Archive for the ‘Recensioni’ Category

First Lady, Dario Salvatori, (Oltre edizioni 2021) A cura di Viviana Filippini

18 maggio 2021

Sono 46 i Presidenti che si sono alternati alla giuda degli Stati Uniti d’America dal 1789 ad oggi.  46 uomini che hanno portato avanti il Paese a stelle e strisce nel corso del tempo, attraversando guerre interne (come non ricordare quella di Secessione dal 1861 al 1865) e mondiali. Questi uomini, in realtà non erano soli e a narrare le esistenze delle loro compagne di vita ci ha pensato Dario Salvatori con “First Lady”, edito da Oltre edizioni. Il volume è un interessante saggio biografico che racconta il vissuto delle mogli di tutti i capi di stato americani, da Martha Washington fino a Jill Biden, moglie dell’ultimo presidente eletto.  Sì, ma nel mezzo ci sono anche Eleanor Roosevelt, Bess Truman, Jackie Kennedy, Nancy Reagan, Michelle Obama e Hillary Rodham Clinton, in quello che, leggendo, è un vero e proprio viaggio nelle vite di donne che forse hanno incarnato e incarnano il lato meno noto del potere americano, ma che sono state e sono ancora le co-protagoniste dello sviluppo della vita degli U.S.A. Per esempio c’è la storia di Florence Harding, first lady dal 1921 al 1923, che venne definita “Nuova donna dell’era progressista” e fu la prima a introdurre la musica Jazz nella Casa Bianca e alla radio, riaprendo poi le porte della “Casa della gente” chiuse con lo scoppio della Prima guerra mondiale. Bird Johnson, first lady dal 1963 al 1969, fu molto attenta all’ambito ambientalistico e alimentare e nonostante le infedeltà del marito, acquistò una stazione radiofonica e divenne una geniale imprenditrice e “la prima donna miliardaria ad aver fatto tutto da sola” e tante altre figure femminili nei panni di first lady che con il loro agire portarono qualcosa di più o meno rivoluzionario per il popolo americano. Un esempio Betty Ford (first lady dal 1974 al 1977) raccontò pubblicamente la sua malattia (cancro al senso) e la tossicodipendenza, portando tutti gli americani a rivalutare le modalità in cui queste due tematiche venivano affrontate. Il libro di Dario Salvatori non si limita a racconta le vite di queste donne che hanno vissuto accanto ai mariti presidenti, ma riesce a far conoscere dettagli, particolarità, interessi e qualità intellettive che evidenziano come queste figure femminili, in passato magari più in disparte rispetto ai mariti, ebbero un ruolo importante nella vita politica americana. Certo è che in “First Lady”, Salvatori dimostra come ognuna di queste donne, in modo maggiore o minore, furono davvero presenti e lasciarono un segno nella vita politica americana nazionale e mondiale.

Dario Salvatori, giornalista, scrittore, conduttore radio-tv. Nel cast di molti programmi di Renzo Arbore (“L’Altra Domenica”, 1976; “Quelli della notte”, 1985; “Meno siamo, meglio stiamo”, 2005). Fra i suoi programmi: “Famosi per 15 minuti”, “Swing!” (con Maurizio Costanzo), “Diario TV”. Ha pubblicato oltre quaranta libri. È al suo terzo libro a carattere americanistico.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: L’uomo del bosco di Mirko Zilahy (Longanesi, 2021) a cura di Federica Belleri

17 maggio 2021

L’attesa per il nuovo libro di Mirko Zilahy ha dato i suoi frutti. Come buoni frutti li ha dati l’Italia centrale, protagonista di questa storia. Con Civita di Bagnoregio, Viterbo, Roma, il lago di Bolsena, per esempio. Ma andiamo con ordine. Zilahy ci propone una narrazione particolare, una scrittura capace di intensità e corpo. La trama è da scoprire pagina dopo pagina. I protagonisti hanno un passato ingombrante, che li trascinerà in un presente difficile. Hanno un lutto incomprensibile da gestire e un desiderio altalenante “voglio capire-mi rifiuto” che farà perdere loro l’orientamento. Cosa voglio dire? Voglio dire che la Terra ha un valore, respira, vive. La sua voce chiama i personaggi per aiutarli a superare l’orrore e trovare finalmente la verità. Intendo, che questo romanzo si affaccia sul baratro dentro ognuno di noi, sempre in bilico tra realtà e immaginazione, studi scientifici e fantasia. L’uomo del bosco non lascia via d’uscita e i protagonisti lo sanno bene. Ecco perché sono spaventati. L’uomo del bosco costringe a sprofondare dentro se stessi, attraversando ossessioni e fragilità enormi. Porta alla follia, una follia primitiva. La storia fa tremare, inghiotte e devasta. Allo stesso modo si comporta l’anima dei personaggi, che vacilla, subisce e crolla. Perché si deve crollare per poter risalire e sopravvivere. L’uomo del bosco è una sequenza di immagini, un intreccio di vita e di morte. È un groviglio di paure orribili e di dubbi che logorano. È un insieme di suggestioni che riportano al “Club dei Perdenti” di Stephen King, al “Ponte per Terabithia“, a “I Guardiani della Galassia“, per arrivare a “Viaggio al centro della terra“. L’uomo del bosco ricorda le morti sul lavoro, l’abuso edilizio, le condizioni disumane vissute in carcere, le torture subite negli ex ospedali psichiatrici. E ancora, la precarietà della vita, stravolta da eventi imprevedibili. O forse no …Entrare un passo dopo l’altro nella vita del professor John Glynn non sarà difficile. Scienziato riconosciuto a livello mondiale, studioso di Geologia, conoscitore della Terra ma attratto e intrappolato nei ricordi e negli incubi che non sa come allontanare.”Se ti metti a scavare, prima o poi trovi qualcosa”. Lettura assolutamente consigliata.

Mirko Zilahy, nato a Roma nel 1974, ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il Corriere della Sera ed è stato editor per minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese (ha tradotto, tra gli altri, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt e il celebre bestseller Mystic River di Dennis Lehane). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016 facendo conoscere ai lettori il personaggio di Enrico Mancini, è stato un grande successo di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018) tutti editi da Longanesi. 

I suoi account social sono: TwitterFacebookInstagram

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 maggio 2021

Chi non conosce la parabola del Buon Samaritano narrata nel Vangelo di Luca 10, 30-35 (se avete un Vangelo sottomano vi consiglio di rileggerla)? Forse tra le parabole usate da Gesù per farsi capire dagli uomini del suo tempo, ma anche da noi oggi, è una delle più radicali e se vogliamo emozionanti, perché ci parla della carità in azione, dei pregiudizi, di cosa possiamo fare noi concretamente nelle nostre vite per essere e non solo apparire buoni, degni dell’amore di Dio e del prossimo e della stima di noi stessi.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto.”

Così inizia, nella sua essenzialità e drammaticità ci parla della condizione umana, della sua fragilità, di quanto siamo in balia degli altri che possono assalirci e depredarci o tenderci una mano e aiutarci. Ma non solo, quest’uomo si trova ferito, sanguinante, prossimo alla morte in una landa deserta (senza aiuto la morte è certa), prossimo dunque a non perdere solo i beni materiali ma pure la cosa più preziosa, la vita, e cosa succede? Passa un sacerdote, un uomo probo, stimato, un uomo che dovrebbe essere un esempio di rettitudine e di misericordia per la sua comunità e passa oltre. Poi passa un levita, un maestro della legge e anche lui passa oltre.

Chi si ferma invece? Un Samaritano. E qui è bene aprire una parentesi. Al tempo di Gesù i Samaritani erano gente di cattiva fama, disprezzati, giudicati impuri, reietti ai margini della società. Quindi le ultime persone al mondo da cui ci si aspetterebbe qualcosa, tanto meno un atto di misericordia.

E proprio lui invece che fa? Inaspettatamente oltre a fermarsi presta soccorso, si carica in spalle l’uomo ferito, lo cura, lo porta al sicuro nella prima locanda e paga di tasca sua l’assistenza.

Fa insomma un gesto rivoluzionario, si fa garante del suo prossimo, di un estraneo incontrato per strada che può essere un ladro, un assassino, lui non lo conosce appunto, e infatti Gesù alla fine chiede, consapevole che non è una risposta così scontata, chi dei tre si è comportato rettamente, è stato prossimo per l’altro essere umano in difficoltà?

La nostra sensibilità moderna ci fa giungere subito alla giusta risposta, ma allora i pregiudizi erano molto radicati, per cui oggi al Samaritano dovremmo sostituire un drogato, un mafioso, un infedele, un eretico, per dare forte il senso dell’esclusione sociale in cui era relegato il Samaritano della parabola.

E proprio per attualizzare una parabola senza tempo e renderla più fruibile all’uomo di oggi Michele Venanzi ha scritto un racconto dal titolo Il ritorno del Samaritano, edito con Marna edizione, nella collana i Sentieri. Venanzi non è uno scrittore professionista, fa altro di professione, ma proprio la sua vicinanza alla sofferenza e alle problematiche dell’uomo di oggi, il suo interesse a unire psicologia e spiritualità, l’hanno portato ad approfondire questi temi e ad attualizzare la parabola parlandoci di Andrea, Tobia, e Taddeo, perché anche l’oste della locanda merita un posto speciale in questa storia di salvezza, il male ha fatto i suoi danni ma la solidarietà il tendere una mano al prossimo ha prevalso.

La scrittura è piana, semplice, essenziale, come il rimando e l’originale biblico, si legge in un’oretta, fermandosi a meditare e riflettere. È un bel racconto, edificante in senso buono non pedante, se avete modo ve ne consiglio la lettura.

Michele Venanzi è nato a Milano, vive oggi con la famiglia in provincia di Como. Formatosi a partire da studi classici presso i Salesiani, ha approfondito tematiche spirituali e religiose. Psicologo e psicoterapeuta, oggi si interessa di integrare psicologia e spiritualità.

Source: libro inviato dall’autore che ringraziamo.

:: L’Antonia, Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti (Ponte alle Grazie 2021) a cura di Nicola Vacca

14 maggio 2021

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale.
Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole:

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
La sua stessa poesia diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita.

«Forse l’età delle parole è finita per sempre»,

scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.
Paolo Cognetti ripercorre le orme della poetessa dedicando al suo mondo un libro particolare.
L’Antonia è un viaggio nelle passioni della Pozzi: Milano, la montagna e la scrittura.
Cognetti mescola nelle pagine del libro la sua voce con quella di Antonia, una ragazza milanese innamorata ella montagna.
La poesia incontra le lettere che la giovane poetessa inviava ai suoi interlocutori .
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Soltanto tra le sue montagne, la Grigna, le Dolomiti e il Cervino, trovava rifugio e calma e la forza di scrivere.
Tutto quel silenzio la portava a cercare le parole perché, come giustamente osserva Cognetti, scrivere è stato così urgente per lei, così connaturato al suo sentire e pensare.
Attraverso i diari, lettere, poesie e foto e grazie al commovente racconto di Paolo Cognetti, Antonia Pozzi rivive in queste pagine con la sua poesia colma di grazia e di ferite.

«Non so: non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento un destino».

Così scrive Antonia il 10 settembre 1937, la donna e la poetessa che si sente destino prima della caduta nell’eternità del buio.

ANTONIA POZZI è nata a Milano nel 1912. È stata poetessa, fotografa e alpinista. Ha frequentato la facoltà di Lettere e si è laureata in Estetica con Antonio Banfi, ha girato l’Europa ma ha amato soprattutto Pasturo, ai piedi della Grigna, dove suo padre aveva comprato una casa. È lì che ha messo la prima volta le mani sulle rocce, è lì che ha scritto molti dei suoi versi, è lì che ha trascorso il tempo straordinario delle sue poche estati. Ha amato molto anche le Dolomiti e il Cervino, la musica classica, la lingua tedesca, i bambini. Ha messo fine alla sua vita nel dicembre del 1938, in un fosso a Chiaravalle, nella periferia sud di Milano. Le sue poesie sono state pubblicate postume e solo allora è stata riconosciuta tra i grandi poeti italiani del Novecento.

PAOLO COGNETTI è nato a Milano nel 1978. Ha cominciato a scrivere giovanissimo, nel frattempo ha provato a fare molte altre cose: il matematico, il documentarista, il cuoco in un ristorante di montagna. A ventisei anni, l’età a cui Antonia Pozzi moriva, ha esordito con la sua prima raccolta di racconti. Con Le otto montagne (Einaudi, 2016) ha vinto il Premio Strega ed è stato tradotto in tutto il mondo, mentre l’ultimo libro è Senza mai arrivare in cima (Einaudi, 2018). La sua montagna è la Valle d’Aosta, in particolare le valli del Monte Rosa, dove ha aperto un rifugio.

:: Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery a cura di Angela Ricci, illustrazioni di Elisa Bellotti (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

9 maggio 2021

Ecco un nuovo libro per bambini, dai 6 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore: Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, un capolavoro della letteratura per l’infanzia celebre anche per l’anime giapponese prodotto dalla Nippon Animation nel 1979 da cui fu tratto. Anna dai capelli rossi, qui raccontato da Angela Ricci e illustrato da Elisa Bellotti, è un’ottima lettura propedeutica per i più piccini in stampatello maiuscolo per i primi progressi, con il carattere ad alta leggibilità EasyReading. Narra la storia di Anna, una simpatica e vispa ragazzina di undici anni dai lunghi capelli rossi legati in due trecce, che arriva a Avonlea, paesino su un’isola davanti alla costa del Canada. Matthew e Marilla, fratello e sorella ormai anziani, decidono di adottare un ragazzo dall’orfanotrofio che li aiuti nella loro fattoria Green Gables, e quando si vedono arrivare Anna sulle prime sono un po’ perplessi, ma Anna è troppo simpatica e sa farsi volere bene così decidono di non mandarla indietro. Sarà l’inizio di una grande avventura, di nuove amicizie, della scuola, e dell’incontro con Gilbert Blythe, sulle prime visto da Anna come presuntuoso e antipatico, ma poi… Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874 e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai capelli rossi, primo di una serie di otto volumi. Le vicende dell’orfanella erano in parte ispirate all’infanzia dell’autrice, che da piccola aveva perso la madre ed era stata allevata dai nonni. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere grande seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Elisa Bellotti è un un’accanita lettrice di libri e manga, una fan del mondo fantasy e una cat lover. Ma soprattutto è un’illustratrice, dal momento che non sa fare altro che disegnare. Dalla nebbiosa Pavia collabora con importanti case editrici italiane ed estere e ha ottenuto numerosi premi a livello nazionale.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore.

Teoria e pratica di pane e pomodoro, Leopoldo Pomés (Graphe.it) A cura di Viviana Filippini

9 maggio 2021

Una fetta di pane fragrante, con il succoso e rosso pomodoro e olio a condire il tutto. Tre semplici ingredienti che creano uno spuntino gustoso e sfizioso per bambini e adulti. Per qualcuno pane e pomodoro fu così importante da dedicargli addirittura un libro, come fece Leopoldo Pomés, in “Teoria e pratica di pane e pomodoro” edito in Italia da Graphe.it. Pomés fu un grande fotografo spagnolo scomparso a Girona nel 2019 che però, allo stesso tempo, amava molto la cucina, la buona tavola e la sua passione era così grande che lo portò ad aprire una serie di ristoranti a Barcellona. “Teoria e pratica del pomodoro” potrebbe far pensare a un libro di ricette, ma in realtà è un piccolo saggio, o forse, sarebbe meglio definirlo una lunga riflessione su uno dei piatti più amati dall’autore e diffusi e in Catalogna: pane e pomodoro. Il testo è caratterizzato da un tono ironico, grazie al quale Pomés cerca di ricostruire la nascita dell’abbinamento culinario tra pane, pomodoro e olio nel corso della storia e nel corso della sua vita. Tanto è vero che Pomés va a ripescare nei suoi ricordi quello che è stato pane e pomodoro per lui, compresi i momenti quando da bambino non aspettava altro che il momento della merenda per mangiare lo sfizioso pane e pomodoro e soddisfare il suo palato. In realtà nel libro l’autore descrive come il piatto sia diventato per lui e per la sua famiglia un qualcosa di irrinunciabile, che veniva e viene preparato secondo un preciso rituale, con un certo tipo di pane, tagliato in un certo modo, con olio e con i pomodori che vanno trattati con cura e amore, perché secondo Pomés, pane e pomodoro è un piatto del quale non si può più fare a meno, una volta che lo si è assaggiato. Inoltre è una pietanza economica, veloce da preparare e versatile, ottima da mangiare da sola, ma anche da abbinare ad altri piatti. Unico rammarico evidenziato da Pomés è il fatto che quel pane e pomodoro tanto amato in Catalogna, sia un piatto solo a diffusione locale, perché nessuno, fino ad ora, sembra essere riuscito ed essere stato in grado di renderlo famoso a livello mondiale, cosa che invece, secondo l‘autore forse sarebbe accaduta, se fosse capitato altrove. Certo è che “Teoria e pratica di pane e pomodoro” è un vero e proprio elogio, una lode al semplice, sano e sfizioso pane e pomodoro. Il libro ha la prefazione di Juliet Pomés Leiz, figlia di Leopoldo Pomés e testi di Nicola Santini, appassionato di cucina e esperto di bon ton. Traduzione di Roberto Russo.

Leopoldo Pomés (Barcellona 1931-Girona 2019) è stato fotografo e scrittore. Molto giovane scoprì la fotografia come mezzo di espressione. Nel 1961 fondò lo Studio Pomés insieme a Karin Leiz, madre dei suoi quattro figli, diventando fin da subito un punto di riferimento per il mondo della pubblicità. La sua dedizione alla gastronomia e la sua natura curiosa in molti campi lo portarono a fondare i ristoranti “Flash Flash” e “Il giardinetto”, ancora oggi in attività. Nell’ultimo decennio della vita si dedicò al proprio archivio fotografico ottenendo meritati riconoscimenti per la sua carriera con numerose mostre e premi. Nel giugno 2019 presentò le sue memorie, “No era pecado” (Tusquets Editores/Edicions 62).

La carta del fuoco di Himorta (Mondadori Electa, 2021) a cura di Elena Romanello

8 maggio 2021

2899d14d0bdc5d8cb5271d0c5b3c087fGli appassionati di fumetti e cultura nerd sentono ogni giorno che passa sempre di più la mancanza delle fiere e delle convention: in attesa che possano finalmente tornare è possibile leggere un fumetto che parte dalle figure carismatiche dei cosplayer per costruire un’avventura fantastica, tra realtà e immaginazione.
Antonella vive a Napoli, è tifosa della squadra della sua città, ma soprattutto è una cosplayer attiva e famosa, che gira le fiere e si è fatta conoscere insieme ai suoi due cani.
Un giorno, tra i regali che riceve dai suoi fan ce ne è uno che la colpisce, molto semplice in realtà, con dentro una carta da gioco con il simbolo del fuoco e la scritta Fanne buon uso
Presto Antonella scoprirà che quella carta dà poteri fantastici e permette di prendere i panni di una super eroina, ma suscita anche l’interesse di una misteriosa veggente, forse una creatura sovraumana, e del suo inquietante e bellissimo gatto, durante quell’evento iconico e bramato da molti nella vita reale che è Lucca Comics. 
Il primo albo a fumetti sulle avventure di Antonella, in arte Himorta, racconta una storia tra realtà e fantasia, in cui molti si riconosceranno, in tavole a colori con uno stile manga, realizzate da Stefania Macera in arte Chocoartist, primo capitolo di una saga con una nuova super eroina.
I fan del made in Japan riconosceranno non pochi echi della celebre opera delle Clamp Card Captor Sakura, che proprio in questi giorni festeggia i venticinque anni dalla sua realizzazione, ma La carta del fuoco è una storia comunque originale, che racconta tra le righe l’importanza del mondo otaku e nerd dal punto di vista culturale e come fenomeno di costume sulle giovani generazioni.
Una graphic novel che racconta il mondo degli appassionati di fumetti e di tutto quello che gira loro intorno, partita da un personaggio reale e amato, la influencer cosplayer più seguita in Europa. In attesa di poter riprendere a girare le fiere e conoscere magari Himorta, è senz’altro un modo per sentirsi meno soli con la propria passione. Tra l’altro l’autrice, dopo aver vestito i panni di tanti personaggi, questa volta racconta, sia pure con il filtro del fantastico, se stessa, con le sue passioni, come il calcio e gli adorati cani. 
La carta del fuoco è dedicato a Minou, la cagnolina di Antonella, presente nella storia e che nella vita reale è volata da un’altra parte.

Himorta, al secolo Antonella Arpa ha vestito in occasione di fiere e eventi i panni di oltre 200 personaggi tra videogames, manga, serie tv, cartoni animati e personaggi cinematografici e dei fumetti. Dal 2016 è infatti la Manga di Avanti un altro, game show in onda su Canale 5 condotto da Paolo Bonolis, dove interroga i concorrenti proprio sul mondo fumettistico. E’ testimonial di Maxim al festival del cinema di Roma e ha collaborato tra gli altri con DC Comics, Adidas, Warner Bros, Sony. Il suo canale Twitch è il primo per crescita in Italia.

Provenienza: libro del recensore.

:: Review Party: Dante Enigma di Matteo Strukul (Newton Compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 maggio 2021

Firenze 1288. Una città cupa, fosca, nelle mani di Corso Donati, capo dei guelfi, assetato del sangue dei nemici, quei ghibellini che hanno appena sterminato i senesi – alleati dei fiorentini – nelle Giostre di Pieve al Toppo. In questo teatro d’apocalisse si muove il giovane Dante Alighieri: coraggioso, innamorato dell’amore e consacrato a Beatrice, ma costretto a convivere con la moglie, Gemma Donati; amico di Guido Cavalcanti e di Giotto, amante della poesia e dell’arte ma chiamato dal dovere sul campo di battaglia. Firenze infatti si prepara a un ultimo, decisivo scontro, e Dante dovrà dar prova del proprio coraggio impugnando le armi a Campaldino. Quando Ugolino della Gherardesca, schierato coi guelfi e imprigionato nella Torre della Muda a Pisa, morirà di fame fra atroci tormenti, Corso si deciderà a muovere guerra ai ghibellini. Il giovane Dante si unirà allora ai feditori di Firenze, affrontando il proprio destino in una sanguinosa giornata che ha segnato il corso della storia d’Italia. E che segnerà necessariamente anche lui, come uomo e come poeta. Guerriero, appassionato, avventuroso. Un Dante inedito.

Matteo Strukul È nato a Padova nel 1973. È laureato in Giurisprudenza, dottore di ricerca in Diritto europeo e membro della Historical Novel Society. Le sue opere sono in corso di pubblicazione in quaranta Paesi e opzionate per il cinema. Per la Newton Compton ha esordito con la saga sui Medici, che comprende Una dinastia al potere (vincitore del Premio Bancarella 2017), Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia. Successivamente ha pubblicato Inquisizione Michelangelo, Le sette dinastie, La corona del potere e Dante enigma. Per essere informati sul suo lavoro: matteostrukul.com 

Dante Alighieri morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, e proprio quest’anno ricade il 700mo anniversario. Tra le tante celebrazioni Newton Compton fa uscire il romanzo storico Dante Enigma, di Matteo Strukul il più pulp tra gli autori italiani che coniugano storia, avventura, e sfumature noir.

Di cosa parla questo romanzo? Della gioventù turbolenta di Dante, che non fu solo il sommo poeta che noi tutti conosciamo, ma qui lo vediamo in una veste inedita per molti, sul campo di battaglia di Campaldino, la più cruenta e sanguinosa battaglia del Medioevo, che vide contrapposti i guelfi di Firenze e i ghibellini di Arezzo.

Facciamo fatica a immaginarci un Dante guerriero, ma proprio l’orrore di quel campo di battaglia se vogliamo è stato fonte di ispirazione per l’Inferno della sua Commedia.

Nelle ore convulse che ne erano seguite, Dante aveva preparato il proprio equipaggiamento di feditore che era riuscito a comprare, in quell’ultimo periodo, grazie all’appoggio di Vieri de’ Cerchi e della famiglia di sua sorella Tana. Sapeva di dover prendersene cura ed era orgoglioso e spaventato al tempo stesso nel veder luccicare sul tavolo della cucina la cotta di maglia, le maniberghe e le pediberghe, il camaglio e l’elmo. Le fiamme del camino si riflettevano sul ferro scintillante dell’armatura leggera, disegnando rossi arabeschi.

E quindi per capire Dante è anche utile immergerci in quel clima di lotta e di violenza, di cui Strukul sottolinea il lato avventuroso.

Sia chiaro non è un saggio storico, Strukul ha voluto scrivere un romanzo avventuroso, ma si è documentato seriamente facendo un grande lavoro di ricerca e consegnandoci una descrizione romanzata dei fatti credibile e interessante.

Anche il lato sentimentale della vita di Dante e il suo amore puro per Beatrice, diventerà poi combustibile per il suo genio letterario, e qui vi compare.

Ciò che componeva era il suo unico rifugio. Che cosa avrebbe pensato Gemma di quello che scriveva sulle donne, della sua idea d’amore affidata a fanciulle che non erano lei? E quanto lo avrebbe odiato se avesse scoperto di Beatrice? Perché lei incarnava l’amore perfetto, la salvezza, la promessa di una vita anche per ciò che vita non era: era forse tale l’obbligo di sposarsi? Di dover appartenere a un’arte, di guadagnare con un lavoro manuale? Lui non era fatto per quello, era insofferente alle regole, voleva librarsi nei cieli della meraviglia e delle passioni, voleva conoscere la bellezza assoluta, planare su luoghi sconosciuti e ghermire il cuore di donne magnifiche e irraggiungibili!

Il ritratto che ne emerge di Dante è il ritratto di un uomo coraggioso, sanguigno, innamorato dell’amore, capace di grande audacia e di forza, intelligente e amante della bellezza, dell’arte e della poesia. Una personalità molto sfaccettata amica di Guido Cavalcanti e persino di Giotto, (quest’ultima amicizia non è testimoniata, ma non ci sono neanche dati certi che la neghino, per cui Strukul gioca seguendo la sua intuizione).

Dante Enigma è insomma un moderno libro di avventura, in cui storia e fantasia si coniugano sul filo dell’azione portando il lettore in un mondo lontano con l’abilità dei grandi narratori dei romanzi di appendice ottocenteschi.

Source: pdf inviato dall’editore scopo Review Party.

Il libro segreto di Philip Pullman (Salani, 2020) a cura di Elena Romanello

4 maggio 2021

Quando, nell’ormai lontano 2000, uscì l’ultimo libro della Trilogia Queste Oscure Materie, Il cannocchiale d’ambra, sembrava la fine di un’epoca, con la conclusione, a tratti struggente e amara, di una vicenda che aveva letteralmente tenuto incollati i lettori ai libri, a cui si è ispirato un non eccelso film nel 2007 e una invece molto valida serie televisiva di questi ultimi anni.
Philip Pullman ha però deciso di tornare al mondo di Lyra, e dopo l’antefatto La belle sauvage, con Il libro segreto continua la vicenda di una delle grandi protagoniste della letteratura per ragazzi. Sono passati dieci anni da quando abbiamo salutato Lyra Belacqua, seduta su una panchina del giardino botanico della sua Oxford, separata per sempre da Will, in quello che resta uno degli addii più strazianti di sempre. 
Adesso studia all’Università, ma presto dovrà partire per un viaggio in cerca del suo daimon, Pantalaimon, che si è allontanato da lei per alcune incomprensioni, in un mondo simile al nostro con contraddizioni e rischi e con alcune peculiarietà, aiutata da Malcolm, che ne La Belle Sauvage era un ragazzino e che ora è cresciuto.
Ma la ricerca non è solo legata al daimon, ma anche ad una città nel cuore del deserto, dove forse c’è il segreto legato alla Polvere, e che attira scontri tra varie fazioni. Lyra viaggerà verso un’Asia fiabesca e pericolosa, con una serie di avventure incalzanti, che si chiudono su un finale aperto che fa aspettare con ansia il prossimo capitolo. 
Philip Pullman conferma il suo talento, tornando nel suo mondo per antonomasia e costruendo una storia avvincente, intorno ad un personaggio che è cambiato nel corso degli anni ma che ha sempre qualcosa da dire, in un microcosmo emblematico del fantastico in cui è bello immergersi ancora una volta.
Il regno segreto è un volume di oltre 704 pagine che scorre come l’acqua, senza mai stancare e annoiare, moderno e fantastico, una metafora sul significato di capire se stessi, crescere e dare un senso al mondo in cui si vive, qualsiasi esso sia. Un inno alla vita e al rapporto con gli altri e con l’altro, per tutte le età.

Philip Pullman è nato nel 1946 a Norwich, in Inghilterra. Da bambino ha vissuto in Australia e in Zimbabwe e ha studiato in Africa e in Galles. Si è laureato in Letteratura inglese a Oxford, dove vive attualmente. Ha scritto romanzi, racconti e adattamenti teatrali, per i quali ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Da Salani, tra gli altri, sono usciti Ero un topo, Il conte Karlstein, Lo Spaventapasseri e il suo servitore, Il ponte spezzato e la serie delle avventure di Sally Lockhart (Il rubino di fumo, L’ombra nel Nord, La tigre nel pozzo e La principessa di latta). La trilogia Queste oscure materie si apre con La bussola d’oro (Carnegie Medal e Guardian Children’s Fiction Prize), a cui seguono La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra (vincitore nel 2001 del prestigioso Whitbread Book Award). Nel 2005 Philip Pullman ha vinto il Premio Astrid Lindgren Memorial, considerato il Nobel della letteratura per ragazzi. Nel 2017 l’autore è tornato nel mondo di Lyra e delle Oscure materie con l’attesissimo Libro della Polvere.

Provenienza: libro del recensore.

:: Il randagio e altri racconti di Sadeq Hedayat (Carbonio Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

2 maggio 2021

Dall’Iran preislamico ai vicoli di Le Havre nei primi decenni del Novecento, variegati sono gli scenari dei nove racconti di Sadeq Hedayat, che Anna Vanzan, iranista e islamologa, scomparsa alla fine del 2020 a Venezia, ha scelto e tradotto dal persiano per la raccolta Il randagio e altri racconti, edita da Carbonio Editore.
In realtà i racconti avrebbero essere dovuto essere dieci, tratti da diverse antologie e scritti tra il 1930 e il 1942, una sorta di florilegio della narrativa breve per avvicinare ulteriormente i lettori italiani, dopo la fortunata pubblicazione l’anno scorso del romanzo La civetta cieca, all’opera di Hedayat, ma la morte della traduttrice ha impedito che l’opera fosse compiuta.
Ciò non toglie che anche solo questi 9 racconti ottengono l’effetto che Anna Vanzan si era prefissata, dare testimonianza dell’immenso talento che aveva questo autore colto, sensibilissimo, e dal destino tragico, morto suicida in solitudine e miseria a Parigi nell’aprile del 1951.
Considerato il padre della letteratura moderna persiana, censurato in patria, Sadeq Hedayat conserva la sua capacità di destabilizzare le coscienze, e fare riflettere su temi scomodi come la morte, le strette maglie delle imposizioni sociali e familiari, la disperazione irrisolta che scaturisce dalla presa di coscienza dell’illusorietà della vita.
Troppo pessimismo anche oggi per la società iraniana contemporanea, che mette al bando le sue opere, anche se vanno a ruba nel mercato nero di Teheran. Da credente, da un punto di vista puramente spirituale non politico, comprendo come le autorità religiose e civili iraniane pensino che la lettura di queste opere, ancora oggi dopo quasi un secolo, possa instillare eccessivo pessimismo e ribellione verso le autorità costituite, ma non credo questo fosse lo scopo dell’autore, la sua ribellione è più metafisica, venata di tragico sarcasmo contro la farsa in cui molto spesso tutti noi precipitiamo.
La lettura di questi racconti insomma non ha incrinato il mio amore per la vita, ma mi ha fatto vedere le sue pieghe più nascoste, il grottesco di certi atteggiamenti, la tragica bellezza dell’amore impossibile, o dell’amicizia che a torto si pensa tradita.
Hedayat conosce il paradosso dell’illusione, la sua vicinanza all’induismo indiano è netta, e ha il dono di trovare le parole migliori per narrarlo.
In più è un ponte tra Occidente e Oriente, grazie alla sua capacità di avvicinare due mondi così lontani, illuminando di grazia la vita comune di Teheran e la sua cultura, i suoi miti, le sue tradizioni.
Vicino al surrealismo e all’esistenzialismo, Hedayat accoglie la visione occidentale dell’esistenza e la filtra attraverso la concezione orientale dell’ umanità parlandoci di un mondo millenario ancora vivido nelle sale da te, nel cambiavalute per le strade, nei bazar affollati e variopinti.
L’Iran mai così lontano ci è vicino nei suoi racconti fatti di gente comune alle prese con le mille difficoltà della vita, i divorzi, le gelosie tra sorelle, le responsabilità, il rifugio in una religiosità di pura apparenza, le mille infelicità che ogni giorno scorticano e sgretolano certezze e speranze.
I vinti, gli sconfitti dalla vita, i solitari pronti a innamorarsi di una statua inanimata sono i protagonisti dei suoi racconti amari e di una bellezza struggente, e stupisce soprattutto la modernità con cui tratteggia questi scenari e queste sensazioni, dando vita a un mondo che si credeva perduto e invece sopravvive sotto la cenere. Da leggere.

Sadeq Hedayat (Teheran, 1903 – Parigi, 1951) scrittore, critico letterario e traduttore iraniano, è considerato il padre della letteratura persiana moderna. Di famiglia nobile, frequentò scuole francesi a Teheran per poi trascorrere diversi anni tra l’Europa e l’India. Rientrato in patria, iniziò a lavorare al ministero della Cultura e continuò a studiare la storia e il folklore del suo Paese, nonché le opere degli esistenzialisti francesi, traducendone numerose in persiano. La civetta cieca (Carbonio Editore, 2020), considerato il suo capolavoro, fu pubblicato in patria solo undici anni dopo la sua prima stesura a causa dell’opposizione del regime dello Shah Reza Pahlavi, ed è ancora oggi oggetto di costanti censure.
Hedayat morì suicida in un appartamento di Parigi, in estrema solitudine e miseria, nell’aprile del 1951. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.

Anna Vanzan, (1955 – 2020) iranista e islamologa, ha pubblicato numerosi saggi dedicati alle civiltà del Medio Oriente, con particolare attenzione alla questione di genere. Nel 2017 ha ricevuto il premio MIBACT alla carriera per l’opera traduttiva e la diffusione della cultura persiana in Italia. È scomparsa il 24 dicembre 2020 a Venezia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

Il ritorno della Trilogia della Nebbia di Carlos Ruiz Zafón a cura di Elena Romanello

1 maggio 2021

978880473537HIG-332x480Ci sono autori che restano nel cuore, e uno di questi è senz’altro Carlos Ruiz Zafón, scomparso troppo presto alcuni mesi fa dove aver detto al mondo storie fantastiche, che ne hanno fatto lo scrittore spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes.
Oscar Draghi presenta in un sontuoso volume illustrato la Trilogia della Nebbia, con cui tra l’altro lo scrittore ha debuttato nel mestiere nell’ormai lontano 1993, composta da Il principe della nebbiaIl palazzo della mezzanotte e Le luci di settembre, tre storie affascinanti, sulla carta rivolte ad un pubblico di ragazzi, ma in realtà godibili per tutti.
Le storie sono lontane dall’epopea del Cimitero dei Libri dimenticati di Barcellona, ma chi ama i mondi dell’autore ci troverà lo stesso stile, la stessa passione, le stesse tematiche, in tre luoghi diversi dalla Terra, con altrettanti misteri con cui si confrontano i giovani protagonisti, in una ricerca della verità che è anche capire di più se stessi.
Il Principe della nebbia porta sulla Costa atlantica spagnola, durante la Seconda Guerra Mondiale, dove Carver, Max e Alicia si trasferiscono con i genitori e dove conoscono Roland, il nipote del guardiano del faro, con cui iniziano a scoprire il mondo. Ma i tre ragazzi non sanno che la casa dei loro genitori nasconde un inquietante passato, legato ad un naufragio di molti anni prima. 
Il Palazzo della mezzanotte è ambientato in India, a Calcutta, con come protagonisti sette sedicenni, cresciuti in orfanotrofio, alla vigilia di dover andare ognuno per la propria strada, che si troveranno uniti per salvare Ben, il più indisciplinato del gruppo, alle prese con una minaccia che lo perseguita da sempre, legata a familiari che non sapeva di avere e ad un mistero da risolvere. 
Le luci di settembre si svolge in Normandia, dove di trasferisce Irene Sauvelle dopo la morte del padre, presso la tenuta di un vecchio fabbricante di giocattoli a Cravenmoore, con la madre e il fratello, dove presto scoprirà omicidi e verità nascoste grazie anche all’incontro con Ismael. 
Tre opere piene di fantasia, avventura, mistero, ottimi per chi ha scoperto da poco la lettura grazie magari alla saga di Harry Potter e a Pullman e adesso cerca qualcos’altro, ma anche per chi sente periodicamente il bisogno di immergersi nel ricordo di ricerche della verità e di mondi nuovi, guardando al passato senza dimenticare il presente. 
Metafore del passaggio dalla giovinezza all’età adulta ma anche ritratti di tre mondi diversi ma non inconciliabili, i tre libri della Trilogia della Nebbia sono aria pura, fantasia, voglia di leggere  storie che fanno evadere con intelligenza, universi nascosti dietro ogni pagina e da cui non ci si riesce a staccare, fatti dalla stessa materia di cui sono fatti i sogni. 
Carlos Ruiz Zafón mancherà per sempre ai suoi lettori, ma ha ottenuto la sua immortalità con queste storie, che continueranno a popolare l’immaginazione di chi vorrà immergersi in esse.

Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia,” di Elizabeth Åsbrink (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

30 aprile 2021

È arrivato in libreria per Iperborea “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” di Elizabeth Åsbrink. L’autrice prende per mano il lettore portandolo in un vero e proprio viaggio all’interno della storia, cultura e vita di personaggi svedesi, dando origine ad una sorta di danza in movimento dal passato al presente. Un percorso che permette a chi legge di conoscere tante curiosità su quello che è stato il corso esistenziale svedese. Si va dai fatti storici del tempo che fu -che sarebbero degni di diventare protagonisti di una serie televisiva tanto sono ingarbugliati gli intrecci tra sentimento, potere e realtà- ai singoli personaggi che hanno fatto la storia della Svezia. Interessante è notare come certe immagini che oggi abbiamo ben consolidate o che diamo per scontate e da sempre presenti per identificare il mondo svedese, si scopre come in realtà siano collegate a determinate esigenze storiche o sociali (un esempio il lavarsi per bene o il levarsi le scarpe quando si entra in casa). Non mancano però delle incursioni nelle vite di personaggi mitologici e reali. Tra di loro possiamo ricordare Thor e il suo martello; per passare a Ellen Key una delle più importanti autrici svedesi, conosciuta soprattutto per i suoi numerosi scritti in ambito educativo, etico e femminista e considerata una dei principali membri del movimento letterario svedese ispirato al naturalismo.  O che dire del viaggetto nel mondo dell’IKEA, nota azienda creata da Kamprad che, indipendentemente dal suo passato più o meno scomodo, divenne – e lo è ancora oggi- un punto di riferimento fondamentale per l’arredamento e l’oggettistica della casa. Ma non è tutto, perché nelle pagine si incontrano anche Pippi Calze Lunghe, nata dalla penna di Astrid Lindgren; il geniale medico e botanico Carl Nilsson Linnaeus (Carlo Linneo) troppo impegnato a studiare e classificare la realtà vivente e circostante per pensare a stesso o Zlatan Ibrahimović diventato icona della svedesità a livello mondiale. La Åsbrink utilizza diverse parole, una per ogni capitolo, proprio per mettere in luce la Svezia e le diverse componenti che hanno permesso al paese di diventare un vero e proprio punto di riferimento per il resto del mondo vista come un Paese nel quale si riescono a coniugare la ricchezza, la redistribuzione e la libertà con l’eguaglianza. La cosa bella di “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” è che il lettore può leggere i capitoli uno dietro l’altro, oppure può scegliere l’argomento che più gli interessa e immergersi in un vero e proprio pellegrinaggio nelle parole e nei fatti narranti i sacrifici, le lotte e gli ideali di un popolo che nel corso del tempo hanno condotto alla determinazione della svedesità come eccellenza. Traduzione Alessandro Borini.

Elisabeth Åsbrink è una nota scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Con 1947 (Iperborea 2018), il suo primo libro tradotto in Italia, Elisabeth Åsbrink scava nei retroscena degli eventi e compone un racconto poetico e documentatissimo di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. Nel 2021 Iperborea ha pubblicato Made in Sweden, dove l’autrice ci accompagna in un viaggio tra cinquanta parole, eventi, persone e personaggi che hanno fatto la Svezia.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.