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Veloce la vita, Sylvie Schenk, (Keller editore 2018) A cura di Viviana Filippini

5 giugno 2018

Veloce la vita

Veloce la vita, di Sylvie Schenk è la storia di un’esistenza che scorre rapida come i fotogrammi di un film nelle pagine del libro edito in Italia da Keller. La vicenda prende il via a Lione, nell’immediato dopoguerra, dove sono ancora ben presenti e tangibili i segni del conflitto bellico. Ferite più morali ed emotive, che fisiche. In questo mondo che tenta di rinascere prende il via la storia di Louise, una giovane in arrivo a Lione dopo aver lasciato il suo paesino di residenza sulle Alpi francesi. La ragazza giunge in una dimensione per lei tutta nuova lontana dalla sua famiglia un po’ opprimente e ottusa. Per la protagonista la città è un insieme di luci, movimento, nuove conoscenze divertimento e anche un po’ di insidie.  Un assaggio di forte autonomia e indipendenza che la porteranno a scoprire la vita e anche l’amore. Due sono i poli d’attrazione di Louise: Henri e Johannes. Henri, grazie al suo talento, fa il pianista jazz, però nasconde un dolore profondo che lo tormenta. Il giovane non riesce ad accettare l’uccisione dei genitori. Orfano, vive con la nonna in una vecchia casa dove c’è una grande biblioteca completamente vuota. Tra Louise e Henri non è vero amore, ma amicizia e anche confidenza che portano a galla il passato di dolore del giovanotto. L’intimità tra i due permetterà alla ragazza di scoprire che sono stati i Nazisti a far sparire i libri che un tempo riempivano quella casa. Johannes invece è tedesco e vive momentaneamente in Francia. Louise se ne innamora alla follia. La ragazza è così coinvolta che pur di sposare e stare con l’amato andrà contro la sua famiglia che non vede di buon occhio il suo matrimonio con un giovane straniero, soprattutto tedesco. Lei, testarda e tenace, accetterà di andare a vivere lontano della Francia per sentirsi coronare il suo sogno d’amore ed essere libera di agire. Solo una cosa la assilla Louise, giorno dopo giorno per il resto della sua vita, una frase detta da Henri che evidenzia come le persone della sua nuova famiglia forse non sono così innocenti come sembrano o come vogliono far credere. Parole che per Louise peseranno come un macigno. Nel romanzo della Schenk la storia della vita delle persone comuni come la protagonista e i suoi compagni di avventura si mescola con la Storia dei grandi e drammatici eventi che sconvolsero l’Europa tra il 1940 e il 1945, ponendo attenzione alle conseguenze che essi continuarono ad avere una volta finita la guerra. Nel libro non solo si assiste allo scorrere rapido del vissuto di Louise dall’adolescenza all’età adulta. Dalle pagine di Veloce la vita, a poco a poco, emergono anche le infanzie di Henri e Johannes, esistenze dove non sono mancate povertà, fame, discriminazione, sensi di colpa e lotta per la sopravvivenza. Eventi del passato che agiranno in modo forte sui personaggi e sul loro agire. Sylvie Schenk crea un romanzo dinamico, in movimento, dove i protagonisti attraversano e vivono la Storia. Veloce la vita è la vicenda di una donna che lotta per la sua autonomia e indipendenza in una società postbellica, non del tutto abile e propensa a fare i conti e a convivere con i tremendi spettri del passato. Traduzione dal tedesco Franco Filice.

Sylvie Schenk è nata nel 1944 a Chambéry, in Francia. Ha studiato a Lione e si è trasferita in Germania nel 1966. Ha pubblicato poesie in francese e, dal 1992, ha iniziato a scrivere in tedesco. Vive vicino a Aachen (Aquisgrana) e a La Roche –de-Rame, nelle Alte Alpi francesi. Quando Veloce è la vita è stato pubblicato in Germania nel 2016, i libraio lo hanno scelto come uno dei cinque libri più belli dell’anno.

Source: inviato dall’editore.

:: Exit West, Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

21 luglio 2017
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In una città mediorientale devastata dalla guerra civile che non viene mai nominata inizia la storia di Exit West, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid (tradotto da Norman Gobetti), uno scrittore che sa descrivere con incisività il disagio della contemporaneità.
Exit West è un libro da leggere davvero, direi imperdibile. La storia di Nadia e Saeed, che si incontrano tra le macerie di una guerra che sembra non avere mai fine è il filo conduttore che Hamid inventa per scrivere il suo romanzo totalmente contemporaneo che affronta soprattutto il tema delle migrazioni ma che sa raccontare l’incendio globale di un pianeta che ha letteralmente perso la bussola dell’umanità.
Quando si scoprono innamorati nella città sotto assedio, i due protagonisti avvertono che sul loro amore soffia il vento della morte. Non ce la fanno più a vivere in un luogo in cui crolla tutto: tra posti di blocco e rastrellamenti andare avanti sembra impossibile, come spesso accade quando la guerra prende il sopravvento sulla pace.
Esistono delle porte misteriose attraverso le quali si può fuggire e raggiungere immediatamente altri luoghi. Nadia e Saeed contattano gli organizzatori di questi viaggi e pagano profumatamente per poter attraversare quelle porte con il mezzo del teletrasporto e lasciarsi alle spalle le atrocità di un mondo di guerra.
Così inizia l’avventura dei due giovani innamorati che attraverseranno diverse porte per fuggire per dare un senso alla loro esistenza devastata dal massacro di una guerra e soprattutto per cercare fortuna altrove e sopravvivere dignitosamente.
Ha una grande potenza visionaria questo romanzo breve di Mohsin Hamid. Una storia spietata e tenera in cui l’autore è capace, attraverso l’invenzione della letteratura, di dare un’interpretazione forte e simbolica dei nostri tempi oscuri.
Lo scrittore allarga magnificamente il campo del reale per raccontare attraverso la storia d’amore e di fuga di Nadia e Saeed il fenomeno complesso delle migrazioni e il loro rapporto con le problematiche geopolitiche del mondo.
Con una scrittura diretta e scarna Hamid scrive uno dei romanzi più importanti sulla contemporaneità in cui emerge quella civiltà del disagio in cui noi tutti siamo costretti a vivere tutti i giorni.
Il nostro scrittore è davvero un maestro del romanzo breve come pochi. Ricordate Il fondamentalista riluttante, uscito nel 2007, uno dei pochi libri intelligenti sugli attentati dell’ 11 settembre
Exit West – tra il reale e fantastico – non racconta solo la storia di una coppia in fuga da un paese islamico martoriato dalla guerra civile in cerca di un posto dove poter finalmente iniziare a vivere.
Mohsin Hamid è essenziale e diretto sa farci vedere con un romanzo perfetto il quadro dell’ «apocalisse migratoria».
Nadia e Saeed, che vengono trasportati dal un luogo all’altro del pianeta attraverso porte che si aprono per una fuga dalla guerra, sono i testimone di una possibilità umana che non va ignorata in un mondo in cui, tutti proprio tutti, siamo migranti.
«La cosa più importante – dice Mohsin Hamid – da fare in questo momento è immaginare un nuovo modo di vivere insieme».
Exit West è un libro che viene dal futuro ma che sta nel disagio del nostro presente per dirci che nessuna porta può essere chiusa.

Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, è stato finalista nel PEN/Hemingway Award ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian». Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale, ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award, oltre a essere selezionato tra i finalisti del Man Booker Prize. Da questo libro è stato tratto un film per la regia di Mira Nair. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente, vincitore del Premio Terzani 2014, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.

:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016)

12 luglio 2016
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La battaglia da vincere affinché tanti giovani musulmani non si trasformino in “attentatori fai da te” pronti a fare strage nei paesi dove sono nati e cresciuti è soprattutto culturale. Per questo la guerra della comunicazione è tanto importante.
Spegnere gli account dei sostenitori dell’Isis, arrestare chi diffonde sulla rete i proclami del Califfato o replicare con gli stessi mezzi sembra insufficiente di fronte alla determinazione e alla spregiudicatezza dell’esercito dei tagliagole.
Forse sarebbe più efficace interrompere il flusso di denaro che sostiene le campagne militari e mediatiche dello Stato islamico. Indagare davvero su chi c’è dietro ai finanziamenti a questi estremisti, su chi fornisce loro le armi e le attrezzature video di ultima generazione, su chi li aiuta a montare e a diffondere i loro raccapriccianti filmati. Nello stesso tempo è utile smascherare le false informazioni che circolano in rete, perché il confine tra vero e verosimile sembra confondersi ogni giorno di più. I media e i professionisti dell’informazione dovrebbero valutare con maggior attenzione provenienza e attendibilità dei materiali prima di pubblicarli, soprattutto se presi dal web, soppesandone l’utilità informativa più che la logica di “cassetta” o il timore di “bucare” quello che appare in rete. Bombardati da tante immagini di violenza e notizie frutto di propaganda i cittadini rischiano di perdersi. L’asticella dell’indignazione dell’opinione pubblica si sta spostando di giorno in giorno sempre più in alto, come avviene nei programmi televisivi in cui la ripetitività richiede sempre nuovi colpi di scena per ridestare l’attenzione. Il rischio è quello dell’abitudine.

Oggi voglio presentare ai lettori di Liberi di scrivere un testo se vogliamo complesso, ma anche interessante e di stretta attualità, che potrà essere utile sia ai cosiddetti addetti ai lavori (studiosi, docenti, analisti, giornalisti) come ai semplici lettori, coscienti del mondo che li ci circonda, persone che si fanno domande, che cercano di analizzare e comprendere la realtà alla luce di un più serio approccio interpretativo. Insomma se non siete animati da questa curiosità, l’accostarsi a questo testo potrà sembrare decisamente ostico, ma se invece come avete familiarità con testi storici e di geopolitica, non potrete che trovarlo una lettura degna di attenzione e densa di spunti di approfondimento. Per coloro che non hanno questa familiarità cercherò comunque, nel mio modesto ruolo di cultore della materia, di fornire le più semplici chiavi interpretative per un’ agevole lettura.
Il testo si intitola Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 (Bordeaux, 2016) ed è il frutto del lavoro congiunto di numerosi esperti, – storici, analisti politici, analisti economici- , che hanno unito le loro forze nel tentativo immane di fare chiarezza, di evidenziare punti certi di analisi, di giungere a sicure conclusioni, per quanto la materia, quanto mai magmatica, lo permetta. Come è stato sottolineato in un dibattito viviamo in un mondo velocissimo, tutto ciò che si scrive è già parte del passato, per cui è bene sottolineare che questo testo, la cui pubblicazione ha una cadenza annuale, (esistono già due volumi riguardanti l’anno 2013 e 2014), è aggiornato al 31 ottobre 2015. Tenuto conto di questo, e partendo dal principio che attingendo alle radici storiche si può meglio capire l’attualità, e il presente, cercherò di darvi le informazioni basilari, anche piuttosto schematiche, per avvicinarvi al testo.
Innanzitutto la realizzazione della ricerca e della pubblicazione dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 rientrano nell’ambito delle attività scientifiche dell’area di ricerca storico- politica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma, in collaborazione con il CeSI (Centro Studi Internazionali). Responsabili scientifici e curatori dell’opera sono il professore associato di Storia contemporanea Andrea Ungari e il dottore in Storia d’Europa Francesco Anghelone. La prefazione è a cura di Antonio Iodice (presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V). L’ introduzione è di Andrea Margelletti (presidente del Centro Studi Internazionali (CESI). E la postfazione, dal titolo L’Europa e il Mediterraneo, è di Stefano Polli (vice direttore dell’Agenzia ANSA).
Il corpo del testo è composto da due brevi saggi introduttivi di approfondimento, Media e Social Media dalle primavere arabe allo Stato Islamico di Alfredo Macchi e Lo stato Islamico: nascita e ascesa del nuovo modello di riferimento del terrorismo globale di Gabriele Iacovino. Seguiti da undici schede paesi, composte da una parte storica e una parte contemporanea, cadenzata da un profilo politico, economico e sociale. Andrea Ungari si occupa del profilo storico di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Israele, e Autorità Nazionale Palestinese. Marco Di Liddo del profilo contemporaneo di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Turchia. Francesco Anghelone del profilo storico di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Turchia. L’analista Francesca Manenti del profilo contemporaneo di Israele. Stefania Azzolina del profilo contemporaneo della Autorità Nazionale Palestinese, Libano e Giordania. E infine Francesco Tosato del profilo contemporaneo della Siria, se vogliamo il più scottante data la guerra in corso e l’occupazione di parte del suo territorio da parte dello Stato Islamico.
Come dicevo l’utilità di questo testo non si limita a interessare gli addetti ai lavori, (molto di quello di cui si parla è conosciuto, ma qui viene espresso in modo sistematico, organico e sintetico, rispettando naturalmente l’aspetto scientifico e i rimandi bibliografici puntuali ed esaurienti) ma si estende anche ai lettori comuni grazie all’agilità di consultazione.
Non è un testo da leggere dalla prima pagina all’ultima, per lo meno io non mi sono approcciata con queste modalità. Ho letto certo in ordine prefazione e introduzione, per farmi un’idea degli argomenti che sarebbero stato trattati, poi ho letto la postfazione. Inseguito i due saggi introduttivi, che focalizzano gli argomenti principali dell’edizione di quest’anno: il ruolo dei mass media e lo stato islamico come modello di riferimento del terrorismo globale, solo pochi anni fa rappresentato da Al-Qāʿida. Inseguito sono passata a leggere le schede paese, partendo dalla Siria, la Turchia e l’Egitto. Poi sono passata a studiare le due schede rispettivamente dedicate e Israele e Autorità Nazionale Palestinese, e poi via via tutte le altre, in ordine casuale. Insomma ho gestito lo studio del testo con un approccio molto libero, e il testo fortunatamente lo permette.
Se vogliamo focalizzare i principali punti che possono interessare più o meno tutti, direi innanzitutto di considerare quanto la guerra in atto compiuta dallo Stato Islamico, non è esclusivamente una guerra di conquista territoriale, ovvero svolta su piano militare, ma lo scontro avviene ad un piano più alto ed esteso, in prima analisi culturale, politico, economico e sociale. Sembra un’ ovvietà, ma non lo è affatto in quadro quanto mai complesso e vittima di disinformazione. A quest’ ultimo tema si ricollega l’interessante approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015). Un altro tema è il disimpegno statunitense, prima in un certo senso paladini e propugnatori delle varie primavere arabe con la collaterale democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, e poi chiusi nelle loro questioni interne o se mai rivolti a guardare verso il Pacifico e la Cina. Altro tema è le colpe e il ruolo dell’ Unione Europea, quanto mai essenziale per la normalizzazione delle sponde Sud del Mediterraneo.
In conclusione una lettura davvero proficua, che forse non giunge a conclusioni inequivocabili, (come potrebbe) ma aiuta a far luce su questioni da molti affrontate con superficialità e pressappochismo. La difficoltà dei temi non le giustifica, e non le scusa. Non in un momento storico così difficile e delicato.

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

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:: Le regole del fuoco, Elisabetta Rasy (Rizzoli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 maggio 2016
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Primavera 1917. L’Italia è già da due anni che è entrata in guerra quando Maria Rosa Radice, ragazza napoletana di vent’anni e di buona famiglia, decide di lasciare gli agi della casa in cui vive con la madre vedova. La decisione viene presa perché non sopporta più l’atteggiamento assillante, egocentrico e menefreghista della madre, il cui unico pensiero è far maritare la figlia per potersene liberare. Maria Rosa decide così di chiedere aiuto allo zio, unico uomo rimasto della famiglia e per questo motivo nessuno può dirgli di no. Lo zio convince la madre di Maria Rosa di lasciare libera la figlia, ma per una ragazza nubile che vuole uscire di casa a quei tempi l’unica destinazione è il fronte, così si arruola come infermiera volontaria.
Arrivata nel piccolo ospedale da campo del Carso incontra Eugenia Alferro. Una ragazza brusca che all’inizio le sta molto antipatica, ma con il tempo il loro rapporto cambia. Eugenia infatti è l’unica che l’aiuta a orientarsi nelle corsie, le insegna come darsi coraggi nei momenti più oscuri e come superare le lunghe giornate piene di corpi maciullati e sangue.
La loro amicizia diventa sempre più forte, a tal punto che entrambe si accorgono che il loro sentimento va oltre all’amicizia, e così di nascosto di notte, chiuse nella stanza che condividono, sottovoce, per paura che qualcuno possa sentirle, si confessano reciprocamente il loro amore.
Inizia così un rapporto forte e complicato, un’unione che non sapranno se riusciranno a far continuare, una lotta dentro a una lotta.
Un romanzo audace, scritto come se fosse una lettera aperta che la protagonista scrive alla sua amata, con uno stile leggero come potrebbe essere quello di una persona innamorata che vuole aprire il suo cuore e confidare tutti i suoi segreti.
La Rasy riesce in un romanzo nemmeno troppo lungo a racchiudere due temi di grandissima importanza: la guerra e l’omosessualità. Specialmente il secondo argomento viene trattato sotto tutti i suoi aspetti, ovvero come un sentimento profondo e reale, puro e nello stesso tempo impetuoso, sempre però raccontato sottovoce, per trasmettere al lettore il senso di tabù causato dai tempi in cui è ambientato, ma che a ben guardare vige tutt’oggi.
Un romanzo fantastico che fa capire l’ipocrisia della gente e come invece può essere innocente l’animo umano.

Elisabetta Rasy nasce a Roma nel 1947. Trasferitasi a Napoli ancora adolescente, tornerà nella capitale in età adulta.
Nel 1974, dopo la laurea in Storia dell’Arte, fonda la casa editrice Edizioni delle donne, e inizia a collaborare con Rai e Radio 3.
Attualmente corrisponde per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore.
Madre del poeta Carlo Carabba, ha al suo carico molti romanzi sia storici generici che storici femminili.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Rizzoli.

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