Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La lunga estate dei gelsomini, Licia Tumminello (Nord 2026) A cura di Viviana Filippini

14 ottobre 2026

È la Milazzo del 1945 lo sfondo del romanzo storico “La lunga estate dei gelsomini” di Licia Tumminello, edito da Nord. La vicenda ambientata nell’immediato dopoguerra racconta le vicende di questo luogo dove le donne lavorano la notte nei campi, raccogliendo i gelsomini. Sono giovani, anziane e pure bambine che affrontano turni massacranti facendo andare veloci le loro mani. Lavorano di notte, da giugno a ottobre, con i piedi nel fango, un solo giorno di riposo e una paga misera.  Ci sono donne che hanno lasciato gli studi per lavorare e quell che lo fanno per poter sostenere la famiglia. Tra di loro c’è Grazia, sposata, raccoglitrice di gelsomini impegnata a dare attenzione al prossimo e consapevole che ci sono troppe cose che non vanno per il loro lavoro.  C’è la sua amica Nedda con la piccola Vita legate alla protagonista da un legame profondo; c’è il ritorno di Francesco, l’amico d’infanzia partito ragazzo e tornato medico e ci sono loro, quei padroni terrieri che non guardano in faccia a nulla e a nessuno pur di ottenere ciò che vogliono dal lavoro di queste donne e non solo.  Il romanzo della Tumminello, ispirato a fatti storici realmente accaduti, racconta uno spaccato della provincia italiana dal quale emerge il coraggio delle donne di scioperare per avere una maggiore tutela e diritti in quanto lavoratrici. Sì perché in Grazia scatta qualcosa dopo il ritorno dell’amico medico, dopo i fatti tremendi che accadono alla piccola Vita, e dopo aver contato tutte quelle cose che al lavoro nei campi non vanno. Ecco Grazia trova un coraggio dentro di lei che non credeva di avere e che le permette di affrontare il marito e, soprattutto, quello che non va nei campi di raccolta di gelsomini. Un’audacia che porterà allo sciopero e alla protesta per cambiare le cose. Dalle pagine del libro  emergere un quadro sociale di una Italia post bellica nella quale i padroni,  possidenti terrieri, decidevano del destino dei loro lavoratori. Nella vicenda narrata dalla Tuminello non solo sfruttano, ma abusano di chi lavora per loro facendo mancare le principali tutele (vedi la disinfestazione dei campi per evitare le punture di insetti), attuando violenze psicologiche e  fisiche, indipendentemente dall’età della donna o bambina che si trovano davanti.  “La lunga estate dei gelsomini” racconta una pagina di storia d’Italia dimenticata, una vicenda corale, dove la fatica  e il dolore sono molto presenti, ma  l’alleanza, l’amicizia e la forza che lega Grazia alle altre donne crea un sottile e solido legame che permetterà loro di compiere il passo verso il cambiamento, verso la libertà e la dignità.

Licia Tumminello è palermitana di nascita e cremasca di adozione. Laureata in Giurisprudenza, ha lavorato per anni in ambito bancario, prima di dedicarsi alla scrittura. Fin dai suoi primi passi nella narrativa ha ottenuto vari riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Giorgione, il Premio SquiLibri e la segnalazione del Comitato di Lettura del Premio Calvino, XXXV edizione.

:: Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi, Maria Antonietta Ferraloro (Gallucci Bros. 2026) A cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2026

“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa  è nato come libro, pubblicato per la prima volta nel 1958 da Feltrinelli e ha ricevuto il Premio Strega nel 1959. Nel volume si raccontano le trasformazioni avvenute nella vita e nella società della Sicilia durante il periodo del  Risorgimento, al momento del passaggio dal Regno Borbonico al Regno d’Italia. Il tutto attraverso le vicissitudini del protagonista Fabrizio Salina che assiste al declino della nobiltà e all’imporsi della borghesia. Un romanzo considerato uno dei più importanti della letteratura italiana e mondiale, tanto che Luchino Visconti ne fece pure un film nel 1963.  Sì ma come è nato? Chi era chi lo ha scritto? Cosa ha voluto rappresentare? A spiegarlo ai giovani lettori ci pensa Maria Antonietta Ferraloro con “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi”, edito da Gallucci Bros. L’autrice ha deciso di scrivere un libro per la figlia, un regalo per narrarle in dettaglio genesi, sviluppo e origine di uno dei romanzi capisaldi della letteratura italiana.  Lo fa con un linguaggio da mamma che ama raccontare e questo rende la narrazione una piacevole lettura, dove però non mancano nozioni storico letterarie, sociali, geografiche e narrative che contestualizzano al meglio l’opera di Tomasi di Lampedusa. Leggendolo ci si imbatte in una sezione introduttiva seguita da tre parti: la prima contestualizza il romanzo,  dove è ambientato, chi sono i buoni e gli antagonisti con il ruolo dei cattivi, con attenzione anche al contesto storico di transizione dell’Italia Risorgimentale. Nella seconda parte i giovani lettori e lettrici potranno invece conoscere meglio la figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa come principe e come scrittore. Non solo, perché oltre all’autore, la Ferraloro porta chi legge dentro alla famiglia del principe alla scoperta dei suoi componenti con particolare attenzione al legame con i tre cugini della famiglia Piccolo, delle loro passioni, interessi e dei loro destini.  La terza parte è invece dedicata  al romanzo, al “Il Gattopardo”, dalla scelta del titolo ispirato allo stemma della famiglia Salina,  all’isola dove è ambientato già protagonista in altri testi letterari, ai suoi personaggi e ai momenti cardine significativi per lo sviluppo dell’intreccio narrativo, tra i quali la famosa scena del ballo, alla quale si affiancano sentimenti d’amore e eventi storici. “Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo raccontato alle ragazze e ai ragazzi” di Maria Antonietta Ferraloro è sì un libro per i giovani lettori, ma credo che sia utile pure per gli adulti, perché non solo ci aiuta a comprendere una storia, la sua origine e chi la caratterizza. Il libro della Ferraloro ci permette anche di entrare nella vita dell’autore, nella sua dimensione creativa e privata, dimostrandoci come a volte, il confine tra realtà e finzione letteraria sia molto più sottile di quanto crediamo.

Maria Antonietta Ferraloro è PhD in Storia della cultura, tutor coordinatrice presso l’Alta Scuola di Formazione insegnanti dell’Università di Catania, docente e saggista. Scrive per Focus Scuola e Treccani.it di intelligenza emotiva, neurodidattica e letteratura. Ha scritto diversi libri su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cui dedica i suoi studi dal 2018. Con le sue ricerche ha ricostruito un periodo sconosciuto ma rilevante della biografia umana e letteraria del principe scrittore e ha riconsegnato il borgo di Ficarra alla mappa narrativa gattopardiana. È consulente per la cultura di Enti pubblici e privati. (fonte sito Gallucci)

Source: casa editrice Gallucci.

:: Sibrium di Alessandro Cuccuru (Aporema, 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 ottobre 2026

Un mondo antico come quello romano non si è sgretola e scompare in poco tempo, anche se si é già deciso di decretarne la fine.
Nell’ottobre del 476 d.C. Romolo Augusto è stato deposto, l’Impero Romano d’Occidente non esiste più e Odoacre si è imposto come nuovo sovrano d’Italia, pur deciso a non proclamarsi imperatore. Ma lontano dai palazzi e dalle grandi città, in un piccolo avamposto ai margini della pianura lombarda, la notizia deve ancora trasformarsi in qualcosa di reale, di davvero tangibile.
A Sibrium infatti, avamposto romano, l’antico Castrum destinato nei secoli successivi a diventare Castelseprio, la vita prosegue quasi per inerzia, sospesa tra ciò che è stato e quanto ancora non si può sapere.
E sarà proprio questa remota terra di confine, a fare da vasto palcoscenico al romanzo d’esordio di Alessandro Cuccuru, Sibrium, dove il comandante Marco Terenzio Ambusto, che da anni ha ereditato il mandato da suo padre, si troverà improvvisamente privo di ordini, con una guarnigione da governare e un’intera  comunità da proteggere.
Roma è lontana e il potere che l’ha sostituita deve ancora mostrarsi.  Infatti, tutti attendono l’arrivo degli uomini di Odoacre, guidati da Edecon, suo nipote, incaricati di reclamare un terzo delle terre coltivabili. Una richiesta che nella zona potrebbe sconvolgere alcuni equilibri già fragili.
Ma il pericolo non arriva soltanto dal nuovo signore. Oltre le Alpi premono i Burgundi, spinti dalla fame e dalle difficoltà di un territorio impoverito. La loro probabile calata in forze nella pianura padana aggiunge altra inquietudine a una situazione in cui diplomazia, misura e forza militare saranno strumenti indispensabili per sopravvivere.
Marco Terenzio naviga con prudenza, barcamenandosi in precario equilibrio, mentre cerca di tenere insieme uomini e interessi controllando le paure della gente.
Attorno a lui l’autore costruisce un’interessante e variegata galleria di personaggi. Ci sono soldati, possidenti, religiosi, uomini germanici e persino donne che si vedranno costrette a difendere ciò che possiedono. Tra loro spiccano soprattutto due figure femminili: Clelia, vedova capace di mandare avanti la propria villa senza lasciarsi schiacciare dalle situazioni, e Lavinia, figlia dello straordinario fabbro Vulcano. Diverse, ma accomunate da una concretezza che le sottrae al ruolo di semplici comprimarie.
Anche tutti i personaggi secondari offriranno impulso e spessore alla trama. Unter vice del comandante romano, Panezio compagno e consigliere greco di Edecon, Ariete il vecchio guerriero erulo, i gemelli romani Silvio e Claudio, il presbitero frate Marcello,  Paolo Massenzio il ricco possidente romano, Odric e Gudal altri uomini di scorta di Edecon, appartengono a mondi diversi e portano in sé ambizioni, rancori, paure e desideri. Ma sarà proprio attraverso le loro scelte che comincerà la trasformazione radicale, profonda e irreversibile delle strutture fondamentali di una società. Non si tratta quindi di una semplice transizione o di un evento isolato, ma di un processo che finirà per entrare nella quotidianità, nelle relazioni, nei rapporti di potere e persino negli affetti.
Sibrium infatti non racconta solo una fase di un lungo passaggio politico. Racconta soprattutto di uomini e donne costretti ad andare avanti e vivere quando le certezze vengono meno. Chi fino al giorno prima aveva un preciso ruolo, un’autorità riconosciuta, una terra da amministrare o un potenziale futuro ora, deve adattarsi e  capire a chi obbedire e soprattutto di chi fidarsi. Differenze culturali o le barriere tra persone costretti a incontrarsi, confrontarsi e trattare si riducono, creando interconnessione tra romani e germani. Non sarà trasformazione improvvisa ma un lento slittamento in cui convivenza e conflitto avanzano insieme.
La parte avventurosa accompagna questo quadro senza soffocarlo. Spedizioni diplomatiche, strategie, combattimenti, intrighi e tradimenti imprimono ritmo alla narrazione, mentre le vicende personali di Marco, Clelia e degli altri protagonisti tengono la storia ancorata alla dimensione umana. Amori contrastati, gelosie, ambizioni e rancori acquistano un peso particolare proprio perché maturano in un momento nel quale anche il mondo esterno sembra aver perso ogni punto di riferimento.
Interessante la scelta di un linguaggio moderno e scorrevole. Cuccuru non cerca una ricostruzione artificiosamente arcaica, ma accompagna il lettore per ben 597 pagine dentro il 476 d.C. con una scrittura agile, in grado di rendere naturale il confronto tra personaggi provenienti da differenti culture. Le descrizioni del territorio, frutto di un’attenta conoscenza dei luoghi, contribuiscono a costruire una Sibrium concreta, fatta di strade, terre, insediamenti e spazi nei quali la minaccia può arrivare da un momento all’altro.
Il romanzo ha anche il merito di cambiare passo nel corso della narrazione, evitando che una struttura iniziale troppo uniforme finisca per appesantire il racconto. La storia accelera e acquista nuove prospettive proprio quando il lettore ha ormai familiarizzato con i suoi protagonisti e con gli equilibri dell’avamposto.
La caduta dell’Impero, pur confinata allo sfondo, s’insinua e attraversa ogni pagina. I protagonisti non hanno ancora il distacco necessario per comprendere di trovarsi davanti alla fine di un’epoca e all’inizio di un’altra.  Per loro non esiste ancora una data da ricordare sui libri di storia: esistono terre da difendere, persone da proteggere, alleanze da costruire e nemici da affrontare.
Ed è forse qui che Sibrium trova la sua chiave più efficace: raccontare la Storia nel momento in cui ancora non sa di esserlo diventata.

Alessandro Cuccuru, nato  in provincia di Varese a pochi chilometri da Castelseprio, il sito archeologico patrimonio dell’UNESCO in cui ha scelto di ambientare i suoi primi tre romanzi, oggi vive al confine tra Lazio e Abruzzo.
Terminati gli studi classici, lavora nei settori del commercio e dell’intermediazione, per poi approdare al giornalismo. Collabora con diverse riviste, quotidiani, radio e televisioni ed è corrispondente dell’agenzia di stampa ANSA.
Nel 2015 pubblica “Sibrium”, le cui vicende si svolgono nel 476 d.C. subito dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nel 2017 è tra i fondatori di Aporema Edizioni, una cooperativa alla quale negli anni seguenti si uniscono altri autori e operatori editoriali. Nel 2019 esce “Il segreto di Sibrium”, che narra il tramonto del regno longobardo. Nel 2020 pubblica “Maloscritto – I dodici errori da evitare per non finire nel cestino dell’editore”, con illustrazioni di Stefano Girola.“La Vipera e la Torre”, uscito nel 2021 e incentrato sullo scontro tra i Visconti e i Della Torre nel XIII secolo, chiude il ciclo dedicato a Castelseprio.
“La Pazza di Tagliacozzo” è il suo ultimo romanzo.

:: Di rose e di lucciole. Una nuova indagine per il commissario Villata di Marco Badini (Todaro, 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 settembre 2026

Un titolo che crea subito un’atmosfera. Di rose e di lucciole,  pare soave, dolce, quasi romantico. Una rosa è da sempre simbolo di bellezza ma anche  fragilità, una lucciola brilla festosa come  una piccola luce nel buio. E all’inizio guidati solo  da  quella piccola luce entriamo quasi in punta di piedi  in  una storia che invece comincia con una morte.
Ottobre 1933. Nella pianura bresciana, nelle acque del fossato che circonda il castello di Padernello, viene ritrovato il corpo di Albina, una ragazza di appena sedici anni. A prima vista il colpevole sembra quasi già pronto, scodellato: un giovane con la mente di un bambino, considerato da tutti “lo scemo del villaggio”. Ma il commissario Fulvio Villata non ne è convinto. Alcuni particolari non gli tornano.  Ciò nondimeno ogni volta che prova a seguire un’altra  pista, qualcuno interviene di prepotenza per indirizzare l’indagine verso la soluzione più comoda.
Villata è tornato. Lo avevamo conosciuto in una precedente indagine e oggi lo ritroviamo nella Brescia fascista del ‘33, alle prese con un caso che pian piano si dilata al di là del semplice delitto. Intorno alla morte di Albina si muovono interessi, ricatti, reputazioni da difendere, famiglie in decadenza e nuovi imprenditori desiderosi di affermarsi. E sopra tutto incombe il potere, il Regime, sempre pronto  a condizionare il lavoro della polizia e a distorcere la verità.
Un  intreccio tra giallo e storia in cui il fascismo non resta in secondo piano, ma penetra nelle relazioni e nei comportamenti. Una lettera, una fotografia, uno sguardo possono diventare pericolosi se ciò che dovrebbe appartenere alla sfera privata rischia di compromettere l’onore di una famiglia. Perché  l’indagine sulla morte di Albina potrebbe  riportare alla luce segreti che si preferiva lasciare sepolti.
Ma c’è Fulvio Villata, il “Mastino di Brescia”, appartiene all’apparato dello Stato, ma non è un dogmatico. Uomo intelligente, caparbio, moralmente integro, mantiene libertà di giudizio in un ambiente dove solo fare il proprio mestiere può diventare rischioso. Il soprannome, nato in altro contesto, lo descrive perfettamente: quando sente qualcosa non gli torna, Villata non molla. La sua forza non è solo professionale. L’uomo Commissario cela in sé una lontana perdita, un dolore mai davvero superato.
Badini lo lascia intuire attraverso alcuni flash poche immagini più intime.  E il buon rapporto con Amilcare Ferri lo rende  ancora più umano. Non sono soltanto un commissario e l’agente  il suo vice , due persone che condividono il peso dell’indagine ma tra loro esiste la complicità di chi lavora sempre  insieme: scambi, battute e confidenza, un po’ di leggerezza insomma.
Padernello regala  a Villata,  al suo arrivo davanti al fossato del Castello un’immagine  fiabesca. Il castello parla di storie incantate:  della Dama Bianca , però qui la giovane del romanzo non è una principessa addormentata, ma una giovane morta. Un corpo, un nome, Albina, una storia, la sua. Attraverso l’indagine scopriremo paure, ingenuità e aspettative di qualcuno che non aveva ancora avuto il tempo di vivere. Badini dissemina il caso di indizi e piccoli particolari, costruendo una perfetta indagine classica e che neppure rinuncia a qualche inatteso cambio di ritmo. La trama procede lentamente circospetta poi, quando meno ce lo aspettiamo, accelera, corre. Ci sono persone in grado  di compiere terribili gesti  per paura, vergogna o egoismo, mentre altre sfruttano invece l’altrui fragilità per riuscire meglio a esercitare potere.
La nebbia bresciana, il castello, la Dama Bianca e le lucciole aggiungono alla storia una dimensione, un’atmosfera particolare, persino capace di attenuare i contorni più duri della vicenda senza cancellarne la crudeltà.
Di rose e di lucciole è un giallo d’indagine costruito con cura, ma e soprattutto è la  storia di persone costrette a vivere in un tempo in cui  sentimenti, desideri e verità potevano diventare molto pericolosi. E difatti quando alla fine l’indagine si chiude, ciò che resterà non sarà soltanto la soluzione del delitto. Resterà  il commissario Villata, con i suoi ricordi, la sua ostinazione e quel difficile equilibrio che il ruolo e la sua coscienza gli impongono di mantenere.

Marco Badini, laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Tourism Quality Management. Appassionato di mondo digital, cultura pop e letteratura. Curioso per natura e sempre pronto a nuove sfide.

:: Piccoli Lettori: l’editore Àncora arriva con Freccette, la sottocollana dei personaggi biblici POP. Si parte con Adamo ed Eva e Caino e Abele – A cura di Viviana Filippini

28 settembre 2026

È arrivata in libreria per l’editore Àncora una sottocollana Freccette,dedicata ai “Personaggi biblici POP”. I primi due volumi sono “Adamo ed Eva” e “Caino e Abele” scritti da Giovanni Battista Magoni con le illustrazioni dallo stile colorato e pop di Selene Campanella. Ogni volume presenta il racconto di un episodio biblico – in questo caso Adamo ed Eva e il grave peccato che determina la loro cacciata dall’Eden e il dramma tra i fratelli Caino e Abele- dove le parole sono affiancate a immagini che permettono di comprendere al meglio lo scritto. Accanto alla narrazione della storia biblica c’è una spiegazione diretta, semplice che va al cuore del contenuto. Questa collana edita da Àncora è la dimostrazione che la catechesi è all’avanguardia e lo fa con una nuova veste nell’approccio, nel metodo e nelle modalità del commento. I libri infatti si rivolgono direttamente a chi legge e lo fanno proponendo domande, approfondimenti e riflessioni, chiedendo quindi direttamente al lettore se ha provato sensazioni simili o vissuto situazioni somiglianti a quelle dei protagonisti. Un porsi al lettore in maniera semplice, divulgativa e, soprattutto, non scontata. Dopo il commento è presente anche una preghiera e alla fine di ogni volume è stata inserita anche una proposta di laboratorio pratico da svolgere in compagnia dove ogni elemento richiesto ha un fine pratico e comunicativo preciso. I libri proposti relativi ai personaggi biblici indagano i valori di fede ed esistenziali dell’uomo e sono ideali per lettori adulti, genitori, docenti, bambini e per i loro educatori e catechisti.

Giovanni Battista Magoni, sacerdote, filosofo, teologo, Direttore di Ancora Editrice

Selene Campanella, grafica e illustratrice, collabora con diverse case editrici e organizza corsi di disegno, pittura e creatività.

Source: ufficio stampa casa editrice.

:: Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo (Pendragon, Bologna, 2026) a cura di Hala Radwan

24 settembre 2026

La raccolta Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un’opera poetica fortemente attraversata dalla memoria, dalla storia, dal mito e dalla riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. Già la Prefazione di Daniele Macris offre una chiave interpretativa significativa, individuando nella poesia di Catalfamo una tensione costante tra pensiero e realtà, tra la tradizione culturale e la necessità di confrontarsi criticamente con il presente.

Il poeta non si limita infatti a evocare il passato, ma lo interroga per comprenderne la permanenza nel presente e per individuare, attraverso la conoscenza, la possibilità di un cambiamento. In questo senso, il titolo stesso della raccolta, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito, sintetizza una poetica fondata sul superamento dei confini tradizionali tra poesia, filosofia, storia e realtà quotidiana. L’«ultrafilosofia» non appare come una fuga nell’astrazione, ma come un pensiero che nasce dall’esperienza concreta e ritorna ad essa. Nel componimento Ultrafilosofo, il riferimento a Leopardi e alla sua concezione della civiltà si intreccia con la figura dell’«intellettuale corsaro», ereditata dalla memoria paterna. L’intellettuale autentico è così colui che non si limita a ripetere un sapere già codificato, ma attraversa criticamente la realtà, cercando di «capire / per poi agire». La conoscenza assume quindi una funzione etica e civile: comprendere il mondo diventa il presupposto per intervenire su di esso.

Uno dei nuclei più significativi della raccolta è proprio il rapporto tra memoria, storia e identità. In testi come La storia siamo noi, Le due città e Vecchio ciclostile, la memoria individuale si allarga progressivamente fino a diventare memoria collettiva. Il passato non viene presentato come un luogo immobile e nostalgico, ma come una dimensione ancora presente nella coscienza degli individui e delle comunità. Anche gli oggetti, i luoghi e le figure del passato diventano depositari di una storia che rischierebbe altrimenti di essere cancellata. Il poeta recupera dunque ciò che la modernità tende a marginalizzare e lo restituisce a una memoria capace di interrogare il presente.

La stessa funzione assume il mito. Catalfamo non lo utilizza come semplice repertorio di immagini classiche, ma lo sottopone a un processo di rilettura e di demitizzazione. In Il mito di Orfeo, per esempio, la figura mitica viene ricondotta a una dimensione razionale e storica attraverso il confronto tra Apollo, Ermes e Dioniso. Il mito, privato della sua aura intoccabile, diventa così uno strumento per comprendere le contraddizioni dell’esperienza umana. Anche in Miti siculo-greci il patrimonio mitologico appare stratificato attraverso epoche, religioni e culture diverse: il sacro e il profano, il cristiano e il pagano, la vita e la morte convivono in una memoria culturale complessa. Il mito, pertanto, non appartiene esclusivamente al passato: continua a vivere nelle forme attraverso cui una comunità interpreta se stessa.

Particolarmente interessante, in una prospettiva comparatistica, è il modo in cui questa continuità culturale emerge nella rappresentazione della vita quotidiana e soprattutto delle figure femminili. Le donne della raccolta non sono semplicemente personaggi inseriti in un determinato ambiente sociale; attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro giudizi e persino i loro sentimenti diventano luoghi di trasmissione di codici culturali. La cultura, infatti, non sopravvive soltanto nelle grandi opere o nelle istituzioni, ma anche nei comportamenti quotidiani e nelle relazioni interpersonali. Perfino sentimenti socialmente negativi, come l’invidia, possono rivelare la persistenza di modelli culturali e di forme di mentalità trasmesse attraverso le generazioni. Questa dimensione rende la rappresentazione femminile particolarmente significativa: la donna può essere al tempo stesso custode di una tradizione e spazio nel quale tale tradizione viene trasformata.

Demetra contadina costituisce, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti. La figura mitologica viene riportata nella concretezza della dimensione contadina e quotidiana, dove il rapporto con la terra, il cibo, i cicli naturali e i rituali assume un valore culturale profondo. Il mito non è più lontano dalla realtà: si incarna nella vita concreta e nella memoria di una comunità. È proprio attraverso questo processo che Catalfamo riesce a trasformare il patrimonio mitico in una forma di conoscenza del presente.

Un altro aspetto particolarmente significativo della raccolta riguarda la figura del docente e il rapporto conflittuale tra l’intellettuale e l’istituzione educativa. In questo caso la scuola e l’università non vengono rappresentate soltanto come luoghi di trasmissione del sapere, ma anche come spazi nei quali può emergere la tensione tra conoscenza autentica e burocratizzazione del sapere. Il docente, chiamato a educare e a trasmettere cultura, può trovarsi in contrasto con meccanismi istituzionali che rischiano di trasformare l’istruzione in una pratica puramente amministrativa. La figura dell’intellettuale acquista quindi una dimensione di resistenza: non deve limitarsi a riprodurre ciò che l’istituzione stabilisce, ma deve conservare la capacità critica necessaria per interrogare le strutture nelle quali opera.

In questo quadro assume particolare rilievo il verso «è l’istruzione l’arma / della libertà», che sintetizza una delle convinzioni civili più forti presenti nella raccolta. L’istruzione non rappresenta semplicemente l’acquisizione di conoscenze, ma una possibilità di emancipazione. Tuttavia, perché possa svolgere realmente questa funzione, il sapere deve mantenere la propria libertà critica. È la stessa tensione che ritorna in Processo, dove il riferimento a Socrate richiama il conflitto storico tra la ricerca della verità e il potere che pretende di controllarla. La figura socratica diventa così emblematica di un intellettuale che accetta il rischio del pensiero pur di non rinunciare alla propria autonomia.

Anche Tersite, Stalin, Peppe Trelire, Carràci, Quatarone e La Lupa  contribuiscono, attraverso registri e figure differenti, alla costruzione di una poesia che rifiuta la separazione tra grande storia e piccola storia, tra mito e quotidianità, tra cultura alta e cultura popolare. Catalfamo recupera personaggi, luoghi e memorie marginali per inserirli in una più ampia riflessione sulla società e sulla condizione umana. La sua poesia procede quindi per sovrapposizioni: il passato dialoga con il presente, il mito con la storia, la cultura popolare con quella classica, l’esperienza individuale con la memoria collettiva.

In definitiva, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito può essere letto come un invito a guardare indietro non per rifugiarsi nel passato, ma per comprendere meglio il presente e preparare il futuro. La memoria diventa coscienza storica, il mito diventa strumento critico e la poesia diventa una forma di conoscenza capace di trasformarsi in azione. È proprio in questa continua oscillazione tra passato e presente, tra eredità culturale e necessità di rinnovamento, che risiede la vitalità della raccolta.

Questa è, in definitiva, la mia personale lettura e percezione dell’opera, maturata dal mio punto di vista di studiosa egiziana e docente di Letteratura italiana comparata. Una prospettiva che mi ha permesso di cogliere nella poesia di Catalfamo non solo il dialogo tra mito, memoria e contemporaneità, ma anche la profonda vitalità del rapporto tra cultura, identità e realtà.

:: La scala di seta di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone (Sellerio, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

21 settembre 2026

Ponte San Giacomo e Pisa. Nel proprio laboratorio privato di analisi (aperto da un paio d’anni in località La Fontina) un bel dì del 2026 la 49enne bravissima esperta di chimica sopramolecolare Serena Martini riceve la visita della giovane benestante altissima architetta Chiara Sbrana con la bustina contenente un pizzico minimo di polvere grigiorossa. Vorrebbe sapere se ci sono dentro metalli pesanti, amianto, composti organici, attraverso una microscopia elettronica a scansione, preventivo accettato di seimilacinquecento euro. L’11 febbraio le consegna i risultati e le invia la fattura via Whatsapp (il pos non funzionava, stavano installando la fibra), ma la tizia scompare e quasi tre settimane dopo l’amica sovrintendente Ana Corinna Stelea prima le consiglia di rivolgersi a un avvocato, successivamente le comunica che è stata infine identificata la vittima di un investimento d’auto avvenuto il 13 febbraio, si tratta proprio della cliente. Dovranno collaborare ancora, Serena sarà addirittura indagata. Lei convive con i due figli in piena dipendente età scolastica, da accudire nutrire accompagnare, Pietro (verso i diciassette anni, studia violoncello) e Martino (quattordici, si allena con lo judo) e il pur ottimo marito (da oltre venti anni) Virgilio Rossi, acuto casinista straordinario (la suocera Augusta Pino incombe) e professore ordinario di Intelligenza Artificiale a Informatica all’Università di Pisa. Possiede, invero, uno straordinario olfatto (organico) e fiuto per i guai. Corinna, invece, indaga senza annusare, con buon piglio e rigore giuridico, alta un metro e novantuno, capelli biondi e occhi grigi orlati di verde, bellissima e intelligente, non sposata né fidanzata, senza figli. Sbrana è stata assassinata, aveva un fidanzato e un collega di studio, la polvere poteva forse essere di un affresco nascosto, antichissimo magari, era in corso un corposo progetto di ristrutturazione; qualcosa comunque di prezioso e artistico. Servono a entrambe scienza e competenza.

La chimica scrittrice Samantha Bruzzone (Genova, 1974) e il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) sono effettivamente sposati da quasi una venticinquina d’anni, entrambi prematuramente appassionati di enigmi anche per deformazione professionale. Nel loro terzo divertente efficace bel giallo d’investigazione a quattro mani fanno ancora di continuo riferimento alle differenze fra fiction e no fiction, fra letteratura (Maigret) o cinema (serie) e realtà, continuano a scherzare spesso, ben venga! Malvaldi è divenuto un apprezzato originale vendutissimo giallista dal 2007 con l’inizio della celebrata famosa serie del BarLume. Nel 2011 iniziò a intervallare le umoristiche avventure matematiche dei vecchietti di Pineta con altri romanzi di genere e con saggi di natura scientifica. Le divagazioni sono via via divenute prevalenti, per il gusto nostro e di lettori curiosi che cercano intrattenimento e divulgazione. Insieme hanno già scritto vari libri per ragazzi e la moglie era sempre ringraziata dal marito per il contributo preventivo alle stesure dei testi. Nei loro romanzi la narrazione al passato alterna i capitoli o i paragrafi narrati liberamente in prima persona femminile da Martini (Martini&Rossi la coppia), la coautrice in prima stesura (in genere numeri nel titoletto), ai capitoli o ai paragrafi sulla poliziotta Stelea, esposti in terza da un narratore maschile esterno, il coautore in prima stesura, che spesso si manifesta per pratica ironia (nel titoletto le relative disposizioni del codice penale o di procedura penale). Il riuscito godibile effetto è la “fusione di punti di vista” di genere. Il titolo fa riferimento a una farsa di Rossini del 1812 (che per lungo tempo sembrava andata perduta), la solita storia della ragazza sopra e del ragazzo sotto, lui dovrebbe salire e la seta è robustissima. Le acrobatiche, continue e simpatiche digressioni sul lato comico o paradossale o assurdo o triste o amorevole della vita questa volta ruotano pure intorno a una valigetta scomparsa e al soggiorno pisano di Keith Haring, fatto salvo che l’intreccio resta giallo e il dipanarsi della vicenda un’indagine criminale per scoprire il colpevole. Il brindisi si fa con Franciacorta, Riserva Moretti di Bellavista.

:: Really Ruby, Maddie Frost (Gallucci 2026)- A cura di Viviana Filippini

15 settembre 2026

È arrivato in Italia il primo diario di Ruby Fox: “Really Ruby” creato da Maddie Frost ed edito da Gallucci. La protagonista, una vivace e simpatica ragazzina, scrive questo diario e lo condivide con noi lettori raccontandoci la sua famiglia, la mamma, il papà e il fratellino, i suoi amici. Un mondo un po’ strambo, a tratti surreale, ma divertente, dove non mancano i desideri, le aspettative e le liste di cose da fare, compreso l’andare al campo estivo con la sua migliore amica: Riley. Peccato che questa gioia frizzante di Ruby  si interrompa nel momento in cui la protagonista scoprirà di doverci andare da sola al Campo Pineview, in Vermont. Purtroppo non le servirà a nulla fingersi malata per convincere la madre a tenerla a casa. Ruby parte, da sola e anche di malavoglia, triste e sconsolata ma con il suo inseparabile diario che diventerà il testimone dell’esperienza di un mese al campo estivo. Un vacanza che si rivelerà qualcosa di completamente nuovo ed entusiasmante non  noioso come la piccola protagonista pensava. L’esperienza al camp sarà piena di inaspettate sorprese che daranno forma a nuove amicizie e tante avventure diverse tra loro, come balli, pigiama party, amicizie nuove e costumi da bagno che non sempre stanno al loro posto. Il libro creato da Maddie Fox (il primo di una serie) è spassoso, divertente e fatto come un  vero e proprio diario, con scritte  e disegnini tipici di una ragazzina che sta crescendo e sta affrontando la vita e le emozioni che la caratterizzano. “Really Ruby” è un viaggio nelle avventure, disavventure e intoppi che caratterizzano la vita della piccola Ruby e di quel mondo che sembra un po’ strampalato,  anche se poi così strampalato non è. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.

Maddie Frost è cresciuta negli Anni Novanta in Massachusetts, forse guardando troppa TV. Prima disegnava i personaggi dei suoi programmi preferiti, poi si è messa a creare i propri. Finché qualcuno ha cominciato a pagarla per disegnare e scrivere storie, e incredibilmente alcuni dei suoi libri sono persino diventati dei bestseller. (fonte bio. sito Gallucci)

:: Cara Debbie di Freida McFadden (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

14 settembre 2026

Ci sono persone che sembrano bravissimi a risolvere i problemi… ma solo se si parla di quelli altrui, perché davanti invece ai propri, si bloccano.
E qui vediamo che Debbie Mullen fa senz’altro parte  della prima specie. Da anni, con la sua rubrica Cara Debbie, ha letto e risposto agli sfoghi e alle lamentele di tante donne di Hushingam,  New England. Poi per ognuna ha cercato  di trovare il consiglio giusto, di dare buoni suggerimenti ecc. Fino a quando… Ma non anticipiamo le conclusioni.
Debbie oltre a collaborare con la piccola rivista cittadina è una casalinga. Ha due figlie adolescenti che mettono continuamente alla prova la sua tranquillità, e un marito, Cooper, commercialista poco ambizioso, timido, ma presente e affettuoso. La sua famiglia naviga nel mare della “normalità” con alcune inevitabili tensioni giornaliere. Certo è che dietro quella “normalità” per Debbie c’è solo  insoddisfazione. Al secondo anno di università  infatti un trauma l’ha costretta  a mollare e rinunciare a un percorso universitario che si presentava di successo.  Poi, per fortuna, ha incontrato Cooper, ha accettato di sposarlo e hanno avuto due figlie. Lavorano entrambi per mandare la prole  a una buona scuola e coprire il mutuo per l’acquisto della casa in un quartiere di livello, Debbie  si dedica al suo giardino, in cui coltiva coloratissimi papaveri da oppio…, sfoga il suo interesse e bravura per la tecnologia, creando applicazioni che installa sui telefoni di famiglia e  fa di tutto per essere gradita alle vicine,  più ricche e che ritiene più fortunate di lei… Poi naturalmente si sforza di accordarsi con flirt e problematiche scolastiche delle figlie…
Tenere la rubrica di posta: Cara Debbie con la  la quale continua ad aiutare donne sconosciute a giostrare in vite sentimentali e domestiche complicate, le piace ma … forse non ha mai davvero superato quel trauma del quale non ha mai detto qualcosa  a nessuno e tanto meno al marito.
Poi… quella risposta di getto a una lettera e la sua vita comincia a  diventare un casino. Il suo lavoro salta, le figlie paiono sbalestrate e persino Cooper, il marito apparentemente più innocuo del mondo, sembra nascondere qualcosa.  Che la sua vita stia perdendo i punti di riferimento?
Dava suggerimenti alle altre: non sarà arrivato il momento di pensare a sé?
Insomma Debbie comincia a cambiare. Da donna tranquilla, sempre ragionevole e disponibile, mostra reazioni imprevedibili, man mano più inquietanti. Quanto può diventare pericolosa una persona apparentemente innocua quando decide di non esserlo più?

Debbie è senza dubbio un personaggio strabordante. Non l’eroina positiva alla quale affidarsi. È una donna dotata di ironia e intelligenza ma, frustrata, diventa diversa e persino vendicativa.
Insomma, dietro le sue fantasie, salta fuori qualcosa di molto umano: la stanchezza di essere sempre quella che comprende, perdona, aggiusta e cerca di tenere tutto sotto controllo. Ragion per cui  decide che il troppo sia troppo.
Suo marito, Cooper rappresenta l’altro risvolto dell’ambiguità. Si sente inferiore a Debbie, convinto di non meritarla, si sente in colpa cela qualcosa.  Dovrebbe trovare la forza di parlare?
E mentre tre voci narrative Debbie, Cooper e l’amica di Debbie, Harley si alternano, molto degli avvenimenti cominciano a cambiare.
Frieda McFadden con Cara Debbie intriga e diverte. I capitoli brevi del romanzo e i suoi continui cambi di prospettiva garantiscono una storia costruita per alimentare curiosità e sospetto. I colpi di scena non mancano e, cosa che non guasta, magari rimettono tutto in discussione.
Con Cara Debbie non reinventa il domestic thriller e non pretende di farlo. Si serve di un meccanismo consolidato e lo affida a una protagonista in grado di portare nella trama una buona dose di ironia e di cattiveria. Forse non raggiunge stavolta il livello di Una di famiglia eccetera, ma riesce a suscitare abbastanza curiosità da spingere i lettori a voltare pagina per capire dove si voglia arrivare.
Ma forse il trucco sta proprio qui: cosa succede a una donna abituata a dare consigli, quando decide di ignorarli? Se si guarda bene tutte le persone anche le migliori hanno dei limiti. E Debbie scoprirà quanto possa diventare gratificante superarli.

Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con oltre 56 milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina, Cara Debbie e The Dinner Party. Per saperne di più: http://www.freidamcfadden.com

:: L’arte del delitto di Letizia Triches (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 settembre 2026

Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà  a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro.
Vent’anni dopo infatti  Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera.  Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza.
Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia.
Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi.
Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi.
Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti.
Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle  immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo.  Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro.
Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà  al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece…
La  serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla  colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto…
A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone  molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla?  Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto.
L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false.
Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati.
Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie…
Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie,  mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista.
Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.

:: Il telefono rosso di Andrea Peirone (Bibliotheka Edizioni, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

10 settembre 2026

Estate 1970: Adriano è un giovane giornalista del Corriere della Sera e si trova a essere collega del famoso scrittore Dino Buzzati. Il ragazzo ha da poco perso il padre in circostanze poco chiare e non se ne dà pace. Un aiuto inaspettato gli giunge proprio dall’illustre collega, che lo invita a una festa in un’elegante villa sul Lago di Como, il cui proprietario è l’enigmatico conte Sabadin. Qui Adriano fa la conoscenza del noto sensitivo Gustavo Adolfo Rol, che decide di effettuare uno dei suoi famosi esperimenti. Tramite un apparecchio commutatore fa squillare un telefono e chiede ad Adriano di rispondere. Dall’altra parte arriva la voce di Luciano, il padre morto. Dopo un primo, comprensibile attimo di smarrimento, il giovane chiede al genitore come e perché sia stato ucciso e soprattutto da chi. A questa seguiranno altre telefonate, che permetteranno di far venire alla luce la verità.

Il telefono rosso è un breve e originale romanzo di Andrea Peirone, pubblicato da Bibliotheka Edizioni. Accanto al personaggio di Adriano troviamo figure realmente esistite, come il giornalista e scrittore Buzzati e il sensitivo Rol. Il romanzo alterna le vicende di Adriano a quelle di suo padre, narrate in prima persona e ascoltate dal giovane tramite il particolare apparecchio. Apprendiamo così che Fosco, fratello di Luciano e zio di Adriano, aveva lasciato moglie e figli per convivere con un’altra donna. A un certo punto, lo stesso Fosco era sparito e si era immischiato in un brutto giro con gente poco raccomandabile. Il fratello aveva fatto di tutto per rintracciarlo e alla fine ci era riuscito, pagando, però, un prezzo altissimo. Il romanzo mescola alcuni elementi del giallo con risvolti storici e politici, essendo ambientato alcuni mesi dopo la strage di Piazza Fontana. Il tocco “sovrannaturale” è dato dalla presenza di Rol e del suo apparecchio, che permette di comunicare con l’aldilà. Molto intense sono le pagine che raccontano del breve ricongiungimento tra i due fratelli. Così come l’ultimo contatto telefonico fra padre e figlio, in cui Luciano e Adriano riescono a dirsi ciò che non si erano mai detti di persona. Il tutto sullo sfondo del Lago di Como e di alcuni luoghi di “manzoniana” memoria.

Andrea Peirone: Ha vinto la VI edizione del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como con il racconto La Gabbia Dorata ed è stato finalista della VII edizione con L’Uomo del Magnodeno. Ha pubblicato la raccolta di racconti Compendio di Orrori Laghee e il racconto Sotto Spirito sulla rivista di letteratura Inkroci.  

:: La sfida, Paola Zannoner (Gallucci, 2026) A cura di Viviana Filippini

7 settembre 2026

Paolo è il protagonista del romanzo per giovani lettori “La sfida” di Paola Zannoner edito da Galucci. Paolo è  un ragazzino di 13 anni abile nel disegno, tanto da avere dato vita ad un vero e proprio manga con al centro le avventure dell’ Uomo Aquila. Per Paolo quindi disegnare è una grande passione, ed è quella che gli permette di inventare mirabolanti avventure. Per lui. Molto meno interessante per alcuni suoi coetanei che lo prendono in giro per quello che fa. Tra di loro c’è anche il gruppo dei Seven Sins, ragazzi come Paolo che fanno video emulando un noto youtuber e agiscono prendendo di mira i compagnia più fragili spingendoli a sfide estreme. Il tutto per caricare poi i video delle loro gesta sul web e avere visualizzazioni. Una cattiveria gratuita che travolgerà anche il protagonista costringendolo ad una sfida. Il libro per ragazzi della Zannoner si occupa del mondo degli adolescenti, delle passioni che vengono coltivate e che rendono qualcuno, in questo caso Paolo, l’elemento più che da ammirare, da bersagliare e sbeffeggiare. Il tema del bullismo passa attraverso l’insano agire di questo gruppo di bulletti emuli di qualche altro furbastro che hanno visto nel web, i quali agiscono contro il prossimo ritenuto più fragile e debole.  Paolo, il protagonista, finisce davvero in  una situazione di pericolo e si renderà conto che essere l’Uomo Aquila disegnato sulla carta, non è la stessa cosa che provare ad esserlo per davvero per superare la sfida dei Seven Sins. Gli intoppi e gli ostacoli, a volte messi in atto da chi bullizza, sono sempre dietro l’angolo e la sfida a cui Paolo è sottoposto rischia davvero di avere un fine tragico. L’autrice però mette nella sua storia anche adolescenti con quella maturità e saggezza che permettono loro di correre in soccorso dell’amico in pericolo e di evitare il peggio. Altro tema trattato è quella mancanza di maturità, quel volersi sentire grandi, forti e noti con i “like” del mondo virtuale, che spingono il gruppo essera appunto gruppo per avere più forza e a prendersela con il singolo, costringendolo a prove e azioni, delle quali spesso non si calcola l’esito concreto. Fine che potrebbe essere molto più grave del previsto. “La sfida” di Paola Zannoner è un romanzo per ragazzi, ideale anche per un pubblico adulto, perché pone l’attenzione sì sui pericoli delle sfide, ma evidenzia anche la forza dell’amicizia vera, quella che salva e la necessità di recuperare il rapporto e il legame con la vita vera, quella delle piccole gioie presenti nella dimensione concreta e quotidiana, lontana dai social e dal web.

Paola Zannoner, scrittrice e formatrice, vive a Firenze dove si è laureata in Lettere. È stata bibliotecaria, critica letteraria, consulente editoriale e da oltre 25 anni pubblica libri per ragazzi, tradotti in molte lingue. Ha ricevuto i più importanti premi letterari italiani, tra i quali il Premio Strega Ragazzi e Ragazze nel 2018. Con Gallucci ha già pubblicato un racconto nella raccolta “Le farfalle nello stomaco”.