Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il tempo dentro di noi di Stefano Galardini (Edizioni Convalle 2017) a cura di Federica Belleri

20 febbraio 2018
Il tempo dentro di noi

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Primo romanzo per Stefano Galardini. Un esordio intenso e intimo, due vite unite da una solida amicizia. Quella fra Lidia e Luca, che si conoscono fin dalla scuola superiore. Diversi, puri, con mille e più domande sul futuro. La passione per i Nirvana li accomuna. Settant’anni di vita, vissuti fra alti e bassi, durante i quali stima e affetto sono cresciuti paralleli, senza cedere mai. Amici quasi dipendenti l’uno dall’altro. Amici pronti a dirsi tutto, in qualsiasi occasione. I tormenti e le inquietudini legate all’adolescenza si accavallano a momenti di assoluto silenzio, da conservare con cura. La lontananza dovuta alle scelte lavorative non basta a distanziarli, si riuniscono presto, come se non si fossero mai lasciati. Luca e Lidia sono l’uno lo specchio dell’altro, si completano e si proteggono, anche da se stessi. Si deve sempre essere sinceri con chi si vuole bene o a volte è meglio mentire?
Questo è solo uno dei tanti interrogativi che ci si pone leggendo questo libro. Perché la vita scorre troppo in fretta, le scelte si pagano, nel bene o nel male. Le certezze posso sfuggire, per lasciare il posto al vuoto totale, in pochi istanti.
Gli amori passano, l’amicizia resta. Le responsabilità pesano, e l’insoddisfazione aumenta.
Il tempo dentro di noi, una storia meravigliosa che richiede un’attenta lettura. L’introspezione impregna ogni pagina e immedesimarsi è indispensabile. L’affetto combatte il dolore, la paura, l’ansia. I ricordi devono essere tramandati, i rimpianti, lasciati da parte. Bisogna scrivere, per combattere la solitudine.
Buona lettura.

Stefano Galardini vive tra Genova e Monza. Condivide casa con Niky, gatto da un occhio solo. Sul suo comodino ci sono 90 libri in attesa di essere letti, ma continua comunque imperterrito a comprarne. Ama la musica, meglio se in vinile, a scelta tra rock e rock, con brevi puntate sul blues. Nella vita di ogni giorno si occupa delle persone, lavorando come Operatore Socio Sanitario nel sociale. Ha 32 anni e Il tempo dentro di noi è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

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:: Lo sconosciuto di Irène Némirovsky (Edizioni Dehoniane Bologna 2018) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2018
Nèmirovsky

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Lo sconosciuto” di Irène Némirovsky è un racconto lungo, uscito per EDB a gennaio. Teatro di ambientazione è la Francia, durante la Seconda guerra mondiale che, attenzione, qui resta come sfondo. I veri protagonisti sono due fratelli entrambi al fronte e tornati a casa in licenza per il matrimonio della sorella. Il dialogo tra i due congiunti pronti a ritornare ai loro battaglioni si svolge alla stazione ferroviaria francese dove, oltre a loro, ci sono centinaia di persone, lì per salutare i soldati in partenza e non solo. In realtà il conflitto è solo all’inizio e la gente non ha idea che essa durerà per lungo tempo, e accanto ai due fratelli in divisa si vedono persone con le gabbiette per gli uccelli, persone cariche di valigie e bambini stanchi, addormentati tra le braccia materne. La narrazione si sposta dalla massa di viaggiatori ai due fratelli, si concentra su di loro e su quello che questi due si raccontano. Uno – Claude, il maggiore- è sposato e ha famiglia, l’altro –François- è giovane, single e pronto a tutto per combattere il nemico. A spegnere l’entusiasmo combattivo del minore ci pensa Claude, che confessa al fratello di aver ucciso un uomo in guerra, ma quello che lo sconvolge di più è che il soldato tedesco caduto sul campo sarebbe loro fratello. François è sconvolto e non vuole credere a questa insinuazione e non la accetta come verità nemmeno quando Claude gli conferma di avere trovato documenti, foto e lettere dove compare il nome del loro padre. Verità o dubbio, i due fratelli partiranno per il fronte con un tormento interiore nuovo che scatenerà riflessioni costanti sul senso della vita. Quello che emerge da questa novella dalla scrittrice di origine russa, trapiantata in Francia e morta in un campo di concentramento ad Auschwitz è il senso di precarietà esistenziale causata dalla guerra. I due fratelli sono lontani dai loro affetti e le loro esistenze sono perennemente in bilico a causa dell’incombere del conflitto. Il senso di spaesamento è però dovuto anche al fatto che uno dei due fratelli, Claude, uccide un uomo e il caduto- come certificano alcune prove su di lui ritrovate e anche un carte somiglianza con Claude e il padre, accumunati da un mento aguzzo- potrebbe essere il loro fratellastro. I due protagonisti – come molti altri uomini – sono stati mandati a combattere una guerra orchestrata da altri e il fare guerra per loro si rivelerà uno scontrarsi con un nemico straniero e sconosciuto. Questo elemento però non impedisce al maggiore dei fratelli di rivalutare tutto, dalla guerra, al valore della vita umana. Il messaggio che Irène Némirosvky comunica al lettore con “Lo sconosciuto” è qualcosa di universale e di potente, perché le permette di far capire a noi lettori di oggi che, indipendentemente dai legami di sangue, dalla fede e dalla cultura, quando si uccide un uomo è come uccidere il proprio fratello. Con nota di lettura di Jean Louis Ska..

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

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:: Lo Straordinario di Eva Clesis (Las Vegas edizioni 2018)

15 febbraio 2018
Lo Straordinario

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Esce oggi in libreria Lo Straordinario di Eva Clesis per Las Vegas edizioni. Un gioiellino di 236 pagine, scritto benissimo, da una penna interessante, che ormai seguo da anni, e mi riconferma che il rinascimento letterario pugliese, di cui parlava Valentino G. Colapinto nel 2011, non si è ancora sopito. Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, Nicola Lagioia, e perché no, anche Eva Clesis ne fa parte, barese, classe 1980.
Autrice che ha scritto per Pendragon, Newton Compton, Perdisa Pop, Lite Editions, e forse ancora la critica non ha messo a tutto oggi in luce a pieno doti e singolarità. Merito quindi di Las Vegas edizioni di aver dato alle stampe questo libro, la cui patina lucida e smaltata, nasconde un cuore al curaro, una critica alla società di oggi, del lavoro (che non c’è), dei rapporti sempre più effimeri, del mondo nel suo complesso coi suoi falsi miti, le sue lucciole per lanterne, sempre nascoste ad ogni angolo. Il percorso accidentato che Lea, la protagonista, deve compiere per affermare se stessa, in questo mondo dove nulla è mai come appare, divertirà il lettore soprattutto per la voce caustica e corrosiva che la Clesis usa giocando con un linguaggio tra il letterario e il satirico.
Non usa una lingua addomesticata o resa più semplice e schematica per attirare il lettore più di bocca buona, anzi il suo modo di scrivere è fantasioso, colorato, allegro e venato di una malinconia, che è un misto di rabbia e dolcezza, screziato di grazia.
Scherzando, ma neanche tanto, ho scritto che il libro è come una gigantesca, sontuosa torta di panna, meringhe, canditi, vaporosa come una nuvola al cui interno trovi cianuro. E questo vale fino a metà, dove la storia sembra prendere una piega che ricorda vagamente Il cerchio di Dave Eggers, un paradiso che nasconde controllo mentale, esperimenti sociali, fine della privacy, e tutte le degenerazioni tanto care a i più accesi complottasti. Poi di un tratto scopriremo cosa l’autrice ha escogitato per tenerci sulle spine. Ma prima tutti a chiederci, ma la povera Lea dove è davvero finita?
Ora invece partiamo da dove è entrata. Allora Lea è una ragazza di 37 anni, come tante se vogliamo, svolge uno stage in una rivista di moda che non si trasformerà mai nel promesso lavoro stabile e ben remunerato, convive con un coetaneo che ha un senso molto lato della fedeltà e della sincerità, (e che se non fosse stato beccato in flagrante tradimento, probabilmente avrebbe portato avanti la relazione clandestina, alle spalle di Lea, senza tanti sensi di colpa), ha un padre assente che l’ha abbandonata da piccola, una madre psicoterapeuta, supercritica, capace di colpire sempre nei punti deboli della figlia, e infine una sorella gemella di successo, super griffata, super bionda, super fortunata, super realizzata, che gira il mondo disegnando gioielli in compagnia di Alain, ricchissimo, bellissimo, elegantissimo, un vero nobile francese, appartenente a una famiglia di quelle che sopravvissero durante la Rivoluzione francese.
Quando la sua vita cade in pezzi, niente più lavoro, niente più compagno, niente più casa (quella in cui viveva era di lui), allora si lancia alla ricerca di un nuovo appartamento, e cosa trova? Una mansarda super accessoriata, piena di ogni confort possibile, fino al pavimento di parquet riscaldato, all’interno di un condominio nella periferia milanese, (le banlieue come direbbe sua sorella) che ha un nome molto evocativo Lo Straordinario. E non solo per la bellezza degli arredi, la cura negli infissi, per la rigogliosità della vegetazione, per la disponibilità e gentilezza della gente che vi abita, ma soprattutto perché per la prima volta in vita sua Lea si sente accolta in una grande e amorevole famiglia. Ma cosa nasconde tanta gentilezza, tanta amorevolezza, tanto di tutto? A voi leggerlo.             

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas edizioni, 2008), ora in una nuova edizione, 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), Parole sante (Perdisa Pop, 2013), Finché notte non ci separi (Lite Editions, 2014).

Source: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlotta dell’ ufficio stampa Las Vegas edizioni.

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:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018
Il diavolo nel cassetto

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Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: 120, rue de la Gare di Leo Malet (Fazi 2018) a cura di Marcello Caccialanza

15 febbraio 2018
Leo Malet

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Leo Malet è da considerarsi autore ecclettico e geniale, vero ed incontrastato Maestro del Noir d’Oltralpe e la sua ultima fatica letteraria dal titolo “120, rue de la Gare” rappresenta per i molti suoi fedeli estimatori una vera e propria chicca.
Ci troviamo catapultati nelle nebulose atmosfere della Seconda Guerra Mondiale ed il protagonista di questa avvicente storia, Nestor Burma, rientrato dalla prigionia, incontra casualmente il socio con cui anni addietro aveva gestito un’agenzia di investigazioni.
Mentre Nestor sta per salutarlo, il suo ex socio crolla improvvisamente a terra, colpito a tradimento da un colpo esploso da un’arma da fuoco. L’uomo resta annichilito, come ipnotizzato dall’assurdo incantesimo di un perfido mago e nel frattempo l’amico spira, sussurrando un indirizzo: 120, rue de la Gare. Da qui partiranno le indagini di Nestor Burma.
Un libro ben scritto e strutturato; ambientazione e trama camminano a braccetto, creando un pathos sempre più avvolgente man mano che ci si addentra nella lettura. Romanzo che si legge tutto d’un fiato e che è in grado di coinvolgerti a pieno. Non solo per gli amanti del genere.

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. Nato al numero cinque di Rue du Bassin, a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. Quando Léo ha due anni muoiono prima il padre e il fratellino e, a distanza di un anno, la madre. Tutti e tre di tubercolosi. Così, è il nonno bottaio e grande lettore che si prende cura del nipote e lo inizia, in modo non certo canonico, alla letteratura. A sedici anni Léo Malet si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Determinante è l’incontro con André Colomer, disertore e pacifista: Colomer gli dà una famiglia e soprattutto lo introduce in ambienti anarchici. In questo periodo Malet collabora anche a vari giornali e riviste (En dehors, Journal de l’Homme aux Sandales, Revue Anarchiste). A Parigi abita in molti posti, anche sotto il ponte Sully, vive alla giornata, fa l’impiegato, il manovale, il vagabondo, il gestore di un negozio d’abbigliamento, il magazziniere, il giornalista, la comparsa cinematografica, lo strillone, il telefonista. Nel 1931 l’incontro con André Breton gli dà accesso al mondo delle case editrici e degli scrittori; Malet entra a far parte del Gruppo dei Surrealisti. Per qualche tempo il suo vicino di casa è Prévert, uno dei suoi migliori amici Aragon. Si sposa con Paulette Doucet e insieme fondano il Cabaret du Poète Pendu. Dopo una dura esperienza in un campo di concentramento nazista, nel 1941 inizia a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi: Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee. Con lo pseudonimo di Frank Harding crea il personaggio del reporter Johnny Métal, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l’investigatore privato Nestor Burma. Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi. Con Nestor Burma, Malet da un lato riscuote i primi consensi di pubblico, anche attraverso successive trasposizioni cinematografiche, una serie televisiva (1991-1995) di 85 episodi e l’adattamento a fumetti. Ma d’altro canto si allontana dal movimento anarchico: nel 1949 il gruppo dei Surrealisti lo espelle con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.

Source: libro del recensore.

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:: I prescelti di Steve Sem-Sandberg (Marsilio 2018) a cura di Micol Borzatta

14 febbraio 2018
I prescelti

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L’ospedale viennese Spiegelgrund non esiste più.
Famosissimo negli anni tra il 1940 e il 1945 come istituto per raddrizzare i bambini ribelli e assistere quelli affetti da malattie mentali.
Adrian è uno di questi bambini. Dopo un’infanzia piena di problematiche molto forti viene rinchiuso nell’istituto nel 1941.
Mentre la persone fuori pensano che, una volta entrati, i bambini vengano seguiti e veramente curati, nella realtà dentro a quelle mura è un vero inferno, dove i medici si dedicano a torture di ogni genere e all’eutanasia infantile che Berlino pretende e obbliga di effettuare.
Ovviamente tutti i sensi di colpa vengono sopiti con la scusante che si stanno solo seguendo degli ordini, così che i coinvolti possono andare avanti con le loro vite senza dover prendere atto delle loro azioni.
Romanzo molto forte che dopo una partenza lenta in cui conosciamo il passato di Adrian, prende il via con toni pesanti e duri quando inizia la sua vita dentro all’istituto.
Molto ben descritto anche il personaggio dell’infermiera Anna Katschenka, che ci trasmette la dualità dei suoi sentimenti. Infatti Anna ama moltissimo i bambini, li ha nel cuore, però è anche fedele e leale al regime, con un forte senso del dovere che le fa eseguire tutti gli ordini che le vengono dati, facendola passare così come un mostro disumano, ma che dentro di sé è a pezzi dal dolore.
Un romanzo che narra una realtà diversa del tempo del nazismo, una realtà più pediatrica, più infantile, una realtà che non siamo abituati a sentire e che ci distrugge l’animo durante la lettura, nonostante sia intramezzata dalla finzione romanzata.
Un modo diverso per ricordare e vivere il periodo della guerra senza fossilizzarsi sempre e solo sui campi di concentramento.

Steve Sem-Sandberg nasce nel 1958 ed è uno dei migliori scrittori svedesi apprezzati. Ha già pubblicato il romanzo Gli spodestati che è stato pubblicato in oltre 20 paesi, ed è stato un caso internazionale vincendo l’August Prize, il più prestigioso premio letterario di Svezia.
I prescelti ha vinto in Francia il Prix Médicis come miglior romanzo straniero e il Prix Transfuge come miglior romanzo europeo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna Chiara dell’ Ufficio Stampa.

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:: Il pozzo di Doris Lessing (Zoom Feltrinelli 2013) a cura di Daniela Distefano

14 febbraio 2018
IL POZZO di Doris Lessing

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Un ultimo ramoscello di ciliegio tra i lillà candidi e le giunchiglie gialle, in una panciuta brocca bianca…ce lo infilò coscienziosamente, a completare un disegno che aveva bisogno giusto di quell’attenzione. Gridando “Primavera!”, la brocca appoggiava su un tavolino al centro della stanza.

E’ San Valentino, per molti ma non per tutti. La festa degli innamorati è spesso un giorno triste per coloro che sono vittime di passioni incontrollate, di tradimenti, di sotterfugi sentimentali, di distorsioni affettive, di annichilimento del cuore, di spolpamento dell’anima, insomma, di dolore perché l’Amore anche quando è vero ed autentico si nutre di questa erbaccia amara. In questo racconto brevissimo si parla di un triangolo amoroso e di una scelta obbligata. Sarah, cinquantacinque anni portati con fierezza, riceve la visita di James, l’uomo di 53 anni con cui era stata sposata per dieci anni. Non sapeva perché venisse a trovarla, era trascorso del tempo dal loro ultimo incontro ravvicinato, i figli Nancy e Martin erano oramai grandi e indipendenti. James disse che voleva andare a trovarla “solo per parlare”. Già, ma di cosa? Se lo chiede con ansia e premonizione. Lui l’aveva tradita, abbandonata per un’altra donna, la magnetica Rose, però adesso non sentiva più quella fitta che accompagna sempre certe sconfitte dello spirito. In fondo, ci si abitua a tutto prima o poi. Forse voleva rimproverarla per qualcosa?
In realtà non ricordava che James avesse mai criticato le sue scelte, ma andarsene con una donna i cui gusti erano in tutto e per tutto opposti ai suoi non doveva essere considerata una critica?
James arriva col fiatone delle colpe e bussa alla sua porta del perdono:Ora sentiva che lui le era stato restituito. Può ritornare Sarah sui propri passi, può cancellare anni di silenzio interiore, accettare la proposta bizzarra del suo ex marito e partire insieme a lui verso una meta lontana come un sogno? Quando è stata ferita, solo il tempo ha rimosso le cicatrici; per lei, segretaria di direzione in una compagnia petrolifera, si era aperto un mondo ignoto e pieno di opportunità esistenziali. Si era messa a viaggiare, Parigi, New York, varie città dell’Inghilterra, un tripudio di giornate colorate dopo il monocromo fallimento matrimoniale. E adesso che si era liberata di lui, James veniva a scombinare le carte nuovamente. Forse si potrebbe dargli un’ultima chance, Sarah lo ama ancora, dopo tutto, dopo l’inferno della separazione? Ma questa storia include una ulteriore parte in gioco affatto marginale:Rose, amante e seconda moglie di James. Con lei tutto diventa pericoloso. Rose ha messo al mondo i figli di James, Rose la bugiarda, Rose la donna instabile che cerca protezione, Rose l’indomita, la sanguisuga, Rose è una minaccia per la serenità ritrovata di Sarah. Che fare? Lo scoprirete leggendo l’ultima pagina di questo “Pozzo” che può essere benefico solo se porta acqua e non ci si cade dentro. Sarah è una donna saggia come una pianta, riesce a vedere oltre la cortina di un fumo nocivo per lei e per il suo futuro. Un racconto scritto da una Doris Lessing in gran forma. Non un semplice intrattenimento o un esercizio di stile, ma un osservatorio sulle più astruse combinazioni di amore, coppia, e trappole.

Doris Lessing (Doris May Taylor) è nata in Persia (Iran), figlia di genitori inglesi, nel 1919, e ha vissuto l’infanzia a Kermanshah dove il padre lavorava in una banca. Nel 1925 la famiglia si è trasferita nella colonia britannica della Rhodesia (oggi Zimbabwe) a gestire una fattoria.
Doris Lessing ha studiato in un convento e poi in una scuola femminile di Salisbury, che ha abbandonato a quattordici anni. Ha completato la sua formazione da autodidatta, leggendo i grandi classici della letteratura. Ha lasciato la casa paterna a quindici anni.
Nel 1937 si è trasferita a Salisbury ed è iniziato il suo impegno politico, nella sinistra non razzista. A diciannove anni si sposa con Frank Charles Wisdom e ha da lui due figli, John e Jean.
Divorzia dal marito e lascia la famiglia nel 1943.
Si iscrive al Partito comunista, che abbandonerà nel 1954.
Sposa in seconde nozze l’attivista politico ebreo-tedesco Gottfried Lessing. Ma anche dal secondo marito si separa, nel 1949, dopo aver avuto da lui un figlio. Dopodiché si trasferisce in Inghilterra col figlio minore, Peter, e lì pubblica il suo primo romanzo, L’erba canta, nel 1950. Da questo momento consacra la sua vita alla scrittura.
Tra gli altri premi ha vinto il Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001.
Nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli. Il ciclo di fantascienza invece è edito da Fanucci.
La Lessing è morta il 17 novembre a Londra.

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:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018
poesie scelte

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«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

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:: Giallo all’ombra del vulcano di Letizia Triches (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

12 febbraio 2018
Giallo all'ombra del vulcano

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Torna Letizia Triches con un nuovo giallo che vede ancora una volta protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri. Questa indagine lo porta in Sicilia, nella provincia di Catania, per il ripristino di alcuni affreschi del ‘700 in un’antica tenuta agricola. La villa che li ospita è a Cala Bruna, un luogo affascinante tra la campagna e il mare. Proprio lì, ai piedi di una scogliera, scomposto sulle rocce scure, viene ritrovato il corpo di Rachele De Vita. Archeologa, scomparsa qualche giorno prima e figlia di un facoltoso e sprezzante avvocato dell’aristocrazia catanese. Neri rimane incastrato nella vicenda, tra un restauro e l’altro. Incontra la dottoressa Elena Serra, magistrato, donna dalla bellezza discreta e fragile ma molto preparata e determinata.
Una morte inspiegabile, quella di Rachele, che porta la Serra e Neri a collaborare con costanza. Il loro lavoro sembra scorrere in apparente simbiosi anche se faticano a contenere il magnetismo che li attrae.
Siamo nei primi anni ’90 ma Elena Serra scopre ben presto quanto questa vicenda abbia radici lontane, che la portano a scavare terreni argillosi, ricchi e unici. Catania verrà studiata sopra e sotto, la sua storia appassionerà lei e il restauratore. L’azzurro del mare si unirà al rosso della lava, tradizioni e ambizioni entreranno in conflitto. Le promesse non verranno mantenute, generando rancore e odio. I sogni si schianteranno al suolo, perché in fondo i sogni sono “ragazzate” e la cultura non si trova nei libri o nell’arte. L’amore sarà tradito e le amicizie coltivate da tempo riveleranno quanto di più crudele si possa immaginare.
Mantenere le apparenze, senza rivelare il proprio obiettivo. Speculare per non perdere la luce. Arricchirsi, anche a costo di risultare volgari…
Giallo all’ombra del vulcano è un giallo classico, curato nei particolari. Catania risplende sotto sfumature calde. L’arte e la mitologia si intrecciano all’indagine perché il passato non deve essere dimenticato. Indizi e sospetti vengono inseriti nella trama a piccole dosi, con maestria, tatto e precisione. La musica è la colonna sonora portante di questo romanzo. Musica italiana, scelta con cura e passione. Il tutto racchiuso in un libro davvero particolare, interessante, catalizzatore.
Giallo all’ombra del vulcano. Perché mentire è un’arte, ma mentire a se stessi demolisce ciò che si è costruito.
Ottima lettura, che consiglio.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (Vol. 9) – La corale del petrolchimico di Lorenzo Mazzoni (Koi Press 2018)

10 febbraio 2018

petrolchimicoL’involtino primavera sapeva di cavolo avariato ed era stato fritto, con buone probabilità, nell’olio per motori. Il pollo era poco cotto, praticamente crudo. I gamberetti erano stati scottati con la fiamma ossidrica. Reinalter, seduto all’angolo destro del tavolo, continuava a masticare in silenzio, triturava mandorle dure come sassi e verdura putrefatta, tenendo le orecchie aperte sulla conversazione in corso. Mariano Balboni parlava a vanvera con la bocca piena di grosse tagliatelle udon. Di fianco a lui era acquattata la sua onnipresente guardia del corpo e factotum, Robertino Di Nauta, che, taciturno, guardava in cagnesco tutti, anche se stesso riflesso allo specchio. Di fronte a loro i due cinesi arrivati da Prato si ingozzavano di spaghetti al pomodoro utilizzando forchette. Il più anziano, un quarantenne azzimato dalla pelle giallastra, aveva le sembianze del ragioniere: capelli corredati di forfora pettinati con il riporto sul lato destro, occhiali da vista, camicia bianca, una Bic infilata nel taschino. Il suo compare, uno scheletrico tardo adolescente, aveva il viso scavato e le occhiaie violacee che facevano pendant con la maglietta della Fiorentina taglia extralarge che indossava.

Così inizia il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, La corale del petrolchimico, 9° episodio della serie Malatesta- Indagini di uno sbirro anarchico, edito da Koi Press, illustrazioni di Andrea Amaducci.
Ferrara fa da sfondo e scenario a una nuova storia che vede lo skyline inquinante del polo petrolchimico, con le sue alte torri tossiche e gli stabilimenti cancerogeni al centro della scena.
L’ispettore Malatesta torna dalle ferie dal lavoro sbirresco ancora un po’ scombussolato per i successi calcistici della sua squadra del cuore (La Spal in serie A dopo 49 anni) e subito si trova alle prese con l’Operazione Martellamento, a seguito delle proteste degli abitanti del quartiere GAD, stanchi del dilagante mercato della prostituzione e dello spaccio nei dintorni del Grattacielo e della stazione ferroviaria.
Nel loro giro di ronda Malatesta e Appuntato sentono per la prima volta il nome del nigeriano a capo dei traffici di droga del quartiere, un inquietante Adolf Hitler.
E da qua prende l’avvio una rocambolesca serie di eventi tesi alla cattura di questo sinistro e sfuggente personaggio (ma esisterà davvero? Si chiede Malatesta), eventi dal tono surreale, come è nello stile dell’autore, e drammatico, dalle cariche della polizia, fino alle uccisioni di un improvvisato giustiziere.
L’ironia non manca, anch’essa come da abitudine, in tutta la serie Malatesta è presente a piene mani, soprattutto nei dialoghi e nelle situazioni di per sé paradossali ed esilaranti, come nella scena iniziale in cui il povero Reinalter scambiato per un conoscitore della lingua cinese si trova a fare da interprete (per uno sgangherato produttore di film a luci rosse) a un tavolo di ristornate, dove i cinesi presenti parlano solo italiano con cadenza toscana, e più che usare esotiche bacchette usano italianissime forchette per mangiare spaghetti al pomodoro.
La descrizione del variegato gruppo umano che popola la stazione, specchio di una integrazione ormai cementata, che non distingue più stranieri o autoctoni, accomunati da povertà e disagio, è ben rappresentata da queste poche righe, prive di connotazioni razziste, ma unicamente immagine riflessa di una società che cambia e in cui la multietnicità è un dato di fatto.

Il barbone dormiva ancora aggrappato alla colonna del portacenere pubblico, due prostitute scheletriche chiedevano soldi ai passanti, ragazzini fuori forma e senza idee cercavano biciclette da rubare, giovani arabi con vestiti da due soldi bevevano birra davanti al sudicio kebabbaro, gruppi di perdigiorno africani bighellonavano sotto i portici, tra il Bar Fiorella, leggendario ritrovo della mala locale dalla notte dei tempi, il passaggio coperto che immetteva su piazzale Castellina e la pista ciclabile per il centro della città.

Le bande della criminalità nigeriana in conflitto tra loro, (la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe), le loro strutture, le loro forme di cooptazione, spirale di violenza infinita, tutto viene descritto alternando parti più analitiche (e se vogliamo giornalistiche) a parti più leggere, se non umoristiche.
Lorenzo Mazzoni alterna i torni e i registri, per parlarci della società di oggi in cui vasti strati di criminalità da quella serba, a quella nigeriana, per non tacere delle frange neonaziste o degli imprenditori senza scrupoli cinesi si sovrappongono in un tessuto sociale sempre più disgregato.
Prostituzione, droga, truffe informatiche, lavoratori schiavizzati e in nero sono i nuovi traffici disponibili per chi fa sempre più fatica a mettere d’accordo il pranzo con la cena, e in questo nuovo mondo il nostro anarchico ispettore, (preoccupato per il figlio in rotta con la fidanzata) persegue a modo suo il suo dovere, portando a termine il lavoro più che per lo Stato che lo paga, per seguire il suo personale codice etico e morale.
Ma alla fine la Spal è in serie A, e anche il Nostro può in qualche modo festeggiare. Sebbene un filo di amarezza persista.

Malatesta alzò la sciarpa insieme a centinaia di altri tifosi cantando a squarciagola.
Davanti a lui il saluto della Spal al proprio pubblico venne oscurato, per qualche secondo, dall’enorme bandiera sventolante che riportava il volto di un ragazzo come tanti.

Dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi.        

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato oltre venti romanzi e numerosi racconti. È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. La Trilogia (2011), La tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015), Riti propiziatori di un uomo perbene (2017). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e responsabile del service editoriale ThinkABook. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo. Collabora con il Fatto Quotidiano. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, romeno e inglese.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Il destino dell’avvoltoio di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2018)

9 febbraio 2018
Il destino dell'avvoltoio

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Uscito in edicola, perlomeno in Piemonte, dal 9 dicembre dello scorso anno con La Stampa, prima uscita della nuova collana “Piemonte in noir” delle Edizioni del Capricorno, “Il destino dell’avvoltoio”, il nuovo romanzo di Giorgio Ballario, è da ieri 8 febbraio disponibile in libreria e negli store online.
E’ un noir contemporaneo che si colloca se vogliamo tra la scuola americana, (penso alla magistrale lezione di George V. Higgins) e la scuola mediterranea soprattutto francese più anarchica e se vogliamo romantica. E’ un racconto in prima persona, quella tanto amata da Chandler per Marlowe e di difficile costruzione, e abbiamo un antieroe classico, che mischia cinismo e vaghi sensi di colpa per una certa insoddisfazione esistenziale che l’ha fatto diventare l’uomo che non voleva essere, (sono le aspettative che rendono la giovinezza l’epoca più bella della vita, la consapevolezza del futuro che ci aspetta, e lo si capisce quando il futuro è ormai dietro alle spalle). Questa malinconia pervade tutto il racconto e stempera se vogliamo l’amarezza di fondo abbastanza incisiva.
Il registro linguistico è medio basso, l’uso frequente di grossolanità e turpiloquio è abbastanza funzionale al sottobosco criminale e malavitoso in cui bazzica e gravita il personaggio principale, Fabio Montrucchio, detto l’Avvoltoio. Anche se non l’ho trovato molto spontaneo, credo che l’autore sia più a suo agio con un linguaggio più alto, infatti le descrizioni della città, Torino, soffuse di un certo spleen, sono più riuscite ed evocative, a mio avviso. Inoltre anche l’uso di forme gergali prettamente piemontesi, penso a baggianate, che forse a un lettore da Roma in giù dirà poco, rendono la narrazione identificabile con un territorio, in un noir molto regionale, che invece che essere una limitazione è sicuramente un punto di forza di questo libro. Anche termini come popolino, che mi han fatto saltare sulla sedia, sono abbastanza antiquati, forse li usavano le generazioni passate, ma da ciò si evince un attento studio della lingua da parte dell’autore. Insomma non è un testo improvvisato, e l’autore si dimostra capace dei propri mezzi narrativi.
Sebbene preferisca i suoi gialli storici, ma mi capita anche con de Giovanni, quindi è in buona compagnia, Il destino dell’avvoltoio è un noir senz’ altro originale e interessante. La scrittura di Ballario è sempre piacevole, anche se classica, ogni capitolo ha un titolo, il finale è inevitabile è ben si adatta al tipo di storia fortemente caratterizzata da derive piene di tensione. Mi è piaciuto l’accenno a Spaggiari, di cui Ballario scrisse un libro (Vita spericolata di Albert Spaggiari, 2016), di cui forse Montrucchio, l’ Avvoltoio, può essere un cugino minore, mettendo in conto che ci possano essere vincoli di parentela tra personaggi reali e di fantasia.
Bello il personaggio di Irina, la donna moldava che il protagonista incontra al Pronto Soccorso, in uno dei suoi tipici raid a caccia di clienti da imbrogliare. Si sa l’Avvoltoio vive di piccoli raggiri, di frodi assicurative fatte con la complicità di criminali di piccolo cabotaggio, quando incontra sulla sua strada un vero mafioso, don Vito Gullace, sarà tutta un’ altra questione. Ma seppure un perdente, il Nostro ha mille risorse e possiamo essere sicuri che venderà cara la pelle.
Giornalista, scrittore, presidente di Torinoir, circolo che raccoglie diversi scrittori torinesi di noir, Ballario si conferma uno scrittore versatile e capace di sperimentare alternando vari registri narrativi e generi, dal giallo storico (sempre venato di noir) della serie Morosini, al noir mediterraneo contemporaneo del detective privato Hector Perazzo, a “Il destino dell’avvoltoio” con cui se vogliamo abbiamo una nuova declinazione del noir contemporaneo, più vicina al nero criminale, e per un giornalista che si è occupato di cronaca nera per molti anni mi sembra una evoluzione logica.
In conclusione se poi come me siete fan storici di Morosini e aspettate da anni la pubblicazione del quarto romanzo del ciclo coloniale con lui protagonista, che doveva uscire per Hobby & Work, ebbene se tutto va bene potrebbe tornare in libreria sempre per Edizioni del Capricorno, entro l’estate. Notizia molto ufficiosa, da prendere con le pinze. Penso tutto dipenderà dalle vendite di questo libro. Quindi correte in libreria!

Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Oltre a Il destino dell’avvoltoio, ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimoUna donna di troppoIl volo della cicalaLe rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017), è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Inizialmente distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa in Piemonte, è ora disponibile in tutte le librerie e gli store on line.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa Edizioni del Capricorno.

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:: Mi manca il Novecento – Dissipatio H.G. di Guido Morselli a cura di Nicola Vacca

9 febbraio 2018

DissipatioA Guido Morselli il mondo editoriale e culturale della sua epoca doveva tutto. Invece quel tutto glielo ha negato, lui non è riuscito a sopravvivere alla sua sensibilità e si è tolto la vita.
Morselli è un gigante della letteratura del secondo Novecento e i suoi libri dovevano essere pubblicati in vita, ma lui collezionò dagli editori una serie ininterrotta di rifiuti.
La fama postuma dimostra che questa penna straordinaria non meritava in vita disprezzo e indifferenza.
Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione per Einaudi de Il Comunista. Carlo Fruttero bocciò la pubblicazione per Mondadori di Contro passato prossimo.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli, ovviamente anche questo resterà inedito. Siamo nel 1973 quando Morselli non regge più l’ennesimo rifiuto editoriale e si toglie la vita. Immediatamente dopo la sua morta scoppia il caso Morselli e si parla di come sia stato possibile negare la pubblicazione a uno scrittore così complesso e importante. Le solite cose italiane. Grazie a Adelphi la sua opera finalmente vide la luce.
Dissipatio H.G. oggi continua a scavare come un tarlo nelle coscienze.
Oggi che i pericoli di estinzione del genere umano sono molto più concreti e tragicamente imminenti di ieri, il romanzo apocalittico e post-apocalittico di Giudo Morselli lo leggiamo come una profezia che lascia il segno.
L’umanità misteriosamente è scomparsa, il genere umano si è dissolto. Non è rimasto nessuno in vita sul pianeta, tranne il protagonista del romanzo di Morselli che si ritrova solo, completamente solo in un mondo che non si è saputo giocare bene le sue possibilità di sopravvivenza.
In preda alla paura, il personaggio morselliano si muove dal suo rifugio in montagna e si dirige verso la città di Crisopoli in cerca di qualche altra presenza umana.
Dissipatio H.G. è un monologo interiore in cui il sopravvissuto cerca di ipotizzare le cause di questa catastrofe che ha portato alla fine dell’umanità sul pianeta Terra.
Con cinismo e una punta amara di ironia mista alla paura, l’unico uomo sopravvissuto cammina tra le macerie del mondo estinto e su tutta questa dissipazione riflette. Ma di una cosa è convinto e non nasconde la sua crudeltà nell’affermarlo quando in merito alla fine del mondo a cui sta assistendo afferma che non esiste alcuna escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose e poi aggiunge:

« Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipiedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Non manca mai il vetriolo nelle pagine di Giudo Morselli. In Dissipatio H.G. per fortuna ne troviamo in quantità industriale, e nemmeno un grammo è andato sprecato, visto che oggi l’Apocalisse può contare sulla complicità di tutti gli esseri umani.
«Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più» commenta il sopravvissuto in uno dei suoi deliri di solitudine, quasi pensando che il mondo potrà rinascere meglio adesso che l’uomo ( che Cioran definisce il cancro della terra) sì è tolto definitivamente di mezzo.