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:: Un’intervista con Dott. Tiziano Ciocchetti Responsabile area Mondo Militare · DIFESA ONLINE a cura Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Benvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Bando ai preamboli data la grave situazione internazionale, mai così fluida e degli sviluppi imprevedibili. Siamo al 219° giorno di guerra “aperta” da quando l’esercito russo è entrato militarmente in Ucraina, tenendo presente la guerra “ibrida” che si trascina dalla fine del 2013 o per meglio dire dal “presunto” colpo di stato di piazza Maidan, la rivoluzione della piazza dell’Indipendenza. Putin annette territori, dalla Crimea in avanti, senza badare al riconoscimento da parte degli altri stati, delegittimando in parole povere sia il Diritto internazionale, che i dettami dell’ONU, che la prudenza. Perché secondo te usa questa strategia apparentemente senza criterio?

Putin vuole rompere l’Ordine Mondiale in essere dalla fine della Guerra Fredda, ovvero l’egemonia statunitense nel Mondo. La necessità di annettere territori che separino la Federazione Russa, dai paesi aderenti, alla NATO è dettata dalla storica paura dell’accerchiamento e quindi dalla necessità di creare profondità strategica. Per quanto riguarda il Diritto Internazionale, per Mosca è solo una costruzione occidentale, regolarmente violato quando fa comodo anche dagli USA (vedi Iraq e altre invasioni di stati sovrani compiuti da Washington).

Tra poche ore, probabilmente quando uscirà questa intervista sarà già avvenuto, a Mosca Putin si appresta a ufficializzare l’annessione di quattro regioni amministrative dell’Ucraina: Donetsk, Louhansk, Zaporijia e Kherson. Che conseguenze avrà un passo simile, di tale gravità sul corso della guerra? Se quelle regioni diventeranno territorio russo, oltre a violare l’integrità territoriale dell’Ucraina, già messa in criticità con l’annessione della Crimea, Putin sarà legittimato a difendere il territorio “russo” anche con l’atomica. Tutto ciò implica sia conseguenze giuridiche che politiche che economiche. E Biden e NATO non staranno certo a guardare come spettatori inerti. Forse neanche Pechino sarà d’accordo, riferendoci a Taiwan e alla sua sensibilità verso l’integrità territoriale delle nazioni.

Cambierà l’impegno russo nella guerra. Putin invierà sempre più uomini e mezzi, inoltre ci sarà meno riguardo per le installazioni civili. In merito alle armi nucleari, non credo che il Cremlino le utilizzerà, in quanto scatenerebbe una escalation nucleare di proporzioni immani. Pechino è d’accordo solo con ciò che gli fa comodo, oscilla da una posizione all’altra con molta disinvoltura.

Quali sono i piani di Putin? Sono mutati nel corso di questi ultimi mesi? Chi lo consiglia? Quali sono i suoi più stretti collaboratori?

Sicuramente il ministro della difesa Šojgu, l’unico che abbia realmente cognizione della situazione sul terreno. I piani sono sempre gli stessi: portare l’Ucraina fuori dall’orbita NATO e occidentale.

Puoi delinearci un bilancio di questi mesi di guerra da un punto di vista strategico e militare?

Lo scopo principale dell’analista non è quello di fare la “cronaca della guerra” come fanno i giornalisti ma di cogliere la differenza tra le tendenze di lungo periodo e le oscillazioni momentanee. A lungo infatti sia gli analisti che il pubblico si sono chiesti nel corso di questi oltre 7 mesi di guerra se le varie sconfitte alle quali sono state sottoposte le armate di Mosca siano stata delle semplici battute d’arresto (ascrivibili a momentanee oscillazioni) oppure, prese complessivamente, rappresentino il segnale che “la marea ha cambiato il suo corso e la guerra avrà ora un esito favorevole all’Ucraina”.

Anticipo già la risposta dicendo che: no, nonostante tutto non è condivisibile l’affermazione che l’esito della guerra stia cambiando in favore di Kiev, cerchiamo nondimeno di analizzare il tutto in maniera asettica per capire come siamo arrivati a questo punto e come le cose potrebbero evolvere nel prossimo futuro.

È indubbio che l’Ucraina non sta resistendo da sola. È già uno scontro USA NATO Russia, si può secondo te tornare indietro? che passi consiglieresti di fare, che compromessi sarebbero necessari perché davvero non diventi una Guerra Mondiale a tutti gli effetti?

Gli USA e la NATO sono coinvolti fin dall’inizio, direi da molti anni, e non credo si possa tornare indietro. La guerra ucraina è uno scontro tra Russia e USA, l’Europa si trova nel mezzo e sta subendo danni seri.

Il vertice di Samarcanda tra Russia, Cina ha secondo te consolidato l’asse strategico Russia – Cina? O pensi la Cina (insieme all’India) sia pronta a defilarsi magari in extremis se la situazione sfugge di mano?

La Cina guarda solo al proprio interesse, gli assi si possono rompere. Ovviamente Pechino necessita di un alleato forte per contrastare gli Stati Uniti. L’India sta continuando nella sua tradizione di paese non allineato, ma osserva la Cina e le mosse che farà.

Grazie delle risposte, spero siano utili per fare chiarezza.

Roma, 30 settembre 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina, e le sue ripercussioni sulle più ampie Relazioni internazionali a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Grazie professore di questa nuova intervista dopo 219 giorni di guerra, dalla cosidetta “Operazione speciale” in Ucraina della Russia. Le domande che le farò non verteranno unicamente sulla “Questione ucraina” nello specifico ma anche soprattutto sulle ripercussioni di questo scontro armato “aperto” sulle più ampie Relazioni internazionali.
Volendo essere ottimisti, o perlomeno ragionevoli, il conflitto atomico non scoppierà e si raggiungerà un compromesso che ricomponga le divergenze per quanto insanabili. Posta la premessa dunque, che tutti ci auguriamo non sia smentita dai fatti, che forse, anche tra alcuni mesi, la pace tra Russia e Ucraina sarà siglata, le relazioni tra Russia e Occidente non saranno più le stesse. Come valuta lo spostamento a Oriente della Russia, già solo alcuni anni fa impensabile, e la sua prevedibile conseguente asiatizzazione?

Accolte le cautele, condivise le speranze, si tratta di accettare che le cose del mondo d’oggi sono molto diverse da quelle di qualche anno fa. Per dirla alla buona, il mondo (intendo quello nel quale si muovono gli stati) è andato incontro a una specie di disfacimento complessivo, allo sgretolamento di tutto quello che se ne pensava, e anche di quel che se ne scrisse – e di quel che dicono gli studiosi! Fino a pochissimi anni fa, si parlava di “New American Century”, di un nuovo mondo liberale, di nuovo ordine democratico: ebbene, le cose stavano all’esatto contrario. Mi sono sforzato, un’infinità di volte, di spiegare che il nostro tempo è quello in cui siamo fuoriusciti da un’età ordinata e solida, con qualcuno che comandava il mondo, e tanti altri che obbedivano. Ma poi il giocattolo si è rotto, e il mondo non è più pacifico e ordinato, ma è al contrario caduto in un vortice di disgregazione e di ottusità. Un solo esempio: tutti sapevamo che l’avventura afghana non poteva che finir male (e per tutti! afghani e americani), ma fino all’agosto del 2021 nessuno se ne era preoccupato. Tutti (o almeno chi aveva il compito di essere informato) sapevano che nel 2014 Putin aveva già occupato la Crimea e che una “piccola” guerra era dunque iniziata – ma nessuno se preoccupò.

Dico ciò perché il vero e grande (nonché sottaciuto) problema delle relazioni internazionali oggi è proprio l’ignoranza, condita di superficialità e banalizzazione. Le (ridicole) chiacchere di molti quotidiani o di star di talk show, o i diari di guerra che molti quotidiani ci ammanniscono giorno per giorno sull’andamento delle operazioni militari in Ukraina ci dicono che non sanno guardare più in là del loro naso. L’idea era che si trattasse di episodi che avrebbero esaurito la loro portata nello spazio di qualche settimana e con qualche centinaio di morti… Non è la prima volta che uno stato decide di annettersene un altro. Un secolo e mezzo fa il Messico rifiutò di cedere la “sua” California, che tale era sotto ogni qualsiasi ipotizzabile principio, e gli Stati Uniti non fecero altro che dichiarare guerra al Messico (regolare e normale stato secondo il diritto internazionale del tempo) e conquistare quella California che, se oggi non fosse degli Usa avrebbe avuto ben diverso destino.

Detto meno polemicamente (ma senza torcere un capello alla verità storica), la storia dell’ultimo mezzo secolo può essere così riassunta: caduta del Muro di Berlino e fine del bipolarismo; apparente vittoria dell’Occidente; declino (drammatico) dell’URSS che addirittura scompare dalle carte geografiche, creazione di un nuovo stato che pretendeva conservare il suo vecchio ruolo di seconda più grande potenza del mondo, ma era in realtà un paese di dimensioni medio-piccole, con una popolazione limitata, un PIL penoso (esclusi petrolio e gas che non sono “prodotti” ma pure e semplici risorse naturale), un sistema industriale arretrato, una cultura declinante (né Dostojevski né Tolstoi abitano più là) – una popolazione triste povera e sovente affamata. Da parte sua, l’Occidente era soddisfatto dei suoi successi e dei suoi privilegi e considerava ognuna delle crisi locali (Iraq, Siria, Libia, Yemen, e via discorrendo) puri e semplici casi della vita che, prima o poi si risolvono da soli…

A fronte dell’ignavia di una società politico-internazionale ottusa stanno però alcune migliaia di persone uccise invano: quella che si sta scrivendo è una delle più brutte pagine della storia del mondo – e non solo occidentale, come se tutta una tradizione storica si stesse destrutturando senza aver ancora (per fortuna?) capito come si potrebbe costituire una nuova società internazionale.

Le parole sono importanti, specie quando si parla di Relazioni internazionali, e Scienze diplomatiche, l’utilizzo di alcuni termini a discapito di altri può essere essenziale anche quando si sta cercando di comporre una pace mai così difficile dal termine della Seconda Guerra mondiale ad oggi in Europa. Che parole utilizzerebbe per delineare una pace possibile? La Russia accetterà mai il concetto di integrità territoriale, vero punto di divergenza con la Cina, penso a Taiwan. Se no ci si incanalizzerebbe nel “due pesi e due misure”.

Posso così passare al secondo punto: come potrebbe essere la pace? La domanda è troppo complessa per una risposta bruciante, ma posso dire che sto finendo di scrivere un libro che parla dell’esatto contrario, e cioè di che cosa sia la guerra, non in termini di vittoria e sconfitte, di armi e di conquiste, ma del suo significato: mentre la pace ha un significato profondo – regolamentare i rapporti tra decine e decine di stati che agiscono in nome dei propri cittadini e non perseguendo un interesse nazionale che proprio non si sa che cosa sia –e utilissimo perché è la condizione materiale per la vita degli esseri umani, la guerra non è altro che la condizione materiale per la loro morte.

E allora, che senso ha il concetto di “integrità nazionale”? Essa non è altro che una parentesi, più o meno lunga, della storia materiale (riferita ai territori e non ai confini, che non esistono) di determinate porzioni del pianeta, delimitata tra un assetto politico-istituzionale e un altro. Né la Russia né la Cina possono immaginare che cosa sarà del futuro, ma si può immaginare che la prima continuerà a declinare a lungo, e la Cina resterà alla finestra per altrettanto tempo. La prima è povera e lo sarà di più, la Cina si limiterà, per ora, a curare la propria crescita “controllata” e non più disordinata. L’una e l’altra hanno condizioni esistenziali grandi e opposte: la Russia è più grande della Cina, ma la sua popolazione è la decima parte di quella cinese. In termini di pura forza potenziale non c’è partita perché la prima è circondata, a est e a ovest; la Cina ha invece l’immenso spazio dell’oceano pacifico…

Può esplicitarci il concetto di dottrina del contenimento della Cina?

La Cina non può più essere materialmente contenuta perché è l’unico stato che dispone di tutte le risorse, umane e materiali, per resistere in qualsiasi condizione. Ma essa ha una specie di “palla al piede”, la sua popolosità. Dovesse mai richiedere alla sua popolazione uno sforzo comune e unitario, difficilmente riuscirebbe nello scopo e, anzi, rischierebbe di provocare sommosse o addirittura assalti al potere centrale. Ma la Cina ha anche un passo lungo e lento: il caso di Hong Kong lo dimostra. E’ nelle mani dalla Cina da ormai un quarto di secolo e i costi politici dell’”invasione” sono stati minori dei vantaggi economici conseguiti. Un’ipotesi-Taiwan sarebbe ovviamente molto più complessa e sanguinosa, più per motivi storici che attuali, e forse la Cina potrebbe accontentarsi di rivendicare una sua vaga proprietà sull’isola, e aspettare che le cada tra le braccia, anche tra molti anni.

Se poi si immagina un contenimento fatto di postazioni missilistiche occidentali collocate tutt’intorno alla terra e all’oceano, si farebbe null’altro che, per un verso, provocare inutilmente la Cina e, per un altro, cercare di realizzare un compito “impossibile”, perché la Cina ha confini troppo grandi e lunghi per poterli controllare.

Insomma, l’Asia continentale è ancora lontana, e nell’Asia c’è la Cina. Dunque, non è vero non lo è ancora, che “la Cina è vicina”.

La progettazione della nuova governance mondiale rientra tra gli obiettivi strategici ritenuti più rilevanti dal governo di Pechino?

Non credo che la Cina abbia, oggi come oggi, interessi strategici in riferimento all’ordine mondiale. Per dirlo con un paradosso, la Cina è sufficientemente grande per bastare a se stessa: che interesse potrebbe avere a mettere le mani sull’ordine mondiale? Direi che non rientra neppure tra le ipotesi di più lungo respiro. Governare la Cina è già come governare mezzo mondo… e poi sembra più interessata all’Africa e alle sue risorse che non all’Europa e ai suoi capricci.

E’ più che evidente che Cina e India a Samarcanda abbiano consigliato, se non intimato, alla Russia di terminare al più presto questa controversia politica e territoriale. Il progresso economico ha bisogno di pace e stabilità. Ritiene corretta questa mia analisi?

Corretta, ma inevitabilmente astratta, perché tutti vivrebbero meglio se… Che la Cina non voglia essere “disturbata” nel suo cammino è chiaro, ma lo stesso non si può dell’India, popolosa come la Cina, ma territorialmente un terzo. La sua storia recente e il regime nel quale si arrotola attualmente (ivi comprendendo un bassissimo rispetto dei diritti umani) ne fanno uno stato marginale e quasi irrilevante – benché abbia tutte le possibilità di assumere ruoli ben diversi in futuro. Ma non dimentichiamo – e vale per tutti – che non essendoci ancora stato, il futuro potrà essere qualsiasi cosa, che lo vogliamo oppure no.

L’America viene accusata di “unilateralism, exclusionism”, soprattutto riguardo all’irresponsabile e “sconsiderato” abbandono dell’Afghanistan, che segna un duro colpo nella lotta contro l’emergenza terroristica. Come gli Stati Uniti giustificano questa scelta?

In un mondo orfano dell’Impero, il multipolarismo è la sola alternativa non bellicosa allo scivoloso disordine incombente che minaccia da vicino vitali interessi europei. Lo pensa anche lei?

Queste ultime domande, che riportano al centro USA, equilibri, alleanze, ordinamenti, ricostruzione di assetti o invenzione di altri nuovi mi appaiono assolutamente insondabili: si direbbe che tutto si sia invecchiato. Gli USA hanno avuto un rendimento pessimo in Afghanistan, dal 2001 in poi, e in Iraq, in Siria, nei rapporti con la Turchia, E poi in tutto il Medio Oriente allargato, e nella questione palestinese, in Africa non sono riusciti né ad aiutare la Francia né a sostituirla nello sfruttamento ancora possibile.

Per sintetizzare, direi che gli Stati Uniti stanno dando la peggiore loro possibile immagine nel mondo e sul mondo. La politica estera americana (e cerchiamo di dimenticare casi come quello cileno del 1973, e in diverse altre parti dell’America latina, il “giardino di casa”) appare assolutamente incapace di affrontare la realtà, di consigliare ai governanti delle linee-guida ragionevoli e di farsi un’idea del mondo che abbia una certa compattezza e consequenzialità, di consigliare gli alleati proteggendoli o guidandoli nei tortuosi sentieri della politica internazionale.

Più in generale, il mondo ha da tempo perduto una sua coerenza e una progettualità pacifica. Ho giò detto, molte volte, che l’idea che mi faccio del mondo attuale è quella di una società non soltanto in crisi, ma in gravissimo declino, e che soltanto qualche immenso evento traumatico potrebbe incidere su esso in modo radicale: peccato, però, che questo modo abbia un nome ben preciso: guerra!

Terminerei l’intervista chiedendole a che opera sta lavorando adesso, e se può anticiparci i temi centrali. Grazie.

Sono vecchio, e questo sarà verosimilmente il mio ultimo lavoro. E poi ho già fatto cenno all’inizio al mio attuale lavoro: il tentativo di dimostrare che la guerra non è un evento casuale o involontario, né il frutto del delirio di menti malate, né di una perversa fascinazione. Essa è, purtroppo, la più immane e devastante forma di “razionalità” che possa esistere. Nessuno – fuor che i pazzi – ama la guerra e chi la fa è perché ha delle ragioni (buone o cattive: ma questo è un altro paio di maniche) per ricorrervi. Questo è il vero dramma della guerra.

Torino 30 settembre 2022

:: Un libro di guarigione, intervista a Gaia Rayneri a cura di Valentino G. Colapinto

26 settembre 2022
Foto di Simone Li Gregni ©

Gaia Rayneri (Torino, 1986) ha debuttato giovanissima col fortunato Pulce non c’è (Einaudi, 2009), in cui racconta in chiave tragicomica il dramma giudiziario che ha coinvolto il padre, accusato ingiustamente di abusi sessuali nei confronti della sorellina autistica – vicenda poi trasposta sul grande schermo dall’omonimo film di Giuseppe Bonito (2012). Ha pubblicato inoltre il libro per ragazzi Ugone (Rizzoli, 2011) e il romanzo Dipende cosa intendi per cattivo (Einaudi, 2018). Nella sua ultima opera, Un libro di guarigione (HarperCollins, 2022), racconta coraggiosamente il grave periodo di sofferenza mentale che ha dovuto affrontare per una decina d’anni, a partire proprio dal momento del suo successo, e da cui è riuscita a venire fuori non grazie a terapie e psicofarmaci, che si sono dimostrati inefficaci, ma con un percorso di crescita personale che combina meditazione, spiritualità e amore.

Buongiorno, per chi la conosce adesso è difficile immaginare che la Gaia di cui racconta, che ha sofferto così tanto e per così tanto tempo, e la Gaia che vediamo oggi, serena e solare, siano la stessa persona. Aveva mai pensato di arrivare a un tale livello di guarigione?

No, non pensavo assolutamente che fosse possibile arrivare a un livello simile di benessere e felicità. Pensavo che sarei stata male per tutta la vita, perché comunque è quello che ti fa credere la diagnosi che avevo ricevuto, ossia disturbo borderline di personalità: si è condannati a un dolore grandissimo, che non passerà mai. E invece non è vero. So che la mia vita ha bisogno di alcuni requisiti per andare bene; ho bisogno di tempo per prendermi cura di me stessa, per meditare. Se lavorassi in un ufficio a Milano otto ore al giorno non penso che starei bene, anche perché non sarebbe il mio cammino.

Come hanno reagito le persone intorno a lei, in primis le Dottoresse (l’autrice chiama così nel libro le sue psicoterapeute)? Ha mai pensato di far arrivare loro il suo libro?

Mentre scrivevo, pensavo sempre di farglielo arrivare; poi in realtà quando è uscito ho preferito non farlo, perché non volevo che fosse recepito come una critica. A volte però mi chiedo se l’abbiano letto e se mi faranno sapere qualcosa o che interpretazione ne darebbero.

Anche chi non ha capito niente del mio percorso, adesso è felice di vedermi stare bene. Ma nelle fasi più di transizione, tante persone avevano paura che facessi delle cose che potevano sembrare un po’ strane. Oggi si parla più spesso di meditazione, ma sembra ancora che chi la pratichi faccia parte di qualche setta.

Con alcune persone con cui ero molto amica quando c’era la mia vecchia versione di me, che si lamentava sempre ed era molto pessimista, ho dovuto invece prendere un po’ le distanze perché erano un freno al cambiamento.

Nel libro ha preferito non raccontare nei dettagli quali fossero i traumi che secondo le Dottoresse erano all’origine della sua crisi, è però inevitabile pensare che ritrovarsi ad avere a cinque anni una sorellina autistica e aver vissuto da adolescente un dramma giudiziario che ha coinvolto tutta la sua famiglia in una qualche maniera abbiano lasciato una traccia, anche a distanza di tempo.

Sono felicissima che la mia infanzia sia finita. E più divento grande, più sono felice. Sarebbe interessante capire quanti tratti che le Dottoresse attribuivano al disturbo borderline siano comuni a persone con fratelli o sorelle disabili. Il problema non è mai stata la disabilità di mia sorella, che è una persona piena di amore incondizionato, ma nella mia famiglia c’era sempre uno stato di emergenza e quindi una serie di bisogni primari miei non sono stati soddisfatti. Ho dovuto imparare io a soddisfarli, purtroppo spesso non c’è nessun supporto per il fratello o la sorella di un disabile.

In più c’è stato il caso delle false accuse verso mio padre: ero ancora un’adolescente ed è stato un grandissimo carico di dolore, che sicuramente è uscito anche dopo negli anni. Sono crollata nell’unico momento in cui improvvisamente non avevo più nessun impegno scandito e nessuna cosa che mi tappasse il contatto con quello che sentivo veramente.

Il capitolo in cui racconta la notte in cui ha cercato aiuto, prima chiamando il 118 o poi andando di persona al Pronto Soccorso, è raggelante e ricorda film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Descrive l’assurdità di un mondo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. In quelle pagine spiega che forse l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno era un abbraccio. Quello che ha trovato, però, è stata un’etichetta, una diagnosi che era anche una condanna. E il primo passo per guarire è stato metterla in discussione e ripartire da zero.

E sì perché creava tanti effetti collaterali, che mi tenevano ingabbiata. Uno era la sensazione di soffrire più degli altri. La diagnosi prevede infatti che i borderline provino emozioni esagerate, anche per quanto riguarda il dolore. A un certo punto ho iniziato a fare lavori su me stessa di altro tipo, credendo ancora però nella diagnosi. Quando la tiravo fuori con le persone che mi stavano vicino, per esempio dopo una giornata di consapevolezza, gli altri mi dicevano che alla fine tutti soffriamo. La medicalizzazione del dolore porta a dirsi “io soffro di più” oppure “sono l’unico che soffre”, quando invece le statistiche dicono che una persona su quattro ha problemi psicologici.

E poi c’è il discorso dei farmaci, che su di me non hanno mai funzionato: ho subito un accanimento molto forte a riguardo. È molto strano che chi si prende cura di un male psichico sia privo della minima umanità ed empatia, credo che faccia parte dei punti deboli di un sistema che non funziona.

Riguardo agli psicofarmaci, solo recentemente si sta discutendo del fatto che la loro efficacia è testata su soggetti neurotipici, mentre su persone altamente sensibili o comunque neurodivergenti (che costituiscono una percentuale non piccola della popolazione, almeno il 20%) essi avrebbero effetti ben diversi, spesso esagerati o controproducenti. E inoltre c’è un dibattito se sia giusto ridurre la sensibilità e quindi anche la creatività, tramite un utilizzo massiccio degli psicofarmaci volto a eliminare o minimizzare ogni forma di dolore. Lei racconta che quando era costretta ad assumerli, avevano un impatto rilevante sull’attività creativa.

Avevano un impatto enorme. Le due stesure del libro che stavo scrivendo erano molto diverse da quello che scriverei di solito. Ho vissuto molto questo effetto livellante e normalizzante degli psicofarmaci, anche verso cose che – lasciandomi libera di viverle fino in fondo – sono quelle che mi hanno portato alla guarigione. Se sento che la mia vita non mi piace, non è che devo curarmi per farmela piacere per forza.

Ho deciso di fare un mestiere, la scrittrice, che per la maggior parte delle persone non è neppure un lavoro e mi affido all’incertezza economica, piuttosto che fare l’impiegata o l’insegnante. Ma tutto questo, quando c’è una diagnosi di mezzo, viene interpretato come un sintomo di follia. Anche quando avevo l’ingenuità di raccontare alle Dottoresse delle cose relative al cammino spirituale che stavo vivendo, arrivava subito un farmaco per eliminarle, quando invece erano esperienze che possono portare a una concezione della vita diversa ma che per molte persone è destabilizzante. Come insegnano Foucault e altri la storia della psichiatria è sempre stata collegata al controllo sociale, spesso in maniera inconsapevole.

Lei afferma che il suo dolore è raccontabile solo perché è riuscita a superarlo, che pensava che le persone normali non soffrissero e che l’obiettivo della guarigione fosse eliminare la sofferenza, quando in realtà poi si è resa conto che tutti soffrono, solo che spesso lo si nasconde o si cerca di anestetizzare il dolore. Qual è allora il segreto per “soffrire bene”?

Secondo me bisogna partire dal fatto che la sofferenza è prevista nella vita, non è uno sbaglio. Non fingere di stare bene e neppure cadere nella positività tossica. Questo aiuta tanto, e aiuta anche poter condividere i propri stati d’animo in gruppi che lavorano sulla consapevolezza interiore.

È un lavoro continuo che bisogna fare su se stessi, ma è anche molto sano restare in una dimensione di gioco. La vita per me è un gioco sacro. Bisogna saper prendere le cose con leggerezza per non stressarsi troppo col lavoro spirituale, altrimenti diventa tutto pesantissimo

La parola chiave del suo libro è amore, intendendo con questa parola un sentimento incondizionato e universale. Racconta di aver sofferto per anni di mancanza di amore e poi di averla superata iniziando a nutrire gratitudine per tutto quanto di buono era già presente nella sua vita, per esempio ringraziando gli oggetti intorno a lei dell’aiuto che le davano, e iniziando ad amare se stessa e gli altri, invece di pretendere quell’amore di cui aveva un disperato bisogno.

L’amore per me è la chiave, mentre nella visione medica non si parla mai di amore. Ho visto su di me che cercare qualcuno che mi desse amore era la garanzia per non riceverlo mai; per chiunque è più piacevole avere accanto una persona risolta, invece di una che ha problemi. Secondo le Dottoresse, siccome non avevo ricevuto abbastanza amore non avrei mai più potuto funzionare correttamente. Avrei solo potuto rattoppare la situazione per poter stare un po’ meglio, ma non avrei mai potuto sentirmi come chi ha ricevuto da bambino tutto l’amore di cui aveva bisogno. Adesso invece mi rendo conto che sto molto meglio di tante persone che, almeno in teoria, hanno ricevuto tutto quell’amore da piccoli, perché comunque ho fatto e faccio quotidianamente un percorso di consapevolezza, ho ricevuto una chiamata a vivere la vita in un certo modo.

Per questo è importante prendersi la responsabilità delle proprie azioni, anche se si ha una diagnosi particolare. È vero che è faticoso ed è un lavoro costante, ma costanti sono anche i doni, spesso in modi sorprendenti. La vita ti regala delle cose, anche piccole, ma che lasciano un senso tale di bellezza e poesia che sono in realtà grandi.

Il passo fondamentale è stato imparare a dare amore a me stessa, scardinando quel meccanismo che avevo interiorizzato dalla mia famiglia, per cui siccome l’emergenza era sempre mia sorella nessuno si è mai particolarmente preoccupato che io avessi amore. Se ce n’era un po’, era da dare subito a mia sorella, perché sembrava che le mancasse tutto.

E poi ho dovuto scardinare l’abitudine che ci inculca la società di non pensare a noi stessi. Molti non hanno il tempo di dare amore e cura a se stessi. Io per molti anni ho sentito un senso di colpa mostruoso quando davo amore a me stessa, avevo interiorizzato che quel tempo non fosse produttivo. Forse non lo è sotto un’ottica di profitto, però consente di stare bene in salute e lo scopo della vita non è quello di essere produttivi quanto il benessere e la felicità. Preoccuparsi della nostra felicità è il primo passo per potersi poi preoccupare della felicità degli altri e rimettere in circolo felicità e amore.

Secondo un approccio psichiatrico l’origine dei disturbi mentali è dovuta a un malfunzionamento della chimica del cervello, secondo un approccio psicanalitico a traumi famigliari, ma secondo alcuni studiosi come David Smail in The origins of unhappiness, poi ripreso da Mark Fisher, l’infelicità è strutturale alla società neoliberista in cui viviamo.

Vedo tantissimi giovani che sono persi, che stanno malissimo. Questa società rende per forza di cose infelici una serie di individui, ma perché solo alcuni e altri no? Non credo che accada a caso e, più che come una condanna, lo interpreto come un richiamo. Quello è il tuo compito: se in questo mondo non puoi stare bene, vai a creare un mondo in cui puoi stare bene. Se non si fa però un lavoro su di sé, si rischia di restare nella lotta contro il resto del mondo e non credo che questa sia la soluzione. Se passa dal lavoro su di sé, questo non succede, perché ogni cosa è interpretata sia come un aspetto sociale che personale.

Nelle sue pagine si legge una forte critica alla psicanalisi classica, freudiana, per cui la felicità non è il fine della terapia e non c’è spazio per anima e spiritualità. Nel suo libro invece la spiritualità diventa un mezzo di guarigione, interpretando la sofferenza stessa come una chiamata a un percorso spirituale. Citerò Jung: “La vera terapia consiste nell’approccio al divino; più si raggiunge l’esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia.”

A volte più malattie e difficoltà arrivano, più la chiamata è forte. Possono servire per spingerti finalmente nella direzione giusta, per esempio iniziando a meditare.

Si intuisce che nel libro ha condensato tanto materiale. Ha pensato a un seguito o a un podcast per ampliare l’argomento?

Al podcast ci ho pensato. Non ho ancora avuto il tempo materiale, ma sento che potrebbe aiutare. In realtà il prossimo libro che voglio scrivere ha proprio a che fare con la consapevolezza e il cammino spirituale. E poi sto scrivendo molto per ragazzi.

Gandhi raccontato ai ragazzi nel romanzo corale di Chiara Lossani

3 settembre 2022

Chi era Gandhi? Come si comportava? Come ci si poteva relazionare con lui? A raccontare la figura del Mahatma ci pensano le ragazze e i ragazzi protagonisti del romanzo “Gandhi” di Chiara Lossani, edito da San Paolo Ragazzi. Un libro che narra la figura di Gandhi, il suo modo di relazionarsi al prossimo e il cammino, non facile, per l’emancipazione dell’India. Di come è nato il libro ne abbiamo parlato con Chiara Lossani, autrice di libri per ragazzi.

Come è nata l’idea di scrivere un libro su Gandhi dedicato ai bambini? Gandhi mi è sembrata la persona giusta da raccontare ai miei giovani lettori, perché io per prima ne sono rimasta coinvolta fin dal tempo del mio viaggio in India, molto tempo fa. Mi ha affascinato il suo pensiero sul cambiamento, e la sua coerenza ha mosso in me emozioni e riflessioni. Così, quando qualche anno fa un piccolo editore mi ha chiesto di scrivere un racconto per ragazzi su di lui, ho incominciato ad approfondirlo cercando però un modo nuovo di narrazione che potesse coinvolgere le ragazze e i ragazzi che l’avrebbero letto. Quel piccolo libro ha avuto un buon successo, e successivamente ho sentito il bisogno di estendere quel racconto (che nel frattempo è andato fuori catalogo e che si riferiva al solo episodio della marcia del sale) a tutta la sua vita. Ne è nato un romanzo: Gandhi, appunto, pubblicato da San Paolo. Raccontarlo ai ragazzi ha significato principalmente per me andare oltre ogni luogo comune sulla sua figura, spesso presentata come eroica o stravagante, in modo che potessero comprenderlo e amarlo, ma non solo. Per incontrare Gandhi bisogna innanzitutto incontrare se stessi, conoscere se stessi per essere “quel cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”, come diceva lui. I ragazzi e le ragazze di ogni tempo, ma soprattutto di oggi, hanno bisogno di conoscere se stessi e hanno bisogno di adulti che mostrino loro un modo nuovo di vivere. Un modo che presupponga l’amore. Nel mio romanzo Gandhi non è un eroe, è uomo fra gli uomini, con un profondo senso di autocritica e sempre alla ricerca della verità dentro di sé. I giovani lettori ne rimangono sorpresi, affascinati, lo sentono vicino e accolgono con interesse e coinvolgimento la sua proposta, cioè la ricerca della verità, dentro e fuori di sé. I ragazzi e le ragazze cercano la verità, e con Gandhi scoprono che la Verità è essenzialmente Amore.

Perché la scelta corale, a più voci, per narrare la figura di Gandhi? Questo romanzo immagina alcuni incontri possibili tra Gandhi e ragazzi e ragazze di provenienze diverse, in cui i lettori possono identificarsi, trovando il proprio incontro con Gandhi.  Gandhi intitolò la sua autobiografia “i miei esperimenti con la Verità”, e lo stesso percorso ho seguito nel mio romanzo. Sono storie di presa di coscienza e di testimonianza che hanno per protagonisti ragazze e ragazzi che raccontano il loro incontro con Gandhi in momenti importanti della sua pratica contro ogni violenza.  Il lettore a sua volta lo incontra attraverso il loro sguardo, e resta attonito davanti al suo non reagire con violenza alla violenza; e sorride alle sue battute; e ammira il suo coraggio nell’affrontare a mani nude i soldati; e si stupisce della sua capacità di compassione anche per gli assassini, e delle sue strane abitudini – pulire le latrine al posto degli intoccabili, o filare il cotone indiano all’arcolaio per due ore ogni giorno.

Da Laxmi, a Khoi, Vittoria, Srinivasa, passando per Seth e Kedar fino a Sushila, tutti apprendono qualcosa da Gandhi. Quanto è importante il rapporto con lui? La vita di ciascuno di noi è fatta di incontri, ad alcuni resistiamo, altri ci cambiano, ma è meglio dire che ci fanno ritrovare noi stessi, come è successo a Khoi, Laxmi, Kedar, Seth, Srinivasa, Victoria e Sushila, i protagonisti di questo romanzo, le cui storie hanno incrociato quella di Gandhi. Stanno vivendo momenti difficili della loro esistenza, e incontrano Gandhi in momenti cruciali della sua. È un incontro in fondo alla pari, ognuno guarda a sé e all’altro con libertà. La libertà di scegliere cosa fare, dove andare. Ognuno compie la sua scelta, anche Gandhi, che lascia sempre a chi ha di fronte la libertà di andarsene o di condividere il percorso con lui. Nell’episodio di Laxmi, questo è particolarmente evidenziato…Incontrare Gandhi per incontrare se stessi, per sperimentare se stessi, insieme a lui e in cammino con lui. Questo è il senso del romanzo.

Tra i protagonisti che si avvicendano attorno al Mahatma quanti sono reali e quanti frutto della fantasia?  Tutto ciò che nel romanzo riguarda Gandhi è documentato, ho cercato di rispettare il più possibile le sue vere parole, che meritano di essere ascoltate come lui le ha pronunciate. I ragazzi protagonisti invece sono frutto della mia fantasia, tranne Uka, l’intoccabile, che era un servo della casa dei Gandhi, e che lui conobbe da bambino.  La capra dell’episodio con protagonista Vittoria è un’invenzione, ma non il fatto che Gandhi abbia portato con sé una capra dall’India, sulla nave che lo condusse in Inghilterra nel 1931.  Ed è vero anche l’episodio nella fabbrica di cotone. Gli operai inglesi erano molto arrabbiati con Gandhi, perché molti di loro erano stati licenziati e vivevano in condizioni di miseria, anche in conseguenza della sua lotta contro i tessuti inglesi commercializzati in India. Gandhi ne era dispiaciuto, fece loro un discorso che è rimasto nella storia – quello che riporto nel racconto – con cui seppe conquistarsi la loro stima. C’è un’incredibile fotografia che ci documenta l’incontro con le tessitrici della fabbrica, che lo circondano, gli stringono le mani, lo acclamano. Una foto davvero emozionante, che mi ha ispirato il racconto. Anche l’episodio di Sushila e di Kedar – rivisto solo nel finale – è accaduto realmente. Ci viene riportato da Lapierre e Collins nel loro indimenticabile Stanotte la Libertà, che merita di essere riletto. Devo precisare però che alcune date sono state modificate per esigenze narrative, ma ciò non ha influito sul senso del racconto.

Cosa rappresenta per lei la figura del Mahatma? Come ha affermato in un’intervista la figlia del Vicerè dell’India, che lo incontrò da bambina, “Gandhi era irresistibile”. Era un uomo che catturava l’interesse di chiunque lo incontrava, che sapeva trascinare le folle, che scosse la coscienza non solo del suo popolo ma del mondo intero. Quello con Gandhi è stato per me un incontro fulminante, in cui mi sono immersa con tutta me stessa. Penso che le sue parole, i suoi gesti, le sue idee originali siano ancora oggi un’indicazione di vita, ci mostrino una via di convivenza, una possibilità vera per l’umanità di poter superare i conflitti che stiamo attraversando, mettendo in pratica quell’atteggiamento che fece dire a Gandhi che: “prima di lottare contro i pregiudizi degli inglesi, noi indiani dobbiamo superare i nostri pregiudizi cambiando noi stessi”. Credo che sia una grande lezione per me e per tutti. Sono convinta che abbiamo più che mai bisogno delle parole di Gandhi per trovare una pace nuova e dare spazio al cambiamento di cui il nostro mondo ha bisogno per sopravvivere.Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo… sono parole d’oro che tutti noi dovremmo cominciare a scrivere nella mente e nel cuore.

Come è stato raccontare ai lettori bambini e ragazzi una figura come quella di Gandhi e quanto è importante che i piccoli lettori conoscano le personalità che hanno agito nella Storia? Sento fortemente il bisogno che provano le ragazze e i ragazzi di leggere storie vere, di conoscere di figure di riferimento di adulti coerenti, che mostrino loro un nuovo modo di vivere oltre il consumismo e la banalità.  L’ attualità di Gandhi credo sia ben riassunta da una frase che mi disse un dirigente scolastico in un incontro con i ragazzi della sua scuola: “Lo dica a loro, che la vera forza, il coraggio, non è tirare pugni!” Penso che i ragazzi lettori possano identificarsi con i personaggi del romanzo  nella ricerca della propria verità. Gandhi è oltre ogni epoca, perché con la sua teoria e la sua pratica, che sperimentava innanzitutto su di sé,  affronta il tema della violenza individuale e collettiva. i conflitti persona contro persona, il pregiudizio, l’importanza delle scelte e della presa di coscienza di ciascuno. Gandhi risponde alla domanda che i nostri ragazzi e ragazze si pongono ogni giorno: come risolvo i miei conflitti? La risposta di Gandhi è: con l’amore, che si attua con la non violenza, un messaggio che egli sa trasmettere a tutti senza supponenza, ma sempre con coerenza e leggerezza.

Le piacerebbe fare un altro libro come questo? Se sì quale personalità le piacerebbe raccontare? Mi piacerebbe raccontare ancora la storia di una grande personalità attraverso le voci di ragazze e ragazze, certo, senza emulare questo romanzo ma trovando strade nuove. Persone che hanno portato qualcosa di nuovo nel pensiero dell’umanità, che possano “convertire” il cuore e la mente per trovare nuove possibilità di esprimere quanto di buono c’è nel genere umano. Non ho in mente il nome di nessuna personalità, per ora, ma tante si sono avvicendate nella Storia, e sono certa che la troverò.

Leo de Sanctis racconta le “Ricette di guerra” della zia Amalia. A cura di Viviana Filippini

28 luglio 2022

Vivere in tempo di guerra e cucinare piatti per sfamare le bocche della propria famiglia con quel poco che si ha. Questo e tante ricette si trovano in “Ricette di guerra. 1940/1944 per una cucina semplice semplice”, il ricettario di Amalia de Sanctis, della quale Fefè editore ha pubblicato il libro a cura di Leo Osslan de Sanctis e con un testo di Cesare de Sanctis, parenti della zia Amalia, che nella foto vediamo in compagnia Sante de Sanctis nel 1913 a Parrano, in Umbria, nei pressi di Città della Pieve paese di orgine della famiglia. Della zia Amalia e del suo mondo ne abbiamo parlato con Leo.

Leo, come è entrato in possesso delle ricette di zia Amalia e perché ha deciso di pubblicarle? La nascita di questo libro è a suo modo molto letteraria. Riordinando la piccola e originale biblioteca di libri gastronomici di mia madre, dopo la sua morte, mi sono imbattuto in un’anonima busta bianca, anzi grigia di polvere. L’ho aperta incuriosito e dentro vi ho trovato il manoscritto delle “Ricette di guerra 1940/1944” che la mia zia Amalia regalava a mia madre in occasione del suo matrimonio con mio padre, nel febbraio del ‘44. In realtà più che un manoscritto era la copia carbone di un dattiloscritto, battuto a macchina dalla “zia Amalia” in più copie, con la carta carbone tra un foglio e l’altro e i fogli leggeri leggeri, come carta velina. Cose d’altri tempi. E appunto molto letterari. In quel momento ho deciso d’impulso che dovevo farne un libro.

Nel libro si parla di Amalia come di una vestale, perché si afferma questo? La zia Amalia (l’ho sempre conosciuta e chiamata così, anche se in realtà era la mia prozia, sorella minore di mio nonno Carlo, nati entrambi alla fine dell’800) era molto legata a Parrano, microscopico paesino umbro dell’alto Orvietano in cui la famiglia De Sanctis ha prosperato fin dal 1480. Amalia, suo fratello Carlo e il fratello di mezzo Valerio, furono la prima generazione “romanizzata”: il loro padre e mio bisnonno Sante De Sanctis (uno dei fondatori della psicologia/psichiatria in Italia) era colui che aveva “fatto il salto”, abbandonando il paese per trasferirsi a Roma. Amalia aveva una memoria elefantiaca: del paese e delle radici della famiglia sapeva e ricordava tutto, e non perdeva occasione per ricordare, con orgoglio, fatti e persone del passato anche remoto. Per questo mio nonno Carlo l’aveva proclamata “vestale” della famiglia; era al tempo stesso un gentile sfottò e il riconoscimento di un ruolo importante.

Che idea e immagine si è fatto lei di zia Amalia? La zia Amalia era molto simpatica, molto cordiale, grande conversatrice, molto espressiva con continui e imprevedibili movimenti di occhi, mani e volto tutto. Da me e dai miei cugini, bambini e poi ragazzi, era amata. Proverbiali erano le sue “festicciole” in cui ci mescolava ad altri coetanei a noi sconosciuti e ci invitava a “socializzare”, con lo spirito pedagogico che le derivava dall’illustre suo padre Sante. Ricordo dovizia di panini burrosi con salumi vari e montagne di pasticcini, un po’ all’antica ma eravamo pur sempre negli anni ’60.

Le ricette sono tante, vanno dagli antipasti, ai primi, secondi, contorni, stuzzichini, dolci. C’è qualcosa che l’ha stupita di queste ricette? Quello che più mi ha stupito sono le non-ricette, quelle dettate materialmente dalla penuria di materie prime a causa della guerra. Ad esempio la “pastina senza pastina” o quelle che la zia ha definito “malizie culinarie”, cioè trucchi del mestiere per preparare “un’insalata senza olio” o “una maionese con poco olio” o come fare per “imburrare un recipiente senza burro”. Piccole truffe innocenti perpetrate con ingredienti succedanei ma egualmente genuini; molto diverse dalle vere e proprie truffe di oggi, in cui si spacciano per genuini prodotti realizzati con l’aiuto determinante e a volte pericoloso della chimica.

Cucinare in tempo di guerra cosa comportava per Amalia e per chi come lei stava vivendo quella situazione? La zia Amalia era in un certo senso fortunata ad aver mantenuto un legame con la campagna umbra natìa. Da lì arrivavano, saltuariamente, rifornimenti di cui non tutte le famiglie romane potevano godere. Risorse che comunque la zia utilizzava e insegnava ad utilizzare con parsimonia, con attenzione, con un occhio sì al gusto del piatto ma con molta cura, ad esempio, al riutilizzo degli avanzi o, come dicevo prima, all’uso di ingredienti succedanei più economici e disponibili.

Cosa possiamo imparare noi da zia Amalia? Ora un’altra guerra è in corso e non mi riferisco solo alla guerra guerreggiata di cui sappiamo (che pure ha e avrà la sua influenza su cosa mangiamo), ma alla guerra più subdola e sotterranea che affligge molte famiglie: la difficoltà a mettere insieme pranzo e cena come vorremmo o come eravamo abituati, la costrizione a rinunce e a scelte. Questo piccolo libro ci può aiutare in questa nuova diversa emergenza.

Ha provato a fare qualcuna delle ricette? Non sono un gran cuoco ma qualcuna l’ho voluta testare e il risultato non è stato niente male! Delle ricette della zia Amalia quello che apprezzo è che sono diverse dai ricettari “moderni”, che trovo un po’ ansiogeni e per niente rilassanti: non troverete quasi mai l’indicazione delle quantità precise (tot grammi non uno di più) né dei tempi (tot minuti non uno di meno) o dei gradi (al forno a tot gradi mi raccomando). Moltissimo è lasciato all’interpretazione di chi cucina, all’estro, alla sensibilità, al “naso” di chi è ai fornelli.

Tra tutti i piatti proposti qual è quello che le piace di più e quello che le piace di meno (se c’è)? Consiglierei questo menù, di estrema semplicità sia nella preparazione che negli ingredienti, con cui (come si dice) farete un figurone: “riso con mozzarella” di primo o se preferite una “minestra di noci”; per secondo, delle “polpette miracolose” (anche nel gusto) o per i vegetariani un “tortino con peperoni”; come contorno energetico, “patate vitalizzate”; infine per dessert, consiglio il “monte d’oro” (un mont blanc di guerra e assai più facile da preparare) o per i piccoli un “budino di pane”, facile e economico.

Quanto è importante fare memoria anche delle ricette di famiglia del passato? Credo che la memoria sia di per sé fondamentale, ovviamente quella storica, ma anche quella più minuta, di famiglia: sono le nostre radici che non dobbiamo mai dimenticare né trascurare, sono il nostro dna. La memoria gastronomica è ugualmente fondamentale: “siamo quello che mangiamo” possiamo declinarlo al passato “eravamo quello che mangiavamo”. E da quelle persone, che mangiavano così, noi deriviamo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie allo studio 1A.

:: Un’intervista con Giacomo Gabellini

30 Maggio 2022

Grazie Giacomo di questa intervista. Sei l’autore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, è corretto?

Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, è un compito decisamente arduo è necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. All’epoca, l’appena nominato commissario alle nazionalità Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dell’Unione Sovietica in base al criterio della “dismogeneizzazione etnica”. Affiancando all’etnia dominante all’interno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in un’altra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalità prevalenti in seno a ciascun’area amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dall’altro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato all’Ucraina, lo schema staliniano comportò l’annessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in un’ottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dell’Orda d’Oro. L’impatto sull’Ucraina di questa politica di divide et impera non sfuggì agli specialisti della Cia, i quali già nel 1966 evidenziarono in un documento – ora declassificato – che «il processo di “russificazione” ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle città, un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenza».

Parlaci della genesi di questo libro.

Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dell’attacco russo, l’editore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessità di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sull’impatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.

All’inizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. L’Ucraina invece è ormai è un paese martire sull’altare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. È in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrà ripercussioni sull’Unione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. Avverrà una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? È ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ’90?

Per quanto mi riguarda, gli “ideali” di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che «per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono». Significativamente, la capitolazione a 360° dell’Unione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si è realizzata proprio in presenza di quella “tensione russo-americana” – degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio – identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per l’affermazione dell’indipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta “Europa delle patrie” estesa “dall’Atlantico agli Urali” che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono né sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinché gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di “integrazione” ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del “vecchio continente” ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte – la Germania – e dei suoi satelliti economici – Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, l’Unione Europea è l’uniforme che la Germania indossa per far apparire come “comunitarie” le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.

Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio c’è una parte degli ucraini che realmente ha richiesto l’intervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche all’interno di altre province dell’Ucraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o c’è del vero?

L’Ucraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione “occidentalista” e russofoba. Per il resto, vi è una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava l’intervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo l’Ucraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni – la maggioranza della popolazione – e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblast’ di Crimea, Donec’k, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autorità ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con l’eccezione delle aree più orientali degli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza d’urto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. Così, quando a partire dall’ottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltà nel tenere le posizioni. La situazione, come è noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finché il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k non inviarono a Mosca una formale richiesta d’aiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis Pušilin e Leonid Pasečnik l’apposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.

Stanno con grandi difficoltà continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che l’Ucraina mantenga uno “status neutrale, non allineato e non nucleare”. Secondo lei è possibile con l’attuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?

Zelens’kyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali “chiavi strategiche” del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente all’interno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelens’kyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolarità conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietà di Ihor Kolomojs’kyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelens’kyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelens’kyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojs’kyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se l’obiettivo perseguito dagli “sponsor” di Zelens’kyj verte sull’“indebolire la Russia”, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che all’ex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia “fino all’ultimo ucraino”. Il problema, per Zelens’kyj e per la popolazione ucraina, è che Mosca non si fermerà finché non riterrà raggiunte le finalità strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul “disinnesco” militare dell’Ucraina e sull’eliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per l’adozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblast’ di Donec’k, Luhans’k, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per l’Ucraina, la prosecuzione delle ostilità rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.

Israele è pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale è un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?

In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della società israeliana è inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. D’altro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con l’Ucraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si è registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire l’Ucraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.

Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perché non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo all’interno del Paese? L’Occidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?

Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare l’ira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, così da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. È interessante notare quanta fiducia le élite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia è stato quello di incrementare notevolmente la popolarità di Putin, come c’era del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici all’Europa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico è pura illusione. La stessa questione del default è del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquidità per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altro…

Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? L’Europa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrà ridimensionare? È questo a cui allude Draghi quando parla di “condizionatori” agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin è consapevole che il suo popolo affronterà le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?

Il default russo è una questione di pura volontà politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilità di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrà in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sé, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per l’Europa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il “vecchio continente” al disastro economico. La competitività sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania – e, in subordine, Italia – dipende in una misura tutt’altro che irrilevante dall’accesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrà inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev Gumilëv parlò a questo proposito di “pasionarnost”), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nell’ambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato già nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.

La guerra russo-ucraina è uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarà più come prima, troppo sangue è stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai l’asse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerà nel breve e lungo periodo?

Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontà del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante l’imposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per l’altro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con l’Europa. Lo scoppio delle ostilità ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dall’interruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dell’Unione Europea e Russia, che ha colto l’occasione per completare la “svolta verso est”. Nell’immediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dell’export di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dall’Europa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterà nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare già stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative – essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense – dai costi ben più elevati e l’incremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale all’aumento della spesa militare deciso dall’intera Unione Europea, la perdita di concorrenzialità della manifattura europea assottiglierà fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal “vecchio continente” grazie alla sua torsione mercantilista. Per l’Unione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.

Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertà e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale è un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O è una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto c’è molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?

Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, così come del tutto fuorviante risulta la definizione di “dittatura degli oligarchi”, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la “linea rossa” – non interferire nelle scelte politiche – tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale – sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si è formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metà XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto l’anima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. È l’onnipresenza del “fattore geografico” ad aver educato le élite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualità politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. Nonché dalla capacità dei decisori del Cremlino di mantenere l’identità nazionale saldamente ancorata a valori altamente “comunitari” come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di “democrazia sovrana”, per usare un’espressione dell’ideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare l’anima profondamente eurasiatica del Paese. Perché applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dell’individualismo significa condannarla all’estinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti “sponsor” stranieri del pseudo-liberale Alekseij Naval’nyj quanto i vertici dello “Stato profondo” russo.

La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilità di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.

:: Un’intervista con Maria Valeria D’Avino a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2022

Benvenuta Maria Valeria D’Avino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award per aver tradotto “L’uccello nero” di Gunnar Gunnarsson (Iperborea), tra l’altro un libro meraviglioso, un precursore se vogliamo del noir nordico. Condividi questa definizione?

Mi sembra che l’etichetta “precursore del noir nordico” vada un po’ stretta a questo libro che da una parte va molto molto al di là di un delitto, anzi due, e di un’indagine, anche se li contiene entrambi, e dall’altra rischia di deludere un lettore che cerca soprattutto una storia nera. Quanto a questo, però, la storia che racconta questo libro è davvero nera, anzi nerissima, ha che fare con i sentimenti più violenti, oscuri e inconfessabili dell’animo umano, con il delitto e con il castigo. Quindi in fondo forse sì, possiamo dire di trovarci davanti a un classico della letteratura noir, sicuramente uno dei suoi vertici, anzi, e tra i più originali.

Naturalmente il nostro è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, tu hai sicuramente vinto premi ben più prestigiosi. Pensi che per un traduttore un premio possa essere di aiuto per una giusta considerazione del suo lavoro?

Sicuramente i premi fanno piacere, ma non sono sicura che contribuiscano a diffondere la conoscenza e la considerazione del ruolo e del lavoro dei traduttori. Per questo ci vorrebbero dei critici letterari e forse anche dei lettori più consapevoli.

Dove sei cresciuta? Che libri leggevi durante la tua infanzia e adolescenza?

Sono cresciuta a Roma, per mia fortuna in una famiglia di lettori. Anch’io sono stata fin da piccola una lettrice appassionata.

Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho studiato lettere con indirizzo anglogermanico e – passando attraverso il tedesco e la filologia germanica – mi sono appassionata presto, durante gli anni di università, alle culture e alle letterature dei paesi nordici, all’inizio in particolare della Danimarca. Era un territorio interessante e inesplorato in Italia, sia per la letteratura che allora qui era praticamente sconosciuta, sia per la struttura sociale, così diversa dalla nostra, e della quale ho potuto fare esperienza diretta già negli anni dei miei studi, grazie ai programmi di sostegno finanziario danesi. Uno dei vantaggi di lavorare dalle lingue nordiche è la politica culturale di quei paesi, che incentiva e sostiene finanziariamente la formazione e il lavoro dei traduttori dalle loro lingue, permettendo viaggi di ricerca, partecipazione a fiere e festival letterari.

La lingua è un organismo vivo che si trasforma continuamente: credo sia essenziale per un traduttore avere contatti frequenti e diretti non solo con la letteratura, ma anche la vita quotidiana del paese in cui si parla la lingua da cui traduce.

Sono diventata traduttrice a tempo pieno dopo aver lavorato per molti anni alla radio, anni in cui ho anche tradotto qualche libro, ma sempre in maniera sporadica. Non ho mai seguito corsi specifici per imparare ha tradurre, credo di aver imparato molto sul campo, soprattutto grazie all’incontro – e a volte allo scontro – con chi nelle case editrici si occupava della revisione. Un ruolo importantissimo nell’editoria, anche più ignorato di quello del traduttore, eppure essenziale. Un buon rapporto con il revisore è una vera gioia per il traduttore e una garanzia per la qualità del testo.

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

È difficile rispondere, bisognerebbe avere dei criteri in base ai quali stabilire l’importanza. Di sicuro ho avuto la fortuna di tradurre autori grandissimi, come i classici Knut Hamsun, Henrik Ibsen, Gunnar Gunnarsson, e tra i contemporanei Dag Solstad, che è considerato il più importante autore norvegese vivente, ma anche Roy Jacobsen, Gaute Heivoll, Johan Harstad e i danesi Thorkild Hansen, Dan Turell, Siri Ranva Hjelm Jacobsen… ogni volta che cerco di fare queste liste poi mi dispiace per quelli che rimangono fuori.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo molta letteratura delle lingue dalle quali traduco, sia per lavoro sia per interesse personale. E dedico sempre qualche mese l’anno alla lettura di libri italiani, classici e contemporanei, per “temperare” l’orecchio. In genere poi cerco di armonizzare le mie letture con il testo che sto traducendo, di trovarmi in un ambiente linguistico affine, per così dire. Ma poi ci sono gli innamoramenti improvvisi, gli autori del cuore che devo assolutamente leggere appena esce un nuovo libro, insomma sulla scrivania e sul comodino ci sono sempre pile inesauribili.

C’è qualche libro attuale di autori nordici che consiglieresti ai nostri lettori?

Consiglio una delle mie ultime traduzioni, Gli invisibili di Roy Jacobsen, uscito quest’anno da Iperborea. È il primo di una serie di quattro romanzi, la storia di una famiglia che abita una remota isoletta nel Nord della Norvegia, tra isolamento e modernità, nella natura potente e bellissima del nord e con una protagonista indimenticabile.

E consiglio Chiamo i miei fratelli di Jonas Hassen Khemiri tradotto da Katia De Marco per Einaudi, un romanzo breve ma densissimo che parla dei nostri pregiudizi e della paura dell’”altro”.

Parliamo ora di “L’uccello nero” (Iperborea). Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già l’ autore Gunnar Gunnarsson ? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Avevo già tradotto per Iperborea un altro libro di Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, che ormai è un vero classico natalizio e un piccolo libro di culto. Lavoro con Iperborea da moltissimo tempo ormai, e immagino che mi assegnino certi libri perché pensano che siano nelle mie corde.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile? Mi avevi anticipato che tutta la traduzione è stata difficile, ma appunto mi chiedevo quale ostacolo hai dovuto superare per arrivare alla qualità che hai dimostrato.

L’uccello nero è un libro scritto in danese da un autore islandese. Questa è stata senza dubbio una delle difficoltà principali. È come se l’islandese fosse sempre in filigrana sotto al danese, senza contare i numerosissimi termini che nel dizionario danese proprio non esistono, magari perché si riferiscono a fenomeni naturali, geologici o anche culturali che sono specifici dell’Islanda. Per fortuna, lavorando sul testo di un grande scrittore, una strada per la traduzione si trova sempre.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autore, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Quello di Gunnar Gunnarsson è sicuramente uno stile complesso, elaborato, molto diverso da quello degli autori scandinavi contemporanei, e questo è abbastanza ovvio, trattandosi di un autore nato nel 1889. Credo che questo libro, in particolare, possa essere apprezzato proprio per questa voce lontana nello spazio e nel tempo, che non ha paura di scandagliare i lati più oscuri e raccapriccianti del comportamento umano, ma nemmeno di lasciare al lettore ampie zone d’incertezza, di dubbio, d’inquietudine. Terribili paesaggi umani a contrasto con meravigliosi paesaggi naturali. Cosa può desiderare di più un lettore coraggioso?

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Insieme a Sara Culeddu sto traducendo un grande romanzo americano, però scritto in norvegese. Si chiama Max, Misha e l’Offensiva del Tet e l’ha scritto Johan Harstad, del quale qualche anno fa Iperborea ha pubblicato Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? , sempre nella mia traduzione. Questo nuovo romanzo uscirà invece per Sellerio l’anno prossimo.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Un’intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2022

26 aprile 2022

Buongiorno professore, siamo arrivati all’edizione 2022 dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, un libro sempre più prezioso per analizzare la storia e la contemporaneità dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo nella sua sponda sud (al limite sud-est). Otre a questi profili paese, molto utili ed essenziali, il volume è arricchito da alcuni saggi di esperti e studiosi, quest’anno su: primavere arabe, energia e sicurezza, e scenario israeliano. Con una guerra in corso che infiamma un territorio sulla sponda opposta del Mar Nero rispetto alla Turchia, che scenari si aprono per i difficili equlibri della regione?

R: L’attacco della Russia all’Ucraina apre scenari complessi e al tempo stesso imprevedibili. La Turchia è certamente uno dei paesi del Mediterraneo più interessati al conflitto e alle sue evoluzioni. Non solo perché affaccia sul Mar Nero e controlla gli Stretti, ma anche perché i suoi rapporti con Mosca sono stati caratterizzati, nel corso degli ultimi anni, da rotture e riavvicinamenti tattici. In Siria Turchia e Russia giocano partite differenti e anche in Libia i due paesi appoggiano fronti contrapposti. Erdogan ha spesso usato Mosca come contrappeso alla Nato e ai paesi europei, cercando così di ritagliarsi una sorta di autonomia strategica che le permettesse di agire più liberamente quale potenza regionale. Tuttavia nella fase attuale la Turchia, quale membro della Nato, vede ridotto il proprio spazio di manovra. Un confronto duro, come quello che si sta prefigurando tra Russia e Occidente, rende più complesso tenere un atteggiamento ambiguo da parte di Ankara.

Secondo lei c’è una possibilità concreta che il conflitto si estenda nelle regioni a sud del Mediterraneo?

R: Allo stato attuale delle cose è difficile fare previsioni. Una cosa è certa: si sta prefigurando una sorta di Nuova Guerra Fredda e ciò significa che ogni paese sarà chiamato a prendere, prima o poi, una posizione rispetto allo scontro attuale. In un certo senso, dunque, anche se non dal punto di vista bellico, lo scontro tra Russia e Occidente per portare dalla propria parte il maggior numero di paesi è già cominciato e coinvolge certamente anche il Nord Africa e il Medio Oriente. È interessante, da questo punto di vista, notare le posizioni di Marocco e Algeria in occasione del voto all’Assemblea dell’Onu, lo scorso 5 marzo, sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa in Ucraina. Il Marocco ha deciso di non partecipare al voto, mentre Algeri ha deciso di astenersi. Sono segnali che non devono essere assolutamente sottostimati.

L’Ucraina è un paese ricco di risorse, (è il granaio dell’Europa), materie prime, km di gasdotti che l’attraversano e danno energia all’Europa. Secondo lei è stata l’avidità a innescare il conflitto nel 2014? L’Europa, poi, che errori ha commesso, perché ha esitato così tanto a far entrare l’Ucraina nell’Unione europea? Non rispettava alcuni parametri? O c’è dell’altro?

R: Il conflitto, iniziato nel 2014 con l’occupazione della Crimea da parte della Russia e con la destabilizzazione del Donbass ha ragioni politiche e geopolitiche. Mosca da anni non nasconde il fatto che voglia ricreare una sorta di zona cuscinetto, composta da Stati che da lei dipendono e a lei rispondono, la quale possa garantirle la sicurezza rispetto a presunte minacce provenienti dalla Nato. L’Europa ha forse sottovalutato le implicazioni di lungo periodo della crisi del 2014, nella convinzione, forse, che Mosca non si sarebbe mai spinta oltre. Per quanto riguarda l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, credo che Bruxelles abbia mostrato tutta la propria disponibilità, in questa fase, mandando anche un segnale politico forte alla Russia. Per quanto riguarda l’ingresso vero e proprio, tuttavia, pur volendo accelerare al massimo le procedure, l’Ucraina dovrà rispettare i parametri richiesti a qualsiasi paese candidato e per fare ciò ci vorranno probabilmente anni. A meno che non si compia una scelta tutta politica e si decida di accettare Kiev nell’Ue prima che essa sia in grado di soddisfare appieno i parametri di adesione. Ma in questo caso, come detto, si tratterebbe di una scelta politica e al di fuori del normale processo di adesione all’Ue.

Ho fatto risalire l’inizio del conflitto al 2014 (molti storici concordano su questo punto) sebbene in principio la “guerra” era circoscritta nelle regioni del Donbass. Una guerra civile, fratricida, sanguinosa. Ma lontana. Dal 24 febbraio, con l’ingresso delle truppe armate di Mosca nel paese, la guerra civile da lontana è diventata vicina. È entrata nelle nostre case, ha scosso l’opinione pubblica. La gente muore, e noi assistiamo impotenti a questa barbarie. Secondo lei sono stati incrinati in qualche misura gli ideali di pace e stabilità all’origine dell’Unione Europea stessa? C’è una strada da percorrere per ripristinarli?

R: Non credo che gli ideali di pace e stabilità che hanno segnato sin dalla sua nascita il progetto comunitario siano stati scalfiti in alcun modo dalla guerra. Al contrario, la scelta di Mosca di usare le armi rafforza la visione alla base dell’esistenza stessa dell’Ue. Inoltre non sono d’accordo sul fatto che l’Europa stia assistendo impotente agli eventi bellici. L’Europa mai come in questa occasione si è mostrata coesa, sostenendo l’Ucraina sul piano politico e militare e imponendo sanzioni molto dure alla Russia, le quali avranno certamente un impatto nel medio periodo sull’economia russa.

Tornando all’Atlante, è sempre più uno strumento utile per storici, e ricercatori, e perché no politici e amministratori. Quando avete ideato il progetto pensavate che avrebbe avuto un tale peso e una tale portata?

R: Quando abbiamo pensato di pubblicare l’Atlante non immaginavamo che saremmo arrivati all’VIII edizione. Le premesse che erano allora alla base della nostra scelta restano tuttavia ancora valide. Pensavamo allora, e pensiamo ancora oggi, che il Mediterraneo sia parte dello spazio vitale dell’Italia e dell’Europa e che negli anni passati le dinamiche politiche, economiche e sociali che lo attraversavano fossero troppo trascurate nel nostro paese. Le Primavere Arabe colsero tutti di sorpresa, politici e opinione pubblica, perché poco si conosceva del Mediterraneo e dei paesi della sponda sud. Abbiamo allora pensato di dare il nostro piccolo contributo affinché il dibattito sul Mediterraneo resti vivo e al centro degli interessi del nostro paese.

Il Mediterraneo è sempre più un ponte tra il Sud del Mondo e l’Europa, in che misura questo ruolo cruciale è avvertito a Bruxelles?

R: Sino ad alcuni anni fa l’Ue era molto concentrata nello sviluppo della sua dimensione continentale e mitteleuropea. Oggi anche a Bruxelles vi è maggiore consapevolezza dell’importanza del Mediterraneo. C’è ancora molto da fare, ma credo che oggi l’Europa sia sulla strada giusta rispetto alla necessità di affrontare i problemi della regione in modo collettivo e con uno sguardo al futuro.

Ringraziandola della disponibilità le chiedo su che direttrici state lavorando per l’Atlante del prossimo anno? Grazie.

R: Come sempre sono molti i temi importanti che meriterebbero un approfondimento. Nell’edizione 2022 abbiamo scelto di approfondire gli effetti del Covid-19 sui paesi della sponda sud del Mediterraneo. La prossima edizione sarà certamente fortemente influenzata dalle vicende belliche in corso, anche in considerazione dell’attivismo russo in Libia e cinese in altri paesi della regione.

:: Angela Ricci ci racconta Lucy Maud Montgomery in libreria con le “Cronache di Avonlea”(Gallucci 2022) , scomparsa il 24 aprile 1942 A cura di Viviana Filippini

24 aprile 2022

Dopo la serie “Anna dai capelli rossi”, “Emily di New Moon”, sono in libreria le “Cronache d’Avonlea” collegate alla figura di Anna dai capelli rossi, ma anche a tanti altri personaggi del piccolo paesino nati dalla penna di Lucy Maud Montgomery, che hanno animato le pagine della letteratura mondiale. Il 24 aprile 1942, 80 anni fa, scompariva l’autrice di romanzi per bambini di origini canadesi e per scoprire qualcosa in più su di lei e sui suoi lavori, ho intervistato Angela Ricci, che per Gallucci editore si è occupata della traduzione delle opere della Montgomery.

Benvenuta Angela, come è stato occuparsi della traduzione dei romanzi della scrittrice canadese?

È stata insieme una scoperta e una riscoperta. Avevo letto Anna ed Emily da bambina e ne ero rimasta affascinata. Quando ho ripreso in mano questi testi da grande ho ritrovato tutta la magia che ricordavo, ma anche molto di più. Si dice sempre che i traduttori sono i migliori lettori di qualsiasi libro, perché si soffermano su ogni singola parola, ed è vero. Traducendo questi romanzi ho capito perché mi erano piaciuti così tanto da piccola e perché piacciono anche agli adulti, a più di un secolo di distanza da quando sono stati scritti. Da una parte è perché la Montgomery parla di sentimenti, desideri ed emozioni così umani che rimangono immutabili a tutte le età e in tutte le epoche, dall’altra c’è il suo modo davvero particolare di descriverli. Spesso lo fa attraverso i paesaggi e la natura, ma a volte le basta un gesto, un dettaglio fisico, oppure una parola o un modo di dire messi in bocca a qualche personaggio. Insomma, il lavoro su questi testi, che ancora non è finito, mi ha fatto capire che Lucy Montgomery non è “solo” una scrittrice per ragazzi (nell’accezione sminuente che a torto si dà spesso a questa definizione), ma una scrittrice nel senso più alto che si può dare a questa parola. 

Quali sono i temi che ritornano in tutte le opere che lei ha avuto modo di tradurre?

Ci sono tantissimi temi che ritornano nelle opere di Lucy Montgomery, alcuni più evidenti, altri che rimangono un costante sottofondo. L’ottimismo, il guardare con fiducia ed entusiasmo alla vita, è certamente un tema ricorrente e trova la sua incarnazione proprio nelle protagoniste dei romanzi. Ma quello della Montgomery è un ottimismo molto “realista”. Nei suoi libri ci sono tanti momenti cupi, e anche se le protagoniste riescono a superarli ne conservano le cicatrici. Ci sono poi tanti personaggi secondari che rimangono invece prigionieri di scelte sbagliate e preda dei propri rimpianti, a testimonianza del fatto che il lieto fine per la Montgomery non è per forza scontato. Un altro tema molto amato dai lettori è la natura, le descrizioni dei paesaggi dell’Isola del Principe Edoardo rimangono nel cuore e fanno davvero venire voglia di andarli a vedere di persona. Infine c’è un tema in particolare che affiora in tutti i libri di Lucy Montgomery e mi piace moltissimo, quello delle piccole comunità. La Montgomery, come le sue protagoniste, è nata e cresciuta su una minuscola isola, in una comunità piccola e spesso anche un po’ chiusa, ma ci tiene a ribadire che la gente che vive nei piccoli centri, alla periferia del mondo, non è poi tanto diversa da quella delle grandi città dove avvengono gli eventi più importanti. Ci sono ovviamente tantissime differenze, ma le grandi gioie e i grandi dolori della vita in fondo sono simili per tutti, perché riguardano l’amore, l’amicizia, la realizzazione personale, gli affetti perduti o ritrovati. Questo è un tema che emerge diverse volte nelle riflessioni di Anna e anche di Emily, ma forse trova la sua migliore espressione nelle antologie di racconti, in cui a essere protagonista è la gente di paese, dalla vita solo apparentemente banale. 

Avendo lavorato sui testi della Montgomery è possibile comprendere qualcosa del carattere dell’autrice?

Io penso di sì, ma è difficile avere certezze perché Lucy Montgomery aveva senza dubbio una personalità molto complessa. Certamente si capisce quale sguardo cercava di avere sul mondo, lo stesso sguardo positivo delle sue protagoniste, che però forse nella vita reale, dove le cose non sempre sono andate come voleva, spesso le è mancato. Io credo che avesse una profondissima sensibilità, non solo letteraria ma anche umana, e una spiccata curiosità che le permetteva di trovare sempre il lato interessante e artistico della quotidianità, sua e degli altri. 

Quanto l’autrice mise di se stessa nelle sue creature letterarie?

Nei personaggi di Lucy Montgomery c’è tantissimo di lei, soprattutto in Emily di New Moon, che per stessa ammissione dell’autrice è un personaggio molto autobiografico. C’è tanto di lei anche in Anna, con la quale forse ha voluto mostrare la sua parte più allegra e spensierata, che infatti si vede soprattutto nei primi romanzi della saga e poi lascia il posto a riflessioni più mature. Non bisogna però fare l’errore di identificare totalmente l’autrice con le sue protagoniste. Basta leggere la sua biografia, o i suoi diari, per scoprire tanti lati del suo carattere che non appartengono a nessuna delle sue eroine. Personalmente credo che ci sia parecchio di lei in moltissimi personaggi secondari, che sospetto possa aver costruito a partire da qualche tratto particolare, magari persino spiacevole, del suo carattere. Insomma, sparpagliato e a tratti nascosto nei vari personaggi, c’è molto di Lucy Montgomery in quello che ha scritto. 

Perché ad un certo punto, dopo le “Cronache di Avonlea”, secondo lei, Lucy Maud Montgomery entrò in crisi per quanto riguarda la scrittura?

La Montgomery, stando a quando si evince dai suoi diari e dalla sua biografia, entrò, per così dire, un po’ in crisi con Anna, ovvero il personaggio che le aveva regalato il successo. Le Cronache di Avonlea furono pubblicate quando erano già usciti i primi due volumi della saga, e l’autrice in realtà non aveva intenzione di scrivere dei seguiti, pensava già ad altri personaggi. Il pubblico però aveva voglia di altre storie di Anna e non si accontentò dei racconti, dove la loro beniamina appariva pochissimo. Le pressioni dell’editore e dei lettori indussero quindi la Montgomery a scrivere un terzo libro, che in realtà non avrebbe voluto scrivere. Immagino che tornare a dedicarsi a un personaggio di cui pensava di aver già detto tutto, e sforzarsi di scrivere un romanzo che non aveva voglia di scrivere, sia stato abbastanza per farle mettere in questione il suo rapporto con la scrittura, però in questa storia c’è sempre un elemento che non mi torna: Anna dell’isola, ovvero il famoso terzo libro di Anna che la Montgomery scrisse di malavoglia, in realtà è un bellissimo romanzo, e uno dei miei preferiti di tutta la saga!

Quale è stato, e quale è, il ruolo della Montgomery nella letteratura per ragazzi di ieri e di oggi?

Di certo ha regalato a tante generazioni di lettori storie e personaggi indimenticabili, come dimostrano l’eterno successo dei suoi libri e le tante trasposizioni per il cinema e la televisione. All’epoca in cui sono state inventate, le protagoniste della Montgomery erano delle vere e proprie rivoluzionarie, in anticipo sui tempi, e sono sicuramente state di ispirazione per tante donne che cominciavano a farsi spazio in ambiti prima riservati solo ai maschi. Se per le ragazze di inizio Novecento le storie della Montgomery erano un’ispirazione per immaginare un futuro diverso, per lettrici e lettori di oggi sono l’occasione per dare un’occhiata a un mondo d’altri tempi, che però per alcuni versi era più semplice, concreto e genuino di quello di oggi. C’è tanto da imparare sull’umanità dai romanzi della Montgomery, però prima di tutto – e questo vale per tutte le epoche – c’è l’incontro con una scrittrice che sa far emozionare come poche altre. 

Source: grazie a Marina Fanasca e all’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Marta Ottaviani a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2022

Da una guerra cibernetica combattuta su internet siamo passati a una guerra guerreggiata con prigionieri, feriti, morti. E’ il dramma di questi ultimi 43 giorni. Guerra che si continua a combattere anche sui mezzi di comunicazione. Come fa la gente, la gente comune, non addentro alle questioni, per distinguere vero dal falso? Cosa consigli di fare per depotenziare le fake news, e non cascare nelle trappole della “guerra” telematica?

La domanda è complessa. La prima cosa da fare è prendere coscienza del fatto che esiste una guerra cibernetica e che bisogna stare costantemente attenti. Sembra un dato banale, ma molti ancora lo ignorano. Il primo passo è selezionare le fonti. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma come? Ci sono luoghi antichi, ma ancora in grado di costituire una buona base di partenza: le biblioteche. Unite a una ricerca sui motori su internet a testi ‘classici’ è il primo passo per porre le basi. I social possono dare il loro apporto, a patto di saper selezionare e fonti in maniera opportuna. Di certo: fenomeni complessi, richiedono studi/fruizione delle informazioni accurate. Mi rendo conto che sia difficile fare un lavoro del genere. Ma il primo passo per combattere la disinformazione è studiare.

La Russia è un paese meraviglioso, ha dato i natali a scienziati, poeti, musicisti, romanzieri tra i più importanti della storia mondiale, questa guerra sta minando anche nell’opinione pubblica occidentale la percezione che abbiamo del popolo russo, della sua umanità, della sua fede, della sua forza. Come ovvieresti a questo dramma nel dramma? 

Molto semplicemente. Un conto è la Russia, con la sua Storia, la sua cultura, i suoi drammi e le sue contraddizioni. Un conto è la Russia di Putin. A tratti, le due Russie hanno momenti in cui si incontrano. Ma è tutto funzionale a uno storytelling determinato. Non dobbiamo mai dimenticare che la storia della letteratura e della cultura russa è una storia di dissidenza, di coraggio, di avanguardia. Gli scrittori e gli artisti visuali russi ci hanno insegnato a guardare il mondo attorno a noi con profondità d’animo e crudezza. Molti di loro hanno avuto problemi enormi con il regime zarista prima e comunista poi. Non credo personalmente che potrebbero amare la Russia di Putin. 

Sei l’autrice di un interessante volume Brigate Russe – La guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker. Come è nata in te l’esigenza di scriverlo e come ti sei documentata?

Per fortuna, ho iniziato a pensare e a documentarmi per scrivere questo libro quando la guerra era ancora più che lontana, quasi due anni fa. Perché già così, posso dire di averci perso la salute. In sintesi, pensavo di dovermi occupare solo dei troll. E invece mi sono resa conto che c’era una trattazione ben più estesa da fare. Da qui ho iniziato a consultare per prima cosa le fonti dirette, ossia i documenti ufficiali che ho citato nella bibliografia in fondo al libro. Parallelamente ho studiato diversi testi di scienza militare, dedicati appositamente alla guerra non lineare russa. Per quanto riguarda la parte degli hacker e dei troll, un ruolo fondamentale è stato ricoperto dai paper universitari e dai resoconti di convegni internazionali dedicati al tema e organizzati dalle maggiori istituzioni e organizzazioni di tanti Paesi. Oltre al lavoro di tanti colleghi stranieri. 

Come ultima domanda, ti avevo promesso che te ne avrei fatte poche, ti chiederei un giudizio che forse esula dalle tue competenze ma ti coinvolge come essere umano. Pensi a una pace possibile? Pensi che giungeremo a una sorta di accordo che interrompa lo scontro armato violento? E cosa consiglieresti di fare se fossi al tavolo delle trattative, come donna, e come persona?

Rispondere a questa domanda è difficile. Non credo, purtroppo, che chi siede a quei tavoli possa ascoltare completamente solo quello che gli dice la sua coscienza. E al momento, a differenza dei giorni precedenti, vedo un incancrenimento del conflitto. Di fondo, entrambe le parti, quindi Putin e Zelensky, devono tornare a casa potendo dire di avere vinto, anche se questo non è vero. Perciò, se dovessi decidere io, punterei su un compromesso che vada bene a tutti, aspettando però di vedere la parte più aggressiva ricondotta a più miti consigli dalle sanzioni. Io sono una convinta sostenitrice della pace e penso che un mondo senza pace sia un mondo destinato a scomparire. Mi permetto di sottolineare una cosa. Qui c’è un Paese aggressore e un Paese (e un popolo) aggredito. La situazione storica di queste terre può essere complessa quanto si vuole. Ma non credo affatto che i torti e le ragioni in questa tragica circostanza debbano essere divisi in parti uguali. E, in ultimo, altre due considerazioni. La prima è che perché la pace sia pace, bisogna volerla tutti. Tradotto in termini pratici: basta tentativi di destabilizzazione dell’Occidente. In secondo luogo, molto importante: la guerra militare prima o poi finirà. E preghiamo tutti perché questo avvenga al più presto. La guerra non lineare continuerà all’infinito e quella, purtroppo, non abbiamo ancora capito come si combatte. Spero con il mio libro di aver dato un piccolo contributo.

7 aprile 2022

Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022

 “L’officina delle anime rotte” è il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sé un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale è possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: “Parola cantadora”; “I racconti di Nanna”; “S.Illuminato Confessore”. Un mistero dal passato. È autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini in “Echi” (2006).

Come è nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiosità, elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come è accaduto a questi racconti. L’origine è in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui è nata Aridela, ma qui è rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto “Alzheimer”. Gli è molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; così sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignità di storie. Uno sprone necessario, o perché, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come è stato per lei muoversi tra sogno e realtà, tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilà, ma con una accezione più ampia del “il mondo dei morti”. Onirico non è la parola esatta, perché non è una mia elaborazione, ma esiste di per sé e a volte è fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianità, attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di là della mia volontà. Forse una parte di me è sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi è facile quindi ripescarlo qua e là in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalità e sacralità. Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la verità ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo “l’Altrove” alla “verità” (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lì si trovino i germi della spiritualità (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lì si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse età, c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenità?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicità dei Vangeli, così presente nelle parole di papa Francesco, è la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanità così fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore è soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora “infantile” rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenità di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non è solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La città de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare “candidi come la neve o come le ali della colomba”. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre è contro natura; ma ancor più lo è farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finché tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano né onori o paradisi

né tavole opulente

né musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietà degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

“Aridela”: perché è il primo racconto che allora avevo intitolato “La creatura d’acqua”; perché è un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralità femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarà il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi è nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso è un’epoca “né empia né devota”, io aggiungerei di grande viltà. Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli è lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontà. Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirà ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere è qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili è stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perché tutto intorno a me mandava messaggi, storie. Così, mentre si affinava la mia capacità di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtà angusta come è la città in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente è per caso e niente senza senso.

:: 1982-2022: 40 anni senza Philip K. Dick. Intervista a Carlo Pagetti a cura di Emilio Patavini

2 marzo 2022

Sono passati quarant’anni dalla morte di Philip K. Dick, avvenuta il 2 marzo 1982. Il 25 giugno di quell’anno sarebbe uscito nelle sale Blade Runner, l’adattamento cinematografico di Ridley Scott del suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, che lo avrebbe consacrato al grande pubblico come uno degli autori di fantascienza più influenti del Novecento. A questo proposito, ieri è uscito per Mondadori Le tre stigmate di Palmer Eldritch negli Oscar Moderni Cult accompagnato dal saggio Il mondo secondo Philip K. Dick. Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del saggio, il professor Carlo Pagetti.

Benvenuto professor Pagetti, grazie per la sua disponibilità. Da appassionato di Philip K. Dick, è per me un piacere oltre che un onore poterla intervistare. È uno dei massimi esperti italiani di fantascienza, da oltre quarant’anni si occupa di questo scrittore, oggi divenuto un autore di culto e un’icona pop. Per prima cosa può parlarci della sua ultima pubblicazione, Il mondo secondo Philip K. Dick, uscito ieri negli Oscar Saggi? Come descriverebbe il suo rapporto con PKD? Per molti lettori, Dick diventa una sorta di «crazy friend» come lo ha definito lo scrittore Jonathan Lethem. È così anche per lei?

Vorrei fare una precisazione: mi sembra inutile ripetere qui – in modo più sintetico – quello che ho scritto ne Il mondo secondo Philip K. Dick. Nella Premessa e nella Conclusione del volume ripercorro le tappe del mio lunghissimo rapporto critico con Dick, iniziato nel 1958 e non ancora terminato oggi. Parlo anche delle persone che, a livello editoriale, hanno condiviso con me l’interesse per PKD: Gianfranco Viviani con Valla e Nicolazzini, Sergio Fanucci con Carratello e Briasco. Rievoco l’incontro decisivo con Darko Suvin, a cui ho dedicato il mio studio, e quello recente con Elisabetta Risari, che mi ha aiutato a mettere assieme quasi tutte le mie Introduzioni in precedenza pubblicate da Fanucci nella ‘Collezione Dick’, assieme a nuovo materiale. Posso aggiungere qualche ricordo e qualche commento. Mi piace la definizione di “crazy friend” utilizzata da Jonathan Lethem. Peraltro, qualsiasi scrittore o scrittrice a cui ci si affeziona, diventa una sorta di “crazy friend”.

Quali sono i suoi romanzi preferiti dell’autore e da quali consiglia di partire per avvicinarsi per la prima volta all’autore?

Sicuramente i romanzi dell’inizio degli anni ’60, in primis La svastica sul sole e Noi marziani, più in generale le opere che vengono rivisitate nella terza sezione de Il mondo secondo PKD. Ma rivaluterei anche alcune delle prime opere, come L’occhio del cielo, e molte delle successive, tra cui solo Ubik ha avuto una considerevole eco, come il parodico e grottesco The Zap Gun (non so che titolo verrà scelto da Mondadori) e la trilogia di Valis. Un caso a parte è costituito da Do Androids Dream of Electric Sheep ? (anche in questo caso non ho idea del titolo che avrà nella nuova collana dickiana di Mondadori), portato sullo schermo da Ridley Scott come Blade Runner e nel sequel di Villeneuve. Il romanzo merita di essere approfondito indipendentemente dal film di Scott, a cui deve il suo successo.

Philip K. Dick: tra genio e follia… Era veramente pazzo?

Avendo studiato e insegnato per una vita la letteratura inglese e quella anglo-americana, non ho mai creduto alla teoria romantica o decadente dell’artista “tra genio e follia.” Quando scriveva le sue opere, Dick era lucido, lucidissimo, come il poeta Coleridge (consumatore di oppio) o altri artisti ‘sregolati’ del passato.

Emmanuel Carrère ha definito Dick come «una specie di Dostoevskij della nostra epoca», Ursula K. Le Guin come «il nostro Borges (our homegrown Borges)». Se lei dovesse definirlo in poche parole, cosa direbbe?

Non sono favorevole a paragoni azzardati, che hanno soprattutto una valenza pubblicitaria. Cosa vuol dire esattamente “una specie di Dostoevskij della nostra epoca”?. Senz’altro si può tirare in ballo Borges, ma il vero scrittore borgesiano che sovrappone fantascienza e fantastico è in America il Gene Wolfe de Il libro del nuovo sole, un complesso di cinque romanzi, pubblicati negli anni ’80, che ho introdotto per Mondadori. Uscirà tra poco.

Un altro grande scrittore di fantascienza, Stanisław Lem, ha definito Dick come «un visionario tra i ciarlatani». Si trova d’accordo con Lem? Cosa ha di diverso rispetto agli altri scrittori di fantascienza, rispetto ai «ciarlatani» di cui parla Lem?

La domanda andrebbe (andava) rivolta a Lem, che ci fornisce alcune risposte convincenti nel suo saggio su Dick pubblicato nel 1975 sul numero unico di Science-Fiction Studies dedicato a PKD. Ad ogni modo, Lem considerava gli scrittori americani di fantascienza dei mestieranti, senza arte né parte, scarsamente aiutati dal loro reading public, e riconosceva in Dick una genuina carica intellettuale ed etica.

Lei si è occupato a fondo di utopia. Nelle opere di Dick si possono trovare molti esempi di distopia, anche se Umberto Rossi e Jonathan Lethem concordano nel considerare Cronache del dopobomba come una “utopia pastorale”. Qual è la dimensione della distopia e dell’utopia in PKD?

Ormai utopia, distopia e fantascienza (e anche il fantastico) sono generi che convergono e si sovrappongono. Sono convinto che anche l’amico Umberto Rossi sia d’accordo. Dick ha un ruolo fondamentale in questa operazione, sostanzialmente postmoderna, accostandosi liberamente a vari percorsi narrativi.

Possiamo dire che Dick è stato uno degli scrittori simbolo del ‘900? Riducendo il campo, qual è il suo ruolo nel postmodernismo? A suo avviso quali sono gli scrittori (di fantascienza e non) che più si avvicinano a Dick, se ce ne sono? Azzardo qualche nome: William S. Burroughs, Kurt Vonnegut, Thomas Pynchon, George Saunders…

Non so se possiamo servirci di categorie così ampie. PKD è uno dei maggiori romanzieri americani degli anni ’60-70 del secolo scorso anche perché ha capito che la tradizione narrativa va rifondata e arricchita di nuove prospettive formali e culturali. Quando nel 1965 Leslie Fiedler pubblica il suo saggio fondamentale sui “nuovi mutanti”, i romanzieri legati alle convenzioni della popular culture che stanno marciando verso il centro del sistema letterario, cita soprattutto Kurt Vonnegut, jr., ma avrebbe potuto benissimo ricordarsi di PKD, se lo avesse letto. Tanti scrittori americani contemporanei e successivi hanno tratto stimoli notevoli dalla lettura di PKD, e lo stesso è capitato per il cinema, non solo in Blade Runner.

Philip K. Dick è noto per aver scritto fantascienza, ma aveva ambizioni mainstream. All’epoca essere uno scrittore di fantascienza significava essere confinati in una sorta di ghetto, come scrisse Dick stesso nell’introduzione a Non saremo noi: «la fantascienza era cosi disprezzata che praticamente agli occhi dell’intera America non esisteva nemmeno». Può parlarci del filone realistico dei romanzi dickiani?

Dedico una sezione de Il mondo secondo PKD alla rivisitazione di alcuni dei romanzi realistici dickiani. I più organizzati sono interessanti, ma Dick aveva bisogno di allontanarsi dal modello realistico per compiere le sue escursioni in una ‘realtà’ fittizia indecifrabile e allucinata.

Durante il suo celebre discorso di Metz, tenuto in Francia nel 1977, Dick disse: «Viviamo in una realtà programmata dai computer. E gli unici indizi che abbiamo della sua esistenza si manifestano quando cambia qualche variabile, quando avviene una qualche alterazione nella nostra realtà». Secondo la sua visione viviamo in una realtà computerizzata governata da un’intelligenza divina, il Programmatore. Viene quindi spontaneo chiedersi: le idee di Dick hanno ispirato i film di Matrix?

Ho qualche riserva sul termine “ispirare”. La cultura contemporanea tende all’ibridazione, alla mescolanza, al gioco intertestuale. Detto questo, certamente Dick può avere ‘ispirato’ i film di Matrix, ma anche alcuni film di Cronenberg e molto altro ancora.

Parliamo dell’Esegesi, quel mastodontico e complesso apparato di note e appunti (si parla di oltre 8000 pagine), summa della sua intera produzione, in cui Dick descrive le esperienze mistiche vissute nel periodo del 2-3-74 (febbraio-marzo 1974). Si tratta di un testo importante per capire Dick? A chi ne consiglia la lettura?

L’Esegesi è significativa come fonte ricca di spunti autobiografici e intellettuali. Non trascurerei però l’importanza delle numerose lettere dickiane, di cui non esiste una edizione critica. Quando Dick muore nel 1982, l’uso del personal computer è appena agli inizi, e dunque Dick è uno degli ultimi scrittori ad averci lasciato una voluminosa testimonianza epistolare.

Sempre nell’Esegesi, Dick scrive: «Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. […] Il cuore della mia scrittura non e l’arte, ma la verità». In effetti i suoi romanzi sono ricchi di riferimenti filosofici: Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Valis risentono fortemente dello gnosticismo, ne Il tempo fuor di sesto si sente l’influenza dell’anamnesi platonica, in Ubik vengono citati il mito della caverna e Il libro tibetano dei morti, e l’I Ching, importante testo della tradizione filosofica cinese, ha rivestito un ruolo di primo piano nella stesura de La svastica sul sole. Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo quindi considerare Dick più come un «filosofo narrativo», per usare le sue parole, o come uno scrittore di fantascienza filosofica, al pari del già citato Lem?

Insisto da sempre che Dick deve essere considerato un romanziere e solo un romanziere, il quale immette nella sua visione narrativa spunti autobiografici, riflessioni filosofiche, allusioni politiche, considerazioni formali. Ma lo stesso si potrebbe dire del teatro di Shakespeare (salvo che per l’aspetto autobiografico), per la poesia di T.S. Eliot, per la narrativa modernista di Joyce o di Virginia Woolf.

Abbiamo parlato delle implicazioni filosofiche nei romanzi di Dick. Quali sono invece le sue principali influenze letterarie? Lui stesso ammise l’influenza degli scrittori naturalisti francesi, come Flaubert, Stendhal, Balzac e Maupassant…

PKD è un lettore onnivoro, prende dove può, e senza mai disprezzare la cultura cosiddetta ‘bassa’, pur conoscendo bene gli autori della grande tradizione letteraria – e anche Shakespeare. Non c’è mai da fidarsi, però, quando un artista sciorina le sue fonti dirette. Egli può essere distratto, menzognero, parziale, beffardo, per mille motivi diversi. ‘Egli’ o ‘ella’, si capisce.

Come ultima domanda: cosa pensa della biografia di Lawrence Sutin e di quella romanzata di Emmanuel Carrère? Oltre al suo saggio di recentissima pubblicazione, quali altri libri consiglia per approfondire la figura di PKD?

La biografia di Sutin mi sembra sempre la più valida ed equilibrata. Consiglierei anche la lettura di The Search of Philip K. Dick di Anne Dick, la terza moglie del nostro autore, quella più consapevole e intellettuale. Mi pare sia ancora inedita in Italia. Aggiungo che in Italia esistono (pochi) eccellenti critici dickiani: Umberto Rossi, Gabriele Frasca, Salvatore Proietti sono i primi nomi che mi vengono in mente. E concludo ricordando di aver riscontrato, durante il lunghissimo periodo in cui ho insegnato all’università, un notevole interesse per PKD da parte di studenti e studentesse di spiccata personalità. Chi oggi volesse – e farebbe bene – accostarsi allo studio di PKD, dovrebbe compiere una accurata ricerca bibliografica. Il repertorio bibliografico non certo esaustivo che ho pubblicato alla fine de Il mondo secondo Philip K. Dick comprende qualche decina di testi critici e biografici.

Grazie del tempo che ci ha concesso.

Carlo Pagetti, professore di Letteratura inglese e Cultura Angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano, tra i massimi esperti narrativa fantastica, fantascienza e utopia. Si è occupato in particolare di William Shakespeare (ha curato e tradotto l’Enrico VI per Garzanti), H.G. Wells, William Morris, L. Frank Baum, Joseph Conrad, George Orwell, Charles Darwin, Nathaniel Hawthorne, Charles Dickens, Olaf Stapledon. Ha curato l’Opera completa (Fanucci 2020) di H.P. Lovecraft e l’opera omnia di Philip K. Dick per Fanucci.