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:: Un’intervista con Martino Sgobba a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2019

matteosgobbaBenvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.

Dopo il liceo scientifico, mi sono laureato in filosofia nel 1980. Dal 1981 ho cominciato a insegnare, italiano nelle scuole tecniche prima, storia e filosofia nei licei poi. Nel 2003 sono diventato preside e al termine di questo anno scolastico finirà la mia attività lavorativa. Fino al 1989 sono stato impegnato nella ricerca filosofica, con la produzione di saggi su diversi filosofi. Considerata costitutivamente insufficiente l’ermeneutica filosofica, è cominciata l’avventura della scrittura narrativa, inizialmente senza intenzione di pubblicazione.

Una vita nel sistema educativo italiano, come docente e preside. Pensi ci sia un modo per avvicinare i giovani ai libri o è un processo che deve nascere spontaneo e tutti i vari appelli o inviti alla lettura sono controproducenti?

Occorrono bravi insegnanti, che mettano in campo la loro competenza e soprattutto abbiano passione per le loro discipline. Lo studente che incontra anche un solo insegnante competente e appassionato ha una grande fortuna. Il problema della nostra scuola è il reclutamento, sicuramente inadeguato sul piano culturale e attitudinale. La lettura? Non si ha idea di quanti insegnanti leggano poco o nulla…

Come è nato in te l’amore per i libri, e per la letteratura in genere?

Nato in una famiglia molto modesta, ho compreso subito che lo studio sarebbe stata la mia occasione di crescita personale e sociale. Ho incontrato insegnanti che hanno saputo stimolare in me la curiosità culturale e la passione per la lettura.

Parlaci della tua produzione letteraria: con che libro hai esordito? Hai scritto anche antologie di racconti?

Ho pubblicato cinque libri di narrativa. Il primo è stato Le parole restano (Giovane Holden Edizioni, 2010), una raccolta di racconti. Sono seguite altre due raccolte di racconti e due romanzi.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non ho una formazione letteraria, ma filosofica. Ho tuttavia letto moltissimo di narrativa. Lo scrittore che davvero mi ha riempito di meraviglia è stato Gesualdo Bufalino, per il primato della parola e dello stile, cioè della scrittura.

È più difficile per un ragazzo del Sud scrivere, iniziare una carriera letteraria, essere notato dagli editori importanti? O pensi che la posizione territoriale sia irrilevante? Quali sono gli ostacoli veri, effettivi?

Ovviamente il Sud offre meno occasioni editoriali, ma credo, più in generale, che per tutti la questione sia quella della mancanza di vie, per così dire, istituzionali per contattare le case editrici, diverse dal semplice invio del manoscritto. Predomina la dinamica delle conoscenze personali. Qualche possibilità di farsi notare è offerta dai concorsi.

Hai da poco pubblicato il romanzo La stanza dei racconti (molto bello tra l’altro, molto letterario, invito i lettori a leggerlo), un omaggio molto intimo all’arte dello scrivere, del narrare, con qualcosa di autobiografico a margine. Perlomeno si percepisce una certa autenticità che sa di vita vera. Quanto c’è di te nel protagonista Luca, che dalla Puglia raggiunge Belluno?

Questo romanzo parte dalla materia della memoria per poi concludere nella invenzione letteraria senza alcun riferimento biografico. Come lei ha detto, protagonista del romanzo è la stessa scrittura, pensata e praticata come un confronto duro e sincero fra l’autore e il lettore. Nella prima parte, quella che si nutre di memoria, l’autore si confronta con se stesso da giovane. Luca è il signore maturo che scrive ed è anche il giovane la cui vita viene ricordata: passato e presente si incontrano nella sovrapposizione di verità e finzione.

La memoria ha un ruolo importante, se non determinante, nel tuo romanzo. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore?

La memoria è ciò che consente al presente di essere insieme radice, tronco, rami e frutti; è ciò che produce un’identità densa, complessa, anche contraddittoria; è ciò che permette di piantare storie in un terreno fertile.

La memoria è un processo selettivo, spesso “disonesto”, si ricorda il passato a volte come vorremmo fosse stato, non come realmente era, edulcorandolo in un certo senso. Uno scrittore quanto deve essere onesto e sincero quando scrive?

Per quanto mi riguarda, è la stessa scrittura che decide la direzione da prendere, la qualità e la quantità della contraffazione del passato.

Tu sei onesto con i tuoi lettori?

Io scrivo senza concedere nulla al lettore eventuale. Accetto il diritto del lettore di rifiutare dopo pochi righi la mia scrittura. Rivendico il diritto di scrivere come piace a me.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segui? C’è qualche critico che apprezzi particolarmente?

Come ho già detto non ho una formazione letteraria. Non seguo la critica letteraria e non ho avuto il piacere di essere considerato da critici.

Partecipi a premi, locali o nazionali? Ti piace presentare i suoi libri?

Partecipo ai concorsi di respiro nazionale, per cogliere occasione di far crescere il numero dei miei lettori. Per farsi conoscere le presentazioni sono necessarie e comunque anche le più noiose sono occasione di confronto e di riflessione.

Progetti di traduzioni all’estero dei tuoi scritti?

Non sono un autore che attualmente ha possibilità di essere considerato per traduzioni all’estero.

Cosa stai leggendo in questo momento?

I libri di Nadia Terranova.

Progetti per il futuro?

Scrivere il sesto libro, cercando di comprendere quale sia la mia giusta misura: il racconto o il romanzo.

Un’intervista con Rebecca Moro, autrice de Il principe degli sciacalli a cura di Elena Romanello

8 marzo 2019

Dopo aver recensito Il principe degli sciacalli abbiamo incontrato anche la sua autrice, Rebecca Moro, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere sul libro e non solo.

Come e perché è nata l’idea del Principe degli sciacalli?

Mi sono sempre divisa tra il romance e il fantasy, sia come lettrice che come autrice, ed era un pezzo che avevo iniziato a pensare alle grandi linee di una saga, dove ci fosse spazio per entrambi i generi. Però non volevo fermarmi alla solita trama con eroi maschi stile principe perfetto e eroine sempre limitata ad essere streghe folli oppure donzelle da salvare. Volevo partire, in un certo senso, dalla fine, quando l’assedio è già avvenuto e i nemici non sono stati sconfitti, ma hanno trionfato. e volevo vedere come se la potevano giocare il principe e le principesse, una volta caduti al livello più basso, schiavi oppure ostaggi o ancora spose di guerra.
E mi piaceva l’idea di contrapporre ai “perfetti” un’orda di bestie, brutte e imperfette, che fossero comunque protagoniste e non si rassegnassero a lasciare la scena agli umani.

Perché hai scelto un fantasy di questo genere?

Da buona lettrice, ho cercato di raccogliere nel mio primo fantasy tutti gli elementi che mi sono sempre piaciuti: quindi scene di guerra e battaglie, scene di intrighi politici, grandi paesaggi, qualche spazio per i sentimenti, lasciando perdere l’ossessione rigida per il lieto fine. In un fantasy sai già che non tutti i concorrenti alla partenza arriveranno sino in fondo. Il divertimento è decidere chi far arrivare e come farli arrivare.

Chi sono i tuoi maestri fantasy e comunque i tuoi autori e autrici preferiti? E magari anche in altri media, cinema, serie TV e fumetti?

Per l’epic la matrice anglosassone è indiscutibile: David Gemmel, Glen Cook, Robin Hobb, Anthony Ryan, Joe Abercrombie e Richard K. Morgan. Ma sono cresciuta con autrici di primo livello, quali la Zimmer Bradley, Tanita Lee e Carolyn Janice Cherryh.
George Martin, ovvio, è sottinteso: ormai non serve più citarlo.
Non amo solo l’epic (o heroic). Adoro anche l’urban e il paranormal fantasy: da Sherrilyn Kenyon a Kresley Cole a Jeaniene Frost, passando per la Ward (fino al decimo volume ho amato la Confraternita del Pugnale Nero).
Ho metà libreria targata Fanucci, questo può dare l’idea cosa sia vedere adesso il mio volume posizionato vicino.

Cosa pensi della situazione editoriale italiana riguardo al fantastico e non solo?

Confido in una ripresa del fantasy in Italia. All’estero il genere sta pompando bene già da qualche tempo, qui da noi è stato molto a lungo di nicchia, o confinato nelle serie per ragazzi (quindi poco epic e bellico), ma ora forse qualcosa si muove.
Penso che Fanucci abbia dato un buon segnale, provando a puntare su giovani autori italiani da inserire nel suo già nutrito catalogo.
Quando sono uscita, in effetti, con i blog è stato abbastanza faticoso. A parte i soliti lettori forti del genere, si è avvertita una certa diffidenza, che però è stata presto superata. Sono assolutamente felice dell’accoglienza che hanno avuto gli Sciacalli e questo primo volume.

I tuoi prossimi progetti?

Vorrei riuscire a portare avanti i due generi che amo di più. Quindi ho appena pubblicato un mm romance (con l’altro mio pseudonimo, S.M. May) e sto trattando con una CE per la sua versione tedesca, ma al contempo ho iniziato la stesura del secondo volume di questa saga, riservandolo a un nuovo Quadrante, quello di sudovest. I ti-jak hanno lasciato parecchie cose in sospeso e l’Impero degli uomini non può non reagire all’invasione.

Cosa ti ha dato e ti sta dando Il principe degli sciacalli?

Davvero tanto entusiasmo. Sentire i lettori che alle presentazioni oppure nelle email ti dicono che vedevano le scene come in un film, oppure che si sono sentiti parte della Schiera in marcia, ti regala una sensazione pazzesca. Scrivere mi rende felice e libera, sapere che chi legge riesce a percepire quanto voglio trasmettere è qualcosa di meraviglioso.

:: Un’intervista con Sara D’Amario a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2019

1Benvenuta Sara su Liberi di Scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei a presentarti ai nostri lettori, magari molti ti conoscono in veste d’attrice, ma da ormai dieci anni sei anche scrittrice. Prometto che non ti chiederò se ami più scrivere o recitare. Parlaci invece della tua infanzia (sei piemontese?), dei tuoi studi, del tuo mondo prima di dedicarti alla scrittura.

Grazie per avermi invitata a questo “incontro” su Liberi di scrivere!
Sono nata a Moncalieri da Mamma piemontese e Papà abruzzese. Ho passato l’infanzia giocando e studiando, mi è piaciuta. Ho frequentato un liceo linguistico sperimentale, prima di entrare alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi. Da lì è iniziata la mia carriera come attrice. Mi sono laureata in Drammaturgia all’università di Torino qualche anno dopo.
Il mio mondo, prima di dedicarmi alla scrittura erano le tournée teatrali. Si viaggia tanto ma si ha tempo per leggere, per studiare, per scrivere.

Hai esordito con Nitro per Baldini Castaldi Dalai, poi hai pubblicato Un cuore XXL e Kikka per Fanucci. Ora è la volta di Magnetic un Young Adult per LeggerEditore. Vorrei premettere che non sei una scrittrice improvvisata, hai alle spalle preparazione e ottime letture. Mi incuriosiva sapere quanto ti ha aiutato il rigore e la disciplina di una scuola d’arte e di vita come è la recitazione nel tuo lavoro di scrittrice?

Scrivere e recitare sono due veri mestieri, completamente diversi, ma è vero che richiedono entrambi una grande disciplina.
Io sono sempre stata molto determinata e non ho mai avuto paura di fare fatica per raggiungere gli obiettivi per me importanti: questi due aspetti mi hanno allenata alla disciplina.

Ho partecipato alla tua recente presentazione al Circolo del Lettori di Torino, il giorno di San Valentino, (ti presentava Fabrizio Fulio-Bragoni e tuo marito François-Xavier Frantz credo abbia scattato alcune foto se non proprio registrato l’incontro) beh sono rimasta affascinata, ti dirò non leggo molti Young Adult, il tuo mi ha incuriosito sia per le tematiche e che per la serietà con cui affronti la letteratura per ragazzi. Come ti regoli per non ferire la sensibilità dei tuoi giovani lettori, cercando anzi anche di trasmettere insegnamenti eticamente positivi?

Mi regolo stando attentissima a cosa scrivo e a come lo scrivo. Bilancio parole e emozioni pensando a cosa delle giovani menti e dei giovani cuori possono sopportare, cosa li può colpire senza ferirli e cosa non devono incontrare o scoprire prima del tempo. Ognuno ha il suo, bisogna rispettarlo. Alcuni lettori adulti, per esempio, mi hanno scritto che avrebbero voluto leggere un amore fisico tra Arlo e Tessa. Io l’ho descritto come un amore immenso e sensuale e ineluttabile ma non sarebbe stato corretto andare oltre, sarebbe stato facile ma eticamente non mi sembra giusto. Preferisco rispettare la sensibilità e la maturità delle mie lettrici e dei miei lettori, soprattutto se giovanissimi.

Magnetic” è innanzitutto una storia d’amore, tra due ragazzi Tessa e Arlo, ma parla anche del pericolo delle droghe sintetiche, della difficoltà dei periodi di riabilitazione, della sperimentazione scientifica senza regole (dove il limite tra volontari e cavie umane è molto labile), dell’elettromagnetismo e dell’elettrosensibilità. Temi seri, ammetterai abbastanza insoliti in un romanzo YA. Non hai avuto paura di, come dire, allontanarti troppo dai temi standard di questo tipo di letteratura?

Non ho avuto paura. Sono uscita dai temi standard, rinunciando ad una “cornice rassicurante”, per essere libera di scrivere la storia che veramente mi interessava raccontare. È giusto che i lettori, giovani e adulti, siano informati su alcuni temi di cui si parla troppo poco: gli effetti delle droghe sintetiche e l’elettrosensibilità, una delle patologie del futuro.
Avvicinandosi a questi temi attraverso un romanzo, la serietà degli argomenti non diminuisce ma si evitano le difficoltà tecniche: in Magnetic gli aspetti scientifici sono accessibili, comprensibili a tutti.
Ho parlato anche di un amore grandissimo, delle sue possibili dimensioni, dei luoghi segreti in cui ognuno di noi lo custodisce.

L’elettromagnetismo, già in auge nella Londra vittoriana, attualmente nella nostra società ipertecnologica, iperconenssa, è un tema poco dibattuto. Ogni tanto qualche ricercatore timidamente dice qualcosa in merito al pericolo delle onde emesse da cellulari, computer, tablet, ma poi passa tutto sotto silenzio. Sicuramente hai fatto ricerche approfondite durante la stesura del libro, c’è davvero da avere paura? Dovremmo tutti andare in giro con tute di Shungite nel prossimo futuro?

Non bisogna avere paura, bisogna agire. Conoscere un potenziale nemico ci permette di difenderci o almeno di proteggerci. Con piccoli accorgimenti possiamo iniziare a proteggerci almeno nelle nostre case, può aiutarci a scegliere come utilizzare la tecnologia e quanto.
La consapevolezza comune alla popolazione serve poi per chiedere ai governi di adottare misure per non essere esposti ai grandi rischi che ci aspettano dietro l’angolo, con l’avvento del G5 per esempio.

Quando non leggi libri per le ricerche dei tuoi libri, cosa ami leggere? C’è un libro che consiglieresti ai nostri lettori?

Sono una lettrice onnivora e curiosa. Saltello tra gli autori e i generi con grande piacere. Un libro che consiglio è “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami,

A marzo sarai a teatro con un monologo scritto e recitato da te dal titolo XXn Sfumature di donne di Scienza, mise en espace di François-Xavier Frantz. Ce ne vuoi parlare? Ci ricordi le tappe?

È un viaggio nel tempo, dal tono leggero e divertente, in compagnia di venti scienziate che hanno rivoluzionato il mondo della matematica, della fisica, dell’astronomia, della chimica, della filosofia, dell’informatica…
Dall’attrice e inventrice Hedy Lamarr, passando attraverso Ipazia, Sophie Germain, il periodo delle “streghe” e quello delle prime donne laureate o insegnanti, dal fascino dell’atomo, alle implicazioni etiche delle “forbici” del DNA… per arrivare ai Nobel 2018.
Le scienziate, le loro famiglie, i loro studi, la loro curiosità, la loro tenacia: tante vite, tante storie, tante scoperte.
Lo spettacolo si propone come un mezzo per mettere in luce la presenza e l’attività concreta e fondamentale delle donne nel mondo scientifico.
Questo viaggio non segue un ordine cronologico, ho creato collegamenti più inaspettati, curiosi e divertenti della vita di una ventina di scienziate, a partire dal IV secolo a.C., fino alle donne premi Nobel del 2018.
Il tono non è mai polemico o discriminatorio nei confronti degli uomini, in virtù di un messaggio più ampio e positivo di cui lo spettacolo è promotore: la differenza tra donne e uomini va assunta come un valore e non come motivo di scontro, di paura, di violenza.
Per questa ragione, nell’arco della rappresentazione cito citati padri, mariti, colleghi, insegnanti che hanno saputo superare le abitudini mentali della loro epoca e abbattere i pregiudizi rispetto alle capacità scientifiche delle donne, per sostenerle e riconoscerne i talenti e i meriti. Questo non vuol dire che la Storia sia stata edulcorata o epurata dagli episodi negativi, alcuni vengono menzionati proprio con l’intento di dissipare ogni eventuale dubbio che si tratti della “normalità”.
Il secondo grande messaggio di cui il monologo Sfumature di Donne di Scienza si fa promotore riguarda proprio il pregiudizio che spesso, ancora oggi, etichetta le ragazze come poco dotate o poco interessate alle materie scientifiche e in particolare alle scienze “dure”, la matematica, la fisica, la chimica. Questo pregiudizio è ancora presente, a volte nelle bambine e ragazze stesse.
In risposta a questo problema, ho strutturato il racconto in modo da evidenziare, in tutti modi, la necessità e la possibilità di liberarsi da una forma mentale, da un’abitudine sbagliata e penalizzante, che non ha natura biologica, ma solo sociale e culturale.
Il linguaggio è semplice e la recitazione condotta in modo divertente: i termini tecnici e scientifici sono resi accessibili ad un pubblico diversificato, per età e livello culturale, per creare un momento di intrattenimento che sappia tradurre in modo accattivante la grande importanza della dimensione umana e scientifica di donne spesso ancora nell’ombra, ma che tanto hanno fatto e fanno per il progresso.
L’obiettivo è offrire uno spettacolo informativo e divulgativo ma sempre leggero e divertente, capace di unire gli spettatori di ogni età in un momento di forte condivisione, di arricchimento culturale e personale, di stimolo della curiosità di ciascuno e di interrogazione sulla propria posizione rispetto alla figura della donna nella società, in particolare nell’ambito scientifico, poiché oggi la scienza incide su molti aspetti della nostra vita, del nostro presente, del nostro futuro.

Le prossime tappe sono:
7 marzo ore 21, Teatro La Sirena a Francavilla al Mare (Pescara), in chiusura del Festival della Scienza (ingresso libero);
8 marzo ore 21 al Teatro Fonderie Limone, Moncalieri (Torino) ingresso libero;
9 marzo ore 21 Palafeste di Coazze.

Nuovi progetti letterari. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva?

So dove sono Arlo e Tessa, quindi forse lo scriverò!
Sto già scrivendo una commedia poliziesca, protagonista una donna, buffa e intelligente.

:: Un’ intervista con Ezio Sinigaglia a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2019

ezio

Benvenuto Ezio su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale.

Nacqui, lessi, scrissi. La mia biografia è tutta qui. Potrei (come quasi tutti) aggiungere, in seconda o terza posizione, amai, ma è materia che in questa sede non interessa. Se parliamo di attività professionale, di lavoro insomma, non ho mai fatto nient’altro che scrivere. E dal momento che il mio romanzo d’esordio, che era appunto Il pantarèi, ebbe una vicenda editoriale tutt’altro che felice, mi sono sempre guadagnato da vivere scrivendo per conto di altri, sulla base di scelte altrui e, grazie al cielo, a spese d’altri. Molte enciclopedie, all’inizio, anche e soprattutto per ragazzi. Poi lavori redazionali (adesso si direbbe di editing), molte traduzioni, un po’ di pubblicità, un po’ di ghostwriting, qualche avventura tipografica, un paio di belle esperienze nel campo delle guide turistiche (turismo culturale, s’intende, e sostenibile), qualche laboratorio di scrittura. Un’ottima scuola di umiltà. La mia attività parallela di scrittore ha accompagnato tutte queste esperienze, ma è venuta alla luce soltanto con la pubblicazione di Eclissi, nel 2016, quando ero già vicino ai settant’anni.

 Il pantarèi uscì nel 1985, ora viene ripubblicato da Terrarossa Edizioni. Con modifiche, aggiornamenti, rielaborazioni? O ha conservato fedelmente l’impianto narrativo precedente?

L’impianto narrativo non è mutato né di un grammo né di un centimetro. Le modifiche che ho fatto sono poche e puramente formali. Sono quelle che ho elencato nella Prefazione a questa seconda edizione: “qualche errore materiale, qualche sbavatura grammaticale, qualche leggerezza lessicale”, accenti, elementi di punteggiatura. Poco davvero. Volevo che l’ingranaggio del romanzo – che, peraltro, non mi sembrava per nulla arrugginito – restasse così com’era.

È stato tradotto all’estero? Che accoglienza ha avuto?

Questa sua domanda arriva quasi a commuovermi, mi creda. Il pantarèi, poverocristo, si può quasi dire che, fino a ieri, non sia mai stato pubblicato nemmeno in Italia. Figuriamoci all’estero!

Dunque il romanzo non è morto, sebbene al suo capezzale si affollino anche molti critici blasonati. Come forma narrativa per quale motivo l’apprezza, e in quale misura vorrebbe espanderne i limiti (se ci sono)?

La forza del romanzo sta proprio nel fatto di non avere limiti, se non alla rovescia: non è romanzo un testo che è troppo corto per esserlo. È un recipiente disposto a dilatarsi all’infinito, il romanzo, ad accogliere materiali disparati. Il romanzo del Novecento, cui il mio Pantarèi è dedicato, ha ampliato enormemente la natura di questi materiali, ma per la verità sarebbe ridicolo affermare che il romanzo fosse prima d’allora un genere puramente narrativo. Non c’è neppure bisogno di scomodare Petronio Arbitro o Laurence Sterne (il cui cognome tuttavia non manca di proiettare la sua ombra sul Pantarèi): basterà pensare all’unico romanzo che – si può dire – abbiamo letto tutti, cioè ai Promessi sposi, che contengono lunghe divagazioni saggistiche di ogni genere, storiche, mediche, giuridiche, geografiche, di diritto canonico, e addirittura un agguerritissimo trattatello sul controllo del prezzo del pane, sui modi corretti e razionali di fissarlo, e su quelli demagogici e funesti. Il romanzo fagocita qualsiasi cosa. È questo che gli assicura l’immortalità. Non so perché si continui a dire che è morto: forse perché lo si vuole uccidere, soffocandolo sotto le enormi ondate dei pessimi romanzi che vengono pubblicati ogni anno. Ma ci vorrebbe ben altro. L’inflazione può uccidere una moneta, non un genere letterario come il romanzo. Basta un capolavoro ogni cinquant’anni, ed ecco che le losche trame dei romanzicidi vanno in fumo. È come pensare di poter uccidere l’araba fenice. Mi perdoni se mi autocito per la seconda volta, ma l’ho scritto in forma quasi di slogan nella mia Prefazione: “Il romanzo è morto, viva il romanzo”.

La sua opera è molto joyciana, se mi permette il termine. Che effetti ha avuto la lettura dell’Ulisse, ma anche dei Racconti di Dublino, sul suo immaginario letterario e sul suo gusto di sperimentare stili, registri, strutture narrative (chi ha letto l’Ulisse si ricorderà che ogni capitolo era un “omaggio” alle varie arti narrative, dal teatro al romanzo sentimentale)?

Credo che il mio amore per Joyce, e per l’Ulisse in special modo, si sveli in modo lampante nel capitolo del Pantarèi a lui dedicato, tanto nella metà saggistica quanto in quella narrativa. Ma per la verità in tutto il romanzo, dal principio alla fine, si respira un’aria joyciana a ogni svolta, a ogni colpo di testa dell’autore o del protagonista, a ogni cambio di passo, a ogni sarcastica invenzione linguistica o narrativa, a ogni beffardo rovesciamento del racconto o del canone letterario. Mi divertii moltissimo a scrivere Il pantarèi, e so di parecchi lettori che si sono divertiti moltissimo a leggerlo. In questo aspetto ludico della scrittura risiede forse il contributo più prezioso che la lettura di Joyce ha dato alla mia vocazione di scrittore, ma anche il principale omaggio, naturalmente sarcastico e beffardo, che a Joyce ha reso il mio Pantarèi. Tuttavia ci tengo a precisare due cose. In primo luogo non bisogna dimenticare che in quel mio libro d’esordio il discorso sul romanzo del Novecento si articola su ben otto autori, e non su uno solo: tutti questi autori hanno avuto un ruolo importante e, in alcuni casi, cruciale quanto quello di Joyce nel contribuire a quella decostruzione del romanzo tradizionale che costituisce l’oggetto della ricerca del Pantarèi. Senza contare che per altri due di questi autori (Proust e Svevo) ho nutrito in gioventù, e continuo a nutrire tuttora, un amore e un’ammirazione non inferiori a quelli che ho riservato e riservo a Joyce. In secondo luogo non vorrei che il lettore di questa nostra intervista si creasse la convinzione che Il pantarèi sia un romanzo che si riduce all’imitazione di Joyce. Al contrario fu il mio atto di emancipazione da tutti i miei idoli letterari, e da Joyce per primo. Le movenze imitative, quando ci sono (ci sono, e non riguardano il solo Joyce), sono nel Pantarèi consapevoli, e irriguardose, irridenti, liberatorie. Proprio come i dispetti del figlio che imita il modello paterno con piglio derisorio per riuscire infine a voltargli le spalle e a diventare adulto.

Parliamo della trama del suo romanzo: protagonista è Daniele Stern, un giovane collaboratore editoriale. Ci racconti cosa gli viene proposto e in che maniera porta a compimento il suo incarico.

Stern, nel Prologo, che è piuttosto ampio e diviso in due parti, arriva alla casa editrice, dove ha appuntamento con la dottoressa Ghiotti, redattrice (a quel tempo la parola “editor” era pressoché sconosciuta, in Italia, agli stessi editor). Conosce bene il luogo e la persona: è un collaboratore abbastanza stabile. Si aspetta un lavoretto da poco, tipo correzione di bozze. Invece la Ghiotti gli affida un incarico nuovo e inatteso: scrivere un testo di circa 40 cartelle dattiloscritte sul romanzo del Novecento, per l’ultimo volume (Cultura Generale) di una tradizionalissima (e tutt’altro che inverosimile, nel contesto culturale di allora) Enciclopedia della Donna. La cosa è molto urgente: si tratta di rimediare in extremis al fiasco di un altro collaboratore. Perciò la Ghiotti gli dà cinque giorni di tempo, gli promette la cifra assai allettante di mezzo milione di lire (siamo suppergiù nel 1976-77: sarebbero circa tre milioni del 2001, cioè molto di più, come potere d’acquisto, dei 1.500 euro di oggi che vorrebbe il cambio ufficiale) e gli allunga una scaletta, cui Stern si atterrà solo in parte. Qui comincia il romanzo vero e proprio, con i suoi capitoli numerati da I a IX. Stern si tuffa nel lavoro con entusiasmo, cantandosi il ritornello “Mezzo milione in cinque giorni: un vero colpo di fortuna”. Già nel primo pomeriggio va a fare una passeggiata dopo avere scritto il capitoletto d’apertura: su Proust, nientepopodimeno. Quando, la sera, va a cena dagli amici Montorsi, ha già scritto anche l’introduzione che, grazie al suo primo gesto di ribellione alla scaletta della Ghiotti, seguirà il capitolo su Proust anziché precederlo. A notte inoltrata, eccitato dalla gran quantità di champagne bevuto a casa Montorsi, si butterà su Joyce quasi con inebriata passione. E così via. Gli autori che si susseguono sono alcuni dei più significativi artefici della destrutturazione novecentesca del romanzo tradizionale: dopo Proust e Joyce, ecco Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet. Spazzati via Thomas Mann e i sudamericani che la scaletta pretendeva di imporgli, Stern finirà il suo lavoro con un’intera giornata d’anticipo. Nella prima parte di ogni capitolo si può leggere, scritto in un corsivo cui si alternano in tondo i pensieri quasi sempre piuttosto irriguardosi di Stern, il saggio sul romanzo del Novecento, che si dipana via via; nella seconda parte i frammenti della vita di Stern fra un capitolo e l’altro. Ovvio che ci dev’essere qualche forma di corrispondenza, per analogia o per contrasto, fra l’una e l’altra metà di ogni capitolo. Ma non sempre (anzi, quasi mai) è chiaro in che cosa questa corrispondenza consista. Intanto veniamo a sapere che Stern è stato piantato dalla moglie Anna, della quale è ancora innamorato e che se ne è andata con un altro (“molto più peloso”), che gli piacciono però anche i ragazzi, dei quali va a caccia di notte nei giardini, che ha un romanzo incompiuto in un cassetto e una carriera di scrittore cui ha rinunciato prima ancora di cominciarla. Chiaro che il lavoro sul romanzo del Novecento lo interessa e lo incalza non soltanto per ragioni di quattrini. Infatti, nel brevissimo Epilogo, verremo a sapere che Stern scriverà un romanzo. Probabilmente proprio Il pantarèi, come alcuni indizi suggeriscono.

È molto illuminista l’idea di ridurre tutto in un sunto, in un’Enciclopedia che racchiuda lo scibile (per quanto limitato alla storia del romanzo del Novecento). Non trova?

L’idea dell’enciclopedia non avevo bisogno di farmela venire: era connaturata al mio mestiere. Tornai dal servizio militare all’inizio del 1972 e cominciai subito a lavorare. A quei tempi era possibile: il lavoro esisteva, e io volevo rendermi autonomo dalla mia fin troppo affettuosa e indulgente famiglia d’origine, tanto più che accarezzavo già progetti di nozze (mi sposai in effetti nel 1973, a 25 anni). Era un’epoca in cui si produceva un gran numero di enciclopedie, nella stragrande maggioranza dei casi del tutto inutili, perché non si fondavano su ricerche di prima mano ma su fonti secondarie, che erano costituite perlopiù da altre enciclopedie. Parlare di illuminismo per quella stagione editoriale mi sembra un po’ eufemistico, o almeno benevolo, diciamo. È vero però che era un’epoca, quella compresa fra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta, lontana anni luce dall’oscurantismo. Forse l’epoca meno oscurantista della storia dell’umanità. Perfino in Italia, l’analfabetismo era ridotto quasi a zero, e c’erano milioni di studenti universitari, in luogo delle migliaia di pochi decenni prima (e l’università aveva ancora, nonostante il – o grazie al – Sessantotto, un immenso prestigio). Un periodo storico che, visto dalle tenebre di oggi, appare, a quelli della mia generazione, se non illuministico, perlomeno bene illuminato. Però, sopra l’idea magnifica della diffusione della cultura agli strati meno agiati della società, gli editori ci marciavano alla grande. E anche i collaboratori editoriali. Io stesso figuro tuttora fra gli autori di una delle enciclopedie tascabili Garzanti (le mitiche “Garzantine”): si tratta, ohimè, di quella dello Spettacolo, un campo dello scibile per il quale non avevo nessuna particolare competenza. Per due anni e forse più arrotondai i miei introiti scrivendo (e firmando, addirittura!) quasi tutte le voci di Storia Medievale di un’enciclopedia universale che usciva a dispense: inutile dire che il mio profilo era lontanissimo da quello del medievista. Sulle prime, essendo fresco di vita militare (un mondo dove un autista di autobus veniva tramutato di punto in bianco in aiuto-cuciniere e un contadinello che non aveva mai visto più di due ruote in una volta veniva avviato alla scuola guida e messo infine al volante di un autocarro militare che portava nel cassone 24 soldati su per le montagne), trovavo questo brancaleonismo dell’editoria, al paragone, innocuo e pittoresco. Poi cominciai a giudicarlo meritevole di satira. Quindi nell’Enciclopedia della Donna del Pantarèi convergevano felicemente varie esigenze: mettere in scena un ambiente arcinoto, nel quale uno scrittore principiante come me potesse se non altro muoversi con disinvoltura; pescare un pretesto narrativo provvidenziale, che mi offrisse l’opportunità di scrivere una breve storia del romanzo del Novecento, cercando di rispondere alla domanda che tanto mi stava a cuore (ma il romanzo è morto davvero?); mettere un po’ alla berlina, pur senza eccedere in dileggi, il mondo delle case editrici, con tutte le loro velleità, le loro fobie e i loro tic. Devo però darle ragione in questo: il principale scopo che mi prefiggevo con l’idea dell’enciclopedia era quello di scrivere (di far scrivere da Stern) un saggio assolutamente non accademico, ma all’opposto divulgativo. Questo può forse essere considerato un sussulto tardivo di illuminismo.

Tornando all’Ulisse, in cosa si somigliano Leopold Bloom e Daniele Stern, e in cosa sono totalmente diversi?

Mi caverò d’impaccio rispondendo così: Bloom e Stern si somigliano per il fatto di avere entrambi un cognome di origine ebraica; sono totalmente diversi per il fatto di essere, il primo, ebreo anche di fatto e il secondo no.

Proust, Joyce, Kafka, Faulkner, Musil, Svevo, tra rivoluzione e ricostruzione, è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica? In cosa questi giganti si sono differenziati dagli altri romanzieri? Secondo lei, naturalmente.

All’inizio del Novecento quest’opera di distruzione e ricostruzione doveva essere sentita come necessaria, perché travolse, scosse e rivoluzionò pressoché contemporaneamente tutte le arti. Pensi alla scomparsa del figurativismo (o alla sua sopravvivenza come mera espressione di retroguardia) da quelle che fin lì si erano chiamate “arti figurative”. O alla soppressione della tonalità e alla messa in discussione del concetto di “armonia” in musica, per non dire dell’uso distorto e provocatorio di alcuni strumenti (per esempio: battere l’archetto sulla cassa del violino, trasformandolo in uno strumento a percussione) o della ricerca rumoristica che è arrivata a rendere irrilevante la differenza fra rumore e suono. In letteratura non ci si è potuti spingere tanto oltre per una banalissima ragione: i testi sono fatti di parole e le parole hanno un significato. Intendiamoci, anche questa strada è stata tentata: si è provato a scrivere testi fatti di parole inesistenti, oppure testi formati da parole note ma disposte e mescolate in modo tale da non produrre alcun significato, o ancora (i futuristi) spernacchiamenti onomatopeici, quasi sempre inneggianti, ahinoi, alle esplosioni belliche. I risultati, per ricorrere a una litote, non sono mai stati brillanti, e poche cose possono risultare più significative della sproporzione abissale fra i capolavori del futurismo italiano in pittura e i suoi modestissimi esiti in letteratura. Insomma, la letteratura non figurativa, o rumoristica, è un fallimento assicurato. La prova del nove è data, a contrario, dai “testi cancellati” di Emilio Isgrò, che non sono considerati opere letterarie, ma opere d’arte contemporanea (arte cosiddetta concettuale: non astratta, certo, ma neppure figurativa…). Tuttavia nemmeno la letteratura si è sottratta alla febbre rivoluzionaria delle avanguardie di inizio Novecento. La poesia, per prima, ha demolito la gabbia formale nella quale era beatamente rinchiusa da millenni, gettando alle ortiche ogni struttura strofica, ogni obbligo di rima o di assonanza, ogni misura quantitativa all’interno del verso. Il romanzo non aveva regole di questo tipo, ma ne aveva altre, meno rigide forse, ma altrettanto antiche e solide. L’avanguardia si è accanita contro queste ultime, rendendo via via più esile e frantumato il filo dell’intreccio, più evanescente e contraddittoria la fisionomia dei personaggi, più vaga e indefinita l’ambientazione, più intricato lo svolgersi dei tempi narrativi. È nato un nuovo romanzo, diverso, irrimediabilmente diverso da quello ottocentesco, un romanzo alla ricerca di un altro tipo di realismo, non più rivolto alla realtà esteriore e superficiale, ma a quella interiore e profonda. Sarebbe stato possibile costruire questo nuovo romanzo senza distruggere quello vecchio? Non credo (e del resto, diciamolo pure: sempre meglio distruggere il vecchio romanzo e costruire il nuovo, come fecero Joyce & Co., che distruggere il romanzo tout-court, senza costruire un bel nulla, come pretendeva di fare l’anti-romanzo). Gli otto autori del canone del Pantarèi, più un altro paio, si differenziano dagli altri scrittori loro contemporanei in questo: si sono spinti in una direzione nuova, hanno esplorato per noi un territorio ignoto, pieno di insidie ma anche di promesse e di premi. La loro grandezza consiste nell’averci aperto strade che, prima di loro, molto semplicemente, non esistevano.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segue? C’è qualche critico che apprezza particolarmente?

Sono uno scrittore un po’ anomalo, in parte forse per mia natura ma in parte per volontà del caso, per la piega particolarissima che ha preso la mia “carriera” (è buffo perfino chiamarla così) di romanziere. Dopo la vicenda non troppo edificante del Pantarèi negli anni Ottanta, sono rimasto isolato dal mondo letterario per una trentina d’anni, proprio quelli che di norma sono i più produttivi per un artista in generale e per uno scrittore in particolare: fra i trentacinque o poco più e i sessantacinque. Naturalmente in quegli anni così produttivi ho scritto moltissimo, ma sempre chiuso a doppia mandata nella torre d’avorio che, non avendo un capitale da investire, avevo preso in affitto. La critica letteraria militante mi riguardava molto, molto alla lontana. Non ho seguito granché la sua evoluzione in quei decenni. Adesso che sono tornato a occuparmene, più o meno tangenzialmente, capisco che fare il critico letterario oggi (parlo sempre della critica militante) è davvero difficile. La dittatura del mercato è perfino più schiacciante per la libertà di espressione del critico che per quella dello scrittore. È pressoché impossibile sottrarvisi. Ma da questo punto di vista non credo ci sia molta differenza fra l’Italia e gli altri paesi occidentali. Anzi, probabilmente in Italia si sopravvive meglio perché tutto è più inefficiente, anche il male. Come in quella famosa storiella sulla differenza tra l’inferno tedesco e quello italiano, che qui non posso trascrivere per ragioni di decenza. E questo dell’azione condizionante del mercato è soltanto uno dei problemi che la critica letteraria si trova oggi ad affrontare. Ho sfogliato (verbo improprio eppure adattissimo) con molto interesse le risposte dei critici (ben 66!) alla prima delle quattro domande rivolte loro da Vanni Santoni sulle pagine (sostantivo improprio eppure adattissimo) della rivista online “L’Indiscreto”, la domanda cioè che verteva appunto sullo stato di salute e sul destino della critica. Ho visto che, com’era abbastanza logico aspettarsi, circola un certo pessimismo: lo spazio della critica sembra ridursi sempre più, la voce del critico affievolirsi per effetto di due fenomeni convergenti: la presenza sempre meno rilevante della critica letteraria sui giornali e sui libri, e l’incontrollabile proliferare dei “critici amatoriali” che furoreggiano sul Web. Tuttavia ho anche notato l’orgoglio con cui alcuni affermano l’indispensabilità della critica, la sua funzione insostituibile nel definire un canone, nel separare la buona letteratura dalla cattiva o, ancor più, la sopravvivente letteratura da ciò che letteratura non è. Soltanto il critico militante può aiutare i lettori a farsi largo nella selva dei brutti libri per posare lo sguardo su quei pochi che meritano d’essere aperti.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il suo libro e a partecipare al dibattito. Concludo, comunque, come è da tradizione del mio blog, chiedendole: quali sono i suoi progetti per il futuro?

I miei progetti sono tutti a breve termine per il semplice fatto che, superati i settant’anni, il lungo termine è fuori discussione e il medio induce a mettere in campo tutti gli armamentari, sia pure involontari o inconsapevoli, della scaramanzia. Nel breve termine ho in programma, in primo luogo, la “promozione” del Pantarèi e, in secondo luogo (direi entro un anno), la pubblicazione di un altro libro con TerraRossa: una novella (molto) licenziosa intitolata L’imitazion del vero, di un centinaio di pagine, un testo davvero singolare, e del quale per ora preferisco non dir nulla. Sarà il primo dei miei inediti a trovare la via della pubblicazione. Parlare degli altri inediti mi sospingerebbe già nell’ambito del medio termine ed entro il raggio delle scaramanzie; è quindi meglio che me ne astenga. Ho anche un paio di progetti nuovi, uno a breve termine (un centopagine ambientato su un’isola fatale, seconda anta di un’ipotetica trilogia iniziata con Eclissi) e uno a termine purtroppo meno breve, ma che vorrei riuscire a realizzare in questa valle di lacrime, così da non dovermi portare nell’Aldilà tutto il pesantissimo materiale bibliografico che ho raccolto per poterlo scrivere: si tratta di un metaromanzo giallo sul romanzo giallo, intitolato La figura morale dell’orango. Insomma, come si capisce al volo, una specie di Pantarèi del giallo con il quale potrei chiudere degnamente il cerchio della mia beffarda carriera di scrittore. È un romanzo molto lungo e complesso. Se avessi la fede, passerei le mie giornate a supplicare il padreterno di darmi la forza fisica e mentale per portarlo a compimento. Poiché la fede non ce l’ho, mi resta un sacco di tempo libero e, fra l’estate prossima e quella successiva, spero di farcela.

:: Un’ intervista con Laura Frausin Guarino a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019

“suite francese” di irène némirovsky (adelphi)Benvenuta professoressa Frausin Guarino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista, è davvero un onore poterla ospitare, lei è come la decana dei traduttori italiani. Menzione speciale per la migliore traduzione alla nona edizione del Liberi di Scrivere Award per la sua traduzione di Suite Francese di Irène Némirovsky (Adelphi). È risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore. Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, lei sicuramente ha vinto premi ben più prestigiosi, ma è un’ occasione per conoscere meglio anche il lavoro del traduttore. La sua vita è affascinante come quella di un libro, ci parli della sua famiglia di cultura mitteleuropea, dove è crescita? che libri leggevano nella sua casa durante la sua infanzia e adolescenza?

R: Sono nata a Trieste, in una famiglia dalla mentalità molto evoluta e molto laica, ma tutta la mia vita e i miei studi si sono svolti a Milano. Ho fatto studi classici, e ho avuto la grande fortuna di essere allieva del poeta Vittorio Sereni, che fin dagli anni della maturità mi ha indirizzata alla traduzione letteraria.

Ci parli dei suoi studi. Come è diventata traduttrice? Che lingue ha studiato? Ha svolto tirocini all’estero, o ha studiato prevalentemente sui libri?

R: Ho amato e studiato subito il francese; contemporaneamente al liceo classico, ho passato quasi tutte le vacanze estive in Francia per conoscere meglio la lingua. A Grenoble ho frequentato l’Università estiva per stranieri. Intanto leggevo molta letteratura francese, che è una cosa diversa dallo studiare “sui libri”, molto più formativa.

Quali autori ha tradotto? Quali sono le sue traduzioni più importanti?

R: Ho cominciato a tradurre nel 1967 (!) e ho avuto la fortuna di tradurre subito grandi Autori per Case editrici importanti. La mia prima traduzione professionale è stata un romanzo di Simenon per Mondadori. Ho tradotto poi per Bompiani, Feltrinelli (molte opere di Marguerite Duras), MargueriteYourcenar, Michel Foucault e altri. Traduco molto volentieri saggistica filosofica e politica; per Adelphi ho tradotto anche Mauriac e molti romanzi di Simenon , ma sono onorata che Ena Marchi mi abbia affidato, un anno fa, il saggio di Marc Fumaroli “La Repubblica delle Lettere”. Lavoro anche per le Edizioni Henry Beyle: testi particolari di Voltaire, Dumas, Perec, Balzac, Stendhal. E per «Pagine d’Arte», Casa editrice svizzera.

Che esperienza è stata tradurre Irène Némirovsky? Cosa ha amato di più di questa autrice e del suo libro?, giunto miracolosamente fino a noi, seppure incompleto, l’autrice non ha potuto finirlo perché deportata nel Campo di concentramento di Auschwitz.

R: Tradurre Irène Némirovsky è stata un’esperienza esaltante, un’emozione costante che ho accompagnato con la lettura di alcuni saggi sulla sua vita e la sua terribile tragica morte. Di questo libro ho amato TUTTO.
Ed è stato bello tradurre anche gli altri suoi romanzi.

Insegna ancora presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori? Quali consigli darebbe ai giovani traduttori che si avvicinano a questa difficile ma affascinante professione?

R: Da due anni non tengo più il corso di traduzione letteraria, che ho tenuto per più di vent’anni, presso la Scuola Interpreti e Traduttori . Il solo consiglio che posso dare a chi comunque abbia una certa “stoffa”, una precisa sensibilità e una grande passione, è di LEGGERE, leggere buona letteratura, non solo per il piacere della cosa in sé, ma per capire, studiare e impossessarsi dei diversi registri di scrittura. E abituarsi a coltivare l’attenzione, il pensiero, e a non fare niente in modo affrettato.
Continuo a tradurre con passione; non è mai diventato un “mestiere”, nel senso di qualcosa che ormai si conosce e si fa con disinvoltura: ogni testo nuovo è ancora per me un affascinante mistero da scoprire, da portare alla luce.

:: Un’intervista a Philippe Georget a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019

philippe_georgetBenvenuto Philippe, e grazie per aver accettato questa intervista. Cominciamo con una domanda molto semplice: ci racconteresti qualcosa su di te? Dove sei nato? Che studi hai fatto? Hai fatto altri lavori prima di diventare scrittore?

Sono nato nel 1963 a Epinay sur Seine, alla periferia di Parigi, ma buona parte di infanzia e adolescenza le ho passate a Orléans.
Qui ho studiato storia prima di dedicarmi al giornalismo. Sono giornalista da trent’anni. Ho lavorato prima in radio e poi in televisione.

Sei autore di Polar, ci racconteresti come è nato il personaggio del tenente Gilles Sebag? Come si inserisce nei tuoi romanzi?

Nel cinema come in letteratura, si trovano molti eroi poliziotti o giornalisti. In generale, sono dei personaggi in rotta con le loro famiglie perché poco presenti in casa. Vivono il loro mestiere come una passione, una missione alla quale sacrificano tutto. Personaggi come questi, purtroppo, non ne ho incontrati molti nella mia professione (nemmeno uno, a essere onesti!). Ogni mestiere ha la sua routine, a lungo andare diventa pesante, e non si può pretendere di avere ogni giorno la stessa motivazione, la stessa intensità. E poi si può amare il proprio lavoro e avere anche altri piaceri, altri interessi. Servono anche quelli, per una vita equilibrata.
Per questo ho voluto immaginare un eroe « normale », non senza talento, ma pieno di dubbi, e che, a volte, affronta il lavoro con una certa stanchezza. E non devo essere andato così lontano dalla realtà, se la polizia di Toulouse mi ha conferito il premio dell’Embouchure – per «In autunno cova la vendetta ». Penso che si siano riconosciuti nei miei personaggi.

Ho letto il tuo «La stagione dei tradimenti: Variazioni sull’adulterio e altri peccati veniali », ma so che, in Italia, E/o ha pubblicato anche “D’estate i gatti si annoiano”, “In autunno cova la vendetta” e “Il paradosso dell’aquilone”. Ci sono altri romanzi in questa serie?

Dedico un romanzo su due a questo poliziotto di Perpignan, Gilles Sebag. Ogni volta, dopo aver passato un paio d’anni a scrivere le sue storie, sento il bisogno di mettere in scena altri personaggi e descrivere paesaggi diversi da quello catalano. In Francia ho pubblicato anche i romanzi “Le Paradoxe du Cerf-Volant”, “Tendre comme les Pierres” e l’ultimo uscito, “Amère Méditerranée” (Giugno 2018), che non riprendono questo personaggio seriale.
Nei paesi in cui sono tradotto (Germania, Italia, USA), in generale vengono proposti solo i miei « polar catalani ».
Penso che gli editori e i lettori apprezzino sia il personaggio seriale che la descrizione del paese catalano in sé. In Italia, eccezionalmente, è stato tradotto anche “Il paradosso dell’aquilone”, che però non è andato molto bene.

Lo humour mi sembra una delle caratteristiche più importanti del tuo stile, ho trovato le parti in cui parlavi delle riviste femminili e dei siti d’incontri veramente esilaranti. È come se la maggior parte delle donne francesi fossero sempre intente a cercare nuovi modi per tradire i loro compagni.
Insomma, a leggerti si ride parecchio. Pensi che il polar non dovrebbe essere troppo cupo o triste?

Trovo che, nel cinema come in letteratura, si calchi troppo la mano sugli aspetti scuri. Viviamo in un’epoca in cui si pensa che il pessimismo sia segno di lucidità. Troppo spesso gli assassini sono psicopatici assoluti che uccidono per il puro piacere di farlo. Certo, personaggi del genere esistono, ma non sono poi così tanti. Nei tribunali, che come giornalista ho frequentato parecchio, non ne ho mai incrociati. Ho visto molti assassini « normali », invece, persone violente che uccidono per rabbia o gelosia, dei poveracci che uccidono per futili motivi, o senza averne la volontà. Queste persone mi sembrano più interessanti rispetto agli psicopatici « duri e puri » ; sono infatti persone umane. Sono loro, ma sono anche un po’ noi. Quella è la verità, ed è della verità che mi piace scrivere e che mi piace descrivere.
I miei «cattivi » hanno sempre una parte di umanità. In Francia, il polar è anche chiamato « romanzo noir », ma tutto sommato il nero non è un colore che mi interessa : io amo piuttosto il grigio e le sue infinite sfumature. Per questo motivo, e anche perché mi piace scherzare, metto sempre un po’ di humour nelle mie storie. Sono storie oscure (nere o grigie che siano), e ogni tanto bisogna ridere. E poi certi miei personaggi non hanno una vita o un mestiere semplice, e mi pare giusto far divertire un po’ anche loro.

Chi sono i tuoi maestri? Hai dei modelli, scrittori che ti hanno ispirato e dai quali hai imparato molto?

Ho sempre trovato difficile rispondere a questa domanda. Gli autori che ho più amato o che ho letto di più non sono necessariamente quelli che mi hanno influenzato di più. Penso che un autore si nutra di una moltitudine di influenze – autori, libri, film, che deve digerire prima di mettersi a scrivere a sua volta.
Ma, per essere onesto e non eludere del tutto la domanda, dirò che i polizieschi di Mankell mi hanno ispirato per la struttura dei miei libri, il modo di portare avanti i lettori in due tempi, seguendo il o i poliziotti e il criminale, del quale fino in fondo si ignora l’identità, pur scoprendone la psicologia e i moventi pezzo dopo pezzo. Per quanto riguarda lo stile, mi piacerebbe aver imparato da Jean-Claude Izzo, i cui libri ho molto amato (tutti, non solo i polar), ma sarebbe un po’ pretenzioso.

Pensi che i film dell’età dell’oro del noir americano abbiano in qualche modo influenzato le tue trame o i tuoi personaggi?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un cinefilo… Cosa intendi per « età dell’oro del noir americano » ? di sicuro, comunque, i film recenti, quelli di cui si parlava prima, che mettono in scena degli « psicopatici assoluti », mi hanno fornito soprattutto dei controesempi.

Tu ami raccontare la realtà sociale e la vita dei poliziotti; ho sentito che hai chiesto aiuto a degli amici poliziotti per raccontare i problemi dei sindacati di polizia, e i danni che questo lavoro può causare a chi lo esercita (questo anche se dà vita a relazioni di solidarietà molto forti ecc.). E poi c’è il problema del metodo investigativo… Ti senti, insomma, uno scrittore realista, no? E perché hai scelto il realismo come chiave?

L’aspetto interessante del romanzo noir, è la possibilità di descrivere la società e le grandi questioni contemporanee. Ma come si fa a risultare credibili se, nel descriverle, si fanno troppi errori nel mettere in scena le procedure investigative ? Il mio mestiere di giornalista mi ha permesso di confrontarmi con l’universo quotidiano dei poliziotti e ho potuto constatare quanto questo fosse lontano da quello descritto in certi libri e film. Per me il romanzo noir deve essere realista.

C’è in progetto qualche adattamento di tuoi romanzi per il cinema? Se potessi fare il casting, chi vorresti come regista? E chi come protagonisti?

Che io sappia, non ci sono progetti di adattamento in ballo. Peccato per il portafogli, ma bene per l’ispirazione. I miei personaggi esistono nella mia testa, e in quella dei miei lettori. Penso che loro come me non abbiano bisogno di vederli impersonati da attori. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono comunque degli aspetti che vengono travisati nel passaggio da un romanzo a un film. E visto che non ho ancora finito con Gilles Sebag e i suoi colleghi, preferisco che continuino ad appartenere a me. Se diventassero degli attori, mi sarebbe difficile metterli in scena così come li ho immaginati.
Certo, può capitare di ispirarsi a personaggi famosi, attori o altro, per immaginare fisicamente certi personaggi, ma non ne dirò i nomi, perché, nella grande maggioranza dei casi, si tratta solo di un punto di partenza. Nella scrittura del romanzo, i personaggi si evolvono e finiscono per non assomigliare più ai modelli di partenza.

Ora torniamo alla letteratura: Cosa stai leggendo in questo periodo ? C’è qualche autore di polar che vuoi segnalare agli autori italiani ? C’è qualche tuo libro che sta per essere pubblicato? E, se sì, lo presenterai in Italia ?

In questo momento non sto leggendo romanzi, ma libri di storia, uno sui vichinghi, e uno sul vicino oriente. Da quando ne scrivo, leggo pochissimi polar !
Non voglio fare nomi, ma suggerire ai lettori italiani (così come faccio con quelli francesi) di non esitare nell’allontanarsi dai sentieri battuti, ovvero non leggere solo autori americani, scandinavi, o francesi autori di best-seller, per dire. Ci sono tanti altri autori da scoprire, tante strade da battere.
Il mio ultimo libro, “Amère Méditerranée”, è uscito a giugno, ma non sarà tradotto. Né in italiano, né in tedesco, né in inglese, perché tratta di un argomento poco popolare in questi paesi. Così come in Francia, purtroppo. Per riassumerlo in qualche parola: “Amère Méditerranée” è un romanzo noir che si svolge su un’isola immaginaria del Mediterraneo sulla quale, certe mattine, si raccolgono più cadaveri che conchiglie.

Ti piace presentare i tuoi libri? Vuoi raccontarci qualche aneddoto divertente relativo a qualche tua presentazione?

Mi piace molto presentare i miei libri e parlarne con i lettori. È meraviglioso constatare che le storie e i personaggi che si inventano nella solitudine di un ufficio, di fronte alla tastiera del computer, prendono vita nell’immaginazione delle altre persone, e che i temi che ci hanno ossessionati per le settimane della scrittura, sono condivisi da altre persone.
Uno degli incontri che più mi hanno segnato è avvenuto nel 2017 a Cagliari. Degli attori leggevano brani estratti dai miei romanzi. Non parlo l’italiano e riconoscevo solo, ogni tanto, i nomi dei miei personaggi. Il pubblico in sala sorrideva, a volte rideva persino. Io, l’autore, ero l’unico che non ci capiva niente, ma non era grave. Anzi, al contrario: i miei personaggi e le mie storie non avevano più bisogno di me per continuare a esistere.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Sto chiudendo un romanzo che riporterà in scena il mio Gilles Sebag. Dopo estate, autunno e inverno, sarà chiaramente ambientato in primavera. La quarta stagione di Sebag. L’ultima? Solo il tempo ce lo dirà.

An interview with Philippe Georget

Bienvenu Philippe, et merci d’avoir accepté de répondre à cette interview.
On va commencer par une question très simple: veux-tu nous reconter quelque chose sur toi? Où est que tu es né, qu’est-ce-que tu as étudié, et est-ce-que tu as fait des autres travails quand tu n’étais pas un écrivain?

Je suis né en 1963 à Epinay sur Seine en banlieue parisienne mais c’est à Orléans que j’ai vécu la plus grande partie de mon enfance et de ma jeunesse. J’y ai notamment suivi des études d’Histoire avant de bifurquer vers le journalisme. Je suis journaliste dans l’audiovisuel (d’abord radio puis télévision) depuis trente ans.

Tu es auteur de polars, veux-tu nous raconter comment est né le personnage du lieutenant Gilles Sebag? Comment fais-tu pour inscrire ton personnage dans tes policiers?

On trouve dans le cinéma comme dans la littérature beaucoup de héros policiers ou journalistes. En général, ce sont des personnages en rupture avec leur famille car toujours absents de leur domicile. Ils vivent leur métier comme une passion, voire comme une mission à laquelle ils sacrifient tout. Des personnages comme ceux-là, je n’en ai pourtant pas croisé beaucoup dans mon travail (pas un seul en vérité!). Chaque métier a ses routines, ses lourdeurs, et on ne peux pas le pratiquer au quotidien avec la même passion, la même intensité. Et puis on peut aimer son travail et avoir en même temps d’autres plaisirs, d’autres centres d’intérêt. Je pense même que c’est nécessaire pour une vie équiibrée.
J’ai donc imaginé un « héros ordinaire », talentueux certes mais pétri de doutes et qui, par moments, assume parfaitement une certaine lassitude vis-à-vis de son métier. Et je ne suis finalement pas tombé trop loin de la réalité puisque les policiers de Toulouse m’ont remis un prix en 2013 – le prix de l’Embouchure – pour Les Violents de l’Automne. C’est donc qu’ils se sont retrouvés dans mes personnages.

J’ai lu ton “Méfaits d’hiver: Ou variations sur l’adultère et autres péchés véniels”, mais je sais qu’en Italie, E/o a publié D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone aussi. Est ce que il y a des autres romans dans cette série?

J’écris un roman sur deux avec ce ppolicier perpignanais récurrent, Gilles Sebag. Mais, quand j’ai passé un à deux ans avec lui à bâtir une histoire, j’éprouve le besoin de mettre en scène d’autres personnages et de décrire d’autres paysages que ceux du pays catalan. En français, il y a eu successivement Le Paradoxe du Cerf-Volant, Tendre comme les Pierres et le petit dernier sorti en juin 2018 Amère Méditerranée, qui ne reprennent pas ce personnage fétiche.
Dans les pays où je suis traduit (Allemagne, Italie et Etats-Unis), on ne reprend en général que mes « polars catalans » (Méfaits d’hiver en italien a donné La Stagione dei tradimenti). Je crois que les éditeurs et les lecteurs apprécient ce personnage récurrent et aussi la description du pays catalan. L’Italie a fait toutefois exception en traduisant également Il paradosso dell’ aquilone. Mais il n’a pas très bien marché !

L’humour me semble une des caractéristiques les plus importantes de ton écriture, j’ai trouvé les parties dans lesquelles tu recontais de magazines féminins, ou de sites de rencontres, très amusantes. C’est comme si la pluparte des Françaises avaient toujours le souci de trouver de nouveaux moyens de trahir ses copains.
En te lisant, on rit aussi.
Est-ce que tu penses que le polar doit par être trop lugubre ou sombre.

Je trouve qu’il y a souvent, au cinéma comme dans la littérature une surenchère dans la noirceur, signe d’une époque sans doute où l’on considère que pour se montrer lucide, il faut être pessimiste. Trop souvent les tueurs sont des psychopathes absolus qui ne tuent que pour le plaisir. Bien sûr, de tels personnages existent dans la vraie vie mais ils ne sont pas si fréquents. Dans les tribunaux que j’ai beaucoup fréquentés comme journaliste, je n’en ai personnellement jamais croisés. J’y ai surtout vu des « assassins ordinaires », des types violents qui tuent par jalousie ou colère, de pauvres gars qui tuent par bétise ou par accident. Ces gens-là me semblent plus interessant à mettre en scène que les psychopathes « purs et durs » car ils sont humains, ils sont eux et un peu nous également. C’est cela la réalité et cela que j’aime écrire et décrire. Mes salauds à moi ont toujours une part d’humanité en eux. En France, on appelle le polar du « roman noir » mais le noir finalement n’est pas une couleur qui m’intéresse. Moi, j’aime plutôt le gris et ses multiples nuances.
Pour cette raison, et aussi parce que j’aime plaisanter dans la vie, je place toujours un peu d’humour dans mes histoires. On écrit des histoires sombres (noires ou grises…), il faut bien sourire de temps en temps. Mes personnages n’ont pas toujours un métier et une vie faciles, il faut bien qu’eux aussi s’amusent un peu.

C’est qui, tes maitres à écrire? Est-ce que tu as des modèles, des écrivains desquels tu as beaucoup appris, et qui t’ont inspiré ?

J’ai toujours beaucoup de mal à répondre à cette question. Les auteurs que j’ai les plus aimés ou les plus lus ne sont pas forcément ceux qui nous m’ont le plus influencé. Je pense qu’un auteur se nourrit d’une multitude d’influences, d’auteurs, de livres, de films, qu’il doit digérer avant de se mettre lui-même à écrire.
Pour être tout à fait honnête et ne pas esquiver complètement la question, je dirais que les romans policiers de Mankell m’ont inspiré pour la structure de mes livres, la façon de faire avancer le lecteur en deux temps, avec le ou les personnages principaux de policiers mais aussi avec le criminel dont on ignore jusqu’au bout l’identité mais dont on découvre peu à peu la psychologie et les motivations. Pour le style, j’aimerais avoir été inspiré par celui de Jean-Claude Izzo dont j’ai adoré tous les livres ( et pas seulement les polars) mais ce serait très prétentieux de l’affirmer.

Est-ce que tu penses que le film noir American de l’âged’or ait eu quelque influence sur tes intrigues ou tes personnages?

Je ne suis pas assez cinéphile pour répondre à cette question. Qu’entendez-vous par « film noir américain de l’âge d’or » ? Il est certain en revanche que les films plus récents mettant trop souvent en scène, comme je le disais plus haut, des « psychopathes absolus » m’ont, eux, surtout fournis des contres exemples.

Tu aimes bien raconter la réalité sociale et la vie des policiers ; j’ai lu que tu a demandé le support de quelques amis policiers pour raconter les problèmes des syndicats de police, et les problèmes que ce boulot peut causer aux personnes qui l’exercent, même si ça donne des relations de solidarité très fortes etc. Puis, il y a le problème de la méthode d’investigation. Tu es donc un écrivain réaliste, hein ?
Pourquoi as-tu décidé de reconter du côté du réalisme?

L’intérêt du roman noir, c’est de pouvoir décrire la société et les grandes questions de l’époque. Mais comment être crédible sur ces sujets si on fait trop d’erreurs sur le travail des flics et sur les procédures d’investigation ? Mon métier de journalisrte m’a permis de me confronter à l’univers quotidien des policiers et j’ai pu constater combien il était parfois loin de ce que je pouvais lire dans certains livres, voir dans certains films. Pour moi, le roman noir se doit être réaliste.

Est-ce qu’il y a des projets d’adaptation de tes romans pour le cinéma ?
Si tu pouvais en faire le casting, qui voudrais-tu pour réalisateur? Et qui pour les protagonistes ?

Il n’y a pas, à ma connaissance, de projets d’adaptation de mes romans pour le cinéma. Dommage pour mon porte-monnaie, tant mieux pour mon inspiration. Mes personnages existent dans ma tête, dans celles aussi de mes lecteurs. Je pense qu’eux comme moi n’avons pas besoin de les voir incarner par des acteurs. Quel que soit le résultat – il est parfois réussi – , il y a forcément trahison lors du passage d’un roman à un film. Tant que je n’en ai pas fini avec Gilles Sebag et avec ses collègues, je préfère qu’ils continuent de m’appartenir. S’ils devaient être incarner par des acteurs, j’aurais sans doute du mal à continuer de les faire vivre tels que je les ai imaginés.
Il peut m’arriver de m’inspirer de personnes célèbres, acteurs ou autres, pour imaginer physiquement certains personnages mais je ne citerai pas de nom car la plupart, il ne s’agit que d’un point de départ et mes personnages évoluent souvent pendant l’écriture du roman et finissent pârfois très loin du modèle de départ.

Maintenant, retournons à la literrature : qu’est-ce-que tu lis en ce periode ? Y a-t-il des auteurs de polar que, selon toi, nous, les lecteurs Italiens, devrions lire ?
Est-ce que tu as des livres qui vont sortir bientôt en Italie, et, si tu les as, vas-tu les presenter en Italie ?

Je ne lis pas de romans en ce moment mais des livres d’Histoire, un livre sur les Vikings, un autre sur le Proche-Orient. En fait, je lis très peu de polars depuis que j’en écris !
Je ne veux pas citer de noms d’auteurs aux lecteurs italiens mais je leur suggérai surtout comme aux lecteurs français de ne pas hésiter à sortir des sentiers battus, c’est-à-dire les auteurs américains ou scandinaves ou même les auteurs français best-sellers. Il y a tant d’autres écrivains à découvrir, tant de chemins différents à parcourir.
Mon dernier livre, Amère Méditerranée, est sorti en juin dernier mais il ne sera pas traduit. Ni en italien, ni en allemand, ni en anglais. Parce qu’il traite d’un sujet qui n’est populaire dans aucun de ces pays. En France non plus malheureusement. Pour vous résumer en quelques mots : Amère Méditerranée est un roman noir qui se déroule dans une île imaginaire de Méditerranée où, certains matins, on ramasse sur les plages plus de cadavres que de coquillages.

Est-ce que tu aimes bien presenter tes livres, ou pas ? Veux-tu nous raconter quelque chose d’amusante que s’est passée a l’occasion d’une de ces rencontres ?

J’apprécie beaucoup de présenter mes livres et d’en parler avec les lecteurs. C’est merveilleux de constater que les histoires et les personnages qu’on invente dans la solitude d’un bureau, devant un clavier d’ordinateur, prennent vie dans l’imaginaire d’autres personnes et que les thématiques qui nous ont obsédé pendant des semaines d’écriture sont partagées par d’autres gens.
Une des rencontres les plus marquantes pour moi s’est déroulée en septembre 2017 à Cagliari. Des acteurs lisaient des extraits de mes romans. Je ne parle pas italien et je ne pouvais que reconnaître de temps en temps les noms propres de mes personnages. Les gens dans la salle souriaient, riaient même parfois. Moi, l’auteur, était le seul qui n’y comprenait rien. Mais ce n’était pas grave, bien au contraire. Mes personnages et mes histoires n’avaient plus besoin de moi pour continuer d’exister.

Est tu en train d’écrire un nouveau livre ? Veux-tu nous en parler ?

Je termine un roman qui remettra en scène mon personnage de Gilles Sebag. Après l’été, l’automne et l’hiver, il se passera évidemment au printemps. Ce sera la quatrième saison de Sebag. La dernière? L’avenir le dira.

:: Un’intervista con Mariangela Galatea Vaglio a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2019

galatea

Benvenuta Galatea e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2019 del “Liberi di scrivere Award” con Teodora, la figlia del circo, Sonzogno Edizioni e per il tuo lavoro. Innanzitutto sei un’insegnante, una blogger, una scrittrice, parlaci di te e dei tuoi studi, della tua vita oltre la scrittura.

R: Sono nata a Trieste ma sono cresciuta un po’ in giro per l’Italia, ho abitato anche a Ravenna, dove ho incontrato per la prima volta Teodora e Giustiniano. Da ragazzina sono rimasta completamente affascinata dai mosaici di San Vitale e forse da allora qualcosa mi ha stregato talmente da scriverne poi quando sono diventata adulta. Ho fatto studi classici, sono laureata in Storia Greca e ho un dottorato in Storia Antica. Poi ho iniziato ad insegnare a scuola e siccome mi piaceva scrivere ed erano gli anni in cui tutti provavano ad aprire un blog, ci ho provato anche io. Scrivevo post divertenti che raccontavano le vite dei personaggi antichi. Hanno avuto successo contro ogni aspettativa. Da lì sono stata scoperta dall’editoria e ho iniziato a pubblicare. Poi ho deciso di lasciare la saggistica e di dedicarmi al mio primo romanzo, ovvero Teodora. Visto che ha vinto il vostro premio, direi che è stata una buona intuizione!

Sei nata a Trieste, ma vivi e lavori a Venezia, la Porta dell’Oriente. Dai tempi di Marco Polo, e anche prima, la prima tappa per la Via della Seta, terra di mercanti, artisti, profughi, guerrieri. Un crocevia di merci preziose provenienti dalla Cina, da Costantinopoli, dalle sponde del Mediterraneo. E di idee, libri, credenze, ideali. Descrivici Venezia come uscisse da un sogno.

R: Il bello di Venezia è che già si avvicina molto ad un sogno. È una città che amo molto. Una città di mare strana, perché poi tecnicamente non è sul mare, ma dentro la sua laguna. C’è uno strano senso di sospensione a Venezia, come se il tempo fosse una dimensione lontana e distante. È una città che non ha uguali al mondo e che non si può spiegare, bisogna vederla e viverla.
La Costantinopoli di Teodora deve molto a Venezia. Sopratutto nel carattere degli abitanti. I Veneziani sono smagati, ironici, abituati a avere in casa gente di tutto il mondo e a guardarla con l’indifferenza di chi ha avuto un impero e lo ha visto tramontare. Non è sempre facile andarci d’accordo ma sono molto divertenti.

Il mondo antico affascina ancora i giovani, i tuoi studenti? Come è nato il tuo amore per le civiltà antiche e per la storia? Il passato ha ancora molto da insegnarci?

R: Che rispondere? Sì, sì e ancora sì. Il passato è come una miniera, più lo scavi più trovi tesori inaspettati. Il mondo antico secondo me affascina tantissimo, basta raccontarlo bene. Il problema è che spesso viene spiegato con quella che io chiamo la sindrome del busto da museo. Sembra che gli antichi fossero tutti degli eroi totalmente distaccati dal mondo, dei personaggi freddi e distanti, come i busti dei musei, appunto. Invece no, erano assolutamente simili a noi, con gli stessi problemi, le stesse angosce, spesso anche le stesse tendenze a fare stupidaggini. La storia antica è fantastica, piena di congiure, delitti, colpi di scena, meglio della sceneggiatura di molte serie tv. Per questo la adoro.

Tema del giorno è quello delle migrazioni, dei profughi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalle calamità naturali e arrivano in Europa in cerca di un futuro migliore. Come era vissuto nell’antichità questo problema? Erano disprezzati, avversati, o integrati nelle nuove comunità di accoglienza?

R: Le migrazioni sono un tema centrale nella fine del mondo antico. Si pensa sempre che Roma sia collassata per le invasioni barbariche, ma non è vero. I barbari erano all’interno dell’impero da secoli, e fosse per loro non avrebbero mai voluto abbatterlo, lo adoravano. Era uno stato organizzato e in grado di garantire loro tutto ciò che le loro tribù non avevano: sicurezza, lavoro, ordine. Per lungo tempo sono stati anche integrati con facilità. Nel mio romanzo molti dei protagonisti sono generali bizantini ma di origine barbarica, e lo stesso Giustiniano e lo zio Giustino sono degli “immigrati” provenienti da un paesino sperduto dei Balcani e arrivati a Costantinopoli. Anche se non tecnicamente “barbari” per i raffinati abitanti della città erano dei buzzurri. Il mondo antico non conosceva il concetto di razzismo come lo intendiamo noi. I barbari erano assorbiti ed integrati, anche se poi qualche riluttanza rimaneva, specie nei confronti dei Goti. Però i più importanti generali dell’impero erano ormai barbari, sposavano anche donne della nobiltà romana, le famiglie miste erano all’ordine del giorno. Insomma era un mondo molto più complesso di quanto siamo soliti immaginare.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

R: Non lo so, per quanto ricordo ho sempre scritto e sempre voluto scrivere, fin da piccolina. Amo raccontare storie, amo la storia. Non saprei fare a meno di scrivere o di leggere o di studiare.

Teodora, la figlia del circo nasce dalle tue letture e dal fascino di una donna come Teodora, davvero incredibile per l’epoca, ma anche per oggi. Una donna forte, determinata, coraggiosa, libera per molti versi, come hai ricostruito la sua vita?

R: La storia di Teodora è fantastica. Un ex pornostar che sposa un ministro che è l’erede al trono di un impero. Un po’ come se Eva Henger avesse sposato Obama, per dire… Persino oggi una donna con il suo curriculum farebbe difficoltà ad essere accettata come moglie di un politico, e lei è riuscita invece a diventare persino imperatrice! La storia è ricostruita basandosi minuziosamente sulle fonti antiche, soprattuto Procopio di Cesarea, politico e scrittore contemporaneo ai fatti. E pettegolo di prima grandezza, una specie di Dagospia dell’antichità. Visse a corte gomito a gomito con Teodora e Giustiniano, di cui fu anche storico ufficiale, salvo poi dileggiarli in un’opera in cui ne raccontava tutti i vizi e i segreti. Mi sono poi basata su altre fonti coeve, come le lettere dei Papi, i resoconti diplomatici della corte bizantina, i frammenti di altri storici del tempo. Sono pignola, quindi in pratica non c’è una riga del romanzo che non abbia dietro una fonte antica o dati archeologici quanto più accurati possibile. Ho controllato minuziosamente anche i particolari dell’arredamento, dei vestiti, dei decori degli ambienti.

Com’era Costantinopoli nel VI secolo d.C.?

R: Una grande metropoli simile a New York o Londra. Un luogo dove migliaia di persone confluivano ogni giorno in cerca di fortuna e dove il successo e la caduta in disgrazia potevano essere velocissime. Una città smaliziata, divertente, dove il bene e il male erano gomito a gomito, gli uomini dei bassifondi si incrociavano con i membri dell’alta società, l’ambizione spingeva tutti a cercare di migliorare la loro condizione ad ogni costo. Una città multietnica a cui piacevano la trasgressione e gli eccessi, che viveva per i grandi eventi sportivi come le corse del circo, che era prontissima ad abbandonarsi a rivolte sanguinose, che amava gli uomini furbi e spregiudicati. Lo scenario ideale per un grande romanzo di avventura, insomma.

Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

R: Tantissimo, io sono una consumatrice di serial tv e addicted di Netflix. Ho costruito questo libro come una serie tv, con scene brevi e veloci, molti personaggi che si intersecano e scenari che cambiano continuamente. Quello che spesso mi fa arrabbiare quando vedo le serie storiche è che gli sceneggiatori intervengono sugli eventi cercando di renderli più spettacolari, ma spesso non ci riescono perché la Storia è una sceneggiatrice migliore di quelli di Hollywood. La scommessa di Teodora è questa: raccontare i fatti senza inventare quasi nulla, ma rendendoli comunque affascinanti e pieni di suspense. Spero di esserci riuscita. Vedo che i lettori apprezzano molto.

Avventura, amore, scontri religiosi, rivolte, potere, vendetta, spionaggio come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

R: In realtà era già tutto amalgamato negli eventi reali. Ho scelto la storia di Teodora perché tutti questi temi erano presenti e funzionavano benissimo. Ho dovuto solo sceneggiarli e studiare il concatenarsi degli avvenimenti. È uno di quei casi in cui la trama si scrive in pratica da sola.

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

R: Sono da sempre molto presente sui social e quindi quello è il canale privilegiato con cui tengo i rapporti con i miei lettori. Seguono il mio profilo, il blog, la mia pagina Facebook e da qualche mese anche il mio canale YouTube in cui posto dei video in cui racconto episodi della storia antica (i più seguiti sono la serie “Sesso e Gossip a Roma antica, la scandalosa vita di Giulio Cesare!). Io cerco sempre di rispondere a tutti e con alcuni lettori storici poi sono nate bellissime amicizie, per cui ci sentiamo, ci incontriamo, ci prendiamo il caffè. Insomma, sono fortunata, ho dei lettori adorabili.

Hai anche pubblicato un saggio L’italiano è bello (Sonzogno 2017). Cosa ti piace di più della lingua italiana?

R: È la materia che insegno, per cui direi tutto! Ma devo ammettere che poi, anche se sembra strano, ho una vera passione per la grammatica. Non ci si pensa mai ma è la vera architettura del discorso, senza quella non si fa nulla. Io amo la grammatica storica, la storia della lingua, le etimologie.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

R: Sto leggendo Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli. Per curiosità. Ho letto quasi tutto Freud ma Jung lo avevo evitato fino da ora, devo colmare la lacuna. Il prossimo in lista è una rilettura dell’Eneide sistematica. Ho sempre preferito Omero e Virgilio forse l’ho un po’ sottovalutato, devo rimediare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

R: Per ora attendo nuove dalla casa editrice, perché Teodora dovrebbe essere una trilogia, per cui dovrebbero esserci altre due puntate in cui seguiamo le sue vicissitudini per diventare prima moglie di Giustiniano e poi per tenersi stetta il trono a dispetto di congiure e rivolte. I programmi per il futuro prevedono invece anche uno sbarco massiccio nel mondo del video, ma questo è un progetto che si concretizzerà fra qualche mese e quindi per ora incrociate le dita per me.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Valentina Orsini

14 gennaio 2019

valValentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.
Cura il blog Criticissimamente, dove parla di cinema, di letteratura e di temi che le sono cari: il lavoro, la maternità, le questioni di genere.
Scrive anche romanzi. Esordisce nel 2015 con “Caramelle al gusto arancia”, sul tema dell’aborto, per Leucotea, e pubblica poi, per Edizioni Efesto, “Madrepatria. Racconti dell’umana sorte”, atipica inchiesta sull’Italia di oggi, resa possibile dall’incontro con un grande poeta che vive e scrive al crocevia tra due epoche, Ugo Foscolo.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato un po’ del suo tempo.

Una delle tue grandi passioni è il cinema (e attraverso questo amore comune ci siamo conosciute!).
La passione, in generale, mi è sembrata una delle cifre della tua scrittura, lieve, anche ironica, ma sempre spinta da una sorta di necessità che ti muove.
Cosa è per te la scrittura? E che importanza riveste nella tua vita?

Inizierei col ringraziare te, per avermi dedicato il tuo, di tempo. E soprattutto delle belle domande.
Vero! Probabilmente ci siamo incontrate nel pieno di uno scontro verbale, tipico dei social, magari mentre si scagliavano contro Tim Burton, o contro la vecchiaia di Johnny Depp…
Il cinema ci ha fatto incontrare così, perché la mia passione poi si riflette in quella degli altri, si accende e si ravviva nel confronto, cosa che di questi tempi sembra essere sempre più rara.
Per me la passione è l’unica arma talmente potente in grado di distruggere la noia. Ed è proprio così che diventa una necessità.
Scrivere mi dà l’opportunità di scavarmi a fondo, mi apre un’infinità di porte. Mi aiuta a convivere con i miei mostri, mi rende partecipe degli eventi che accadono intorno a me, seppur nella mia solitudine, nelle mie più intime riflessioni.
Ho sempre una domanda da pormi, un luogo sicuro in cui ripararmi.
Quando mi dicono: “Ma come fai a fare tutto?”, io sorrido, e penso a tutte le altre cose che mi frullano per la testa e vorrei realizzare.
Non proprio tutto, il necessario a vivere.

Un tema che trovo ricorrente, in modo più o meno esplicito, nei tuoi testi, è quello della scelta, dell’arbitrio. Nella quarta di copertina di “Caramelle al gusto arancia” si legge “La storia di Anna, ragazza appena ventenne che sogna un futuro alla Lois Lane, non ha alcuna pretesa, solo il bisogno d’esser letta e condivisa. Affinché nessuna donna si senta più sola, umiliata. Perché non vi è reato più grande del giudizio e dell’indifferenza. Parlare con qualcuno, ritrovarsi in una storia che somigli un po’ alla nostra, aiuta a superare il lutto, il dolore.”
La complessità è fondante in opere che parlano della capacità di agire con consapevolezza. Come scrittrice, attenta a questioni sociali, come scegli che tema affrontare e come lavori per trattarlo senza incorrere nei manicheismi a suon di slogan a cui la rete ci ha abituato?

Hai presente la massima di Robert De Niro? Il talento sta nelle scelte che facciamo.
Be’, io ci credo davvero molto. Effettivamente la scelta è un po’ il mio cruccio esistenziale.
A un certo punto mi sono resa conto che, nella vita, ad ogni passaggio importante, avrei trovato sempre e comunque una scelta. Quella cosa per cui ti dovrai dannare, interrogare fino a non poterne più, guardarti intorno, diventare più coscienziosa e nello stesso tempo audace. Accontentare te stessa e pure un po’ gli altri, non badare al giudizio altrui, ma non dimenticare mai che alla fine quello che dicono di te, anche solo superficialmente, conta, e se non conta oggi, presto o tardi conterà.
Ci pensi mai a quante cose dobbiamo scegliere tutti i giorni della nostra vita?
Siamo le scelte che facciamo, zio Bob non sbaglia mai!
Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di scegliere, tutto qui.
Si può dire?

Certo che sì!
Per uno scrittore, e non potrebbe essere altrimenti, è vitale l’esigenza di essere letto. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori e, più in generale, con la promozione dei tuoi romanzi?

Hai toccato un tasto dolente. Sai che quando mi chiamano “scrittrice” a me viene da sorridere?
Ho iniziato il mio percorso professionale, nell’ambito dell’editoria e dello spettacolo, come critico. Quindi dopo un po’, abituata a recensire gli altri, fa strano avere a che fare con gli altri che recensiscono te.
I miei lettori sono l’unico mezzo che ho per capire se quello che mi sta accadendo è, prima di tutto, reale. E poi se sto facendo del mio meglio, dove posso migliorare e come. Mi travolge un’onda di gratitudine e incredulità, ogni volta che qualcuno mi dice: “Ho letto il tuo libro”.
E’ più forte di me, io non ci credo.
Ho sempre detestato la fase cosiddetta di marketing. Autopromuovermi non mi piace, mi mette a disagio.
Posso raccontarti il mio romanzo, in poche righe. Posso confidarti com’è nata l’idea, dove vorrei che arrivasse. Posso dirti cosa significa, per me. Ma non potrò mai convincerti a leggerlo. Sarà che quando io decido di prendere un libro non voglio che nessuno, e dico nessuno, si metta tra i piedi. E’ un momento intimo, mio soltanto. A volte la promozione è una bella rottura di scatole…

Che progetti letterari bollono nella pentola sempre sul fuoco di Valentina Orsini? Tra l’altro stiamo parlando di una cuoca provetta!

Diciamo che se non scrivo, sforno qualcosa. Nel senso più letterale del termine.
Allora ti faccio una sorta di “scoop”, alla Biscardi.
Il 26 febbraio uscirà il mio terzo romanzo.
Si intitola “L’ultima notte di San Lorenzo”.
Tu sai cosa si prova, no?
Non ci si abitua mai a questa strana gioia…

Un’ultima domanda, ricorrente in questa rubrica: se un tuo romanzo potesse diventare un film e avessi carta bianca sulla scelta degli interpreti, chi vorresti a dare corpo e voce ai tuoi personaggi? E, già che ci siamo, chi sarebbe il regista ideale?

Bella domanda.
Se scrivessi la storia di un personaggio incredibile, se davvero ci riuscissi, mi vengono in mente subito due registi.
Tim Burton, alla maniera di Big Fish.
E Paolo Sorrentino, alla maniera del suo Cheyenne, e quel trolley pieno di sogni e paure, trascinato qua e là. Sullo sfondo, ovviamente, un pezzo dei “Talking Heads”.

:: Un’ intervista con Martin Bora, grazie alla gentile collaborazione di Ben Pastor

1 gennaio 2019
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Se Martin Bora fosse esistito veramente…

Martin Bora benvenuto su Liberi di scrivere. È un vero piacere poterla incontrare dopo aver letto tanto di Lei nei libri di Ben Pastor. Ci parli di Lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Grazie a Lei per l’invito a raccontarle qualcosa di me. Come sa, la mia famiglia è sassone, anche se da parte materna conto antenati scozzesi. Sono nato l’11 novembre 1913, e avendo perso mio padre Friedrich a sei mesi di età, sono stato cresciuto dal generale Sickingen, secondo marito di mia madre Nina. Avevo un fratello minore (poco più di quattro anni di differenza), Peter, poi caduto nei cieli di Russia durante il 1943. Da bambino ho frequentato con profitto dapprima le scuole cattoliche e poi il liceo classico. Dopo la maturità (Abitur), sono entrato ancora diciassettenne alla facoltà di filosofia dell’Università di Lipsia, insieme ad Heidelberg il più antico ateneo tedesco. Mi sono laureato con lode sostenendo una tesi sull’Averroismo Latino e l’Inquisizione, per poi entrare nella Scuola di Guerra di Dresda. Ho quindi frequentato la Scuola di Cavalleria ad Hannover e la Scuola di Fanteria a Dresda. Questo mi ha permesso di accedere alla prestigiosa Accademia di Guerra nella capitale, da cui, dopo un permesso ottenuto per combattere come volontario in Spagna, mi sono diplomato con onore nel 1939. Era l’educazione tipica di un ufficiale destinato allo Stato Maggiore, ma il mio interesse è sempre rimasto quello del servizio di prima linea. L’addestramento nel controspionaggio militare (Abwehr) mi ha portato poi sia all’impiego di ambasciata (Mosca) che al lavoro di ricognizione e intelligence. Parte dell’educazione in famiglia (anche per controllare gli impulsi sessuali di noi ragazzi) era lo sport. Prima fra tutti l’equitazione: con Nina e il generale a volte cavalcavamo per giorni dalla tenuta di Trakehnen a quelle dei vicini e più in là, fin oltre il confine con la Lituania. E poi nuoto, canottaggio, tennis, scalata libera e corsa di montagna (fell running), senza contare le scazzottate infantili e le lunghe gite in bicicletta. Quanto a pregi e difetti, mi risulta difficile (e Nina disapproverebbe) parlare dei miei pregi. Prima bisognerebbe identificarli, mentre i miei demeriti saltano subito agli occhi. Cominciando dai difetti, dunque, posso dire di avere un carattere rigido, spesso perentorio, a volte scostante, e di aspettarmi che gli altri si adeguino. Essendone cosciente, cerco di mitigare queste tendenze. Non accordo facilmente fiducia, e so che posso apparire introverso fino alla chiusura. Si tratta (anche) di timidezza, ma questo non mi giustifica. Severità e ambizione professionale sono qualcosa che ho dovuto imparare a posporre a principi più elevati. Sul versante dei pregi, direi che ho un forte senso della pietas (termine che non si traduce esattamente come pietà o indulgenza; è piuttosto amore per la giustizia nei confronti dei vivi, come pure dei morti). Sono – credo – coraggioso e determinato; mi definirei leale e di parola. La pazienza che mi accompagna da tempo è – per come sono andate le cose – da ascrivere sia tra i pregi che tra i difetti, dal punto di vista politico come da quello personale.

Parliamo di musica, Lei è anche un valente musicista, quali sono i suoi compositori preferiti, le musiche che ama di più ascoltare?

È vero, ho sempre amato la musica. Avendo cominciato a studiare piano a cinque anni, mi sono presentato con successo come esterno agli esami di conservatorio a Lipsia, e ho continuato a suonare fino all’incidente di guerra che nell’autunno del 1943 mi ha privato della mano destra. Pur apprezzandoli, non ho mai desiderato cimentarmi con altri strumenti. Il mio padre biologico era un famoso direttore d’orchestra e compositore. La famiglia ha mantenuto per anni un palco al Festival wagneriano di Bayreuth. Da tredicenne, grazie alla grande tradizione musicale di Lipsia, ebbi modo di ascoltare dal vivo Richard Strauss. Quattro anni dopo vennero Igor Stravinsky, il fanciullo prodigio Yehudi Menuhin, e Arturo Toscanini con la Filarmonica di New York. Naturalmente Bach, Händel e Mendelssohn facevano parte del nostro ascolto tutto l’anno.
Amo la musica classica (barocca, romantica, ma anche gli esperimenti di fine Ottocento) e operistica (Lohengrin, il Ciclo dell’Anello, L’Olandese Volante – quest’ultimo un cavallo di battaglia di Friedrich von Bora); fra gli italiani prediligo Puccini (specie il suo ultimo periodo). Non disdegno affatto la musica leggera, i ballabili, Cole Porter e certi chansonniers francesi.

Ne La notte delle stelle cadenti incontra finalmente Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, avete molto in comune, ma anche molto vi divide. Che sensazioni ha provato incontrandolo e in realtà non potendo fare niente per aiutarlo?

Il colonnello conte von Stauffenberg ed io ci conoscevamo appena, prima del nostro incontro nell’estate 1944. La nostra comune passione per l’equitazione ci aveva portato ad affrontarci sportivamente nove anni prima, quando lui era già sposato con un figlio e io un ufficialetto fresco di nomina ma già, come lui, esperto cavaliere. Incontrarlo nel luglio ’44 a Berlino ci ha posto dinanzi ai nostri ideali condivisi, come pure alle nostre divergenze su come attuare un piano di resistenza. Stauffenberg era un brillante amministratore militare, in campagna come pure – dopo le gravi menomazioni subite in Nord Africa – in patria, in qualità di capo di stato maggiore dell’Esercito di Riserva. Io avevo combattuto in prima linea e come interrogatore su diversi fronti. Conoscevo fin troppo bene quelle che in inglese si definiscono sportivamente “the odds”, ovvero le possibilità di riuscita di un’impresa. In coscienza, non potevo appoggiare un piano confuso, piuttosto dilettantesco e privo di sponde politiche presso gli Alleati; un progetto che sapevo destinato a un fallimento dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Mi sono sentito impotente sia davanti all’inflessibilità di Stauffenberg (che mi considerava già politicamente “bruciato” per i miei trascorsi diverbi con Gestapo e SS), sia davanti al suo oggettivo bisogno di un aiuto che non potevo offrire. La conversazione ha rappresentato un momento particolarmente difficile, per non dire tragico: uno dei peggiori della mia vita.

La sua famiglia è di origini aristocratiche, Lei perché ha scelto la carriera militare e non ha seguito le orme di suo padre dedicandosi a qualche attività artistica?

La duplice tradizione professionale a casa nostra era legata al servizio nei confronti dello Stato (come militari e diplomatici) e alla cultura (l’editoria, il patronato delle arti, la musica). La nonna paterna Louise Dorothea von und zu Langenstein teneva un noto salotto letterario-intellettuale a Lipsia, che includeva fra gli altri il pittore Ernst Ludwig Kirchner della scuola Die Bruecke, lo psicologo Hermann Ebbinghaus, studioso della memoria, il romanziere realista Theodor Fontane, e il linguista Karl Brugmann. Mio padre, Il Maestro, frequentava il fiore della musica a lui contemporanea. Il ramo scozzese conta soldati di grande valore, fra cui George William Robert Ashworth-Douglas, eroe di Khartoum insieme a Gordon, e James Alexander Carrick, comandante durante la Ribellione dei Sepoys e nella Seconda Guerra dell’Oppio, nonché consigliere militare dell’Esercito Confederato durante la Guerra di Secessione americana. Date le frequentazioni culturali dei miei, non ha stupito la mia scelta di studiare filosofia; forse la famiglia si aspettava che avrei rilevato a tempo debito la casa editrice dei Bora (Bora Verlag), specializzata appunto in testi di filosofia e letteratura, o che avrei amministrato le nostre proprietà, specie quelle della Prussia Orientale. In realtà avevo già deciso di abbracciare la carriera militare, per cui provavo interesse e affinità. Le arti, specialmente la musica, sarebbero state una possibile alternativa. Mi sembrava tuttavia che la Patria necessitasse di buoni ufficiali ancor più che di capaci musicisti. Esibirmi in pubblico è, fra l’altro, qualcosa in cui non mi riconosco affatto.

Martin Bora e la cucina. Lei come tedesco ha gusti alimentari piuttosto vari, non beve birra, cosa notevole, ed è un po’ difficile vedere sua madre Nina o Dikta ai fornelli. Quali sono i suoi piatti preferiti?

Non corrispondo proprio a ciò che voi italiani definireste “una buona forchetta”. Ammetto di essere piuttosto indifferente al cibo, per ragioni di professione e perché ho spesso la mente altrove mentre mangio. Ciò non vuol dire che non sappia apprezzare una buona portata. Non amo i dolci. La mia ex moglie Benedikta (Dikta) per sua stessa ammissione non è mai stata un tipo “domestico”, e per di più, da provetta cavallerizza, ha sempre badato alla dieta. A casa sua, le signore servivano solo il tè, e affidavano tutto il resto al personale. Quanto a Nina – e alla nonna materna Ashworth-Douglas –, hanno sempre supervisionato la cucina di casa, e, da buone tradizionaliste, hanno eccelso nella preparazione di conserve e di marmellate. Peter e io siamo cresciuti facendo merenda con confetture rigorosamente fatte in casa. Quanto al bere, ha ragione: la birra non mi ha mai affascinato, e neanche il sidro. Bevo vino (prediligo quelli francesi) e liquori alcolici con moderazione, tranne quando – ed è capitato – sono frustrato o gravemente preoccupato. Il mio sangue scozzese mi permette di tenere bene l’alcol (whisky, gin, cognac) mantenendo una passabile lucidità. Ma sono ben conscio di quanto i superalcolici abbassino il livello di attenzione ai dettagli, un rischio per chiunque, ma particolarmente per un soldato e un operativo del controspionaggio. Ho passato perciò diversi periodi astenendomi dall’alcol e dal fumo – e, fatalmente, anche da altri passatempi. Una lezione in autodisciplina!

Ama il suo paese non c’è dubbio, ma vi visse in un periodo molto difficile dopo l’avvento di Hitler e del nazismo. Il mondo in cui era nato e cresciuto stava cadendo a pezzi. Ha mai pensato di dedicarsi a un’opposizione attiva al regime? Quale è stato il suo rapporto con il potere?

La domanda sulla resistenza al regime hitleriano è più che legittima. Devo ammettere che da ragazzo, cresciuto nell’ambiente nazionalista e conservatore di una famiglia guidata dal mio patrigno prussiano, ho accolto con entusiasmo la rinascita della Germania dalle ceneri della Grande Guerra (avevo cinque anni alla fine di quel conflitto). La partecipazione del Generale ai Corpi Franchi durante i disordini degli Anni Venti ha fatto in modo che vedessi nel patriottismo armato l’unica risposta all’internazionalismo spartachista e di stampo sovietico. Con l’avvento del Nazionalsocialismo, e il quasi immediato potenziamento delle Forze Armate, tutti noi soldati ci siamo sentiti vendicati dopo l’ultra-punitivo Trattato di pace di Versailles, che accollava tutta la responsabilità della Grande Guerra alla Germania, e la trattava di conseguenza. Già dal 1937, tuttavia, come volontario nella legione straniera spagnola (franchista), ho cominciato a capire che sotto il nazionalsocialismo si celavano ben più che eccessi passeggeri giustificati come lotta per ristabilire l’ordine interno. Il mio lavoro nel controspionaggio estero mi ha parzialmente risparmiato ciò cui hanno assistito i colleghi della Sezione Interni. Dalla Campagna di Polonia (1939) in poi, è cominciata la mia resistenza attiva, con la denuncia all’Ufficio Crimini di Guerra dei delitti perpetrati da Gestapo e SS, ma anche dall’esercito tedesco, di cui venivo a conoscenza. Ho anche rifiutato di obbedire ad ordini palesemente contrari all’etica, al buon costume militare e alle leggi internazionali promulgate a Ginevra. Questo non comportava un rischio oggettivo per la mia carriera e anche per la vita? Certo. Sapevo che ne avrei pagato il prezzo, ma lo consideravo poca cosa confronto ai crimini commessi da troppi dei miei connazionali. Ho sempre privilegiato l’opposizione quotidiana e capillare al gesto eclatante, attenendomi al detto latino secondo cui la goccia scava la pietra.

Il 6 agosto del 1945 alle 8:15 l’aeronautica militare statunitense sganciò l’atomica su Hiroshima e tre giorni dopo su Nagasaki, causando un numero di vittime, esclusivamente civili, stimato tra le cento e le duecento mila. Dove era, cosa faceva quando successe? Quali sono stati i suoi primi pensieri quando ne è venuto a conoscenza?

In tutta sincerità, ho avvertito un forte sentimento di orrore e di rabbia. L’idea di sperimentare una nuova arma dagli effetti apocalittici su una popolazione inerme (compresi non pochi prigionieri di guerra americani!), era quanto di più lontano ci fosse dalla mia coscienza morale. E il fatto che a suo tempo i miei connazionali si fossero macchiati non di rado della stessa colpa, non attenua le responsabilità di chi ha fatto decollare l’Enola Gay e il suo gemello.

Martin Bora e le donne. Oltre a Dikta c’è stato spazio per un’altra donna? Come è la sua donna ideale? E quanto Remedios ha significato nella costruzione del suo ideale?

Come lei sa, Dikta non è stata la mia prima donna, né io il suo primo uomo. Eravamo indifferenti a tali pregiudizi borghesi. Ci frequentavamo intimamente nonostante e forse anche a causa della feroce opposizione che il Generale (molto più di Nina) faceva al nostro idillio. All’epoca lei aveva vent’anni, e io quasi ventitré. Siamo rimasti sposati dal 1941 fino all’annullamento (non per mia richiesta) del nostro matrimonio, ai primi del 1944. È un argomento doloroso di cui forse ho già parlato troppo altrove, e su cui mi è ancora difficile soffermarmi. Le mie prime esperienze amorose sono state in Italia, e ne serbo un grato ricordo. All’università ho avuto qualche avventuretta con compagne di studi disinibite o con signore che frequentavano Nina o le mie zie. In Spagna, però, il termine di paragone è stato apposto da Remedios, la giovane strega di Mas del Aire. Prima di lei ero un ragazzino cattolico che, essendo entrato nell’esercito, si considerava se non esperto almeno emancipato. Dopo Remedios, che dire? Mi ha reso l’uomo che sono, e l’amante che sono. Il complimento più alto che posso farle è che penserò a lei nel momento della mia morte. Dopo la fine del rapporto con Dikta, non mi sono mai del tutto ripreso emotivamente. Non ho un carattere facile, e certo ho le mie colpe (fra cui le assenze prolungate da casa, che tradizionalmente i militari di carriera si aspettano di poter infliggere alle mogli). In seguito ho preso comunque delle solenni sbandate, per Nora Murphy, moglie di un diplomatico americano a Roma, come per Anna Maria (Annie) Tedesco sul lago di Garda. Ce ne sono state altre, ma – come insegna Garcia Lorca nel suo poema “La sposa infedele,” – Non dirò, da vero uomo, le cose che mi disse. Posso aggiungere che per me, tranne nel caso di Dikta, le donne in qualche modo inaccessibili hanno rivestito sempre più fascino di quanto esprimesse la loro disponibilità. Solo una volta sono arrivato vicino al rifiuto, da parte di Nora Murphy. Spesso per scelta – e durante il mio matrimonio per fedeltà – ho rinunciato a diverse possibili avventure galanti. La mia donna ideale è proprio ciò che il termine indica. Appartiene al mondo delle idee, e come tale, probabilmente non esiste nella realtà. Forse è un errore da parte mia sperare di incontrarla. Direi che fino ai trent’anni circa ho cercato meramente una compagna di letto e di interessi. La mia definizione di amore? Dedizione, fedeltà. Mi rendo conto che dovrei imparare a mostrare apertamente l’affetto, come faceva mio fratello Peter, ma mi riesce davvero difficile.

Le sarebbe piaciuto avere figli? Lasciare una parte di sé in questo mondo anche quando non ci sarà più?

Quanto ai figli, ho attraversato periodi in cui riprodurmi sembrava l’unico modo di giustificare la precarietà della mia esistenza di soldato in guerra. Probabilmente era il modo sbagliato di desiderare la paternità, e forse anche egoistico. Dopo la scelta ripetuta di abortire da parte di Dikta, ho cominciato a pensare che il mondo in cui mi muovevo non fosse comunque adatto a una nuova vita. Allora ho desiderato di essere completamente privo di legami e di responsabilità che non riguardassero direttamente la Patria e mia madre Nina. Le morti tragiche in famiglia (il bisnonno, il prozio, due zii, il mio unico e amatissimo fratello), come pure il mio grave ferimento, mi hanno riconciliato con l’idea di vivere giorno per giorno. Ho cominciato a dirmi: “Se i figli verranno, bene. Altrimenti, i Bora finiscono qui, e cercherò di farli finire onorevolmente”. Non mi sono mai visto attorniato dai nipoti – ma dopotutto non immaginavo nemmeno di sopravvivere all’inferno di Stalingrado, eppure è successo…

Lei ha avuto un’educazione cattolica, per attitudine e formazione ha vissuto seriamente anche questa sua dimensione religiosa, rispettando riti e credi. Ma ora c’è più amarezza nelle sue riflessioni, come vive il rapporto con Dio?

Sono cresciuto in una famiglia di cattolici osservanti, in una Sassonia dove meno del 20% della popolazione era fedele a Roma. Inoltre, e paradossalmente, i Bora discendono dalla ex suora Katharina von Bora, moglie del grande riformatore Martin Lutero. Hanno attraversato lunghi periodi di persecuzione durante le Guerre di Religione, quando adottarono il motto paolino Fidem Servavi: ho mantenuto la fede. I miei antenati ospitarono segretamente sacerdoti quando a Lipsia non esistevano più chiese cattoliche in cui celebrare la Messa. Sono stato educato nella fedeltà al Papa, e ho avuto fin da bambino maestri spirituali e confessori degli ordini gesuita ed agostiniano. Tutto ciò che si dice riguardo l’educazione cattolica – sensi di colpa, frustrazione sessuale, ansia di redenzione – è tristemente vero e ha fatto parte della mia giovinezza. Non che non abbia tralignato od opposto forti riserve filosofiche nei confronti della Chiesa, ma in fondo sono sempre restato un credente e un cattolico, sia pure “non allineato” e con qualche sfumatura protestante. Quanto alla figura di Dio, quello che noi tedeschi chiamiamo Herr Gott, da laureato in filosofia ho difficoltà a ridurla ad una dimensione contabile e fiscale. Ho sempre sperato e spero ancora che, quali che siano le mie apparenze, Lui mi legga nel cuore.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? È già successo che l’abbia fatto?

Quando si combatte in prima linea, o anche in avanscoperta, si è frequentemente sotto il tiro nemico. Capita che un collega, un tuo soldato, o anche un superiore, ti salvi la vita, o che accada il contrario. Nella concitazione del momento non ci si fa praticamente caso. Dopo, si è grati sia quando siamo stati noi a scamparla, sia quando abbiamo aiutato un fratello combattente a evitare la morte. Questa interdipendenza ci lega in modo indissolubile gli uni agli altri; nessuna amicizia, e direi quasi nessun tipo di amore, è come questa cieca fiducia. Nel Vangelo di Giovanni si legge, Maiorem hac dilectionem nemo habet… Non c’è amore più grande di quello che ci fa offrire la nostra vita per la salvezza del prossimo. Nello specifico, mi sento solo di ricordare due episodi di quanto altri hanno fatto per me: in Spagna il sergente Indalecio Fuentes mi ha salvato la pelle quando ero un tenentino irruento e scapestrato, mentre a Roma furono i buoni uffici del controverso Feldmaresciallo Kesselring (già sotto il comando del mio patrigno nel 1914) a evitarmi la fucilazione da parte della Gestapo di Herbert Kappler.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

Da ragazzino frequentavo il cinema ogniqualvolta i miei me lo permettevano (e a volte anche senza il loro permesso). Il mio liberalissimo zio Reinhardt-Thoma mi portò a vedere con mia gioia e terrore Il gabinetto del dottor Caligari nel 1920, e Nosferatu nel 1922. Avevo poco più di dodici anni quando La corazzata Potemkin giunse nei cinema di Lipsia, e da adolescente ho cominciato a frequentare anche il teatro. Durante le vacanze romane, la mia madrina Donna Maria Ascanio chiudeva un occhio sulle mie scappatelle; nonostante fossi bambino, cominciai presto a intrufolarmi nei varietà, anche quando lo spettacolo non era adatto ai minori. Un esempio? Si vede tutto del 1929. Contavo sul fatto di essere straniero, avere qualche soldo per il biglietto, e di essere già alto un metro e settanta a tredici anni. Fra le mie attrici e cantanti preferite in quegli anni spiccavano Marlene Dietrich (ero diciottenne quando me ne innamorai vedendola come la perversa Lola Lola ne L’Angelo Azzurro), e in Italia Anna Fougez e Milly. Negli ultimi tempi ho apprezzato molto certo cinema russo, da Mikhalkov a Konchalovskij, da Sokurov ad Aleksej German junior, autore quest’ultimo di uno dei film più intensi e intelligenti sulla sciagurata operazione Barbarossa – Poslednij Poezd (2003) -, una pellicola purtroppo quasi introvabile.

Martin Bora legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Sono sempre stato un forte lettore. In tutte le case in cui la mia famiglia risiedeva in vari periodi dell’anno (Lipsia, Borna, Trakehnen) c’erano fornitissime biblioteche. Con una tradizione centenaria di editoria in famiglia, leggere per noi era come respirare. Fin da piccolo leggevo in ogni momento libero, e anche di notte. Essendo stato educato in tre lingue, ho avuto fin da subito il privilegio di poter conoscere i grandi autori tedeschi, inglesi, americani e francesi nell’originale. Quando ho aggiunto per ragioni personali e di lavoro l’italiano, lo spagnolo e il russo, ho allargato ulteriormente l’ambito delle mie letture. A Roma da piccolo mi piacevano i romanzi d’avventura di Salgari e di Motta, a cui di volta in volta ho aggiunto i classici, ma anche saggi e romanzi contemporanei. Tra i miei favoriti personali sono Moby Dick di Melville, Cuore di Tenebra di Conrad, e La signora di Wiechert. Ho conosciuto personalmente ed ho letto i lavori di Ernst Jünger e Martin Heidegger, di cui ho seguito alcuni corsi sui presocratici. Per chi ha avuto la bontà di seguire le mie indagini in tempo di guerra, non sarà una novità che nel ’37, in Spagna, ho imparato ad apprezzare la poesia e il teatro di Federico Garcia Lorca. Sul fronte russo ho letto Il placido Don e riletto L’Armata a cavallo, senza però abbandonare la filosofia greca, Goethe e Hölderlin. Perfino durante la difesa di Lipsia contro gli americani nella primavera del ’45, passando di corsa da casa dei miei, ho afferrato un paio di libri, che però non ho avuto tempo di finire.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, successiva a La notte delle stelle cadenti?

Sono io che ringrazio Lei per le sue domande attente e puntuali. Perdoni se mi sono dilungato nel rispondere, ma sono pur sempre tedesco e un po’ grafomane. Quanto alle mie investigazioni, cronologicamente dopo i fatti di Berlino e del fallito attentato del luglio ’44 (illustrati ne La notte delle stelle cadenti), viene il resoconto della mia permanenza sul Lago di Garda (La Venere di Salò). Credo però che, prima di narrare la fine della mia guerra a Lipsia nella primavera del ’45, sia giunto il momento di dare spazio al dramma militare e umano che ha coinvolto centinaia di migliaia di noi subito prima, durante e immediatamente dopo l’epocale battaglia di Stalingrado. Tedeschi, italiani, russi, romeni, ungheresi versarono il loro sangue tra il Don e il Volga nei sei mesi dall’agosto 1942 al gennaio 1943. Altrove ho già accennato alla mia esperienza a Stalingrado, ma in proposito ho ancora molte cose da dire. Quindi sarà questo, ovvero La sinagoga degli zingari, il prossimo libro in ordine di pubblicazione, quantomeno in Italia.

:: Un’ intervista con Mariagrazia Villa, autrice di Professione Food Writer, a cura di Giulietta Iannone

26 dicembre 2018

copertina_M.Villa_Benvenuta Mariagrazia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso professionale.

R: Ho una formazione scolastica e professionale che, apparentemente, sembra incongruente, ma se mi volto indietro, posso unire i puntini e vedere un’immagine di me del tutto coerente con chi sono ora. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa: la laurea in architettura mi ha trasmesso l’attitudine a vedere ogni attività come un progetto; la collaborazione ventennale, come giornalista culturale, con Gazzetta di Parma e altre testate locali e nazionali, mi ha preparato al valore della parola scritta; la pratica, come foodwriter, per uno dei più importanti gruppi alimentari italiani, mi ha permesso di approfondire la creatività e la passione per l’enogastronomia; la docenza universitaria in etica della comunicazione allo IUSVE mi consente ogni giorno di riflettere sulle responsabilità che abbiamo, ogni volta in cui entriamo in relazione con gli altri.

È l’autrice di Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque, edito da Dario Flaccovio Editore, il primo manuale italiano dedicato appositamente al food writing. Ci parli di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

R: Da qualche anno, desideravo mettere nero su bianco quanto ho imparato nella mia lunga esperienza di scrittrice enogastronomica e di docente al master Food & Wine 4.0 – Web marketing and Digital communication dello IUSVE, dove non insegno solo Sostenibilità agroalimentare e conscious eating, ma conduco anche un laboratorio di Food Writing and Web Content Management. L’obiettivo del volume è fare in modo che chiunque voglia diventare food writer o desideri migliorare la propria professione, sotto l’aspetto della cura dei testi, possa trovare tanti utili suggerimenti e consigli testati sul campo. Ragiono come uno chef, infatti: quando scrivo un manuale, non propongo una ricetta, se prima non l’ho realizzata di persona e non mi sono accertata che effettivamente funzioni.

Perché secondo lei questo ritardo in lingua italiana? Prima erano presenti manuali similari adatti perlopiù al mondo statunitense, o perlomeno di lingua inglese. La realtà italiana è particolare e le sue indicazioni e i suoi consigli sono pertinenti proprio alla nostra terra, patria dopotutto della cucina mediterranea.

R: Credo che, paradossalmente, il motivo stia proprio nel fatto che la nostra terra è la patria della cucina mediterranea. Come ha osservato Maria Pia Favaretto, la pubblicitaria ed esperta di communication strategy, durante la presentazione del mio libro a Venezia, il ritardo di un manuale come il mio in Italia è forse da attribuirsi al fatto che chi è completamente immerso in un contesto ritiene di conoscerlo a menadito e di saperlo anche raccontare alla perfezione. Pertanto, può essere che nel nostro Paese non si sia sentita finora l’esigenza di migliorare la scrittura enogastronomica, nell’illusione di non averne necessità. In realtà, penso ce ne sia un gran bisogno. Come spesso accade, essere troppo dentro una situazione ci rende ciechi e talvolta incapaci di evolvere.

Non solo un manuale di cultura enogastronomica, ma proprio un manuale di scrittura, che può essere usato trasversalmente da tutti coloro che scrivono per lavoro. Ci sono indicazioni ed esercizi pratici con i tempi di esecuzione. La sua dimensione di insegnante ha prevalso?

R: Essere un’insegnante ha senz’altro condizionato la struttura di questo volume, che prevede anche una quarantina di esercizi di scrittura creativa e logico-razionale per approfondire la propria scrittura, dallo stile al metodo. È un vero e proprio manuale, che può servire, come lei giustamente osserva, a chiunque scriva di mestiere. La food writing è una delle molte scritture professionali che caratterizzano il nostro tempo, ma le indicazioni e gli esercizi proposti nel libro possono essere declinati ad ambiti differenti da quello enogastronomico ed essere ugualmente utili.

Grazie al digitale ormai le professioni legate al food writing sono innumerevoli, e occupano per la gran parte donne, in che misura pensa questo filone abbia aiutato a svilupparsi il lavoro femminile?

R: Dall’avvento dei blog ai social network, effettivamente le donne hanno assunto un peso via via maggiore nella creazione e nel mantenimento di un proprio personal brand in rete. È interessante notare che, se ancora oggi la maggior parte degli chef è di sesso maschile, la maggior parte dei food blogger, dei food writer e dei food influencer è donna. Non so se questo corrisponda a un maggior sviluppo del lavoro femminile, in termini di retribuzione economica e di riconoscimento sociale, ma sul piano dell’autoaffermazione certamente sì. A patto, naturalmente, che scrivere di cibo sul web non diventi una sorta di uncinetto 2.0, ma una reale professione, per la quale curare la scrittura è fondamentale.

Scrivere in modo professionale implica tante competenze, che consigli darebbe a chi ha ancora una approccio diciamo amatoriale ma vorrebbe accostarsi al professionismo?

R: Consiglio di studiare, studiare, studiare. Che significa leggere buoni libri, seguire le conferenze o i corsi di autori capaci, confrontarsi con scrittori già affermati. E, soprattutto, ricordarsi del Nulla dies sine linea, massima attribuita da Plinio il Vecchio al pittore Apelle, quel figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo eccetera eccetera, ossia di non far trascorrere nemmeno un giorno senza scrivere: l’allenamento quotidiano è fondamentale! Anche se dobbiamo preparare la lista della spesa, cerchiamo di scriverla bene e, perché no, con un guizzo creativo.

Utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur rigoroso. Perché questa scelta? Pensa che l’umorismo aiuti di più a veicolare concetti anche seri?

R: L’umorismo è vitale e, soprattutto in un campo come l’enogastronomia, tradizionalmente legato alla gioia dei sensi, non deve mai essere dimenticato. In generale, comunque, ritengo che l’ironia sia una grande maestra: ci permette di vedere il mondo da altri punti di vista e di rovesciare pregiudizi e falsificazioni. Non è un caso che, nella cultura dei nativi americani, il Sacro Buffone, l’Heyoka, sia colui che permette al ricercatore spirituale di arrivare più velocemente alla verità.

Nell’ultimo capitolo Tiramisù perbene con peccato di gola, dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere. Insomma il cibo non è solo gusto, nutrimento materiale, al massimo golosità, ma ha una dimensione realmente spirituale, perlomeno rituale. Ha inoltre un valore culturale, e anche religioso. Come sintetizza tutta questa complessità?

R: Il cibo ci sostiene, e non sostiene solamente il nostro corpo, ma anche la nostra anima. È una constatazione a cui sono arrivate tutte le tradizioni spirituali del mondo. Non a caso, l’atto del nutrirsi è un atto rituale in tutte le culture. Solo la nostra, sempre più mondana, ha confinato il momento del pasto a una mera attività pratica, più o meno gaudente, senza rintracciarne più alcun significato simbolico e interiore. Poiché il cibo è anche nutrimento per lo spirito, la sua costituzionale dimensione etica risulta fondamentale e inalienabile. La stessa affermazione vale per la comunicazione che non può non essere moralmente qualificata e, come ho messo in luce nel mio manuale “Il giornalista digitale uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, edito da Dario Flaccovio Editore nel 2018, deve utilizzare le opportunità della rete per migliorare.

Siamo quello che mangiamo, molte malattie dipendono da ciò che mangiamo, pensa anche lei che i cibi bio dovrebbero essere i solo commercializzabili o è un idea troppo estremista?

R: Credo che prima o poi dovremo tutti ritornare al cibo prodotto dalla terra. Siamo invasi da cibi di produzione industriale, ottenuti da un’agricoltura convenzionale che non rispetta la natura e da una zootecnia intensiva che non rispetta il benessere degli animali. Ci stiamo nutrendo di un cibo vuoto e abbiamo bisogno di ritornare a un cibo pieno. La scelta dell’agricoltura biologica è senz’altro la strada che ci permetterà di rimettere contenuti nutrizionali, organolettici e anche spirituali nel nostro cibo quotidiano.

La coscienza ecologica ovvero l’attenzione per l’ambiente quanto gioca in queste professioni legate al food & beverage?

R: Oggi è impensabile essere dei food writer senza una coscienza ecologica. La sostenibilità economica, sociale e ambientale del cibo è la base da cui partire per raccontare l’enogastronomia. Non serve più valutare se un piatto è buono oppure no, se le materie prime sono fresche e di qualità oppure no, se uno chef è sperimentatore oppure no; serve indagare il perché profondo di un piatto: la sua storia, la sua preparazione, la sua influenza sulla nostra salute e su quella del pianeta. Il cibo è in relazione con tutti gli esseri viventi, e chi si occupa di food writing non deve mai dimenticarsene.

La fame nel mondo è ancora lontana da essere debellata, e ormai la denutrizione si sta diffondendo anche nei paesi così detti del primo mondo. Ormai cibarsi sta diventando quasi un privilegio: poter mangiare tre pasti al giorno, poter mangiare cibi sani, acqua pulita non contaminata da plastiche o additivi vari. Cosa può fare un food writer a questo proposito?

R: Un food writer può contribuire a rendere le persone più consapevoli che l’atto alimentare non è più – semmai lo è stato – un atto privato, ma un atto pubblico. Ogni volta in cui scegliamo di mangiare un determinato cibo, influiamo direttamente sui sistemi di produzione, di commercializzazione e di comunicazione di quel cibo. Abbiamo un grande potere, anche grazie alle nuove tecnologie digitali che ci permettono di comunicare con le aziende, e dovremmo esercitarlo, proprio per migliorare la qualità di vita nel mondo. In particolare, di quello in cui non si mangia a sufficienza o non si ha ancora accesso a cibi nutrienti e salutari.

Per concludere, ringraziandola del suo tempo e della sua disponibilità, vorrei che mi elencasse quali sono le tre doti principali che dovrebbe avere un food writer, e cosa pensa i giovani stiano apportando a questo mondo vasto e variegato.

R: Sono io che ringrazio Liberi di scrivere per questa bella intervista! Di doti, il food writer ne deve possedere tante, proprio perché il cibo coinvolge un universo amplissimo. Per rimanere sul piano della scrittura: non utilizzare troppi aggettivi, che considero il vero crack della food writing; non adottare un linguaggio generico, ma cercarne uno specifico, come qualsiasi scrittore professionale dovrebbe fare; essere onesto e trasparente con se stesso e con gli altri perché senza una missione etica non potrà mai andare da nessuna parte, anche se dovesse avere molto successo. Per quanto riguarda i giovani, da quest’anno insegno Giornalismo enogastronomico all’Università di Parma e posso dire che i ragazzi stanno apportando a questa professione molto entusiasmo; confido che siano anche in grado di convogliarlo in una scrittura innovativa, efficace ed eticamente sostenibile.

C’è infine un indirizzo che vuole segnalare dove i suoi lettori la possano contattare?

R: Curiosamente, non ho un blog personale perché non avrei il tempo di seguirlo come vorrei. È possibile, però, trovarmi su Facebook, su Instagram e su LinkedIn e all’indirizzo: gdigiornalismo@gmail.com. Con i miei tempi, confesso non sempre rapidi, riesco a dare risposta a tutti. E sono felice di aiutare, per quel che posso, chiunque voglia chiedermi suggerimenti o consigli di scrittura. Che si tratti di scrittura enogastronomica o di scrittura tout court.

:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2018

antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Sara Ficocelli

14 dicembre 2018

imageDalla biografia pubblicata sul sito di Mds Editore:

“Sara Ficocelli è nata a Pisa, vive a Roma, ma ama soprattutto viaggiare. Ha scritto per Cosmopolitan, Donna moderna, Airone, Il Venerdì e dal 2007 collabora stabilmente con Repubblica.it. Ha vinto il premio Paidoss e il premio Sodalitas per le sue inchieste su prostituzione minorile e discriminazione di genere in Italia. Con MdS Editore ha pubblicato vari racconti e quindi il suo primo romanzo, La vita nascosta (2016), per cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il secondo posto al premio “Alda Merini” e il premio della giuria popolare al concorso letterario “Città di Lugnano”.”

A novembre 2018, sempre per MdS Editore, Ficocelli ha pubblicato “Samia non torna a scuola”.

La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Parto da una considerazione personale e dunque opinabile: non credo che l’arte, in qualunque modo si esplichi, abbia una vocazione primariamente pedagogica. La sua capacità di innescare cambiamenti (una capacità che può essere dirompente) non risiede secondo me in una “lezione morale”, talvolta purtroppo vicina a quella moralista, ma nella possibilità, propria delle cose belle, di far immaginare altri mondi possibili.
Mi sembra che la storia di Samia possa collocarsi su un piano di questo tipo perché quello che noi leggiamo è frutto dell’intersecarsi di almeno quattro punti di vista differenti. La risultante è maggiore della somma degli addendi e produce una speranza.
Perché ti interessa la coralità, presente anche nel tuo precedente romanzo, “La vita nascosta”? Cosa ne trai, come scrittrice, e cosa credi che possano trarne i tuoi lettori?

La coralità mi permette di andare a tempo con le cose che ho dentro. Ho sempre sentito più voci in me, per quanto abbia sempre avuto un’idea precisa e univoca di quello che voglio e in cui credo. Ma osservare la realtà da più punti di vista mi è sempre piaciuto, mi ha sempre aiutato, e quando scrivo cerco lo stesso approccio. La prossima sfida sarà il protagonista unico, naturalmente.

Non mi piace molto parlare di “margini”. Alla fine la prospettiva della marginalità cambia se cambiamo inquadratura: ciò che prima era al centro dello sguardo, dopo può trovarsi sui bordi e viceversa. Tuttavia è innegabile il tuo interesse verso storie che, per ragioni svariate, difficilmente sono inquadrate dai riflettori, se non per creare statistiche. Chi è la tua Samia e cosa ti ha interessato, in modo particolare, della sua storia?

Samia è una ragazza che si sente e viene percepita come “fuori dal coro”. Il fatto che abbia genitori stranieri è un pretesto come un altro, avrebbe potuto essere anche bionda con gli occhi azzurri e sentirsi e venire percepita come outsider comunque. Diciamo che ho scelto lei perché anni fa mi sono imbattuta in una storia simile e cercavo una figura adolescente che suscitasse sentimenti contrastanti, di tenerezza e repulsione, che insomma non suscitasse compassione per il solo fatto di essere giovane e indifesa.

L’interesse professionale e umano non bastano. Una storia ispirata alla realtà che viviamo (o alle realtà), quando diventa letteratura, cambia statuto. Come sei riuscita a realizzare questo passaggio? Voglio dire, come ha fatto Samia a essere, non una generica ragazza vittima di pregiudizi e di soprusi, ma proprio lei, Samia, con la sua individualità, i suoi sogni, i suoi progetti, comuni a molti adolescenti e allo stesso tempo personali?

Scrivere di adolescenti mi riesce stranamente facile, è una condizione che tutti abbiamo vissuto e che ricordiamo perfettamente, il primo e forse unico grande momento di romanticismo della nostra vita. Quando descrivo un quindicenne mi immedesimo in maniera quasi automatica nel suo modo di pensare e sentire, forse anche perché credo che abbiano ragione loro, su tutto. Crescendo diventiamo persone ma smettiamo di essere vivi, se mi concedi un po’ di enfasi.

Un cenno sull’ambientazione. Hai scelto una località di fantasia, Colle Nuovo, centro di 80.000 abitanti. Questo nowhere alienato eppure così tragicamente concreto, con le sue vicende di sfruttamento del lavoro e di ingiurie lasciate sotto il banco, è stato lo sfondo di partenza o quasi una risultante della tua storia?

Colle Nuovo è un artificio strumentale tanto quanto la nazionalità della protagonista. Questo romanzo è per me un insieme di simboli, nient’altro. Colle Nuovo è un luogo qualsiasi dove accadono cose banali e terribili, un’allegoria dell’isolamento in cui tutti viviamo. Non c’è il mare, i palazzi sono stati costruiti negli anni 70, le uniche villette con giardino si trovano nell’unica strada che collega la scuola alla casa di Sonia…una speranza.

Vorrei concludere anche con te con un po’ di leggerezza. Questa è la domanda che rivolgo a tutti gli autori che intervisto.
Se “Samia non torna a scuola” potesse diventare un film e tu avessi l’ultima parola sul cast, chi sceglieresti per interpretare i ruoli principali? Se vuoi, dicci anche a chi lo faresti dirigere, non si sa mai!

Ahaha! Beh, mi piacerebbe che Samia fosse interpretata da una ragazzina sconosciuta al grande pubblico, magari proprio da una somala di seconda generazione che vive in una piccola realtà di provincia. In generale mi piacciono molto i film con attori semi sconosciuti ma se Sonia fosse interpretata dalla Golino non mi dispiacerebbe, mi è sempre piaciuta, forse più come donna che come attrice. Andrea lo immagino magro, alto e con tanti capelli spettinati…uno tipo Kim Rossi Stuart. Per quanto riguarda il regista, o la regista, a me su questo genere piace molto il cinema di Soldini, un po’ onirico, ma anche spietatamente reale.
Io, la vita, la immagino così.

Sara Ficocelli, “Samia non torna a scuola”, MdS Editore, http://www.mdseditore.it/catalogo/samia-non-torna-a-scuola.php