Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Review Party: Quelli che uccidono di Angela Marsons (Newton Compton, 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2021

Il calo improvviso delle temperature porta con sé la neve e un fagottino avvolto in uno scialle lasciato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Chi abbandonerebbe un bambino per strada con un freddo simile? È questa la domanda che tormenta la detective Kim Stone, formalmente incaricata di prendersi cura del neonato fino a che non verranno allertati i Servizi Sociali. E la notte è ancora lunga: una telefonata di emergenza richiama la detective in servizio. Kelly Rowe, una giovane prostituta, è stata assassinata nel quartiere di Hollytree. Le brutali ferite sul corpo sembrano suggerire che l’omicidio sia frutto di un raptus o di una rapina, ma Kim è sicura che quelle labbra livide, se potessero, racconterebbero un’altra storia. Quando altre prostitute vengono uccise in rapida successione, appare chiaro che i delitti sono collegati e nascondono qualcosa di inquietante. Nel frattempo prosegue la ricerca della donna che ha abbandonato il suo bambino, ma quello che all’inizio sembra un gesto disperato assume via via contorni sempre più sinistri. Per Kim Stone e la sua squadra comincia così una discesa negli abissi più oscuri dell’animo umano, che li porterà ad addentrarsi in una spirale di sangue e barbarie. Forse questa volta la verità è più spaventosa di ogni immaginazione…

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone ha già venduto 4 milioni di copie, e comprende Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue, Le verità sepolte (Premio Bancarella 2020), Quelli che uccidono e il prequel Il primo cadavere. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per saperne di più: www.angelamarsons-books.com

Urla nel silenzio (Silent Scream) segnò il debutto dell’autrice britannica Angela Marsons e della sua fortunata serie poliziesca dedicata alla detective Kim Stone, che consiglio senza remore a tutti gli amanti del giallo di ambientazione contemporanea inglese. Seguirono Il gioco del male (Evil Games, 2015) da me recensito su questo blog, La ragazza scomparsa (Lost Girls, 2015), Una morte perfetta (Play Dead, 2016), Linea di sangue (Blood Lines, 2016), Le verità sepolte (Dead Souls, 2017), e oggi 6 settembre 2021 esce in Italia sempre per Newton Compton il settimo della serie Quelli che uccidono (Broken Bones, 2017), tradotto dall’inglese da Erica Farsetti. Definita da Antonio D’Orrico la regina del giallo, con buona pace di Agatha Christie, Angela Marsons, che intervistammo nel 2016 quando uscì Il gioco del male, è senz’altro un’autrice da tenere d’occhio e non solo per le sue vendite da bestseller ma soprattutto per il suo sguardo attento alla società inglese, soprattutto verso le classi più disagiate che sopravvivono isolate in casermoni dormitorio tra assegni sociali e attività criminose, e la grande umanità che traspare dalle sue pagine, incarnata nel bel personaggio di Kim Stone, una poliziotta con l’anima si potrebbe definire. Quelli che uccidono è la sua nuova indagine, in cui alcune giovani prostitute vengono uccise, e Kim si trova anche costretta a prendersi cura di un neonato abbandonato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Come per ogni thriller è bene non svelare troppo della trama, ma rifacendomi a quello che ho detto all’inizio è la grande umanità della protagonista a guidare l’azione. E la curiuosità di scroprire la verità e cosa c’è dietro alla morte di queste ragazze dalla vita così tragica e disperata costringe il lettore a voltare le pagine aspettandosi il peggio, e quello che trova alla fine è ancora peggiore delle sue più fosche aspettative. Da sempre attenta alle condizioni della donna, anello più debole della società alla quale viene per la maggior parte dei casi fatto carico dei figli, Angela Marsons sa narrare una storia piena di buio ma ricca anche di spiragli di luce, che oltre a intrattenere fa riflettere sul difficile mondo che ci circonda, per alcuni senza via di scampo. Il mercato del sesso, il traffico di esseri umani su cui veri criminali ci lucrano impunemente, fanno da sfondo a una storia di indagine, nella quale spesso le vittime si confondono con i carnefici. Angela Marsons scava nelle ragioni che spingono le persone a deviare, ragioni quasi sempre rintracciabili nell’infanzia, per cui è così importante crescere in ambienti sani, affidati a genitori anche affidatari responsabili. Nell’infanzia si costruiscono quelle basi e quei legami che saranno così importanti nella vita adulta. Spesso abusi, violenze, ingiustizie corrompono la base stessa dei valori su cui si baseranno le fondamenta di una vita, come succede in questa storia, così ben narrata dall’autrice, capace di mantenere uno sguardo empatico anche su chi da vittima si trasforma in assassino.

Source: epub inviato dall’editore scopo Review Party.

:: Trucioli di Matteo Rusconi (Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021) a cura di Antonio Catalfamo

2 settembre 2021

Nel 2008, curai, per i tipi dell’editore NicolaTeti di Milano, un numero monografico (n. 730) della rivista «Il Calendario del Popolo» dedicato ai Poeti operai, nel quale conducevo un’analisi dettagliata, corredata di testi, di quel fenomeno, prettamente italiano, rappresentato da operai di fabbrica che, a partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, scrivevano versi sulle loro condizioni di lavoratori sfruttati ed esposti a gravi pericoli per la sicurezza personale e per la salute. Si trattava di una poesia di forte denuncia e, nel contempo, di lotta per una società di liberi ed eguali. Mi limito a ricordare alcuni nomi, fra gli autori più significativi: Ferruccio Brugnaro, Franco Cardinale, Sandro Sardella, Francesco Currà, Tommaso Di Ciaula, e il giovane Giuliano Bugani.

Negli anni Novanta, la poesia operaia sembrava sparita, a causa dei mutamenti strutturali dell’apparato industriale italiano, in concomitanza con quello che accadeva nell’intero mondo capitalistico occidentale, che imponevano lo spezzettamento dei grandi insediamenti, la flessibilità del lavoro, un cambiamento generalizzato del sistema di reclutamento, dell’ organizzazione produttiva, della previdenza e dell’assistenza, e che determinavano una diminuzione dell’incisività politica e sindacale, nonché un apparente «omologazione culturale», in capo alle classi lavoratrici. Ma, in realtà, essa covava sotto la cenere, riemergendo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, con caratteristiche nuove, strettamente legate ai suddetti mutamenti. Troviamo, infatti, in essa come dominante la dimensione della «malinconia», intesa in senso leopardiano, come principale strumento conoscitivo del reale, il che implica la rappresentazione di un grave disagio esistenziale, ma, nello stesso tempo, un affievolirsi della dimensione della protesta e della lotta organizzata, politicamente e sindacalmente, per il cambiamento radicale della società in senso egualitario.

Questa nuova poesia operaia mostra un notevole livello artistico in vari autori, come Fabio Franzin (nato a Milano nel 1963), che, a mio avviso, con i suoi versi in dialetto trevisano, può essere considerato il più autorevole poeta dialettale della sua generazione, e Matteo Rusconi (metalmeccanico, nato a Lodi nel 1979), il quale si differenzia dal complesso dei nuovi poeti operai per la possente carica di protesta dei suoi versi, che contengono in sé un esplicito attacco al sistema industriale capitalistico e ai suoi rappresentanti. Rusconi dimostra come sia ancora attuale, nel complesso, la definizione di «poeta operaio» coniata negli anni Sessanta, su «Vie Nuove», da Pasolini sulla base di quella già nota di «preti operai», per indicare quei lavoratori che, proprio per la loro esperienza diretta nel mondo della fabbrica, erano in grado di capirne più di ogni altro il carattere alienante, e, nel contempo, di superarlo, dialetticamente, in versi di denuncia che prospettavano una società totalmente diversa. E qui basta richiamare alcuni componimenti di Rusconi, a partire dalla poesia Ferro:

«La poesia è una fabbrica / una città meccanica / un convoglio industriale / e io sono un poeta operaio / un poeta del ferro / un poeta d’acciaio. // Non riesco più a pulirmi / dagli angoli neri delle mie mani; / da una cicatrice sulla nocca / il ferro mi ha messo radici dentro».

Gli effetti fisici del lavoro di fabbrica penetrano a fondo nel corpo del poeta, ma anche nella sua psiche, nel suo animo, plasmando la sua poesia, per cui si viene a creare un nesso inscindibile tra fabbrica, «io» e poesia. La forza poetica nasce dai rumori, dalle esalazioni tossiche, che si fanno largo nel corpo, formano un tutt’uno con esso, investono l’«io» in tutte le sue componenti, fisiche ed intellettive, e sgorgano in versi, dopo una selezione di carattere razionale, in cui consiste la creazione artistica, a cui li sottopone il poeta:

«Le installazioni industriali sono mostri e vampiri / hanno viscere il cui fracasso / vuole soffocare il rantolo della mia fame. / I fiumi della tornitura / sono un velo da cui non penetra luce / e gli dèi del metallo / sgretolano indifferenti la carne. / Carcasse di Metallo, legno morto e muffa putrida / sono estremità delle mie mani / anche il sole è un compagno lavoratore / che ansima sotto il fardello della fatica. / E’ tra questi miasmi che nascono i miei versi: / l’orecchio accoglie una folla di rumori / l’occhio scarta il superfluo / gli alberi intorno allo sforzo umano / applaudono le melodie della campagna / e del vento».

Il lavoro ripetitivo e alienante della fabbrica si traduce, dunque, in poesia, che sgorga spontanea dalla testa del poeta operaio come Minerva, dea delle arti, dal capo di Giove:

«Non faccio altro / che caricare e scaricare il mandrino / e attendere la fine dell’ultimo pezzo. / Eseguo cambi di lavorazione / sostituisco bareni e inserti / modifico misure / tolgo la bava in eccesso. / A volte mi capita di fermarmi a osservare / le ganasce ruotare a mille / e mi entra in testa una poesia / che rimane lì, nella sua forma / a giudicarmi. / A volte una poesia mi cade dalla testa / come fosse un caschetto slacciato: / può sembrare una schifezza / per me è salvezza e vita che filtra» (Non faccio altro).

La poesia si configura, dunque, come filtro della realtà disumanante della fabbrica, come ancora di salvezza.

Ma Matteo Rusconi non si ferma alla denuncia e alla protesta generiche. Mette in discussione lo stesso sistema industriale capitalistico, il ruolo del padronato e dei suoi tecnocrati. E lo fa con un’ironia sottile e, nello stesso tempo, graffiante, che ricorda quella di un poeta operaio della generazione precedente: Sandro Sardella, autore di versi demolitori affidati all’inizio a fogli volanti distribuiti davanti alla fabbrica, con lo pseudonimo «Sandrino operaio stupidino», che provocano la reazione del padrone, concretizzatasi anche in provvedimenti disciplinari, che, a loro volta, diventano oggetto di nuove poesie, che superano la distinzione tra i vari generi artistici, riproducendo, sotto forma di originali collages, le stesse note di ammonimento. L’ironia di Rusconi investe proprio i provvedimenti disciplinari, veri o presunti. Egli immagina che il padrone gli abbia fatto pervenire una diffida, con la quale gli ingiunge di non pensare alla poesia nelle ore lavorative e di consacrarsi interamente al nuovo dio, rappresentato, per l’appunto, dal datore di lavoro. Così si conclude la contestazione disciplinare nella poesia eponima:

«D’ora in poi non saranno più tollerate / impaginazioni di corrieri sibillini / e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore / di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione. / In fondo, è per grazia da noi concessa / timbrare un cartellino / perdere lo status di Poeta / quindi, si richiede la massima devozione / e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone».

In fabbrica non è ammessa neanche la presenza di Dio:

«In reparto non ci sono croci / né crocifissi / né santi né altari / nemmeno acquasantiere / parroci un guru spirituale. / Dio è rimasto altrove / a spruzzarsi di paracetamolo nel parchetto / e Gesù Cristo è il mio collega / figlio hippie degli anni Settanta».

C’è il dominio assoluto del profitto, del padrone e dei suoi tecnocrati. Rusconi mette in discussione queste gerarchie consolidate, la logica del profitto, il profitto stesso:

«Dal vetro del suo ufficio / il principale ci osserva, scuote la testa / prende un foglio e annota. / Noi dall’altra parte / siamo maiali al macello / corpi in prestito senza titolo / robot mercenari. / L’imbecille che scuote la testa / non ci guarda nemmeno in faccia / resta in piedi nella sua manica corta / beve il cottimo del nostro rancore».

Invoca lo sciopero, che non interviene ormai da anni nelle relazioni industriali, sogna un società nuova, socialista, citando la poesia di Jacques Prévert in cui il poeta francese rivendica il diritto dell’operaio di bere il sole. Scrive Prévert in Il tempo perso:

«Sulla porta dell’officina / d’improvviso si ferma l’operaio / la bella giornata l’ha tirato per la giacca / e non appena volta lo sguardo / per osservare il sole / tutto rosso tutto tondo / sorridente nel suo cielo di piombo / fa l’occhiolino / familiarmente / Dimmi dunque compagno Sole / davvero non ti sembra / che sia un po’ da coglione / regalare una giornata come questa / ad un padrone?».

Matteo Rusconi rivendica l’assalto al cielo, il «folle volo» di Icaro alla conquista del Sole, di una società radiosa di uomini e di donne liberi ed eguali.

Matteo Rusconi, Trucioli, Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021, pp. 94, euro 14.

Matteo Rusconi nasce a Lodi nel 1979. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale “A.Volta” di Lodi e una volta diplomatosi inizia a lavorare nel settore metalmeccanico, venendo così a contatto con la realtà operaia. La sua prima pubblicazione è del 2017, Sigarette – Venti Poesie Per Smettere Domani (Ed. ilmilibro.it). Alcune sue poesie sono apparse in varie antologie, tra le quali NOvecento Non Più (2016. Ed. La Vita Felice) e La Nostra Classe Sepolta. Cronache Poetiche Dai Mondi Del Lavoro (2019, Pietre Vive Editore). Negli anni partecipa a diversi concorsi poetici; tra i più recenti spiccano la 25° edizione del concorso Ossi di Seppia, 2019 (finalista) e il Concorso Letterario Nazionale – Briciole Di Poesia – 2° edizione, 2020 (primo classificato). In tutti i concorsi si distingue ed ottiene ottime recensioni da parte di critici del settore arrivando ad apparire su quotidiani e blog di rilievo.

Source: libro del recensore.

:: Il grande dio Pan di Arthur Machen (Fanucci 2021) a cura di Emilio Patavini

1 settembre 2021

Scritto nel 1890, The Great God Pan è il grande e perturbante capolavoro di Arthur Machen, che unisce il folk horror celtico alla pseudoscienza occultista. Fu dato alle stampe nel 1894, lo stesso anno in cui il Premio Nobel Knut Hamsun pubblicò il suo romanzo più famoso, chiamato per l’appunto Pan.

Non posso esimermi dal presentare questo romanzo breve o racconto lungo dello scrittore gallese a partire dalle parole di un suo epigono, che di orrore se ne intendeva. Sto parlando di H.P. Lovecraft, e le parole che sto per citare sono tratte dal decimo capitolo (The Modern Masters) del suo saggio Supernatural Horror in Literature (“L’orrore soprannaturale nella letteratura”):

«Tra i creatori viventi di paura cosmica, assurti all’apice dell’arte, pochi, o forse nessuno, possono sperare di eguagliare il versatile Arthur Machen. […] Delle storie dell’orrore del signor Machen, la più famosa è forse “Il grande dio Pan” (1894), che racconta di un singolare e terribile esperimento e delle sue conseguenze. […] Tutto questo mistero è stranamente intrecciato alle divinità rurali romane del posto, come erano raffigurate negli antichi frammenti scultorei. […] Ma il fascino della storia sta in come è raccontata. Nessuno riuscirebbe a descrivere l’intera suspense e l’orrore finale di cui abbonda ogni paragrafo senza seguire un ordine preciso in cui il signor Machen disvela a poco a poco i suoi indizi e le sue rivelazioni […] e il lettore attento giunge alla fine solo con un brivido di apprezzamento e una propensione a ripetere le parole di uno dei personaggi: ‘È troppo incredibile, troppo mostruoso… non è possibile che esistano cose simili in questo mondo tranquillo […] Diamine, se un caso del genere fosse possibile, la terra sarebbe un luogo da incubo.’»

La sua è una terra pregna di leggende che affondano le radici in un tempo così antico da sfumare nel mito. Arthur Llewelyn Jones Machen nacque nel 1863 a Caerleon, così era chiamata Isca Silururm, prima centro della tribù celtica dei Siluri, poi castrum romano (ambientazione finale de L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi), bagnata dal fiume Usk (uisge, in gaelico scozzese, significa “acqua”; da uisge beatha “acqua di vita”, traduzione del latino aqua vitae “acquavite”, deriva whiskey). Secondo la raccolta dei miti gallesi del Mabinogion, Caer Llion sull’Usk è la residenza principale di re Artù, il luogo che egli aveva eletto a propria dimora, e corrisponde, secondo alcuni, alla celebre Camelot. A pochi passi dal Gwent, la regione del Gallese in cui Machen era nato e cresciuto, sorgeva, nel Gloucestershire, il tempio romano-celtico di Lydney Park, risalente al quarto secolo. Anni dopo, nel 1928, un giovane filologo di Oxford fu incaricato dagli archeologi Sir Mortimer e Tessa Wheeler di risalire all’origine del nome della divinità celtica invocata in una delle tabulae defixionis scoperte nel tempio, situato su una collina dal nome anglosassone di Dwarf’s Hill. Il dio invocato nelle tavole di bronzo era Nodens e il giovane filologo era J.R.R. Tolkien, che scriverà un saggio, intitolato “The Name Nodens”, pubblicato in appendice al ‘‘Report on the Excavation of the Prehistoric, Roman and Post-Roman Site in Lydney Park, Gloucestershire’’ (1932) di Wheeler per la Società degli Antiquari di Londra.

Essendoci ora chiara l’influenza che Machen ebbe su Lovecraft, possiamo anche supporre che il Solitario di Providence prese in prestito alcuni elementi de Il grande dio Pan, per trasporli nella propria opera. Uno di questi è sicuramente il dio Nodens, citato a p. 101 come «il dio del Profondo o dell’Abisso». Sicuramente Machen, da cultore di storia locale gallese ed esperto di antichità celtiche, doveva aver letto le Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire (London: Longmans, Green, and Co., 1879) di W.H. Bathurst (la cui famiglia possiede ancora Lydney Park), che a p. 39 della sua opera definisce Nodens proprio come «‘God of the deeps’ » e «‘God of the abyss’». Non è un caso se anche in H.P. Lovecraft troviamo citato Nodens due volte. Nel suo racconto del 1926 La casa misteriosa lassù nella nebbia (The Strange High House in the Mist), Lovecraft citerà «the gay and awful form of primal Nodens, Lord of the Great Abyss». Il nome Nodens apparirà anche nel suo romanzo breve del 1927 La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (The Dream-Quest of Unknown Kadath). In questi testi, Nodens è presentato, seguendo l’interpretazione data da Bathurst nelle Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire, come un dio marino, al pari di Poseidone e Nettuno, e Lovecraft lo mette a capo dei Night-Gaunts (i “magri notturni”, le figure che popolavano i suoi incubi infantili).

Ma veniamo alla trama del romanzo: di cosa parla Il grande dio Pan?

Il dottor Raymond è un chirurgo che da molti anni si è consacrato alla «medicina trascendentale». Tenta così un folle e tremendo esperimento: il suo intento è quello di «sollevare il velo» del reale e guardare in faccia la cruda e mostruosa realtà delle cose. Gli antichi «chiamavano questa esperienza ‘vedere il dio Pan’» (p. 11). Il dottore opera la figlia adottiva Mary al cervello, alterando le cellule della materia grigia così da poter aprire l’ «occhio interno», l’occhio della mente, e poter entrare in contatto con il dio Pan e tutte quelle forze primigenie che popolano il mondo sconosciuto che si cela oltre il velo del reale. Un pantheon che deve avere colpito molto H.P. Lovecraft, tanto che ne riproporrà uno lui stesso, unendo le entità malefiche cui Machen allude con le fantasmagorie mitopoietiche dell’irlandese Lord Dunsany, presentate in The Gods of Pegāna .

Dopo l’esperimento, forze sconosciute si mettono all’opera e strani avvenimenti hanno luogo. Episodi singolari e inquietanti, sempre più misteriosi, si susseguono in città, gettandola nel caos e nello scompiglio, mettendola in subbuglio e trasformandola in una «città da incubo» (p. 78).

La città, la Londra brumosa, cupa e notturna evocata dal romanzo, teatro di un’epidemia inspiegabile di suicidi, fa da contraltare alle atmosfere silvestri delle campagne gallesi, in cui Machen trova il tempo di accennare al proprio borgo natale, senza menzionarlo direttamente: «un villaggio al confine gallese, un centro di discreta importanza ai tempi dell’occupazione romana, ora ridotto a un borgo di case sparse, abitato da non più di cinquecento anime. Si trova su declivio a circa sei miglia dal mare, ed è riparato da una foresta imponente e pittoresca» (p. 26).

Questa Londra richiama perfettamente le atmosfere delle detective stories di Sherlock Holmes, ma anche la Londra del mystery di dottor Jekyll e di Mr. Hyde.

Nel romanzo di Machen, il Dio-Tutto Pan non si prende mai la scena da solo, si tratta di una «presenza che non era né umana né animale, né viva né morta, ma che in sé comprendeva tutto, racchiudeva la forma di ogni cosa, ma era a sua volta del tutto priva di forma» (pp. 18-19). Una figura cui si può solo alludere timidamente, un’entità tanto malefica che non si ha il coraggio di pronunciare.

Leggere quella che Stephen King (un altro scrittore che di orrore se ne intende) ha definito come «una delle migliori storie dell’orrore mai scritte», è stata un’esperienza un po’ diversa dal solito. Non è la classica storia dell’orrore contro cui, nel corso del tempo, abbiamo sviluppato anticorpi ben efficaci. Non c’è posto né per vampiri né per fantasmi, in questo storia. Solo il principio del male, l’hybris scellerata di uno scienziato che, seguendo l’archetipo shelleyano del dottor Victor Frankenstein, vuole scavalcare i limiti preimposti, che sono i limiti della nostra realtà, per guardare al di là di essa, per «sollevare il velo» e scoperchiare il vaso di Pandora.

Il tutto è qui proposto sotto forma di una storia avvincente e ricca di suspense, in cui troviamo atmosfere gotiche e l’influenza stevensoniana, riconosciuta dallo stesso Machen. Una nuova forma di romanzo gotico, che anche grazie alla sua brevità, si fa leggere piacevolmente e tutta d’un fiato, nonostante siano passati ormai quasi centotrenta anni dalla sua pubblicazione.

Ma allo stesso tempo restituisce un quadro chiaroscurale di quel clima tutto fin de siècle di un’Europa (e soprattutto un’Inghilterra) decadente, fatta di misticismo, fenomeni dell’occulto, passioni per il proibito, il torbido, l’arcano e il misterioso.

Un ritratto, questo, non certo privo di contraddizioni. È il caso di Arthur Conan Doyle: creatore di Sherlock Holmes, l’investigatore divenuto sinonimo di razionalità, ma allo stesso tempo convinto sostenitore dello spiritismo e appassionato del paranormale.

Questa edizione Fanucci de Il grande dio Pan, uscita il 26 agosto e facente parte della collana Piccola Biblioteca del Fantastico, riporta nelle librerie italiane uno degli orrori preferiti dal Solitario di Providence in una veste editoriale molto accattivante: il libro, 120 pagine, in copertina rigida, ha un splendida illustrazione in sovraccoperta di Antonello Silverini. Tuttavia il libro, se confrontato con le precedenti edizioni, è piuttosto povero di contenuti: si compone solo di una breve “Nota dell’editore”, del testo efficacemente tradotto da Annalisa Di Liddo e dell’immancabile “Postfazione” di Carlo Pagetti. I prezzi di questa Collana, che vuole ricalcare, nel suo formato, la mitica Fantacollana Nord, sono molto accessibili, e tra i titoli usciti precedentemente possiamo ricordare John Carter e la principessa di Marte di Edgar Rice Burroughs e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin. Del 2018 è l’edizione Adiaphora, 190 pagine, con testo originale a fronte, traduzione e note critiche di M. Olivetti Zapparelli e una postfazione di H.P. Lovecraft. Nel 2017, è uscita anche un’edizione di 96 pagine per la collana Eureka delle Edizioni Theoria, sempre con l’ottima traduzione di Annalisa Di Liddo. L’anno prima, per la collana Tre Sotterranei di Tre Editori uscì un’edizione di ben 260 pagine, completa della prefazione di Machen, un’introduzione di H.P. Lovecraft tratta dal suo già citato saggio, la traduzione di Alessandro Zabini, il saggio “Appunti su alcune fonti di Arthur Machen” del curatore, lo scritto “Il risveglio della selva” di S.J. Graf e una “breve antologia panica”, con brani tratti da Plutarco a John Milton, da R.L. Stevenson a W.B. Yeats.

Arthur Machen (1863-1947), scrittore gallese di narrativa del terrore, è oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti del suo epigono H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.
Fra le sue svariate influenze si possono citare Stevenson, de Quincey, Coleridge e Poe. Il suo stile e le tematiche da lui affrontate sono comunque originali e si può considerare come un innovatore del genere della narrativa soprannaturale. Infatti, nonostante abbia scritto numerosi libri di argomento storico, filosofico e teologico e sia stato anche membro di una compagnia teatrale shakespeariana, Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore, in particolare a Il grande dio Pan.

Source: del recensore.

:: C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Una sera che la melanconia prende le ossa

nella desolata osteria dei marinai sulla foce

tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore

delle sabbie,

non volgere l’occhio al mare spento

e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,

ma guarda la notte che cresce di grilli

e di stelle

a coprire i deserti del cuore.

Foce del Cinquale, luglio 1942

Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.

Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.

Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.

Io e Leo, Stefan Boonen e Melvin (Sinnos 2021) A cura di Viviana Filippini

30 agosto 2021

Leo è il protagonista di “Io e Leo” un libro per bambini di Stefan Boonen e Melvin. Chi è Leo? Leo è un bambino che una mattina si sveglia, come succede ogni giorno da quando è nato, ma nota qualcosa di strano. È come se lui non esistesse più, perché per esempio non trova il solito messaggio della mamma, poi quando esce nessuno lo vede e lo saluta o lo sente. Leo va a scuola, si aggira per il parco, ma tutti lo ignorano ed è come se lui non ci fosse. Leo è preoccupato e anche un po’ disperato, visto che questo momento di vita è molto difficile per lui e il fatto che nessuno si accorga che c’è, rende le giornate di Leo ancora più complicate e piene di solitudine. Ad un certo punto Leo sa che lui è Leo (o almeno crede) e che c’è, ma il fatto che nessuno lo consideri lo mette in crisi di identità. Per fortuna del piccolo protagonista, in suo aiuto arriva un certo Max Halters, uno stuntman in pensione che sa bene cosa vuol dire vivere una vita dove momenti di euforia si alternano alla tristezza. Max abita in un parco spostandosi con un carrello dove c’è tutta la sua esisitenza e sarà proprio lui ad aiutare Leo a scoprire perché più nessuno lo vede. Non solo, perché sarà sempre grazie a Max, a delle mirabolanti corse sul carrello e a favolose torte che il piccolo protagonista della storia di Boone, illustrata da Melvin, riuscirà a fare pace con se stesso e con qualche fantasma che da un po’ di tempo gli fa compagnia e lo rende un po’ (tanto) triste. “Io e Leo” è una storia di amicizia tra un bambino e una adulto e narra con un ritmo coinvolgente come questo legame possa aiutare ad andare oltre certi traumi e dolori che lasciano nel cuore e animo umano dei segni indelebili difficili da affrontare e da superare da soli. Ecco perché a volte per tornare a veder la luce e a esserci come accade a Leo, è necessario provare a lasciarsi aiutare. Traduzione di Laura Pignatti.

Stefan Boonen vive e lavora a Leuven, in Belgio. Ha iniziato a scrivere nel 2000, pubblicando fino ad oggi oltre 90 titoli tra albi illustrati, fumetti e prime letture. Insieme a Melvin ha inventato il maldestro e coraggioso Teo, del quale ha raccontato le avventure in Week end con la nonna, Mammut e Campo Bravo. Il suo sito: https://www.stefanboonen.be/

Melvin vive a Borgerhout e oltre a illustrare libri per ragazzi, ha fondato lo studio di animazione Bluts. Insieme a Stefan Boonen ha conquistato piccoli lettori di tutto il mondo con le avventure di Teo in Week end con la nonna, Mammut e Campo Bravo, pubblicati in Italia da Sinnos editrice. Il suo sito: https://mistermelvin.com/

Source: grazie all’ufficio stampa di Sinnos.

:: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Oggi vi parlo di altri due volumi della bella collana Gallucci Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet, entrambi per bamini dai 6 anni in su, il primo raccontato da Silvano Mezzavilla e illustrato con vivaci immagini a colori da Maria Luisa Petrarca, e il secondo raccontato da Roberto Calogiuri e illustrato da Raffaella Bolaffio.

Sempre grandi classici condensati e illustrati per l’infanzia seguendo un progetto di lettura facilitata per tutti, in stampatello maiuscolo, dyslexia friendly.

Mentre Tartarino sogna l’avventura in paesi esotici seduto sul suo divano, il Gigante si ravvede e da egoista diventa gentile facendo finire l’inverno e tornare la primavera. E il sorriso dei bambini.

Due storie deliziose, raccontate per stimolare la fantasia e il desiderio di avventura, anche nei più piccoli. Le immagini sono divertenti e buffe, capaci di coinvolgere e aiutare nella comprensione del testo.

Nelle pagine finali poi troverete sempre attività e giochi legati alla comprensione del testo.

Silvano Mezzavilla vive e lavora a Treviso come giornalista e sceneggiatore di fumetti. Ha ideato e diretto la manifestazione Treviso Comics e ha curato varie mostre di fumetti in Italia e all’estero. Con Gallucci ha pubblicato tre albi per bambini.

Maria Luisa Petrarca  è una giovane illustratrice nata a Caserta. Affascinata dagli animali, alleva rettili e insetti da ogni parte del mondo per studiarli e osservarli ore intere. D’altronde sin da piccola desiderava avere uno zoo! Ora sogna di diventare per magia un piccolo geco. 

Roberto Calogiuri è nato a Trieste nel 1959. Abita in una casa coloratissima, da dove si vede il mare, con la moglie, tre gatti e un riccio. Ha sempre scritto racconti per grandi, ma la nascita della figlia Tullia gli ha fatto venire il desiderio di inventare storie per i più piccoli. La passione per la musica lirica e sinfonica gliel’ha trasmessa il nonno, che era direttore d’orchestra e suonava il pianoforte sulle navi. Con i disegni di Nicoletta Costa, ha pubblicato I tre porcellini (Nuages) e Il gatto di Beethoven (Gallucci). Il suo sogno segreto è quello di fare il falegname.

Raffaella Bolaffio ha illustrato un centinaio di libri per bambini pubblicati in Italia. Vive con il suo cane in un paese vicino a Trieste, dove ama lavorare ascoltando musica.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Gallucci editore.

Tutankhamon, Philippe Nessmann (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

23 agosto 2021

Carter mise la candela davanti all’apertura e guardò dall’altra parte. Lord Carnarvon chiese: «Vede qualcosa?». L’archeologo dapprima restò in silenzio, poi con un groppo in gola e la voce tremante non trovò nulla di meglio da dire che: «Sì… una meraviglia».

Quante volte è capitato sentire del mistero attorno alla figura del faraone Tutankhamon, alla sua morte e sepoltura? Spesso se ne è parlato, ma ora per i piccoli lettori è in libreria il romanzo “Tutankhamon” di Philippe Nessmann che racconta in modo avventuroso il percorso che portò alla scoperta della tomba del faraone scomparso in modo misterioso. Da una parte, la storia si sviluppa nell’Egitto nel 1922, dove da cinque anni Howard Carter sta cercando la tomba di Tutankhamon. La vita dell’archeologo si intreccia con quella di Lord Carnarvon, committente che vorrebbe terminare quanto prima gli scavi e Carter farà il possibile per trovare la tomba del regnante morto a 18 anni, perché è convinto che essa sia presente, nascosta da qualche parte nella Valle dei Re, ma c’è. Accanto ai fatti del XX secolo, i piccoli lettori faranno un salto indietro nel tempo alla corte di Tutankhamon stesso dove conosceranno lui, il mondo dove nacque e visse, ma anche gli intrighi di corte che cercarono di cancellare per sempre la sua presenza e il suo ricordo nel corso dei secoli di storia. Poi, il 4 novembre del 1922, Carter fece un ritrovamento importante, eccezionale per la Storia. Il romanzo di Nessmann ricostruisce con un ritmo incalzante quella che fu la campagna di scavi messa a punto dall’archeologo Carter e finanziata da Lord Carnarvon per trovare la tomba di Tutankhamon, ma accanto a questo aspetto l’autore si occupa di altri interessanti temi come la possibile maledizione che colpì quelli che parteciparono agli scavi, ma anche il grande interesse- anzi una ossessione- dei media di allora (carta stampata) che fecero il possibile per avere l’esclusiva sulla scoperta che porterà poi ad un rinnovato interesse per l’antico Egitto. Non solo, perché in “Tutankhamon” di Philippe Nessmann c’è la sensazione che la scoperta compiuta dall’archeologo Carter, non si stata importante solo per lui, per la sua squadra e per il mondo di allora e di oggi. La scoperta fatta da Carter fu davvero fondamentale anche per Tutankhamon, per il quale ci fu di nuovo un posto nel corso della Storia antica e nel mondo. Traduzione di Roberta Schiavo.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in ingegneria e un master in storia dell’arte, si è dedicato interamente alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi. 

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Gallicci (Marina Fanasca).

La normalità è sopravvalutata, Katiuscia Girolametti (Kimerik 2021) A cura di Viviana Filippini

11 agosto 2021

Katiuscia è una giovane romana, mamma di tre bambini tra i quali Daniele autistico. Di Sindrome da Disturbo Autistico se ne parla, ma mai abbastanza e Katiuscia nella sua vita cerca di portare il prossimo alla conoscenza dell’autismo, della disabilità e della diversità e lo fa attraverso la scrittura. L’ultimo libro realizzato dalla Girolametti è “La normalità è sopravvalutata” edito da Kimerik, da pochi giorni nelle librerie. Nel testo Katiuscia racconta con spontaneità la sua famiglia e il loro vivere quotidiano e lo fa interrogandosi e interrogando allo stesso tempo il lettore, su cosa sia la normalità, perché leggendo e ascoltando Katiuscia ci si rende conto che il suo fare ha sempre un occhio di riguardo per la disabilità e per ciò che è differente dal resto. E allora ti chiedi davvero cosa sia il normale. Quello che ha caratterizzato la conferenza stampa online di presentazione del libro, tenutasi lo scorso 6 agosto, sono state la volontà di Katiuscia di scrivere per raccontare il suo vissuto personale con in tre figli, il voler condividere con le persone quelle che sono le emozioni della vita di ogni giorno, dalle gioie agli ostacoli che si possono incontrare e far conoscere quello che è l’autismo. Rispetto al volume precedente (“N.5 non ne è un profumo né un mambo”) dove Katiuscia parla di Daniele bambino, qui si racconta sempre di lui e dell’ingresso in una nuova fase esistenziale che è quella dell’adolescenza con tutte le domande, i dubbi e i cambiamenti che la caratterizzano e che la famiglia sta affrontando assieme. Certo è che la scrittura per la giovane mamma non è un semplice modo per comunicare, perché, come ha affermato Katiuscia stessa, per lei scrivere, raccontare il proprio vivere di ogni giorno è qualcosa che fa bene a se stessa, ma anche ai tanti lettori che, grazie a questo libro, avranno la possibilità di conoscere la disabilità in modo diverso da come siamo abituati a percepirla. Nel senso che se ci pensiamo un attimo ci rendiamo conto che sì si parla di disabilità, vero, ma non se ne parla mai abbastanza.  E mai abbastanza si parla di autismo. Nel libro di Katiuscia la disabilità c’è, è raccontata, condivisa, e non vuole essere presentata come persona malata, sofferenza o tristezza. In “La normalità è sopravvalutata” questa mamma romana narra tutto quello che di positivo accade nel suo mondo, dove è vero che ogni momento vissuto è una sorta di sfida, ma il traguardo è caratterizzato da sorrisi, da amore, da gioie, da terapie faticose e necessarie a stare meglio, e da una purezza di visione del mondo di Daniele che evidenzia quanto sia potente e forte il legame tra una madre e un figlio. Un amore capace di andare oltre gli ostacoli, oltre le fatiche e i pregiudizi. Dall’altro lato, la tenacia di Daniele è il segno di un ragazzo che non si arrende e che, nonostante le difficoltà, vuole esserci nella vita della mamma, del papà, dei fratelli e di chi già conosce e incontrerà. Quando pensi al titolo del libro “La normalità è sopravvalutata” pensi a quello che Katiuscia racconta, mentre la ascolti e quando leggi le sue parole ti domandi cosa sia davvero la normalità, da cosa dipenda la sua definizione. Allora ti rendi conto che a volte la normalità la imbrigliamo in schemi e definizioni che non lasciano spazio a variazioni sul tema, a nuove interpretazioni, mentre grazie a “La normalità è sopravvalutata” ti rendi conto che la normalità può essere anche la disabilità e la diversità che rendono gli individui unici e capaci di andare oltre le barriere e che permettono di trovare nelle parole e nella realtà narrata da Katiuscia Girolametti una madre, un figlio e una famiglia forte e unita.

Katiuscia Girolametti romana, classe 1984, è diplomata in lingue estere con un master in marketing turistico. All’attivo conta diverse pubblicazioni, considerati i vari concorsi letterari e le antologie di prestigio che l’hanno vista finalista, ma è nel 2018 che cambia totalmente genere impastando la sua vita, la disabilità di suo figlio in racconti tragi-comici su come la sua famiglia viva i rapporti con la società: nasce così “N. 5 non è né un profumo né un mambo”, un testo autobiografico che conquista milioni di lettori.

La famiglia Sgraffignoni – Il furto di compleanno, Anders Sparring Per Gustavsson (Sinnos, 2021) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2021

“Gli Sgraffignoni vivono proprio nelle vicinanze! Basta che tu ti allontani un po’ più del solito, che attraversi il parco con le altalene, che oltrepassi il parcheggio con le auto arrugginite e il negozio di biciclette che ha chiuso l’estate scorsa.
Lo hai fatto? Bene! Ora dovresti vedere la casa. È una normalissima casa azzurra, con la porta verde e una macchina tutta scassata fuori dal garage.
La macchina non può entrare nel garage, perché il garage è pieno di cose che è meglio non far vedere alla gente”.

Simpatica, nuova e intrigante avventura con “La famiglia Sgraffignoni. Il furto di compleanno” nata dalla penna di Andersen Sparring con le illustrazioni di Per Gustavsson, pubblicata in Italia da Sinnos editore. La storia ha al centro la famiglia i cui nomi sono già tutto un programma. Chi sono? C’è Mariolo, il papà esperto scassinatore, Fia la mamma alta e esile, però abile nell’appropriarsi delle cose non sue, la figlia Ale (diminutivo di Criminale) anche lei furba e dalla mano veloce, l’insopportabile cane Sbirro, e poi lui: Fausto. Ecco, Fausto è l’unico diverso della sua famiglia, perché il ragazzino, a differenza di tutti gli altri componenti di casa sua non ruba, non prende le cose senza chiedere, anzi è gentile, garbato, onesto e non riesce a dire bugie! Mentre i suoi familiari sono alle prese con comportamenti che vanno ben oltre il rispetto della legge, Fausto vorrebbe tanto un lecca lecca gigante per il suo compleanno, ma lo vorrebbe in modo onesto. La sua famiglia si mette all’opera per accontentare il desiderio del piccolo, ed è pronta a farlo con un piano strategico per rubare un enorme lecca lecca esposto nella vetrina del negozio di dolci del paese, ma dovrà fare i contri con Paul Iziotto, un vicino di casa rispettoso della legge, di nome e di fatto, e grande amico segreto di Fausto. Il libro per bambini edito da Sinnos è davvero una mirabolante avventura dove l’oggetto del desiderio di Fausto diventa il centro di interesse e di ogni azione sia della famiglia, che vuole soddisfare il desiderio del proprio congiunto, che del poliziotto, che è grande amico del piccolo Fausto, un ragazzino ben diverso dalla sua squattrinata parentela. Grazie al ben costruito intreccio narrativo, alle illustrazioni di Per Gustavsson e alla morale nascosta tra le righe, il piccolo lettore è trascinato in un mondo nel quale gli Sgraffignoni compiono ripetute e anche gravi marachelle per ottenere quello che vogliono senza faticare, ma l’intervento di Paul Iziotto e il comportamento equilibrato di Fausto, costringeranno la strampalata famiglia del ragazzino a fare i conti con il proprio comportamento sbagliato e con chi rappresenta la legge. Traduzione di Samanta K. Milton Knowels.

Anders Sparring, nato nel 1969, è uno sceneggiatore, attore e scrittore di libri per bambini svedese. Nel 2020 pubblica i primi tre volumi della sua serie di libri per bambini, illustrati da Per Gustavsson con il quale mantiene la collaborazione da tempo.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

:: Katitzi nella buca dei serpenti di Katarina Taikon (Iperoborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2021

Katitzi nella buca dei serpenti della scrittrice svedese per l’infanzia Katarina Taikon è il terzo episodio della saga ispirata alla storia personale dell’autrice di origini rom, che Iperoborea pubblica nella collana i Miniborei, tradotta da Samanta K. Milton Knowles.
Katarina Taikon ha scritto ben 13 libri con protagonisti la piccola Katitzi e la sua vivace famiglia e Katitzi nella buca dei serpenti ci racconta parte della sua infanzia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui le truppe di Hitler minacciavano di invadere la Svezia mettendo a rischio ebrei e rom.
Ma Katitzi è una bambina vispa e vivace affronta tutto con buffa allegria e fantasia, le difficoltà della vita come le limitazioni e i pregiudizi che le impediscono per esempio di frequentare la scuola svedese o anche solo di abitare in una casa con pareti e soffitto costringendola a vivere in un carrozzone itinerante in giro per la Svezia.
Katitzi non si arrende e nonostante la povertà e il lavoro a cui sono soggetti anche i bambini riesce a fare anche amicizia con alcuni svedesi illuminati che vedono in lei semplicemente una bambina e non qualcuno che appartiene ad un’etnia da isolare e discriminare.
Come finisce in una buca di serpenti?
Ah, questo lo scorpirete leggendo il libro divertente, ironico, anche amaro per certi versi ma capace di illuminare dall’interno la vita e l’infanzia della protagonista che ha deciso di raccontarsi ai lettori bambini perchè convinta che se si vuole davevro cambiare le cose e combattere contro stereotipi e ingiustizie bisogna partire proprio da loro, a cui sarà affidato il mondo di domani.
Un libro per ragazzi certo ma indicato anche agli adulti che rispettano e considerano il mondo dell’infanzia. Un classico della letteratura da poco riscoperto.

Katarina Taikon (1932-1995) è stata una scrittrice e attivista svedese con radici rom. Come molti altri rom della sua generazione, non ha frequentato la scuola e ha dovuto imparare a leggere e scrivere da adulta. Pubblicata tra il 1969 e 1980 e diventati anche una serie tv, i libri di Katitzi sono dei classici della letteratura per l’infanzia in Svezia al pari di molti libri di Astrid Lindgren ed è stata di recente riscoperta in tutta la Scandinavia. Nel 2019 Katitzi ha ricevuto il premio Orbil dell’Associazione librerie indipendenti per ragazzi e il premio Scelte di classe come miglior libro per ragazzi nel 2018.

Samanta K. Milton Knowles, laureata in Studi Interculturali con una tesi sulla traduzione cinese di Pippi Calzelunghe e in Scienze Linguistiche con una tesi dal titolo “Tradurre Astrid Lindgren”, lavora come traduttrice editoriale dallo svedese, dall’inglese e dal danese dal 2014. Oltre che con Camelozampa, collabora con case editrici come Iperborea, Salani, Fandango, Rizzoli, Beisler, Bohem Press, Feltrinelli, Marsilio e UTET. È responsabile del controllo della qualità delle traduzioni italiane delle opere di Astrid Lindgren per conto della società degli eredi della grande scrittrice svedese, la Astrid Lindgren AB. Da febbraio 2019 è uno dei membri della segreteria di StradeLab, associazione nazionale di traduttori editoriali affiliata al sindacato Strade SLC-CGIL. È rielaboratrice e curatrice della versione definitiva italiana di Pippi Calzelunghe, pubblicata da Salani nel 2020, in occasione del 75esimo anniversario della prima pubblicazione del romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

Fishke lo zoppo, Mendele Moicher Sfurim, Marietti 1820 (2021) A cura di Viviana Filippini

29 luglio 2021

“Fishke lo zoppo” è un romanzo scritto da Mendele Moicher Sfurim, pubblicato da Marietti 1820. La narrazione ha appunto per protagonista Fishke con la sua vita e quella della comunità ebraica con la quale lui si relaziona e vive. Fishke ha famiglia, o meglio è sposato con una donna cieca, ma è anche profondamente innamorato di una ragazza gobba. L’autore è bielorusso di origine ebraica – Sholem Ynkev Abramowitsch- che scelse come pseudonimo un nome che significa “Mendele il venditore di libri”, perché è quello che lui stesso voleva essere per la comunità ebraica, un venditore ambulante di libri che portava alla scoperta di storie di vita, tra le quali quella di Fishke lo zoppo. Quello presentato da Sfurim è un mondo composto dagli ebrei più poveri, da quelli che ogni singolo giorno della loro vita, più che vivere, cercano di sopravvivere. In ogni capitolo che compone il libro, comparso per la prima volta nel 1869, ci sono tante vite di ladri, accattoni, vagabondi, uomini miseri sul lastrico che si arrabattano come possono per avere un piccolo guadagno. Sono l’umanità più povera, quella che vive ai margini e che sta sempre lì con un occhio di riguardo per individuare quelle azioni che potrebbero essere, ma non è detto che lo siano, una fonte di guadagno economico. Poi arriva Fishke. Nel senso che di lui si parla, o meglio ne parlano Mendele e Alter, solo nel capitolo undicesimo. Il suo presentarsi al lettore ci pone immediatamente catapultati nella vita di un uomo che diviene nel corso della lettura la rappresentazione di un popolo intero. Perché dico questo? Perché è come se Fishke avesse in sé tutti – o almeno molti- degli aspetti esistenziali del popolo ebreo povero e minato nell’animo e nel corpo da ferite sempre aperte e molto dolorose. Altro aspetto interessante del viandante Fishke che viaggia viaggia fino ad arrivare a Odessa, è la sua incapacità di riuscire ad adattarsi e ad accettare il mondo attorno a lui. Un universo in cambiamento all’interno del quale è nato e cresciuto e dal quale il protagonista non riesce a sradicarsi, in quanto è profondamente legato ad esso. Mendele utilizza l’ironia per raccontare il comportamento dell’ebreo orientale Fishke come se volesse istruirlo e fargli capire che il cambiamento e la trasformazione in qualcosa di meglio, sono possibili. Lo stesso umorismo viene utilizzato anche per narrare l’amore che il giovanotto ha per la ragazza gobba, una relazione con effetto a sorpresa per i lettori. Nel complesso “Fishke lo zoppo” è un romanzo interessante, ironico, curioso perché l’autore fa un vero e proprio ritratto di un individuo e, allo stesso tempo, quello di un intero popolo povero che non è comunque in grado di cambiare la propria esistenza anche nel caso in cui si presentino possibilità di progresso e mutamento per il proprio vissuto.

Mendele Moicher Sfurim (1833-1917), pseudonimo di Sholem Yankev Abramowitsch, è il primo grande autore classico della letteratura ebraica jiddisch dell’Est europeo.

Source: richiesto all’ editore. Grazie all’ufficio stampa 1AComunicazione.

Le rose di Versailles Encore di Riyoko Ikeda (J-Pop, 2021) a cura di Elena Romanello

19 luglio 2021

Dopo aver presentato in un cofanetto i cinque volumi della serie originale ufficiale, J-POP rilancia con un nuovo cofanetto con i tre volumi di Le rose di Versailles Encore di Riyoko Ikeda, contenente le storie extra che la mangaka giapponese ha dedicato al suo personaggio più celebre, noto da noi in occidente come Lady Oscar.
Chi è appassionato di questo manga, trasposto anche in uno degli anime più popolari di sempre, anche tra i non otaku, sa benissimo che la conclusione della serie ufficiale è tale da non dare nessuna possibilità di un ulteriore seguito, con uno dei finali più tragici di sempre che, a distanza di anni, continua a spingere chi l’ha amato a scrivere fanfiction in cui cercare di dare una speranza ai due protagonisti, la bellissima Oscar, donna guerriera per antonomasia alla corte di Maria Antonietta, e il suo amato André.
In realtà, Riyoko Ikeda è tornata varie volte in questo mondo, a parte con un seguito, Eroica, su Napoleone, in cui fa morire due dei sopravvissuti della saga precedente, ma anche con storie fuori serie, o parallele alla vita di Oscar o posteriori, in cui esplora nuove avventure o racconta retroscena di personaggi o che fine hanno poi fatto, completamente il mondo che ha creato.
I tre volumi del cofanetto J-POP contengono storie che in parte negli anni sono uscite per vari editori, come il gioiellino gotico La contessa nera, un must per chi ama il genere, ma anche vari inediti mai arrivati, come la storia dedicata a Rosalie e a suo figlio esuli in Svezia, molto interessante e disegnata quasi nello stesso stile del manga originale. Gli appassionati di narrativa fantastica troveranno interessante e curioso il destino di uno dei comprimari della storia, in un omaggio di Riyoko Ikeda all’amica e collega Moto Hagio e alla sua saga vampiresca dei Poe.
Un cofanetto imperdibile per tutte le appassionate e appassionati, con toni thriller, fantastici ma anche struggenti e drammatici come la serie originale, per chiudere il cerchio intorno ad una storia che ha cambiato davvero la vita a tanti, ispirando passioni e interessi, e non è un caso che nel 2008 Riyoko Ikeda sia stata insignita della Legion d’Onore dal presidente francese Nicolas Sarkozy per il contributo che ha dato alla conoscenza della cultura francese nel mondo. 
Del resto, ormai da tempo i personaggi dei manga e degli anime non vengono più considerati di serie B, ma veri e propri eroi dell’immaginario collettivo e patrimonio di tutti.

Riyoko Ikeda è nata nel 1947 ad Osaka: figlia di una donna aristocratica, discendente di una famiglia di samurai e di un uomo della media borghesia, reduce di guerra e fabbricante di biciclette, che si erano sposati contro il volere di tutti, ispirando quindi alla figlia l’interesse per gli amori tormentati. Dopo aver lasciato la facoltà di filosofia, dove era diventata un’attivista femminista e di sinistra, intraprende a fine anni Sessanta la carriera di fumettista, ispirandosi a Osamu Tezuka e alla cultura occidentale. Le rose di Versailles è il suo manga più famoso, è autrice di altre opere anche tradotte in italiano, tra cui Caro fratelloLa finestra di Orfeo, Claudine Elisabetta la regina che sposò la sua patria. Riyoko Ikeda è anche soprano, autrice di libri e opinionista. Ha visitato l’Italia a più riprese, in particolare nel 2010 per il festival Collisioni a Novello e al Romics e nel 2015 ad Etna Comics.

Provenienza: libro del recensore.