Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Ultimo respiro di Robert Bryndza (Newton Compton 2020) a cura di Federica Belleri

2 agosto 2020

Ultimo respiroUltimo thriller di Robert Bryndza. Un nuovo caso che vede protagonista la detective Erika Foster. Un caso difficile, come sempre. Un caso che le toglierà l’appetito, il sonno e la farà scontrare con il suo privato e una possibile promozione in corso.
Ma i punti di forza di questo romanzo non sono solo questi. Sono legati a giovani vite che vengono interrotte brutalmente, all’orrore provocato dal ritrovamento dei loro corpi, alla solitudine e all’anaffettività. All’ambizione di crearsi un profilo social accettabile e, di contro, all’incapacità di ammettere le proprie debolezze. Facilmente, nascondendosi dietro a uno schermo, isolandosi dagli altri, sentendosi brutti o addirittura insignificanti.
Quante sfaccettature diverse per i principali protagonisti di questa storia … Quanto dolore zittito per anni, quanta ingenuità nelle vittime.
Credo che Ultimo respiro sia il miglior romanzo che ho letto di questo scrittore, per la sensibilità dimostrata nella scrittura, per la delicatezza nell’esporre le fragilità dei personaggi creati, per la simpatia di alcuni di loro. Per l’interpretazione della giustizia, non sempre leale. Per il potere dell’amore e per le decisioni che impone di prendere.
Leggetelo, ne vale la pena.

Robert Bryndza si è conquistato una fama incredibile con il suo thriller d’esordio, La donna di ghiaccio, che in pochi mesi ha scalato le classifiche ed è in corso di traduzione in 30 Paesi. I romanzi che hanno come protagonista Erika Foster sono bestseller internazionali che contano quasi 3 milioni di copie vendute. La Newton Compton ha pubblicato La donna di ghiaccio, La vittima perfetta, La ragazza nell’acqua, I cinque cadaveri e Ultimo respiro.

Fonte: libro inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

Mary, la ragazza che creò Frankenstein di Linda Bailey e Julia Sardà (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

1 agosto 2020

4649042-9788817145046-285x424Tra le icone femminili e femministe dei secoli passati, continua ad essere studiata e esaltata Mary Shelley, autrice del primo romanzo di fantascienza, Frankenstein, figlia di un’attivista per i diritti delle donne morta poco dopo averla data alla luce e per sempre ombra e ispirazione della sua vita, interessata alla scrittura fin da giovanissima, eroina romantica di una passione devastante, toccata fin da ragazza dal dolore e dalla morte e capace di creare una storia ancora oggi immortale.
In questi ultimi anni sono usciti vari libri e anche un film su Mary, ed è la volta ora di un libro illustrato rivolto ai ragazzi, una scelta coraggiosa visto che i generi del fantastico per adulti sono sempre visti come terreno minato, e anche una scelta vincente, più incentrata giustamente sulla personalità dell’autrice che non sulla vicenda narrata nel romanzo.
Nelle pagine del libro rivive quindi la vita di Mary, una sognatrice, che fin da bambina immagina cose mai esistite, costruisce castelli in aria, stimolata da un ambiente familiare non facile ma che le permette comunque orizzonti diversi da molte ragazze della sua epoca, e poi dalle sue scelte di vita controcorrente, come fuggire con il suo grande amore Percy Shelley, suscitando scandalo e vivendo poi una vita non certo facile, costellata di dolori, fino alla morte prematura del marito.
Il libro racconta come è nata come scrittrice e come ha dato vita ad una leggenda, attraverso tavole suggestive, che reinventano un mondo come quello del primo Ottocento e omaggiano la cultura romantica e gotica, partendo da quella storia da brividi, in un antico castello, con scoperte scientifiche che sfidano la natura e la morte, durante una notte di tempesta reale, a Villa Diodati sul lago di Ginevra in un anno senza estate, e finta, nelle pagine del libro.
Una narrazione semplificata ma non banale, la nascita di un personaggio indimenticabile e emblematico ancora oggi, in quello che è comunque uno di più grandi romanzi di tutti i tempi, resa accessibile ai più giovani, con poi alla fine del libro una scheda biografica su Mary Shelley e la sua vita.
Mary, la ragazza che creò Frankenstein fa quindi conoscere ai giovanissimi un’autrice straordinaria e la nascita di un genere, come la fantascienza, che ancora oggi è popolarissimo e che deve le sue origini proprio a quella storia di paura capace di toccare il cuore.

Linda Bailey è autrice di molti libri per ragazzi, tra cui la serie di gialli di Stevie Diamond, le graphic novel della Good Times Travel Agency, e un’eclettica serie di albi illustrati, come l’acclamato Stanley’s Party. Ha vinto la California Young Reader Medal, il Blue Spruce Award, il Georgia Storybook Award e molti altri premi.. Vive e lavora a Vancouver.
Júlia Sardà dopo aver iniziato la carriera come colorista per la Diney/Pixar, si è dedicata all’illustrazione toutcour, e oggi i suoi lavori sono apprezzati epubblicati in tutto il mondo. Tra i tanti libri per ragazzi che ha illustrato, per Rizzoli sono usciti La famiglia Lista (2017) e Mary Poppins (2018). Vive a Barcellona.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

L’urlo dell’innocente, Unity Dow,(ed. Le Assassine 2019) A cura di Viviana Filippini

31 luglio 2020

“Nessuno dei tre poteva sapere che di lì a cinque anni, dall’apertura di una scatola sarebbe uscito un urlo che non poteva essere ignorato: l’oscurità non sempre basta per tenere nascosto il male.”

Botswana. Tutto comincia con una strana sparizione, quella di una bambina di 12 anni di nome Neo in “L’urlo dell’innocente” della scritttrice Unity Dow, pubblicato dall’editrice Le Assassine. Un ragazzo si presenta alla polizia con ciò che resta degli abiti della ragazzina. Le forze dell’ordine non hanno la più pallida idea di come gestire il fatto, gli indizi del caso rinchiusi in una scatola spariscono, o forse vengono fatti sparire di proposito, mentre gli agenti avvisano la famiglia di Neo, dicendo che la ragazzina sarebbe caduta vittima di bestie feroci, forse leoni. Tutto sembra finire lì, ma cinque anni dopo, nel villaggio di Neo, arriva Amantle Bokaa, una giovane mandata in quel luogo a fare il suo tirocinio medico. La ventiduenne alle prese con le pulizie in uno sgabuzzino troverà, per caso, una vecchia scatola finita lì chissà quando e come. Sopra ci sono poche parole “Neo Kakang: CBR-45/94/”. La curiosità di Amantle è tanta e la sua voglia di sapere creerà un terribile scompiglio nel villaggio dove si trova. Il romanzo della Dow ha una trama ad alta tensione, dove la scoperta della scatoletta nascosta e del suo contenuto, scatenano un vero e proprio putiferio nel villaggio del Botsowana dove lei è capitata. È come se all’improvviso i fantasmi del passato che non hanno avuto pace, tornassero a farsi sentire per una vera giustizia. Quella che non hanno ottenuto mai. Amantle cercherà di capire cosa è successo a Neo. Saranno davvero stati i leoni o quegli indizi ritrovati dopo cinque anni hanno un significato nascosto da scoprire? La giovane assisterà allo scoppio della rabbia delle genti locali che insorgeranno e lo faranno prendendo in ostaggio le due infermiere colleghe di Amantle, scagliandosi contro la polizia, contro le autorità, chiedendo giustizia e la verità mai raccontata. Con le genti del posto c’è la famiglia di Neo, che non ha mai creduto alla versione dell’aggressione dei leoni data dalla polizia. Amantle si metterà dalla parte delle popolazioni locali e farà il possibile per aiutarle a scoprire cosa accadde davvero alla piccola Neo. Quello che emerge durante la lettura di “L’urlo dell’innocente” sono il non demoralizzarsi mai e la tenacia costante di Amantle nel cercare la verità, perché la giovane arriva in ambulatorio e le sue colleghe dimostrano subito la loro superiorità aprendo lo spazio quando vogliono e relegando Amantle a compiti ben diversi da quello che una tirocinante medica dovrebbe fare. La ragazza dimostra grande forza di resistenza e impegno anche quando roverà informazioni su Neo, proprio quelle che la spingeranno a lottare per la verità. Altro elemento che spicca nel libro della Dow è il fatto che Neo, la ragazzina sparita, non compare nelle storia, ma la sua presenza è il grido costante di un innocente che chiede giustizia per i soprusi subiti. L’autrice (giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana) porta il lettore nella terra d’Africa, nei suoi paesaggi selvaggi, nelle sue terre dove le popolazioni sono legate a culti primitivi, dove la povertà e la lotta alla sopravvivenza sono la routine quotidiana per le genti del posto. Ed è in questo mondo, narrato ne “L’urlo dell’innocente” di Unity Dow che si innesta il bisogno di giustizia, di verità e di tutela dei diritti umani, troppo spesso schiacciati dall’arrogante prepotenza del più forte. Traduzione a cura di Marina Grassini.


Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di  EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia. Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. La Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

Source: proprietà del recensore. Grazie a Francesca Ghezzani dell’ ufficio stampa.

Le confessioni di Frannie Langton di Sara Collins (Einaudi, 2020) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2020

978880624327GRALa Londra del 1826, poco prima che inizi la lunga era vittoriana rimane sconvolta da un fatto di sangue di inaudita violenza: Frannie Langton, cameriera mulatta ex schiava ha ucciso i suoi padroni, Mr e Mrs Benham, esponenti dell’alta società, e ora si trova sotto processo all’Old Bailey, il tribunale della capitale britannica, dove rischia la condanna a morte, anche e soprattutto per la sua doppia condizione di paria, essere di colore e essere donna.
Inizia così una vicenda che si snoda tra le testimonianze di chi ha conosciuto Frannie e i suoi datori di lavoro e la voce della stessa Frannie, che racconta la sua breve vita, da quando nacque schiava in una piantagione, potendo però imparare a leggere, a quando fu liberata ed arrivò a lavorare a Londra, conoscendo nuove realtà, anche grazie a Mrs Benham, un’amica e non solo per lei, sua confidente in un mondo in cui a entrambe, in quanto donne, è stato negato tutto.
La Londra dell’Ottocento non è una novità nei libri, anche se di solito viene raccontata quella della regina Vittoria, e non quella dei primi decenni, dove erano già in corso cambiamenti e disagi, divisa tra modernità, con studi scientifici anche discutibili, e tradizione. In particolare si stava costruendo un volto nuovo di città con gente anche di altre etnie, e l’autrice racconta in queste pagine il tema dello schiavismo e delle persone di colore in un’altra parte del mondo anziché i soliti Stati Uniti del Sud, non meno però problematica e razzista.
Un romanzo quindi ricco di spunti, compresa la condizione della donna, problematica, sia se si è una signora inglese imprigionata in un matrimonio infelice e nella dipendenza del laudano, problema sociale di cui oggi non si parla più ma paragonabile alle moderne tossicodipendenze, sia se si è una ragazza di colore liberata dalla condizione di schiava ma in realtà sempre serva di un mondo spietato, con altri tipi di catene.
Le confessioni di Frannie Langton è un romanzo che nasce come omaggio alla narrativa gotica, con spunti thriller nella ricerca di una verità scomoda, ma con forti connotazioni sociali e storiche, per restituire un’epoca sempre affascinante anche se inquietante, con argomenti appunto oggi di grande attualità come la condizione delle persone di colore e il ruolo delle donne nella società, due esempi di discriminazione e isolamento.
Un romanzo di esordio potente, vincitore di vari premi, che si legge come un noir e che fa pensare ad ogni pagina, per capire come certi problemi nascano da molto lontano, e come la voce di Frannie, eroina che adora leggere le avventure di Moll Flanders, protagonista tragica per antonomasia della letteratura inglese, sia moderna e vibrante a raccontare un’odissea in una vita che, in certi parti del mondo, può ancora ripetersi in maniera simile.

Sara Collins ha studiato legge alla London School of Economics e ha lavorato come avvocato per diciassette anni. Nel 2014 ha frequentato il Creative Writing Masters presso la Cambridge University, dove nel 2015 ha vinto il Michael Holroyd Prize for Recreative Writing ed è stata candidata al Lucy Cavendish Prize con un libro ispirato al suo amore per la letteratura gotica. Il romanzo premiato è diventato Le confessioni di Frannie Langton.

Federica Oddera, figlia d’arte (il padre era il celebre traduttore Bruno Oddera), ha insegnato italiano all’Istituto Italiano di cultura di Nuova Delhi, all’Università Islamica di Nuova Delhi e all’Università di Teheran. Tra i principali autori da lei tradotti vi sono R. K. Narayan, Chitra Banerjee Divakaruni, Arundhati Roy, Pankaj Mishra, Jhumpa Lahiri, Lisa See, Nicole Krauss, John Updike, Arthur Miller, Paul Auster, Nuala O’Faolain, Simon Winchester.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

:: La grande caccia di Ben Pastor (Mondadori 2020) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2020

La grande cacciaLa brava e talentusosa Ben Pastor è molto conosciuta sul nostro blog specialmente per la sua serie dedicata a Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma è anche autrice di una serie ambientata nell’Antica Roma che ha per protagonista Elio Sparziano, personaggio storico veramente esistito, militare e storico di cui sappiamo in verità ben poco, lasciando grande spazio a Ben Pastor per creare il suo personaggio.
La grande caccia è il quinto episodio della serie con Sparziano protagonista e ci porta nella Palestina del IV° secolo dopo Cristo, al tempo dei quattro co-imperatori, tra cui Galerio e Massimino Daia in Oriente, sulle tracce di un immenso tesoro.
Apparentemente infatti Sparziano viene incaricato di censire i cristiani della provincia, possibili fautori di disordini (si rifiutano ostinatamente di bruciare incenso nei templi romani, tra le loro tante eccentricità), ma in realtà la sua grande missione è appunto trovare questo grande tesoro.
E non sarà facile, innanzitutto perché è ben nascosto, poi perché in molti lo vogliono e sono pronti a tutto per ottenerlo. La sua strada infatti sarà presto costellata di morti, e fin da subito Sparziano si rende conto che salvare la pelle sarà forse il suo compito più importante e difficile.
Misteri, tesori nascosti, pericoli, intrighi, insomma l’avventura al suo meglio, in un grande affresco storico pieno di dettagli, curiosità, e scene di vita vissuta.
Ben Pastor dopo aver abbandonato per un po’ l’Europa della Seconda Guerra Mondiale, ci porta nell’Antica Roma, ricostruendo il periodo in cui si muove Sparziano con grande passione e meticolosità, come ci ha da sempre abituato.
Poi di bello c’è che tutto sembra così vivido, colorito, vitale, anche attuale per certi versi, gli splendori dell’epoca dei Cesari sta volgendo al termine, e la crisi e già nell’aria. Troppe forze contrapposte si muovono nell’ombra e sembrano minare dalle fondamenta l’Impero, non da ultimo questa “strana” religione dei seguaci di Cristo. L’editto di Costantino sarà promulgato a breve nel 313 d. C.
Elio Sparziano è un bel personaggio, un uomo del suo tempo, un militare fedele a Roma e nello stesso tempo amante della storia e delle culture e tradizioni dei popoli. Scambia una fitta corrispondenza epistolare con la madre e con una prostituta che gli racconta le sue preoccupazioni per la figlia di un suo antico amore.
La grande caccia è un romanzo lungo, ad ampio respiro, fitto di scrittura densa e storicamente documentatissima, in cui emerge un mondo perduto in cui ambizioni, avidità e sete di potere spingono le persone a compiere i peggiori eccessi.
Interessante.
(The great chase, 2019), Mondadori editore, 2020, traduzione di Luigi Sanvito.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico con le serie di Martin Bora, di Praga e di Elio Sparziano, tradotte in molti Paesi. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018. Della serie di Sparziano ha pubblicato Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco, Le Vergini di Pietra, La traccia del vento, e La grande caccia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa Mondadori.

La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier (Neri Pozza, 2019) a cura di Elena Romanello

22 luglio 2020

ricamatricesmallNell’Inghilterra degli anni Trenta c’è un problema sociale indotto dalla Grande Guerra, che ha falcidiato una generazione di ragazzi e uomini: il gran numero di donne nubili, o zitelle, considerate un pericolo alla società in un mondo basato sul matrimonio ma che proprio in seguito a questo si aprirà a nuove prospettive per un’evoluzione diversa della società.
Una di queste donne in eccedenza, come si suol dire in maniera non certo carina e delicata, è Violet Speedwell, trentotto anni, che ha visto cadere l’amato Laurence insieme al fratello a Passchendaele insieme a migliaia di altri soldati. Dopo la morte del padre, Violet lascia la soffocante casa di Southampton e le continue lamentele della madre, che la vorrebbe a vita come sua serva, trovando lavoro come dattilografa per una compagnia di assicurazioni a Winchester. Ma a Winchester c’è anche una storica cattedrale, a cui sono legati alcuni bei ricordi di Violet, dove c’è un gruppo di ricamatrici dei cuscini per i fedeli, gestito dall’implacabile signora Biggins, su modello di una gilda medievale, per continuare a creare bellezza.
Violet è attratta dall’idea di creare qualcosa con le sue mani, qualcosa di creativo e che resti, e entra in questo nuovo mondo, scoprendo nuovi modi di vivere, e facendo incontri, come quello con l’esuberante Gilda, ragazza che ha reagito in un’altra maniera alla situazione attuale, e con Arthur, il campanaro dagli occhi azzurri, prigioniero di un matrimonio infelice e anche lui in cerca di nuovi inizi.
Questi incontri e questa nuova vita faranno capire a Violet che ogni destino può essere cambiato se si ha il coraggio di sfidare i pregiudizi di una società superata e soffocante, come del resto fecero tante donne reali che si trovarono nella sua condizione.
Sono vent’anni, da La ragazza con l’orecchino di perla che Tracy Chevalier ci racconta storie di donne note e meno note nella Storia: questa volta sceglie un’epoca su cui non si sa in fondo molto, anche se di moda grazie al serial Downton Abbey, per raccontare un destino emblematico di un’intera generazione, da cui poi nacque un’idea di società e di ruolo della donna più moderni, tra lavoro e nuove forme di affettività.
Qualcuno ha citato Jane Austen a proposito della vicenda narrata, certo, si torna nella campagna inglese, ma in un altro tempo e con altri tipi di personaggi, donne di un mondo remoto ma da cui è nato l’oggi.

Tracy Chevalier è nata a Washington nel 1962. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Il suo primo romanzo è La Vergine azzurra (Neri Pozza, 2004, BEAT 2011, 2015). Con La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza, 2000, 2013) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestseller internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza, 2002, BEAT 2012), La dama e l’unicorno (Neri Pozza, 2003, BEAT, 2014), L’innocenza (Neri Pozza, 2007, 2015), Strane creature (Neri Pozza, 2009, 2014) e L’ultima fuggitiva (Neri Pozza, 2013, 2014).

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche del Circuito SBAM della Regione Piemonte.

I testamenti di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2019) a cura di Elena Romanello

22 luglio 2020

i-testamenti-in-uscita-il-libro-di-atwood-maxw-814-e1572604688832-305x450A oltre trent’anni dal romanzo che la rese celebre, Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood è tornata nel terrificante e oppressivo mondo di Gilead,forte anche del successo del serial TV, con I testamenti, un seguito molto particolare e alternativo di quella che è e resta una delle più inquietanti e riuscite distopie della modernità.
L’autrice non riprende la vicenda del primo libro, ma crea altre voci che raccontino: non c’è più il personaggio di Offred del primo libro, ma altre donne, tre per l’esattezza, le cui testimonianze vengono raccolte usando l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, o meglio dell’archivio che secoli dopo ricostruisce questa oscura pagina di Storia attraverso le sue protagoniste, in un gioco di recupero di una memoria rimossa di un passato post apocalittico, a sua volta poi annientato da altri eventi.
L’autrice dà voce a zia Lydia, la crudele guardiana delle ancelle, raccontando il suo passato di donna moderna in carriera e come fu condizionata da un regime totalitario per diventare quello che era, ad Agnes, una bambina cresciuta in una delle famiglie disfunzionali di Gilead che racconta con la sua voce quello a cui assiste, e a Daisy, che vive in Canada, terra libera dove in tante ex ancelle si sono rifugiate ma da dove dovrà confrontarsi con un mondo sempre feroce e che sta entrando in crisi. Su tutte e tre aleggia il mito di Baby Nicole, la bambina scomparsa, figlia di Offred in un ‘altra vita, la cui identità viene ricostruita man mano insieme alla storia di un regime totalitario destinato poi a crollare non senza prima aver continuato a distruggere le vite delle donne.
Non sempre i seguiti sono facili, il confronto con il primo libro è inevitabile, tenendo conto anche del grande successo che il mondo di Gilead ha avuto grazie al serial, tra i migliori e più sconvolgenti e coinvolgenti degli ultimi anni. Ma non è un confronto che sminuisce, anzi, perché I testamenti, non un seguito tradizionale quanto una nuova cronaca di un universo che sconvolge e resta dentro, sa appassionare e coinvolgere come il primo libro, raccontando nuovi tasselli di un mosaico che si compone man mano attraverso chi l’ha vissuto, sia pure da diversi punti di vista.
Attraverso le tre voci di altrettante donne parti di una società che ha negato loro ogni diritto, non certo solo distopica,  ma tremendamente metaforica di certe realtà, l’autrice si conferma per la sue efficacia, la sua ironia e per come ha saputo arricchire una narrativa di genere che spesso viene sminuita come robetta, ma che in realtà dai suoi albori è capace di dare dei capolavori. Come Il racconto dell’ancella e come I testamenti.

Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa e della poesia canadese. Laureata a Harvard, ha esordito a diciannove anni. Ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte di poesia, libri per bambini e saggi. Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per L’assassino cieco e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Fra i suoi titoli più importanti ricordiamo: L’altra Grace (2008), L’altro inizio (2014), Per ultimo il cuore (2016), Il canto di Penelope (2018), tutti usciti per Ponte alle Grazie. Margaret Atwood vive a Toronto, in Canada.

Provenienza: libro preso in prestito nel circuito delle biblioteche SBAM della Regione Piemonte.

“Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”, Igor De Amicis, Paola Luciani (Lapis 2020) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2020

LAB, ossia la Lega Anti Bulli, è la nuova collana di libri editi dalla casa editrice Lapis, con i testi di Igor De Amicis e Paola Luciani.  I primi due volumi dei quali vi parlo sono “Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”. Nel primo libro il protagonista Arnold è l’ultimo arrivato nella sua scuola e l’essere nuovo, il vestire a modo proprio senza seguire tanto le mode e il non conoscere nessuno lo porta ad essere preso di mira da Calzino Joe. Arnold sarà vittima, senza una ragione precisa, di Joe e del sua tremenda e puzzolente calza. Non solo, perché Arnold, proprio quando credeva di essere un po’ tranquillo, si troverà catapultato nella squadra dei LAB (Lega Anti Bulli), dove con Allison e gli altri compagni di avventura cercheranno di contrastare i bulli. In questo primo libro Arnold avrà modo di parlare di suo nonno, un lottatore di wrestling misteriosamente scomparso mentre si trovava in Oriente a fare degli incontri relativi alla sua disciplina sportiva. Quando i suoi nuovi amici scopriranno di chi è parente il loro amico, dimostreranno di avere una grande conoscenza e ammirazione del nonno lottatore di Arnold. Il secondo testo della LAB -“Dororthy Superfashion” – ha invece per protagonista principale Alison, la quale dovrà appunto combattere Dorothy per difendere i deboli. La ragione? Dorothy, esperta e appassionata di moda è l’incubo di tutte le ragazze della scuola, spesso e volentieri bersagliate da Dorothy sul suo blog. Secondo Arnold e compagni solo Alison la può fermare. I due romanzi della serie Lega Anti Bulli, editi da Lapis, hanno per protagonisti dei ragazzini che appartengono ad una squadra speciale interessata a difendere coloro che vengono presi di mira dai cattivi di turno. Tra di loro ci sono ex prepotenti che hanno deciso di redimersi e vittime di bullismo pronte a tutto per difendere i più deboli. In che modo: preparandosi con duri allenamenti e intervenendo sul posto in caso di bisogno. Il tutto in abiti mascherati per restare in incognito. Uno degli aspetti interessanti di questi due testi è che quando i componenti della LAB si travestono, indossando le loro originali maschere, ogni dubbio, timore o paura, scompaiono per lasciare spazio al grande coraggio dei protagonisti, in grado di compiere atti eroici in difesa dei più indifesi che non reagisco ai soprusi, ma subiscono. I libri di De Amicis e della Luciani sono romanzi corali dove i primi attori sono i diversi componenti della LAB. Questi adolescenti dimostrano non solo come il cattivo in certi casi possa redimersi e diventare buono, ma sono la dimostrazione di come l’unione faccia la forza, e che quella volontà di agire a fin di bene per tutelare il prossimo è quella che anima Arnold e il gruppo di suoi amici mascherati. I libri sono corredati dalle simpatiche illustrazioni di Tambe. Dai 10 anni in poi.

Igor De Amicis è Commissario di Polizia Penitenziaria e ha scritto numerosi racconti presenti in diverse antologie e sul web, alternando storie per ragazzi a racconti e romanzi polizieschi. È coautore con Trisi Fiammetta e Raciti Annamaria del libro “Il carcere aperto. Un bilancio sociale delle nuove modalità di esecuzione della pena” (Galaad Edizioni 2014), e con Paola Luciani di “Il mare quadrato” (Coccole Books, 2014), “Giù nella miniera” (Einaudi Ragazzi, 2016) e “Fugees football club” (Einaudi, 2019).

Paola Luciani è nata a Roma nel 1964. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con specializzazione in cinema d’animazione, ha lavorato in studi di animazione per la tv e il cinema e come illustratrice di libri. Fra i suoi libri si citano: “La scatola arancione” e “A come meraviglia”(Biblioteca dei leoni).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Lapis. Grazie ad Agnese Ermacora.

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea (Einaudi, 2020) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2020

978880624527HIGIl thriller è stato definito da un’esperta come Alicia Gimenez Bartlett come il genere che meglio racconta la società di oggi con tutte le sue contraddizioni, e si ricevono in continuazione conferme di questo, come capita nelle pagine della nuova fatica di Luca D’Andrea, già apparsa a puntate su La Repubblica la scorsa estate.
Ci ritroviamo in Alto Adige, luogo dove l’autore ha già ambientato le sue storie e che conosce bene perché ci vive, dove si incontrano una natura ancora selvaggia, interessi vari leciti e illeciti, abitanti e turismo, in un mix che spesso crea problemi. Su quei monti vive Dora Holler, tredici anni, che da qualche tempo ha abbracciato le idee ecologiste, prendendo come modelli Greta Thunberg ma soprattutto Diane Fossey. I suoi interessi e le sue battaglie però spesso non  vengono capite, a scuola, dove è vista come stramba, ma anche in casa, e dopo un litigio con suo padre per una questione per lei importante, la ragazzina scappa di casa.
Il suo scopo è salvare il nido di una lince, tutto è stato pianificato, ma non è sola, con lei c’è Gert, un attivista che condivide i suoi interessi e le sue passioni, conosciuto on line, e che crede essere suo coetaneo. Purtroppo Gert le ha mentito, non tanto sul suo impegno ambientalista, che c’è, ma sulla sua età, molto più adulta del previsto, e su altre cose sue non proprio raccomandabili, come un omicidio che ha commesso. La fuga dei due, dove Dora capisce presto di essere in pericolo, diventa un incubo, parte di un disegno criminale con dietro persone senza scrupoli, ben peggiori di Gert, che cercano giovanissime per scopi ignobili.
Dietro a Dora si lanciano volontari armati, spesso teste calde, mentre sono in gioco vari interessi, ma per salvarla ci vuole qualcuno che ha già conosciuto orrori simili, il capitano Viktor Martini, che a Roma, in un’altra vita, ha catturato lo Squartatore del Testaccio, un fatto che l’ha cambiato per sempre.
Un thriller teso, dove le montagne dell’Alto Adige sono ancora più inquietanti dei bassifondi delle città, con un’alternanza di punti di vista tra Dora, un personaggio interessante e insolito, e soprattutto molto attuale come modello per i giovanissimi di oggi, Martini e i suoi che le danno la caccia, il passato del poliziotto con la sua prima famosa caccia all’uomo, e chi minaccia la ragazzina, emblema delle varie forme di male che ci sono oggi, mai inventate e tristemente reali.
L’animale più pericoloso è ovviamente l’uomo (e anche certe donne non scherzano, come si scopre nel libro), in una storia in cui le tematiche ecologiste non sono comunque strumentalizzate e cavalcate, e dove si compie un viaggio negli abissi dell’animo umano, ma anche in quello che può salvare i propri simili e tutto il resto del mondo, in quello che può e deve essere salvato e valorizzato.

Luca D’Andrea è nato a Bolzano, dove lavora come insegnate precario d’italiano nella scuola media. Per Einaudi ha pubblicato nel 2016 La sostanza del male, il suo primo thriller, che diventerà una serie Tv internazionale, e nel 2017 Lissy. Nel 2019 esce Il respiro del sangue (Einaudi), che precede l’ultimo suo lavoro, L’animale più pericoloso.

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche del circuito SBAM.

:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

Il mio nome è Mostro, Katie Hale, (Liberilibri 2020) a cura di Viviana Filippini

12 luglio 2020

Katie Hale ha pubblicato questo suo romanzo d’esordio “Il mio nome è mostro”, nel 2019. Il libro è arrivato da noi in Italia nel 2020, grazie all’editore Liberilibri, e quello che stupisce è che la trama rientra a pieno nella tipologia del romanzo distopico nel quale la protagonista è, almeno così sembra, l’unica sopravvissuta di una pandemia. Già, di una “Malattia”, perché è così che viene chiamato l’antagonista nella trama della Hale. Un invisibile nemico che ha sterminato il genere umano. Pandemia, malattia, virus, sono termini diventati per noi oggi, ai tempi del Covid-19, vera e propria quotidinità nella quale il mondo è stato catapultato a inizio anno, ma la britannica Hale, già li aveva messi nel suo testo un anno fa, anticipando quella che sarebbe stata l’atmosfera dei nostri giorni. La protagonista è sola in un mondo reso deserto dalla malattia che ha seminato panico e morte. Il luogo dove lei si aggira non ha un’identità precisa, ci sono elementi che fanno pensare alle terre nordiche, ma potrebbe essere ovunque, come qualunque potrebbe essere il tempo nel quale la narrazione si svolge. Chi ci racconta, lo fa dal suo punto di vista, non solo portando a noi lettori la desolazione, solitudine, stato di abbandono di un pianeta che sembra essere uscito da un devastante conflitto bellico. La narratrice-protagonista espone i suoi sentimenti, la sofferenza per avere perso la sua famiglia, il dolore fisico delle ferite infette, la stanchezza del viaggio di ritorno a casa controbilanciati dalla forza, dal coraggio, dalla volontà di farcela a tutti i costi. Elementi che le permettono di procedere in quella che è la sua impresa: tornare alla vita in un mondo tutto da ricostruire. Durante la lettura si intuisce come la giovane stia facendo una lunga traversata dal suo rifugio nelle Svalbard, dove aveva trovato riparo, fino alla casa natia, ma tutto attorno a lei è morte, desolazione e distruzione. Certo è che per la protagonista c’è una inaspettata sorpresa quando trova una ragazzina sola, abbandonata e tremendamente impaurita che lei decide di soprannominare “Mostro”, lo stesso nomignolo che il padre le aveva dato da piccola. Il romanzo dalla Hale è diviso in due sezioni, ed è proprio nella seconda parte che si innesta la narrazione dal punto di vita della seconda sopravvissuta, anche lei alla ricerca di una nuova speranza in un mondo a tratti primordiale, dove i saccheggi hanno svuotato le case dei tanti umani uccisi dalla “Malattia” e lasciato una sensazione di decomposizione costante. Il romanzo di Katie Hale è potente per la sua capacità di aver raccontato una stato di panico, di terrore e di messa in crisi di ogni certezza che noi abbiamo incontrato in modo reale in questo 2020 con lo scoppio del Coronavirus. Il lavoro letterario della Hale è ancora una volta la dimostrazione di quanto il confine tra letteratura, finzione e realtà sia sottile, anzi, a volte la narrativa riesce ad anticipare quello che accade nella vera esistenza del mondo. Quello che mi ha colpito di più è la convinzione della prima sopravvissuta che la solitudine nella quale si trova sia l’unica via di salvezza da ciò che potrebbe annientarla. Una certezza che comincia a traballare un po’ con la scoperta che esiste qualcun altro. Le due ragazze, così diverse per carattere e atteggiamento nei confronti della vita, si rimboccheranno le maniche per un nuovo domani tutto da costruire, anche se non hanno ben chiaro come. Certo è che quelle giovani e la nuova vita che sta crescendo in una di loro, dal mio punto di vista, potrebbe essere vista come la rappresentazione dei due progenitori/progenitrici di una nuova umanità. Traduzione di Carla Maggiori.

Katie Hale (1990), britannica, si è laureata in Letteratura inglese alla University of London nel 2012 e in Scrittura creativa nel 2013 alla University of St Andrews. Nel 2019 ha ricevuto la prestigiosa MacDowell Fellowship.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Maria Stefania Gelsomini dell’uffcio stampa Liberilibri.

:: I superstiti del Télémaque di Georges Simenon (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

10 luglio 2020

gsimenonGeorges Simenon è un genio che aveva in testa la grande letteratura, solo la sua mente poteva partorire il ciclo infinito dei romanzi duri.
Tra questi, I superstiti del Télémaque occupa un posto di rilievo.
Adesso Adelphi lo rimanda in libreria (traduzione di Simona Mambrini) e come sempre accade, noi tutti appassionati di Simenon, ci deliziamo con grande ammirazione.
Siamo nella provincia normanna. Pescatori, città nebbiose, caffè dove si consuma la vita.
Il capitano Pierre Canut viene accusato di un delitto, la vittima è Février, un marinaio che viene trovato sgozzato nella sua abitazione in cima a una scogliera a Fécamp.
Charles, il fratello gemello, sa che Pierre è innocente e farà di tutto per scagionare la carne della sua carne.
I Canut sono vittime del tragico passato. La loro disgrazia è legata al naufragio del Télémaque, dove il vecchio Canut perse la vita. Una nave inglese trovo il relitto con a bordo alcuni superstiti, tra questi c’era Février.
La vedova accuserà Février, che era uno dei sopravvissuti. La donna non si darà mai pace, fino alla pazzia. Accuserà Février , ritenendolo responsabile della morte del marito.
Simenon con la sua abilità conduce il lettore nel labirinto intrigato di una storia che si tinge di giallo dove i misteri da svelare sono davvero numerosi e ogni personaggio porta con sé un piccolo frammento di verità.
Un dramma psicologico con altissime tensioni narrative in cui troviamo tutta la volontà di potenza del grande scrittore che ancora una volta con un ritmo incalzante ci porta senza un attimo di respiro nella storia che fino alla fine nasconde i suoi misteri.
Les Rescapés du Télémaque venne scritto in uno chalet a Igls (Tirolo, Austria), nel dicembre 1936, apparve a puntate su “Le Petit Parisien”, dal 25 giugno al 24 luglio 1937 e in volume nel 1938.
In Italia lo pubblicherà Mondadori nel 1948 con il titolo I superstiti del Telemaco.

«Mi è bastato chiudere le persiane e, seduto accanto a una grossa stufa di maiolica, scrivere I superstiti di Télémaque. Subito mi hanno raggiunto in Tirolo l’odore delle aringhe, gli equipaggi di marinai normanni e quella città, placida o animata a seconda delle maree, costantemente annerita dalla pioggia».

Così scrive Simenon nel prologo.
Due ragazzi infelici, segnati dalla morte del padre, una madre che perde la testa dal dolore, un omicidio che dilania le coscienze di un posto tranquillo.
Simenon è duro, molto duro in uno dei suoi tanti romanzi duri, il più riuscito, nel delineare la natura umana con tutte le sue atroci contraddizioni.
Un romanzo che ha una potenza fenomenale. Una storia partorita dalla mente lucida di quel grande genio della letteratura che si chiama Georges Simenon. Un narratore immenso che non finirà mai di stupirci.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.