Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider (Oligo 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2019

Per un pugno di cioccolataEsce oggi 10 ottobre, nella collana Oro diretta da Davide Bregola di Oligo Editore, la raccolta di racconti Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider. 10 racconti, più due finali strettamente autobiografici, che ci riportano nella Germania degli anni ’30 e ’40, sotto il regime hitleriano, più incursioni in tempi più recenti. Sia per il valore di testimonianza, che per la qualità letteraria del testo, gli scritti di Helga Schneider acquistano sempre una doppia valenza che colpisce nel profondo il lettore. Insomma è difficile restare indifferenti mentre si leggono storie all’apparenza semplici e quotidiane che in realtà racchiudono grumi di sofferenza e disperazione che forse il tempo ha conservato come insetti nell’ambra.
Helga Schneider era bambina in quegli anni, nasce infatti nel 1937 in Slesia, ma ha conservato memoria di quei tempi irreali e terribili, e può a buon titolo fungere da monito alle nuove generazioni che si trovano frastornate tra revisionismi e nuove interpretazioni della storia. La sua voce è chiara e autorevole, e il suo talento letterario sembra annullare il tempo che è passato e farci vivere quegli avvenimenti come se scorressero anche sotto i nostri occhi. Insomma attraverso di lei anche noi siamo testimoni di quegli anni, anni di barbarie, ma nello stesso tempo di solidarietà e coraggio. Anni di fame, miseria, bombardamenti, repressioni, e nello stesso tempo di altruismo, speranza, e risolutezza.
Se la dittatura nazista fu di per sé una tragedia immane, che portò sull’orlo del baratro il popolo tedesco, e alla morte nei campi di concentramento milioni di ebrei, le persone che subirono gli effetti devastanti di questa follia collettiva dovettero convivere chi con il fanatismo chi con il senso di colpa e Helga Schneider con grande acutezza e sensibilità ci descrive queste fasi che hanno ripercussioni ancora oggi sul suo e sul nostro vissuto. I sopravvissuti si sono trovati anche davanti a sé il fardello della memoria e del ricordo, oltre al dovere della testimonianza perché Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, come profetizza la stessa Schneider nella nota introduttiva.
Ma veniamo ai racconti: la raccolta si apre con Per un pugno di cioccolata, in cui troviamo una ragazzina di tredici anni, Lotte, alle prese con la temibile Frau Schmitt. In Eli Sommers, racconto ambientato invece negli anni ’80, una giornalista è sul punto di fare lo scoop della sua carriera, rivelando al mondo il passato terribile di un famoso scrittore, ma il destino e la pietà umana spariglieranno le carte. In Vojnà kaputt troviamo invece un ragazzino ebreo e la sua mamma malata prigionieri in uno scantinato, e poco dopo l’arrivo dei soldati sovietici. I disertori invece ci riporta all’attenzione la triste pagina della Volkssturm, arma disperata di Hitler in un esercito ormai allo sbaraglio, che si riflette nella storia di un nonno e di un nipote. Ne La bicicletta rossa una ragazzina che sogna una bici si trova a fare quasi involontariamente una cosa terribile per ottenerla. In Sep muore di pace, protagonista è un cane che si trova in mezzo alla follia della guerra. Follia che tutto distorce e capovolge. In Pavel Anatol ci viene narrata la triste storia di un soldato sovietico che si innamora di una donna tedesca. In Friedrich un reduce torna a casa; troverà sua moglie viva, ad attenderlo? Ne L’uomo che amava i temporali, due anziani alle prese con la fame e il razionamento celebrano il miracolo di stare ancora insieme. In Noi torneremo! Aspettando il nuovo Reich, una madre riconosce la figlia in una ragazza devastata dalla “rieducazione” nazista. Infine i due racconti autobiografici della Schneider con al centro suo fratello e la sua madre biologica.
La scrittura della Schneider è limpida ed essenziale, molto evocativa, e colpisce soprattutto considerando il fatto che l’italiano non è la sua lingua madre, sebbene viva in Italia dagli anni ’60. Poi un’altra caratteristica che emerge è il valore anche terapeutico della scrittura che ha aiutato l’autrice stessa a convivere con un passato di cui non aveva alcuna colpa, ma che avrebbe potuto schiacciarla. E questa forza si sprigiona dalle sue pagine e giunge chiara al lettore.

Helga Schneider è nata nel 1937 in Slesia, regione della Germania che dopo la guerra fu ceduta alla Polonia; durante la guerra, la madre, convinta sostenitrice dell’ideologia nazista, si arruolò nelle SS e divenne guardiana nei campi di sterminio, abbandonando i figli alle cure della nonna. Helga vive a Bologna dal 1963, è naturalizzata italiana e scrive in italiano. Ha all’attivo libri per Rizzoli, Salani, Einaudi e Adelphi. In particolare si ricorda Il rogo di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna Ardissone dell’Ufficio stampa.

“Lettere a Hawthorne”, Herman Melville, a cura di Giuseppe Nori (LiberiLibri 2019) a cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2019

lettere H.Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti  scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato  uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.

Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).

Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994). 

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.

:: Carne di Betzabea di Fabrizio Raccis (Catartica edizioni, 2019) a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2019

coperrtina frLa donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.
Carne di Betzabea (Catartica edizioni, pagine 87, euro 12,50) è un inno carnale e spirituale alla donna.
Il poeta è interessato alla corporeità della parola e scrive versi non trascurando mai quella necessaria fisicitàche la scrittura deve avere per significare, ignorando l’inconsistenza dei dettati preconfezionati.
Fabrizio è un poeta autentico perché conosce il sanguinare delle parole.
Il suo scrivere evita gli orpelli. Sulla pagina arriva una poesia schietta in cui l’amore per una donna si fa toccare con mano nella sua autenticità carnale:

«Potrei vivere di refusi / tra le tue frasi confuse e ottuse, / potrei passare decenni a vedere / il tuo corpo vibrare, mentre discendi le scale».

Con grande passione il poeta canta e esalta la donna fuori dalla retorica dell’idillio, ma attraversando le stanze della vita quotidiana dove i corpi, fatti di carne, si toccano, si accoppiano in amplessi in cui il sudore scatena vertigini di inenarrabili passioni
Questa di Fabrizio Raccis è una poesia d’amore che si insinua nelle ferite aperte dell’esistenza. Una poesia che non cerca suture ma deflagrazioni cariche di amore e di perdita inebriante di sensi.

«Ti vedo, sotto la pelle / sotto quel fascio di nervi e muscoli / sotto quel sangue, / fino al midollo e alle ossa».

Finalmente una poesia d’amore che non si vergogna nel mostrarsi nuda e cruda.
Carne di Betzabea è un canzoniere antiretorico: in queste poesie il romanticismo diviene selvaggio e il poeta ha molto coraggio nel proporre versi «sibilanti e pungenti». Poesie come pugnali che squartano la carne nuda degli amanti colti nel dono di un reciproco e incondizionato consumarsi nel trasporto di una stagione totale (quella dell’amore appunto) che non conosce inibizioni o pregiudizi.
Qui i sensi si scatenano e il poeta prima di tutto è un uomo che da dichiarato amante della carne non rinuncia alla bellezza burbera e inarrivabile dell’amore e alla sua donna che mostra tuta la sua volontà di potenza attraverso la verità di un corpo nudo.

:: Dentro la vita. Pensieri sull’arte e la vita di Paula Modersohn-Becker a cura di Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni, 2018) a cura di Daniela Distefano

29 settembre 2019

Paula M. Becker 1[Worpswede, 4 ottobre 1898] ” Ho attraversato il villaggio immerso nel buio. Scuro era il mondo intorno a me, di un’oscurità fonda. Ed era come se quel nero mi toccasse e baciasse e accarezzasse. Ero in un’altra dimensione e mi sentivo felice, lì dov’ero. Che bello! Ero di nuovo vicina a me stessa e in uno stato di beatitudine, perché l’oscurità arrecava una dolce bellezza, come un uomo grande e premuroso. E splendevano le tenui luci nelle case, sorridendo alla strada e al mio passaggio. Anch’io ridevo a mia volta, raggiante e colma di riconoscenza. Sentivo d’esser viva”.

Morire a trentuno anni, nel pieno del ciclo produttivo artistico. E’ la sorte toccata alla tedesca Paula Modersohn-Becker (1876-1907), anticipatrice del primo espressionismo e protagonista di questo opuscolo in nuova traduzione. Si tratta di pensieri sull’arte e la vita che rappresentarono materia di studio e ispirazione per le giovani generazioni del suo Paese. Ecco le parole di Claudia Ciardi sul sul suo stile e la sua riflessione teorica:

Alla ricerca di una nitidezza del segno e di una semplificazione quasi archetipica, studia a fondo Cézanne, Guaguin e Van Gogh, quando ancora in molti non ne hanno afferrato il peso artistico. Da loro e dalle personalità riunite a Worpswede spreme la linfa indispensabile al suo linguaggio, un assolo che si lascia decifrare alle sorgenti del simbolismo e dell’espressionismo”.

Nella sua valigia di conoscenze e fari artistici, non manca di riporre la propria gratitudine nei confronti dei Maestri del Passato che hanno avuto un ruolo preponderante nell’edificare il suo evoluto concetto pittorico:

[Worpswede, 31 marzo 1902] “ Mi pare che Bocklin abbia imparato molto da Tiziano. Non lo nomina mai se non di rado. Gli era troppo affine? La mano che stringe i fiori nella Flora di Tiziano potrebbe averla dipinta Bocklin. Con quale facilità quei grandi del Rinascimento mettevano su tela le loro immagini! Esploro il taccuino di Tiziano. E’ come se queste rappresentazioni potenti, le figure con gli sfondi di paesaggio, tutto così sontuosamente risolto, l’insieme compositivo rigoroso, e non mi riferisco al realismo ma ai tanti stimoli cromatici propri della pittura moderna, insomma è come se questa fosse l’arte del futuro. O magari un pezzetto della mia arte? Tiziano fu davvero artista, un nobile spirito pieno di temperamento e di tensione formale. Vorrei anch’io cimentarmi così. Parlo adesso stimolata dalle sue riproduzioni. Forse l’originale avrebbe su di me un effetto completamento diverso”.

Un libro maturo che racchiude segreti rivelati con purezza, trasparenza, semplicità. Forse la fama di Paula Mondersohn Becker sarebbe stata anche più estesa se non avesse visto scadere troppo presto il biglietto della vita sulla Terra, ma chissà. Magari il futuro consegnerà alla sua memoria fiori secolari di ulteriore, mondiale, ricettività e apprezzamento. Il suo è il destino di chi precorre i tempi spargendo qua e là nel globo orme durevoli del suo sfavillante passaggio.

Paula Becker, nota come Modersohn dal cognome del marito, nasce a Dresda nel 1876, terza di sette figli, da madre della media borghesia e padre ingegnere. Nell’infanzia dedica tutto il tempo libero al disegno, viene quindi iscritta a una scuola d’arte a Brema, dove i Becker si sono trasferiti. Nel 1896 parte per Berlino, seguendo i corsi di disegno e pittura. L’anno seguente visita la colonia di artisti di Worpswede, a pochi chilometri da Brema, fondata da tre artisti fra cui Otto Modersohn, col quale si sposa nel 1901. Qui si lega di amicizia anche con Rainer Maria Rilke e la scultrice Clara Westhoff. Il suo matrimonio procede tra alti e bassi, soprattutto per il continuo desiderio di libertà che la spinge ad alternare lunghe trasferte parigine alla soffocante vita domestica di Worpswede. Il 2 novembre 1907 nasce la figlia Mathilde ma Paula muore neanche un mese dopo, a soli trentuno anni, per un’embolia dovuta a complicazioni post parto. Lascia settecento dipinti e mille disegni. I suoi scritti vengono pubblicati nel 1917. Considerata l’iniziatrice dell’espressionismo incarnato dalla Brücke, dopo la morte i suoi diari sono religiosamente studiati dalle giovani generazioni tedesche. Nel ’27 nasce a Brema il Becker Museum, primo museo al mondo dedicato a un’artista donna.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

:: Grande e Buffo – Morsi e rimorsi di Julian Gough e illustrato da Jim Field (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2019
Morsi e rimorsi

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Oggi vi parlo di un simpatico libro illustrato per bambini, consigliato dai 6 anni in su, a colori (predomina l’arancione) con protagonisti un’orsa e un buffo coniglietto alle prese con un fitto mistero che grava nella valle dove vivono all’approssimarsi dell’inverno: dove vanno gli alberi all’arrivo di questa stagione? Forse volano a sud come gli uccelli?

Niente di tutto questo l’orsa Grande e il coniglietto Buffo scoprono che c’è uno strano ospite, con gli incisivi più grandi che gli animaletti del bosco abbiano mai visto, intento niente meno che a portare il Progresso!

Prende così l’avvio una divertente avventura nata dalla fantasia di Julian Gough e illustrata da Jim Field che ci porta a scoprire come è facile divertirsi in compagnia.

Il libro si intitola Grande e Buffo – Morsi e rimorsi, ed è edito da Gallucci Editore e tradotto dall’inglese dalla brava Benedetta Gallo.

Temi principali della storia sono l’amicizia, l’amore per la natura, la solidarietà. Tutto espresso da una narrazione briosa, e piena di vita che sembra avere catturato il plauso pure di Neil Gaiman, entusiasta di questa serie.

Esistono infatti anche altri tre libri, sempre del duo di amici Gough e Field ed editi da Gallucci, con gli stessi curiosi protagonisti: Il consiglio del coniglio, Malumore da rumore e Una merenda tremenda.

Tutti da collezionare!

Julian Gough un romanziere pluripremiato, drammaturgo, poeta, musicista e sceneggiatore. È nato a Londra, ma cresciuto in Irlanda e ora vive a Berlino. Tra le tante cose che ha scritto c’è anche il finale di Minecraft, il famoso videogioco per bambini di tutte le età. A Julian piace bere caffè e rubare maiali.

Jim Field è un illustratore pluripremiato, designer e regista di film di animazione. Cresciuto a Farnborough, ha lavorato a Londra e adesso vive a Parigi. Il suo primo libro illustrato, Cats Ahoy! scritto da Peter Bentley, ha vinto il Booktrust Roald Dahl Funny Prize, ma il suo lavoro più famoso è il bestseller Oi Frog. A Jim piace suonare la chitarra e bere caffè.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci sempre solerte a inviarci le loro ultime novità più interessanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Pietro e Paolo di Marcello Fois (Einaudi, 2019) a cura di Eva Dei

27 settembre 2019

Pietro e PaoloPietro Carta e Paolo Mannoni sono amici fin dall’infanzia. Nati entrambi a Nuoro nel 1899, li unisce un rapporto fraterno, a tratti simbiontico. A separarli però ci ha pensato la vita: il primo figlio di poveri braccianti, l’altro ultimo figlio di una delle famiglie più ricche della città. I due crescono insieme: Paolo tra le agiatezze che gli permette la sua classe sociale, Pietro con gli scarti che rimangono. Ma nonostante tutto i due restano inseparabili: Paolo racconta a Pietro quello che impara a scuola, Pietro dal canto suo lo istruisce sulle cose pratiche della vita. Sapere teorico ed empirico, ricchezza e povertà, “verbi servili e ausiliari” sembrano trovare il loro equilibrio, finché la storia non entra in scena con prepotenza. L’aria nefasta della Prima Guerra Mondiale ha già investito la Sardegna, molti uomini sono stati reclutati, ma dopo la disfatta di Caporetto è arrivato il momento di richiamare i più giovani. Tra questi c’è anche Paolo. A nulla valgono i tentativi di Don Pasqualino, suo padre, di ricorrere ad amicizie e promesse per salvare il figlio dall’arruolamento. Resta solo una cosa da fare, convincere Pietro, l’amico fedele, il ragazzo povero ma di buon cuore, ad arruolarsi come volontario per proteggere Paolo. Don Pasqualino non esita nemmeno un momento a legare a doppio filo la vita di Pietro a quella del figlio: deve diventare la sua ombra, seguirlo e difenderlo dai pericoli. Lo deve fare per riconoscenza, per assicurarsi il benessere della propria famiglia e soprattutto lo deve fare se crede nell’amicizia.
Una volta finita la guerra Pietro e Paolo faranno ritorno a casa, ma niente sarà più come prima.
Dopo il folgorante Del dirsi addio (Einaudi, 2017), Marcello Fois torna in libreria con Pietro e Paolo.
Un romanzo più breve, diciasette capitoli che si sviluppano come una sorta di conto alla rovescia. Il lettore si incammina con Pietro al capitolo sedici, in una passeggiata che lo condurrà indietro nel tempo, nella storia, fino a raggiungere il capitolo zero, la meta finale, che altro non è che l’incontro con Paolo. Una storia più breve, più snella, che probabilmente nella penna di un altro autore non avrebbe reso altrettanto bene.

Il dio dei racconti, quello che sa ogni cosa prima che diventi voce o avvenga sul foglio, avrebbe potuto dichiarare il perché e il percome. Avrebbe potuto cioè rendere inutile qualunque resoconto e di conseguenza, se stesso. Da tempi immemorabili gli dèi omettono i particolari salienti per difendere il proprio significato. Spargendo solo briciole di senso. Sicché agli umani, auditori, lettori, non resta che raccoglierle come quei passeri.

La maestria di Fois, però, viene fuori fin da subito in questo moderno “Il principe e il povero”. L’autore costruisce un microcosmo narrativo; nonostante alcune incursioni di personaggi secondari ma pregnanti, il fulcro dell’intera vicenda, ruota intorno ai due giovani amici. Allo stesso modo un legame intimo e profondo al centro di tutto: l’amicizia. Ma anche Nuoro, il cuore della Sardegna, sembra un luogo rarefatto, dove il paesaggio la fa da padrone, grazie anche alle precise descrizioni naturalistiche dell’autore. A schiacciare questo microcosmo e il suo fragile equilibrio ci pensa qualcosa di esterno, di lontano come la prima grande guerra moderna.
Infine il titolo non può non rievocare l’immagine dei due santi omonimi. Nascosto a un primo sguardo un filo sottile che unisce religione e laicità si muove nel testo di Fois. Si parla di apparizioni note, come quelle di Fatima, che però vengono completamente dissacrate. Fa da contraltare a questa scelta il voto segreto che i due amici fanno a S. Lucia prima della loro partenza per la guerra; un voto che racchiude allo stesso tempo sia il futuro dei due amici, ma che è anche una sorta di simbolo, una promessa, insita nei loro stessi nomi: Paolo, il santo accecato dall’apparizione di Gesù e Pietro, colui che come invisibile, riesce miracolosamente a sfuggire al carcere.

Marcello Fois (Nuoro 1960) vive e lavora a Bologna. Tra i tanti suoi libri ricordiamo Picta (premio Calvino 1992), Ferro Recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere, Sheol, Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour, Volponi e Alassio 2007), Stirpe (premio Città di Vigevano e premio Frontino Montefeltro 2010), Nel tempo di mezzo (finalista al premio Campiello e al premio Strega 2012), L’importanza dei luoghi comuni (2013), Luce perfetta (premio Asti d’Appello 2016), Manuale di lettura creativa (2016), Quasi Grazia (2016), Del dirsi addio (2017 e 2018), il libro in versi L’infinito non finire (2018) e Pietro e Paolo (2019).

Source: libro del recensore.

:: Danilov il Violista di Vladimir Orlov (Carbonio Editore 2019) a cura di Davide Mana

27 settembre 2019

DanilovIl Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov, è uno dei testi fondamentali della letteratura moderna. La miscela di immaginazione fantastica, satira politica, umorismo e tragedia, riferimenti storici e letterari, lo rende un’opera al di fuori delle gabbie più o meno anguste di generi, filoni, scuole, categorie assortite.
È un romanzo russo, ed è profondamente russo, ma è anche, innegabilmente, universale.
È un romanzo filosofico, ma è anche un’avventura fantastica.
È una satira tagliente di un certo luogo e di un certo tempo, ma è anche un romanzo carico di speranza, e capace di sollevare lo spirito del lettore in un momento di tenebra.
E dentro ci sono il diavolo e un gatto con la pistola, che rendono qualunque valutazione critica assolutamente pleonastica. È un romanzo che prima o poi è indispensabile leggere.
E se da una parte, per tutti i motivi fin qui elencati, l’idea di ispirarsi al romanzo di Bulgakov, per un romanziere russo – ma, davvero, per qualunque romanziere – sembrerebbe assolutamente ovvia, dall’altra presentarsi a un editore con un’opera che da Bulgakov prende le mosse e lo aggiorna, lo trasporta nella contemporaneità e lo remixa, per così dire, è anche un gesto di suprema follia.
E c’è della follia nel romanzo di Vladimir Orlov, pubblicato nel 1980 dopo numerosi rifiuti, e primo di una trilogia, che ora Carbonio Editore propone in edizione integrale (era uscito in Inglese trent’anni or sono, ma tagliato).
Ambientato in una Mosca di epoca sovietica dalla geografia nebulosa, un universo senza mappe popolato di personaggi surreali, il romanzo segue le vicissitudini di Danilov, diavolo part-time e violista in una orchestra, un individuo dall’animo tanto romantico quanto indeciso.
Colpa della sua natura intermedia – parte essere umano, parte demonio – ma soprattutto frutto della natura ambigua della società nella quale si trova a muoversi.
Il mondo degli uomini così come il mondo dei demoni è una burocrazia senza volto sotto le regole ferree della quale si agitano passioni e desideri che portano alla perversione ed alla negazione di quelle stesse regole. La società umana, come quella infernale, è dominata da piccole e grandi invidie, meschini giochi di potere e ripicche infantili, avidità e ingordigia, una fame – reale e metaforica – che trasforma tutti in predatori. C’è un’ossessione per il cibo, nel romanzo, che fa da doppio speculare per l’ossessione per lo status, la posizione, il titolo, che sembra aver contagiato tutti, chi più chi meno, in queste pagine, tranne forse Danilov, che per questo è quasi inconsapevolmente fuori dal sistema.
E tutti noi sappiamo che il sistema non tollera le anomalie.
Danilov, letteralmente un povero diavolo, ma dotato di talento, si trova perciò improvvisamente catapultato in un labirinto kafkiano. L’amore giunge a turbare la sua esistenza, mentre una denuncia da parte di un collega invidioso lo porta all’attenzione dei tribunali infernali.
E qualcuno ruba la sua viola.
Danilov diventa quindi una sorta di strano, improbabile “everyman” sovrannaturale, un pellegrino che vaga per luoghi che il lettore scopre attraverso i suoi occhi sorpresi, i suoi dialoghi sincopati, la sua crescente preoccupazione.
Danilov il Violista è una satira di un sistema, quello sovietico, fotografato nella sua fase di decadenza terminale ed al contempo di estrema distorsione e prepotenza, ma il lettore italiano del ventunesimo secolo potrebbe restare sorpreso nel riconoscersi nel protagonista, e nel vedere nel mondo del romanzo uno specchio fedele di una società che si presume diversa, e opposta, a quella dell’Unione Sovietica.
Burocrazia impazzita, piccoli funzionari indifferentemente crudeli o crudelmente indifferenti per il solo motivo che possono esserlo, regole contraddittorie, invidie ed avidità, colpi bassi e incomprensioni, la corsa ad accaparrarsi degli status symbol tanto vuoti quanto, per loro natura, “diabolici”…
Non si può replicare Il Maestro e Margherita, e sarebbe sciocco cercare un paragone diretto, una gara, una corsa, fra il romanzo di Orlov e quello di Bulgakov.
Al recensore non interessa se Danilov lavi più bianco.
Ciò in cui Vladimir Orlov riesce, e brillantemente, è catturare l’universalità del racconto di Bulgakov, e farla propria, così che un romanzo che è assolutamente del proprio tempo e del proprio luogo diventa senza apparente sforzo una metafora della società umana, qualunque società umana, al suo peggio più ipertrofico, ed al suo più mostruosamente ridicolo.
Danilov il Violista, così come Il Maestro e Margherita, suonerebbe dolorosamente familiare ad un lettore nel terzo secolo dopo Cristo, nella Spagna dell’Inquisizione o nella Parigi del Terrore, nell’Inghilterra Vittoriana o nell’America di Reagan, o di Clinton, o di Trump.
Avventura sovrannaturale, meditazione sul valore dell’arte e della creatività, storia triste ma divertente, storia buffa ma malinconica, Danilov il Violista ha qualcosa per tutti noi, se lo vorremo ascoltare.

Vladimir Orlov (1936-2014) è nato e vissuto a Mosca. Laureatosi alla Facoltà di Giornalismo, ha insegnato per vent’anni all’Istituto Letterario Maksim Gor’kij. Raggiunge la fama nel 1980 con la pubblicazione di Danilov, il violista, a cui seguono altri due romanzi che completano la trilogia “Le storie di Ostankino”, ispirata alla tradizione del realismo fantastico di cui la letteratura russa ci ha dato maestri noti in tutto il mondo: Gogol’, Bulgakov, Sologub. Carbonio Editore pubblica Vladimir Orlov per la prima volta in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio stampa Carbonio Editore.

Darkness di Leonardo Patrignani (De Agostini, 2019) a cura di Elena Romanello

26 settembre 2019

9788851168735_5c1e9947c4091e3468597f23e2b00448.displayTutti siamo stati ragazzini, qualcuno di noi ha vissuto avventure fantastiche, qualcun altro no, ma alla fine anche da adulti siamo ancora affascinati da storie d’avventura con protagonisti giovanissimi, che siano reali o immaginate. Una tendenza che in questo ultimo periodo è tornato prepotentemente alla ribalta grazie al successo della serie cult Stranger things, ambientata negli anni Ottanta epoca in cui sono venute alla ribalta tante storie dell’immaginario ancora oggi amatissime, da Stand by me It passando per I Goonies.
Gli appassionati di questo genere possono trovare una storia interessante in Darkness dell’italianissimo Leonardo Patrignani, in uscita per De Agostini dopo i suoi precedenti romanzi rivolti più ad un pubblico di adolescenti e sempre di genere fantastico.
Little Crow, cittadina molto kinghiana, inventata ma vicina a tanti luoghi reali, non è il posto migliore dove vivere, più che altro perché non succede mai niente, ma se sei come Haly Foster e hai appena perso i tuoi genitori in circostanze non chiare la tua situazione, in una casa famiglia, non è proprio il massimo.
Haly decide di fuggire, approfittando del buio, ma mentre percorre la statale che porta fuori da Little Crow, una fitta nebbia si leva da terra e circonda l’intero paese, impedendo a chiunque di entrare e uscire, bloccando la corrente elettrica e gli orologi.
Le paranoie iniziano ad emergere in tutti, mentre i gatti di una delle due responsabili della casa famiglia fanno cose strane, un’anziana sembra emergere sempre nei momenti meno inaspettati per dispensare consigli e terrificanti apparizioni sembrano dare vita alle peggiori paure.
Haly vuole scoprire cosa è successo: ha due amici, Owen, l’eccentrico direttore del giornalino scolastico, e Brian, un nerd collezionista di fumetti e con loro cercherà di capire cosa è la nebbia e come se ne può uscire. E non mancheranno le sorprese, non solo per loro, mentre verità nascoste verranno a galla, come quella sui genitori di Haly e quella su cose mai dette avvenute in alcune famiglie, tra violenze familiari e altri drammi.
Un libro dove si parla di voglia e timore di crescere, della necessità di salvaguardare i ricordi per sapere anche andare avanti, di cercare oltre le verità predefinite: forse non sono temi nuovi, ma funzionano sempre, grazie anche all’intreccio fantastico, con un mistero da risolvere che riecheggia un famoso romanzo di Stephen King alla base anche di una serie televisiva, Under the dome.
Darkness si rivolge ad un pubblico di giovanissimi ma dato l’interesse e il successo che certi temi riscuotono sempre a qualsiasi età è godibile anche per chi fa parte della generazione che ha visto i modelli di Stranger things al cinema e che da ragazzino ha sognato di incontrare un extraterrestre e di andare in cerca del tesoro di Willy l’Orbo…

Leonardo Patrignani è nato a Moncalieri nel 1980. Ha esordito nella narrativa italiana con Multiversum (Mondadori, 2012), primo titolo di una trilogia tradotta in più di venti Paesi, con oltre centomila copie vendute. Ha poi pubblicato il thriller There (Mondadori, 2015), i cui diritti cinema sono stati opzionati. Per De Agostini ha pubblicato Time Deal e Darkness, il suo primo romanzo per ragazzi.

Provenienza: copia fornita dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Stephen Hawking – Guide per piccoli alle vite dei grandi (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2019

Stephen Hawking

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Ricordati di guardare le stelle e non la punta delle tue scarpe

È uscito un nuovo volume, in edizione a colori e rilegata, della collana Gallucci “Guide per piccoli alle vite dei grandi” e sicuramente non può mancare su Liberi di scrivere un post dedicato, soprattutto perché in questo volume ospita Stephen Hawking, il re delle stelle, uno degli scienziati più geniali che la storia ricordi, una persona eccezionale non solo per la sua incredibile intelligenza, ma anche per il coraggio, la determinazione e la voglia di vivere che caratterizzò la sua intera vita e l’aiutò a convivere con una malattia invalidante che ne limitò i movimenti ma non la capacità con la sua mente di scrutare le stelle, i buchi neri e i misteri più impenetrabili dell’universo.

Stephen Hawking nacque a Oxford, in Inghilterra, l’8 gennaio del 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale, e visse un’infanzia serena con i genitori e i fratelli.

Stephen è un ragazzo serio, ordinato, studioso, si laurea nel 1962 in fisica ad Oxford e successivamente si trasferisce a Cambridge per su tiare cosmogonia. L’anno successivo gli viene diagnosticata una malattia con decorso infausto, i medici infatti gli comunicano che ha meno di tre anni di vita.

Si arrende il nostro giovane Stephen?

Niente affatto, continua i suoi studi, si sposa, ha figli, e ad ogni ostacolo che incontra sul suo cammino risponde con determinazione e fantasia, per morire nel 2018 a 76 anni dopo una vita ricca di soddisfazioni, riconoscimenti e obiettivi raggiunti.

Molto di quello che sappiamo dell’universo è merito suo, che proseguì gli studi di Einstein e grazie a calcoli matematici, intuizioni geniali e amore per la scienza riuscì ad ampliare le conoscenze scientifiche fino all’ora raggiunte, diventando anche una star internazionale grazie al suo libro Dal Big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo.

Non male per un ragazzino inglese che amava leggere intorno al tavolo del soggiorno!

Il libro è stato scritto da Isabel Thomas, i disegni sono invece di Marianna Madriz. La traduzione dall’inglese è stata realizzata dalla classe 1A del Liceo Classico “Vincenzo Gioberti” di Torino, con la supervisione di Benedetta Gallo e Mattia Venturi, nell’ambito del progetto “Alternanza Scuola Lavoro” previsto dal Miur.

Consigliato dagli 8 ai 99 anni.

Isabel Thomas è autrice di più di cento libri per bambini e ragazzi, dedicati soprattutto al mondo della scienza e dell’ecologia. Organizza laboratori didattici e collabora a un progetto dell’università di Oxford mirato a promuovere e sostenere l’interesse per gli studi scientifici tra i più piccoli.

Marianna Madriz, originaria del Venezuela, vive a Londra. Dichiara di ispirarsi al realismo magico, alla Bossa nova, al cinema e alll’iconografia Anni Cinquanta.

Nota: se volete sfogliare il volume vi rimando al sito dell’editore qui

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci sempre solerte a inviarci le loro ultime novità più interessanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

“Il sentiero delle ossa” di Ettore Mazza (Edizioni BD, 2019) a cura di Maria Anna Cingolo

25 settembre 2019

sentiero-ossa-mazza-0-670x1020Noi siamo la nostra storia.

Ettore Mazza lo sa bene mentre scrive e disegna “Il sentiero delle ossa”, graphic novel da oggi in libreria e in fumetteria per le Edizioni BD. Appassionato di storia, soprattutto di quella più antica, Mazza sceglie un’ambientazione suggestiva e originale per la sua opera a fumetti: il Neolitico del 6000 a.C.

Acca e Gi appartengono a uno degli ultimi gruppi di raccoglitori-cacciatori di cultura paleolitica. Il graphic novel si apre con i nostri due amici costretti a pulire il bosco dagli sterpi successivi a un rogo doloso, prigionieri e schiavi di altri uomini il cui fine principale è utilizzare per coltivazioni e pascoli il terreno appena bruciato. Si tratta di un nuovo clan che si presenta culturalmente diverso nelle pratiche sociali, un gruppo che si rende protagonista di quella che è passata alla storia come Prima Rivoluzione: l’affermarsi dell’agricoltura e dell’allevamento, in sintesi della società sedentaria. Acca e Gi riescono a fuggire dalla prigionia delle prime pagine, ma continuano a scontrarsi con l’inevitabile e violento cambiamento che li insegue rovinosamente ovunque cerchino riparo, anche quando si sentono più al sicuro. La loro strada sembra portare a un bivio: accettare di vivere con gli altri ma in modo diverso o restare soli, resistere e scappare per non morire.

La narrazione è affidata quasi prevalentemente ai disegni che scandiscono un ritmo sempre incalzante, in allerta, in fuga. Solamente le bellissime tavole che raffigurano la natura e i suoi paesaggi offrono un po’ di respiro e di pace, come se cielo, fiumi, boschi, mare, pianure e spiagge, incantevoli spettatori, rimanessero imperturbati mentre i destini dell’umanità cambiano drasticamente. Tale è la sua passione per la preistoria che per disegnare con cura armi, utensili, abitazioni, barche, Mazza si è rivolto a professori e ha approfondito la materia sui libri. Il suo graphic novel diventa quasi strumento di una missione divulgativa al fine di rendere il lettore consapevole di quanto il passato, anche quello più lontano, abbia ancora peso sulla nostra vita di tutti i giorni. Acca e Gi, insieme agli altri personaggi si fanno aedi, smaniosi, pieni di sentimento, con la rabbia e il terrore negli occhi.

La storia di Acca e Gi è anche la nostra storia, è la nascita della nostra cultura, il passaggio al nostro modo di vivere insieme. Ettore Mazza racconta la violenza di questo cambiamento, lo scontro mediante il quale il gruppo che oggi noi definiremmo più civile prevale sull’altro e lo domina, secondo una prassi, sempre civile, propria dell’uomo di ogni tempo: millenni fa, oggi, probabilmente anche domani. 

Ettore Mazza nasce nel 1994 e cresce sulle rive del Lago di Garda. Ama la natura, la storia e la preistoria. Frequenta l’Accademia delle Belle Arti a Bologna ed è tra i fondatori del collettivo Brace, per il quale realizza storie brevi e cura antologie. 

Source: copia inviata al recensore. Ringraziamo Simone Tribuzio dell’Ufficio stampa di Edizioni BD.

:: Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico (Ensemble, 2019) a cura di Irma Loredana Galgano

25 settembre 2019

blustanzessere_ copertinaA costo di cadere in un luogo comune, si potrebbe affermare che solo uno psichiatra può esplorare la mente umana al punto da raccontarla in un libro in maniera talmente originale da far sembrare la narrazione vera, tangibile, fruibile anche al lettore. Sarebbe un possibile luogo comune e allora lo evitiamo. Anche perché, leggendo il libro di Roberta Zanzonico, si ha la percezione, la sensazione o l’intuizione che la storia che ella ha voluto raccontare al lettore non derivi, non del tutto almeno, dal suo lavoro, dalla sua professione, bensì da esperienze dirette, quelle che solo il vissuto può donarti.
Un libro, Blu Stanzessere, con un intreccio molto originale, particolare, che prospetta il serio rischio di spaccare il bacino dei lettori. O ne comprendi le potenzialità fin da subito e ti lasci trascinare nella mente e nella psiche del protagonista e delle stanzessere, o ne resti fuori e difficilmente ne comprenderai appieno il potenziale.
L’esperienza onirica/extracorporale che vive il protagonista, accompagnato dal suo fedele Guardiano, è un qualcosa che chiunque, tutti e ognuno, può o vorrebbe compiere. Quasi una sorta di catarsi per liberarsi da quelle catene che ogni giorno imprigionano la mente e il corpo, quelle che abbiamo ma pensiamo di non avere. Il tempo per esempio. La fretta generata dalla mancanza di tempo. L’ansia per il poco tempo. Lo stress per la perdita di questo tempo che riesce a scandire la vita perché gli viene permesso di farlo.
Ma quando il protagonista si sveglia realizza che “non c’era più il tempo e non c’era più nulla da collocare al suo interno”. E sarà proprio questo vuoto a dargli il primo sollievo dopo lo smarrimento iniziale. Una lavagna bianca, un’agenda tutta nuova da poter riempiere seguendo i ritmi che sarà lui a scegliere. Un nuovo inizio. Lo pensa, non è detto che sia così.
Le riflessioni sul concetto di Tempo non sono le uniche parti del libro della Zanzonico che rimandano a un’altra opera letteraria cui l’autrice sembra rifarsi direttamente allorquando cita il bianconiglio, ovvero Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll (BUR, 2015).
L’autrice con ogni probabilità lo fa per rendere più facilmente percepibile al lettore la sensazione di smarrimento del protagonista, soprattutto nella parte iniziale del testo, la medesima provata e descritta da Carroll per Alice. In realtà, questo ripetuto accostamento potrebbe anche risultare controproducente, proprio a causa della maggiore notorietà dell’opera letteraria di Carroll. Il lettore di Blu Stanzessere potrebbe addirittura risultarne distratto e stranamente attratto, volenteroso nel cercare, nel testo di Zanzonico, altri elementi in comune con il romanzo di Carroll, dimenticando o quasi che il punto focale del libro che sta leggendo sono le stanzessere e non la tana del bianconiglio.
Questo però accade solo nella prima parte del libro, poi la Zanzonico imprime con maggiore forza la propria personalità al narrato. E questo è certamente un bene.
Lo stile di scrittura scelto da Roberta Zanzonico per Blu Stanzessere è molto contemporaneo, con un fraseggio breve, diretto e poco arzigogolato. Ricorrente l’impiego di espressioni gergali o “di vulgata”. Si tratta per certo di una scelta giusta, che ha contribuito ad ancorare la narrazione a un presente necessario al lettore, da lui riconoscibile e accessibile, specie se contrapposto alla evanescenza delle stanzessere.
Nel testo si alternano con una certa regolarità narrazioni in prima persona, nelle quali il protagonista descrive l’ambiente, introduce la scena e avanza ipotesi e riflessioni, a parti in forma dialogica, quasi esclusivamente tra il protagonista e il Guardiano. Un posto a sé occupano i “cori” delle stanzessere, ovvero i racconti con i quali le donne ivi “rinchiuse”, ma per scelta, interagiscono con il protagonista. Pezzi di un puzzle che si ricompone solo alla fine del libro, quando il protagonista riempie di nuovo il vuoto iniziale, anche se sembra non avvertire più i fardelli che aveva. Sembra. Perché alla fine la storia raccontata da Zanzonico ruota intorno a concetti fondamentali come essenza e vuoto, unione e solitudine, certezza e incertezza, legami e abbandoni, ricordo e oblio… Una lettura, Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico, che si rivela essere proprio come un viaggio per mare, pieno di insidie e avventure ma comunque spettacolare.

Roberta Zanzonico, classe 1986, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, si specializza in Psichiatria a Boston, scegliendo quindi Los Angeles come la città in cui vivere e svolgere la sua professione. Blu Stanzessere è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

:: Turbolenza di David Szalay (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

24 settembre 2019

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La letteratura vera è quella che sa raccontare la zona del nostro disagio e ha bisogno di scrittori capaci di rappresentare tutte le inadeguatezze di cui siamo fatti.
David Szalay è sicuramente uno di questi. Se con Tutto quello che è un uomo ci aveva sorpresi, con Turbolenza, da poco uscito sempre per Adelphi, ci ha definitivamente atterrati.
Tradotto magnificamente da Anna Rusconi, il nuovo libro dello scrittore canadese è un romanzo in forma di racconti. Caratteristica principale dell’opera è una geniale circolarità delle storie che toglie il fiato e avvince.
Dodici storie legate in cui l’aria diventa la metafora esplicita di un vuoto che assedia le esistenze con le sue turbolenze micidiali.
Dodici personaggi che passano nelle storie successive il testimone ad altri personaggi precipitati nelle loro esistenze pur puro caso, ma anche no. Insieme danno vita all’affresco di una condizione umana che fa i conti con l’inadeguatezza del tutto.
Uomini e donne con i loro problemi immanenti di solitudine, di incomprensione, che hanno a che fare con la spietata legge del quotidiano, si incontrano nei non luoghi come gli aeroporti, o in luoghi mordi e fuggi come gli alberghi o in volo dove sospesi nel vuoto dell’aria si trovano a fare i conti con le turbolenze.
Questo è il contesto in cui David Szalay con una scrittura essenziale e minimalista costruisce la struttura circolare della sua storia che dà vita a una serie infinta di storie il cui al passaggio di testimone da un personaggio all’altro assistiamo come lettori al disfacimento di vite che azzardano un tentativo di fuga in cui non credono.
In questi racconti che formano un romanzo il vero protagonista è il disagio che non concede alcuna via di scampo
Ogni personaggio di queste storie è un disadattato che vive lo sconforto del proprio tempo, ognuno con il suo bagaglio di croci personali.
La circolarità diventa il collante di questo stato di cose in cui lo scrittore attraverso i suoi personaggi racconta l’inconsistenza, l’inadeguatezza e il malessere destinato a diventare disagio cronico di questa nostra epoca.
La vera turbolenza che in queste pagine incontriamo è la vita di tutti i giorni. Come i personaggi di queste dodici storie, che ci riguardano da vicino, tutti noi viviamo sospesi in aria e incastrati in quel vuoto in cui il disagio si moltiplica fino a diventare catastrofe e poi apocalisse.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.