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:: Un’intervista con Paolo Ferruccio Cuniberti, a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2026

Benvenuto Paolo su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Ci parli di lei: dove è nato, che studi ha fatto, ci parli della sua famiglia.

Sono torinese, nato a Torino, da una famiglia di “immigrati” dalla profonda provincia piemontese di Cuneo, nel Roero. Non è un dettaglio avere queste origini, nonostante periodicamente mi sia capitato di rimuoverle, perché alla ragion dei fatti, hanno segnato gran parte della mia esistenza e anche della mia scrittura. A Torino ho frequentato un liceo scientifico negli anni 70, anni come si sa piuttosto turbolenti, e ho poi fatto un percorso universitario altalenante tra l’indirizzo storico a Scienze Politiche e la Facoltà di Lettere, alla fine senza concludere con un diploma di laurea. Erano anni difficili, ma sono stati comunque studi per me molto formativi.

Ha anche un sito, l’aiuta nel rapporto diretto coi suoi lettori, e per promuovere il suo lavoro?

Il mio blog in realtà langue da un bel po’, perché un tempo attribuivo una certa importanza al fatto di apparire sul web e in particolare sui social. Mi capitava di intervenire su vari argomenti o di annunciare eventi insignificanti. Poi, dopo questa ubriacatura da presenzialismo in cui tutti devono dire la loro, mi sono saggiamente reso conto che il tacere è oro. Non ho più l’ansia da prestazione dell’esordiente, anche se non posso considerarmi, nonostante l’età, un autore molto conosciuto. Oggi mi limito a qualche minima comunicazione di servizio destinata a chi mi conosce. Non credo che i social abbiano spostato di molto l’attenzione del pubblico su qualche scrittore. Per lo più funziona ancora il passaparola o, per i più fortunati, e magari già noti al grande pubblico, la televisione.

Lei ha attraversato ambiti molto diversi — teatro, cinema, grafica, etnografia, radio e letteratura. Quanto queste esperienze hanno influenzato il suo modo di scrivere?

Ho iniziato a scrivere per pubblicare in forma di articoli alcuni brevi studi di carattere etnografico, pubblicati su riviste culturali, principalmente riferiti al mio territorio d’origine. Quasi tutti infine raccolti nel libro Orsi, spose e carnevali. Quindi saggistica. Ma, avendo anche una formazione letteraria dovuta alle tante letture, il mio stile saggistico poteva prendere anche toni meno austeri rispetto a una scrittura rigorosamente scientifica. Poi, senza voler in alcun modo farne una vanteria, credo di aver sempre posseduto una specie di spirito spiccatamente umanistico, con la curiosità di interessarmi di tutto, dall’arte, alla musica, alla scienza. Per questo ho attraversato, e il più delle volte solo sfiorato, tanti ambienti e varie discipline. Certo, con il rischio oggettivo della superficialità.

Torino e il Piemonte sembrano avere un ruolo importante nel suo percorso. Che rapporto ha con il territorio in cui è nato e quanto entra nei suoi romanzi?

Come ho detto prima, pur essendo nato a Torino in una famiglia piccolo borghese, le radici famigliari stanno nella cultura contadina da cui proveniamo. Quando ho iniziato a scrivere romanzi dovevo fare i conti con queste radici e questo passato, scrivendo in uno stile abbastanza tradizionale. I primi tre romanzi sono infatti una sorta di trilogia del passato prossimo, dedicati rispettivamente agli anni 60, con la fine della civiltà contadina e l’inurbamento dalle campagne (Un’altra estate); agli anni 70, gli anni del post 68 a Torino e del disorientamento giovanile (Body and soul); e ancora la Torino degli anni 80 dove i rapporti sociali e le istanze ideali stavano per essere sommersi dall’edonismo individuale (Indagine su Anna). Concluso questo trittico, ho avuto meno interesse a occuparmi ancora del tema delle mie origini.

Accanto al Piemonte, nella sua attività emerge una particolare attenzione per il Sud e soprattutto per la Sicilia. Che cosa l’ha portata a guardare con tanta curiosità verso questa parte d’Italia?

C’è stato prima di tutto un evento personale perché ho sposato una siciliana trapiantata a Torino. Tramite mia moglie ho potuto conoscere da vicino un altro mondo culturale, linguistico, anche gastronomico, che non mi apparteneva, sebbene le comuni radici famigliari contadine avessero punti di affinità. Da questa frequentazione della Sicilia sono nati via via rapporti molto importanti e sono tuttora in contatto con numerosi esponenti della cultura e del vivacissimo mondo artistico siciliano che, tra tante difficoltà, non finisce tuttavia di sorprendermi e che spesso, devo dire a malincuore, non ha eguali nella mia regione. Il Piemonte vive di individualità che stentano a fare rete tra loro. Mi capita più spesso di essere invitato in Sicilia che a casa mia.

Nel suo lavoro sull’etnografia si è occupato di tradizioni, feste, rituali e cultura popolare. Che cosa possono insegnarci oggi queste forme della memoria collettiva? Ha mai scritto fiabe o favole?

Sulla fiaba e sul mito ho letto e studiato quasi tutto ciò che è indispensabile conoscere, dai formalisti russi alla psicanalisi. Tuttavia non ne ho mai scritto in forma narrativa; non ne sento l’esigenza. Credo anzi che la fiaba vada consegnata al suo mondo popolare ancestrale che già contiene tutto. Proprio perché si tratta di memoria collettiva la fiaba tradizionale può parlare efficacemente ai bambini di oggi come a quelli di ieri. Caso diverso sono le forme rituali popolari che oggi hanno perso quasi del tutto i propri significati profondi e vengono riproposte spesso per fini meramente folcloristico-turistici. Meglio comunque una festa degli Abbà in montagna che un rally motoristico!

Il suo romanzo Un’altra estate porta già nel titolo l’idea di un tempo che ritorna o che viene ricordato. Quanto sono importanti la memoria e il passato nella sua narrativa?

Penso di aver detto già qualcosa in merito precedentemente. Nella cultura popolare, a differenza della nostra contemporaneità, il tempo era circolare, perché determinato da cicli calendariali: stagionali, lunari, settimanali, perfino mestruali. Il romanzo da lei citato racconta il trauma del passaggio da quel mondo a quello della produzione urbana, seriale, industriale. Anche l’amore è scardinato dal nuovo mondo. Il passato contadino diventa per l’appunto memoria. Va ricordato, non va dimenticato, con la consapevolezza che un mondo millenario si è disgregato e ne restano solo relitti, spesso museificati nelle numerose raccolte di oggetti della cosiddetta civiltà contadina.

È stato finalista sia al Premio InediTo sia al Premio Neri Pozza. Quanto conta, per uno scrittore, il riconoscimento da parte dei premi letterari e quanto invece conta il rapporto diretto con i lettori?

Quest’anno ho anche avuto il privilegio di essere designato vincitore per il premio Buttitta 2026 ad Agrigento. Ma non sono certo che quando si tratta di premi “minori”, al di là del piacere personale, vi sia un reale incremento dei lettori. Penso contino ben poco. E alle presentazioni ormai è tanto se ci si trova di fronte uno sparuto gruppo di persone. Alla Littizzetto basta essere tutte le settimane in tv per vendere novantamila copie. C’è altro da aggiungere?

Ha lavorato anche nel teatro e ha organizzato rassegne e incontri culturali. Che cosa ha imparato dal teatro che oggi porta con sé nella scrittura dei romanzi?

Anche per l’ambito del teatro devo alcune collaborazioni (da esterno) alla passata attività di mia moglie. Si è trattato essenzialmente di sporadiche esperienze giovanili. Però il teatro contemporaneo o di avanguardia, mi ha senza dubbio insegnato l’efficacia del gesto prima ancora che della parola, il che, può sembrare un paradosso, deve far riflettere sul fatto che le parole creano immagini e che devono essere essenziali, quelle giuste, nette, disambiguate. La perfezione del gesto deve essere riflessa nella perfezione del linguaggio.

Ha curato l’edizione postuma di Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia, occupandosi anche del saggio critico. Che cosa l’ha spinta ad assumersi il compito di restituire ai lettori la voce di un poeta scomparso?

Questa è una bella domanda! In Sicilia ho conosciuto, sono ormai quasi una quindicina di anni, il pittore palermitano Vincenzo Ognibene che di Battaglia è stato grande amico fino alla morte avvenuta nel 1995 all’età di soli 44 anni. Ognibene, da allora, ha curato innumerevoli pubblicazioni postume, o riedizioni, dell’opera omnia di Battaglia, nato come poeta dialettale, ma il cui valore è stato subito riconosciuto da Sciascia e Pasolini. Battaglia ha scritto anche poesia in italiano raccolta per intero in un’ampia silloge e testi teatrali di sapore beckettiano. Infine, poco prima di morire, un unico romanzo, breve, ma ricco di arditezze strutturali e linguistiche, a tratti surreale, che è rimasto intatto in un cassetto. Restava questo da pubblicare, e Ognibene mi ha chiesto di occuparmene. Il manoscritto non richiedeva particolari interventi (peraltro non si fa editing su un autore che non è più in vita), ma ho sentito la necessità di associargli una postfazione che ne analizzasse i contenuti.

I suoi libri hanno protagonisti e atmosfere molto diverse: da Body and Soul a Indagine su Anna, fino a Ultima Esperanza e La curva del tempo (2025, ed. Medinova). C’è un filo conduttore che lei riconosce, a posteriori, nella sua produzione narrativa?

Me lo sono chiesto anch’io, perché alcune delle mie prove letterarie appaiono assai diverse tra loro a una prima lettura. C’è una certa unità tematica nella prima trilogia che, come dicevo, riguarda l’evoluzione della società in tre decenni. Poi il ponderoso Ultima Esperanza che si discosta completamente dai precedenti ed è un romanzo storico ambientato nel Cile di fine 800 ai tempi delle guerre con gli indios, infine La curva del tempo che è un romanzo fatto di frammenti che si intrecciano tra passato, presente e futuro. Forse in quest’ultimo breve romanzo c’è il senso di tutti i precedenti: il tema del tempo, la posizione dell’umanità nel mondo, le speranze e soprattutto le ingiustizie.

Vorrei chiudere questa intervista segnalando che è anche membro della giuria del nuovo premio letterario Colline Narranti promosso dal Comune di Gassino Torinese che scade a ottobre. Tema di quest’anno Il Cambiamento. Ce ne vuole parlare?

Premetto che sono stato cooptato e non faccio parte dell’organizzazione, ma sono onorato di essere stato coinvolto. Trovo interessante l’iniziativa e mi fa piacere fare parte della giuria. Si tratta di un premio, aperto a tutta Italia e non solo, per racconti che abbiano appunto la tematica ampia del “cambiamento”, che si tratti di cambiamento interiore, sociale, magari climatico, o perché no esteriore. Scadenza 31 ottobre 2026. Mi dicono che stanno arrivando numerosi elaborati per cui credo che la selezione sarà impegnativa. Appuntamento per la premiazione al Salone del Libro di Torino 2027.

:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice. 

:: Intervista a Giovanni Papaleo per Gente Distratta (Arpeggio Libero 2026) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2026

“Gente distratta” è il nuovo romanzo del’avocato di casa a Brescia, Giovanni Papaleo, uscito da poco per Arpeggio Libero. PDopo “Discanto” e “Fumo negli occhi”, questo nuovo romanzo presenta alcuni degli stessi personaggi, solo che sono raccontati durante la loro gioventù tra la Padova degli anni ’80, ai tempi dell’Università, passando per la Sicilia fino al presente, dove gli stessi protagonisti sono adulti. Il romanzo è un viaggio nella giovinezza dei protagonisti alle prese con amori, amicizie, spensieratezza, litigi ed esperienze che in alcuni di loro lasceranno segni indelebili. Un romanzo di formazione che scava nel passato e nella dimensione psico-emotiva dei personaggi, perchè sono le esperienze che i protagonisti vivono a renderli quello che sono da adulti, con pregi e difetti con i quali a volte si deve, prima o poi, fare i conti. Ne abbiamo parlato con l’autore Giovanni Papaleo

Benvenuto a Liberi di scrivere Giovanni. Perché hai deciso di creare una storia con protagonisti alcuni dei tuoi personaggi letterari dei primi due romanzi quando sono giovani? Perché sono ancora nella fase “dell’innamoramento” verso di loro – non mi sono ancora venuti a noia – e ho voluto dare ai personaggi un passato, un retroterra che ne spiegasse, anche se a posteriori, il loro destino futuro. L’esergo “Il passato è il prologo” , da La Tempesta, di Shakespeare, risponde esplicitamente alla Tua domanda.

Due dei protagonisti sono fratelli, come mai non riescono mai a superare il loro rapporto conflittuale? Senza voler spoilerare le storie dei due, ti potrei dire che da sempre sono stato attratto dai rapporti fra i gemelli monozigoti. Si racconta sempre del loro legame speciale, del fatto che, anche distanti, avvertano in contemporanea forti emozioni, sia positive che negative. Tomaso e Cesare sono in effetti legatissimi sino a che non si verificano due eventi, uno reale e l’altro frutto solo della volontà autoassolutoria di uno dei due, che li separano irrimediabilmente; troppo gravi sono state le condotte messe in atto. Non è detto, tuttavia, che nel loro futuro non si verifichi, se non una riappacificazione fraterna, una “pace armata”.

Quanto della spensieratezza che i personaggi hanno da giovani, resta loro anche da adulti? Spero che in “Discanto” e “Fumo negli Occhi” traspaia un certo comune modo dei personaggi principali di affrontare positivamente gli avvenimenti che si presentano loro. Cosa diversa naturalmente si deve dire per coloro che impersonano i villains.

Il romanzo si svolge in diverse località che immagino tu conosca bene, ce n’è una che a cui sei più legato rispetto  alle altre? Credo salti agli occhi il mio amore per la Sicilia, in particolare il ragusano: Scicli, Donnalucata, Ragusa Ibla, ovvero la terra d’origine di mio padre. E poi Padova, dove sono nato e cresciuto sino all’età di 34 anni. Stranamente, o forse no, il mio legame con lei si accresce sempre più da quando l’ho lasciata, nel 1998.

Quale è il personaggio a cui sei più affezionato e quello che ti ha creato maggiore difficoltà mentre pensavi la storia? Viola Salazar è sicuramente il personaggio per me più affascinante: unisce serietà e avventatezza; dolcezza e severità; capacità di fare la “cosa giusta”, ma anche di sbagliare alla grande. E’ insondabile, e non è detto che in una prossima storia ci sorprenda. Nel bene o magari nel male. Fulvio Callegari è stato invece quello più complesso da definire, lo accosto a Parsifal il Puro, colui che più degli altri si avvicinò al Sacro Graal, pur non impossessandosene, e solo perché “non chiese e non gli fu dato”, così contravvenendo al precetto del Vangelo “chiedete e vi sarà dato”

Come tua tradizione stilistica anche in “Gente distratta” ogni capitolo è abbinato ad un canzone. In base a cosa hai creato questa playlist? La si può ascoltare da qualche parte? Certo, la si ritrova su Spotify, cercandola col nome del romanzo, e lo stesso si può fare con le playlist di “Discanto” e “Fumo negli Occhi”. Alcuni capitoli hanno un legame col brano che gli dà il titolo, ad altri ho abbinato una canzone che in quel momento mi andava di ascoltare. In particolare Gente Distratta è dedicato ad un mio grande amico che non c’è più, Matteo, al quale piaceva moltissimo Lisa Stansfield, ed è per questo che ognuna delle cinque parti nelle quali è suddiviso il romanzo ha come titolo una delle sue canzoni.

C’è un po’ di atmosfera che richiama il giallo, ma  il raccontare la giovinezza mi ha fatto pensare più al romanzo di formazione. Confermi? Sì, te lo confermo, e qui ritorna il tema del verso di Shakespeare, Il passato è il prologo, perché è negli anni dell’adolescenza e poi della giovinezza, anzi, ancor prima, nell’infanzia, che si delinea nel bene e nel male il modo personalissimo nel quale si interpreteranno i fatti e si reagirà al destino. Per rispondere compiutamente alla tua domanda, ti dirò che effettivamente anche in “Gente Distratta” vi è, in sottofondo, un sapore di libro giallo, ma molto meno presente che in “Discanto”, dove effettivamente vi era un’indagine per far luce sulla morte di un giudice, o in “Fumo negli Occhi”, dove si intrecciavano errori medici, trame di PM, diciamo così, non irreprensibili e furti di farmaci salva vita. Non è detto che il prossimo romanzo non ritorni ai temi del giallo classico.

Secondo te quanto le esperienze vissute in gioventù possono incidere sulla vita adulta dei personaggi letterari e nella vita quotidiana? Come ti dicevo, credo siano molto importanti. Con questo non voglio fare un discorso strettamente deterministico, ci mancherebbe, ognuno è artefice del suo destino, a prescindere, e anche a dispetto della mano di carte che si ritrova in dote alla nascita, dipende da ognuno. Credo che nelle vite, prima parallele e poi divergenti, di Tomaso e Cesare, questo tema sia evidente.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Un’intervista con Manilla Castaldo a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2026

Sei nata ad Afragola: quanto hanno influito le tue radici e il tuo territorio sulla tua sensibilità artistica e sulla tua scrittura?

Il territorio in cui cresciamo lascia tracce silenziose nel nostro modo di guardare il mondo, di percepire il dolore, la speranza, l’ingiustizia e la bellezza. Sicuramente mi ha ispirato tanto, per le tradizioni ma anche per le difficoltà del territorio.

Quando hai capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe stata una parte fondamentale della tua vita?

Ho capito che la scrittura, in particolare la poesia, sarebbe diventata una parte fondamentale della mia vita nel momento in cui ho iniziato a sentire che le parole riuscivano a esprimere ciò che a voce non riuscivo a dire. Scrivere è diventato spontaneamente un rifugio, uno spazio intimo in cui dare forma alle emozioni, alle paure e alle domande più profonde.

Con il tempo mi sono resa conto che la poesia non era solo un modo per raccontarmi, ma anche per comprendermi meglio e trasformare ciò che vivevo in qualcosa di condivisibile.

Nei tuoi testi emergono emozioni profonde: da dove nasce la tua ispirazione e come si sviluppa il tuo processo creativo?

La mia ispirazione nasce principalmente da ciò che vivo interiormente: pensieri, esperienze, ricordi e riflessioni che spesso restano in silenzio ma continuano a muoversi dentro di me.

A volte basta una sensazione, una parola ascoltata, una situazione osservata o un momento di particolare intensità emotiva per accendere il bisogno di scrivere.

Vivi su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni: in che modo questa esperienza ha influenzato il tuo sguardo sul mondo e la tua espressione artistica?

Vivo su una sedia a rotelle dall’età di dieci anni, e questa esperienza ha inevitabilmente cambiato il mio modo di guardare il mondo.
Mi ha portato a sviluppare una sensibilità più profonda verso la fragilità umana, ma anche verso la forza interiore che spesso nasce proprio nelle difficoltà.
La scrittura è diventata uno spazio di libertà, dove posso andare oltre ogni limite e trasformare le difficoltà in parole, cercando sempre un messaggio di forza e speranza.

Parli di creatività come forma di libertà: cosa significa per te essere libera attraverso l’arte e la comunicazione?

Per me essere libera attraverso l’arte e la comunicazione significa poter esprimere ciò che sento senza limiti e senza paura di essere giudicata. Quando scrivo, posso andare oltre ogni barriera e dare voce ai miei pensieri più profondi.

Attraverso l’arte mi sento libera di essere me stessa, in modo autentico e sincero.

Hai fondato HandiMap.it, una piattaforma dedicata all’accessibilità: come nasce questa idea e quali obiettivi ti poni con questo progetto?

Ho fondato HandiMap partendo dalla mia esperienza personale. Vivere ogni giorno le barriere architettoniche mi ha fatto capire quanto l’accessibilità influenzi la libertà e la qualità della vita. Da questa consapevolezza è nata l’idea di creare uno strumento che potesse rendere visibili le difficoltà spesso ignorate.
L’obiettivo del progetto è permettere alle persone di segnalare ostacoli come gradini, marciapiedi non accessibili o assenza di rampe, creando una mappa condivisa che possa favorire maggiore consapevolezza e cambiamenti concreti. Credo che l’accessibilità non riguardi solo alcune persone, ma tutta la società.

Il titolo “Oltre il confine dell’invisibile” è molto evocativo: cosa rappresenta per te questo “invisibile”?

Per me “l’invisibile” rappresenta tutto ciò che non si vede, ma che esiste profondamente dentro di noi: emozioni, paure, speranze, pensieri, ferite e sogni. È quella parte interiore che spesso resta nascosta agli occhi degli altri, ma che influenza il nostro modo di vivere e di sentire.

“Oltre il confine dell’invisibile” significa proprio andare oltre ciò che appare in superficie, cercando di dare voce a ciò che non sempre riusciamo a spiegare a parole.

Le tue poesie nascono da emozioni semplici e sincere: quanto è importante per te mantenere questa autenticità nella scrittura?

Per me è molto importante restare autentica quando scrivo. Le mie poesie nascono da emozioni vere, semplici, da quello che sento ogni giorno.

Non cerco parole difficili voglio solo dire le cose come le sento. Credo che la semplicità arrivi più facilmente al cuore di chi legge.

Il tuo approccio sembra molto rispettoso e non giudicante: è una scelta consapevole quella di “non spiegare ma condividere”?

Preferisco lasciare spazio a chi legge, così ognuno può ritrovarsi nelle mie parole a modo suo. Per me la poesia non deve insegnare, ma far sentire qualcosa, in modo libero e senza giudizio e soprattutto sentirsi liberi di immedesimarsi nelle parole.  Credo non ci sia cosa più bella.

La fede e figure come Padre Pio e don Maurizio Patriciello attraversano le tue pagine: che ruolo hanno nella tua vita e nella tua ispirazione poetica?

La fede ha un ruolo importante nella mia vita, perché mi aiuta a trovare forza e speranza soprattutto nei momenti più difficili.

La figura di Padre Pio è per me un riferimento spirituale profondo, legato alla fiducia e alla preghiera. Mi sento molto legata a questo Santo dei nostri tempi.

Don Maurizio Patriciello, invece, per me non è solo una figura pubblica, ma anche uno zio a cui sono molto legata. Ho sempre visto in lui una grande sensibilità verso gli altri, un cuore attento alle fragilità e una forza gentile nel difendere chi ha bisogno. La sua presenza rappresenta un esempio di coerenza e di amore concreto, e questo entra naturalmente anche nella mia scrittura.

Nel libro emergono anche aspetti molto intimi, come il rapporto con il tuo corpo e con la bambina che eri: quanto è stato difficile aprirti su questi temi?

Aprirmi su questi temi non è sempre facile, perché toccano parti molto intime della mia vita. Parlare del rapporto con il mio corpo e con ciò che sono stata significa affrontare fragilità, paure e cambiamenti profondi.

Allo stesso tempo, la scrittura mi aiuta a farlo con sincerità e delicatezza. Raccontare queste emozioni è un modo per accettarmi e, se possibile, far sentire meno sole altre persone che vivono situazioni simili.

Hai scelto di accompagnare le poesie con dei disegni: come nasce questo dialogo tra parola e immagine?

Il dialogo tra parola e immagine nasce in modo naturale, perché spesso quando scrivo vedo già nella mia mente forme, colori e linee che accompagnano ciò che sento. Ho sempre amato disegnare fin da bambina, era uno dei modi più spontanei per esprimermi.

Oggi non riesco più a disegnare con foglio e matita, ma continuo a farlo in modo digitale. Non ho mai abbandonato il disegno, in nessuna forma, perché per me resta un modo importante per dare vita alle emozioni.

Credo che parole e immagine, insieme, riescono a raccontare ciò che provo in modo ancora più completo.

Dai molto spazio anche agli affetti quotidiani, come la famiglia: quanto incidono questi legami nella tua scrittura?

Gli affetti quotidiani, soprattutto la famiglia, contano tantissimo per me. Sono il mio punto fermo, la mia forza nei momenti difficili e la mia gioia in quelli più sereni.

Molte delle mie poesie nascono proprio dall’amore che ricevo ogni giorno. Sono legami semplici ma profondi, che mi fanno sentire capita, sostenuta e mai sola.

Scrivi che il libro “non vuole essere grande, ma vero”: cosa significa per te oggi autenticità in un’opera artistica?

Esatto, per me il libro “non vuole essere grande, ma vero”. Non ho la pretesa di essere perfetta nelle mie parole e nelle mie poesie o sentirmi importante, ma semplicemente sincera.

Oggi essere autentici in un’opera significa proprio questo,essere fedeli a ciò che si è, senza fingere di essere altro. Vuol dire raccontare la propria verità, anche se non è semplice, anche se si è fragili, perché è lì che nasce qualcosa di reale e umano.

Se un lettore dovesse portare via una sola emozione o riflessione dopo aver letto il tuo libro, quale speri che sia?

Spero che il lettore porti con sé una sensazione di verità e di speranza.

Vorrei che, leggendo il mio libro, si sentisse meno solo nelle proprie emozioni e capisse che anche la fragilità può essere forza.

:: Un’intervista con Paolo Risi a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2026

Benvenuto, Paolo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni: raccontati ai nostri lettori, dove sei nato, che studi hai fatto, cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi?

R: Sono un lombardo-prealpino, nato a Varese sessant’anni fa. Ho fatto studi che poco si conciliano con la letteratura: prima l’Istituto Tecnico Industriale (che però mi ha permesso di conoscere Bachisio Bandinu, un bravissimo professore di lettere, nonché scrittore e antropologo), poi l’ISEF, la scuola che dopo la maturità preparava i futuri insegnanti di educazione fisica. Lavorativamente mi sono occupato in primo luogo di motricità applicata a ragazzi e adulti portatori di handicap psicofisici. Ho sempre ritenuto la scrittura e la lettura parte determinante della mia individualità, aspetti che negli ultimi anni ho approfondito attingendo tempo ed energie dalla mia professione. Si è trattato di un approdo naturale, a un’età non certo da “esordiente”, che mi ha permesso di rivalutare determinate priorità e di cimentarmi su nuove sfide, come possono essere l’ideazione e la scrittura di un romanzo.

Greg, direttore responsabile (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è il tuo secondo romanzo, dopo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Come nasce il soggetto di questo romanzo, quale è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’idea di scriverlo?

R: La scintilla è stata il desiderio di non abbandonare a se stesso il giornalista locale Greg Stefanoni, già protagonista del mio primo romanzo, La Notte Padana. Al di là della trama e delle ambientazioni (un traffico di rifiuti tra il nord ovest della penisola e l’est Europa), è stato lui l’incentivo più forte alla prosecuzione della “serie”. Greg mi ha sempre divertito; inserirlo in situazioni a volte pericolose a volte imbarazzanti lo ritengo un cimento assolutamente piacevole. Considera anche che ne La Notte Padana il finale è come si suole dire “sospeso”: Greg Stefanoni si trova su un crinale reale e metaforico della sua vita, combattuto tra il rimpianto e la fede traballante nel futuro; scontato quindi che lo volessi mettere alla prova, affidandogli la direzione del settimanale L’Eco del Lago dopo anni di gregariato e ambizioni sfumate.    

Il noir investigativo di stampo sociale ha una tradizione nobile in Italia, ti sei ispirato a scrittori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi?

R: Hai citato tre nomi importanti, tre scrittori con uno stile ben definito, una sorta di sigillo di garanzia per il lettore. Tre intellettuali, a modo loro, con visioni lucide sulla contemporaneità. Comunque sia quello che sento più affine al mio gusto è Valerio Varesi: il suo commissario Soneri è veritiero, quasi palpabile nel dipanarsi degli intrecci, per non dire delle descrizioni e dell’humus dei luoghi, che nello scrittore parmense sono straordinari. Varesi ha la capacità di intrecciare quello che tu chiami noir investigativo di stampo sociale all’umanità dei personaggi, un connubio non semplice da realizzare; non a caso per lui è stato coniato l’appellativo (credo dai francesi) di “Simenon italiano”.

Hai scelto per protagonista un personaggio complicato: ottimo giornalista ma beve troppo, e ha diverse caratteristiche che lo potrebbero definire un’anti-eroe o se vogliamo un eroe per caso. Come hai costruito la figura di questo giornalista, ti sei ispirato a giornalisti viventi o è solo frutto della tua fantasia?

R: Ho lavorato negli anni ’90 in una redazione giornalistica, in un’emittente privata della mia città. Ovviamente erano tempi diversi, gli articoli si scrivevano con la biro e non al computer, però sono abbastanza certo che le dinamiche relazionali (meschinità, cameratismo e scazzi assortiti) siano rimaste immutate. Greg Stefanoni è un patchwork di molti miei colleghi, passati e presenti, in ambito giornalistico e socio-educativo, con delle immissioni significative di autobiografismo, soprattutto per quanto riguarda l’imprevedibilità, i vizi e l’incapacità di tollerare le prepotenze.  

Credi che il giornalismo investigativo sia una delle ultime forme di resistenza civile?

R: Lo è, anche se le forze contrarie (ingiustizie, indottrinamento, l’alterazione della realtà, solo per citarne alcune) sono davvero preponderanti. Tutto sta nel ribaltamento delle priorità, dei fondamentali: se certe inchieste giornalistiche, anche nel recente passato, venivano viste come il suggello della verità, il riposizionarsi di valori basilari al centro della scena, ora invece queste forme di ricerca di senso e oggettività vengono spesso confutate, tacciate di radicalismo. Da buon sessantenne non posso far altro che affidarmi al futuro, all’intelligenza e alla sete di conoscenza dei giovani, che mi pare siano stati un po’ troppo sottovalutati negli ultimi tempi, ritenuti (ovviamente a torto) solo un target per turbocapitalisti, demagoghi e illusionisti del mondo virtuale.      

Il giornalismo pomeridiano televisivo centrato sui fatti di cronaca per certi versi può essere paragonato a una sorta di sciacallaggio mediatico. La cosiddetta “televisione del dolore” una spettacolarizzazione quasi morbosa delle tragedie, tra cronaca nera e drammi individuali, trasformate in intrattenimento. Hai stigmatizzato questa tendenza nel tuo romanzo, o ha solo un valore documentaristico per descrivere la società italiana?

R: Entrambe le cose. Mi mandano in bestia le mistificazioni, la cosiddetta televisione del dolore; si cerca di mettere in pratica il rispetto giorno per giorno, nel quotidiano, poi ti capita di vedere in tivù persone più o meno bullizzate, o ridotte a macchietta. C’è rabbia, ma anche sconforto. In Greg, direttore responsabile lo sfruttamento del dolore è personificato dalla “regina dei Pomeriggi Italiani” Concita Rizzoli, uno squalo televisivo che compendia molteplici conduttori presenti e imperanti sul piccolo schermo. Quindi sì, Concita ha anche un valore documentaristico nello sviluppo della storia, oltre a essere un mio espediente per sbeffeggiare (godendone) un certo modo di fare giornalismo e intrattenimento televisivo.    

Primacqua, la città sul Lago Maggiore dove è ambientato il romanzo, immagino non ci sia sul mappamondo, si ispira a qualche città reale, che conosci bene?

R: È un minimondo fittizio, anche se molti particolari rimandano a Luino, cittadina che conosco abbastanza bene. La sponda lombarda del Lago Maggiore viene chiamata sponda magra, in contrapposizione a quella piemontese, ritenuta più “opulenta” e turisticamente attrattiva, basti pensare a Stresa e alle Isole Borromee. Può essere vero, ma ciò non toglie che Luino, insieme ad altre località del versante varesino, rivelino un immaginario sotterraneo, tipicamente noir. Penso al luinese Piero Chiara, al suo primo romanzo Il piatto piange, un noir quasi involontario che a quasi sessantacinque anni dall’anno di pubblicazione rimane un punto di riferimento per chi vuole assaporare gli umori della provincia, tra slanci di liberalità e nefandezza sottaciute.     

Ti confesso il libro mi è piaciuto molto, mi sono piaciuti i rimandi a film, canzoni, e la caratterizzazione che hai dato ai personaggi, oltre all’ambientazione che penso sia il punto forte del romanzo. Si vede che sei un forte lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E ti piace leggere in lingua originale i romanzi stranieri?

R: In realtà più che un lettore forte sono un lettore indisciplinato e irrequieto. Fatico a individuare degli autori di riferimento, di quelli che porterei a botta sicura sull’arcinota isola deserta, come ultima risorsa di svago e conforto spirituale. A pensarci bene ogni periodo della mia vita ha avuto degli scrittori “feticcio”: Bukowski e Kerouac, intorno ai vent’anni, poi Raymond Carver e John Fante, che un po’ hanno fatto da preludio alla fascinazione per il giallo, il noir e il poliziesco, con autori come Jean Patrick Manchette, Léo Malet, Scerbanenco, Attilio Veraldi, Elmore Leonard. Se poi devo citare un contemporaneo, uno che riesce sempre a stupirmi e a emozionarmi, ti faccio il nome di Lawrence Osborne. Per quanto concerne la lettura di libri in lingua originale ti confesso che non ci ho mai provato, anche perché la mia conoscenza delle lingue straniere è piuttosto limitata.   

La violenza nei microcosmi di provincia non è mai manifesta, è più sussurrata nei meccanismi di potere, un pestaggio, un’induzione al suicidio, sono già eventi fuori dall’ordinario che ledono quella patina di rispettabilità, almeno apparente, che questi tipi di società impongono. Da narratore che spunti ti dà tutto questo per le tue storie?

R: Mi dà spunti notevoli. Parli giustamente di rispettabilità, di codici di comportamento acquisiti e solidificati, modi di sopravvivenza che in provincia strisciano rasoterra e ronzano sopra le nostre teste. Esistono appunto l’onorabilità, il decoro a stuzzicare la curiosità di chi osserva e prova a imbastire delle storie. Il territorio di caccia è ricco e variegato. Considera anche il fattore memoria: in un paese o in una piccola città il passato e i suoi intrecci possono costituire una sorta di epopea locale, che lega generazioni e accadimenti, e che può andare in pezzi come un castello di carte se un fattore imprevisto la corrompe. Sono deragliamenti che mi hanno sempre ingolosito, come autore ma non solo.     Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei se ci sarà un seguito a questo romanzo o stai scrivendo storie tutte nuove? Ho scritto diverse pagine, ma l’obiettivo finale è ancora sfuocato. Vorrei continuare a pungolare Greg Stefanoni, sgambettarlo e poi dargli l’ennesima opportunità di rinascita. Forse il suo giornale chiude, i suoi giovani collaboratori lo abbandonano e di conseguenza si ritroverà ad amministrare un blog scalcagnato, a indagare sulla scomparsa di una ragazza e un ragazzo in una terra di confine. Staremo a vedere; per il momento prendo appunti e lascio che emerga qualche suggestione da sviluppare.

:: Un intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2026

Benvenuto Xiaolong, è un grande piacere rivederti sulle pagine virtuali di Liberi di scrivere per l’uscita del tuo nuovo romanzo della serie di Chen Cao, “Compagni Segreti”, tradotto da Fabio Zucchella, tuo storico traduttore italiano, e pubblicato da Marsilio. Siamo al quattordicesimo episodio. Una serie molto longeva che, se non altro, ci ha accompagnato in tutti questi anni. Dedicherai altre storie al tuo personaggio, Chen Cao?

R: Sì, certo. Ho già terminato un nuovo manoscritto. Si intitola History’s Cunning Passages:  (The Untold Origin of the Cultural Revolution)  An Inspector Chen Investigation. Sarà pubblicato anche questo da Marsilio.

Ho notato un maggiore pessimismo e se vogliamo anche un maggiore romanticismo, è una mia impressione o è davvero voluto?

R: Hai ragione. Ed è un’ottima domanda. Mi ricorda una poesia pessimista ma anche romantica intitolata “Dover Beach” di Matthew Arnold. Quando non c’è più nulla in questo mondo triste, l’amore diventa l’unica, fredda consolazione. Non credo sia intenzionale, è semplicemente realistico.

Tu affronti con molto coraggio temi si può dire delicati della Cina contemporanea, paese che io amo molto per la sua cultura, la sua cucina, la sua gente. La situazione è così drammatica, o drammatizzi per ragioni narrative? Sorveglianza capillare, un personaggio del libro viene prelevato senza processo e gli sono tolte le libertà personali per accuse che poi si riveleranno infondate, corruzione, prevaricazione da parte di persone che non vogliono il bene comune ma meri interessi personali e di carriera. Insomma, uno scenario molto fosco, accenni a numerose persone che cercano il modo di lasciare la Cina. E’ così doloroso vivere in Cina, oggi?

R: Apprezzo molto il tuo amore per la Cina. Anch’io amo molto la Cina, ma non il PCC. Per quanto riguarda la drammatizzazione o meno, lascia che ti faccia un esempio concreto. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, un pomeriggio mi trovavo sul balcone dell’appartamento di un amico. All’improvviso, un drone è apparso sopra la mia testa ed è rimasto a volteggiare per più di mezz’ora. La cosa più sorprendente è che, non appena sono rientrato in camera, il drone è improvvisamente scomparso. Il mio amico ha affermato che il drone doveva essere venuto per me.

E noto un maggiore romanticismo: la redenzione personale, passa per il sentimento, per l’amore? Credi ancora nell’amore come forma di riscatto e di salvezza personale e collettiva?

R: Questa è un’altra ottima domanda. La redenzione personale può arrivare attraverso sentimenti come l’amore. Per essere più precisi, l’amore per la Cina. Che sia personale o collettivo. Ci credo ancora.

E la poesia antica è sempre presente nei tuoi noir. Anche la bellezza e l’arte sono veicoli di salvezza?

R: La poesia classica cinese è sempre una parte importante della mia serie dell’ispettore Chen. Si può certamente dire che sia un veicolo di salvezza. Per Chen, appare anche come un’oasi verde nell’infinito deserto, immaginaria o meno.

Tornando al tuo coraggio, il romanzo contiene accuse politiche molto nette, forse è il tuo romanzo più estremo da questo punto di vista. Alcuni lettori lo reputano al fatto che da molti anni non vivi più Cina, ma immagino hai ancora in questo paese parenti e amici, o legami. Il tuo impegno è onesto, ti conosco, ma il socialismo con caratteristiche cinesi sta prendendo davvero derive così oppressive e antidemocratiche, la libertà personale è davvero sacrificata più che al bene comune, comunitario e forse utopico, all’interesse di poche élite o del partito? Pensi davvero questo? O vedi strade da percorrere, decisioni che devono essere ancora prese?

R: La sanguinosa repressione di Piazza Tian’anmen del 1989 rimane l’argomento politico più delicato nella Cina di oggi. Sono ben consapevole del rischio di scriverne. Per me, è un libro che avrei dovuto scrivere da tempo. In un certo senso, si potrebbe persino dire che rappresenta una sorta di redenzione personale. Quanto alla tua domanda se il socialismo con caratteristiche cinesi abbia davvero assunto una connotazione così oppressiva e antidemocratica, il punto di svolta per me è arrivato circa dieci anni fa con la modifica della Costituzione cinese, che ha abolito il limite di mandati, permettendo così all’imperatore di regnare a vita. Questo concetto trova eco anche nella storia narrata da X in “Red Dust Lane”. Come avrei potuto, quindi, non scriverne?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazione che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: c’è un eco nostalgico per la tua giovinezza?

R: Per quanto riguarda l’indagine che si sviluppa su più livelli, è una storia radicata nella storia reale e che si è protratta per molti anni. D’altra parte, si può certamente dire che è un’eco nostalgica della mia giovinezza. Come avrai notato, la parte della ribellione di X contro il PCC è basata sull’esperienza di Yang Xianyi. Yang è stato un mentore nella mia giovinezza e mi ha aiutato molto in diversi modi. E Via della Polvere Rossa era anche un quartiere che mi era molto familiare in quegli anni.

Stai scrivendo un nuovo romanzo di Chen Cao o altri libri?

R: Sto anche scrivendo una trilogia sull’inchiesta del giudice Dee; i primi due volumi sono già stati pubblicati e sto lavorando al terzo. Per me, si tratta anche di un tentativo di esplorare il funzionamento del sistema giudiziario nell’antica Cina. Poteva davvero essere indipendente dalla politica? Ecco questa è un’interessante domanda.

Alessandro Varani ci racconta il suo “Patañjali. Storia di uno Yogi” (Castelvecchi 2024) A cura di Viviana Filippini

5 marzo 2026

Alessandro Varani ha pubblicato per Castelvecchi il libro dedicato alla vita di colui che è rienuto il “fondatore” dello Yoga: Patañjali. “Patañjali. Storia di uno Yogi” narra l’esistenza di colui che visse tra il III e il II secolo a.C., quando l’impero indiano, dopo avere ottenuto il massimo della sua espansione territoriale e culturale, cominciò un lenta decadenza. In questo mondo Patañjali portò a compimento un cammino di formazione umana e spirituale passato alla storia come un testamento filosofico e spirituale: gli Yogasutra. Del romanzo ne abbiamo parlto con il suo autore.

Alessandro ben trovato. Da occidentale, come ha scoperto la figura di Patañjali?
Molti anni fa, praticando e studiando Yoga ho scoperto gli Yoga-sūtra di Patañjali. Da subito, rimasiaffascinato da questi ‘aforismi’, pregni di saggezza e consigli pratici su come progredire nel campo della ricerca interiore. Intuivo che l’apparente incomprensibilità di alcuni sūtra dipendeva dal fatto che non si trattava tanto di leggerli per capirli, quanto di esperirli uno ad uno, attraverso una pratica guidata da un maestro che comportava una trasformazione personale nello stile di vita, ma soprattutto mentale e interiore.

Perché ha deciso di scrivere il libro sullo yogi?
Nel 2018, dopo tanti anni di pratica e insegnamento dello Yoga, ho sentito l’esigenza di scrivere un testo che facesse giustizia delle mistificazioni che questa antica e universale disciplina di conoscenza del sé ha subito in Occidente da quando venne importata, ormai più di un secolo fa. Cominciò in questo modo a prendere forma nella mia mente l’idea di fornire al lettore un modello esemplare per descrivere un sano, autentico percorso yogico. La scelta dello yogin protagonista del romanzo cadde allora su Patañjali, una figura leggendaria in India, ma praticamente sconosciuta anche a molti fra i praticanti di Yoga occidentali. Inoltre, le scarse e a volte confuse fonti su Patañjali (vissuto circa nel II° sec a.C.) mi consentivano di sviluppare una trama narrativa in piena libertà, pur mantenendo il rigore storico dell’ambientazione e l’autenticità del contenuti filosofici e spirituali presenti nel romanzo.

Come si è mosso per la stesura del libro per quanto riguarda ricerca e recupero di informazioni e
materiale?

Premetto che la stesura del libro, durata più di cinque anni, è stata una sfida davvero impegnativa che mi ha fornito stimoli anche come insegnante di Yoga. Certamente lo studio delle fonti storiche, letterarie e religiose mi è stato utile per entrare nell’atmosfera socio-culturale dell’India antica, ma ho dovuto integrare quelle fonti necessariamente con una vera e propria intuizione sulla figura di Patañjali, di cui biograficamente non si sa quasi nulla. Ho adottato un procedimento ‘a ritroso’, cercando di ricostruire la personalità di Patañjali a partire dallo studio meditativo su tre testi a lui riferiti: gli Yoga-sūtra, un grande commentario di grammatica sanscrita (Mahabhashya) e un commentario di medicina ayurvedica (Carakavārttika). Aggiungo che per la stesura del testo ho seguito la tradizione indiana che unifica le tre persone in un solo autore, piuttosto che quella degli studiosi che perlopiù oggi tendono a separare la figura del Patañjali scrittore degli Yoga-sūtra da quella dal grammatico.

Come è stato mescolare realtà e finzione?
Certamente entusiasmante e spaventoso al contempo. La sfida di cui prima parlavo è consistita soprattutto nel mantenere insieme vero e verosimile, armonizzando fra di loro i diversi livelli di lettura del testo. Questo mi ha richiesto una rigorosa, costante attenzione, perché sapevo che per quanto quei livelli avrebbero costituito l’originalità del testo, lo sviluppo della trama e delle vicende umane narrate nel romanzo dovevano restare al centro dell’interesse del lettore, integrandosi al meglio alla cornice storica, filosofica e spirituale del testo. Spero di esserci riuscito.

Il percorso vissuto da Patañjali, gli incontri e le esperienze che fa possono essere viste anche come un
percorso di formazione?
Assolutamente sì, essendo una biografia romanzata in senso lato, in cui seguiamo la vita del personaggio: la sua nascita, la formazione nella scuola yogica del padre brahmano, un primo matrimonio, fino alla crisi
spirituale che lo porterà alla rottura con la propria famiglia, mettendolo sul cammino di una tortuosa ricerca spirituale, fra buddhismo e pura ascesi, e quindi l’esperienza dell’auto-realizzazione, seguita dal ritorno in società, con le crisi e i dolori familiari, infine alla corte dell’imperatore Indiano Pushyamitra, sullo sfondo di persecuzioni religiose e della guerra contro i Greco-battriani… In definitiva, si tratta della narrazione di una inesausta ricerca di saggezza e libertà lungo tutto l’arco esistenziale del personaggio Patañjali.

La cosa interessante del libro è che oltre alla vita ci sono anche nozioni sulla pratica delle yoga?
Questo era un’altro obiettivo che mi ero riproposto, ovvero di narrare in parallelo alla vita dell’uomo quella dello yogin. In effetti, il sottotitolo del romanzo, ‘vita di uno yogin’ sta lì a indicare che il libro tratta dell’uomo Patañjali, come pure della vita di chi pratica lo Yoga e che proprio applicando gradualmente le diverse tecniche che i maestri gli propongono progredisce sul piano umano e spirituale. In virtù della mia lunga esperienza come insegnante di Yoga, ho potuto descrivere accuratamente alcune pratiche autentiche. Soprattutto, facendo capire al lettore l’importanza del respiro nello Yoga, perché la respirazione costituisce davvero il cuore pulsante di questa disciplina. Il respiro permette al praticante di Yoga di prendere coscienza della propria energia vitale (prāna) avvalendosi delle tecniche yogiche che insegnano a non disperderla, anzi a concentrarla tramite la mente su obiettivi conoscitivi interiori tramite il processo meditativo.

Cosa l’ha spinta a mettere assieme queste due componenti?
Per certo, la volontà di rendere giustizia a questa mirabile e nobile disciplina, spesso fraintesa. E mi spiego meglio: lo Yoga classico, come lo intende Patañjali, è una disciplina che si occupa principalmente del mentale, secondo la definizione che troviamo scritta nello Yoga-sūtra II.2, dove egli afferma che lo ‘Yoga è l’arresto della attività mentali” e dove tutti gli esercizi fisici, oggi molto in voga, svolgono solamente una funzione preparatoria e di minore importanza rispetto alle tecniche respiratorie e di concentrazione. Dall’altra parte, essendo lo Yoga arrivato in Occidente tramite dei grandi maestri che erano dei monaci, quali Vivekananda e Yogananda, si è presto associata questa autonoma disciplina di ricerca spirituale che prescinde da ogni religione, con l’induismo. In Occidente, questa confusione iniziale spesso ha prodotto atteggiamenti esotico-misticheggianti, esaltati negli anni settanta del secolo passato dalla moda fricchettona degli hippies che andavano in India a riscoprire la spiritualità…

Come è cambiato o cosa è cambiato nella sua vita quotidiana e lavorativa da quando pratica lo yoga?
Direi tanto, se non tutto. Nel senso che lo Yoga, quando funziona, prevede una trasformazione dello stile di vita e della personalità del praticante, parallela a una presa di coscienza di se stessi sempre più approfondita. Pratica dopo pratica, purificazione dopo purificazione, lo Yoga ci rende infine degni di ricevere l’epifania spirituale dell’auto-realizzazione, un’esperienza che stravolge radicalmente il nostro precedente punto di vista sulle cose del mondo, donandoci grande fiducia e contentezza interiore.

Ci fa un breve cenno alla sua associazione culturale Yoga Sāram Studio?
Ho fondato questa associazione culturale con il precipuo scopo di diffondere lo Yoga sui principi che ho esposto rispondendo alle precedenti domande. Posso aggiungere che è dall’inizio del mio percorso di conoscenza interiore che cerco di mantenere vivo uno scambio sapienziale tra Oriente a Occidente. D’altra parte, i mistici di ogni tempo e angolo del pianeta, attraverso le loro esperienze interiori, hanno da sempre ribadito che l’essenza spirituale degli esseri umani è la medesima. Infatti, le testimonianze relative a esperienze di luce divina dei contemplativi, siano questi Occidentali o Orientali, laici o religiosi, sono e saranno sempre le stesse in ogni parte del mondo, perché questo è il Bello, il Buono e il Giusto che anima le diverse culture, anche nelle loro distinte peculiarità: il tutto è Uno.

:: Un’intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?

Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.

Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?

La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.

Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?

Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.

Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?

La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.

C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?

La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…

Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?

Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una  serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo SickroseCompañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.

Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?

Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.

Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?

Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:

Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?

Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.

Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?

Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.

Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?

Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.

Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?

Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.

Che libro stai leggendo attualmente?

Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.

Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:

E io ringrazio te per la nuova intervista e il pubblico di Liberi di scrivere per l’attenzione!

:: Un’intervista con Fabrizio Fulio Bragoni a cura di Giulietta Iannone

11 febbraio 2026

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista sul tuo romanzo breve Tutte queste cose, edito da Delos. Ma prima qualche domanda su di te. Hai iniziato a scrivere a cinque anni e non hai più smesso. Ricordi cosa scrivevi allora? C’è un filo che collega quei primi tentativi ai tuoi lavori di oggi?

    Ciao Giulietta, e grazie per avermi invitato… Dunque, cosa scrivevo quando ho cominciato a scrivere, bella domanda. Per quanto riguarda i temi, non saprei: sono sempre stato un lettore vorace, e ho sempre amato molto le storie. Credo di aver sperimentato un po’ tutto (tempo fa, in un vecchio quaderno, ho trovato qualche battuta di un racconto di ambientazione carceraria; il quaderno era del 1990, quindi, quando ho iniziato il racconto in questione, dovevo avere 8 o 9 anni. Magari avevo appena visto Fuga da Alcatraz?). So, poi, di aver provato a scrivere racconti d’avventura e quelli che impropriamente chiamavamo gialli – all’epoca la letteratura per ragazzi era molto diversa da quello che è ora; si leggevano un sacco di classici. Tra i miei preferiti c’erano L’isola del tesoro, Uno studio in rosso ei racconti di London. A un certo punto ho trovato una vecchia edizione UTET dei racconti di Poe, libro risalente agli anni di università di mia madre? Chi sa… Poi avevo libero accesso alla libreria di mia nonna, che era un’appassionata lettrice dei Gialli Mondadori. Attratto dalle copertine, ne ho letti una marea. Alcuni molto poco adatti a un bambino della mia età. – Leggevo, insomma, un sacco di cose diverse e scrivevo, o meglio inventavo e provavo a scrivere, racconti di molti generi diversi. Ovviamente non finivo mai niente… Credo, però, che più ancora che quei primi tentativi di scrittura, abbiano contato e contino tutte quelle volte che, camminando da solo, o facendo altre cose, vedevo me stesso dall’esterno e mi raccontavo in terza persona. Forse è proprio quello il filo che mi lega a quel bambino che scriveva: la voglia, il gusto (il bisogno?  no, mi sembra troppo) di raccontare e raccontarmi.

    Hai fatto moltissimi lavori diversi: giornalista, informatico, docente, copywriter, traduttore, persino detective privato per un paio di giorni. Quanto questa “vita laterale” entra nella tua scrittura?

    Per un lungo periodo, ho avuto l’impressione che a me non succedesse mai niente, o almeno niente di significativo (frequentare troppo assiduamente Hemingway non aiuta…), per cui forse tutti questi cambiamenti rispondono a un tentativo più o meno conscio di vedere più cose possibile, fare più esperienze. Credo comunque che cambiare spesso lavoro mi abbia aiutato. Quantomeno a non sentire il peso della routine e “sopravvivere alla noia”, come direbbero i Situazionisti. Potrei fare qualunque lavoro, almeno per un paio di giorni; così mi dicevo. In effetti ho anche consegnato pizze, dato una mano a gestire uno studio di tatuaggi, fatto il cameriere in un bar, tentato – con scarso successo- di vendere assicurazioni. Per quanto riguarda l’esperienza da detective… Be’, l’ho fatto per meno di una settimana, e allora sì, che ho rischiato di morire di noia. Se vuoi una volta, senza testimoni, ti racconto come e perché ho quasi preso per il collo uno dei tizi dell’agenzia per cui l’ho fatto…

    Il colpo nasce all’interno del contest YouCrime di Rizzoli. Che esperienza è stata scrivere con un perimetro così definito? Ti ha dato più libertà o più vincoli?

    La scrittura di Il colpo in effetti è stata un’esperienza strana. All’epoca lavoravo solo come traduttore e lettore d’agenzia. E poi avevo il mio blog (NonSoloNoir) e collaboravo con qualche rivista letteraria. Qualcuno degli organizzatori aveva letto un mio racconto (che forse avevo pubblicato proprio qui su Liberi di Scrivere). Mi hanno contattato chiedendomi di scrivere un racconto lungo da pubblicare in ebook. La cosa del contest all’inizio non era molto chiara (anzi, direi quasi per niente), ma in ogni caso ho accettato. Nel mio ebook c’era anche un racconto di Paolo Roversi, con il quale poi ho collaborato scrivendo su Milano Nera, pubblicando qualche racconto e curando un volume per la collana Calibro 9 di Novecento edizioni, che era stata ideata da lui. Tornando a Youcrime, diciamo che ho accettato di buon grado, ma all’entusiasmo iniziale sono seguiti diversi giorni (settimane?) di blocco. Poi a un certo punto mi sono messo alla scrivania e il racconto è venuto fuori da sé, e in un attimo. La richiesta era di scrivere un racconto crime e io ho attinto a piene mani a quello che vivevo e facevo all’epoca – una vita “tranquilla” ma estremamente precaria, rischiarata (quasi) solo dagli allenamenti di pugilato con il mio maestro, Giovanni Bracchiglione, e il gruppo della boxe. Molti di quelli che si allenavano con me erano ragazzi che vedevo un po’ come mi vedevo io: precari (da un punto di vista esistenziale, non lavorativo), ma tutt’altro che pronti ad abbandonare le loro velleità. Dalla stessa sensazione è nato il racconto Finisce male, al quale sono molto affezionato. Tornando a Il colpo, comunque, è la storia di un gruppo di pugili che intravedono una possibilità per tirare su dei soldi rapidamente e ci cascano… La cosa divertente è che lo spunto narrativo è nato proprio in palestra: ero nello spogliatoio e mi stavo lamentando (come sempre) dell’ennesimo ritardo nel pagamento di una traduzione. A un certo punto un tizio che non conoscevo se non, forse, di vista, mi ha guardato e mi ha detto: “Ti andrebbe di tirare su un po’ di soldi facili?” (forse non ha detto proprio così, ma, per convenzione di genere, attribuiamogli questa battuta da filmaccio di serie z, che ne dici?). Ovviamente ho fatto finta di non sentirlo; quando sono uscito dalla palestra ci stavo ancora pensando. Proprio lì fuori c’era un compro oro e io ho messo insieme le due cose. Insomma, è nato tutto così, e tutto sommato è stata una gran bella esperienza.

    Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è il tuo primo romanzo. Com’è stato condividere voce, ritmo e visione con un altro autore?

    Di solito ho difficoltà a condividere la pagina con altri; la scrittura è forse l’unico ambito in cui sono davvero poco accomodante. Ricordo con terrore, per esempio, la traduzione collettiva di un romanzo per ragazzi fatta al termine di un anno di specializzazione in traduzione editoriale dall’inglese. Con Perissinotto, ovviamente, è stato diverso: anche se quando l’ho incontrato scrivevo già da tempo, non posso non pensare a lui come a uno dei miei maestri. In senso strettamente letterario, è forse l’unico maestro che abbia incontrato davvero.

    Le sue lezioni in università mi hanno aiutato a rimettere in ordine alcune cose ed esperienze, sia da un punto di vista teorico, che tecnico-narrativo. Quando è arrivata la proposta di Ghosting avevamo già fatto delle cose insieme (presentazioni, eventi, lezioni ecc.), ma mai, assolutamente mai, avrei pensato di trovarmi a scrivere un romanzo con lui. E invece è stata una bellissima esperienza che mi ha, tra l’altro, spinto fuori dalla mia normale routine di scrittura. Per scrivere Ghosting abbiamo fatto un lavoro preliminare di studio della trama e dei personaggi; uno studio molto approfondito. Normalmente io parto da un semplice spunto, un’idea, un interrogativo, e difficilmente so dove andrò a finire. Con Alessandro, invece, abbiamo lavorato all’interno di un perimetro prestabilito e condiviso, e ancora oggi, a distanza di anni, sono molto soddisfatto del risultato.

    Torino è spesso presente, direttamente o indirettamente, nei tuoi lavori. Che tipo di città è per te: rifugio, musa, gabbia, palestra narrativa?

    Torino è un po’ tutte queste cose: sicuramente rifugio e gabbia, in alcuni casi anche musa. Palestra narrativa, non lo so… quella uno ce l’ha nella testa. Però, ecco, mi trovo spesso a dire che non vorrei essere cresciuto in nessun’altra città italiana. Sicuramente non Milano, sicuramente non Roma, ecc. Sembra un cliché, ormai, ma Torino, negli anni della mia adolescenza, e cioè i tardi anni ’90, era davvero tutta un fermento. C’era modo di sperimentare e sperimentarsi in molti campi, e in una condizione tutto sommato “protetta” rispetto a quella di tante altre grandi città. Potevi metterti (relativamente) nei casini, e uscirne praticamente indenne, praticamente illeso.

    Le “grandi città”, quelle vere, invece, non perdonano. O così mi pare.

    Insomma, a Torino c’era tutto, e tutto era soffuso da una certa atmosfera underground che molti di noi non finiranno mai di ricordare, e forse anche rimpiangere.

    Tutte queste cose ha un titolo volutamente ampio e quasi sfuggente. Come nasce e cosa racchiude, per te, “tutte queste cose”?

    Ah, be’, se proprio vuoi saperlo, il titolo originale era Tutte queste cose e molte altre ancora, figurati…  la versione definitiva è nata da un confronto con l’editore. A quali cose mi riferisco? Da un lato si tratta di tutte le cose che mi sono successe o che avrebbero potuto succedere a me o a uno che si somiglia; dall’altro è un titolo che allude a una ricapitolazione annoiata di un discorso che nel momento stesso in cui viene pronunciato è sia vero che falso, sia autentico che manierato. Un discorso che nel libro è presente, e infatti il titolo compare direttamente all’interno di un dialogo.Il libro, comunque, nasce come frammento, come ampliamento o come coda di un altro romanzo che non ho ancora pubblicato, Come sopravvivere alla paura (posso fare un appello agli eventuali editori in ascolto?). L’altro romanzo, che in teoria avrei voluto pubblicare prima di questo, è la storia di un eterno aspirante scrittore e ripercorre e reinventa circa vent’anni (dal 1998 alla fine degli anni ’10 del Duemila) sul filo di alcuni elementi, temi, situazioni e personaggi ricorrenti. La prima parte di Tutte queste cose, l’avevo già inserita lì, come inciso: una specie di futuro alternativo.

    Nel momento stesso in cui ho inserito l’inciso, ho capito che avrei dovuto farne un libro a se stante, che poi ho scritto, e ho finito per pubblicare prima dell’altro.

    Un romanzo di formazione che lavora molto su dettagli, frammenti, oggetti e ricordi. Quanto contano le “piccole cose” nella costruzione di una storia più grande?

    Come forse si sarà già capito, per me dettagli, frammenti e ricordi sono molto importanti. Mi piace molto l’idea di raccontare attraverso elementi secondari che assumono, se collocati all’interno di una narrazione volutamente ellittica, un grande valore simbolico. Nel libro, per esempio, compare un “arbalete”. Si tratta di un oggetto che forse ho posseduto e poi dimenticato, perso, o buttato. O forse no, non l’ho neanche mai posseduto. È comunque un oggetto che nell’economia generale del romanzo assurge a simbolo di un certo tipo di rivolta esistenziale e, forse, della sua inutilità…

    È un romanzo breve, autobiografico? Ti riconosci nel Bragoni del libro? O è dedicato a qualche tuo amico scrittore?

    Per vari motivi, il libro rientra nell’ampia e variegata categoria dell’autofiction. Quel Bragoni sono io, ovviamente, e d’altra parte non sono io. Chi mi conosce sa (forse). In ogni caso, credo che i concetti di vero o falso, se applicati al racconto, assumano un valore molto diverso. O forse no, forse è proprio quello il loro valore. L’unico possibile.

    Il ritmo del romanzo è molto controllato, quasi “in sottrazione”. È una cifra che cerchi consapevolmente o è il testo a imporla?

    Ogni cosa che scrivo ha un suo ritmo, una sua voce. In Come sopravvivere alla paura, per esempio, ogni spezzone ha un punto di vista, un registro, dei tempi diversi. Ci sono parti scritte in prima persona che dialogano con brani in terza persona, quadri quasi completamente privi di dialoghi e altri totalmente affidati al dialogo. Che dire? Nel tempo sto diventando sempre più esigente, dal punto di vista del ritmo e del suono; se una cosa non mi suona bene, piuttosto non la dico (vantaggi del racconto ellittico, no?).

    Tutte queste cose dialoga in qualche modo con i tuoi lavori precedenti (Il colpo, Ghosting) o lo senti come un libro “a parte”?

      Be’, lasciando da parte il già citato Come Sopravvivere alla paura, Tutte queste cose dialoga con tutto quello che ho scritto. Alcuni eventi, situazioni, simboli, personaggi, sono ricorrenti. È un po’ come improvvisare su un tema musicale che uno non riesce a togliersi dalla testa. Variazioni e assoli sono dettati dall’impulso, dal momento, dal contesto. Il tema, invece, sta lì, come una domanda a cui non hai ancora saputo (e forse non saprai mai) dare una risposta definitiva.

      Parliamo della playlist finale colonna sonora del romanzo, molto vintage, ami la nostalgia?

        Negli ultimi anni sono diventato un pessimo ascoltatore. Un tempo scoprivo decine di nuovi album ogni anno; ormai mi rendo conto che tendo piuttosto a ri-ascoltare. Le vecchie canzoni sono sempre evocative. Anche quelle brutte. Per Come sopravvivere alla paura, per esempio, avevo creato una playlist che mi riportava nel pieno degli anni ’90, scaraventandomi nell’atmosfera del romanzo. Nel caso di Tutte queste cose, comunque, tutti i pezzi presenti nella playlist sono direttamente citati all’interno del libro. Alcuni compaiono come colonna sonora nel racconto, di altri ho tradotto i testi (mi sono anche dato alcune regole, che però non rivelerò) e ne ho inserito degli scampoli all’interno dei dialoghi o della narrazione. Una specie di gioco che mi sono imposto nell’ultima revisione. C’era poi il problema della disposizione dei pezzi nella playlist… be’, se controlli su Instagram (@tqc_book), ti accorgerai che i brani sono disposti in modo da comporre il titolo del libro… Vabbè, è più facile da mostrare che da spiegare…

        Progetti per il futuro?

          Innanzitutto vorrei pubblicare Come sopravvivere alla paura. Alcuni editori che lo hanno letto mi hanno chiesto una pesante revisione, ma non so se sono pronto a modificarlo così tanto: il libro è nato con una forma particolare, e non credo sia il caso di snaturarlo. Temo che finirebbe per diventare tutt’altro… Poi sto pianificando altri eventi di presentazione di Tutte queste cose. Per finire, sto scrivendo una specie di falso noir esistenzialista ambientato a Malta. Anche in questo caso si tratterà, almeno in una certa misura, di un’autofiction.

          :: Un’intervista con il Gen. Livio Ciancarella a cura di Giulietta Iannone

          16 novembre 2025

          Buonasera Gen. Livio Ciancarella, grazie di avere accettato la nostra intervista. Inizierei con una domanda di rito: si presenti ai nostri lettori, studi, pubblicazioni, attività anche non legate alla scrittura.

          Buonasera dott.sa Iannone, sono un militare in pensione, ho partecipato a sei missioni all’estero in varie aree delle quali ho approfondito la cultura e le usanze, mi piace la storia e ho pubblicato un primo libro (Sotto un cielo senza confini – storia di un bisnonno fedele all’Austria) nel 2016 che ha vinto il premio Sandomenichino, poi Intrigo in Afghanistan nel 2024 (un giallo poco giallo e molto autobiografico) e infine questo ultimo saggio nel 2025. Insegno gratuitamente Geopolitica e Storia dell’Islam e sono apicoltore, dove imparo molto da questi piccoli esserini.

          È l’autore del saggio I primi caduti della Comunità europea – Parlano i sopravvissuti di Podrute – Novi Marof. Un testo molto ben documentato che raccoglie interviste, lettere, atti processuali, foto, mappe. Perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?

          Grazie. Ho constatato che nessuno aveva mai sentito i diretti testimoni di un fatto cruento del 1992, i parenti delle vittime, i sopravvissuti e persino la parte che ha aggredito. Inoltre c’era molta incertezza sui dettagli dell’evento.

          E come ha raccolto le fonti? Quanti anni ci ha messo?

          Un paio di anni. Le interviste sono state un lavoro faticoso perché doveva essere personalizzato e mi interessava coinvolgere più persone possibile. Le fonti principali sono stati gli atti processuali dei tre gradi di giudizio di un evento che ha fatto giurisprudenza nel diritto internazionale, poi le testimonianze dirette, poi i documenti disponibili online comprese le dichiarazioni fatte ai media serbi, infine alcuni dettagli tecnici e cronologici ricostruiti con il confronto delle fonti.

          Nell’introduzione scrive che per un soldato peggio della morte è la perdita della memoria, che i fatti siano distorti, occultati o dimenticati. Pensa che sia un sentimento diffuso tra i militari?

          Non lo penso, ne sono certo. Questo deriva da anni della mia vita dedicati a svolgere missioni militari all’estero e dal confronto con le memorie di altri veterani in altri contesti. Vede, perdere la vita non è nulla in confronto all’abisso di essere considerati inutili dopo mille sforzi profusi.

          Il libro riapre una pagina dolorosa, l’abbattimento dell’elicottero della Comunità economia Europea (diventerà UE solo il 7 novembre 1993 a Maastricht) del 1992. Cosa successe davvero il 7 gennaio del 1992?

          Nel 1991 venne avviata la ECMM (European Commission Monitor Mission), una missione disarmata accettata dalle parti che doveva monitorare i tentativi di comporre il conflitto appena scoppiato in Jugoslavia. In quella data un nostro elicottero completamente bianco venne intercettato e abbattuto da un MiG 21 federale (jugoslavo) causando la morte di cinque osservatori, quattro italiani e un francese.

          Una storia poco conosciuta se vogliamo, cosa hanno cercato di nascondere? Un incidente o un atto deliberato di Belgrado?

          I mandanti sono stati sottoposti a giudizio in contumacia e giudicati colpevoli di strage e crimini di guerra in Italia e in Croazia, non c’è dubbio sulla intenzione deliberata. Più controverso è capire i motivi per cui questo sia stato fatto: inizialmente si era cercato di far ricadere la colpa sui Croati, poi che si fosse trattato di un tragico errore. Esistono molte teorie sui motivi, ma nessuna ha messo la parola fine a questa storia. Forse succederà in futuro, forse no, io ho fatto le mie considerazioni raffrontando il clima e gli eventi contestuali.

          È in fondo anche una storia di memoria negata, verso le vittime e l’opinione pubblica. Che conseguenze avrebbe potuto avere?

          Viviamo in un mondo di ipocrisie, esaltiamo l’integrazione, ma non sappiamo rendere merito a chi si è speso per questo. Beninteso le medaglie nazionali ci sono state, ma manca ancora un riconoscimento dalla UE per i suoi primi caduti, quasi che una malcelata e incomprensibile real politik impedisca di farlo. Mi ha poi amareggiato constatare la differenza di trattamento per i figli dei caduti in Francia e in Italia, due pesi e due misure indegni di un continente che si dice unito. I conti con la storia possono venire tardi, ma vengono sempre.

          E per quale ragione fino a oggi i testimoni, o chi partecipò all’abbattimento dell’elicottero con gli osservatori della Comunità Europea fanno ancora così fatica a parlare e raccontare la verità? Come se lo spiega?

          Per i Serbi questo evento costituisce un grande imbarazzo: da un lato si vorrebbero lasciare alle spalle gli orrori ed errori della guerra, dall’altro il partito dei veterani costituisce ancora una forza elettorale influente. Nonostante due tentativi con amici storici non ho da loro avuto risposta alle mie domande che ho comunque pubblicato, con riscontri dai media, in attesa di una futura edizione partecipata. Per i colleghi italiani la ritrosia è meno nettamente spiegabile: vi sono casi rispettabili di rifiuto a riaccendere il dolore e vi sono stati casi di pubblicazione negata a intervista conclusa, come se non si dovesse parlare di certe cose. In parte è una ritrosia tipica di chi ha visto la morte, in parte è timore di conseguenze, quali poi non sono riuscito a capirlo.

          Grazie della disponibilità, e se le posso chiedere ha nuovi progetti di scrittura in corso?

          Credo che prossimamente lavorerò a un romanzo semiautobiografico ambientato in Libano, una storia d’amore e guerra intrecciata coi luoghi dove il tempo è ciclico (aion), “Il cielo del Libano”. Che gliene pare? Grazie a voi e buon lavoro.

          :: Un’intervista con Marina Visentin, autrice di A mani nude, a cura di Giulietta Iannone

          1 novembre 2025

          Bentornata, Marina, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Dopo Aurora, sei tornata a un tuo personaggio seriale, Giulia Ferro, di cui hai già pubblicato Cuore di rabbia e Gli occhi della notte, con SEM. A mani nude è il terzo episodio della serie che esce con Laurana editore, nella collana Calibro 9. Come è cresciuto il personaggio di Giulia? Sta facendo pace con il passato e con la figura del padre? C’è meno rabbia in lei, un’apertura verso una riconciliazione?

          Sì, il personaggio di Giulia è certamente cresciuto, è cambiato, pur mantenendo ovviamente i tratti fondamentali della sua personalità. Ha cominciato a fare i conti col proprio passato e a esplorare, in qualche misura, la possibilità del perdono, nei riguardi degli altri – di chi le ha fatto del male – e soprattutto di se stessa.

          Un percorso, un cambiamento che io avevo in mente fin dall’inizio. Perché Cuore di rabbia, Gli occhi della notte e adesso questo terzo episodio, A mani nude, nella mia testa sono nati tutti insieme alcuni anni fa. Poi ognuno di questi libri ha avuto bisogno del suo tempo di incubazione, naturalmente, e ognuno racconta una storia specifica, che ha un suo inizio, un suo svolgimento e una conclusione. Però ogni nuova indagine per Giulia Ferro vuol dire in qualche modo indagare anche su se stessa, sul proprio passato, sulla propria vita, sul senso da dare alle cose. Quindi, al di là dei singoli delitti su cui di volta in volta si appunta l’attenzione della nostra vicequestora e quindi del lettore, quello che viene raccontato nei tre libri è anche la storia di Giulia Ferro: una donna segnata da un passato molto complicato, che l’ha resa da una parte estremamente forte, abile nel suo lavoro, molto rispettata, forse anche un pizzico cinica, e dall’altra un’anima ferita che non riesce a trovare pace perché le ferite, i dolori, le sofferenze che hanno costellato la sua vita fin dalla prima infanzia sono ancora impressi nella sua carne, nel suo animo, come cicatrici che non si lasciano semplicemente cancellare con un colpo di spugna.

          Gli anni di piombo, la lotta armata rivoluzionaria, il periodo delle stragi, sono una ferita ancora aperta della storia italiana, con cui forse non si è ancora venuti a patti. C’è stato come una sorta di oblio, quasi si facesse fatica a metabolizzare quel periodo. Perché hai scelto di parlarne nei tuoi libri e hai scelto un passato così ingombrante per la tua protagonista? Questo conflitto generazionale ti serviva anche per raccontare una pagina così tragica della nostra storia con più partecipazione emotiva?

          Gli anni di piombo erano già presenti nel primo romanzo della serie, anche se là si trattava soltanto di un accenno. Quando ho immaginato la mia protagonista, ho avuto bisogno di immaginarla tutta intera, con tutte le caratteristiche, gli elementi, i dettagli della sua vita, anche quelli che nel primo romanzo non sarei riuscita a sviluppare. Però io avevo bisogno di averli già in mente tutti, di avere in mente tutta la sua storia, il suo passato, la storia della sua famiglia. Una storia pesante, proprio perché figlia di quell’epoca, dei drammi, delle ombre, delle contraddizioni di quel periodo storico. Un passato ingombrante, certo, e la protagonista ha bisogno di rielaborarlo, di affrontarlo e può farlo solo riprendendo i contatti con suo padre, affrontando quel conflitto che per molti anni è rimasto sepolto come fuoco sotto la cenere.  Posso aggiungere che questi argomenti non sono emersi casualmente in questi miei ultimi libri: sono temi per me importanti e sono anni che ci dedico tempo, leggendo e approfondendo. Si tratta di pagine drammatiche della nostra storia, come tu giustamente dici, ed è qualcosa di cui bisogna continuare a parlare. Perché noi tutti siamo in qualche modo figli di quell’epoca, di quel sogno rivoluzionario spesso tragicamente scivolato nell’incubo degli anni di piombo.

          Ci sono spunti autobiografici, o storie che hai sentito raccontare che ti hanno influenzata?

          No, di spunti autobiografici non ce ne sono in questo romanzo, e non ho nemmeno ricostruito casi o vicende particolari di quegli anni, però ho studiato in modo approfondito quel periodo storico e, per chi lo conosce, non sarà difficile ritrovare tutta una serie di dettagli storici specifici, dal rapimento di Carlo Saronio alla sparatoria alla cascina Spiotta durante il sequestro Gancia, giusto per fare due esempi concreti. Come dicevo, è un tema che da un punto di vista soprattutto etico mi interpella molto, quello della lotta armata, sono anni che ci dedico letture e riflessioni.

          C’era chi ci credeva, e chi ha cavalcato l’onda per motivi che esulavano dagli ideali, e dalla fede politica. Senza entrare troppo nei dettagli della trama, come hai affrontato questo divario?

          Mettendo in scena personaggi diversi, che hanno seguito a volte traiettorie esistenziali radicalmente diverse, pur avendo magari iniziato da giovani nello stesso identico modo. Anche qui non ho ricostruito specifiche parabole esistenziali, ma ho pescato qua e là elementi veri, storie reali e le ho cucite insieme immaginando personaggi che potessero rappresentare le diverse sfumature della cosiddetta militanza. Sfumature a volte anche radicalmente opposte, tra afflato ideale e mero opportunismo, assoluta onesta morale e bieca malafede.

          Quanto c’è di Milano reale e quanto di immaginario nella rappresentazione dei suoi quartieri? Come hai scoperto l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo? Come scegli i dettagli storici da inserire senza appesantire la narrazione?

          La Milano che racconto nei miei libri è assolutamente reale, sia la Milano di oggi sia la Milano del passato. Quindi la storia di Milano, l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo, è una notizia storica, come lo sono tutti gli altri dettagli che ho inserito dentro la narrazione, sia parlando dei navigli, sia parlando del cimitero monumentale, sia descrivendo altri scorci, altri quartieri, altre vie, piazze e palazzi di Milano. Io amo molto descrivere Milano e cerco di essere sempre molto precisa e documentata. Poi è chiaro che qualche libertà bisogna a volte prendersela. Faccio un esempio: al cimitero monumentale tutto quello che ci ho messo dentro, che trovate nelle pagine del mio libro, è assolutamente vero, reale, non ho inventato nulla. Però ho giocato un po’ con la topografia, spostando alcune tombe, collocandole più vicine di quello che sono nella realtà, semplicemente per riuscire a dare un’idea dell’atmosfera con un rapido colpo d’occhio, in modo che anche il lettore che non conosce il cimitero monumentale di Milano, perché non ci ha mai messo piede, sia in grado di cogliere le caratteristiche essenziali di questo museo a cielo aperto che in qualche modo si presenta come una città nella città. In generale, tutti i dettagli storici che si trovano nei miei libri e che riguardano Milano sono assolutamente realistici e autentici. Ma la scelta di utilizzare un’immagine invece che un’altra, di raccontare uno specifico aneddoto, di mettere in primo piano un dettaglio e magari un po’ in ombra un altro, non ha a che fare con il realismo ma con precise scelte narrative. Sono scelte chiaramente funzionali al racconto, al fatto di esaltare un certo tipo di atmosfera invece che un’altra. Insomma, come sempre nei miei romanzi, anche in questa terza avventura di Giulia Ferro la realtà si mescola con l’immaginazione.

          Sei un’esperta di cinema, ci sono film che ti hanno influenzata nella stesura di questo romanzo? Sarebbe bello anche un parallelo tra la tua Milano e la Milano scerbanenchiana di Venere Privata (penso al film del 1970 diretto da Yves Boisset).

          Sì, mi occupo di cinema da tanti anni e sicuramente la mia abitudine a consumare immagini in movimento influenza il mio modo di scrivere, e quindi ha influenzato questo romanzo come tutti gli altri romanzi e racconti che ho scritto nella mia vita. In specifico, devo dire che no, per quanto io apprezzi tantissimo i romanzi di Scerbanenco, non mi riconosco tanto in quel tipo di immaginario. Piuttosto, proprio nel periodo in cui stavo più o meno completando la stesura di A mani nude, ho riletto i romanzi di un altro autore milanese, che amo molto: Renato Olivieri. E ho deciso di rendergli omaggio ambientando una parte del mio romanzo esattamente in quella Milano borghese e sorniona tra via Bianca di Savoia, via Anelli e via Beatrice d’Este che fa da sfondo a Maledetto Ferragosto, un romanzo del 1980 che vede protagonista il commissario Ambrosio (portato al cinema da Ugo Tognazzi ne I giorni del commissario Ambrosio di Sergio Corbucci).

          Tra tutti i personaggi secondari, c’è qualcuno che ti ha emozionato o divertito particolarmente mentre scrivevi? A me è piaciuto molto Vitalo (ma anche la sua ex, madre di suo figlio) e Alfio Russo.

          Alfio Russo ormai non lo definirei più neanche un personaggio secondario. Certo, viene dopo rispetto alla protagonista, Giulia Ferro, ma è talmente presente da essere indispensabile.  E sì, parlare di Alfio Russo, immaginare i dialoghi fra lui e Giulia Ferro è sempre emozionante, sempre molto divertente. Parlando in specifico di A mani nude, forse è il personaggio di Vitalo quello che più mi ha coinvolto. Vitalo è un vecchio amico del padre di Giulia Ferro e, come Rino Ferro, ha avuto un passato nella lotta armata, anche se non ha ucciso nessuno, però ha creduto, almeno in quel particolare periodo della sua vita, che attraverso la violenza sarebbe stato possibile un cambiamento della società, un cambiamento positivo. Ha creduto nella possibilità di una rivoluzione in grado di eliminare le tante intollerabili ingiustizie che allora, come oggi, contraddistinguono la realtà che ci circonda. Vitalo è una persona che ha fatto tanti errori nella sua vita, ma è sempre rimasto un idealista, una persona estremamente buona, incapace di voltarsi dall’altra parte quando vede un’ingiustizia. Una caratteristica che finisce col metterlo nei guai, per l’ennesima volta della sua vita. Proprio questa ambiguità, questa doppia valenza – intenzioni buonissime che però possono dare adito a errori dalle conseguenze tragiche – era quello che mi interessava raccontare quando ho deciso di mettere in scena il personaggio di Vitalo.

          Pensi che il noir possa essere uno strumento efficace per raccontare la memoria storica?

          Sì, certo, il noir è uno strumento estremamente efficace per descrivere il mondo, la realtà che oggi ci circonda, ma anche il mondo da cui veniamo, la storia da cui proveniamo. Un delitto è in qualche modo una lente di ingrandimento che ci permette di vedere meglio tutto ciò che c’è intorno. Per questo un’indagine è sempre anche un modo per scavare nelle ombre, esplorare gli angoli non immediatamente visibili, scoprire ciò che a un primo sguardo può non essere evidente. E questo vale a maggior ragione se parliamo del passato, e quindi della memoria storica. Io credo tantissimo nell’importanza di coltivare la memoria, preservarla, rispettarla. Tenendo conto che senza memoria, sia come singoli individui, sia come società, rischiamo di perdere la nostra identità.

          Quanto lavoro richiede la costruzione dei dettagli investigativi e procedurali nel romanzo? Ti sei avvalsa della consulenza di veri vicequestori, giudici, semplici poliziotti?

          Sì, io cerco sempre di documentarmi il più possibile, ogni volta che scrivo un libro, anche “interrogando” amici poliziotti, giudici e avvocati. Però è vero che – e questo me lo ha detto un amico scrittore, ex poliziotto ormai in pensione – se tu metti in un libro un’indagine esattamente così com’è nella realtà, il rischio è che sia noiosissima. Nel momento in cui un’indagine la descrivi in un romanzo, devi per forza reinventarla, rimontarla, raccontarla tradendo in qualche modo la realtà. Però questo non deve voler dire tradire la fiducia del lettore. Insomma, se da una parte è giusto e sacrosanto prendersi delle libertà, perché sennò probabilmente il risultato sarebbe veramente indigesto per chi legge, al tempo stesso non si può neanche prendere in giro il lettore. Io non amo particolarmente, neanche da lettrice, le descrizioni dettagliate di autopsie e in generale vedere l’indagine dal punto di vista della polizia scientifica, quindi questo è un tipo di dettaglio che nei miei romanzi c’è abbastanza poco. Preferisco ragionare sui moventi dei personaggi, approfondire le psicologie, piuttosto che occuparmi di intercettazioni, impronte, balistica o esami del DNA. Tuttavia, se ho bisogno di inserire dettagli di questo genere, naturalmente faccio in modo che siano il più possibile realistici. E controllo tutto ricorrendo al parere di qualche esperto, tutte le volte che è necessario.

          Hai mai pensato di scrivere un prequel su uno dei personaggi “del passato” degli anni Settanta? Magari proprio una storia incentrata sul padre di Giulia?

          Sinceramente, più che a un prequel avrei pensato a uno spin-off, perché una delle cose che ogni tanto mi viene voglia di fare è prendere Alfio Russo e trasformarlo a tutti gli effetti nel protagonista di una storia. Certo, anche un romanzo incentrato sul padre di Giulia potrebbe essere estremamente interessante, però non lo so, sono ancora molto in dubbio. Quando ho iniziato a scrivere Cuore di rabbia avevo già in mente l’intera trilogia, sapevo già dove volevo arrivare, avevo in mente tutto il percorso che avrebbe dovuto fare il mio personaggio. E avevo anche preso in considerazione che questo fosse l’ultimo romanzo e la storia di Giulia Ferro finisse qui. Adesso sono un po’ incerta. In realtà in questo momento non mi sento pronta ad abbandonare questo personaggio e quindi vorrei continuare, esattamente in quale direzione è proprio il dibattito che ferve in questo momento nella mia officina di scrittrice.