Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà 2019) a cura di Fabio Orrico

18 aprile 2019

Il buio a luci acceseIl buio a luci accese è il libro d’esordio dell’irlandese David Hayden. Ora, grazie all’editore Safarà al quale dobbiamo proposte e recuperi non meno eccentrici (dal classico contemporaneo Alasdair Gray all’americana Helen Phillips), il libro è disponibile anche per noi lettori dello stivale.
Il buio a luci accese è composto da venti racconti per i quali è forse banale ma comunque appropriato spendere la definizione di surreali. La surrealtà di Hayden però non passa attraverso il linguaggio che è preciso fino a sembrare meticoloso, trasparente e intensamente comunicativo. Le descrizioni di Hayden, che si tratti di un paesaggio o di una casa, si conformano a un dettato rigoroso, secondo il quale una parola di troppo spezzerebbe l’eleganza dell’insieme. Ma, naturalmente, quello che succede, il plot se così vogliamo chiamarlo, ammesso che in un libro come questo abbia senso rifarsi al concetto di plot per come viene comunemente inteso, si muove in tutt’altra direzione. A cominciare dal quasi buzzatiano racconto di apertura Sortita che narra gli ultimi istanti di vita di un suicida o meglio ancora di qualcuno che si è gettato da un palazzo perché in effetti, fedele al rigore di cui si diceva, Hayden non perde tempo a spiegare i motivi del gesto. Nel tempo contratto di una caduta si dispiega la possibilità di una vita intera con tanto di decisioni prese troppo in fretta, indecisioni, incertezze e brutte figure. Il mistero è una delle voci, forse la più cospicua, cui rimandano questi testi. Non per forza di cose sappiamo immediatamente chi parla, chi agisce, le sue motivazioni o semplicemente il suo genere sessuale, le informazioni vengono abilmente dosate dall’autore forse anche con una punta di sadismo. La fabula prende forma senza fretta (per quanto la foliazione dei singoli racconti raramente superi le quindici pagine) e ci pone quasi subito in situazioni da incubo, trattate col massimo grado di disinvoltura. Prendiamo ad esempio il bellissimo I resti del mondo che fu, dal taglio postapocalittico, storia che letteralmente si svolge dentro la testa di un uomo. Hayden ha ben chiaro quanto siano sterminate le possibilità della letteratura, il suo grado estremo e incontrollato di sperimentazione e ne approfitta da par suo. O ancora Una mela in biblioteca dove la betise della condizione umana è ritratta con tale impietosa lungimiranza da arrivare all’equivalenza tra uomini e oggetti.
Naturalmente, seppure originalissimo, il talento di Hayden non nasce solitario. In effetti l’ombra del grande conterraneo Samuel Beckett sembra stendersi su più di una pagina e in particolare l’apertura di Dick non può non richiamare alla memoria il Beckett di Giorni felici. Ma è un modello, quello beckettiano e del teatro dell’assurdo, perfettamente metabolizzato e che quindi non viene gestito secondo una logica citazionista ma restituito al lettore con naturalezza, con lo spirito di un classico senza tempo.
Dopo questa raccolta d’esordio pare che Hayden stia lavorando a un romanzo e questo incuriosisce non poco perché la natura del suo talento, fulminante e concentratissimo, sembra sposarsi perfettamente con la forma breve, dalla quale è in grado di cogliere i massimi vantaggi. Lo straniamento e la quotidianità, se fatte cozzare funzionano magnificamente in una decina di pagine, ma è anche vero che la consapevolezza dei suoi mezzi è tale che Hayden saprà sicuramente adattare le sue idiosincrasie a una narrazione più ampia. E noi non vediamo l’ora di scoprire come farà.

David Hayden è nato a Dublino e ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia. Autore di racconti, ora vive in Norvegia e nel Regno Unito, dove sta attualmente lavorando a un romanzo.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Serena dell’Ufficio Stampa Safarà.

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: La dottrina del male di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2019) a cura di Federica Belleri

17 aprile 2019

La dottrina del maleTorna Alessandro Berselli con un nuovo libro. Piccole dimensioni, grande contenuto. La vicenda che ci racconta è centrata su Ivan Cataldo, trainer aziendale specializzato in marketing partitico. Uomo piacente, abbigliamento ricercato, amante della cucina raffinata e alternativa. Una moglie, una figlia vicina alla maggiore età e una in arrivo. Cosa gli manca? In apparenza nulla. È realizzato, i soldi non sono un problema, tutto sta procedendo al meglio. Finché … gli viene fatta una proposta lusinghiera, legata a nuove e ambiziose idee politiche. La sua curiosità si accende, i suoi equilibri diventano incerti. Superare o no la sottile linea che ha curato giorno dopo giorno in modo quasi maniacale? Non vi svelo altro.
La dottrina del male smuove ogni cosa. L’affetto e l’amore, la fiducia incondizionata e il tradimento, l’idealizzazione e la paura di fallire. La dottrina del male controlla ogni cosa, facendo pressione psicologica. Fa a pezzi la coscienza per seguire un delirio politico. Inganna, uccide e non lascia spazio alle alternative. La dottrina del male mette in discussione i rapporti di coppia e quelli tra genitori e figli, a più livelli di generazione.
Linguaggio attuale, ritmo incalzante, non una parola fuori posto. Toni legati al noir. Ottima la chiave di lettura relativa al mondo dei social e alla struttura piramidale che domina l’intera storia.
Assolutamente consigliato.

Alessandro Berselli è nato a Bologna nel 1965. Umorista, scrittore, docente di tecniche della narrazione, inizia la sua attività negli anni Novanta, collaborando con le riviste «Comix» e «L’apodittico». Dal 2003 intraprende una carriera parallela come romanziere noir. Oltre alle raccolte di racconti Storie d’amore, di morte e di follia (Arpanet, 2005) e Anni zero (Arpanet, 2012), ricordiamo i romanzi Io non sono come voi (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009), Non fare la cosa giusta (Perdisa Pop, 2010), Il metodo crudele (Pendragon, 2013), Anche le scimmie cadono dagli alberi (Piemme, 2014) e Kamasutra Kevin (Pendragon, 2016). Dell’autore, Elliot ha pubblicato il romanzo Le siamesi (2017).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine di Enrico Mirani (Liberedizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2019

Delitto di paeseTornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque.

Source: libro del recensore.

:: Il merlo e altre prose di Gianna Manzini, curato da Magda Vigilante (Via Del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

15 aprile 2019

Perché tutti perdono segreti? Non si accorgono di vivere un mondo senza carità, dove anche un figlio diventa aguzzino, un carnefice? Proteggetevi il viso, nascondetevi gli occhi, non sorridete, mascherate la voce, non inclinate la testa: perché basta nulla, una semplice movenza, a tradirvi. Fatevi una maschera fissa per sempre, dietro la quale potere impunemente marcire. Sappiate diventare irragiungibili: dovete farlo per pietà di chi, guardandovi, capisce. Sapere è una colpa della quale non ci si libera più. Chi me la restituisce la mia innocenza, e quel po’ di bontà che mi permetteva d’esser franco, naturale?”.

Il merlo”,”Bersagliato dai ricordi”, “Neve e silenzio” (Via Del Vento edizioni) sono tre storie brevissime che fanno parte della produzione letteraria – sparsa in giornali e riviste – di Gianna Manzini. Il racconto “Il merlo” è apparso sul giornale “La Nazione” il 6 dicembre 1921, risale al periodo iniziale dell’attività culturale della Manzini, in esso si manifestano già temi e modalità stilistiche dell’autrice. Un esempio è il motivo degli animali presente nelle future raccolte di “Boscovivo” e di “Animali sacri e profani”, nelle quali gli animali possiedono sensibilità e sentimenti umani. In questa storia lieve il nero uccello ammicca furbescamente all’ingresso della protagonista Isella nel salotto di un gruppo di austeri intellettuali dove non avrebbe voluto condurla il suo amante.

Ora Isella non riconosceva più il suo passato di piccoli amori: le pareva che la carne, mortificata da un’ormai lunga commedia di gioia, rivelasse in una diffusa stanchezza, un desiderio nostalgico di vita intima e serena; e capiva perché a volte il suo corpo si ribellasse al piacere. Si sentiva oppressa. Quel salotto, che diventava col crescere dell’ombra sempre più piccino, era come un povero astuccio aperto che si schiudesse a poco a poco col cader della sera”.

L’animale sottolinea il constrasto tra la vanitosa fanciulla dal “colorato abbigliamento” e l’ambiente laccato di spiritualità della casa che le incupisce lo spirito facendole sopraggiungere pensieri filosofici:

Ah ecco, perché Guido non avrebbe mai creduto al dolore che ci poteva essere in lei: contro la verità della sua pena congiuravano anche la monelleria bambolesca del suo viso, e la stravaganza del cappellino, prezioso d’un nastro su cui luceva, in un chiaro di luna tessuto d’argento , una gaia storia cinese. Sul suo viso i segni della sofferenza non potevano essere se non un belletto. E cominciò a singhiozzare”.

La scrittrice riporta l’effetto gazebo della sensibilità femminile, costretta a essere recintata, e allontanata da ogni flessibilità intellettuale, riservata per molto tempo solo al mondo maschile. Un testo vellutato, che aggredisce la polpa delle convenzioni e ristabilisce l’equilibrio tra cosa si può e cosa è dovuto. Gli altri due racconti sono altrettanto speculari. Si ricava sempre un’impressione di vivifica immaginazione, una scrittura quella della Manzini visiva e ingioiellata di quadretti narrativi raffinati, perfetti, riusciti, innati.

Gianna Manzini nacque a Pistoia il 24 marzo 1896 da Giuseppe Manzini di agiata famiglia originaria di Modena e da Leonilda Mazzoncini di ricchi industriali pistoiesi. Il padre, di fede anarchica, fu costretto a separarsi dalla moglie per dissensi di carattere economico e politico con i parenti di lei. All’avvento del fascismo, fu obbligato al confino, dapprima a Pracchia e dopo a Cutigliano, nell’Appennino pistoiese, dove morì nel ’25. Trasferitasi a Firenze per proseguire gli studi al Magistero, si formò idealmente alla scuola del De Robertis. Dopo la laurea in Lettere, la Manzini cominciò il suo apprendistato letterario, pubblicando numerosi racconti, negli anni Venti, su diversi giornali, tra cui «La Nazione» dove era critico letterario Bruno Fallaci, che sposò nel ’20. Aderì al gruppo di scrittori e critici riuniti attorno alla rivista «Solaria» e pubblicò nel ’28 il suo primo volume Tempo innamorato, subito apprezzato dalla critica come opera nuova e stimolante. Successivamente scrisse due raccolte di racconti Incontro col falco (’29) e Boscovivo (’32). Nel ’33, fallito ormai il suo matrimonio con Fallaci, la Manzini si spostò a Roma dove divenne la compagna del critico Enrico Falqui e dove produsse diverse raccolte di racconti da Un filo di brezza (’36) a Rive remote (’40), Venti racconti (’41), Forte come un leone (’44) fino alla svolta significativa rappresentata dal volume Lettera all’editore (’45). Furono ristampati i volumi Il valtzer del diavolo (’47; ’53) e Ho visto il tuo cuore (’47; ’53), mentre uscirono le nuove opere Animali sacri e profani (’53), Foglietti (’54), La sparviera (’56) – premio Viareggio – Cara prigione (’58), Ritratti e pretesti, Arca di Noé (’60), Un’altra cosa (’61) – premio Marzotto –, Il cielo addosso (’63), Album di ritratti (’64), Allegro con disperazione (’65). Nel ’71, uscì Ritratto in piedi – premio Campiello – dedicato alla memoria del padre e due anni dopo Sulla soglia . Morì a Roma il 31 agosto 1974. Della stessa autrice, queste Edizioni, che hanno sede nella stessa via dove trascorse la giovinezza, hanno pubblicato i volumetti: Bastimento in bottiglia, Favola dell’ulivo, Bestiario.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via Del Vento Edizioni”.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Tornano a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: La vita in più di Fabio Rizzoli (Mondadori 2019) a cura di Federica Belleri

12 aprile 2019

La vita in piùUna storia vera. Una diagnosi difficile che cambia completamente la vita del protagonista. Da Bologna al Niguarda di Milano per fare accertamenti specifici. Dalla casa in cui convive con la sua donna al reparto di oncologia, in pochi giorni. I ricordi lo confondono, riemergono e lo spiazzano. Tutto viene rimesso in discussione, anche il sesso. La depressione si fa sentire, prepotente. Cosa si aspetta da una diagnosi che non lascia spazio all’equivoco? Deve affrontarla a muso duro o nascondersi per essere coccolato e capito? Quanto conta per lui avere abitudini, sognare, desiderare? Cosa vuol dire stordirsi pur di non provare dolore? Che significato acquistano in un percorso come questo la vita e l’amore? E la morte?
Essere protagonisti vuol dire mettersi a nudo, nel bene e nel male. Non avere più segreti e non aspettarsi nulla dal prossimo. Men che meno dimostrare qualcosa a qualcuno. Essere ammalati significa accettare di avere un futuro parallelo, difficile ma pur sempre un futuro. Essere protagonisti vuol dire saper rimanere soli con se stessi, prima che con gli altri.
Bellissimo questo primo romanzo di Fabio Rizzoli. Una vicenda toccante raccontata con naturalezza e con lo stupore legato ai primi momenti di non conoscenza della malattia. Un personaggio che si evolve nel tempo, che prova sensazioni diverse, imparando a non crearsi troppe aspettative.
Buona lettura.

Fabio Rizzoli è nato e vive a Bologna. Con Fernandel ha pubblicato Almanacco dei giorni migliori – Primavera (2011) e Inverno (2012). Questo è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Nel grande vuoto di Adil Bellafqih (Mondadori 2019) a cura di Alexander Recchia

11 aprile 2019
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La storia è ambientata a Roma nell’era cosiddetta Post-Crollo. Questo, di cui viene lasciato al lettore intendere cosa possa essere, ha creato una cesura netta con il passato. In questo presente gli individui hanno perso la loro reale identità a scapito di avatar in Realtà Aumentata. Nel mondo che viene presentato, gli esseri umani-avatar sono connessi tra di loro, tramite un innesto spinale, in unica rete detta Aion. Così collegati, sperimentano una vita fittizia fatta di un’apparenza costruita a pagamento secondo le loro necessità e desideri. Le sensazioni e sentimenti vissuti non sono reali, ma sono frutto di una proiezione mentale. Niente è come è, ma solo come appare. In questo scenario si svolgono le vicende di Nel grande vuoto. Il protagonista del romanzo è Meister Eckhart, un debunker, ossia una sorta di investigatore privato che cerca di trovare la verità sommersa dietro la miriade di informazioni contraffatte della rete. Possiede un “potere speciale”, un malfunzionamento del suo collegamento all’Aion gli permette, tappandosi l’occhio destro, di cogliere l’essenza dietro il velo della realtà aumentata. Questa speciale abilità fa si che sia cosciente della finzione che vive quotidianamente e che proprio per questo sia consapevole del suo essere maschera. Verrà ingaggiato per indagare riguardo ad un sanguinoso omicidio, ma sarà proprio questo caso a cambiare definitivamente la percezione di sé stesso.
Con il suo romanzo Adil Bellafqih mette violentemente in risalto alcune importanti riflessioni riguardante un possibile futuro del genere umano. Un futuro allarmante verso cui stiamo correndo forse in maniera inesorabile. La vita camuffata dietro una maschera virtuale e sociale, che si fonde simbioticamente con noi e sostituisce i veri rapporti umani con relazioni di facciata. L’influenza della cultura di massa nell’inconscio collettivo che ci bombarda di informazioni, anche inutili, facilmente contraffabili e malleabili, alterando il giudizio individuale. Tutto ciò rende uno sforzo quasi titanico l’emanciparsi umanamente cogliendo la vera essenza del mondo, squarciando, come fa Eckhart, l’Aion-Noia corrispondente ella miriade di beni materiali superflui e contingenti dietro al quale nascondiamo la nostra reale volontà di vivere.

Adil Bellafqih è nato nel 1991 a Sassuolo, dove vive. Dopo un triennio concluso su Stephen King, ha conseguito la laurea in Filosofia a Parma con una tesi sulla pulsione creativa, ispirata a Nietzsche e a Jung. Nel grande vuoto si è aggiudicato la menzione speciale della giuria alla XXXI edizione del Premio Calvino. Ha pubblicato numerosi racconti partecipando a vari concorsi letterari.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Mondo in fiamme 2 – Requiem d’acciaio di Edoardo Stoppacciaro (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

10 aprile 2019

Copertina-RGB-Mondo-in-fiamme-306x429Gli appassionati l’hanno atteso in maniera spasmodica, ma finalmente è arrivato il secondo e non conclusivo capitolo della saga fantasy di Mondo in fiamme, scritta dal doppiatore e non solo Edoardo Stoppacciaro, legato a doppio filo con il mondo del fantastico, viste le sue numerose partecipazioni a serie TV e film di questo genere.
La vicenda inizia dopo il primo capitolo (da ripassare prontamente prima di procedere con la storia) finisce, raccontando un regno diviso in più fazioni e dove sta tornando la magia, ma anche sta scoppiando la guerra. La morte di re Qilvere vede le uova di drago sparse ai quattro angoli del mondo, mentre il Mondo degli Spiriti è in tumulto, dato che non si capisce più cosa è mortale e cosa non.
Le armate dei Regni d’Uomini sono schierate in un gioco pericoloso, tra alleanze spesso tradite, vittorie che vengono capovolte, azioni spesso avventate che portano quindi ulteriori drammi. I vari personaggi sono sparsi in giro: Daryn lotta contro una follia incipiente, Flavia si è unita alle Zanne del Cinghiale e attende un futuro oscuro, mentre Arlan Rheany si è messo sulle tracce della ragazza per uccciderla. Kalysta vuole liberare i bambini rapiti dagli Spiriti a tutti i costi, Hector Mulceon crede di aver trovato pace, ma le Guardie d’Argento sono sulle tracce sue, dopo il furto di una delle uova del drago.
Un affresco epico e crudo, che non ha nulla da invidiare alle storie giunte dai Paesi anglosassoni, che ricorda a tratti senza copiare, raccontando un mondo non di eroi senza macchia e senza paura, ma di personaggi fallibili, imperfetti, a tratti scomodi e forse per questo ancora più affascinanti. Un universo che rievoca i mondi di Martin e di Jordan, confermando che il fantasy, per chi non ne fosse ancora convinto, è un genere maturo e interessante, non per forza legato alla magia, capace di costruire mondi metaforici di civiltà presenti e passati, raccontando sempre una ricerca di qualcosa, spesso di molto reale, come la pace o un proprio posto in un mondo senza pietà.
Il tutto in attesa del terzo capitolo, che non è dato ancora capire se sarà l’ultimo, e magari che qualcuno, tipo Netflix, si accorga che ci sono ancora tante belle storie fantasy da raccontare sullo schermo una volta finito l’universo di Westeros.

Edoardo Stoppacciaro è nato in provincia di Viterbo ed è un attore doppiatore che recita fin da quando aveva nove anni. La sua è una delle voci più sentite e apprezzate sul piccolo e grande schermo. Tra i suoi tanti lavori come doppiatore, infatti, ricordiamo Il Trono di Spade, Star Wars, Lo Hobbit, I Borgia, Homeland, Le regole del delitto perfetto, Hunger, Humandroid, Ratatouille, Pacific Rim, Cattivissimo me, Lego Movie, disincanto e Alice in Wonderland. In qualità di regista, sta completando il progetto REAL! A Ghostbusters Tales ambientato nel mondo degli Acchiappafantasmi.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Anita di Alain Elkann (Bompiani 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2019

AnitaIeri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pen­savo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

Lungo monologo, forse più un racconto lungo che un romanzo, Anita è l’ultimo libro di Alain Elkann, uscito per Bompiani.

Mi chiamo Milan perché mia madre aveva una passione per i libri di Milan Kundera, ma siccome suo fratello, che si chiamava Misha, era stato ucciso in un campo di sterminio, mia madre mi ha sempre chiamato Misha, e così sono diventato per tutti Misha. Il mio nome si può scrivere in molti modi diversi, a seconda delle lingue. Io preferisco scriverlo Misha.

Così inizia, portandoci nella vita del protagonista, Misha, un uomo per cui la famiglia, come ogni ebreo, credente o no, resta la cosa più importante, l’ossatura, lo scheletro di tutta una vita. Scrittore, padre, nonno, viaggiatore, Misha racconta del suo incontro in età matura con una donna, Anita, di cui si innamora, ricambiato, e con cui si accompagna per qualche tempo.
Un amore destinato a finire, come tutti gli amori del protagonista, ma nello stesso tempo capace, nel breve tempo del suo svolgersi, di guidarlo in una delle scelte più difficili che la vecchiaia ci impone: come e dove essere seppelliti.
Anita vuole essere cremata, come suo padre e sua madre prima di lei, Misha è incerto, valuta anche la cremazione, ma per un ebreo anche solo l’idea di un tempio crematorio credo porti con sé ricordi se mai ancora più dolorosi della morte stessa.
Ridurre un cadavere in cenere diventa quindi rappresentazione di un’assenza, di un annullamento totale che il protagonista rifiuta, decidendo alla fine per una sepoltura tradizionale, accanto a suo padre nel cimitero parigino di Montparnasse.
Possono sembrare elucubrazioni oziose, e un po’ macabre, ma il tono lieve, l’ironia per le pratiche burocratiche a questo rito legate, la capacità di commozione che scaturisce dal suono della recita della preghiera dei morti ebraica, tutto concorre insomma a velare di malinconia la certezza che tutti moriremo, tutti smetteremo di essere cosa gli amici, i genitori, i compagni, i figli, i nipoti conoscono di noi.
Cosa sarà della nostra anima, di quel flatus vitale così effimero, resta un mistero. Ma per chi non crede a una vita dopo la morte l’importanza di un luogo dove i nostri amici, i nostri cari possano avere un segno tangibile del nostro passaggio su questa terra, resta un’esigenza forse ancora più necessaria. Un luogo dove possano pregare, anche se vogliono. Conforto più per i vivi che per i morti, ormai altrove, lontano o vicino non è dato sapere.
Pensare alla morte non credo sia così infrequente, tutti bene o male ci poniamo il problema di cosa ne sarà delle nostre spoglie mortali, quando saranno gli altri a doversene occupare, e noi non avremo più alcuna voce in capitolo. E proprio questa debolezza, questa fragilità credo ci accomuni più o meno tutti.
Ricordo le vivaci discussioni con mia madre, lei per la cremazione, sebbene cattolica, io incerta, forse più propensa a mantenere l’integrità del cadavere almeno finchè il disfacimento non arrivi in modo naturale, temendo, forse inconsciamente, che qualcosa dell’anima resti nel corpo dopo morti e possa soffrire nella combustione. Lo so è sciocco, quando si è morti si è morti.
Ora ho le ceneri di entrambi i genitori in salone, e per ora nessun parroco è venuto a reclamarle, anche se in effetti il tempo del distacco è passato e forse sarebbe giunto il momento che fossero messe in un luogo dove tutti possano appunto fermarsi a pregare, se vogliono, o per un saluto.
Mia madre avrebbe preferito che le sue ceneri fossero disperse nel suo giardino, come humus per le sue amate rose, i suoi fiori, le sue piante dove era stata felice e aveva goduto un po’ di pace, la cosa più vicina al Paradiso che potesse immaginare, ma sembra che in Italia non sia così facile disperdere le ceneri, e sia tassativamente vietato farlo nel proprio giardino. Per ora noi figli non abbiamo ancora infranto alcuna legge. Né penso la infrangeremo con buona pace dei ligi censori.
Comunque insomma la lettura di questo libro ha risvegliato anche miei ricordi personali, e la cosa mi ha fatto sorridere più di una volta più che rattristarmi. Potere dell’umorismo yiddish di cui il libro è intriso (pensate ai paradossi burocratici di dover dimostrare di essere figli di qualcuno per potere essere sepolti in un dato cimitero).
Anita, seppure nella sua brevità, resta una storia delicata e nello stesso malinconica che termina a Gerusalemme, la città dalle molte confessioni, la città in cui Dio sembra di casa:

Dopo sono andato a piedi per le vie in salita della città verso la Porta di Jaffa. Ho attraversato il quartiere arabo, il quartiere dove c’è il Santo Sepolcro e il quartiere armeno. Camminando ho provato nostalgia, tristezza, perché per le strade di Gerusalemme avevo camminato varie volte con Anita. Quattro anni prima eravamo venuti a stare lì per qualche mese. Era come se ogni pietra, ogni luogo, ogni negozio mi facesse pensare a lei. Camminando per le strade di Gerusalemme ho sentito che qualcosa di forte mi lega a quella città, a quelle religioni diverse, alle campane, alle preghiere. Una città governata dalle religioni, che sono tutte volute e fondate dagli uomini, ma è come se a Gerusalemme vigilasse la presenza di Dio, che è il Dio di tutte le religioni.
Anita si farà cremare e le sue ceneri verranno sparse nel luogo che sceglierà. Io andrò a Parigi, nella tomba di mio padre. Per ora i nostri destini si sono separati e dopo tante discussioni c’è bisogno di silenzio. Ed è così, in silenzio, a Gerusalemme, che finisce questa storia.

Se vi capiterà di leggerlo saprete dirmi, l’autore pur parlando di temi così difficili in un contesto sociale privilegiato, (ma passare l’infanzia in una pensione con una governante non è una cosa che invidierei) adotta uno stile semplice, in cui si evince una certa esigenza e ricerca di verità, di autenticità, che è la caratteristica principale della sua intera produzione letteraria.
Quanto questo testo sia autobiografico non lo so, conosco troppo poco l’autore, ma sicuramente molte riflessioni a margine sono vere, e inducono a riflettere anche il lettore.
Si legge velocemente, poco meno di cento pagine. Non così banale e superficiale come si possa pensare. Un lungo flusso di coscienza in cui ricordi, nostalgie, rimpianti, interrogativi di una vita si susseguono. Quasi un bilancio esistenziale, un testamento.
A fine lettura ci si sente un po’ storditi, ma è un attimo, si chiude il libro e la vita continua. Nota a margine bellissima la copertina.

Alain Elkann è nato a New York nel 1950, con Bompiani ha pubblicato molti libri, fra cui lo scorso anno la riedizione di Vita di Moravia, Piazza Carignano, Il padre francese, I soldi devono restare in famiglia e il romanzo più recente, Il fascista.

Source: pdf inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Bompiani.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

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Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La professione del padre di Sorj Chalandon (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2019

La professione del padreSorj Chalandon con La professione del padre, edito da Keller ci porta a conoscere un ragazzino e la sua vita da incubo con un padre troppo concentrato su se stesso e sulle sue ossessioni, per rendersi conto della vera natura della realtà. Il romanzo di Chalandon ha una struttura circolare, nel senso che comincia con il presente recente nel quale il protagonista è adulto, poi parte un lungo flashback nel passato e si torna nell’oggi, dove la storia trova il suo compimento. Nel tempo andato, il lettore si trova nella Francia del 1950, quella di De Gaulle, dove il piccolo Émile (sette anni) è costretto dal padre André Choulans a vivere nel suo mondo di paranoie da adulto che hanno al centro la scena politica della Francia di quel periodo. Il padre manipolatore inculca nella testa del figlio che loro due sono nell’ OAP, un’associazione segreta e di terroristi, pronta a tutto pure di far cadere Charles De Gaulle e liberare l’Algeria dal domino francese. Émile e la madre vivono sotto il controllo totale dal padre/marito padrone/dittatore e la vita della famiglia diventa un incubo, nel senso che quella che per il padre André viene considerata una trasgressione o un errore che rischia di mettere a repentaglio i suoi piani contro il governo, viene punita in mondo brutale. Sì, perché l’uomo non esita a castigare quelli che per lui sono sbagli, e lo fa con tremende punizioni corporali e fisiche, trasformando il focolare domestico in un luogo di estrema violenza fatta di allenamenti estremi, botte ripetute e insulti verso la moglie – vittima consapevole e incapace di reagire-, e il figlio, ancora troppo piccolo per comprendere la natura deviata e mentalmente malata del genitore. Madre e figlio non hanno via di scampo e possono solo assecondare e obbedire al capofamiglia, nascondendo ben bene i lividi agli occhi del mondo esterno. Poi, ad un certo punto Émile cresce e prende le distanze dai genitori, perché ha capito che quell’individuo che doveva proteggerlo e aiutarlo a trovare il suo posto nel mondo, è una minaccia pericolosa per gli altri e per sé. Ne Il mestiere del padre ciò che caratterizza la vita del piccolo protagonista è il peso delle violenze fisiche e piscologiche che lui e la madre subiscono per mano di un uomo insano, contro il quale mai nessuno si schiera o prende posizione. Émile non ha amici, non ha nessuno a cui confidare il dramma che vive a casa, può contare solo sulle sue forze. E saranno esse ad aiutarlo ad andare via, lontano dai genitori, per trovare, da solo, il giusto equilibrio del vivere, diventando restauratore e aggiustando le cose. Sorj Chalandon ne Il mestiere del padre utilizza un linguaggio coinvolgente per portarci in una storia nella quale il piccolo protagonista è succube della mente malata del capofamiglia e delle sue ossessioni maniacali, le stesse che gli di dare il via ad un rapporto sano e costruttivo con il figlio Émile. Interessante e ben fatta è anche la traduzione di Silvia Turato la quale, pagina dopo pagina, riesce a far arrivare ai lettori lo stato di disagio e le fragilità piscologiche presenti in ognuno dei personaggi della storia.

Sorj Chalndon è nato nel 1952. È stato giornalista per «Libération» prima di passare a «Le Canard Enchaîné». I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le Petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, Prix Médicis), Il mio traditore (Mondadori, 2009) Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie Française, Keller 2014). La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Premio Terzani, Keller 2016). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff Keller.