Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Vuoto di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

10 dicembre 2018
COPMDG

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Con Vuoto Maurizio de Giovanni ci riporta nel cuore delle vicende dei Bastardi di Pizzofalcone.
Da anni abbiamo imparato ad amare i poliziotti inquieti del commissariato più indisciplinato d’Italia e le storie raccontate dallo scrittore napoletano.
Anche in quest’ultimo romanzo li ritroviamo tutti in una forma eccellente, pronti a regalarci forti emozioni.
Vuoto, già dal suo incipit, contiene pagine di alta letteratura. De Giovanni, in questo libro è davvero bravo e dimostra di essere uno scrittore di talento quando tra le righe del nuovo caso in cui sono coinvolti i Bastardi di Pizzofalcone si cimenta in riflessioni davvero magistrali sulla presenza minacciosa del vuoto nell’esistenza.
Seguendo la misteriosa scomparsa di una professoressa di Lettere di un liceo tecnico, perdendosi nei misteriosi intrighi che nascondano la verità, Maurizio de Giovanni passa in rassegna uno per uno i suoi personaggi Bastardi, entrando nei loro singolari vuoti incolmabili in preda a una disagiata inquietudine.
Un’ inquietudine che cresce con l’arrivo dal Nord di un sostituto di Giorgio Pisanelli.
Elsa Martini con il suo vuoto di passato porta scompiglio nella squadra.
I Bastardi di Pizzofalcone anche questa volta si trovano tra le mani un caso difficile e delicato.
Ognuno ha il suo vuoto cucito addosso e il problema del vuoto, scrive De Giovanni, è nelle cose che ci sono dentro.
I Bastardi si trovano in uno dei momenti più difficili della loro vita e anche Napoli è una città in cui c’è troppo vuoto.
L’unica cosa che gli resta da fare e scavare nel vuoto per combattere il peso stesso di un vuoto sempre pieno di paura e di morte.
Così, fedeli alla loro informalità e allergici alle regole, i Bastardi si mettono all’opera per arrivare anche questa volta alla verità e archiviare con successo un altro caso.
Vuoto, tra tutti i volumi della serie dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, è quello che più ci aiuta a conoscere da vicino tutti i singolari personaggi inventati dalla fantasia fertile di Maurizio de Giovanni.
L’autore entra nell’anima nera e disagiata di ognuno dei poliziotti, ce li mostra tutti nel loro rapporto confidenziale con il proprio vuoto personale.
Un vuoto incolmabile con cui intimamente fanno i conti. Con tutto il peso dell’inquietudine addosso, loro sono consapevoli che non riusciranno mai a possedere tutti i colori e i segreti di quel vuoto dentro cui saranno sempre costretti a scavare per trovare se stessi. «Perché a volte, nel fine settimana, il vuoto si riempie».

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il morto nel bunker, Martin Pollack, (Keller editore 2018) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2018
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A chi appartiene il corpo senza vita ritrovato in un bunker del sud Tirolo nel 1947? Potrebbe sembrare un gancio per un giallo, ma è vera vita. A cercare la risposta e a dare un nome a quel morto, Martin Pollack nel suo ultimo libro “Il morto nel bunker” edito da Keller. Sì perché il corpo senza vita trovato in Alta Val d’Isarco è quello di suo padre, non quello che lo ha cresciuto, ma quello biologico: Gerhard Bast. Pollack una volta attua un’indagine sulla realtà, relativa alla sua famiglia, per dare forma al vero padre, nel tentavo di colmare dei silenzi e vuoti che da sempre hanno caratterizzato la sua vita. Pollack cerca di riedificare l’identità di un uomo assassinato mentre era in fuga, in quanto ufficiale delle SS. Pollack scoprirà che il padre biologico era figlio di un avvocato e la sua famiglia era fortemente legata alla purezza della cultura tedesca ma, nonostante gli studi il giovane Bast decise di seguire la carriera militare. Passo dopo passo, Pollack mette assieme i tanti frammenti di una vita di un uomo che lui non ha mai conosciuto di persona, scoprendo che amava andare in montagna e che ebbe diversi gradi nell’esercito del regime. In Pollack, oltre ad un po’ di sconvolgimento, scattano una vasta gamma di domande. Per esempio, l’autore si chiede se durante la sua carriera militare suo padre ordinò o partecipò allo sterminio di vite innocenti vite, perché non ariani. Non solo, ma cerca anche di capire cosa portò sua madre ad innamorarsi di Bast. Pollack attua un viaggio alla scoperta del proprio io, attraverso la riscoperta delle proprie radici paterne e di un mondo familiare un po’ cupo e inquietante, nel quale l’attaccamento alle radici di matrice tedesca era una vera e propria ossessione. Leggendo il libro verità di Pollack si ha la sensazione che l’autore ci prenda per mano e ci porti con lui avanti e indietro nel tempo, nel tentativo di riuscire a ricostruire l’identità di un uomo che è stato un padre biologico, ma non un padre effettivo ed affettivo per il proprio figlio. In realtà, il libro non è solo una fare memoria delle proprie origini. In “Il morto nel bunker”, Pollack, da un lato, indaga per ricostruire la figura del padre e, dall’altra, ci racconta la società nella quale Bast divenne grande, quella Stiria Inferiore (oggi Slovenia) che, in quel periodo, era una parte dell’Impero Asburgico, divenuto Regno di Jugoslavia nel 1919, dove poi presero forma le acide tensioni tra germanofoni e sloveni che portarono al nazionalsocialismo. Traduzione dal tedesco Luca Vitali.

Martin Pollack: Nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per lo «Spiegel», a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998. Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive nel Burgenland e a Vienna. Tra i suoi libri più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e a tutto lo staff di Keller editore.

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:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente a auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk di Piergiorgio Paterlini (Einaudi ragazzi 2018) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2018
Il mio amore non può farti male

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Il 27 novembre del 1978, Harvey Milk, Consigliere comunale di San Francisco e primo politico americano dichiaratamente omosessuale venne assassinato con cinque colpi pistola dall’ex consigliere Dan White. A 40 anni di distanza dal tragico fatto, nel quale cadde vittima anche il sindaco di allora (George Moscone) della città di San Francisco, la casa editrice Einaudi pubblica il libro “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini. Quella scritta da Peterlini è una biografia narrata in prima persona, dove l’autore veste i panni di Harvey Milk per raccontarci la vita del politico. La storia di sviluppa come una sorta di lungo piano sequenza, nel quale Milk alterna al ricordo dei cinque colpi di arma da fuoco, le fasi fondamentali del cammino di formazione umana e amministrativa. Pagina dopo pagina Milk/Paterlini ci confessa la sua volontà di portare avanti battaglie in difesa delle persone deboli, puntando al fatto che lui per persone deboli non intendeva solo gli omosessuali, ma tutti coloro che si trovavano in condizioni di difficoltà (bambini, anziani, individui ai margini della società). Accanto a questo costante impegno per gli altri, Milk evidenzia le difficoltà riscontrate, le sconfitte che dovette subire, gli attacchi personali che gli fecero per il suo orientamento sessuale e per scoraggiarlo nella sua impresa. Harvey però non mollò mai, perché aveva una tenacia che lo spingeva ad andare avanti e ad agire per cambiare in meglio le cose, superando gli ostacoli del destino e i pregiudizi delle persone. Nel libro biografico, Milk parla molto di sé, della sua formazione (si laureò in matematica all’Albany State College nel 1951), del trasferimento nel quartiere di Castro a San Francisco nel 1972, dove Milk aprì con il compagno il loro negozio di fotografia e dove proprio per il suo impegno ad assumere il ruolo di portavoce della vasta comunità gay venne soprannominato “Il Sindaco”. Non mancano pagine dedicate alla famiglia Milk, alle origini ebraiche e lituane, alla carriera nella Marina del padre e della madre, la quale si batté proprio perché anche le donne potessero entrare in questo corpo militare. Un nucleo familiare dal quale Harvey ereditò la voglia di impegnarsi per ciò che è giusto e per il prossimo. Nella narrazione trovano spazio anche le storie d’amore di Harvey Milk, importanti relazioni narrate con garbo e delicatezza da Paterlini, che permisero a Milk di amare ed essere profondamente amato dai suoi compagni (sempre tutti più giovani di lui). “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini è la storia sì di un politico, ma è soprattutto la narrazione dell’esistenza di un uomo che decise, con impegno e dedizione, di combattere per i diritti degli omosessuali e dei più deboli, nella speranza di permettere a tutti di abbattere i pregiudizi e vivere una vita in libertà e felicità.

Piergiorgio Paterlini (1954) vive a Reggio Emilia. Il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 15 edizioni dal 1991). Fra gli altri libri: Matrimoni (2004, poi Matrimoni gay, 2006), Fisica quantistica della vita quotidiana (2013), I brutti anatroccoli (2014), Lasciate in pace Marcello (Edizioni EL 1997, poi Einaudi 2015), Bambinate (2017), tutti presso Einaudi. Con Gianni Vattimo ha pubblicato Non Essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (Ponte alle Grazie, 2015). È tradotto in una decina di Paesi. Scrive per la Repubblica e per L’Espresso.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna De Giovanni dell’ufficio stampa.

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:: Johnny degli angeli di Athos Bigongiali (MdS Editore, 2018) a cura di Fabio Orrico

6 dicembre 2018

Copertina_Johnny_degli_AngeliJohnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.

Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi di Mathilda Masters e Louise Perdieus (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

6 dicembre 2018

Crescere vuol dire scoprire il mondo e voler scoprire misteri e notizie, oggi il Web potrebbe aver mandato certi tipi di libri, amatissimi per anni, in soffitta, ma non è proprio così, e per fortuna, perché i libri possono essere impareggiabili per trasmettere notizie tra immagini e testi.
Rizzoli propone una preziosa e agile enciclopedia per i più giovani ma non solo, con tante informazioni simpatiche e curiose divise per argomenti e immagini che colpiscono fantasia e stuzzicano l’ingegno, erede di altri libri che hanno allietato le generazioni precedenti, dalla collana dei Grandi libri Mondadori ad altri esperimenti analoghi, con però un tono vasto e su vari ambiti del sapere.
321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi è un volume non mastodontico come le enciclopedie dei tempi che furono ma con un suo spessore e una sua ampiezza, ed è organizzato su dodici sezioni: i nostri cugini animali, il corpo umano, lo sport, i personaggi famosi, la Storia, la Terra, i Paesi del mondo, le scienze, lingue e linguaggi, le piante, il cibo, le stelle e l’universo. Tutti argomenti sempre stimolanti, a qualsiasi età, e si scoprono davvero tante cose interessanti, che magari anche da grandi non si sapevano o non si ricordavano e che è sempre meglio rispolverare e riscoprire.
In tempi come questi, dove girano voci non vere e dove si mettono in dubbio scienza, medicina e la cultura in generale, libri così diventano ancora più preziosi e interessanti, perché aiutano invece ad avere un’idea della vita e del sapere positiva, giusta e che stimola ad approfondire, fornendo però già tante nozioni non nozionistiche, se si perdona il gioco di parole.
Interessante poi che le autrici, sia dei testi che delle immagini, siano due donne, che mettono a frutto il loro amore per le scoperte e la cultura, oggi fondamentale più che mai, soprattutto per l’altra metà del cielo.
321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi può essere davvero il libro di questo Natale per i nostri ragazzi, ma anche un libro da regalarsi tra adulti, per riscoprire la voglia di imparare e scoprire cose nuove su noi stessi, gli animali, il mondo e l’universo, a seconda poi di cosa ci appassiona di più.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa, si ringrazia Claudia Fachinetti.

Mathilda Masters, belga, è un’esploratrice che ha viaggiato in tutto il mondo alla scoperta di Paesi e culture lontane. Le sue esperienze e avventure sono diventate le protagoniste dei suoi libri. Mathilda sa tutto su quasi tutti gli argomenti: animali, piante, storia, scienze, lingue e altro ancora.

Louize Perdieus è un’artista che riesce a esprimere nei disegni il suo grande senso dell’umorismo e la sua passione per la natura. Ha vinto il premio “Push” della gara degli illustratori Picturale 2015.

“Olga di carta. Misteriosa”, Elisabetta Gnone (Salani, 2018) A cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2018

Tornano le avventure di Olga di carta, nata dalla penna di Elisabetta Gnone. Questa volta la piccola narratrice Papel racconterà ai suoi amici la storia “Olga di carOlga Mistta. Misteriosa”, con protagonista una bambina un po’ strana che ha i vestiti sempre troppo grandi. Olga non l’ha mai incontrata, ma conosce l’avventurosa vita della sconosciuta perchè scritta in un diario dove Misteriosa, questo il nome della protagonista, narra le sue avventure. “Misteriosa” di Elisabetta Gnone è il terzo appuntamento con le avventure narrate da Olga e l’autrice costruisce una storia nella storia, nella quale il lettore conosce due vicende molto coinvolgenti e avvincenti aventi come temi di fondo il diventare grandi, la responsabilità e cosa essa comporti nel momento in cui ogni individuo è chiamato a diventare adulto. Come cornice abbiamo la storia ambientata a Balicò dove Olga incontra Mimma e Mirina arrivate dalla città a passare l’estate nel piccolo villaggio. Le due cittadine vanno alla fattoria di Olga per incontrarla e a loro si unisce Bruco, il grande amico della piccola cantastorie. I quattro ragazzini decidono di fare una lunga passeggiata. Olga comincia a raccontare una storia per tutti, ma soprattutto per aiutare Mirina ad avere meno paura di ogni cosa e a diventare più autonoma nel suo agire. Tutto sembra procedere per il meglio, poi un improvviso temporale rischia di avere un esito catastrofico per Olga e i suoi amici. Per stemperare la paura e l’ansia nell’attesa del ritorno della pace, Olga continua a raccontare e i suoi amici ascoltano rapiti la storia di Misteriosa che oltre ai vestiti troppo grandi, aveva la strana abitudine di sfuggire alla realtà saltando dentro ai quadri. Misteriosa scappa dentro ai dipinti per sfuggire ai problemi e alla nuove responsabilità che il mondo a volte –spesso- riserva. La piccola con i vestiti troppo larghi fugge però, non perché irresponsabile, ma perché impaurita, timorosa di non essere capita e senza gli strumenti adatti per affrontare le incombenze della vita da grandi. Misteriosa, e chi è con lei, è quindi una persona che sta crescendo, che sta cercando il proprio posto nel mondo anche se non è facile trovarlo, ecco perché dalla realtà piena di responsabilità e incombenze la ragazzina si rifugia nel mondo della fantasia e dei quadri. Olga racconta la storia di Misteriosa e le sue straordinarie avventure nella speranza che possano servire a Mirina e agli altri suoi amici per trovare la fiducia e superare le loro ansie e paure del diventare grandi. Misteriosa è una storia che invita il lettore a scoprire un adeguato equilibrio tra la fantasia e la realtà per affrontare le incognite del domani. Non a caso, un altro aspetto che emerge dal romanzo è il fatto che non solo i bambini debbano imparare ad affrontare la vita e quello che essa comporta. L’invito di Olga e di Misteriosa in “Olga di Carta. Misteriosa” di Elisabetta Gnone è che anche gli adulti, una volta divenuti grandi e razionali, recuperino un po’ dell’innocenza che avevano da bambini per tornare a meravigliarsi e stupirsi delle piccole gioie del vivere quotidiano.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato.
È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale ha ideato la serie a fumetti W.I.T.C.H. È autrice della fortunatissima saga di Fairy Oak, e ora, con la nuova serie Olga di carta, porta ai lettori un nuovo, delicatissimo mondo in cui, con garbo e ironia, affronta i temi delle fragilità e delle imperfezioni che ci rendono umani. Per i lettori di tutte le età.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Simona Scandellari dell’ufficio stampa Salani.

 

 

 

:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animiamo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque di Mariagrazia Villa (Dario Flaccovio Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2018
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Primo manuale in lingua italiana dedicato al food writing nella sua più ampia e completa accezione del termine, Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi, strapazzati e a la coque è un’utile guida pratica per tutti coloro che si avvicinano con curiosità alle professioni, (a volte nuove, grazie al digitale) collegate a quella frangia di mercato piuttosto magmatica e variegata che si occupa di cultura enogastronomica.
Ma non è solo questo, nello stesso tempo è anche un agile e vero e proprio manuale di scrittura, con al termine di ogni capitolo esercizi atti a risvegliare la nostra creatività e fantasia, oltre alle competenze necessarie per scrivere in modo professionale.
L’autrice, Mariagrazia Villa, con un curriculum di tutto rispetto (vi rimando al profilo bio) e più di trent’anni di esperienza, utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur tuttavia rigoroso, e ci accompagna passo passo in un mondo non privo di incognite se non di veri e propri rischi, (tra cui il peggiore di tutti è quello di perdere la nostra credibilità) che brillantemente ci consiglia come evitare.
La prefazione è affidata a Maria Pia Favaretto, pubblicitaria e docente e direttore didattico del Master Food & Wine 4,0 – Web Marketing & Digital Communication dello IUSVE, l’Istituto Salesiano Universitario di Venezia. Vi consiglio di non saltarla e di leggerla, perché è molto interessante, parte da un approccio storico, per trattare anche se non approfonditamente la dimensione biologica, filosofica, culturale ed etica di un fenomeno ormai diventato mediatico, con vere e proprie icone del food system.
Insomma c’è materiale per tanti e tanti libri, e Mariagrazia Villa ha il dono della sintesi e della essenzialità, insomma racchiude tutto in relativamente poche pagine: il libro si compone di sei capitoli e trecento pagine, e può essere studiato, e io vi consiglio di farlo, scorrendole e trovando i temi di vostro maggiore interesse.
Molte cose le sapevo, in linea teorica, e anche se io non mi occupo di food & beverage, ma di libri, sono una book blogger, ho trovato il libro molto interessante, segno che la trasversalità è davvero utile nel nostro mestiere, che occupa in gran parte donne, favorendo così l’imprenditoria femminile.
Il capitolo in assoluto più interessante, per me almeno, è stato l’ultimo Tiramisù perbene con peccato di gola, che dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere, solo apparentemente frivolo, ma in realtà capace davvero di toccare campi fondamentali come la salute, la qualità della vita, il rispetto per se stessi e gli altri. La nutrizione insomma ha dimensioni, non vi spaventi il termine, spirituali che in molti sottovalutano e può davvero diventare un campo di studio e approfondimento del comportamento umano.
I mestieri legati al food writing sono molti e tutti appassionanti, dal blogger al critico, dall’addetto stampa allo scrittore, e sebbene c’è tantissima concorrenza, le armi per distinguersi sono numerose e non vanno spuntate con il pressappochismo, la povertà narrativa o la meschinità morale.
Ringrazio Barbara Valla dell’ ufficio stampa Artisenzanome di avermi preso in considerazione e contattata per propormelo in lettura, in realtà ho esitato un po’, poi la curiosità è stata prevalente, e la gallina in copertina determinante.
Spero in futuro di potere intervistare l’autrice, ora vi rimando alla lettura del libro, sono certa che ne saprete fare tesoro, magari vi aiuterà davvero a diventare una food writer di successo.

Mariagrazia Villa ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per “Gazzetta di Parma” e altre testate locali e nazionali. Come copywriter e food writer, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla, per il quale ha diretto il magazine online Italian Food Lovers. Ha scritto 38 libri di cucina per Accademia Barilla e le sette Guide dei Musei del Cibo della provincia di Parma. Insegna Etica e deontologia ed Etica e media nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE ed è docente di Sostenibilità agroalimentare e conscious eating e di Food Writing e Web Content Management presso il Master Food & Wine 4.0 – Web Marketing & Digital Communication di IUSVE.

Source: libro inviato da Barbara Valla dell’ Ufficio Stampa dedicato, che ringraziamo.

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Il castello delle stelle di Alex Alice (Mondadori, 2017), a cura di Elena Romanello

29 novembre 2018
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Uno dei filoni della fantascienza che ha affascinato di più negli ultimi anni è lo steampunk, cioè l’immaginare un futuro partendo dal passato, di solito dall’Ottocento vittoriano: per chiunque ami questo, ma anche per chi è in cerca di storie originali, è da non perdere la graphic novel francese Il castello delle stelle di Alex Alice.
L’autore immagina che la conquista dello spazio sia iniziata quasi cent’anni prima, nella seconda metà dell’Ottocento, in un’Europa sempre sull’orlo della guerra, ad opera di una donna, l’esploratrice Claire Dulac, che sparisce nella stratosfera durante un volo esplorativo per capire se gli esseri umani possano andare nello spazio. Alcuni anni dopo il figlio Seraphim parte alla sua ricerca, aiutato da un re visionario e forse folle, un personaggio realmente esistito, Ludwig di Baviera, scoprendo un mondo fuori nello spazio popolato da creature fantastiche e dove forse è possibile vivere.
Alex Alice ha dichiarato per questa sua opera, presentata anche in italiano in una veste curata che esalta le sue scelte grafiche e il suo stile unico, il suo debito per Jules Verne, uno dei nonni della fantascienza nonché ideatore di un immaginario che poi è stato ripreso dallo steampunk. L’altro suo grande ispiratore è Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione giapponese e autore di alcuni gioielli in cui ha rivisitato vari archetipi di fantascienza e fantasy, che si ritrova nelle tavole e nella storia, debitrice a tratti di un film come Laputa , omaggiato anche dal titolo, e non solo.
Dietro a Il castello delle stelle c’è anche tutta una mitologia sullo spazio che prese piede nel XIX secolo, fatta di storie su abitanti della Luna e di Marte con tanto di supporto iconografico, senza un fondamento scientifico e reale ma perfetta per fare da sfondo ad una storia sognante e sospesa nei cieli, sulla ricerca di se stessi e di una persona amata ma anche di un nuovo senso per tutta l’umanità.
Il castello delle stelle dimostra ancora una volta la considerazione che c’è Oltralpe per la narrativa disegnata e la maturità conseguente del saper creare un’opera appassionante e filosofica, fantastica e nello stesso tempo di grande valore artistico. In attesa del seguito della storia, perché le avventure di Seraphim nello spazio non sono ancora finite.

Alex Alice è nato nel 1974 ed è uno degli autori di fumetti più dotati della sua generazione. Ha avuto immediato successo nei primi anni Duemila con la serie diventata culto Le Troisième Testament. Il suo ambizioso progetto Siegfried, ispirato all’opera di Wagner, gli è valso lo Spectrum Gold Award, principale riconoscimento mondiale per l’illustrazione fantastica. Dopo aver venduto oltre un milione di album, tradotti in una ventina di lingue, Alex Alice non ha esitato a rinnovare completamente il proprio stile con la sua nuova, fortunata serie Il castello delle stelle. Interamente realizzate ad acquerello, le sue tavole rievocano le illustrazioni dei romanzi di Jules Verne così come i ricordi incantati di viaggi giovanili tra i castelli bavaresi.

Provenienza: libro del recensore.

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Vox di Christina Dalcher (Nord, 2018) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2018
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In un futuro prossimo gli Stati Uniti hanno visto una svolta autoritaria, con l’arrivo al potere di un regime teocratico ispirato da un reverendo che impone a tutti una morale personale restrittiva, colpendo in particolare le donne, che oltre a non poter più lavorare, studiare, scegliere liberamente la propria vita in tema di figli e matrimonio, sono costrette ad indossare un braccialetto che obbliga loro a stare dentro ad un limite di cento parole, pena scariche elettriche via via più forti, che possono arrivare a uccidere.
Jean McClellan era una professionista affermata, glottologa e logopedista, ma ora è costretta a vivere segregata, senza più autonomia, vedendo la figlia di sei anni ormai stare zitta e sottostare ad una scuola che forma future schiave domestiche, e i tre figli adolescenti sempre più prepotenti perché succubi anche loro della nuova ideologia, anche se ne vedranno poi gli eccessi. La consola la storia d’amore clandestina con l’ex collega italiano Lorenzo, di nascosto dal marito e da tutti, mentre ha perso per sempre amiche considerate troppo trasgressive e rinchiuse in campi di lavoro perché non si sono piegate al nuovo ordine, magari solo perché omosessuali. Finché un giorno Jean viene chiamata per dare una mano al fratello del presidente, rimasto con il cervello danneggiato da un incidente, con la possibilità di essere meno oppressa dal sistema. In parallelo però la protagonista scopre che la posta in gioco da parte del nuovo regime è quello di dominare il mondo con una scoperta scientifica a cui lei sta lavorando e che esiste comunque una resistenza sotterranea a questo nuovo totalitarismo, che coinvolge persone insospettabili e molto vicine a lei.
Inevitabile fare un raffronto con Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, diventato anche un’ottima serie TV, ma Vox non è un mero clone di un romanzo che non passa certo di moda, anzi, anche se riprende, in maniera intrigante, il tema della distopia che limita i diritti delle donne, comunque mai da dare per scontati, come mostra troppe volte la vita reale. L’autrice mette al centro di tutto l’importanza del linguaggio e delle parole, perché per opprimere qualcuno basta privarlo di questo, della possibilità di dire quello che sente e che vuole, e non è un caso che i momenti di maggiore angoscia del libro sono quando Jean si preoccupa per la sua bambina, che si abituerà fin dall’infanzia a stare zitta, come una futura generazione di donne succubi e senza parola.
Più scorrevole de Il racconto dell’ancella, più cinematografico ed infatti è probabile che diventerà un film o una serie, Vox fa riflettere ancora una volta sull’importanza delle libertà individuali e sui pericoli dei totalitarismi, che hanno paura della libertà di essere e di esistere, oltre che di chi si ribella a schemi che sembrano superati ma che c’è sempre qualcuno che vuole riproporre.
In tempi di rigurgiti reazionari di tutti i tipi, un libro come Vox è senz’altro da leggere e da meditare, sperando che quello che è raccontato nelle sue pagine resti appunto una metafora e un avvertimento su un possibile futuro da scongiurare.

Christina Dalcher si è laureata in Linguistica alla Georgetown University con una tesi sul dialetto fiorentino. Ha insegnato italiano, linguistica e fonetica in diverse università, ed è stata ricercatrice presso la City University London. Vive negli Stati Uniti e, quando possibile, trascorre del tempo in Italia, soprattutto a Napoli. Vox è il suo romanzo d’esordio.

Provenienza: libro del recensore.

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:: In cucina con Kafka di Tom Gauld (Mondadori 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2018
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È davvero molto divertente In cucina con Kafka (Baking with Kafka, 2018) di Tom Gauld, edito in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink e tradotto da Claudia Durastanti. Se amate i libri perché li scrivete, li leggete o lavorate a vario titolo nel mondo glitterato dell’editoria, un must che non deve mancare nelle vostre librerie. L’ho già individuato come un regalo perfetto per un paio di persone (in realtà molto snob) questo Natale.

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Perché dei libri si può anche ridere e con le vignette di Tom Gauld lo si fa davvero. Il ragazzo (va beh ragazzo è un fumettista scozzese poco più che quarantenne) è dotato di un umorismo non cattivo, ma dissacrante e ironico che non risparmia pose e debolezze di un mondo che a volte diciamolo si prende troppo sul serio. Ci voleva qualcuno che con leggerezza e umorismo ce ne evidenziasse i lati grotteschi, stravaganti se non veramente ridicoli o assurdi.

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Le vignette non sono originali, ma sono già apparse in diversi giornali: nel supplemento letterario del Guardian, sul New Yorker, e sul New York Times, ciò non toglie che la loro freschezza e verve è intatta e giungono a noi in una forma molto curata. Innanzitutto le vignette sono a colori, la fascetta cita che il libro è vincitore del premio Eisner 2018, premio mai sentito ma deve essere qualcosa di rilevante nel settore, la copertina è di cartonato rigido, ben rilegata. Insomma anche come oggetto libro, se valutate di regalarlo, come ho fatto io, è molto gradevole. E costa 18 Euro.

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Tom Gauld non prende di mira autori particolari per gettarli nella gogna del pubblico ludibrio, come sembra di moda andare oggi, ma prende in giro più che altro atteggiamenti, preconcetti, manie di un po’ tutti quanti. Va beh cita Jonathan Franzen e ironizza sul suo rifiuto del mezzo Internet, non la considererei un’ offesa, (tanto più che è vero) più che altro un cammeo, come la vignetta con protagonista Samuel Beckett, Herman Melville o Ballard. Insomma dovrebbero sentirsi offesi coloro che non sono stati citati.

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Molto godibile la prefazione di Francesco Guglieri che ha colto in pieno lo spirito del libro, e strappa qualche risata pure lui. Unica pecca è che non c’è la biografia dell’autore, ho dovuto cercare su Internet tra Wikipedia e il suo sito: https://www.tomgauld.com/. È nato nel 1976 nell’ Aberdeenshire, non c’è scritto la località precisa, è sposato e vive a Londra con la sua famiglia.
Dunque che dire qualche vignetta ve la posto, capirete se è la vostra tazza di tè.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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