Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: E così per non morire di Paolo Roversi (SEM, 2026) a cura di Patrizia Debicke

5 agosto 2026

Paolo Roversi torna con un thriller, costruito attorno a una delle pagine più oscure della cronaca nera milanese: il mistero del cosiddetto “Mostro di Milano”, un serial killer rimasto senza volto, responsabile dell’uccisione di numerose donne fra gli anni Sessanta e Settanta. Da questa vicenda realmente esistita, l’autore trae spunto per costruire una trama nella quale realtà e finzione si fondono, dando vita a un’indagine capace di attraversare il tempo e dimostrare come il male non scompaia mai davvero, ma resti in attesa dell’occasione giusta per riaffiorare.
La storia parte dal febbraio del 2020, mentre Milano e il resto del mondo stanno per essere travolti dall’emergenza sanitaria. Quattro donne sole vengono assassinate nel giro di poche settimane. Delitti efferati, quasi ignorati dall’opinione pubblica perché l’attenzione è ormai monopolizzata dal Covid. È proprio in questo scenario sospeso e irreale vediamo arrivare  in città Gaia Virgili, profiler dell’Europol giunta alla quarta indagine della serie. Richiamata dal direttore dell’UACV Renato Bernardi, da sempre suo mentore e punto di riferimento, comprenderà presto che gli omicidi contemporanei riproducono con inquietante precisione una lunga sequenza di cold case rimasti irrisolti decenni prima.
Gaia è una protagonista moderna, intelligente, in grado di leggere la mente criminale senza perdere la propria umanità. Lontana dalla sua squadra “Beccaria”, dovrà confrontarsi con un’indagine molto complessa che la porrà in una specie di viaggio dell’eroe, nel corso del quale emergeranno anche inediti aspetti della sua personalità. Al suo fianco, giunta inattesa dall’Aia ci sarà Karen,  la bella la poliziotta olandese dalla pelle ambrata e gli occhi smeraldo molto diversa per formazione, quasi il suo opposto per sfumature caratteriali e differenti approcci investigativi. Dal confronto fra le due nascerà tuttavia un’ efficace dinamica narrativa.
L’indagine si sviluppa su due livelli temporali perfettamente intrecciati. Da una parte la Milano del boom economico e degli anni di piombo, attraversata dalla criminalità, dalla paura e da profonde trasformazioni sociali; dall’altra la metropoli svuotata dalla pandemia, silenziosa, immobile, privata della sua vitalità. Roversi imposta un affascinante scambio fra queste due città. Le strade deserte del lockdown diventano così il nuovo ideale palcoscenico per un assassino che pare muoversi sulle orme  di un fantasma riaffiorato dagli archivi della memoria.
Milano non è un semplice sfondo, ma quasi una presenza per cambiare il volto  degli eventi. La città operosa, frenetica e luminosa lascia progressivamente spazio a un paesaggio quasi spettrale, dominato dal silenzio, dalle ossessive sirene delle ambulanze, dalle strade vuote e dalla paura del contagio. Il virus diventa una seconda minaccia, invisibile quanto il serial killer, e Roversi imposta un parallelismo fra due diverse forme di male, entrambe capaci di modificare radicalmente la vita delle persone. Da una parte un assassino che colpisce donne vulnerabili, dall’altra una pandemia che rende tutti fragili, cancellando certezze e abitudini. Interessante è la riflessione sulla memoria. Attraverso il faticoso recupero dei vecchi fascicoli investigativi, l’autore restituisce voce a vittime ormai dimenticate, ricordando quanto troppo spesso la giustizia non riesca a dare un nome ai colpevoli, mentre il tempo finisce per cancellare anche il ricordo delle vittime, Quasi un sacrosanto omaggio a coloro che la cronaca aveva relegato nell’oblio.
Come sempre, Roversi dimostra una notevole abilità nel governare lo sviluppo della trama. Alterna continui cambi di prospettiva, dissemina false piste, alimenta dubbi e sospetti. Ogni nuovo indizio apre inattesi scenari e costringe il lettore a rimettere in discussione ogni certezza. La tensione cresce pagina dopo pagina fino a un finale sorprendente ma coerente.
E così per non morire conferma la bravura di Paolo Roversi nel coniugare thriller, cronaca e memoria storica. Roversi utilizza una leggenda nera della Milano criminale per raccontare non soltanto la caccia a un serial killer, ma anche il peso dei ricordi, il valore della giustizia e la necessità di non dimenticare. Ne nasce un romanzo, ricco di suspence e di suggestioni, nel quale il passato continua a dialogare con il presente ricordandoci quanto il male sappia mutare forma senza mai estinguersi davvero.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire…

:: La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 agosto 2026

La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa è un thriller storico che immerge le proprie radici nella Roma barocca del 1635, trasformando la Città Eterna in un oscuro labirinto di misteri, superstizioni e giochi di potere. Fin dalle prime pagine il lettore viene trascinato in un’indagine cupa e inquietante, ispirata a fatti allora realmente accaduti, e per i quali  la ricostruzione storica non rappresenta un semplice sfondo, ma si trasforma a pieno titolo  parte integrante della trama.
L’alba del 28 agosto si apre con un’immagine destinata a segnare la memoria: sotto l’Arco di Portogallo viene rinvenuto il corpo orribilmente martoriato di una giovane prostituta. Non è un delitto come gli altri. La violenza dell’omicidio lascia intuire l’esistenza di una mente crudele e metodica, e altri nuovi assassinii alimenteranno il sospetto che Roma sia divenuta il terreno di caccia di un serial killer, inconsueta figura in un romanzo ambientato nel Seicento ma plausibile e perfettamente inserita nella narrazione.
Il protagonista, Giovan Battista Spada, Governatore di Roma, emerge come una figura di grande spessore. Uomo di legge, fedele servitore della Chiesa, possiede un forte senso della giustizia che lo porta a non fermarsi davanti alle opportunità politiche. Staffa lo tratteggia come un uomo  equilibrato, in grado di sorreggere con lucidità di investigatore l’arduo  peso delle responsabilità istituzionali. L’indagine si trasformerà  pertanto anche in un arduo percorso interiore, con  Spada che scoprirà in sé  fragilità e sentimenti nascosti fino ad allora.
Accanto a lui agiscono due fondamentali personaggi. Il notaro Livi, suo principale  collaboratore, fedele e razionale, da sempre rappresenta un indispensabile sostegno nelle fasi più delicate delle inchieste, ed Eleonora Malaspina, una dama di alto lignaggio ridotta quasi in miseria che  aggiunge emotiva profondità alla storia. Non soltanto una presenza sentimentale: la nobildonna dimostrando intelligenza, determinazione e sensibilità, contribuirà  concretamente allo sviluppo delle indagini, offrendo al Governatore un diverso  sguardo sulla realtà che lo circonda.
Tra gli aspetti più riusciti del romanzo figura senz’altro l’ambientazione. La Roma secentesca descritta da Staffa appare viva, pulsante e profondamente contraddittoria. Da una parte si ammirano i ricchi palazzi nobiliari, le chiese monumentali e il fasto della corte pontificia dominata da Urbano VIII e dalla potente famiglia Barberini mentre  dall’altra emergono vicoli maleodoranti, locande malfamate, quartieri popolari e un sottobosco umano fatto di mendicanti, prostitute e reietti. Due mondi che tuttavia si incrociano continuamente, mostrando le profonde disuguaglianze di una società governata dal privilegio.
Ancora più suggestive risultano le sequenze ambientate nelle catacombe. Quel nero e laido dedalo sotterraneo, umido e soffocante, assume quasi  il valore di un autentico personaggio. Tra oscuri cunicoli, tombe dimenticate e opprimenti silenzi, l’autore costruisce pagine ricche di tensione, in  grado di trasmettere un continuo e opprimente senso di pericolo. Anche perché proprio nelle profondità della città, tenute lontano dalla luce e dal potere, che si nascondono le più scomode verità e i grevi segreti destinati a cambiare il corso dell’indagine.
La trama  procede con ritmo sostenuto, alternando intriganti momenti investigativi, ricostruzione storica e suspense psicologica. La ricerca dell’assassino non rappresenta soltanto una corsa contro il tempo, ma diventa il pretesto per raccontare una società afflitta da paura, fanatismo religioso, miseria e ambizioni politiche. Le pressioni esercitate dai Barberini affinché il caso venga risolto in fretta  evidenziano quanto e come il potere tema il disordine più della giustizia.
La scrittura di Giuseppe Staffa si distingue per la capacità di fondere precisione documentaria e ben calibrata tensione narrativa. Le descrizioni sono ricche senza risultare ridondanti, i dialoghi mantengono credibilità storica e la suspense cresce progressivamente fino a un sorprendente epilogo, nel quale ogni tassello troverà  la propria giusta collocazione.
La notte del terzo fuoco si rivela pertanto  un romanzo capace di soddisfare sia gli appassionati di thriller che gli amanti di narrativa storica. L’autore ci fa dono di una Roma affascinante e sinistra, popolata da memorabili figure e percorsa da ombre che sembrano appartenere tanto ai suoi vicoli quanto all’animo umano. Un’indagine avvincente, costruita con intelligenza, che riesce a  dimostrare come il passato possa raccontare anche oggi le più profonde paure dell’essere umano.

Giuseppe Staffa è nato a Roma nel 1973. Già consulente storico e archeologico per la trasmissione televisiva di RAI 3 Cose dell’altro Geo, dal 2014 collabora con le riviste «Focus Storia-Wars». e «Focus Storia». Con la Newton Compton ha pubblicato, tra l’altro, I grandi condottieri del Medioevo, I grandi imperatori, L’incredibile storia del Medioevo e I secoli bui del Medioevo.

:: Georgia di Tim Burford (Morellini, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Cuore segreto del Caucaso, al bivio tra Europa e Asia, la Georgia è un Paese così ricco di bellezze paesaggistiche, culturali, antropologiche e sociali che non si può che accogliere con favore l’uscita della nuova guida turistica Morellini, nella collana Insider, dedicata a questo straordinario territorio e curata da Tim Burford, firma autorevole dell’escursionismo e dell’ecoturismo, con al suo attivo una decina di guide dedicate a destinazioni dall’Europa al Sud America.

Ormai Morellini è una garanzia: ogni sua guida non rappresenta soltanto un utile strumento per il viaggio, ma è anche un volume curato, piacevole da sfogliare e da conservare in libreria, capace di accompagnare il lettore alla scoperta di luoghi lontani anche attraverso la lettura e la ricerca.

La Georgia è ancora, per molti aspetti, una destinazione poco conosciuta e un Paese non ancora interessato dai grandi flussi del turismo internazionale. Spesso ricordata soprattutto come terra natale di Stalin, merita invece di essere riscoperta per la straordinaria varietà del suo patrimonio. Al suo interno custodisce tesori che spaziano dalle torri difensive della Svaneti alle fertili vallate del Kakheti, culla della più antica tradizione vinicola del mondo, dalla vivace capitale Tbilisi alle coste subtropicali del Mar Nero.

Uno dei punti di forza della guida è proprio la capacità di svelare luoghi e usanze meno noti: monasteri rupestri scavati nella roccia, villaggi montani dove sopravvivono tradizioni ancestrali e le antichissime tecniche di vinificazione nei qvevri, le grandi anfore di terracotta interrate riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. La cultura del vino, insieme alla gastronomia locale e alla proverbiale ospitalità georgiana, diventa così una chiave privilegiata per comprendere l’identità di questo Paese.

Una leggenda racconta che Dio, dopo aver distribuito le terre ai popoli del mondo, abbia donato ai georgiani il luogo che aveva riservato per sé, commosso dal loro calore umano, dalla loro convivialità e dall’amore per la vita e per la buona tavola. Un racconto simbolico che ben restituisce lo spirito di una terra dove l’accoglienza è parte integrante della cultura.

Accanto agli approfondimenti storici e culturali, Burford offre tutti gli strumenti necessari per organizzare il viaggio: mappe dettagliate, itinerari tematici e numerosi consigli pratici permettono di costruire esperienze autentiche, dalle degustazioni nelle cantine familiari alle escursioni tra ghiacciai e vette del Grande Caucaso, dai bagni termali di Borjomi ai vivaci mercati di Kutaisi.

Georgia si presenta così non soltanto come una guida per partire, ma come un invito alla scoperta di un Paese complesso e affascinante, dove natura, storia e tradizioni convivono in un equilibrio sorprendente. Un volume ricco e completo, capace di far nascere il desiderio del viaggio ancora prima di mettersi in cammino.

Tim Burford ha studiato lingue all’Università di Oxford. Nel 1991, dopo cinque anni come editore, ha iniziato a scrivere guide per Bradt, prima sull’escursionismo nell’Europa centro-orientale e poi sul backpacking e l’ecoturismo in America Latina. Ad oggi ha scritto dieci guide per Bradt, che spaziano dall’Uruguay all’Uzbekistan, tra cui cinque edizioni della guida sulla Georgia.
Guida anche escursioni sulle montagne europee.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Morellini.

:: Abitare la natura – Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2026

Aggiornato alle più recenti teorie dell’abitare italiane e internazionali, Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa di Alfredo Fusco (Maggioli Editore, 2026), con postfazione di Lucia Krasovec-Lucas, si distingue come uno dei contributi più interessanti dedicati al biophilic design nel panorama editoriale italiano.

Più che un semplice manuale, il volume propone una riflessione ampia sul rapporto tra architettura, natura e benessere, intrecciando ricerca scientifica, cultura del progetto e attenzione alla qualità dell’abitare. Il tema è di stringente attualità. I cambiamenti climatici, sempre più evidenti e drammatici, impongono infatti di ripensare il rapporto tra ambiente costruito e sistemi naturali, mettendo in discussione modelli abitativi che per troppo tempo hanno sacrificato il verde e la qualità dello spazio in favore di logiche esclusivamente economiche o funzionali.

Il libro mostra come la sostenibilità non possa più essere considerata l’unico parametro per valutare la qualità di un edificio. Accanto all’efficienza energetica, acquistano un ruolo decisivo la qualità dell’aria, l’illuminazione naturale, la presenza della vegetazione, il rapporto visivo con il paesaggio e, più in generale, tutti quegli elementi che incidono sul benessere psicofisico delle persone. Oggi sappiamo che gli ambienti nei quali trascorriamo gran parte della nostra vita – abitazioni, uffici, scuole, ospedali – possono favorire oppure compromettere la salute, e il biophilic design rappresenta una delle risposte più convincenti a questa consapevolezza.

Uno dei punti di forza del volume è il ricco apparato bibliografico e sitografico, aggiornato alle principali ricerche internazionali. Fusco dimostra una conoscenza approfondita della letteratura sul tema e integra con equilibrio i contributi di studiosi e progettisti che hanno indagato il rapporto tra natura e salute, offrendo al lettore strumenti utili per ulteriori approfondimenti. La biofilia emerge così non come una semplice tendenza estetica, ma come una strategia progettuale fondata su solide basi scientifiche e orientata a migliorare la qualità della vita.

Interessante è anche il richiamo all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, nella quale la Terra viene definita “casa comune”. Il riferimento non ha un valore esclusivamente etico, ma amplia il discorso sul progetto, ricordando come la cura dell’ambiente richieda responsabilità collettiva, investimenti e politiche lungimiranti. In questo senso, il libro suggerisce che ripensare il modo di abitare non è più una scelta opzionale, ma una necessità urgente.

Con uno stile chiaro e accessibile, anche quando affronta argomenti specialistici, Fusco accompagna il lettore in un percorso che mette in luce la profonda interdipendenza tra essere umano e natura. Un’intuizione che oggi trova conferme nelle neuroscienze, nella psicologia ambientale e nelle scienze della salute, ma che affonda le proprie radici nella cultura classica: non a caso si richiama anche Lucrezio, testimone di una visione del mondo nella quale uomo e natura erano già concepiti come parti di un unico sistema.

Completa il volume un ricco apparato iconografico. Le immagini, curate e ricche di dettagli, non svolgono una funzione meramente illustrativa, ma dialogano con il testo, contribuendo a chiarire i concetti e a rendere immediatamente percepibili i principi del biophilic design.

Abitare la natura è dunque un libro che riesce a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. Un testo utile ai professionisti dell’architettura e dell’interior design, ma anche a chiunque desideri comprendere come gli spazi che abitiamo influenzino la nostra salute e il nostro benessere. In un momento storico in cui il progetto è chiamato a rispondere alle sfide ambientali e sociali del presente, il saggio di Alfredo Fusco rappresenta un contributo autorevole e quanto mai necessario alla diffusione di una nuova cultura dell’abitare.

In conclusione il tema della biofilia, della salutogenesi e del rapporto tra architettura e salute sarà probabilmente uno dei filoni più rilevanti della cultura del progetto nei prossimi anni.

Alfredo Fusco Architetto e biophilic designer, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell’etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Esperto di progettazione eco-friendly e biofilia applicata all’architettura, parla e scrive di compensazione del deficit di natura, ingegneria naturalistica, greening verticale, infrastrutture emergenti e dinamiche adattive. Vive e lavora a Milano.

Source: ringraziamo l’autore e la casa editrice per l’invio del volume.

:: Solak di Caroline Hinault (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2026

Sulla penisola di Solak, da qualche parte a Nord del Circolo polare artico, c’è un avamposto militare in mezzo al nulla dei ghiacci dove vengono spediti i soggetti che hanno colpe da espiare. Solo uno dei quattro residenti è lì per scelta: scienziato climatico, cerca le prove dell’imminente collasso del Pianeta. Dopo il suicidio di uno dei compagni, i tre rimasti accolgono una nuova recluta misteriosa: un ragazzo muto. Chi arriva a Solak è un colpevole, come loro. Ma di cosa può essersi macchiato un tipo così gracile e mite? Con l’avvicinarsi della grande Notte polare le condizioni di vita alla base si fanno ancora più dure e gli uomini sono costretti a una convivenza sempre più tesa, che smaschera gli istinti peggiori rivelando gli inquietanti segreti del passato. Ma il destino li troverà anche in quell’oltremondo senza pietà dove nessuna apparenza può più ingannare.

Solak (Solak, 2021) della bretone Caroline Hinault, tradotto in italiano da Maria Laura Capobianco ed edito da Gallucci, è un romanzo breve molto particolare giunto dalla Francia fino a noi sull’onda di un grande successo di pubblico e di critica.

Vincitore di ben 8 premi letterari Solak ci porta la voce di un’autrice molto singolare, capace di graffiare e nello stesso tempo evocare atmosfere anche liriche dell’estremo Nord.

Voce narrante quella di un soldato Piotr, da vent’anni confinato a Solak per qualche oscura colpa che sembra segnare le vite di tutti i personaggi, oltre a lui un altro militare Roq, e Grizzly uno scienzato attento a studiare i cambiamneti climatici in attesa di un imminente Apocalisse che spera coi suoi studi di scongiurare. Un altro militare Igor, si fa saltare le cervella con un fucile e quando arrivano le scorte, prima della lunga notte artica, viene raccolto e in cambio viene lasciata una Recluta, un ragazzino smilzo, con gli occhi come spilli di acciaio chiaro, muto ma non sordo, che scrive freneticamente chissà cosa su alcuni fogli.

La Hinault ne riporta il linguaggio, ruvido se non greve, e la psicologia di uomini temprati da mille vicessitudini e avversità. L’ambiente è ostile, più si avvicina la notte artica più la lotta per la sopravvivenza si fa serrata in attesa di un evento tragico che sembra gravare come una maledizione.

Chi sarà a soccombere? Chi riuscirà a sopravvievre, e quali sono i segreti e le tragedie che i personaggi meticolosamente nascondono?

In attesa dell’inaspettato colpo di scena finale l’aria si fa tesa, frenetica in un crescendo di tensione e di angoscia.

Noir per adulti, nella collana Glifi di Gallucci, Solak è un romanzo difficile da definire, lo si potrebbe descrivere come un lungo monologo e flusso di coscienza della voce narrante, in cui l’autrice si immedesima alla perfezione nel descriverci la psicologia di uomini al limite.

E’ un romanzo molto muscolare, ruvido, maschile, sebbene l’autrice sia una bella e giovane e affascinante professoressa di lettere, utilizza un linguaggio greve, anche volgare, specchio delle anime tormentate dei personaggi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla superficie di questo linguaggio spigoloso.

Sotto la scorza ruvida emerge tuttavia una riflessione profonda sulla colpa molto dostoevskijana, sull’isolamento, sulla memoria e sul rapporto tra l’uomo e una natura che non è più madre, bensì forza indifferente e inesorabile. Solak diventa così un luogo dell’anima prima ancora che uno spazio geografico: un confine estremo dove ogni certezza vacilla e dove i protagonisti sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno cercato di seppellire dentro di sé.

Solak è una lettura intensa, inquietante e fuori dagli schemi, capace di lasciare il lettore immerso in un senso di gelo e di sospensione anche dopo aver voltato l’ultima pagina. Un romanzo breve ma densissimo, che dimostra come Caroline Hinault sappia fondere tensione narrativa, introspezione psicologica e grande forza evocativa in una storia destinata a lasciare il segno.

Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Gallucci.

:: L’esca. Fish Tales, Nettie Jones (NNeditore 2026) A cura di Viviana Filippini

23 luglio 2026

Lewis, è la protagonista di “L’esca. Fish Tales” il romanzo di Nettie Jones edito da NNeditore, inserito nella Collana le Fuggitive. La principale attrice nella narrazione vive nell’America degli anni Settanta ed è bella e inquietante come la città di New York dove prende forma la sua vita.  Stanze affollate, feste, champagne, stupefacenti, divertimento tra lenzuola di seta per Lewis, il marito Wood e l’amico Kitty Kat. Il tutto è un susseguirsi veloce di momenti, come frame, di incontri amorosi, party, episodi di vita quotidiana dai quali emerge sempre lei, Lewis con tutta la sua trascinante, passionale e sferzante forza vitale. Il romanzo non solo si addentra nella passionalità, in quello che potrebbe essere il vero amore o anche solo il possesso dell’altro, ma indaga anche quel bisogno di sentirsi libere di vivere la propria vita, in ogni aspetto. Il libro dalla Jones in realtà ci racconta l’esistenza di una donna schietta, senza tanti filtri e decisa in quello che dice e che fa, unita alla sua necessità di indipendenza e autonomia di scelta. Il tutto si sviluppa in una società – l’America degli anni Settanta-dove certi comportamenti o erano in trasformazione o non erano per nulla accettati, perché ritenuti fuori dagli schemi del tempo. La vita di Lewis, tra un  eccesso e l’altro, ad un certo punto si incrocia con quella di Brook, è questo scatenerà un cambiamento. Lui è un uomo affascinante, colto, ed  esercita una  forza attrattiva tale su Lewis da riuscire a mantenere il controllo su di lei. Questo modo rapportarsi perterà la donna a riflettere sulla loro relazione, se è bene o male. A rendere travolgente e accattivante la trama ci pensa anche la scrittura della Jones, qui sapientemente tradotta da Luca Biasco. Il linguaggio è fluido, sferzante, diretto e senza tante censure  e lo si trova nella protagonista e in chi le sta attorno, pronto a travolgere il lettore e a dargli la sensazione di essere nella storia. “Lesca. Fish Tale” è un romanzo accattivante, a tratti potrebbe sembrare pure spudorato per quell’intento di provocare e andare oltre il moralismo di quell’epoca ma, allo stesso tempo, la stessa protagonista rifletterà sul senso del vivere, se continuare nella ricerca e affermazione della libertà propria e autonoma o lasciarsi travolgere dalle volontà dell’altro in un rapporto che richiama la subordinazione. Interessante nell’edizione di NNeditore  è la presenza di una postfazione a firma dell’autrice stessa che racconta il suo percorso di approccio alla scrittura.

Nettie Jones è una scrittrice america­na, nata in Georgia nel 1941. Ha inse­gnato nella scuola pubblica e ricevu­to diversi riconoscimenti per la sua opera, tra cui un National Endowment for the Arts, un Michigan Council of the Arts Award e un Carnegie Fund for Authors Award. “L’esca. Fish Tale” è il suo romanzo d’esordio, scelto dal futuro premio Nobel per la Lette­ratura Toni Morrison, che lo pubblicò nel 1984 nella casa editrice Random House. (fonte sito NNeditore)

Source: ufficio stampa NNeditore

Il cervello che ride Neuroscienze dell’umorismo di Mirella Manfredi (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

23 luglio 2026

Che cosa accade nel nostro cervello quando una battuta ci sorprende e ci strappa una risata? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, il saggio edito da Carocci, in cui Mirella Manfredi accompagna il lettore alla scoperta di uno dei fenomeni più universali e, allo stesso tempo, più complessi dell’esperienza umana.

Docente universitaria e direttrice di un gruppo di ricerca dedicato all’umorismo e alla neurodiversità, l’autrice affronta l’argomento con il rigore della scienziata e la chiarezza di una divulgatrice esperta. Ne nasce un volume di dimensioni contenute, ma straordinariamente ricco di contenuti: un saggio denso e concentrato, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare all’accuratezza scientifica e offrendo, in poco più di cento pagine, una panoramica ampia e aggiornata sul tema.

Il libro ci ricorda che ridere è molto più di una reazione spontanea: è il risultato di un articolato processo cognitivo. Per cogliere il comico, il cervello deve interpretare il contesto, riconoscere le incongruenze, elaborare aspettative e comprendere le intenzioni degli altri. L’umorismo diventa così una chiave di lettura privilegiata per esplorare il funzionamento della mente e il modo in cui costruiamo anche le nostre relazioni.

Il percorso si sviluppa con ordine e coerenza, muovendo dalle principali teorie sull’umorismo per arrivare alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Attraverso studi sperimentali, tecniche di neuroimaging ed elettrofisiologia, il volume illustra come la ricerca abbia progressivamente chiarito il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione del comico. A questa prospettiva si affiancano interessanti approfondimenti sullo sviluppo del senso dell’umorismo nell’infanzia, sulle possibili componenti ereditarie, sul rapporto con creatività e problem solving e sugli effetti che la risata può esercitare sul benessere psicofisico e sulle dinamiche relazionali.

Particolarmente stimolanti risultano anche le pagine dedicate alle radici evolutive dell’umorismo e ai comportamenti osservati nel regno animale, che ampliano lo sguardo oltre la sola dimensione umana. Di grande interesse è inoltre il capitolo conclusivo, dedicato alla neurodiversità, nel quale vengono analizzate le peculiarità dell’umorismo nell’autismo e nella sindrome di Williams. Temi che mostrano come un’esperienza apparentemente semplice possa offrire preziose informazioni sui meccanismi della cognizione.

Mirella Manfredi firma un’opera di grande qualità divulgativa, riuscendo a trasformare risultati scientifici complessi in un racconto chiaro, fluido e coinvolgente, mantenendo sempre un elevato livello di precisione. La lettura procede con naturalezza grazie a un equilibrio ben calibrato tra evidenze sperimentali, riferimenti alla letteratura scientifica e spunti di riflessione che invitano a guardare con occhi nuovi un gesto quotidiano come il ridere.

Il cervello che ride è un saggio che informa, incuriosisce e stimola il pensiero, restituendo all’umorismo tutta la sua complessità biologica, cognitiva e sociale. Una lettura consigliata non soltanto a chi si interessa di neuroscienze, ma anche a chi desidera comprendere meglio una delle manifestazioni più caratteristiche dell’essere umano e il ruolo che essa svolge nella nostra vita emotiva, cognitiva e relazionale.

Mirella Manfredi è professoressa di Neurodiversità e cognizione nella facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo, dove dirige un gruppo di ricerca su umorismo e neurodiversità. È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: Rivista Il Segno: In Cina il futuro della fede? e altre storie a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2026

Nel numero di luglio-agosto della rivista Il Segno del Sovrannaturale esce un articolo a firma della giornalista siciliana Daniela Distefano, in collaborazione con il reverendo padre Giuseppe Caponnetto, dal titolo: In Cina il futuro della fede? che ha catturato la mia attenzione, un po’ perchè parla di Cina, anche da un punto di vista storico, e io amo molto questo paese, un po’ perchè narra le apparizioni mariane in Cina nel 1900 durante la Rivolta dei Boxer, e non spesso se ne sente parlare. Mentre nel resto del mondo si sente parlare di crisi della fede, di chiese sempre più vuote, di giovani che si allontanano dalla religione, in Cina sta curiosamente avvenendo l’opposto. Mi riferisco alla religione cattolica, ma posso estendere al senso del sacro in genere. Forse non tutti sanno ma in Cina esistono due chiese distinte: una ufficiale, sotto il controllo del governo cinese, tollerata e se vogliamo istituzionalizzata, e una alternativa, perlopiù clandestina, a detta di molti perseguitata, che presta ubbidienza al Santo Padre, ovvero al Vaticano di Roma, ovvero a una struttura straniera fuori dal territorio cinese. Ma come si diffuse la fede, non solo cattolica, in Cina? E’ una lunga storia che ho approfondito nei miei studi e se vogliamo questo esula dall’articolo della Distefano, che presta maggiore attenzione al culto mariano cinese che si diffuse durante la Rivolta dei Boxer del 1900. Molte furono le apparizioni mariane testimoniate, molti i santuari che furono eretti, fervente il culto mariano arrivato fino a oggi. Nell’articolo si parla di questo sia da un punto di vista storico che sociale e antropologico. Il culto mariano in Cina è molto diffuso, forse più che da noi, sebbene il Partito Comunista cinese non l’incoraggi e non apprezzi gli assembramenti, oltre a professarsi ateo. Forse Nostra Signora di Sheshan è uno dei titoli più importanti con cui la Chiesa cattolica venera la Vergine Maria in Cina. Il nome deriva dalla collina di Sheshan, situata a circa 35 km a sud-ovest dal centro di Shanghai, dove sorge l’omonimo e celebre santuario, meta di costanti pellegrinaggi che le autorità cinesi non riescono a scoraggiare. Se vogliamo il maggiore punto di scontro tra governo cinese e chiesa cattolica avvenne in seguito alla canonizzazione di 120 martiri cinesi proclamata da Papa Giovanni Paolo II il 1°ottobre del 2000, che suscitò una dura reazione diplomatica da parte della Repubblica Popolare Cinese. Pechino accusò i missionari di essere spie e agenti dell’imperialismo occidentale, definendo l’evento un affronto alla sovranità nazionale. La principale accusa fu lo spettro del colonialismo, il governo cinese contestò aspramente il riconoscimento, sostenendo che i santi fossero collusi con le potenze coloniali dell’epoca e complici delle umiliazioni subite dalla Cina (inclusi gli eventi della rivolta dei Boxer). Il Papa respinse fermamente le critiche sostendo che la canonizzazione non era un atto politico contro lo Stato, ma il riconoscimento di virtù eroiche ed esempi di fede. Tuttavia la polemica creò serio imbarazzo nel dialogo con la Chiesa patriottica cinese, portando a frizioni con la Santa Sede che se vogliamo durano fino ai giorni nostri. Avendo studiato il periodo, e analizzato decine e decine di lettere di missionari per lo più francescani, oltre che gesuiti, ero giunta alla convinzione, sempre dopo lo studio dei documenti in mio possesso, che effettivamente questi martiri furono uccisi nel modo più barbaro per spregio alla fede. Per cui per il diritto canonico si può a pieno titolo definirli martiri. Questa era la mia tesi di fondo, contenuta nella mia tesi di laurea, e questa opinione la conservo fino a oggi, sebbene siano da precisare alcune cose: non tutti i convertiti cinesi erano sinceri, alcuni lo fecero per interesse, per avere privilegi, per fuggire al sistema penale e giudiziario cinese (in seguito all’extraterritorialità); i Boxer non erano degli assassini senza fede e morale, perlopiù avevano intenti sinceramente patriottici volendo fermare il cattivo influsso sul loro paese dovuto agli stranieri, e le Guerre dell’Oppio, e le ripercussioni della diffusione di questa droga in Cina non furono da sottovalutare. Ci sarebbe ancora da approfondire l’argomento, da analizzare i resoconti cinesi, etc.. insomma ancora c’è molto lavoro da fare, ma le storie dei martiri sono strazianti, molti missionari vennero uccisi nei modi più barbari che fanno impallidire noi occidentali. Tornando all’articolo in questione è molto serio e ben documentato e avvicina molti a queste tematiche di strettissima attualità. Se vi capita leggetelo.

:: The dinner party di Freida McFadden (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

8 luglio 2026

Freida McFadden ci sorprende perché stavolta decide di abbandonare il terreno del thriller psicologico tradizionale per cimentarsi in un insolito esperimento narrativo. The Dinner Party non è infatti un romanzo da affrontare seguendo il classico percorso dalla prima all’ultima pagina. È piuttosto un gioco letterario, un omaggio ai noti libri “Scegli la tua avventura”, nel quale il lettore smettendo  di essere solo uno spettatore, diventa il protagonista della storia.
La premessa è semplice ma indispensabile. L’eroina si trova in una disperata situazione: senza denaro, con l’affitto diventato impossibile da pagare e lo spettro dello sfratto sempre più vicino. Poi l’offerta di un amica sembra piovere dal cielo: dovrebbe fare la cameriera durante una cena privata organizzata in una villa isolata sulle montagne di Peyton’s Peak.
Il compenso offerto è talmente generoso da apparire quasi irreale. E proprio questo squilibrio alimenta fin dall’inizio un senso di inquietudine. Se il guadagno è così elevato, il prezzo da pagare sarà solo una serata di lavoro?
Da questo momento tuttavia la storia comincia a cambiare continuamente direzione. E a decidere invece dell’autrice, sarà lettore. Accettare l’incarico oppure rinunciare? Fermarsi per aiutare un autostoppista o proseguire? Imboccare una strada o un’altra? Ogni scelta fatta cambierà radicalmente il corso degli eventi, dando vita a differenti percorsi e a tanti finali possibili. Andando avanti, più che leggere un romanzo, pare di partecipare a una sorta di escape room costruita sulla carta, dove ogni decisione può trasformarsi nella chiave della salvezza oppure nell’anticamera del disastro.
Freida McFadden si diverte a giocare con i cliché del thriller e dell’horror, mescolando suspense, ironia e situazioni volutamente sopra le righe. L’atmosfera si mantiene leggera anche quando il racconto imbocca sentieri decisamente inquietanti. Il registro non segue mai il realismo assoluto, scegliendo subito il gusto del paradosso, dell’assurdo e del continuo colpo di scena. Impostazione che rende la lettura veloce e coinvolgente, evidentemente per chi accetta in partenza di lasciarsi trascinare senza pretendere rigorosa coerenza narrativa.
L’ambientazione contribuisce all’ insieme. La villa sperduta tra le montagne, le strade deserte, il bosco, la sensazione di isolamento e la presenza di enigmatici personaggi fomentano un costante clima di sospetto. Ogni incontro sembra nascondere un pericolo e ogni bivio diventa motivo di dubbio. Il lettore è costantemente portato a chiedersi quale decisione possa evitare il peggio, salvo poi puntualmente scoprire di avere sottovalutato qualcosa.
Naturalmente un congegno di questo tipo comporta dei limiti. La necessità di costruire numerosi percorsi alternativi impedisce di approfondire davvero personaggi e situazioni. Alcuni sviluppi saranno inevitabilmente più convincenti di altri, mentre certi finali appaiono rapidi troppo improvvisi? L’equilibrio fra le varie diramazioni non sempre è perfetto e capita di imbattersi in episodi francamente improbabili. Tuttavia tali difetti appaiono secondari rispetto al contesto della storia, pensato soprattutto per divertire e stuzzicare la curiosità di esplorare le innumerevoli possibilità offerte al lettore/giocatore.
Chi già conosce Freida McFadden ritroverà il gusto per i continui ribaltamenti di prospettiva, pur inseriti in un progetto tanto diverso dai suoi più celebri thriller. Qui l’indagine psicologica passa in secondo piano, sostituita dal gusto della scoperta e dalla continua tentazione di tornare indietro per verificare cosa sarebbe potuto accadere scegliendo un’altra via.
The Dinner Party rappresenta quindi un esperimento narrativo destinato a dividere i lettori. Chi cerca un thriller classico, costruito attorno a un intreccio solido e a personaggi complessi, potrà senz’altro restare spiazzato. Magari quasi arrabbiarsi. Mentre, chi conserva ancora il ricordo dei libri interattivi dell’infanzia o vuole semplicemente vivere un’esperienza diversa dal solito, magari lo troverà un passatempo originale, ricco di humour nero, tensione e imprevedibilità. Non è il migliore libro dell’autrice né il più ambizioso, ma possiede una qualità: trasforma la lettura in un gioco, dimostrando che può essere divertente, ogni tanto, smettere di seguire una storia e provare a sceglierla.

Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina e The Dinner Party.

:: Costruttori di Pace. Essere testimoni di fede, amore e unità di Papa Leone XIV (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2026

Il primo anno di pontificato di  papa Leone XIV si è manifestato nella sua virulenza di avvenimenti sconvolgenti. Mentre l’Italia traballa tra amoralismo, mollezza, sonno spirituale, il mondo si addenta una porzione di vitalità terrestre e stringe tra i denti le armi e la desolazione. Da ultimo, le calamità -come il terremoto in Venezuela – cancellano ogni istinto di svogliatezza terrena: chi persiste nella Verità vive un altro modo di abitare il mondo e forse, preso dalle estasi dello Spirito Santo,  abbraccia le Croci con la dolcezza della più agognata sopportazione. In fondo, il peso che dobbiamo patire per il Signore è leggero, il carico viene dalla mole delle nostre nefandezze oramai spazzatura per Dio che cerca di riciclare quello che sembra essere votato alla distruzione, cioè il Creato.

Ma gli eletti salveranno la Terra, non l’ecologia sostenibile solamente…

Papa Leone incoraggia, sostiene, ammonisce, grida col cuore perché è di indole mite e i miti non straparlano o urlano ai lupi.

Questa antologia di scritti raccoglie discorsi, le omelie e i messaggi ritenuti maggiormente utili a delineare la sua fisionomia nel suo primo anno di Missione cristiana. Il suo, si è distinto  – per l’appunto – come un cammino silenzioso, senza clamori, all’insegna della giusta misura in tutto, con dei tratti agostiniani di colleggialità, unità e carità fraterna. Su tutto il suo magistero c’è il primato dell’annuncio del Vangelo, ossia la predicazione della bellezza della fede che vive di carità.

Per questo ha esortato anche i vescovi a uno slancio rinnovato nella trasmissione della fede, ponendo Gesù Cristo al centro, sulla strada indicata dall’Evangelii gaudium, aiutando le persone a vivere una relazione personale con lui, per scoprire la gioia del Vangelo. Per il Sommo Pontefice occorre portare Cristo nelle “vene” dell’umanità, rinnovando e condividendo  la missione apostolica: << Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi>>. Accanto a Gesù ci sarà sempre Maria, rappresentata nello stemma pontificio dalla purezza del giglio. Infine, lo Spirito Santo perché con i suoi doni, apra le frontiere dei nostri cuori chiusi e atrofizzati nell’egoismo e nella paura, iperconnessi ma sempre più soli, incapaci di creare dentro di noi spazi e relazioni con gli altri.

Con l’universalità della Chiesa, a 1700 anni dal primo Concilio ecumenico di Nicea (325), si impone con particolare forza e urgenza il tema dell’unità dei cristiani.

Ogni parola di Papa Leone è un appello a riscoprire la comune vocazione alla pace. Sono chiamate in causa  le responsabilità degli Stati e dei governi che non possono rimanere insensibili di fronte a tanti orrori delle guerre, ma devono reagire e prendere una posizione ferma.

Sin qui il generale (nazioni, governi, organizzazioni di promozione della Pace e la Salvezza del Creato)  ma la voce di Papa Leone si è fatta udire anche nel particolare: la chiesa non può prescindere dal tornare a parlare con forza di famiglia e di matrimonio cristiano, <<il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo>>.

Senza una famiglia non c’è futuro, essa non  è un luogo di passaggio, dove si entra e si esce a piacere, ma è il crocevia al quale tutte le strade convergono sia sul piano umano sia ecclesiale.

Nel Discorso alle associazioni e ai movimenti ecclesiali del  6 giugno 2025, il Sommo Pontefice afferma: “Nella volontà di associarsi, che ha dato origine al primo tipo di aggregazioni, troviamo una caratteristica essenziale: nessuno è cristiano da solo!

Siamo parte di un popolo, di un corpo che il Signore ha costituito. Sant’Agostino, parlando dei primi discepoli di Gesù, dice: << Erano diventati certamente tempio di Dio, e non lo erano diventati come singoli ma tutt’insieme erano diventati tempio di Dio>>.  I carismi, invece, <<sono distribuiti liberamente dallo Spirito Santo affinché la grazia sacramentale porti frutto nella vita cristiana in modo diversificato e a tutti i suoi livelli>>.

La missione ha segnato la mia esperienza pastorale e ha plasmato la mia vita spirituale. Anche voi avete sperimentato questo cammino. Dall’incontro con il Signore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri.  E avete coinvolto tante persone, dedicato molto tempo, entusiasmo, energie per far conoscere il Vangelo nei posti più lontani, negli ambienti più difficili, sopportando difficoltà e fallimenti. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario”.

Nel Discorso ai vescovi in occasione del loro Giubileo del 25 giugno 2025, si prende spunto dall’esempio di vescovo ideale per approdare alla fisionomia del cristiano fedele sulla Terra:

Il vescovo è uomo di fede. Per dare testimonianza al Signore Gesù, il pastore vive la povertà evangelica. Ha uno stile semplice, sobrio, e generoso, dignitoso, e nello stesso tempo adeguato alle condizioni della maggior parte del suo popolo. Le persone povere devono trovare in lui un padre e un fratello, non sentirsi a disagio nell’incontrarlo o entrando nella sua abitazione. 

Egli è personalmente distaccato dalle ricchezze e non cede ai favoritismi sulla base di esse o di altre forme di potere.

Il vescovo non deve dimenticare che, come Gesù, è stato unto di Spirito Santo e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri.

Insieme alla povertà effettiva, il vescovo vive anche quella forma di povertà che è il celibato e la verginità per il Regno dei cieli. Non si tratta solo di essere celibe,  ma di praticare la castità del cuore e della condotta e così vivere la sequela di Cristo e offrire a tutti la vera immagine della Chiesa, santa e casta nelle membra come nel Capo.   Siamo tutti invitati ad imitarlo nella sua condotta, anche gli sposati, anche chi non ha una vita consacrata in senso stretto.

Nella sequela dei suoi predecessori, anche Papa Prevost lotta per porre fine allo scandalo della fame.

La Chiesa incoraggia tutte le iniziative volte a porre fine allo scandalo della fame nel mondo, facendo propri i sentimenti del suo Signore, Gesù, il quale, come narrano i Vangeli, nel vedere che una grande folla si avvicinava a Lui per ascoltare la sua parola, si preoccupò prim di tutto di darle da mangiare e per questo chiese ai suoi discepoli di farsi carico del problema, benedicendo con abbondanza gli sforzi compiuti.

Oggi  assistiamo desolati all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame la popolazione è un modo molto economico di fare la guerra.

Per questo oggi, quando la maggior parte dei conflitti non viene combattuta da eserciti regolari, ma da gruppi di civili armati con scarse risorse, bruciare terre, rubare il bestiame, bloccare gli aiuti, sono tattiche sempre più utilizzate da quanti intendono controllare intere popolazioni inermi.

E’ giusto lottare e soprattutto pregare per una diversa distribuzione della terra.

Questa raccolta potrebbe sembrare un assembramento di discorsi sulla pervasività dei Mali del pianeta, ma non mancano i riferimenti al mondo vero che ci attende dopo la morte, all’insegnamento dei santi.

Il Papa ricorda una donna che, con la grazia di Dio, ha saputo scegliere. Una ragazza coraggiosa e controcorrente: Chiara d’Assisi.

Sappiamo che San Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli! Chiara ha capito che cosa chiede il Vangelo.  Allora, come oggi, bisogna scegliere! Chiara ha scelto. E questo ci dà una grande speranza. E’ una santa imitazione: non si diventa <<fotocopie>>, ma ognuno – quando sceglie il Vangelo – sceglie se stesso. Perde se stesso e trova se stesso. Preghiamo dunque per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o se stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come santa Chiara d’Assisi, ha il coraggio di abitare diversamente la città. La cura del creato, diventa una questione di fede,  di umanità e anche di Cielo che ci attende.

:: Rosso Panarea di Francesco Musolino (Edizioni e/o, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

6 luglio 2026

Panarea, Lipari ed Eolie, prevalentemente. Settembre 2025. Sabato sbarca sulla più piccola isola dell’arcipelago (la più antica geologicamente) una famosa bellissima modella diciannovenne fiorentina, Alice Conti in arte Amodie, capelli biondi e occhi verdi, viso acqua e sapone, un metro e sessantotto per cinquantacinque chili; una minicar elettrica la conduce all’albergo a cinque stelle La Plage. A bordo dello stesso aliscafo scende per ultimo un ragazzo abbastanza “invisibile” che ha lì trovato lavoro stagionale e frequenta forum incel sul deep-fake, va al B&B che ha prenotato. Amodie deve partecipare come protagonista alla Sfilata sotto le stelle, l’evento benefico serale e notturno al Pelagia Club. Conquista tutti: abito rosso e sguardo fiero. Prima di lasciare il party si dà appuntamento per la colazione della domenica con una nota influencer che poche settimane prima aveva subito un’aggressione misogina, la gender fluid 25enne Fatimah Boufal, capelli nerissimi e figura androgina, incarnato scuro e occhi all’orientale. Il concierge avvisa Fatimah che la modella non è tornata, non risponde alle telefonate del suo manager, più tardi che ha bucato pure l’appuntamento con il driver che doveva portarla al molo per imbarcarsi alle 13. Fatimah chiama l’amico ispettore 33enne Giorgio Garbo a Lipari, ma possono fare poco. Il lunedì mattina presto Amodie viene ritrovata morta sulla spiaggia. Il bel Garbo mette piede a Panarea per la prima volta in vita sua, ‘U milanesi, biondo e baffuto, occhi cerulei tendenti all’azzurro e sguardo triste, che amerebbe metropoli e palazzi, montagna e sci. Scopre che la vice Milena Russo è già all’opera. Poi arrivano anche il pubblico ministero palermitano Barbera e l’anatomopatologo messinese Raffa. La coltellata mortale è arrivata da un mancino. Eppure da quelle parti in genere non accade mai nulla di giallo o noir, ribadisce il sessantenne commissario Rino Laganà! Così, la notizia finisce sui giornali nazionali. Madre e figlia della vittima riconoscono il corpo. Ben presto si capisce che c’è lì in giro un mitomane assassino che può colpire ancora. Il giornalista culturale e scrittore Francesco Musolino (Messina, 1981) prosegue la recente bella carriera di romanziere, qui la seconda avventura della serie dedicata a Garbo e alle Eolie (da cui anche il titolo), protagonista il nordico milanese golden boy della polizia, forzatamente trasferito al caldo del sud insulare. Giorgio non era mai stato in Sicilia, prende nemmeno duemila euro al mese, veste comunque elegante; è poco tecnologico e appunta tutto (nomi e luoghi) sulla Moleskine, tifa Milan, fuma di continuo i sigari (Toscanello); addestra un fisico asciutto, porta i capelli pettinati all’indietro e curati baffetti; da un anno una cicatrice sulla coscia destra lo fa leggermente zoppicare quando s’affatica, ha lasciato la Guzzi V7 classic in Lombardia; talora s’ubriaca da solo con la vodka liscia, soffre per una recente brutta storia familiare ormai alle spalle dopo un’infanzia abbastanza felice e benestante (poi padre interista ludopatico ricoverato che lo chiama spesso, madre in giro, fratello tossicodipendente). Gli ritroviamo accanto molti dei pensati personaggi che avevamo già incontrato a Lipari. Il tema è l’ideologia incel (involuntary celibate, celibe involontario), che consente forse ad alcuni maschi “invisibili” di dare senso ai propri disturbi legittimando la violenza come necessaria, da praticare o almeno da evocare o incitare. La narrazione è in terza varia al passato, prevalentemente su Garbo; riguarda circa una settimana di complicate indagini con un ulteriore sequestro (trenta capitoli con una breve frase in esergo per ciascuno); due schizzi iniziali di mappe delineano l’arcipelago a nord est della Sicilia e l’isola più piccola con a fianco scogli e isolette sotto Stromboli. Giorgio ama molto Gaber, Paolo Conte, Mina e, ovviamente, Jannacci.

Francesco Musolino (Messina, 1981) è giornalista, scrittore e podcaster. Collabora con Libero, La Stampa, L’Espresso, Gazzetta del Sud. Nel 2019 ha pubblicato il romanzo L’attimo prima (Rizzoli), seguito dal saggio Le incredibili curiosità della Sicilia (Newton Compton, 2019) e dal libro per ragazzi Miti e storie del mare (La Nuova Frontiera Junior, 2023). Per E/O ha firmato i noir mediterranei Mare mosso (2022, Selezione Premio Scerbanenco), Giallo Lipari (2025) e Rosso Panarea (2026). Collabora con la Scuola Holden ed è l’ideatore del progetto non profit @Stoleggendo, nonché TEDx speaker.

:: L’enigma degli Arcani di Sergio Fanucci (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 giugno 2026

Con L’enigma degli Arcani ancora una volta Sergio Fanucci sceglie di coniugare thriller, suspense e cultura. Se con il primo capitolo/episodio della Trilogia degli Enigmi aveva posto solide fondamenta, con questo secondo amplia gli orizzonti, aumenta la tensione e mira a una vicenda  più ambiziosa, nella quale scienza d’avanguardia, simbologia esoterica e giochi di potere internazionale si intrecciano pericolosamente.
L’incipit dispone del fascino delle migliori  grandi occasioni. Nella sontuosa cornice di un salone della Reggia di Versailles, luogo dove per secoli si sono decisi gli equilibri politici del continente, il professor Molina è pronto a presentare una scoperta destinata a rivoluzionare la medicina: una nanotecnologia in grado di sconfiggere il cancro. Una conquista scientifica che potrebbe cambiare la medicina, ma che diverrà immediatamente l’oggetto del desiderio di governi, multinazionali e organizzazioni disposte a tutto pur di impadronirsene. Quando poi, poco dopo, detto scienziato muore in circostanze misteriose, prenderà forma una lunga sequenza di omicidi accomunati da un particolare minacciosamente inquietante: accanto al cadavere di ogni nuova vittima compare un Arcano Maggiore dei tarocchi.
Da questo momento il romanzo accelera. Con ritmo crescente, Sergio Fanucci costruisce una trama complessa, ricca di false piste e colpi di scena, trasformando ogni scoperta in una domanda. Nulla è casuale, ma spesso un dettaglio assume valore pagine dopo. Non si è testimoni degli eventi, ma bisogna interpretarli, magari tornando indietro in caccia di qualche particolare sfuggito.
A rendere più intrigante la trama sono soprattutto le protagoniste: Elisabeth Scorsese e Anna Pareto, due figure ormai complementari. Elisabeth mantiene il temperamento impulsivo e determinato già emerso nel precedente romanzo. Avvocato internazionale di origine italo-americana, porta sulle spalle il peso di una tormentata storia familiare, densa di tradimenti, servizi segreti e rapporti in sospeso. Fragilità nascosta dietro un’apparente sicurezza che la rende lontana dall’immagine dell’infallibile eroina.
Anna Pareto rappresenta invece il volto razionale dell’indagine. Docente di Storia delle religioni, affronta gli enigmi attraverso lo studio dei simboli, delle antiche tradizioni e dei testi sacri. È una donna brillante, pragmatica, divisa tra la vita accademica e quella familiare, capace di trasformare ogni riferimento storico in uno strumento investigativo. Quando si immerge nei suoi appunti per decifrare un codice o interpretare il significato degli Arcani, il lettore vuole collaborare con lei, condividendone dubbi, intuizioni e ragionamenti.
Il rapporto tra le due donne funziona perché nasce da diversità, istinto, logica, esperienza giuridica e conoscenza storica che integrandosi danno vita a una coppia investigativa ben affiatata. Intorno alle due protagoniste poi ruota un cast ricco di personaggi o comprimari che dir si voglia. Agenti dell’Europol, ricercatori, uomini di potere, religiosi e criminali affollano una storia corale nella quale nessuno pare del tutto innocente e in ogni alleanza, la fiducia è merce rara, potrebbe virare al tradimento.
Una delle più azzeccate caratteristiche del romanzo si rivela lo strano equilibrio creato fra elementi apparentemente inconciliabili. Da una parte la bioingegneria, le nanotecnologie e le enormi implicazioni economiche di una scoperta scientifica rivoluzionaria; dall’altra il mondo dei miti egizi, di Iside,  dei tarocchi, degli Arcani Maggiori.
Fanucci tuttavia evitando di trasformare la componente esoterica in decorazione, ne usa i simboli come un codice narrativo, come una chiave interpretativa.
Anche le ambientazioni assumono un ruolo fondamentale. Versailles, Ginevra, Zurigo e le sedi operative dell’Europol non rappresentano semplici scenografie, ma partecipano alla costruzione dell’atmosfera. Il contrasto tra palazzi storici, laboratori ultramoderni e corridoi del potere rafforza la sensazione di trovarsi davanti a una partita globale, nella quale il confine tra progresso scientifico e controllo politico si fa sempre più esile.
L’autore scrive in modo facile ma con precisione. I capitoli brevi alzano la tensione, i continui cambi di prospettiva  tengono vivo l’interesse sull’indagine, intanto che i dialoghi appaiono naturali e la documentazione storica e scientifica ben si integra nella narrazione senza appesantirla.
Secondo capitolo di una (promessa in anticipo) trilogia, L’enigma degli Arcani si dimostra  efficace come  e più di un  thriller. È un romanzo infatti che par voler invitare il lettore a osservare, dedurre, interpretare…
Sergio Fanucci consegna dunque al lettore un nuovo intreccio nel quale suspense, cultura, mistero e tecnologia convivono armoniosamente fino a un finale in grado di sorprendere, lasciando aperte nuove  prospettive.

Sergio Fanucci (1965), figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per Rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici di cui la principale protagonista è l’avvocato italo-americano Elisabeth Scorsese, e il successivo Codice Scriba (2016), cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière (2018). Dopo L’Enigma del Patriarca, con cui inaugura la Trilogia degli Enigmi sempre con Elisabeth Scorsese, è disponibile ora il seguito L’Enigma degli Arcani. Di prossima pubblicazione in questa stessa collana il romanzo che chiude la trilogia, L’Enigma di Horus.