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Quindici anni di Vigdis Hjorth (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

30 agosto 2026

Quindici anni di Vigdis Hjorth, pubblicato in Italia da Fazi Editore nella traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, è un romanzo di formazione toccante, in cui la scoperta delle menzogne familiari porta la protagonista adolescente a interrogarsi sugli adulti, sul senso della realtà, sulla giustizia e su quanto sia difficile restare fedeli a se stessi.

Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina norvegese con i genitori, la sorella Elisabet e il fratellino Lasse. La sua esistenza è scandita da abitudini consolidate: i pasti insieme, le domeniche sugli sci, le gite al lago, le vacanze e le ricorrenze religiose. Quella regolarità la protegge:

«Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo».

L’equilibrio si rompe quando Paula scopre le lettere che la madre scrive alla nonna materna, donna severa e profondamente religiosa, figlia di un celebre predicatore. In quelle pagine la realtà viene resa più presentabile: l’esame di matematica fallito da Elisabet diventa un successo, il padre riceve una promozione mai avvenuta e Paula viene descritta come una nipote devota. Falsità forse piccole per un adulto, ma sufficienti a incrinare l’intero sistema di valori della ragazza.

Hjorth evita la contrapposizione troppo semplice tra l’innocenza dell’adolescente e l’ipocrisia dei grandi. Paula condanna la madre, ma cerca anche di comprenderne le ragioni: la paura del giudizio, il desiderio di compiacere la nonna, la frustrazione di una vita governata dalle aspettative altrui. La menzogna diventa così il sintomo di una più profonda rinuncia all’autenticità.

Anche la religione viene affrontata senza facili provocazioni. Paula non rifiuta la ricerca di un significato; si ribella a una fede ridotta a rituale, obbedienza e controllo. Il confronto con il pastore, unico adulto disposto ad ascoltarla, mostra la complessità del conflitto: persino lui può proporle soltanto un compromesso basato sulla finzione e sul silenzio.

Karen, la migliore amica, rappresenta invece uno spazio di libertà. Quando si trasferisce, le lettere scambiate tra le due ragazze diventano una forma di presenza e resistenza. La scrittura assume così un doppio valore: nelle mani della madre altera la realtà, in quelle di Paula e Karen prova a raggiungere una verità condivisa.

«Una frase può cambiare qualunque cosa. Si trattava di trovare la frase che poteva cambiare tutto l’impossibile, se l’avesse trovata, non avrebbe più avuto nemmeno bisogno di gridare, le sarebbe bastato dirla con calma».

In queste parole è racchiuso uno dei nuclei del libro.

La narrazione in terza persona aderisce alla coscienza di Paula. I periodi lunghi, le associazioni e i pensieri ricorrenti riproducono con precisione il rimuginio di una ragazza incapace di accettare risposte convenzionali, la pressione che cresce in lei e la maturazione della sua volontà.

La ribellione di Paula non è clamorosa: procede attraverso esitazioni, piccoli rifiuti e tentativi che si scontrano con l’indifferenza degli adulti. Hjorth racconta l’adolescenza come un’età di dolorosa lucidità, nella quale si scopre che le persone amate possono deludere, che una famiglia può soffocare anche mentre cerca di proteggere e che crescere significa scegliere quali eredità accogliere.

Quando Paula comprende di dover difendere personalmente la propria volontà, il romanzo raggiunge la sua affermazione più vitale:

«Le era concesso vivere una sola volta, per questo sarebbe successo quello che doveva succedere, fine».

Una frase asciutta, quasi brutale, che non promette una libertà senza conseguenze, ma segna il momento in cui la ragazza decide di assumersene il prezzo.

Si tratta di un romanzo intenso, rigoroso e profondamente umano, che affida alla protagonista una conquista essenziale: il diritto di decidere chi diventare.

Vigdis Hjorth, nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, tra cui una ventina di romanzi, conquistando numerosi premi letterari. Eredità (Fazi Editore, 2020), incluso nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale. Fazi Editore ha pubblicato anche Lontananza (2021), finalista all’International Booker Prize 2023, e Ripetizione (2025).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo l’ufficio stampa Fazi Editore.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

Il cervello che ride Neuroscienze dell’umorismo di Mirella Manfredi (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

23 luglio 2026

Che cosa accade nel nostro cervello quando una battuta ci sorprende e ci strappa una risata? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, il saggio edito da Carocci, in cui Mirella Manfredi accompagna il lettore alla scoperta di uno dei fenomeni più universali e, allo stesso tempo, più complessi dell’esperienza umana.

Docente universitaria e direttrice di un gruppo di ricerca dedicato all’umorismo e alla neurodiversità, l’autrice affronta l’argomento con il rigore della scienziata e la chiarezza di una divulgatrice esperta. Ne nasce un volume di dimensioni contenute, ma straordinariamente ricco di contenuti: un saggio denso e concentrato, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare all’accuratezza scientifica e offrendo, in poco più di cento pagine, una panoramica ampia e aggiornata sul tema.

Il libro ci ricorda che ridere è molto più di una reazione spontanea: è il risultato di un articolato processo cognitivo. Per cogliere il comico, il cervello deve interpretare il contesto, riconoscere le incongruenze, elaborare aspettative e comprendere le intenzioni degli altri. L’umorismo diventa così una chiave di lettura privilegiata per esplorare il funzionamento della mente e il modo in cui costruiamo anche le nostre relazioni.

Il percorso si sviluppa con ordine e coerenza, muovendo dalle principali teorie sull’umorismo per arrivare alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Attraverso studi sperimentali, tecniche di neuroimaging ed elettrofisiologia, il volume illustra come la ricerca abbia progressivamente chiarito il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione del comico. A questa prospettiva si affiancano interessanti approfondimenti sullo sviluppo del senso dell’umorismo nell’infanzia, sulle possibili componenti ereditarie, sul rapporto con creatività e problem solving e sugli effetti che la risata può esercitare sul benessere psicofisico e sulle dinamiche relazionali.

Particolarmente stimolanti risultano anche le pagine dedicate alle radici evolutive dell’umorismo e ai comportamenti osservati nel regno animale, che ampliano lo sguardo oltre la sola dimensione umana. Di grande interesse è inoltre il capitolo conclusivo, dedicato alla neurodiversità, nel quale vengono analizzate le peculiarità dell’umorismo nell’autismo e nella sindrome di Williams. Temi che mostrano come un’esperienza apparentemente semplice possa offrire preziose informazioni sui meccanismi della cognizione.

Mirella Manfredi firma un’opera di grande qualità divulgativa, riuscendo a trasformare risultati scientifici complessi in un racconto chiaro, fluido e coinvolgente, mantenendo sempre un elevato livello di precisione. La lettura procede con naturalezza grazie a un equilibrio ben calibrato tra evidenze sperimentali, riferimenti alla letteratura scientifica e spunti di riflessione che invitano a guardare con occhi nuovi un gesto quotidiano come il ridere.

Il cervello che ride è un saggio che informa, incuriosisce e stimola il pensiero, restituendo all’umorismo tutta la sua complessità biologica, cognitiva e sociale. Una lettura consigliata non soltanto a chi si interessa di neuroscienze, ma anche a chi desidera comprendere meglio una delle manifestazioni più caratteristiche dell’essere umano e il ruolo che essa svolge nella nostra vita emotiva, cognitiva e relazionale.

Mirella Manfredi è professoressa di Neurodiversità e cognizione nella facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo, dove dirige un gruppo di ricerca su umorismo e neurodiversità. È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.