:: Odissea di Omero, a cura di Giovanni Cerri (BUR Rizzoli, 1998) a cura di Enrico Frasca

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OdisseaPrima di Conrad, di Dumas, di Stevenson, c’è stato lui. Un poeta girovago, raffigurato cieco dalla tradizione, che duemila e settecento anni fa avrebbe composto le due opere cardini di una civiltà e di quelle a venire. Ora, sarebbe un esercizio futile descrivere la trama, che i giovani hanno masticato sui banchi di scuola e i grandi hanno assaporato sul grande e piccolo schermo, quindi sarà meglio passare ai vari motivi per cui sarebbe interessante dedicarsi alla lettura del grande classico.
Innanzitutto, perché Ulisse/Odisseo è uno di noi. Un uomo che rappresenta in forma embrionale l’umanità moderna, che combatte per l’affermazione del suo volere, nonostante il destino e gli dei avversi gli sbarrino la strada con numerosi ostacoli. Il re di Itaca non si arrende al suo fato, e procede per prove ed errori, con la forza del proprio ingegno e della propria astuzia, attraverso quel procedimento che Freinet chiamerà tatonnement. Come un Giobbe, patisce dolori strazianti, ma è sempre pronto a rialzarsi, dando prove di una resilienza straordinaria. E’ un uomo ricco di sfaccettature, “multiforme” lo chiama il poeta nell’esordio, che può essere un abile menzognero in un momento, e un combattente impavido in un altro. Ma è un uomo che ha la forza di riscoprirsi cittadino del mondo, un cosmopolita di quello che era il mondo conosciuto all’epoca dei fatti, che ama conoscere popoli e terre sconosciute, aprendosi al confronto e allo scambio. Una lezione che andrebbe rivalutata, al giorno d’oggi.
Senza contare che l’Odissea non è un’ opera da relegare nelle aule scolastiche per la sua intrinseca natura di poema narrativo, che alterna squarci lirici intensi al gusto della narrativa pura e fantasiosa. E poi perché è stata ed è ancora un’ opera popolare di facile presa e dal fascino insindacabile per tutte le fasce sociali e di età.
Ma l’Odissea non è solo un racconto a una voce, dal momento che emerge prepotentemente la figura del figlio Telemaco; non a caso un tempo interi libri del poema venivano definiti “libri telemacheici” proprio per la preponderanza del giovane protagonista. Telemaco è l’anti-edipo per eccellenza, fulgido esempio di devozione filiale ancor prima del pius Aeneas. Se si riflette un po’, si noterà che il fuggiasco di Troia, che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise, in fin dei conti è obbligato da un dovere che deriva dalla vicinanza fisica del genitore. Telemaco non ha mai conosciuto suo padre, partito per la guerra di Troia venti anni prima, ma e alla costante ricerca del padre, sia sullo spazio che nelle parsone che incontra. Egli non ha vissuto l’autorità né i divieti del padre, ma è alla costante ricerca del valore paterno, cerca di caricarsi sulle proprie spalle l’esempio e l’eredità di un pesante genitore che è l’orgoglio della Grecia intera. La mancanza di Odisseo ha prolungato la sua adolescenza, e lo ha reso un giovane insicuro e timoroso. Proprio per questo la dea Atena, sotto mentite spoglie, lo esorta a cimentarsi nella ricerca del padre proprio per scrollarsi di dorso l’adolescenza a lungo ritardata. In ossequio alle teorie psicologiche di Adler, ha cercato surrogati della figura paterna in altri, come il fedele porcaro Eumeo e il suo precettore Mentore, che mai lo abbandonano, e nel dolore di figlio orfano, ha riscoperto il sentimento sociale verso i poveri e gli infermi. Signori, sarebbe l’ora di riscoprire il tanto famoso patto fra le generazioni, simboleggiato dal rapporto padre e figlio, che certi politicanti dal raggio d’azione corto cercano di distruggere con leggi previdenziali ispirate all’antagonismo.
E infine, in chiusura, è il momento di occuparsi di un argomento ferale. La morte si annida ovunque nel poema di Omero. I vivi e i morti stabiliscono un contatto, come nel ventiquattresimo libro del poema, in cui le anime dei pretendenti uccisi incontrano le anime dei grandi condottieri greci periti nell’assedio di Troia. Per l’antico greco, la morte era un tema fondamentale, e che deve tornare ad essere un tema fondamentale, anziché essere rimosso a tutti i corsi dalle discussioni. Perché sentendo il fiato della morte sul collo, Odisseo ha potuto trovare la spinta per tornare in patria, perché l’incombenza della precarietà del vivere gli ha fornito la mola della progettualità del uso viaggio.
Signori, riscoprite il lascito della cultura classica con un’ opera che rimane ancora un tassello fondamentale della coscienza europea.

Omero (in greco antico: Ὅμηρος, Hómēros) è il nome con il quale è storicamente identificato il poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca. Nell’antichità gli erano state attribuite anche altre opere: il poemetto giocoso Batracomiomachia, i cosiddetti Inni omerici, il poemetto Margite e vari poemi del Ciclo epico.
Già dubbie le attribuzioni della sua opera presso gli antichi, a partire dalla seconda metà del Seicento si iniziò a mettere in discussione l’esistenza stessa del poeta, dando inizio alla cosiddetta “questione omerica”.

Source: acquistato tre anni fa in libreria dal recensore.

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