Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Attesa: Frammenti di pensiero a cura di Brunella Caputo (Homo Scrivens, 2018) a cura di Federica Belleri

17 ottobre 2018

1Brunella Caputo torna con una piccola ma ricca antologia dedicata all’attesa, a tutto tondo. Raccoglie poesie, racconti, brevi scritture teatrali in grado di emozionare e scaldare il cuore. Quattro sono gli atti di questo libro e innumerevoli le sfumature che il lettore riesce a percepire.
Perché l’attesa ha un colore, profuma, si vive. È personale, molto intima e si lega agli arrivi ma anche alle partenze. Ogni attesa è musica o rumore. È silenziosa o disturbante. È un salto nel vuoto o un pericolo quasi quotidiano. È un inganno o una speranza. È esperienza e capacità di scegliere. È l’opportunità di una vendetta.
Gli autori inseriti in questo progetto puro ma ambizioso, hanno lasciato la loro storia, la loro personale opinione sull’attesa. Mescolandola con il passare del tempo, con un viaggio che sa di sopravvivenza.
Azioni e reazioni che rimangono impresse.
Complimenti alla curatrice. Lettura delicata, che vi consiglio.

Brunella Caputo è nata a Salerno e vive tra l’Italia e il Brasile. È regista, attrice, autrice di testi teatrali.
È vice presidente dell’associazione noir Porto delle nebbie, con cui organizza eventi letterari.
Scrive racconti per lo spazio “La lettura” del quotidiano “La città” di Salerno.
È ideatrice del progetto letterario/ fotografico/ teatrale “Scritti di Luce – Autori in immagini e parole” in collaborazione con lo studio fotografico Cerzosimo di Salerno; del progetto “Letture d’autore – la musicalità della lingua italiana” con il quale promuove e insegna, attraverso l’utilizzo di testi teatrali e di narrativa, la lingua italiana in diverse città dello stato di San Paolo in Brasile; del progetto “Teatro Passione” con il quale insegna, insieme a Davide Curzio, attività teatrali, in lingua portoghese, presso la città di Guaratinguetà in Brasile.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le crépuscule des pensées di Emil Cioran (Èdition de l’Herne, 1991) a cura di Nicola Vacca

16 ottobre 2018

cC’è ancora un Cioran non ancora pubblicato in Italia. Si tratta di alcuni libri che invece in Francia sono già in circolazione da oltre venti anni.
Tra questi, degno di nota è Le crépuscule des pensées pubblicato dalle Èdition de l’Herne nel 1991 .
Libro che Cioran scrisse in romeno e in cui è già presente quel corrosivo scetticismo nei confronti delle possibilità umane che caratterizzerà le fasi del suo pensiero successivo.
Questo volume fu pubblicato per la prima volta nel 1940 e fu l’ ultimo che Cioran scrisse nella sua lingua prima di abbracciare in maniera incondizionata il francese.
L’amore, la solitudine, la musica, Dio, i sentimenti, l’arte e la creazione e molte altre considerazioni in queste pagine che già mostrano quella straordinaria filosofia dello squartamento e dei vacillamenti che Cioran presenterà nelle opere successive risalenti al periodo francese.
Le crépuscule des pensées è un libro incandescente, la lingua di Cioran è estrema e tagliente e già affonda le radici in quella profetica tentazione di esistere attraverso cui lo scrittore, il pensatore e il filosofo si avventurerà per annotare sulle pagine tutti gli elementi che definiscono la malattia morale degli esseri umani in caduta libera nelle tenebre della Storia.
Ci auguriamo che anche questo libro di Cioran venga pubblicato al più presto in Italia. Intanto ci chiediamo perché non è stato ancora fatto.

L’uomo dipende da Dio alla maniera in cui lui stesso dipende dalla divinità.

La timidezza è l’arma che la natura ci offre per difendere la nostra solitudine.

Nella tristezza una cosa è dolorosa: l’impossibilità di essere superficiali.

Il nichilismo: la forma limite della benevolenza.

Nella passione del vuoto non c’è che un sorriso grigio di nebbia che anima che anima ancora la decomposizione grandiosa e funebre del pensiero.

Tutte le acque hanno il colore della noia.

Il male lasciando l’indifferenza intatta, ha preso per pseudonimo il tempo.

Due cose mi hanno riempito sempre di un’isteria metafisica: un orologio che non funziona e un orologio che funziona.

Un pensiero deve essere strano come le rovine di un sorriso.

La nostalgia della morte eleva a rango l’universo intero a rango della musica.

Le introspezioni sono gli esercizi provvisori per un necrologio.

Il terrore è una memoria del futuro.

L’universo è una pausa dello spirito.

Scetticismo: nessuna consolazione di non essere cielo.

(Da Emil Cioran , Le crépuscule des pensées, l’Herne 1991)

:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Occhi di sale, Massimo Granchi, (Palabanda 2018) a cura di Viviana Filippini

13 ottobre 2018

unoOcchi di sale” è il romanzo di Massimo Granchi edito da Palabanda, casa editrice sarda. Il libro è un romanzo di formazione nel quale l’autore ci accompagna nella vita dei tre amici protagonisti. Un cammino tra adolescenza ed età adulta. Loro sono Matteo Corrias, un ragazzo diligente, equilibrato e serio; Giovanni Manca, detto Nino, istintivo, pragmatico e poco interessato alla scuola; Paolo Murgia, un sognatore, che desidera viaggiare e studiare. Tutti vivono a Cagliari nel quartiere Is Mirrionis, frequentano la stessa scuola e sono compagni di avventure e marachelle tipiche dell’adolescenza. Una vita non del tutto spensierata, perché già in questa fase giovanile i tre amici dovranno affrontare dei grattacapi che lasceranno in loro segni indelebili. Matteo proverà rabbia verso il padre morto suicida; Nino avrà un flirt con la sua professoressa che ad un certo punto lo allontanerà e Paolo vorrebbe tanto fare il medico e aiutare il prossimo. Purtroppo la vita riserverà degli imprevisti per i tre giovani, i quali vedranno messa a dura prova la solidità della loro amicizia, e si ritroveranno a vivere a distanza, senza sapere in modo completo quello che ognuno di loro sta attraversando. Da adulti li ritroveremo a fare i conti con la vita: Matteo venderà vestiti come faceva il padre, si farà una fidanzata che deciderà di sposare, ma non esiterà a tradirla e a darsi all’alcool. Nino volerà in Toscana, finirà in aeronautica, si fidanzerà e si appresterà a diventare padre. Paolo prenderà la laurea in economia (e non in medicina) e farà tanti lavoretti che non lo soddisfano e che complicano il rapporto con il padre. Gli anni passeranno, i tre protagonisti diventeranno adulti e dovranno fare i conti con il loro vissuto, dove momenti di sconforto e anche di sconfitta li metteranno a dura prova. Matteo fallirà in tutto: lui che per gli altri rappresentava la perfezione verrà lasciato dalla moglie, avrà problemi con il lavoro e si rovinerà la salute per il troppo attaccamento alla bottiglia. Nino tornerà in Sardegna, la sua vita amorosa subirà uno scossone disastroso. Dovrà fare i conti con il padre malato da accudire e con un ragazzino che spesso sta sotto casa sua. Paolo, l’eterno ragazzino, troverà lavoro da una ex fidanzata della quale è ancora innamorato (lei no), scriverà un libro e riuscirà a diventare autonomo dalla sua famiglia e dal padre ipercritico. “Occhi di sale” di Massimo granchi è un romanzo dalla struttura circolare, nel senso che all’inizio troviamo i tre protagonisti ragazzini e alla fine ci sono ancora tutti e tre, ma sono uomini maturi, adulti segnati dalla dure prove della vita. Granchi racconta il vivere quotidiano di Matteo, Nino e Paolo, i conflitti che hanno con le famiglie, con le fidanzate, le mogli. Non mancano le difficoltà a trovare un lavoro che soddisfi e faccia sentire appagati e ancora la scoperta di importanti verità nascoste che porteranno tutti e tre gli amici a dover attuare una rivalutazione completa del proprio io e delle persone che hanno conosciuto nella loro vita. “Occhi di sale” è un libro dalla lettura piacevole che fa riflettere su quanto a volte il destino sembri giocare con le persone creando ostacoli e intoppi nel loro vivere. Matteo, Nino e Paolo di “Occhi di sale” sono personaggi letterari con i quali i lettori possono trovare empatia, perché Granchi narra la crescita e la ricerca di una stabilità del vivere, un traguardo al quale i tre amici – come noi lettori- puntano, nonostante le ammaccature che a volte il vivere riserva loro.

Massimo Granchi è laureato in Scienze Politiche e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, e ha conseguito il Dottorato in Istituzioni e Società e la specializzazione in Storia, Media, Cittadinanza. Ha vissuto a Stoccolma dove ha lavorato per la Camera di Commercio Italiana. Ora vive in provincia di Siena dove ha fondato, con altri autori, il Gruppo Scrittori Senesi e il Premio Letterario Città di Siena. Il suo romanzo d’esordio “Come una pianta di cappero” (2013) ha vinto il Premio on Line Scrittore Toscano 2014.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie a Maria Gabriella Ranno.

:: Tua per sempre, Lara Jean di Jenny Han (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

12 ottobre 2018

1Jenny Han scrive per la Piemme una deliziosa storia che si barcamena in modo sublime tra ragione e sentimento “Tua per sempre, Lara Jean”. Costo al pubblico euro 16,00.
La vita della protagonista, Lara Jean, una capace studentessa all’ultimo anno del liceo, sembra dannatamente e fastidiosamente perfetta all’occhio altrui: lei ha un filarino con un ragazzo che ama e con il quale la stessa è in procinto di partire per New York, ha un padre con cui va assai d’accordo, nonostante lo stesso sia sul punto di risposarsi. Ha perfino già scelto l’università da frequentare, una volta ottenuto il diploma.
Insomma una vita linda per una ragazza precisa e puntuale!
Ma come ci insegna molto presto la stessa vita, da qui ad un istante si può passare dalle stelle alle stalle! Da qui a un istante si può ricevere dei sonori cazzotti che ti fanno trattenere a lungo il fiato! E tu stupida pedina di una scacchiera imprevedibile devi abbassare la testa o altrimenti soccombere!
E anche per Lara Jean la vita no fa sconti! Bastarda più che mai le metterà dunque i bastoni tra le ruote, spezzando ogni sua certezza, sconvolgendo i suoi stessi piani!
Al punto che la ragazza dovrà scegliere se seguire il cuore o la ragione.

Jenny Han vive a Brooklyn, New York, dove ha frequentato la New School ottenendo un Master in Scrittura Creativa.
Adora la serie Buffy l’ammazzavampiri, la torta di mirtilli e le calze al ginocchio.

Source: libro del recensore.

La leggenda delle nubi scarlatte di Saverio Tenuta (Magic Press, 2017) a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2018

Magic Press sta riproponendo in volumi brossurati le graphic novel di Saverio Tenuta, poliedrico autore che hanuvoleScarlatte_cover spaziato tra Italia, Stati Uniti e Francia, raccontando storie da cittadino del mondo, con ambientazioni varie.
La leggenda delle nubi scarlatte porta nel Giappone medievale caro a vari film di Kurosawa, per raccontare una storia di viaggio e di evoluzione personale, in un mondo senza tempo e sempre di gran fascino. Un motivo in più per leggere un fumetto che è di difficile reperibilità per il mercato italiano, uscito in passato per Comma 22.
In realtà La leggenda delle nubi scarlatte era nato per il mercato francese, pubblicato da Les Humanoides Associés, e formato, narrazione e tavole rispettano i canoni delle graphic novel d’oltralpe, soprattutto di quelle a sfondo storico, con una composizione che prevede numerose vignette per tavola, nessuna splash page e grande spazio al testo, in una vera e propria narrativa a disegni, forma d’arte che in terra francofona è messa sullo stesso piano di quella puramente raccontata dalle parole.
Disegni accurati e fedeli a ricostruire un mondo, con una storia che per temi, ambientazione e filosofia di vita è pienamente giapponese, a raccontare ancora una volta i vasti interessi di Saverio Tenuta.
La vicenda raccontata in un volume che raccoglie quattro albi francesi porta in un Giappone feudale immerso dalla neve, un regno dove la Storia si mescola alla fantasia, con spunti presi da alcuni miti del Paese del Sol levante. Meiki, giovane marionettista del bunraku, una delle tante forme teatrali di quel mondo, si innamora di Raidu, un samurai che in guerra ha perso un braccio, un occhio e la memoria. Sulla loro strada troveranno complicazioni e antagonisti, tra la folle Shogun Fujiwara, il suo guerriero dai tre occhi Fudo e gli Izuna, mistici lupi protettori della foresta.
Una leggenda di un mondo lontano, una mitologia tra poesia e epica, un omaggio ad una cultura potente vista da un occidentale ma che riesce a entrare addentro, con scene che alternano dinamismo e poesia, con due colori che dominano tutto, il bianco della neve e lo scarlatto di foglie, sangue, oggetti e sentimenti.
La leggenda delle nubi scarlatte è una riscoperta o scoperta piacevole e interessante, intelligente e appassionante, sia per i cultori del mondo nipponico, da sempre oggetto di fascinazione qui in Occidente, sia per chi in generale cerca qualcosa di nuovo e nello stesso tempo di antico.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa Magic Press che ringraziamo.

Saverio Tenuta nasce a Roma il 14 Maggio 1969. Si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e inizia a lavorare come incisore d’arte e grafico pubblicitario. Entra nel mondo del fumetto nel 1992 realizzando storie brevi e copertine per varie case editrici italiane: Cierre (Artur King), Universo (Intrepido), Tattilo(Playmen Comix), General Press (Il Corvo presenta), RCS (2000 giorni al 2000), Phoenix (Laida Odius – Italia XXII secolo).
Per quest’ultima casa editrice esce nel 1997 il suo primo libro a fumetti su sceneggiatura di Otto Gabos dal titolo Cold Graze: risvegli di ghiaccio. Parallelamente porta avanti alcune collaborazioni con case editrici americane. Realizza illustrazioni per la Event (Ash 22 Brides) e la SQP (Conan the cruel). Con la casa editrice Sirius realizza il libro DOLLS su sceneggiatura di Lorenzo Bartoli. In seguito, sempre in collaborazione con Lorenzo Bartoli, realizza Morrigan, graphic novel a colori pubblicato da Heavy Metal (negli USA) e Magic Press (in Italia). Sulla rivista americana Heavy Metal pubblica una serie di storie brevi delle quali cura anche i testi, mentre in Italia realizza i Tarocchi celtici con la casa editrice Lo Scarabeo.
Nel 2001 lavora con la DC comics sul graphic novel JLA: The riddle of the beast (testi di Alan Grant), mentre è del 2003 il suo artbook monografico Elegia (Heavy Metal). Parallelamente, realizza per il Giappone la storia “Carpe Diem” per la casa editrice Kodansha. Nel 2005 si sposta sul mercato francobelga e con Les Humanoïdes Associés realizza testi e disegni per la tetralogia La leggenda delle Nubi Scarlatte. L’opera viene poi tradotta in italiano, tedesco, spagnolo e inglese. Quest’opera darà il via all’universo “Nubi Scarlatte”, che si sviluppa in altre due serie spin-off: Izuna (testi di Saverio Tenuta, disegni di Carita Lupattelli) e La maschera di Fudo (testi e disegni di Saverio Tenuta). Sin dal 1993 ha iniziato a insegnare fumetto e tecniche di disegno in scuole di settore e nel 2010 fonda il DAISHO¯ Studio, un atelier dove segue i suoi allievi e sviluppa nuovi progetti di fumetto e illustrazione. http://tenutadaishostudio.weebly.com/

Il caso Moro di Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno (Becco Giallo, 2017) a cura di Elena Romanello

8 ottobre 2018

il-caso-moro (1)L’editore Becco Giallo ha messo al centro della sua produzione di graphic novel la riflessione e la denuncia su protagonisti e eventi del nostro tempo, tornando anche indietro di decenni per raccontare ferite ancora aperte, fatti non del tutto chiari e capaci di influenzare ancora oggi il mondo.
Nel quarantesimo anniversario di una delle pagine più oscure della Storia italiana, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse, Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno hanno raccontato quella vicenda cercando di evitare le trappole dell’emotività e del sensazionalismo, in un volume per immagini rigoroso e appassionante, tra graphic journalism e racconto di storia recente.
Strutturato su vari capitoli e con vignette dove le matite sono grandi protagoniste e ricche di ombreggiature, a testimoniare un qualcosa che fino in fondo non è stato ancora capito, Il caso Moro ricostruisce quei giorni concitati della primavera del 1978 attraverso vari punti di vista, quello dello statista alle prese con questioni molto importanti e cruciali per la sua carriera che avrebbero potuto cambiare l’Italia, quello dei sequestratori e quello di chi tentò, non fino in fondo, di far concludere i fatti in maniera diversa.
Un’opera rigorosa, si diceva, che non prende parte per niente e nessuno, si limita a raccontare una pagina di Storia non più così recente ma ancora presente come ferita nel nostro Paese, non tacendo gli aspetti più crudi, come il massacro della scorta di Aldo Moro, parlando della personalità dello statista, forse troppo scomodo per quei tempi, ricordando i carnefici e le loro scelte e non tacendo dei tentativi per salvarlo ma anche dei paletti che man mano emersero, fino alla tragica conclusione.
Interessante che i due autori siano entrambi nati anni dopo i fatti raccontati, ma che abbiano voluto e saputo ricostruire senza preconcetti e provando a raccontare i fatti nella loro realtà un evento che all’epoca scosse tutti, qualsiasi età si avesse, e che resta oggi uno dei più gravi avvenuti dal dopoguerra ad oggi.
Il caso Moro è completato da una postfazione sotto forma di saggio che racconta tutti i retroscena e i protagonisti della vicenda, politici, poliziotti della scorta e brigatisti, oltre che da una bibliografia e filmografia articolate, per capire meglio un momento tragicamente cruciale e non ancora del tutto chiaro.
Una graphic novel per chi c’era già allora e vuole approfondire, magari perché era bambino o bambina e degli eventi ricorda solo degli stralci dei telegiornali e gli sguardi in casa, ma anche per chi è nato dopo e vuole sapere cosa è successo prima, che eventi ci sono stati, spesso oggi rimossi dai più ma ancora essenziali per comprendere la situazione attuale.

Luca Bagnasco: nato a Genova il primo settembre 1986, si laurea in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi sul linguaggio del cinema e dei videogiochi. Terminati gli studi, inizia a scrivere articoli per un giornale locale e frequenta la Scuola Chiavarese del Fumetto, dove conosce Tommaso Arzeno, che disegna le sue storie. Nel 2016 esce in edicola il suo primo lavoro Una fortuna inaspettata, pubblicato da Aurea editoriale.

Tommaso Arzeno: nato a Chiavari il 4 marzo 1992, dopo il diploma di liceo scientifico si trasferisce per un anno a Buenos Aires dove frequenta il corso di fumetto alla Escuela de dibujo Carlos Garaycochea. Ha poi frequentato la Scuola Chiavarese del Fumetto dove ha conosciuto Luca Bagnasco. Nell’estate del 2015 ha collaborato alle matite de I ragazzi di villa Emma uscito nel novembre dello stesso anno per la rivista Super G. Nel 2016 ha pubblicato, con Luca ai testi, la storia Una fortuna inaspettata.

Per le matite si segnala anche la collaborazione di Alessia Lenti.

Provenienza: omaggio della casa editrice al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’ inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Taccuino dello svagato di Giorgio Caproni (Passigli 2018) a cura di Nicola Vacca

8 ottobre 2018

CaproniGiorgio Caproni non è stato solo un grande poeta. È tutta da scoprire la sua attività di prosatore e di collaboratore di quotidiani e riviste.
Fra il 1958 e il 1961 il poeta su la Fiera letteraria curò una rubrica dal titolo stravagante: Taccuino dello svagato.
Passigli per la prima volta raccoglie in volume le prose che Caproni pubblicò su una delle riviste più importanti del Novecento.
Taccuino dello svagato è un libro prezioso per comprendere il genio di uno dei massimi poeti del secolo scorso.
Caproni con leggerezza e ironia si muove con grande disinvoltura tra le pagine della Fiera letteraria. Si occupa non solo di letteratura. Dialoga con i suoi lettori su molti argomenti.
Evita sempre di essere retorico e banale, anzi preferisce sempre la provocazione, mostrandosi, come fa nella sua poesia, nemico dei luoghi comuni.
Gli articoli più belli sono quelli che Caproni dedicò allo stato di salute della poesia italiana, le sue digressioni sul mercimonio nel mondo culturale e sul modo di fare critica letteraria e le sue ironiche considerazioni sull’ego ipertrofico dei poeti. Insomma, pagine scritte più di mezzo secolo fa che ben descrivono quello che accade e succede oggi.
Quando in un articolo del 15 febbraio 1959 Caproni scrive della giovane poesia italiana, con molta ironia denuncia il superficiale concedersi alla cronaca e una scarsa attenzione nei confronti del linguaggio poetico, che non è mai un problema passato di moda.

«Purtroppo la nostra poesia più giovane ci par che rischi, a questo proposito, di precipitare in un anonimato senza confini».

Quello che scriveva ieri Caproni, vale oggi anche per la poesia più giovane del nostro tempo, che commette gli stessi peccati di presunzione ed è destinata all’anonimato.
I ragionamenti di Caproni nei suoi interventi sulla Fiera letteraria sono sempre radicati, lungimiranti e, abbiamo visto, anche profetici.
In queste pagine si rivelò anche un eccellente recensore di libri di poesia.

«Caproni recensore – scrive Alessandro Ferraro nella prefazione – mise sempre al centro il libro, il più volte, di versi, e come ragionò schiettamente sul rapporto tra l’autore e la sua opera (bisogno, invenzione, verità, misura…) così agì sulla ricezione di questi da parte del grande pubblico, cercando di abbattere i pregiudizi e gli avvicinare il lettore comune».

Un poeta onesto e uno scrittore autentico che esercitava il suo ruolo di critico letterario, essendo sulle pagine della Fiera letteraria prima di tutto una persona libera che sceglieva i suoi libri liberamente e non l’agente pubblicitario di scrittori e editori.
Parole sante, queste di Giorgio Caproni, soprattutto oggi che la critica letteraria latita per l’eccessiva presenza tra le sue fila di numerosi agenti pubblicitari e marchettari al servizio del marketing editoriale.
Taccuino dello svagato è una lettura obbligatoria. Giorgio Caproni è un prosatore provocatorio, necessario e irrinunciabile, proprio come è provocatoria, necessaria e irrinunciabile la sua poesia.

Giorgio Caproni (1912-1990), uno dei più importanti poeti del Novecento in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Storia di due donne e uno specchio, Edoardo Zambelli (Laurana 2018) a cura di Fabio Orrico

5 ottobre 2018

Storia di due donne e uno specchioIl secondo romanzo di Edoardo Zambelli (l’autore ha al suo attivo L’antagonista, uscito un paio d’anni fa sempre per Laurana) ha un titolo, Storia di due donne e uno specchio, che, se vogliamo, pone la sua storia nel segno dell’evidenza, anche se poi tutto all’interno di questo libro si rivela duplice e aperto alle più diverse interpretazioni. D’altra parte lo specchio è uno strumento che raddoppia la nostra immagine, nonché quella degli oggetti che ci stanno intorno. Le due donne evocate dal titolo, Alessandra e Marta, vengono inquadrate in un momento decisivo della loro esistenza e la loro vicenda spezzata in due tempi che sono anche le parti di cui il testo è composto. Alessandra e Marta si conoscono a un funerale, diventano amiche, poi diventano amanti. Alessandra torna in Veneto dopo una lunga permanenza in Puglia, deve riannodare i fili con quel poco che è rimasto della sua famiglia, vale a dire un padre malato di Alzheimer. Per Marta le cose sono forse addirittura più complicate perché la sua routine viene sconvolta da un uomo, Ethan, che sembra sapere cose del suo passato che nemmeno lei conosce. Di più ancora: Ethan vuole ricondurla a quel passato, pressandola con un’azione di stalking che sembra preludere a qualcosa di tremendo. Poi la storia si azzera e si ricomincia. Marta e Alessandra (è la stessa Marta ma non la stessa Alessandra, ma potrebbe anche non essere così) sono madre e figlia. Marta adesso ha diciott’anni e andiamo con lei a esplorare quel passato negato e riportato alla luce della propria coscienza nella prima parte, senonché il talento tentacolare di Zambelli costringe le esistenze dei suoi personaggi a una torsione su se stesse, quasi a volerle mostrare attraverso un prisma che insieme cela e illumina. Storia di due donne e uno specchio sembra aggiornare l’Hitchcock de La donna che visse due volte (anche qui del resto c’è una Judy) e corteggia da vicino il Lynch più estremista, quello di Strade perdute e Mulholland drive, ma se faccio riferimenti cinematografici è solo per comodità (e forse pigrizia) dal momento che il romanzo di Zambelli onora il medium che si è scelto senza sensi di colpa o complessi di inferiorità, anzi. La lingua dell’autore è densissima e consapevole, capace di assediarci coi suoi misteri restando piana, trasparente e questo rende ancora più oscuro e traumatico il labirinto costruito intorno al lettore.
A scandire la trama ci sono poi una serie di personaggi (la vecchia e le sue borse della spesa), oggetti (un gattino del folklore giapponese), caratteristiche fisiche (il neo) e canzoni (Cocoon di Bjork) che rappresentano altrettanti agganci col doppio fondo che abita le due protagoniste. Ho detto agganci ma avrei forse fatto meglio a dire sonde che ci permettono di dragare l’interiorità di Alessandra e Marta senza che l’intelligenza di narratore di Zambelli venga mai meno. Infatti il bello di questo libro è proprio la porzione di racconto sottoesposta, detentrice di verità e conferme che Zambelli, diabolico e abilissimo regista del proprio materiale, decide di far balenare davanti ai nostri occhi. E tanto basta: Storia di due donne e di uno specchio è un meccanismo preciso e morboso, un romanzo di formazione onirico, un thriller che si sgancia dalla logica cui siamo abituati per tendere forse a una logica superiore e quindi definitiva: la realtà che ricordiamo che, parafrasando il già citato Lynch, non è per forza quella che abbiamo vissuto.

Edoardo Zambelli è nato a Città del Messico nel 1984. Vive a Cassino, in provincia di Frosinone. Ha pubblicato i romanzi L’antagonista (Laurana, 2016) e Storia di due donne e di uno specchio (Laurana, 2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe (Mondadori 2001) a cura di Marcello Caccialanza

3 ottobre 2018

GoetheEdoardo, ricco barone nel fiore della sua virilità, e Carlotta, sua moglie, vivono la loro affettuosa liaison a due in una tranquilla tenuta di campagna.
Carlotta da sposa assai devota ha l’oneroso compito di occuparsi della casa, mentre Edoardo passa le sue stancanti giornate nella virtuosa amministrazione delle questioni generali della medesima magione e del parco circostante.
Entrambi hanno quell’insaziabile e fortissimo desiderio di godere a pieno ed indisturbati della loro stessa felicità, felicità che un tempo i due avevano tanto ardentemente desiderato e che ora hanno finalmente raggiunto.
Il loro amore, infatti, pur avendo avuto i loro prodigiosi natali in gioventù, ha dovuto però sobbarcarsi diverse ed impreviste traversie, con conseguente attesa di un lungo periodo, prima di essere appagato completamente.
Edoardo era stato in passato instradato dal suo padre- padrone ad un matrimonio forzato con una donna più anziana di lui, ma decisamente molto più facoltosa e introdotta nella società di prestigio del tempo; allo stesso modo, Carlotta aveva dovuto andare in sposa con un uomo piacente per ricchezza e potere. Col risultato concreto di aver dato alla luce una figlia, Luciana, che ora vive in un collegio, affinché sua madre e il suo nuovo marito Edoardo, ormai liberi dai rispettivi coniugi, possano finalmente vivere soli.
La tranquillità in casa dei due sposi è però destinata a subire una inaspettata battuta d’arresto, quando lo stesso Edoardo comunica a Carlotta di voler ospitare per qualche tempo un suo amico, il Capitano, personaggio ambiguo ed affascinante, in quel frangente disoccupato. L’uomo infatti si trova a dover affrontare suo malgrado un momento difficile e necessita dunque di un luogo stabile ed accogliente.
I molti tentativi con cui il medesimo Edoardo prova a convincere la moglie di accogliere il suo amico forse, più caro, in un primo tempo non vanno a buon fine: Carlotta vede infatti in questa probabile convivenza un grave pericolo per il loro equilibrio relazionale.
Del resto la stessa donna avrebbe potuto decidere anche lei di ospitare tempo prima  Ottilia, sua giovane e amatissima nipote, che con difficoltà vive nello stesso collegio di Luciana.
Ma per il bene stesso della sua liaison con Edoardo ha però scelto di non assecondare i suoi desideri. Tale possibilità avrebbe potuto risultare nefasta per la coppia.
Ma, anziché dissuadere l’uomo nel suo atroce disegno, questa nuova informazione fornita da Carlotta si trasforma in una carta vincente nelle mani di Edoardo, che rassicura la consorte e la convince quindi ad aprire le porte della loro casa sia al Capitano che a Ottilia.
E da qui inizia una sorta di pericoloso gioco psicologico e fisico di coppie vecchie e nuove che si muovono su questa scacchiera di pagine e pagine in un pericoloso valzer senza più possibilità di alcun ritorno!
Un valzer fatto di amori e di tradimenti silenziosi ma inevitabili, di desideri torbidi e sensuali che coinvolgono i nostri pseudo- eroi in un tourbillon di vicende tormentate ed appassionate, corpi esplosivi in un fuoco che arde in pensieri segreti e segregati nella fredda e scostante affettazione di un’epoca bigotta che dell’amore dà una connotazione melensa e melodrammatica, senza però tenere conto delle pulsioni vere o presunte di quattro paladini alla ricerca di quella felicità eterna, che ti fa sfiorare il cielo con un dito, dove il respiro a due si spande come ambrosia in quell’aria complice.
Imperdibile da leggere almeno una volta nella vita!

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.