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:: Visioni di cinema: Due parole sull’Odissea di Nolan di Emilio Patavini

22 luglio 2026

L’Odissea, il nuovo kolossal di Christopher Nolan, ha già incassato 260 milioni di dollari al botteghino mondiale, superando il budget di produzione, il più alto di sempre per il regista  britannico. Tutti lo hanno visto, tutti hanno espresso la loro opinione. Tra lodi sperticate e critiche feroci è già stato detto tutto quello che si poteva dire su quello che è forse il film più discusso dell’anno. Un merito del film è sicuramente quello di aver riportato il mito al centro della discussione, ma allo stesso tempo il suo principale difetto è proprio la mancanza di afflato mitico. Certo, si tratta della personale riscrittura di un poema di quasi tremila anni fa da parte di un regista contemporaneo, e come tale deve essere analizzato, ma non si può fare a meno di notare come in questa rielaborazione abbia così poco spazio il gusto per l’immaginifico e il senso del meraviglioso che informano il poema e lo rendono così diverso dall’altro poema attribuito a Omero, l’Iliade. C’è chi ha definito l’Odissea il primo fantasy della storia della letteratura, ma sarebbe più corretto dire che esso ha costituito un archetipo illustre per il genere fantastico, introducendo quelli che sono ormai topoi ricorrenti, come il viaggio dell’eroe (in questo caso il nostos, il ritorno a casa) o la presenza di magia e di creature mostruose. La sceneggiatura di Nolan ha un taglio molto moderno, raggruppando segmenti narrativi da più fonti e condensandoli insieme: per esempio, il film racconta in flashback l’inganno di Ulisse e la presa e caduta di Troia, ma allude anche alla vendetta di Oreste, attingendo dalle tragedie di Eschilo.

L’Odissea di Nolan non ha certamente alcuna pretesa di aderenza filologica al testo omerico, e non si pone troppi problemi a discostarsi dal mito. Per fare alcuni esempi, il fiore di loto viene consumato a Ogigia, dimora di Calipso, anziché sull’isola dei Lotofagi; il personaggio di Sinone, ignoto a Omero ma presente nell’Eneide, da spergiuro e principale attore dell’inganno del cavallo di Troia diviene vittima dei raggiri di Ulisse; i Lestrigoni passano da giganti antropofagi a enormi guerrieri in anacronistiche armature medievali che affondano due delle tre navi di Ulisse in una scena girata in un fiordo scozzese. Non serve l’acribia di un filologo per notare l’implausibilità del design dei costumi (in particolare l’armatura di Agamennone, che pare riciclata dalla trilogia di Batman), incongruenze, anacronismi (le statue greche in origine erano colorate e non bianche come appaiono oggi) e inesattezze mitologiche (le sirene si intravedono appena, poiché lo spettatore è concentrato sul loro canto, ma sembrano più vicine alle raffigurazioni convenzionali che alle originali donne-uccello). Il linguaggio (almeno nel doppiaggio italiano) non è particolarmente altisonante; la presenza nei dialoghi di espressioni come “veterano della guerra di Troia”, “fortunato bastardo” e riferimenti espliciti agli escrementi umani, unitamente a una certa tendenza hollywoodiana alla spettacolarizzazione e all’immancabile combattimento finale, fanno pensare più al classico film di guerra americano che a una trasposizione di un poema epico. Occorre però aggiungere che in alcuni aspetti mantiene un certo grado di fedeltà al mito: per esempio, i morti sono rappresentati come ombre assetate di sangue, attirate dal rito della nekyia, anche se Ulisse non compie una catabasi agli inferi per consultare Tiresia, ma sono i defunti stessi – come nella migliore tradizione zombie di Fulci – a emergere dalla spiaggia nera islandese in cui è stata girata la scena. Una delle più vistose differenze dal poema omerico è indubbiamente il nome stesso dell’eroe interpretato da Matt Damon, che viene chiamato Ulisse, nome latino coniato da Livio Andronico, nella sua traduzione dell’Odissea, che deriva da una variante dialettale del nome greco Odisseo. Il suo personaggio, a ben guardare, è ben diverso dall’eroe dal multiforme ingegno (polýtropos) e dotato della proverbiale scaltrezza (mètis) cui siamo abituato: egli appare più come un eroe “decostruito”, segnato dal trauma collettivo della guerra e dai suoi drammatici costi umani. Non è un caso che si definisca un “veterano”, proprio come un reduce del Vietnam affetto da disturbo da stress post-traumatico. Alla fine Ulisse veleggia verso l’“occidente sconosciuto”, in quello che non è tanto un “folle volo” di dantesca memoria, bensì un esilio resosi necessario per onorare la memoria dei suoi compagni insepolti. La scelta di introdurre un elemento estraneo al mito ma tratto dalla storia, come quello dei misteriosi popoli del mare, viene vanificata però dall’affermazione di Ulisse, che confidandosi con Penelope ammette: “Siamo noi i popoli del mare”. Questa frase, insieme al concetto più volte ribadito di civiltà in decadenza e della fine dell’età del bronzo, scalza  Ulisse dalla sua posizione di guerriero invulnerabile e appartenente al lontano passato eroico e lo rende un everyman, unuomo occidentale, appartenente a una civiltà in declino e, come vuole l’etimologia di “occidente”, destinata a tramontare. Forse è proprio perché si vuole raccontare un mito antico con gli occhi del presente (dimenticando forse che il mito non ha bisogno di essere modernizzato per stare al passo con i tempi, essendo una materia eterna che parla agli uomini di ogni tempo), che il regista ha scelto di non rappresentare divinità antropomorfe, all’infuori delle fuggevoli apparizioni di Atena, interpretata da Zendaya. Alle volte, complice anche un montaggio serrato, in movimento tra passato e presente, tra ricordo doloroso e nostalgia di casa, le peripezie appaiono stilizzate e semplicistiche e i personaggi non restano sempre memorabili, ma il senso del meraviglioso, pur se presente in quantità omeopatiche rispetto alle scene di guerra, per fortuna, non è ancora completamente delegato alla computer-generated imagery o, peggio, all’intelligenza artificiale. Prediligere film con effetti speciali analogici e artigianali non è una nostalgia passatista, ma una scelta estetica coraggiosa. Sarebbe una falsa ma legittima speranza andare in sala con l’aspettativa di trovarsi di fronte a una pellicola che condivida l’atmosfera dei vecchi peplum con gli effetti speciali di Ray Harryhausen (Il 7° viaggio di Sinbad, Gli argonauti, Scontro di titani) o, per restare in tema, di Mario Bava e Carlo Rambaldi (E.T., Alien, King Kong, il Dune di Lynch ecc.), che insieme curarono gli effetti speciali del memorabile episodio di Polifemo per la miniserie RAI del 1968 diretta da Franco Rossi. È stata però una piacevole sorpresa trovare la scena di Polifemo girata perlopiù con un animatronic di 6 metri, con qualche ritocco digitale. Stando alle sue parole, Nolan si è ispirato a Guillermo del Toro (in particolare al mostro de Il labirinto del fauno)e al celebre dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Nolan si discosta dall’originale omerico, ormai entrato nell’immaginario collettivo, scegliendo di non mostrare né il celebre gioco linguistico di Nessuno né lo stratagemma della fuga di Odisseo e dei suoi compagni aggrappati al ventre delle pecore. In effetti, il ciclope – da mostro non umanizzato quale viene rappresentato – non parla proprio, se non per evocare, in una lingua sconosciuta, la maledizione del padre Poseidone. Gli amanti del body horror (chi scrive incluso) hanno potuto apprezzare la scena di Circe, in cui i compagni di Ulisse vengono tramutati in maiali attraverso la deformazione fisica dei corpi, in una orripilante metamorfosi. Che abbia raggiunto il suo scopo lo hanno confermato le reazioni di disgusto in sala. Meno fedele al mito la permanenza di un anno sull’isola della maga Circe, con cui Ulisse, secondo alcune versioni (come raccontato anche nella Storia Vera diLuciano), avrebbe concepito in un momento di infedeltà coniugale un figlio di nome Telegono, destinato a vendicare il padre.

:: Odissea di Omero, a cura di Giovanni Cerri (BUR Rizzoli, 1998) a cura di Enrico Frasca

10 settembre 2018

OdisseaPrima di Conrad, di Dumas, di Stevenson, c’è stato lui. Un poeta girovago, raffigurato cieco dalla tradizione, che duemila e settecento anni fa avrebbe composto le due opere cardini di una civiltà e di quelle a venire. Ora, sarebbe un esercizio futile descrivere la trama, che i giovani hanno masticato sui banchi di scuola e i grandi hanno assaporato sul grande e piccolo schermo, quindi sarà meglio passare ai vari motivi per cui sarebbe interessante dedicarsi alla lettura del grande classico.
Innanzitutto, perché Ulisse/Odisseo è uno di noi. Un uomo che rappresenta in forma embrionale l’umanità moderna, che combatte per l’affermazione del suo volere, nonostante il destino e gli dei avversi gli sbarrino la strada con numerosi ostacoli. Il re di Itaca non si arrende al suo fato, e procede per prove ed errori, con la forza del proprio ingegno e della propria astuzia, attraverso quel procedimento che Freinet chiamerà tatonnement. Come un Giobbe, patisce dolori strazianti, ma è sempre pronto a rialzarsi, dando prove di una resilienza straordinaria. E’ un uomo ricco di sfaccettature, “multiforme” lo chiama il poeta nell’esordio, che può essere un abile menzognero in un momento, e un combattente impavido in un altro. Ma è un uomo che ha la forza di riscoprirsi cittadino del mondo, un cosmopolita di quello che era il mondo conosciuto all’epoca dei fatti, che ama conoscere popoli e terre sconosciute, aprendosi al confronto e allo scambio. Una lezione che andrebbe rivalutata, al giorno d’oggi.
Senza contare che l’Odissea non è un’ opera da relegare nelle aule scolastiche per la sua intrinseca natura di poema narrativo, che alterna squarci lirici intensi al gusto della narrativa pura e fantasiosa. E poi perché è stata ed è ancora un’ opera popolare di facile presa e dal fascino insindacabile per tutte le fasce sociali e di età.
Ma l’Odissea non è solo un racconto a una voce, dal momento che emerge prepotentemente la figura del figlio Telemaco; non a caso un tempo interi libri del poema venivano definiti “libri telemacheici” proprio per la preponderanza del giovane protagonista. Telemaco è l’anti-edipo per eccellenza, fulgido esempio di devozione filiale ancor prima del pius Aeneas. Se si riflette un po’, si noterà che il fuggiasco di Troia, che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise, in fin dei conti è obbligato da un dovere che deriva dalla vicinanza fisica del genitore. Telemaco non ha mai conosciuto suo padre, partito per la guerra di Troia venti anni prima, ma e alla costante ricerca del padre, sia sullo spazio che nelle parsone che incontra. Egli non ha vissuto l’autorità né i divieti del padre, ma è alla costante ricerca del valore paterno, cerca di caricarsi sulle proprie spalle l’esempio e l’eredità di un pesante genitore che è l’orgoglio della Grecia intera. La mancanza di Odisseo ha prolungato la sua adolescenza, e lo ha reso un giovane insicuro e timoroso. Proprio per questo la dea Atena, sotto mentite spoglie, lo esorta a cimentarsi nella ricerca del padre proprio per scrollarsi di dorso l’adolescenza a lungo ritardata. In ossequio alle teorie psicologiche di Adler, ha cercato surrogati della figura paterna in altri, come il fedele porcaro Eumeo e il suo precettore Mentore, che mai lo abbandonano, e nel dolore di figlio orfano, ha riscoperto il sentimento sociale verso i poveri e gli infermi. Signori, sarebbe l’ora di riscoprire il tanto famoso patto fra le generazioni, simboleggiato dal rapporto padre e figlio, che certi politicanti dal raggio d’azione corto cercano di distruggere con leggi previdenziali ispirate all’antagonismo.
E infine, in chiusura, è il momento di occuparsi di un argomento ferale. La morte si annida ovunque nel poema di Omero. I vivi e i morti stabiliscono un contatto, come nel ventiquattresimo libro del poema, in cui le anime dei pretendenti uccisi incontrano le anime dei grandi condottieri greci periti nell’assedio di Troia. Per l’antico greco, la morte era un tema fondamentale, e che deve tornare ad essere un tema fondamentale, anziché essere rimosso a tutti i corsi dalle discussioni. Perché sentendo il fiato della morte sul collo, Odisseo ha potuto trovare la spinta per tornare in patria, perché l’incombenza della precarietà del vivere gli ha fornito la mola della progettualità del uso viaggio.
Signori, riscoprite il lascito della cultura classica con un’ opera che rimane ancora un tassello fondamentale della coscienza europea.

Omero (in greco antico: Ὅμηρος, Hómēros) è il nome con il quale è storicamente identificato il poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca. Nell’antichità gli erano state attribuite anche altre opere: il poemetto giocoso Batracomiomachia, i cosiddetti Inni omerici, il poemetto Margite e vari poemi del Ciclo epico.
Già dubbie le attribuzioni della sua opera presso gli antichi, a partire dalla seconda metà del Seicento si iniziò a mettere in discussione l’esistenza stessa del poeta, dando inizio alla cosiddetta “questione omerica”.

Source: acquistato tre anni fa in libreria dal recensore.