Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2023

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Fabrizio Borgio, autore del libro “Il pittore di langa (Fratelli Frilli Editori) terzo classificato alla tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Fabrizio e complimenti per il terzo posto, dopo due scrittrici uno scrittore. Sei un esponente del cosiddetto folk noir piemontese. Una connotazione così regionale e sociale è parte della tua poetica narrativa?

Grazie, é stata una bella sorpresa. Non so se possiedo una mia poetica narrativa, so per certo che sono il prodotto di una determinata cultura, circoscritta a una regione che ha ancora alcune caratteristiche specifiche. C’è sempre del Piemonte in ciò che scrivo, anche quando non ambiento nella mia regione, perciò penso che si possa affermare che la connotazione di cui parli sia una componente intrinseca del Borgio Fabrizio che scrive.

Usi il dialetto piemontese nei tuoi romanzi? Conosci questa vera e propria lingua o ti avvali di consulenti?

Sì, lo uso, lo parlo anche se non con la scioltezza da madre lingua dei miei nonni e lo scrivo con ampie licenze rispetto alle grammatiche ufficiali. Lo impasto spesso nei dialoghi, nella mia scrittura, anche se realizzare una lingua ibrida, come ha fatto Camilleri con il siciliano, oggi come oggi non ha senso visto che l’utenza che lo utilizza è sempre più rada. Ho un vocabolario e un testo di grammatica piemontese che mi supportano. Infine temo, e lo dico con la morte nel cuore, che il piemontese sia una lingua minoritaria (definizione UNESCO) destinata alla scomparsa esattamente come il panorama umano e culturale tipico di questa regione, le trasformazioni in atto lo portano a una morte naturale.

Proposte di traduzioni per l’estero?

Magari. Scherzi a parte, i romanzi della Frilli editrice sono già comparsi in edizioni estere, il mercato tedesco in particolare è interessato a storie di ambientazione provinciale italiana, chissà se un giorno…

Che accoglienza hai avuto dalla stampa?

Mediamente buona, certo sono un nome piccolo, non posso parlare di fama, al limite di conoscenza da parte di media locali.

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Da piccolo, figlio di lettori e bambino timido e chiuso: una miscela ideale per costruire un lettore in erba appassionato. I libri erano la mia compagnia, i miei amici, i miei viaggi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Tanti, talmente tanti che stilare un elenco sarebbe lungo e ingrato. Pescando a caso e senza citare i soliti noti nomino Tondelli, Høeg, Despentes, Pastor e Avoledo.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ho diversi progetti aperti, i principali consistono in una spy story ambientata in Bosnia, una novelization di un Gioco di Ruolo e un noir da proporre a un’editrice di audiobook.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Ringrazio di cuore, incrociamo le dita e aggiungo l’augurio di risentirci presto.

Chiara Lossani ci racconta il suo “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra”: un inno alla fantasia

4 febbraio 2023

Chiara Lossani autrice di libri per bambini e giovani lettori è in libreria con “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra” edito da Arka. Nell’albo illustrato l’autrice racconta il grande genio artistico del pittore spagnolo e quel modo di rappresentare il mondo usando immagini fuori dai normali canoni arstistici. A portare il lettore bambino a spasso nel mondo di forme e colori di Dalì, una sua creatura: Babù, un ocelotto, un felino selvatico che l’artista teneva come compagnia (come quello della foto sopra con Dalì). Il libro è accompagnato dalle illustrazioni accurate in ogni dettaglio, realizzate da Michael Bardeggia. Abbiamo incontratro Chiara per farci raccontare un po’ di cose sul libro.

Come è nata l’idea del libro dedicato a Dalì? L’editore Arka mi ha chiesto di scrivere il testo per un albo illustrato e all’inizio confesso che ero un po’ spaventata. Dalì è un grande pittore ma non facile per i bambini, con immagini di forte impatto emotivo e con molti collegamenti alla cultura e all’arte che potevano essere di ardua comprensione per loro. Devo dire però che, mano a mano che approfondivo la sua biografia e lo studio delle sue opere, ne sono stata così attratta che ho cominciato a intravedere una possibile via. Ho apprezzato la sua abilità artistica, così come mi ha  conquistato il suo personaggio, volutamente esibizionista e stravagante. Le trovate per diffondere la sua immagine, il modo in cui si presentava in pubblico, mi hanno divertito e ho cercato di raccontarle abbinandole alla sua natura, al carattere, alla sua psicologia. 

Perché la  scelta di Babù, un protagonista dei suoi dipinti per guidare il lettore? Era molto importante trovare il modo per raccontare ai bambini questo grande pittore, e ho capito subito che gli animali potevano essere la strada. Dalì era stravagante anche nella scelta dell’animale da compagnia: è stato visto uscire di casa con al guinzaglio un formichiere, e sono molte le fotografie che lo ritraggono con un ocelot, cioè un leopardo nano: Babou, appunto, che nella storia chiamo Babù per semplificarlo. Ci dicono le sue biografie che Babou stava sempre con lui e con Gala, e dunque per me era il personaggio giusto per fare da tramite con i bambini e raccontare la sua vita e le sue opere. I bambini infatti lo amano molto e mi fanno tante domande su di lui.

Che valenza ha avuto secondo te il modo di fare arte di Dalì? Come dico nel libro, Dalì ebbe la capacità di dipingere in modo personale tutto ciò che costituisce l’invisibile fuori e dentro di noi, l’immaginario, il sogno, la fantasia, un mondo che i bambini conoscono bene e in cui sono immersi, anche se purtroppo oggi vengono inibiti nel rappresentarlo. Questo libro potrebbe essere l’occasione per liberarle la loro fantasia, per nutrirla.

I personaggi dei quadri dicono che “Dalì ci ha dipinti male”, perchè si sento sbagliati? Quanto non comprendono l’artista?  Nella storia che ho immaginato, gli animali si ribellano perchè Dalì non ha rispettato le regole della natura, li ha dipinti come non sono (elefanti che volano, tigri che nascono dalla bocca di un pesce, cavalli che diventano pietra…). E Babù spiega loro che  sono animali speciali, animali della fantasia e quindi appartengono ugualmente alla natura, perchè anche la mente fantastica è natura. E dunque devono essere orgogliosi di questo, perchè sono stati scelti per un compito importante: dipingere la fantasia.

Come avete lavorato con Michael Bardeggia per la creazione delle immagini? Michael ed io lavoriamo con molta sintonia, costruiamo insieme i nostri libri, confrontandoci continuamente. In questo libro abbiamo lavorato molto sul richiamo ai quadri, che infatti invitiamo i lettori a scoprire. nelle pagine.

In una società dove tutto è tecnologico e va veloce, dove non mancano instabilità e paure, il tuo libro può essere visto come un inno alla fantasia? “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra” è assolutamente un inno alla fantasia, al mondo del sogno e dell’invisibile. La spiaggia azzurra dove si ritrovano Babù e gli altri animali è la spiaggia dell’immaginazione, dove tutto è possibile e dove l’unica regola è quella che non ci sono regole. Quando incontro i bambini chiedo loro di disegnare le loro paure,  di portare sulla carta i loro sogni, e dico loro che per Dalì, che da bambino aveva tante paure, era un modo per stare bene.

Se dovessi scegliere una colonna sonora da abbinare al tuo libro, cosa sceglieresti? Il Carnevale degli animali di Saint-Saens mi pare perfetto, e sarebbe bello leggere il nostro libro facendo ascoltare ai bambini come sottofondo questa musica magica e suadente, che sa accompagnare la fantasia.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2023

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Patrizia Debicke, autrice del libro “Il segreto del calice fiammingo”(Ali Ribelli Edizioni) seconda classificata alla tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di cuore di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo secondo posto più che meritato al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il segreto del calice fiammingo. Davvero tanti lettori hanno votato per il tuo libro.

Tanti amici che ringrazio soprattutto perché sono stati abilissimi a giostrare sull’web.

Ho avuto il piacere di leggerlo ed è davvero un libro interessante, ricco di un profondo scavo storico, e soprattutto ben scritto. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

In realtà dal rivedere perfettamente restaurato dopo tanti anni il monumentale e magnifico polittico dell’Agnello mistico, opera di Jan van Eyck nella cattedrale di San Bavone a Gand, commissionato inizialmente dai coniugi Vjidi per la loro cappella funebre a Hubert van Eyck, fratello maggiore di Jan, e alla sua morte (il tutto era stata appena abbozzato) ripreso in mano, rivoluzionato e reso forse il suo massimo capolavoro da Jan van Eyck, emerito Maestro pittore di Philip le Bon, duca di Borgogna. Poi per fortuna di aver trovato dei pagamenti dell’epoca che mi indicavano che Jan van Eyck oltre che per dipingere veniva pagato e lautamente per speciali incarichi, molti basati sullo spionaggio . .. Avevo in mano abbastanza per cominciare…

Il romanzo ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo, precisamente dal 1426 al 1446, con la Guerra del Cento anni che infuria contrapponendo Inghilterra e Francia, immagino ci hai messo anni per approfondire i tuoi studi e le tue ricerche storiche.

Visto poi che affrontavo con spavalderia un secolo molto importante, burrascoso e controverso della storia europea (Inghilterra , Francia, Borgogna, Fiandre, Paesi Bassi, Portogallo, Castiglia, Aragona, Regno di Napol, Stato della Chiesa, i vari stati e staterelli della penisola italica, Genova, Firenze, Venezia, Savoia, Ducato di Milano… ) per me tutto da approfondire , indubbiamente è stato il romanzo che ha richiesto più tempo e ricerche sia per ricostruire una corretta ambientazione, che per mettere insieme tutta la mole di dettagli e fatti storici avvenuti in quell’epoca da utilizzare come scenario. Dai tornei, alle cerimonie, dalle feroci battaglie navali ai complotti, ai repentini cambi di alleanze. Tregue cavallerescamente rispettate in mostruose guerre fratricide ecc. ecc. Anni sì!

Sullo sfondo il Calice, di agata corallina, impreziosito da incastonature d’oro e preziosi successive, dell’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù, giunto fortunosamente nelle mani del re Alfonso di Aragona. Come hai seguito le sue tracce? Dove è conservato oggi? O è un oggetto puramente leggendario?


Detto il Santo Calice è stato usato da ben due pontefici. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in occasione della loro visita pastorale. Lo splendido Calice di Valencia è composto da tre parti: la coppa superiore e il piatto inferiore in pietra e una parte centrale in metallo e pietre preziose. Secondo le prove svolte già molti anni fa dall’ archelogo Antonio Beltran e con l’aiuto di altri scienziati, la coppa superiore di agata è sicuramente risalente a un periodo tra un secolo prima di Cristo e un secolo dopo Cristo. Il piatto o coppa inferiore è invece di origine araba di circa tre secoli più giovane. La leggenda narra che la coppa superiore sia quella usata da Gesù Cristo nell’ultima cena e che, nel terzo secolo un diacono romano, il San Lorenzo della graticola, l’abbia portato con sé da Roma in Spagna a Huesca . Da Huesca poi per sfuggire all’invasione dei Mori, trovò rifugio sui Pirenei dove per secoli restò al sicuro nel monastero benedettino di San Juan de la Peña , fino a quando re Martino I convinse i monaci a donarglielo e in seguito come proprietà della corona di Aragona, fu portato a Valencia. Nel 1424 il re Alfonso V, il Magnanimo, spostò il reliquario nel Palazzo Reale ma dal 1437 fu affidato alla cattedrale di Valencia, dove è tuttora conservato e in esposizione.

Parlaci del tuo personaggio principale, Jan van Eyck , come è nato nella tua mente, come si è delineato per psicologia e carattere? Si discosta molto dal vero Jan van Eyck, come almeno ce lo tramandano i documenti?

Leggendo quanto si è scritto e detto di lui, della sua volontà e immane capacità lavorativa anche descritta nei documenti dell’epoca, diventava più facile creargli una personalità. Ho fatto del mio meglio.
Quindi penso che il mio Jan van Eyck non si discosti troppo da quello vero. Almeno non per quanto si sa della sua vita, della sua eccezionale duttilità come uomo e artista , della vita familiare e delle grandi e difficili imprese portate a termine agli ordini del suo committente. Naturalmente però per il resto ovverosia tante delle azzardate avventure che gli ho attribuito sono frutto della mia fantasia.

Sei considerata una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano. Ti aspettavi una carriera così felice quando hai iniziato a scrivere da “ragazza”?

Grazie le tue parole sono un vero balsamo per il mio cuore. Ma non so se la mia carriera possa considerarsi veramente felice. Diciamo che io sono molto felice di avere qualcuno che apprezza davvero il mio lavoro. Per me che ho cominciato a scrivere da “ragazza quasi sessantenne” non è stato poi così male.

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Non è nato, c’è stato sempre. Che io ricordi ho cominciato a leggere piccolissima e non ho mai smesso. Poi ho provato a scrivere.

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Intanto grazie a Liberi di scrivere per queste gradite domande molto stuzzicanti e per avermi concesso spazio e fiducia. Un nuovo romanzo? Ci sto provando. Sono a un bivio tra due soggetti che ho portato avanti a lungo ma ora a conti fatti non mi convincono davvero . Credo che dovrò cambiare strada. Troppe idee o forse troppo poco tempo a disposizione?

:: Un’intervista con Laura Costantini a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2023

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini, autrice del libro “Il Varcaporta”(‎Dark Abyss Edizioni ) vincitore della tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Laura su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e anche all’estero sempre libri interessanti. Mi è stato detto che alcuni editori stranieri lo seguono per cercare libri da pubblicare nel loro paese. Lo sapevi?

No, non ne ero a conoscenza, ma la notizia non può che riempirmi di entusiasmo. In primo luogo per l’attenzione tributata al blog che hai creato, e che nel tempo ha dimostrato competenza, qualità, trasparenza e grande attenzione alle “storie”. In seconda battuta perché… beh, sarebbe bellissimo se un editore straniero si interessasse al mio steampunk.

Cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo è un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Ho avuto la gioia di essere premiata dal pubblico di Liberi di scrivere più volte e me ne sono sempre stupita. L’emozione e la trepidazione, fino alla mezzanotte dell’ultimo giorno di voto, sono sempre travolgenti. È la possibilità di toccare con mano la vicinanza dei lettori, la loro volontà di metterci la faccia e di dichiarare che hanno amato il libro. Non è una cosa scontata e quindi, quando accade, io sono piena di gratitudine.

Ci vuoi parlare de Il Varcaporta? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea viene da molto lontano. Dai primi anni ’90 quando, reduce da un meraviglioso viaggio in Gran Bretagna e Scozia, sognai la piana di Stonehenge (che avevo visitato e amato alla follia) durante una misteriosa cerimonia del Solstizio d’estate. Il canto dei druidi finiva col richiamare qualcosa di enorme, un monolite cuneiforme, che si piantava nella terra, distruggendo in cerchio di pietre. Quell’immagine era talmente potente da restarmi nella mente per molto tempo e spingermi a farne l’incipit del romanzo, nonché l’evento centrale delle molte vicende a seguire. E, prima che tu me lo chieda, no. La sera prima del sogno non avevo mangiato peperoni né bevuto alcolici.

In che genere può essere classificato?

È uno steampunk, perché è ambientato in un’epoca vittoriana alternativa, ricca di macchinari e tecnologia anacronistica. Ha tocchi di fantasy e di fantascienza, perché ciò che i druidi hanno ottenuto con la cerimonia durante il Solstizio d’estate del 1887 è l’apertura, del tutto involontaria, di un varco dimensionale. Tradisce in parte l’estetica dello steampunk classico, perché treni, navi, turbine e macchine volanti sono alimentate non dal carbone e non dal vapore, ma da una misteriosa sostanza scaturita dopo l’impatto del monolite. Sostanza che, a tutti gli effetti, è un personaggio importantissimo nella storia.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

Lettrici e lettori lo stanno amando molto, anche quando si imbattono in personaggi controversi come la duchessa Astrea. Le recensioni sono per lo più favorevoli, quattro e cinque stelle. Quelle delle blogger sono argomentate e stanno svolgendo un importantissimo lavoro di promozione. “Il Varcaporta” è stato accolto con entusiasmo anche nelle collezioni di alcune biblioteche pubbliche e il prossimo 9 marzo, nell’ambito di una rassegna sul fantastico, avrò l’onore di parlarne nel circuito delle Biblioteche di Roma Capitale. Il tasto dolente è la stampa. Nonostante io sia una giornalista, trovare spazio nelle rubriche dedicate ai libri, sia in tv che sulla carta stampata, presuppone avere alle spalle una casa editrice molto forte e molto quotata. La Dark Abyss Edizioni è una realtà giovane che si sta facendo conoscere ora. Ma l’ho scelta – dicendo di no a CE più conosciute e accreditate – fidandomi del mio istinto.

Proposte di traduzioni all’estero?

Non ancora, ma ci stiamo lavorando.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Mi definisco una lettrice prima ancora che un’autrice. Leggere è una passione che mi accompagna fin dal momento in cui ho capito come decifrare le lettere che componevano le parole e le parole che componevano le frasi. Non ti farò nomi di grandi scrittori italiani o stranieri, perché ormai da anni mi faccio un dovere di sostenere la piccola editoria e quegli scrittori che, anche con decine di pubblicazioni alle spalle, continuano a essere definiti “in erba”, “aspiranti”, “emergenti”. Sono loro ad aver bisogno del passaparola. Quindi vediamo: amo leggere libri horror (quelli che adesso sui social non puoi neanche nominare), fantasy, storici, thriller, gotici. Le mie letture preferite sono: Lucia Guglielminetti che ha al suo attivo la saga del vampiro Raistan Van Hoeck più altri titoli sempre di genere oscuro; Federica Soprani, sopraffina autrice dalla scrittura che scolpisce, ricama, dipinge e, immancabilmente, squarcia anima e cuore; Rossana Porcu e Andrea D’Angelo che scrivono (non insieme) fantasy originalissimi e pieni di spunti di riflessione; Galatea Vaglio, divulgatrice storica che scrive romanzi sopraffini, come anche Barbara Frale, altra firma di storici da non perdere; Alessandro Girola, Michele Borgogni, Sveva Simeone, perché scrivono storie “disturbanti” con una fantasia pop meravigliosa. In questo momento sto leggendo “Mezzo giro di velluto” di Mirco Cogotti, una storia di realismo magico ambientata in Sardegna che mi rimanda molto alla Allende, senza aver nulla di invidiarle.

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Come parte del duo scrittorio con Loredana Falcone, sì. Stiamo scrivendo una storia che è un sequel per un nostro romanzo storico uscito qualche anno fa. Inoltre abbiamo un giallo storico inedito ambientato a Torino nel 1900 cui stiamo cercando una casa. Da sola ho scritto una storia molto dark ambientata a Edimburgo nel 1881 e verso la fine di quest’anno ne sentirete parlare. Insomma, lavoro sempre a qualcosa di nuovo, perché scrivere è una passione cresciuta di pari passo a quella della lettura. Per questo sono io a ringraziare te, Liberi di scrivere e tutti i lettori che hanno voluto spendere un po’ del loro tempo per votare “Il Varcaporta”.

:: I principi del mare (Il Ciliegio 2022) di Andrea Gualchierotti: intervista all’autore a cura di Emilio Patavini

23 dicembre 2022

Il 28 ottobre di quest’anno è uscito per le Edizioni Il Ciliegio il nuovo romanzo di Andrea Gualchierotti, I principi del mare. Andrea Gualchierotti è un autentico appassionato del fantastico, e in particolare della narrativa sword and sorcery: basti pensare che la bella illustrazione di copertina realizzata da Iacopo Donati si ispira a un numero della mitica rivista Weird Tales (novembre 1932) in cui viene raffigurato uno scontro simile con un mostro marino. Ma di cosa parla I principi del mare? Siamo sul finire dell’Età del Bronzo, anni dopo la caduta di Troia, in un periodo in cui la «generazione famosa degli eroi» è ormai pressoché tramontata. Dopo il suo lungo peregrinare, finalmente Ulisse è tornato a casa, a Itaca, dove ha fatto strage dei Proci, i pretendenti al trono e alla mano di sua moglie Penelope. Tra di essi viene ucciso Anfinomo, il fratello di Alkas. Alkas, il protagonista del romanzo, è principe di Dulichia, un’isola vicino a Itaca citata nel canto XIV dell’Odissea. La situazione diventa pericolosa per Alkas, e suo padre, re Niso, lo convince a fare vela verso l’Epiro, presso la corte di Cheleo e di sua moglie Calliroe, ma questo è solo l’inizio delle sue avventure… Chi lo leggerà troverà il romanzo avvincente e ricco di avventura, e noterà la presenza di un lessico attento al contesto storico (con termini come megaron, wanax, aristoi) e ricercato, che non di rado adotta anche arcaismi come lucore, aduggiato, favella e icore. Si tratta di una lettura consigliata a tutti gli amanti della mitologia classica e dello sword and sorcery.

Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere! Grazie per aver accettato questa intervista. Dal romanzo traspare tutta la tua passione per l’antichità. Quanto è importante il lavoro di documentazione per un fantasy ma pur sempre di chiara impronta mitologica?

La risposta è semplice: molto. I miti sono materia complessa, e come spunto narrativo li vediamo spesso fin troppo banalizzati, usati e travisati per vestire storie e idee moderne, con cui hanno poco a che fare. Per chi non legge fra le righe: sì, mi riferisco ai cosiddetti “retelling” di biografie mitiche, con personaggi le cui psicologie vengono appiattite al nostro presente. Invece, nel mito, c’è ben altro. La forza dei simboli, dei grandi archetipi. Il fascino esotico di luoghi e situazioni perdute. I culti pittoreschi e intriganti. Leggendo gli antichi autori, da Apuleio a Omero, questi tesori sono a portata di mano, per chi sa cercarli. Infiniti spunti per trame, scenari e non solo che aspettano unicamente di trovare nuova vita.

Il tuo romanzo è un esempio di fantasy mediterraneo. Potresti chiarirci meglio qual è la definizione di “fantasy mediterraneo” e fornirci qualche altro esempio di questo sottogenere? Non si tratta dell’ennesimo sottogenere, o dell’ultimissima etichetta, di cui non c’è bisogno. Il termine racchiude semplicemente tutte quelle storie che ruotano intorno a scenari dal sapore appunto mediterraneo: l’antico Egitto, la Grecia dei miti, Roma antica, gran parte del Medio Oriente, ma non solo. E che da queste terre e dalle loro culture – ricchissime – traggono spunto. Che bisogno c’è di andare a cercare la millesima saga nordica, il solito reame medievale simil inglese, quando la nostra tradizione ci offre un panorama ben più vasto e intrigante di leggende, vicende storiche cui ispirarsi, mitologie, credenze fantastiche? Abbiamo gli intrighi degli imperatori bizantini, le creature mostruose delle Alpi, le antiche rovine megalitiche Malta e le città perdute nel deserto siriano…potremmo non finire mai! Per inciso, poi, moltissimi dei grandi autori del Fantastico, paradossalmente anglosassoni, fin dalle origini hanno tratto spunto da questi contesti. Il Gotico sceglie l’Italia per le sue storie di misteri e spettri. Il ciclo di Conan di Robert E. Howard trabocca di suggestioni tratte dal mondo classico. De Camp ha scritto il ciclo Pusadiano cui appartiene l’Anello del Tritone. Gemmell ha creato la saga dei Parmenion. Citerei poi, qui in Italia, la serie dei volumi dedicati alla Legione Occulta di Roberto Genovesi, o la duologia di Franco Forte sulle avventure segrete di Giulio Cesare. E questi sono solo alcuni esempi. Insomma, oltre a vichingi e compagnia, c’è molto di più.

Quali sono gli scrittori che più ti hanno influenzato?

Il trittico sacro è formato da H.P.Lovecraft, Robert. E. Howard, Clark A. Smith. Ma non posso non citare anche H.R.Haggard, Lin Carter e…no, cominciano a diventare troppi!

A proposito di Lovecraft… Un culto ctonio legato a un «ignoto dio», esseri «inumani», visioni capaci di condurre l’uomo «in una pazzia eterna che persino le ombre temono», un «orrore abissale» evocato dalla magia nera… nel tuo romanzo sono presenti molti echi lovecraftiani. Confermi?

Sì, almeno in parte ho cercato di trasfondere alcune influenze che provengono dall’estetica lovecraftiana, ma si tratta di una veste esteriore, con cui comunico al lettore – tramite un linguaggio divenuto ormai quasi pop, quello degli “orrori indicibili” – qualcosa che in realtà attiene alle concezioni religiose antiche. Lovecraft inventa nuovi dèi alieni perché quelli tradizionali, con i loro inferni, ritiene non possano più fare paura agli uomini moderni. Ma i protagonisti del mio libro vivono ancora in un mondo primevo, dove la Natura, la presenza del Divino, e l’esperienza del soprannaturale, sono terribili e destabilizzanti a pieno titolo, anche senza dover supporre un cosmo privo di senso in termini lovecraftiani. I mari immensi, le foreste bisbiglianti, le divinità altere e lontane di un mondo ancora in parte inesplorato come quello dell’età del bronzo, erano ancora fonte di orrore e timor sacro, quello che fa sciogliere per i brividi le ossa e i muscoli. Per rendere queste sensazioni vivide e fruibili al lettore in maniera più avvincente, ho attinto a mio modo al linguaggio di Lovecraft (e non solo). Insomma, ricetta antica, veste “nuova”.

Come è nata la tua passione per lo sword and sorcery?

In maniera molto naturale: da ragazzino già amavo il fantasy in senso lato, tra librogame e altro, e scoprendo in edicola e in libreria le edizioni economiche targate NewtonCompton di molti classici, mi sono avviato alla scoperta di parecchi autori. Ho visto subito che coincidevano con il mio gusto: storie piene di magia, a volte anche macabre, ricolme di avventure in terre perdute…esattamente quel che mi piace leggere ancora oggi!

Il personaggio di Ulisse, mosso da sete di avventura e segnato dall’«empietà», mi è sembrato più vicino alla visione che ne aveva Dante che a quella di Omero. È interessante anche la scelta di mantenere il nome latino dell’eroe, rispetto a tutti gli altri personaggi che hanno invece nomi greci.

Partendo dalla fine: ho scelto di utilizzare la versione latina del nome di Odisseo in quanto più familiare ai lettori, che in molti casi non sanno che “Ulisse” è una traduzione, per quanto antica. Quanto al personaggio vero e proprio, diciamo che sapevo di doverne costruire una mia versione personale. Maneggiare simili icone è rischioso, molto. Troppi l’hanno fatto, e molti sicuramente meglio di me. Ecco quindi che il mio Ulisse non è né quello di Omero, né quello dantesco. Del primo prende l’empietà, il suo essere inviso agli dèi. E non perché – come si potrebbe pensare – con una curiosità che tanto piace a noi moderni voglia esplorare luoghi sconosciuti (attitudine che pure ha, ma che come rilevi è posteriore all’originale mitico, e che l’eredità dantesca accentua). Ma perché, come nei veri poemi e anche nel mio romanzo, è spesso violento, commette azioni riprovevoli di cui magari in seguito si pente, ma che continuano nondimeno a generare conseguenze. Dall’uccisione di Anfinomo, il procio “buono” la cui morte innesca la trama de “I Principi…”, ai fatti legati al personaggio di Philèmone. Il mio Ulisse, insomma, è quasi un villain.

Possiamo dire che nel tuo romanzo, al pari del poemi antichi, il vero motore dell’azione è il Fato, che tu descrivi come un «destino incomprensibile, ignoto persino agli dei»?

Credo di sì. E’ qualcosa che ho già sperimentato in parte ne il mio precedente “La stirpe di Herakles”, che pure con intenti diversi, condivide qualcosa dello spirito del nuovo romanzo. Il destino è un ottimo combustibile drammatico. Maggiormente i personaggi lotteranno per evitarlo, più lo favoriranno, rendendosi protagonisti di vicende interessanti. Che il fato esista o meno, ciò che conta è la percezione di sentirsene avviluppati. Essendo uomini del mondo antico, ai miei protagonisti viene naturale immaginare che sia così, e che anche gli dèi si agitino, come loro, in una gabbia da cui non possono fuggire, sebbene sia più grande e comoda. Il cosmo è una ragnatela, il fato un aracnide instancabile che divora i desideri degli uomini, assecondandoli talvolta solo per scopi che non sanno. Non c’è uscita dalla trappola, il titanismo è un trastullo: la condizione umana, anche per gli eroi, è fatta di scelte quasi obbligate.

Senza anticipare nulla, il finale lascia aperta la possibilità di un seguito. Hai in previsione di scrivere ulteriori volumi con protagonista Alkas?

Non credo. Sebbene non escluda – in futuro, ma non subito – di ambientare altre storie nel torbido tramonto del mondo miceneo, la visione del futuro di Alkas non va oltre l’ultima pagina del libro attuale. Il finale de “I principi…” mi soddisfa molto, e credo che aggiungere altro ne snaturerebbe il feeling. E’ bello che si concluda in un certo modo, e che lasci un margine di non detto su alcune cose. Palesarle, le sminuirebbe.

Andrea Gualchierotti (Roma, 1977) è autore dei romanzi di fantasy mediterraneo La stirpe di Herakles, I principi del mare e, assieme a Lorenzo Camerini, dei volumi Gli Eredi di Atlantide e Le guerre delle piramidi, tutti editi da Il Ciliegio. Ha pubblicato vari racconti a tema fantastico. È direttore editoriale della rivista Hyperborea (https://hyperborea.live/) e collabora con l’associazione culturale “Italian Sword & Sorcery”.

Source: si ringrazia l’autore per aver gentilmente inviato una copia del libro in formato pdf al recensore.

:: Un’intervista con Elisa Guidelli, in arte Eliselle a cura di Giulietta Iannone

15 dicembre 2022

Bentornata Elisa su Liberi di scrivere, sono felice di ospitarti per questa nuova intervista. Hai appena scritto un libro per ragazzi molto particolare, dal titolo She- Shakespeare, ce ne vuoi parlare?

Grazie innanzitutto dell’ospitalità! She-Shakespeare racconta la storia della piccola Judith Shakespeare, che sbirciando tra le pagine dei libri di casa vede nascere in sé il desiderio fortissimo di andare a scuola. Scuola che però, nel XVI secolo è riservata ai maschi. Judith non vuole rassegnarsi e rinunciare alla vita che vorrebbe per sé e, quando vede in soffitta dei vecchi abiti da ragazzo, inizia a pensare a come aggirare il divieto.

Raccontaci un po’ com’era, da storica, la vita delle bambine inglesi nel XVI.

Le bambine e le ragazzine venivano cresciute con il compito bene chiaro di occuparsi, da ragazze e da adulte, della casa e della famiglia. Tutto ciò che era economia e lavoro domestico era contemplato, cura dei fratelli e dei padri per propedeutico alla cura, un giorno, dei figli che sarebbero arrivati. Le più fortunate, quelle appartenenti alle classi più agiate, potevano avere un tutore per imparare a leggere, scrivere e fare di conto, ma nulla più, dal momento che la dote matrimoniale sarebbe stata gestita dal futuro marito. Con esiti alle volte disastrosi.

Sulla vera identità di Shakespeare hanno costruite leggende, quindi non è tanto assurdo immaginare che fosse una donna, una ragazza. Chi nel passato per primo l’ha ipotizzato?

Già nell’Ottocento si comincia a ipotizzare che William Shakespeare fosse in realtà uno pseudonimo fittizio per celare altre identità. Si è parlato di Francesco Bacone, dei fratelli Florio, e c’è chi si è spinto a suggerire che fosse la stessa regina Elisabetta, appassionata di teatro, a scrivere, o una cortigiana della sua corte che, essendo donna, non poteva firmare le proprie opere. Sono tutte ipotesi interessanti e ricche di suggestioni, in cui una come me ci sguazza!

Dunque Judith Shakespeare si finge maschio per potere accedere a una scuola preclusa alle donne. L’istruzione, la cultura la letteratura come arma di emancipazione, di libertà e di autodeterminazione. Le donne sono state tenute lontane dagli studi superiori, nel passato e in alcune culture anche nel presente, per poterle dominare, per impedirgli di prendere coscienza di sé. E’ corretta questa interpretazione?

Nel presente, dati alla mano, abbiamo ad oggi 132 milioni di bambine che non hanno accesso all’istruzione per motivi politici, religiosi, culturali. E la cultura è da sempre uno strumento di emancipazione che permette a chi lo utilizza di abbattere differenze, divisioni, muri troppo alti. Le donne vengono tenute in un recinto, ancora oggi, in moltissimi luoghi, è ora di cambiare la situazione una volta per tutte.

Pensi che il tuo libro possa essere di aiuto alle ragazze, anche molto giovani, che si formano in questi anni difficili dove la parità di genere sembra assodata ma ci sono ancora tante discriminazioni. Per una donna è sempre difficile emanciparsi?

Può essere utile per riflettere sui corsi e ricorsi della storia, sul non dare mai nulla per scontato, anche quando alcune libertà sono state apparentemente raggiunte. Basta un soffio di vento per farle svanire e bisogna sempre stare all’erta per evitare di vedersele scippare da sotto il naso con la scusa di “bisogni maggiori” e “crisi inevitabili”.

Parlaci del teatro in epoca elisabettiana, non più teatro medioevale, non ancora teatro moderno. Un punto di incontro?

La tradizione teatrale inglese affonda le sue radici nelle sacre rappresentazioni all’interno delle chiese, che verso la fine del XIII secolo, escono da lì per svolgersi sui sagrati o nelle piazze. In questa fase si trasformano nelle miracle plays, che diventano di fatto rappresentazioni teatrali. La loro naturale evoluzione sono i morality plays, dei componimenti a carattere didattico e religioso che nascono alla fine del XV. In questa tradizione, nasce il genio di Shakespeare, che traghetta questo sapere verso il teatro rinascimentale elisabettiano.

Belle le illustrazioni di Arianna Farricella, come avete lavorato assieme?

Arianna ha fatto un lavoro bellissimo e la cover è super! Dopo aver letto il romanzo, mi ha mandato qualche bozza, e poi una lista dove con poche parole mi comunicava come “vedeva” le varie aperture: io non ho fatto altro che dire sì praticamente a tutto. Geniale.

Che responsabilità si hanno a scrivere testi per un pubblico di lettori anche molto giovane? Credi serva un approccio differente rispetto a quando si scrivono storie per adulti?

Io quando scrivo, scrivo. Non mi pongo problemi di linguaggio o tematiche di sorta perché sarebbe come dire che i ragazzi capiscono meno degli adulti (ti dirò, molto spesso è il contrario) o certe cose non possono affrontarle. Inoltre c’è il discorso della “discriminazione” che viene fatta nei confronti della letteratura per ragazzi, derubricata a volte a un genere “più semplice” o “minore” non solo da scrivere, ma anche da leggere e comprendere: non è affatto così, ci sono molti esempi di romanzi per ragazzi che lo dimostrano.

Nel ringraziarti per la disponibilità ti chiederei come ultima domanda qualche notizia sui tuoi progetti futuri.

Sto facendo ricerca per un nuovo romanzo per ragazzi, dal tema difficile. Lo sento necessario per diversi motivi legati al mio interesse personale per questo tema, e perché credo sia il momento di parlarne.

Ah, ho sentito parlare di progetti cinematografici… sono progetti concreti?

Ci sono diverse cose in ballo, interessanti, sia per lungometraggi che per serie tv. Incrocio le dita e spero che il 2023 porti belle conferme!

Ora è davvero tutto, ancora grazie.

Grazie a voi!

:: Un’intervista con Dott. Tiziano Ciocchetti Responsabile area Mondo Militare · DIFESA ONLINE a cura Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Benvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Bando ai preamboli data la grave situazione internazionale, mai così fluida e degli sviluppi imprevedibili. Siamo al 219° giorno di guerra “aperta” da quando l’esercito russo è entrato militarmente in Ucraina, tenendo presente la guerra “ibrida” che si trascina dalla fine del 2013 o per meglio dire dal “presunto” colpo di stato di piazza Maidan, la rivoluzione della piazza dell’Indipendenza. Putin annette territori, dalla Crimea in avanti, senza badare al riconoscimento da parte degli altri stati, delegittimando in parole povere sia il Diritto internazionale, che i dettami dell’ONU, che la prudenza. Perché secondo te usa questa strategia apparentemente senza criterio?

Putin vuole rompere l’Ordine Mondiale in essere dalla fine della Guerra Fredda, ovvero l’egemonia statunitense nel Mondo. La necessità di annettere territori che separino la Federazione Russa, dai paesi aderenti, alla NATO è dettata dalla storica paura dell’accerchiamento e quindi dalla necessità di creare profondità strategica. Per quanto riguarda il Diritto Internazionale, per Mosca è solo una costruzione occidentale, regolarmente violato quando fa comodo anche dagli USA (vedi Iraq e altre invasioni di stati sovrani compiuti da Washington).

Tra poche ore, probabilmente quando uscirà questa intervista sarà già avvenuto, a Mosca Putin si appresta a ufficializzare l’annessione di quattro regioni amministrative dell’Ucraina: Donetsk, Louhansk, Zaporijia e Kherson. Che conseguenze avrà un passo simile, di tale gravità sul corso della guerra? Se quelle regioni diventeranno territorio russo, oltre a violare l’integrità territoriale dell’Ucraina, già messa in criticità con l’annessione della Crimea, Putin sarà legittimato a difendere il territorio “russo” anche con l’atomica. Tutto ciò implica sia conseguenze giuridiche che politiche che economiche. E Biden e NATO non staranno certo a guardare come spettatori inerti. Forse neanche Pechino sarà d’accordo, riferendoci a Taiwan e alla sua sensibilità verso l’integrità territoriale delle nazioni.

Cambierà l’impegno russo nella guerra. Putin invierà sempre più uomini e mezzi, inoltre ci sarà meno riguardo per le installazioni civili. In merito alle armi nucleari, non credo che il Cremlino le utilizzerà, in quanto scatenerebbe una escalation nucleare di proporzioni immani. Pechino è d’accordo solo con ciò che gli fa comodo, oscilla da una posizione all’altra con molta disinvoltura.

Quali sono i piani di Putin? Sono mutati nel corso di questi ultimi mesi? Chi lo consiglia? Quali sono i suoi più stretti collaboratori?

Sicuramente il ministro della difesa Šojgu, l’unico che abbia realmente cognizione della situazione sul terreno. I piani sono sempre gli stessi: portare l’Ucraina fuori dall’orbita NATO e occidentale.

Puoi delinearci un bilancio di questi mesi di guerra da un punto di vista strategico e militare?

Lo scopo principale dell’analista non è quello di fare la “cronaca della guerra” come fanno i giornalisti ma di cogliere la differenza tra le tendenze di lungo periodo e le oscillazioni momentanee. A lungo infatti sia gli analisti che il pubblico si sono chiesti nel corso di questi oltre 7 mesi di guerra se le varie sconfitte alle quali sono state sottoposte le armate di Mosca siano stata delle semplici battute d’arresto (ascrivibili a momentanee oscillazioni) oppure, prese complessivamente, rappresentino il segnale che “la marea ha cambiato il suo corso e la guerra avrà ora un esito favorevole all’Ucraina”.

Anticipo già la risposta dicendo che: no, nonostante tutto non è condivisibile l’affermazione che l’esito della guerra stia cambiando in favore di Kiev, cerchiamo nondimeno di analizzare il tutto in maniera asettica per capire come siamo arrivati a questo punto e come le cose potrebbero evolvere nel prossimo futuro.

È indubbio che l’Ucraina non sta resistendo da sola. È già uno scontro USA NATO Russia, si può secondo te tornare indietro? che passi consiglieresti di fare, che compromessi sarebbero necessari perché davvero non diventi una Guerra Mondiale a tutti gli effetti?

Gli USA e la NATO sono coinvolti fin dall’inizio, direi da molti anni, e non credo si possa tornare indietro. La guerra ucraina è uno scontro tra Russia e USA, l’Europa si trova nel mezzo e sta subendo danni seri.

Il vertice di Samarcanda tra Russia, Cina ha secondo te consolidato l’asse strategico Russia – Cina? O pensi la Cina (insieme all’India) sia pronta a defilarsi magari in extremis se la situazione sfugge di mano?

La Cina guarda solo al proprio interesse, gli assi si possono rompere. Ovviamente Pechino necessita di un alleato forte per contrastare gli Stati Uniti. L’India sta continuando nella sua tradizione di paese non allineato, ma osserva la Cina e le mosse che farà.

Grazie delle risposte, spero siano utili per fare chiarezza.

Roma, 30 settembre 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina, e le sue ripercussioni sulle più ampie Relazioni internazionali a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Grazie professore di questa nuova intervista dopo 219 giorni di guerra, dalla cosidetta “Operazione speciale” in Ucraina della Russia. Le domande che le farò non verteranno unicamente sulla “Questione ucraina” nello specifico ma anche soprattutto sulle ripercussioni di questo scontro armato “aperto” sulle più ampie Relazioni internazionali.
Volendo essere ottimisti, o perlomeno ragionevoli, il conflitto atomico non scoppierà e si raggiungerà un compromesso che ricomponga le divergenze per quanto insanabili. Posta la premessa dunque, che tutti ci auguriamo non sia smentita dai fatti, che forse, anche tra alcuni mesi, la pace tra Russia e Ucraina sarà siglata, le relazioni tra Russia e Occidente non saranno più le stesse. Come valuta lo spostamento a Oriente della Russia, già solo alcuni anni fa impensabile, e la sua prevedibile conseguente asiatizzazione?

Accolte le cautele, condivise le speranze, si tratta di accettare che le cose del mondo d’oggi sono molto diverse da quelle di qualche anno fa. Per dirla alla buona, il mondo (intendo quello nel quale si muovono gli stati) è andato incontro a una specie di disfacimento complessivo, allo sgretolamento di tutto quello che se ne pensava, e anche di quel che se ne scrisse – e di quel che dicono gli studiosi! Fino a pochissimi anni fa, si parlava di “New American Century”, di un nuovo mondo liberale, di nuovo ordine democratico: ebbene, le cose stavano all’esatto contrario. Mi sono sforzato, un’infinità di volte, di spiegare che il nostro tempo è quello in cui siamo fuoriusciti da un’età ordinata e solida, con qualcuno che comandava il mondo, e tanti altri che obbedivano. Ma poi il giocattolo si è rotto, e il mondo non è più pacifico e ordinato, ma è al contrario caduto in un vortice di disgregazione e di ottusità. Un solo esempio: tutti sapevamo che l’avventura afghana non poteva che finir male (e per tutti! afghani e americani), ma fino all’agosto del 2021 nessuno se ne era preoccupato. Tutti (o almeno chi aveva il compito di essere informato) sapevano che nel 2014 Putin aveva già occupato la Crimea e che una “piccola” guerra era dunque iniziata – ma nessuno se preoccupò.

Dico ciò perché il vero e grande (nonché sottaciuto) problema delle relazioni internazionali oggi è proprio l’ignoranza, condita di superficialità e banalizzazione. Le (ridicole) chiacchere di molti quotidiani o di star di talk show, o i diari di guerra che molti quotidiani ci ammanniscono giorno per giorno sull’andamento delle operazioni militari in Ukraina ci dicono che non sanno guardare più in là del loro naso. L’idea era che si trattasse di episodi che avrebbero esaurito la loro portata nello spazio di qualche settimana e con qualche centinaio di morti… Non è la prima volta che uno stato decide di annettersene un altro. Un secolo e mezzo fa il Messico rifiutò di cedere la “sua” California, che tale era sotto ogni qualsiasi ipotizzabile principio, e gli Stati Uniti non fecero altro che dichiarare guerra al Messico (regolare e normale stato secondo il diritto internazionale del tempo) e conquistare quella California che, se oggi non fosse degli Usa avrebbe avuto ben diverso destino.

Detto meno polemicamente (ma senza torcere un capello alla verità storica), la storia dell’ultimo mezzo secolo può essere così riassunta: caduta del Muro di Berlino e fine del bipolarismo; apparente vittoria dell’Occidente; declino (drammatico) dell’URSS che addirittura scompare dalle carte geografiche, creazione di un nuovo stato che pretendeva conservare il suo vecchio ruolo di seconda più grande potenza del mondo, ma era in realtà un paese di dimensioni medio-piccole, con una popolazione limitata, un PIL penoso (esclusi petrolio e gas che non sono “prodotti” ma pure e semplici risorse naturale), un sistema industriale arretrato, una cultura declinante (né Dostojevski né Tolstoi abitano più là) – una popolazione triste povera e sovente affamata. Da parte sua, l’Occidente era soddisfatto dei suoi successi e dei suoi privilegi e considerava ognuna delle crisi locali (Iraq, Siria, Libia, Yemen, e via discorrendo) puri e semplici casi della vita che, prima o poi si risolvono da soli…

A fronte dell’ignavia di una società politico-internazionale ottusa stanno però alcune migliaia di persone uccise invano: quella che si sta scrivendo è una delle più brutte pagine della storia del mondo – e non solo occidentale, come se tutta una tradizione storica si stesse destrutturando senza aver ancora (per fortuna?) capito come si potrebbe costituire una nuova società internazionale.

Le parole sono importanti, specie quando si parla di Relazioni internazionali, e Scienze diplomatiche, l’utilizzo di alcuni termini a discapito di altri può essere essenziale anche quando si sta cercando di comporre una pace mai così difficile dal termine della Seconda Guerra mondiale ad oggi in Europa. Che parole utilizzerebbe per delineare una pace possibile? La Russia accetterà mai il concetto di integrità territoriale, vero punto di divergenza con la Cina, penso a Taiwan. Se no ci si incanalizzerebbe nel “due pesi e due misure”.

Posso così passare al secondo punto: come potrebbe essere la pace? La domanda è troppo complessa per una risposta bruciante, ma posso dire che sto finendo di scrivere un libro che parla dell’esatto contrario, e cioè di che cosa sia la guerra, non in termini di vittoria e sconfitte, di armi e di conquiste, ma del suo significato: mentre la pace ha un significato profondo – regolamentare i rapporti tra decine e decine di stati che agiscono in nome dei propri cittadini e non perseguendo un interesse nazionale che proprio non si sa che cosa sia –e utilissimo perché è la condizione materiale per la vita degli esseri umani, la guerra non è altro che la condizione materiale per la loro morte.

E allora, che senso ha il concetto di “integrità nazionale”? Essa non è altro che una parentesi, più o meno lunga, della storia materiale (riferita ai territori e non ai confini, che non esistono) di determinate porzioni del pianeta, delimitata tra un assetto politico-istituzionale e un altro. Né la Russia né la Cina possono immaginare che cosa sarà del futuro, ma si può immaginare che la prima continuerà a declinare a lungo, e la Cina resterà alla finestra per altrettanto tempo. La prima è povera e lo sarà di più, la Cina si limiterà, per ora, a curare la propria crescita “controllata” e non più disordinata. L’una e l’altra hanno condizioni esistenziali grandi e opposte: la Russia è più grande della Cina, ma la sua popolazione è la decima parte di quella cinese. In termini di pura forza potenziale non c’è partita perché la prima è circondata, a est e a ovest; la Cina ha invece l’immenso spazio dell’oceano pacifico…

Può esplicitarci il concetto di dottrina del contenimento della Cina?

La Cina non può più essere materialmente contenuta perché è l’unico stato che dispone di tutte le risorse, umane e materiali, per resistere in qualsiasi condizione. Ma essa ha una specie di “palla al piede”, la sua popolosità. Dovesse mai richiedere alla sua popolazione uno sforzo comune e unitario, difficilmente riuscirebbe nello scopo e, anzi, rischierebbe di provocare sommosse o addirittura assalti al potere centrale. Ma la Cina ha anche un passo lungo e lento: il caso di Hong Kong lo dimostra. E’ nelle mani dalla Cina da ormai un quarto di secolo e i costi politici dell’”invasione” sono stati minori dei vantaggi economici conseguiti. Un’ipotesi-Taiwan sarebbe ovviamente molto più complessa e sanguinosa, più per motivi storici che attuali, e forse la Cina potrebbe accontentarsi di rivendicare una sua vaga proprietà sull’isola, e aspettare che le cada tra le braccia, anche tra molti anni.

Se poi si immagina un contenimento fatto di postazioni missilistiche occidentali collocate tutt’intorno alla terra e all’oceano, si farebbe null’altro che, per un verso, provocare inutilmente la Cina e, per un altro, cercare di realizzare un compito “impossibile”, perché la Cina ha confini troppo grandi e lunghi per poterli controllare.

Insomma, l’Asia continentale è ancora lontana, e nell’Asia c’è la Cina. Dunque, non è vero non lo è ancora, che “la Cina è vicina”.

La progettazione della nuova governance mondiale rientra tra gli obiettivi strategici ritenuti più rilevanti dal governo di Pechino?

Non credo che la Cina abbia, oggi come oggi, interessi strategici in riferimento all’ordine mondiale. Per dirlo con un paradosso, la Cina è sufficientemente grande per bastare a se stessa: che interesse potrebbe avere a mettere le mani sull’ordine mondiale? Direi che non rientra neppure tra le ipotesi di più lungo respiro. Governare la Cina è già come governare mezzo mondo… e poi sembra più interessata all’Africa e alle sue risorse che non all’Europa e ai suoi capricci.

E’ più che evidente che Cina e India a Samarcanda abbiano consigliato, se non intimato, alla Russia di terminare al più presto questa controversia politica e territoriale. Il progresso economico ha bisogno di pace e stabilità. Ritiene corretta questa mia analisi?

Corretta, ma inevitabilmente astratta, perché tutti vivrebbero meglio se… Che la Cina non voglia essere “disturbata” nel suo cammino è chiaro, ma lo stesso non si può dell’India, popolosa come la Cina, ma territorialmente un terzo. La sua storia recente e il regime nel quale si arrotola attualmente (ivi comprendendo un bassissimo rispetto dei diritti umani) ne fanno uno stato marginale e quasi irrilevante – benché abbia tutte le possibilità di assumere ruoli ben diversi in futuro. Ma non dimentichiamo – e vale per tutti – che non essendoci ancora stato, il futuro potrà essere qualsiasi cosa, che lo vogliamo oppure no.

L’America viene accusata di “unilateralism, exclusionism”, soprattutto riguardo all’irresponsabile e “sconsiderato” abbandono dell’Afghanistan, che segna un duro colpo nella lotta contro l’emergenza terroristica. Come gli Stati Uniti giustificano questa scelta?

In un mondo orfano dell’Impero, il multipolarismo è la sola alternativa non bellicosa allo scivoloso disordine incombente che minaccia da vicino vitali interessi europei. Lo pensa anche lei?

Queste ultime domande, che riportano al centro USA, equilibri, alleanze, ordinamenti, ricostruzione di assetti o invenzione di altri nuovi mi appaiono assolutamente insondabili: si direbbe che tutto si sia invecchiato. Gli USA hanno avuto un rendimento pessimo in Afghanistan, dal 2001 in poi, e in Iraq, in Siria, nei rapporti con la Turchia, E poi in tutto il Medio Oriente allargato, e nella questione palestinese, in Africa non sono riusciti né ad aiutare la Francia né a sostituirla nello sfruttamento ancora possibile.

Per sintetizzare, direi che gli Stati Uniti stanno dando la peggiore loro possibile immagine nel mondo e sul mondo. La politica estera americana (e cerchiamo di dimenticare casi come quello cileno del 1973, e in diverse altre parti dell’America latina, il “giardino di casa”) appare assolutamente incapace di affrontare la realtà, di consigliare ai governanti delle linee-guida ragionevoli e di farsi un’idea del mondo che abbia una certa compattezza e consequenzialità, di consigliare gli alleati proteggendoli o guidandoli nei tortuosi sentieri della politica internazionale.

Più in generale, il mondo ha da tempo perduto una sua coerenza e una progettualità pacifica. Ho giò detto, molte volte, che l’idea che mi faccio del mondo attuale è quella di una società non soltanto in crisi, ma in gravissimo declino, e che soltanto qualche immenso evento traumatico potrebbe incidere su esso in modo radicale: peccato, però, che questo modo abbia un nome ben preciso: guerra!

Terminerei l’intervista chiedendole a che opera sta lavorando adesso, e se può anticiparci i temi centrali. Grazie.

Sono vecchio, e questo sarà verosimilmente il mio ultimo lavoro. E poi ho già fatto cenno all’inizio al mio attuale lavoro: il tentativo di dimostrare che la guerra non è un evento casuale o involontario, né il frutto del delirio di menti malate, né di una perversa fascinazione. Essa è, purtroppo, la più immane e devastante forma di “razionalità” che possa esistere. Nessuno – fuor che i pazzi – ama la guerra e chi la fa è perché ha delle ragioni (buone o cattive: ma questo è un altro paio di maniche) per ricorrervi. Questo è il vero dramma della guerra.

Torino 30 settembre 2022

:: Un libro di guarigione, intervista a Gaia Rayneri a cura di Valentino G. Colapinto

26 settembre 2022
Foto di Simone Li Gregni ©

Gaia Rayneri (Torino, 1986) ha debuttato giovanissima col fortunato Pulce non c’è (Einaudi, 2009), in cui racconta in chiave tragicomica il dramma giudiziario che ha coinvolto il padre, accusato ingiustamente di abusi sessuali nei confronti della sorellina autistica – vicenda poi trasposta sul grande schermo dall’omonimo film di Giuseppe Bonito (2012). Ha pubblicato inoltre il libro per ragazzi Ugone (Rizzoli, 2011) e il romanzo Dipende cosa intendi per cattivo (Einaudi, 2018). Nella sua ultima opera, Un libro di guarigione (HarperCollins, 2022), racconta coraggiosamente il grave periodo di sofferenza mentale che ha dovuto affrontare per una decina d’anni, a partire proprio dal momento del suo successo, e da cui è riuscita a venire fuori non grazie a terapie e psicofarmaci, che si sono dimostrati inefficaci, ma con un percorso di crescita personale che combina meditazione, spiritualità e amore.

Buongiorno, per chi la conosce adesso è difficile immaginare che la Gaia di cui racconta, che ha sofferto così tanto e per così tanto tempo, e la Gaia che vediamo oggi, serena e solare, siano la stessa persona. Aveva mai pensato di arrivare a un tale livello di guarigione?

No, non pensavo assolutamente che fosse possibile arrivare a un livello simile di benessere e felicità. Pensavo che sarei stata male per tutta la vita, perché comunque è quello che ti fa credere la diagnosi che avevo ricevuto, ossia disturbo borderline di personalità: si è condannati a un dolore grandissimo, che non passerà mai. E invece non è vero. So che la mia vita ha bisogno di alcuni requisiti per andare bene; ho bisogno di tempo per prendermi cura di me stessa, per meditare. Se lavorassi in un ufficio a Milano otto ore al giorno non penso che starei bene, anche perché non sarebbe il mio cammino.

Come hanno reagito le persone intorno a lei, in primis le Dottoresse (l’autrice chiama così nel libro le sue psicoterapeute)? Ha mai pensato di far arrivare loro il suo libro?

Mentre scrivevo, pensavo sempre di farglielo arrivare; poi in realtà quando è uscito ho preferito non farlo, perché non volevo che fosse recepito come una critica. A volte però mi chiedo se l’abbiano letto e se mi faranno sapere qualcosa o che interpretazione ne darebbero.

Anche chi non ha capito niente del mio percorso, adesso è felice di vedermi stare bene. Ma nelle fasi più di transizione, tante persone avevano paura che facessi delle cose che potevano sembrare un po’ strane. Oggi si parla più spesso di meditazione, ma sembra ancora che chi la pratichi faccia parte di qualche setta.

Con alcune persone con cui ero molto amica quando c’era la mia vecchia versione di me, che si lamentava sempre ed era molto pessimista, ho dovuto invece prendere un po’ le distanze perché erano un freno al cambiamento.

Nel libro ha preferito non raccontare nei dettagli quali fossero i traumi che secondo le Dottoresse erano all’origine della sua crisi, è però inevitabile pensare che ritrovarsi ad avere a cinque anni una sorellina autistica e aver vissuto da adolescente un dramma giudiziario che ha coinvolto tutta la sua famiglia in una qualche maniera abbiano lasciato una traccia, anche a distanza di tempo.

Sono felicissima che la mia infanzia sia finita. E più divento grande, più sono felice. Sarebbe interessante capire quanti tratti che le Dottoresse attribuivano al disturbo borderline siano comuni a persone con fratelli o sorelle disabili. Il problema non è mai stata la disabilità di mia sorella, che è una persona piena di amore incondizionato, ma nella mia famiglia c’era sempre uno stato di emergenza e quindi una serie di bisogni primari miei non sono stati soddisfatti. Ho dovuto imparare io a soddisfarli, purtroppo spesso non c’è nessun supporto per il fratello o la sorella di un disabile.

In più c’è stato il caso delle false accuse verso mio padre: ero ancora un’adolescente ed è stato un grandissimo carico di dolore, che sicuramente è uscito anche dopo negli anni. Sono crollata nell’unico momento in cui improvvisamente non avevo più nessun impegno scandito e nessuna cosa che mi tappasse il contatto con quello che sentivo veramente.

Il capitolo in cui racconta la notte in cui ha cercato aiuto, prima chiamando il 118 o poi andando di persona al Pronto Soccorso, è raggelante e ricorda film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Descrive l’assurdità di un mondo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. In quelle pagine spiega che forse l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno era un abbraccio. Quello che ha trovato, però, è stata un’etichetta, una diagnosi che era anche una condanna. E il primo passo per guarire è stato metterla in discussione e ripartire da zero.

E sì perché creava tanti effetti collaterali, che mi tenevano ingabbiata. Uno era la sensazione di soffrire più degli altri. La diagnosi prevede infatti che i borderline provino emozioni esagerate, anche per quanto riguarda il dolore. A un certo punto ho iniziato a fare lavori su me stessa di altro tipo, credendo ancora però nella diagnosi. Quando la tiravo fuori con le persone che mi stavano vicino, per esempio dopo una giornata di consapevolezza, gli altri mi dicevano che alla fine tutti soffriamo. La medicalizzazione del dolore porta a dirsi “io soffro di più” oppure “sono l’unico che soffre”, quando invece le statistiche dicono che una persona su quattro ha problemi psicologici.

E poi c’è il discorso dei farmaci, che su di me non hanno mai funzionato: ho subito un accanimento molto forte a riguardo. È molto strano che chi si prende cura di un male psichico sia privo della minima umanità ed empatia, credo che faccia parte dei punti deboli di un sistema che non funziona.

Riguardo agli psicofarmaci, solo recentemente si sta discutendo del fatto che la loro efficacia è testata su soggetti neurotipici, mentre su persone altamente sensibili o comunque neurodivergenti (che costituiscono una percentuale non piccola della popolazione, almeno il 20%) essi avrebbero effetti ben diversi, spesso esagerati o controproducenti. E inoltre c’è un dibattito se sia giusto ridurre la sensibilità e quindi anche la creatività, tramite un utilizzo massiccio degli psicofarmaci volto a eliminare o minimizzare ogni forma di dolore. Lei racconta che quando era costretta ad assumerli, avevano un impatto rilevante sull’attività creativa.

Avevano un impatto enorme. Le due stesure del libro che stavo scrivendo erano molto diverse da quello che scriverei di solito. Ho vissuto molto questo effetto livellante e normalizzante degli psicofarmaci, anche verso cose che – lasciandomi libera di viverle fino in fondo – sono quelle che mi hanno portato alla guarigione. Se sento che la mia vita non mi piace, non è che devo curarmi per farmela piacere per forza.

Ho deciso di fare un mestiere, la scrittrice, che per la maggior parte delle persone non è neppure un lavoro e mi affido all’incertezza economica, piuttosto che fare l’impiegata o l’insegnante. Ma tutto questo, quando c’è una diagnosi di mezzo, viene interpretato come un sintomo di follia. Anche quando avevo l’ingenuità di raccontare alle Dottoresse delle cose relative al cammino spirituale che stavo vivendo, arrivava subito un farmaco per eliminarle, quando invece erano esperienze che possono portare a una concezione della vita diversa ma che per molte persone è destabilizzante. Come insegnano Foucault e altri la storia della psichiatria è sempre stata collegata al controllo sociale, spesso in maniera inconsapevole.

Lei afferma che il suo dolore è raccontabile solo perché è riuscita a superarlo, che pensava che le persone normali non soffrissero e che l’obiettivo della guarigione fosse eliminare la sofferenza, quando in realtà poi si è resa conto che tutti soffrono, solo che spesso lo si nasconde o si cerca di anestetizzare il dolore. Qual è allora il segreto per “soffrire bene”?

Secondo me bisogna partire dal fatto che la sofferenza è prevista nella vita, non è uno sbaglio. Non fingere di stare bene e neppure cadere nella positività tossica. Questo aiuta tanto, e aiuta anche poter condividere i propri stati d’animo in gruppi che lavorano sulla consapevolezza interiore.

È un lavoro continuo che bisogna fare su se stessi, ma è anche molto sano restare in una dimensione di gioco. La vita per me è un gioco sacro. Bisogna saper prendere le cose con leggerezza per non stressarsi troppo col lavoro spirituale, altrimenti diventa tutto pesantissimo

La parola chiave del suo libro è amore, intendendo con questa parola un sentimento incondizionato e universale. Racconta di aver sofferto per anni di mancanza di amore e poi di averla superata iniziando a nutrire gratitudine per tutto quanto di buono era già presente nella sua vita, per esempio ringraziando gli oggetti intorno a lei dell’aiuto che le davano, e iniziando ad amare se stessa e gli altri, invece di pretendere quell’amore di cui aveva un disperato bisogno.

L’amore per me è la chiave, mentre nella visione medica non si parla mai di amore. Ho visto su di me che cercare qualcuno che mi desse amore era la garanzia per non riceverlo mai; per chiunque è più piacevole avere accanto una persona risolta, invece di una che ha problemi. Secondo le Dottoresse, siccome non avevo ricevuto abbastanza amore non avrei mai più potuto funzionare correttamente. Avrei solo potuto rattoppare la situazione per poter stare un po’ meglio, ma non avrei mai potuto sentirmi come chi ha ricevuto da bambino tutto l’amore di cui aveva bisogno. Adesso invece mi rendo conto che sto molto meglio di tante persone che, almeno in teoria, hanno ricevuto tutto quell’amore da piccoli, perché comunque ho fatto e faccio quotidianamente un percorso di consapevolezza, ho ricevuto una chiamata a vivere la vita in un certo modo.

Per questo è importante prendersi la responsabilità delle proprie azioni, anche se si ha una diagnosi particolare. È vero che è faticoso ed è un lavoro costante, ma costanti sono anche i doni, spesso in modi sorprendenti. La vita ti regala delle cose, anche piccole, ma che lasciano un senso tale di bellezza e poesia che sono in realtà grandi.

Il passo fondamentale è stato imparare a dare amore a me stessa, scardinando quel meccanismo che avevo interiorizzato dalla mia famiglia, per cui siccome l’emergenza era sempre mia sorella nessuno si è mai particolarmente preoccupato che io avessi amore. Se ce n’era un po’, era da dare subito a mia sorella, perché sembrava che le mancasse tutto.

E poi ho dovuto scardinare l’abitudine che ci inculca la società di non pensare a noi stessi. Molti non hanno il tempo di dare amore e cura a se stessi. Io per molti anni ho sentito un senso di colpa mostruoso quando davo amore a me stessa, avevo interiorizzato che quel tempo non fosse produttivo. Forse non lo è sotto un’ottica di profitto, però consente di stare bene in salute e lo scopo della vita non è quello di essere produttivi quanto il benessere e la felicità. Preoccuparsi della nostra felicità è il primo passo per potersi poi preoccupare della felicità degli altri e rimettere in circolo felicità e amore.

Secondo un approccio psichiatrico l’origine dei disturbi mentali è dovuta a un malfunzionamento della chimica del cervello, secondo un approccio psicanalitico a traumi famigliari, ma secondo alcuni studiosi come David Smail in The origins of unhappiness, poi ripreso da Mark Fisher, l’infelicità è strutturale alla società neoliberista in cui viviamo.

Vedo tantissimi giovani che sono persi, che stanno malissimo. Questa società rende per forza di cose infelici una serie di individui, ma perché solo alcuni e altri no? Non credo che accada a caso e, più che come una condanna, lo interpreto come un richiamo. Quello è il tuo compito: se in questo mondo non puoi stare bene, vai a creare un mondo in cui puoi stare bene. Se non si fa però un lavoro su di sé, si rischia di restare nella lotta contro il resto del mondo e non credo che questa sia la soluzione. Se passa dal lavoro su di sé, questo non succede, perché ogni cosa è interpretata sia come un aspetto sociale che personale.

Nelle sue pagine si legge una forte critica alla psicanalisi classica, freudiana, per cui la felicità non è il fine della terapia e non c’è spazio per anima e spiritualità. Nel suo libro invece la spiritualità diventa un mezzo di guarigione, interpretando la sofferenza stessa come una chiamata a un percorso spirituale. Citerò Jung: “La vera terapia consiste nell’approccio al divino; più si raggiunge l’esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia.”

A volte più malattie e difficoltà arrivano, più la chiamata è forte. Possono servire per spingerti finalmente nella direzione giusta, per esempio iniziando a meditare.

Si intuisce che nel libro ha condensato tanto materiale. Ha pensato a un seguito o a un podcast per ampliare l’argomento?

Al podcast ci ho pensato. Non ho ancora avuto il tempo materiale, ma sento che potrebbe aiutare. In realtà il prossimo libro che voglio scrivere ha proprio a che fare con la consapevolezza e il cammino spirituale. E poi sto scrivendo molto per ragazzi.

Gandhi raccontato ai ragazzi nel romanzo corale di Chiara Lossani

3 settembre 2022

Chi era Gandhi? Come si comportava? Come ci si poteva relazionare con lui? A raccontare la figura del Mahatma ci pensano le ragazze e i ragazzi protagonisti del romanzo “Gandhi” di Chiara Lossani, edito da San Paolo Ragazzi. Un libro che narra la figura di Gandhi, il suo modo di relazionarsi al prossimo e il cammino, non facile, per l’emancipazione dell’India. Di come è nato il libro ne abbiamo parlato con Chiara Lossani, autrice di libri per ragazzi.

Come è nata l’idea di scrivere un libro su Gandhi dedicato ai bambini? Gandhi mi è sembrata la persona giusta da raccontare ai miei giovani lettori, perché io per prima ne sono rimasta coinvolta fin dal tempo del mio viaggio in India, molto tempo fa. Mi ha affascinato il suo pensiero sul cambiamento, e la sua coerenza ha mosso in me emozioni e riflessioni. Così, quando qualche anno fa un piccolo editore mi ha chiesto di scrivere un racconto per ragazzi su di lui, ho incominciato ad approfondirlo cercando però un modo nuovo di narrazione che potesse coinvolgere le ragazze e i ragazzi che l’avrebbero letto. Quel piccolo libro ha avuto un buon successo, e successivamente ho sentito il bisogno di estendere quel racconto (che nel frattempo è andato fuori catalogo e che si riferiva al solo episodio della marcia del sale) a tutta la sua vita. Ne è nato un romanzo: Gandhi, appunto, pubblicato da San Paolo. Raccontarlo ai ragazzi ha significato principalmente per me andare oltre ogni luogo comune sulla sua figura, spesso presentata come eroica o stravagante, in modo che potessero comprenderlo e amarlo, ma non solo. Per incontrare Gandhi bisogna innanzitutto incontrare se stessi, conoscere se stessi per essere “quel cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”, come diceva lui. I ragazzi e le ragazze di ogni tempo, ma soprattutto di oggi, hanno bisogno di conoscere se stessi e hanno bisogno di adulti che mostrino loro un modo nuovo di vivere. Un modo che presupponga l’amore. Nel mio romanzo Gandhi non è un eroe, è uomo fra gli uomini, con un profondo senso di autocritica e sempre alla ricerca della verità dentro di sé. I giovani lettori ne rimangono sorpresi, affascinati, lo sentono vicino e accolgono con interesse e coinvolgimento la sua proposta, cioè la ricerca della verità, dentro e fuori di sé. I ragazzi e le ragazze cercano la verità, e con Gandhi scoprono che la Verità è essenzialmente Amore.

Perché la scelta corale, a più voci, per narrare la figura di Gandhi? Questo romanzo immagina alcuni incontri possibili tra Gandhi e ragazzi e ragazze di provenienze diverse, in cui i lettori possono identificarsi, trovando il proprio incontro con Gandhi.  Gandhi intitolò la sua autobiografia “i miei esperimenti con la Verità”, e lo stesso percorso ho seguito nel mio romanzo. Sono storie di presa di coscienza e di testimonianza che hanno per protagonisti ragazze e ragazzi che raccontano il loro incontro con Gandhi in momenti importanti della sua pratica contro ogni violenza.  Il lettore a sua volta lo incontra attraverso il loro sguardo, e resta attonito davanti al suo non reagire con violenza alla violenza; e sorride alle sue battute; e ammira il suo coraggio nell’affrontare a mani nude i soldati; e si stupisce della sua capacità di compassione anche per gli assassini, e delle sue strane abitudini – pulire le latrine al posto degli intoccabili, o filare il cotone indiano all’arcolaio per due ore ogni giorno.

Da Laxmi, a Khoi, Vittoria, Srinivasa, passando per Seth e Kedar fino a Sushila, tutti apprendono qualcosa da Gandhi. Quanto è importante il rapporto con lui? La vita di ciascuno di noi è fatta di incontri, ad alcuni resistiamo, altri ci cambiano, ma è meglio dire che ci fanno ritrovare noi stessi, come è successo a Khoi, Laxmi, Kedar, Seth, Srinivasa, Victoria e Sushila, i protagonisti di questo romanzo, le cui storie hanno incrociato quella di Gandhi. Stanno vivendo momenti difficili della loro esistenza, e incontrano Gandhi in momenti cruciali della sua. È un incontro in fondo alla pari, ognuno guarda a sé e all’altro con libertà. La libertà di scegliere cosa fare, dove andare. Ognuno compie la sua scelta, anche Gandhi, che lascia sempre a chi ha di fronte la libertà di andarsene o di condividere il percorso con lui. Nell’episodio di Laxmi, questo è particolarmente evidenziato…Incontrare Gandhi per incontrare se stessi, per sperimentare se stessi, insieme a lui e in cammino con lui. Questo è il senso del romanzo.

Tra i protagonisti che si avvicendano attorno al Mahatma quanti sono reali e quanti frutto della fantasia?  Tutto ciò che nel romanzo riguarda Gandhi è documentato, ho cercato di rispettare il più possibile le sue vere parole, che meritano di essere ascoltate come lui le ha pronunciate. I ragazzi protagonisti invece sono frutto della mia fantasia, tranne Uka, l’intoccabile, che era un servo della casa dei Gandhi, e che lui conobbe da bambino.  La capra dell’episodio con protagonista Vittoria è un’invenzione, ma non il fatto che Gandhi abbia portato con sé una capra dall’India, sulla nave che lo condusse in Inghilterra nel 1931.  Ed è vero anche l’episodio nella fabbrica di cotone. Gli operai inglesi erano molto arrabbiati con Gandhi, perché molti di loro erano stati licenziati e vivevano in condizioni di miseria, anche in conseguenza della sua lotta contro i tessuti inglesi commercializzati in India. Gandhi ne era dispiaciuto, fece loro un discorso che è rimasto nella storia – quello che riporto nel racconto – con cui seppe conquistarsi la loro stima. C’è un’incredibile fotografia che ci documenta l’incontro con le tessitrici della fabbrica, che lo circondano, gli stringono le mani, lo acclamano. Una foto davvero emozionante, che mi ha ispirato il racconto. Anche l’episodio di Sushila e di Kedar – rivisto solo nel finale – è accaduto realmente. Ci viene riportato da Lapierre e Collins nel loro indimenticabile Stanotte la Libertà, che merita di essere riletto. Devo precisare però che alcune date sono state modificate per esigenze narrative, ma ciò non ha influito sul senso del racconto.

Cosa rappresenta per lei la figura del Mahatma? Come ha affermato in un’intervista la figlia del Vicerè dell’India, che lo incontrò da bambina, “Gandhi era irresistibile”. Era un uomo che catturava l’interesse di chiunque lo incontrava, che sapeva trascinare le folle, che scosse la coscienza non solo del suo popolo ma del mondo intero. Quello con Gandhi è stato per me un incontro fulminante, in cui mi sono immersa con tutta me stessa. Penso che le sue parole, i suoi gesti, le sue idee originali siano ancora oggi un’indicazione di vita, ci mostrino una via di convivenza, una possibilità vera per l’umanità di poter superare i conflitti che stiamo attraversando, mettendo in pratica quell’atteggiamento che fece dire a Gandhi che: “prima di lottare contro i pregiudizi degli inglesi, noi indiani dobbiamo superare i nostri pregiudizi cambiando noi stessi”. Credo che sia una grande lezione per me e per tutti. Sono convinta che abbiamo più che mai bisogno delle parole di Gandhi per trovare una pace nuova e dare spazio al cambiamento di cui il nostro mondo ha bisogno per sopravvivere.Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo… sono parole d’oro che tutti noi dovremmo cominciare a scrivere nella mente e nel cuore.

Come è stato raccontare ai lettori bambini e ragazzi una figura come quella di Gandhi e quanto è importante che i piccoli lettori conoscano le personalità che hanno agito nella Storia? Sento fortemente il bisogno che provano le ragazze e i ragazzi di leggere storie vere, di conoscere di figure di riferimento di adulti coerenti, che mostrino loro un nuovo modo di vivere oltre il consumismo e la banalità.  L’ attualità di Gandhi credo sia ben riassunta da una frase che mi disse un dirigente scolastico in un incontro con i ragazzi della sua scuola: “Lo dica a loro, che la vera forza, il coraggio, non è tirare pugni!” Penso che i ragazzi lettori possano identificarsi con i personaggi del romanzo  nella ricerca della propria verità. Gandhi è oltre ogni epoca, perché con la sua teoria e la sua pratica, che sperimentava innanzitutto su di sé,  affronta il tema della violenza individuale e collettiva. i conflitti persona contro persona, il pregiudizio, l’importanza delle scelte e della presa di coscienza di ciascuno. Gandhi risponde alla domanda che i nostri ragazzi e ragazze si pongono ogni giorno: come risolvo i miei conflitti? La risposta di Gandhi è: con l’amore, che si attua con la non violenza, un messaggio che egli sa trasmettere a tutti senza supponenza, ma sempre con coerenza e leggerezza.

Le piacerebbe fare un altro libro come questo? Se sì quale personalità le piacerebbe raccontare? Mi piacerebbe raccontare ancora la storia di una grande personalità attraverso le voci di ragazze e ragazze, certo, senza emulare questo romanzo ma trovando strade nuove. Persone che hanno portato qualcosa di nuovo nel pensiero dell’umanità, che possano “convertire” il cuore e la mente per trovare nuove possibilità di esprimere quanto di buono c’è nel genere umano. Non ho in mente il nome di nessuna personalità, per ora, ma tante si sono avvicendate nella Storia, e sono certa che la troverò.

Leo de Sanctis racconta le “Ricette di guerra” della zia Amalia. A cura di Viviana Filippini

28 luglio 2022

Vivere in tempo di guerra e cucinare piatti per sfamare le bocche della propria famiglia con quel poco che si ha. Questo e tante ricette si trovano in “Ricette di guerra. 1940/1944 per una cucina semplice semplice”, il ricettario di Amalia de Sanctis, della quale Fefè editore ha pubblicato il libro a cura di Leo Osslan de Sanctis e con un testo di Cesare de Sanctis, parenti della zia Amalia, che nella foto vediamo in compagnia Sante de Sanctis nel 1913 a Parrano, in Umbria, nei pressi di Città della Pieve paese di orgine della famiglia. Della zia Amalia e del suo mondo ne abbiamo parlato con Leo.

Leo, come è entrato in possesso delle ricette di zia Amalia e perché ha deciso di pubblicarle? La nascita di questo libro è a suo modo molto letteraria. Riordinando la piccola e originale biblioteca di libri gastronomici di mia madre, dopo la sua morte, mi sono imbattuto in un’anonima busta bianca, anzi grigia di polvere. L’ho aperta incuriosito e dentro vi ho trovato il manoscritto delle “Ricette di guerra 1940/1944” che la mia zia Amalia regalava a mia madre in occasione del suo matrimonio con mio padre, nel febbraio del ‘44. In realtà più che un manoscritto era la copia carbone di un dattiloscritto, battuto a macchina dalla “zia Amalia” in più copie, con la carta carbone tra un foglio e l’altro e i fogli leggeri leggeri, come carta velina. Cose d’altri tempi. E appunto molto letterari. In quel momento ho deciso d’impulso che dovevo farne un libro.

Nel libro si parla di Amalia come di una vestale, perché si afferma questo? La zia Amalia (l’ho sempre conosciuta e chiamata così, anche se in realtà era la mia prozia, sorella minore di mio nonno Carlo, nati entrambi alla fine dell’800) era molto legata a Parrano, microscopico paesino umbro dell’alto Orvietano in cui la famiglia De Sanctis ha prosperato fin dal 1480. Amalia, suo fratello Carlo e il fratello di mezzo Valerio, furono la prima generazione “romanizzata”: il loro padre e mio bisnonno Sante De Sanctis (uno dei fondatori della psicologia/psichiatria in Italia) era colui che aveva “fatto il salto”, abbandonando il paese per trasferirsi a Roma. Amalia aveva una memoria elefantiaca: del paese e delle radici della famiglia sapeva e ricordava tutto, e non perdeva occasione per ricordare, con orgoglio, fatti e persone del passato anche remoto. Per questo mio nonno Carlo l’aveva proclamata “vestale” della famiglia; era al tempo stesso un gentile sfottò e il riconoscimento di un ruolo importante.

Che idea e immagine si è fatto lei di zia Amalia? La zia Amalia era molto simpatica, molto cordiale, grande conversatrice, molto espressiva con continui e imprevedibili movimenti di occhi, mani e volto tutto. Da me e dai miei cugini, bambini e poi ragazzi, era amata. Proverbiali erano le sue “festicciole” in cui ci mescolava ad altri coetanei a noi sconosciuti e ci invitava a “socializzare”, con lo spirito pedagogico che le derivava dall’illustre suo padre Sante. Ricordo dovizia di panini burrosi con salumi vari e montagne di pasticcini, un po’ all’antica ma eravamo pur sempre negli anni ’60.

Le ricette sono tante, vanno dagli antipasti, ai primi, secondi, contorni, stuzzichini, dolci. C’è qualcosa che l’ha stupita di queste ricette? Quello che più mi ha stupito sono le non-ricette, quelle dettate materialmente dalla penuria di materie prime a causa della guerra. Ad esempio la “pastina senza pastina” o quelle che la zia ha definito “malizie culinarie”, cioè trucchi del mestiere per preparare “un’insalata senza olio” o “una maionese con poco olio” o come fare per “imburrare un recipiente senza burro”. Piccole truffe innocenti perpetrate con ingredienti succedanei ma egualmente genuini; molto diverse dalle vere e proprie truffe di oggi, in cui si spacciano per genuini prodotti realizzati con l’aiuto determinante e a volte pericoloso della chimica.

Cucinare in tempo di guerra cosa comportava per Amalia e per chi come lei stava vivendo quella situazione? La zia Amalia era in un certo senso fortunata ad aver mantenuto un legame con la campagna umbra natìa. Da lì arrivavano, saltuariamente, rifornimenti di cui non tutte le famiglie romane potevano godere. Risorse che comunque la zia utilizzava e insegnava ad utilizzare con parsimonia, con attenzione, con un occhio sì al gusto del piatto ma con molta cura, ad esempio, al riutilizzo degli avanzi o, come dicevo prima, all’uso di ingredienti succedanei più economici e disponibili.

Cosa possiamo imparare noi da zia Amalia? Ora un’altra guerra è in corso e non mi riferisco solo alla guerra guerreggiata di cui sappiamo (che pure ha e avrà la sua influenza su cosa mangiamo), ma alla guerra più subdola e sotterranea che affligge molte famiglie: la difficoltà a mettere insieme pranzo e cena come vorremmo o come eravamo abituati, la costrizione a rinunce e a scelte. Questo piccolo libro ci può aiutare in questa nuova diversa emergenza.

Ha provato a fare qualcuna delle ricette? Non sono un gran cuoco ma qualcuna l’ho voluta testare e il risultato non è stato niente male! Delle ricette della zia Amalia quello che apprezzo è che sono diverse dai ricettari “moderni”, che trovo un po’ ansiogeni e per niente rilassanti: non troverete quasi mai l’indicazione delle quantità precise (tot grammi non uno di più) né dei tempi (tot minuti non uno di meno) o dei gradi (al forno a tot gradi mi raccomando). Moltissimo è lasciato all’interpretazione di chi cucina, all’estro, alla sensibilità, al “naso” di chi è ai fornelli.

Tra tutti i piatti proposti qual è quello che le piace di più e quello che le piace di meno (se c’è)? Consiglierei questo menù, di estrema semplicità sia nella preparazione che negli ingredienti, con cui (come si dice) farete un figurone: “riso con mozzarella” di primo o se preferite una “minestra di noci”; per secondo, delle “polpette miracolose” (anche nel gusto) o per i vegetariani un “tortino con peperoni”; come contorno energetico, “patate vitalizzate”; infine per dessert, consiglio il “monte d’oro” (un mont blanc di guerra e assai più facile da preparare) o per i piccoli un “budino di pane”, facile e economico.

Quanto è importante fare memoria anche delle ricette di famiglia del passato? Credo che la memoria sia di per sé fondamentale, ovviamente quella storica, ma anche quella più minuta, di famiglia: sono le nostre radici che non dobbiamo mai dimenticare né trascurare, sono il nostro dna. La memoria gastronomica è ugualmente fondamentale: “siamo quello che mangiamo” possiamo declinarlo al passato “eravamo quello che mangiavamo”. E da quelle persone, che mangiavano così, noi deriviamo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie allo studio 1A.

:: Un’intervista con Giacomo Gabellini

30 Maggio 2022

Grazie Giacomo di questa intervista. Sei l’autore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, è corretto?

Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, è un compito decisamente arduo è necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. All’epoca, l’appena nominato commissario alle nazionalità Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dell’Unione Sovietica in base al criterio della “dismogeneizzazione etnica”. Affiancando all’etnia dominante all’interno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in un’altra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalità prevalenti in seno a ciascun’area amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dall’altro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato all’Ucraina, lo schema staliniano comportò l’annessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in un’ottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dell’Orda d’Oro. L’impatto sull’Ucraina di questa politica di divide et impera non sfuggì agli specialisti della Cia, i quali già nel 1966 evidenziarono in un documento – ora declassificato – che «il processo di “russificazione” ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle città, un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenza».

Parlaci della genesi di questo libro.

Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dell’attacco russo, l’editore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessità di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sull’impatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.

All’inizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. L’Ucraina invece è ormai è un paese martire sull’altare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. È in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrà ripercussioni sull’Unione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. Avverrà una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? È ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ’90?

Per quanto mi riguarda, gli “ideali” di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che «per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono». Significativamente, la capitolazione a 360° dell’Unione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si è realizzata proprio in presenza di quella “tensione russo-americana” – degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio – identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per l’affermazione dell’indipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta “Europa delle patrie” estesa “dall’Atlantico agli Urali” che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono né sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinché gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di “integrazione” ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del “vecchio continente” ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte – la Germania – e dei suoi satelliti economici – Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, l’Unione Europea è l’uniforme che la Germania indossa per far apparire come “comunitarie” le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.

Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio c’è una parte degli ucraini che realmente ha richiesto l’intervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche all’interno di altre province dell’Ucraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o c’è del vero?

L’Ucraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione “occidentalista” e russofoba. Per il resto, vi è una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava l’intervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo l’Ucraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni – la maggioranza della popolazione – e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblast’ di Crimea, Donec’k, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autorità ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con l’eccezione delle aree più orientali degli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza d’urto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. Così, quando a partire dall’ottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltà nel tenere le posizioni. La situazione, come è noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finché il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k non inviarono a Mosca una formale richiesta d’aiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis Pušilin e Leonid Pasečnik l’apposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.

Stanno con grandi difficoltà continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che l’Ucraina mantenga uno “status neutrale, non allineato e non nucleare”. Secondo lei è possibile con l’attuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?

Zelens’kyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali “chiavi strategiche” del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente all’interno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelens’kyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolarità conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietà di Ihor Kolomojs’kyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelens’kyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelens’kyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojs’kyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se l’obiettivo perseguito dagli “sponsor” di Zelens’kyj verte sull’“indebolire la Russia”, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che all’ex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia “fino all’ultimo ucraino”. Il problema, per Zelens’kyj e per la popolazione ucraina, è che Mosca non si fermerà finché non riterrà raggiunte le finalità strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul “disinnesco” militare dell’Ucraina e sull’eliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per l’adozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblast’ di Donec’k, Luhans’k, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per l’Ucraina, la prosecuzione delle ostilità rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.

Israele è pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale è un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?

In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della società israeliana è inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. D’altro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con l’Ucraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si è registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire l’Ucraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.

Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perché non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo all’interno del Paese? L’Occidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?

Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare l’ira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, così da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. È interessante notare quanta fiducia le élite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia è stato quello di incrementare notevolmente la popolarità di Putin, come c’era del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici all’Europa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico è pura illusione. La stessa questione del default è del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquidità per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altro…

Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? L’Europa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrà ridimensionare? È questo a cui allude Draghi quando parla di “condizionatori” agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin è consapevole che il suo popolo affronterà le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?

Il default russo è una questione di pura volontà politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilità di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrà in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sé, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per l’Europa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il “vecchio continente” al disastro economico. La competitività sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania – e, in subordine, Italia – dipende in una misura tutt’altro che irrilevante dall’accesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrà inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev Gumilëv parlò a questo proposito di “pasionarnost”), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nell’ambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato già nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.

La guerra russo-ucraina è uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarà più come prima, troppo sangue è stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai l’asse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerà nel breve e lungo periodo?

Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontà del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante l’imposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per l’altro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con l’Europa. Lo scoppio delle ostilità ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dall’interruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dell’Unione Europea e Russia, che ha colto l’occasione per completare la “svolta verso est”. Nell’immediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dell’export di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dall’Europa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterà nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare già stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative – essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense – dai costi ben più elevati e l’incremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale all’aumento della spesa militare deciso dall’intera Unione Europea, la perdita di concorrenzialità della manifattura europea assottiglierà fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal “vecchio continente” grazie alla sua torsione mercantilista. Per l’Unione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.

Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertà e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale è un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O è una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto c’è molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?

Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, così come del tutto fuorviante risulta la definizione di “dittatura degli oligarchi”, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la “linea rossa” – non interferire nelle scelte politiche – tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale – sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si è formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metà XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto l’anima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. È l’onnipresenza del “fattore geografico” ad aver educato le élite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualità politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. Nonché dalla capacità dei decisori del Cremlino di mantenere l’identità nazionale saldamente ancorata a valori altamente “comunitari” come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di “democrazia sovrana”, per usare un’espressione dell’ideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare l’anima profondamente eurasiatica del Paese. Perché applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dell’individualismo significa condannarla all’estinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti “sponsor” stranieri del pseudo-liberale Alekseij Naval’nyj quanto i vertici dello “Stato profondo” russo.

La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilità di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.