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:: Guerra e pace al tempo di Putin – Genesi del conflitto ucraino e nuovi equilibri internazionali di Marco Bertolini e Giuseppe Ghini (Edizioni Cantagalli 2022) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2022

La guerra in Ucraina necessita di essere compresa mettendo a fuoco la verità di ciò che accade non troppo lontano dalle nostre case, ove viviamo più o meno tranquillamente.

Occorre capire, superando il racconto virtuale, spesso artefatto, che gli accadimenti di questi ultimi tempi racchiudono nella loro concretezza la verità di una guerra fatta e subita. Occorre ripristinare quel legame necessario tra la realtà e la verità, fonte e origine di ogni libertà. Per fare ciò non è sufficiente prestare attenzione solo alle notizie filtrate dai mass-media che inondano di immagini e parole il nostro quotidiano, ma occorre comprendere quali siano state le cause remote e recenti di questo conflitto, i motivi storici, culturali, politici e militari. Occorre comprendere chi sono gli ucraini e i russi e come abbiamo interagito durante il corso della storia; che cosa è accaduto in Russia dopo la fine dell’Impero sovietico; chi è Putin e quali siano gli aspetti positivi e negativi del suo mandato presidenziale; quale sia stato il ruolo della NATO, dell’Europa e degli Stati Uniti. Occorre avere chiaro, per quanto è possibile, il quadro generale, per evitare di banalizzare o male interpretare un evento che grava sulla vita di milioni di persone, soprattutto della povera gente che combatte o subisce questa guerra decisa da altri.

Il generale Marco Bertolini e il professor Giuseppe Ghini, ripercorrendo la storia degli ultimi trent’anni, dalla fine dell’Impero sovietico a oggi, spiegano, dal punto di vista geopolitico/militare e storico/culturale, quali sono le cause che hanno condotto al conflitto ucraino: il ruolo dell’Occidente, della Nato e degli altri principali attori internazionali; il grande cambiamento che ha subito la Russia con l’avvento negli anni ’90 del capitalismo selvaggio; l’ascesa di Putin; lo scontro ideologico tra Ucraina e Russia che ha assunto negli ultimi anni toni provocatori e aggressivi. Un quadro esaustivo e oggettivo, al di sopra degli schieramenti, che restituisce al lettore una visione chiara quanto è accaduto e sta accadendo.

Questo saggio, di estremo interesse per le informazioni contenute, si compone di due saggi separati (anzi quasi tre, comprendendo la breve postfazione del professore Leonardo Allodi pp. 239-267 ): il primo scritto dal Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, e il secondo dal professore ordinario di Slavistica all’Università di Urbino Giuseppe Ghini. Due stili di scrittura diversi, che trattano temi che completano un quadro a dire il vero piuttosto magmatico, per cercare di capire come siamo potuti arrivare a questo drammatico punto. Il professore Ghini senza mezzi termini, come premessa, pone il fatto che la decisione di Putin di invadere l’Ucraina, nel febbraio del 2022, sia da biasimare (non si può in alcun modo giustificare p.131), il generale Bertolini più pragmaticamente (pur definendola tragedia e questo 2022 terribile) parla di conseguenze forse inevitabili in un’ottica prettamente militare. Ma si sa le guerre le combattono i soldati, e le subiscono i civili, e quando si arriva anche solo a un abborracciato trattato di pace abbiamo sempre alle spalle scenari di macerie, perdite umane insostituibili, distruzione di infrastrutture, fabbriche, abitazioni, ospedali, miliardi e miliardi bruciati in armi ormai distrutte. Senza contare le ripercussioni politiche, sociali, e perfino culturali, identitarie, linguistiche, le crisi economiche e le recessioni innescate, i soldi che devono essere stanziati per la ricostruzione, le scorte distrutte, e gli equilibri anche geopolitici da ricostruire. Specie una guerra come questa nel cuore slavo dell’Europa, in un punto geopolitico delicatissimo, come vedremo più avanti. Certo parlando di guerra convenzionale ed esulando dallo scenario apocalittico atomico. Scenario tuttavia drammaticamente sullo sfondo come remota possibilità. Nessuno è sicuro al 100% che Putin, pur professandosi credente, non faccia partire un’atomica.

Detto questo come premessa analizziamo il saggio di Bertolini, conoscitore di uomini e armi. I segnali del fatto che stavamo scivolando verso questa china erano evidenti, pur tuttavia non furono colti nè dall’opinione pubblica, nè dalle classi politiche di più o meno tutti i paesi ora coinvolti. Gli 8 anni di guerra nel Donbas (definita a bassa intensità, e perciò sottostimata improvvidamente soprattutto in riferimento ai rischi e alle incognite che comportava) era sicuramente un campanello d’allarme che avrebbe dovuto far passare notti insonni a parecchi resposnabili di varie cancellerie, ma tutti erano più o meno sicuri che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina con un esercito regolare (pur nell’autodefinita operazione speciale), almeno fino agli allarmistici comunicati di Biden, giusto poco prima del tragico febbraio del 2022. Insomma non ci siamo svegliati un mattino ed è tutto precipitato, ma le origini, e la concause scatenanti, sono da ricercare lontano, almeno 30 anni fa (come sostiene anche Ghini e spiega bene nel suo saggio) con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione sovietica e il ruolo della NATO, organizzazione che invece di sciogliersi ha solo cambiato ruolo e missione, da difensore dell’Europa contro la temuta invasione sovietica del passato ora impiegata come strumento di un mondo in via di globalizzazione per sostenere la bontà del modello occidentale. Proprio l’invasione russa dell’Ucraina, sostiene il Gen. Bertolini, ha fatto tornare l’Alleanza alla sua funzione primigenia, sebbene si sia persa per strada la connotazione “comunista”. Non da meno il ruolo delle religioni, e la percezione del nemico, con il passaggio dalla dicotomia tra sfera cristiana occidentale e mondo musulmano con quella di una dicotomia cattolico-protestante e ortodossa. Insomma secoli di progresso e siamo tornati alle guerre di religione dei secoli bui! Ma naturalmente il Gen Bertolini non fa solo riflessioni sociologiche, morali ed etiche si concentra su questioni militari, difficilmente così ben esplicitate nei dibattiti televisivi. Dalla crisi dei Balcani, all’arrivo di Putin al potere il passo è breve, e così si giunge all’evidenza che la Guerra Fredda non è mai davvero finita e gli USA continuano a vedere nella Russia, e soprattutto in questo nuovo politico decisionista al potere, una reale minaccia. Naturalmente l’analisi è focalizzata sull’Ucraina, e su cosa scatenò davvero la crisi del Majdan (per quanto pilotata, i sospetti sono tanti) che dopo scontri di piazza portò a un cambio di regime. Il Gen. Bartolini sottolinea l’importanza di considerare poi cosa successe nel Caucaso per poi passare alle Primavere arabe e alla Siria, in cui il ruolo proattivo della Russia, in difesa di Assad, ha senz’altro esacerbato gli animi di un Occidente sempre più convinto nell’attribuire a Putin tutte le colpe di quasi ogni conflitto sul globo. Dopo la parentesi Trump, e il ritorno al potere negli Stati Uniti dei democratici, si è ripreso il discorso iniziato da Obama (p.75). Da qui in poi il focus è la crisi in Ucraina anche da un punto di vista militare, capitoli molto interessanti che illustrano cosa sia successo in questi tempi inquieti.

Passando al saggio di Ghini si ha un’altra prospettiva che completa la prima, e integra se vogliamo il discorso fatto dal Gen. Bertolini, e che parte dalla frattura tra Russia e Occidente venutasi a creare negli ultimi 30 anni. Prima analizza la Russia (con una piccola premessa sull’Unione sovietica) e poi si arriva finalmente (p.171) all’Ucraina, dall’uscita dall’URSS in avanti. Capitoli illuminanti e densi di riflessioni e giudizi, anche critici, fino allo scontro (p.189) che è comprensibile solo analizzando le due ideologie contrapposte che sono alla base, ideologie che armano le guerre e che nessuno (colpevolmente) ha badato a disinnescare, anzi le hanno alimentate. Ghini ha una concezione molto nefasta dell’ideologie contrapposte alla storia, che invece analizza la realtà e lo ribadisce in diversi punti del saggio con molta convinzione. Gravi omissioni e responsabilità sono indubbie ed è bene che ognuno si prenda le sue colpe (sia da una parte che dall’altra) perchè dove tace la ragione e risuonano le armi ci sono sempre passi da intraprendere che non sono stati intrapresi. Le ragioni che aiutano a comprendere infine, secondo Ghini, non devono assolutamente giustificare una guerra di per sè irragionevole (p.220). Una neppur troppo velata critica all’uso strumentale dei mass media, col tacere alcuni fatti come la strage di Odessa, o l’uccisione del giornalista italiano freelance Andy Rocchelli (24 maggio 2014), per non parlare delle sofferenze e dei morti tragico bilancio della guerra nel Donbas, ed enfatizzarne altri, rientra anch’esso nelle omissioni e nelle responsabilità e dei passi commessi verso la guerra e non la pace. Passi che, pur nella sua stringatezza, Ghini elenca (pp. 213-116). Pregevole la solidità e la competenza di questo studioso che con pacatezza e molto buon senso (raccontandoci anche episodi di vita vissuta) tenta una disanima scevra da pregiudizi e partiti presi, e ottiene il vantaggio di farsi ascoltare. Merita un commento più approfondito la postfazione del professore Leonardo Allodi che avrebbe meritato un ruolo di coautore del testo. Ma è possibile che escano nuove riedizioni aggiornate di questo testo con un suo intervento più articolato. Anche da leggere la nota introduttiva dell’editore, singolarmente appassionata, e mossa dall’esigenza di far emergere e svelare la verità su questo conflitto, a cui siamo giunti a tappe forzate, su un sentiero incanalato da errori di prospettiva, omissioni, e responsabilità più o meno palesi. Puntuale la bibliografia (pp. 229-237).

Giuseppe Ghini

Professore ordinario di Slavistica all’Università di Urbino. Ha scritto diversi libri e oltre cento articoli scientifici sulla letteratura e cultura russa; di recente ha tradotto per Mondadori il capolavoro di Puškin, Evgenij Onegin. Ha ricevuto borse di studio e di ricerca in Russia, Cecoslovacchia, Finlandia, Stati Uniti, tenuto seminari e conferenze in università russe e statunitensi. Da oltre vent’anni svolge attività giornalistica e ha scritto più di 900 articoli su cultura e società non solo russa. Membro del Nucleo di Valutazione dell’Università di Urbino dal 2007 al 2019, Presidente degli Incontri Internazionali Diego Fabbri dal 1996 al 2003, Consigliere e dal 2017 Presidente della Fondazione Rui.

Marco Bertolini

Generale di Corpo d’Armata, ha comandato il 9° reggimento d’assalto “Col Moschin”, il Centro addestramento di paracadutismo, la Brigata Paracadutisti “Folgore”, il Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e il Comando Operativo di Vertice Interforze dal quale dipendono i contingenti “fuori area” nazionali. Ha partecipato a Operazioni in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. È Grande Ufficiale al Merito della Repubblica, Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia ed è decorato di Croce al Valor Militare, nonché di Croci d’Oro e d’Argento al Merito dell’Esercito.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi di Giorgio Cella (Carocci 2022) a cura di Giulietta Iannone

9 ottobre 2022

Il volume, in un costante rimando tra dinamiche storiche e attualità geopolitica, si rivela uno strumento utile per l’analisi dei complessi fenomeni che hanno condotto, nei secoli, all’odierno conflitto in Ucraina, ad oggi la più importante crisi politico-militare su suolo europeo del XXI secolo. Una lunga traiettoria che dai tempi di Erodoto giunge sino ad Euromajdan, dove l’attenta ricostruzione storica si interseca con efficaci chiavi interpretative. L’autore fa inoltre emergere un mosaico culturale di grande interesse, spaziando in modo erudito lungo i secoli, gli eventi e i popoli di questo crocevia di religioni, imperi e identità: dalla Rus’ di Kiev ai cosacchi ucraini, dalle contese tra russi, polacchi e turchi sino all’era postsovietica e al processo di allargamento ad est della NATO. Un testo che costituisce un unicum negli studi di storia delle relazioni internazionali, cruciale per addentrarsi non solo nelle vicende dell’Ucraina e della sua crisi con Mosca, ma anche per una più generale comprensione degli avvenimenti di quella periferia centro-orientale d’Europa che, come Giorgio Cella sottolinea, è stata nel corso della storia del Vecchio Continente troppe volte gravemente trascurata.

Partendo dall’assunto che per conoscere il presente bisogna conoscere la Storia è indispensabile informarsi e avvalersi di strumenti validi, scientifici, obiettivi e scevri da mere influenze propagandistiche. L’attualità è di difficilissima analisi, ma il progresso ci ha dotati di strumenti che ci rendono sempre più possibile farlo, anzi ci consentono proiezioni (forse ancora parziali, ma tuttavia attendibili) per analizzare anche il futuro. Serve però conoscere la Storia, conoscere le premesse per cui si è giunti in determinate circostanze, per cui mi sento in piena coscienza di consigliarvi la lettura e lo “studio” (lo studio reale, con carta, matita e righello) di Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi di Giorgio Cella, forse uno dei testi più completi e documentati (ottima la ricca bibliografia) attualmente disponibili. Nasce come una tesi di laurea, e sicuramente la parte storica è il fulcro e cuore dell’opera, non comprende i recentissimi sviluppi della crisi russo-ucraina ma è tuttavia un testo indispensabile per chiunque voglia cercare di farsi un’idea il più possibile informata dei fatti. Ricco di rimandi, osservazioni, valutazioni e comparazioni è un testo non noioso che si legge con curiosità e interesse. Chi ha una formazione storica lo troverà di più agevole lettura, ma anche il lettore meno specialistico avrà modo di approfondire temi e dinamiche che sono essenziali per capire il presente, da un punto di vista culturale, sociale, non solo politico (o geopolitico) ed economico. C’è tanta confusione, questo testo aiuta a fare chiarezza e mette a disposizione fatti storici reali e documentati, frutto di una ricerca scientifica storica piuttosto estesa. Dalle origini, all’Ucraina sovietica, al post Guerra fredda, molti nodi si dirimono, molti lati oscuri sono giustamente illuminati, molte questioni anche complesse e articolate trovano una più semplice analisi. Importante il capitolo “Il Mar Nero conteso nell’era postbipolare” che se vogliamo racchiude il fulcro di tutta la contesa russo-ucraina in atto. Capire questo può aiutare anche a capire il presente. Come da leggere attentamente il capitolo finale e le conclusioni. Come punto di partenza, per approfondire lo studio anche su altri testi, mantenendolo come linea guida, è sicuramente importante, come il paragrafo 5. del Capitolo 9. che tratta la cessione della Crimea da parte di Chruscev (rex in regno suo est imperatur).

Prof. Giorgio Cella È dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano, dove svolge attività di docenza nell’ambito del corso Storia e politiche: Russia ed Europa orientale. Come analista geopolitico ha all’attivo decine di articoli, saggi e pubblicazioni scientifiche di politica internazionale, ed è stato osservatore elettorale per l’OSCE nelle elezioni in Ucraina del 2019.

Source: volume inviato dall’editore. Ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa Carocci.

:: Un’intervista con Dott. Tiziano Ciocchetti Responsabile area Mondo Militare · DIFESA ONLINE a cura Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Benvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Bando ai preamboli data la grave situazione internazionale, mai così fluida e degli sviluppi imprevedibili. Siamo al 219° giorno di guerra “aperta” da quando l’esercito russo è entrato militarmente in Ucraina, tenendo presente la guerra “ibrida” che si trascina dalla fine del 2013 o per meglio dire dal “presunto” colpo di stato di piazza Maidan, la rivoluzione della piazza dell’Indipendenza. Putin annette territori, dalla Crimea in avanti, senza badare al riconoscimento da parte degli altri stati, delegittimando in parole povere sia il Diritto internazionale, che i dettami dell’ONU, che la prudenza. Perché secondo te usa questa strategia apparentemente senza criterio?

Putin vuole rompere l’Ordine Mondiale in essere dalla fine della Guerra Fredda, ovvero l’egemonia statunitense nel Mondo. La necessità di annettere territori che separino la Federazione Russa, dai paesi aderenti, alla NATO è dettata dalla storica paura dell’accerchiamento e quindi dalla necessità di creare profondità strategica. Per quanto riguarda il Diritto Internazionale, per Mosca è solo una costruzione occidentale, regolarmente violato quando fa comodo anche dagli USA (vedi Iraq e altre invasioni di stati sovrani compiuti da Washington).

Tra poche ore, probabilmente quando uscirà questa intervista sarà già avvenuto, a Mosca Putin si appresta a ufficializzare l’annessione di quattro regioni amministrative dell’Ucraina: Donetsk, Louhansk, Zaporijia e Kherson. Che conseguenze avrà un passo simile, di tale gravità sul corso della guerra? Se quelle regioni diventeranno territorio russo, oltre a violare l’integrità territoriale dell’Ucraina, già messa in criticità con l’annessione della Crimea, Putin sarà legittimato a difendere il territorio “russo” anche con l’atomica. Tutto ciò implica sia conseguenze giuridiche che politiche che economiche. E Biden e NATO non staranno certo a guardare come spettatori inerti. Forse neanche Pechino sarà d’accordo, riferendoci a Taiwan e alla sua sensibilità verso l’integrità territoriale delle nazioni.

Cambierà l’impegno russo nella guerra. Putin invierà sempre più uomini e mezzi, inoltre ci sarà meno riguardo per le installazioni civili. In merito alle armi nucleari, non credo che il Cremlino le utilizzerà, in quanto scatenerebbe una escalation nucleare di proporzioni immani. Pechino è d’accordo solo con ciò che gli fa comodo, oscilla da una posizione all’altra con molta disinvoltura.

Quali sono i piani di Putin? Sono mutati nel corso di questi ultimi mesi? Chi lo consiglia? Quali sono i suoi più stretti collaboratori?

Sicuramente il ministro della difesa Šojgu, l’unico che abbia realmente cognizione della situazione sul terreno. I piani sono sempre gli stessi: portare l’Ucraina fuori dall’orbita NATO e occidentale.

Puoi delinearci un bilancio di questi mesi di guerra da un punto di vista strategico e militare?

Lo scopo principale dell’analista non è quello di fare la “cronaca della guerra” come fanno i giornalisti ma di cogliere la differenza tra le tendenze di lungo periodo e le oscillazioni momentanee. A lungo infatti sia gli analisti che il pubblico si sono chiesti nel corso di questi oltre 7 mesi di guerra se le varie sconfitte alle quali sono state sottoposte le armate di Mosca siano stata delle semplici battute d’arresto (ascrivibili a momentanee oscillazioni) oppure, prese complessivamente, rappresentino il segnale che “la marea ha cambiato il suo corso e la guerra avrà ora un esito favorevole all’Ucraina”.

Anticipo già la risposta dicendo che: no, nonostante tutto non è condivisibile l’affermazione che l’esito della guerra stia cambiando in favore di Kiev, cerchiamo nondimeno di analizzare il tutto in maniera asettica per capire come siamo arrivati a questo punto e come le cose potrebbero evolvere nel prossimo futuro.

È indubbio che l’Ucraina non sta resistendo da sola. È già uno scontro USA NATO Russia, si può secondo te tornare indietro? che passi consiglieresti di fare, che compromessi sarebbero necessari perché davvero non diventi una Guerra Mondiale a tutti gli effetti?

Gli USA e la NATO sono coinvolti fin dall’inizio, direi da molti anni, e non credo si possa tornare indietro. La guerra ucraina è uno scontro tra Russia e USA, l’Europa si trova nel mezzo e sta subendo danni seri.

Il vertice di Samarcanda tra Russia, Cina ha secondo te consolidato l’asse strategico Russia – Cina? O pensi la Cina (insieme all’India) sia pronta a defilarsi magari in extremis se la situazione sfugge di mano?

La Cina guarda solo al proprio interesse, gli assi si possono rompere. Ovviamente Pechino necessita di un alleato forte per contrastare gli Stati Uniti. L’India sta continuando nella sua tradizione di paese non allineato, ma osserva la Cina e le mosse che farà.

Grazie delle risposte, spero siano utili per fare chiarezza.

Roma, 30 settembre 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina, e le sue ripercussioni sulle più ampie Relazioni internazionali a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2022

Grazie professore di questa nuova intervista dopo 219 giorni di guerra, dalla cosidetta “Operazione speciale” in Ucraina della Russia. Le domande che le farò non verteranno unicamente sulla “Questione ucraina” nello specifico ma anche soprattutto sulle ripercussioni di questo scontro armato “aperto” sulle più ampie Relazioni internazionali.
Volendo essere ottimisti, o perlomeno ragionevoli, il conflitto atomico non scoppierà e si raggiungerà un compromesso che ricomponga le divergenze per quanto insanabili. Posta la premessa dunque, che tutti ci auguriamo non sia smentita dai fatti, che forse, anche tra alcuni mesi, la pace tra Russia e Ucraina sarà siglata, le relazioni tra Russia e Occidente non saranno più le stesse. Come valuta lo spostamento a Oriente della Russia, già solo alcuni anni fa impensabile, e la sua prevedibile conseguente asiatizzazione?

Accolte le cautele, condivise le speranze, si tratta di accettare che le cose del mondo d’oggi sono molto diverse da quelle di qualche anno fa. Per dirla alla buona, il mondo (intendo quello nel quale si muovono gli stati) è andato incontro a una specie di disfacimento complessivo, allo sgretolamento di tutto quello che se ne pensava, e anche di quel che se ne scrisse – e di quel che dicono gli studiosi! Fino a pochissimi anni fa, si parlava di “New American Century”, di un nuovo mondo liberale, di nuovo ordine democratico: ebbene, le cose stavano all’esatto contrario. Mi sono sforzato, un’infinità di volte, di spiegare che il nostro tempo è quello in cui siamo fuoriusciti da un’età ordinata e solida, con qualcuno che comandava il mondo, e tanti altri che obbedivano. Ma poi il giocattolo si è rotto, e il mondo non è più pacifico e ordinato, ma è al contrario caduto in un vortice di disgregazione e di ottusità. Un solo esempio: tutti sapevamo che l’avventura afghana non poteva che finir male (e per tutti! afghani e americani), ma fino all’agosto del 2021 nessuno se ne era preoccupato. Tutti (o almeno chi aveva il compito di essere informato) sapevano che nel 2014 Putin aveva già occupato la Crimea e che una “piccola” guerra era dunque iniziata – ma nessuno se preoccupò.

Dico ciò perché il vero e grande (nonché sottaciuto) problema delle relazioni internazionali oggi è proprio l’ignoranza, condita di superficialità e banalizzazione. Le (ridicole) chiacchere di molti quotidiani o di star di talk show, o i diari di guerra che molti quotidiani ci ammanniscono giorno per giorno sull’andamento delle operazioni militari in Ukraina ci dicono che non sanno guardare più in là del loro naso. L’idea era che si trattasse di episodi che avrebbero esaurito la loro portata nello spazio di qualche settimana e con qualche centinaio di morti… Non è la prima volta che uno stato decide di annettersene un altro. Un secolo e mezzo fa il Messico rifiutò di cedere la “sua” California, che tale era sotto ogni qualsiasi ipotizzabile principio, e gli Stati Uniti non fecero altro che dichiarare guerra al Messico (regolare e normale stato secondo il diritto internazionale del tempo) e conquistare quella California che, se oggi non fosse degli Usa avrebbe avuto ben diverso destino.

Detto meno polemicamente (ma senza torcere un capello alla verità storica), la storia dell’ultimo mezzo secolo può essere così riassunta: caduta del Muro di Berlino e fine del bipolarismo; apparente vittoria dell’Occidente; declino (drammatico) dell’URSS che addirittura scompare dalle carte geografiche, creazione di un nuovo stato che pretendeva conservare il suo vecchio ruolo di seconda più grande potenza del mondo, ma era in realtà un paese di dimensioni medio-piccole, con una popolazione limitata, un PIL penoso (esclusi petrolio e gas che non sono “prodotti” ma pure e semplici risorse naturale), un sistema industriale arretrato, una cultura declinante (né Dostojevski né Tolstoi abitano più là) – una popolazione triste povera e sovente affamata. Da parte sua, l’Occidente era soddisfatto dei suoi successi e dei suoi privilegi e considerava ognuna delle crisi locali (Iraq, Siria, Libia, Yemen, e via discorrendo) puri e semplici casi della vita che, prima o poi si risolvono da soli…

A fronte dell’ignavia di una società politico-internazionale ottusa stanno però alcune migliaia di persone uccise invano: quella che si sta scrivendo è una delle più brutte pagine della storia del mondo – e non solo occidentale, come se tutta una tradizione storica si stesse destrutturando senza aver ancora (per fortuna?) capito come si potrebbe costituire una nuova società internazionale.

Le parole sono importanti, specie quando si parla di Relazioni internazionali, e Scienze diplomatiche, l’utilizzo di alcuni termini a discapito di altri può essere essenziale anche quando si sta cercando di comporre una pace mai così difficile dal termine della Seconda Guerra mondiale ad oggi in Europa. Che parole utilizzerebbe per delineare una pace possibile? La Russia accetterà mai il concetto di integrità territoriale, vero punto di divergenza con la Cina, penso a Taiwan. Se no ci si incanalizzerebbe nel “due pesi e due misure”.

Posso così passare al secondo punto: come potrebbe essere la pace? La domanda è troppo complessa per una risposta bruciante, ma posso dire che sto finendo di scrivere un libro che parla dell’esatto contrario, e cioè di che cosa sia la guerra, non in termini di vittoria e sconfitte, di armi e di conquiste, ma del suo significato: mentre la pace ha un significato profondo – regolamentare i rapporti tra decine e decine di stati che agiscono in nome dei propri cittadini e non perseguendo un interesse nazionale che proprio non si sa che cosa sia –e utilissimo perché è la condizione materiale per la vita degli esseri umani, la guerra non è altro che la condizione materiale per la loro morte.

E allora, che senso ha il concetto di “integrità nazionale”? Essa non è altro che una parentesi, più o meno lunga, della storia materiale (riferita ai territori e non ai confini, che non esistono) di determinate porzioni del pianeta, delimitata tra un assetto politico-istituzionale e un altro. Né la Russia né la Cina possono immaginare che cosa sarà del futuro, ma si può immaginare che la prima continuerà a declinare a lungo, e la Cina resterà alla finestra per altrettanto tempo. La prima è povera e lo sarà di più, la Cina si limiterà, per ora, a curare la propria crescita “controllata” e non più disordinata. L’una e l’altra hanno condizioni esistenziali grandi e opposte: la Russia è più grande della Cina, ma la sua popolazione è la decima parte di quella cinese. In termini di pura forza potenziale non c’è partita perché la prima è circondata, a est e a ovest; la Cina ha invece l’immenso spazio dell’oceano pacifico…

Può esplicitarci il concetto di dottrina del contenimento della Cina?

La Cina non può più essere materialmente contenuta perché è l’unico stato che dispone di tutte le risorse, umane e materiali, per resistere in qualsiasi condizione. Ma essa ha una specie di “palla al piede”, la sua popolosità. Dovesse mai richiedere alla sua popolazione uno sforzo comune e unitario, difficilmente riuscirebbe nello scopo e, anzi, rischierebbe di provocare sommosse o addirittura assalti al potere centrale. Ma la Cina ha anche un passo lungo e lento: il caso di Hong Kong lo dimostra. E’ nelle mani dalla Cina da ormai un quarto di secolo e i costi politici dell’”invasione” sono stati minori dei vantaggi economici conseguiti. Un’ipotesi-Taiwan sarebbe ovviamente molto più complessa e sanguinosa, più per motivi storici che attuali, e forse la Cina potrebbe accontentarsi di rivendicare una sua vaga proprietà sull’isola, e aspettare che le cada tra le braccia, anche tra molti anni.

Se poi si immagina un contenimento fatto di postazioni missilistiche occidentali collocate tutt’intorno alla terra e all’oceano, si farebbe null’altro che, per un verso, provocare inutilmente la Cina e, per un altro, cercare di realizzare un compito “impossibile”, perché la Cina ha confini troppo grandi e lunghi per poterli controllare.

Insomma, l’Asia continentale è ancora lontana, e nell’Asia c’è la Cina. Dunque, non è vero non lo è ancora, che “la Cina è vicina”.

La progettazione della nuova governance mondiale rientra tra gli obiettivi strategici ritenuti più rilevanti dal governo di Pechino?

Non credo che la Cina abbia, oggi come oggi, interessi strategici in riferimento all’ordine mondiale. Per dirlo con un paradosso, la Cina è sufficientemente grande per bastare a se stessa: che interesse potrebbe avere a mettere le mani sull’ordine mondiale? Direi che non rientra neppure tra le ipotesi di più lungo respiro. Governare la Cina è già come governare mezzo mondo… e poi sembra più interessata all’Africa e alle sue risorse che non all’Europa e ai suoi capricci.

E’ più che evidente che Cina e India a Samarcanda abbiano consigliato, se non intimato, alla Russia di terminare al più presto questa controversia politica e territoriale. Il progresso economico ha bisogno di pace e stabilità. Ritiene corretta questa mia analisi?

Corretta, ma inevitabilmente astratta, perché tutti vivrebbero meglio se… Che la Cina non voglia essere “disturbata” nel suo cammino è chiaro, ma lo stesso non si può dell’India, popolosa come la Cina, ma territorialmente un terzo. La sua storia recente e il regime nel quale si arrotola attualmente (ivi comprendendo un bassissimo rispetto dei diritti umani) ne fanno uno stato marginale e quasi irrilevante – benché abbia tutte le possibilità di assumere ruoli ben diversi in futuro. Ma non dimentichiamo – e vale per tutti – che non essendoci ancora stato, il futuro potrà essere qualsiasi cosa, che lo vogliamo oppure no.

L’America viene accusata di “unilateralism, exclusionism”, soprattutto riguardo all’irresponsabile e “sconsiderato” abbandono dell’Afghanistan, che segna un duro colpo nella lotta contro l’emergenza terroristica. Come gli Stati Uniti giustificano questa scelta?

In un mondo orfano dell’Impero, il multipolarismo è la sola alternativa non bellicosa allo scivoloso disordine incombente che minaccia da vicino vitali interessi europei. Lo pensa anche lei?

Queste ultime domande, che riportano al centro USA, equilibri, alleanze, ordinamenti, ricostruzione di assetti o invenzione di altri nuovi mi appaiono assolutamente insondabili: si direbbe che tutto si sia invecchiato. Gli USA hanno avuto un rendimento pessimo in Afghanistan, dal 2001 in poi, e in Iraq, in Siria, nei rapporti con la Turchia, E poi in tutto il Medio Oriente allargato, e nella questione palestinese, in Africa non sono riusciti né ad aiutare la Francia né a sostituirla nello sfruttamento ancora possibile.

Per sintetizzare, direi che gli Stati Uniti stanno dando la peggiore loro possibile immagine nel mondo e sul mondo. La politica estera americana (e cerchiamo di dimenticare casi come quello cileno del 1973, e in diverse altre parti dell’America latina, il “giardino di casa”) appare assolutamente incapace di affrontare la realtà, di consigliare ai governanti delle linee-guida ragionevoli e di farsi un’idea del mondo che abbia una certa compattezza e consequenzialità, di consigliare gli alleati proteggendoli o guidandoli nei tortuosi sentieri della politica internazionale.

Più in generale, il mondo ha da tempo perduto una sua coerenza e una progettualità pacifica. Ho giò detto, molte volte, che l’idea che mi faccio del mondo attuale è quella di una società non soltanto in crisi, ma in gravissimo declino, e che soltanto qualche immenso evento traumatico potrebbe incidere su esso in modo radicale: peccato, però, che questo modo abbia un nome ben preciso: guerra!

Terminerei l’intervista chiedendole a che opera sta lavorando adesso, e se può anticiparci i temi centrali. Grazie.

Sono vecchio, e questo sarà verosimilmente il mio ultimo lavoro. E poi ho già fatto cenno all’inizio al mio attuale lavoro: il tentativo di dimostrare che la guerra non è un evento casuale o involontario, né il frutto del delirio di menti malate, né di una perversa fascinazione. Essa è, purtroppo, la più immane e devastante forma di “razionalità” che possa esistere. Nessuno – fuor che i pazzi – ama la guerra e chi la fa è perché ha delle ragioni (buone o cattive: ma questo è un altro paio di maniche) per ricorrervi. Questo è il vero dramma della guerra.

Torino 30 settembre 2022

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive di Giacomo Gabellini (Arianna editrice 2022) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2022

Tra i libri letti in questi ultimi mesi per approfondire e dirimere l’intricato coacervo di propaganda e realtà storica riguardante le origini e gli sviluppi della cosiddetta “Questione Ucraina”, ho trovato di estremo interesse la lettura di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive dell’analista e studioso Giacomo Gabellini, che ho già avuto modo di intervistare nel maggio scorso in occasione dell’uscita del suo libro edito per Arianna Editrice. Il pregio di questo libro è senz’altro avere una chiave interpretativa dei fatti netta e argomentata, oltre a possedere un solido bagaglio di conoscenze storiche e geopolitiche. Seppure schierato, è interessante notare che le sue conclusioni, ormai sotto gli occhi di tutti, concretizzano posizioni che erano abbastanza chiare già una decina di anni fa agli studiosi più lungimiranti: il “sogno” di Gorbachev, tra l’altro mancato solo pochi giorni fa all’età di 91 anni, di avvicinare la Russia all’Europa, sogno che personalmente condividevo come molti giovani degli anni’90, ormai è irrimediabilmente sfumato, l’allenaza geostrategica, con tutte le incognite del caso, tra Russia e Cina è ormai inevitabile, come la conseguente asiatizzazione della Russia. Detto questo il libro di Gabellini ha il pregio di fornire un’analisi storica seria, ed enunciare sia resposnabilità che prospettive. Confesso che ho una conoscenza parziale della materia, per cui se vi fossero presenti errori storici perlomeno, le analisi argomentate naturalmente rientrano nell’ambito delle valutazioni personali, non avrei la competenza per segnalarli, ma dalle letture che ho fatto molti dati corrispondono, per cui si evince un approfondito studio di testi e documenti. Molte cose le ho apprese dalla lettura di questo libro, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e mi ha fornito strumenti di analisi che utilizzerò anche nella lettura di altri testi. Partendo dall’identità degli slavi d’oriente, formatasi nello spazio geografico dell’antica Rus’ di Kiev, e unificati sotto il profilo religioso da Vladimir I (958-1015), che impose la conversione al critianesimo, si arriva nella breve introdizione storica al febbraio del 1919 quando durante la conferenza di Versailles, al termine della Prima Guerra Mondiale, con una nota diplomatica si richiedeva il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina. Con la fine dell’Impero Zarista e la nascita dell’Unione sovietica parte dell’Ucraina nel 1922 entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Ecco per capire le origini dell’odierno conflitto, e le cause di attrito e frizione tra Ucraina e Russia, è bene partire da questo spartiacque storico. Senza tralasciare, a mio avviso, la successiva immane carestia, conosciuta con il termine Holodmor, di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame. Sono punti nodali che è bene tenere presente per le seguenti analisi, e aiutano a fare un’analisi scevra da preconcetti e strumentalizzazioni troppo banali. E’ interessante notare come la consocenza della storia può aiutarci a evitare errori che sembra si ripetano ciclicamente e soprattutto ci aiuta a superare visioni parziali come per esempio, il fatto che sia falso ritenere che la guerra sia iniziata con l’occupazione militare russa dell’Ucraina del febbraio 2022, ignorando i fatti accaduti già dal 2014. Credo che ormai tutti gli analisti seri abbiano superato questo ostacolo nello sforzo conidviso di cercare di ottenere una risoluzione pacifica di tutte le problematiche in corso. Ve ne consiglio la lettura, affiancandola anche ad altri testi di approfondimento, per avere una sempre più lucida visione di insieme. Il raffronto e il confronto, oltre alla conoscenza, sono in fondo le uniche armi pacifiche che possediamo. Buona lettura.

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

Source: acquisto personale.

:: In lode della guerra fredda di Sergio Romano (Longanesi 2015) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2022

A dispetto del nome, la Guerra fredda fu un lungo periodo di pace e stabilità per l’Europa. Pur se costellati da momenti di grande tensione, i decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale furono caratterizzati dalla fermezza con cui le due superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, seppero frenare le forze che al loro interno premevano per lo scontro, ben consapevoli che lo scoppio di una guerra nucleare avrebbe avuto conseguenze disastrose per tutti. Con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Urss, i confini dell’ex Impero sovietico divennero nuovamente contesi, rinacquero antichi nazionalismi, scoppiarono numerose guerre: in Cecenia, nel Caucaso e nella ex Jugoslavia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, pensarono di avere vinto la Guerra fredda, ma oggi emergono chiari i limiti della superpotenza americana e le conseguenze del suo avventurismo: rivoluzioni sfuggite di mano, guerriglie fomentate dal fanatismo religioso, contrasti sempre più accesi con la Russia. Ma la fine della Guerra fredda, e i conflitti del dopoguerra, hanno avuto come effetto soprattutto il sorgere dei «non Stati» – Isis, Ghaza, Kurdistan iracheno, Bosnia, Kosovo, Siria, Libia – con le grandi incognite che ne derivano: come si combatte contro un «non Stato»? Come lo si governa? E come si può ricostruire l’ordine perduto?

In questi giorni confusi e convulsi ho ripreso un libro di Sergio Romano, autorevole commentatore di quasi tutti i fatti salienti accaduti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, uscito ormai nel 2015 dal titolo emblematico di In lode della guerra fredda. Con la sua mente lucida e analitica Romano ripercorre gli avvenimenti storici occorsi dalla Rivoluzione Ungherese alle rivolte arabe in Egitto, Libia e Siria, senza tralasciare gli antefatti della cosidetta “questione ucraina” e lo fa focalizzando importanti correlazioni e riflessioni che spiegano l’evolversi di un processo lento e difficoltoso che ha il suo punto di svolta nel crollo del regime comunista dell’Unione Sovietica. La fine dell’URSS ha posto di fatto fine alla Guerra Fredda, cosa di per sè positiva, ma ha anche in realtà spezzato quell’equlibrio di forze, a prescindere dalle valutazioni etiche e morali dei vari regimi, che mantenevano la pace seppur sotto la minaccia di un conflitto atomico. Possiamo definirla vera pace? Questa è un’interessante domanda etica che mi sono posta durante la lettura considerando il fatto che sebbene in Occidente si visse un periodo di relativa assenza di conflitti armati (senza dimenticare le guerre jugoslave, comunque post caduta Muro) non si rinuncio a coflitti armati per procura in altre parti del mondo. In lode della guerra fredda dunque è un compendio, molto illuminante, di più di cinquant’anni di storia politica, caratterizzato da capitoli brevi ed essenziali che sintetizzano i principali avvenimenti occorsi e aiutano grazie a un linguaggio semplice ed efficace, a fare chiarezza su avvenimenti per i più giovani, che non hanno vissuto quegli annni, ancora oscuri. I meno giovani, che hanno avuto un’esprienza diretta delle conseguenze di quei fatti, potranno comunque, grazie a questo testo, avere una visione di insieme utile a far luce su quelle dinamiche sotterranee che hanno portato agli avvenimenti contemporanei. Naturalmente sono interpretazioni, teorie politiche, giudizi forse in alcuni casi anche troppo severi, specialmente nei riguardi degli Stati Uniti con cui Romano non ci va leggero imputandogli colpe e responsabilità, determinati però dal punto di vista privilegiato da cui l’autore li ha osservati. Consiglio di leggere soprattutto attentamente i capitoli riguardanti la crisi ucraina, e l’irresistibile avanzata della Nato, oltre al capitolo intitolato: Chi ha vinto la Guerra Fredda? E poi naturalmente c’è il dopo e tutti gli strascichi che sono occorsi. Ci si domanda perchè tante guerre “calde” si sono sviluppate nel post Guerra Fredda, e soprattutto si analizzano le difficoltà nell’intraprendere un percorso di convivenza pacifica e governance globale democratica diretta, sempre considerato che i paesi democratici al mondo sono una minoranza ristretta e privilegiata. E soprattutto sempre che i popoli del mondo la vogliano e non preferiscano rinunciare a parte della loro libertà e dei loro diritti fondamentali in cambio di un maggiore benessere economico o financo della mera sopravvivenza. Doloroso dilemma che ci fa riflettere sui costi (reali) della democrazia, e sui sacrifici che siamo disposti ad affrontare per il mantenimento della pace, sempre considerato che una guerra globale (atomica) a tali condizioni non prevede nessun vincitore (e tutti lo sanno). La debolezza dell’Unione europea, pur mantenenedo un giudizio relativamente positivo sull’operato dei vari attori politici dalla Merkel a Hollande, è il punto critico che Romano ha focalizzato nel 2015 che ha ripercussioni fino ad oggi e questo giudizio è condiviso anche da altri osservatori politici e mi sento di condividerlo anche io sebbene mi interroghi su come ricostruire l’ordine perduto, impossibile se dimentichiamo che senza una diffusa e condivisa giustizia sociale ed un’equa distrubuzione delle risorse non ci può essere vera pace, la sola condizione possibile per la sopravvivenza della nostra specie.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi ultimi libri pubblicati da Longanesi: La Chiesa contro (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014), In lode della Guerra fredda. Una controstoria (2015), Putin (2016), Trump (2017), L’epidemia sovranista (2019), Processo alla Russia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Longanesi.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2022

Quello che nessuno voleva, e la diplomazia ha cercato di evitare, purtroppo è successo. La Russia è entrata militarmente in Ucraina, e sta per occupare Kiev. Volodymyr Zelens’kyj è in un luogo sicuro e sembra guidi la resistenza. L’Occidente, NATO e USA minacciano per ora solo sanzioni economiche e finanziarie, ma non militari. Anche la Cina non manda contingenti militari ma appoggia Mosca per ora comprando il suo grano. La situazione è fluida e dinamica e anche di difficile definizione. Può essere una guerra lampo, come un conflitto che si trascinerà all’infinito. Tutto alle porte dell’Europa. Secondo te era un intervento pianificato da tempo da Putin, o è tutto precipitato nelle ultime settimane?

L’intervento dei russi era pianificato da tempo. I combattimenti di questi due giorni sono la prosecuzione (in una forma assai più acuta) della guerra iniziata nel 2014. L’invasione dell’Ucraina deve essere una guerra lampo (blitzkrieg), altrimenti per Putin si trasformerà in una disfatta. Non dobbiamo sopravalutare le forze russe, hanno un’autonomia limitata, non possono alimentare l’attacco all’infinito.

Dove la diplomazia ha sbagliato?

La diplomazia occidentale, nei confronti della Russia, ha commesso errori per trent’anni. Gli USA hanno continuamente provocato la Russia, annettendo nella NATO tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia. In ultimo, la richiesta di Kiev di entrare nell’Alleanza ha fatto precipitare la situazione. Tale atteggiamento ha portato all’accerchiamento della Federazione, risvegliando antiche paure del popolo russo. Una Superpotenza deve essere rispettata!

Quali sono le forze in campo da parte russa e ucraina?

Le Forze russe, nella giornata di ieri, hanno compiuto attacchi di terra (con unità corazzate) anfibi, elitrasportati e missilistici. Ovviamente si sono assicurate la superiorità aerea. L’intero spazio aereo ucraino è sotto il tiro dei sistemi superficie-aria S-300 e S-400. Quello che ho ravvisato nella giornata iniziale è l’impiego dei carri più vecchi (T-72), magari per saggiare le difese contro-carro del nemico. Gli ucraini hanno spostato la loro aviazione a ovest, vicino ai confini dei paesi NATO. Al momento, principalmente, cercano di arginare l’avanzata russa con i sistemi contro-carro forniti da USA e Regno Unito (Javelin e NLAW).

Nel caso l’Ucraina si arrendesse, seguendo la richiesta di Putin, che scenari si presenterebbero?

Mosca vuole il riconoscimento delle repubbliche separatiste e della Crimea, nonché l’instaurazione a Kiev di un governo filo-russo. Si potrebbe verificare anche una divisione dell’Ucraina, magari prendendo come linea di demarcazione il fiume Dnepr.

Sanzioni puramente economiche e finanziarie basteranno, o la NATO ha anche come ultima ratio in previsione uno scontro armato? Seppure l’Ucraina non faccia (ancora) parte dei membri del Patto Nord Atlantico.

Uno scontro frontale tra NATO e Russia è altamente improbabile (oltre che impensabile). Al massimo, se le operazioni russe ristagneranno, i paesi NATO potrebbero fornire armi e munizioni alla resistenza ucraina.

Quali sono i rischi reali che il conflitto dilaghi e si estenda alla Bielorussia e agli altri paesi confinanti? C’è il rischio reale dello scoppio di una guerra mondiale?

Il rischio è minimo, i paesi confinanti a ovest e a nord con l’Ucraina fanno parte dell’Alleanza.

Secondo te c’è qualcuno che Putin ascolterebbe? Disposto a intraprendere una reale mediazione? C’è ancora tempo per una “conciliazione”?

Putin ha un piano preciso, si fermerà solo quando lo avrà portato a termine oppure sarà sconfitto.

Gli Stati Uniti come stanno affrontando questa crisi, ne stanno comprendendo la reale portata?

Per la prima volta nella storia un presidente americano, nell’affrontare una crisi internazionale, ha escluso a priori l’uso della forza militare.

E l’Italia? Sembra che gli incontri Draghi Putin sia saltato, solo Macron mi pare abbia mantenuto un tenue filo di negoziazioni con Mosca. Esautorare la Russia dal sistema finanziario mondiale (fuori dallo Swift) è la mossa giusta? Perché Italia e Germania si sono opposti (Germania e Italia infine favorevoli n.d.r)?

Noi non contiamo nulla! La Russia comunque fa parte del sistema finanziario mondiale.

Come ultima domanda, lo so che è molto difficile stilare bilanci o fare previsioni, ma cosa ti auguri succeda nei prossimi giorni?

Una completa vittoria dei russi.

Roma 25 febbraio 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

23 febbraio 2022
Il bacino del Donec interessa i territori orientali dell’Ucraina (aree dorate). Al centro della mappa, in azzurro, l’imponente corso del Dnepr.

Grazie professore di questa nuova intervista che riprende quella che ci ha concesso nell’aprile del 2015 sulla crisi russo-ucraina. Lei non è un esperto di Europa Orientale, ma è un esperto delle dinamiche che portano a combattere le guerre, evitarle, perderle o vincerle. Suo del 1994 è un libro molto prezioso dal titolo Guerra e pace: due secoli di storia del pensiero politico (FrancoAngeli), che se vogliamo consiglierei ai nostri lettori e anticipa molte delle dinamiche che vediamo oggi. Una domanda breve e molto personale: come siamo arrivati secondo lei a questo punto in Ucraina? Ricordo che la cosiddetta guerra civile scoppiata nel 2014, è continuata fino a oggi senza una reale pacificazione o accordi definitivi, verte sul riconoscimento formale della sovranità delle regioni ucraine separatiste e filo russe di Donetsk e Luhansk che nel 2014 si sono autoproclamate Repubbliche indipendenti da Kiev.

E’ necessaria una premessa: il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, vivono da tempo in una sorta di nirvana, che li culla in una sorta di incosciente indifferenza. Nulla di male nel non volersi interessare degli affari del mondo, ma soltanto se si è già rinunciato a sentirsi grandi potenze, a occuparsi di paesi lontani, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, e via discorrendo. In altri termini, la gestione di una politica estera – di qualsiasi stato – richiede un impegno costante e continuativo. Bisogna occuparsene tutti i giorni, per così dire, e non svegliarsi dal torpore quando da qualche parte uno starnuto ci fa sobbalzare.

Questo non è un invito alla politica di potenza o alla continua ingerenza negli affari altrui. Significa piuttosto che la realtà è complessa, evolve in continuazione, può cambiare o modificare il proprio indirizzo. Capirlo servirebbe non tanto a evitare le guerre, ma a essere presenti a se stessi, ad avere la consapevolezza di quel che sta succedendo nel mondo. Certo, questo non era stato l’atteggiamento del presidente Trump, e il primo anno del governo di Biden si è rivelato non tanto diverso. Un esempio per tutti: l’abbandono dell’Afghanistan alle sue miserie è una delle pagine più indecenti della storia della politica estera americana.

Veniamo ora al punto di oggi – o meglio, di ieri perché la situazione dl Donbass era nota al mondo da un decennio – ma evolve in continuazione. Ma chi se ne era più preoccupato?

C’è una linea da nord a sud, che va dalla Lituania a Sebastopoli (tanto per ricordare il nome a cui Tolstoj intitolò i suoi straordinari Racconti di Sebastopol), sulle rive del mar nero, che segna quasi esattamente il senso della politica estera-occidentale della Russia, che è il sogno imperiale di Putin e e costeggia la Polonia, quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Quello era il confine tra i due mondi occidental-capitalistico e Russia comunista (con alcune appendici). Quello stesso confine strategico-politico oggi passa semplicemente attraverso due nuovi stati, uno che viene chiamato Bielorussia (e una volta era semplicemente una delle “repubbliche socialiste sovietiche”, e un altro come – guarda caso – l’Ukraina.

Il punto geografico- strategico (e non geopolitico, giacché quest’ultimo non esprime analisi e spiegazioni, ma “leggi” naturali che non esistono) riguarda i motivi che hanno portato l’URSS, in prima battuta, e la Federazione russa subito dopo,, ad arretrare di un paio di migliaia di km, verso est, quindi, formando un cuscinetto verso l’Europa dell’ovest molto più ampio di quanto non fosse quello che intercorreva ai tempi della guerra fredda.

Già… i tempi della guerra! È da quando finì, cioé nell’Ottantanove, che la storia ha subito una svolta (stavo per dire: uno scossone, un terremoto…): la seconda più grande potenza militare, oltre che ideologica e politica, del mondo che scompare dalle carte geografiche senza aver sparato un solo colpo di fucile! Lo stesso risultato che si ottiene con una grande guerra senza avere combattuto, ucciso, distrutto. Tra le conseguenze poco discusse e meno ancora analizzate, due avevano il primato: una per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’altra per la Russia.

Gli Usa vinsero quella che si poteva considerare la guerra ideologica, ma persero il riconoscimento della loro supremazia da parte degli alleati. La Russia perse anche sul piano territoriale, perché diverse sue ex-repubbliche ottennero l’indipendenza. Gli Usa non seppero valutare la portata dell’evento – straordinario e unico nella storia delle relazioni internazionali – e continuarono la politica estera ingenua e inconsapevole (le guerre contro Afghanistan e Iraq, e poi l’intromissione nella guerra civile siriana sono state le vere “sconfitte” americane, con la perdita di immagine, oltre che potenza e di capacità militare, che mostrarono) senza accorgersi che gli stessi alleati avevano incominciato a perdere fiducia nel “fratello maggiore” decaduto…

Sintetizzo eventi che si sono sviluppati lentamente, ma i cui risultati appaiono oggi ben chiari. Capì tutto e quasi subito il nuovo “zar” di Russia, Vladimir Putin, che si accorse di trovarsi a capo di uno stato poverissimo (se non di risorse naturali), privo di una struttura industriale capace di dare lavoro a milioni di povere persone. Ma in cambio scoprì una miniera: il nazionalismo e l’espansionismo (non tanto lontano dai disegni hitleriani, a ben vedere) che avrebbero dovuto consentirgli di riconquistare le terre perdute. Di fronte a un Occidente che pensò, in modo tradizionalistico e meccanico, di spostare il cordone di sicurezza verso la Russia, come ai vecchi tempi (ma non c n’era più bisogno), Putin poté iniziare la sua “grande marcia”, che iniziava da una regione “dimenticata” come quella del mare di Azov, guarda caso vicino a Donetsk e Lugansk. La porta a sud veniva dunque chiusa fomentando il nazionalismo pro-russo, mentre la porta, ancora più importante e molto più grande, a ovest, era tenuta aperta dall’Ukraina, solleticata dall’idea di passare nella parte più ricca del pianeta.

Il controverso referendum indipendentista nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale di Donetsk e Lugansk è stato un vero plebiscito (anche se dall’Occidente considerato finanziato dal Cremlino). Per quanto riguarda l’integrità territoriale dell’Ucraina il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, come è stato richiesto dalla Duma a Putin (1), sarebbe un atto che rientra negli interessi di Mosca? Secondo lei perché Putin attende, cerca di frenare magari l’ala più interventista pronta a fare precipitare la situazione? Ricordiamo che quelle aree sono aree di guerra e la gente muore sul serio.

Penso che Putin stia semplicemente giocando con il topo. Sulla base di un progetto che proietta Putin alla presidenza fino al 2036 (secondo la sua più recente modifica costituzionale) con l’intenzione di ricostituire la consistenza territoriale dell’impero zarista, o meglio, di quello sovietico, Putin ha iniziato da alcuni anni a sbocconcellare i margini che contornano i vecchi confini: dapprima la Crimea, poi l’Ukraina. Non ci si sbaglierà proprio a prevedere che la prossima mossa riguarderà la Bielorussia (del resto ancora, o già, o russificata)… La Russia è lo stato più esteso al mondo; alla fine dell’operazione-riconquista, un po’ come fu la progressiva conquista da parte degli Stati Uniti di territori sempre più vasti (Texas, California, eccetera) e lo sarà ancora di più, ma verosimilmente non diventerà per questo più ricca o più democratica. Al contrario, le difficoltà per Putin aumenteranno perché, per loro fortuna, le nuove generazioni sono libere dall’indottrinamento del passato. La popolazione è piuttosto scarsa; l’industria e le industrie sono arretrate; la spesa militare è al di là di ogni ragionevole criterio strategico; il prodotto nazionale lordo è basso e quel che lo nutre sono comunque solo materie prime, petrolio e gas, che sono stati forniti dalla natura e non dall’ingegno locale.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche nel caso avesse informazioni certe su questo attacco imminente perché darne notizia pubblicamente così alla popolazione aumentando il panico e la confusione. Questa strategia ha una funzione di deterrenza?

Risponderei semplicemente che Biden è indeciso, incerto, e impreparato. Continua a seguire e inseguire le mosse di Putin, ma è chi fa il gioco che vince il braccio di ferro della dissuasione reciproca (posso informare che il primo libro, nel 1971 – 53 anni fa! – si intitolava proprio La politica della dissuasione). Ora il principio basilare, necessario ma non sufficiente, di una strategia di dissuasione è la credibilità: non bastano grandi minacce, bisogna che l’avversario le creda realistiche, cosicché attraverso un altro marchingegno, l’escalation, il gioco continui con rilanci sempre pericolosi, fino al momento in cui entrambe le parti si accorgono che di quel passo si rischia davvero l’Armageddon.

A chi conviene in realtà questa guerra, personalmente direi suicida? Se si arrivasse a uno scontro aperto tra USA e NATO e Russia, la Cina non starebbe a guardare e il rischio di un Armageddon atomico sarebbe reale.

La Cina di adesso starebbe certamente a guardare: non ha nulla da perdere se gli Usa vengono scornati o se la Russia deve arretrar anche di un solo passo. La Cina non è disinteressata o neutra, ma si sta consolidando – aggiungerei anche peggiorando. La sua leadership è sempre più autoritaria, illiberale e vorace, ma calma, lucida e riflessiva.

E poi infine le chiedo che prospettive ci sono per la risoluzione pacifica della crisi russo-ucraina? Può essere ancora risolta solo da accordi diplomatici che mettano tutti d’accordo su prezzo del gas e materie prime?

Sì, può essere risolta così, ma l’Occidente – essendo stato battuto sul tempo (ecco il perché della mia premessa iniziale) – dovrà pagare dei prezzi, in parte inevitabili, altri scontati, per quanto riguarda il ritocco dei confini territoriali russi. Alla peggio, le zone russificate dovranno essere abbandonate a se stesse. Gli Usa e l’Unione europea non andrebbero mai a combattere per Donetsk.

Torino, 23 febbraio 2022

Nota (1): Due giorni fa Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti che riconoscono la sovranità delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

19 febbraio 2022

Benvenuta Diana Johnstone e grazie per averci concesso questa nuova intervista che verterà essenzialmente sulla crisi ucraina alle porte dell’Europa. Grazie ai tuoi studi, ricordo che hai un diploma in Studi Russi, sei forse la persona più adatta per rispondere ad alcune domande.

1. L’adesione dell’Ucraina alla NATO sembra essere la vera causa del contendere, mentre la sua neutralità o meglio la finnlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

DJ Non dimentichiamo che l’Ucraina non è una nazione storica, con un’identità ben definita. Il termine Ucraina, che significa terra di confine, originariamente era applicato ai territori tra Russia e Polonia. L’Ucraina è uno stato totalmente indipendente solo dal 1991. I suoi confini sono stati generosamente stabiliti dall’Unione Sovietica, estendendosi dalle aree orientali che facevano parte della Russia alle aree occidentali che facevano parte della Polonia, della Lituania, dell’Impero asburgico e di quelle popolazioni identificate come Occidente cattolico. Questa divisione si è manifestata alle elezioni presidenziali, quando gli elettori dell’Est e dell’Ovest hanno scelto partiti opposti. La vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha ampliato l’Ucraina verso ovest, rafforzando l’estremità filo-occidentale e anti-russa del paese. Da questa espansione, una vasta diaspora antirussa e anticomunista emigrò negli Stati Uniti e in Canada, formando una lobby nazionalista ucraina politicamente iperattiva, la cui influenza fu accolta e incoraggiata da Washington. Certamente, un’Ucraina neutrale e federale, che accetti le differenze linguistiche e culturali tra Oriente e Occidente, potrebbe consentire all’Ucraina di evolversi in un ponte tra Oriente e Occidente. Tuttavia, i responsabili politici statunitensi e britannici preferiscono chiaramente utilizzare l’Ucraina come barriera piuttosto che come ponte, impedendo il pacifico riavvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Questa è la classica politica britannica del divide et impera. Come affermato apertamente dal funzionario neoconservatore del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, che ha attivamente promosso il rovesciamento nel 2014 del presidente eletto, Viktor Yukonovych, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per rafforzare la “democrazia ucraina”, ovvero la vittoria dell’Occidente del paese sul suo Oriente. L’incertezza storica dell’identità ucraina contribuisce all’ostilità fanatica verso la Russia dei nazionalisti occidentalizzati. Entrare nella NATO sarebbe un’affermazione della loro identità occidentale e non vogliono rinunciarvi. Tuttavia, molti attuali membri della NATO non sono affatto favorevoli ad ammettere l’Ucraina per i problemi che comporterebbe.

Welcome Diana Johnstone and thank you for granting us this new interview which will essentially focus on the Ukraine crisis on the doorstep of Europe. Thanks to your background, I remember that you have a diploma in Russian Studies, you are perhaps the best person to answer some questions.

1. Ukraine becoming part of NATO seems to be the real cause of the dispute, while its neutrality or rather Finnlandization would be the most desired solution. Why doesn’t Ukraine openly embrace this solution?

D.J. Never forget that Ukraine is not an historic nation, with a well-defined identity. The term Ukraine, meaning borderland, originally applied to territories between Russia and Poland. Ukraine has been a totally independent state only since 1991. Its boundaries were generously set by the Soviet Union, stretching from Eastern areas which had been part of Russia to Western areas which had been part of Poland, Lithuania, the Habsburg Empire, and whose people identified with the Catholic West. This split showed up in Presidential elections, when voters in East and West chose opposing parties. The Soviet Union’s victory in World War II expanded Ukraine Westward, strengthening the pro-Western, anti-Russian end of the country. From this expansion, a very large, anti-Russian and anti-communist diaspora emigrated to the United States and Canada, forming a politically hyperactive Ukrainian nationalist lobby, whose influence was welcomed and encouraged in Washington. Certainly, a neutral, federal Ukraine, accepting linguistic and cultural differences between East and West, could allow Ukraine to evolve into a bridge between East and West. However, U.S. and British policy-makers clearly prefer to use Ukraine as a barrier rather than a bridge, preventing the peaceful rapprochement between Russia and Western Europe, Germany in particular. This is classic British divide and rule policy. As openly stated by neoconservative State Department official Victoria Nuland, who actively promoted the 2014 overthrow of the elected President, Viktor Yukonovych, the United States has invested billions of dollars to strengthen “Ukrainian democracy” – meaning the victory of the West of the country over its East.

The historic uncertainty of Ukrainian identity contributes to the fanatic hostility toward Russia of the Westernizing nationalists. Joining NATO would be an assertion of their Western identity and they don’t want to give it up. However, many current NATO members are not at all favorable to admitting Ukraine and the troubles it would bring.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e anche l’Italia: nei giorni scorsi si sono incontrati il ​​ministro degli Esteri italiano Di Maio e Lavrov e presto ci sarà l’incontro Draghi-Putin. Insomma, è ancora tempo per la diplomazia?

DJ L’Europa meridionale non ha assolutamente alcun interesse a essere trascinata nel conflitto in Ucraina. Ma purtroppo Parigi e Roma diplomaticamente non collaborano. La Francia ha trattato molto male l’Italia riguardo alla Libia, e preferisce coordinarsi con la potente Germania, secondo il mito della “coppia franco-tedesca” nel cuore dell’Unione Europea. La Germania rimane saldamente attaccata alla sua potenza occupante, gli Stati Uniti. L’insistenza obbligatoria sull’“unità europea” nasconde semplicemente il fatto che le decisioni vengono prese da Washington.

2.Macron’s France has sought mediation, and Italy too: in recent days Italian Foreign Minister Di Maio and Lavrov have met and soon there will be a Draghi-Putin meeting. In short, is it still time for diplomacy?

D.J. Southern Europe has absolutely no interest in being dragged into conflict in Ukraine. But unfortunately, Paris and Rome do not work together diplomatically. France treated Italy very badly concerning Libya, and prefers to coordinate with powerful Germany, according to the myth of the “Franco-German couple” at the heart of the European Union. Germany remains firmly attached to its occupying power, the United States. Obligatory insistence on “European unity” simply covers the fact that decisions are made in Washington.

Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe portato all’ONU le prove del genocidio della “popolazione russofona del Donbass”: in breve, dal 2014 nel Donbass sono state commesse atrocità, comprese fosse comuni e massacri di civili, tutto sotto gli occhi dell’Europa, che in realtà non ha prestato molta attenzione a questi eventi. Come lo spieghi?

DJ Gli occhi dell’Europa sono puntati sulle atrocità che i mass media portano alla loro attenzione. Tali atrocità possono anche essere immaginarie, ad esempio in Cina sin da quando questa nazione è stata scelta come “nemica dell’Occidente”. Ma le atrocità commesse dai nostri amici non attirano l’attenzione dei media mainstream e rimangono sconosciute al grande pubblico.

3.According to the Wall Street Journal, Moscow allegedly brought to the UN the evidence of the genocide of the “Russian-speaking population of the Donbass”: In short, since 2014 atrocities in the Donbass have been committed, including mass graves and massacres of civilians, all under the eyes of Europe, which in reality has not paid much attention to these events. How do you explain it?

D.J. The eyes of Europe are on the atrocities which mass media bring to their attention. Such atrocities may even be imaginary, for instance in China since that nation has been selected as “enemy of the West”. But atrocities committed by our friends do not attract the attention of mainstream media and remain unknown to the general public.

La Duma ha chiesto a Putin di riconoscere Donetsk e Luhansk, per ora Putin non l’ha ancora fatto. Perché pensi che Putin stia aspettando? Sta cercando di frenare l’ala più interventista pronta a far precipitare la situazione? Ricordiamoci che quelle aree sono zone di guerra e le persone stanno morendo veramente.

DJ Pur essendo ritratto dai media occidentali come un mostro con le zanne che complotta per divorare i suoi vicini, Putin è sempre stato un leader prudente e pacifico che spera in buone relazioni con l’Occidente. Quindi evita ogni inutile provocazione. Sponsorizzare il ritorno democratico della Crimea in Russia è stato un caso eccezionale: una necessità vitale per salvaguardare la base navale russa a Sebastopoli dall’eventuale acquisizione del controllo degli Stati Uniti a seguito del colpo di stato sponsorizzato da Washington nel 2014. Ma fondamentalmente, Putin sostiene gli Accordi di Minsk, mantenendo il Donbass all’interno dell’Ucraina come elemento di equilibrio. La rimozione del Donbass rischierebbe di unificare l’Ucraina come un pericoloso vicino ostile per molto tempo a venire.

4.The Duma asks Putin to recognize Donetsk and Luhansk, for now Putin has not yet done so. Why do you think Putin is waiting? Is he trying to curb the more interventionist wing ready to precipitate the situation? Let’s remember that those areas are war zones and people are seriously dying.

D.J. While being portrayed by Western media as a monster with fangs plotting to gobble up his neighbors, Putin has always been a prudent and peaceful leader hoping for good relations with the West. So he avoids any unnecessary provocation. Sponsoring Crimea’s democratic return to Russia was exceptiontal: an existential necessity to safeguard the Russia’s naval base in Sebastopol from eventual U.S. takeover following the 2014 Washington-sponsored coup. But basically, Putin supports the Minsk Accords, keeping Donbass within Ukraine as a balancing element. Removing Donbass would risk unifying Ukraine as a dangerous hostile neighbor for a long time to come.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche se avesse avuto qualche informazione certa su questo imminente attacco, perché divulgare tali notizie alla popolazione, generando panico e confusione? Questa strategia ha una funzione deterrente?

DJ Quegli annunci sono accuse, senza prove. Qualunque cosa accada, servono a creare l’impressione che la Russia sia almeno un potenziale aggressore. Se non succede nulla, Biden può affermare di aver scoraggiato l’aggressione. Se le ostilità sono iniziate dalla parte nazionalista di Kiev, gli Stati Uniti faranno riferimento a “false flags” e proclameranno che avevano ragione, la Russia ha invaso. Non c’è motivo di credere che l’amministrazione Biden voglia scoraggiare una guerra in Ucraina. Al contrario, una simile guerra riuscirebbe (loro lo sperano) a isolare la Russia dall’Europa occidentale e a perpetuare il dominio degli Stati Uniti.

6.American president Joe Biden goes on to say that Putin is about to attack and invade Ukraine. But even if he had some information about this imminent attack, why divulge such news to the population, generating panic and confusion? Does this strategy have a deterrent function?

D.J. Those announcements are accusations, without evidence. Whatever happens, they serve to create the impression that Russia is at least a potential aggressor. If nothing happens, Biden can claim to have deterred the aggression. If hostilities are begun by the Kiev nationalist side, the U.S. will refer to “false flags” and proclaim that they were right, Russia has invaded. There is no reason to believe that the Biden administration wants to deter a war in Ukraine. On the contrary, such a war would succeed (they hope) in isolating Russia from Western Europe and perpetuating U.S. domination.

Papa Francesco si è espresso ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali dicendo: “Il mondo è campione nel fare la guerra e questo è una vergogna per tutti”. Il suo appello sarà tenuto in conto?

DJ Parlare di “vergogna per tutti” suona un po’ come il peccato originale, che non indica la responsabilità individuale. Suppongo che sia nel ruolo del Papa. Ma “vergogna per tutti” permette a ciascuna parte di incolpare l’altra, cosa che sta già accadendo.

7.Pope Francis expressed himself when receiving in audience the participants in the plenary session of the Congregation for the Oriental Churches saying: “The world is a champion in making war and this is a shame for everyone”. Will his appeal be taken into account?

D.J. Speaking of “shame for everyone” sounds a bit like original sin, which does not point out individual responsibility. I suppose that is in the role of the Pope. But “shame for everyone” allows each side to blame the other, which is what is already happening.

Come ultima domanda, ti chiedo che ruolo gioca la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da ignorare?

DJ Non riesco a immaginare che la Cina intervenga in Ucraina. Ma la Cina fornisce supporto politico ed economico. Gli Stati Uniti vogliono “isolare” la Russia, ma con la Cina al proprio fianco non è sola. Naturalmente, se si pensa a questa ostilità occidentale in nome dei “nostri valori” contro tutti coloro che abbiamo scelto di chiamare “autoritari”, il pericolo di un’eventuale guerra nucleare dovrebbe essere preso sul serio. Ma non basta dire, vergogna per tutti. Noi in Occidente dobbiamo agire per fermare coloro che ci stanno portando in un conflitto perpetuo con il pretesto della nostra presunta superiorità morale come “democrazie”.

8.As a last question, I ask you what role is China playing in this crisis? Are they looking to intervene, perhaps, on the side of Russia? Isn’t that too great a danger to overlook?

D.J. I cannot imagine China intervening in Ukraine. But Chine does provide political and economic support. The U.S. wants to “isolate” Russia, but with China at one’s side, one is not all alone. Of course, if you are thinking of this Western hostility in the name of “our values” against all those we chose to call “authoritarian”, the danger of an eventual nuclear war should be taken seriously. But it’s not enough to say, shame for everybody. We in the West must act to stop those who are leading us into perpetual conflict on the pretext of our alleged moral superiority as “democracies”.

Diana Johnstone, 19 February 2022

Diana Johnstone è stata addetta stampa del Gruppo Verde al Parlamento Europeo dal 1989 al 1996. Nel suo ultimo libro, Circle in the Darkness: Memoirs of a World Watcher (Clarity Press, 2020), racconta episodi chiave della trasformazione del Partito dei Verdi in Germania da partito di pace a partito di guerra. I suoi altri libri includono Fools’ Crusade: Jugoslavia, NATO and Western Delusions (Pluto/Monthly Review) e, scritto a quattro mani con suo padre, Paul H. Johnstone, From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning (Clarity Press).

:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

13 febbraio 2022

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere è anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, è uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poiché la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso è invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. È doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo è il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, è perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte già realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato “not one inch” e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia «cortina di ferro».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso Oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralità o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrà che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, è ormai divenuta una «Nazione marionetta», alla quale non è concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata “guerra delle ombre”, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra “calda” che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia così ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di «apprendista stregone». In realtà, il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralità dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si è trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterà, per così dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrà direttamente in Ucraina. Si avrà solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita è ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrà certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle già elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, già auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE è diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perché la Federazione Russa è un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltà interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

:: Un’ intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2020

PandemiaBenvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Data la gravità del momento, e la difficoltà di tracciare scenari possibili una volta finita la pandemia, inizierei col chiederti una valutazione prettamente personale della situazione. In che misura secondo te cambieranno gli equilibri geopolitici e strategici una volta che l’allarme sanitario sarò rientrato? C’è un rischio reale per la tenuta democratica degli stati?

Sicuramente andremo incontro ad un peggioramento delle nostre, già precarie, condizioni economiche. Con il risultato di far aumentare il malcontento nei confronti di una classe politica che si è dimostrata inadeguata (una situazione che ricorda l’8 settembre). L’Unione ha mostrato il suo vero volto, ovvero quello di un gruppo di inutili burocrati incapaci di fronteggiare la crisi. Gli altri Stati hanno fatto affidamento ai propri leader costituzionalmente riconosciuti, mentre da noi assistiamo alle apparizioni facebook della coppia social Casalino-Conte, con un Parlamento, de facto, sospeso.

Il ridimensionamento dell’esercitazione Defender Europe che ripercussioni avrà secondo te? Un’unificazione delle forze armate europee sotto un’unica autorità è ancora sul piatto delle consultazioni e trattative o la pandemia in corso ha incidentalmente provocato un ritorno più spiccato ai vari nazionalismi? 

La Defender Europe è una esercitazione finalizzata a mostrare ai russi chi comanda in Europa (ne ho descritto il senso geopolitico in un articolo per Difesa online), cioè gli americani. Il dispiegamento di 25.000 uomini, o meno, è solo un atto dimostrativo.
Unificazione di forze europee? Fantasia! La NATO non verrà mai soppiantata, almeno per i prossimi vent’anni.
I nazionalismi sono sempre esistiti, solo noi italiani facciamo finta di non vederli. Prendiamo il surplus di Bilancio con l’Estero della Germania, da anni Bruxelles sostiene che è troppo alto e che Berlino deve diminuirlo. Ma la Germania lo reinveste nel suo welfare (il migliore in Europa) perché altrimenti non esisterebbe una Germania unita.

Stiamo assistendo a un utilizzo delle forze armate non più per meri scopi bellici, ma forse per la sua accezione più nobile di difesa della popolazione e mantenimento dell’ordine. È un’evoluzione prevista o si è fatta come si suol dire di necessità virtù? 

Le Forze Armate di una nazione esistono per difendere la stessa da nemici esterni, quindi già difendono la popolazione. Quando i militari vengono utilizzati per l’ordine pubblico vuol dire che la situazione interna è critica.

Per quanto riguarda la tenuta dell’Unione europea, esiste un piano comune, una qualche forma di coordinamento in caso di minacce pandemiche? Prevede che comunque venga messo in atto nei prossimi mesi?

Piani comuni per simili eventi non ne esistono, perché ogni paese dell’Unione agisce secondo i propri scopi e, come ci hanno dimostrato, ignorando le difficoltà degli altri.

In che misura la disinformazione e le fake news stanno influenzando l’opinione pubblica?

Io avrei più paura delle fake dei governi. Per quanto riguarda la disinformazione il nostro esecutivo non è stato secondo a nessuno.

Nel caso di un’ipotetica guerra batteriologica diciamo tradizionale, esiste una strategia e un piano comune europeo per fronteggiare la questione?

Esiste solo in ambito NATO. Ovvero secondo quanto stabiliscono gli USA.

E in che modo si potrebbe fronteggiare un eventuale attacco terroristico che utilizzasse armi batteriologiche?

Non si potrebbe.

La NATO non ha attivato alcun protocollo in caso di pandemia? Come si collocano in questo quadro di instabilità l’invio di medici militari e non, derrate e aiuti all’Italia da parte di paesi esterni alla NATO come la Russia, la Cina e Cuba? Non dovrebbe essere per prima Bruxelles, e poi Washington a coordinare gli aiuti nei paesi europei più colpiti? 

Dovrebbe essere così. Ma questa pandemia sta evidenziando la finzione di certe alleanze.

Finita l’emergenza come si ovvierà all’inevitabile disturbo post traumatico sofferto dalla popolazione? Servono dunque non solo virologi, e immunologi ma anche medici militari esperti di queste problematiche?

Serviranno sostanziosi investimenti pubblici, unico rimedio efficace.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza con informazioni chiare e attendibili e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Il destino americano di Luigi Bonanate (Nino Aragno Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateIl ruolo statunitense nel mondo è al centro dell’ultimo saggio di Luigi Bonanate dal titolo quanto mai evocativo Il destino americano (Nino Aragno Editore). Un testo singolare nella sfera delle Relazioni Internazionali che focalizza la sua attenzione nell’ambito circoscritto dell’analisi della politica estera in quanto tale di un unico soggetto, per quanto eccezionale come possono essere gli Stati Uniti d’America.
Innanzitutto c’è da chiarire un concetto necessario per la comprensione del testo e delle motivazioni che hanno spinto l’autore a scriverlo: non è un libro sulla storia della politica estera nord americana. Si parte infatti dall’assunto che chi lo legge già la conosca, anche solo a grandi linee ricavando le proprie nozioni dalla lettura dei giornali, dei saggi di approfondimento, dei manuali storiografici. Insomma questo è un testo specialistico in cui non troverete un mero elenco di avvenimenti, date significative, punti di svolta, ma più analiticamente una storia di idee, di concetti tratta da lettere, discorsi, pagine di diario, delle persone che come si suol dire hanno fatto la storia americana.
È un saggio a tesi, infatti tutto concorre a dimostrare che il mito dell’alternanza tra impegno internazionale e isolazionismo americano non ha ragione di esistere.
Da sempre gli Stati Uniti d’America hanno avuto una visione, se non proprio una cosciente missione autoimposta, di governance mondiale. Questo espansionismo prima territoriale, ricordiamo tutti lo spirito di frontiera tanto decantato dal cinema hollywoodiano, poi quando ogni granello del territorio nord americano era stato raggiunto, planetario, non è mai venuto meno in nessuna fase di questi oltre due secoli di storia.
Questa posizione predominante non è certo solo dovuta ad una cosiddetta superiorità intellettuale o culturale, ma è suffragata da contingenti realtà più materiali: l’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia.
Finita poi la minaccia comunista, eccezionale strumento di controllo politico, con il crollo nell’ 89 del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico, e la conseguente fine del sistema politico internazionale bipolare, gli Stati Uniti si sono trovati esattamente dove volevano essere: al centro del sistema liberal democratico internazionale.
Certo con la fine dell’Unione sovietica gli USA hanno celebrato il loro trionfo, ma altre sfide, altre minacce si sono profilate subito dopo all’orizzonte. Punto di svolta sicuramente è stato l’11 settembre del 2001, in cui diciamo i festeggiamenti post ’89 ebbero definitivamente fine e le sfide del terrorismo internazionale cambiarono equilibri, alleanze e strategie.
Che poi il successivo declino USA, quasi che la spinta propulsiva verso un eterno progresso si fosse interrotta, ha portato il paese verso la perdita dello status di massima potenza mondiale, altri stati si stanno attivamente dando da fare per subentrare, è un’altra questione non approfondita nel testo, ma che sicuramente resta sullo sfondo e apre nuove ipotesi di studio e di analisi.
Dunque questo libro ripercorre i quasi 250 anni della storia “esterna” degli Stati Uniti fino alle apparenti manovre pubbliche di disimpegno dell’attuale presidente americano, che tuttavia neanche lui limita i suoi interventi all’estero, la questione iraniana è sicuramente un esempio recente e molto significativo.
Infine l’autore termina il libro analizzando le prospettive future e augurandosi che questo suo lavoro sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarandosi poco propenso all’ottimismo, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso comuni, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire: ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione.

Luigi Bonanate è professore emerito nell’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Ha insegnato Relazioni internazionali per più di 40 anni, e tiene corsi alla Scuola di studi superiori Ferdinando Rossi dell’Università di Torino, alla Facoltà di Scienze strategiche e a quella teologica dell’Italia settentrionale. Il suo primo libro era stato La politica della dissuasione (1972); i più recenti Anarchia o democrazia (2015) e Dipinger guerre (2016). Per i tipi di Aragno ha curato l’edizione di scritti di H. de Balzac, R. Rolland, R. Serra, D. Galimberti e L. Rèpaci, N. Revelli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Nino Aragno.