Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: “Santa Francesca Romana e il Purgatorio” di Marcello Stanzione e Carmine Alvino, (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2026

La conosciamo come la santa dei viaggiatori: la tradizione racconta che Santa Francesca vedesse chiaramente il suo angelo custode, il quale le rischiarava la strada e la guidava di notte tra i vicoli noir di Roma mentre andava ad aiutare i poveri. E poi la bilocazione: le si attribuiva il dono miracoloso di trovarsi in più luoghi nello stesso momento, una capacità di “spostamento rapido” ideale per chi viaggia. Sin qui il Manifesto della sua santità, ma questo Lume acceso in eterno per il Signore seguì nei suoi ultimi anni di vita un complesso itinerario mistico, nel corso del quale fu ricompensata da altre grazie soprannaturali dovendo però anche subire gravi e dolorosi tormenti, persecuzioni crescenti e aggressioni persino fisiche di spiriti maligni; fu gratificata da doni straordinari come visioni e profezie.

In questo prismatico volume, ci si inoltra nel viaggio che l’umanità compie alla fine della vita terrena per purificarsi dei peccati se non si è caduti nella Bolgia infernale o se non si è raggiunto il grado della perfezione in Terra per poter godere immediatamente il suolo etereo del Paradiso. Santa Francesca Romana lo ha compiuto per noi catapultandoci nel mondo della Purgazione e dell’Attesa.

L’unica differenza forte tra processo catartico terrestre e ultraterrenno riguarda la possibilità dei meriti e dei demeriti. Poiché la possibilità di scegliere è riservata solo al periodo terrestre della nostra esistenza, ne consegue che la capacità di crescere nell’amore o di aggravare lo stato personale di colpa e di pena si può espletare solo nel mondo di quaggiù e non nell’altro: “Bisogna riconoscere che il purgatorio è uno stato davvero simile a quello degli uomini santi della terra, a parte l’assoluta incapacità di meritare e di demeritare”.

Stando così le cose si può affermare che coloro che hanno deciso di trasformare l’esperienza esistenziale terrena in un purgatorio anticipato, optando coscientemente e volontariamente per una vita moralmente ordinata e inzuppata di penitenze nelle sue varie forme(digiuno, preghiera, elemosina, opere buone, pazienza nelle tribolazioni), non sono affatto persone da compiangere, ma al contrario, persone da ammirare ed emulare, in quanto hanno compreso, anche se per grazia divina, che soltanto nel cammino di purificazione, per unirsi di più a Dio, si può sperimentare la gioia più grande e autentica sulla terra. Non si tratta di poveri uomini stupidi che rinunciano a vivere, ma di persone illuminate e fortificate dalla grazia divina, per cui le cose terrene sono viste come polvere e le cose celesti come beni reali, come valori imperituri, interiormente appaganti e degni di essere amati, ricercati, e vissuti.

Il Purgatorio di Santa Francesca Romana è dominato dalla presenza degli angeli e risuona del canto dolente della preghiera penitenziale. Il tema del dolore e del tormento espiatorio abbandona ogni riferimento alla corporeità. Il Purgatorio di santa Francesca infatti è il regno della speranza e del perdono; esso è diviso in vari livelli, a loro volta raggruppati in tre regioni distinte, una Inferiore, una Mediana e una Superiore, nelle quali le pene sono commisurate in relazione alla gravità dei peccati commessi in vita. La Regione Inferiore è molto vicina all’Inferno, l’anima che è ivi posta non solo è assistita dall’angelo custode che le fu affidato dall’infusione dell’anima nel corpo, ma è costretta a sopportare oltre al castigo della fiamma mondatrice, la continua presenza del demone, che continua a tormentarla, seppur, spiritualmente, esso sia estraneo al Purgatorio.

Nei Messaggi a Medjugorje la Santissima Vergine Maria avrebbe detto ai Veggenti: “In Purgatorio ci sono tante anime e tra queste anche persone consacrate a Dio. Pregate per loro almeno sette Pater Ave Gloria e Credo. Ve lo raccomando! Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicino all’ Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”.

Il luogo Inferiore del Purgatorio

L’ancella di Cristo, comandata dall’obbligo di obbedienza imposto dal confessore, rivela la Visione di questo luogo di purgazione delle anime.

Ella vide infatti, all’ingresso di questo luogo delle parole scritte che così dicevano: “Questo è il Purgatorio, luogo di speranza, ove le anime qui esistenti compiono un intervallo”. Accompagnata dall’Arcangelo San Raffaele, il Divin Principe così le spiega quella enigmatica frase: “… Questo è il luogo del Purgatorio, nel quale le anime stanno a mondarsi dei loro peccati, ed è chiamato anche con l’altro nome di Luogo di Speranza…”.

Difatti, quel luogo inferiore era pieno di fuoco limpido, diversamente dal  fuoco infernale che è scuro e tenebroso. Questo fuoco ha una grande fiamma rossa, che tuttavia non contempla quelle anime che sono in essa. E quindi le anime qui esistenti hanno sempre le tenebre esteriori, ma interiormente sono attinte nella misura della grazia che possiedono, perché conoscano la verità e la determinazione del tempo.

Quelle anime che in questa vita commisero gravi peccati, sono qui collocati dagli angeli che a loro furono affidati in vita affinché si purghino in quella fiamma e là rimangono in quello stesso fuoco secondo le qualità e la quantità dei peccati commessi.

Quelle anime, poi, dopo il tempo debito, uscendo da quelle pene nelle quali erano stati per lungo tempo, ascendono al secondo luogo.

Qualunque anima esistente nel fuoco del Purgatorio per qualunque peccato mortale da lei commesso deve rimanere in quello stesso luogo per sette anni, da questo tempo niente le può essere diminuito, nemmeno la più piccola parte di un’ora per elemosine fatte per loro  da quelli che sono in questo mondo o orazioni e atti benefici sino a quando sia finito il predetto tempo. Nel modo in cui il Signore nostro Gesù Cristo compì 33 anni e certi mesi, così è necessario che le anime esistenti in quel luogo rimangano nel medesimo sette anni per qualunque peccato mortale.  Disse anche questa umile ancella di Cristo che quelle anime esistenti nel Purgatorio, tuttavia non sono tanto tormentate nel fuoco atroce e ardente, grazie a suffragi,  orazioni ed  elemosine.

Inoltre  le anime che stanno in quel  fuoco del Purgatorio, a causa delle gravi pene che sopportano, continuamente gridano con voci pie e umili, senza fermarsi:” O Dio pio e misericordioso, misericordia, misericordia…”.

Riconoscono, infatti, che giustamente e degnamente sopportano queste sofferenze. E poiché si accontentano delle stesse pene, ricevono qualche refrigerio e qualche consolazione, sapendo che sono per venire alla Gloria Beata. In quel luogo dove si infliggevano maggiori pene stavano le anime dei sacerdoti perchè non si erano esercitati secondo la dignità ricevuta nella cura delle anime che avevano.

Il luogo Mediano del Purgatorio era suddiviso in tre luoghi abbastanza grandi, nei quali operava la divina giustizia.

Nel primo vi era un luogo pieno di ghiaccio freddissimo, il secondo era pieno di pece liquefatta mista a olio bollentissimo e con altre pene, l’altro luogo poi era quasi di alcuni metalli liquefatti, forse oro o argento (..).

Nel luogo mediano erano costituiti 38 angeli che accoglievano le anime che uscivano dal fuoco inferiore del Purgatorio e anche anime che quando erano nei corpi, non avevano commesso peccati così gravi da meritare di essere  nel luogo inferiore. E questi  gloriosi angeli  quando accoglievano le predette anime non lo facevano con improperi, come facevano i demoni quando gettavano le anime nell’inferno, ma accoglievano le stesse con grazia e molto umanamente, trasportandole da luogo a luogo, e con grande carità. I 5 anni previsti nel  luogo mediano erano abbreviati e potevano essere abbreviati per mezzo dei suffragi, orazioni ed elemosine per tutte le anime che si trovano lì. Le anime che si trovano qui non hanno visione orribile dei demoni e lodano sempre la misericordia del Signore e Gli rendono grazie.

Disse anche questa umile ancella di Cristo che i suffragi fatti dai viventi per le anime che stanno nell’inferno, né possono giovare agli stessi, né anche alle anime esistenti nel Purgatorio, ma solo risultano in utilità a quelli che li fanno.

Il luogo Superiore del Purgatorio era più luogo di quiete che di pene.

Qui stavano le anime già purificate dai peccati. Nell’acqua le stesse anime ricevevano un grandissimo refrigerio, consolazione, e letizia senza alcuna pena. Vi erano, infatti,  le anime degli uomini e delle donne che in questo mondo vissero con giustizia e fecero penitenza e soddisfazione, si occuparono di sante opere e si affidarono alla Divina Volontà, ricevettero il martirio per amore di Dio, oppure erano stati da poco battezzati  e non avevano commesso nessun peccato. Pertanto nessuna anima creata, per quanto in questo mondo fosse stata giusta e avesse fatto le più grandi penitenze, è libera di entrare in questo luogo, ma è necessario che prima di entrare alla Gloria beata si ponga in quell’acqua, che è purificante e mondante, eccettuate tuttavia quelle anime che furono privilegiate dal Signore nostro Gesù Cristo e dalla sua Santissima Madre.

Dopo l’immersione nell’acqua, quelle anime venivano spinte fuori e dagli angeli venivano condotte in un altro luogo nel quale c’era un certo uomo nobile e onorevole, Abramo. E sebbene Abramo stia nel coro serafico, tuttavia c’è un luogo ordinato nella vita eterna che è chiamato “seno di Abramo”.

Quando l’anima felice si trova qui, proviene da lei un certo suono melodioso di non immaginabile soavità; con la guida di questo dolcisssimo suono, ascende e passa attraverso tutti i cori inferiori ed è posta nel coro serafico, nella postazione ordinata alla stessa anima felice dalla Divina Provvidenza. E quando più ascendono ai cori superiori e alle loro postazioni,maggiori solennità e gaudi vengono loro apportati e sempre quei gaudi crescono gradatamente, pertanto, per tutti i cori angelici e in tutta quanta la patria beata si fa una letizia indicibile di tutte le anime che si avvicinano alla stessa gloria beata.

Conclusione del mio articolo

Sono convinta che anche sulla Terra si possa vivere a tratti  il Paradiso, è la gioia della Gratitudine che fa correre in chiesa per inginocchiarsi e dire a Dio Grazie di quello che siamo, che abbiamo, che non meritiamo. Ma le vittime d’Amore di Gesù hanno scelto oltre la Delizia anche la Croce dell’esistenza, un percorso di purgatorio in Terra per salvare la propria e l’anima altrui.

Senz’altro una scelta coraggiosa, in fondo l’unica che possiamo intraprendere se vogliamo salire in Cielo senza passare dal fuoco della Purificazione estrema o se si rischia di dannarsi con comportamenti che nostro Signore patisce sulla Croce per amore nostro.

Viviamo un’epoca di Sodoma e Gomorra spensierata, tra guerre, pandemie, calamità naturali, eutanasia, aborto, fame, droga, e… senza più riferimenti a Dio, alla Croce, nei testi scolastici o universitari… peggio di così c’è la morte del pianeta, ci avviamo verso questo traguardo.. Ma il Signore ci ha lasciato i Vangeli, le Potenze degli Inferi non prevarranno sulla Chiesa; “IO sarò con voi fino alla fine del Mondo”, dice  Gesù. Allora? Cosa temiamo ancora uomini di poca fede? Ci salveranno le scimmie da dove gli studiosi ci fanno discendere o verrà il nostro Salvatore che l’ha promesso e si è fatto uomo come noi per salvarci? Aspettiamoci il peggio, perché poi verrà il meglio, pregando tutto si attutisce, Dio Padre è un Padre Giusto ma anche infinitamente Misericordioso.

:: Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2026) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2026

Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.

Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.

Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.

Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.

Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.

De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.

È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.

In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.

Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

:: E se il mondo salta in aria,  Sarah Jäger (Iperborea, 2026) A cura di Viviana Filippini

31 agosto 2026

Vacanze in arrivo e pronti tutti per la piscina. Non per tutti però, perché i due protagonisti – Juri e Ava, 14 anni- di “E se il mondo salta in aria”,  Sarah Jäger, edito da Iperborea sono invece chiusi in casa. Lui ha fatto una scelta volontaria, perché ha paura di tutto quello che è e c’è nel mondo e solo stando nella propria camera riesce a sentirsi al sicuro. Ava, al contrario, è sempre a zonzo con gli amici e anche a causa di questo è stata messa in punizione. Juri e Ava, ognuno a casa sua, in realtà si conoscono perché erano in classe assieme alle scuole elementari, ed è da molto che non si vedono e sentono. Ava, che non sa come far passare il tempo, contatta Juri su WhatsApp, e lui, strano ma vero, le risponde dando il via a qualcosa di inaspettato, spiritosi, simpatico e allo stesso commovente. Il libro per ragazzi della Jäger è interessante, perché affronta il tema dell’amicizia, e di come a volte, proprio in questo caso, i social possono diventare un appiglio e uno scoglio a cui aggrapparsi per trovare la salvezza, perché per i due protagonisti adolescenti inizierà uno scambio di messaggi che sarà qualcosa di un semplice invio o di una spunta azzurra. In questa chiacchierata virtuale dove entrambi si raccontano a ruota libera è Interessante notare la diversità di approccio alla comunicazione usata dai due protagonisti.  Ava  per esempio  usa solo vocali ed è una chiacchierona, mentre Juri manda solo messaggi scritti ed è sempre minato dalla sua insicuro e paura della vita. Il legame virtuale che nasce pagina dopo pagina, o meglio messaggio in chat dopo messaggio in chat, evidenzia come il costante scambio tra i due ragazzi diventi un vero e proprio salvagente per entrambi, perché piano piano i due cominceranno a raccontarsi le loro ansie, gioie, timori e paure. Messaggio dopo messaggio in “E se il mondo salta in aria” Juri e Ava, isolati dal resto del mondo,  impareranno a riscoprire il valore speciale dell’amicizia, del sostenersi a vicenda e farsi forza uniti anche ad una giusta dose di coraggio per affrontare il rapporto e confronto con quella la realtà esterna che tanto spaventa e disorienta. Il romanzo è stato il vincitore del Deutscher Jugendliteraturpreis 2025, il più importante riconoscimento tedesco per la letteratura per ragazzi. Illustrazioni di Sarah Maus e traduzione di Valentina Freschi.

Sarah Jäger è una scrittrice ed esperta di pedagogia teatrale, è sempre alla ricerca di storie che colpiscano il cuore, la mente e la pancia dei suoi giovani lettori. Ha scritto diversi romanzi apprezzati per la forza narrativa con cui raccontano il mondo delle emozioni e dei sentimenti degli adolescenti.

Source: della lettrice.

Quindici anni di Vigdis Hjorth (Fazi Editore 2026) a cura di Valentina Demelas

30 agosto 2026

Quindici anni di Vigdis Hjorth, pubblicato in Italia da Fazi Editore nella traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, è un romanzo di formazione toccante, in cui la scoperta delle menzogne familiari porta la protagonista adolescente a interrogarsi sugli adulti, sul senso della realtà, sulla giustizia e su quanto sia difficile restare fedeli a se stessi.

Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina norvegese con i genitori, la sorella Elisabet e il fratellino Lasse. La sua esistenza è scandita da abitudini consolidate: i pasti insieme, le domeniche sugli sci, le gite al lago, le vacanze e le ricorrenze religiose. Quella regolarità la protegge:

«Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo».

L’equilibrio si rompe quando Paula scopre le lettere che la madre scrive alla nonna materna, donna severa e profondamente religiosa, figlia di un celebre predicatore. In quelle pagine la realtà viene resa più presentabile: l’esame di matematica fallito da Elisabet diventa un successo, il padre riceve una promozione mai avvenuta e Paula viene descritta come una nipote devota. Falsità forse piccole per un adulto, ma sufficienti a incrinare l’intero sistema di valori della ragazza.

Hjorth evita la contrapposizione troppo semplice tra l’innocenza dell’adolescente e l’ipocrisia dei grandi. Paula condanna la madre, ma cerca anche di comprenderne le ragioni: la paura del giudizio, il desiderio di compiacere la nonna, la frustrazione di una vita governata dalle aspettative altrui. La menzogna diventa così il sintomo di una più profonda rinuncia all’autenticità.

Anche la religione viene affrontata senza facili provocazioni. Paula non rifiuta la ricerca di un significato; si ribella a una fede ridotta a rituale, obbedienza e controllo. Il confronto con il pastore, unico adulto disposto ad ascoltarla, mostra la complessità del conflitto: persino lui può proporle soltanto un compromesso basato sulla finzione e sul silenzio.

Karen, la migliore amica, rappresenta invece uno spazio di libertà. Quando si trasferisce, le lettere scambiate tra le due ragazze diventano una forma di presenza e resistenza. La scrittura assume così un doppio valore: nelle mani della madre altera la realtà, in quelle di Paula e Karen prova a raggiungere una verità condivisa.

«Una frase può cambiare qualunque cosa. Si trattava di trovare la frase che poteva cambiare tutto l’impossibile, se l’avesse trovata, non avrebbe più avuto nemmeno bisogno di gridare, le sarebbe bastato dirla con calma».

In queste parole è racchiuso uno dei nuclei del libro.

La narrazione in terza persona aderisce alla coscienza di Paula. I periodi lunghi, le associazioni e i pensieri ricorrenti riproducono con precisione il rimuginio di una ragazza incapace di accettare risposte convenzionali, la pressione che cresce in lei e la maturazione della sua volontà.

La ribellione di Paula non è clamorosa: procede attraverso esitazioni, piccoli rifiuti e tentativi che si scontrano con l’indifferenza degli adulti. Hjorth racconta l’adolescenza come un’età di dolorosa lucidità, nella quale si scopre che le persone amate possono deludere, che una famiglia può soffocare anche mentre cerca di proteggere e che crescere significa scegliere quali eredità accogliere.

Quando Paula comprende di dover difendere personalmente la propria volontà, il romanzo raggiunge la sua affermazione più vitale:

«Le era concesso vivere una sola volta, per questo sarebbe successo quello che doveva succedere, fine».

Una frase asciutta, quasi brutale, che non promette una libertà senza conseguenze, ma segna il momento in cui la ragazza decide di assumersene il prezzo.

Si tratta di un romanzo intenso, rigoroso e profondamente umano, che affida alla protagonista una conquista essenziale: il diritto di decidere chi diventare.

Vigdis Hjorth, nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, tra cui una ventina di romanzi, conquistando numerosi premi letterari. Eredità (Fazi Editore, 2020), incluso nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale. Fazi Editore ha pubblicato anche Lontananza (2021), finalista all’International Booker Prize 2023, e Ripetizione (2025).

Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo l’ufficio stampa Fazi Editore.

La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea 2026) a cura di Valentina Demelas

29 agosto 2026

Quanto può resistere un’amicizia quando una delle due persone prende una direzione nuova e l’altra interpreta quel cambiamento come un abbandono? Questa domanda è il nucleo attorno al quale Anne Cathrine Bomann costruisce La stagione dell’acquario, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione dal danese di Eva Valvo. Un romanzo intimo e misurato che affronta la solitudine, la paura di essere sostituiti e il bisogno di sentirsi accolti, evitando però di offrire risposte rassicuranti a ogni costo.

Vigga attraversa la vita come se non riuscisse a trovare un posto che le corrisponda. Accetta lavori provvisori, non immagina un futuro preciso e osserva con distacco quel modello di realizzazione composto da carriera, relazione stabile e famiglia che sembra funzionare per quasi tutti gli altri. A tenerla ancorata è soprattutto Maiken, amica dai tempi della scuola e centro quasi esclusivo della sua vita affettiva. Quando Maiken le confida di essere incinta, per Vigga la sua felicità assume immediatamente il significato di una perdita: l’amica sta entrando in una fase adulta alla quale lei sente di non appartenere.

Psicologa oltre che poeta e scrittrice, l’autrice tratteggia una protagonista che non è stata pensata per conquistare facilmente il lettore. Vigga è passiva, brusca, a volte ripiegata su sé stessa; tuttavia non viene né condannata, né addolcita artificialmente. L’autrice la osserva con una lucidità partecipe, lasciando emergere quanto, dietro la sua durezza, agiscano la fragilità e il terrore di restare sola. Ciò che Vigga chiama amicizia contiene infatti anche una forte dipendenza: Maiken è diventata la persona dalla quale pretende, più o meno consapevolmente, una presenza senza cambiamenti né scadenze.

L’impiego temporaneo presso l’Acquario di Copenaghen, porta nella sua quotidianità un incontro imprevedibile: quello con Rosa, un polpo dalla spiccata intelligenza, solitario e desideroso di sottrarsi alla cattività. Rosa non è soltanto un’immagine nella quale Vigga può riconoscersi, è una creatura con un modo di percepire l’ambiente profondamente diverso da quello degli esseri umani. Gran parte dei neuroni dei polpi è distribuita nelle braccia, che possono raccogliere informazioni e agire con una certa autonomia. Questa forma di intelligenza diffusa incrina nella protagonista – e nel lettore sensibile – l’abitudine umana a considerare la propria esperienza come misura di tutte le altre.

Le osservazioni scientifiche non rimangono semplici curiosità, ma alimentano una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla possibilità di avvicinarsi a un altro essere senza ricondurlo alle nostre categorie. Anche l’acquario finisce per riprodurre concretamente la condizione di Vigga: ogni cosa è visibile e apparentemente vicina, eppure tra lei e il resto del mondo sembra rimanere una parete difficile da attraversare.

Bomann predilige le tensioni sottili ai grandi avvenimenti e affida il movimento della storia soprattutto alle trasformazioni interiori. Nella versione italiana la prosa ha un andamento sobrio e scorrevole, attraversato da una malinconia mai compiaciuta.

Rosa non viene trasformata in una sorta di terapeuta incaricata di riparare Vigga. Allo stesso modo, l’amicizia non viene celebrata come un vincolo che autorizza a reclamare per sempre il tempo e la presenza dell’altro. Il romanzo esalta l’importanza dell’apprezzamento dell’alterità e mostra piuttosto che voler bene significa anche accettare ciò che non possiamo trattenere e riconoscere all’altro il diritto di cambiare.

Un libro raccolto, intelligente e solo in apparenza leggero, che attraverso l’incontro fra una donna e un animale lontanissimo da noi pone un’ulteriore e preziosa questione universale: è possibile amare qualcuno senza affidargli la responsabilità della nostra salvezza?

Anne Cathrine Bomann è nata nel 1983, è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: Milady di Adelaide de Clermont-Tonnerre (EO, 2026) a cura di Giulietta Iannone

25 agosto 2026

A quasi due secoli dalla sua creazione, il personaggio di Milady de Winter, ideato da Alexandre Dumas ne I tre moschettieri (1844), riprende vita nel romanzo Milady (Je voulais vivre) di Adelaide de Clermont-Tonnerre, pubblicato nel 2025 da Éditions Grasset e tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca. Insignito del prestigioso Prix Renaudot 2025, il romanzo è, se vogliamo, una rivisitazione contemporanea e femminista della più celebre antieroina dell’Ottocento, un prodigio di contraddizioni che nel romanzo di Dumas solo si intravedono e che Clermont-Tonnerre mette invece pienamente in luce.

Ma intendiamoci: non è un tentativo di correggere o riscrivere Dumas. È un’operazione molto più complessa e personale, che porta la scrittrice francese a cercare la donna dietro il mito, non per assolverla o compatirla, ma per darle voce. La voce di una donna che ha amato, è diventata madre, ha subito soprusi e violenze e che, alla fine, dopo un processo arbitrario, è stata uccisa.

Questo, è bene ripeterlo, non la assolve dai crimini che ha commesso e non ne fa una Giovanna d’Arco. Permette però, in filigrana, di comprendere perché abbia scelto la strada della vendetta in un mondo di uomini che non tolleravano donne indipendenti e libere come lei cercava di essere. Milady rimane un personaggio spigoloso, spesso poco empatico, che non cerca compassione ma verità e giustizia.

L’autrice sceglie di spostare il punto di vista e di restituire voce a una donna che, nella versione originale, è soprattutto osservata attraverso gli occhi degli uomini che la circondano: uomini che subiscono il suo fascino e, nello stesso tempo, la disprezzano proprio per il suo essere irraggiungibile, indomabile e fuori dagli schemi dell’epoca.

La scrittura di Clermont-Tonnerre è elegante, sfarzosa, ricca di atmosfera, capace di trasportare il lettore nell’epoca storica raccontata e, allo stesso tempo, di rendere sorprendentemente attuali le riflessioni sulla condizione femminile. Non è un romanzo di cappa e spada, né cerca di replicare il ritmo avventuroso di Dumas: ha piuttosto una dimensione introspettiva ed esistenziale, ma racchiude in sé uno scrigno di riflessioni che aiutano a comprendere anche le donne di oggi.

E proprio qui emerge tutta la modernità del personaggio di Dumas: una donna che non si piega alle ragioni della storia e che, nella rilettura di Clermont-Tonnerre, si reinventa attraverso la propria individualità, i propri diritti e le proprie ragioni.

Milady non è dunque un’eroina, ma neppure soltanto una vittima del suo tempo. È una donna con le sue fragilità e la sua rabbia, ma anche con qualità indubbie: la bellezza, l’intelligenza, l’intraprendenza, il coraggio. È, nello stesso tempo, astuta, seducente, manipolatrice e spietata. Ed è proprio questa complessità ad averla resa molto più memorabile di una semplice antagonista.

La sua bellezza e la sua capacità di sedurre diventano strumenti di potere. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, il vero crimine che non le viene perdonato.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, giornalista e scrittrice, si è formata all’École normale supérieure. Con il suo romanzo d’esordio, Il visone bianco (Mondadori 2011), ha vinto cinque premi letterari, tra cui il Prix Maison de la Presse e il Prix Françoise Sagan. L’ultimo di noi (Sperling & Kupfer 2019) ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie française 2016 ed è stato tradotto in dieci lingue. Con Les jours heureux ha vinto il Premio Cabourg del romanzo 2021 e con Milady il prestigioso Prix Renaudot 2025.

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Dracula: Una vita così bella di Charlotte Gastaut (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

23 agosto 2026

Oggi vi parlerò della rivisitazione di Dracula, il celebre romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker, realizzata da Charlotte Gastaut, che firma sia le illustrazioni sia i testi di questo bell’albo illustrato, appena pubblicato da Gallucci con la traduzione dal francese di Cinzia Poli. Il titolo è Dracula – Una vita così bella (Dracula: Une si belle vie, 2025).

Condannato a vivere per sempre, cibandosi di sangue umano, il Dracula di Charlotte Gastaut un giorno abbandona il male e si improvvisa stilista, chiuso nella solitudine del suo castello nei Carpazi. Il suo talento e il suo successo lo portano all’attenzione di una rivista di moda, che decide di mandare da lui una giovane giornalista, Mina Vermeil.

Da questo incontro nasce una storia d’amore poetica e romantica, nella quale i due protagonisti danno vita a un sodalizio non soltanto sentimentale, ma anche artistico. Insieme realizzano creazioni di sorprendente bellezza, tra vestiti e cappotti per ogni stagione, trasformando la solitudine di Dracula in un’esistenza nuova, fatta di creatività e condivisione.

Ma il tempo passa, Mina invecchia e… lascio il racconto in sospeso, perché non è bello svelare il finale.

Quello che posso dire è che il racconto parla del potere salvifico dell’amore e della bellezza e di quanto anche i cuori più solitari e malinconici possano esserne toccati. Gastaut ci offre così un Dracula diverso da quello che conosciamo: non più soltanto una creatura oscura e terrificante, ma un essere capace di amare, creare e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.

Una storia delicata e malinconica, accompagnata da illustrazioni raffinate e suggestive, che confermano come anche una figura così profondamente legata all’orrore possa diventare, nelle mani di un’artista sensibile e delicata, protagonista di una fiaba sull’amore, sul tempo e sulla bellezza.

:: Una giornata a passo leggero di Jelena Lengold (Voland, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2026

Una giornata a passo leggero della scrittrice serba Jelena Lengold, tradotto da Elisa Copetti per Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo di notevole qualità letteraria che ci porta nella vita di uno scrittore di successo della Belgrado contemporanea, Isidor Kraus, cinquantenne, molto amato dai lettori e apprezzato da stuoli di donne, anche giovani, per il suo fascino dimesso e disincantato.

Arrivato a quel punto della vita in cui, inevitabilmente, si cominciano a fare bilanci, Isidor si accorge di non riuscire più a scrivere con la facilità di un tempo. O forse si accorge che il romanzo che vuole realmente scrivere — quello dedicato alla vita di suo padre, morto da poco — è l’unico che sente davvero necessario, invece di continuare a perdersi nei racconti di sé stesso e nella propria incapacità di costruire relazioni stabili, capaci di renderlo emotivamente completo e, forse, finalmente realizzato.

Ma cos’è la scrittura? E cos’è, davvero, la letteratura?

Sembra chiederselo Lengold, trasformando il romanzo in un’ampia e affascinante riflessione metaletteraria sulla capacità della letteratura non soltanto di scavare nel profondo delle anime, ma anche di curarle, in uno slancio salvifico che la avvicina alla musica e, più in generale, all’arte.

Ma la letteratura può davvero salvare?

Oppure le fratture del passato, i rapporti mai completamente risolti, le fughe attraverso le quali abbiamo cercato di rifugiarci per elaborare i lutti restano comunque lì, a incombere sulle nostre vite, anche quando crediamo di averle finalmente superate?

Isidor Kraus sembra cinico, disilluso. Non vuole che gli altri si aspettino più nulla da lui. Ma è una maschera, sedimentata negli anni in cui ha cercato di dimenticare un amore che lo ha segnato davvero, quello vissuto a diciotto anni, quando si ama in modo assoluto, senza egoismi e senza limiti.

E quell’amore, mai veramente dimenticato, torna improvvisamente nella sua vita attraverso alcune mail ricevute da un ipotetico lettore. Ne nasce uno scambio di botta e risposta al quale Isidor aderisce con riluttanza, fino a quando quell’uomo svela la propria identità: non è un anonimo lettore, ma il figlio di Irma, che ha bisogno del suo aiuto.

Sebbene il protagonista sia maschile, sono soprattutto le donne che ruotano intorno a lui a costruirne, in qualche modo, l’identità: Olga, la traduttrice; Maja, la giovane giornalista televisiva; Irma, l’amore della giovinezza; e la madre, morta troppo presto, quando Isidor era ancora adolescente.

Sono loro, con la loro presenza o con la loro assenza, la voce sommessa che arricchisce e insieme ferisce la vita di un uomo che ha trovato nella scrittura una via di fuga, un modo per difendersi dalle insidie del tempo e dai dolori della vita.

Lengold scrive con una grazia particolare, senza mai forzare il sentimento. C’è malinconia, ma non c’è compiacimento; c’è dolore, ma rimane quasi sempre sottovoce. Ed è forse proprio questa misura a rendere così intensa la storia di Isidor: la sensazione che dietro la sua ironia, dietro il suo disincanto e dietro la sua apparente capacità di non aver bisogno di nessuno, si nasconda un uomo che continua a fare i conti con ciò che ha perduto.

Poetico, delicato, sommesso, Una giornata a passo leggero è un romanzo sulla memoria, sull’amore, sulla perdita e sulla possibilità — forse illusoria, forse necessaria — che raccontare ciò che ci ha ferito possa finalmente aiutarci a comprenderlo.

Un romanzo bellissimo, luminoso, scritto da una delle voci più importanti della letteratura serba della sua generazione.

Jelena Lengold Nata nel 1959 a Kruševac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Vašarski Mađioničar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.

Elisa Copetti È una traduttrice friulana, docente di lingua serbo-croata presso l’Università di Udine. Ha tradotto svariati romanzi e opere teatrali di autori serbi e croati, vincendo nel 2008 il Concorso internazionale “Estroverso”, dedicato alla traduzione di letteratura per l’infanzia dalle lingue dell’est Europa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Polvere di Piksi di Barbi Marković (Voland, 2026), a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2026

Polvere di Piksi della scrittrice serba Barbi Marković, nella bella traduzione dal tedesco di Lucia Assenzi e pubblicato da Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo breve, brevissimo: appena cento pagine. Eppure, dentro questo spazio così esiguo, l’autrice riesce a far entrare un intero universo, luminoso e grottesco, tenero e assurdo, profondamente balcanico.

È un mondo fatto di contraddizioni, colori, suoni, umorismo e vitalità, un mondo attraversato dalle ferite della storia, dalle divisioni, dagli sgretolamenti e dalle tragedie che hanno segnato i popoli della ex Jugoslavia senza riuscire, però, a spegnerne la capacità di giocare, ridere, raccontare e trasformare persino il dolore in una forma di vitalità. Al centro di questo universo c’è il calcio, che in Polvere di Piksi è molto più di uno sport: è una metafora della vita, un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un collante generazionale capace di mettere in comunicazione padri e figli, memoria privata e memoria collettiva.

Il romanzo, fortemente autobiografico, prende avvio dal compleanno di Barbi, che ha otto anni. È proprio in occasione del suo compleanno che il padre Slobodan la conduce, secondo un rituale ormai consolidato, in un campo di calcio. Per lui quel pellegrinaggio è quasi una necessità: il calcio è una passione, una fede, qualcosa che deve essere trasmesso alla figlia. Per Barbi, invece, è soprattutto una seccatura. La bambina è vivace, intelligente, curiosa, piena di risorse e di immaginazione, ma proprio non riesce ad appassionarsi a quel gioco che il padre considera così importante.

Slobodan, però, non si arrende. Nel tentativo quasi disperato di trasmetterle il proprio entusiasmo, per farla rivenire da uno svenimento, arriva persino a gettarle addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi, uno dei grandi miti del calcio jugoslavo e serbo. Che per paradosso invece di trasmetterle l’amore per il calcio la farà diventare una formidabile narratrice.

Da qui prende forma una storia che parte apparentemente da un gesto semplice e quasi comico per spalancarsi, pagina dopo pagina, su qualcosa di sempre più drammatico che arriverà a commuovere il lettore fino alla partita di Italia 90, giocata a Firenze da Argentina e Jugoslavia, l’ultima partita giocata dalla Jugoslavia prima dello scoppio della guerra, e della dissoluzione del paese come della dissoluzione della famiglia stessa della protagonista di cui il padre arriva a non ricordarne il nome.

Perché Polvere di Piksi non parla soltanto di una bambina che non ama il calcio e di un padre che cerca ostinatamente di farle cambiare idea. Il calcio diventa piuttosto il punto di accesso a un universo familiare, culturale e storico nel quale passato e presente si sovrappongono continuamente. Il campo da gioco diventa un luogo della memoria, mentre la figura paterna porta con sé un mondo di rituali, convinzioni, passioni e nostalgie che la bambina osserva con uno sguardo insieme affettuoso, ironico e disincantato.

Marković riesce così a costruire un originalissimo romanzo familiare e, nello stesso tempo, un racconto di formazione sui generis. Barbi bambina guarda gli adulti e il loro mondo senza accettarlo passivamente: lo interroga, lo mette in discussione, lo attraversa con la propria fantasia. Ed è proprio attraverso questo sguardo infantile che la realtà finisce per deformarsi, moltiplicarsi e diventare continuamente altro.

La scrittura procede infatti sul confine sottile tra autobiografia, realismo e fantastico. Il quotidiano viene costantemente attraversato dall’assurdo, dal grottesco e dal meraviglioso, in una fantasmagoria che ha qualcosa di profondamente balcanico ma che, allo stesso tempo, riesce a parlare di esperienze universali: il rapporto tra genitori e figli, il bisogno di appartenenza, la trasmissione delle passioni, il peso della memoria e la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti e per riflesso la difficoltà degli adulti di comprendere e attraversare l’universo dei bambini.

C’è anche una componente di parodia della narrativa popolare, che rende il libro particolarmente divertente e imprevedibile. Marković prende gli ingredienti della grande storia, della memoria collettiva e del racconto familiare e li mescola con il surreale, l’ironia e una certa irresistibile propensione al nonsense. Ne nasce un libro che non ha paura di essere giocoso, pur muovendosi su un terreno segnato da traumi storici e fratture profonde sia spsicologiche che storiche.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la capacità di tenere insieme leggerezza e tragedia senza che l’una cancelli definitivamente l’altra. La Storia rimane sullo sfondo, con le sue ferite e le sue divisioni, ma non schiaccia mai i personaggi. Al contrario, la vita quotidiana, il gioco, l’ironia e persino l’assurdità diventano strumenti di resistenza, modi per continuare a esistere e a raccontarsi.

Barbi non ama il calcio perchè ne vede una sublimazione della violenza, una metafora della guerra che sarà combattuta a breve spazzando via un mondo che non è solo la sua infanzia, ma è tutto quel tessuto connettivo familiare ed etico che costituisce la storia di un popolo.

In cento pagine Marković riesce dunque a raccontare molto più di quanto prometta la premessa. Polvere di Piksi è un piccolo gioiellino dalla grande caratura emotiva, una storia di famiglia e d’infanzia, una buffa e malinconica educazione sentimentale, un omaggio a un immaginario balcanico ricco di contraddizioni e vitalità. E il calcio, alla fine, non è che il pretesto perfetto: una palla che rotola, un campo, un padre, una figlia e la polvere sollevata dagli scarpini di un campione diventano il materiale attraverso cui raccontare una cultura, una memoria e soprattutto il complicato, tenerissimo rapporto tra ciò che i genitori vogliono trasmettere e ciò che i figli scelgono, inevitabilmente, di fare proprio. Un libro breve nelle dimensioni ridotte, dunque, ma sorprendentemente grande nell’immaginazione: grottesco, tenero, ironico e stranamente luminoso. Proprio come l’infanzia che racconta.

Barbi Marković Nata a Belgrado nel 1980, ha studiato Letteratura tedesca e vive a Vienna dal 2006. È autrice di numerosi racconti, romanzi, opere teatrali e radiodrammi per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui nel 2024 il prestigioso Premio della Fiera del Libro di Lipsia nella categoria narrativa. Polvere di Piksi – di cui è stato realizzato recentemente anche un adattamento teatrale – nel 2025 si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, importante premio letterario assegnato ogni anno alla migliore pubblicazione in lingua tedesca dedicata al mondo del calcio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

:: Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 agosto 2026

Ci sono romanzi nei quali il delitto arriva quasi in punta di piedi, preceduto da un’atmosfera inquieta, da una casa troppo silenziosa, da vecchie storie mai davvero sepolte. È il caso di Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen, quattordicesimo appuntamento con Lady Georgiana Rannoch, protagonista della serie Royal Spyness. Un giallo in costume, elegante e piacevolmente rétro, capace di mescolare mistero, suggestioni gotiche e uno sguardo ironico sulla vita dell’alta società britannica tra le due guerre.
Georgie è appena tornata dal viaggio di nozze con Darcy O’Mara, ma la felicità coniugale deve fare i conti con le misteriose missioni governative del marito, spesso lontano per lavoro. Per una giovane donna abituata a una vita movimentata, ritrovarsi da sola nella grande casa di Eynsleigh significa precipitare nella noia. Il matrimonio, inoltre, ha modificato profondamente la sua posizione: per sposare un cattolico, ha rinunciato al proprio posto nella linea di successione al trono. Una rinuncia che, almeno in teoria, dovrebbe renderle la vita più semplice, svincolandola dal rigido protocollo di corte. Georgie  non ha problemi da affrontare a parte forse doversi  trasformare in perfetta padrona di casa, alle prese con servitù, organizzando ricevimenti con i vicini e far fronte al problema con la sua Queenie, che sa fare i dolci ma  non è in grado di mandare avanti una cucina impeccabile. Insomma dovrebbe  trovare una cuoca all’altezza. Tutte cose che l’annoiano.
Per fortuna a salvarla dalla monotonia arriva Belinda, vecchia amica, alle prese dopo la morte della nonna  con un’inattesa eredità: un vecchio cottage in Cornovaglia. La sua idea sarebbe darci un’occhiata. Georgie potrebbe  accompagnarla?  E così le due giovani partono verso la costa a bordo della nuova rombante automobile sportiva di Belinda, ma che lei deve ancora imparare a guidare. Viaggio gradevole, atmosfera allegra, quasi da commedia, destinata tuttavia a lasciare presto spazio a un’atmosfera più cupa e pesante. Il cottage, White Sails, si rivela infatti quasi inabitabile. Dopo una notte molto scomoda, in caccia di un albergo  e di un’impresa alla quale affidare indispensabili lavori di riammodernamento,  le due amiche incontrano Rose Summers, vecchia conoscenza adolescenziale di Belinda, che offre loro ospitalità a casa sua, Trewoma Hall, sontuosa residenza del marito. Pur dubbiose, data la sua cortese e pressante insistenza, accettano ma dietro l’elegante apparenza della dimora si percepisce subito qualcosa di stonato: senso di oppressione, antiche rivalità, rapporti sentimentali irrisolti e soprattutto il dominante ricordo della precedente signora Summers, Jonquil, morta dopo essere precipitata dalla sottostante scogliera. Secondo la versione ufficiale: un tragico incidente. Ma le circostanze di questo incidente si prestano a suggerire contorni sospetti.

 Trewoma Hall infatti, affacciata sulla costa isolata della Cornovaglia, con i suoi silenzi, le stanze cariche di memoria e un’atmosfera sospesa tra eleganza e minaccia, presenta tratti oscuri. È una Cornovaglia lontana dall’immagine turistica e luminosa. La brughiera, il mare, le scogliere e la solitudine del paesaggio contribuiscono poi a costruire una cornice perfetta per un mistero.
A complicare la situazione provvede Belinda. A Londra aveva avuto una breve relazione con Tony, prima che lui sposasse Rose. Rose, un tempo figlia di una governante, si trova ora nella posizione di padrona di Trewoma, ma è insicura del suo ruolo. Il marito accoglie gentilmente le ospiti, riconosce subito Belinda e insiste per mostrare loro la proprietà. Ben salda a capo delle servitù la governante Mannering esercita il proprio potere con un’efficienza quasi inquietante, ma lo zio Francis, invadente e spendaccione zio di Belinda, circola impunemente per casa mettendo ansia  e il bello ma misterioso Jago aggiungono ombre a una storia già complicata.
Poi zac il delitto. Tony viene trovato morto e tutte le apparenze indicano Belinda quale assassina. Per Georgie non è più tempo di mantenere la privilegiata veste dell’ospite: ma ancora una volta deve trasformarsi in investigatrice per sottrarre l’amica a una terribile accusa. Ragion per cui osserva, ascolta, collega dettagli, ma e soprattutto scava nel passato. E proprio il passato si rivelerà la vera scena del crimine: rancori, tradimenti, gelosie e segreti riaffioreranno uno dopo l’altro.
Rhys Bowen costruisce un giallo volutamente classico che nasce come omaggio a Rebecca di Daphne du Maurier: la grande casa dominata dal ricordo di una donna scomparsa, la nuova moglie costretta a confrontarsi con un’assenza ingombrante… Chi già conosce il romanzo potrà forse intuirne alcuni sviluppi.
Pur rappresentando un capitolo diverso rispetto ad altri episodi della serie, con una tonalità più gotica e meno brillante, Omicidi in Cornovaglia conserva comunque il suo fascino. L’umorismo è meno presente, l’ambientazione è più cupa, e Darcy rimane sullo sfondo per buona parte della vicenda.
Lo scontro conclusivo con l’assassino alza finalmente la tensione. Dopo tanta oscurità infatti , il finale offre una sensazione di sollievo e regala persino un bel sorriso dopo avere trascorso qualche ora con Georgie nel suo  mondo elegante e  fuori dal tempo.

Rhys Bowen nata nel 1941 a Bath, la famiglia materna era gallese. Ha compiuto gli studi all’Università di Londra, diplomandosi col titolo Bachelor of Arts nel 1963; a Kiel e a Friburgo in Brisgovia. Dopo aver lavorato dal 1963 al 1966 per la BBC, nel 1966 è emigrata negli Stati Uniti d’America dove ha insegnato recitazione e danza prima d’iniziare a scrivere romanzi rosa, e oltre cento per ragazzi[2]. Oggi vive e lavora San Francisco, in California[3]. Negli anni Novanta ha iniziato a scrivere romanzi mistery usando lo pseudonimo di Rhys Bowen[4] ottenendo numerosi riconoscimenti

:: Alchemy of Secrets di Stephanie Garber (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

8 agosto 2026

Con Alchemy of Secrets, Stephanie Garber inaugura una nuova serie e dimostra ancora una volta di possedere il talento di trasformare luoghi reali in scenari dove il confine tra possibile e impossibile si dissolve fino a scomparire. Dopo aver conquistato milioni di lettori con Caraval e C’era una volta un cuore spezzato, l’autrice cambia registro e, senza rinunciare allo stile che l’ha resa celebre, costruisce  un contemporary fantasy nel quale mistero, magia e suspense si intrecciano con straordinaria naturalezza.
La protagonista della storia, Holland St. James, è una giovane donna incapace di considerare le leggende semplici invenzioni. Per lei i miti urbani rappresentano frammenti di una verità nascosta, indizi disseminati in una realtà che pochi riescono davvero a vedere. Questa sua convinzione l’ha portata a frequentare un enigmatico corso universitario dedicato al folklore e alle leggende di Los Angeles, ospitato in una vecchia sala cinematografica. Fin dalle prime pagine si comprende come quel luogo invece di rappresentare solo un’aula, possa trasformarsi in una potenziale soglia verso un universo in cui ogni racconto dell’insegnante sarebbe in grado celare un fondo di verità.
L’ improvviso e terrificante incontro con il misterioso Watch Man, figura leggendaria capace di rivelare l’istante esatto della morte di una persona, imprimerà alla vicenda una brusca accelerazione. Quando Holland scoprirà infatti di avere davanti a sé appena ventiquattro ore di vita, il romanzo si trasformerà in una frenetica corsa contro il tempo, scandita da enigmi, antichi reperti e società segrete. L’unica sua speranza di salvezza sarebbe di ritrovare il mitico Cuore Alchemico, leggendario oggetto fatato, bramato e ricercato da chiunque intenda piegare il destino.
L’inconsueta Los Angeles immaginata da Stephanie Garber si allontana completamente dagli stereotipi della faraonica metropoli delle star. Hollywood diventa un labirinto di cinema dimenticati, alberghi sospesi fuori dal tempo, vicoli popolati da inquietanti presenze e antiche leggende capaci di modificare la realtà. La città tutta assume un ruolo centrale nella narrazione: osserva, seduce, inganna e custodisce gelosamente segreti che sembrano appartenere tanto al passato quanto al futuro. È un organismo ricco di fascino e oscurità, e nel quale ogni strada può trasformarsi nell’ingresso verso qualcosa di misterioso.
Stephanie Garber costruisce un’atmosfera costantemente sospesa tra incanto e inquietudine. La sua scrittura conserva la qualità fortemente evocativa che i lettori già ben conoscono. Le sue immagini vivide, incrementate dalle descrizioni dal taglio cinematografico e dalla fluida narrazione rendono semplice immergersi in un universo dove luce e ombra convivono senza soluzione di continuità. Ogni capitolo poi aggiunge nuovi tasselli all’intrigante mosaico, alimentando la curiosità grazie a continui ribaltamenti di prospettiva. Nulla nella storia appare davvero definitivo e ogni risposta apre la strada a interrogativi ancora più complessi.
Accanto alla componente fantastica si sviluppa una trama sempre ricca di tensione psicologica. Holland si ritrova divisa fra Gabe, lo sconosciuto che pare deciso a proteggerla, e Adam, il carismatico docente convinto che proprio Gabe rappresenti per lei il vero pericolo. Ciò nondimeno condizionare l’intreccio dentro a un semplice triangolo sentimentale sarebbe solo limitante. I rapporti fra i personaggi diventano parte integrante del mistero, alimentando un continuo gioco di diffidenza e attrazione. In un mondo dove perfino i ricordi possono essere alterati e la verità assume mutevoli contorni, fidarsi della persona sbagliata può significare condannarsi.
Il tema della fiducia costituisce infatti il cuore dell’intero romanzo. Stephanie Garber riflette sul peso delle scelte, sulla fragilità delle convinzioni e sul modo in cui la conoscenza possa modificare radicalmente la percezione della realtà. I segreti assumono quasi una dimensione alchemica: ogni rivelazione trasforma persone, relazioni e destini, dimostrando come la verità possa risultare la magia più potente.
Decisamente interessante anche la scelta narrativa di alternare, nelle prime pagine, capitoli in seconda persona alla narrazione in terza. Un espediente che coinvolge direttamente il lettore, facendolo sentire parte di quel misterioso corso universitario prima di accompagnarlo nella disperata ricerca della salvezza insieme alla protagonista. È una soluzione originale che aumenta il senso di coinvolgimento e riesce a rendere più sottile il confine tra chi sta osservando e chi vive gli eventi.
Se qualcosa resterà volutamente incompiuto sarà proprio la quantità di misteri ancora irrisolti. Molte domande troveranno infatti solo parziali risposte, lasciando intuire un progetto narrativo destinato ad ampliarsi nei prossimi volumi. L’effetto, molto ben calibrato, per fortuna non genera frustrazione, ma piuttosto grande curiosità, perché questo mondo voluto dall’autrice possiede tutte le caratteristiche necessarie per continuare a sorprendere.
Alchemy of Secrets è pertanto un’intrigante lettura, in grado di fondere fantasy contemporaneo, suspense e romanticismo senza mai perdere equilibrio. Stephanie Garber firma un romanzo elegante, ricco di fascino e atmosfera, nel quale la magia nasce dalle leggende, i segreti diventano strumenti di potere e il destino può essere sfidato, ma non ignorato.

Stephanie Garber è cresciuta in California e insegna scrittura creativa in un college privato. Ha svolto diversi lavori – tra cui volontaria per l’infanzia – prima di dedicarsi alla scrittura; il suo esordio è il fantasy per ragazzi Caraval (Rizzoli, 2017), che presto diventerà un film per la Twentieth Century Fox, primo romanzo di una trilogia che comprende anche Legend (Rizzoli, 2019) e Finale (Rizzoli, 2020). Sempre con Rizzoli ha pubblicato nel 2022 C’era una volta un cuore spezzato, nel 2023 E non vissero per sempre felici e contenti e, nel 2024, La maledizione del vero amore.