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:: GIANNI VIOLA: “IL PROFUMO SOAVE DELL’IMPERIALISMO” a cura di Antonio Catalfamo

3 ottobre 2021

Gianni Viola è un giornalista free lance che ha fatto della libera informazione una missione, ormai da lungo tempo, occupandosi di argomenti scottanti, affrontati con profondità d’analisi e spirito critico. In questo suo corposo volume, Il soave profumo dell’imperialismo (Kimerik Edizioni, Patti, 2010, euro 14,00), concentra l’attenzione sulla distruzione della Jugoslavia, in seguito a tutta una serie di vicende storiche tragiche che necessitano di essere finalmente chiarite.

Attraverso una grande mole di dati, notizie, informazioni, ricercate con competenza e con pazienza attingendo a varie fonti, non accessibili al grande pubblico, egli spiega come è stato abbattuto il regime comunista jugoslavo non solo con l’uso delle armi, ma anche per mezzo di un apparato propagandistico enorme e dispendioso, che, però, ha prodotto i frutti programmati e che ha cominciato ad operare quando ancora il sistema dei Paesi socialisti era in piedi, quindi non solo in Jugoslavia, ma in tutto l’Est europeo, avendo come vertice d’irradiazione e punto di partenza i governi delle grandi potenze capitalistiche occidentali, e, soprattutto, quello degli Stati Uniti d’America.

Si è trattato e si tratta di un sistema organizzativo e informativo molto sofisticato, molto radicato, capillare, che opera a vari livelli e che è in grado di condizionare e manipolare l’opinione pubblica mondiale, in maniera subdola e penetrante. Esso ha costruito l’immagine di Slobodan Milosevic come uno spietato criminale, sanguinario, cinico, responsabile di migliaia e migliaia di morti, ed è riuscito a farla arrivare anche nel più sperduto angolo del pianeta, cosicché una menzogna, sapientemente ripetuta un’infinità di volte, è divenuta verità consolidata ed incontrovertibile. Ha adottato lo stesso metodo già sperimentato per infangare l’immagine di Mao Tse-Tung, presentato come autore di genocidi che hanno riguardato addirittura milioni di persone, di Fidel Castro e di molti altri dirigenti del movimento comunista internazionale, oggetto di “libri neri”, dossier, documentari, informazioni tutte da verificare nella loro fondatezza, diffuse ora capillarmente via Internet, per accreditare, infine, l’idea che il comunismo è un sistema di per sé criminale, che va equiparato al nazismo.

L’imperialismo, però, come suggerisce il titolo di questo libro di Gianni Viola, non si è limitato a diffondere il proprio “soave profumo” propagandistico. Ha fatto sentire anche l’odore della polvere da sparo, in quanto l’azione di propaganda è stata accompagnata da quella delle armi. La Serbia, nella fattispecie, è stata bombardata per giorni e giorni, seminando la morte e il terrore in mezzo alla popolazione civile, fino a quando ogni resistenza umanamente possibile è stata spezzata. Tutto un popolo è stato messo in ginocchio, umiliato, distrutto fisicamente e psicologicamente. Ma questo non è stato considerato un crimine dai tribunali internazionali. Anzi, pure queste morti innocenti e queste devastazioni sono state addebitate a Milosevic, come responsabile di tutta la guerra del Kosovo.

Da un po’ di tempo si parla degli effetti che l’uranio impoverito, presente in alcune armi, ha avuto sulla salute delle popolazioni colpite dall’ondata bellica, nonché su quella degli stessi militari che hanno utilizzato armamenti letali. Ma neanche questi ulteriori effetti nefasti sono stati posti a carico di chi ha dato ordine di utilizzare il materiale bellico pericolosissimo che li ha prodotti. Persino il rapporto causale tra l’uso di tali armi e i tumori riscontrati in diversi militari impegnati nel conflitto è stato messo in discussione da alcuni giudici chiamati in causa da soggetti che si ritenevano vittime dell’uranio impoverito maneggiato a scopi bellici. Noi non siamo degli esperti del settore e non possiamo pronunciarci in materia. Gli sviluppi della situazione, le nuove conoscenze scientifiche, ci diranno forse nei prossimi anni la verità, se mai si perverrà ad essa. Comunque, è indubbio che morte e distruzione sono state seminate dalle truppe che hanno attaccato la Serbia e che porre queste conseguenze sul conto del “criminale” Milosevic è un’operazione tutta da dimostrare sul piano della logica giuridica, ma anche della logica comune.

Gianni Viola, sin dalle prime pagine, evidenzia che l’attacco a quel che restava della Jugoslavia progressivamente smembrata non sarebbe stato neanche lontanamente pensabile ai tempi dell’Unione Sovietica. Il presupposto di tutto questa operazione distruttiva era, dunque, il crollo dell’Urss. A nostro avviso, tutti gli effetti contro la convivenza civile e la democrazia vera che sono derivati e che deriveranno da questo avvenimento storico disastroso per l’intera umanità non sono ancora ben chiari e definiti. Nei prossimi anni, forse nei prossimi decenni, se continuerà a lungo la fase restauratrice della storia aperta dal crollo dei regimi comunisti dell’Est europei, avremo le idee più chiare, naturalmente a nostre spese, perché dovremo constatare che le condizioni di vita, in termini materiali e ideali, dell’umanità peggioreranno sempre più e che non c’è una forza in grado di contrastare la deriva autoritaria che investe tutto il mondo. Grandi sacrifici si imporranno ai diseredati del pianeta prima di poterne mettere in piedi una di egual potenza di quella sovietica, in grado di contrastare il dominio sempre più esasperante del più forte, ammesso che si riesca a costruirla, visto che l’avversario non resterà a guardare, ma contrasterà con tutti i mezzi, sempre più accresciuti, l’azione costruttiva. Il comunismo ha avuto indubbiamente molti limiti, ma è stato l’unico sistema nella storia dell’umanità a togliere il potere alle classi più forti e prepotenti e ad attribuirlo a quelle meno abbienti.

Il sistema dei Paesi socialisti è stato attaccato dalle potenze imperialiste sin dalla sua nascita. Ma esso ha resistito bene per decenni. Con riferimento specifico alla Jugoslavia, possiamo dire che Tito era riuscito a creare un Paese che, per la prima volta, metteva insieme, su un piano paritario, le diverse nazionalità in esso presenti, assicurando a tutti un tenore di vita dignitoso e una sostanziale uguaglianza economico-sociale. Ma, probabilmente, il male covava sotto la cenere e ad un certo punto è emerso, quando la figura carismatica di Tito è venuta meno. La Jugoslavia, nonostante le sue peculiarità e la sua autonomia dal blocco dell’Est, di cui andava orgogliosa, ha seguito il destino di tutti i Paesi dell’Europa orientale, con il crollo del regime comunista, lo smembramento dello Stato multietnico e la sua sostituzione con staterelli fondati su basi etnico-religiose che pretendevano e pretendono di assicurare omogeneità, fra i quali sono state scatenate guerre disastrose che hanno seminato morte e miseria.

Un’analisi relativa al male sotterraneo che ha corroso alle fondamenta la società socialista è stata avviata da Milovan Gjlas. nonostante i limiti e le ambiguità, per certi aspetti, della stessa e il carattere controverso del personaggio, che, però, è riuscito a cogliere e a denunciare un fenomeno che sicuramente ha influito in maniera decisiva sul crollo di tutti i regimi comunisti dell’Est europeo: il processo di burocratizzazione al quale essi sono andati incontro, in conseguenza del quale la classe dirigente, ai vari livelli, si è impadronita progressivamente del potere, utilizzandolo non a favore del popolo, ma contro di esso e a proprio vantaggio esclusivo, fino ad espropriare i beni collettivi, privatizzandoli ed impadronendosene, dando vita a nuove lobby che hanno assunto connotati marcatamente capitalistici. In Jugoslavia i capi delle varie Repubbliche, che, contemporaneamente, erano alla guida della Lega dei comunisti, in una direzione collegiale dopo la morte di Tito, hanno abbandonato la strada del socialismo e hanno fondato degli staterelli su basi etnico-religiose, sull’autoritarismo e sulla repressione di ogni opposizione, su sistemi economico-sociali a carattere privatistico e capitalistico.

E’ necessario uno sforzo teorico per capire le ragioni di questo processo involutivo, quali sono state le sue matrici causali, in che misura esse sono legate all’ideologia marxista o, quantomeno, alle sue applicazioni concrete. Solo portando sino in fondo questa analisi sarà possibile trovare la via per uscire dall’impasse in cui si trova attualmente il movimento operaio e comunista a livello mondiale e nelle sue articolazioni nazionali. Sinora, purtroppo, questo sforzo non è riuscito a produrre risultati rilevanti o, comunque, sufficienti ad assicurare un rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria.

Lo studio di Gianni Viola, grazie ai numerosi dati che fornisce, alla chiave interpretativa degli stessi, rappresenta un passo significativo in avanti, un mattone che serve senz’altro alla grande costruzione teorica di cui sentiamo il bisogno e, perciò, va letto e meditato da un gran numero di persone.

Gianni Viola, Il soave profumo dell’imperialismo, con una nota introduttiva di Ivan Pavicevac, Casa editrice Kimerik, Patti (Messina), 2010, euro 14.

:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.