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:: Un’intervista con Mariangela Galatea Vaglio a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2019

galatea

Benvenuta Galatea e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2019 del “Liberi di scrivere Award” con Teodora, la figlia del circo, Sonzogno Edizioni e per il tuo lavoro. Innanzitutto sei un’insegnante, una blogger, una scrittrice, parlaci di te e dei tuoi studi, della tua vita oltre la scrittura.

R: Sono nata a Trieste ma sono cresciuta un po’ in giro per l’Italia, ho abitato anche a Ravenna, dove ho incontrato per la prima volta Teodora e Giustiniano. Da ragazzina sono rimasta completamente affascinata dai mosaici di San Vitale e forse da allora qualcosa mi ha stregato talmente da scriverne poi quando sono diventata adulta. Ho fatto studi classici, sono laureata in Storia Greca e ho un dottorato in Storia Antica. Poi ho iniziato ad insegnare a scuola e siccome mi piaceva scrivere ed erano gli anni in cui tutti provavano ad aprire un blog, ci ho provato anche io. Scrivevo post divertenti che raccontavano le vite dei personaggi antichi. Hanno avuto successo contro ogni aspettativa. Da lì sono stata scoperta dall’editoria e ho iniziato a pubblicare. Poi ho deciso di lasciare la saggistica e di dedicarmi al mio primo romanzo, ovvero Teodora. Visto che ha vinto il vostro premio, direi che è stata una buona intuizione!

Sei nata a Trieste, ma vivi e lavori a Venezia, la Porta dell’Oriente. Dai tempi di Marco Polo, e anche prima, la prima tappa per la Via della Seta, terra di mercanti, artisti, profughi, guerrieri. Un crocevia di merci preziose provenienti dalla Cina, da Costantinopoli, dalle sponde del Mediterraneo. E di idee, libri, credenze, ideali. Descrivici Venezia come uscisse da un sogno.

R: Il bello di Venezia è che già si avvicina molto ad un sogno. È una città che amo molto. Una città di mare strana, perché poi tecnicamente non è sul mare, ma dentro la sua laguna. C’è uno strano senso di sospensione a Venezia, come se il tempo fosse una dimensione lontana e distante. È una città che non ha uguali al mondo e che non si può spiegare, bisogna vederla e viverla.
La Costantinopoli di Teodora deve molto a Venezia. Sopratutto nel carattere degli abitanti. I Veneziani sono smagati, ironici, abituati a avere in casa gente di tutto il mondo e a guardarla con l’indifferenza di chi ha avuto un impero e lo ha visto tramontare. Non è sempre facile andarci d’accordo ma sono molto divertenti.

Il mondo antico affascina ancora i giovani, i tuoi studenti? Come è nato il tuo amore per le civiltà antiche e per la storia? Il passato ha ancora molto da insegnarci?

R: Che rispondere? Sì, sì e ancora sì. Il passato è come una miniera, più lo scavi più trovi tesori inaspettati. Il mondo antico secondo me affascina tantissimo, basta raccontarlo bene. Il problema è che spesso viene spiegato con quella che io chiamo la sindrome del busto da museo. Sembra che gli antichi fossero tutti degli eroi totalmente distaccati dal mondo, dei personaggi freddi e distanti, come i busti dei musei, appunto. Invece no, erano assolutamente simili a noi, con gli stessi problemi, le stesse angosce, spesso anche le stesse tendenze a fare stupidaggini. La storia antica è fantastica, piena di congiure, delitti, colpi di scena, meglio della sceneggiatura di molte serie tv. Per questo la adoro.

Tema del giorno è quello delle migrazioni, dei profughi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalle calamità naturali e arrivano in Europa in cerca di un futuro migliore. Come era vissuto nell’antichità questo problema? Erano disprezzati, avversati, o integrati nelle nuove comunità di accoglienza?

R: Le migrazioni sono un tema centrale nella fine del mondo antico. Si pensa sempre che Roma sia collassata per le invasioni barbariche, ma non è vero. I barbari erano all’interno dell’impero da secoli, e fosse per loro non avrebbero mai voluto abbatterlo, lo adoravano. Era uno stato organizzato e in grado di garantire loro tutto ciò che le loro tribù non avevano: sicurezza, lavoro, ordine. Per lungo tempo sono stati anche integrati con facilità. Nel mio romanzo molti dei protagonisti sono generali bizantini ma di origine barbarica, e lo stesso Giustiniano e lo zio Giustino sono degli “immigrati” provenienti da un paesino sperduto dei Balcani e arrivati a Costantinopoli. Anche se non tecnicamente “barbari” per i raffinati abitanti della città erano dei buzzurri. Il mondo antico non conosceva il concetto di razzismo come lo intendiamo noi. I barbari erano assorbiti ed integrati, anche se poi qualche riluttanza rimaneva, specie nei confronti dei Goti. Però i più importanti generali dell’impero erano ormai barbari, sposavano anche donne della nobiltà romana, le famiglie miste erano all’ordine del giorno. Insomma era un mondo molto più complesso di quanto siamo soliti immaginare.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

R: Non lo so, per quanto ricordo ho sempre scritto e sempre voluto scrivere, fin da piccolina. Amo raccontare storie, amo la storia. Non saprei fare a meno di scrivere o di leggere o di studiare.

Teodora, la figlia del circo nasce dalle tue letture e dal fascino di una donna come Teodora, davvero incredibile per l’epoca, ma anche per oggi. Una donna forte, determinata, coraggiosa, libera per molti versi, come hai ricostruito la sua vita?

R: La storia di Teodora è fantastica. Un ex pornostar che sposa un ministro che è l’erede al trono di un impero. Un po’ come se Eva Henger avesse sposato Obama, per dire… Persino oggi una donna con il suo curriculum farebbe difficoltà ad essere accettata come moglie di un politico, e lei è riuscita invece a diventare persino imperatrice! La storia è ricostruita basandosi minuziosamente sulle fonti antiche, soprattuto Procopio di Cesarea, politico e scrittore contemporaneo ai fatti. E pettegolo di prima grandezza, una specie di Dagospia dell’antichità. Visse a corte gomito a gomito con Teodora e Giustiniano, di cui fu anche storico ufficiale, salvo poi dileggiarli in un’opera in cui ne raccontava tutti i vizi e i segreti. Mi sono poi basata su altre fonti coeve, come le lettere dei Papi, i resoconti diplomatici della corte bizantina, i frammenti di altri storici del tempo. Sono pignola, quindi in pratica non c’è una riga del romanzo che non abbia dietro una fonte antica o dati archeologici quanto più accurati possibile. Ho controllato minuziosamente anche i particolari dell’arredamento, dei vestiti, dei decori degli ambienti.

Com’era Costantinopoli nel VI secolo d.C.?

R: Una grande metropoli simile a New York o Londra. Un luogo dove migliaia di persone confluivano ogni giorno in cerca di fortuna e dove il successo e la caduta in disgrazia potevano essere velocissime. Una città smaliziata, divertente, dove il bene e il male erano gomito a gomito, gli uomini dei bassifondi si incrociavano con i membri dell’alta società, l’ambizione spingeva tutti a cercare di migliorare la loro condizione ad ogni costo. Una città multietnica a cui piacevano la trasgressione e gli eccessi, che viveva per i grandi eventi sportivi come le corse del circo, che era prontissima ad abbandonarsi a rivolte sanguinose, che amava gli uomini furbi e spregiudicati. Lo scenario ideale per un grande romanzo di avventura, insomma.

Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

R: Tantissimo, io sono una consumatrice di serial tv e addicted di Netflix. Ho costruito questo libro come una serie tv, con scene brevi e veloci, molti personaggi che si intersecano e scenari che cambiano continuamente. Quello che spesso mi fa arrabbiare quando vedo le serie storiche è che gli sceneggiatori intervengono sugli eventi cercando di renderli più spettacolari, ma spesso non ci riescono perché la Storia è una sceneggiatrice migliore di quelli di Hollywood. La scommessa di Teodora è questa: raccontare i fatti senza inventare quasi nulla, ma rendendoli comunque affascinanti e pieni di suspense. Spero di esserci riuscita. Vedo che i lettori apprezzano molto.

Avventura, amore, scontri religiosi, rivolte, potere, vendetta, spionaggio come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

R: In realtà era già tutto amalgamato negli eventi reali. Ho scelto la storia di Teodora perché tutti questi temi erano presenti e funzionavano benissimo. Ho dovuto solo sceneggiarli e studiare il concatenarsi degli avvenimenti. È uno di quei casi in cui la trama si scrive in pratica da sola.

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

R: Sono da sempre molto presente sui social e quindi quello è il canale privilegiato con cui tengo i rapporti con i miei lettori. Seguono il mio profilo, il blog, la mia pagina Facebook e da qualche mese anche il mio canale YouTube in cui posto dei video in cui racconto episodi della storia antica (i più seguiti sono la serie “Sesso e Gossip a Roma antica, la scandalosa vita di Giulio Cesare!). Io cerco sempre di rispondere a tutti e con alcuni lettori storici poi sono nate bellissime amicizie, per cui ci sentiamo, ci incontriamo, ci prendiamo il caffè. Insomma, sono fortunata, ho dei lettori adorabili.

Hai anche pubblicato un saggio L’italiano è bello (Sonzogno 2017). Cosa ti piace di più della lingua italiana?

R: È la materia che insegno, per cui direi tutto! Ma devo ammettere che poi, anche se sembra strano, ho una vera passione per la grammatica. Non ci si pensa mai ma è la vera architettura del discorso, senza quella non si fa nulla. Io amo la grammatica storica, la storia della lingua, le etimologie.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

R: Sto leggendo Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli. Per curiosità. Ho letto quasi tutto Freud ma Jung lo avevo evitato fino da ora, devo colmare la lacuna. Il prossimo in lista è una rilettura dell’Eneide sistematica. Ho sempre preferito Omero e Virgilio forse l’ho un po’ sottovalutato, devo rimediare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

R: Per ora attendo nuove dalla casa editrice, perché Teodora dovrebbe essere una trilogia, per cui dovrebbero esserci altre due puntate in cui seguiamo le sue vicissitudini per diventare prima moglie di Giustiniano e poi per tenersi stetta il trono a dispetto di congiure e rivolte. I programmi per il futuro prevedono invece anche uno sbarco massiccio nel mondo del video, ma questo è un progetto che si concretizzerà fra qualche mese e quindi per ora incrociate le dita per me.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Valentina Orsini

14 gennaio 2019

valValentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.
Cura il blog Criticissimamente, dove parla di cinema, di letteratura e di temi che le sono cari: il lavoro, la maternità, le questioni di genere.
Scrive anche romanzi. Esordisce nel 2015 con “Caramelle al gusto arancia”, sul tema dell’aborto, per Leucotea, e pubblica poi, per Edizioni Efesto, “Madrepatria. Racconti dell’umana sorte”, atipica inchiesta sull’Italia di oggi, resa possibile dall’incontro con un grande poeta che vive e scrive al crocevia tra due epoche, Ugo Foscolo.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato un po’ del suo tempo.

Una delle tue grandi passioni è il cinema (e attraverso questo amore comune ci siamo conosciute!).
La passione, in generale, mi è sembrata una delle cifre della tua scrittura, lieve, anche ironica, ma sempre spinta da una sorta di necessità che ti muove.
Cosa è per te la scrittura? E che importanza riveste nella tua vita?

Inizierei col ringraziare te, per avermi dedicato il tuo, di tempo. E soprattutto delle belle domande.
Vero! Probabilmente ci siamo incontrate nel pieno di uno scontro verbale, tipico dei social, magari mentre si scagliavano contro Tim Burton, o contro la vecchiaia di Johnny Depp…
Il cinema ci ha fatto incontrare così, perché la mia passione poi si riflette in quella degli altri, si accende e si ravviva nel confronto, cosa che di questi tempi sembra essere sempre più rara.
Per me la passione è l’unica arma talmente potente in grado di distruggere la noia. Ed è proprio così che diventa una necessità.
Scrivere mi dà l’opportunità di scavarmi a fondo, mi apre un’infinità di porte. Mi aiuta a convivere con i miei mostri, mi rende partecipe degli eventi che accadono intorno a me, seppur nella mia solitudine, nelle mie più intime riflessioni.
Ho sempre una domanda da pormi, un luogo sicuro in cui ripararmi.
Quando mi dicono: “Ma come fai a fare tutto?”, io sorrido, e penso a tutte le altre cose che mi frullano per la testa e vorrei realizzare.
Non proprio tutto, il necessario a vivere.

Un tema che trovo ricorrente, in modo più o meno esplicito, nei tuoi testi, è quello della scelta, dell’arbitrio. Nella quarta di copertina di “Caramelle al gusto arancia” si legge “La storia di Anna, ragazza appena ventenne che sogna un futuro alla Lois Lane, non ha alcuna pretesa, solo il bisogno d’esser letta e condivisa. Affinché nessuna donna si senta più sola, umiliata. Perché non vi è reato più grande del giudizio e dell’indifferenza. Parlare con qualcuno, ritrovarsi in una storia che somigli un po’ alla nostra, aiuta a superare il lutto, il dolore.”
La complessità è fondante in opere che parlano della capacità di agire con consapevolezza. Come scrittrice, attenta a questioni sociali, come scegli che tema affrontare e come lavori per trattarlo senza incorrere nei manicheismi a suon di slogan a cui la rete ci ha abituato?

Hai presente la massima di Robert De Niro? Il talento sta nelle scelte che facciamo.
Be’, io ci credo davvero molto. Effettivamente la scelta è un po’ il mio cruccio esistenziale.
A un certo punto mi sono resa conto che, nella vita, ad ogni passaggio importante, avrei trovato sempre e comunque una scelta. Quella cosa per cui ti dovrai dannare, interrogare fino a non poterne più, guardarti intorno, diventare più coscienziosa e nello stesso tempo audace. Accontentare te stessa e pure un po’ gli altri, non badare al giudizio altrui, ma non dimenticare mai che alla fine quello che dicono di te, anche solo superficialmente, conta, e se non conta oggi, presto o tardi conterà.
Ci pensi mai a quante cose dobbiamo scegliere tutti i giorni della nostra vita?
Siamo le scelte che facciamo, zio Bob non sbaglia mai!
Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di scegliere, tutto qui.
Si può dire?

Certo che sì!
Per uno scrittore, e non potrebbe essere altrimenti, è vitale l’esigenza di essere letto. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori e, più in generale, con la promozione dei tuoi romanzi?

Hai toccato un tasto dolente. Sai che quando mi chiamano “scrittrice” a me viene da sorridere?
Ho iniziato il mio percorso professionale, nell’ambito dell’editoria e dello spettacolo, come critico. Quindi dopo un po’, abituata a recensire gli altri, fa strano avere a che fare con gli altri che recensiscono te.
I miei lettori sono l’unico mezzo che ho per capire se quello che mi sta accadendo è, prima di tutto, reale. E poi se sto facendo del mio meglio, dove posso migliorare e come. Mi travolge un’onda di gratitudine e incredulità, ogni volta che qualcuno mi dice: “Ho letto il tuo libro”.
E’ più forte di me, io non ci credo.
Ho sempre detestato la fase cosiddetta di marketing. Autopromuovermi non mi piace, mi mette a disagio.
Posso raccontarti il mio romanzo, in poche righe. Posso confidarti com’è nata l’idea, dove vorrei che arrivasse. Posso dirti cosa significa, per me. Ma non potrò mai convincerti a leggerlo. Sarà che quando io decido di prendere un libro non voglio che nessuno, e dico nessuno, si metta tra i piedi. E’ un momento intimo, mio soltanto. A volte la promozione è una bella rottura di scatole…

Che progetti letterari bollono nella pentola sempre sul fuoco di Valentina Orsini? Tra l’altro stiamo parlando di una cuoca provetta!

Diciamo che se non scrivo, sforno qualcosa. Nel senso più letterale del termine.
Allora ti faccio una sorta di “scoop”, alla Biscardi.
Il 26 febbraio uscirà il mio terzo romanzo.
Si intitola “L’ultima notte di San Lorenzo”.
Tu sai cosa si prova, no?
Non ci si abitua mai a questa strana gioia…

Un’ultima domanda, ricorrente in questa rubrica: se un tuo romanzo potesse diventare un film e avessi carta bianca sulla scelta degli interpreti, chi vorresti a dare corpo e voce ai tuoi personaggi? E, già che ci siamo, chi sarebbe il regista ideale?

Bella domanda.
Se scrivessi la storia di un personaggio incredibile, se davvero ci riuscissi, mi vengono in mente subito due registi.
Tim Burton, alla maniera di Big Fish.
E Paolo Sorrentino, alla maniera del suo Cheyenne, e quel trolley pieno di sogni e paure, trascinato qua e là. Sullo sfondo, ovviamente, un pezzo dei “Talking Heads”.

:: Un’ intervista con Martin Bora, grazie alla gentile collaborazione di Ben Pastor

1 gennaio 2019
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Se Martin Bora fosse esistito veramente…

Martin Bora benvenuto su Liberi di scrivere. È un vero piacere poterla incontrare dopo aver letto tanto di Lei nei libri di Ben Pastor. Ci parli di Lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Grazie a Lei per l’invito a raccontarle qualcosa di me. Come sa, la mia famiglia è sassone, anche se da parte materna conto antenati scozzesi. Sono nato l’11 novembre 1913, e avendo perso mio padre Friedrich a sei mesi di età, sono stato cresciuto dal generale Sickingen, secondo marito di mia madre Nina. Avevo un fratello minore (poco più di quattro anni di differenza), Peter, poi caduto nei cieli di Russia durante il 1943. Da bambino ho frequentato con profitto dapprima le scuole cattoliche e poi il liceo classico. Dopo la maturità (Abitur), sono entrato ancora diciassettenne alla facoltà di filosofia dell’Università di Lipsia, insieme ad Heidelberg il più antico ateneo tedesco. Mi sono laureato con lode sostenendo una tesi sull’Averroismo Latino e l’Inquisizione, per poi entrare nella Scuola di Guerra di Dresda. Ho quindi frequentato la Scuola di Cavalleria ad Hannover e la Scuola di Fanteria a Dresda. Questo mi ha permesso di accedere alla prestigiosa Accademia di Guerra nella capitale, da cui, dopo un permesso ottenuto per combattere come volontario in Spagna, mi sono diplomato con onore nel 1939. Era l’educazione tipica di un ufficiale destinato allo Stato Maggiore, ma il mio interesse è sempre rimasto quello del servizio di prima linea. L’addestramento nel controspionaggio militare (Abwehr) mi ha portato poi sia all’impiego di ambasciata (Mosca) che al lavoro di ricognizione e intelligence. Parte dell’educazione in famiglia (anche per controllare gli impulsi sessuali di noi ragazzi) era lo sport. Prima fra tutti l’equitazione: con Nina e il generale a volte cavalcavamo per giorni dalla tenuta di Trakehnen a quelle dei vicini e più in là, fin oltre il confine con la Lituania. E poi nuoto, canottaggio, tennis, scalata libera e corsa di montagna (fell running), senza contare le scazzottate infantili e le lunghe gite in bicicletta. Quanto a pregi e difetti, mi risulta difficile (e Nina disapproverebbe) parlare dei miei pregi. Prima bisognerebbe identificarli, mentre i miei demeriti saltano subito agli occhi. Cominciando dai difetti, dunque, posso dire di avere un carattere rigido, spesso perentorio, a volte scostante, e di aspettarmi che gli altri si adeguino. Essendone cosciente, cerco di mitigare queste tendenze. Non accordo facilmente fiducia, e so che posso apparire introverso fino alla chiusura. Si tratta (anche) di timidezza, ma questo non mi giustifica. Severità e ambizione professionale sono qualcosa che ho dovuto imparare a posporre a principi più elevati. Sul versante dei pregi, direi che ho un forte senso della pietas (termine che non si traduce esattamente come pietà o indulgenza; è piuttosto amore per la giustizia nei confronti dei vivi, come pure dei morti). Sono – credo – coraggioso e determinato; mi definirei leale e di parola. La pazienza che mi accompagna da tempo è – per come sono andate le cose – da ascrivere sia tra i pregi che tra i difetti, dal punto di vista politico come da quello personale.

Parliamo di musica, Lei è anche un valente musicista, quali sono i suoi compositori preferiti, le musiche che ama di più ascoltare?

È vero, ho sempre amato la musica. Avendo cominciato a studiare piano a cinque anni, mi sono presentato con successo come esterno agli esami di conservatorio a Lipsia, e ho continuato a suonare fino all’incidente di guerra che nell’autunno del 1943 mi ha privato della mano destra. Pur apprezzandoli, non ho mai desiderato cimentarmi con altri strumenti. Il mio padre biologico era un famoso direttore d’orchestra e compositore. La famiglia ha mantenuto per anni un palco al Festival wagneriano di Bayreuth. Da tredicenne, grazie alla grande tradizione musicale di Lipsia, ebbi modo di ascoltare dal vivo Richard Strauss. Quattro anni dopo vennero Igor Stravinsky, il fanciullo prodigio Yehudi Menuhin, e Arturo Toscanini con la Filarmonica di New York. Naturalmente Bach, Händel e Mendelssohn facevano parte del nostro ascolto tutto l’anno.
Amo la musica classica (barocca, romantica, ma anche gli esperimenti di fine Ottocento) e operistica (Lohengrin, il Ciclo dell’Anello, L’Olandese Volante – quest’ultimo un cavallo di battaglia di Friedrich von Bora); fra gli italiani prediligo Puccini (specie il suo ultimo periodo). Non disdegno affatto la musica leggera, i ballabili, Cole Porter e certi chansonniers francesi.

Ne La notte delle stelle cadenti incontra finalmente Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, avete molto in comune, ma anche molto vi divide. Che sensazioni ha provato incontrandolo e in realtà non potendo fare niente per aiutarlo?

Il colonnello conte von Stauffenberg ed io ci conoscevamo appena, prima del nostro incontro nell’estate 1944. La nostra comune passione per l’equitazione ci aveva portato ad affrontarci sportivamente nove anni prima, quando lui era già sposato con un figlio e io un ufficialetto fresco di nomina ma già, come lui, esperto cavaliere. Incontrarlo nel luglio ’44 a Berlino ci ha posto dinanzi ai nostri ideali condivisi, come pure alle nostre divergenze su come attuare un piano di resistenza. Stauffenberg era un brillante amministratore militare, in campagna come pure – dopo le gravi menomazioni subite in Nord Africa – in patria, in qualità di capo di stato maggiore dell’Esercito di Riserva. Io avevo combattuto in prima linea e come interrogatore su diversi fronti. Conoscevo fin troppo bene quelle che in inglese si definiscono sportivamente “the odds”, ovvero le possibilità di riuscita di un’impresa. In coscienza, non potevo appoggiare un piano confuso, piuttosto dilettantesco e privo di sponde politiche presso gli Alleati; un progetto che sapevo destinato a un fallimento dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Mi sono sentito impotente sia davanti all’inflessibilità di Stauffenberg (che mi considerava già politicamente “bruciato” per i miei trascorsi diverbi con Gestapo e SS), sia davanti al suo oggettivo bisogno di un aiuto che non potevo offrire. La conversazione ha rappresentato un momento particolarmente difficile, per non dire tragico: uno dei peggiori della mia vita.

La sua famiglia è di origini aristocratiche, Lei perché ha scelto la carriera militare e non ha seguito le orme di suo padre dedicandosi a qualche attività artistica?

La duplice tradizione professionale a casa nostra era legata al servizio nei confronti dello Stato (come militari e diplomatici) e alla cultura (l’editoria, il patronato delle arti, la musica). La nonna paterna Louise Dorothea von und zu Langenstein teneva un noto salotto letterario-intellettuale a Lipsia, che includeva fra gli altri il pittore Ernst Ludwig Kirchner della scuola Die Bruecke, lo psicologo Hermann Ebbinghaus, studioso della memoria, il romanziere realista Theodor Fontane, e il linguista Karl Brugmann. Mio padre, Il Maestro, frequentava il fiore della musica a lui contemporanea. Il ramo scozzese conta soldati di grande valore, fra cui George William Robert Ashworth-Douglas, eroe di Khartoum insieme a Gordon, e James Alexander Carrick, comandante durante la Ribellione dei Sepoys e nella Seconda Guerra dell’Oppio, nonché consigliere militare dell’Esercito Confederato durante la Guerra di Secessione americana. Date le frequentazioni culturali dei miei, non ha stupito la mia scelta di studiare filosofia; forse la famiglia si aspettava che avrei rilevato a tempo debito la casa editrice dei Bora (Bora Verlag), specializzata appunto in testi di filosofia e letteratura, o che avrei amministrato le nostre proprietà, specie quelle della Prussia Orientale. In realtà avevo già deciso di abbracciare la carriera militare, per cui provavo interesse e affinità. Le arti, specialmente la musica, sarebbero state una possibile alternativa. Mi sembrava tuttavia che la Patria necessitasse di buoni ufficiali ancor più che di capaci musicisti. Esibirmi in pubblico è, fra l’altro, qualcosa in cui non mi riconosco affatto.

Martin Bora e la cucina. Lei come tedesco ha gusti alimentari piuttosto vari, non beve birra, cosa notevole, ed è un po’ difficile vedere sua madre Nina o Dikta ai fornelli. Quali sono i suoi piatti preferiti?

Non corrispondo proprio a ciò che voi italiani definireste “una buona forchetta”. Ammetto di essere piuttosto indifferente al cibo, per ragioni di professione e perché ho spesso la mente altrove mentre mangio. Ciò non vuol dire che non sappia apprezzare una buona portata. Non amo i dolci. La mia ex moglie Benedikta (Dikta) per sua stessa ammissione non è mai stata un tipo “domestico”, e per di più, da provetta cavallerizza, ha sempre badato alla dieta. A casa sua, le signore servivano solo il tè, e affidavano tutto il resto al personale. Quanto a Nina – e alla nonna materna Ashworth-Douglas –, hanno sempre supervisionato la cucina di casa, e, da buone tradizionaliste, hanno eccelso nella preparazione di conserve e di marmellate. Peter e io siamo cresciuti facendo merenda con confetture rigorosamente fatte in casa. Quanto al bere, ha ragione: la birra non mi ha mai affascinato, e neanche il sidro. Bevo vino (prediligo quelli francesi) e liquori alcolici con moderazione, tranne quando – ed è capitato – sono frustrato o gravemente preoccupato. Il mio sangue scozzese mi permette di tenere bene l’alcol (whisky, gin, cognac) mantenendo una passabile lucidità. Ma sono ben conscio di quanto i superalcolici abbassino il livello di attenzione ai dettagli, un rischio per chiunque, ma particolarmente per un soldato e un operativo del controspionaggio. Ho passato perciò diversi periodi astenendomi dall’alcol e dal fumo – e, fatalmente, anche da altri passatempi. Una lezione in autodisciplina!

Ama il suo paese non c’è dubbio, ma vi visse in un periodo molto difficile dopo l’avvento di Hitler e del nazismo. Il mondo in cui era nato e cresciuto stava cadendo a pezzi. Ha mai pensato di dedicarsi a un’opposizione attiva al regime? Quale è stato il suo rapporto con il potere?

La domanda sulla resistenza al regime hitleriano è più che legittima. Devo ammettere che da ragazzo, cresciuto nell’ambiente nazionalista e conservatore di una famiglia guidata dal mio patrigno prussiano, ho accolto con entusiasmo la rinascita della Germania dalle ceneri della Grande Guerra (avevo cinque anni alla fine di quel conflitto). La partecipazione del Generale ai Corpi Franchi durante i disordini degli Anni Venti ha fatto in modo che vedessi nel patriottismo armato l’unica risposta all’internazionalismo spartachista e di stampo sovietico. Con l’avvento del Nazionalsocialismo, e il quasi immediato potenziamento delle Forze Armate, tutti noi soldati ci siamo sentiti vendicati dopo l’ultra-punitivo Trattato di pace di Versailles, che accollava tutta la responsabilità della Grande Guerra alla Germania, e la trattava di conseguenza. Già dal 1937, tuttavia, come volontario nella legione straniera spagnola (franchista), ho cominciato a capire che sotto il nazionalsocialismo si celavano ben più che eccessi passeggeri giustificati come lotta per ristabilire l’ordine interno. Il mio lavoro nel controspionaggio estero mi ha parzialmente risparmiato ciò cui hanno assistito i colleghi della Sezione Interni. Dalla Campagna di Polonia (1939) in poi, è cominciata la mia resistenza attiva, con la denuncia all’Ufficio Crimini di Guerra dei delitti perpetrati da Gestapo e SS, ma anche dall’esercito tedesco, di cui venivo a conoscenza. Ho anche rifiutato di obbedire ad ordini palesemente contrari all’etica, al buon costume militare e alle leggi internazionali promulgate a Ginevra. Questo non comportava un rischio oggettivo per la mia carriera e anche per la vita? Certo. Sapevo che ne avrei pagato il prezzo, ma lo consideravo poca cosa confronto ai crimini commessi da troppi dei miei connazionali. Ho sempre privilegiato l’opposizione quotidiana e capillare al gesto eclatante, attenendomi al detto latino secondo cui la goccia scava la pietra.

Il 6 agosto del 1945 alle 8:15 l’aeronautica militare statunitense sganciò l’atomica su Hiroshima e tre giorni dopo su Nagasaki, causando un numero di vittime, esclusivamente civili, stimato tra le cento e le duecento mila. Dove era, cosa faceva quando successe? Quali sono stati i suoi primi pensieri quando ne è venuto a conoscenza?

In tutta sincerità, ho avvertito un forte sentimento di orrore e di rabbia. L’idea di sperimentare una nuova arma dagli effetti apocalittici su una popolazione inerme (compresi non pochi prigionieri di guerra americani!), era quanto di più lontano ci fosse dalla mia coscienza morale. E il fatto che a suo tempo i miei connazionali si fossero macchiati non di rado della stessa colpa, non attenua le responsabilità di chi ha fatto decollare l’Enola Gay e il suo gemello.

Martin Bora e le donne. Oltre a Dikta c’è stato spazio per un’altra donna? Come è la sua donna ideale? E quanto Remedios ha significato nella costruzione del suo ideale?

Come lei sa, Dikta non è stata la mia prima donna, né io il suo primo uomo. Eravamo indifferenti a tali pregiudizi borghesi. Ci frequentavamo intimamente nonostante e forse anche a causa della feroce opposizione che il Generale (molto più di Nina) faceva al nostro idillio. All’epoca lei aveva vent’anni, e io quasi ventitré. Siamo rimasti sposati dal 1941 fino all’annullamento (non per mia richiesta) del nostro matrimonio, ai primi del 1944. È un argomento doloroso di cui forse ho già parlato troppo altrove, e su cui mi è ancora difficile soffermarmi. Le mie prime esperienze amorose sono state in Italia, e ne serbo un grato ricordo. All’università ho avuto qualche avventuretta con compagne di studi disinibite o con signore che frequentavano Nina o le mie zie. In Spagna, però, il termine di paragone è stato apposto da Remedios, la giovane strega di Mas del Aire. Prima di lei ero un ragazzino cattolico che, essendo entrato nell’esercito, si considerava se non esperto almeno emancipato. Dopo Remedios, che dire? Mi ha reso l’uomo che sono, e l’amante che sono. Il complimento più alto che posso farle è che penserò a lei nel momento della mia morte. Dopo la fine del rapporto con Dikta, non mi sono mai del tutto ripreso emotivamente. Non ho un carattere facile, e certo ho le mie colpe (fra cui le assenze prolungate da casa, che tradizionalmente i militari di carriera si aspettano di poter infliggere alle mogli). In seguito ho preso comunque delle solenni sbandate, per Nora Murphy, moglie di un diplomatico americano a Roma, come per Anna Maria (Annie) Tedesco sul lago di Garda. Ce ne sono state altre, ma – come insegna Garcia Lorca nel suo poema “La sposa infedele,” – Non dirò, da vero uomo, le cose che mi disse. Posso aggiungere che per me, tranne nel caso di Dikta, le donne in qualche modo inaccessibili hanno rivestito sempre più fascino di quanto esprimesse la loro disponibilità. Solo una volta sono arrivato vicino al rifiuto, da parte di Nora Murphy. Spesso per scelta – e durante il mio matrimonio per fedeltà – ho rinunciato a diverse possibili avventure galanti. La mia donna ideale è proprio ciò che il termine indica. Appartiene al mondo delle idee, e come tale, probabilmente non esiste nella realtà. Forse è un errore da parte mia sperare di incontrarla. Direi che fino ai trent’anni circa ho cercato meramente una compagna di letto e di interessi. La mia definizione di amore? Dedizione, fedeltà. Mi rendo conto che dovrei imparare a mostrare apertamente l’affetto, come faceva mio fratello Peter, ma mi riesce davvero difficile.

Le sarebbe piaciuto avere figli? Lasciare una parte di sé in questo mondo anche quando non ci sarà più?

Quanto ai figli, ho attraversato periodi in cui riprodurmi sembrava l’unico modo di giustificare la precarietà della mia esistenza di soldato in guerra. Probabilmente era il modo sbagliato di desiderare la paternità, e forse anche egoistico. Dopo la scelta ripetuta di abortire da parte di Dikta, ho cominciato a pensare che il mondo in cui mi muovevo non fosse comunque adatto a una nuova vita. Allora ho desiderato di essere completamente privo di legami e di responsabilità che non riguardassero direttamente la Patria e mia madre Nina. Le morti tragiche in famiglia (il bisnonno, il prozio, due zii, il mio unico e amatissimo fratello), come pure il mio grave ferimento, mi hanno riconciliato con l’idea di vivere giorno per giorno. Ho cominciato a dirmi: “Se i figli verranno, bene. Altrimenti, i Bora finiscono qui, e cercherò di farli finire onorevolmente”. Non mi sono mai visto attorniato dai nipoti – ma dopotutto non immaginavo nemmeno di sopravvivere all’inferno di Stalingrado, eppure è successo…

Lei ha avuto un’educazione cattolica, per attitudine e formazione ha vissuto seriamente anche questa sua dimensione religiosa, rispettando riti e credi. Ma ora c’è più amarezza nelle sue riflessioni, come vive il rapporto con Dio?

Sono cresciuto in una famiglia di cattolici osservanti, in una Sassonia dove meno del 20% della popolazione era fedele a Roma. Inoltre, e paradossalmente, i Bora discendono dalla ex suora Katharina von Bora, moglie del grande riformatore Martin Lutero. Hanno attraversato lunghi periodi di persecuzione durante le Guerre di Religione, quando adottarono il motto paolino Fidem Servavi: ho mantenuto la fede. I miei antenati ospitarono segretamente sacerdoti quando a Lipsia non esistevano più chiese cattoliche in cui celebrare la Messa. Sono stato educato nella fedeltà al Papa, e ho avuto fin da bambino maestri spirituali e confessori degli ordini gesuita ed agostiniano. Tutto ciò che si dice riguardo l’educazione cattolica – sensi di colpa, frustrazione sessuale, ansia di redenzione – è tristemente vero e ha fatto parte della mia giovinezza. Non che non abbia tralignato od opposto forti riserve filosofiche nei confronti della Chiesa, ma in fondo sono sempre restato un credente e un cattolico, sia pure “non allineato” e con qualche sfumatura protestante. Quanto alla figura di Dio, quello che noi tedeschi chiamiamo Herr Gott, da laureato in filosofia ho difficoltà a ridurla ad una dimensione contabile e fiscale. Ho sempre sperato e spero ancora che, quali che siano le mie apparenze, Lui mi legga nel cuore.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? È già successo che l’abbia fatto?

Quando si combatte in prima linea, o anche in avanscoperta, si è frequentemente sotto il tiro nemico. Capita che un collega, un tuo soldato, o anche un superiore, ti salvi la vita, o che accada il contrario. Nella concitazione del momento non ci si fa praticamente caso. Dopo, si è grati sia quando siamo stati noi a scamparla, sia quando abbiamo aiutato un fratello combattente a evitare la morte. Questa interdipendenza ci lega in modo indissolubile gli uni agli altri; nessuna amicizia, e direi quasi nessun tipo di amore, è come questa cieca fiducia. Nel Vangelo di Giovanni si legge, Maiorem hac dilectionem nemo habet… Non c’è amore più grande di quello che ci fa offrire la nostra vita per la salvezza del prossimo. Nello specifico, mi sento solo di ricordare due episodi di quanto altri hanno fatto per me: in Spagna il sergente Indalecio Fuentes mi ha salvato la pelle quando ero un tenentino irruento e scapestrato, mentre a Roma furono i buoni uffici del controverso Feldmaresciallo Kesselring (già sotto il comando del mio patrigno nel 1914) a evitarmi la fucilazione da parte della Gestapo di Herbert Kappler.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

Da ragazzino frequentavo il cinema ogniqualvolta i miei me lo permettevano (e a volte anche senza il loro permesso). Il mio liberalissimo zio Reinhardt-Thoma mi portò a vedere con mia gioia e terrore Il gabinetto del dottor Caligari nel 1920, e Nosferatu nel 1922. Avevo poco più di dodici anni quando La corazzata Potemkin giunse nei cinema di Lipsia, e da adolescente ho cominciato a frequentare anche il teatro. Durante le vacanze romane, la mia madrina Donna Maria Ascanio chiudeva un occhio sulle mie scappatelle; nonostante fossi bambino, cominciai presto a intrufolarmi nei varietà, anche quando lo spettacolo non era adatto ai minori. Un esempio? Si vede tutto del 1929. Contavo sul fatto di essere straniero, avere qualche soldo per il biglietto, e di essere già alto un metro e settanta a tredici anni. Fra le mie attrici e cantanti preferite in quegli anni spiccavano Marlene Dietrich (ero diciottenne quando me ne innamorai vedendola come la perversa Lola Lola ne L’Angelo Azzurro), e in Italia Anna Fougez e Milly. Negli ultimi tempi ho apprezzato molto certo cinema russo, da Mikhalkov a Konchalovskij, da Sokurov ad Aleksej German junior, autore quest’ultimo di uno dei film più intensi e intelligenti sulla sciagurata operazione Barbarossa – Poslednij Poezd (2003) -, una pellicola purtroppo quasi introvabile.

Martin Bora legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Sono sempre stato un forte lettore. In tutte le case in cui la mia famiglia risiedeva in vari periodi dell’anno (Lipsia, Borna, Trakehnen) c’erano fornitissime biblioteche. Con una tradizione centenaria di editoria in famiglia, leggere per noi era come respirare. Fin da piccolo leggevo in ogni momento libero, e anche di notte. Essendo stato educato in tre lingue, ho avuto fin da subito il privilegio di poter conoscere i grandi autori tedeschi, inglesi, americani e francesi nell’originale. Quando ho aggiunto per ragioni personali e di lavoro l’italiano, lo spagnolo e il russo, ho allargato ulteriormente l’ambito delle mie letture. A Roma da piccolo mi piacevano i romanzi d’avventura di Salgari e di Motta, a cui di volta in volta ho aggiunto i classici, ma anche saggi e romanzi contemporanei. Tra i miei favoriti personali sono Moby Dick di Melville, Cuore di Tenebra di Conrad, e La signora di Wiechert. Ho conosciuto personalmente ed ho letto i lavori di Ernst Jünger e Martin Heidegger, di cui ho seguito alcuni corsi sui presocratici. Per chi ha avuto la bontà di seguire le mie indagini in tempo di guerra, non sarà una novità che nel ’37, in Spagna, ho imparato ad apprezzare la poesia e il teatro di Federico Garcia Lorca. Sul fronte russo ho letto Il placido Don e riletto L’Armata a cavallo, senza però abbandonare la filosofia greca, Goethe e Hölderlin. Perfino durante la difesa di Lipsia contro gli americani nella primavera del ’45, passando di corsa da casa dei miei, ho afferrato un paio di libri, che però non ho avuto tempo di finire.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, successiva a La notte delle stelle cadenti?

Sono io che ringrazio Lei per le sue domande attente e puntuali. Perdoni se mi sono dilungato nel rispondere, ma sono pur sempre tedesco e un po’ grafomane. Quanto alle mie investigazioni, cronologicamente dopo i fatti di Berlino e del fallito attentato del luglio ’44 (illustrati ne La notte delle stelle cadenti), viene il resoconto della mia permanenza sul Lago di Garda (La Venere di Salò). Credo però che, prima di narrare la fine della mia guerra a Lipsia nella primavera del ’45, sia giunto il momento di dare spazio al dramma militare e umano che ha coinvolto centinaia di migliaia di noi subito prima, durante e immediatamente dopo l’epocale battaglia di Stalingrado. Tedeschi, italiani, russi, romeni, ungheresi versarono il loro sangue tra il Don e il Volga nei sei mesi dall’agosto 1942 al gennaio 1943. Altrove ho già accennato alla mia esperienza a Stalingrado, ma in proposito ho ancora molte cose da dire. Quindi sarà questo, ovvero La sinagoga degli zingari, il prossimo libro in ordine di pubblicazione, quantomeno in Italia.

:: Un’ intervista con Mariagrazia Villa, autrice di Professione Food Writer, a cura di Giulietta Iannone

26 dicembre 2018

copertina_M.Villa_Benvenuta Mariagrazia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso professionale.

R: Ho una formazione scolastica e professionale che, apparentemente, sembra incongruente, ma se mi volto indietro, posso unire i puntini e vedere un’immagine di me del tutto coerente con chi sono ora. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa: la laurea in architettura mi ha trasmesso l’attitudine a vedere ogni attività come un progetto; la collaborazione ventennale, come giornalista culturale, con Gazzetta di Parma e altre testate locali e nazionali, mi ha preparato al valore della parola scritta; la pratica, come foodwriter, per uno dei più importanti gruppi alimentari italiani, mi ha permesso di approfondire la creatività e la passione per l’enogastronomia; la docenza universitaria in etica della comunicazione allo IUSVE mi consente ogni giorno di riflettere sulle responsabilità che abbiamo, ogni volta in cui entriamo in relazione con gli altri.

È l’autrice di Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque, edito da Dario Flaccovio Editore, il primo manuale italiano dedicato appositamente al food writing. Ci parli di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

R: Da qualche anno, desideravo mettere nero su bianco quanto ho imparato nella mia lunga esperienza di scrittrice enogastronomica e di docente al master Food & Wine 4.0 – Web marketing and Digital communication dello IUSVE, dove non insegno solo Sostenibilità agroalimentare e conscious eating, ma conduco anche un laboratorio di Food Writing and Web Content Management. L’obiettivo del volume è fare in modo che chiunque voglia diventare food writer o desideri migliorare la propria professione, sotto l’aspetto della cura dei testi, possa trovare tanti utili suggerimenti e consigli testati sul campo. Ragiono come uno chef, infatti: quando scrivo un manuale, non propongo una ricetta, se prima non l’ho realizzata di persona e non mi sono accertata che effettivamente funzioni.

Perché secondo lei questo ritardo in lingua italiana? Prima erano presenti manuali similari adatti perlopiù al mondo statunitense, o perlomeno di lingua inglese. La realtà italiana è particolare e le sue indicazioni e i suoi consigli sono pertinenti proprio alla nostra terra, patria dopotutto della cucina mediterranea.

R: Credo che, paradossalmente, il motivo stia proprio nel fatto che la nostra terra è la patria della cucina mediterranea. Come ha osservato Maria Pia Favaretto, la pubblicitaria ed esperta di communication strategy, durante la presentazione del mio libro a Venezia, il ritardo di un manuale come il mio in Italia è forse da attribuirsi al fatto che chi è completamente immerso in un contesto ritiene di conoscerlo a menadito e di saperlo anche raccontare alla perfezione. Pertanto, può essere che nel nostro Paese non si sia sentita finora l’esigenza di migliorare la scrittura enogastronomica, nell’illusione di non averne necessità. In realtà, penso ce ne sia un gran bisogno. Come spesso accade, essere troppo dentro una situazione ci rende ciechi e talvolta incapaci di evolvere.

Non solo un manuale di cultura enogastronomica, ma proprio un manuale di scrittura, che può essere usato trasversalmente da tutti coloro che scrivono per lavoro. Ci sono indicazioni ed esercizi pratici con i tempi di esecuzione. La sua dimensione di insegnante ha prevalso?

R: Essere un’insegnante ha senz’altro condizionato la struttura di questo volume, che prevede anche una quarantina di esercizi di scrittura creativa e logico-razionale per approfondire la propria scrittura, dallo stile al metodo. È un vero e proprio manuale, che può servire, come lei giustamente osserva, a chiunque scriva di mestiere. La food writing è una delle molte scritture professionali che caratterizzano il nostro tempo, ma le indicazioni e gli esercizi proposti nel libro possono essere declinati ad ambiti differenti da quello enogastronomico ed essere ugualmente utili.

Grazie al digitale ormai le professioni legate al food writing sono innumerevoli, e occupano per la gran parte donne, in che misura pensa questo filone abbia aiutato a svilupparsi il lavoro femminile?

R: Dall’avvento dei blog ai social network, effettivamente le donne hanno assunto un peso via via maggiore nella creazione e nel mantenimento di un proprio personal brand in rete. È interessante notare che, se ancora oggi la maggior parte degli chef è di sesso maschile, la maggior parte dei food blogger, dei food writer e dei food influencer è donna. Non so se questo corrisponda a un maggior sviluppo del lavoro femminile, in termini di retribuzione economica e di riconoscimento sociale, ma sul piano dell’autoaffermazione certamente sì. A patto, naturalmente, che scrivere di cibo sul web non diventi una sorta di uncinetto 2.0, ma una reale professione, per la quale curare la scrittura è fondamentale.

Scrivere in modo professionale implica tante competenze, che consigli darebbe a chi ha ancora una approccio diciamo amatoriale ma vorrebbe accostarsi al professionismo?

R: Consiglio di studiare, studiare, studiare. Che significa leggere buoni libri, seguire le conferenze o i corsi di autori capaci, confrontarsi con scrittori già affermati. E, soprattutto, ricordarsi del Nulla dies sine linea, massima attribuita da Plinio il Vecchio al pittore Apelle, quel figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo eccetera eccetera, ossia di non far trascorrere nemmeno un giorno senza scrivere: l’allenamento quotidiano è fondamentale! Anche se dobbiamo preparare la lista della spesa, cerchiamo di scriverla bene e, perché no, con un guizzo creativo.

Utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur rigoroso. Perché questa scelta? Pensa che l’umorismo aiuti di più a veicolare concetti anche seri?

R: L’umorismo è vitale e, soprattutto in un campo come l’enogastronomia, tradizionalmente legato alla gioia dei sensi, non deve mai essere dimenticato. In generale, comunque, ritengo che l’ironia sia una grande maestra: ci permette di vedere il mondo da altri punti di vista e di rovesciare pregiudizi e falsificazioni. Non è un caso che, nella cultura dei nativi americani, il Sacro Buffone, l’Heyoka, sia colui che permette al ricercatore spirituale di arrivare più velocemente alla verità.

Nell’ultimo capitolo Tiramisù perbene con peccato di gola, dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere. Insomma il cibo non è solo gusto, nutrimento materiale, al massimo golosità, ma ha una dimensione realmente spirituale, perlomeno rituale. Ha inoltre un valore culturale, e anche religioso. Come sintetizza tutta questa complessità?

R: Il cibo ci sostiene, e non sostiene solamente il nostro corpo, ma anche la nostra anima. È una constatazione a cui sono arrivate tutte le tradizioni spirituali del mondo. Non a caso, l’atto del nutrirsi è un atto rituale in tutte le culture. Solo la nostra, sempre più mondana, ha confinato il momento del pasto a una mera attività pratica, più o meno gaudente, senza rintracciarne più alcun significato simbolico e interiore. Poiché il cibo è anche nutrimento per lo spirito, la sua costituzionale dimensione etica risulta fondamentale e inalienabile. La stessa affermazione vale per la comunicazione che non può non essere moralmente qualificata e, come ho messo in luce nel mio manuale “Il giornalista digitale uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, edito da Dario Flaccovio Editore nel 2018, deve utilizzare le opportunità della rete per migliorare.

Siamo quello che mangiamo, molte malattie dipendono da ciò che mangiamo, pensa anche lei che i cibi bio dovrebbero essere i solo commercializzabili o è un idea troppo estremista?

R: Credo che prima o poi dovremo tutti ritornare al cibo prodotto dalla terra. Siamo invasi da cibi di produzione industriale, ottenuti da un’agricoltura convenzionale che non rispetta la natura e da una zootecnia intensiva che non rispetta il benessere degli animali. Ci stiamo nutrendo di un cibo vuoto e abbiamo bisogno di ritornare a un cibo pieno. La scelta dell’agricoltura biologica è senz’altro la strada che ci permetterà di rimettere contenuti nutrizionali, organolettici e anche spirituali nel nostro cibo quotidiano.

La coscienza ecologica ovvero l’attenzione per l’ambiente quanto gioca in queste professioni legate al food & beverage?

R: Oggi è impensabile essere dei food writer senza una coscienza ecologica. La sostenibilità economica, sociale e ambientale del cibo è la base da cui partire per raccontare l’enogastronomia. Non serve più valutare se un piatto è buono oppure no, se le materie prime sono fresche e di qualità oppure no, se uno chef è sperimentatore oppure no; serve indagare il perché profondo di un piatto: la sua storia, la sua preparazione, la sua influenza sulla nostra salute e su quella del pianeta. Il cibo è in relazione con tutti gli esseri viventi, e chi si occupa di food writing non deve mai dimenticarsene.

La fame nel mondo è ancora lontana da essere debellata, e ormai la denutrizione si sta diffondendo anche nei paesi così detti del primo mondo. Ormai cibarsi sta diventando quasi un privilegio: poter mangiare tre pasti al giorno, poter mangiare cibi sani, acqua pulita non contaminata da plastiche o additivi vari. Cosa può fare un food writer a questo proposito?

R: Un food writer può contribuire a rendere le persone più consapevoli che l’atto alimentare non è più – semmai lo è stato – un atto privato, ma un atto pubblico. Ogni volta in cui scegliamo di mangiare un determinato cibo, influiamo direttamente sui sistemi di produzione, di commercializzazione e di comunicazione di quel cibo. Abbiamo un grande potere, anche grazie alle nuove tecnologie digitali che ci permettono di comunicare con le aziende, e dovremmo esercitarlo, proprio per migliorare la qualità di vita nel mondo. In particolare, di quello in cui non si mangia a sufficienza o non si ha ancora accesso a cibi nutrienti e salutari.

Per concludere, ringraziandola del suo tempo e della sua disponibilità, vorrei che mi elencasse quali sono le tre doti principali che dovrebbe avere un food writer, e cosa pensa i giovani stiano apportando a questo mondo vasto e variegato.

R: Sono io che ringrazio Liberi di scrivere per questa bella intervista! Di doti, il food writer ne deve possedere tante, proprio perché il cibo coinvolge un universo amplissimo. Per rimanere sul piano della scrittura: non utilizzare troppi aggettivi, che considero il vero crack della food writing; non adottare un linguaggio generico, ma cercarne uno specifico, come qualsiasi scrittore professionale dovrebbe fare; essere onesto e trasparente con se stesso e con gli altri perché senza una missione etica non potrà mai andare da nessuna parte, anche se dovesse avere molto successo. Per quanto riguarda i giovani, da quest’anno insegno Giornalismo enogastronomico all’Università di Parma e posso dire che i ragazzi stanno apportando a questa professione molto entusiasmo; confido che siano anche in grado di convogliarlo in una scrittura innovativa, efficace ed eticamente sostenibile.

C’è infine un indirizzo che vuole segnalare dove i suoi lettori la possano contattare?

R: Curiosamente, non ho un blog personale perché non avrei il tempo di seguirlo come vorrei. È possibile, però, trovarmi su Facebook, su Instagram e su LinkedIn e all’indirizzo: gdigiornalismo@gmail.com. Con i miei tempi, confesso non sempre rapidi, riesco a dare risposta a tutti. E sono felice di aiutare, per quel che posso, chiunque voglia chiedermi suggerimenti o consigli di scrittura. Che si tratti di scrittura enogastronomica o di scrittura tout court.

:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2018

antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Sara Ficocelli

14 dicembre 2018

imageDalla biografia pubblicata sul sito di Mds Editore:

“Sara Ficocelli è nata a Pisa, vive a Roma, ma ama soprattutto viaggiare. Ha scritto per Cosmopolitan, Donna moderna, Airone, Il Venerdì e dal 2007 collabora stabilmente con Repubblica.it. Ha vinto il premio Paidoss e il premio Sodalitas per le sue inchieste su prostituzione minorile e discriminazione di genere in Italia. Con MdS Editore ha pubblicato vari racconti e quindi il suo primo romanzo, La vita nascosta (2016), per cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il secondo posto al premio “Alda Merini” e il premio della giuria popolare al concorso letterario “Città di Lugnano”.”

A novembre 2018, sempre per MdS Editore, Ficocelli ha pubblicato “Samia non torna a scuola”.

La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Parto da una considerazione personale e dunque opinabile: non credo che l’arte, in qualunque modo si esplichi, abbia una vocazione primariamente pedagogica. La sua capacità di innescare cambiamenti (una capacità che può essere dirompente) non risiede secondo me in una “lezione morale”, talvolta purtroppo vicina a quella moralista, ma nella possibilità, propria delle cose belle, di far immaginare altri mondi possibili.
Mi sembra che la storia di Samia possa collocarsi su un piano di questo tipo perché quello che noi leggiamo è frutto dell’intersecarsi di almeno quattro punti di vista differenti. La risultante è maggiore della somma degli addendi e produce una speranza.
Perché ti interessa la coralità, presente anche nel tuo precedente romanzo, “La vita nascosta”? Cosa ne trai, come scrittrice, e cosa credi che possano trarne i tuoi lettori?

La coralità mi permette di andare a tempo con le cose che ho dentro. Ho sempre sentito più voci in me, per quanto abbia sempre avuto un’idea precisa e univoca di quello che voglio e in cui credo. Ma osservare la realtà da più punti di vista mi è sempre piaciuto, mi ha sempre aiutato, e quando scrivo cerco lo stesso approccio. La prossima sfida sarà il protagonista unico, naturalmente.

Non mi piace molto parlare di “margini”. Alla fine la prospettiva della marginalità cambia se cambiamo inquadratura: ciò che prima era al centro dello sguardo, dopo può trovarsi sui bordi e viceversa. Tuttavia è innegabile il tuo interesse verso storie che, per ragioni svariate, difficilmente sono inquadrate dai riflettori, se non per creare statistiche. Chi è la tua Samia e cosa ti ha interessato, in modo particolare, della sua storia?

Samia è una ragazza che si sente e viene percepita come “fuori dal coro”. Il fatto che abbia genitori stranieri è un pretesto come un altro, avrebbe potuto essere anche bionda con gli occhi azzurri e sentirsi e venire percepita come outsider comunque. Diciamo che ho scelto lei perché anni fa mi sono imbattuta in una storia simile e cercavo una figura adolescente che suscitasse sentimenti contrastanti, di tenerezza e repulsione, che insomma non suscitasse compassione per il solo fatto di essere giovane e indifesa.

L’interesse professionale e umano non bastano. Una storia ispirata alla realtà che viviamo (o alle realtà), quando diventa letteratura, cambia statuto. Come sei riuscita a realizzare questo passaggio? Voglio dire, come ha fatto Samia a essere, non una generica ragazza vittima di pregiudizi e di soprusi, ma proprio lei, Samia, con la sua individualità, i suoi sogni, i suoi progetti, comuni a molti adolescenti e allo stesso tempo personali?

Scrivere di adolescenti mi riesce stranamente facile, è una condizione che tutti abbiamo vissuto e che ricordiamo perfettamente, il primo e forse unico grande momento di romanticismo della nostra vita. Quando descrivo un quindicenne mi immedesimo in maniera quasi automatica nel suo modo di pensare e sentire, forse anche perché credo che abbiano ragione loro, su tutto. Crescendo diventiamo persone ma smettiamo di essere vivi, se mi concedi un po’ di enfasi.

Un cenno sull’ambientazione. Hai scelto una località di fantasia, Colle Nuovo, centro di 80.000 abitanti. Questo nowhere alienato eppure così tragicamente concreto, con le sue vicende di sfruttamento del lavoro e di ingiurie lasciate sotto il banco, è stato lo sfondo di partenza o quasi una risultante della tua storia?

Colle Nuovo è un artificio strumentale tanto quanto la nazionalità della protagonista. Questo romanzo è per me un insieme di simboli, nient’altro. Colle Nuovo è un luogo qualsiasi dove accadono cose banali e terribili, un’allegoria dell’isolamento in cui tutti viviamo. Non c’è il mare, i palazzi sono stati costruiti negli anni 70, le uniche villette con giardino si trovano nell’unica strada che collega la scuola alla casa di Sonia…una speranza.

Vorrei concludere anche con te con un po’ di leggerezza. Questa è la domanda che rivolgo a tutti gli autori che intervisto.
Se “Samia non torna a scuola” potesse diventare un film e tu avessi l’ultima parola sul cast, chi sceglieresti per interpretare i ruoli principali? Se vuoi, dicci anche a chi lo faresti dirigere, non si sa mai!

Ahaha! Beh, mi piacerebbe che Samia fosse interpretata da una ragazzina sconosciuta al grande pubblico, magari proprio da una somala di seconda generazione che vive in una piccola realtà di provincia. In generale mi piacciono molto i film con attori semi sconosciuti ma se Sonia fosse interpretata dalla Golino non mi dispiacerebbe, mi è sempre piaciuta, forse più come donna che come attrice. Andrea lo immagino magro, alto e con tanti capelli spettinati…uno tipo Kim Rossi Stuart. Per quanto riguarda il regista, o la regista, a me su questo genere piace molto il cinema di Soldini, un po’ onirico, ma anche spietatamente reale.
Io, la vita, la immagino così.

Sara Ficocelli, “Samia non torna a scuola”, MdS Editore, http://www.mdseditore.it/catalogo/samia-non-torna-a-scuola.php

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Nicole Teso

4 dicembre 2018

1Las Vegas era l’occasione per iniziare una nuova vita e seppellirmi il passato alle spalle.
Non avrei mai potuto immaginare che sarei stata rapita e rinchiusa in una cella buia, pronta a diventare una schiava del piacere.
Jake Evans mi distruggerà, piegandomi ai suoi desideri e consumando la mia anima.
Lui è la mia condanna a morte.

Lei avrebbe dovuto essere una prigioniera come tutte le altre, pronta a soddisfare i desideri dei miei clienti.
Non avrei mai potuto immaginare che mi avrebbe dato così tanto filo da torcere.
Brittany Moore sta sfondando le barriere nella mia testa, facendomi crollare e riportando a galla un passato che credevo sepolto.
I demoni mi stanno reclamando…
Lei è il mio tormento.

Questa è la presentazione di “Loving the Demon”, il primo romanzo (non autoconclusivo: seguono “Loving the Angel” e “Loving the Darkness”, quest’ultimo ancora inedito) di Nicole Teso. La giovane autrice veneta ha esordito come self-publisher su Amazon e in seguito è stata “notata” da Newton Compton Editori che pubblicherà “Dimmi che ci sei”, ri-edizione del romanzo “Dimmi chi sei”, autopubblicato nel gennaio del 2018.

Ringraziamo Nicole per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Nicole, tu hai scritto finora romanzi che possono rientrare nella categoria “romance”. Mi sembra un ombrello sotto al quale si riuniscono storie dalla natura variegata e talvolta ibrida (New Adult, Young Adult, Erotic Romance, Contemporary Romance ecc. ecc.). Ti va di spiegarci cosa si intende comunemente per romance e quali sono i sottogeneri che riscontrano, almeno per la tua esperienza, maggiore interesse?

Ciao Ilaria. Innanzitutto, grazie per lo spazio che mi stai dedicando.
Comincio subito col dirti che io ho una “strana” concezione di romance. Solitamente, in questo genere letterario, si classificano tutte le storie che trattano l’amore, in ogni sua sfumatura. Io mi definisco molto più dark. Non amo i romanzi in cui troviamo il solito principe azzurro, in sella al suo cavallo bianco. Personalmente preferisco le storie travagliate, gli amori impossibili, i protagonisti sadici.
Ultimamente i generi come il dark romance, il mafia romance e tutte le sottocategorie, che hanno come tema principale il “bad world”, catturano un notevole interesse nei lettori.
Tuttavia, anche il chick-lit è molto apprezzato dalle lettrici italiane.

Ogni genere ha i suoi cliché: rispetto alla letteratura romance, quali ritieni che siano ormai superati o suberabili (per ragioni storiche, sociali, culturali ecc.) e quali invece ti sembrano ancora caratterizzanti?

Come anticipavo nella domanda precedente, penso che ormai sia calato l’interesse verso tutte le storie d’amore tradizionali.
Le persone vogliono leggere novità, storie particolari, temi affrontati sporadicamente.
Di certo, negli ultimi anni siamo influenzati dalle storie che ci propinano in televisione. Vogliamo sapere cosa ruoti nella mente di un ipotetico serial killer, di un narcotrafficante, di un protagonista fuori dal comune. Io stessa amo questo tipo di personaggio. Sono stanca di leggere della solita ragazzina svampita che si imbatte nel milionario di turno.

Sei molto giovane, ma hai già fatto una discreta gavetta: che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse intraprendere la tua stessa strada o a chi già ci stesse provando, ma non vedesse ancora risultati apprezzabili?

Il consiglio che do sempre, sembrerà banale, forse un po’ scontato, è di essere umili, di cercare ispirazione da chi riesce a coronare il proprio sogno. Mai provare invidia o rancore. Piuttosto interrogarsi su quali sono i metodi migliori e le strategie da mettere in atto per riuscire a raggiungere il traguardo sperato.
Quando ho esordito io, avevo una paura pazzesca di non essere letta da nessuno. Seguivo alcune autrici con ammirazione, visti i successi e i numeri di copie vendute. L’unica cosa che continuavo a ripetermi era: “Se ce l’ha fatta lei, posso riuscirci anch’io, un giorno”.
La seconda cosa che dico spesso a chi mi chiede consigli è di investire su se stessi. Se noi per primi, non siamo disposti a spendere dei soldi per migliorarci (es. editing, copertina, corsi), come possiamo pretendere che i lettori lo facciano per noi?

Hai esordito da self-publisher, ovvero autopubblicando i tuoi primi romanzi. Come sei riuscita a raggiungere gli ottimi risultati che hai ottenuto (in un podcast di Michele Amitrani, del sito “Credi nella tua storia”, mi pare che tu parli di mille copie vendute in una ventina di giorni)?

Sì, mille copie vendute in venti giorni.
Avevo un blog, perciò già un piccolo pubblico di lettori. Inoltre, avevo organizzato un blogtour, coinvolgendo più blogger possibili. Il resto l’hanno fatto i lettori, con il passaparola. E le inserzioni a pagamento.

Pubblicare con una cosiddetta big è il sogno della maggior parte degli autori (o almeno credo che sia così!). Hai voglia di raccontarci come è cominciata questa tua esperienza con una casa editrice del calibro di Newton Compton? Hai già una data di uscita per “Dimmi che ci sei”?

Anche per me era un sogno. E lo è ancora! Certi giorni non mi sembra vero che stia succedendo davvero.
Comunque è successo tutto per caso. La Newton Compton mi ha chiesto “Dimmi chi sei” in valutazione e, due mesi dopo, è arrivato il contratto.
Prima della Newton Compton avevo ricevuto altre tre proposte editoriali, ma non volevo vincolarmi con altri editori, perché il mio sogno è sempre stato quello di firmare con loro.
Per quanto riguarda l’uscita di “Dimmi che ci sei”, non ho ancora una data precisa. Sicuramente, nei primi mesi del 2019.

Tra i tuoi impegni futuri ci sono il Festival del Romance di Milano (la prima edizione si terrà a giugno 2019) e, immagino, anche il Rare (Roma, settembre 2019). Mi sembrano eventi aggregativi interessanti, sia per chi scrive, sia per chi legge, in questo caso letteratura romance. Che importanza ha per te l’incontro diretto con i tuoi lettori?

Sì, sarò al Festival del Romance. Al Rare, ancora non lo so.
Io ci tengo moltissimo a incontrare i lettori. Il mondo dell’editoria sta cambiando. Ai lettori piace interagire con l’autore, avere un modello da seguire. Io amo parlare con i miei lettori, li abbraccerei tutti, uno a uno, visto che è grazie a loro se sono arrivata fin qui.
Proprio per questo motivo, sto valutando di organizzare un booktour, in varie città d’Italia, per incontrare quanti più lettori possibile.

Pongo anche a te la domanda che in genere rivolgo agli autori intervistati. Se venisse realizzato un film tratto da “Dimmi che ci sei” e avessi la possibilità di avere l’ultima parola sul casting, chi sceglieresti per interpretare i protagonisti?

Eccola, la mia domanda preferita!
Nella mia testa, ho sempre immaginato Ryan Cooper nel ruolo di Adam Keller. Mentre scrivevo, immaginavo proprio lui! Ok, non prendetemi per pazza, ma è il prototipo a cui mi sono ispirata!
Per Mercy Stone, mi piacerebbe Victoria Justice.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/nicoletesoautore/

:: Un’ intervista con Lindsey Davis a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2018

libro Il mito di GioveSalve Signora Davis. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Lei è una scrittrice inglese di romanzi storici, molto conosciuta per essere l’autrice della serie di Falco, un titolo su tutti Le miniere dell’imperatore. E ha in uscita un nuovo romanzo in Italia dal titolo Il mito di Giove. È inoltre un punto di riferimento per tutti gli scrittori che iniziano a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma. Ci parli di lei. Punti di forza e di debolezza.

R: I miei punti di forza: sono di mente aperta, ribelle, curiosa, seria, ho sufficiente immaginazione e abilità per scrivere bene. Sulle mie debolezze non ho idea, eccettuato forse l’età.

Ci parli del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

R: Sono di Birmingham, una grande città industriale con una forte identità culturale (un posto che non aveva tuttavia gli Antichi Romani). Provengo in origine dalla classe operaia, ma ho un’ educazione borghese e sono cresciuta in una città fortemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale. Ho frequentato molte buone scuole ricevendo una educazione umanistica, all’Università di Oxford ho conseguito una Laurea in Lingua e Letteratura Inglese. Poi ho avuto un “vero” lavoro per 13 anni per il servizi governativi, prima di iniziare a scrivere a 35 anni.

Quando si è accorta di voler diventare una scrittrice? Quando ha deciso di iniziare a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma?

R: Quando avevo 5 anni e il mio insegnante di scuola elementare disse che noi non dovevamo esercitarci a scrivere copiando dai libri, ma dovevamo inventare le nostre proprie frasi. Mi orientai verso l’Antica Roma quando la mia prima scelta, la Guerra Civile Inglese, non fu presa in considerazione per la pubblicazione. Volevo fare qualcosa di originale.

C’è stato un insegnante che le è stato di modello, di ispirazione?

R: Al liceo ho avuto diversi insegnanti di inglese che mi hanno insegnato veramente seriamente a comprendere l’analisi testuale, che successivamente ho approfondito sia per quanto riguarda lo studio della lingua, delle parole, della grammatica a livello universitario. Questi sono i miei migliori strumenti come scrittrice. Ho anche conosciuto due dei miei insegnanti di inglese, e regolarmente li vedevo. Sono anche molto in debito con uno dei miei insegnanti di latino, che fondò una Società Archeologica a scuola. Scherzando dico sempre che devo la mia intera carriera alla sua decisione di fare entrare nella sua Società i ragazzi della scuola della porta accanto. Quando ho iniziato a scrivere romanzi sull’Antica Roma, il mio lavoro si basava come punto di partenza su studi archeologici specialmente rivolti alla vita di tutti i giorni della gente comune, piuttosto che avere una visone elitaria basata sulla letteratura.

Ci racconti del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

R: Ho partecipato a diversi concorsi per romanzi storici, entrando in finale tre volte compreso con i miei romanzi attualmente pubblicati The Course of Honour e The Silver Pigs (Falco 1). Una dei giudici era una editor di narrativa per un Magazine per donne vecchio stile; lei ha comprato diversi miei racconti, permettendomi di continuare a scrivere. Falco fu rifiutato da tutti i maggiori editori di Londra, adducendo che i romanzi sull’Antica Roma erano ritenuti troppo difficili per la narrativa popolare, prima che un editor accettasse due miei libri. Lui, Oliver Johnson, è ancora il mio editor dopo 30 anni! Dopo dieci anni ha anche accettato The Course of Honour, la vera storia dell’Imperatore Vespasiano e Antonia Caenis, che in molti pensano sia il mio miglior romanzo.

Cosa ama di più quando scrive un libro?

R: Amo tutto il processo di scrittura. Penso che il mio divertimento si veda e passi ai miei lettori.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei suoi libri?

R: Quando ho iniziato non c’era Internet. Così lo tratto con molta cautela. Attualmente penso che abbia un grande valore didattico, se non ti disperdi e sai discernere cosa stai cercando; poiché sono uno studente indipendente, non dipendo da nessuna Università, per l’archeologia o i classici, per me è uno strumento molto utile. Consulto la stampa online per restare al corrente con le recenti scoperte. Uso Internet per cercare libri difficilmente reperibili. Ho un sito web, con un bottone di contatto per le email, ma NON uso i social media. Odio il loro essere così frequentemente vacui, e insensati, depreco il bullismo, e disapprovo l’approccio frettoloso alla storia.

Può dirci qualcosa sul suo più importante protagonista Marco Didio Falco?

R: Inizia come un classico investigatore, vive e lavora in tetre circostanze, ma alla fine diventa un uomo ricco ed di successo, con una famiglia. È cinico, divertente, intelligente, determinato, non ha paura di porsi contro il sistema, è appassionato di giustizia. È un ragazzo di città, ha una sola donna, è un buon amico, un mentore, gentile con il suo cane.

Progetti cinematografici?

R: Ci stiamo spostando dal “possibile” al “probabile”.

Legge autori contemporanei? Quali sono i suoi favoriti? Chi pensa abbia influenzato la sua scrittura?

R: Una cosa triste è che non ho abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrei. Molte delle mie letture ora sono per ricerca, ma leggo biografie storiche e vado su “Study Days” che ha un programma molto vario, specialmente vado in cerca di classici dimenticati (recentemente Trollope, Les Miserables, Goldsmith, Shelley, le opere teatrali Jacobean?

Cosa sta leggendo al momento?

R: Un immenso libro sui giardini degli Antichi romani.

Facciamo un gioco. Mi dica un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, Nabokov, Cormac McCarthy.

R: Scusami non voglio farlo. Non sono preparata – inoltre odio condannare un autore a un singolo aggettivo!

Le diverte fare tour promozionali? Racconti ai suoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R: Mi diverto se la gente sta bene. Sempre più (come una persona ormai in pensione e con un problema alla spina dorsale) li trovo molto stancanti, così devo limitare quello cha faccio.

È un’autrice molto acclamata dalla critica. Ha mai ricevuto cattive recensioni nella sua carriera?

R: Oh, naturalmente le ho avute. Probabilmente anche per gelosia, siccome la peggiore di tutte iniziò con “ha venduto troppi libri”.

Come è il suo rapporto coi lettori? Come possono mettersi in contatto con lei?

R: Sono orgogliosa di dire che ho sempre attratto i lettori a contattarmi anzi molti mi dicono che non hanno mai contattato uno scrittore prima di me. Naturalmente ci sono i brontoloni che mi segnalano errori storici, e i maniaci che sono ossessionati dalla punteggiatura. Sono solitamente in disaccordo con loro. La maggior parte comunque sono molto carini. Adesso per la maggior parte mi contattano per email tramite il mio sito, ma qualcuno scrive ancora vere lettere e me le manda attraverso il mio editore.

Verrà in Italia a presentare i suoi romanzi?

R: Sto venendo a Roma il 3 dicembre.

E infine, un’ ultima domanda: a cosa sta lavorando adesso?

R: Sto editando il settimo libro di Albia, da cui stanno estraendo uno script cinematografico, e sto scrivendo una novella intitolata Invitation so Die, per il download digitale, e infine mi sto preparando per l’ottavo romanzo di Albia.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Elisa Torsiello

19 novembre 2018

Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston ChurchillDopo alcune opere di narrativa, questa volta tocca a un saggio, in particolare a “Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill”, edito da Bietti.

Così leggiamo nella descrizione:

“Sono pochi i registi capaci di trasformare grandi romanzi in film epocali. Joe Wright è uno di questi, maestro degli adattamenti letterari – da “Orgoglio e pregiudizio” ad “Anna Karenina”, passando per “Espiazione” – con i suoi movimenti di macchina coreografici, gli omaggi al mondo dell’arte, cast stellari spesso capitanati dalla musa Keira Knightley. Pubblicata all’indomani di “L’ora più buia” – protagonista Gary Oldman, vincitore del premio Oscar 2018 per la sua interpretazione di Winston Churchill – e impreziosita dai contributi di due collaboratori storici, il direttore della fotografia Seamus McGarvey e il compositore Dario Marianelli (premio Oscar per la colonna sonora di “Espiazione“), la monografia italiana dedicata alla produzione di Joe Wright ne analizza l’intera carriera, inclusi gli esordi in tv e le pubblicità per Chanel, sempre in bilico tra realismo e fantasia.”

Ne parliamo con l’autrice, Elisa Torsiello, che ringraziamo di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partiamo dal principio, ovvero dal titolo. Per chi conosce Joe Wright, quella “danza dell’immaginazione” richiamerà alla mente almeno una manciata di suggestioni. Però, ponendo di non aver mai visto un lavoro del regista britannico, puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Se pensiamo ad alcune delle opere più famose di Joe Wright (“Anna Karenina” o “Orgoglio e Pregiudizio”) le prime scene che ci verranno in mente sono quelle di danza, impiegate dal regista come metafora della nascita della passione e di sentimenti tra I protagonisti. Con “danza” ho voluto soprattutto riferirmi al modus operandi di Joe Wright, al suo particolare utilizzo della cinepresa. La danza infatti non è solo quella compiuta fisicamente sullo schermo dai personaggi, ma è anche quella della sua macchina da presa che si muove elegante e silenziosa tra i protagonisti.

Se non sbaglio, durante una tua recente intervista hai dichiarato che quello per Joe Wright non è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Puoi raccontarci come è invece nato questo amore duraturo?

Diciamo che sin dalla prima visione di “Orgoglio e Pregiudizio” rimasi piacevolmente affascinata da Joe Wright. Mi piacque come si fosse rapportato a un testo classico come quello della Austen, donandogli una freschezza perduta. Però è vero, non lo annoverai subito tra I miei registi preferiti. Anche se l’interesse di subito forte e lampante. La passione scoppiò del tutto con Espiazione. Quel film mi sconvolse così da tanto che mi fece uscire dalla sala convinta che il mio futuro sarebbe stato nella critica cinematografica. Mi portò a interessarmi ad aspetti più tecnici prima del tutto ignorati.
I film successivi (“Il solista”, “Hanna”, “Anna Karenina”) non fecero altro che confermare questo “amore” per il cinema di Joe Wright. Fino a “Pan” che, pur deludendo le mie aspettative, mi ha portato a scrivere questo libro.

Del tuo testo mi ha colpito in particolare lo stile: si tratta di un saggio scritto come un romanzo. Credo che tu sia riuscita – e non è semplice – a fondere la competenza per l’oggetto (o gli oggetti, se parliamo dei singoli film) dell’analisi con una passione profonda. Puoi pertanto essere letta con profitto da chi ben conosce l’opera di Wright, ma anche da un neofita che abbia voglia di lasciarsi guidare dagli stimoli interpretativi che proponi. Ti riconosci nella mia descrizione? Quali erano i tuoi obiettivi, quando hai cominciato a scrivere?

Il mio obiettivo principale era quello di far conoscere Joe Wright a un pubblico più ampio possibile e recuperare un’autorialità che spesso non gli viene riconosciuta. Ho evitato di utilizzare tecnicismi o espressioni da “addetti al lavoro” proprio perché il mio interesse non era quello di mostrare le mie conoscenze tecniche, ma far conoscere semplicemente Joe e la sua immaginazione messa in campo.

Questa rubrica è dedicata in particolare (non solo, ma principalmente) alla conoscenza di autori e realtà cosiddette emergenti. Volevo quindi chiederti come ti sei mossa per cercare una casa editrice.

Devo ammettere che per una volta nella vita sono stata molto fortunata. Appena finita la stesura della prima bozza ne ho inviato una copia alla Marsilio Editore e una alla Bietti. Conosco entrambe molto bene, avendo a casa un sacco di volumi di entrambe le case editrici, soprattutto della seconda visto che la collana Heterotopia si occupa principalmente di registi e quelli pubblicati sono volumi dedicati ad autori che mi piacciono molto (Nolan, Paul Thomas Anderson, Wes Anderson). Poco dopo quella che sarebbe stata la mia editor mi ha contattata chiedendomi di vederci al Lucca Film Festival perché interessata al mio volume. E il resto è storia.

In alcuni film, più che in altri, si avverte la profonda influenza che il teatro ha avuto sullo stile e sulla poetica di Wright (nell’uso dello spazio, nello studio prossemico ecc.). Quali sono, a parte il cinema, le “influenze” di Elisa Torsiello?

La storia dell’arte. Forse è per questo che mi ha sin da subito attratto il cinema di Joe Wright. Mi ricordo che alle superiori e poi all’università era un piacere studiare l’opera di grandi pittori e scultori come Canova, Michelangelo, Caravaggio, David Waterhouse ecc.
Ovviamente ha giocato un ruolo principale nella mia formazione anche la letteratura, da quella più commerciale (soprattutto in età adolescenziale) a quella più introspettiva.

Dato che questa volta parliamo di un saggio, vario leggermente la formulazione dell’ultima domanda che in genere pongo agli intervistati.
Se potessi suggerire a Joe Wright un romanzo da adattare, quale gli consiglieresti? E che attori gli proporresti di scegliere per i ruoli principali?

Adoro questa domanda. Sicuramente “Miele” di Ian McEwan. Joe è uno dei pochi che sa trasporre sul grande schermo i romanzi di questo autore (che poi è il mio preferito, ma dettagli). Come attori suggerirei quelli che mi sono immaginata nel corso della lettura: Saoirse Ronan, Tom Hiddleston, Tom Hardy e Rufus Sewell.
Altrimenti un’altra storia che ho sempre sognato che Joe Wright portasse sul grande schermo è quella tra Mary e Percy Bysshe Shelley. Sicuramente la versione che ne trarrebbe sarebbe molto meno edulcorata di quello stucchevole romanticismo che tanto caratterizza quella portata recentemente al cinema con Elle Fanning.
Come attori forse Keira Knightley e Aaron Taylor Johnson.

Elisa Torsiello, Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, Bietti Heterotopia, http://www.bietti.it/negozio/joe-wright-la-danza-dellimmaginazione-da-jane-austen-a-winston-churchill/

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Helena Cornell

14 novembre 2018

21Norwich, Mississippi. La prestigiosa cittadina universitaria si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, incurante della scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti.
Catherine O’Bryan, giovane studentessa della Ole Lady, ritornata alla città natale per lasciarsi alle spalle gli spiacevoli eventi del suo recente passato, si imbatte nello spavaldo Tristan, unico erede dell’antica famiglia Averhart, che dimostra da subito interesse per lei, tanto da infrangere ogni regola e divieto si fosse imposto pur di farsi notare. Oltre il sorriso sprezzante del ragazzo, però, si celano ferite molto più profonde di quelle che la sua pelle mostra con fin troppa assiduità. Nel suo sangue si nasconde l’ira di un predatore, una maledizione che nessun Averhart può sciogliere, nemmeno dopo secoli di sofferenza e molte vite spese in tributo.
Fiamme nella notte, riti sciamanici, cannibalismo, corpi che bruciano occultando agli Umani uno dei più grandi segreti della Storia, ma questa è solo routine per gli Averhart e gli altri Cacciatori.
Il nemico li attende nell’ombra, pronto a ucciderli non appena abbasseranno la guardia. I suoi occhi d’ambra non smetteranno mai di fissarli, fino a quando non li avrà eliminati. Tutti.
Solo la Morte potrà placare la sua terribile Vendetta.

Eccoci dunque a scambiare quattro chiacchiere con Helena Cornell, co-autrice, insieme a Julia Sienna, di “Death is not the Worst”, edito da Gainsworth Publishing.

Ciao Helena e grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima riguarda lo pseudonimo: perché hai scelto di pubblicare con un nome diverso dal tuo? E perché hai scelto proprio Helena Cornell? Be’, a me il cognome fa pensare al grande Chris, ma è probabile che le ragioni siano da ricercare altrove!

Ciao Lady Euphonica, guarda ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo perché sono una persona, anche se non si direbbe, abbastanza schiva. Helena perché non solo è il mio nome in lingua inglese, ma per la magnifica Helena Bonham Carter. Il cognome, in parte l’ho scelto per Chris Cornell, ovviamente, e perché richiama il nome delle “Cornelle”, adorando la montagna, e lo “sturm und drang”.
Questo nome mi sembrava un ottimo modo per unire diverse passioni in uno pseudonimo, quella per il cinema, la musica, i paesaggi da sublime e pittoresco. Il tutto usando un nome molto simile al mio. Sono distratta, mi sarei dimenticata di essere la tizia nello pseudonimo se scelto troppo lontano da quello originale. Non girarsi quando ti chiamano è parecchio brutto, non vi pare?

Veniamo poi al titolo del vostro romanzo: “Death is not the Worst”.

Viene in mente Platone. Ci sono altri riferimenti, più o meno espliciti? A cosa è dovuta la scelta dell’inglese?

Platone è la citazione corretta. I riferimenti sono per tanti tra cui la costante fame di vendetta, presente specialmente in opere come il “ Titus Andronicus”, una tra le più sanguinolente e “gore” del beneamato William Shakespeare. Ad alcuni protagonisti succedono cose ben peggiori della morte, esattamente come nel nostro romanzo. In inglese, be’, essendo io anglofila e Julia esterofila, vista l’ambientazione, abbiamo valutato che in inglese dava più il senso di ciò che volevamo comunicare. In italiano sembrava il titolo di una commedia alla Oscar Wilde, ma non era quella la sensazione che volevamo ottenere nel lettore.

Dovendo avventurarsi nelle definizioni, il vostro romanzo potrebbe rientrare nella categoria Young Adult Urban Fantasy. Come avete lavorato su questo genere, tanto amato quanto oggetto di discussioni?

Sono due categorie che preferirei lasciare divise. Il nostro è un Urban Fantasy che strizza l’occhio alla categoria New Adult, ma per una questione prettamente di nostra goliardia personale. Abbiamo voluto giocare con certi cliché: il ragazzo bello e ricco, la nuova arrivata, il cattivo bel tenebroso… ecco abbiamo preso questi brutti “archetipi”, tanto sfruttati e utilizzati, per creare qualcosa di realistico, di nuovo, un azzardo se vuoi. Ma, ragazzi, ha funzionato! In Italia il genere Urban Fantasy è poco pubblicato e anche conosciuto. Come molto meglio di me potrebbe spiegarti il mio caro amico e collega Luca Tarenzi, si fa una gran confusione su cosa sia davvero Urban Fantasy. Il Paranormal Romance, per esempio, non rientra in questa categoria. L’Urban Fantasy non solo porta i mostri nelle nostre città, ma li rende anche “umani”, donando loro una scelta. La mostruosità esteriore non coincide sempre con quella interiore.

Il romanzo “Death is not the Worst” lascia presagire un sequel. È già in cantiere? Cosa puoi anticiparci?

Sì ha un seguito, uno solo, è una dilogia. Il romanzo è già in cantiere e posso dirti che ne vedrete delle belle. Faremo di tutto per dare a questa storia che ci ha viste unite, il degno finale che aspettano i nostri lettori. Vi anticipo che ci saranno molti colpi di scena e che ci faremo perdonare il cliffhanger del primo libro.

Recentemente sei stata ospite al Lucca Comics & Games insieme a Julia Sienna e a Sara Benatti (in arte Aislinn, autrice, sempre per Gainsworth Publishing, di “Né a Dio né al Diavolo”). Il tuo intervento, in particolare, verteva sull’analisi psicanalitica del mostro vittoriano. Puoi riassumerci i punti salienti?

Grazie di questa domanda. Inizierò con una provocazione bella e buona.
I mostri vittoriani, ma ma più precisamente i mostri gotici e le loro influenze letterarie, altro non sono che un branco di sfigati.
Sono persone frustrate, incapaci di vivere le loro vite senza paturnie, o catastrofi dovute principalmente dal fatto di vivere in una società che non si occupava dei suoi malati di mente, ma che li lasciava soli a sé stessi, quando non li rinchiudeva nei manicomi, autentici e spaventosi lager.
Le categorie analizzate nella conferenza sono essenzialmente tre: il narcisista psicopatico, il figlio rifiutato e il Doppelgänger.
Di solito lo svolgimento dei romanzi di fine settecento di questo genere era basato su canovacci che parlavano sempre di misteri da deus ex machina, cattivissimi senza una motivazione valida che volevano sposare la protagonista, eroine narcolettiche ed eroi factotum che salvavano la situazione senza sapere come. Senza contare che l’elemento sovrannaturale era sempre tenuto soffuso, al minimo, quasi come se si rischiasse di scombussolare troppo la mentalità dell’epoca.
Uno dei pochi cattivi interessanti del romanzo gotico puro è Ambrosio di The Monk, personaggio del romanzo di Matthew Gregory Lewis. Monaco bellissimo e molto devoto che cade “ vittima” delle macchinazioni del demonio che lo sedurrà, portandolo a diventare un assassino, stupratore e ad avere rapporti incestuosi, in una spirale di violenza e devianza psicologica mai vista prima. Il protagonista così finisce, da bravo narcisista psicopatico, a non avere alcuna colpa per le nefandezze che compirà.
Prendiamo Dorian Gray. La sua cattiveria diventa estrema perché non era lui a subire le conseguenze fisiche di ciò che metteva in atto ma era il dipinto. Egli è l’incarnazione dello psicopatico narcisista poiché rifiuta ogni responsabilità collegata alle sue azioni.
Come per il serial killer Ted Bundy, di bell’aspetto, piacevole, simpatico con tutti, tranne che con le sue vittime di cui faceva scempio in maniera orribile.
Ambrosio, Dorian e Ted hanno tratti sadici sessuali molto simili, se analizzati nello specifico.
Ogni cosa, nella vita di Dorian, gli ha sempre urlato che l’unica sua dote fosse la bellezza, così ha venduto l’anima per ottenere questa immortalità, rimanendo solo con quella, una scia di sangue e un suicidio finale annunciato.
Passiamo alla categoria del figlio rifiutato: Frankenstein.
Ho preso a esempio le due figure letterarie che secondo me hanno avuto maggiore peso nella sua creazione: Caliban della Tempesta, (si torna sempre a Shakespeare) e al magnifico canto disperato sulla privazione di libertà che è il Satana di Milton. Caliban (che altri non è che la fusione di Jago di Othello e Aronne dal Tito Andronico) e Satana hanno in comune l’essere sibillini, non agire per mano loro, schiavi di un padre padrone che non li ha mai accettati per la loro natura, rendendoli schiavi dei loro desideri e bisogni. Sappiamo che Milton parlava per metafora della sua delusione politica, ma, rimanendo alla pura psicologia, qui si parla di figli rifiutati. Il serial killer del nostro tempo che meglio incarna questo spirito è Charles Manson: lui ha persuaso i suoi seguaci a fare cose terribili, a causa della sua visione distorta della realtà, ma altro non era che un bambino solo, abusato e reietto. La società crea i mostri, difficilmente essi lo fanno da soli, questo mi preme molto ricordarlo.
Per quanto riguarda il Doppelgänger, di solito si tratta di un individuo castrato a livello sociale e familiare: educazione religiosa, codici morali e sociali opprimenti, abusi ecc. ecc. Il massimo esempio di un mostro del genere lo troviamo ne “Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr Hyde” che è stato ispirato da un’opera precedente di James Hogg, “The private memories of a Justified Sinner”, il cui protagonista è Rober Wringhim, cresciuto da una madre calvinista molto bigotta e senza un vero padre. Porta infatti il nome del pastore che l’ha educato, non certo del laird che l’ha messo al mondo (il padre di Robert, dopo aver deciso di non riconoscerlo, gli preferirà sempre il fratello George). A un certo punto, dopo che il suo padre putativo l’ha investito nel ruolo di prescelto per guidare le masse di peccatori verso la luce di Dio, spunta nella sua vita Gil-Martin, uno spirito maligno, un mostro, talvolta descritto come un demonio, che pare essere responsabile di delitti terribili, tra cui l’uccisione del tanto invidiato fratello.
La cosa affascinante di questo libro è che non capiamo nemmeno nel finale se Gil-Martin sia stato o meno artefice di tali crimini o se sia Robert il vero serial killer.
Il Dr Jeckyll invece è un medico rispettabilissimo, ma stanco di doversi castrare nella società vittoriana, tanto perbenista quanto ipocrita. In realtà la sua storia e quella del suo affascinante doppio, quella sorta di folletto piccolo e ritorto che è Mr Hyde (che diventa più grande ogni volta che il buon dottore prende la pozione) ci viene raccontata dal protagonista Gabriel John Utterson, notaio, occhio vigile e vittoriano che indagherà sulla natura del mostro, fino alla sua fine.
Robert e il Dottr Jeckyll sono entrambi due suicidi, spaventati dall’Es che smuoveva il loro doppio “malvagio”
Il dottore però, tra i due, è quello ad avere la razionalità per comprendere il fenomeno, mentre il povero Robert altri non è che la vittima designata.
Due serial killer da prendere in considerazione, Ed Gein (ispiratore di masterpiece come Psycho o di opere gore come “Non aprite quella porta”), figlio di una madre castrante e bigotta che aveva imposto a lui e al fratello un’educazione morigerata e violenta al tempo stesso. Era considerato un po’ un bambinone innocuo, ma, dopo la morte della madre, iniziò a depredare cimiteri e a uccidere donne per creare un vestito in pelle umana che l’avrebbe trasformato in qualcos’altro, una donna, forse.
Il secondo che analizzerò brevemente è Ed Kemper, anche lui cresciuto in un ambiente soffocante. La madre non era bigotta ma una virago che l’ha portato a odiare tutto il genere femminile. Kemper viveva una doppia vita, a contatto anche con le forze dell’ordine, a cui sembrava solo un simpatico chiacchierone da bar, mentre sfogava le sue pulsioni decapitando studentesse.
Sto lavorando a un progetto carino sull’argomento e presto spero di poter dirvi di più. Ma come potete vedere i serial killer non sono così diversi dai mostri gotici e vittoriani.

Oltre che scrittrice, sei anche editor, un lavoro talvolta misconosciuto o frainteso. Puoi raccontarci cosa fa un editor? Quale percorso è opportuno intraprendere per avvicinarsi a questa professione?

Io lo faccio per la casa editrice, ho avuto brutte esperienze con i privati. L’editor è una sorta di impietoso critico: vede quali sono gli errori in una trama, dove il racconto non fila. È colui che analizza le falle nel character building e mostra con un impietoso specchio gli errori dello scrittore, siano essi buchi di trama o deus ex machina, dopo che il suo lavoro è passato già dal correttore di bozze e dal copy editor. Avvicinarsi al mestiere di editor non è facile: bisogna leggere molto, studiare le trame, capire cosa ci piace e cosa no nelle opere altrui e perché. Purtroppo, ci vuole anche una sorta di talento naturale, ma che va nutrito con lo studio e la costanza.

L’ultima domanda è la cifra della rubrica!

Se “Death is not the Worst” diventasse un film e tu potessi scegliere gli interpreti, chi vorresti nei ruoli principali?

Questa domanda mi piace moltissimo! Ovviamente ho già la lista pronta. Per Xander vorrei Woody Harrelson, per Julius Samuel, L Jackson. Per il malvagio William, Tom Hiddleston, mentre la sensuale e latina Reina la vedrei bene interpretata da Salma Hayek. Tristan potrebbe essere Bill Skarsgård e la sua innamorata, Cat, Madison Davemport.

“Death is not the Worst”, Helena Cornell e Julia Sienna, Gainsworth Publishing http://www.gainsworthpublishing.com/index.html#

Se volete incontrare Helena Cornell, Julia Sienna, Aislinn e Luca Tarenzi, potete farlo alla Libreria Cultora di Milano, il 23 novembre, alle ore 18, in occasione di una tappa della loro “Urban Witches on Tour”.

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.