare in un altro Paese è il doversi creare nuove radici: anche per me è così, non ho radici da nessuna parte, sono nata in Perù, ho vissuto pochi anni in Cile, poi sono scappata in Venezuela e adesso abito negli Stati Uniti. Comunque quando mi chiedono di dove sono dico che sono cilena. Il Cile ha un magnetismo speciale, anche in un momento difficile come questo, e infatti c’è gente che ci va e ci resta. I passeggeri della Winipeg erano stati messi infatti in guardia dalle donne cilene, molto affascinanti e autoritarie, e del resto anch’io ho detto questo al mio nuovo marito come prima cosa, che sono molto autoritaria e non cambio.

Stiamo assistendo ad un momento difficile per il Cile, tra manifestazioni e repressione della polizia, che non può non ricordare eventi passati ma sempre presenti nella memoria.

Il Cile fino a qualche tempo fa appariva come un Paese stabile e in crescita economica, ma le statistiche non tengono mai conto delle disuguaglianze sociali. L’un per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza e il 10 per cento, compreso l’uno di sopra, il 60 per cento della ricchezza. Per gli altri ci sono solo ingiustizie e povertà, è un sistema economico che non funziona e deve cambiare, e mi fa piacere che i giovani siano in prima fila. Tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa, sono state causate dalla diseguaglianza più che dalla povertà: se tutti sono poveri ci si accontenta, ma se pochi hanno tutto la situazione è insostenibile.

Nel libro è fondamentale il tema della memoria.

Vero, è un romanzo sulla memoria, che è un qualcosa che costruiamo ogni giorno, del resto la Storia è un riflesso del presente.

Nei tuoi libri si parla d’amore, ci puoi dire qualcosa della tua ultima storia sentimentale?

Mi chiedono come è innamorarsi alla mia età, ho 77 anni, ma non è che sono una mummia. Io rispondo che è come innamorarsi a 18 anni, solo che in più c’è l’urgenza di non avere più tempo da perdere, perché non so quanti anni mi possano rimanere. Ho conosciuto Roger, il mio attuale marito, a 72 anni, l’anno prima avevo divorziato da Willy, il mio precedente marito, e pensavo che non avrei più avuto altre storie con uomini. Avevo infatti comprato un piccolo appartamento dove vivere sola con il mio cane.
Un giorno ero a New York  e Roger, rimasto vedovo da un po’ di tempo, mi ha sentita in radio e per cinque mesi mi ha scritto tutti i giorni. Sono tornata in città qualche mese dopo, sono andata a cena con lui e mentre mangiava il primo credo di avergli fatto andare per traverso i ravioli chiedendogli che intenzioni aveva perché io non avevo tempo da perdere. Dopo poco è venuto a vivere con me, e ci siamo sposati qualche mese dopo.

Anche in questo tuo ultimo romanzo si parla molto d’amore, in tutti i suoi tipi, quello adolescenziale, quello duraturo, quello a cui appoggiarsi durante le difficoltà e  quello fatto di pura passione.

Oggi le nostre vite sono molto più lunghe, e in una vita possono starci più amori, e l’amore deve essere in grado di cambiare e rinnovarsi, anche per consolidarsi.

Le tue storie sono piene di personaggi femminili forti e indimenticabili, e anche questo non fa eccezione.

Rosen è diventata forte perché fin da bambina ha dovuto fare i conti con la povertà, lavorando come pastorella per mantenersi, ha conosciuto poi la guerra, ha amato un uomo che è morto e ha messo al mondo un figlio senza padre. Ofelia invece è cresciuta in una famiglia ricca, ha avuto tutto e per questo è fragile, anche perché in realtà è sempre stata succube di una mentalità patriarcale.

Tra l’altro è curioso scoprire che le donne spagnole dell’epoca fossero così emancipate.

La guerra civile spagnola aveva respinto tutta una serie di valori conservatori della Chiesa e delle forze fasciste ed erano emerse le miliziane, donne che ebbero un ruolo fondamentale nella società, rifiutando tutta una serie di ruoli e stereotipi. Rosen si sente dire quando nasce suo figlio senza padre che questo non importa, perché è spagnolo e questo basta.

I rifugiati del Winipeg arrivano in Cile grazie a Pablo Neruda, che rapporto hai avuto con questo personaggio fondamentale della cultura del Ventesimo secolo?

Neruda organizzò lui tutto per far scappare i rifugiati con il Winipeg: personalmente lo incontrai quando ero una giovane giornalista, andai a casa sua per intervistarlo, e lui mi disse che mi trovava pessima, raccontavo falsità e volevo essere al centro dell’attenzione, e che forse avrei dovuto dedicarmi alla letteratura, dove questi non erano difetti ma pregi. E forse la mia carriera di scrittrice è iniziata allora.

Samanta Schweblin a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha incontrato il pubblico torinese, intervistata da Fabio Geda, nell’ambito della rassegna Aspettando il Salone e in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Kentuki, in italiano per SUR. Ecco cosa ha raccontato dei suoi romanzi, paragonati al serial di culto Black Mirror, e non solo.

Sei un’argentina che vive a Berlino da diversi anni: come mai?

Sono sette anni che vivo a Berlino, tutto iniziò perché vinsi una residenza come scrittore per un anno nella capitale tedesca, nell’ambito di un progetto che mette a disposizione una borsa di studio con appartamento e soggiorno e non chiede niente in cambio. Si è trattato di un’esperienza unica, dopo un anno in mezzo ad arte e scrittura era dura pensare di tornare a una vita diversa, e per questo motivo ho deciso di rimanere a Berlino a vivere, con mio marito che era venuto con me.

Tu sei quindi a Berlino ma scrivi in spagnolo, come è questo?

E’ molto complicato, quando sono arrivata a Berlino non conoscevo una parola di tedesco e non parlavo nemmeno molto l’inglese, per cui mi sono concentrata sull’imparare quest’ultimo. Del resto vivevo come in una bolla a Berlino, e nella mia condizione potevo anche non imparare il tedesco. Però ho capito che capivo le cose a metà e vivevo a metà. A Berlino c’è una buona comunità di ispanofoni, ma parlano uno spagnolo neutro e non legato alle varie regioni e per questo motivo ho cercato di raccontare nei miei libri personaggi argentini.

In Kentuki ci sono però anche italiani, norvegesi, peruviani, oltre che argentini. Tu resti legata comunque all’Argentina, come mai?

Penso sia difficile definire cosa è argentino e cosa non. I miei primi libri di racconti sono stati scritti a Buenos Aires e sono stati percepiti come neutri nel mio Paese, mentre in Europa sono stati visti come storie molto argentine, mentre i libri successivi, scritti a Berlino, sono molto più argentini dei precedenti. Kentuki è una storia che racconta un mondo globale, anche se solo quello che ha accesso alle tecnologie.

Hai pubblicato cinque libri, due raccolte di racconti e tre romanzi, comunque brevi e agili: tu ti senti più un’autrice di romanzi e di racconti? E hai incontrato difficoltà a pubblicare racconti nel tuo Paese, tenendo conto che questo genere per esempio in Italia non è facile da proporre?

Io scrivo storie, ogni storia ha le sue regole, vengo dall’Argentina che ha una grande tradizione di racconti, ma il racconto è visto ancora come un apprendistato dell’autore, in un Paese dove ci sono tanti laboratori di scrittura ma più scrittori che lettori.

A proposito dei laboratori, in Argentina gli scrittori li aprono in casa loro, tu hai fatto questa cosa nel tuo Paese e poi di nuovo a Berlino.

Sì, è stata un’esperienza bellissima, io pensavo che questo tipo di iniziative ci fossero ovunque e ho capito dopo quanto ero stata fortunata ad avere questa opportunità. Si entra in casa degli scrittori, tra salotto e cucina e ci si confronta, e a 17 anni trovarsi ad interagire con il proprio scrittore preferito è qualcosa di incredibile e sorprendente. C’è un dibattito comunque sul fatto che si impari a scrivere in questi laboratori, non tutti hanno il talento dello scrivere, ma penso che bisogni desacralizzare la scrittura come capita con le altre arti .Si pensa che lo scrittore debba essere un genio, ma talento e genio sono in realtà uno sguardo particolare sul mondo e i laboratori possono aiutare a coltivare e migliorare questo.

Il tuo romanzo precedente, Distanza di sicurezza, aveva una tensione straordinaria, raccontando la storia di un’epidemia in un paesino dell’Argentina attraverso due bambini, ammalati in ospedale. Anche Kentuki ha suspense e colpi di scena, come quando viene raccontato l’omicidio di un Kentuki, che altro non sono che robot. Ami lo strano e il fantastico?

Sì, mi interessano molto, soprattutto quando irrompono nella vita quotidiana, quando succede qualcosa di insolito e spiazzante. Vengo da un paese in cui c’è la tradizione del cosiddetto racconto rioplatense, dal nome del fiume che scorre tra Uruguay e Argentina, racconti fantastici non con mostri, vampiri e fate, ma dove il fantastico fa parte di cose quotidiane.

I Kentuki del titolo del tuo romanzo sono robottini a forma di peluche, simili al famoso Tamatgochi di qualche anno fa, che hanno la particolarità di poter avere due utilizzi: si può acquistare un Kentuki fisicamente, ma dato che dentro ai loro occhi c’è una connessione via rete con altre parti del mondo che si può acquistare entrando in casa d’altri, e essendo quindi un Kentuki. Cosa vorresti, essere o avere?

Il bello di scrivere il romanzo è che mi ha permesso di raccontare entrambi i punti di vista, all’inizio mi piaceva l’idea di essere un Kentuki, ma anche averlo ha il suo perché, e tra l’altro mi stupisce che non ci sia ancora qualcosa del genere. I Kentuki sono anche una metafora di quello che facciamo nei social, creando interrogativi molto interessanti sulle responsabilità e su come comunichiamo.

Tra l’altro, in teoria non si potrebbe fotografare con i Kentuki, ma qualcuno aggira la questione, così come poter comunicare con loro, e c’è un personaggio che acquista varie connessioni per rivenderle, creando un mercato nero legato a loro. Dietro a questo c’è una metafora dei pericoli della tecnologia?

Sì, da quello che succede nei social viene fuori quanto è problematico il nostro rapporto con la tecnologia. Molti scrittori non amano la tecnologia, c’è una sorta di rifiuto anche in letteratura e la tecnologia è associata in letteratura con il genere distopico e credo che sia perché non le abbiamo dato dei limiti.

Come la tecnologia ha cambiato secondo te la letteratura negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa c’è stato un profondo cambiamento tecnologico, che con i libri ha cambiato essenzialmente solo il supporto di lettura. Per esempio le serie TV che oggi sono di maggiore successo sono spesso comunque ispirate a romanzi, e sono diventate importantissime con le nuove piattaforme di visione, anche se è certo inquietante che in tutto il mondo si vedano le stesse storie e ci si appassioni agli stessi personaggi. La tendenza della serialità televisiva è comunque di lasciare sempre più finali aperti, per permettere alla storia di andare avanti e questo influenza anche i libri. Anche Kentuki in fondo potrebbe continuare ancora come storia.

Un’intervista a Sandra Newman per Aspettando il Salone a Torino a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2019

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Il Circolo dei lettori di Torino ha ospitato un appuntamento della rassegna Aspettando il Salone, l’incontro con l’autrice Sandra Newman, il cui primo romanzo tradotto in italiano, I cieli, è appena uscito per Ponte alle Grazie.
Abbiamo seguito questo incontro, molto interessante e stimolante, condotto da Francesco Pacifico e scoperto una voce senz’altro importante, nella letteratura fantastica e non di oggi.
I cieli racconta la storia di Kate, agiata newyorkese poco prima dell’11 settembre, che ogni notte in sogno diventa Emilia, nobildonna dell’Inghilterra shakesperiana, vivendo due vite che man mano si influenzano tra di loro.

E’ consapevole che il suo libro sembra una commedia romantica di genere fantastico?

Sì, lo so, l’idea per questo romanzo è partita da una battuta con mio marito, partendo dalla serie di romanzi diventati poi serial di successo di Outlander, una storia romantica che parla di viaggi nel tempo, e pensando a come sarebbe stata una storia simile in chiave shakesperiana. Inizialmente non volevo scrivere questa storia, poi l’idea iniziale si è ampliata, del resto possono nascere libri interessanti da qualsiasi spunto o idea.

I cieli è un libro dove la trama è molto importante, ma allo stesso tempo colpisce lo stile di scrittura, poetico: come sono stati messi insieme questi due aspetti?

Il mio lavoro di scrittura si è concentrato nelle due direzioni dello stile e della trama: tutti gli scrittori amano la trama quando sono lettori e la detestano quando scrivono. Ho cercato di lavorare sulla tessitura delle trame nei miei libri, rendendole sempre più complesse, costruendo un mio stile nella forma della narrazione.

Nel libro le azioni del mondo dei sogni nell’epoca del Cinquecento cambiano poco il presente, ma si creano tante possibilità in un multiverso. Kate potrebbe anche avere problemi mentali, come ha gestito questo?

Il mondo in cui viviamo cambia in continuazione sotto i nostri occhi ma a causa della nostra tendenza a rassicurarci non lo vediamo. Nel libro ci sono multiversi migliori e peggiori, esplorati da Kate, sì si può anche interpretare la sua vicenda come provocata da una malattia, ma è una chiave di lettura.

Come si è documentata sull’Inghilterra di Shakespeare?

Il XVI secolo è molto strano come periodo storico, una delle cose divertenti è che i letterati dell’epoca, Shakespeare compreso, rivoluzionarono la lingua inventando loro molte parole, un gioco straordinario praticato a corte. Non ci sono però molti libri su questo periodo, stranamente, anche Mark Haddock ha scritto un romanzo su quest’epoca, dai toni molto diversi dal mio e dando un’idea completamente divergente dalla mia sul XVI secolo, e la sua bibliografia è uguale alla mia. In realtà noi immaginiamo il passato, ma non avendolo vissuto non sappiamo come era veramente.

Nel tuo romanzo precedente, The Country of Ice Cream Stars, una storia di fantascienza, avevi inventato un linguaggio di un futuro, che rapporto c’è tra le due storie, dove le lingue sono importanti?

Ho sempre letto molti romanzi di fantascienza, mio padre era appassionato del genere, e ho sempre voluto cimentarmi in questo ambito. Scrivere di un mondo avanti di centinaia di anni mi ha reso impossibile usare l’inglese standard di oggi e ho voluto creare una nuova lingua, tenendo conto che il libro parla di un gruppo di protagonisti che hanno al massimo 18 anni, in un mondo in cui sono rimasti vivi solo i giovanissimi. Ne I cieli sono tornati ad una lingua più standard, guardando però anche all’inglese che si usava nel passato.

Quali sono i suoi romanzi di fantascienza preferiti?

Da ragazzina amavo molto Robert Heinlein, autore non certo per ragazzine, e anche Clark Ashton Smith e James Tiptree jr, per fare altri due nomi: questo che mi ha sempre colpito è la loro visione del mondo particolare e a tratti disturbante e il loro aprire gli occhi su nuovi universi.

I cieli mette insieme due romanzi storici: uno ambientato all’inizio del XXI secolo a New York, con l’attentato alle Torri Gemelle, e l’altro nell’Inghilterra del Cinquecento. Ma nel corso del libro ci sono tanti mondi paralleli e possibili per New York, man mano che Kate va avanti nel suo viaggio nel tempo notturno. Cosa l’ha ispirata nella costruzione di una New York così stravagante e alternativa?

La New York dell’inizio della storia è la migliore possibile, poi pian piano le cose cambiano e in questo ho messo qualcosa della mia esperienza di vita.
Ho vissuto a Londra dal 1984 al 2001, e sono tornata poi negli Stati Uniti, dove ho sempre pensato che la qualità della vita fosse peggiore, che la gente fosse meno gentile e generosa. A Londra all’inizio ero abbastanza povera e frequentavo persone della cosiddetta classe operaia, dopo il successo del mio primo romanzo la mia situazione economica è migliorata e ho iniziato a frequentare esponenti della classe media e benestante, scoprendo che avevano il privilegio di poter amare arti e bellezza, un qualcosa che la classe operaia non può permettersi. Se si ha maggiore accesso a cultura, bellezza e gentilezza la vita migliora: sono cose che possono anche non interessare ma che aiutano ma è possibile solo per certi ceti sociali, e me ne sono resa conto nel corso della mia vita.

Nel romanzo Kate sta insieme a Ben, un personaggio che può sembrare noioso: ma cosa c’è di bello in lui?

Ben, ragazzo di origine indiana mentre Kate è di origine iraniana, sa benissimo che la sua fidanzata è più interessante di lui, è un mio personaggio, gli voglio bene e non riesce ad essere meglio di così.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo un romanzo di fantascienza su una Terra del futuro in cui di colpo spariscono tutti gli uomini. La società migliora, diventa quasi utopica, ma le mie cinque protagoniste vivono il tema della perdita di mariti, padri, fratelli e vanno in cerca di loro, per scoprire cosa è veramente successo. Un libro che parlerà di perdita e lutto e della gestione di queste due cose.

:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.

:: Un’ intervista con P. Gianluigi Pasquale a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2019

mamma rosaTutto è nato per caso, anche se mi sembra che qualcuno abbia detto che il caso non esiste, quando mi hanno proposto di recensire Eurosia – Come un fiore di campo (Edizioni San Paolo 2018) di Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica. Poi è successo che la prof.ssa Laura Dalfollo DE della Rivista «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti» l’abbia letta e mi abbia proposto di scrivere un pezzo per la loro rivista, ma non solo mi ha mandato anche un’altra biografia di Mamma Rosa, la prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione riveduta e ampliata da P. Gianluigi Pasquale pronipote di Mamma Rosa. Da questo è nata l’idea di intervistare P. Gianluigi Pasquale, che gentilmente ha accettato ed infatti oggi è qui con noi e risponderà a qualche domanda per promuovere la conoscenza e la devozione verso la figura della Beata Eurosia, una beata molto speciale.

Benvenuto P. Gianluigi Pasquale su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso vocazionale, della sua vita.

Volentieri profitto di questa intervista per collocare tra lo «scritto» quanto non ho mai rivelato di me, andando a ritroso tra i fotogrammi sequenziali della domanda. Sono nato in una famiglia profondamente credente e cattolica nella Città e Diocesi di Vicenza. Il babbo Silvio volò prematuramente in Cielo nel 2000, mentre nella casa «materna», vive mia mamma Giovanna e, sulla stessa viuzza, alla periferia est della Città Berica, le mie due sorelle Carla e Rosanna, sposate, che mi hanno reso felice con sei nipotini, tutti da me battezzati. Il desiderio di poter diventare sacerdote albergava nel mio cuore fin dalla più tenera età: il memorabile esempio del mio Parroco nel servire Dio e nel dedicarsi al prossimo fece breccia nel mio inconscio personale e, piano, piano, prese i contorni di un fascino irresistibile. Nell’estate del 1983, appena terminato il secondo anno delle Scuole Medie Superiori – con la vincita, tra l’altro di due borse di studio in simultanea – risultò decisivo per me l’incontro con un Frate Minore Cappuccino, P. Sisto Zarpellon (1931-2017), il quale, del tutto inaspettatamente, giunse al mio paesello per la predicazione di un «triduo» in preparazione della festa patronale. La chiarezza espositiva nel commentare la Sacra Scrittura, la folta e tipica barba bianca di un Cappuccino e, soprattutto, l’umiltà con la quale, terminata l’omelia, si inginocchiò dinnanzi al Tabernacolo, provocarono in me la decisione di voler parlare con lui. Gli esposi il mio desiderio e, in breve, il mese successivo entrai nel Seminario Serafico «Madonna dell’Olmo» in Thiene (VI), completando i miei studi. Tre anni dopo, nel 1986 nel nostro Convento di Lendinara, Provincia e Diocesi di Rovigo, iniziai l’anno canonico di Noviziato e l’8 Dicembre vestii il saio di San Francesco: non avevo nemmeno vent’anni, eppure quello fu l’anno più sereno e spensierato della mia esistenza, finora. Nel Settembre del 1987 emisi i miei primi voti di povertà, castità e obbedienza.
Trasferito a Venezia nel complesso palladiano del «SS. mo Redentore», iniziai il mio vero percorso accademico nell’annesso Studio Teologico affiliato «Laurentianum» ottenendo il Baccalaureato (1993) in Sacra Teologia [«Bachelor of Theology»], anno in cui fui anche ordinato sacerdote. Proseguii, poi, con la Licenza (1997) e il Dottorato di Ricerca (2001) conseguiti nella Pontificia Università Gregoriana a Roma, formandomi, così all’esigente Scuola dei Gesuiti. I quali hanno il merito indiscusso di avermi addestrato a un rigoroso metodo di studio, che consiste nel «Deum attingere» in qualunque cosa, anche nella pagina di qualsiasi libro. Nel frattempo, sempre a Roma, mi fu chiesto di avviarmi in un secondo percorso accademico all’Università Statale «La Sapienza», per un’altra laurea in Filosofia. Era il 1998. Riuscii a conseguirla soltanto nel 2003 all’Università Statale «Ca’ Foscari» in Venezia, dove nel 2008 ottenni anche il Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale vincendo, l’anno scorso (2018), l’Abilitazione Scientifica Nazionale quale Professore Associato nella stessa disciplina concorsuale. Il motivo per cui dovetti rientrare nel Capoluogo lagunare fu dovuto alla nomina a Preside dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» (2001-2010), dove ero stato prima studente, mentre attualmente il mio impegno, come Docente, è a Roma nelle Pontificia Università Lateranense e Urbaniana e a Milano nella sezione parallela del «Laurentianum».

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Anch’io mi occupo di libri. Ne ho scritto molti finora, di vario genere, perché li considero la migliore forma di comunicazione. Per me anche una forma di ascesi – nel senso greco del termine – e di continua rigenerazione intellettuale. Chi scrive non si accorge che il tempo passa e che nel farlo, genera e rigenera relazioni. Tommaso d’Aquino ha dichiarato che ogni libro ha un valore in sé e per sé nel «suscitare domande essenziali, ed indicare sentieri per la risposta». Titoli di libri da suggerire ne avrei molti, di dimensione spirituale e non. Certamente varrebbe la pena leggere l’Epistolario di San Pio da Pietrelcina, il quale costituisce un’autentica miniera d’oro di mistica e di spiritualità, La leggenda dei Tre Compagni contenuta nelle Fonti Francescane, ossia tra gli Scritti su San Francesco, quattro libri di Teodorico Moretti-Costanzi La terrenità edenica del cristianesimo e la contaminazione spiritualistica, La donna angelicata e il senso della femminilità nel cristianesimo, San Bonaventura, Il senso della storia, uno di Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio e uno di G.W.F. Hegel, Mondo greco e romano. Fondamenti del cristianesimo. Mi permetto di suggerire questi titoli a partire dalla convinzione che vi sono libri, i quali godono di un’inaudita attualità anche se scritti alcuni anni or sono. Oltre a questi, ci sarebbero altri due titoli di libri contenenti un considerevole stigma spirituale e scritti da me quest’anno (2019): Angeli e demoni in Padre Pio. Il mondo interiore del santo stigmatizzato e San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone, quest’ultimo redatto con lo stile di un romanzo e con la tecnica del «pace-turn-over» («una-pagina-tira-l’altra»): è il mio ultimo che esce il prossimo mese di Ottobre 2019.

Dunque è il pronipote di Mamma Rosa, al secolo Eurosia Fabris Barban, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Ci parli di lei, di come avete tramandato il suo ricordo nella vostra famiglia.

«Mamma Rosa», o «Rosina» – è questo il nome con cui ne ho sempre sentito parlare in famiglia – è effettivamente (stata) la nonna di mia mamma Giovanna, quindi la mia bisnonna materna. Dagli zii e dalle zie materni, sentivo fin da piccino, che era morta (1932) in concetto di santità, dato il notevole afflusso di persone accorse ai suoi funerali. Tuttavia, se ne parlava con molto pudore, vorrei dire con parecchia ritrosia. Oso presumere che nessuno di loro e di noi parenti abbia mai pensato che, un giorno, sarebbe salita alla gloria degli altari. A noi bastava sapere che in famiglia una nostra mamma, terziaria francescana, era riuscita a vivere semplicemente e con gioia il Vangelo di Gesù Cristo nella quotidianità più feriale. Il «processo di beatificazione» – a onor del vero – riprese slancio per la volontà determinata di San Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale riconobbe un miracolo concesso ad Anita Casonato (1922-2012) di Sandrigo (VI) per l’intercessione di Eurosia Fabris. Poi il Pontefice dei «Papaboys» salì al Cielo. Appena eletto Papa Benedetto XVI (*1927) volle, in breve, dichiararla «beata», di fatto la «sua prima beata» in Italia, fuori dalle porte di Roma («extra Urbem»), così come sono state, successivamente, tutte le altre beatificazioni, proprio a partire da questa. Questi, in breve, i suoi tratti biografici: Eurosia Fabris nacque a Quinto Vicentino, Diocesi e Provincia di Vicenza, il 27 Settembre 1866 e il 5 Maggio 1886 sposò eroicamente Carlo Barban – rimasto vedovo soltanto a ventitré anni con due bimbe orfane, Chiara e Italia. «Rosina», infatti, prima ancora del matrimonio si recava a casa di Carlo per accudire alle due piccine che non si resero conto del perché la loro mamma naturale fosse salita in Cielo così presto, perché morta prematuramente. Eurosia decise, dunque, di sposare Carlo, proprio per far loro «da mamma» e, pertanto, si trattò di un matrimonio eroico, dal quale, poi, nacquero altri nove figli. In questa famiglia ricca di fede e di santità sorsero varie vocazioni: tre alla vita consacrata, quattro al matrimonio, tra i quali mio nonno Luigi, di cui porto il nome, e tre al sacerdozio. Eurosia godette delle confidenze di Gesù, della Vergine Maria e delle «anime del Purgatorio», delle quali era devotissima: profetizzò il giorno della sua morte, come Gesù stesso le aveva rivelato, che avvenne l’8 Gennaio 1932.

Prima di leggere il libro di Rodari devo confessare che non avevo mai sentito parlare di questa beata, pensa anche lei che in questi ultimi tempi ci sia una riscoperta di questa figura femminile così carismatica?

Senza dubbio. È mia profonda convinzione che la scelta di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di togliere la «polvere della storia» depositatasi sulla figura di Eurosia, sia dovuta alla dichiarata propensione di voler valorizzare, rivalutandolo, il ruolo della donna nella Chiesa, della sua femminilità, della qualità ad essa intrinseca di poter essere madre – e, quindi, di generare alla vita – di essere «apostola della buona notizia», come usa dire Papa Francesco (*1936), al quale ho personalmente donato copia della VI edizione della biografia ufficiale della Beata Mamma Rosa, quella precedente rispetto al libro di Paolo Rodari.

Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Mamma Rosa rivestì tanti ruoli, sempre animata da una profonda fede, autentica e semplice. In che modo pensa che il suo esempio sia d’aiuto oggi, anche per le nuove generazioni?

Rispondo narrando un aneddoto, direttamente inerente le nuove generazioni. La traduttrice dall’italiano in inglese dell’VIII edizione della biografia della Beata, Dr. Katherine Hutton Mezzacappa, che vive e lavora in Toscana, essendo anche devota della Beata Eurosia – tradusse gratuitamente l’intera biografia –, nel 2011 volle recarsi in pellegrinaggio, assieme alla propria famiglia, a Marola (Vicenza), nel cui omonimo Santuario Diocesano sono custodite e venerate le sue spoglie mortali. Dal resoconto di Katherine si viene a sapere che quanto a seguire accadde in una soleggiata domenica di Settembre, un periodo non indifferente per la nostra Beata. Appena entrata in Chiesa, Katherine viene colta dalla sorpresa di vedere un folto gruppo di giovani soldati statunitensi – è risaputo che la Città di Vicenza ha un contingente di soldati americani con due Caserme. Tutti portavano in mano fiori bianchi nella prima Cappella laterale sinistra per chiedere, mediante l’intercessione della Beata Eurosia, la protezione delle proprie mogli e, anche, dei loro figli. Evidentemente si trattava di giovani soldati cattolici. Tuttavia, il dettaglio sta proprio nella richiesta della gravidanza per le loro spose perché uno dei più significativi miracoli riconosciuti a Mamma Rosa è quello di concedere il dono della maternità a quelle spose che desiderano essere anche mamme. La Beata Eurosia, infatti, è stata, per così dire, mamma in un triplice modo: di adozione, naturale e di affido, avendo, dopo il matrimonio con Carlo, accudito ad altre tre orfanelle del paese.
E qui sporge il secondo elemento di un’inaudita attualità appannaggio delle nuove generazioni: oggigiorno si può essere madri autentiche non soltanto per natura, ossia non generando, qualora ciò fosse impedito per infertilità o per età avanzata della sposa – come accade sempre più spesso – ma pure mediante adozione, laddove tale gesto sia motivato da amore cristiano per trasmettere la fede a quei piccoli di cui ci si prende cura, ovvero che ci vengono affidati se siamo educatori, o insegnanti o animatori. È questo, credo, quanto viene inteso con le prime parole con cui inizia il Breve Apostolico di Beatificazione firmato da Benedetto XVI il 6 Novembre 2005: «una donna può ritrovare se stessa solo donando amore agli altri».

Mamma Rosa sapeva leggere e scrivere, cosa non scontata, soprattutto per una donna, nelle campagne venete di fine Ottocento, e leggeva molto; secondo lei in che misura questa sua vivacità intellettuale ha influito nel suo percorso spirituale? Ha lasciato memorie di questo?

Questa domanda mi dà l’opportunità di chiarire alcuni dettagli poco conosciuti circa la biografia della Beata Eurosia Fabris Barban. In realtà, mia bisnonna, a differenza di tante altre donne a lei contemporanee, non solo venete, sapeva leggere e scrivere. Ciò le diede l’opportunità di cimentarsi con la meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, soprattutto nelle ore notturne, una volta terminati i lavori domestici. Sue letture preferite furono pure la Filotea di San Francesco di Sales, le Massime Eterne di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il Compendio della Vita Cristiana (Catechismo di San Pio X) e altri manuali di pietà. La lettura le offriva effettivamente una rara freschezza intellettuale e, soprattutto, la possibilità di discernere quali scelte compiere, distinguendo il bene dal male. Probabilmente per questa ragione, durante il processo di «ex-tumulazione» del feretro, assieme alla Commissione Diocesana e al medico legale, abbiamo rinvenuto il cerebro completamente intatto della Beata, ora conservato in un prezioso reliquiario d’oro e protetto da formalina. Mamma Rosa osservava scrupolosamente la virtù dell’onestà – appunto il saper distinguere il bene dal male – possibilità che, com’è risaputo, ci è offerta dall’uso corretto del cervello e della mente, oltre che da una retta coscienza. Leggendo molto, fu spinta anche a scrivere. Come di solito accade ai più. Conserviamo gelosamente un taccuino da lei cucito e ricamato con dei fiori, all’interno del quale sono stati rinvenuti delle «gemme spirituali» e delle «massime di vita», ora parzialmente pubblicate nell’immaginetta ricordo della Beata e nella biografia. Tuttavia, il dettaglio oltremodo più importante fu la scelta, compiuta nel 1906, di entrare a far parte del Terzo Ordine Francescano – oggi conosciuto come Ordine Francescano Secolare, voluto con l’insediamento di una «fraternità» nel paesello di Marola dal Parroco di allora. In questo modo, un padre francescano giungeva almeno due volte al mese dalla vicina Città di Vicenza per la catechesi e la formazione continua dei «terziari» e delle «terziarie». È questa la vera ragione strategica grazie alla quale mia bisnonna si formò sia alla scuola del Vangelo, che del Poverello, tanto da indurre il Parroco a nominarla catechista in Parrocchia, scelta piuttosto eccezionale in quei tempi per una donna, pur credente e «santa» come Eurosia. Non è, dunque, un caso se nel 2009 l’allora Arcivescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia volle dichiararla Patrona di tutti i catechisti e le catechiste della diocesi Berica e nel 2017 la Direzione dell’Ordine Francescano Secolare Veneto, realtà piuttosto capillare nel Nord-Est, la scelse quale propria patrona.

La prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione da lei riveduta e ampliata è un testo molto ricco, e dettagliato, in cui sono presenti anche numerose foto. Quanto l’ha impegnata questo lavoro di ricerca, e come si è documentato, oltre alle memorie tramandate in famiglia?

Per rispondere è necessario compiere un passo indietro perché non tutto è merito mio. Anzi, forse nulla o poco. Nel 2003 San Giovanni Paolo II riconobbe l’«eroicità delle virtù» di questa umilissima e oltremodo generosa «mamma di famiglia». Nel 2004 venne riconosciuto il miracolo, il cosiddetto «super miro» e venne in breve fissata la data di beatificazione in Roma per la primavera del 2005. Come tutti sanno, però, il Santo Papa polacco volò in Cielo, anche se aveva fiutato la santità di «Rosina». Perché i Santi si fiutano tra loro. E, quindi, tutto rientrò nell’oblio precedente. Imparando dalla nonna di fronte a questo evento inaspettato, semplicemente circolò tra noi questo sentimento: «sia fatta la volontà di Dio». Non si trattava di rassegnazione, ma di serena accettazione. Quando, come accennato, nello stesso anno 2005 Papa Benedetto XVI, fece ben presto propria la causa di beatificazione – prova ne è il fatto che venne celebrata nella Cattedrale di Vicenza entro lo stesso anno – si presentò la necessità di ripubblicare la «biografia ufficiale» del figlio P. Bernardino Matteo Angelo Barban, frate minore francescano. Genuino figlio della propria mamma, si firmava soltanto – e umilmente – con lo pseudonimo di «Mariano Berico». Contattato da mia cugina Maria Carla Piccolo, la vera fautrice dell’iniziativa editoriale, risultò ad entrambi necessario ristampare la VI Edizione, oramai esaurita. Ci accorgemmo, dunque, che la biografia di Padre Bernardino conteneva un «atomo soprannaturale» – come dichiarano tutti i lettori e le lettrici – se aveva raggiunto in pochi decenni tale tiratura. L’impresa non fu facile, ma riuscimmo nell’intento grazie all’accoglienza trovata presso una prestigiosa Casa Editrice Cattolica, piuttosto conosciuta in Italia. Ovviamente la VII edizione del 2006 venne aggiornata con i dati di quanto occorso dalla morte di Padre Bernardino Barban (1980), corredandola di nuove foto – quelle dell’ex-tumulazione per esempio, delle dovute didascalie, dell’«Indice dei nomi» e di una mia lunga «Introduzione» storico-teologica. Nel giro di quattro anni le circa quattromila copie mandate in stampa vennero vendute piuttosto in fretta. Nel frattempo, nacque, come accennato, la VIII edizione in lingua inglese, quale traduzione della VII e nel 2014 fu necessario stampare la IX Edizione, per la quale mi sono impegnato aggiungendo due e inediti nuovi capitoli. Ciò ha richiesto approfondite ricerche negli Archivi Parrocchiali di Quinto Vicentino – dove Eurosia nacque e venne battezzata – e di Marola di Torri di Quartesolo (VI), dove si sposò e trascorse l’intera sua esistenza, oltre che altre ricerche di documenti e testimonianze presso la Postulazione Generale dei Frati Minori in Roma e la Vice-Postulazione degli stessi in Monselice (PD). Bisognava infatti, aggiungere anche i passi innanzi compiuti con affetto dalla Diocesi di Vicenza verso la propria Beata, che sono innumerevoli, tra i quali la dichiarazione a patrona dei catechisti, dei francescani secolari e l’elevazione della Chiesa Parrocchiale in Marola a Santuario Diocesano (8 Settembre 2014). Senza nulla togliere al volume di Paolo Rodari del 2018, che è scritto in tutt’altro stile, ho, tuttavia, lasciato inalterato quell’«atomo soprannaturale» che innerva tutta la biografia di Padre Bernardino.

Mamma Rosa era una donna forte, determinata, ha preso delle decisioni per quanto riguarda la sua vita anche difficili, perlomeno insolite, senza farsi influenzare dagli altri che la sconsigliavano. Sicuramente grazie alla sua fede che ha nutrito e coltivato la sua forza. Spesso si ha l’idea che i credenti siano persone ingenue, inesperte, un po’ credulone si può dire. Mamma Rosa sembra testimoniare che non è così, giusto?

Non solo i cristiani, ma tutti i credenti nelle altre religioni monoteiste, (ri)conoscono che la fede in Dio offre una «marcia in più» al vivere quotidiano. La fede cristiana consente, poi, di permettere addirittura che Gesù Cristo, il Salvatore del mondo abiti in noi (Col 3,16). Senza la fede, l’intera nostra esistenza sarebbe racchiusa in un grigiore e imprigionata in quella noia piatta e ingessata, che sbuca dai dispositivi della civiltà della tecnica, quella in cui siamo inabissati, nostro malgrado. Certamente la fede di cui Mamma Rosa si è nutrita leggendo la Sacra Scrittura e sentendola proclamare durante la Santa Messa – che frequentava, non va dimenticato quotidianamente – l’ha indotta a compiere scelte controcorrente. La fede cristiana, infatti, genera in noi l’energia dello Spirito Santo e produce almeno tre frutti: a) ci spinge a compiere scelte inaudite la cui sola certezza sta nel fatto che Dio non abbandona mai una propria creatura; b) conferisce una forza persuasiva a superare ogni difficoltà, sapendo che, dopo la Croce, scaturisce la gioia; c) pur nella banalità del quotidiano, la fede permette che la nostra storia della salvezza progredisca verso il nostro ultimo incontro con Gesù, donandoci quella serenità di sottofondo che nulla accade a caso e che nemmeno il luogo dove viviamo la nostra ferialità è uno qualsiasi, anzi. La fede ci insegna a «stare al nostro posto». Il che significa con Gesù. Questo è quanto si apprende dalla vita della Beata Eurosia, la quale, proprio per questo, visse all’insegna di un’esistenza tutt’altro che ingenua e inesperta. È mia profonda convinzione, piuttosto, che esiste una «storia agiocentrica», rispetto a quella universale e della cultura. Lasciamo aperto – per esempio – questo interrogativo: quale è la vera storia? Quella dell’arco di Costantino imperatore e dei suoi successori, quella della cultura, oppure quella dei santi? Detto altrimenti: quale è la storia viva, che non passa nel dimenticatoio?

Ormai è questione di tempo, c’è speranza che sotto il pontificato di Papa Francesco Mamma Rosa sia proclamata santa? A che punto è l’iter che porta a questa canonizzazione?

La Diocesi di Vicenza, l’attuale Parroco e Rettore del Santuario «Beata Mamma Rosa» don Dario Guarato e la Vice-Postulazione dei Frati Minori, cui è affidata adesso la «causa di canonizzazione», hanno già compiuto molti passi dalla beatificazione in qua. Oramai siamo prossimi ai primi tre lustri (2020). Con la collaborazione della Professoressa Laura Dalfollo di Roma nel 2016 è stata perfino fondata la Rivista di indole scientifica «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti». Durante il Pontificato di Papa Francesco – che sta valorizzando l’apporto del genere e del genio femminile della e nella Chiesa – siamo stati, poi, felici spettatori di fenomeni di devozione che hanno «estradato» la figura e la spiritualità di Mamma Rosa, per esempio in Pakistan, Paese a maggioranza mussulmana, in Polonia, negli Stati Uniti e in Canada. L’iter, pertanto, procede anche sotto il Pontificato di Papa Francesco, al quale, nel 2013 ho potuto donare la VI Edizione di Padre Bernardino. Vorrei, però, profittare di questa intervista per sottolineare due mie personali convinzioni inerenti la statura spirituale di Mamma Rosa, di cui sono pronipote: il valore insostituibile della preghiera assieme alla frequenza assidua dei sacramenti (Eucarestia e Riconciliazione) per santificarci e la strenua pazienza nel compiere la «volontà di Dio», senza fretta. Noi parenti non abbiamo mai avuto fretta per la beatificazione: se la Santissima Trinità vorrà che Mamma Rosa diventi «santa» i tempi sono nelle mani di Dio. A noi spetta, però, pregare e farla conoscere. Ma, sopra-tutto, pregare. Tutto il resto è rubricabile tra le congetture «umane».

La ringrazio per la sua disponibilità e come ultima domanda le chiedo se attualmente sta scrivendo un nuovo libro?

Come si sarà, forse, intuito a me piace scrivere. Sarebbe improbo, data la mia indole personale, percepire i battiti del cuore e vivere come francescano senza poter scrivere. In questo caso devo essere effettivamente riconoscente all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ai miei confratelli, che mi concedono tempo e possibilità per (poter) scrivere. Lo scorso Luglio 2019, per esempio sono riuscito a trascorrere tre settimane intere nella Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana in Roma per un totale di dieci ore al giorno. Per scrivere un libro sono necessarie, a mio parere, tre condizioni: a) l’intuizione, che gli antichi denominavano la «mantica», di creare un’opera d’arte che, poi, uno non riconosce più come propria; b) i fondi librari delle Biblioteche, soprattutto se si devono scrivere libri di indole scientifica, come saranno i miei prossimi due; c) «dare tempo al tempo» – che è, forse, la più azzeccata tra le espressioni della nostra lingua italiana e, infatti, difficilmente traducibile – ossia molta pazienza e la capacità di lasciar «cadere la penna» sul foglio. Quando termino un libro, infatti, io provo la sensazione di essere esausto, come avessi partorito e mi fosse stato tolto un alcunché che era, prima, mio. Nel mese di Settembre 2019, dopo tre anni di ricerche, ho licenziato, come accennato, il mio ultimo 2019 San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone (333 pagine). Nei prossimi anni devo scrivere altri due volumi: uno di Antropologia filosofica e uno di Teologia fondamentale, essendo anche due tra le discipline che insegno all’Università in Roma e in Milano. Sono commissionati, ma, grazie a Dio, senza scadenze. Spesso più di qualcuno mi chiede perché scrivo così tanto. Credo sia perché vivo molto in treno, il cui paesaggio visto dal finestrino mi ispira assai. Ricordo ancora – quasi fosse adesso – come nel 2006 non riuscissi a terminare la Conclusione del Il principio di Non-Contraddizione in Aristotele. Era uno di quei libri commissionatimi e, dunque, con la «data di scadenza». Sapevo io, però, come ne sarei uscito. Presi da Venezia la «Freccia Bianca» per Lecce, i cui vagoni ferroviari viaggiano sulla linea Adriatica – ovvero sul mare – e rientrai a Venezia il giorno dopo, a Conclusioni finite. Ringrazio il buon Dio di essere libero di scrivere perché alla pari di Italo Calvino considero «la mia operazione [come] una sottrazione di peso: ho cercato di togliere peso» (Lezioni Americane, p. 5). E ringrazio pure la Beata Mamma Rosa che lasciò scritto tra le sue «gemme spirituali»: «Io non desidero altro che l’amore di Dio e di crescere sempre più nel suo amore. Del resto non m’importa nulla». Anche questa è espressione della libertà di scrivere. Grazie.

:: Un’ intervista con Wulf Dorn, per l’uscita di “Presenza Oscura” (Corbaccio 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2019

Presenza oscuraBentornato Wulf su Liberi di scrivere e benvenuto in Italia. Sei qui per presentare Presenza Oscura il tuo nuovo libro, che si inserisce nel filone dello psicothriller con venature horror di cui ormai tu sei uno dei maestri europei. Insomma i tuoi libri fanno veramente paura, questo forse più degli altri perché infondo la morte è il destino ultimo di tutti, insomma non tutti moriremo uccisi da un serial killer, ma è indubbio che tutti moriremo e non sappiamo bene cosa ci aspetta dopo, nonostante le testimonianze di chi possiamo dire ha vissuto fenomeni di premorte e poi è tornato indietro. Come hai affrontato un tema così delicato, che immagino faccia paura anche a te, giusto?

Certamente più si invecchia e più si affronta il tema della morte a causa della perdita di amici, parenti, persone care. E come autore si inizia a riflettere su come scrivere di queste cose. So che si tratta di un argomento molto serio e tutt’altro che allegro ma è necessario riflettere sulla morte per comprendere il valore e il contenuto della vita e che tutto ha una fine. Essendo io una persona che vive appieno la vita non ho paura della morte. L’unica cosa che mi fa paura è che possa essere dolorosa e che possa durare a lungo.

Sei partito da esperienze reali, testimonianze di persone di paesi diversi, di culture diverse etc… che hanno vissuto si può dire le stesse percezioni: un tunnel buio, una grande luce al fondo, il rilascio di endorfine etc… Quanto c’è di scientifico in questo, e c’è una spiegazione razionale che ti ha convinto più di altre?

Da un punto di vista scientifico è possibile spiegare quasi tutto quello che succede in un caso di premorte. Alcuni aspetti tuttavia non sono ancora spiegabili scientificamente. Si tratta di fenomeni emotivi che assumono delle connotazioni individuali e lasciano spazio all’interpretazione.

Protagonisti sono dei ragazzi, due adolescenti Nikka e Sascha, di cui con molta sensibilità descrivi le fragilità, le difficoltà, le aspirazioni e i sentimenti. Conosci approfonditamente il mondo dei ragazzi, che musica ascoltano, cosa sognano, quanto per loro è importante l’amicizia e perché no l’amore. Già in Incubo, protagonisti erano adolescenti, cosa ti avvicina al mondo dei ragazzi?, e che difficoltà trovi nel parlare di questa età della vita ancora piena di aspettative e non del tutto compiuta?

Proprio quest’ultimo punto è ciò che mi affascina di più del mondo dei giovani. Da giovani si imparano le cose per la prima volta, si comincia ad avere delle opinioni e si impara a conoscere il mondo e la vita. Da adulto si perde questo tipo di sguardo e la capacità di stupirti per tutto quello che la vita ti offre. E per me come autore è una sensazione bellissima riuscire a infilarmi nei panni di un giovane e riprovare delle sensazioni che ormai erano lontane.

Inserisci sempre elementi horror, che suscitano vera paura, che incidono quasi nel subconscio, perché questa scelta? Ha una valenza catartica? Vuoi spingere i tuoi lettori a riflettere su temi anche filosofici ed etici?

Si certo impariamo molto attraverso le emozioni. E uno degli stimoli emotivi più forti è la paura.
Ci sono molte emozioni attraverso le quali impariamo ma questa è quella che mi affascina e coinvolge di più.

Ricordo che quando ero una ragazzina il terrore di mia madre era che in discoteca qualcuno mi mettesse qualcosa nel bicchiere, in questo libro denunci un problema sociale molto reale, vissuto dai genitori con grande preoccupazione, il tuo libro ha anche questo obbiettivo, sensibilizzare su questo tema?

Si purtroppo questo è un argomento che è diventato molto popolare. Naturalmente questa storia è un buon mezzo per trattare questo argomento, ammonire e mostrare cosa può succedere. C’è gente che si diverte a mettere la droga nei bicchieri altrui ma bisogna sapere che questa cosa può avere conseguenze mortali e in ogni caso conseguenze gravi per le vittime.

[Traduzione a cura di Francesca Ilardi, che qui ringraziamo.]

:: Un’ intervista con Loredana Lipperini a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2019

Loredana LipperiniBentornata Loredana su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. È da poco uscito il tuo nuovo libro “Magia nera”, una raccolta di racconti di genere ibrido, dall’horror al fantastico, al racconto morale, con molte sfumature e peculiarità che li rendono difficilmente etichettabili. Ce ne vuoi parlare?

Io preferisco sempre la definizione più generale di fantastico, in cui rientra anche l’horror, perché non esiste, in questa raccolta ma in assoluto in quello che scrivo, una categorizzazione precisa. In “Magia nera” ci sono racconti steampunk, fantascientifici, horror. Ma mai a pieno titolo. Preferisco interpretare il concetto di fantastico nella chiave del perturbante indicata da Todorov: qualcosa che curva il reale, lo modifica, lo rende sottile, fa intravedere l’elemento magico dietro la concretezza. Quanto al racconto morale a cui accennavi: sono convinta che tutta la letteratura fantastica, per sua stessa natura, imponga ai personaggi una scelta etica. Se vuoi, tra bene e male, ma in generale fra la via più semplice e quella più complessa.

Che criterio hai usato per sceglierli per questa antologia? C’è un fil rouge sotto traccia?

Mi sono resa conto, scegliendoli, che già preesistevano le tematiche in cui sono suddivisi i racconti (Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni) in quello che stavo scrivendo o avevo scritto. Probabilmente perché sono le tematiche che mi sono care, e non a caso sono presenti sia nella produzione saggistica che in quella narrativa. È stato abbastanza semplice, dunque, suddividerli. La tematica più ampia che li comprende tutti è quella dell’inciampo in cui le mie protagoniste, donne qualsiasi (quasi tutte), si imbattono in un determinato momento della loro vita. Un momento casuale, non necessariamente drammatico: una sosta in una locanda, una casa che affaccia su un melograno, una partita a tombola.

Sono racconti scritti nello stesso periodo, o in periodi diversi della tua vita? Già usciti su antologie o riviste, o del tutto inediti?

Sei erano già apparsi in antologie o su riviste, sei sono inediti. Il più lontano è di sette anni fa, il più vicino di sette mesi fa. Alcuni sono stati pubblicati, o concepiti, con l’eteronimo di Lara Manni che ho usato dal 2007 al 2012.

Il racconto non è un genere molto comune, o perlomeno è così difficile da scrivere che pochi autori di racconti figurano nelle classifiche dei libri più venduti. Perché questo, secondo te? da dove nasce questa diffidenza nei lettori?

Credo che sia più una diffidenza degli editori. Non dimentichiamo che con i suoi bellissimi “Sessanta racconti” Dino Buzzati ha vinto il Premio Strega (peraltro, il suo è il tipo di fantastico a cui mi riferisco, in “Magia nera”) e che grazie alla sua produzione di (meravigliosi) racconti Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Non ho mai compreso fino in fondo il motivo della diffidenza medesima, poi. Forse si ritiene che il lettore voglia “la” storia in cui immergersi e non desideri frazionare la propria attenzione in tante piccole storie? Non mi convince. Mi sembra, però, che le cose stiano lentamente cambiando.

I tuoi racconti sono molto kinghiani, per il tipo di scrittura rifinita e piana, e per quel senso di inaspettato e meraviglioso che appare all’improvviso in un contesto si può dire comune, quotidiano, oltre a King (e non si può non citare Shirley Jackson, da poco al centro di un significativo revival) quali sono i tuoi maestri letterari?

Sono molti. Certamente l’influenza di King è determinante, e a sua volta King ha molto amato e stimato Jackson. E’ difficile elencare tutte le scrittrici e gli scrittori che hanno avuto e hanno un peso su di me: Munro, certamente, ma anche altre grandi autrici di racconti come Lucia Berlin, Grace Paley, Amy Hempel per quanto riguarda le più vicine a noi. Katherine Mansfield è stata la mia lettura di ragazza più coinvolgente. E poi Atwood, LeGuin, Carter, Du Maurier, Lovecraft, Harlan Ellison, Richard Matheson, Ray Bradbury per quanto riguarda il fantastico. E, in generale, la pietosa lucidità di Thomas Mann. O la grazia feroce di Kazuo Ishiguro. Ma sono troppo pochi, rispetto a quelli reali.

Protagoniste dei tuoi racconti sono principalmente donne, molto diverse l’una dall’altra, la cui forza deriva da qualcosa di ancestrale, misterioso e sconosciuto. Già che parli di magia, in che misura le donne sono canali privilegiati per veicolarla?

Non dovrebbero esserlo, in realtà. Inchiodare la donna al sacro è una grande trappola, come ricordava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”. Le mie donne non sono streghe. Sono persone comuni. Solo, deragliano più facilmente nel non-possibile. Scrivo di donne perché mi viene naturale: non c’è alcun sottinteso ideologico in “Magia nera”.

La maggior parte dei racconti sono ambientati in epoca contemporanea, ma ce ne uno dove addirittura c’è al centro il mago per antonomasia, il celebre illusionista Harry Houdinì, capace come si suol dire di “concorrenza sleale”. Gli uomini accettano con meno buona grazia delle donne di essere meno bravi in alcune cose? Vivono la competizione (se competizione c’è) in modo più drammatico e doloroso?

Tre racconti hanno una diversa ambientazione: “Madame” in epoca vittoriana, “Rosa Virgo” nella seconda guerra mondiale – almeno in parte, “Rosabelle, rispondi” nei primi anni del Novecento, quando era proprio il realismo a vacillare, dopo gli orrori della Grande Guerra. Quel racconto, l’ultimo in ordine di scrittura, è nato da uno spunto di Mariano Tomatis, illusionista e storico dell’illusionismo, che mi ha raccontato la vera storia di Minerva e del pessimo tiro giocatole da Houdini. Alla seconda parte della domanda rispondo con qualche titubanza: non mi piace mai la generalizzazione. Da un punto di vista storico e sociale potrei rispondere di sì, e che è ancora molto difficile accettare la competizione con una donna, comunque.

Mi è piaciuto molto un racconto che parla di cristalli, tradimento e con un finale nerissimo. Cosa ti ha ispirato la sua scrittura?

Ti riferisci a “Soltanto due euro”, immagino. Beh, l’innesco è stato semplicissimo: ho comprato due cristalli al mercantino. Non sapevo perché, proprio come la mia protagonista. Poi ho deciso di costruirci un racconto. Succede, quasi sempre, così.

Già ai tempi dell’antica Cina la scrittura era uno strumento di emancipazione femminile, se non economica perlomeno morale e psicologica. Era diciamo una delle poche attività consentite. Anche nella cultura Occidentale, donne che scrivono ce ne sono parecchie sin dall’antichità. Ancora oggi, secondo te, la scrittura è uno strumento di emancipazione?

No, la scrittura è scrittura, almeno oggi. L’emancipazione passa per molte altre cose. Se poi mi chiedi se le scrittrici vengano viste, qualitativamente e letterariamente parlando, allo stesso modo degli scrittori, la risposta è no.

Grazie della disponibilità vorrei chiudere questa intervista chiedendoti se stai scrivendo al momento, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando, ormai da tre anni, a un romanzo. È piuttosto complesso e ci metterò un po’ di tempo. Anche perché di tempo non ne ho così tanto, purtroppo, o per fortuna, tra radio e altre avventure. Ma va bene così.

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

10 luglio 2019

Rossana Balduzzi GastiniBenvenuta su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzi tutto sono io a ringraziare lei per avermi proposto questa gradita conversazione. Dovendo parlare di me inizierei con il dire che sono nata ad Alessandria dove, a parte un periodo milanese, ho sempre vissuto. Ho studiato al liceo classico Plana famoso perché vi studiò Umberto Eco e poi mi sono laureata in architettura presso il Politecnico di Milano. Per anni ho svolto la professione di architetto e poi improvvisamente “la svolta”, un cambio di vita rinascendo come scrittrice.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare una scrittrice?

Si potrebbe dire che il mio amore per i libri sia nato con me e così il desiderio di inventare situazioni e personaggi che mi è sempre appartenuto. Ricordo che da piccola mi immergevo per ore e ore nel mondo meraviglioso della fantasia immaginando storie fantastiche da far vivere alle mie bambole. Giocando parlavo spesso da sola, dando voce ai vari personaggi totalmente indifferente a ciò che accadeva intorno a me.
Poi, una volta aver imparato a leggere, ho passato tanto tempo tra le pagine di libri di fiabe e di romanzi per ragazzi con un coinvolgimento emotivo importante. A mia madre è capitato spesso di trovarmi in lacrime per la sorte avversa capitata a qualche personaggio letterario a me caro. Fin da piccola ho sempre bonariamente invidiato chi riusciva a creare storie così emozionanti e allora mai più avrei potuto immaginare che un giorno anche io avrei fatto parte attiva di quel mondo dagli echi fantastici per me così ammalianti. Crescendo e iniziando a lavorare ho smesso di inventare storie anche se spesso mi accadeva di subire dalla vita quotidiana suggestioni che sapevo che avrebbero potuto dare vita a diverse narrazioni ma non sono mai andata oltre quell’intuizione iniziale. Poi, invece il momento è arrivato così all’improvviso senza che io abbia fatto nulla per cercarlo: sono entrata in un locale, ho provato un forte turbamento e, poco dopo, ha prepotentemente preso vita Emma la protagonista di Life on loan e di Covered i miei primi romanzi.

Ora parliamo di “Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello”, libro giunto tra i cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria. Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La creatività ha veramente qualcosa di magico, qualcosa di inspiegabile e così anche in questo caso una mattina, senza che nulla fosse accaduto a rammentarmelo, il nome di Giuseppe Borsalino mi è balzato prepotentemente in mente. Dopo una sommaria indagine mi sono resa conto che a differenza di altri personaggi coevi, come per esempio Thomas Burberry fondatore dell’omonimo marchio, Giuseppe Borsalino, sebbene avesse fatto del suo cognome un mito, era praticamente sconosciuto se non a livello locale e per locale intendo solo la città di Alessandria, nemmeno l’Italia! Incredibile – mi sono detta – eppure quest’uomo ha inventato il Made in Italy cento anni prima che si iniziasse a parlare di esportazione di prodotti creati dal genio italiano e nessuno lo sa! Cento anni sono un tempo considerevole … ma la cosa straordinaria è stata che poi. a mano a mano che progredivo nelle ricerche, mi sono resa conto che Giuseppe Borsalino è stato molto più di questo, davvero molto di più.

Ha scelto un particolare genere tra la biografia e il romanzo di formazione, senza tralasciare il contesto storico, economico e culturale nel quale il suo protagonista visse. Perché questo approccio?

Come ho spiegato nelle note del libro, riguardo la prima parte della vita di Giuseppe non ho potuto disporre di molti dati: le uniche notizie pervenutemi erano che nacque a Pecetto di Valenza da famiglia modesta, che fu un ragazzino “difficile”, che non amava la scuola, che scappò di casa giovanissimo per raggiungere la città di Alessandria e che poi emigrò nell’ordine a Intra, Sestri Ponente, Marsiglia, Aix en Provence, Bordeaux e infine a Parigi dove divenne mastro cappellaio. Poi tornò ad Alessandria dove con il fratello diede vita al suo sogno. Sono stati quindi la storia economica, sociale del periodo, la voglia di libertà, la fine dell’assolutismo, il palpito dell’era moderna nascente, della Parigi di Haussmann, della società delle Grandi Esposizioni Universali dove venivano esposte le invenzioni che di lì a poco avrebbero cambiato il mondo per farne quello che ora noi stiamo vivendo, sono stati tutti questi fattori, dicevo, a plasmarne la figura, a suggerirmi come mostrare il tormento interiore di questo ragazzino geniale che voleva trovare il modo di migliorare la propria vita e quella della sua famiglia. Per rendere al meglio la passione che segnò tutta la sua vita, il fuoco che ardeva dentro di lui e che lo ha portato in giro per il mondo ho preferito la forma romanzata a quella propria della biografia. Ho voluto che Giuseppe vivesse, parlasse e agisse direttamente affinché voi lo comprendeste e lo sentiste più vicino.

Che idea si è fatta di Giuseppe Borsalino? Quali sono stati secondo lei i suoi punti di forza che l’hanno reso l’imprenditore geniale che è stato?

Giuseppe Borsalino è stato un genio illuminato. Un uomo che non ha avuto paura di mettersi in gioco e che, non abbattendosi mai di fronte alle indubbie difficoltà capitategli, ha vinto la scommessa con la storia. Come imprenditore già all’epoca ha incarnato la figura dell’industriale moderno che sa che l’importante nella produzione sono l’anticipazione e l’adattamento alle esigenze dei destinatari dei suoi prodotti. Per Giuseppe l’atteggiamento stanco di colui che tende ad accontentarsi di ciò che produce non può durare sul lungo periodo. Giuseppe Borsalino ha subito compreso che per mantenere la credibilità nel tempo serve continuamente migliorarsi e tenere alta la qualità del prodotto. Egli fu anche un imprenditore dalla grande umanità perché fece proprie le idee delle utopie socialiste come quelle di Owen e Fourier trasferendone, però, i contenuti non in città ideali ma direttamente nella società reale avviando così una vera trasformazione sociale. Egli fu un precursore della legislazione in materia pensionistica, di prevenzione sanitaria e infortunistica e fece tanto per le donne lavoratrici. I suoi lavoratori sono stati veramente la sua famiglia e il primo operaio della Borsalino era lui.

E per la città di Alessandria la sua figura che ruolo ha rappresentato e tuttora rappresenta? Pensa che i giovani conoscano il suo peso di antesignano del made in Italy, ambasciatore della raffinatezza e dell’eleganza italiana nel mondo?

Alessandria, come gli stessi cittadini riconoscono, forse per ragioni storiche legate alle diverse dominazioni che ha dovuto subire, è una città che dimentica: un tempo, quando lo straniero lasciava andare il suo giogo, si scordava per non abbattersi di fronte alle devastazioni perpetrate in città si guardava solo al futuro per cercare di crearsi una nuova identità sociale. Ora, però, è il tempo di ricordare, mi sono detta nell’accingermi a scrivere la storia di Giuseppe Borsalino. I giovani non conoscono il peso di quest’uomo, la sua forza e il suo esempio motivante è questo il motivo per cui ho scritto la sua storia. Giuseppe è stato un ragazzo che prima di tutto ha cercato di conoscere se stesso per poi sfruttare al meglio le sue capacità: si può dire che le domande che il giovane Giuseppe si pone quando decide di cambiare la sua vita, sono quelle che i ragazzi dovrebbero fare a se stessi per maturare scelte più consapevoli.

Ad Alessandria esiste un museo, dove sorgeva il suo laboratorio in via Schiavina? Oltre al prezioso fondo Borsalino Giuseppe e fratello Spa della Biblioteca civica di Alessandria.

Esiste un museo del Cappello, è vero, non in via Schiavina dove sorgeva il primo laboratorio ma in corso cento Cannoni dove fu trasferita la Borsalino tra la fine del 1800 e i primi del 1900.

Come si è documentata durante la stesura di questo libro?

Dando un’occhiata alla bibliografia è facile farsi un’idea della mole di documenti che sono stati necessari per documentarsi. Ho ricercato su testi dell’epoca storici, economici, architettonici, urbanistici, su trattati di viabilità … su manuali che utilizzavano gli artigiani dell’epoca per comprendere le tecniche lavorative usate da Giuseppe, su riviste di costume e società dell’epoca e ho spulciato molti quotidiani del periodo italiani e stranieri. Su alcuni quotidiani neozelandesi ho trovato interviste inedite fatte a Giuseppe Borsalino e a Matthias Zurbriggen al loro arrivo in Nuova Zelanda durante la spedizione per scalare il monte Cook. E sì , perché Borsalino fu anche un grande scalatore e viaggiatore. è stato un lavoro di preparazione intenso ma esaltante durante il quale io per prima ho scoperto parti della storia e particolari della società dell’epoca che ignoravo.

Nel suo romanzo la forza del sogno è fondamentale, pensa che anche oggi sia questo il segreto del successo di molte realtà industriali italiane? Pensa che gli imprenditori, tra crisi economiche più o meno endemiche, ostacoli, avversità sappiano ancora sognare?

Sono i sognatori i veri artefici della trasformazione della società. Il sogno è l’emblema del pensiero creativo, primo gradino del percorso che porta al cambiamento in tutti gli ambiti. Indubbiamente molti grandi imprenditori sono stati inizialmente dei sognatori e molti negli anni a venire lo saranno io voglio crederlo. Bisogna immaginare e intuire per poter creare qualcosa e non aver paura di osare. Io stessa a chi in certe occasioni mi ha detto – lascia stare che è complicato – ho sempre ribattuto che “se anche nella vita non c’è nulla di facile tutto però è fattibile”. Indubbiamente alla base di ogni sogno, come Giuseppe Borsalino per primo insegna, serve avere come fine il bene di tutti coloro che prendono parte all’opera non solo il proprio tornaconto. L’esempio di Borsalino ci aiuta, infatti, a capire la necessità di ritrovare il senso di un’economia che “produce” e che nel farlo mantiene alto il valore dei rapporti umani e del rispetto per gli altri concetti che purtroppo la finanza oggi dominante considera altamente e facilmente sacrificabili come ho ben esposto nella serie intitolata Life on loan.

Le piacerebbe se il suo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito? Chi vedrebbe bene nel ruolo di Giuseppe Borsalino?

Mi piacerebbe moltissimo è una storia avvincente ed emozionante. Ho sentito dire che ultimamente il cinema predilige storie con protagoniste femminili ma credo che la storia di quest’uomo che ebbe sempre grande rispetto per le donne sarebbe di grande esempio per i giovani e di aiuto e sostegno alla causa femminile. Giuseppe Borsalino, infatti, è stato come mi piace dire, un “datore di empatia” cioè sapeva calarsi nei panni degli altri, capirne i problemi e le necessità per poter così poi sapere cosa fare per aiutare come lo fu anche Olivetti qualche anno dopo. Questa capacità sociale è spesso erroneamente attribuita alle donne. Invece la storia di Giuseppe dimostra che essa è patrimonio di tutti va solamente riscoperta in ognuno di noi. Quanto a chi vedrei nel ruolo di Giuseppe … sono molte le figure di attori che mi vengono in mente ma sono certa che per interpretare Giuseppe nei suoi ultimi anni vedrei bene Robert Redford anche se recentemente ha annunciato il suo ritiro dalle scene. Conoscendo la passione che l’attore ha per i cappelli Borsalino, passione che lo ha portato in passato fino ad Alessandria per avere un cappello “appena uscito dalla fabbrica” non escludo che accetterebbe di impersonarlo.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria (il vincitore o la vincitrice verrà proclamato 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella) i libri in concorso hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro era tra i cinque finalisti?

Mi sono ritenuta privilegiata e molto onorata vista la carrellata di grandi nomi della letteratura che mi hanno preceduta. Essere stata riconosciuta degna di comparire nella cinquina finalista ha sicuramente aumentato il valore del romanzo sulla vita di Giuseppe Borsalino. La letteratura racconta la società e l’industria la esprime e contribuisce a trasformarla. Il Premio Biella unendo letteratura e industria ha ulteriormente sottolineato il ruolo importante che Giuseppe Borsalino ha avuto nel cambiamento della società italiana di fine ‘800.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Proprio in questi giorni è uscito un nuovo libro che s’intitola La ragazza di madreperla ed è edito da Minerva Edizioni di Bologna. Una storia ambientata ai nostri giorni in cui si mescolano scienza e mitologia. In questo continuo alternarsi tra presente e passato si snoda la vicenda di Perla, una bambina speciale, un personaggio immaginario, al contrario di quello di Giuseppe, la cui storia contiene un messaggio profondo per i lettori di tutte le età che al fianco di tutti protagonisti della vicenda riscopriranno il senso profondo dell’esistenza.
Un genere diverso dal romanzo storico, un nuovo cambio di pelle ma d’altronde le storie arrivano e non è assolutamente detto che appartengano allo stesso filone letterario, si formano nella mente dello scrittore che fa da tramite tra la nostra realtà e il mondo magico e spesso trasformante dell’immaginazione.

:: Un’ intervista con Paola Baratto, autrice di “Lascio che l’ombra” (Manni editore 2019) a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2019

Paola BarattoPaola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, è tornata da poco in libreria con “Lascio che l’ombra”, edito da Manni. Il libro è una storia nella quale il noir, il giallo, l’avventura e la storia del passato si mescolano alla perfezione in un intreccio narrativo nel quale la Giulia cercherà di capire che fine ha fatto Aris, antropologo e sociologo scomparso nel nulla. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di “Lascio che l’ombra”?

L’impulso a scrivere una storia deriva, per me, dall’incontro di più fattori. C’è sempre una parte poetica, emotiva, immaginifica e una razionale, ovvero lo sviluppo d’una riflessione o semplicemente una serie di interrogativi. La prima è una sorta di “innamoramento”, è quello che mi fa desiderare di entrare nella storia. E di solito si tratta d’un luogo, della sua atmosfera, del suo potenziale di memorie e di poesia. Quindi, avevo in mente da tempo quella cittadina con il borgo con le sue antiche case di famiglia. Poi c’era una domanda, che mi pungolava, che fine ha fatto l’intellettuale? Quali i motivi della sua progressiva scomparsa? E c’era il personaggio di Giulia, che mi dava l’occasione di parlare un po’ della figura dello scrittore, oggi…

Aris, antropologo e sociologo scompare. Non si sa dove sia finito e cosa gli sia accaduto. Cosa spinge Giulia tornare al borgo dove lei e anche Aris vivevano?

È una domanda interessante perché, in effetti, in un primo momento Giulia potrebbe apparire semplicemente come la narratrice o come la “investigatrice” improvvisata. In realtà, anche lei sta attraversando una crisi. È una scrittrice, come Aris, con il quale ha sempre sentito di condividere un senso di complicità. Lui è più vecchio e ha avuto sprazzi di notorietà, al contrario di lei. Ma Giulia scopre che anche lui ha vissuto le stesse amare disillusioni e lo sente idealmente vicino. Tuttavia, si è anche “innamorata” di un’idea. Di un’ipotesi sulla scomparsa di Aris, che è completamente folle, ma ha una suggestiva valenza metaforica. E, come ogni scrittore, non riesce a resistere alla seduzione d’una metafora.

Quanto c’è di te Paola in Giulia, scrittrice che cerca di capire cosa si successo ad Aris?

Non è un personaggio totalmente autobiografico, ma, naturalmente, nel delinearlo mi sono appoggiata ad esperienze personali, adattandole alla storia. Ha tratti del mio carattere, per esempio quel suo essere “bastian contrario”, difetto che le rimprovera l’amica Ester. O il modo in cui l’ipotesi sul destino di Aris diventa per lei un’idea che la affascina, la perseguita e la conduce lì che è un po’ il percorso che faccio quando un progetto letterario inizia a stuzzicarmi e infine diventa una specie di assillo che m’incalza e mi spinge a scrivere.

Il libro è un noir, ma pone l’attenzione anche sulla figura dell’intellettuale e dei media. Aris intellettuale ogni volta che è invitato in tv o ad intervista appare sempre un po’ spaesato. Cosa scatena questo “sentirsi fuori luogo”?

Le illusioni perdute” di Balzac è un romanzo ancora molto attuale. Fatte le debite proporzioni. Una volta c’erano i salotti, oggi c’è la televisione, ci sono i giornali e i social network. Da una parte erano essenziali, come lo sono oggi i media, per far conoscere gli autori e le loro opere, per lanciarli. Dall’altra, in questi contesti, il rischio è che lo scrittore si snaturi o si svilisca. Anche i salotti mondani d’un tempo imponevano ai poeti emergenti alcune condotte che con la letteratura non avevano nulla a che fare e se l’autore era molto ambizioso, come il Rubempré di Balzac, si piegava e perdeva un po’ della sua integrità, della sua autenticità. Oggi, certi contesti mediatici tendono a banalizzare i concetti, per compiacere i gusti d’un pubblico vasto. Uno scrittore come Aris, che non aspira alla visibilità fine a se stessa, ma ha solo la giusta ambizione di vedere diffusa la sua opera, si sente ogni volta svilito, sminuito.

Per quanto riguarda la parte dei testi antichi presenti nel libro come ti sei documentata?

Occupandomi di rubriche di curiosità sulla storia di Brescia e provincia, ho l’opportunità di leggere moltissimi testi e lì ho trovato alcuni spunti, che poi ho approfondito attraverso ricerche ulteriori. Per quanto riguarda due o tre libri cui faccio riferimento, invece, si tratta di materia romanzesca, che ha comunque un fondo di verità storica.

Quale è il personaggio al quale sei più affezionata e perché?

Malgrado si debba mantenere sempre “la giusta distanza” dal proprio soggetto, ovvero un ragionevole distacco, questo è un romanzo in cui sono “stata bene”. Forse, perché parlavo di qualcosa che mi toccava da vicino, lo scrivere. Quindi, un paio di personaggi li ho amati particolarmente. Come Ester, ma, soprattutto, il professor Console. Una figura di letterato puro, integro anche se un po’ naïf. Un uomo con una grande dignità e dirittura morale, che sa ammettere i propri limiti. Nobile la sua amicizia con Aris, che riconosce superiore. E mi è piaciuto narrare i suoi incontri con Giulia, perché lui è serissimo, lei ironica e questo contrasto mi suscita una divertita tenerezza.

Quanto i media manipolano le persone, il loro modi di essere e fare?

L’imperativo è omologare. Questo riguarda tutto. Perché se si vuole raggiungere un ampio bacino di pubblico, di consumatori, di lettori, di elettori… bisogna abbassare il livello e creare “sapori” omogenei, che piacciano ai più, che non disturbino, che non siano eccentrici e non abbiano una personalità troppo marcata. Al fondo c’è questo imperativo, tutto il resto, i prodotti che ne derivano e le strategie adottate sono solo una conseguenza. Quelli dell’omologazione, del pensiero unico, della soppressione delle specificità sono temi che ricorrono nei miei romanzi, li sento come questioni tanto urgenti quanto ignorate.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

17 giugno 2019

dianajohnstone

Bentornata Mrs Johnstone su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica, nata negli Stati Uniti ma residente da più di trent’anni a Parigi. C’eravamo lasciate con Mr Trump insediato alla presidenza. Sono passati alcuni anni, che bilancio ha tratto del suo mandato?

Devo precisare che quando scrissi il mio libro criticando la politica estera di Hillary Clinton, partivo dal presupposto che avrebbe vinto le elezioni del 2016, e quindi intendevo ciò che ho scritto come un avvertimento su cosa aspettarci. Quindi il mio libro era più sulla politica estera degli Stati Uniti che su Hillary. Invece, Trump ha vinto, e quali sono le differenze? Sono poco visibili a questo punto. Come ho scritto nella conclusione del mio libro su Hillary Clinton, ciò che era necessario cambiare riguardo alla politica degli Stati Uniti era l’istituzione di un gruppo di esperti con le conoscenze e le intenzioni necessarie per attuare una nuova politica. Qualunque fossero le sue intenzioni pacifiche iniziali, Donald Trump non aveva una squadra del genere e apparentemente non sapeva nemmeno chi avrebbe potuto comporre una simile squadra. Inoltre, il Congresso era lì per bloccare qualsiasi nomina sgradita in posti di rilievo. Sotto una tale pressione, e anche a causa della sua stessa ignoranza, Trump è finito con una squadra di politica estera che è la peggiore che si possa immaginare. Ha permesso a Bolton di distruggere la sua iniziativa di pace con la Corea del Nord e la costante ostilità dei media ha reso le relazioni con la Russia anche peggiori di prima.

Welcome back Mrs. Johnstone on Liberi di Scrivere and thank you for accepting this new interview. Journalist, political analyst and geopolitical scholar, born in the United States but resident for over thirty years in Paris.
We had left with Mr Trump installed as president. Some years have passed, what does your balance sheet look like?

I should mention that when I wrote my book criticizing Hillary Clinton’s foreign policy, it was on the assumption that she would win the 2016 election, and so I meant this as a warning of what to expect. Thus my book was more about U.S. foreign policy than about Hillary. Instead, Trump won, and what are the differences? Scarcely noticeable at this point. As I wrote in the conclusion to my book on Hillary Clinton, what was necessary to change U.S. policy was the instatement of a team of experts with the necessary knowledge and intentions to carry out a new policy. Whatever his initial peaceful intentions may have been, Donald Trump had no such team and apparently did not even know who would compose such a team. Besides, Congress was there to block any unwelcome nomination to a top post. Under such pressure, and due to his own ignorance, Trump has ended up with a foreign policy team that is the very worst one could imagine. He allowed Bolton to wreck his peace initiative with North Korea, and constant media hostility has made relations with Russia even worse than before.

Il mondo sta cambiando velocemente certo, ma praticamente sta cancellando uno per uno tutti i trattati stipulati dalla precedente amministrazione Obama, dall’accordo sul nucleare con l’Iran, al trattato INF e NEW START, un errore o trova sensate queste scelte?

Queste sono scelte terribili. Si può supporre che abbiano origine dagli esperti del Partito della Guerra che circondano Trump e, non ultimo, dall’influenza del suo principale sostenitore finanziario, il miliardario dei casinò Sheldon Adelson, totalmente devoto all’Israele di Netanyahu.

The world is certainly changing, but all the treaties and agreements signed by the Obama administration are being canceled, the nuclear agreement with Iran, the INF and NEW START treaties. Is it a mistake or do you find these choices sensible?

These are dreadful choices. One can suppose that they originate with the War Party experts surrounding Trump and not least from the influence of his main financial supporter, the casino billionaire Sheldon Adelson, totally devoted to the Israel of Netanyahu.

Nel 2020 ci saranno in America nuove elezioni, pensa che gli americani gli daranno ancora fiducia o c’è spazio a un ritorno di una amministrazione democratica, senza naturalmente più la Clinton a concorrere per alcuna carica?

In questi giorni non credo che nessuno si fidi di nessuno negli Stati Uniti. Il complesso industriale militare, i think tank e i media favorevoli alla guerra, e la lobby israeliana hanno il controllo della politica estera di entrambe le parti. Le persone votano contro il candidato che odiano di più piuttosto che per l’alternativa. Non posso prevedere come andrà a finire – ho sbagliato nel 2016, potrei sbagliarmi di nuovo.

In 2020 there will be new elections in America, do you think Americans will trust again Trump or will they trust in a Democratic management, without of course Clinton competing for a role in the administration?

I don’t think anybody trusts anybody in the United States these days. The military industrial complex, the pro-war think tanks and media, and the Israel lobby are in control of the foreign policy of both parties. People vote against the candidate they hate the most rather than for the alternative. I cannot predict how this will go – I was wrong about 2016, I can be wrong again.

Uno studio australiano mette in guardia che la crisi climatica che stiamo attraversano è in questo momento la principale minaccia a breve termine per l’esistenza della nostra civiltà. Se non si passerà a una produzione industriale a impatto 0 arriveremo giusto fino al 2050, poi sarà la fine della civiltà come la conosciamo ora, e l’inizio di una velocissima probabile estinzione. Allarmismi inutili? Ma soprattutto è realistico poter procedere a una modifica su scala planetaria degli impianti industriali? Che idea si è fatta della questione ambientale?

Non sono d’accordo, perché penso che la nostra civiltà così com’è ora sia la minaccia principale all’esistenza della nostra civiltà. Siamo su un corso suicida. L’allarme costante sul clima distrae da tutte le altre minacce più direttamente provocate dall’uomo: le imposizioni del capitale finanziario, l’infinito sviluppo di armi sempre più letali e forse prima di tutto un’ideologia dominante che esalta l’avidità e la competizione e distrugge tutto il sistema di valori tradizionale, in particolare l’onestà, la libertà di espressione e la normale considerazione umana per gli altri. Tutti questi fattori si combinano per rendere impossibile qualsiasi serio programma per affrontare i cambiamenti climatici.

An Australian study warns that the climate crisis we are currently experiencing is the main threat to the existence of our civilization. If we do not switch to 0-impact industrial production we will arrive right up to 2050, then it will be the end of civilization as we know it now, and the beginning of a very fast probable extinction. Useless alarmism? But is it possible to proceed with a planetary scale modification of industrial plants? What is your view of ​​the environmental issue?

I don’t agree, because I think our civilization as it is now is the main threat to the existence of our civilization. We are on a suicidal course. Constant alarm about the climate distracts from all the other more directly human-caused threats: the dictates of finance capital, the endless development of more and more deadly weapons and perhaps first and foremost, a dominating ideology that glorifies greed and competition which destroys all traditional values, notably honesty, freedom of expression and normal human consideration for others. All these factors combine to render impossible any serious program to deal with climate change.

I cambiamenti climatici, le guerre stanno accelerando il drammatico fenomeno delle migrazioni, ogni giorno arrivano dalla Libia, specialmente in Italia, ma anche la Francia è toccata dal fenomeno, barconi carichi di profughi provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi del Medio Oriente. Generazioni di giovani che lasciano il loro paese, le loro famiglie per un difficile inserimento in paesi ed economie già debilitate e gravate da crisi sociali, disoccupazione, incertezza. Al netto dell’accoglienza, su questo umanamente non c’è nessun tentennamento, ma non valuta questa accelerazione destabilizzante non solo per l’Europa ma anche per i paesi d’origine di queste persone? E soprattutto se si sceglie di accoglierli, perché non si regolamenta il flusso, e si aprono gli aeroporti, ponendo fine all’indegno calvario a cui sono sottoposti in viaggi disumani, pericolosi e traumatici per gli stessi profughi?

L’immigrazione incontrollata è destabilizzante sia per i paesi europei che peri i paesi africani coinvolti. Potrei andare avanti all’infinito. È del tutto inaudito difendere le “frontiere aperte”, e non è un caso che questa politica socialmente distruttiva emerga come dogma “umanitario” in un momento in cui il capitale finanziario persegue la distruzione degli Stati nazionali. Le frontiere aperte sono un modo sicuro per farlo. Perché altrimenti ci sono gruppi favorevoli alle “frontiere aperte” supportati dal miliardario George Soros? Sono completamente d’accordo con Sahra Wagenknecht. È prematuro attribuire ai cambiamenti climatici le migrazione dall’Africa – piuttosto, l’afflusso deve molto alla convinzione diffusa che in Europa i migranti possano trovare lavoro e condizioni di vita migliori. I migranti sono quasi tutti giovani uomini vigorosi che sarebbero necessari a casa. È totalmente irresponsabile invitare persone che non si desidera né di cui si ha bisogno. A poche centinaia di metri da dove vivo a Parigi, nei pressi delle autostrade che convergono a la Porte de la Chapelle, centinaia di migliaia di uomini africani hanno piantato piccole tende e dipendono da mense caritatevoli. Condividono il territorio con i tossicodipendenti. Probabilmente sono venuti nella speranza di sostenere le loro famiglie a casa, ma non guadagnano nulla e non fanno nulla. La risposta necessaria è la cancellazione del debito africano, il pagamento corretto delle risorse naturali, il trasferimento di tecnologia, un serio aiuto ai progetti di educazione e infrastrutture, tutto ciò che è necessario per far sì che le persone trovino speranza nei loro paesi. La Cina sta effettivamente prendendo alcune di queste misure costruttive, ma ciò suscita ostilità in Europa.

Climate change and wars are accelerating the dramatic phenomenon of migration. Every day come from Libya boats loaded with refugees from Africa, Asia, countries of the Middle East. They arrive in Italy, but also France is affected by the phenomenon. Generations of young people leaving their country, their families for a difficult insertion in countries and economies already weakened and burdened by social crises, unemployment, uncertainty. Apart from the humanitarian side, do you consider this acceleration destabilizing not only for Europe but also for the countries of origin? And should we accept to greet these people, why not regulate the flow, and keep the airports open, limiting the calvary to which the refugees themselves are subjected in inhuman, dangerous and traumatic journeys?

Uncontrolled immigration is destabilizing for both the European and African countries involved. I could go on and on about this. It is totally unheard of to advocate “open borders”, and it is no coincidence that this socially destructive policy emerges as “humanitarian” dogma at a moment when finance capital pursued the destruction of nation states. Open borders is a sure way to do so. Why else are “open border” groups supported by billionaire George Soros? I agree entirely with Sahra Wagenknecht. It is premature to attribute migration from Africa to climate change – rather, the influx owes most to widespread belief that in Europe migrants can find jobs and better living conditions. The migrants are almost all vigorous young men who would be needed at home. It is totally irresponsible to invite people whom you neither want nor need. A few hundred meters from where I live in Paris, in the interstices of the converging autoroutes at the Porte de la Chapelle, hundreds perhaps thousands of African men have pitched small tents and depend on charitable soup kitchens. They share the territory with drug addicts. They probably came in hope of supporting their families back home, but they are earning nothing and doing nothing. The obvious answer is cancellation of African debt, correct payment for natural resources, technology transfer, serious aid to education and infrastructure projects, whatever is needed to make people find hope in their own countries. China is actually taking some such constructive measures, but this arouses hostility in Europe.

Ha conseguito un baccalaureato in Russian Studies, sicuramente è la persona più indicata per fare chiarezza su alcuni punti: non ha la sensazione che la nazione-continente Russia sia sottovalutato da alcuni analisti, non solo dal punto di vista economico, ma sociale, storico, politico, strategico, pur con tutti i problemi e le criticità che deve affrontare? Per la sicurezza ma anche per il progresso economico, scientifico, commerciale comune non sarebbe meglio riprendere i volenterosi sforzi post caduta del Muro di Berlino, invece che gettare le basi per una nuova Guerra Fredda, anacronistica e inutile? Cosa si sta facendo secondo lei a livello internazionale su questo tema? Non dovrebbero essere altri i problemi al centro di sforzi congiunti?

Le attuali politiche russofobiche dell’Unione europea sono catastrofiche. Per molte ragioni. Qual è il loro scopo? Essenzialmente il loro scopo è dividere l’Europa occidentale dalla Russia per rafforzare l’egemonia degli Stati Uniti. Inoltre indeboliscono le economie occidentali privando gli europei dei loro partner commerciali naturali in Russia. L’accettazione delle politiche anti-russe da parte dei governi europei è la prova della loro profonda sottomissione, sono disposti a sacrificare i propri interessi per obbedire a Washington. Ancora peggio degli effetti economici è il crescente pericolo di una guerra con la Russia, sempre a nome di Washington e del suo folle progetto di usare la sua superiorità militare per dominare il mondo. È tragico assistere all’auto-mutilazione intellettuale dell’Europa nel rifiutare la sua parentela con il ricco patrimonio culturale della Russia. A differenza della Russia, gli Stati Uniti continuano la loro occupazione militare e il dominio politico delle nazioni occidentali che hanno “liberato” oltre settanta anni fa.

You obtained a BA in Russian Studies, certainly you are the best person to clarify some points: don’t you feel the nation-continent of Russia is underestimated by some analysts, not only from an economic point of view, but also from a social and historical, political, strategic, point of view, despite all the problems it faces? For security but also for common economic and trade progress, would it not be better to take up the willing efforts that followed the fall of the Berlin Wall, instead of laying the foundations for a new, anachronistic and useless Cold War? What is being done on an international level on this issue? Shouldn’t there be also other problems on which common efforts should be focused?

The current Russophobic policies of the European Union are catastrophic. For many reasons. What is their purpose? Essentially their purpose is to divide Western Europe from Russia in order to strengthen U.S. hegemony. They also weaken Western economies by depriving Europeans of their natural trading partners in Russia. Acceptance of anti-Russian policies by European governments is proof of their profound subservience, willing to sacrifice their own interests to obey Washington. Even worse than the economic effects is the growing danger of war with Russia – again on behalf of Washington and its insane project to use its military superiority to dominate the world. It is tragic to watch Europe’s intellectual self-mutilation in rejecting its kinship with Russia’s rich cultural heritage. Unlike Russia, the United States continues its military occupation and political domination of the Western nations it “liberated” over seventy years ago.

Le scorte alimentari, le fonti energetiche, gas, petrolio, energie rinnovabili non ci sono per tutti gli abitanti del pianeta? È questa la ragione ultima delle guerre ancora in atto, e della corsa agli armamenti che sembra drammaticamente ripresa? O ci sono altri motivi?

Queste domande richiedono competenze scientifiche e tecniche che mi mancano. Personalmente, non attribuisco queste politiche distruttive a fattori materiali, ma alla stupidità, all’ avidità e alla totale immoralità dei leader mondiali, che non hanno alcun desiderio genuino di fare il miglior uso di ciò che abbiamo.

Are food stocks, energy sources, gas, oil, renewable energy not enough for everyone on the planet? Is this the ultimate truth of the ongoing wars, and of the arms race that seems to have dramatically resumed? Or are there other reasons?

These questions call for scientific and technical expertise which I lack. Personally, I do not attribute these destructive policies to material factors but to the stupidity, greed and total immorality of world leaders, who have no genuine desire to make the best use of what we have. 

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Le politiche degli Stati Uniti hanno reso questo asse inevitabile.

While the European heads of state and the president of the United States participate in the celebrations for the 75th anniversary of the Normandy landings, in Russia Putin and Xi Jinping, at the St. Petersburg forum, signed agreements and confirmed their good and friendly relationships. It seems that this rapprochement has worried some chancelleries. What do you think, are there good conditions for a real Moscow-Beijing axis?

United States policies have made this axis inevitable. 

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Russia sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa?

Mi dispiace, non ho letto questo libro.

Did you read Destined for war – United States and Russia escape the Thucydides trap? by Graham Allison. What do you think about it?

Sorry, I have not read this book.

Putin rimarrà al Cremlino fino al 2024, per il suo ultimo mondato, la Costituzione impedisce di ricoprire la carica di capo di Stato più di due volte in modo consecutivo. Ha pensato a un dopo Putin, che scenari si prospettano?

A meno che non ci sia un’inversione della politica occidentale, lo scenario più probabile sarà la vittoria di leader veramente nazionalisti, a causa del completo fallimento della politica sostanzialmente filo-occidentale per ottenere un riavvicinamento da parte di Putin.

Putin will remain in the Kremlin until 2024, for his last mandate, the Constitution not allowing him to hold the office more than twice consecutively. Have you thought of an after Putin, what scenarios are ahead?

Unless there is a reversal of Western policy, the likeliest scenario would be the victory of truly nationalist leaders, due to the complete failure of basically pro-Western Putin to achieve rapprochement.

E per quanto riguarda la Cina, il progresso economico sarà accompagnato da maggiori istanze democratiche? La sua millenaria civiltà, ancora così poco conosciuta in Occidente, sarà finalmente vista come fonte di civilizzazione comune e non come un nemico da temere e da cui difendersi? Certo non ha la palla dietro, ma quale è la sua sensazione?

Personalmente, e non sono la sola, ho sempre visto la Cina come una grande fonte di civiltà comune. Nella cultura cinese ci sono valori fondamentali di uguaglianza che possono funzionare come fonti di democrazia “con caratteristiche cinesi”, come dicono loro. Gli Stati Uniti stanno cadendo a pezzi e la Cina, pur con tutte le sue divisioni, è una nazione coesa. Spero che l’aggressività degli Stati Uniti non inciti la Cina a rispondere diventando più aggressiva. Sfortunatamente i vizi possono essere contagiosi.

And as for China, will the economic future be accompanied by greater democratic demands? Will its millennial civilization, still so little known in the West, be finally seen as a source of common civilization and not as an enemy to be feared and defended against? You clearly do not have a crystal ball, but what are your feelings?

Personally, I have always seen China as a great source of common civilization, and I am far from alone in that. There are basic values of equality in Chinese culture that can function as sources of democracy “with Chinese characteristics”, as they put it. The United States is falling apart, and China, for all its divisions, is a coherent nation. I hope that the United States’ aggressiveness does not incite China to respond by becoming more aggressive. Unfortunately vices can be contagious.

Ci sono politici attualmente, per lucidità di pensiero, chiarezza e visione di insieme che le danno fiducia, a livello europeo, ma anche statunitense o asiatico?

Credo che l’Occidente soffra di una classe politica estremamente mediocre. Ammiravo Jeremy Corbyn finché non ha ceduto troppo facilmente a una brutale campagna di terrorismo intellettuale, che ha accusato i laburisti di “antisemitismo”. Ammiro Sahra Wagenknecht in Germania. Ammiro particolarmente Tulsi Gabbard negli Stati Uniti, che ha il coraggio di difendere una politica coerente contro la guerra che va contro entrambe le parti principali. Sfortunatamente, queste due donne sono marginali. Per quanto riguarda Tulsi Gabbard, la ammiro molto per il fatto che sta consapevolmente tentando di contrapporsi a un rapporto di forze che le è totalmente sfavorevole. Spero possa essere di ispirazione.

Are there any politicians, in terms of clarity of thought and overall vision that give you confidence, in Europe, but also in America or Asia?

I believe the West is suffering from an extremely mediocre political class. I admired Jeremy Corbyn until he gave in too readily to a viciously dishonest campaign of intellectual terrorism, accusing Labour of “anti-Semitism”. I admire Sahra Wagenknecht in Germany. I especially admire Tulsi Gabbard in the United States, who has the courage to advocate a coherent anti-war policy that goes against both major parties. Unfortunately, these two women are marginal. As for Tulsi Gabbard, I admire her all the more in that she is consciously daring to defy a totally unfavourable relationship of forces. I hope she can be an inspiration. 

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Thanks for your availability, we hope to have made our readers aware of these issues and have given them a clearer vision.

Diana Johnstone, Paris, June 14, 2019

:: Un’intervista con Silvino Gonzato a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2019

Lievito madreLievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai è il suo ultimo libro, come è nata l’idea di scriverlo? Qualcuno le ha proposto il tema, o è stata una sua iniziativa?

È stato il mio editore, Giuseppe Russo, direttore editoriale della Neri Pozza, a propormi di scrivere un libro sulla lotta degli operai della Melegatti per salvare l’azienda e quindi il posto di lavoro. Si sarebbe dovuto trattare di un instant- book, un racconto scritto mentre la vicenda era in corso o appena conclusa. Era febbraio e avrei dovuto consegnare il lavoro per metà marzo poi, invece, quel lieto fine che si intravedeva si allontanava sempre di più.  Ad un certo punto sembrava invece inevitabile il contrario. Il tribunale aveva decretato il fallimento della Melegatti. Ho dovuto aspettare l’autunno per chiudere il libro.

Per la città di Verona la Melegatti è una parte importante della sua storia industriale, come per noi di Torino la Fiat. Ma la storia industriale di un paese non è fatta solo di capitali, passaggi proprietari, quotazioni in borsa, ma anche di persone, con nomi, storie personali, un vissuto. È a questa seconda parte che ha voluto dare risalto, una giusta collocazione?

Ho vissuto le speranze e le delusioni dei dipendenti della Melegatti stando in mezzo a loro davanti alla fabbrica chiusa. Era l’unico modo per scrivere il libro, che è fatto di tante piccole storie tra cui quella dei tre operai che per otto mesi hanno tenuto in vita il lievito madre, che era il cuore dell’azienda. C’era disperazione nei loro occhi ma anche molta determinazione. Non dipendeva da loro il futuro della Melegatti ma il gesto simbolico di nutrire quotidianamente il lievito madre ha commosso il mondo.

Ci racconti per sommi capi come è andata: l’azienda stava per chiudere e mentre si vivevano gli ultimi scampoli di un turbolento passaggio di proprietà, gli operai hanno aperto un gazebo, e fatto di più, tenuto in vita un prodigioso reperto di archeologia alimentare, giusto?

Rifare la storia di quanto è successo richiederebbe molto spazio.  È stata una vicenda complessa. Da un momento all’altro i dipendenti della Melegatti si sono trovati sulla strada. Non c’era alcuna avvisaglia della crisi. Si sapeva solo che da tempo i soci erano in disaccordo tra di loro. Poi saltò fuori un’impensabile storia di debiti. La cattiva gestione stava affossando la storica azienda dolciaria veronese. Solo un radicale risanamento l’avrebbe salvata. Ma chi aveva i soldi per salvarla? Il tribunale chiedeva garanzie che alla fine sono arrivate da parte di un’azienda vicentina creata ad hoc.

Matteo, Michele e Davide sono dunque degli eroi?

Degli eroi moderni che con il loro sacrificio hanno tenuto in vita il lievito madre creato 124 anni prima da Domenico Melegatti, l’inventore del pandoro.

Che idea si è fatta, in che misura le azioni degli operai hanno davvero influito sulla felice risoluzione della contesa? 

Non sono stati evidentemente gli operai a salvare la Melegatti ma la singolarità della loro lotta ha attirato l’attenzione di chi avrebbe potuto risanare l’azienda. E così è accaduto.

Una storia non solo italiana, anche il New York Times si è interessato alla vicenda, vero?

Sì, il pandoro Melegatti è conosciuto anche negli Stati Uniti, lo hanno fatto conoscere gli immigrati veneti. Ma, ripeto, è stato il sacrificio di Matteo, Michele e Davide ad attirare l’attenzione della stampa internazionale. È stato un miracolo di comunicazione.

Pensa possa essere di modello anche per altre aziende che versano diciamo in situazioni difficili?

Non lo so. Il pandoro è uno dei simboli del Natale. Per questo c’è stato molto interesse attorno alla Melegatti in crisi.

Con Lievito Madre si è aggiudicato il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, cosa ha provato quando l’ha saputo?

È stata una lieta sorpresa. Tutto sommato è un libricino. Ma la storia c’era e ho tentato di raccontarla. Una storia di Natale.

Tra tanto pessimismo, una storia che trasmette modelli positivi e una luce di speranza. Anche per lei sui giornali si dovrebbe dare più spazio a storie come questa?

I giornali danno conto delle notizie positive se ci sono. Raramente succede. O forse bisognerebbe andarle a cercare.

Infine, ringraziandola, chiuderei l’intervista chiedendole i suoi progetti per il futuro, letterari e lavorativi.

Sto lavorando a un nuovo libro, un romanzo che ha per protagonista una famiglia della classe operaia. Mi sto divertendo a scriverlo. Guarda caso uno dei personaggi è un operario di un’azienda dolciaria in crisi.