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:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Alessandro Bastasi

18 maggio 2020

Alessandro BastasiEcco il resoconto del secondo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 18 maggio sul nostro Gruppo Facebook. L’incontro è durato circa un’ora, e sembra che la formula dell’intervista collettiva stia raccogliendo parecchi consensi. Alcuni editori mi hanno contattato, e alcuni autori si sono detti disponibili a partecipare. Per ora abbiamo già in programma un ospite per il 25 maggio e uno per il 1 giugno, poi si vedrà, nei prossimi giorni saprete l’identità del prossimo ospite. Ma ora buona lettura!

Noi lettori siamo curiosi, vogliamo immaginarci Alessandro Bastasi mentre scrive. Scrivi in cucina? O hai uno studio appartato? Descrivicelo, sei circondato di libri? Hai una finestra che si affaccia sui palazzi di Milano?

Quando sono a Milano scrivo nella stanza che chiamo biblioteca, tra i libri, su una scrivania di mio nonno di fine Ottocento. Quando sono in campagna invece scrivo in mansarda, fuori le colline, gli alberi e i fiori. Adesso sono a Milano.

Ascolti musica mentre scrivi? Di che tipo?

No, silenzio assoluto. La musica è nel ritmo che ricerco nella scrittura.

Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, Morte a San Siro, Notturno metropolitano, Milano rovente, la tua avventura con Fratelli Frilli Editori continua, hai trovato in questo editore accoglienza per il tuo particolare modo di scrivere noir, anche socialmente impegnati. Ti hanno dato grande libertà?

Sì, con Frilli massima libertà. E’ un editore speciale, un amico, molto corretto e di grande professionalità. A papà Marco, purtroppo scomparso, era piaciuto molto il mio modo di scrivere, e la stima continua con il figlio Carlo.

In questi anni in che misura è cambiato il tuo stile, il tuo modo di intendere la letteratura?

Il modo di intendere la letteratura non è cambiato, per me scrivere vuol dire cercare di far pensare i lettori sui temi che mi stanno a cuore raccontando una storia, quindi non meccanicamente, ma attraverso le emozioni che essa provoca. Il mio stile sì, penso sia cambiato dal mio primo romanzo, prima era dettato da un’urgenza, scrivevo di getto, adesso sono molto più attento allo stile, al ritmo, al linguaggio in genere.

Iniziamo con Milano rovente, un noir della serie del commissario Ferrazza. Ce ne vuoi parlare? Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Milano rovente mette in scena due temi a me suggeriti dalla cronaca: il dilagare della droga, a prezzi sempre minori, tra i giovani e il tema del ricciclo illecito dei rifiuti. E ho creato un’atmosfera “rovente”, appunto, simboleggiata da un’estate caldissim tropicale, che fiacca i corpi e le intelligenze, tanto da rovinare anche i rapporti umani.

Milano è sempre lo scenario privilegiato delle tue storie. Quanto ti senti debitore con la Milano di Scerbanenco?

Sì, mi sento molto debitore con la Milano di Scerbanenco.

La scelta di Lazzaro, esce in edizione riveduta e corretta con Divergenze. Era già uscito nel solo in ebook per Meme Publishers. La lotta armata degli anni 70 in Italia, è stata quasi dimenticata, se non rimossa, lo Stato ha vinto, molti militanti di allora, diventati pentiti, sono tornati nella vita civile e scrivono editoriali sui giornali. Perché affrontare un tema simile, in questo momento?

Perché la narrazione che si è fatta in questi decenni del fenomeno della lotta armata è ridotta a puro fatto di ordine pubblico, mentre la sua genesi e il suo sviluppo sono molto più complessi. Ne La scelta di Lazzaro metto in scena un ex militante della lotta armata cercando di capire (non di giustificare) le ragioni che l’hanno indotto a prendere quel percorso e quello che gli succede “dopo”, una volta uscito di prigione. Portando in primo piano il fatto che le azione compiute non sono mai senza conseguenze, anche “dopo”.

La Russia è un tuo grande amore, compare quasi sempre nei tuoi libri, il tuo romanzo d’esordio “La fossa comune” era un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90, o anche sullo sfondo o con personaggi come Julia Livtinova di “Milano Rovente”. Un po’ come il Sud Africa per Agatha Christie. Da dove nasce questo legame?

Sono sempre stato appassionato delle storia, della cultura, della letteratura russa. Non dimenticare che per un uomo di sinistra come me fino a un certo punto Lenin è stato un punto di riferimento. Poi ho avuto modo di viverci per circa tre anni, fianco a fianco di tanti amici e conoscenti, e sono esperienze che segnano.

Come scegli i nomi dei tuoi personaggi? Usi nomi e cognomi anche modificati di amici, o parenti, persone a cui vuoi bene anche nella vita reale, fuori dalla pagina scritta?

No, non seguo questo metodo. Cerco nomi il cui suono mi dica qualcosa su di loro o mi evochi qualcosa Per i nomi stranieri vado alla ricerca su internet e scelgo quelli che mi suonano meglio. Julia in Milano rovente mi dava ad esempio l’impressione di una matrona, Lazzaro è un nome che da solo è molto evocativo.

Un tema centrale dei tuoi noir è descrivere una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. È restato ancora un po’ di quell’autenticità e di quell’entusiasmo che animava i giovani degli anni ’70?

Se è rimasto, è rimasto in modo diverso. Noi volevamo fare la scalata al cielo, cambiare tutto, abbattere il capitalismo. Oggi l’entusiasmo e l’autenticità lo vedo in certi movimenti, come quello ecologista innescato da Greta a livello planetario. Più concreto, reale, meno ideologico. Ecco, sì, noi eravamo l’ideologia, i giovani di oggi (non quelli diciamo così da spiaggia che non sanno nemmeno chi fosse Hitler) tendono non tanto a sovvertire le strutture economiche, ma a renderle umane, soprattutto per il futuro.

La Russia di oggi tra oligarchi e rivendicazioni sociali è lo scenario ideale per un noir? Che legame c’è tra Mosca e Milano?

Non vado in Russia da dicembre del 1993, quindi non ho una conoscenza diretta. Sì, potrebbe essere uno scenario ideale per un noir, un ambiente che mi immagino oscuro, dove comandano le oligarchie, e abbonda la corruzione, dove la democrazia è più una parola che un fatto reale. Ma posso sbagliare, so quello che leggo sui giornali, come voi.

Molto diverso da Milano.

Quanto lavoro ti ha richiesto la stesura di La scelta di Lazzaro? Che tipo di ricerche hai condotto per la nuova edizione?

La stesura della Scelta di Lazzaro paradossalmente non ha richiesto tantissimo tempo. Avevo già letto parecchi libri sul tema, e comunque avevo bene in mente gli anni Sessanta (fine) e Settanta, che ho vissuto profondamente, dall’interno se così si può dire. Il tempo maggiore è stato quello richiesto dal modo di strutturare il romanzo, che non doveva essere un saggio. L’idea che ha accelerato il tutto mi è venuta rivedendo il film “Portiere di notte“, dove una donna ebrea che era stata in campo di concentramento nazista, incontra nel portiere di un albergo il suo aguzzino di allora. Da quel momento sono partito in quarta. Per la nuova edizione non ho fatto ricerche particolari, c’è stato soprattutto uno splendido lavoro di editing da parte dell’editor di Divergenze, Giorgio Mascari.

La tua scrittura ha una funzione sociale e politica? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Non penso che la letteratura abbia il potere, lei, di modificare il presente. Piuttosto deve “far male”, nel senso di far pensare, di presentare la realtà sotto punti di vista diversi da quelli trasmessi dalla politica ufficiale e dai media mainstream. Non voglio catarsi, nei mie romanzi, il bene in genere non trionfa sul male, perché anche il cosiddetto bene ha aspetti neri. E sono questi che cerco di mettere in evidenza.

Infine mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Sto scrivendo il nuovo romanzo con Ferrazza e Co. per Frilli. Se hai letto Milano rovente, nelle ultime pagine c’è un’indicazione precisa sul prossimo libro 🙂 Poi sto pensando a un romanzo che esplori altri territori, oltre il noir come lo intendiamo, con più contaminazioni. Ma di questo parleremo in seguito.

Michele Di Marco

Alessandro, conoscendoti un po’ so che hai fatto e ti sei occupato tanto di teatro. Hai mai pensato a trasformare i tuoi romanzi, dove spesso la comunicazione diretta ha un peso importante, ma in cui contano anche parecchio sia le descrizioni ambientali e storiche, sia la “cultura” e la biografia dei personaggi, in sceneggiature teatrali (o magari cinematografiche)?

No, non ci ho mai davvero pensato. Scrivere per il teatro non significa solo dialoghi, il teatro è fatto di tanti elementi, la scena, le luci, i “materiali” teatrali, quindi l’approccio è diverso. Però mai dire mai.

Approfitto della risposta sull’editore Frilli per una seconda domanda: nel loro catalogo sono presenti diverse serie, e anche i tuoi romanzi più recenti sono caratterizzati da una piccola “famiglia” di personaggi, di cui accompagni la crescita e la maturazione, anzi mi sembra che proprio le storie che fai vivere loro contribuiscano via via a definirli meglio.
Queste vicende “seriali” nascono di volta in volta o hai già una specie di quadro evolutivo in mente e poi adatti le storie che ti vengono in mente – e che spesso presentano riferimenti a fatti reali contemporanei – ai confini di questo quadro?

Ho in mente un quadro evolutivo, sì, e adatto le storie all’interno di questo quadro. Oltre ai personaggi seriali però di volta in volta insrerisco altri personaggi, che spesso diventano dei comprimari, che a volte tornano a comparire nei romanzi successivi.

Vedi ad esempio Ferrazza, il commissario, un uomo normale, senza problematiche particolari, che via via acquisisce consapevolezze grazie all’ispettore Ceolin, alla sua compagna e al padre della sua compagna, Guido Barbieri.

Provo un’ultima domanda: lasciando stare se si tratta di autori esordienti o no, mi consigli qualche libro che hai letto di recente e che ti è piaciuto (sperando di riuscire a superare il quasi-blocco da lettore che ha accompagnato la mia quarantena)?

Sto rileggendo i 49 racconti di Hemingway, e i racconti di Carver. E altri romanzi americani d’antan, come quelli di Dos Passos. Da rileggere anche Furore di Steinbeck. Meravigliosi.

:: Un’ intervista con Estelle Hunt a cura di Giulietta Iannone

15 maggio 2020

Un matrimonio vittoriano Amori vittoriani Vol. 1Benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Immagino che Estelle Hunt sia uno pseudonimo, ma tu sei italianissima. Ci vuoi parlare un po’ di te? Dove sei nata? Che studi hai fatto?

Grazie a te per l’invito, felicissima di essere qui. Sono nata a Genova 43 anni fa, ma ormai da moltissimo tempo abito in un paesino della provincia di Viterbo. Ho scelto uno pseudonimo straniero perché un tempo erano per lo più americane e inglesi a pubblicare romance, soprattutto storici. La scelta quindi è dovuta al mio retaggio di lettrice, cambiare ora non avrebbe più senso e neppure lo vorrei, sono molto affezionata a Estelle. Dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, ho fatto la famosa gavetta, una serie di lavori molti diversi tra loro, dalla manovalanza agricola, fino alla segretaria di direzione. Ho sposato il mio compagno di banco delle superiori, ho due bambini di quasi 12 e 8 anni e una cagnolina di nome Margot. Amo leggere, passeggiare in campagna, cucinare per gli amici, bere vino rosso.

Come ti sei avvicinata alla scrittura? E alla scrittura di romance, sia contemporanei che storici?

Credo che ogni lettore forte si avvicini prima o poi alla scrittura, è un processo naturale che non sempre però sfocia nella pubblicazione. Ho iniziato a scrivere da ragazzina, per lo più poesie orrende e storie prive di logica. Quando mi sono avvicinata agli scrittori sudamericani ho provato a cimentarmi in qualcosa di più serio, o meglio, ho tentato di dare un senso ai pensieri, alle fantasie, ai personaggi che affollavano la mia testa. Parliamo di circa vent’anni fa, l’editoria era molto diversa da oggi. L’autopubblicazione era considerata come una macchia indelebile sul curriculum di un aspirante scrittore e le CE erano blindatissime. Con la nascita del self publishing chiunque ha potuto realizzare il sogno e io ho colto l’opportunità. Ne venivo da un periodo complicato. Una seconda gravidanza in cui mi sono riavvicinata al romance e i primi difficili mesi di mio figlio, durante i quali mi sono rifugiata negli storici. E ho iniziato a scrivere Emmeline. Il resto è venuto da sé.

Parlaci dei tuoi libri, cosa hai pubblicato finora? Quale è il tuo ultimo romanzo?

I miei libri sono tutti romance. Il primo, Emmeline, è uno storico ambientato alla fine del 1800. Dopo ho pubblicato solo contemporanei, tra cui un paio di erotici scritti a quattro mani con la meravigliosa Lidia Calvano. Adoro scrivere entrambi i generi, sebbene lo storico sia più nelle mie corde. Ogni romanzo è una sfida. Lo è stato Rehab, con le sue sfumature fosche, lo è stato L’uomo dei sogni, molto più romantico e tranquillo. Storie molte diverse tra loro, ma che richiedono ogni volta un impegno costante, ricerca e studio. Un matrimonio vittoriano mi ha riportato nell’Inghilterra di metà 800 ed è stato come respirare una boccata d’aria fresca.

Sei una lettrice? Che tipo di libri leggi? Quali sono le tue autrici preferite?

Posso definirmi una lettrice onnivora, sebbene non ami particolarmente gli horror, i chick lit e i distopici. Ho diversi autori che amo: Marquez, Allende, Follett, Zafon, Anais Nin, Miller. Se parliamo di romance, le mie preferite in assoluto sono Brandewyne, Woodiwiss, Heyer, Lucinda Brant, Keyplas. Tra le italiane Adele Castellano, Angela White, Amalia Frontali. Ce ne sono altre mille che ora mi sfuggono, appena invierò questo file dirò, perché non ho citato anche loro?

Hai un sito? Una pagina per stare vicina ai tuoi lettori?

Vivo in uno stato di perenne confusione mentale. Gestire un gruppo o un sito internet per me sarebbe impossibile. Ho un profilo facebook, che chiudo quando sono nel pieno del processo creativo, proprio come ora, una pagina autrice e Instagram, del quale devo ancora capire il meccanismo.

Il pubblico dei romance è molto esigente? Pretende grande accuratezza sia nei romance contemporanei che storici?

Il romance deve emozionare, è questo che le lettrici vogliono. Leggo questo genere di libri da tantissimi anni, frequentavo un forum che se ne occupava a 360 gradi perciò posso affermare che le lettrici sono molto, molto esigenti. È però cambiato il mercato. Rispetto a pochi anni fa, le uscite mensili sono cresciute in maniera esponenziale e la nascita del digitale ha permesso di abbassare considerevolmente i prezzi, quindi se un tempo con 4 euro si acquistava un libro da edicola ora se ne comprano 8. Il self publishing ha permesso a chiunque di pubblicare, quindi l’offerta è schizzata alle stelle, innescando un processo che ha prodotto una sorta di bulimia letteraria. La stragrande maggioranza delle lettrici pretende accuratezza formale, tuttavia è innegabile che ci sia una parte che si accontenta, favorendo la diffusione di prodotti scadenti.

Soprattutto le lettrici più giovani modellano la loro educazione sentimentale tramite la lettura dei romance. In che misura ti senti responsabilizzata da questo?

Non mi sento per niente responsabilizzata, i genitori hanno il dovere di educare e rispondere a domande più o meno imbarazzanti. Parlo con cognizione di causa, perché ho una figlia quasi adolescente. Se non tratto determinati argomenti è perché non li sento miei. Ad esempio, non riuscirei a scrivere un dark contemporaneo dove lei subisce violenza e vessazioni e malgrado ciò si innamora del suo aguzzino; però uso dinamiche simili (non uguali) in epoca vittoriana, quando la donna era considerata molto, molto poco. Credo che sia altrettanto pericoloso proporre a una ragazzina il modello di uomo bello, arrogante e ricco che con i soldi risolve tutti i suoi problemi. Il romance è un sogno messo su carta. Negli anni 80 il modello di uomo che andava per la maggiore era quello che non doveva chiedere mai e anche noi in fondo ci siamo lasciate fuorviare da questi rudi e affascinanti rubacuori, salvo poi innamorarci di uomini in carne ed ossa, con tutti i loro splendidi difetti.

Il pubblico dei romance è un pubblico prevalentemente femminile. Pensi che ci sia ancora bisogno di romanticismo nella nostra società sempre più tecnologica?

Nel corso del tempo il romance ha subito un lento e profondo cambiamento. Come ho già scritto, gli uomini negli anni 70/80 erano prepotenti, maschilisti, spesso anche violenti. Di contro le donne erano dipinte come esseri deboli e umorali. Oggi la situazione è molto cambiata, anche grazie al movimento Metoo. Nei contemporanei le protagoniste sono toste, indipendenti e sanno bene ciò che vogliono. A volte questo atteggiamento lo troviamo persino negli storici. In tutto questo processo la costante è appunto il romanticismo. Quindi sì, nonostante la tecnologia, o forse proprio a causa del suo eccessivo utilizzo, abbiamo ancora bisogno di romanticismo.

È più facile scrivere romance ambientati nel presente o nel passato?

Sicuramente è più semplice scrivere contemporanei. Nello storico va utilizzato un registro più formale, i dialoghi devono seguire le regole dell’epoca in cui si è ambientata la storia e non è per niente facile calarsi nel periodo. Per aiutarmi, quando scrivo storico leggo solo storico.

Quale periodo del passato ti appassiona di più?

Il periodo che mi affascina di più è il vittoriano. Per la donna c’è stata una quasi totale sottomissione all’uomo, le gabbie che indossavano sotto gli abiti ne sono un emblema. Di contro si inizia a parlare di emancipazione, modernità, il 900 è alle porte e da lì cambia tutto molto velocemente. Forse è proprio il modo repentino in cui ci siamo lasciati alle spalle galateo e crinolina che lo fa immaginare come un periodo più romantico e migliore di quanto sia stato realmente.

Come ti sei documentata per scrivere Un matrimonio vittoriano: Amori vittoriani Vol. 1?

In un romance la componente storica non è preponderante, ma bisogna conferire l’atmosfera e per quello è necessario leggere molti libri scritti o ambientati all’epoca, la lettura diventa studio. Ho quaderni pieni di annotazioni. Per lo storico che deve uscire, La modista di Bombay, c’è stata una ricerca più approfondita, perché del periodo coloniale sapevo poco.

La componente erotica nei tuoi libri è molto significativa? Preferisci descrivere amori casti o non disdegni scene sessualmente esplicite?

Nei miei libri il sesso c’è sempre, anche se in quantità e modi diversi. Credo che se parlo di una storia d’amore, la componente sessuale sia imprescindibile a meno che non racconti di una coppia che vuole arrivare vergine al matrimonio e faccio terminare il romanzo a: Sì, lo voglio. Cambia il modo in cui lo mostro. In uno storico cerco di essere più delicata, in un contemporaneo, soprattutto nei dialoghi, metto qualche parola spinta. In Rehab e Devotion, che sono erotic romance, abbiamo osato molto, molto di più, ma in quel caso è il genere che lo richiede. Non amo il dirty talking, ne faccio un uso parsimonioso.

Come accolgono le lettrici questa tua scelta?

Chi mi legge sa cosa aspettarsi e sa che non troverà solo sesso nelle mie storie. Deve essere bilanciato dalle emozioni, da tanti avvenimenti. Non può essere ginnastica da letto che funge da collante tra pochi eventi, insomma un riempitivo di pagine. Il sesso in un romance è il sale, non la portata principale.

Sei un’autrice autoprodotta di successo, nella classifica Amazon sei sempre ne primi posti nel romance storico. Hai ricevuto già proposte da editori tradizionali? Come le valuteresti?

Dai miei libri ho ricevuto tante soddisfazioni, anche delusioni, e entrambe in qualche modo mi sono servite per crescere professionalmente e umanamente. Proposte in questi cinque anni ne ho ricevute pochissime, si contano sulle dita di una mano. Ho accettato l’unica che mi ha ispirato fiducia, la Hope Edizioni, con la quale ho pubblicato i due romance storici della serie Amori di fine secolo.

Grazie del tempo che mi hai dedicato, nel salutarti come ultima domanda mi piacerebbe chiederti se attualmente stai scrivendo, e quale sarà il tuo prossimo libro?

Il prossimo romanzo è La modista di Bombay, secondo volume di Amori di fine secolo, che uscirà per la Hope Edizioni. Sono in piena fase di editing, ma non manca molto ormai. A fine anno, se tutto va secondo le previsioni, pubblicherò Il ritorno del mercante, secondo volume della serie Amori vittoriani, una storia piena di angst e romanticismo, che racconta di seconde possibilità. Grazie a te, è stato molto divertente e piacevole rispondere alle tue domande.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Elena Bibolotti

12 maggio 2020

 

Ecco il resoconto fedele dell’incontro tenutosi ieri, 11 maggio, sul nostro Gruppo Facebook. In tanti ci hanno seguito con affetto, molti lettori sono intervenuti, ed Elena è stata davvero in gamba a rispondere in tempo reale, con grande spirito di improvvisazione, a tutte le domande anche a quelle più impegnative. L’incontro è durato circa un’ora, ma il tempo è davvero volato. Io ero molto nervosa prima dell’inizio, ma tutto e andato bene. Ringrazio anche qui tutti i partecipanti, sono stati loro ad avere reso l’incontro davvero speciale. E ora buona lettura! 

Io e il Minotauro, edito da Giazira Scritture è il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Cosa ti ha spinto a scriverlo? Quale è stata la motivazione profonda che ti ha fatto decidere di scrivere una storia così emotivamente impegnativa?

Io e il Minotauro è la naturale prosecuzione di Conversazioni sentimentali in Metropolitana uscito per Castelvecchi nel 2017, ma è un passo avanti. Mi spiego meglio: se Conversazioni parlava di violenza domestica da parte di un fratello nei confronti della giovane protagonista, questo secondo lavoro affronta il tema della “manipolazione relazionale” all’interno di una coppia, ossia del meccanismo che conduce a un rapporto non più paritetico ma vittima/carnefice.

L’ho scritto perché mi occupo fondamentalmente di rapporti “estremi”. Dal sadomasochismo di cui parlo in Justine 2.0, alle parafilie di Pioggia Dorata.

La motivazione profonda che mi ha spinta a affrontare un tema così delicato e un tipo di relazione “squilibrata” dove giocoforza qualcuno uscirà perdente, è che io l’ho vissuta. È l’ultima zavorra di cui dovevo liberarmi prima di affrontare temi completamente distanti da me.

Quanto lavoro ti ha richiesto la stesura di questo libro e quanto impegno emotivo?

Pochissimo tempo, ho impiegato meno di sei mesi per la prima stesura, per me un tempo record, ma moltissimo impegno emotivo. Poco tempo perché non è un romanzo dalla struttura complessa. Avviene tutto davanti agli occhi del lettore, è scritto in forma presente e in prima persona. Piuttosto ci ho messo molto a decidermi a pubblicare. Essere arrivata in finale al Premio Walter Mauro 2017 è stato un fattore decisivo per la pubblicazione.

Un romanzo forte, che colpisce nel profondo i lettori e soprattutto le lettrici. Il tema della manipolatore relazionale da cosa si differenza dalla violenza domestica più diffusa?

Devo contraddirti: finora i più colpiti sono stati i lettori. Molti si sono confessati, hanno visto dentro di sé il germe del Minotauro, leggendo il romanzo si sono spaventati di se stessi.

Le lettrici si stanno manifestando più lentamente e con timidezza, forse perché come qualcuna mi ha scritto “il romanzo scava nel cuore delle donne”, in quelle che leggendolo si scoprono vittime e magari non lo sapevano o non volevano riconoscerlo, in quelle che sono state manipolate e hanno voluto dimenticare. Però, è vero, è un romanzo in grado di graffiare. E in qualche modo era quello che volevo.

Quello della manipolazione è un percorso lungo, fatto di trabocchetti, di giochi di potere, di strategie. La manipolazione trasforma. Adele, per esempio, pensava di essere sovrappeso, di essere poco attraente. Gimmi l’aveva trasformata. Il manipolatore tende ad allontanare la vittima da chiunque possa aiutarla a uscire dal labirinto emozionale. Talvolta ci mette anni a rendere la vittima completamente asservita. La violenza domestica è forza bruta e irrazionale, non cerca la dipendenza psicologica, crea soltanto paura.

Io e il Minotauro avrebbe dovuto essere il secondo episodio di una trilogia iniziata con Conversazioni sentimentali in metropolitana, poi cosa è successo?

È successo che se non hai poteri contrattuali e non sei un “prodotto” nessuno ti dà l’attenzione che una trilogia viceversa vorrebbe. Per cui i romanzi sono due romanzi distinti con temi affini, cui forse seguirà un terzo, che affronterà il tema del potere all’interno della coppia da una nuova angolazione.

Adele e Gimmi, i tuoi personaggi, come li hai costruiti? Come hai sviluppato la loro dinamica relazionale? Hai utilizzato qualche modello comportamentale, o hai seguito l’intuito?

Non uso schemi né preparo prima la trama. Generalmente il finale lo scrivo quando sono in procinto di pubblicare. Il lavoro di scrittura creativa fa sì che siano i personaggi a condurmi. Soltanto per alcune scene ho voluto verificarne personalmente la plausibilità di azioni e reazioni dei protagonisti, per esempio per quella degli slip al ristorante.

Modelli comportamentali, purtroppo, ne ho avuto uno ben preciso da ricalcare, oltre ad aver letto molte storie di donne manipolate e aver scoperto che il modus operandi è più o meno sempre lo stesso da parte del carnefice.

Ciò che emerge in questa vicenda di inferno coniugale è la grande solitudine in cui entrambi i personaggi gravitano. È un tema centrale del tuo libro la solitudine e l’isolamento in cui spesso le vittime si trovano imprigionate?

Be’, sì, Gimmi non ha una famiglia solida alle spalle, è in definitiva completamente dipendente da Adele, non ci fosse lei lui non saprebbe dove andare. Adele ha un passato terrificante, oltre il peso di portare il nome di due genitori famosi nell’ambiente cinematografico. Non so se ricordi quando la protagonista racconta dell’amicizia con Silvia… Adele si sente in colpa per essere una privilegiata, quindi anche lei è sola. Ma tutti i miei personaggi sono soli. è complicato far scaturire un dramma da una famiglia felice, da un’esistenza priva di drammi.

Se non sono sole in partenza, le vittime di manipolazione a un certo punto lo diventano, il loro inferno diventa l’unico argomento di conversazione, il dramma di un amore così prende tutto lo spazio di un incontro. Adele non prova dolore nemmeno per morti in Siria. Il suo malessere finisce per essere omnicomprensivo, universale, le amiche si segnano al rovescio quando la vedono arrivare al Circolo.

Nel tuo libro c’è uno spaccato piuttosto critico del mondo televisivo e cinematografico, un dietro le quinte piuttosto graffiante, hai calcato la mano per esigenze narrative o ti sei ispirata alla realtà?

Mi sono ispirata alla realtà, almeno a quella che io ho conosciuto nella mia esistenza di attrice. È la faccia quella che conta, e anche qualche appoggio politico. Per me è stato molto faticoso farmi largo senza cedere a ricatti. E poi era importante che Adele svelasse anche il proprio aspetto cinico. Viceversa sarebbe stata una povera vittima priva di complessità e contraddizioni. Io amo i personaggi contraddittori.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo? Pensi che il tuo libro possa contribuire a migliorare le condizioni di vita di tante donne vittime di manipolazione relazionale?

Credo che la letteratura possa aiutare l’umanità a decifrare il mondo, non so se possa cambiarlo. L’intento del mio romanzo è quello di dire a chi sta vivendo il dramma: ecco dove sei, ecco come ti vedono gli altri. Vorrei che facesse da specchio sia per la vittima sia per il carnefice. Esattamente come Freeda, il personaggio che Adele crea on line, diventa uno specchio per lei. Ecco perché non ho creato complessità di trama. Perché la complessità avrebbe distolto il lettore dal procedere dei personaggi.

La tua scrittura ha una funzione sociale? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Non parto mai con finalità umanitarie, sebbene abbia fatto tanto teatro politico. È chiaro che interessandomi alle cose del mondo, di politica e società, di cambiamenti comportamentali, parto di quello che ho intorno, anche perché un romanzo deve coinvolgere il lettore, e può farlo solo se il tema in qualche modo lo tocca più o meno da vicino. Justine 2.0 era tutto sul sexting, nel 2013 era ancora una novità, con Pioggia Dorata ho tentato di far comprendere che il sesso estremo non si pratica soltanto nei romanzi rosa. Sicuramente so che amo l’altro da me, cerco la catarsi in un libro, e mi piacerebbe incidere almeno un poco nella vita degli altri.

So che hai ricevuto molti messaggi da lettrici che si sono sentite particolarmente toccate dal tuo romanzo. Quale messaggio, senza violare il diritto alla privacy, ti ha più emozionato?

Quello di un’amica che non sentivo da anni e che dopo avermi scritto: ho deciso di aspettare a suicidarmi, mi ha telefonato e ha pianto. È stato straziante.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Da quel che ho letto, ho intuito che il tuo ultimo romanzo, “Io e il Minotauro”, parla di una storia d’amore molto complessa, e mi sono incuriosito: posso chiederti di darmi qualche indicazione, senza ovviamente rivelare troppo per non rovinare la sorpresa di un tuo possibile futuro lettore?

Ciao Michele, qui di cosa parla il libro. https://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito/io-e-il-minotauro

Guido Guidi

Ho letto il tuo precedente libro… e sto leggendo con piacere “Io e il Minotauro”. Come tuo lettore ritengo che sia giusto che passi meglio il messaggio che i tuoi non siano solo romanzi con uno “sfondo erotico” ma pure una analisi della condizione psicologica femminile quanto sottomessa ad una dipendenza affettiva dall’uomo. (Gs)

Purtroppo l’editoria italiana taglia tutto con l’accetta. E soprattutto non considera le donne in grado di parlare di eros e politica, eros e tematiche sociali. Ti attaccano un’etichetta e quella ti resterà addosso per sempre.

Alessandro Della Solidea

Elena non è possibile attuare una crowdfunding editoriale ?

Non m’interessa. Voglio chi investa su di me di tasca propria. Vorrei che la mia funzione fosse soltanto quella di “essere scrivente”.

Linda Balice

I personaggi del tuo romanzo appartengono a un ceto medio alto e ambedue lavorano nel mondo dello spettacolo, è stata una scelta casuale o voluta?

Una scelta voluta. In primo luogo perché a ispirarmi è stato un mio ex collega arrestato anni fa per aver marchiato a fuoco la sua compagna e averla ridotta in schiavitù, poi perché mi piaceva ambientarlo in luoghi che ho frequentato e di cui si parla poco, una casa di Produzione cinetelevisiva non si legge spesso nei romanzi, così come i meccanismi interni alla pre e post produzione, che fanno da contrappunto al dramma della protagonista, relegato infatti nel suo appartamento a Monverde Vecchio, quartiere romano storicamente abitato da attori. Inoltre mi serviva che quello di Adele fosse un personaggio fortemente ancorato alla realtà, che fosse integro e razionale. Proprio per sottolineare che a chiunque può capitare di finire nel labirinto del Minotauro.

Michele Di Marco

Elena, mi permetto una seconda domanda, sperando di non abusare della tua pazienza e di quella degli altri utenti del blog.
Leggo come incipit del tuo sito una citazione di Sylvia Plath: “A darmi il via fu l’amore”. Per quel che ne ricordo, Sylvia Plath visse una vita molto travagliata (fino a suicidarsi, forse per errore, molto giovane), e proprio l’amore contrastato verso il marito fu una delle cause della sua crisi.
Non so se queste vicende biografiche della Plath siano correlate alla tua opera, ma come mai hai scelto proprio quella frase?

Lessi La campana di vetro a 13 anni, da allora non ho mai smesso di leggere. E poi sì, anche perché era una donna fortemente debilitata dall’amore, come me. Bella domanda, grazie.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con gli scrittori

6 maggio 2020

Interviste imperfette

Cari amici e lettori,

a breve inizierà su Liberi di scrivere un ciclo di incontri/interviste a diversi scrittori e scrittrici che inviterò volta per volta nel nostro gruppo Facebook. Colgo l’occasione per invitarvi a iscrivervi!

Saranno interviste collettive, le domande durante questi incontri saranno sia mie che vostre, e gli scrittori risponderanno in tempo reale su un post del gruppo.

Naturalmente io modererò anche l’incontro, dando spazio a tutti di potere chiedere cosa vi sta più a cuore ai vostri autori preferiti, che ringraziamo già da ora per la disponibilità.

Saranno insomma interviste senza rete, ma non dirette video, o in streaming, tutti i partecipanti anche i più timidi potranno così intervenire scrivendo nei commenti.

In cambio si richiede rispetto ed educazione, su questo sarò inflessibile.

Poi sia le domande che le risposte verranno raccolte e usciranno in un post del blog.

Spero perteciperete numerosi, fra poco annuncerò quale sarà il primo scrittore ospite.

Un’intervista a Anita Pulvirenti, autrice de “La trasparenza del camaleonte” a cura di Elena Romanello

21 aprile 2020

anita-pulvirenti-e1576756211200_e6725e9603f12a533dc4e156c55a62b8Qualche tempo fa su Liberi di scrivere ho recensito l’interessante romanzo La trasparenza del camaleonte edito da DeA Planeta Libri e scritto da Anita Pulvirenti, tra i più originali da me letti negli ultimi mesi per l’argomento che tratta, la sindrome di Asperger vista dal punto di vista di una persona adulta.
Ecco allora alcune domande che ho fatto alla gentilissima autrice!

Come è arrivata a scrivere un libro?

Ho iniziato a scrivere cinque anni fa perché avevo messo da parte questa passione per lo studio prima e per il lavoro poi. Ho studiato e letto e scritto molto prima di arrivare a essere notata dalla DeA Planeta in un concorso per romanzi inediti. Oggi so che quello che li ha colpiti è stata senz’altro l’originalità della protagonista, Carminia.

Come mai ha scelto un argomento come la sindrome di Asperger tra gli adulti?

L’argomento mi tocca da vicino e quando l’ho approfondito durante le lezioni di un corso universitario è stato naturale per me raccontarlo in un romanzo. Sebbene le caratteristiche di Carminia siano spesso e volutamente esasperate, l’intento è di diffondere il più possibile le informazioni su questa sindrome perché sempre più persone possano sentirsi comprese e a proprio agio.

Quanto c’è di suo in questo libro?

Molto. Sebbene non sia io Carminia, condivido la sua visione del mondo e conosco le difficoltà quotidiane con cui si trova ogni giorno a fare i conti. Anche altri aspetti più concreti ci uniscono: l’età, per esempio, e il suo lavoro. Quello che più mi rende felice è che in tanti mi scrivono perché sentono che ormai Carminia è come un’amica.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ho un romanzo già pronto che racconta la solitudine di due donne costrette a convivere e una storia per ragazzi che spero troverà casa a breve. In lavorazione ho invece una biografia romanzata di un’autrice italiana troppo spesso dimenticata, che mi sta appassionando, quindi al momento leggo, studio e scrivo…

Si può rimanere in contatto con Anita Pulvirenti tramite il suo sito ufficiale e il suo blog letterario Chili di libri.

“Il bacio della sirena”, intervista a Pasquale Capraro a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2020

Cover CapraroIl bacio della sirena”, di Pasquale Capraro, edito da Augh! nel 2019, ha per protagonista Danilo, un fotografo molto provato da un storia d’amore non finita bene. Per curare la sua sofferenza emotiva, Danilo realizzerà una mostra dove le immagini scelte ripercorreranno le tappe della storia d’amore con Simona. Sarà attraverso le domande di una visitatrice che il lettore, a fianco di Danilo, ripercorrerà la storia d’amore che ha fatto tanto soffrire il fotografo. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Benvenuto a Liberi di scrivere Pasquale. Come è nata l’idea de Il bacio della sirena?

L’idea è nata dopo aver ascoltato dalla voce della mia amica artista, alcuni suoi versi scritti: proprio come nel romanzo.

Perché hai scelto per ambientazione la città di Venezia?

L’ambientazione Venezia: come non essere ispirati? La città romantica per eccellenza.

Danilo, fa il fotografo esi innamora di Simona che dipinge. Cosa rappresenta per loro lavorare con le immagini?

L’immagine per i due protagonisti è la comunicazione. Esprimere se stessi, la propria anima, i sentimenti celati che vengono proiettati nella forma artistica.

A chi ti sei ispirato per creare i due protagonisti?

Per la scelta dei protagonisti mi sono ispirato a un mio ex collega di lavoro e alla mia amica Adriana. Poi ho voluto aggiungere anche la natura psicologica di altre conoscenze. Compreso me, naturalmente.

Danilo organizza una mostra fotografica. Ognuno degli scatti può essere visto come una delle sfaccettature del suo amore vissuto e sofferto?

Nella rassegna fotografica, Danilo sceglie i momenti più importanti della sua storia con Simona. In ogni scatto si celano emozioni diverse: tenerezza, bellezza, dolore, nostalgia, passione e quant’altro. Il bello è cosa c’è dietro l’obiettivo del fotografo. Quello che non si racconta. Ma in questo romanzo, credo di avere un po’ sollevato questo velo di mistero. Lascio al lettore la propria interpretazione.

Simona è sfuggente, cosa la tormenta e perché non riesce ad esprime nella vita, quello che mette nei dipinti?

Simona ha paura del giudizio degli altri. Ha paura di se stessa. Paura di essere scoperta. E’ una donna combattuta con i propri sentimenti. Sceglie l’immagine per specchiarsi, per rivelare artisticamente la sua natura forte e combattiva. La realtà le appare ostile. L’arte è un rifugio che ostacola il suo istinto animalesco di vita e di amore.

Sabina è un ostacolo o colei che aiuta Danilo e Simona dipanare la loro intricata matassa esistenziale?

Sabina è solo gelosa. Ma poi comprende la natura dell’amore. Capisce la scelta, che l’amore non è il bisogno di una possessione egoistica. Amare significa dare, donarsi, aiutare l’amica per amore.

Se facessero un film chi vedresti nei panni di Danilo, Simona e Sabina? 

Un film l’avevo già pensato durante la prima stesura anni fa. Come protagonista maschile avevo pensato a Luca Argentero. Nel ruolo di Simona, Bianca Guaccero e Serena Autieri per Sabina. Ora, mi raccomando, sarebbe bello farglielo sapere, che ci tengo tanto.

Pasquale Capraro è pittore, cantante e scrittore. Si è diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte di Parabita e ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Dopo aver insegnato educazione artistica per alcuni anni, ha esposto la sua arte simbolista in varie mostre. Ha pubblicato Rose del Sud (Edizioni del Grifo, 1996), con il quale ha vinto il Premio Internazionale Artistico-Letterario “Cav. Benedetto Romano”; sono stati invece editi da Cinquemarzo la prima edizione de Il bacio della sirena (2011) e i romanzi Il tessitore di stelle (2012), Garden Village (2014) e Di fiato, d’amore e vento (2016). Infine, con Astro Edizioni, ha visto la luce Maison Rouge (2017).

“Delitti di lago 4”. Racconti gialli per scopo solidale pro Gemma Rara Onlus e malattie genetiche. A dialogo con Ambretta Sampietro curatrice della raccolta edita da Morellini a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2020

0Come è nata l’idea del volume “Delitti di lago 4”? 

Delitti di Lago 4 edita da Morellini Editore è la sesta antologia di una serie che coniuga il genere giallo con l’ambientazione lacustre iniziata nel 2012 con Delitti d’acqua dolce edita da Lampi di stampa e proseguita con Giallo Lago edita da Eclissi.  Mauro Morellini a partire dal 2015 ha pubblicato Delitti di Lago, Nuovi Delitti di Lago e Delitti di Lago vol. 3, ogni antologia contiene 20 racconti. L’idea di realizzare la prima antologia è nata durante la prima edizione del premio letterario Giallo Stresa che avevo ideato io, erano arrivati quasi un centinaio di racconti gialli ambientati sul lago Maggiore ma uno solo sarebbe stato pubblicato dal Giallo Mondadori. Era un peccato che altri racconti non venissero letti, così insieme a Luigi Pachì ne avevamo scelti una ventina che erano stati pubblicati grazie a Mariano Settembri che allora era direttore editoriale di Lampi di Stampa. L’idea era piaciuta ai lettori e ai librai, così l’avventura è proseguita. I Delitti di Lago sono anche diventati una collana editoriale, oltre alle antologie Morellini ha pubblicato il romanzo Rose bianche sull’acqua di Erica Gibogini ambientato a Orta.»

I proventi derivanti dalla vendita della raccolta di racconti gialli “Delitti di lago 4” andrà in beneficenza. Chi sarà il detinatario e lo scopo dell’ente? 

I diritti d’autore del libro e dell’e-book verranno corrisposti dall’editore alla Gemma Rara Onlus, un’associazione di volontariato che fa capo all’Ospedale di Circolo di Varese e si propone di aiutare le persone affette da malattie genetiche. La sua attività è volta a favorire lo studio e la ricerca per la diagnosi e la prevenzione delle malattie rare.

Come sono stati coinvolti i 20 autori? In base a cosa sono stati scelti o cercati? 

La maggior parte degli autori aveva già partecipato alle precedenti antologie e sono felice che abbiano contribuito anche a questa con i loro racconti. Ho chiesto anche ad altri autori che conoscevo e che hanno subito aderito sapendo la destinazione dei diritti d’autore. Mercedes Bresso, Aldo Lado, Silvio Raffo, Mariano Sabatini, Lucia Tilde Ingrosso, Sara Kim Fattorini, Sergej Roic, Erica Arosio, Giorgio Maimone e Danilo Pennone hanno scritto i racconti apposta per l’antologia mentre i racconti di Angela Borghi, Sergio Cova, Emilia Covini, Erica Gibogini, Alessandro Marchetti Guasparini, Nicoletta Minola, Alberto Pizzi, Maurizio Polimeni, Patrizia Rota e Laura Veroni avevano partecipato anche a un premio letterario con cui avevo collaborato lo scorso anno. I racconti sono tutti inediti.

Ci sono racconti ambientati nel presente, nel passato e diversi sono i personaggi: famiglie, marescialli, partigiani, amanti, avvocati. Il giallo è un genere che si adatta un po’ ad ogni epoca e tipologia di personaggi? 

Direi proprio di sì, potenzialmente chiunque potrebbe essere un assassino. Chi almeno una volta nella vita non ha pensato come compiere un delitto perfetto per liberarsi di un rivale o di un famigliare ingombrante? Di delitti è costellata la storia dell’umanità, a cominciare da Caino che uccise il fratello Abele.

Agli scrittori presenti sono state date linee guida o hanno lavorato in completa libertà?

«L’unica richiesta era l’ambientazione di un racconto giallo in una località di lago reale e un limite di lunghezza.»

Il lago è solo scenario o parte integrante dei racconti gialli? 

Nei racconti il lago è sempre parte integrante della narrazione, come contrasto con la sua bellezza all’efferatezza dei delitti. La gente di lago è molto particolare, laboriosa, poco espansiva con un suo personale senso di giustizia. Uno degli scopi dell’antologia è invogliare i lettori a visitare i luoghi descritti. Il lago ideale per commettere un delitto è stato per più della metà degli autori il Lago Maggiore, seguono il Ceresio, il lago d’Orta, il lago di Como, il lago di Varese e il Trasimeno.

C’è qualcuno dei racconti che ti ha colpito in modo maggiore per costruzione, ritmo, trama e intreccio? 

Mi piacciono tutti i racconti che hanno varietà di stile e di ritmo ma sono tutti coinvolgenti e piacevoli da leggere. Mi ha colpito il fatto che in qualche racconto il giallo è costituito da fatti misteriosi che non necessariamente sono omicidi ma con altrettanta suspence. Per non far torto a nessuno cito la quarta di copertina scritta da Andrea Tarabbia, vincitore del Premio Campiello 2019 che ha saputo focalizzare così bene il caleidoscopio di racconti che compone l’antologia.

Chi è il lettore ideale di Delitti del lago 4?   

Tutti quelli che amano il genere giallo. La brevità del racconto è, a mio avviso, la misura giusta adatta al nostro tempo in cui comunichiamo con messaggi brevi: whatsapp, sms e twitter. Dai librai so che le antologie dei Delitti sono apprezzate anche da stranieri che conoscono l’italiano ma non abbastanza da affrontare un romanzo.

Per maggiori informazioni potete conusultare il sito dell’editore Morellini qui

:: Un’ intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2020

PandemiaBenvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Data la gravità del momento, e la difficoltà di tracciare scenari possibili una volta finita la pandemia, inizierei col chiederti una valutazione prettamente personale della situazione. In che misura secondo te cambieranno gli equilibri geopolitici e strategici una volta che l’allarme sanitario sarò rientrato? C’è un rischio reale per la tenuta democratica degli stati?

Sicuramente andremo incontro ad un peggioramento delle nostre, già precarie, condizioni economiche. Con il risultato di far aumentare il malcontento nei confronti di una classe politica che si è dimostrata inadeguata (una situazione che ricorda l’8 settembre). L’Unione ha mostrato il suo vero volto, ovvero quello di un gruppo di inutili burocrati incapaci di fronteggiare la crisi. Gli altri Stati hanno fatto affidamento ai propri leader costituzionalmente riconosciuti, mentre da noi assistiamo alle apparizioni facebook della coppia social Casalino-Conte, con un Parlamento, de facto, sospeso.

Il ridimensionamento dell’esercitazione Defender Europe che ripercussioni avrà secondo te? Un’unificazione delle forze armate europee sotto un’unica autorità è ancora sul piatto delle consultazioni e trattative o la pandemia in corso ha incidentalmente provocato un ritorno più spiccato ai vari nazionalismi? 

La Defender Europe è una esercitazione finalizzata a mostrare ai russi chi comanda in Europa (ne ho descritto il senso geopolitico in un articolo per Difesa online), cioè gli americani. Il dispiegamento di 25.000 uomini, o meno, è solo un atto dimostrativo.
Unificazione di forze europee? Fantasia! La NATO non verrà mai soppiantata, almeno per i prossimi vent’anni.
I nazionalismi sono sempre esistiti, solo noi italiani facciamo finta di non vederli. Prendiamo il surplus di Bilancio con l’Estero della Germania, da anni Bruxelles sostiene che è troppo alto e che Berlino deve diminuirlo. Ma la Germania lo reinveste nel suo welfare (il migliore in Europa) perché altrimenti non esisterebbe una Germania unita.

Stiamo assistendo a un utilizzo delle forze armate non più per meri scopi bellici, ma forse per la sua accezione più nobile di difesa della popolazione e mantenimento dell’ordine. È un’evoluzione prevista o si è fatta come si suol dire di necessità virtù? 

Le Forze Armate di una nazione esistono per difendere la stessa da nemici esterni, quindi già difendono la popolazione. Quando i militari vengono utilizzati per l’ordine pubblico vuol dire che la situazione interna è critica.

Per quanto riguarda la tenuta dell’Unione europea, esiste un piano comune, una qualche forma di coordinamento in caso di minacce pandemiche? Prevede che comunque venga messo in atto nei prossimi mesi?

Piani comuni per simili eventi non ne esistono, perché ogni paese dell’Unione agisce secondo i propri scopi e, come ci hanno dimostrato, ignorando le difficoltà degli altri.

In che misura la disinformazione e le fake news stanno influenzando l’opinione pubblica?

Io avrei più paura delle fake dei governi. Per quanto riguarda la disinformazione il nostro esecutivo non è stato secondo a nessuno.

Nel caso di un’ipotetica guerra batteriologica diciamo tradizionale, esiste una strategia e un piano comune europeo per fronteggiare la questione?

Esiste solo in ambito NATO. Ovvero secondo quanto stabiliscono gli USA.

E in che modo si potrebbe fronteggiare un eventuale attacco terroristico che utilizzasse armi batteriologiche?

Non si potrebbe.

La NATO non ha attivato alcun protocollo in caso di pandemia? Come si collocano in questo quadro di instabilità l’invio di medici militari e non, derrate e aiuti all’Italia da parte di paesi esterni alla NATO come la Russia, la Cina e Cuba? Non dovrebbe essere per prima Bruxelles, e poi Washington a coordinare gli aiuti nei paesi europei più colpiti? 

Dovrebbe essere così. Ma questa pandemia sta evidenziando la finzione di certe alleanze.

Finita l’emergenza come si ovvierà all’inevitabile disturbo post traumatico sofferto dalla popolazione? Servono dunque non solo virologi, e immunologi ma anche medici militari esperti di queste problematiche?

Serviranno sostanziosi investimenti pubblici, unico rimedio efficace.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza con informazioni chiare e attendibili e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Un’intervista con Sam Stoner a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2020

Sam StonerBenvenuto Sam su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Raccontaci qualcosa di te, dove sei nato? Che studi hai fatto? Dove vivi attualmente?

Grazie a te, è un piacere essere presente su Liberi di Scrivere.
In accordo con la mia biografia non ufficiale scritta da Angelica C. Gherardi le mie origini sono eterogenee a partire da un bisnonno “ […] un diamantario ebreo fuggito da Anversa nel ‘39. […] arrivato a New York aveva cambiato il suo nome in Stoner, “pietraio”, riprendendo a esercitare il suo mestiere, tagliando e vendendo pietre preziose; era sempre rimasto un oscuro lavorante nascosto nel retrobottega di un’altrettanto oscura gioielleria del quartiere yiddish”. Bisnonno che io non ho mai conosciuto. Mia madre, una ragazza cattolica di origini italiane, per la precisione partenopee. E questo spiega il particolare legame con la cucina napoletana (come quella romana) che non solo gusto ma che preparo, anche se sono molti i segreti che devo ancora apprendere. La mia nascita si colloca a metà tra due continenti come anche la mia infanzia (comunque di base a Roma) e questo spiega il legame con gli Stati Uniti. Ho studiato economia all’università, un passatempo del tutto inutile visto che non c’è stato seguito nel mondo lavorativo. Oggi sono a Roma, nel quartiere dell’Eur, protagonista di molti racconti, alcuni presenti in Linea d’ombra e in alcuni romanzi. L’Eur non è solo una zona di Roma, è una realtà architettonica unica al mondo, metafisica, estraniante, di grande fascino se vissuta nelle varie ore del giorno e soprattutto della notte.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Ho iniziato a scrivere per soddisfare un richiamo interiore, nato spontaneamente. Le storie apparivano, e appaiono, per immagini e io le trascrivo. Ogni storia, che sia un racconto o un romanzo, nasce sempre da una suggestione, un particolare colto per caso in strada, una foto, un articolo di cronaca, un dialogo tra estranei. Devo essere sincero, appena vedo una persona la prima domanda che mi pongo è quali segreti si celino dietro la sua apparente normalità, quale dolore abbia ricevuto o inflitto. Mi chiedo se si tratti di un carnefice o una vittima, ricordando bene che i ruoli sono interscambiabili.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

I contemporanei che leggo sono dei mostri sacri dai quali, insieme ai grandi del passato, traggo continuamente ispirazione: James Ellroy, David Peace, Irvine Welsh, Paul Beatty, Stephen King e… Tom Robbins, lo scrittore più pericoloso del mondo.
I miei preferiti, in ordine cronologico: Sofocle, Shakespeare, Dante (sapevo a memoria quasi tutto l’Inferno, merito di un mio insegnante di lettere al liceo – uno dei tanti avendo cambiato otto scuole e dieci classi tra medie e superiori). Seguono, restringendo la lista: Edgar Allan Poe (‘49), Fëdor Dostoevskij (‘81), Oscar Wilde (’900), Raymond Chandler (’59), Dashiell Hammett (’61), Jim Thompson (’67), Cornell Woolrich (‘68), Donald Westlake, Elmore Leonard, Philip Roth.

Hai da poco pubblicato un volume di racconti noir dal titolo Linea d’ombra. Ce ne vuoi parlare?

La raccolta è nata con l’idea di selezionare i racconti più rappresentativi della mia scrittura, alla fine mi sono ritrovato con una raccolta noir con una forte connotazione sociale. In ogni racconto è trattata una tematica ben precisa: prostituzione, alcolismo, senzatetto, violenza domestica, stupro, personalità doppia, pulizia etnica, criminalità. La mia scrittura nasce sempre con un’emozione legata alle vittime, di altri o di se stessi. Del resto si tratta di Noir. Un particolare che caratterizza l’opera è il linguaggio piuttosto crudo e forte, ma si tratta di storie che si svolgono in quelle zone d’ombra spesso nascoste, realtà lontane dalla quotidianità della massa. Ritornando alla domanda di prima legata ai miei scrittori preferiti, ho voluto omaggiarli in Linea d’ombra, con un collage di estratti delle più grandi opere hard boiled che compongono un breve e intenso racconto.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi libri? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

Ho riscontrato buone vendite negli Stati Uniti, credo si debba alla generosità della estesa comunità italiana visto che al momento non ci sono mie opere tradotte.

Pratichi Qi Gong e meditazione, vero? Ci sono libri, manuali che illustrano i segreti di queste discipline, molto utili e benefiche anche oggi?

Nessun segreto, sono esercizi semplici e potenti. Servono a rilassare ma sono nati con un altro intento: fortificare le difese immunitarie, apportare energia e vigore. Ci sono manuali interessanti come “Zhineng QiGong” di Vito Marino e Ramon Testa, ma si possono trovare esercizi spiegati perfettamente anche in internet. Per questo periodo consiglio gli “Otto Pezzi di Broccato”, esercizi di semplice esecuzione anche per un anziano, e duemila anni di pratica ne garantiscono l’efficacia. E poi consiglio di cercare l’esercizio LAQI davvero semplice da eseguire, anche da seduti, ma straordinariamente efficace per apportare energia e benessere. Bastano dieci minuti al giorno.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

Al momento ce ne sono quattro: “Cronaca nera” di James Ellroy, “Il tempo di uccidere” di Laurence Block, “Crime” di Irvine Welsh e “Il giallo di Villa Nebbia” di Roberto Carboni.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro?

Sono in fase di rilettura di un romanzo crime e di una raccolta mistery, sto anche pensando a una nuova storia, non so ancora se sarà un racconto o un romanzo, lo scoprirò scrivendo.
Sono io che ringrazio te per l’ospitalità e le piacevoli domande.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2020

StefanoBentornato Stefano, è un piacere riaverti su queste pagine per questa nuova intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Immagino tu abbia sospeso le presentazioni in questi giorni, come ti tieni occupato?

SDM Sì, purtroppo ho dovuto rinunciare a diversi impegni, ma verrà il momento più opportuno in cui ci ritroveremo tutti con animo più leggero. Io lo smart–working già lo facevo da casa, da sempre praticamente. Divido la mia giornata tra i compiti essenziali per la vita quotidiana, il lavoro e il divertimento. Ho allestito anche uno “spazio spot” dove posso tenere in esercizio il fisico soprattutto con il taiji ma anche con esercizi a corpo libero e boxe a vuoto. Ho sempre lavorato anche in altri momenti di crisi con la convinzione di proseguire come se tutto fosse normale. Io so raccontare storie e questo continuerò a fare. Una forma di sopravvivenza per me e, mi auguro, anche per gli altri. Le ore libere sono dedicate alla visone di film, alla lettura e allo studio. Dispongo di una vasta biblioteca e videoteca per cui non ho che l’imbarazzo della scelta. Quando scrivo ascolto sempre musica. Nella mia routine ho aggiungo l’approfondimento dello spagnolo che parlo e capisco abbastanza ma in questo periodo ho l’occasione di approfondire leggendo alcun i testi che mi sono procurato questa estate.

È uscito in questi giorni per Il Giallo Mondadori L’ amante di pietra, disponibile anche in ebook. Una nuova avventura per Bas Salieri, personaggio molto amato dai tuoi lettori, esistono già due episodi: Il palazzo dalle cinque porte e La torre degli scarlatti. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea per scrivere questo nuovo episodio?

SDM. Il romanzo l’ho scritto nel 2017 ma l’idea risale al 2015. Devo ammettere che dallo spunto iniziale alla realizzazione avevo lasciato trascorrere troppo poco tempo. Avevo un titolo, uno spunto (che vagamente si rifaceva al Mulino delle donne di pietra) ma la trama era abbozzata. Così mi ero fermato due volte, poco convinto del risultato. Infine ho gettato via tutto mantenendo solo il titolo. Infine nel 2017, durante una vacanza, stavo leggendo cose diverse e, ad Amsterdam, ho avuto una folgorazione. In meno di due ore avevo tutto in mente. Al mio ritorno ho messo giù lo “scalettone” e, quando terminai di scrivere il Professionista che stavo lavorando, ho ripreso in mano tutto. In cinque settimane il romanzo era lì.

Sei stato il primo in Italia, per Urania mi pare, a scrivere una serie wuxia, ibrida, contaminata anche dal puro fantasy occidentale alla “Il trono di spade“. Diversi episodi, anche in ebook, raccolti in un unico volume dal titolo “L’ultima imperatrice”. Nel dibattito in corso della cosiddetta “appropriazione culturale”, come ti poni? So che sei uno scrittore molto aperto alle contaminazioni culturali, all’accrescimento comune tramite il confronto.

SDM. Devo dire che questo dibattito non ha molto senso. Se escludiamo il vero e proprio plagio, ricordiamo che nessuna storia è veramente originale. Per quel che riguarda L’ultima imperatrice, che scrissi nel 2000, volevo scrivere un wuxiapian e mi piaceva l’idea che non avesse magia. Avevo letto da poco Il trono di spade quando ancora pochi lo conoscevano ed era proprio questa cosa della storia fantasy senza magia che mi piaceva. Il trono di spade era ispirato non solo alla guerra delle Rose ma anche a moltissimi altri classici della narrativa storica e fantastica. Io ero interessato all’Oriente e, per la verità, volevo raccontare la storia (che invece è reale e contemporanea) dell’ultima imperatrice Cixi. Poi entrano suggestioni di Howard e, qualcosa, anche di un bellissimo film indiano di Mira Nair, Kamasutra.

L’ossigenazione è importante, soprattutto in questo periodo, tu sei un esperto di arti marziali e pratichi anche il tai chi. Hai scritto manuali che possano avvicinare a queste pratiche anche principianti di tutte le età?

SDM. Moltissimi anni fa pubblicai negli Oscar una guida alla preparazione fisica e al Self Training. Non so se sia ancora reperibile. Di manuali veri e propri ne ho scritti sulla Kickboxing e il karate. La verità è che pratiche come il taiji si dovrebbero imparare con un maestro. Io cominciai quando avevo ventisei anni e mi sembrava quasi un po’ ridicolo con la forza della gioventù apprendere una “ginnastica dolce”. Invece feci un investimento per il futuro. Dopo tanti anni il taiji mi ha aiutato anche a riprendere l’uso delle ginocchia dopo che aveva avuto qualche problema dovuto al sovra allenamento delle arti “dure”. L’importante è non restare mai troppo fermi. Anche in casa. A intervalli regolari, alzarsi, sgranchirsi, respirare sempre molto bene, prendere una boccata d’aria al balcone (questo si può!). il corpo come la mente deve essere sempre in movimento.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi romanzi? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

SDM. Il genere di narrativa che pratico io all’estero, con nome italiano, è difficile da proporre. Dovrebbero farlo gli editori, ma purtroppo chi pubblica in edicola … non è molto considerato. A torto, ma è una questione differente. In realtà pubblicai in Germania Il cavaliere del Vento (2002) edito da Goldmann che lo prese da Piemme. I manuali sportivi invece sono andati bene.

Stiamo tutti più a casa, l’ideale è passare il tempo occupandoci di attività piacevoli come guardare un film, ascoltare buona musica, leggere un libro. Iniziamo con il cinema. Che serie televisivi o film consigli?

SDM. Ho recuperato tutte e tre le stagioni di Muskeeters, una bellissima serie della BBC che ripropone con spirito moderno ma con grande aderenza di ambienti e costumi, l’epopea di Dumas. Magnifica. Per chi vuole cose moderne, invece, consiglierei Blacklist Legacy che, sebben inferiore alla serie originale che adoro, è interessante.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

SDM. Sto rileggendo un vecchissimo western di Gordon D. Shirreffs L’unico che si salvò. Poi come dicevo studio spagnolo con un libro che si intitola Comanche di Juan Meso de la Torre e sto leggendo molti fumetti e un libro di storia sulla Legione Straniera per un lavoro che sto facendo.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: hai in programma una nuova serie molto diversa dalle precedenti? Vuoi anticiparci qualcosa?

SDM. Sì, la nuova serie su Segretissimo debutterà a settembre e si intitola Killer Élite. È un contesto totalmente diverso dal Professionista e non è collegato alla serie. La storia di un killer e della poliziotta che gli dà la caccia. Vivono in un mondo dominato da una organizzazione criminale che si chiama L’Aquila e ha avuto origine nell’antichità. La maggior parte dei personaggi ha soprannomi invece di nomi e le ambientazioni son esotiche ma anche italiane. Spero che vi piaccia. Ne potrete avere degli assaggi in tre racconti che usciranno in appendice ai miei romanzi su Segretissimo a maggio, luglio e agosto. Con questo ti ringrazio e vi saluto tutti con un abbraccio virtuale. Ce la faremo!

:: Un’intervista con Maurizio de Giovanni, a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2020

Maurizio

Bentornato Maurizio, è un piacere riaverti su queste pagine per questa nuova intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Immagino tu abbia sospeso le presentazioni in questi giorni, come ti tieni occupato? A uno scrittore non si chiede, ma io te lo chiedo lo stesso: stai scrivendo un nuovo libro?

R. Ciao Giulietta, un abbraccio a te e un affettuoso saluto agli amici di Liberidiscrivere che, come sai, sono da sempre nel mio cuore. Sì, la situazione è difficile e gli incontri e le presentazioni sono state sospese. Io, a dire la verità, avrei volentieri continuato anche per dare un segnale di resistenza culturale, ma se c’è un rischio reale è opportuno dirsi arrivederci speriamo a presto. Sono felice di dirti che ho appena consegnato il testo del romanzo che uscirà il 31/3, Una lettera per Sara, di cui sono molto contento. Spero piaccia alle lettrici e ai lettori come è piaciuto a me scriverlo.

La serie dedicata al commissario Luigi Ricciardi è giunta al termine, non ho ancora letto Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, ma spero di farlo presto. Nonostante questa decisione, prevedi di scrivere ancora dei racconti con protagonista l’amato commissario? O è proprio un capitolo chiuso della tua creazione letteraria?

R. Credo che la linea narrativa ambientata negli anni Trenta sia conclusa: il paese, dopo il 1934, perde molto di fascino per il consolidarsi del regime. Torna a essere bello da raccontare nei primi anni Sessanta, e non escludo di andare in quell’epoca per capire cosa è successo a tutti quei personaggi. Prima, però, devo ai lettori una serie di racconti di Bambinella, magari da un rifugio antiaereo nel 1942, che ci dirà cosa è successo nel frattempo. Non subito, però.

Sul fronte televisivo, quando uscirà lo sceneggiato RAI dedicato a Ricciardi? Ce ne vuoi parlare? A me sarebbe piaciuto tanto Giampaolo Morelli nella parte (finalmente in un ruolo drammatico), ma anche Guanciale è molto bravo. Ti hanno consultato durante le riprese? C’è un episodio bizzarro accaduto durante le riprese che ci vuoi raccontare?

R. Non sono molto interessato ai prodotti televisivi, nei quali intervengono molte professionalità che legittimamente effettuano delle scelte, che possono non concordare con quelle dello scrittore che, forse, è troppo abituato a lavorare da solo. Auguro alla fiction su Ricciardi, di cui ho comunque firmato le sceneggiature, il miglior successo e sono certo che sia una bellissima fiction, ma non ti so dire molto di più di questo.

Per quanto riguarda la serie de I Bastardi di Pizzofalcone, dopo Nozze, hai in programma un nuovo capitolo?

R. Certo che sì. Come sempre nel tardo autunno ci sarà un nuovo episodio della serie dei Bastardi, che amo molto e che hanno sempre nuove storie da raccontare.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi romanzi? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

R. Molto bene, grazie. I miei romanzi sono tradotti in molte lingue e pubblicati in 31 paesi, e sono molto letti per fortuna in Francia, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito e America Latina. Ogni volta che vado in questi luoghi vengo accolto da molti lettori appassionati, e ne sono sempre veramente felice.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

R. Quando scrivo non posso leggere, purtroppo, perché la scrittura altrui mi influenzerebbe. Ma non vedo l’ora di leggere l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone, Inventario di un cuore in allarme, quello di Massimo Carlotto, La signora del martedì e quello di Carlo Lucarelli, L’inverno più nero, col mio amatissimo commissario De Luca.

Sei un appassionato di calcio, non negarlo, hai mai pensato di scrivere un romanzo incentrato su questo sport? Magari sugli albori del Napoli, ricordo la società fu fondata nel 1926.

R. L’ho già scritto. Si chiama Il resto della settimana, edito da Rizzoli, e secondo me è di gran lunga il mio miglior romanzo.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: hai in programma una nuova serie molto diversa dalle precedenti? Vuoi anticiparci qualcosa?

R. Sì, ce l’ho. Prima però uscirà per Einaudi Stile Libero un nuovo romanzo con Mina Settembre, protagonista di Dodici rose a Settembre che è uscito l’anno scorso per Sellerio riscuotendo un lusinghiero successo. Poi ci sarà questo nuovo romanzo per Rizzoli, e ti assicuro che ci sarà da divertirsi. Per ora ti dico che i due protagonisti sono soprannominati “Il Bufalo” e “Sammarzano”. Non posso dire di più, se non raccomandare a te e a tutti gli amici di restare collegati.

:: Un’intervista con Riccardo Esposito a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2020

 

Scrivere per informare

Ciao Riccardo, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista.

Grazie a te, mi fa sempre piacere scrivere per il tuo blog.

Scrivere per informare è il tuo nuovo libro, un manuale tecnico, scritto a quattro mani con Cristina Maccarrone. Ci vuoi parlare di Cristina, come l’hai conosciuta?

Allora, veramente difficile ricordare questo evento. Se non sbaglio ci siamo conosciuti durante il Joomla Day ma non ne sono sicuro. In ogni caso la collaborazione professionale con Cristina si è sviluppata nel tempo ed è cresciuta anche la stima nei suoi confronti.

Cristina ha pubblicato anche degli articoli su My Social Web (tipo come aprire una partita IVA) e oggi è mia complice in quest’avventura editoriale. Perché mi fido di lei, ha quelle competenze che mi mancano nel mondo del giornalismo. E che mi hanno aiutato a completare questo lavoro.

Dunque una giornalista e un blogger, due visioni della scrittura online a confronto. Insomma da nemici/rivali ad alleati. Giusto?

Assolutamente alleati. Sono due modi di intendere il lavoro della scrittura, non c’è bisogno di creare un contrasto. Anzi, vogliamo arricchire la prospettiva con le competenze comuni.

https://www.youtube.com/watch?v=76f-J0c62lg

Ad esempio, qual è la differenza tra un comunicato stampa e una notizia? Ognuno ha la sua opinione, un punto di vista differente. E lo abbiamo definito anche in uno degli appuntamenti online con i webinar formativi che stiamo organizzando per creare consapevolezza.

Cosa un blogger ha da imparare di più da un giornalista, e viceversa?

Un blogger può prendere come riferimento una serie di regole che il giornalista conosce e rispetta per sua formazione professionale. Come la buona struttura comunicativa di un articolo informativo o il diritto/dovere di citare le fonti in un certo modo per dare valore al proprio lavoro.

Tutto questo può essere sconosciuto a un blogger che, invece, ha tanto da insegnare dal punto di vista del web writing. Nel lavoro di scrittura del libro ho analizzato diversi quotidiani online e lo dico senza timore: spesso si ignorano le regole tecniche che comprendono tag title, meta description, ottimizzazione delle immagini… Insomma, le relazioni sono tante.

Chi ha avuto l’idea di scrivere questo libro? E come è nato il progetto?

L’idea di scrivere questo libro è nata a Palermo. Ero in un mercato a mangiare street food insieme a Enrico Flaccovio, mio mentore e complice nei lavori di Etno Blogging e Fare Blogging che ho già pubblicato per Flaccovio Editore.

Qui è sorta l’idea: lavoriamo su un libro che guidi blogger e giornalisti in questo lavoro di scrittura online? Poi abbiamo chiamato Cristina Maccarrone e abbiamo concluso tutto a Napoli, davanti a un piatto di spaghetti aglio e olio. Più peperoncino. Quindi, un libro molto Made in Sud 😉

A chi è rivolto Scrivere per informare?

Io direi a chi ha voglia di scrivere bene online. C’è una sezione che prende a piene mani dal mondo del giornalismo e un’altra (la mia) concentrata sugli aspetti tecnici del web writing. Lo consiglierei soprattutto a chi studia sul serio la buona comunicazione scritta. Quindi a blogger che non si accontentano delle nozioni personali, giornalisti che vogliono aggiornare le proprie competenze, uffici stampa e web agency.

Come è strutturato il libro?

Ci sono due sezioni speculari. Una è dedicata ai consigli che un blogger può dare al giornalista e un’altra si concentra a ciò che quest’ultima figura può comunicare a chi si occupa di scrittura online. Ci sono capitoli tecnici che affrontano temi specifici, come titoli e immagini.

Poi si affrontano argomenti di ampio respiro come i tipi di articoli e i comunicati stampa: come si scrivono, in che modo si diffondono, quali sono i consigli per evitare rifiuti.

Nasce da un crowdfunding editoriale che sembra andare, tra l’altro, molto bene, mancano 32 giorni e già 79 copie prenotate. Un crowdfunding di successo, in un paese, l’Italia, dove questa formula fa così fatica a decollare. Quale è il segreto del vostro successo? 

L’unione fa la forza. Posso contare sulla promozione di Cristina e su quella di Enrico, poi sulla mia. Abbiamo idee e contenuti da mettere in pubblica piazza, proprio come il piano di webinar che abbiamo strutturato per creare attenzione intorno al tema. Un progetto del genere scommette sui nomi. Anzi, no: investe sulle persone e sulle idee che trasmettono.

Chi volesse prenotare il libro dove deve andare?

Semplicemente sul sito di Flakowski, nella pagina dedicata a Scrivere per Informare. Ancora pochi giorni e scade il periodo di sconto con un risparmio del 20%, quindi conviene fare in fretta!

Progetti per il futuro?

Godermi i risultati di questo libro e continuare a scrivere. Purtroppo o per fortuna questa malattia della scrittura non ti lascia mai, e sono sempre felice quando ho una nuova sfida da affrontare nel campo. Non sono il tipo da un libro all’anno e non critico chi lo fa, anzi. Però non vedo l’ora di riuscire a raggiungere le persone a cui ho pensato nel momento in cui scrivevo queste pagine.