Archive for the ‘Visioni di cinema’ Category

:: Visioni di cinema: Balzac e la piccola sarta cinese di Dai Sijie

29 agosto 2026

Tratto dall’omonimo romanzo semi-autobiografico di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese è anche un film del 2002 diretto dallo stesso autore del libro e presentato nella sezione Un Certain Regard al 55° Festival di Cannes. È un’opera deliziosa, commovente e divertente, attraversata da una vena poetica e da una malinconia delicata, che parla di amore, amicizia, libertà e, soprattutto, del potere straordinario che i libri possono avere nel cambiare la vita di chi li legge.

Ambientato nella Cina maoista durante gli anni della Rivoluzione culturale, in un piccolo e pittoresco villaggio di montagna del Sichuan, il film racconta la giovinezza di due ragazzi, Ma e il suo migliore amico Luo, entrambi mandati in montagna per essere “rieducati” secondo i principi del regime comunista. Provenienti da famiglie di estrazione borghese e figli di medici considerati nemici del popolo, i due devono scontare la propria presunta colpa attraverso il duro lavoro nei campi e nella miniera, contribuendo, secondo la logica del regime, alla costruzione della nuova Cina del Compagno Mao.

In un ambiente fatto di privazioni, fatica, sporcizia e lavori massacranti, i due ragazzi scoprono però anche una realtà diversa da quella che il regime vorrebbe imporre loro. Incontrano infatti la Piccola Sarta, una bellissima e ingenua ragazza del villaggio, nipote di un sarto, che vive immersa in un mondo semplice e apparentemente lontanissimo da quello dei due giovani. Entrambi si innamorano di lei, dando vita a un delicato intreccio sentimentale in cui amicizia, desiderio, e amore finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. La ragazza, inizialmente affascinata soprattutto dai racconti che Ma e Luo le fanno, viene conquistata da quel mondo sconosciuto che i due riescono a evocare attraverso le loro letture.

Ed è proprio la letteratura il vero cuore del film. I due amici entrano in possesso di una valigia piena di romanzi occidentali, sottratti a Quattrocchi, un altro ragazzo mandato in quel campo di rieducazione. Tra quei libri ci sono soprattutto le opere di Balzac, ma anche altri grandi autori della letteratura europea. In una Cina in cui la cultura occidentale è considerata pericolosa e sovversiva, quei romanzi rappresentano per i protagonisti una finestra improvvisamente spalancata su un universo completamente diverso: un mondo fatto di sentimenti, passioni, libertà individuale, sogni e possibilità.

I libri diventano così una vera e propria forma di evasione dalla realtà oppressiva in cui Ma e Luo sono costretti a vivere. Ma non sono soltanto un rifugio: sono anche uno strumento di formazione e di emancipazione. Attraverso le storie raccontate nei romanzi, i ragazzi imparano a conoscere il mondo, ma soprattutto imparano a conoscere se stessi, i propri desideri e le proprie emozioni. E ciò che leggono finisce per trasformare anche chi li circonda, in particolare la Piccola Sarta, che grazie alla letteratura comincia a immaginare per sé una vita diversa, al di là dei confini angusti del villaggio e del ruolo che la società sembra averle assegnato.

Il film riesce così a raccontare con leggerezza una realtà storica tutt’altro che leggera. Sullo sfondo c’è infatti la violenza ideologica della Rivoluzione culturale, con la sua sistematica repressione della cultura, del pensiero individuale e di tutto ciò che poteva essere considerato estraneo ai principi del maoismo. Dai Sijie evita però di trasformare il film in una semplice denuncia politica: preferisce raccontare questa realtà attraverso gli occhi dei suoi giovani protagonisti, mescolando dramma, ironia, sensualità e poesia. Proprio questo equilibrio rende la storia particolarmente coinvolgente.

Accanto alla magia della letteratura, anche i paesaggi assumono un ruolo fondamentale. Le montagne del Sichuan, i sentieri, i villaggi immersi nella natura e gli scorci della Cina rurale sono di una bellezza quasi fiabesca e creano un forte contrasto con la durezza della situazione politica e con le condizioni di vita dei protagonisti. La natura appare libera e incontaminata proprio mentre gli uomini sono costretti dentro le rigide regole imposte dal regime. La splendida fotografia accentua ulteriormente questo contrasto, regalando al film immagini suggestive e contribuendo a trasmettere contemporaneamente la bellezza, la nostalgia e la malinconia che attraversano tutta la storia.

Balzac e la piccola sarta cinese è quindi un film sulla scoperta della libertà attraverso la cultura, ma anche una storia di formazione, di amicizia e di primo amore. È il racconto di come un libro possa diventare un oggetto rivoluzionario, capace di aprire una breccia anche nelle realtà più chiuse e oppressive. E forse è proprio questo l’aspetto più bello del film: l’idea che le storie che leggiamo non rimangano confinate sulle pagine, ma possano insinuarsi nella nostra vita, modificare il nostro modo di guardare il mondo e persino suggerirci la possibilità di diventare qualcun altro.

Un film poetico e delicato, capace di commuovere senza mai essere stucchevole e di raccontare, con grazia e ironia, il potere della letteratura e il desiderio universale di libertà.

:: Visioni di cinema: Due parole sull’Odissea di Nolan di Emilio Patavini

22 luglio 2026

L’Odissea, il nuovo kolossal di Christopher Nolan, ha già incassato 260 milioni di dollari al botteghino mondiale, superando il budget di produzione, il più alto di sempre per il regista  britannico. Tutti lo hanno visto, tutti hanno espresso la loro opinione. Tra lodi sperticate e critiche feroci è già stato detto tutto quello che si poteva dire su quello che è forse il film più discusso dell’anno. Un merito del film è sicuramente quello di aver riportato il mito al centro della discussione, ma allo stesso tempo il suo principale difetto è proprio la mancanza di afflato mitico. Certo, si tratta della personale riscrittura di un poema di quasi tremila anni fa da parte di un regista contemporaneo, e come tale deve essere analizzato, ma non si può fare a meno di notare come in questa rielaborazione abbia così poco spazio il gusto per l’immaginifico e il senso del meraviglioso che informano il poema e lo rendono così diverso dall’altro poema attribuito a Omero, l’Iliade. C’è chi ha definito l’Odissea il primo fantasy della storia della letteratura, ma sarebbe più corretto dire che esso ha costituito un archetipo illustre per il genere fantastico, introducendo quelli che sono ormai topoi ricorrenti, come il viaggio dell’eroe (in questo caso il nostos, il ritorno a casa) o la presenza di magia e di creature mostruose. La sceneggiatura di Nolan ha un taglio molto moderno, raggruppando segmenti narrativi da più fonti e condensandoli insieme: per esempio, il film racconta in flashback l’inganno di Ulisse e la presa e caduta di Troia, ma allude anche alla vendetta di Oreste, attingendo dalle tragedie di Eschilo.

L’Odissea di Nolan non ha certamente alcuna pretesa di aderenza filologica al testo omerico, e non si pone troppi problemi a discostarsi dal mito. Per fare alcuni esempi, il fiore di loto viene consumato a Ogigia, dimora di Calipso, anziché sull’isola dei Lotofagi; il personaggio di Sinone, ignoto a Omero ma presente nell’Eneide, da spergiuro e principale attore dell’inganno del cavallo di Troia diviene vittima dei raggiri di Ulisse; i Lestrigoni passano da giganti antropofagi a enormi guerrieri in anacronistiche armature medievali che affondano due delle tre navi di Ulisse in una scena girata in un fiordo scozzese. Non serve l’acribia di un filologo per notare l’implausibilità del design dei costumi (in particolare l’armatura di Agamennone, che pare riciclata dalla trilogia di Batman), incongruenze, anacronismi (le statue greche in origine erano colorate e non bianche come appaiono oggi) e inesattezze mitologiche (le sirene si intravedono appena, poiché lo spettatore è concentrato sul loro canto, ma sembrano più vicine alle raffigurazioni convenzionali che alle originali donne-uccello). Il linguaggio (almeno nel doppiaggio italiano) non è particolarmente altisonante; la presenza nei dialoghi di espressioni come “veterano della guerra di Troia”, “fortunato bastardo” e riferimenti espliciti agli escrementi umani, unitamente a una certa tendenza hollywoodiana alla spettacolarizzazione e all’immancabile combattimento finale, fanno pensare più al classico film di guerra americano che a una trasposizione di un poema epico. Occorre però aggiungere che in alcuni aspetti mantiene un certo grado di fedeltà al mito: per esempio, i morti sono rappresentati come ombre assetate di sangue, attirate dal rito della nekyia, anche se Ulisse non compie una catabasi agli inferi per consultare Tiresia, ma sono i defunti stessi – come nella migliore tradizione zombie di Fulci – a emergere dalla spiaggia nera islandese in cui è stata girata la scena. Una delle più vistose differenze dal poema omerico è indubbiamente il nome stesso dell’eroe interpretato da Matt Damon, che viene chiamato Ulisse, nome latino coniato da Livio Andronico, nella sua traduzione dell’Odissea, che deriva da una variante dialettale del nome greco Odisseo. Il suo personaggio, a ben guardare, è ben diverso dall’eroe dal multiforme ingegno (polýtropos) e dotato della proverbiale scaltrezza (mètis) cui siamo abituato: egli appare più come un eroe “decostruito”, segnato dal trauma collettivo della guerra e dai suoi drammatici costi umani. Non è un caso che si definisca un “veterano”, proprio come un reduce del Vietnam affetto da disturbo da stress post-traumatico. Alla fine Ulisse veleggia verso l’“occidente sconosciuto”, in quello che non è tanto un “folle volo” di dantesca memoria, bensì un esilio resosi necessario per onorare la memoria dei suoi compagni insepolti. La scelta di introdurre un elemento estraneo al mito ma tratto dalla storia, come quello dei misteriosi popoli del mare, viene vanificata però dall’affermazione di Ulisse, che confidandosi con Penelope ammette: “Siamo noi i popoli del mare”. Questa frase, insieme al concetto più volte ribadito di civiltà in decadenza e della fine dell’età del bronzo, scalza  Ulisse dalla sua posizione di guerriero invulnerabile e appartenente al lontano passato eroico e lo rende un everyman, unuomo occidentale, appartenente a una civiltà in declino e, come vuole l’etimologia di “occidente”, destinata a tramontare. Forse è proprio perché si vuole raccontare un mito antico con gli occhi del presente (dimenticando forse che il mito non ha bisogno di essere modernizzato per stare al passo con i tempi, essendo una materia eterna che parla agli uomini di ogni tempo), che il regista ha scelto di non rappresentare divinità antropomorfe, all’infuori delle fuggevoli apparizioni di Atena, interpretata da Zendaya. Alle volte, complice anche un montaggio serrato, in movimento tra passato e presente, tra ricordo doloroso e nostalgia di casa, le peripezie appaiono stilizzate e semplicistiche e i personaggi non restano sempre memorabili, ma il senso del meraviglioso, pur se presente in quantità omeopatiche rispetto alle scene di guerra, per fortuna, non è ancora completamente delegato alla computer-generated imagery o, peggio, all’intelligenza artificiale. Prediligere film con effetti speciali analogici e artigianali non è una nostalgia passatista, ma una scelta estetica coraggiosa. Sarebbe una falsa ma legittima speranza andare in sala con l’aspettativa di trovarsi di fronte a una pellicola che condivida l’atmosfera dei vecchi peplum con gli effetti speciali di Ray Harryhausen (Il 7° viaggio di Sinbad, Gli argonauti, Scontro di titani) o, per restare in tema, di Mario Bava e Carlo Rambaldi (E.T., Alien, King Kong, il Dune di Lynch ecc.), che insieme curarono gli effetti speciali del memorabile episodio di Polifemo per la miniserie RAI del 1968 diretta da Franco Rossi. È stata però una piacevole sorpresa trovare la scena di Polifemo girata perlopiù con un animatronic di 6 metri, con qualche ritocco digitale. Stando alle sue parole, Nolan si è ispirato a Guillermo del Toro (in particolare al mostro de Il labirinto del fauno)e al celebre dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Nolan si discosta dall’originale omerico, ormai entrato nell’immaginario collettivo, scegliendo di non mostrare né il celebre gioco linguistico di Nessuno né lo stratagemma della fuga di Odisseo e dei suoi compagni aggrappati al ventre delle pecore. In effetti, il ciclope – da mostro non umanizzato quale viene rappresentato – non parla proprio, se non per evocare, in una lingua sconosciuta, la maledizione del padre Poseidone. Gli amanti del body horror (chi scrive incluso) hanno potuto apprezzare la scena di Circe, in cui i compagni di Ulisse vengono tramutati in maiali attraverso la deformazione fisica dei corpi, in una orripilante metamorfosi. Che abbia raggiunto il suo scopo lo hanno confermato le reazioni di disgusto in sala. Meno fedele al mito la permanenza di un anno sull’isola della maga Circe, con cui Ulisse, secondo alcune versioni (come raccontato anche nella Storia Vera diLuciano), avrebbe concepito in un momento di infedeltà coniugale un figlio di nome Telegono, destinato a vendicare il padre.

:: Una modesta proposta

14 luglio 2026

A differenza di molti che sostengono di conoscere l’Iliade e l’Odissea come se le avessero lette direttamente in greco antico – o, meglio ancora, ascoltate dalla viva voce di Omero, se non addirittura di Zeus – io non mi considero un’esperta. Conosco però qualcosa delle opere derivate, degli archetipi, del mito e della sua continua riscrittura.

Ed è proprio per questo che mi chiedo: perché demolire o incensare un’opera artistica – perché di questo si tratta, calmiamo gli animi – prima ancora di averla vista? Prima che sia arrivata nelle sale?

Christopher Nolan stesso, con una certa ingenuità ma anche con buone ragioni, si è posto il problema, temendo che molti avessero già emesso una sentenza di condanna ancor prima della prima proiezione. E, considerando gli investimenti che un film del genere richiede, la preoccupazione è comprensibile.

Io, se il portafoglio me lo permetterà, andrò a vedere questa tanto vituperata opera.

Elena è interpretata da un’attrice nera? E allora? È talmente bella che potrebbe essere fucsia, blu a pallini verdi o amaranto, e resterebbe comunque di una bellezza irraggiungibile per il 95% di noi. E sono persino generosa.

Elena di Sparta era davvero così come ce la immaginiamo? Forse Omero – o chiunque sia stato l’autore dei poemi secondo le varie ipotesi – la immaginava con boccoli dorati e pelle chiarissima. Forse no. C’eravamo per chiederglielo?

L’attrice, a quanto pare, ha anche pronunciato una frase poco felice accusando Omero di aver dato poco spazio alle donne. Può darsi che sia stato un passo falso. Ma prima di trasformare una dichiarazione in un capo d’accusa, forse varrebbe la pena considerare il contesto in cui è stata pronunciata.

E poi, davvero vogliamo ridurre Omero all’accusa di essere “contro le donne”? A causa di Circe? Delle Sirene? Delle Gorgoni? Delle Erinni? Personaggi che appartengono al mito e che sono, prima ancora che figure narrative, archetipi complessi, simboli, incarnazioni di paure, desideri e forze della natura umana.

Forse dovremmo semplicemente concederci il lusso di guardare un’opera d’arte in santa pace.

Se sarà una ciofeca, dopo averla vista potremo esprimere il nostro parere – richiesto o meno. Ma se fosse un capolavoro? Se aggiungesse una lettura contemporanea, persino radicale, del mito di Ulisse? Se, anziché parlarci dell’uomo di tremila anni fa, riuscisse a parlare dell’uomo di oggi?

Il mito, dopotutto, continua a vivere proprio perché ogni epoca lo riscrive.

Nel frattempo, buona visione a chi andrà al cinema. E a chi non ci andrà… liberissimo di farlo a me in tasca non entra niente.

:: Visioni di cinema: Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter

4 luglio 2026

Parodia caciarona di tutti gli action movie statunitensi con eroe nerboruto alla Silvester Stallone o alla Arnold Schwarzenegger, anche se Kurt Russell (il “quasi” protagonista Jack Burton) per tutto il film si è ispirato burlescamente agli eroi portati sullo schermo dal mitico John Wayne e John Carpenter inizialmente pure ne voleva fare un western, (chissà che film meraviglioso sarebbe stato), Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China, 1986) di cui quest’anno cade il quarantennale, è uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e sono diventati cult dopo un (quasi) flop al botteghino. A dimostrare che non sempre si è compresi dai propri contemporanei e se vogliamo il successo arriva dopo, ed è a volte spropositato. Non che non sia un film fantastico, ma non fu prodotto per diventare una colonna portante del cinema d’azione, si un bel budget ci fu, ma non così tanto come ci si aspetterebbe.  

Qui, genialata di Carpenter, l’eroe è un cinese Wang Ci (Dennis Dun), che salva capra e cavoli, a cui rapiscono la fidanzata che ha la sfortuna di avere gli occhi verdi, cosa che serve a uno stregone dannato per rompere la maledizione che lo perseguita, ma alt fermo immagine tornate indietro e rileggete ciò che ho scritto. Non so voi dove eravate negli anni 80, o anche prima, nel cinema hollywoodiano classico e meno classico, i cinesi, o gli asiatici tutti per meglio dire facevano i camerieri o erano tradizionalmente i cattivi della storia, il nemico atavico, il pericolo giallo.

Al massimo leggetevi “Tutte le indagini di Charlie Chan” di Earl Derr Biggers in cui Il protagonista è un brillante ispettore di polizia di origini cinesi, noto per il suo ingegno, i proverbi e il metodo deduttivo basato su sette virtù (cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà e prudenza). E correlati film. Ma insomma un cinese eroe di un film d’azione hollywoodiano non si era mai visto. E questo se vogliamo fu il motivo principale perché subito non fu accolto, e il pubblico si trovò sconcertato e un po’ offeso. Non che Kurt Russell interpreti una parte di un americano scemo e disprezzabile, anzi precorre i tempi è amico di Wang Ci, lo aiuta per quanto può travestendosi anche da cliente di bordello, (dai in quelle scene con gli occhiali fa ridere da matti) a liberare la sua bella, prigioniera del cattivissimo David Lo Pan (James Hong), ma non è l’eroe, anzi quando infuria la battaglia finale spara al soffitto e gli cadono i cocci in testa e crolla K.O, strappando una risata al pubblico. O se un gesto azzeccato lo compie nel finale, che non vi spoilero, lo fa quasi per sbaglio, quasi scusandosi.

È insomma un personaggio buffo, anche tenero, un finto duro dal cuore d’oro. Un buono certo ma non un eroe classico che sgomina da solo tutti i malvagi. Qui gli eroi sono altri, Wang Ci innanzitutto, Egg Shen (Victor Wong) il mago buono con forze magiche comparabili a quelle del cattivissimo Lo Pan, che nella vita fa il guidatore di corriere per turisti per Chinatown, pure una donna la bella Gracie Law (Kim Cattrall). Meriterebbe un saggio questo film, e non è detto che non lo scriverò, per ora vi basti sapere che è un film adatto a tutti, anche ai bambini, coniuga azione, avventura, commedia, arti marziali, un po’ di horror, magia taoista e leggende cinesi che ispirarono la materia tutta inventata della narrazione. Se vogliamo è più un omaggio al cinema fantasy di Hong Kong i cui echi proprio in quegli anni stavano arrivando in Occidente. Manca Jackie Chan, se lo contattarono o no per il film non so, ma per fare il suo ingresso in grande stile a Hollywood dobbiamo aspettare Rush Hour nel 1998.

Compositore, musicista oltre che regista Carpenter scrisse anche le musiche del film assieme ad Alan Howarth.

Una curiosità: ha 97 anni ma è vivo e vegeto James Hong, il terribile David Lo Pan, avrà scoperto l’elisir taoista di lunga vita. Buona visione!             

:: Visioni di cinema: Shanghai 1920 di Po-Chih Leong a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2026

Shanghai 1920 (titolo originale Shang Hai yi jiu er ling) appartiene a quella filmografia dimenticata dei primi anni Novanta che, per vie traverse, è riuscita a sottrarsi all’oblio. Diretto da Po-Chih Leong, il film racconta la lunga e tormentata amicizia tra Billy Fong, giovane cinese cresciuto nei bassifondi del porto di Shanghai, e Dawson Cole, figlio di un ricco imprenditore americano trasferitosi in Cina per affari.

Se proprio lo si vuole incasellare in un genere, lo si può definire un gangster movie, anche se si discosta sotto molti aspetti dal cinema criminale hongkonghese più classico. Piuttosto, si avvicina a opere occidentali come Il Padrino, Goodfellas, A Bronx Tale o Casino, nelle quali il racconto della criminalità diventa anche un’epopea umana e familiare. Ma le affinità finiscono qui, perché Shanghai 1920 è qualcosa di più complesso.

Il film non rappresenta soltanto un’interessante operazione transculturale che avvicina Oriente e Occidente attraverso la sensibilità di Po-Chih Leong, regista formatosi anche nelle scuole occidentali e rimasto nell’ombra di autori ben più celebrati come John Woo, Stanley Kwan o Wong Kar-wai. Ha invece l’ambizione di raccontare, sullo sfondo della grande Storia, un’epopea criminale che è soprattutto la storia di un’amicizia tra due uomini diversi per estrazione sociale, educazione, cultura e carattere.

Billy Fong è un criminale; Dawson Cole, pur desiderando seguire una strada più onesta e rispettabile, finisce inevitabilmente per lasciarsi coinvolgere. Eppure non è Billy a trascinare l’amico verso il crimine. È piuttosto il contesto storico a determinare il loro destino: un intreccio di disuguaglianze, ingiustizie e tensioni che caratterizzava la Shanghai della prima metà del Novecento, città sospesa tra modernizzazione, colonialismo, criminalità organizzata e conflitti politici.

L’ambizione del regista è evidente, ma è sostenuta anche da un cast di grande livello. John Lone, Adrian Pasdar, Fennie Yuen e Loletta Lee offrono interpretazioni convincenti che contribuiscono a rendere il film ancora oggi sorprendentemente godibile, a oltre trent’anni dalla sua uscita.

L’aspetto più riuscito dell’opera è senza dubbio la ricostruzione storica. La Shanghai degli anni Venti e Trenta viene rappresentata con grande cura scenografica, offrendo un affresco visivamente ricco e affascinante. Costumi, ambientazioni e fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera epica che richiama il grande gangster movie americano, pur mantenendo una propria identità culturale.

La durata è considerevole e il racconto, in alcuni passaggi, tende a disperdersi. Il film si apre con l’arrivo delle truppe giapponesi a Shanghai e la fuga precipitosa dei cittadini americani verso una nave che rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Billy Fong sta per imbarcarsi insieme alla moglie quando un lungo flashback ripercorre la sua vita, dall’infanzia fino all’incontro con Dawson Cole, figlio privilegiato di un imprenditore americano.

Nasce così un’amicizia profonda, sincera, di quelle che soltanto l’infanzia sa creare. Il film segue la crescita dei due protagonisti, il loro diventare soci, complici e, più ancora che amici, fratelli.

Shanghai 1920 non è un film d’azione nel senso canonico del termine, né un’opera incentrata sulle Triadi o sulla guerra tra bande criminali. Questi elementi sono presenti, ma restano sullo sfondo. A Po-Chih Leong interessa soprattutto il rapporto tra Billy e Dawson, il legame che unisce due uomini provenienti da mondi apparentemente inconciliabili. Più le circostanze sembrano dividerli, più la loro amicizia si rafforza; più le loro vite prendono direzioni opposte, più quel legame diventa il vero centro della narrazione.

È proprio in questa scelta narrativa che risiede il fascino del film: un’opera visivamente sontuosa, moralmente controversa e capace di mettere in secondo piano le convenzioni del genere per concentrarsi sui sentimenti dei suoi protagonisti.

Quando Billy rinuncia alla salvezza, alla moglie e a un possibile futuro per tornare indietro in cerca dell’amico, il gangster movie lascia definitivamente spazio a una storia di lealtà e sacrificio. In quel gesto estremo la solidarietà e l’altruismo prevalgono sulla violenza, conducendo il film verso un finale insolitamente luminoso, nel quale l’amicizia sembra resistere perfino alla brutalità della Storia.

:: Iron Mask – La leggenda del dragone di Oleg Stepchenko (2019)

21 novembre 2025

Dunque vediamo il film di cui vi parlerò oggi si intitola Iron Mask – La leggenda del dragone un action-fantasy sino-russo del 2019 diretto da Oleg Stepchenko, sequel del film Viy – La maschera del demonio, distribuito nel 2015 con il titolo, per il mercato Europeo, di Forbidden Empire che scoprii sul blog di Davide e mi piacque parecchio per cui aspettai con una certa curiosità il seguito che si anticipava sarebbe stato ambientato in Cina. Voi sapete io non amo tanto il fantasy occidentale, ma amo molto quello orientale, e i film di arti marziali, per cui presi con un certo entusiasmo il DVD che mi assicurava il doppiaggio in italiano. Il film riunisce un cast internazionale sorprendentemente variegato, in cui spiccano Jason Flemyng, Arnold Schwarzenegger, Jackie Chan, Charles Dance (fece un pregevole Il fantasma dell’Opera) e Rutger Hauer in una delle forse sue ultime apparizioni cinematografiche. La storia narra le avventure un po’ bislacche dell’esploratore e cartografo inglese Jonathan Green in un viaggio dall’Europa alla Cina, dove si troverà coinvolto in una vicenda che mescola magia, arti marziali, draghi e complotti imperiali.

E’ un film un po’ caotico, i piani narrativi si intrecciano in modo un po’ confusionario ma quando Jackie Chan prende il controllo delle scene di combattimento diventa godibile per eleganza e rapidità, rispecchiando lo stile dei migliori film d’avventura asiatici. A Davide sarebbe piaciuto, si sarebbe divertito come un matto, avrebbe preso una vaschetta di pop corn e avrebbe apprezzato questo film sicuramente ricco di immaginazione e una certa folle anarchia. E’ un tripudio di colori, costumi elaborati, paesaggi da fiaba orientale e ci si diverte. E’ anche a misura di bambino, non ci sono parolacce nè scene di violenza efferata, è meno horror del precedente. Infatti è consigliato per tutti.

Jackie Chan e Arnold Schwarzenegger poi si divertono come pazzi, e sebbene abbiano un tempo sullo schermo piuttosto limitato, le loro scene – soprattutto lo scontro nella prigione – valgono da sole il prezzo del biglietto. L’aspetto visivo è sicuramente il lato migliore di questo film se vogliamo bizzarro, eccessivo e volutamente sopra le righe. Forse chi cerca coerenza narrativa a tutti i costi o un prodotto raffinato potrebbe invece rimanere deluso e storcere il naso, ma per chi ama i film d’avventura “alla vecchia maniera”, è una chicca. E poi è un curioso esperimento, un esempio di coproduzione internazionale che tenta di fondere l’estetica del fantasy orientale con la solida struttura dell’evventura classica europea.

Dal punto di vista tecnico, Iron Mask alterna effetti digitali di buona fattura ad altri decisamente meno convincenti, generando un risultato abbastanza straniante. L’impatto visivo rimane comunque il vero punto di forza, con un uso dei colori e un design scenico tipicamente orientale che catturano l’occhio dello spettatore, e incantano i più piccoli.

Nel complesso, Iron Mask – La leggenda del dragone è un film che punta più allo spettacolo e al divertimento che alla coerenza narrativa: un film imperfetto, certo, a tratti anche caotico, come dicevo prima, ma non privo di fascino per gli amanti dell’avventura fantastica.

E poi diciamocelo, a volte i film caciaroni e senza troppe pretese sono i migliori per passare qualche ora di sano svago, senza troppi pensieri.

Da recuperare anche il precedente, che mi vedrò oggi appena torno dal lavoro, per rinverdire i vecchi tempi, che sembrano sempre migliori del presente. Buona visione!

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:: Visioni di cinema: The Moderns, di Alan Rudolph (1988)

17 novembre 2025

Allievo prediletto di Robert Altman, Alan Rudolph è l’artefice di un piccolo gioiellino sperduto nella cinematografia dei tardi anni ’80 dal titolo quantomai emblematico The Moderns, con riferimento esplicito alla corrente artistica del Modernismo.

Ambientato nella Parigi bohemienne del 1926, il film segue le accidentate vicende di Nick Hart (da notare l’assonanza co Art), interpretato da un ottimo Keith Carradine, pittore squattrinato americano che si guadagna da vivere disegnando schizzi per l’edizione parigina del New York Herald Tribune. Artista di talento, ma dalle alterne fortune, figlio di un affermato falsario d’arte, sembra avere il destino segnato nel seguire le orme paterne e infatti rimasto in bolletta accetta di copiare alcune opere d’arte per conto di Libby Valentin (Genevieve Bujold) amica e mercante d’arte anche per aiutarla ad uscire da un divorzio difficile.

Nel frattempo, reincontra sua moglie Rachel (Linda Fiorentino) da cui non ha mai legalmente divorziato, ora “sposata” in odore di bigamia con Bertram Stone (John Lone), un pericoloso e ambiguo collezionista d’arte americano, con una passione per l’escapologia, espatriato anche lui, che nonostante la sua enorme ricchezza fatica non poco ad essere accettato dal bel mondo parigino. Tra Rachel e Nick riesplode la passione e da qui in poi le cose assumono il tono della farsa più che della tragedia.

The Moderns si svolge in uno scenario evocativo e decadente tra caffè, ristoranti, salotti culturali, palestre di boxe, soffitte e gallerie d’arte, e ci narra una storia che se vogliamo è una severa critica a tutto quello che ruota intorno al mondo dell’arte, dai critici cinici e spietati, agli avidi mercanti d’arte, agli investitori, un mondo chiuso e molto elitario in cui più che giudizi estetici predominano dibattiti economici sull’autenticità delle opere. La mercificazione dell’arte infatti diventa il perno di una critica feroce, sul senso ultimo di un mondo che vive di apparenza, dove la verità e l’illusione si alternano in un susseguirsi di gag semiserie dal retrogusto al curaro.

E se vogliamo questa critica è più riferita alla Hollywood degli anni ’80, che al mondo dell’arte parigina degli anni ’20.

Tra i tanti espatriati incontriamo Hemingway, e Gertrude Stein, animatrice di uno dei più effervescenti salotti letterari parigini, ma non è tanto la ricostruzione storica che interessa al regista più l’atmosfera e lo spirito di un’epoca che ha segnato in modo non marginale l’immaginario del Novecento.       

:: Visioni di cinema: La Tigre e il Dragone di Ang Lee (2000)

2 novembre 2025

La tigre e il dragone (Crouching Tiger, Hidden Dragon) di Ang Lee, vincitore di quattro Premi Oscar, tra cui Miglior film straniero, e acclamato quasi unanimemente dalla critica internazionale è un film che se vogliamo filtrò il meglio dell’immaginario del cinema orientale destinandolo forse specificatamente a un pubblico occidentale che in alcuni casi per la prima volta si accostava al “wuxia pian” quel genere che unisce combattimenti marziali, valori cavallereschi e dimensione trascendente e spirituale perlopiù taoista e buddista.

Un incontro di civiltà, prima di tutto, che portò ed elevò il genere wuxia a una dimensione universale e lirica, capace di attirare l’interesse anche di spettatori per cui quello non era il loro humus culturale, ma incuriositi dall’esotico fascino di quella civiltà si sono lasciti trasportare in una storia in cui il peso delle scelte morali guida le azioni e i sentimenti dei personaggi, sì eroi classici tradizionali ma anche esseri umani concreti con sentimenti, paure, aspirazioni appunto universali. Ang Lee riuscì a trasformare un’opera di avventura, con elementi fantastici, in una metafora del desiderio, dell’amore, della disciplina e della rinuncia, comprensibile a tutte le latitudini, e capace di trasmettere anche un senso di lirismo e poesia rari, tramite sia i dialoghi di una bellezza struggente, che gli scenari sia paesaggistici che d’interni.

Ispirato al romanzo “Crouching Tiger, Hidden Dragon” di Wang Dulu (1909–1977), uno scrittore cinese fino allora poco conosciuto in Occidente, il film di Ang Lee prende principalmente spunto da questo libro, ma adattandone molto liberamente la trama, ed enfatizzando alcuni temi filosofici e poetici più che aderire fedelmente al testo, in quel tentativo metanarrativo di universalizzazione di cui parlavamo prima.

Ambientato nella Cina del XIX secolo, durante la dinastia Qing, La tigre e il dragone narra le vicende di Li Mu Bai (Chow Yun-Fat) e Yu Shu Lien (Michelle Yeoh), due maestri d’arti marziali, legati da un profondo sentimento d’amore che per un senso del dovere e un’adesione a un codice morale superiore non possono vivere, perché Shu Lien era la promessa del defunto fratello d’armi di Mu Bai.

Li Mu Bai stanco dei combattimenti e in cerca di una via di pace che lo porti all’illuminazione decide di consegnare la sua leggendaria spada il “Destino Verde” a Yu Shu Lien perché la consegni al Signor Tie. Il furto della spada dà inizio a tutta la vicenda e porta i protagonisti sulle tracce della giovane Jen (Zhang Ziyi), una fanciulla di nobili origini che sogna la libertà e la vita di combattimenti dei guerrieri erranti, ma che si ritrova intrappolata tra le severe regole del suo clan e il richiamo della propria natura ribelle.

Il film è visivamente grandioso ed emozionante non solo per le scene di combattimenti sospese tra i tetti, e gli alberi, coreografate con grazia come scene di danza, ma soprattutto per il suo valore filosofico e morale al di là delle aspirazioni terrene. La fotografia di Peter Pau, premiata con l’Oscar e le musiche di Tan Dun (da segnalare il violoncello di Yo-yo Ma) rendono poi il film un’esperienza sensoriale di rara bellezza. Da vedere e rivedere, magari perderà la magia della prima visione ma sarà sempre un’esperienza gradevole. Buona visione.

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:: Visioni di cinema: Zì Yú Zì Lè (Master of Everything / Bamboo Shoot, 2004) di Li Xin

31 ottobre 2025

Oggi voglio parlarvi di un delizioso film cinese indipendente, e a basso budget, dal titolo Zì Yú Zì Lè, (titolo internazionale: Master of Everything / Bamboo Shoot) del regista Li Xin, scritto da Sara Chen Yan e uscito nel 2004 in Cina.

Sebbene non sia una produzione mega hollywoodiana, si avvale tuttavia di seri e stimati professionisti, tra cui il direttore della fotografia, Wong Yue-tai, è un grande nome nell’industria della fotografia di Hong Kong, avendo vinto cinque Golden Horse Awards e cinque Hong Kong Film Awards e il compositore, Hummie Mann, è un compositore canadese che ha vinto due Emmy Awards, che contribuisce con sensibilità a creare un’atmosfera sospesa tra poesia e realismo.

Percepito come strano, bizzarro, troppo onirico (divertente la scena nel bosco di bambù, che cita o fa la parodia di una scena analoga ne La Tigre e il Dragone) ha subito una certa critica istituzionale negativa, pur essendo invece quasi inaspettatamente premiato al botteghino già dalle prime settimane di uscita con un crescente successo di pubblico nonostante il tono sperimentale lo rendeva un po’fuori dal mainstream commerciale dominante. Tuttavia, il film è stato nominato per il miglior lungometraggio cinese al Golden Deer Award per l’innovazione tecnologica e per la migliore interpretazione femminile al 7° Changchun Film Festival. Oltre che candidato al Chinese Film Media Award sia per la migliore protagonista, che per la migliore coprotagonista.

Dirvi che mi è piaciuto è poco, è poetico, delicato, divertente, a tratti commovente, e penso sinceramente possa interessare anche a un pubblico occidentale, sebbene credo sia circolato quasi esclusivamente nel mercato cinese, o perlomeno asiatico. Non di facile reperimento qui da noi, non credo ci sia nelle piattaforme principali di streaming doppiato in italiano, ma dato il doppio titolo internazionale penso che almeno nelle intensioni era pensato anche per il mercato internazionale, in inglese. Anche se attualmente non è disponibile per lo streaming neanche negli Stati Uniti, ma era disponibile su Amazon Video fino almeno al settembre 2015. La mancanza di una campagna promozionale internazionale o accordi di distribuzione può aver limitato la sua “uscita” fuori Cina.

Se vogliamo riprende la storia di Pigmalione, o meglio una versione rurale cinese di My Fair Lady, ma lo fa con tale delicatezza e originalità da risultare un piccolo gioiello da riscoprire.

Debutto cinematografico della cantante Coco Lee, che si impegnò davvero molto, e duramente, studiando privatamente e pagando di tasca sua insegnanti di recitazione e di dizione, e arrivando a girare le scene di azione senza controfigura, facendosi anche male, e questo si trasmette nella freschezza e spontaneità del personaggio, arricchendolo e valorizzandolo, il film si avvale anche della partecipazione straordinaria di John Lone, il protagonista maschile del film, star internazionale di prima grandezza anche se qui a fine carriera, che tornò nella Cina continentale appositamente per girare questo film per la prima volta dai tempi dell’”Ultimo Imperatore”, forse per aiutare proprio la talentuosa e amica Coco Lee nel suo lancio cinematografico,  per una volta in una parte romantica, ed bravissimo in questo ruolo di innamorato un po’ attempato. Ma è all’altezza tutto il cast tra attori professionisti e amatoriali, o semplici comparse.

È un film corale: tutto il villaggio cinese in cui è ambientato è protagonista, anche se resta una storia d’amore, in realtà, non solo sentimentale ma anche per il cinema in sé. Ah, dimenticavo è tratto da una storia vera, quella di Zhou Yuanqiang, il capo della stazione culturale nella città di Jingcheng, Jingdezhen, provincia di Jiangxi.  

Veniamo alla trama: in un pittoresco villaggio di montagna della Cina meridionale, dove la troupe visse per due mesi, di una bellezza paesaggistica stupenda, lo scapolo Mi Jihong (John Lone) si innamora di Luhua (Coco Lee) la bellissima figlia del capo villaggio (un dolcissimo Tseng Chang) e amica intima di sua sorella Alian (Tao Hong). Timido, introverso, ingenuo, anche preoccupato per la differenza di età Mi Jihong fatica a confessare i suoi veri sentimenti, ma quando Luhua, che ama esibirsi sul palco per gli abitanti del villaggio e sogna un futuro nel mondo dello spettacolo, viene scartata in modo abbastanza cattivo dopo un provino per un film, Mi Jihong incapace di sopportare la sua tristezza compra una videocamera digitale e propone alla ragazza di recitare da protagonista in un dramma amatoriale di arti marziali, “L’eroina di Guanzhong”, usando mezzi rudimentali e tanta fantasia, per realizzare il suo sogno di diventare una star.

Mi Jihong, sempre per amore, assume i ruoli di regista e direttore della fotografia, chiede al proprietario del ristorante del villaggio di investire nel film, e recluta il falegname del villaggio come sceneggiatore e attrezzista.

Da qui in poi il film racconta come il film viene girato dalla scelta del cast alla realizzazione vera e propria di tutte le scene, fino al successo finale e all’attenzione che gli riservano i media nazionali.  Anche i due corteggiatori di Alian, Wang Shengli (Xia Yu) e Wang Ergou (An Hanjin), si uniscono alla troupe, dando un tocco di comicità alla storia. Lieto fine assicurato con Mi Jihong e Luhua finalmente sposi dopo il buffo tentativo del padre di lei di cercargli un marito della sua età.

Il film esplora vari temi: il cinema o l’arte in genere come forma di riscatto e di crescita, l’importanza e la forza della comunità e della solidarietà che anche con basso budget e produzioni limitate riesce a fare un prodotto artistico di pregio, il contrasto tra vita rurale semplice e il mondo dello spettacolo visto come irraggiungibile, il tono che mescola commedia e comicità a temi più seri come la forza del sogno e il confronto con la realtà.

Il film si fa notare per una certa originalità e sincerità di intenti, il fatto che il soggetto è preso da una storia vera è ben caratterizzato ed espresso, poi per l’ottima interpretazione degli attori, ci sono momenti davvero toccanti e pieni di grazia, e pure Coco Lee pur non essendo ancora un’attrice professionista è adorabile e perfetta nel ruolo.

Infine, forse questo è il fulcro del film: lo spirito meta-cinematografico, perché in fondo il film è un film sul fare un film, e lo fa con grazia e leggerezza senza appesantire o annoiare, né voler essere didascalico o saccente o peggio grottesco. Si riflette insomma sul mezzo cinema, sui sogni e le aspirazioni dei singoli attori e sulle difficoltà che si incontrano quando si passa dal sogno alla realizzazione filmica, ovvero alla realtà.

Nel complesso un film umile ma con un grande cuore e buone intenzioni onestamente mantenute. Un film meritevole, infine, per chi è interessato a un cinema prodotto dal basso, poco noto, fuori dai grandi circuiti, ma di grande valore. Con l’augurio che riprenda a circolare anche in occidente, o doppiato o perlomeno con i sottotitoli in inglese, se non in italiano. 

:: Visioni di cinema: Lussuria- seduzione e tradimento di Ang Lee (2007)

29 ottobre 2025

Premiato con il Leone d’oro alla 64ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2007 Lussuria- seduzione e tradimento (titolo originale Lust, Caution) di Ang Lee è un film decisamente atipico e per certi versi controverso del celebre regista taiwanese che con questo film bissò la conquista del Leone d’oro. Il primo lo vinse infatti per Brokeback Mountain, a suo modo controverso anche questo, se vogliamo per motivi opposti.

Se devo esprimere un parere spassionato sicuramente il mio suo film preferito resta La Tigre e il Dragone, e magari nei prossimi giorni tornerò a parlarne, ma anche Lussuria- seduzione e tradimento ha i suoi pregi sebbene ve lo dica subito le scene di nudo integrale e sesso esplicito e anche un po’ violento non è che mi abbiano fatto impazzire troppo, anche se ammetto nell’economia del film certo hanno un loro perché, anche solo per mettere a disagio lo spettatore, ovvero farlo vacillare dal suo piedistallo di confort e anche i critici più severi hanno notato che un certo impatto visivo e naturalistico ce l’hanno.

La commissione episcopale italiana lo giudica scabroso, ricorda che è vietato ai minori di tredici anni, e invita a fare somma attenzione nel caso lo programmino e ci siano bambini in giro (non credo ci capirebbero niente, ma meglio essere prudenti). Negli Stati Uniti ci sono andati più pesante vietandolo ai minori di 17 anni, in Cina continentale hanno addirittura tagliato le scene incriminate di circa 7 minuti e per un po’ hanno anche penalizzato l’attrice protagonista, ma si sa in Cina la censura è piuttosto restrittiva non solo per le scene di sesso, e Ang Lee è un cinese di Taiwan, con forti radici negli Stati Uniti e una possibilità di diffusione internazionale che gli ha permesso di seguire il suo estro creativo senza farsi influenzare troppo dalle limitazioni.

Bene detto questo torniamo al film e valutiamolo come opera artistica slegata da valutazioni troppo moralistiche, che forse faranno sorridere alcuni e indispettire altri, ma ripeto alcuni spettatori sensibili potrebbero rimanere turbati da alcune scene per cui ve lo segnalo.

Partendo dalla trama il film è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in Cina, prima a Hong Kong poi a Shanghai. L’occupazione giapponese è feroce e i collaborazionisti sono oggetto di attentati da parte della resistenza cinese, argomento ancora non troppo trattato da cinema, televisione o letteratura, e questo film mi stavo dimenticando di dirlo è tratto proprio da un libro di Eileen Chang dall’omonimo titolo (edito in Italia da Rizzoli, a chi interessasse). E su Wikipedia addirittura ho letto che la storia è ispirata a persone realmente esistite. Ammetto il film può anche non piacere, ma se ha un pregio è quello di farvi conoscere Eileen Chang.  

Dunque, la giovane Wong Chia Chi (un incantevole Tang Wei) entra a far parte di un gruppo di attivisti che complotta per assassinare un importante collaborazionista cinese del governo fantaccio giapponese, Mr Yee (Tony Leung Chiu-wai). Per farlo utilizza le sue doti di attrice amatoriale e si trasforma nella sofisticata signora Mak, moglie di un ricco uomo d’affari, e usa il proprio fascino per sedurlo.

Ma succede l’imprevisto, questo amore diventa per entrambi reale in una spirale di ambiguità emotiva e morale.

Non cercate in questa recensione il finale, non ve lo svelerò, non solo per evitarvi uno spoiler forse non troppo gradito, ma soprattutto perché sebbene un finale netto ci sia, molto è lasciato alle riflessioni dello spettatore. Per alcuni alla fine si amano entrambi, per altri quella che ama è solo lei, per altri ancora il loro rapporto è troppo torbido e malato per poterlo definire amore. Io sono del primo partito ma ripeto ogni spettatore si farà la propria idea personale.

Forse è il film più complesso di Ang Lee, e quello in cui ha osato di più, spingendo anche gli attori a fare un profondo lavoro su sé stessi e non si capisce dove recitano, e dove le reazioni sono naturali. Naturalmente le scene di sesso non sono pornografiche, è tutto frutto di recitazione ma la chimica tra i due attori è indubbia, e sguardi, silenzi, paure passano attraverso la postura dei corpi o dalla intonazione della voce e si trasmettono agli spettatori in sala. Io non l’ho visto al cinema, ne ho comprato il DVD così ho potuto vederlo sia doppiato che in lingua originale, e questo aiuta molto per notare queste sfumature.

La messa in scena è poi di un’eleganza impeccabile, le scenografie sono suntuose, forse anche troppo laccate, ogni dettaglio è carico sia di sensualità che di drammaticità. E l’ossatura di dramma politico resta in filigrana e arricchisce il film di un substrato idealistico e morale che invita alla riflessione e alla valutazione attenta, anche storica. Dove ci si può spingere per difendere un ideale anche in un contesto di guerra dove la violenza è diffusa? E soprattutto spesso i sentimenti sparigliano le carte e si inseriscono in dinamiche di manipolazione e di controllo, sfuggendo del tutto di mano.

Ang Lee studia questo, svela le maschere che spesso ci mettiamo e che cadono davanti alla comunione di due corpi che nell’intimità trovano una sincerità al di la delle loro singole volontà. Entrambi i personaggi sono imprigionati in una gabbia di solitudine, lui prigioniero del ruolo di potere che incarna, lei abbandonata dal padre senza legami affettivi forti, svela una grande fragilità emotiva e psicologica.  

Tang Wei è una rivelazione: vulnerabile e determinata, riesce a incarnare la metamorfosi di una donna che si perde nel ruolo che interpreta. Tony Leung, come sempre magnetico, dà vita a un uomo insieme crudele e fragile, vittima e carnefice. La loro chimica sullo schermo è palpabile e dolorosa, e fa da fulcro emotivo all’intero film. Da segnalare Joan Chen nel ruolo della moglie di Mr Yee.

Lussuria – Seduzione e tradimento è un film sofisticato, elegante, esteticamente impeccabile e per certi versi anche inquietante. Non concede facili emozioni, ma premia lo spettatore paziente con una storia densa di ambiguità e dolore. Un dignitoso esempio di sensualità, tutta orientale, e controllo, molto occidentale, che conferma, a mio avviso, Ang Lee come uno dei registi asiatici più versatili e coraggiosi della sua generazione.

:: Visioni di cinema: The Shadow di Russell Mulcahy (1994)

28 ottobre 2025

L’Uomo Ombra (The Shadow), diretto da Russell Mulcahy nel 1994, è un film singolare che all’uscita non raggiunse un gran successo al botteghino, né tanto meno di critica, ma nel tempo si conquistò la fama di piccolo cult, entrando nel cuore di molti spettatori amanti del genere fantastico coniugato col noir.

Ambientato nella cupa e oscura New York degli anni ’30, The Shadow segue le avventure di Lamont Cranston (Alec Baldwin), sfaccendato e affascinante playboy di giorno e giustiziere mascherato di notte. Dopo anni in Tibet, era diventato in Oriente uno dei tanti Signori della guerra, tra oppio e battaglie, redento, sotto la guida di un monaco, aveva acquisito il potere di diventare invisibile — tranne la sua ombra, da qui il nome con cui veniva chiamato.

Tornato in America con i suoi nuovi poteri — invisibilità e controllo mentale — si mette dunque dalla parte del bene per combattere il crimine, e soprattutto per redimere sé stesso dalle colpe passate.

A questo punto è bene precisare che The Shadow affonda le radici in una delle figure più iconiche della cultura popopolare americana pre-supereroistica. Nato negli anni ’30 come voce misteriosa di un programma radiofonico (tra le cui voci ci fu per un periodo anche Orson Welles) e poi trasposto in pulp magazine e fumetti, The Shadow fu una delle prime incarnazioni dell’eroe mascherato tormentato, ispirando direttamente personaggi come Batman.

Quando Russell Mulcahy porta il personaggio sul grande schermo nel 1994, lo fa in un momento in cui Hollywood tenta di riscoprire gli archetipi del passato sulla scia del successo stratosferico dei due Batman di Tim Burton e del Dick Tracy di Warren Beatty (1990). Tuttavia, il film non si limita a un’operazione puramente nostalgica: tenta di costruire un immaginario a metà strada tra mito, noir e spiritualità orientale.

Un equilibrio molto difficile da raggiungere, ma il regista ha il buon gusto di non prendersi troppo sul serio, lasciando all’ironia — se non a sprazzi di vera comicità — campo libero. A questo proposito, come non citare la splendida interpretazione di Tim Curry? Sì, in un ruolo da caratterista, non da protagonista, ma straordinario.

Tornando alla trama, il nemico principale di The Shadow è Shiwan Khan (John Lone), ultimo discendente di Gengis Khan, intenzionato a soggiogare il mondo con un’arma nucleare rudimentale. Tra intrighi, misteri e atmosfere noir, The Shadow dovrà fermarlo, nascondendo però la sua vera identità anche alla donna che ama, Margo Lane (Penelope Ann Miller), che qualche potere telepatico possiede anche lei.

Buffa la scena al ristorante, dove ringrazia Cranston per il complimento sul vestito che indossa e lui si schermisce dicendo che non ha detto niente, ma solo l’ha pensato.

L’Uomo Ombra è un film che mescola azione pulp, atmosfere gotiche e suggestioni art déco; e sicuramente i vestiti splendidi — soprattutto del cattivo — sono uno dei punti forti del film. C’è una scena in cima all’Empire State Building dove un marinaio in libera uscita fa un commento vagamente omofobo sulle vesti di Shiwan Khan, e lui, infastidito, con la forza del pensiero costringe il malcapitato a buttarsi giù.

Il regista Russell Mulcahy, noto per il suo stile visivo forse anche eccessivamente barocco e visionario, già visto in uno dei suoi maggiori successi, Highlander, punta molto su un’estetica fortemente stilizzata: luci al neon, fumo, ombre e riflessi dominano la scena, evocando l’iconografia del cinema noir classico e del fumetto pulp.

E qui la fotografia di Stephen H. Burum riesce a rendere New York un palcoscenico irreale e onirico. Che gli scenari siano di cartone, che il trenino della metropolitana sopraelevata sia vistosamente un modellino, poco importa — anche grazie a quel “non prendersi troppo sul serio” di cui parlavamo prima.

Gli effetti speciali sono buffi, forse esagerati, ma non ridicoli: costruiti anche con un certo senso teatrale, che non ho trovato affatto fuori luogo. La regia predilige il movimento fluido e la composizione simmetrica, con effetti ottici che rimandano all’invisibilità del protagonista e al suo potere di confondere la percezione. Specchi, vetri, riflessi e dissolvenze creano una costante ambiguità visiva tra realtà e illusione.

Mulcahy non punta al realismo a tutti i costi, ma a un’estetica volutamente artificiale, fumettistica, dove la forma diventa sostanza — un approccio che oggi potremmo definire “meta-pulp”. E non si può non citare l’omaggio a La signora di Shanghai, nel finale tutto specchi. Ma le citazioni e gli omaggi sono numerosi: basta saperli cercare.

Alec Baldwin, ai tempi già famoso e con una significativa filmografia alle spalle, offre una performance carismatica, divertita e ambigua, incarnando un antieroe affascinante e tormentato, mentre John Lone dà spessore al villain con eleganza, ferocia e un tocco di spaesamento che lo rende, a suo modo, anche buffo. Penelope Ann Miller è semplicemente perfetta: dolce, bellissima e intelligente. Non una dark lady da film noir classico, ma una degna coprotagonista femminile, che a tratti ruba la scena al nostro eroe.

Ian McKellen, poi, come scienziato pazzo e daltonico, se la gioca con Tim Curry per bravura.

Forse non può essere definito un capolavoro, ma rimane un interessante esperimento visivo e uno dei primi tentativi degli anni ’90 di riportare sullo schermo gli eroi pre-comics. Apprezzato per la sua atmosfera retrò, la colonna sonora di Jerry Goldsmith e il fascino dark del suo protagonista, The Shadow resta un film che è piacevole vedere e rivedere, scoprendo sempre nuovi dettagli magari precedentemente sfuggiti.

Ah, mi raccomando: Il sole splende e il ghiaccio è sdrucciolevole. Non si sa mai servisse.

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:: Visioni di cinema: In the Mood for Love (2000) di Wong Kar-wai

23 ottobre 2025

Forse il capolavoro più celebrato di Wong Kar-wai, In the Mood for Love (titolo originale: Fa yeung nin wa), è un film che si può dire sia entrato nella storia del cinema come l’opera che più pericolosamente si è avvicinata a definire l’amore.

Non l’amore romantico, idealistico, sentimentale di un classico melò, ma l’amore vero, profondo, esclusivo, che fonde desiderio, passione, amicizia e comunione di anime affini.

Ispirato molto liberamente a un romanzo di Liu Yichang, Un incontro (edito in Italia da Einaudi), In the Mood for Love rasenta non solo la perfezione formale — tanto cara al regista, che ne fa una cifra distintiva del suo cinema — ma riesce anche a definire la natura sfuggente dell’amore con un’eleganza, una sensibilità e una precisione che disorientano. Induce a credere che uno stato di grazia investa il film come un vento leggero, che pone ogni scena, ogni suono, ogni stralcio di dialogo al posto giusto, al momento giusto, senza eccessi, senza cercare a tutti i costi il sublime o il meraviglioso.

Ma tant’è: tutto è esattamente come dovrebbe essere, senza cali di tensione, buchi narrativi o inverosimili sbilanciamenti dei sentimenti umani — contraddittori, evanescenti, indefinibili per natura.

La storia è ambientata a Hong Kong, negli anni ’60, e ruota attorno a due personaggi: Chow Mo-wan, interpretato da Tony Leung Chiu-wai, e Su Li-zhen, interpretata da Maggie Cheung. Chow, un giornalista, e Su, un’efficiente segretaria di una ditta di import-export, si trasferiscono entrambi nei loro nuovi appartamenti nello stesso stabile.

Iniziano a conoscersi casualmente, notando che i rispettivi coniugi sono spesso assenti. Chow è un uomo riservato, che nasconde le sue emozioni sotto una maschera compassata di calma e cortesia. È un uomo solo, intrappolato in un matrimonio ormai vuoto e segnato dalla delusione. La sua professione di giornalista e scrittore fa da sfondo alla sua ricerca interiore e al desiderio di esprimere sentimenti che non può manifestare apertamente. Il suo abbigliamento sempre elegante e i movimenti misurati riflettono il suo modo di controllare il dolore.

Su è una donna gentile e discreta, intrappolata in una vita matrimoniale altrettanto insoddisfacente. Il suo comportamento è contenuto, quasi fragile, e il suo modo di parlare e di muoversi è pieno di grazia ma anche di riserve. Come Chow, lotta contro la solitudine e la tristezza, e il loro rapporto diventa per lei una via di fuga dalle proprie sofferenze.

Ben presto, Chow e Su scoprono una dolorosa verità in comune: i loro coniugi sono impegnati in una relazione extraconiugale tra di loro. Entrambi provano un profondo senso di tradimento, amarezza e solitudine, ma non si lasciano andare alla rabbia o all’aggressività. Invece, si avvicinano lentamente, trovando conforto nella reciproca compagnia.

Nonostante l’attrazione crescente, entrambi si astengono dal tradire i propri coniugi, rimanendo fedeli ai propri valori e al senso di dignità personale. Il loro rapporto resta quindi sospeso tra amicizia, amore platonico e tensione emotiva. Alla fine, Chow lascia Hong Kong, mentre Su rimane sola: la loro relazione resta sospesa nel tempo, un ricordo malinconico di ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato.

È una storia semplice, senza colpi di scena, dove non succede praticamente nulla: tra una partita di mahjong, una giornata in ufficio, una corsa in taxi o una conversazione sussurrata sotto la pioggia. Senza bruschi cambi di prospettiva o drammi eclatanti, tutto è tenue, lieve, malinconico — ma non per questo meno doloroso.

Il forte sentimento che i protagonisti provano l’uno per l’altra è reale e profondo, ma trattenuto, represso, bloccato da norme sociali, senso del dovere e paura del giudizio altrui. È un amore sporcato di solitudine, scolorito dall’incapacità di comunicare apertamente, per pudore, timidezza, ritrosia, eccessiva educazione.

Il film si muove lento, come fumo denso in una stanza chiusa. Le pareti strette, i corridoi angusti, i vestiti aderenti — come gabbie — tutto parla di costrizione e desiderio non detto. E poi la musica, ciclica, struggente, che ritorna con il tema ricorrente di Yumeji’s Theme, o la voce di Nat King Cole che canta in spagnolo.

Con In the Mood for Love, Wong Kar-wai firma un’opera che ha ridefinito i canoni del cinema sentimentale, portando la narrazione dell’amore represso a un livello visivo e formale di straordinaria raffinatezza. Ma al di là del fascino estetico, sotto lo smalto della struggente perfezione stilistica, si muove un’anima universale e spontanea. Basti pensare che quasi non esisteva una sceneggiatura: il regista lasciava le scene alla libera improvvisazione degli attori. E tuttavia, tutto sembra perfetto, calcolato, meticolosamente studiato per trasmettere sentimenti, emozioni, felicità mancata.

Nel film di Wong Kar-wai i costumi non sono semplicemente abiti da indossare: diventano strumenti narrativi, veicoli di stati d’animo, tempo e identità. Dietro la splendida estetica visiva, la sartoria — curata da William Chang — svolge un ruolo cruciale nell’evocare l’epoca, il contesto e il conflitto interiore dei personaggi.

Su Li-zhen (Maggie Cheung) indossa praticamente solo cheongsam per tutta la durata del film. Il cheongsam è un abito tradizionale cinese a colletto alto, aderente, spesso con spacco laterale. Nel film è reinterpretato con gusto moderno: tagli precisi, tessuti ricchi, fantasie vistose. Tony Leung Chiu-wai porta invece completi sartoriali classici, giacche monopetto, cravatte strette, colori sobri — grigi, marrone, oliva tenue. I dettagli sartoriali sono curati: revers stretti, pantaloni con risvolto, cravatte eleganti. La sobrietà del suo abbigliamento riflette il suo ruolo sociale, il suo self-control, la mascolinità formale dell’epoca.

La luce in In the Mood for Love non illumina: scolpisce, nasconde, suggerisce, evoca. È una delle componenti più raffinate del linguaggio di Wong Kar-wai, che lavora in simbiosi con la fotografia di Christopher Doyle (e in parte di Mark Lee Ping-bin) per costruire un mondo emotivo fatto di chiaroscuri, riflessi e ombre dense come segreti.

La pioggia in In the Mood for Love è più che un elemento atmosferico: è una figura poetica ricorrente, una presenza simbolica che amplifica la tensione emotiva e riflette lo stato d’animo dei protagonisti. In un film dove il desiderio non esplode mai, ma resta sospeso nell’aria, la pioggia è una delle poche cose che scorrono davvero. È come se proteggesse i personaggi dalla realtà, offrendo loro un luogo sospeso, dove possono sfiorarsi senza dover agire. Un rifugio poetico, non una via d’uscita.

Nel mondo ovattato e malinconico di In the Mood for Love, anche la cucina e il cibo hanno un ruolo profondo — non solo realistico o “di scena”, ma narrativo, psicologico, culturale. Wong Kar-wai li usa per parlare di routine, desiderio, assenza. Nel silenzio emotivo che avvolge i protagonisti, il cibo diventa comunicazione muta, una forma rituale che scandisce il tempo e riflette ciò che manca.

Il film è ambientato nella Hong Kong degli anni ’60, in palazzine condivise dove la cucina è spesso uno spazio comune, caotico, popolare. Eppure, Su Li-zhen scende ogni sera a prendere il noodle take-away. Non cucina solo per sé. Anche Chow Mo-wan mangia spesso da solo, fuori o nell’ufficio di redazione.

È attraverso la cucina che i due intuiscono il tradimento dei rispettivi partner: “Tu ordini come mio marito… e tu come mia moglie.” Il cibo diventa una prova, un indizio, una traccia — come una briciola che conduce a una verità più grande.

E poi, come in un ultimo respiro, il film si sposta lontano, nel silenzio millenario del tempio di Angkor Wat, in Cambogia. Anni dopo, Chow, ormai solo, sussurra il suo segreto in una cavità del muro di pietra e lo sigilla con il fango, secondo un’antica usanza. Nessuno lo ascolta, nessuno lo saprà mai.

È il gesto più intimo del film: non una dichiarazione, ma una sepoltura. L’amore che non ha potuto vivere diventa memoria custodita nella pietra, segreto consegnato al tempo. E in quell’eco lontana, che il vento disperde tra le rovine, In the Mood for Love trova la sua forma più pura: la promessa di un sentimento eterno, perché mai consumato, mai concluso, mai dimenticato.

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