Archive for the ‘Visioni di cinema’ Category

:: Nikita di Luc Besson

8 luglio 2018

NikitaHey Nikita is it cold
In your little corner of the world
You could roll around the globe
And never find a warmer soul to know

Tutto iniziò con una canzone, Nikita, cantata da Elton John, e scritta da Bernie Taupin. Era la metà degli anni ’80, il Muro di Berlino era ancora in piedi, e tra il Blocco Sovietico e gli Stati Uniti la guerra fredda continuava. Ma molti giovani sognavano un mondo nuovo, senza più guerre, senza più la minaccia nucleare, senza più divisioni. Questa canzone raccontava la storia di una ragazza tedesca, guardia di frontiera, e del suo impossibile amore per uno straniero. E’ una canzone molto romantica, apparentemente pop, che nasconde tuttavia profondi ideali che noi ragazzi cresciuti in quegli anni condividemmo.

Luc Besson si ispirò proprio a questa canzone per realizzare il suo film forse più famoso, Nikita, con protagonista l’allora sua moglie Annie Parillaud, bellissima e perfetta nel ruolo di una ragazza costretta dagli eventi a diventare una spietata killer.

Se vogliamo questo film è molto più che un thriller d’azione, seppure con l’elemento innovativo di un’ eroina al centro della storia. Forse Besson fu il primo a iniziare questo filone cinematografico, che poi sarà ampliato negli anni successivi, sempre con grandi difficoltà, fino a opere come Wonder Woman interpretata da Gal Gadot.

E’ un film profondamente femminista, visionario, precorritore dei tempi e incide nell’ immaginario come forse pochi altri film hanno fatto. Uscì nel 1990, un anno dopo la caduta del Muro di Berlino, quasi contemporaneamente a un’ altra canzone cult di quegli anni, Wind of Change della mitica band tedesca degli “Scorpions”, che anche essa parlava di cambiamento e libertà.

Se vogliamo questo film è anche una parabola morale, che ci ricorda l’importanza del quinto comandamento: non uccidere. Nikita uccide durante una rapina in una farmacia un poliziotto, e da questo atto forse involontario, condotto sotto l’effetto di droghe, ne scaturisce una condanna, prima giudiziaria, poi ancora più crudele, quando viene reclutata dai servizi segreti francesi.

Tuttavia la nostra eroina è una donna forte, determinata, anche sensibile, ama riamata il suo Marco, un ragazzo normale che incontra in un supermercato, e nonostante si trovi in una situazione in cui non vede via di uscita, riuscirà alla fine con il suo coraggio e la sua determinazione a riguadagnarsi la sua libertà, pagando però un prezzo altissimo: la perdita del suo amore.

Ambiguo il rapporto con l’ufficiale dei Servizi che l’arruola, nel film interpretato da un affascinante quanto crudele Tcheky Karyo, che somiglia molto al poliziotto che ha ucciso. Anche Bob tuttavia vittima di un sistema spietato, in cui i sentimenti hanno poco spazio, sacrificati a un bene superiore, deciso dallo Stato.

La scena del bacio tra Nikita e Bob, al termine della prima missione- prova, è una delle più struggenti della storia del cinema a mio parere e ci dimostra quanto sia più forte lei di lui. Quanto i sentimenti siano più forti di ordini e disciplina, e quanto siano in realtà fragili le persone che non li hanno mai provati.

Dicevo che è un film femminista soprattutto perché la protagonista grazie alla sua forza emerge da un passato di droga e violenza, conquista a caro prezzo una certa normalità, (un appartamento, un lavoro, un amore, etc…) e quando la spirale di violenza sta per travolgerla (drammatica l’ultima sua missione all’ambasciata in compagnia dell’ Eliminatore) spezza ogni legame sia con il mentore che con il suo innamorato, e dopo una notte di dubbio e tristezza, fugge verso la sua libertà.

C’è dunque un lieto fine, un po’ amaro, ma incredibilmente catartico che racchiude lo spirito di quegli anni, dove tutto era in continuo cambiamento, i ruoli si sovrapponevano, e l’importanza della libertà emergeva con forza.

Dire che questo film è bello è forse limitativo, ha incarnato perfettamente lo spirito di quegli anni, e ancora oggi che lo guardiamo forse con occhi diversi, più segnati da crisi economiche, delusioni e ideali infranti, non può che lasciarci ammirati e un po’ sgomenti.

:: Garage Olimpo di Mario Bechis

31 maggio 2018

Garage Olimpo

Il cinema di impegno civile e sociale ha mille facce e mille voci, e se anche prosegue con produzioni perlopiù indipendenti (poco distribuite, poco finanziate) a volte trova strade sue proprie e raggiunge una notevole notorietà come è successo per il film Garage Olimpo del regista italocileno Mario Bechis, che racconta in immagini una vicenda parzialmente autobiografica (anche se la storia non rispecchia unicamente sue vicende personali) che è difficile non tocchi nel profondo lo spettatore.
Di cosa parla Garage Olimpo? Il film narra la storia di una ragazza di 19 anni, durante la dittatura militare argentina di Videla (tra il 1976 e il 1983).
Ambientato a Buenos Aires (in un certo senso inevitabile il confronto con altre pellicole, mi viene in mente la più recente che ho visto Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente di Daniele Luchetti), il film tratta il tema dei desaparecidos, persone che furono arrestate per motivi politici, e scomparvero nel nulla, moltissimi sepolti in mare, i cui resti probabilmente non saranno mai più ritrovati.
Affrontare un tema simile, specialmente da chi è stato toccato da quei fatti, non deve essere stato una cosa facile. Ma il film emana una grande forza e una certa pacatezza, una sorta di superamento del dolore, che si fa immagine di denuncia, e di condivisione di un’ esperienza che acquista echi universali e ci parla di oppressione, dell’uso sistematico della violenza per ottenere informazioni, o il controllo antidemocratico della popolazione. Ci spiega il lato inumano di una dittatura e ci racconta le storie anche degli “entusiasti” esecutori di questo sistema repressivo che vedeva nelle incarcerazioni arbitrarie, nella tortura, nella soppressione delle persone (avversari politici o no) il suo modus operandi. Metodi ampiamente utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e mutuati da varie dittature del Sudamerica, per strane corrispondenze.
Il film ha una grande calma compositiva, nessun eccesso, tutto è controllato, anche le scene più forti non lasciano mai mostrare esagerazioni truculente o splatter.
Mario Bechis visse sempre bendato, i sette giorni in cui fu “ospite” di uno di questi centri di detenzione, per cui ricorda solo i suoni della sua prigionia. Con questo film ha dato a quei suoni le immagini, e questa autenticità di intenti e di memoria, non può che rendere lo spettatore consapevole che ciò che sta guardando non è uno spettacolo di intrattenimento.
Cosa mi ha colpito di più di questo film? La sua scelta di porre al centro della vicenda una storia d’”amore” tra carceriere e prigioniera. Questo “espediente” rende immediato il rapporto difficile e misterioso che lega fatti così drammatici alla memoria. E probabilmente rende il tutto più sopportabile allo spettatore.
E’ un film politico? Certamente, lo è nella misura in cui ci presenta gli oppositori politici di una dittatura (di destra) all’opera (si organizzarono in associazioni di resistenza, preparano bombe, le piazzano nelle case dei militari), insomma fanno opposizione attiva.
Le torture per ottenere informazioni (sui movimenti e le attività di questi oppositori politici) sono mezzi utilizzati senza derive sadiche o sanguinarie, e proprio questo le rende più inumane e aberranti. L’uso scientifico della dose sopportabile di scariche elettriche su un corpo (i torturatori non erano autorizzati a uccidere le vittime, questo avveniva in un secondo tempo con iniezione letale) ha un che di folle e nello stesso tempo sistematico e implacabile.
A che età fare vedere questo film? Difficile dirlo, dipende dalla maturità personale dei ragazzi, ma sicuramente gli studenti liceali possono assistere alla visione se supportati da insegnanti consapevoli e equilibrati. Quello che so è che quando lo vidi per la prima volta ero molto più giovane e mi ricordo fu un’esperienza più angosciante. Da adulta, con il mio bagaglio personale di esperienze, ho valutato altri fattori e ne ho percepito più la sua portata universale e non solo legata ai fatti argentini.
Insomma quando uno stato sospende i diritti civili dei suoi cittadini e impone arbitrariamente l’uso della violenza, che sia motivata o meno, commette un crimine. E le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.