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Il fantasy secondo Sandro Ristori a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018

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Sandro Ristori è una nuova voce del fantasy italiano, autore de Il regno del male per Newton Compton, primo capitolo di un’affascinante e cupa epopea. In attesa di andare avanti con la sua saga, gli abbiamo fatto alcune domande, su di sé e sul perché ha scelto di raccontare una storia così.
Come è nata l’idea de Il regno del male?
Un giorno, in spiaggia, due mie amiche, due sorelle, mi raccontano una storia. Giocavano da bambine, tiravano un lenzuolo, una da una parte e una dall’altra. A un certo punto, presa da un impulso inspiegabile e senza senso (direi quasi malvagio) la maggiore ha lasciato di botta la presa. Sapeva che la minore avrebbe perso l’equilibrio. Sapeva che sarebbe inciampata e sapeva che si sarebbe fatta male. Cosa che poi è puntualmente successa, senza conseguenze gravi per fortuna. Quando ho sentito questo racconto, così quotidiano e ordinario, la mia mente si è subito messa in moto. Ho visto in quella scena l’eruzione del male, i rapporti ambivalenti tra persone che si vogliono bene, le scelte inconsce e le conseguenze imprevedibili che possono causare. Tutti temi che ricorrono nella mia saga. A partire da quello spunto tutta la storia si è delineata davanti a me, pulita e precisa.

Perché hai scelto di scrivere una storia fantasy?
Non credo ai generi. O meglio, ci credo, ma non come narratore. Mi spiego meglio. Come lettore e come professionista del settore ho i miei gusti e le mie preferenze, e le distinzioni in generi sono molto utili per orientarsi. Come scrittore, al contrario, trovo dannose le classificazioni. Mi sembrano delle barriere che possono impedirti di andare dove la tua fantasia vorrebbe portarti. Meglio eliminarle, quindi. Mi sono accorto di aver scritto un fantasy dopo averlo scritto. Non ero certo partito con l’intenzione di fare un grimdark o cose del genere. I miei personaggi e la mia storia mi hanno guidato, io li ho seguiti. Io credo che sia dannoso, per uno scrittore, cercare di adeguarsi a un genere. O imporsi dei temi, così come voler veicolare un messaggio. Sono risultati che si ottengono naturalmente, con il fluire della trama, o non si ottengono affatto. Stephen King l’ha fatto dire con molta semplicità a Billy di It, costretto a tirarsi fuori da una sfibrante discussione letteraria: Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica… la cultura… la storia… non sono forse gli ingredienti di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè… non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?.

Quali sono i tuoi maestri letterari, fantasy e non solo? E che fonti di ispirazione hai avuto da cinema, telefilm, fumetti e videogiochi?
Come si sarà già capito, considero Stephen King un maestro della letteratura mondiale. Cito gli autori che hanno influenzato più direttamente Il Regno del male: Saramago, Ammaniti, Wu Ming. Un nome più classicamente fantasy: David Dalglish. E per quanto riguarda le “influenze”esterne… troppo facile: Il Trono di Spade.

Cosa ne pensi della situazione attuale sul fantasy, in generale e legata all’Italia?
Ahhhh, sono assolutamente inadeguato a rispondere a questa domanda. Riesco a fatica a formarmi un’opinione sulla mia situazione personale – non mi so certo pronunciare sulla floridezza o sugli stenti di un intero genere. E sinceramente me ne preoccupo anche poco: le mode sono cicliche, i libri si vendono sempre a fatica, e in fin dei conti i discorsi sullo stato di salute dei vari generi sono sempre gli stessi.  Il Regno del male mi ha dato già quindici regioni e una trentina di protagonisti a cui badare (escluso il Nord e i personaggi minori!): cerco di seguire loro per quanto posso, e le considerazioni sul mercato le lascio agli esperti, che sicuramente possono dire cose più interessanti e accurate di me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Terminare la saga, ovviamente. Scrivere un libro su una bizzarra morte di un liceale ambientato nella città in cui sono cresciuto. Poi ho in mente un’altra trilogia completamente diversa, ma con i miei tempi non la potrò iniziare prima di una decina d’anni… e non ci voglio nemmeno pensare per non mettermi ansia da solo.

 

:: Osho, le fake news e Wild wild country: un incontro con Majid Andrea Valcarenghi a cura di Archan Paola Migliori

29 maggio 2018

Majid Andrea Valcarenghi

Dal 16 marzo 2018 è disponibile su Netflix la docuserie in 6 puntate “Wild wild country”.

Questo prodotto televisivo documenta gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, quando il Maestro spirituale Osho e la comunità che lo accompagnava fondarono nello stato dell’Oregon la città di Rajneeshpuram. La vicenda, che oramai è diventata parte della storia degli USA, nel docufilm viene raccontata intervistando diversi protagonisti dei fatti. Da una parte Sheela e Shanti Bhadra, le due donne che hanno scontato diversi anni di carcere per le violenze commesse, all’insaputa della stragrande maggioranza della comunità, mentre gestivano la città di Rajneeshpuram. Dall’altra i cittadini di Antelope, piccolo centro abitato vicino alla nuova città, contrari all’invasione dei “rossi”, così chiamati per i colori degli abiti. Non si può tacere, inoltre, l’apporto decisivo nel film dell’avvocato di Osho, Niren, per il suo preciso rendiconto dei fatti avvenuti.

Ho chiesto di parlarne a Majid Andrea Valcarenghi, che ha incontrato Osho nel 1977, e che ha vissuto direttamente le vicende di cui parla Wild Wild Country. Inoltre, nel suo libro Operazione Socrate, Majid Andrea Valcarenghi ha raccontato come e perché Osho è stato avvelenato dal governo di Ronald Reagan durante il suo soggiorno americano.

Caro Majid, sappiamo che sei andato in India per la prima volta nel 1977. Come hai incontrato il Maestro spirituale Osho?

E’ stata l’ultima tappa di un viaggio nel sud dell’India. Inconsciamente mi ero riservato l’Ashram di Poona come fine del viaggio perché probabilmente sapevo che sarebbe stata quella più importante. Avevo “conosciuto” Osho prima attraverso la lettura de La rivoluzione interiore, attraverso i suoi occhi visti in fotografia, attraverso la mia compagna dell’epoca, Yatra, che provocò il mio viaggio in India. Arrivato nell’Ashram fui affascinato dai suoi discorsi mattutini e dalla sua presenza, dallo stato della sua presenza. Poi decisivo, l’incontro personale, le parole che mi disse, l’energia che mi trasmise.

Dal 1981 al 1985 Osho ha lasciato Pune, in India, e si è trasferito negli Stati Uniti, in Oregon. Il sogno era quello di creare una città ideale. Il docufilm Wild wild country trasmesso in questo periodo da Netflix racconta gli anni di questa attività, la costruzione di Rajneeshpuram, con la guida organizzativa di Ma Anand Sheela. Hai visto la serie di sei documentari di Netflix? Cosa ne pensi?

Si certo, l’ho guardato due volte per coglierne al meglio ogni aspetto.
L’ho trovato nell’insieme molto interessante anche se con alcune lacune e manipolazioni significative che non aiutano comprendere quell’esperienza. Due sono le più importanti. La prima è che il docufilm fa credere che Osho, dopo il periodo di tre anni e mezzo di silenzio, riprenda a parlare solo quando Sheela fugge dalla Comune.
In realtà Osho non riprese a parlare quel giorno,ma ben nove mesi e mezzo prima del giorno della fuga di Sheela! Nove mesi e mezzo in cui anche nei discorsi pubblici cercò di far vedere a Sheela quanto avesse sbagliato, quanto si fosse lasciata prendere dal potere, dall’immagine di papessa della “religione rajneeshi” che si era creata. Dette cioè a Sheela una possibilità. Ma ormai lei si era troppo identificata nel ruolo di papessa che si era data, quasi fosse una seconda guida spirituale più che la sua segretaria. Emblematica la sua frase “Lui era il sole ed io la luna”.
Inoltre il docufilm trasmette un solo minuto in cui Osho si manifesta durissimo nei suoi confronti, mentre il discorso, di oltre un’ora, aveva toni ben diversi. Estrapolando solo questo passaggio,Osho appare carico di un risentimento non reale.

La seconda lacuna importante è stata in riferimento alla sua morte.
Il docufilm riporta solo un pettegolezzo su una presunta morte per overdose di un giornale locale omettendo invece la denuncia che Osho fece pubblicamente in un memorabile discorso in cui disse di essere stato avvelenato durante i dodici giorni in cui inspiegabilmente fu trasferito di prigione in prigione. Gli esami fatti fare dal suo medico Amrito a Londra e in India su capelli e peli della barba, tutta la sintomatologia che registrava una progressiva perdita delle difese immunitarie. E infine gli esami per l’HIV che in base a tutto ciò poteva essere l’unica altra alternativa all’avvelenamento da metalli pesanti, come il tallium. E gli esami HIV ripetuti due volte in una struttura pubblica furono ovviamente negativi. Tutto questo manca.

Il documentario ha creato un movimento di opinione, suscitando la necessità da parte di diversi giornalisti di scrivere articoli. Mi è capitato di leggere qualcosa, e ho notato una serie di inesattezze. Per esempio, ci sono differenze fra il movimento dei sannyasin di Osho e il movimento degli Hare Krishna? 

Una serie di inesattezze lunga un chilometro. Si sono cimentati a commentare giornalisti che non conoscevano nulla della vicenda e peggio, non si sono voluti documentare, come purtroppo è costume diffuso per quello che viene ritenuto giornalismo “di colore”. Il caso già eclatante credo sia stato quello del “Fatto Quotidiano” dove il giornalista Cohen crede di occultare la sua mancanza di conoscenza di quello che scrive rifacendosi alla sua esperienza personale. Così si cita negli anni ’80 in cui dice di aver conosciuto gli arancioni attraverso il suo amico Giorgio Cerquetti che lo tampinava quotidianamente per convertirlo. Peccato che in tutti quegli anni non fece in tempo ad accorgersi che la persona in questione, non era un sannyasin di Osho ma un Hare Krishna.
Nel merito alle differenze tra sannyasin di Osho e Hare Krishna rispondendo al di là delle battute direi che gli Hare Krishna si rifanno rigorosamente alla tradizione indù di cui sono gelosi custodi mentre Osho ha dissacrato ogni tradizione religiosa e dagli indù fu sempre violentemente attaccato.

Qual è la tua esperienza del periodo successivo alla partenza di Osho da Rajneeshpuram?

Quando Osho lasciò l’America tentò invano di trovare asilo in Paesi di mezzo mondo. I servizi segreti americani e la diplomazia ai massimi livelli aveva creato una fortissima cortina fumogena denigratoria della figura di Osho dipingendolo come terrorista, pedofilo, spacciatore di droga, stupratore. In alcuni Paesi non gli fu concesso neppure l’atterraggio. L’unico Paese che lo avrebbe accolto sarebbe stato l’Uruguay con l’allora Presidente Sanguineti che dovette rinunciare perché gli Stati Uniti minacciarono di revocare il prestito di 6 milioni di dollari che avrebbero messo in ginocchio il suo Paese. In Italia accadde qualcosa di interessante e che mi permise di avere una conoscenza diretta della violenza dell’offensiva diplomatica americana contro Osho. Quando chiedemmo un visto ordinario ci fu risposto che al massimo poteva essere concesso un visto di sei giorni che fu rifiutato da Osho.
Al che mi rivolsi a Marco Pannella e al Partito radicale segnalando questa violazione dei Diritti e chiedendo sostegno e così iniziammo una campagna d’informazione rivolta all’opinione pubblica, al mondo della cultura e dell’arte e della politica, perché l’allora Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro concedesse un normale visto d’ingresso a Osho.
Una campagna che vide l’adesione ad un appello di decine di personalità da Fellini a Gaber, da parlamentari come Luigi Manconi a Giovanna Melandri, a giornalisti come Gabriele La Porta e Gianni Bucci. Tutta questa storia poi la pubblicai nel libro Operazione Socrate, ristampato più volte nel corso degli anni.  Dopo alcune settimane, vista la nostra perseveranza il Ministro degli Interni convocò l’allora Segretario radicale Sergio Stanzani e cercò di convincerlo a rinunciare alla richiesta di visto alla luce della documentazione che poteva fargli vedere. Ed è così che venimmo a sapere cosa gli americani avevano inoltrato ai governi di tutto il mondo per screditare e boicottare Osho. Salvo che nel nostro caso ottenne l’effetto contrario. Sergio Stanzani che fino allora era rimasto il più tiepido e dubbioso su questa iniziativa trainata principalmente da Pannella e Rutelli di fronte alla incredibile sequenza di accuse che mettevano insieme tutti i reati possibili, Stanzani si convinse che davvero c’era in atto una vera e propria persecuzione da parte degli Stati Uniti. E a questo punto iniziai uno sciopero della fame ad oltranza diretto a Scalfaro perché concedesse il visto o rendesse pubbliche le motivazioni del rifiuto. Dopo ventuno giorni Il Ministro chiamò Stanzani e disse “ va bene, fatelo smettere, richiedete il visto” Ma ormai il corpo di Osho minato dall’avvelenamento non era più in condizioni di viaggiare e il visto non fu più richiesto.

Dalla docuserie di Netflix Wild wild country sono sorte molte discussioni, molte notizie discordanti. 
Subhuti Anand, un giornalista che ha vissuto a Rajneeshpuram, fa un’analisi interessante.  

https://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_sito_x&xid=1071

Com’è successo altre volte, in America, poteva essere un massacro. Che ne pensi?

Sì, interessante questo articolo perché mette in risalto un ulteriore dettaglio importante che riguarda l’accanimento e la manipolazione della Procura generale dell’Oregon. Nel docufilm viene dichiarato dal procuratore Turner che Osho fugge in aereo da Rajneeshpuram per sottrarsi al possibile arresto. Invece esiste un piano di volo regolarmente trasmesso in cui si descrive l’esatto tragitto che avrebbe compiuto l’aereo. Ed in base a questo piano infatti viene attuato il teatrino dell’arresto all’atterraggio. Subhuti non solo evidenzia nell’articolo che non si trattava di fuga, vista la comunicazione preventiva fatta alle autorità, ma sottolinea come la scelta di Osho di lasciare la Comune fosse finalizzata a preservare Rajneeshpuram da un possibile attacco militare che poteva finire in un bagno di sangue. Il sospetto infatti era che le autorità puntassero ad un intervento armato. Più volte nel docufilm si fa riferimento ad esperienze di sette religiose armate che si erano ribellate o suicidate, paventando rischi simili per la Comune di Osho. La sensazione diffusa nella Comune era che preparassero il terreno a giustificare un attacco armato.

All’interno dell’articolo che ho citato prima c’è un riquadro in cui il giornalista del Fatto Quotidiano rivolge alcune domande a Federico Palmaroli, l’autore della pagina satirica Le più belle frasi di Osho.
All’ultima domanda dell’intervistatore: “Cosa rimane di Osho, oggi?” Palmaroli risponde così: a parte questa fissa per la New Age, per i suoi aforismi, rimane a mio parere una quantità di precetti astratti che mal si sposano con la concretezza della vita. […]
Posso chiederti un’opinione su questo?

Preferirei rimarcare quanto la scelta di corredare l’articolo con l’autore di un libro satirico di dubbio gusto, invece di rivolgersi, non dico a chi abbia vissuto l’esperienza con Osho, ma neppure con uno dei tanti uomini e donne di cultura che hanno scritto e commentato le centinaia di opere di Osho pubblicate in Italia. Una scelta editoriale e giornalistica, questa del box, che ben rispecchia la superficialità del taglio dell’articolo.

Ringrazio di cuore Majid Andrea Valcarenghi per la sua disponibilità, augurandogli di continuare il suo proficuo cammino nel mondo, ma senza essere del mondo.

Per approfondire :
https://www.facebook.com/osho.italy/?fref=ts

Per sentire come i fatti furono visti e vissuti dall’interno:
(video con sottotitoli in italiano attivabili)

Un intervento di Majid Andrea Valcarenghi a Radio Radicale:
http://www.radioradicale.it/scheda/71616/71686-operazione-socrate-il-caso-osho-rajneesh-come-e-perche-e-stato-ucciso-il-maestro

:: Un’ intervista con Marta Ottaviani

3 aprile 2018

Il reis. Come Erdogan ha cambiato la TurchiaBenvenuta Marta e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Sei nata a Milano nella seconda metà degli anni Settanta. Ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, e successivamente ti sei specializzata all’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Sei una scrittrice, sei una giornalista, esperta di tematiche sociali, politiche e economiche legate alla Turchia e alla Grecia di cui scrivi per i quotidiani Avvenire e La Stampa, collabori con Aspenia e vieni spesso invitata come esperta di questi due Paesi da think-tank e organizzazioni. Cosa vuoi dire d’altro di te ai nostri lettori?

Che sono una felice imprenditrice di me stessa e che nella vita ho creduto sempre tantissimo in quello che facevo. Quando nel 2005 sono partita per la Turchia, molti, anche molti colleghi, mi guardavano come se fossi impazzita. Non pensavano che quel Paese sarebbe potuto diventare strategico e importante da monitorare. Sono riuscita a fare della mia specializzazione il mio lavoro e sono molto felice per questo.

Hai scritto tre libri: Cose da turchi. Storie e contraddizioni di un paese a metà tra Oriente e Occidente, Mille e una Turchia e l’ultimo Il reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia con cui hai vinto il Premio Fiuggi-Storia, per la sezione Gian Gaspare Napolitano-Inviato Speciale. Come è nato il tuo interesse per la Turchia, e cosa ti ha spinto nel 2005 a trasferirti in questo paese?

Mi volevo occupare di esteri e volevo una specializzazione che non fosse banale. Il mio grande amore era la Russia, infatti dopo il turco adesso sto studiando il russo. Ma avevo bisogno di una mia nicchia di mercato. La Turchia era potenzialmente interessante quanto inesplorata e mi sembrava assurdo. Ho vinto due borse di studio che mi potevano aiutare in questo progetto e senza pensarci due volte sono partita. Dovevo rimanere otto mesi, ci ho vissuto per otto anni.

Il tuo nome è una firma autorevole del giornalismo italiano rispetto a queste tematiche. Sei ancora giovane, sei donna, quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato? Appena arrivata in Turchia come era la condizione della donna? Come è cambiata oggi?

Grazie per il giovane, ma a 42 anni probabilmente in un Paese con un mercato più mobile chi ha maturato un’esperienza come la mia avrebbe avuto un percorso ancora più ricco di soddisfazioni. Per quanto riguarda la situazione della donna in Turchia, è un argomento molto complesso. Diciamo che comunque le donne sono le prime a pagare per la virata conservatrice imposta da Erdogan al Paese. Molte, paradossalmente lo vedono come un liberatore perché ha permesso loro di andare a scuola con il velo islamico, che prima era proibito. È la dimostrazione che un laicismo impresso a forza serve a poco, se non viene accompagnato da tutti quegli step che garantiscono il mantenimento di una società aperta e plurale.

La Turchia credo sia per noi occidentali un mondo ancora misterioso, sebbene la distanza geografica non è grandissima. Da cosa pensi sia dovuto? Per disinteresse nostro, o per una ritrosia del popolo turco ad avere contatti con noi europei?

Per prima cosa si studia poco e male la storia a scuola. La Turchia prima nelle vesti di impero ottomano e poi di repubblica ha sempre avuto una grande influenza sul Vecchio Continente anche se non sempre positiva. A questo mancato studio della storia fa purtroppo seguito una scarsa conoscenza del Paese e il fatto che alcuni capitoli del passato per loro sono ancora aperti, ne è un esempio per tutti la politica aggressiva che la Turchia sta attuando nei confronti della Grecia. In ultimo, purtroppo, pensiamo alla Turchia come a un qualcosa di lontano e invece è vicinissima non solo geograficamente. Il numero di turchi in Italia e in Europa aumenta di anno in anno. A questi vanno aggiunti tutti gli appartenenti alle altre comunità musulmane che sono fortemente influenzati da Erdogan. Tutti aspetti che secondo me non vengono valutati con sufficiente accuratezza né in sede nazionale né in sede europea.

Oriente e Occidente, due mondi così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

Mi pare una domanda davvero troppo complessa da riassumere in poche righe e forse sarebbe più adatto un mediorientalista che una persona come me che comunque si occupa di uno stato singolo. Quello che però posso dire con grande convinzione è che la Turchia di oggi, per come viene gestita, è un Paese profondamente divisivo che può solo aggravare gli equilibri già molto fragili nel Mediterraneo.

Cosa hai amato di più di questo paese? Raccontaci un aneddoto divertente che ti è successo durante il tuo lungo soggiorno in Turchia.

Ne potrei raccontare a decine. Il popolo turco è un popolo molto interessante da osservare anche per la loro innata generosità. Purtroppo, a causa della situazione politica, è un popolo che sta cambiando. I sentimenti anti occidentali non sono mai stati così nettamente percepibili. Sottolineo questo aspetto perché tutti i numerosi e positivi ricordi che ho mi sembrano in qualche modo lontani nel tempo.

La Turchia è un paese a grande maggioranza islamica. Le altre religioni sono tollerate? Si può professare liberamente il proprio culto?

In Turchia c’è una libertà di culto garantita per legge ma un stretto divieto di proselitismo. Ci sono poi alcuni problemi legati allo status di alcune confessioni. Per esempio i cattolici non hanno riconoscimento giuridico, ne deriva che ottenere permessi diventa decisamente più complicato. Gli ortodossi chiedono da tempo che venga riaperto il seminario di Halki sull’isola di Heybeliada ma appare sempre di più un sogno irrealizzabile. Vi è poi da aggiungere che le tensioni con l’Occidente e Israele, nonché il deterioramento della democrazia stanno determinando un fuggi fuggi generale per il quale se continua così, fra qualche generazione non si potrà nemmeno più parlare di minoranze.

Sei una persona coraggiosa, la vita dei giornalisti in questo periodo dopo il tentato colpo di stato del luglio del 2016 non deve essere facile, specie se espongono in pubblico opinioni che possono essere mal viste dal governo turco. Ti sei mai sentita limitata nella tua libertà di espressione? È ancora possibile in Turchia parlare e scrivere liberamente? Ricordiamoci che per quanto abbia intrapreso una strada autoritaria, è ancora una democrazia, esistono le opposizioni, il presidente Erdogan è democraticamente eletto.

Andiamo con ordine. So che il mio lavoro è costantemente monitorato come quello di molti altri giornalisti. I colleghi turchi sono messi molto peggio di noi. Molti sono scappati, altri hanno cambiato lavoro, per non parlare delle decine che sono stati arrestati. Personalmente, non mi sento mai tranquilla, nemmeno quando sono in Italia. Bisogna stare costantemente attenti ai social, perché vengono controllati da persone vicine o simpatizzanti del governo, poi certo quando si è sul campo è diventato tutto più difficile. Le fonti non parlano più come una volta e chi lo fa devo dire che ha davvero tanto coraggio. Tuttavia, non è questo il momento di avere paura.

Auspicheresti un’entrata della Turchia nell’ Unione europea? È di oggi la notizia del fallito vertice di ieri a Varna sul Mar Nero tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker. Cosa porterebbe la Turchia all’Europa, che benefici? E che benefici potrebbe ottenere a sua volta la Turchia non solo a livello politico ed economico?

Come noto io sono un’europeista molto convinta. Tuttavia credo che la Ue dovrebbe seriamente ripensare a se stessa e alle sue politiche prima di attuare altri allargamenti. Stiamo ancora pagando in parte e sotto vari aspetti quelli attuati negli anni scorsi. Questo discorso è ancora più valido se si parla di allargamenti con Paesi particolarmente problematici come la Turchia, che per altro adesso è fuori da molti parametri europei. Personalmente credo che sia Ankara sia Bruxelles per motivi diversi non siano interessate a proseguire in maniera concreta questo discorso. E credo anche che sia la decisione giusta. Fino al 2009 ero una sostenitrice dell’ingresso turco in Ue. Ma sono cambiate troppe cose, inclusa la gente. Su una cosa i turchi credo abbiano ragione: all’inizio, nel 2003 dico, la Ue non si è comportata in maniera corretta con loro. Dovevano dire subito o sì o no. Questo tira e molla, aggiungo io, ha fatto il gioco di Erdogan, che di europeo non ha nulla e di anti occidentale parecchio.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendoti di anticiparci i tuoi progetti per il futuro. C’è un nuovo libro, in programma?

Il primo progetto lo metto in pratica tutti i giorni ed è continuare a studiare e aggiornarmi per garantire ai miei lettori informazioni e analisi di qualità. Programmi ne ho tanti, non solo sulla Turchia, ma anche sulla Grecia. Fra questi certo c’è anche un nuovo libro, ma voglio pensare bene prima di scrivere qualcosa di definitivo. Gli eventi sono estremamente fluidi ed è importante prima capire e poi scrivere.

:: Un’ intervista con Antonio Lanzetta a cura di Elena Romanello

21 marzo 2018

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La Corte editore di Torino propone il nuovo romanzo thriller di Antonio Lanzetta, I figli del male, e sotto la Mole l’autore ha incontrato un vasto pubblico di appassionati lettori, raccontandoci un po’ di cose su un libro che promette molto bene.

Quando hai capito che scrivere per te sarebbe stato così importante?

Tutto nasce dal mio amore per i libri, trasmesso dai miei insegnanti, da ragazzino rimasi folgorato da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e in parallelo alla lettura di libri vari, scrivevo recite da far interpretare dai ragazzi del mio condominio.

Tu però hai fatto poi altro nella vita.

Sì, ho studiato economia con indirizzo statistico e ho perso per un po’ di anni il contatto con la scrittura. Io sono e resto un nerd, da ben prima che questa cosa diventasse di moda, sono appassionato di pc e ho passato intere estati a giocare a Dungeons & Dragons e la scrittura fa parte del mio modo di essere.

Hai iniziato con romanzi di letteratura fantastica, come mai sei passato poi al thriller?

Credo che i generi siano etichette che vengano dati ai libri per facilitare il lavoro dei librai. Io amo scrivere di cose che amo, di cose che sento. Ho adorato scrivere narrativa fantasy e di fantascienza rivolta ad un pubblico di ragazzi, ha soddisfatto il mio essere un nerd creativo e ho capito quanto sono vere le parole di Salinger sul fatto che quando leggi un libro diventi amico dello scrittore. Del resto è stato grazie al fantasy che ho conosciuto Gianni La Corte e la sua casa editrice, a Mantova fantasy nel 2012. Ci siamo scelti a vicenda e poi ad un certo punto gli ho detto che volevo cimentarmi con il thriller.

Che tipo di lettore hai in mente quando scrivi?

Nessuno in particolare, scrivo per comunicare, amo molto i lettori non tecnici, che si lasciano trascinare dalla storia.

Qual è per te la cosa più difficile dello scrivere?

La caratterizzazione dei personaggi e trovo molto duro mettermi nei panni dei cattivi, inevitabilmente presenti in un thriller. Credo che un autore debba essere un bravo attore, perché in fondo deve recitare i suoi personaggi per renderli reali. D’altro canto come ho avuto modo di dire anche alle trasmissioni a cui mi invitano come opinionista, ogni singola azione criminale deriva comunque da una patologia.

Come e quando scrivi?

Alberto Moravia diceva che bisogna scrivere almeno due ore al giorno, in realtà non è una cosa sempre possibile e penso che noi scrittori abbiamo sempre una mente dissociata con la realtà, perché viviamo anche nel nostro libro anche quando non ci stiamo lavorando. Comunque ho impiegato un anno a scrivere I figli del male anche se ci pensavo già da veri mesi prima. Mi aiutano molto i miei gatti, che mi svegliano presto così posso scrivere prima di andare al lavoro.

Ne I figli del male tornano alcuni personaggi de Il buio dentro. Sono collegati o possono essere letti in maniera indipendente?

Ci sono dei collegamenti, ma si può leggere anche da solo senza aver letto Il buio dentro, svelo meglio alcuni personaggi del primo romanzo, e poi racconto molto anche il passato, gli anni Cinquanta a Salerno dove tutto è iniziato.

Quanto si nutrono del male reale i tuoi libri?

Io sono appassionato di serie tv, sono Netflix dipendente, ma fin da ragazzino ho sempre amato molto Chi l’ha visto, e quello che mi sconvolge sempre nelle storie reali di morte è come gli assassini riescano a nascondere le loro vere intenzioni fin quando è troppo tardi. Del resto come scrittore penso che la sfida più grande è stata quella di indossare i panni del cattivo, anche se prima di tutto penso che le mie siano storie di formazione, un genere che adoro da sempre.

Nel tuo libro la grande protagonista è la città di Salerno. Che rapporto hai con la tua città?

Io amo raccontare quello che conosco, inoltre i problemi del Meridione non sono un luogo comune, una città come Napoli potrebbe vivere sulla sua Storia e la sua arte, ma non riesce ad andare oltre le etichette e a cambiare. Del resto, Saviano non ha fatto altro che portare alla luce una verità nota ma che si preferiva non ammettere.

Stai avendo successo all’estero, ti hanno definito lo Stephen King italiano. Come vivi questo successo?

Fa un certo effetto essere paragonati ad uno dei miei autori preferiti di sempre, Stephen King, anche perché per me It è il romanzo contemporaneo per antonomasia. Anche essere uno dei cinque autori italiani, con nomi come quelli di Donato Carrisi e Massimiliano de Giovanni, presenti al festival Quai de polar ad aprile a Lione è un grandissimo onore, e anche essere stato indicato come uno degli autori non statunitensi di thriller più significativi.

Nei tuoi romanzi torna spesso il tema del cold case, il delitto irrisolto. Come mai?

Penso che non esista l’omicidio perfetto, chiunque fa sbagli anche se crede di poterla fare franca e il far scoprire la verità nonostante tutto, in un microcosmo che si spiega dopo anni come capita ne I figli del male. Del resto io faccio sempre ricerche anche storiche per i miei libri, per raccontare un passato che influenza il presente.

Ti piacerebbe un film o una fiction tratti dai tuoi libri?

Ovviamente sarebbe il mio sogno, per ora mi accontento della lettura da brivido del prologo de I figli del male che ha fatto il grande doppiatore Edoardo Stopacciaro, anche autore fantasy per La Corte.

:: Biblioteca Valle Aurelia ospita Lene Kaaberbøl: incontro ed intervista con la scrittrice a cura di Maria Anna Cingolo

15 marzo 2018

Lene Kaaberbøl incontro ed intervista con la scrittrice

Mercoledì 10 marzo 2018.

La Biblioteca Valle Aurelia di Roma ha ospitato un evento di respiro internazionale beneficiando della presenza di Lene Kaaberbøl, pluripremiata autrice per ragazzi, molto famosa soprattutto nel nord Europa. L’incontro, moderato dal professore e scrittore Saverio Simonelli, ha avuto come pubblico circa settanta ragazzi della scuola secondaria di primo grado, la maggior parte armati del libro della Kaaberbøl oggetto della discussione, Wildwitch. La prova del fuoco. La saga Wildwitch è un fenomeno di successo internazionale che trova posto nelle librerie italiane grazie a Gallucci, editore che ne ha comprato i diritti. Per ora sono stati pubblicati in italiano i primi due volumi (La prova del fuoco e Il sangue di Viridiana) su un totale di sei episodi che, assicura Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci, la casa editrice intende pubblicare tutti, il terzo quest’estate e gli altri a seguire. Inoltre, è in corso un adattamento cinematografico dei libri della saga.
L’incontro è stato particolarmente intenso grazie alla partecipazione attiva e gioiosa dei ragazzi e alle loro numerosissime domande, sempre educatamente segnalate alzando la mano, talmente tante che quando il professor Simonelli ha dovuto concludere la discussione perché il tempo era in scadenza, non tutti hanno potuto soddisfare la propria richiesta. I ragazzi hanno domandato a Lene Kaaberbøl come ha maturato il sogno di diventare scrittrice, quante ore al giorno dedica alla scrittura, come sceglie i titoli o i nomi dei personaggi, se le dispiace che sia l’editore a decidere la copertina dei suoi libri, a chi dedica il suo successo, quali sono i suoi animali preferiti, quale genere di libri leggeva da bambina, quale sarebbe stata la sua reazione a dodici anni se avesse scoperto di essere una wildwitch come la sua protagonista Clara. A queste e a tante altre domande, l’autrice ha risposto in danese tradotta in simultanea da un interprete; proprio questa nuova esperienza, che evidenzia la centralità della traduzione, ha polarizzato anche l’attenzione di quei ragazzi inizialmente più distratti ma che, in breve tempo hanno iniziato ad alzare le proprie mani in cerca di risposte.
Al termine dell’incontro, Lene Kaaberbøl ha autografato i libri e le pagine di diario strappate opportunamente da alcuni ragazzi pur di conservare la firma preziosa di questa autrice così importante. Questa mattinata sui generis e memorabile è stata resa possibile grazie alla viva collaborazione tra Biblioteca, Casa editrice e Scuola, tre realtà indipendenti ma fortemente connesse, tutte fondamentali per la crescita di ogni bambina e bambino.
Quando le classi sono uscite dalla biblioteca, ho potuto intervistare anche io Lena Kaaberbøl.

Wildwitch. La prova del fuocoCominciamo dall’inizio: ha deciso di diventare una scrittrice a dodici anni, come è cambiata la sua vita dopo aver pubblicato i suoi primi due libri a soli quindici anni?

La domanda non si è posta subito quando io ho cominciato da quindicenne, solo più avanti quando la mia carriera ha preso una strada definitiva nel 2003 e io avevo 43 anni ed ero anche insegnante. Lì ho dovuto pormi la domanda se dovevo essere sia insegnante che scrittrice o se dovevo buttare tutta la mia energia su solo questo mio essere scrittrice.

Invece oggi, lei è un’autrice famosa e pluripremiata e noi finalmente in Italia grazie a Gallucci possiamo leggere dallo scorso anno questa serie Wildwitch che continua a riscuotere tantissimo successo. Dove ha trovato l’ispirazione, c’è stato un momento in cui ha pensato “Sì, quest’idea è proprio adatta alla scrittura di un libro”?

Sì, infatti quando ho avuto questa idea in cui gli animali hanno un ruolo molto importante io percepivo che mancava questo tipo di libro, questo tipo di letteratura, quindi quando mi è venuta l’idea ho avuto come la sensazione “sì, forse riesco a colpire un nervo scoperto” e quindi era quasi come un intuito che ho avuto.

Possiamo dire che la serie Wildwitch sia un buildungsroman perché Clara ha dodici anni quando scopre di essere una strega e all’inizio è impaurita, non pensa di essere adatta e coraggiosa e, anche se io ho potuto leggere soltanto due libri della saga, lei cresce tantissimo, acquista consapevolezza dei suoi poteri e anche una certa forza e sicurezza di sé. Che cos’è una wildwitch? Come la definirebbe e quali sono i poteri della strega selvatica?

Ci sono due aspetti fondamentali. Innanzitutto lei riesce attraverso a questi suoi poteri a comunicare con il mondo degli animali, questa è una cosa. Un’altra cosa è che lei riesce a usufruire di quelle che l’autrice chiama “le vie selvagge” o “le vie misteriose”, quelle vie che permettono ad una persona di fare un viaggio da un punto all’altro in pochissimo tempo però sono delle vie difficili da percorrere se non hai delle abilità particolari perché spesso queste vie sono inondate di nebbia, per esempio, quindi sono difficilmente percorribili.

Quindi, il rapporto con gli animali è proprio il cuore dei poteri di queste streghe e di Clara. Gli animali hanno una propria dignità, un proprio carattere e devono essere protetti e rispettati. Quindi, al di là della magia, possiamo dire che tutti noi fin da bambini possiamo essere wildwitch?

Sì, diciamo che ha ragione. Veramente abbiamo una specie di potenzialità almeno in teoria di diventare una specie di wildwitch.
Infatti, questa è la teoria ma è la pratica ad essere importante. Kimera (ndr. Personaggio antagonista) era una wildwitch ma poi ha preso una strada sbagliata scegliendo di sfruttare gli animali. Kimera rappresenta quella parte dell’umanità che cura solo i propri interessi e non pensa alle conseguenze che determinate azioni hanno sull’ambiente? Le due creature che compaiono nel secondo libro (Wildwitch. Sangue di Veridiana), Niente di Niente la ragazza-uccello e le sue sorelle squalo-uccello sono un riferimento agli esperimenti genetici che l’uomo fa sugli animali?

Kimera è una wildwitch come Clara, ha gli stessi poteri ma quei poteri vengono usate in maniera negativa. Lei è sicuramente una figura negativa perché infrange subito la prima regola di una wildwitch, quella secondo la quale non si può prendere senza dare ma lei prende, prende e continua a prendere. Per quanto riguarda la domanda su Niente di Niente e le sue sorelle squalo, sì, può essere una metafora, una rappresentazione di chi nel mondo reale di oggi usa gli animali per fare esperimenti.

Comunque Clara oltre ad essere una strega è anche una ragazza come tutte le altre e con una vita in parte simile a quella degli altri: si cura del suo aspetto, ha un amico speciale, i suoi genitori sono separati e alla fine del suo libo affronta anche il bullismo. C’è qualcosa di autobiografico in questa parte della vita di Clara che lei descrive?

Innanzitutto, posso dire che io conosco bene cosa vuol dire essere bullizzata, l’ho provato e quindi ovviamente ogni scrittore mette una parte di sé in quello che scrive, però è anche vero che molte delle cose che scrivo sono proprio pura fantasia che io ho inventato. Ciò non toglie che io posso scegliere di mettere delle cose di me che io ho provato nella mia vita in quello che scrivo.

La serie include sei libri e, mentre noi italiani aspettiamo di leggere i restanti, stanno girando anche un film. Lei ha potuto partecipare alla scrittura della sceneggiatura o ha ceduto soltanto i diritti?

Allora, per quanto riguarda la sceneggiatura io sono stata coinvolta nel senso che mi hanno fatto leggere delle parti della sceneggiatura. Come scrittrice devo dire che secondo me l’importante è fidarsi delle persone che stanno lavorando sul film. Se tu vuoi soltanto dribblare con il pallone e fare goal solo tu non devi giocare con loro. Quindi se accetti questo ruolo devi anche essere pronto a far giocare loro con il pallone.

Un’ultima domanda: quando ero piccola leggevo le W.i.t.c.h. (ndr. Fumetto e romanzi italiani della Disney) e ho visto che qui sono esposti alcuni libri della saga alla cui scrittura lei ha partecipato. Volevo sapere come è andata questa esperienza che coinvolge altre streghe sempre legate agli elementi della natura.

Innanzitutto, è stata un’esperienza molto interessante, però è stata anche non facile perché è stato un lavoro commissionato e ho dovuto consegnare un prodotto professionale. Il fatto che si trattasse di un lavoro fatto per la Disney Corporation ha significato delle limitazioni. Per esempio, hanno detto che non si può parlare di “soldato”, non bisogna nominare i soldati quindi se uno intendeva mettere dei soldati nella trama forse doveva trasformare il soldato in guardia, per esempio. Poi per esempio non potevo nominare le figure di altre produzioni Disney e invece di nominare per esempio quella che perde la scarpa di cristallo, Cenerentola, non nomino Cenerentola ma dico che c’è una che perde una scarpa di cristallo. Quindi, quando ho fatto questa scrittura ho dovuto ripensare un pochino la trama, essere un pochino “furba”, tra virgolette, ma alla fine ne ha beneficiato il libro perché secondo me è venuto fuori un prodotto molto carino.

Conclusa l’intervista, Lena Kaaberbøl ha autografato anche le mie copie e ci siamo salutate. Non resta che aspettare il terzo volume di questa saga, ricordando ai bambini, ma anche a noi stessi, che tutti possono essere wildwitch e decidere di schierarsi dalla parte di chi protegge e rispetta gli animali quindi, di conseguenza, anche l’ambiente in cui vivono.

:: Un’ intervista con Elisa Nicoli – autrice di “Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici”

13 marzo 2018

Bolle in libertàBenvenuta Elisa su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Classe 1980, sei nata a Bolzano. Sei una regista di documentari e una scrittrice. Tuoi i libri “L’erba del vicino”, “100 cult in padella”, “L’Italia selvaggia”,Pulizie creative”, “Questo libro è un abat jour”, “Senza pesare sulla terra”. Tuoi siti di riferimento elisanicoli.it e autoproduco.it. Parlaci di te, presentati ai lettori del nostro blog.

Ciao a tutti, grazie a voi di avermi contattata! Se conto il numero dei libri che ho scritto mi impressiono da sola: 7 libri in 7 anni. Ho iniziato a scrivere per puro caso, anche se mi è sempre piaciuto scrivere, non avevo mai pensato di farlo diventare un lavoro. Ho studiato comunicazione e mi sono specializzata in cinema documentario. Ho sempre pensato alla regia come al mio lavoro dei sogni. E poi mi son ritrovata a scrivere il primo articolo, nel 2007, per il mensile Terra Nuova. Avevo conosciuto il direttore ad una fiera, con la scusa di chiedergli se avesse intenzione di distribuire documentari assieme ai libri che pubblicava. Chiacchierando, è venuto fuori che facevo detersivi in casa. Mi ha quindi chiesto di scrivere un articolo con questo argomento. Mi sono divertita, a loro è piaciuto… e ho continuato a scrivere, finché, sempre per caso, Altreconomia, la mia attuale casa editrice, non mi ha chiesto di realizzare un libro. Tutta un’altra dimensione temporale e tutto un altro tipo di lavoro. Ma quando l’ho visto tra le mie mani, appena stampato, mi ha dato una tale soddisfazione che non ho più potuto smettere. Scrivere libri è una specie di droga. Al mio lavoro di regista di documentari si è quindi affiancato quello di scrittrice.

E ora per Altreconomia è uscito il tuo nuovo libro Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici. Seguito naturale di Pulizie creative. Ce ne vuoi parlare?

La prima edizione di “Pulizie creative” risale al 2011. Erano passati circa 4 anni dall’inizio delle mie sperimentazioni sull’autoproduzione di detersivi e saponi. Ancora poco sapevo di cosmesi. All’epoca in Italia si trovava ancora scarso materiale su queste tematiche e il mio libro ebbe un successo incredibile, che si è protratto negli anni. In tutto saranno state vendute quasi 10mila copie. Era un libro piccino, completo per la parte dei detersivi, ma un po’ scarso sulla parte della cosmesi. Dal 2011 son passati 7 anni di ulteriori esperimenti e approfondimenti e studi scientifici e contatti con chimici di professione. Sentivo l’esigenza di scrivere qualcosa di più articolato e complesso. Un nuovo libro che colmasse una nuova lacuna in Italia: un libro serio e professionale di autoproduzione di cosmetici e detersivi, sia per persone alle prime armi, sia per coloro che volessero ampliare le proprie competenze in materia di “spignattamento”. E così, più di 10 anni dopo l’inizio delle mie prime autoproduzioni ho pubblicato un nuovo libro.

È un manuale che raccoglie decine e decine di ricette fai da te per la cura della bellezza e della casa. Ogni ricetta da te formulata è frutto della tua pluriennale esperienza nella composizione di cosmetici e detersivi eco e biologici. Tutto questo studio nasce essenzialmente per difendere la salute dei consumatori e del pianeta. Come hai acquisito questo spirito green?

Con una spiccata sensibilità ambientale credo di esserci nata. Ne ho parlato approfonditamente nel mio libro autobiografico “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo editore). Mia madre viene da una famiglia di 10 persone, in un ambiente dove era scontato non sprecare. È stata probabilmente lei a farmi sentire forte l’esigenza di rispettare questo nostro pianeta. E poi probabilmente anche il mio amore sconfinato per la natura, cioè per tutto quello che non è stato creato dall’essere umano. I boschi, le rocce, le cime delle montagne. Amo tutto questo talmente tanto, che è naturale per me averne un profondo rispetto.

Il volume è diviso in due parti: una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, saponi, deodoranti, creme, tonici, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. Un vero e proprio manuale dalla a alla z?

Sì, rispetto al mio “Pulizie creative” questo è un manuale (quasi) completo, che finalmente risponde a (quasi) tutti i bisogni di una persona che vuole prendersi cura di sé, della propria casa e dell’ambiente in cui vive. Certo… quel “quasi” mi permetterà di fare una nuova edizione con nuove ricette… ci sto già lavorando… almeno sulla parte della cosmesi.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’uso continuativo di detergenti chimici aggressivi oggi in commercio per la pulizia della casa può procurare reali danni alla salute delle donne che svolgono lavori di casa o lavorano per imprese di pulizia. Hai la percezione che questi pericoli siano efficacemente segnalati?

Oddio. Il concetto di “detergenti chimici” è un po’ troppo vago. Anche i detergenti per la casa che propongo nel mio libro sono chimici. Senza chimica… non c’è detergenza. Quello che può procurare problemi alla salute di chi ne fa largo impiego (e non a livello casalingo, ma a livello professionale) sono prodotti con una forte azione antibatterica e prodotti con profumazioni di sintesi eccessive (e non garantite ipoallergeniche). I detergenti, insomma, più aggressivi. A livello casalingo è più probabile incorrere in dermatiti da contatto, soprattutto per quel che riguarda i detersivi per la lavatrice. Dal primo giugno 2017 è obbligatoria in tutta l’Unione Europea una nuova etichettatura dei prodotti chimici (detergenti inclusi), che rende molto più evidente in fase d’acquisto i rischi che incorriamo se usiamo quel dato prodotto.

La coscienza ecologica e l’attenzione per l’ambiente sono temi di stretta attualità, non così diffusi nonostante gli allarmi anche delle organizzazioni internazionali. Spesso le persone vicine a queste tematiche vengono ancora considerate eccentriche o perlomeno delle persone che esagerano il problema. Nel tuo ambito, nella tua esperienza, le persone che si rivolgono a te, comprano i tuoi libri, ti chiedono consigli magari tramite i tuoi siti, vivono il tutto come una moda o percepisci delle esigenze più profonde?

Da quando mi occupo di autoproduzione e di educazione ambientale, cioè dal 2006-2007, le cose sono sensibilmente cambiate. In meglio. Molte più persone si sono avvicinate ai temi dell’autoproduzione, non considerando più il farsi le cose in casa come “eccentricità”, ma come necessità. Molte persone che ho incontrato nei miei corsi (terzo lavoro che faccio…) sono interessate a questi argomenti soprattutto per un’aumentata sensibilità ambientale. Molte persone ci si avvicinano al primo figlio. È lì che cominciano a porsi domande rispetto a ciò che utilizzano quotidianamente. Non ho mai conosciuto nessuno personalmente che facesse scelte di rispetto dell’ambiente per moda. Quello è più legato secondo me al settore alimentare.

L’autoproduzione casalinga è in netto aumento. Hai dei dati di riferimento su questo tema?

Dati non credo esistano. Non ho mai cercato. Sicuro è che c’è stato un aumento esponenziale di blogger, canali YouTube, pubblicazioni da quando ho cominciato ad oggi. E sicuro va di pari passo con un’aumentata domanda di queste tematiche.

Metti anche in guardia dalle fake news e da tutto quello che circola su internet che a volte può davvero essere pericoloso. Come difendersi?

Come per le altre fake news per difendersi serve la testa e il buonsenso. Non si può prendere come oro colato tutto quello che si trova su internet (e per la verità anche su alcuni libri ho trovato degli strafalcioni enormi). È necessario un giusto senso critico rispetto a tutto quello che si legge. La ricerca delle fonti è fondamentale: chi ha fatto quell’affermazione? Su quali basi? Ci sono dei dati oggettivi a supporto di quello che scrive? Che autorevolezza ha chi scrive? Ha le competenze necessarie per scrivere? Si pone con un approccio scientifico o sensazionalistico? Porsi domande, non cercare disperatamente risposte.

Insegni poi come leggere un’etichetta e interpretare l’INCI International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Vero?

Non è un’impresa semplice, ma cerco di dare un orientamento rispetto ad una lettura critica dell’etichetta di un cosmetico (e di un detersivo). Non è semplice, perché la lista degli ingredienti ammessi e codificati con l’INCI è lunghissima, quindi è impossibile anche per chi fa il formulatore di professione conoscere tutti gli ingredienti. Ciò che offro è una classificazione di massima, in cui considero i più recenti dati scientifici (e attendibili) rispetto alle componenti più diffuse.

In termini di risparmio, quanto conviene utilizzare detersivi e detergenti eco e biologici? Hai fatto delle stime anche generiche?

Sebbene io abbia iniziato a realizzare detersivi per risparmiare (rispetto all’acquisto di detergenti bio-ecologici) non mi sono mai più posta il problema della spesa effettiva. Le mie priorità sono altre e le ho chiaramente dichiarate nel libro. Non sempre con l’autoproduzione si va a risparmiare: se si vogliono detergenti che funzionino almeno quanto quelli bio-eco, occorre utilizzare delle materie prime che a volte possono essere piuttosto costose. Dipende da dove si riesce a recuperare ciò che ci serve. Un esempio: se avete amici che vanno a Livigno fatevi portare dell’alcol a 95° (invece di 15€ ne spenderete 3€ a litro) e in questo modo avrete dei prodotti altamente performanti ad un prezzo ridicolo (come lo spray per vetri sgrassante e il disinfettante per WC).

Grazie del tuo tempo, e stato un piacere parlare con te. C’è un indirizzo che vuoi segnalare dove i tuoi lettori ti possano contattare?

I miei siti che hai segnalato vanno benissimo! Mi potete anche contattare su Messenger (sperando che Facebook non filtri troppo le richieste). Grazie a voi per la stimolante intervista!

:: Un’ intervista con Emma Piazza

12 marzo 2018

piazzaBenvenuta Emma, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo a rompere il ghiaccio. Sei un’ esordiente, L’isola che brucia è il tuo primo romanzo, ma non sei nuova nel mondo editoriale. Ho letto nelle scarne note biografiche che lavori a Barcellona come scout letterario. Parlaci del tuo lavoro principale, hai letto tanti libri di esordienti che hai provato il desiderio di scrivere anche tu? O la scrittura ti accompagna da lungo tempo?

Ciao Giulietta e grazie per avermi proposto questa intervista. No, non sono nuova nel mondo editoria, infatti lavoro da quattro anni come scout letterario. Il mio lavoro consiste nel leggere i libri che stanno per essere pubblicati in Italia e Spagna e consigliare i titoli più forti ai clienti dell’agenzia, che sono editori internazionali di tutto il mondo. Negli ultimi anni ho letto tanti libri interessanti di esordienti, come il recentissimo libro di Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, per citarne uno, ed è sempre una soddisfazione enorme scoprire un nuovo talento e fare in modo che viaggi per il mondo. Però è vero che la scrittura mi accompagna da sempre, da quando sono piccola, è sempre stato un modo di rielaborare la realtà e conoscermi meglio.

Sei nata a Pavia nel 1988, fai parte dei tanti giovani che si sono trasferiti all’estero principalmente per lavoro. Parlaci della tua esperienza, cosa ti ha spinto a partire?

Sono nata a Pavia e a 18 anni mi sono spostata a Milano per studiare, poi mi sono trasferita a Londra, dove sono rimasta tre anni e ho iniziato a lavorare in editoria. Dopo tre anni, duri, a Londra avevo voglia di sole e ho deciso di trasferirmi a Barcellona. Lavoro da casa, quindi il mio piano era continuare a spostarmi, ma poi Barcellona mi ha rapita e sono quasi quattro anni che vivo lì. Mi ha spinta, originariamente, la mie ambizione: volevo lavorare in editoria e non c’era posto migliore di Londra per farmi le ossa. Poi, una volta iniziato a spostarmi, la curiosità mi ha incitata a continuare.

Come ti sei trovata al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro? La gente, i colleghi come ti hanno accolto?

A Barcellona benissimo. Non conoscevo nessuno, quindi pensavo sarebbe stata dura all’inizio, ma avevo una bella sensazione. Infatti, tra amici di amici e una ragazza con la quale ho fatto le elementari che ho scoperto vivere affianco a me, mi sono ritrovata circondata da persone. Anche l’ambiente editoriale è molto amichevole e frizzante, infatti mi sono subito ambientata.

Come è la vita culturale di Barcellona? Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici? Trovi differenze con l’ambiente italiano?

Come dicevo nella domanda precedente, Barcellona è una città molto attiva culturalmente anche dal punto di vista editoriale. C’è Sant Jordi, la festa del libro, ad esempio, e tante presentazioni. Non posso fare un vero e proprio paragone con l’Italia perché non vivo più qui da molti anni e quando me ne sono andata ero ancora una studentessa. Sicuramente a Barcellona l’ambiente è attivo e stimolante.

Dopo aver parlato di te, per presentarti ai nostri lettori, parliamo del tuo libro, L’isola che brucia, uscito da pochissimo per Rizzoli, un libro molto particolare, anomalo, selvatico se vogliamo. Mi ha ricordato, pensa, Cime tempestose. Intendo per l’atmosfera per certi versi opprimente. Ce ne vuoi parlare, da dove hai tratto ispirazione per scriverlo?

Woow, che bel complimento, grazie! Volevo scrivere un libro che parlasse delle mie origini francesi (corse), ma che avesse una trama avvincente che potesse intrattenere il lettore. L’ultima volta che sono stata in Corsica a trovare mio padre ammiravo la bellezza selvaggia dell’isola, il suo fascino ambiguo, e ho pensato che fosse l’ambientazione perfetta per un thriller.

L’ambientazione credo abbia un ruolo determinante, è un po’ lo specchio dell’animo dei personaggi, c’è un legame profondo e sotterraneo tra Therese e la Corsica. Conosci l’isola, fa parte della tua vita? O è solo l’ambientazione scelta per il romanzo?

La Corsica ha decisamente un ruolo fondamentale nella mia vita, infatti, mio padre è corso e tutt’ora vive lì, arroccato in una casa nel Cap Corse. Per me è un’isola decisamente speciale. Da un lato mi ricorda l’infanzia, dall’altro un lato selvaggio e recondito della mia personalità che mi porto sempre dietro.

Therese, la protagonista, è un personaggio che quasi eclissa gli altri. Aspetta un bambino, che all’inizio non si capisce se voglia far nascere davvero, è un’artista, ama la pittura, ha un rapporto piuttosto difficile con la sua famiglia, perlomeno dal lato paterno. Hai creato un personaggio molto sofferto e spigoloso. Come è nato? Non è la tipica eroina da romanzo. All’inizio mi era quasi antipatica, poi pian piano ne ho colto le sfaccettature. Si è sviluppato durante la scrittura il personaggio e ce l’avevi subito in mente?

Bene, mi fa molto piacere che tu abbia colto l’anima di questo personaggio. No, non è la solita eroina, volevo, infatti, che fosse una donna reale, a volte dura, a volte arrabbiata, e a volte invece positiva e dolce. È un personaggio che ha tanto di me, ma anche tanto di inventato. È nato durante un pomeriggio di luglio, quando l’idea del romanzo si sviluppava nel mio cervello. Ho iniziato a scrivere le prime pagine e pensavo a una donna incinta, delusa, arrabbiata, ma anche in grado di affrontare un incubo come quello che vive la portagonista. Ed è venuta fuori Teresa.

Ho riflettuto a lungo al genere a cui potere accostare il tuo romanzo. Tu come lo definiresti?

Io lo definirei un thriller, anche se soft, e con una punta di femminile.

L’isola che brucia è un romanzo visto e filtrato attraverso gli occhi di un personaggio femminile molto forte e determinato, pur nella sua apparente debolezza. Cerca di raggiungere una certa indipendenza, non si fa abbattere dalle avversità, lotta contro chi la vuole distruggere. Pensi che i personaggi femminili nel romanzo contemporaneo siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Certo che sono femminista, ma non credo che questo sia necessariamente collegato al fatto che Teresa sia forte e determinata. Un personaggio femminista (che lotta per un mondo nel quale donne e uomini abbiano gli stessi diritti) può essere anche dolce e delicato. La letteratura contemporanea è molto varia, quindi penso ci sia di tutto. Per rispondere alla domanda, no, in generale penso che i personaggi femminili inizino a essere sganciati da modelli obsoleti. D’altronde, la letteratura riflette la società…

Ti piace presentare in libreria i tuoi libri? Raccontaci qualche aneddoto divertente legato a queste presentazioni.

Sì, mi piace molto il contatto con il pubblico, anche se sono sempre un po’ agitata! Aneddoto propriamente divertente non ce l’ho, ma mi sono commossa quando ho visto alla mia prima presentazione la mia maestra di italiano delle elementari 🙂

Progetti di traduzione per l’ estero? Come pensi accoglieranno il romanzo i tuoi futuri lettori stranieri?

Sì, L’isola che brucia verrà pubblicato anche in Germania, Francia e Svezia. Beh, spero bene! In Germania in particolare, penso (spero) che potrebbe piacere, sia il setting, sia il personaggio di Teresa. Sono un popolo di grandi lettori che accolgono volentieri gli esordienti.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare. Da lettrice cosa deve contenere un libro per coinvolgerti?

L’ultimo libro che ho letto è una stupenda raccolta di racconti, Tutto quello che è un uomo di David Szalay, il prossimo penso sarà L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un libro, per coinvolgermi, deve avere uno stile che parla al cuore (e proviene dal cuore) e personaggi solidi, che riesco a vedermi davanti.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? Progetti per il futuro?

Grazie a te! Ho iniziato un nuovo romanzo, il nucleo è un gruppo di ragazzini, ma è ancora a uno stadio embrionale, quindi aspetterei a parlarne. Progetti per il futuro tanti e vari, mi piacerebbe sperimentare generi nuovi, personaggi nuovi, ambientazioni nuove. Insomma, scrivere, scrivere, scrivere!

:: Un’ intervista con Mario Mancini, co-fondatore di goWare

27 febbraio 2018
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Mario Mancini

Arnaud Nourry è il capo di Hachette Livre dal 2003. Hachette è una delle più grandi case editrici del mondo: controlla 170 marchi e pubblica 17mila titoli all’anno. Tra i suoi autori: John Grisham, James Patterson, Robert Ludlum e Stephen King. Recentemente Nourry ha rilasciato un’ intervista al sito indiano Scroll.in sulle prospettive di Hachette in India. Con l’occasione ha avuto modo di affrontare la questione dell’editoria digitale affermando che l’ebook è un prodotto stupido in cui non c’è nessuna creatività e nessun sviluppo per l’editoria. Le affermazioni di Nourry sono state riportate dal “Guardian” e dal “Post”, come il de profundis di questa tecnologia.

Abbiamo chiesto a Mario Mancini, co-fondatore di goWare, una start-up di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media, di commentare le affermazioni di Nourry. Mario Mancini è anche autore di due libri sulla nuova editoria entrambi pubblicati da goWare: Schermocracy. Libro o ebook? (2014) e Amazon vs Apple. Breve storia della nuova editoria a dieci anni dal Kindle (2018).

È vero che l’ebook è stupito come sostiene Ariel Nourry, CEO di Hachette?

Certo che l’ebook è stupido. “Stupido è chi stupido fa”, diceva la madre di Forrest Gump. Se continui a fare cose stupide, vuol dire che, seppur potenzialmente intelligente, sei uno stupido. È questa l’accezione di stupido per gli ebook. È stupido perché volutamente depotenziato; perché deliberatamente tenuto in uno stato di stupida minorità. Creativi, editori e piattaforme utilizzano questo nuovo media e la tecnologia che lo motorizza al 10% delle sue effettive potenzialità. Vorrei essere ancor più chiaro. In ultima analisi, e dispiace dirlo perché è tutto è partito da qui dieci anni fa, è il Kindle ad essere stupido. La tecnologia del Kindle, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è primitiva.

In che senso primitiva?

Il Kindle si preoccupa solo di conservare la forma classica del libro. Incita a scrivere per la forma classica del libro. È qualcosa di inutilizzabile per chiunque si ponga il problema centrale di innovare il contenuto narrativo. Uno sviluppo oggi cruciale vista l’ubiquità dei nuovi dispositivi intelligenti per informarsi, apprendere, divertirsi, comunicare e anche leggere. Non è vero che si legge di meno, l’umanità non hai mai letto tanto quanto legge adesso. E siccome l’ebook è stupido, perché, come dice Nourry, “è uguale al libro di carta, non c’è creatività, miglioramento, vera esperienza digitale” e costa solo qualche euro in meno dell’aristocratico libro, succede che i lettori comprano i libri e gli scrittori scrivono libri e non ebook. E coloro che non hanno mai letto libri, e che potrebbero essere raggiunti con ebook di nuova generazione, continuano a non leggere libri. Un circolo poco virtuoso.

È per questo che i lettori, dopo un’infatuazione per gli ebook, sono tornati all’ovile?

Sì. La partita ebook-libro non si può neppure giocare alle condizioni attuali. Mentre il libro rimane per secoli e si apprezza con il tempo, l’ebook è transeunte come qualsiasi tecnologia moderna. Dell’ebook non si ha neppure la proprietà piena perché non lo si acquista, lo si prende in licenza d’uso come il software. L’ebook è privato di ogni valore di scambio e il valore d’uso è inferiore all’originale. L’unica leva è il prezzo, ma con il livellamento di quest’ultimo ogni vantaggio competitivo viene meno. L’ebook ha innovato solo la catena distributiva, ed è già tantissimo, ma nel contenuto e nel format non si è visto nulla.

Parliamo, appunto, del livellamento del prezzo.

Guarda, è lo stesso Nourry che lo spiega meglio di qualsiasi altro quando dice:

“Quando sono diventato CEO di Hachette nel 2003 ho studiato quello che è accaduto alla musica, al cinema e ai giornali. Mi sono convinto della necessità degli editori di libri di tenere il controllo dei prezzi. Se nei mercati occidentali consentiamo all’ebook di scendere di prezzo di 2 o 3 euro succede che salta tutta l’infrastruttura del mercato. Muoiono le librerie, muore la grande distribuzione, cadono i ricavi degli autori. Dobbiamo difendere la logica del nostro mercato contro gli interessi dei gruppi tecnologici e del loro modello di business”.

Chiaro, no? Nourry, però, non deve preoccuparsi dei tecnologici e di Amazon, in particolare, che non ha nessuna intenzione di mettere a soqquadro questo mercato dal momento che le sue vendite di libri crescono del 35% su base annua, mentre quelle dei competitor crollano o ristagnano. Siamo ormai a una stabilizzazione del conflitto Amazon-resto del mondo.

Perché il Kindle è il problema?

Purtroppo, o fortunatamente, sul Kindle passa l’80% del mercato digitale del libro. La posizione egemonica della tecnologia Kindle, però, soffoca l’innovazione, o meglio non attrae innovazione. In che senso? Per esempio, sviluppare un link ipertestuale su e-reader Kindle può diventare un’esperienza all’Indiana Jones. Se un misero link diventa un problema, che cosa ci resta? Gli scrittori, che dovrebbero allearsi con gli sviluppatori e i creatori di videogiochi per produrre un contenuto narrativo di nuovo tipo, non vanno a cercare nessuno perché non si può lavorare un anno per qualcosa che non ha un mercato o si rivolge a un mercato grande il 5%.

È una situazione modificabile?

Purtroppo non si vede come poter modificare questa situazione. A farlo dovrebbe essere la stessa Amazon, che innova furiosamente in tutti i campi, ma in questo comparto si comporta da incumbent: il business così com’è gli va bene. Dagli editori c’è da aspettarsi poco perché vedono l’ebook come un fattore distruttivo del loro fatturato. Gli autori stanno a guardare. Qualcuno ha fatto qualcosa di importante. La Rowling, per esempio, ha fondato Pottermore dove distribuisce le storie di Harry Potter in formati digitali innovativi. Ma Pottermore è l’unica attività della bionda scrittrice inglese che è in perdita. Pure James Patterson si è mobilitato per creare qualcosa di adatto a questo nuovo canale. Ma nessuna di queste iniziative ha avuto un seguito o scatenato un “network effect”. Non è facile farlo.

La Apple potrebbe fare qualcosa?

La Apple è senza speranza. La Apple ha tutto quelle che servirebbe per accogliere l’innovazione di contenuto degli scrittori e dei narratori: ha l’hardware e il software migliori, ha un negozio dedicato e ci sono un miliardo e mezzo di dispositivi IOS nelle tasche dei consumatori pronti a spendere. Ma sugli ebook ha sbagliato tutto ed ora è in una posizione di imbarazzante irrilevanza. Ti dico un caso che conosco. La goWare, dove lavoro, è un startup di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media. Bene, quando Bene, quando è arrivato l’iPad nel 2010 il suo business passava per il 60% per l’iBookstore di Apple. Oggi su Apple realizza solo il 3%.

Sconfortante. Ma la Apple non si definisce oggi una società media?

Hanno un bel dire Tim Cook e Luca Maestri che la Apple è diventata una società di media e di contenuti. In realtà Apple è una società troppo elitaria per accogliere un’innovazione che viene dal basso come quella necessaria per innovare questo comparto. Sembra che adesso stiano rimettendo mano a iBooks ed a iBookstore per rilanciare il business. Le intenzioni sembrano buone tanto che è stato deciso di togliere il jobsiano prefisso “i” alla denominazione dell’app e del negozio. Vogliono dare un segnale forte al mercato. Non ci resta che attendere e vedere. La Apple può davvero stupirci. Speriamo che lo faccia. Ma la partita con Amazon è perduta, come spiego anche nel mio libro.

Gli editori possono fare qualcosa?

Possono fare moltissimo come lo possono fare i loro autori. Ma sono delle montagne di sale. Lo spiega molto bene Nourry quando afferma:

“Possiamo inventare qualcosa di nuovo usando i nostri contenuti e il digitale che vada oltre gli ebook, ma sono giunto alla conclusione che non abbiamo le capacità e i talenti necessari per fare questo. Nelle nostre imprese gli editor sono abituati a prendere un manoscritto e metterlo su una pagina di carta. Conoscono poco il potenziale del 3D e del digitale. Per questo negli ultimi due anni abbiamo comprato tre società produttrici di videogiochi, per acquisire talenti da industrie diverse e vedere come possiamo arricchire i contenuti e andare oltre gli ebook fotocopia. So che dobbiamo offrire esperienze diverse ai nostri clienti”.

E bravo Nourry. Un programma interessante. In tempi non sospetti Matteo Hoepli, che dirige il negozio online della storica libreria milanese, mi disse che le case editrici devono diventare delle case di software. Una previsione azzeccatissima Ma gli editori hanno bisogno di tempo e finché non si muovono i grandi editori, anche i grandi autori, quelli che hanno l’X-Factor, stanno alla finestra.

Come si può andare oltre gli ebook nel loro format attuale?

No certo con le app-book. Esperienza chiusa. Quello delle app è un pubblico e un canale completamente diverso da quello editoriale. Ci sono certamente delle sovrapposizioni di pubblico, ma dalle app il consumatore, anche se lettore forte, si aspetta un’interattività spinta, qualcosa di pavloviano che un contenuto narrativo tradizionale, seppur rivisitato, non può fornire. Quindi capisco benissimo quello che dice Nourry quando afferma:

“Noi editori abbiamo provato a migliorare o arricchire gli ebook, ma non ha funzionato. Abbiamo provato app e siti: i successi sono stati uno o due e i fallimenti a centinaia”.

I lettori non vanno su AppStore, su Google Play o sul web, vanno su Amazon a rifornirsi di prodotti editoriali a pagamento.

Eppure l’enhanced ebook sembrava una bella idea?

Sembrava perché stava proprio nel canale corretto ed ereditava i concept dalle app. Ma anche questa è un’esperienza chiusa, perché gli enhanced ebook non potevano essere acquistati sul Kindle Store, perché non funzionavano sui Kindle e-reader. Inoltre questo prodotto non nasceva come un progetto teso a creare una vera esperienza digitale interattiva. Nasceva come libro + qualcosa di sfizioso. Quando penso a quella esperienza mi vengono in mente le sculture dell’Aurora e della Notte nella Sagrestia nuova delle cappelle medicee di Firenze. Siccome Michelangelo aveva difficoltà a raffigurare il corpo femminile, costruiva un corpo maschile a cui poi gli appendeva gli attributi femminili. Però quelli sono comunque degli enormi capolavori. Così è avvenuto con gli enhanced ebook. Si è preso un contenuto cartaceo a cui si sono aggiunti contenuti video, applet Java, test interattivi, mappe, link e tutto una roba raffazzonata che sembrava una gran cosa e invece era una gran c***ta. Non poteva funzionare. Il pubblico non è stupido come lo erano quegli ebook.

Mi pare di capire che la chiave di svolta l’abbia Amazon. Che cosa ci si dovrebbe aspettare da Bezos & co.?

Sì, decisamente è Amazon che ha il passe-partout. Si potrebbe cominciare con un passo molto semplice, una decisione da pigliare con uno schioccar di dita. Non avrebbe alcuna conseguenza sull’utenza del Kindle, ma cambierebbe parecchio lo scenario di riferimento. Basterebbe che Amazon decidesse di supportare il formato epub3, mandando in pensione il formato mobipocket. Il formato ePub è già incorporato nel file che i consumatori scaricano dal Kindle Store. ePub3 è HTML 5, la tecnologia del web. Una bomba, si può fare tutto. Basterebbe che il software del Kindle invece di caricare un file mobi caricasse un file ePub. Si parla spesso di questo passaggio che però non avviene perché Amazon è satollo di libri e se ne sta buono nel suo ruolo a tal punto che il capo di Hachette, che considerava Amazon una minaccia alla cultura planetaria, oggi gli canta il peana:

“Amazon ha giocato un ruolo fantastico nell’industria editoriale — dice Nourry. Tralasciando la nostra piccola disputa, è un rivenditore efficiente con la capacità di consegnare rapidamente i libri in ogni parte del mondo. È una grande opportunità per gli editori”.

Viene da sorridere. In realtà il management di Amazon sa benissimo che cosa fare ma non ne ha voglia.

L’ePub3 basterebbe a scatenare l’innovazione?

No, non basta. Ci vorrebbe un secondo passo che è molto più difficile. Amazon dovrebbe progressivamente mettere in mora i suoi dispositivi e-ink per abbracciare interamente la tecnologia degli smartphone e dei tablet che è già implementata sui Kindle Fire e sull’app Kindle per i dispositivi retroilluminati. In Cina, una nazione che è già nel futuro, tutti leggono sugli smartphone di grande formato e sono in pochi a cercare gli e-reader dedicati, perché semplicemente non servono. I lettori occidentali sono molto più sofisticati, la tradizione del libro è molto più radicata e lo snobismo antitecnologico è molto più di moda, pertanto gli e-reader hanno un peso maggiore nelle scelte dei lettori. Non si può però non riconoscere che in questa area culturale gli e-reader hanno avuto una funzione utilissima di traghettamento del consumatore sulla sponda digitale. Hanno avuto… Adesso a 10 anni dall’introduzione del Kindle si può osare di più. Ed è giusto farlo.

Che cosa suggeriresti ad Amazon?

Gli direi di implementare subito l’ePub3 e di lanciare un programma di rottamazione dei dispositivi e-ink con incentivi incoraggianti per passare al Kindle Fire, a un tablet o a uno smartphone di grande formato. Amazon potrebbe stringere degli accordi con produttori terzi. Sarebbe la mossa del cavallo che aprirebbe scenari impensabili adesso. Ma non succederà niente di tutto ciò.

Per concludere, esiste nella storia dei media moderni un esempio che può fare da viatico all’ebook?

Certo che esiste, è il cinema delle origini. Il cinema nasce dalla fotografia come tecnologia e dal vaudeville come contenuto così come l’ebook nasce dal web come tecnologia e dalla narrativa come contenuto. Grazie all’azione di pionieri come Georges Méliès ed Edwin Porter e all’iniziativa di imprenditori come Gaumont e Zukor, il cinematografo da un mezzo mimetico e derivato divenne un media che fu capace di sviluppare un nuovo e originale linguaggio espressivo e seppe creare dal nulla un nuovo pubblico di riferimento, un pubblico che l’industria culturale di allora non raggiungeva. Si trattò di uno sviluppo così importante e di una rivoluzione del gusto e del comportamento da rendere il cinema la settima arte, l’arte più amata dalle masse. L’industria del libro deve saper fare lo stesso percorso dell’industria cinematografica delle origini. E lo farà. Ha solo bisogno di tempo. Ma come diceva Keynes “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Un’ intervista con Lorenzo Mazzoni

21 febbraio 2018
Lorenzo Mazzoni 2

Enrico Pandiani e Lorenzo Mazzoni

Ciao Lorenzo, grazie per aver accettato questa nuova intervista. È appena uscito La corale del petrolchimico (Koi Press), nono episodio della serie Malatesta, e sono contenta che la tua serie goda di tanta longevità. È molto apprezzata dai tuoi lettori, e ne acquista sempre di nuovi, magari incuriositi dal tuo protagonista, un poliziotto poco convenzionale e inquadrato negli schemi. Come è cresciuto il tuo personaggio durante tutti questi anni?

Grazie a voi per l’ospitalità. L’ispettore Malatesta sta crescendo con me, è sempre più vecchio. Non mi piacciono molto quei personaggi seriali che hanno sempre la stessa età romanzo dopo romanzo, mi sanno molto di trucchetti da mercante. Malatesta nel primo romanzo, Nero ferrarese, aveva tredici anni di meno e le sue problematiche erano quelle di un uomo più giovane. Ora ha cinquant’anni, è più pacificato, forse, meno arrabbiato. Almeno all’apparenza.

Parlaci della trama del tuo nuovo romanzo. Come ti è venuto in mente di mettere a un tavolo un regista di film a luci rosse, il suo guardia spalla, il figlio nullafacente di Malatesta e un gruppo di imprenditori cinesi molto italiani?

Ho iniziato a lavorare al romanzo durante il terremoto in Emilia del 2012. Era un modo per non farmi angosciare troppo dalle crepe sul soffitto di casa. Volevo trasmettere il disagio del post-sisma attraverso il punto di vista di un personaggio minore, Reinalter appunto, il figlio di Malatesta. L’ispettore ama la cucina cinese, poteva essere un buon collante, un contrasto con Reinalter che quella cucina la odia. Poi gli altri elementi sono venuti sa sé. Leggo e leggevo molto Elmore Leonard, credo che la sua influenza si possa notare soprattutto nei personaggi di Mariano, il regista hard, e del suo factotum, Robertino Di Nauta. La trama è semplice: in zona GAD, un’area a ridosso della stazione ferroviaria di Ferrara, compare Adolf Hitler, un nigeriano che prende il comando del mercato della droga costringendo Malatesta a mettersi in gioco. Da lì entrano in scena malavitosi serbi, spacciatori africani, naziskin nostrani e diversi personaggi borderline.

La mafia nigeriana sembra una delle mafie emergenti più aggressive. Come ti sei documentato su questo argomento?

Ho letto diversi articoli di giornale. Molto importante per la veridicità della situazione è stato un testo di Andrea Sparaciari: Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia. Ci tengo a dire che c’è un altro testo, che con la mafia non ha nulla a che fare, che è stato utile per scrivere il romanzo, si tratta de Fuori da Gaza (Il Sirente), di Selma Dabbagh (n.d.r. abbiamo intervistato l’autrice qui), magistralmente tradotto da Barbara Benini. Diverse parti dei capitoli centrali de La corale del petrolchimico provengono da quel libro, le ho trascritte, manipolandole liberamente, e cambiando il contesto geografico e gli attori coinvolti. Ne approfitto per ringraziare l’autrice, la traduttrice e l’editore.

Parlaci della tua Ferrara, multietnica e variopinta. Come sta cambiando la provincia italiana? Pensi ci sia più integrazione o razzismo?

Sui social più razzismo, nella realtà dei fatti magari non più integrazione ma una tollerabile convivenza. Il problema di un certo disagio interculturale in zona GAD a Ferrara io l’ho denunciato già in Nero ferrarese, e sono passati oltre dieci anni. Da allora la situazione è la stessa. Non è una brutta zona, ma le persone che vivono solo di sensazionalismo e Facebook hanno bisogno del mostro, degli ebrei che avvelenano i pozzi, come nel Medioevo, dell’Uomo Nero che rapisce i bambini. Bisognerebbe viverla, la vita, non farsela raccontare da un social network. L’unico modo per trasformare le cosiddette zone di disagio delle province è quello di investire sul territorio, non con processi di gentrificazione per ricchi, ma con biblioteche, librerie, eventi pubblici, concerti, mostre d’arte. Il mondo è pieno di esempi positivi.

Hai voluto nel tuo romanzo, pur con il tuo stile surreale, fare un’ analisi sociale e sociologica della realtà? In che misura è presente anche un punto di vista critico? Pensi che la recrudescenza dei vari fascismi, (più d’uno non ce lo dimentichiamo) sia connaturata alla crisi e povertà sociale culturale in atto?

Senza dubbio c’è una profonda crisi culturale, basta vedere su chi puntano i grossi editori. La letteratura dei morti viventi non aiuta a preservare questo Paese dal fascismo dei piccoli fans, ma concordo con le parole dello scrittore brasiliano J. P. Cuenca: “La letteratura muore un poco ogni volta che qualcuno alza la voce per difenderla su uno di quei palchi costruiti perché si creda ancora alla sua esistenza. Lasciarla morire mi sembra un’ottima idea per salvarla da se stessa”. Parlo naturalmente di una certa letteratura, che non arriva quasi mai dal basso, purtroppo.

Non faccio mai domande marcatamente politiche agli scrittori, ma data la situazione e le elezioni alle porte, pensi che cambierà davvero qualcosa, o troveranno il modo, chiunque vinca, tra accordi e accordicchi di mantenere il solito status quo? Cosa ti auguri che succeda?

Che ci invada il Liechtenstein, obbligandoci a giurare fedeltà eterna al principe Giovanni Adamo II. Purtroppo non succederà: il Liechtenstein dispone di tre soli carri armati e un manipolo di soldati vassalli. Dopo le elezioni ci sveglieremo e sarà tutto come prima. Chiunque vinca perseguirà politiche mediocri, dannose per il popolo, stupide, ignoranti. Non puoi pretendere che le mele cadano troppo lontano dall’albero.

La tua finestra privilegiata sul Fatto Quotidiano, come giornalista culturale, dà una visibilità a i tuoi scritti critici molto eterogenea. Ti leggono insomma non solo gli addetti ai lavori del mondo editoriale, ma chi è in attesa dell’autobus, chi fa colazione al mattino al bar, la casalinga tra la spesa e la preparazione del pranzo. La cultura non dovrebbe essere così, accessibile a tutti, non chiusa in nicchie e circoli d’elite? Perché hai scelto di tenere un blog su Il Fatto Quotidiano?

Perché me lo hanno proposto loro. Quando iniziai, grazie a Emiliano Liuzzi, seguivo gli Esteri: la Primavera Araba, i Balcani e per lungo tempo la Turchia, dove abitavo. Quando sono stato espulso da Istanbul come persona non gradita mi sono stabilito a Milano e ho iniziato a occuparmi di libri, soprattutto di editori indipendenti. La cosa ha funzionato, mi piace, e sono contento di essere una finestra per chi ha voglia di letture un po’ diverse da quelle sciorinate dalle classifiche da Hit Parade.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Pensi che la critica professionale, perlomeno quella istituzionale che scrive sui giornali, sugli inserti culturali, nelle riviste di settore, dia abbastanza visibilità ai tuoi romanzi? Se così non è, quali pensi ne siamo i motivi?

No, assolutamente non ho molta visibilità, ma io pubblico con gli indipendenti. La serie di Malatesta fino a oggi ha superato le centomila copie vendute grazie al passaparola e l’affetto dei lettori: hai mai visto articoli sulle principali testate nazionali a riguardo? Centomila copie sono un’esagerazione in Italia, anche per i volti noti, ma questi scrivono spesso storielle facili, sorridono alle telecamere, sanno quando postare massime emotivamente coinvolgenti per accaparrarsi le signorine da marito. A me non mi frega nulla di tutto questo. Scrivo romanzi corali, cerco di buttare giù quello che io vorrei leggere come lettore, e sono un lettore molto esigente e compulsivo, non mi freghi con commissari bellocci e due-tre slang dialettali, perciò non mi butto in quella direzione come autore e la critica professionale non mi fila di striscio.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più? Ti sei mai sentito emarginato, o hai notato di essere stato in qualche modo penalizzato dal tuo credo politico?

Non così gravi da sbatterci la testa contro il muro. Forse avrei dovuto credere di più al progetto Linea BN: avevamo la possibilità di diventare il primo vero editore indipendente di Ferrara. Eravamo partiti molto bene con testi come Porno Bloc e Dal comunismo al consumismo e stavamo avendo un certo risalto nazionale. Ma eravamo giovani e incoerenti e la casa editrice è naufragata in poco tempo. Riguardo al mio credo politico: è una scelta quella di non seguire il flusso, questo porta, a volte, all’emarginazione. Preferisco però stare bene con me stesso che svendermi. Credo molto nel mio lavoro. Non avrebbe senso fare quello che vogliono gli altri, spesso succede già nella vita di tutti i giorni. Se devo cercare compromessi anche nella letteratura tanto vale lasciar perdere.

Cosa stai leggendo al momento?

Il martirio di una nazione, di Robert Fisk.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Di leggere tanto prima di scrivere, e di leggere tanto mentre scrivono. E di essere costanti e non seguire mai l’ispirazione ma l’intuizione, farla diventare metodo, strutturare la storia. Studiare, fare ricerca, non mandare il testo a nessuno finché non si è sicuri che la “casa letteraria” regga.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Diversi compadres: Enrico Remmert, Enrico Pandiani, Darien Levani e naturalmente Paco Ignacio Taibo II. Una storia di spionaggio, inseguimenti e vendette nel mondo frizzante di fine anni Settanta.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Vado avanti con i miei corsi di scrittura di Corsi Corsari a Milano e Ferrara e con i workshop di scrittura e fotografia all’estero con Mille Battute. Prossimamente andrò a Bucarest, poi a Lisbona e infine in Uzbekistan. Riguardo ai libri, mi è stato chiesto un contributo per un’antologia contro la violenza sulle donne e sto lavorando a un progetto molto ambizioso che richiama un po’ Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo.

:: Un’ intervista con Federico Castigliano

6 febbraio 2018

flânerieBenvenuto Federico su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei Professore dell’Università di Studi Internazionali di Pechino. La tua specialità è la storia letteraria e culturale di Parigi. Hai insegnato per molti anni in Francia e hai fatto parte dell’équipe di ricerca dell’Università di Paris-Sorbonne. Parlaci dei tuoi studi, dove hai studiato, che materie, che ricordi hai della tua vita da studente?

Cara Giulietta, è un vero piacere per me essere ospitato dal tuo blog. Per cominciare ti dico che il mio percorso è segnato da quel nomadismo che oggi caratterizza, per vocazione o per necessità, la vita di molti giovani italiani. Tutto è iniziato all’Università di Torino dove ho studiato Lettere moderne. Sono stati anni di studio appassionato e molto intenso. Di Torino ricordo soprattutto gli aperitivi in piazza Vittorio, i portici di via Po, l’austera eleganza dei suoi palazzi. La città mi ha trasmesso un sentimento di ordine e di vaga grandezza che in qualche modo è entrato a far parte di me. Ho completato la mia formazione a Parigi, dove mi sono trasferito per il Dottorato in Letterature comparate. Ho trascorso nove anni in Francia. In quel periodo ho letto forse di meno e mi sono lasciato trasportare dal clima spumeggiante della città. Ho frequentato persone che venivano da ogni parte del mondo, persone anche molto diverse da me. Ciò mi ha permesso di acquisire una mentalità più aperta e cosmopolita. Approfittando del fondo sterminato di libri e di documenti della Biblioteca Nazionale, mi sono specializzato nella storia letteraria di Parigi.

Ora insegni e per giunta in Cina, un paese ancora lontano e misterioso per noi italiani. Raccontaci qualcosa della tua vita in Cina, come ti hanno accolto, come ti sei ambientato, come i tuoi studenti si immaginino sia l’Italia, amano questo paese, la sua letteratura, le sue usanze?

Quando si arriva in Cina e non si parla cinese ci sono tante difficoltà pratiche da superare. Come leggere o scrivere il proprio indirizzo? Dove trovare il pane? Come comunicare con le persone visto che quasi nessuno in Cina parla lingue straniere? Sono stato obbligato a mettere in discussione il mio stile di vita e le mie certezze, ma questo sconvolgimento mi ha permesso di “ricostruirmi” in un modo più completo e complesso. Per il lavoro mi sono trovato subito bene. In parte per la disponibilità dei colleghi e degli studenti, in parte perché ho saputo adattarmi velocemente alla mentalità cinese. Diciamo che la vita per uno straniero a Pechino non è per niente facile, ma se ce la fai a resistere puoi approfittare del clima effervescente della città: ti nutri dell’energia che circola nell’aria e che ti spinge a “voler fare”.

Cosa consiglieresti ai ragazzi italiani che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Per intraprendere una carriera accademica o comunque tentare un percorso internazionale occorre in primo luogo saper rinunciare alle comodità di casa propria. Molti ragazzi italiani sanno parlare le lingue straniere. Ho però la sensazione che alcuni di loro, specialmente i giovanissimi, abbiamo una certa difficoltà a interpretare il mondo di oggi. Per vivere nel presente non è sufficiente saper usare Instagram, vedere un telefilm in inglese o scattare fotografie con il cellulare. La vera sfida, quella che i giovani dovrebbe intraprendere, consiste nel rivoluzionare se stessi e acquisire una visione del mondo più flessibile e nuova.

Come è la vita culturale a Pechino. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Il fascino della Pechino di oggi risiede nel contrasto tra tradizione e modernità. Si può trovare chi fa un barbecue improvvisato ai piedi di un grattacielo. È una città dove confluiscono persone da ogni regione della Cina e si può dire in un certo senso che si tratta di una metropoli multi-etnica. La vita culturale è interessante perché a Pechino ci sono soprattutto tantissime università. È possibile assistere a conferenze, collaborare con ricercatori e partecipare a molte attività accademiche. Questa è una delle ragioni per cui amo Pechino. Per quanto riguarda le librerie, invece, devo dire che in città sono davvero pochissime: un po’ perché la gente lavora tanto e non ha tempo per leggere, un po’ perché i libri qui si comprano quasi esclusivamente on line e vengono consegnati a casa.

Quali sono i libri cosiddetti bestseller attualmente in Cina? Si pubblicano libri stranieri? Anche italiani?

Ci sono diversi libri italiani famosi in Cina, dal Decameron ai romanzi di Calvino e di Elena Ferrante. Purtroppo però nei paesi asiatici i libri in inglese prevalgono rispetto agli altri stranieri: e questo avviene non perché la letteratura anglo-americana sia migliore rispetto alla nostra – o a quella francese, portoghese, araba ecc… – ma solo perché tutti studiano l’inglese e la gente finisce per credere, erroneamente, che i libri in quella lingua abbiamo un’importanza maggiore. Ciò accade purtroppo anche in Italia. La missione di un professore di cultura italiana e francese in Cina consiste anche nel mostrare agli studenti che non si può appiattire la cultura europea o “occidentale” a quella americana.

Hai pubblicato da poco un libro dal titolo Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi. Questo lavoro, che si situa a metà strada tra il saggio e il racconto auto-biografico, è il frutto di anni di ricerche e di avventure a Parigi. Il libro giunge al seguito di diverse tue pubblicazioni universitarie e racconti sul tema della flânerie e del rapporto tra letteratura e storia urbana. Ce ne puoi parlare più approfonditamente?

Durante gli anni passati a Parigi ho scritto molte cose sulla flânerie: saggi accademici, ma anche racconti e narrazioni delle mie avventure urbane. Avevo tutto sul mio computer e, quando sono partito dalla Francia, ho pensato che fosse giunto il momento di dare un senso a quel lavoro. Ho pensato a un libro che fosse al contempo teorico e romanzesco, secondo il modello usato da Benjamin per il suo lavoro sui passages parigini. Ho quindi ideato una struttura che alterna capitoli narrativi (numeri dispari) e saggistici (numeri pari). Ho immaginato così che il lettore potesse muoversi liberamente nel mio libro, come un vero flâneur.

Come mai hai scelto l’autopubblicazione?

Per l’edizione italiana, così come per quella inglese e per quella francese che uscirà in primavera, ho provato la via dell’auto-pubblicazione. È stata un’avventura appassionante, ma di certo non un’improvvisazione, almeno nel mio caso. Sono arrivato a questa scelta dopo aver scritto una tesi di Dottorato e dopo aver pubblicato articoli e saggi su importanti riviste accademiche francesi, italiane e inglesi. Ma soprattutto mi sono avvalso dell’aiuto di eccellenti collaboratori: un ottimo editor e un designer per la produzione del libro in formato cartaceo ed e-book. Per le traduzioni mi sono rivolto a professori universitari conosciuti e di esperienza. Devo dire che la mia è stata una scelta vincente, sia per i tempi rapidi di pubblicazione, sia per le vendite che sono state davvero importanti e hanno superato ogni mia previsione. Auto-pubblicarsi significa prendere in mano il proprio destino e non attendere che siano altri a decidere per te quando, dove e come le tue parole e le tue idea verranno rese pubbliche. Tuttavia è un strada impegnativa e insidiosa, che consiglio solo agli autori che hanno già qualche esperienza editoriale e qualche soldo da investire.

La parola flâneur deriva dal verbo francese flâner che significa «gironzolare», «perdere il proprio tempo». Cosa distingue il flâner dal semplice turista?

Il flâneur è un personaggio storico, una delle figure tipiche della Parigi ottocentesca, ma può essere anche inteso, oggi, come il simbolo di un atteggiamento nuovo rispetto alla città. Il flâneur – e usando questo termine mi riferisco a un soggetto che può essere sia maschile che femminile ovviamente – abbandona il punto di vista ristretto del turista che ha imprigionato la città nei cliché della televisione, del sentito dire, dei giornali. Il flâneur si sottrae alla macchina del consumismo che tende a ridurci a passivi ricettori di uno spettacolo, ad automi. Il flâneur mantiene un atteggiamento ambiguo rispetto alla città: un certo distacco critico proprio del detective che analizza le facce e le andature dei passanti, e, al contempo, una volontà di immergersi nella folla fino a confondersi con essa.

Parigi la conosco, ci torno almeno due volte all’anno, ma per me la Cina è un grande amore, anche se non l’ho mai visitata. Ci descriveresti un itinerario tipo per chi volesse vederla per la prima volta?

Ci sono tante città interessanti in Cina. Alcune sono famose anche in Italia, come Canton, Shanghai o Xi’an, altre sono davvero molto belle ma misconosciute, come Xiamen, Qingdao o Tianjin. Se dovessi consigliare una sola città in Cina, per chi avesse davvero poco tempo, consiglierei però Pechino: per la sua centralità storica, politica e culturale e perché permette in un solo colpo di vedere il lato più moderno e quello tradizionale della Cina.

Il tuo sito internet, per chi fosse curioso è : federicocastigliano.com. Ricevi tanti messaggi dai lettori? Come possono contattarti e come interagisci con loro?

Si, ricevo diversi messaggi di lettori che mi contattano attraverso il mio sito o la mia pagina Facebook. Alcuni mi scrivono per farmi complimenti e ciò fa sempre piacere. I consigli e le critiche anche sono utilissimi. Il contatto con i lettori è indispensabile per migliorare e per dare un senso al proprio lavoro. La scrittura deve essere intesa come un processo piuttosto che un risultato imperfettibile. Cerco quindi di ascoltare i giudizi e i desideri di chi mi scrive, perché dal confronto con loro posso imparare molte cose.

Grazie Federico, è stato un vero piacere conversare con te, come ultima domanda ti chiedo, ringraziandoti della disponibilità, se hai in progetto altri libri, autopubblicati o meno?

Con la mia collega Sunshuang dell’Università di Studi Internazionali di Pechino stiamo lavorando alla versione cinese di Flâneur, che sarà pubblicata da una casa editrice di Pechino. Si tratta di un lavoro complesso, non solo sotto il profilo strettamente linguistico. Bisogna spiegare ai cinesi questo concetto di “vagare senza una meta” che, di primo acchito, potrebbe sembrare assurdo. Devo ammettere che tradurre un libro in diverse lingue straniere è un impegno molto duro, ma necessario vista l’aspirazione cosmopolita del mio progetto. Un libro mai tradotto, disponibile solo in italiano, mostra chiaramente la sua dimensione locale e in un certo senso “provinciale”. La traduzione è per così dire la “prova del nove di un testo”: ti costringe a confrontarti con altre mentalità, con altre persone (a partire dai traduttori). È una prova difficile nella quale gli orpelli, ma anche le trovate e le bellezze stilistiche di cui lo scrittore andava fiero, si sfaldano e sbiadiscono e rimane così solo il significato nudo del libro. Credo però che un testo ben costruito possa e debba resistere al “terremoto” della traduzione. A parte ciò, sto lavorando allo stesso tempo a un nuovo libro che rappresenta in un certo senso lo sviluppo o il seguito di Flâneur. Per il momento non posso dire di più. Però devo ammettere che questo secondo lavoro mi impegna ancora di più rispetto al primo. Forse è per tutti così: quando scrivi il libro di esordio lo fai quasi per gioco, ma una volta che hai ottenuto un certo successo e ti sei creato un pubblico che ti segue, allora non puoi più permetterti di sbagliare.

 

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

6 febbraio 2018

Conversazioni sentimentali in metropolitanaBenvenuta Elena su Liberi di scrivere. Sei già stata nostra ospite sul mio blog come intervistata nel 2016, allora per l’uscita di Pioggia dorata, quindi il tuo è più un bentornata. Cosa è successo in questi due anni? Noti dei cambiamenti nel mondo editoriale?

Intanto grazie, Giulia, per la preziosa opportunità e per le domande ancora una volta interessanti. Durante questi due anni ho continuato a scrivere, e poiché le mie ore più creative sono quelle pomeridiane serali è raro che possa muovermi dal paese sul lago dove vivo per spostarmi nella capitale, come dice Carola “è difficile passare in soli quaranta minuti dalla calma bucolica della stazione di Cesano all’inutile fretta della città”. Così, ecco, non mi occupo molto di quello che succede in Editoria, delle presentazioni, dei festival. Ciò che non è cambiato, piuttosto, è che tanti editori investono sempre meno sugli autori (non tutti, ovvio) pretendendo sempre di più, in nome di una visibilità che, tra l’altro, non offrono. Tanti altri cercano personaggi, storie da “una notte e via”.

Hai appena pubblicato per Castelvecchi Conversazioni sentimentali in metropolitana. Ce ne vuoi parlare? Quale è stato lo spunto, la suggestione da cui sei partita per scriverlo?

La cronaca, sicuramente, che ci mostra giovani arse vive e fatte a pezzi e che, in questa storia, abbiamo modo di conoscere prima che il dramma si consumi, quando la violenza sembra ancora parte di un gioco. Lara nasce dall’immagine un po’ sognata un po’ vera di ragazza bellissima ma inconsapevole del proprio fascino, ingenua e pura ma allo stesso tempo cinica, come diciamo a Roma: scafata, che vive tra le urla dei genitori da quando è nata, che è abituata a un certo tipo di relazione insana e non ci trova nulla di strano.

Come l’ha accolto la critica, come l’hanno accolto i lettori?

Senza nulla togliere ai valorosi blogger (te compresa) che mi sostengono con incoraggiante affetto a ogni uscita editoriale, ciò che più mi ha sorpreso è stata l’accoglienza dei lettori, e il fatto che molti di loro mi seguissero da anni senza però manifestarsi, per quella pudicizia cattolica che, nonostante i tempi moderni, ancora ci intrappola nel perbenismo di facciata: Justine 2.0 e Pioggia Dorata andavano forse letti di nascosto, lo dico con affetto, ovviamente.

L’erotismo presente nel libro è molto più sfumato rispetto ad altri tuoi libri, anche se è sempre presente. Come mai questa scelta? Volevi dare priorità ad altri temi, o è stata una scelta maturata nel tempo?

Avevo altre priorità, sì. Senza contare che Lara e Carola, ma anche i personaggi minori della storia, usano il sesso in modo opportunista, in definitiva soltanto per ottenere favori, ed è quindi una sensualità che non va svelata ai lettori, a mio avviso poco autentica rispetto a quella della Slave con il Master del mio primo romanzo o dei protagonisti dalle profonde turbe interiori di Pioggia Dorata. E poi mi piace esplorare altri generi. È stato da poco pubblicato su Crapula Club “Centrioli alla russa”, un mio racconto che parla di bulimia esistenziale e di Romain Gary, un autore che amo molto, e a breve, per un’altra raccolta, uscirà un mio racconto del terrore. Insomma, non si può restare intrappolati in un genere. Io, almeno, fondamentalmente volubile e inquieta. Almeno finché potrò mi divertirò a esplorare.

Carola e Lara, le due protagoniste, rispecchiano se vogliamo due tipi di donna piuttosto definiti: Carola è una giornalista, intellettualmente evoluta, una donna forte, scrive, sebbene con mille ostacoli e difficoltà, mentre Lara, una ragazza di Centocelle, quasi un personaggio pasoliniano, è più vittima delle circostanze. Come hai creato questi personaggi, come hai creato l’interazione tra loro?

Lara e Carola hanno una cosa in comune, ed è il sentimento, il sogno dell’amore, di qualcuno o qualcosa che eviti loro di scendere in battaglia. Hanno in comune il desiderio di tenersi occupate con l’amore anche quando non c’è. Ed è anche il mio desiderio, che infatti sul frontespizio cito Sylvia Plath, “A darmi il via fu l’amore”, e più avanti Philip Roth e il teatro di Sabbath, per spiegare quanto per Carola (e per me che ho molto in comune con lei), il sesso non sia l’orlo dell’esistenza ma la trama, che c’è anche quando non si vede.

La metropolitana di Roma diventa un luogo totemico, gente che si incontra e si sfiora senza un’occhiata, sconosciuti seduti fianco a fianco per il tempo di un tragitto. Precarietà, provvisorietà, fretta. Possono davvero iniziare amicizie, amori, complicità?

Anche in Justine 2.0 la Metropolitana di Roma e Stazione Termini erano presenti. Forse perché sono venuta a vivere qui giovanissima, per studiare all’Accademia di Arte Drammatica, e ho sostato a lungo nelle stazioni che perciò mi sono diventate familiari, o forse per l’eredità ligure di mio padre che diceva sempre che le regioni di frontiera hanno caro il viaggio, l’esplorazione, ma anche perché sono attratta dalla transitorietà dei rapporti umani, da certi incontri anche erotici consumati, o solo immaginati, in queste zone di passaggio, o di fuga. Termini è anche la casa dei senzatetto, degli spacciatori, delle persone al margine come gli scrittori, parlo di quelli che non trovano mai soddisfazione.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

In questo caso moltissimo. Volevo rendere il ritmo della metropolitana, la fretta, appunto, la transitorietà, e al contrario del passato ho usato il presente indicativo, frasi brevi, brevi digressioni e flash back, capitoli di cinque pagine al massimo che potessero essere letti dall’inizio alla fine anche durante un viaggio in Metro. I titoli dei capitoli, che sono alcune stazioni della Metropoiltana di Roma e nemmeno le più centrali, segnano la mappa della storia e dei sentimenti della protagonista, ogni luogo è un incontro, con Lara o con gli altri personaggi del racconto.

Mi piace molto il tuo tipo di scrittura, molto personale, sei una delle autrici più interessanti che ho letto. Pensi che la scrittura femminile in Italia sia giustamente valorizzata? Come scrittrice ti sei mai sentita vittima di sessismo?

Intanto, grazie di cuore, Giulia. Ma no, vittima non direi, anche perché finora non sono entrata in contatto con i Big dell’editoria. Credo, piuttosto, che questo mondo sia occupato sempre più frequentemente, per fortuna non sempre, da persone che con la letteratura hanno poco a che vedere, addetti ai lavori che scambiano sinossi per quarte di copertina, editor e Agenti che non per demerito, ma per età e mancanza esperienza, si permettono di trattare tutti come esordienti, quasi fossero investiti da un ruolo divino, quando l’unico merito che hanno è quello di aver frequentato una scuola di scrittura creativa che costa tantissimo. Ecco, ti garantisco che, avere a che fare con persone inesperte che valutano un autore solo in base alle mode letterarie e non al proprio fiuto, è frustrante quanto doversi concedere a un regista. Forse di più, perché nel secondo caso una possibilità di riuscita ce l’hai.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sul comodino ho Fantasmagonia, il quarto consecutivo di Michele Mari. Lo splendido Tutto il ferro della torre Eiffel, sempre suo, con la deprimente carrellata di scrittori morti pazzi o suicidi, mi ha ricondotta a un pensiero positivo sulla scrittura: si scrive per divertirsi, intanto. Il prossimo sarà Buzzati, i racconti, già letto integralmente quand’ero ragazza e che Mari mi ha ispirato a rileggere. Non sono una lettrice onnivora né modaiola, quando scopro un autore devo leggerlo tutto e con calma. Mi è successo con la Morante, con Gary, Hemingway, Calvino, Gombrowicz, de Sade, Celine eccetera. Quando mi sento orfana di storie torno sempre ai grandi classici.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Attraverso la pratica spirituale che frequento abitualmente da trent’anni, intanto, e poi non piegandomi a firmare contratti iniqui e non cedendo alle mediazioni, al gusto degli altri, ai temi e alla scrittura ammiccante.

Provieni dal teatro, quale l’opera teatrale che hai amato di più?

Sicuramente il teatro Mittleuropeo, il monologo interiore e rivoluzionario di Signorina Else, o Girotondo, sempre di Schnitzler, che hanno a che fare con un’altra materia che amo, cioè la psicanalisi, e che ha lasciato qualche traccia anche in Conversazioni Sentimentali, sia nel personaggio di Franco, l’amante di Carola sia nell’elaborazione dei rapporti di potere che non hanno appartenenza di genere, ma sono microrelazioni di forza, naturali e umane, anche inconsapevoli, talvolta scandalose.

Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?

Ian McEwan, Romain Gary, Javier Marias. Tra i moderni. E non sono nemmeno tutti. Sì, la lista sarebbe ben più lunga.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo siano indispensabili una buona dose di memoria storica, curiosità, fantasia, empatia e umanità.

Ti piace la letteratura russa?

Avendo lavorato in teatro non ho potuto prescindere dallo studio dei grandi padri russi. Ho anche lavorato con dei Maestri russi durante l’ultimo anno alla Silvio d’Amico e trascorso alcune settimane a Mosca. Sul comodino ho un manualetto preziosissimo di Anton Cechov, grande Maestro nella scritura di racconti, Né per fama, né per denaro, una lettura che consiglio a tutti gli scrittori alla ricerca del successo. Del successo, eh, non della celebrità.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Pur cercando disperatamente e da anni un Agente o un Editor Agente (anche pagando) non ho mai avuto questa “grazia sublime”, sebbene abbia un desiderio immenso di lavorare con qualcuno che sappia incanalare le mie energie, e magari aiutarmi a sistemare l’enorme quantità di materiale che nelle mie cinque ore di scrittura quotidiana si è accumulato. In Luiss, quando ero assistente di Roberto Cotroneo, ho vuto la fortuna di conoscere e lavorare con Agenti del calibro di Santachiara, ma quello è un altro pianeta, un sogno, un colpo di culo (lasciami passare il termine). Insomma no, ancora nessun colpo di fortuna.

Con i tuoi romanzi vuoi intrattenere i tuoi lettori o vuoi mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Per me non c’è una letteratura di intrattenimento. Esiste la Letteratura che mi dà da pensare, divertirmi, sognare, e poi una grande quantità di storie inutili. Racconto le mie esperienze, ciò che vedo e non mi piace e che nella realtà del racconto posso anche cambiare. Ho sicuramente un pensiero ben definito, dovuto all’esperienza, alle letture, all’interesse per la politica e alla enorme quantità di ore che trascorro in solitudine a pensare, e credo che, volontariamente o involontariamente, tutto questo finisca per far parte delle storie che racconto.

In Italia la gente non legge. Questo dicono le statistiche, le librerie che chiudono, il livello piuttosto basso di comprensione di un testo di significative percentuali di italiani. Da cosa pensi sia dovuto? E’ un problema interno dell’editoria tutta? O è legato più pragmaticamente alla crisi economica in atto?

A questo proposito mi piace citare Bianciardi, autore tra gli altri de “La vita agra”, e che ne “Il lavoro culturale”, era il 1957, lamentava la stessa situazione: librerie che chiudono, troppi scrittori e pochi lettori. Sicuramente i Social tolgono tempo alla lettura. Quando chiudo gli account, io che mi ritengo una buona lettrice, riesco a leggere il triplo. Ci sono poi le grandi catene di negozi, i supermercati del libro, la distribuzione in mano ai colossi che impedisce l’arrivo in libreria di romanzi diversi, magari più belli di quelli proposti dai Cartelli editoriali, magari no, chissà. Ma penso che l’errore sia anche nel tentativo di voler replicare certi successi, di mettere il libro in competizione con le serie TV, di confondere i generi, i mezzi, alla ricerca del “botto”e non della qualità. Credo che la gente sappia riconoscere le belle cose. Credo ci sia spazio per tutti.

Grazie Elena del tuo tempo e della tua disponibilità, nel ringraziarti ecco la mia ultima domanda. Mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Tra pochi mesi pubblicherò, stavolta senza editore e per scelta, una raccolta di racconti che si svolgono a Roma negli anni ’50, ritratti di uomini e donne che, nel segreto della propria esistenza e con il pudore tipico dell’epoca, coltivano con cura, ma anche con semplicità, certe scandalose manie. Come già detto, al momento non ho un porto sicuro dove ormeggiare, sono i lettori che mi indicano la direzione e che mi chiedono altre storie, e saranno loro a scrivere qualcosa sulla quarta di Proibito ‘50. Nell’attesa che scenda su di me la grazia sublime dell’Editor o dell’Agente, mi diverto.
Grazie infinite, Giulia, e complimenti per il Blog e la tua attività social.