Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).

:: Maciste in giardino, Guido Quarzo (Ancora,2026) A cura di Viviana Filippini

26 aprile 2026

Nico, il protagonista di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, edito da Ancora per la collana Ancorawow, ha un problema. Un problema bello grosso tra l’altro. Ossia un enorme talpa che si nasconde nel giardino di casa sua. Un animale che il padre di Nico, viste le dimensioni, ha soprannominato Maciste. Maciste è sì la talpa che scava gallerie, ma è anche un personaggio immaginario creato da Gabriele D’annunzio per il film “Cabiria” del 1914/15, del regista Giovanni Pastrone. Ad interpretarlo in quel periodo fu Bartolomeo Pagano, poi, la figura ispirata alla mitologia greca, con quell’individuo di grande forza e potenza, rimase così nella mente da diventare protagonista di tanti film, e non solo negli anni Venti, ma anche tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nel libro di Quarzo, il Maciste in questione è raccontato al lettore dal protagonista Nico. Oltre ad essere la talpa di enormi dimensioni, è Gino Bandiera. Il Bandiera è l’omone che irrompe nella narrazione, cieco come un talpa, che passerà ore e ore nel giardino di Nico per stanare la l’animale poco vedente come lui e tutto intento a scavare per i fatti suoi. Il libro di Quarzo è una storia simpatica, avventurosa, dove alla base c’è il voler raccontare l’amicizia tra un bambino (Nico) e un adulto un po’ burbero e silenzioso (Gino Bandiera). Quello che colpisce della trama, non è solo la caccia alla talpa, ma il rapporto che si crea tra Nico e Gino, il quale, nonostante ammetta di avere un rapporto complicato con i bambini e di non riuscire a parlare loro, alla fine diventerà amico di Nico. Un legame che farà emergere la vita di Gino, i suoi lavori (al circo e come pugile), la gioia e anche le difficoltà di un uomo che ha avuto un’esistenza davvero avventurosa. In Gino Bandiera ritornano anche alla mente le figure dei grandi pugili italiani del passato (anche se lui ha vinto molto meno), come Primo Carnera, ma anche i tanti Maciste super eroi forzuti e di grande bontà comparsi al cinema. Il tutto in una trama dove non mancano i colpi di scena e l’ironia e che fa di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, un libro per celebrare l’amicizia tra generazioni diverse e distanti anni tra di loro. Per lettori dagli 8 anni  in su.

Guido Quarzo è molto amato da insegnanti e ragazzi e molto attivo negli incontri di lettura presso scuole e biblioteche. Con questo romanzo l’autore è stato finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017. (Fonte sito Ancora ed.)

Source: Ufficio Stampa Ancora.

:: Cracovia di Roberto M. Polce (Morellini editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2026

Antica capitale polacca, Cracovia è al centro della nuova guida turistica edita da Morellini editore e curata da Roberto M. Polce, esperto di cultura e storia polacca. Inserita nella collana LowCost, è una guida molto compatta, sta comodamente in una tasca di uno zaino, e offre al suo interno itinerari ricchi di fascino per un turismo colto e responsabile, oltre a numerosi consigli su monumenti, musei, percorsi di shopping e ristoranti e da non tralasciare i ricchi contenuti extra digitali. La guida racchiude tutti i segreti della città vecchia, tutelata dall’UNESCO, e dominata dal castello del Wawel, e dell’antico quartiere ebraico di Kazimierz. Notevole per il suo pregiato tessuto architectonico, uscito indenne, al contrario di molte altre città polacche, dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, Cracovia è una città che sa farsi amare oltre per i suoi tesori storici, per il suo spirito giovane, e la sua vivace vita notturna ricca di divertimenti e svaghi che attira sia turisti mordi e fuggi, che turisti più esigenti. Folcrore, cultura, storia, ottimo cibo danno al turista un’esperienza unica in una delle città più belle dell’Europa centrale, a misura anche di bambino, nella guida infatti ci sono indicati percorsi anche per i più piccoli, oltre a una sezione dedicata alle gite fuori città con indirizzi di alberghi, ristoranti, negozi, per chi può fare una vacanza più lunga. L’ultima sezione racchiude le informazioni utili, con un paragrafo dedicato anche ai viaggiatori disabili. Per accedere ai contenuti multimediali è sufficiente utilizzare il QR code o la URL contenuta nelle pagine finali della guida.

Roberto M. Polce, fotografo, giornalista, traduttore, autore di diverse guide di viaggio, soprattutto sulla Polonia (fra cui il fortunato Polonia. Usi, costumi e tradizioni pubblicato presso Morellini e giunto alla terza edizione) e le città polacche (Cracovia, Łódź, Danzica, Varsavia), dal 2007 al 2011 è stato condirettore e photoeditor della rivista fotografica di viaggi “Vie dell’Est”. Dal 2011 vive a Danzica, dove lavora nel settore turistico. Nel 2012 è stato insignito della medaglia di Benemerito della Repubblica Polacca “per la sua attività volta a rafforzare l’immagine della Polonia in campo internazionale”.

:: “La riparazione cristiana” di Elena Golia (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano

16 aprile 2026

Sulla Croce di Gesù

c’è tanto spazio ancora!

Ognuno di noi vi salga

ad occupare il posto suo

 in spirito di amore e di riparazione!

“Dio non si stanca di perdonare e voi non dovete mai stancarvi di chiedere perdono”, ha affermato Papa Francesco. Ma per chiedere il perdono occorre avere il senso del peccato… che molti non hanno! Noi ci salveremo quando avremo compreso che il Bene Spirituale è superiore a quel bene materiale, che ci è dato vivere fino a quando rimarremo su questa terra. E’ desolante, pertanto, gettare lo sguardo sui costumi morali dell’attuale società, constatando che il male derivante dal nostro peccato, è esaltato come modello di vita da seguire, mentre la virtù, che normalmente eleva e nobilita l’essere umano, è considerata come un orpello da cui liberarsi, un peso del quale  il “farsi carico” è fuori tempo e fuori luogo. La soluzione ad una simile decadenza consiste nel prenderne coscienza e correre alla riparazione del male fatto. A tal fine, Dio accetta anche l’intercessione di quelle anime sante che si adoperano a riparare non solo peccati personali, ma anche queli altrui. Dio è sommo Bene e Bontà infinita ma, essendo anche somma Giustizia, dovrà ricevere l’offerta della nostra riparazione.

Dal libretto di don Giuseppe Tomaselli, si legge:

Riparazione- Gesù afferma: “Ogni strappo che si fa alla Divina Giustizia si deve riparare.Ciò che si toglie all’amore divino, si dia raddoppiato e possibilmente centuplicato. La mia vita fu una continua riparazione dei peccati del mondo. Però l’atto più eccellente di riparazione lo compio sulla Croce, ove io, Vittima Divina, sospeso tra cielo e terra, pagavo i grandi debiti dell’umanità.

Tu, o anima, fa’ di tutto per diventare un’anima Ostia, cioè offrimi le tue pene fisiche e morali, per riparare i peccati dell’umanità. C’è tanto da riparare… per i tuoi familiari, per la tua città, per il mondo intero!

Gesù ha sete di anime

Dal libretto Anime Ostie di don Giuseppe Tomaselli.

Le Mortificazioni- Gesù dice: ”praticando bene una sola virtù, facilmente se ne praticano tante altre. Devi dare alla tua natura il necessario, mai il superfluo, più le darai, più ti chiederà. Le piccole rinunzie a cui potrai ricorrere possono essere: parlare piano; rispondere dolcemente; sedere con compostezza;alzarsi dal letto prontamente; essere sempre sorridente, anche nel momento in cui il tuo cuore è amareggiato; superare con generosità un puntiglio; non evitare la compagnia di una persona antipatica; non accalorarsi nelle discussioni e cedere facilmente dove non c’è errore o male;leggere con un poco di ritardo una lettera desiderata; non lamentarsi dei cibi; bere con ritardo; rinunciare ad un rinfresco nei calori estivi; frenare la curiosità di sentire un fatto; privarsi di un frutto o di un dolce; evitare di lodarsi; evitare la critica diretta contro gli altri; accettare lezioni di umiltà e di carità, ringraziando umilmente. Pregare per chi ci tratta male”.

Lo scrupolo

Alcune anime pie, disposte a sacrificarsi per Gesù, potrebbero cadere nella diabolica e terribile insidia dello “scrupolo”, architettata per tarpare le anime generose, facendogli sprecare il tempo che potrebbe essere utilizzato in attività proficue.  La vita di queste anime diventa pesante ed opprimente. L’anima scrupolosa fa continui esami di coscienza, fino ad esaurire le forze fisiche e diventare quasi incapace di lavorare. E’ tentata ad abbandonare la vita spirituale, per darsi ai piacere del mondo. Fino a quando quest’anima lotta contro il peccato mortale e contro mancanze involontarie, anche piccole, prova una grande pace, conseguendo discreti risultati. Ma poi, a causa di ripetuti esami di coscienza, pensando e ripensando a cose immaginarie, la fantasia si altera molto, tanto che appare “male” anche quello che tale non è.

Don Giuseppe Tomaselli afferma che, alle persone scrupolose e tormentate dalle più terribili tentazioni, occorre fare delle domande: “Se mentre voi siete con la mente ripiena di cattivi pensieri o dubbi sulla fede, io dicessi: ‘ Volete commettere un peccato mortale? Volete andare all’Inferno?’

Se l’interrogato dovesse rispondere: ‘Ma io non vorrei mai offendere Gesù!’

Io direi:’ In tanti anni di tormento non avete mai offeso Gesù! Avrete forse commesso delle imperfezioni, mai però una colpa grave!’

Il peccato mortale si fa solo quando l’anima nella pienezza delle sue facoltà dicesse: questo è un grave male, lo so e lo voglio fare con tutto il cuore! E’ quasi impossibile che le persone delicate arrivino a questo!”.

Amare il prossimo

Gesù afferma:Anima ostia, la virtù che devi coltivare innanzitutto è la carità! Amatevi gli uni e gli altri dissi agli Apostoli, da questo sarete riconosciuti per miei discepoli. Più l’anima Ostia sarà caritatevole, meglio sarà amata da me. E ogni piccola indelicatezza verso il prossimo è una spina dolorosissima conficcata nel mio Cuore”. Colui che manifesta un piccolo interesse al prossimo, condivide con Gesù una pena. Chi procura un piccolo piacere al suo simile, toglie una spina dal cuore di gesù.

Ogni volta, poi, che ti comunichi, la prima preghiera sarà per quelli che ti hanno fatto soffrire, dicendo: ‘O Gesù, per il mio prossimo, cambia in benedizioni e gioie i dispiaceri che ho ricevuto!’.  Gesù Ostia perdona, dimentica e benedice. L’anima ostia faccia lo stesso.

Chi è L’autrice di questa amalgama di preziosi ammaestramenti?  Elena Golia, nata ad Aversa (Caserta) nel 1945, dopo gli studi giovanili si reca a San Giovanni Rotondo, presso la Casa Sollievo della Sofferenza, per compiere una singolare esperienza di fede e di assistenza agli infermi, seguendo la direzione spirituale di padre Pio da Pietrelcina. Consegue il diploma di “Infermiera Professionale”; entra in contatto con Don Dolindo Ruotolo, Servo di Dio, ed incontra provvidenzialmente il Sacerdote siciliano don Giuseppe Tomaselli che la guarisce dai postumi di una malattia. Ad Aversa si sposa con un medico-chirurgo, diventa mamma di due figlie e nonna di cinque nipoti. Nel 1981, accede alla Scuola Statale dalla quale, in età matura, si colloca in pensione quale insegnante di scuola primaria. La sua fede religiosa si profonde in una produzione letteraria costituita da vari articoli, libri di testimonianza, di riflessione religiosa, preghiere. Esporta di recente la sua stampa in Polonia.

Grazie ad una meditata ricerca letteraria, con questo libretto  – edito da Edizioni Segno –  è riuscita a disegnare un quadro preciso circa la dovuta Riparazione che gli esseri umani sono tenuti a rendere a Dio per risolvere il proprio “mal fatto”.

Come ci insegnano padre Pio da Pietrelcina, don Giuseppe Tomaselli, e molti altri santi, il nostro Creatore, Sommo Bene e continua Provvidenza, è anche Somma Giustizia. Testimone principale di questa espiazione è nostro Signore Gesù Cristo, Dio incarnato, che con il suo Estremo Sacrificio è il Sommo Riparatore nella storia di questo mondo. A tale Riparazione, tuttavia, ciascuno dovrà aggiungere “ciò che manca alla sua Passione e Morte”.

Un impegno particolare dovrà essere svolto dai governanti delle Nazioni, affinché si convertano a giusti propositi, per apportare nel mondo Giustizia, Verità, e Pace. Dai testi scolastici per bambini, al campo dell’università più facoltosa, ai gangli della comunità terrena, oggi l’uomo è sfinito da quello stesso idolo materiale che si è costruito come fantoccio da idolatrare al posto di Dio, di Gesù.

Siamo scivolati con la pancia in sù, mentre il camion della guerra ci getta nella spazzatura del tempo per ritrovarci nudi di fronte al passato e al futuro. Ritroviamo la fede, e tornerà La Terra baciata dal Sole di Nostro Signore Gesù Cristo e di Maria Santissima, Sua e nostra dolce Madre.

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: Saga di Grettir il forte (Iperborea, 2026), a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2026

È arrivato in libreria uno dei capisaldi della letteratura medievale nordica inserito nel filone delle Saghe degli islandesi che ha per protagonista la figura di Grettir il forte. Le sue vicende si trovano nel libro la “Saga di Grettir il forte”, edito da Iperborea, dove vengono narrate le gesta più eroiche, ma anche drammatiche di questo uomo dalla forza impressionante e in certi momenti davvero sovrumana. Chi è però Grettir il forte? Per scoprirlo basta immergersi nella storia  tradotta da Cristiano Vecli con prefazione di Fulvio Ferrari e seguire le vicende di Grettir Ásmundarson un eroe epico, un po’ giustiziere, un po’ fuorilegge, un po’ eroe un po’ emarginato, ispirato oltretutto ad un figura realmente esistita nell’XI secolo. Grettir ha origine vichinghe, discende da quei vichinghi che si ribellarono al re della Norvegia, lasciando quella terra d’origine per dirigersi in Islanda. Grettir arriva qui, ma da subito il suo carattere un po’ irruento e focoso lo portano a non riuscire ad adattarsi all’Islanda contadina e cristiana nata dopo la colonizzazione. Una sua incapacità di ambientarsi che dona al lettore un Grettir intento a vivere a modo suo, impegnato a compiere scorribande, a punire ed eliminare i cattivi di turno ma, a volte, anche i buoni, come se non sempre riuscisse a distinguere ciò che è bene da quello che è davvero male. Non mancano combattimenti con esseri umani, con le creature fantastiche dei troll, fino al dragur, un morto vivente che imperversa nelle campagne dell’Islanda. Ecco, questo gesto costringerà Grettir ad una vera e propria maledizione che lo porterà all’emarginazione e anche al terrore del buio. Situazione che però non impediranno al protagonista, animato da un’energia fuori dal comune di vivere altre mirabolanti avventura nella terra d’Islanda e, come si leggerà grazie anche ai suoi comprimari, passeranno anche per Costantinopoli, dove finisce appunto il fratello del protagonista. La saga di Grettir è affascinante e avventurosa, con elementi magici, che però non tolgono spazio a personaggi letterari che hanno tratti e caratteristiche tipicamente umani. Per esempio, Grettir è sfortunato, quello non lo si può negare ed emerge anche in diversi momenti della narrazione questo suo tale stato, però, allo stesso tempo è forte e coraggioso. Suo fratello invece- Þorsteinn- è astuto e affascinante, tanto è vero che grazie a queste sue qualità, e pure ad una buona dose di fortuna (quella che manca a Grettir) riuscirà a uscire di prigione.  La “Saga di Grettir il forte” è un altro importante tassello narrativo per la letteratura nordica e costituisce un testo letterario nel quale le atmosfere tipiche del gotico si mescolano al realismo, come per ammantare un uomo -Grettir- alle prese con gli imprevisti della vita, e  quel suo corso esistenziale dove il coraggio, la sofferenza, l’ onore e il destino più o meno avverso, sono gli elementi del vissuto di un personaggio letterario entrato nella leggenda, nella cultura norrena e oggi, a noi lettori contemporanei.

Source: ufficio stampa Iperborea.

:: Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2026

Tutto era iniziato da una lettera giunta in redazione in forma anonima al settimanale L’Eco del Lago.

La prima pagina dell’Eco si lasciava leggere, settimanalmente, da una maggioranza bulgara di primacquesi: veniva esposta il martedì mattina dalle tre edicole della città, incorniciata nelle portalocandine e collocata in bella mostra sul selciato. Da oltre un secolo – così mi piaceva pensare – quel rettangolo di carta e inchiostro scandiva vite, morti e miracoli della comunità lacustre.

Siamo a Primacqua, cittadina affacciata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, una città di provincia del grande Nord italiano coi suoi molti vizi e le sue poche virtù. A dirigere il settimanale Greg Stefanoni, un tipo bizzarro, forte bevitore, e appassionato di cinema e vinili, ma un giornalista di razza di quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani con le dinamiche più sottili del potere, che si annidano anche dietro la facciata rispettabile e quieta della provincia. La lettera anonima fa così partire un’indagine che Stefanoni affida al suo vice Angelo Giamberini, giovane cronista determinato e scrupoloso, che vede la parola corruzione collegata al ben noto imprenditore, l’ingegnere Achille Crinò. All’avvicinarsi del Natale il dramma: Giamberini viene attirato con l’inganno in un cinema abbandonato, il diroccato cinema Impero, pestato a sangue e lasciato in fin di vita. Stefanoni non può che intuire che il potere criminale è radicato a livello locale in modo ben più esteso di quanto si potesse pensare.

Sfogliando le bozze del Giambe ero arrivato a concludere che la truffa escogitata da Achille Crinò, viste anche le molte complicità da foraggiare, fosse tutto sommato di dimensioni modeste, sufficienti a mantenere una posizione di potere in ambito provinciale. Un avido, un barone gaglioffo, e una volta individuato il fine (drenare denaro pubblico attraverso la gestione e lo smercio di rifiuti ospedalieri) risultava semplice risalire ai mezzi per raggiungerlo e puntellarlo: disponibilità di valletti di corte, di funzionari e politici incapaci di sottrarsi al fascino della bustarella. Eppure, ancora una volta la punta dell’iceberg non dava conto di una sostanza ineffabile: gli intrighi di Crinò godevano di un supporto eccellentissimo, sovradimensionato rispetto all’entità del giro di affari.

E mentre Giamberini lotta in ospedale tra la vita e la morte, affiancato dalla brava e intelligente collega Giulia Portaluppi, Stefanoni inizia la sua indagine personale. Poi finalmente il capitano Di Fonzio entra in scena per un morto, un suicidio o un’induzione al suicidio?

Tra il bar di Pinuccia, e l’apporto di Concita Rizzoli, signora dei Pomeriggi italiani, televisivi la storia procede cadenzata da una scrittura fluida e ricca di dettagli dalla marca delle sigarette, alla musica, ai film, al colore locale di una città di provincia come ce ne sono tante.

Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è dunque un romanzo contemporaneo italiano a forte vocazione civile, che intreccia con una certa naturalezza l’indagine giornalistica e la denuncia sociale in un contesto provinciale solo apparentemente tranquillo, dove è facile riconoscersi, perché i meccanismi che regolano il malaffare locale sono più o meno simili e banali a tutte le latitudini. In questo senso, il romanzo si avvicina più alla tradizione del noir sociale che al giallo classico: la soluzione del mistero conta, ma conta di più il contesto che lo rende possibile. Il protagonista è un’anti-eroe credibile e umano con tutte le sue debolezze, le sue fragilità caratteriali, ma sorretto da un forte senso etico per la ricerca della verità, caratteristica di ogni buon giornalista. La scrittura è fluida, venata di ironia, solo velata e mai tesa a smorzare la tensione.

L’ambientazione poi credo sia il punto più riuscito del romanzo, la provincia come microcosmo, in cui Primacqua, luogo fittizio ma verosimile, provincia lacustre ispirata all’area del Lago Maggiore, ha un ruolo narrativo polarizzante e ricco di sfumature e atmosfera.

Greg, direttore responsabile è un romanzo in fine che funziona soprattutto per la sua credibilità morale. Più che sorprendere con colpi di scena a effetto, convince per la sua capacità di raccontare un’Italia minore ma tutt’altro che marginale, dove il giornalismo diventa uno degli ultimi strumenti di resistenza civile. Se vi piacciono i libri di autori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi, o i noir di Carlotto, troverete una lettura piacevole e ricca di rimandi all’attualità.

Paolo Risi (Varese, 1966) è laureato in Scienze Motorie e ha lavorato per due decadi in strutture per ragazzi e adulti disabili. Collabora con il magazine Zest Letteratura Sostenibile e nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Il suo racconto L’alpe del tedesco è inserito nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative (Officina Ensemble, 2018).

:: Quando finisce la tempesta di Manel Loureiro (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 aprile 2026

Nel panorama del thriller contemporaneo non sono rari i romanzi ambientati in luoghi isolati, spazi naturali dove il paesaggio diventa parte integrante del mistero. In Quando finisce la tempesta  di Manel Loureiro questo elemento assume però un ruolo centrale e quasi simbolico: l’isola galiziana di Ons non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, bensì un microcosmo chiuso in cui rancori antichi, rivalità familiari e segreti mai sopiti riaffiorano con la forza distruttiva di una mareggiata. Il protagonista, Roberto Lobeira, è uno scrittore in cerca di quiete e di ispirazione per il suo secondo romanzo. L’idea di trascorrere l’inverno su quell’isola remota sembra all’inizio una scelta quasi ascetica, una fuga dal rumore del mondo e dalle aspettative editoriali. Tuttavia Ons non è il rifugio pacifico immaginato: il mare che la circonda diventa presto una invalicabile barriera quando una violenta tempesta cambierà tutto, interrompendo ogni e qualunque  collegamento con la terraferma e  imprigionando i pochi abitanti in un fragile equilibrio, carico di segrete tensioni.
E sarà  proprio il mare, elemento onnipresente e quasi vivo, a innescare il meccanismo della storia. Le onde trascineranno  a riva un misterioso fagotto, destinato a scatenare una serie di conflitti e scoperchiare un passato fatto di gelosie, vendette e vecchi conti mai saldati. Da quel momento la narrazione accelera e la piccola comunità dell’isola si trasforma in un inquietante teatro dove ogni sguardo sembra nascondere un sospetto e ogni gesto può diventare una minaccia. L’atmosfera si fa via via più cupa, mentre una enigmatica presenza lascia davanti alla porta dello scrittore un’offerta di sangue, oscuro segno che suggerisce arcaici rituali o incomprensibili messaggi.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo si rifà proprio alla costruzione di questo microcosmo umano. Gli abitanti di Ons non appaiono mai come semplici comparse, bensì come tasselli di una comunità segnata da profonde divisioni. Le famiglie rivali, con la loro storia di vecchi e accumulati rancori, incarnano un conflitto quasi ancestrale, capace di trasformare l’isola in un luogo sospeso tra leggenda e realtà. In mezzo a queste complesse dinamiche dovrà muoversi Lobeira, figura esterna e vulnerabile, involontario spettatore di tensioni che non comprende fino in fondo e in grado di travolgerlo.
Manel Loureiro costruisce la narrazione con ritmo incalzante. Gli eventi si susseguono con sorprendente rapidità, senza lunghe introduzioni né pause contemplative. Fin dalle prime pagine il lettore viene scaraventato nel cuore dell’azione e la trama procede con una serie di svolte che mantengono di continuo la curiosità. La trama prende la forma di un libro coinvolgente, una storia progettata per spingere il lettore a divorare i successivi capitoli nel tentativo di ricomporre un mosaico sempre più complesso.
A sostenere il ritmo contribuisce anche l’ambientazione. Loureiro descrive Ons con uno sguardo capace di cogliere l’aspra  bellezza  della costa atlantica: scogli battuti dal vento, sentieri isolati, case che sembrano resistere a fatica alla furia dell’oceano. Il paesaggio poi, amplificando  la sensazione di isolamento, crea una sensazione quasi claustrofobica. Il mare diventa  una  costante presenza, un’imprevedibile forza pronta a chiudere ogni via di fuga.
Naturalmente una struttura narrativa tanto ricca di colpi di scena comporta anche qualche squilibrio. Alcuni punti risultano più convincenti di altri e certi passaggi appaiono volutamente sopra le righe, come se l’autore privilegiasse l’effetto spettacolare rispetto alla piena credibilità. Questo vale soprattutto per il finale, dove la complessità accumulata lungo la storia trova una soluzione forse troppo rapida, in grado di lasciare un lieve senso di incompiutezza.
Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questo aspetto. “Quando finisce la tempesta” funziona soprattutto come romanzo di intrattenimento, costruito per tenere il lettore dentro un vortice di eventi, misteri e rivalità. Loureiro dimostra una notevole abilità nel creare suspence e nel popolare la storia di memorabili figure, spesso ambigue, raramente innocenti.
Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta l’immagine di un’isola battuta dal vento, luogo in cui il passato non smette mai di reclamare il proprio spazio. La tempesta che incombe su Ons non è soltanto quella meteorologica ma anche la tempesta morale di una comunità incapace di dimenticare. Ed è proprio questa miscela di paesaggio, segreti e violente passioni a rendere il romanzo un thriller coinvolgente, imperfetto forse, ma in grado di trascinare il lettore dentro una storia dove la quiete sembra sempre soltanto apparente.

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è scrittore, avvocato e conduttore televisivo e ha lavorato anche come sceneggiatore in numerosi progetti. Attualmente collabora come editorialista per diversi quotidiani nazionali, oltre che per emittenti radiofoniche e televisive. È uno dei pochi autori spagnoli contemporanei ad aver raggiunto la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti. Quando finisce la tempesta è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

:: La rosa cardinale di Bianca Garufi (Edizioni Atlantide, 2026) a cura di Antonio Catalfamo

31 marzo 2026

Bianca Garufi è una scrittrice quasi completamente dimenticata. Pertanto, accogliamo con maggior fervore la ripubblicazione, a distanza di 58 anni dalla prima e unica edizione, del suo ultimo romanzo: La Rosa Cardinale, a cura di Mariarosa Masoero.

Nata a Roma nel 1918 nell’ambito di una famiglia aristocratico-borghese di origini siciliane, con ampi possedimenti a Letojanni (Messina), come sottolinea opportunamente la Masoero nell’Introduzione, «è stata la donna che forse ha contato di più nel processo creativo di Cesare Pavese» (p. 5), da lei incontrato nella sede romana della casa editrice Einaudi, dove lavorava dal 1944 al 1946 come segretaria. Lo scrittore piemontese le ha dedicato i Dialoghi con Leucò, che testimoniano il comune interesse per il tema del mito, per sviluppare il quale Pavese ha preso spunto dal dibattito vivace e fecondo per entrambi intrecciato proprio con la Garufi, che è stata pure fonte ispiratrice, tanto che il titolo dell’opera contiene una dedica “mimetizzata”: «leucòs» in greco vuol dire, per l’appunto, «bianco», con evidente rimando al nome dell’amica. Bianca Garufi ha anche ispirato a Pavese le poesie de La vita e la morte (1945). I due hanno, inoltre, scritto a quattro mani il romanzo Fuoco grande (1946), rimasto incompiuto, pubblicato postumo (1959), e successivamente continuato da sola dalla Garufi, dopo la morte di Pavese (1950), e pubblicato con il titolo Il fossile (1962).

Al di là del rapporto affettivo e collaborativo con lo scrittore langarolo, Bianca Garufi ha avuto una sua personalità e uno spessore artistico autonomi, anche se è stata una scrittrice molto misurata: oltre a Fuoco grande e Il fossile, ricordiamo il romanzo La Rosa Cardinale (1968) e l’antologia poetica Se non la vita (1992).

All’attività di scrittrice e poetessa, ha affiancato l’attività di psicanalista: laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi riconosciuta come la prima in Italia dedicata a Carl Gustav Jung (relatore il filosofo Galvano della Volpe), ha, infatti, esercitato per tutta la vita la professione di psicanalista, fra le più autorevoli di scuola junghiana, accompagnata da corsi di lezioni e pubblicazioni prestigiose.

Il rapporto umano e letterario con Pavese ha inciso, purtroppo negativamente, sulla giusta considerazione dell’opera complessiva di Bianca Garufi, il che ha determinato il pressoché totale oblio, che si protrae ormai da parecchi lustri.

Vede ora la luce, per i tipi di una casa editrice piccola ma raffinata, la seconda edizione de La Rosa Cardinale, dopo quella del 1968 affidata alla casa editrice Longanesi e &. A curarla è Mariarosa Masoero, docente emerita di Letteratura italiana all’Università di Torino, che è tra i pochi studiosi (compreso il sottoscritto) che, in tutti questi anni di silenzio “assordante”, hanno tenuto viva la memoria di Bianca Garufi, facendo pubblicare a sua cura il carteggio con Cesare Pavese (Una bellissima coppia discorde. Carteggio 1945-1950, Olschki, 2011) e una nuova edizione di Fuoco grande (Einaudi, 2022), lavorando sulle carte dell’Archivio personale e familiare della scrittrice e psicanalista, messo a disposizione con generosità dai nipoti, Giampaolo Garufi e Cristina Ciuffo Garufi. Un lavoro costante ed infaticabile, che trova ora il suo sbocco provvisorio in questa nuova edizione de La Rosa Cardinale, ma che è destinato a continuare con ulteriori ricerche e studi, che vedranno la luce nei prossimi anni.

Siamo in presenza di un’edizione filologicamente molto approfondita, che colma molte lacune sul romanzo, non solo sul piano informativo, ma anche su quello critico, consentendo di inquadrare in maniera molto più precisa la personalità e l’opera di Bianca Garufi.

Proprio le carte dell’archivio dimostrano ‒ come scrive la stessa Masoero ‒ che il romanzo in questione è il risultato di «un lungo e tormentato iter compositivo» (p. 14). Siamo in presenza di «centinaia e centinaia di pagine dattiloscritte» (ibidem), «più volte rivisitate e talmente coperte da correzioni, cassature, integrazioni, varianti alternative e sostitutive, da risultare spesso illeggibili» (ibidem). Sono «almeno tre le riletture in tempi diversi, come attestano i materiali scrittori usati: lapis, inchiostro nero, inchiostro blu» (ibidem).

La base autobiografica della storia narrata è confermata da alcune cartelle autografe che contengono l’elenco cronologico, a intervalli di 5 e 10 anni (20 anni solo tra il 1940 e il 1960), dei principali fatti privati dell’autrice (nascite, nozze, studi, morti) e storici (terremoto di Messina del 1908, prima guerra mondiale), riguardanti la famiglia della protagonista, a partire dal 1830 al 1960, allorquando quest’ultima, Sandra, parte per l’Oriente (pp. 14-15). Si ricordi qui che la Garufi ha avuto un’esperienza di trasferimento ad Hong Kong, dove ha istituito un lettorato di lingua e cultura italiana all’Università Cinese.

Il romanzo viene sottoposto inizialmente all’editore Einaudi, ma, nonostante il giudizio positivo di Italo Calvino, non viene accettato. A un anno di distanza dal rifiuto viene pubblicato da Longanesi & C. Ricevuta la prima copia, Bianca Garufi, in una lettera del 29 giugno 1968 indirizzata all’editore, lamenta di non aver potuto leggere le bozze e aggiunge alcune «critiche negative», da tenere in conto nel caso di una seconda edizione, fra cui spicca l’omissione nel titolo dell’articolo «la», per cui da La Rosa cardinale viene ridotto a Rosa Cardinale, suscitando equivoci e sberleffi rivolti all’autrice da varie direzioni, da parte di chi chiede se si tratti della sorella di Claudia Cardinale (p. 8). La Garufi considera questa omissione come una «degradazione» del libro anche «in se stesso», oltre che nell’«aspetto esteriore». Segnala, inoltre, nella nota biobibliografica alcune inesattezze (ad esempio, lei non ha mai lavorato nelle sede torinese dell’Einaudi, bensì in quella romana) e omissioni, relative al suo lavoro qualificato di traduttrice dal francese e al suo costante interesse per la poesia, oltre che per il romanzo (p. 9). Lamenta infine la mancata indicazione del nome del fotografo, Luigi Perelli, nella foto sulla sopracopertina che la ritrae. Tutto ciò testimonia una certa fretta ed approssimazione nella pubblicazione del volume.

La trama del romanzo è imperniata sugli incontri della protagonista, Sandra, alter ego dell’autrice, con uomini diversi, che pesano più o meno negativamente su di lei, che incidono devastandola nella mente, fino a rasentare la follia, e nel corpo, provocando un aborto e una «malsana» obesità (p. 10). Da qui la necessità del ricovero in una clinica della salute, Villa Sant’Anna sul Lago Maggiore, a Stresa, che riproduce le caratteristiche della Colonia Arnaldi di Uscio, in Liguria, dove effettivamente fu ricoverata la Garufi per un periodo di cure (ibidem).

Questo ricovero favorisce l’esercizio della scrittura da parte della protagonista, funzionale ad un’opera che viene da lei stessa definita, con una confusione di generi letterari, «un romanzo, la sua biografia […] un saggio sull’incoerenza» (pp. 10-11) o, addirittura, «un memoriale», nel quale fanno la loro apparizione tutta una serie di personaggi importanti per il prosieguo della vicenda, raccontata sempre «con lo stesso accanimento minuzioso di un chirurgo intento a svuotare un ascesso pieno di pus» (p. 11): Clara, che, dopo aver aiutato in clinica Sandra, muore in un incidente automobilistico, alimentando il clima di mistero che pervade tutto il romanzo; Dario Bernardi, l’uomo grasso di Parma che, secondo Calvino, rappresenta «la cosa più poetica del libro», che salva la protagonista dal suicidio; il medico di Stresa, Giorgio Mallotti, il «cantastorie simpatico», che sposa la protagonista e si adopera per ricondurla alla normalità, nonostante la difficoltà dell’impresa, avendo a che fare con un personaggio contraddittorio, in cui convivono sentimenti contrastanti, come le «fragilità ataviche» (ibidem) della protagonista e la sua «smania di certezze», fino all’ossessione, la sua ricerca di una spiegazione per tutte le cose, ricorrendo anche «all’ipnosi, alle scienze occulte, all’evocazione dei defunti, alle sedute spiritiche» (pp. 11-12), che Sandra frequenta sin dall’adolescenza, in casa della nonna, in Sicilia, «piena di misteri e di libri sulla morte, sulla reincarnazione, sulle forze medianiche, sul karma e sull’occultismo» (p. 12).

Il titolo prende spunto dagli interrogativi che la protagonista si pone alla vista, nell’angolo di un cortile milanese, di una rosa cardinale, di «straordinaria e magica bellezza» (ibidem), che alimenta in lei «ossessivi pensieri sul caso e sul destino» (ibidem), interrogativi pressanti sui «perché» della vita e della morte.

L’opera di curatela di Mariarosa Masoero si rivela veramente preziosa, in quanto getta luce sulla fase della composizione del romanzo in questione, rivelando particolari inediti e offrendo un’impeccabile lettura filologica dei vari aspetti, ma contiene anche un’analisi stilistica dell’opera, che è strettamente legata ai suoi contenuti “ideologici”, assicurando quella unità inscindibile tra «forma» e «contenuto» che, secondo Gramsci (che dice di collocarsi lungo la scia di De Sanctis), caratterizza proprio le grandi opere d’arte.

La complessità dello stile tradisce, per l’appunto, quella della personalità della protagonista e della stessa autrice, che oscilla tra «razionale» ed «irrazionale» (p. 6), «certezze e dubbi», «lucidità e confusione» (ibidem).

La scrittura passa, pertanto, dalla precisione e dall’essenzialità alla dimensione «iperbolica e disordinata» (ibidem), seppur sempre «dolorosa» (ibidem), dal «piano reale» a quello «onirico» (ibidem), dalla prima alla terza persona, anche all’interno dello stesso capitolo, dalla narrazione fitta agli spazi vuoti, che testimoniano «lo smarrimento e le inquietudini» (ibidem) della protagonista.

Un romanzo, dunque, da leggere o da rileggere, per chi lo abbia già letto, in quanto arricchito dallo studio critico di Mariarosa Masoero che ora lo accompagna, illuminando il lettore anche particolarmente avveduto e “professionale”.

Bianca Garufi (Roma, 1918-2006). Scrittrice, poetessa e psicoanalista di indirizzo junghiano, attraversa il Novecento con una voce autonoma, capace di tenere insieme romanzo, mito e analisi. Dal 1944 al 1946 lavora nella sede romana della casa editrice Einaudi in qualità di segretaria e lì incontra Cesare Pavese, che le dedica i “Dialoghi con Leucò”. Insieme scriveranno a quattro mani il romanzo, rimasto incompiuto, “Fuoco grande” (1946, 1ª ed. 1959). Dopo una parentesi lavorativa a Milano (Casa della Cultura, Astrolabio) e la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi indicata come la prima in Italia su Carl Gustav Jung, scrive “Il fossile”, prosecuzione di “Fuoco grande”, pubblicato da Einaudi nel 1962. Del 1968 è il suo ultimo romanzo, “Rosa Cardinale”, per Longanesi. Appassionata traduttrice dal francese – sue le traduzioni di Claude Lévi-Strauss e di Simone de Beauvoir – si dedicherà per il resto della vita, a Roma, alla professione di psicoterapeuta junghiana.

:: La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza,  (Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2026

Nella Sicilia luminosa e ancora sospesa tra tradizione e modernità della fine dell’Ottocento prende vita La forestiera, il nuovo giallo di Claudia Myriam Cocuzza pubblicato stavolta nella collana Il Giallo Mondadori. Un romanzo che intreccia con eleganza storia, atmosfera e mistero, scegliendo come protagonista una figura realmente esistita: Lady Florence Trevelyan, aristocratica inglese costretta dalla cugina, regina Vittoria, a lasciare la corte e approdata a Taormina in una sorta di lungo esilio dorato.
Siamo nel luglio del 1884 e Taormina non è quella di oggi, prescelta  dal turismo internazionale, ma  ancora un piccolo borgo mediterraneo sospeso tra due identità: da un lato il mondo semplice dei pescatori e dalle tradizioni locali bagnate nello splendore dell’antichità, dall’altro il crescente arrivo di viaggiatori stranieri, aristocratici e artisti calamitati dalla bellezza del paesaggio.
In questo spazio di confine, dove culture e mentalità diverse si scrutano con curiosità e diffidenza, la narrazione trova la sua più suggestiva dimensione.
Lady Florence è giunta in Sicilia con la cugina Louise e cinque cani chiamati ironicamente coi titoli dei duchi inglesi. Il loro soggiorno presso l’Hotel Timeo, affacciato sul mare e sull’Etna, inizialmenteha il tono di una quasi idilliaca parentesi. Lontana dalle rigidità della corte britannica, la giovane donna si concede il lusso di vivere in libertà: studia il dialetto locale, dà lezioni di canto a una cameriera e coltiva un ambizioso progetto, trasformare i terreni dell’albergo in un raffinato giardino all’inglese. Il suo rapporto con la Sicilia è curioso e partecipe. Osserva, ascolta, impara parole nuove, si lascia affascinare da sapori, usanze e piccoli rituali quotidiani. La sua è la prospettiva di una “furastera”, come direbbero gli abitanti del luogo: una straniera che prova a comprendere il mondo nel quale è capitata. Una posizione marginale la sua che le consente di cogliere dettagli e tensioni magari  impalpabili  per chi vive quella realtà.
L’idillio  si spezza  con l’arrivo di una coppia di connazionali: Sir Arthur Milton, finanziatore teatrale, e la moglie, attrice dal magnetico temperamento. La loro ingombrante presenza introduce una nota di inquietudine che crescerà esponenzialmente fino a esplodere in un delitto (per avvelenamento). Da quel momento il soggiorno siciliano cambia registro assumendo i toni di una tragedia shakespeariana.
Non a caso il romanzo è stato concepito con una struttura teatrale: con atti e scene che scandiscono la narrazione, accompagnati da richiami all’Amleto. Le passioni che muovono i diversi personaggi sembrano provenire dal palcoscenico elisabettiano: ambizione, gelosia, desiderio, rancori mai sopiti. In questo scenario ogni gesto acquista una dubbia sfumatura e ogni conversazione può celare un indizio.
La Taormina di Claudia Cocuzza  si trasforma in una specie di crocevia sociale. Aristocratici inglesi, alta borghesia locale, servitù, studiosi e viaggiatori che convivono, confrontandosi con sospetto e curiosità. Tutti sanno qualcosa del delitto ma nessuno l’intera verità. Ideale punto di partenza per un mistery. Accanto all’accurata ricostruzione storica si nota il lavoro di ricerca che si integra nella trama. I dettagli su cibi, abitudini e tradizioni invece di appesantire la narrazione contribuiscono a restituire la sensazione di passeggiare tra le polverose strade del borgo, con il sole siciliano sulla pelle e il profumo del mare nell’aria. Fulcro delle storia è Lady Florence, vere e irresistibile protagonista. Curiosa, ironica, leggermente impertinente, possiede una qualità rara: non dà nulla per scontato. In una società vittoriana ancora intrappolata nelle convenzioni, la sua abitudine a fare domande pare quasi scandalosa. Ma proprio questa sua libertà mentale la fa autentica investigatrice.
Lei osserva il mondo con lo sguardo di una botanica: analizza, scompone, e collega elementi apparentemente lontani. Ogni dialogo diventa una piccola indagine, ogni atteggiamento un possibile indizio. Si  può seguire passo dopo passo il suo ragionamento. L’autrice dimostra infatti abilità nel gestire la componente gialla. Gli indizi sono disseminati lungo il percorso e la soluzione pur singolare sarà perfettamente coerente.
Attorno alla protagonista ruota una fitta galleria di personaggi. Nessuno è semplice comparsa: ciascuno ha il suo carattere definito, la sua storia, il suo segreto. Un microcosmo umano che riesce  a delineare il ritratto di un’epoca densa di tensioni culturali e sociali.
Un romanzo scorrevole, con gradevoli toni da Cozy crime e la solidità del giallo classico. La forestiera si legge con il piacere di un mistero d’altri tempi, quando l’indagine nasceva dall’osservazione e dalla deduzione più che dall’azione. Ma soprattutto lascia nel lettore una sensazione: quella di aver incontrato un intrigante e vivace personaggio. Lady Florence Trevelyan, con la sua brillante  intelligenza e il suo sguardo libero, è una protagonista difficile da dimenticare.

Claudia Cocuzza (classe ’82) è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche e svolge la professione di farmacista. È caporedattrice della rivista letteraria Writers Magazine Italia e redattrice per il sito ThrillerNord, specializzato in letteratura di genere. La partita di Monopoli (Bacchilega editore, collana Zero, novembre 2022), vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2022 per la sezione romanzo inedito, è stato il suo romanzo d’esordio. Il suo racconto In nomine patris fa parte dell’antologia Accùra (Mursia editore, collana Giungla gialla, luglio 2023). Il suo romanzo La forestiera è stato finalista al Premio Tedeschi 2024 del Giallo Mondadori per il miglior giallo italiano inedito. Insieme a Marika Campeti, ha curato l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir (Delos Digital, ottobre 2024).

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:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: L’ospite regale di Henrik Pontoppidan (Iperborea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2026

L’ospite regale (Den Kongelige Gæst, 1908) di Henrik Pontoppidan (1857-1943) edito da Iperborea, con traduzione dal danese e postfazione di Fulvio Ferrari, è un romanzo breve o racconto lungo se vogliamo, ricco di suggestioni e inquietanti divagazioni sul matrimonio, sul perbenismo delle piccole comunità del Nord Europa di inizio Novecento, sul potere perturbante dell’insolito e del grottesco. La storia è molto semplice e lineare e si svolge in poche pagine che ci portano nell’intimità e nei fragili equilibri di una coppia della buona borghesia: lui medico, lei madre di tre figli piccoli. Innamorati, felici, sposati da sei anni. Una coppia di coniugi che una sera si trova al suo desco un ospite inatteso, di cui mai sapremo l’identità, un principe, un buffone, messer Carnevale, una figura mitologica o se vogliamo biblica, ma non dirò altro sull’identità di questo oscuro personaggio lo scoprirete leggendo il racconto e soprattutto la postfazione molto esplicativa. Questo incontro si rivela fatale per gli equilibri della coppia e soprattutto getta nell’inquietudine e nella malinconia la donna che scopre di aver vissuto fino allora in una felicità fasulla, in un paradiso ormai perduto che lascia spazio a una realtà più cruda ma certamente più vera.

Henrik Pontoppidan (1857–1943) è stato uno dei massimi scrittori danesi, premio Nobel per la letteratura nel 1917. Ammirato da György Lukács e definito da Thomas Mann «un autore epico di razza», in Italia è conosciuto soprattutto per il romanzo Pietro il fortunato. La sua narrativa si caratterizza per un realismo critico e un profondo interesse per le trasformazioni sociali e morali della Danimarca tra Ottocento e Novecento.