Archive for the ‘Recensioni’ Category

Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno (Bompiani, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

29 ottobre 2018

pitzorno

Cara Bianca, ci sei tanto mancata.

Bianca Pitzorno è tornata in libreria con il suo ultimo titolo edito da Bompiani, Il sogno della macchina da cucire, ambientato nella piccola città di L. tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

La protagonista del libro è una sartina della quale il lettore non conosce il nome e che narra tutte le vicende in prima persona. Nelle pagine iniziali racconta la sua infanzia in compagnia della sola nonna, in quanto il resto della famiglia è rimasto ucciso durante l’epidemia di colera. La nonna di mestiere fa la sartina, è una donna forte, risoluta e indipendente. Consapevole della differenza sociale che separa i ricchi dai poveri, desidera per sua nipote il meglio che la sua condizione possa garantirle nonostante la povertà. Per questo da quando la piccola ha sette anni le insegna a cucire: stoffe, ricami, asole e merletti le avrebbero garantito un’indipendenza che altri lavori, come quello di domestica, non le avrebbero concesso. La nipote sarebbe rimasta padrona di sé stessa. Le famiglie più importanti della città commissionano alla nonna lavori semplici, soprattutto di biancheria. 

Di solito in quelle case ricche ed eleganti c’era come ho detto una stanza apposta per il cucito, ben illuminata, con un grande tavolo da stiro dove stendere la stoffa da tagliare, e spesso c’era anche, meraviglia delle meraviglie, una macchina da cucire. Mia nonna sapeva usarla, non so dove l’avesse imparato, e io la guardavo affascinata mentre faceva andare su e giù il pedale con ritmo costante e la stoffa avanzava velocissima sotto l’ago. “Se potessimo averne una in casa”, sospirava lei “quanto lavoro in più potrei accettare!” Ma sapevamo entrambe che non ce la saremmo mai potuta permettere, e oltretutto non c’era posto dove sistemarla.

Quando anche la nonna muore, la protagonista rimane davvero sola al mondo ma è forte di tutti gli insegnamenti ricevuti dall’anziana parente, non solo perché è padrona di un mestiere ma anche perché dalla nonna ha assimilato valori importanti, quali l’onestà, la generosità e il rispetto. La giovane sartina prende il posto della nonna nelle stanze da cucito delle famiglie altolocate ed entra in contatto con la strana vita dei ricchi e con i loro segreti più nascosti, ricordandosi sempre di restare al suo posto.

Gli episodi narrati dalla sartina offrono uno spaccato di vita del tempo e descrivono tante personalità, la maggior parte femminili. Fuori dagli schemi della società ci sono la signorina Ester e Miss Lily Rose. Ester, figlia del ricco signor Artonesi rimasto vedovo dopo il colera, ha tre anni più della protagonista e viene accontentata dal padre in quelli che le compaesane chiamano “capricci”, ovvero nel suo desiderio di studiare le lingue straniere e le lingue morte, le scienze, la chimica, la geografia, di andare a cavallo e di suonare il pianoforte, disinteressandosi di ogni “dovere di femmina” concernente il governo della casa. Ester è ribelle e indipendente, vuole sinceramente bene alla giovane protagonista e le due diventano amiche, nonostante il divario sociale. La miss americana, Lily Rose Briscoe è giornalista, pittrice e critica d’arte, una personalità molto generosa ed eclettica che si tira dietro tutte le maldicenze di L. solo perché non è sposata, è ricca e osa andare in bicicletta. In questo romanzo altre donne sono forti e determinate e, pur rimanendo entro le regole imposte dalla società, le combattono dall’interno: la signorina Gemma, cugina lontana dell’avarissimo avvocato Provera, abilissima sarta e dall’animo imprenditoriale, non si sottomette davvero alla tirannia del suo parente; Zita, la stiratrice, poverissima e malata che anche in fin di vita non smette mai di lavorare con dignità e di sacrificarsi per sua figlia Assuntina, una bambina magrissima con un bel caratterino e quella forza d’animo che solo i bambini sanno avere nelle situazioni in cui la vita si dimostra crudele; la centenaria Donna Licinia Delsorbo, che fiera del suo status sociale farebbe di tutto pur di preservarlo dallo scandalo; la ex maestra che, dopo essere stata illusa dal direttore della sua scuola, sceglie di prostituirsi per mantenere suo figlio. Sono tutte donne che tengono alla propria autonomia e che, nonostante le fragilità, le umiliazioni, il dolore e le delusioni, continuano a lottare ogni giorno per sé stesse e per coloro a cui vogliono bene.

Ovviamente una di queste donne è sicuramente la giovane sartina protagonista che, nutrita degli insegnamenti di sua nonna, rimane sempre fedele ai suoi valori, onesta, generosa e laboriosa, senza mai cedere a facili maldicenze. La sartina è diversa dalle altre ragazze del suo rango non solo perché ha in mano un mestiere che non la rende di proprietà dei ricchi ma anche perché sa leggere. Da ragazzina, infatti, dimostra subito sete di conoscenza.

Quando a casa aprii il pacco e ne sparsi il contenuto sul letto, mi mancò il respiro. Non avevo mai visto niente di così bello in vita mia. Alcuni disegni erano colorati, altri in bianco e nero, ma tutti mi affascinavano. Cosa avrei dato per potere anche leggere quello che c’era scritto sotto! La notte, col lenzuolo tirato sulla testa, piansi un poco, cercando di non farmi sentire dalla nonna. Ma lei mi sentì.

La nonna analfabeta sente sua nipote piangere e si mette d’accordo con una maestra perché possa imparare a leggere dalle basi. La giovane sartina continua da autodidatta leggendo i libretti dell’Opera e poi romanzi su romanzi e altri libri delle materie più disparate. La cultura, che rende più indipendenti e più liberi,  rappresenta un punto di forza anche delle altre donne intraprendenti e moderne del libro, come Ester e Miss Lily Rose.

Nei romanzi la sartina conosce un amore idilliaco che non combacia con le vicende di cuore delle donne che frequenta e con i loro mariti ubriaconi o interessati solo ad avere un erede. Finché non incontra lei stessa l’amore nelle “guance di rosa e negli occhi di gazzella” di Guido,  la sartina rimane scettica e si concentra solo sul suo lavoro. L’amore ha tante facce e in questo libro vengono mostrate quasi tutte: tra nonna e nipote, tra uomo e donna, tra padre e figlia, tra madre e figlia, tra sorelle e tra amiche; per ognuna di esse vale la pena sacrificarsi.

Il sogno della macchina da cucire racconta la vita e il punti di vista di una sartina ma fa molto di più, spingendo il lettore ad uscire dagli stereotipi, dalle categorie pre-costruite, dalle regole sociali scritte da altri. È un inno alla libertà e all’unicità di ogni persona perché ognuno possa cucire per sé un abito su misura, fatto della stoffa che preferisce, lungo quanto vuole e del colore che più gli piace, un abito che gli appartenga e che gli calzi a pennello, invece di indossare vestiti taglia unica, fatti per tutti e quindi per nessuno.

Per i tanti adulti cresciuti con i libri di Bianca Pitzorno, leggere questo romanzo sarà come tornare indietro nel tempo perché lo stile è sempre lo stesso, cambiano solo le vicende narrate. Rimane la stessa anche l’insoddisfazione del lettore perché il libro è già finito, è troppo corto, doveva raccontarci di più e ancora altro.

Cara Bianca, ci sei tanto mancata e ci mancherai di nuovo fino al tuo prossimo romanzo.

Bianca Pitzorno è nata a Sassari nel 1942. Ha pubblicato dal 1970 a oggi circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi.

Source:  libro comprato dal recensore.

:: Impressioniste: Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt, di Martina Corgnati (Nomos edizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2018

1Quattro sono le donne protagoniste di “Impressioniste” di Martina Corgnati edito da Nomos, che ricostruisce le vita di quattro figure femminili, che fecero dell’arte pittorica parte integrante del loro vissuto. L’ambientazione è la Parigi di fine Ottocento, nella quale prendono forma le vite ancora troppo poco conosciute al pubblico di Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt. A darci maggiori informazioni sulle artiste del colore ci pensa Martina Corgnati, che ci conduce in un viaggio biografico tra vita, famiglia, colori, pennelli e tante incomprensioni e pregiudizi che limitarono l’espressività di queste quattro geniali artiste. Sì, perché le pittrici vissero nella capitale francese in un periodo storico (la fine del XIX secolo) che fu la culla dell’arte. Loro riuscirono, con impegno e dedizione, a dimostrare che le donne potevano fare della pittura un vero e proprio lavoro e non un semplice passatempo come la società di allora credeva e, soprattutto, voleva. Nel senso che finché era un uomo a fare l’artista, tutto era perfettamente accettato, ma se era una donna a volerlo, ecco le cose si complicavano. La figura della pittrice era vista con sospetto, con pregiudizio, come se fosse uno strano essere dalla vita caotica e sregolata, perché per la società di allora era del tutto impensabile che una donna si potesse guadagnare da vivere con la pittura. Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond e Mary Cassatt lottarono per farsi accettare come artiste professioniste e per ottenere tale riconoscimento arrivarono anche a sacrificare l’amore, gli affetti o la maternità. Il libro della Corgnati non analizza tanto le opere, anche se nel volume non mancano pagine con le riproduzioni dei dipinti, ma indaga le vite di quattro donne per raccontarci le aspirazioni, le emozioni, le volontà e i sacrifici che fecero per imporre il loro fare arte in una società dalla mentalità tipicamente maschile. Si scopre che la Morisot conosceva molto bene Manet e lo aveva come punto di riferimento, perché era il cognato. Anche la Gonzalès conobbe Manet, ma andò a scuola da un altro pittore –Chaplin- dal quale apprese tutti gli insegnamenti per fare arte. La Bracquemond aveva come mentori, e li conosceva pure, Manet e Degas, ma il suo estro artistico venne annientato dalla dirompente personalità del marito, anche lui artista. La Cassatt, americana di nascita, visse per anni in Francia dove assorbì molto della pittura impressionista e delle altre correnti pittoriche. Il suo mentore, amico-nemico fu Degas. Queste donne fecero scalpore non solo perché scelsero la pittura come professione, ma anche perché affrontarono temi trattati in pittura dagli uomini: nature morte, paesaggi, scene di vita quotidiani, nudi maschili e femminili. Questa voglia intraprendenza, di mantenersi da sé, di partecipare alle mostre con gli artisti rifiutati dalla gallerie ufficiali, i conflitti con i maestri, con le famiglie che mal tolleravano l’accoppiata donna-pittura, le malattie (la Gonzalès morì a soli 34 anni) e i mancati riconoscimenti impedirono alla Morisot, alla Gonzalès, alla Bracquemond e alla Cassatt, di avere un giusto riconoscimento nel mondo della Storia dell’arte. Martina Corgnati in “Impressioniste” ci porta dentro al mondo umano, ai colori, alle forme e alla scoperta dello stile di queste quattro donne pittrici che consacrarono, nonostante gli ostacoli, la loro esistenza all’arte come linfa vitale del vivere.

Martina Corgnati è curatrice e critica d’arte. Da anni si divide tra l’attività didattica (è docente titolare di Storia dell’arte all’Accademia Brera di Milano), le collaborazioni giornalistiche e l’impegno critico. Da molto tempo si occupa del lavoro di artiste femminili nell’arte Del Novecento e in quella contemporanea. Tra i suoi lavori si ricordano quello co-curato con Luisa Wagner e con protagonista Meret Oppenheim “Wrote nicht in giftige Buchstaben einwickeln” (Scheidegger & Spiess, 2013) e la prima biografia dedicata all’artista: “Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda”, Johan & Levi, 2014. Per le edizioni Compositori ha scritto: “L’opera replicante; la strategia dei simulacri nell’arte contemporanea” (2009) e “I quadri che ci guardano. Opere in dialogo” (2011)

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Benedetta Tosi dell’ufficio stampa Nomos.

:: La ragazza che chiedeva vendetta di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

27 ottobre 2018

La ragazza che chiedeva vendettaCon La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Siamo nuovamente a Udine e Alex viene coinvolto dal suo amico ispettore Cavani nelle indagini che seguono a una nuova serie di omicidi feroci.
L’ex poliziotto intuisce che dietro questa nuova scia di sangue ci sia il suo vecchio nemico a cui dà ancora la caccia.
Un celebre chirurgo estetico e due collaboratrici vengono barbaramente assassinati. Il dottor De Luca ha cambiato i connotati a un noto criminale. Alex Nero sospetta che dietro questi barbari omicidi ci sia Azrael con un nuovo aspetto.
Ma il sangue continua a scorrere nella città del nord est. Tre uomini vengono assassinati nello stesso modo. Entrambi sono legati tra loro da una brutta storia accaduta anni prima.
Era il 23 agosto 1994 quando i tre amici approfittarono di due ragazze. Iris, una delle due, rimase uccisa.
L’ispettore Cavani chiede aiuto al suo amico Alex Nero, che inizia a collaborare alle indagini. I due sono convinti che esistono collegamenti tra i tre omicidi e quello del chirurgo.
La polizia cerca una donna che è stata vista in compagnia dei tre uomini nei giorni in cui sono stati uccisi.
Cavani e Alex Nero non trascurano nulla e si muovono in tutte le direzioni cercando sempre di essere connessi nelle indagini e cercare non abbandonare la pista che lega tra loro gli omicidi dei tre uomini a quelli del chirurgo e delle sue amiche.
Porazzi costruisce anche questa volta un intrigo avvincente: vedremo di nuovo Alex sulle tracce di Azrael. Considerando che in queste pagine si gioca la partita finale, la suspense è sempre alta e l’autore è abile a tenere alta la tensione tenendo il lettore sempre sulla corda di un imprevisto mai banale.
Pierluigi Porazzi si conferma una delle più interessanti voci del romanzo nero italiano,
La ragazza che chiedeva vendetta ci riporta a Alex Nero, l’antieroe uscito dalla penna di Pierluigi Porazzi.
Questo ultimo capitolo delle sue avventure lo porteranno a fare i conti una volta per tutte con il principe del male, suo acerrimo nemico.
Il finale a sorpresa ci rivelerà a chi sarà attribuita la vittoria. Se amate le storie forti dalle tinte noir, vi consiglio di leggere questo libro e di entrare nel mondo di Pierluigi Porazzi, un giallista di razza.

Pierluigi Porazzi è laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie, in diverse antologie (tra cui Più veloce della luce, Pendragon, 2017 e Notti oscure, La Corte editore, 2017) e nella raccolta La sindrome dello scorpione. Fa parte del progetto culturale SugarPulp e ha fondato SugarPulp Udine.
È tra i fondatori dell’Associazione Culturale Cult’Udine. Ha pubblicato per Marsilio Editori i romanzi L’ombra del falco (2010), Nemmeno il tempo di sognare (2013), in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane Noir Italia (Il Sole 24 Ore, 2013) e Il giallo italiano (Il Corriere della Sera, 2014) e Azrael (2015). Nel 2017, per la collana gLam di Pendragon è uscito il romanzo Una vita per una vita scritto con il giornalista Massimo Campazzo (fonte wikipedia).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa.

:: Jum fatto di buio di Elisabetta Gnone (Salani 2017) a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2018

imagesTra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Età di lettura: dai 9 anni e per tutti gli adulti che desiderano ritrovare il bambino o la bambina che è in loro.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato.
È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale ha ideato la serie a fumetti W.I.T.C.H. È autrice della fortunatissima saga di Fairy Oak, e ora, con la nuova serie Olga di carta, porta ai lettori un nuovo, delicatissimo mondo in cui, con garbo e ironia, affronta i temi delle fragilità e delle imperfezioni che ci rendono umani.

Source: libro del recensore.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

I Kill Giants di Joe Kelly e J. M. Kelly Niimura (Bao Publishing, 2018) a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2018

63345867-39d6-46d7-9c64-4df42d093062Dopo il successo del film distribuito su Netflix, torna in una nuova edizione, la Titan Edition, sempre per Bao Publishing la graphic novel I kill Giants, storia di formazione nascosta sotto una vicenda urban fantasy, dove in una cittadina sul mare forse succedono cose terribili ad opera dei giganti del titolo. O forse no.
L’opera, scritta da Joe Kelly e disegnata da JM Ken Niimura, ritorna con una copertina che richiama alla locandina del fim e racconta la storia di Barbara Thorson, ragazzina che fa la quinta elementare, amante del fantasy e dei giochi di ruolo, vittima di bullismo a scuola e con un qualcosa di grave in casa che incombe. Barbara ha un super potere, come le protagoniste delle storie che ama tanto, perché è la custode del martello incantato Coveleski, il distruttore dei giganti, ma c’è anche un’altra stranezza nella sua vita:  a casa dorme in cantina, perché al primo piano c’è un orrore che non riesce ad affrontare.
Tutto questo succede mentre una psicologa comincia ad interessarsi a lei e sta per arrivare un uragano, ma sarà un uragano o un gigante? Joe Kelly racconta una storia dove la quotidianità si tinge di fantastico, sospesa tra due mondi, dove alla fine si parla di dolore, incertezza, lutto da elaborare e dove forse i giganti non sono gli esseri peggiori che si possono incontrare e dove comunque la forza per affrontare qualsiasi problema e minaccia va trovata in se stessi.
Una storia non solo per ragazzi, disegnata con richiami allo stile manga, usando il bianco e nero in modo nuovo e creativo da JM Ken Niimura, per un viaggio fantastico ma anche dentro al proprio animo, tra rifiuto delle cose brutte e accettazione della convivenza anche con gli aspetti meno belli della vita, non i giganti, ma qualcos’altro. Tra le righe viene in mente un’altra opera, letteraria e cinematografica, su un tema simile, Sei minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, sia pure con varie diversità e con il gigante metafora sempre di qualcosa di insormontabile da affrontare ma con cui bisognerà fare i conti.
La nuova edizione è stata arricchita da una art gallery dei personaggi, da interviste ai due autori e da stralci di sceneggiatura e storyboard originali, per capire come quest’opera è stata pensata.

Joe Kelly ha debuttato sulla scena fumettistica americana a metà degli anni Novanta, ai testi di Deadpool per la Marvel, ma ha poi scritto di tutto, da X-Men a Superman, dalla Justice League of America a Spider-Man. Nel 2000 ha fondato il collettivo creativo Man of Action, che ha all’attivo la creazione delle serie animate televisive Ben 10, Generator Rex, Ultimate Spider-Man, Big Hero 6: The Series e tante altre. In quanto sceneggiatore di fumetti, ha scritto I Kill Giants, titolo Image disegnato da JM Ken Niimura e pubblicato in Italia da BAO Publishing. Nel 2011, il graphic novel ha vinto il premio Gran Guinigi nella categoria “Migliore sceneggiatura” e nel 2018 è diventato un film Netflix su sceneggiatura dello stesso Joe Kelly.

JM Ken Niimura è nato a Madrid, ma ha origini giapponesi. Laureato in arte, ha contribuito a numerose campagne pubblicitarie in Spagna, oltre ad aver partecipato a pubblicazioni collettive per i principali editori di fumetti iberici. I kill giants, fumetto sceneggiato da Joe Kelly e pubblicato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing, nel 2011 ha vinto il Premio Gran Guinigi come “Miglior Sceneggiatura” e nel 2012 è valso a Niimura il prestigioso International Manga Awards. Nel 2014 Niimura ha pubblicato Henshin, un manga costituito da diverse storie brevi collegate tra loro. L’opera, pubblicata originariamente in Giappone, viene poi edita nel 2015 dalla Casa editrice americana Image. Attualmente è al lavoro sul webcomic Umami, edito dalla piattaforma online Panel Syndicate.

Provenienza: libro del recensore.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

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In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

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La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa Shan di Inge Sargent (Add Editore, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

20 ottobre 2018

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Quando nel 1953 Inge arriva a Rangoon insieme a Sao non immagina neanche lontanamente che il bel giovane conosciuto in Colorado e suo neo-sposo sia un principe Shan. In queste bellissime pagine edite da Add Editore, Inge racconta in terza persona gli anni in cui è diventata Thusandi, Mahadevi di Hsipaw, e, mettendo a nudo il bianco e il nero dei suoi sentimenti, meticolosamente ridà vita alle sue memorie più care.

Gli Shan rappresentano una minoranza nell’Unione Birmana e sono governati da prìncipi ereditari con poteri feudali. Sao Kya Seng, principe di Hsipaw, è un liberale e, dopo il soggiorno di studio negli Stati Uniti come ingegnere minerario, in lui si accende il desiderio di trasformare democraticamente gli Stati Shan. Non sopporta di avere un potere assoluto sui suoi sudditi, le riverenze alla sua presenza lo affliggono, vuole trasformare l’agricoltura e creare un’industria mineraria shan. 

Gli Shan avevano diritto di esprimersi e di prendere parte alle decisioni che riguardavano la loro vita. E lui era deciso a dare loro quest’opportunità.

Per queste ragioni e per il suo governo illuminato, il popolo shan ama moltissimo il suo principe ed è pronto ad amare con la stessa forza la sua principessa austriaca. Sposando Sao e andando a vivere nel nord dell’Unione Birmana, Inge rivoluziona completamente la sua vita: deve governare un Paese, rispettare le responsabilità e i doveri di una principessa, imparare tradizioni e lingue totalmente diverse dalle proprie. Eppure Thusandi non fugge spaventata, decide di restare accanto all’uomo che ama e proprio da questo suo amore prende forza ogni volta che sente la terra tremare sotto i suoi piedi.

Quando si guardò nello specchio a tre ante, Thusandi stentò a riconoscersi. L’abito rosa, giallo e bianco, fittamente ricamato con l’emblema del pavone d’oro, avvolgeva la sua figura alta e sottile. La fusciacca rosa e la collana di diamanti incastonati in oro riprendevano il motivo del pavone. I lunghi capelli castani, raccolti nella pettinatura tradizionale di corte, le facevano da corona naturale, cui davano risalto un pettinino tempestato di diamanti e un solitario di cinque carati. Il luccichio degli orecchini, dei braccialetti e degli anelli di diamanti dava il tocco finale a quell’immagine da libro illustrato. Thusandi si domandò sbigottita che cosa avesse in comune quell’apparizione esotica con la semplice ragazza austriaca che scalava le montagne e andava a scuola sulla bicicletta del padre.

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Inge diventa una vera principessa, la Mahadevi di Hsipaw, e si impegna a sfruttare la sua posizione privilegiata per dare forma ai progetti democratici del marito. Infatti, l’obiettivo numero uno di Thusandi è prendersi cura delle donne e dei bambini di Hsipaw e per realizzarlo la principessa fonda la Maternity and Child Welfare Society. Questa associazione assume il controllo della clinica poco attrezzata del Paese, rinnovandone le strutture e portando le proprie iniziative nelle strade dei villaggi. Grazie all’impegno di Thusandi il tasso di mortalità natale diminuisce radicalmente e le donne si sentono meno sole nei mesi precedenti e successivi al parto. Thusandi fonda anche una scuola trilingue, permettendo così l’educazione locale dei bambini shan, tra cui le sue due figlie.

Inge Sargent racconta una storia vera della quale chiunque sia a corrente delle vicende politiche dell’Unione Birmana conosce già il triste epilogo; chi non è informato sulla recente storia birmana può comunque percepire fin dalle prime pagine che tutti i colori della famiglia di Thusandi e di Sao sono destinati a sbiadire. Infatti, nel 1962 il generale marxista Ne Win si fa leader di un colpo di Stato e Sao è tra i numerosi prigionieri politici del reazionario regime di terrore.

Si maledisse per la sua cecità, per non aver capito che il Paese scivolava verso la dittatura militare. Se fosse stato più realista, se avesse capito meglio l’ambizione di Ne Win, ora non sarebbe stato in prigione. E l’angoscia per la moglie e per le figlie non l’avrebbe tormentato in quel modo. Non temeva per sé, il pensiero della tortura e della morte non lo preoccupava più. Ma se pensava al destino di Thusandi e delle figlie, si trovava a fare i conti con la disperazione più nera. 

Dopo due anni senza vedere Sao né avere sue notizie, Thusandi e le sue bambine riescono a lasciare l’Unione Birmana in viaggio verso un nuovo futuro, libere. Inge nel 1968 sposa Howard Sargent e sarà proprio il suo secondo marito a spronarla a raccontare in un libro la verità su Sao. Nella dedica di questa autobiografia si legge: “Questo libro è dedicato alla memoria di Sao Kya Seng, principe di Hsipaw”. Inge continua ancora oggi a cercare la verità sulla morte di Sao e ogni anno scrive al governo birmano perché ammetta di essere coinvolto nella sparizione del principe di Hsipaw. Ogni anno non riceve risposta ma non si è ancora data per vinta e leggendo Il tramonto birmano è chiara la motivazione di questa strenua resistenza: l’amore vero non conosce resa. Thusandi e Sao hanno vissuto una storia d’amore intensa e autentica, una relazione le cui fondamenta erano costituite da fiducia, rispetto e ascolto, oltre che da attrazione, passione e affetto.

Attraverso quest’autobiografia Inge Sargent racconta la sua scoperta dei colori, degli odori e dei sapori di un Paese tanto lontano e diverso dall’Occidente e mediante una narrazione in terza persona si pone sullo stesso livello del lettore, come lei occidentale e ignorante di tradizioni e costumi comunemente definiti “esotici”. Mano nella mano con chi legge, Inge per la prima volta gusta i migliori piatti shan, si avvicina al buddismo e alla meditazione, si diverte alla Festa dell’acqua, conosce da vicino leopardi e cobra; l’autrice ha però vissuto realmente ogni attimo descritto e ogni sensazione, dalla più piacevole a quella più dolorosa.

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Elisa Talentino impreziosisce l’edizione italiana attraverso bellissime tavole dal segno minimalista, illustrazioni di grande effetto che rendono con successo paesaggi e atmosfere birmane: decisamente un tocco in più alla grafica del libro.

Leggendo queste pagine così importanti per la storia birmana e per la diffusione della democrazia, conoscendo così da vicino la vita che Sao e Inge hanno vissuto insieme, è impossibile non lasciare una parte di sé a Hsipaw. 

Inge Eberhard Sargent nasce in Austria nel 1932. Negli anni Cinquanta grazie ad una borsa di studio si reca negli Stati Uniti dove conosce e sposa Sao Kya Seng senza sapere che è un principe regnante. La coppia si trasferisce a Hsipaw, capitale dell’omonimo Stato Shan in Birmania e ha due figlie. Nel 1962 il giorno del colpo di stato Sao viene fatto prigioniero e Inge perde completamente sue notizie. Due anni dopo lascia la Birmania e si trasferisce con le figlie negli Stati Uniti. Qui nel 1968 sposa Howard Sargent con il quale nel 1999 fonda un’organizzazione di soccorso per i profughi birmani, Burma Lifeline. L’anno successivo riceve il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Source: libro comprato dal recensore.

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: La ragazza di stelle e inchiostro di Kiran Millwood Hargrave (Mondadori, 2018) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2018

978885208499HIG-628x965Crescere vuol dire confrontarsi con l’ignoto, un qualcosa che la narrativa per ragazzi ha spesso raccontato, in maniera più o meno riuscita, anche spesso per quello che riguarda le ragazze, l’altra metà del cielo, alle quali da un certo punto in poi sono state dedicate le storie forse più riuscite, con toni più realistici o fantastici.
La ragazza di stelle e inchiostro è ambientata in quelle che sembrano le isole Canarie viste in una prospettiva fantastica, con toni presi dalle fiabe dark alla Grimm, e racconta un mondo che ha paura di misurarsi con quello che c’è oltre la foresta e con chi abita i Territori dimenticati, in un ricordo abbastanza evidente di quando anche nel mondo reale c’erano luoghi che non si conoscevano.
Isabella è la figlia del cartografo che ha mappato la misteriosa isola di Joya fin dove lo spietato governatore Adori permette di andare e sogna da sempre di disegnare in una cartina la risposta a queste domande. Un giorno Lupe, sua migliore amica nonché figlia di Adori, scompare nei territori dimenticati e allora Isabella decide di guidare la spedizione di ricerca, anche perché sa che non può essere morta. Le mappe della sua famiglia la guidano attraverso villaggi deserti, lande desolate, foreste oscure, fiumi prosciugati, facendole incontrare nuove forme di vita, mentre dall’alto le stelle la accompagnano.
Ma mentre la ricerca continua, appare il vero pericolo: nelle viscere bollenti delle profondità della terra si sta svegliando Yote, un demone del fuoco e i pericoli diventeranno man mano sempre più grandi.
La ragazza di stelle e inchiostro presenta alcune ottime idee di partenza, in un universo non particolarmente ben delineato ma affascinante, confrontandosi con il potere dei miti, con la voglia di conoscere l’ignoto e di ampliare i propri orizzonti e le proprie conoscenze. Il problema è che a tratti il libro sembra essere troppo sbrigativo, e se gli aspetti dark e cupi sono indubbiamente interessanti e ci stanno in una storia che si vuole rifare anche alle fiabe meno politically correct, la storia in generale soffre di un po’ di approssimazione, e il tema della ricerca di qualcosa o di qualcuno che si è perso non funziona come dovrebbe. Alla fine ci sono tanti fatti in non molte pagine, per una storia che avrebbe meritato un altro spessore e uno svolgimento più ampio.
Un libro non privo di interesse ma a tratti un’occasione non sprecata ma che sarebbe dovuta essere stata sfruttata meglio.

Provenienza: libro del recensore.

Kiran Millwood Hargrave è nata a Londra nel 1990 e ha studiato a Cambridge e Oxford. Ha scritto la sua prima raccolta di poesie a vent’anni, con cui ha vinto numerosi premi. Le ricerche per i suoi libri l’hanno portata in giro per il mondo, dal Canada incontaminato alle montagne del Giappone. Vive vicino al fiume, a Oxford, insieme a suo marito e a un gatto di nome Luna. La ragazza di stelle e inchiostro è il suo primo volume.

:: Il pranzo della domenica, di Paolo Panzacchi (Laurana editore 2018) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2018

imagesBologna, 2016. L’azienda della famiglia Arienti sta decadendo, dopo anni di solidità. Il Cavaliere Giovanni, che ne è a capo, ha le mani legate e cerca con disperazione di giocarsi tutto. Non può e non vuole perdere ciò che ha costruito con impegno. Sara così?
La storia della sua famiglia è aggrappata alla tristezza e al dolore, al tradimento e a torbidi segreti. Al di là dell’amicizia e dell’amore ci sono affari da concludere o denaro da buttare dalla finestra. Prevalgono l’egoismo e il protagonismo.
Il pranzo della domenica ha le sfumature del noir all’interno di una trama adrenalinica. I personaggi creati dall’autore rincorrono il tempo che sfugge, sperando di lasciarsi alle spalle qualcosa di terribile. Scappano dal rancore e dall’odio, fiduciosi in una risoluzione. Vengono spiati e controllati a vista, senza esserne consapevoli.
Sono pedine in un gioco di orrore senza limite. Rimangono soli davanti all’inevitabile.
Sullo sfondo il terrorismo e il traffico di armi fra Iraq, Siria e Giordania. La corruzione, ad alti livelli.
Paolo Panzacchi ci racconta della privazione, che buca il cuore. Della paura, quando si guarda in faccia la morte. Del ricatto, ad ogni costo.
Perché in piedi, deve rimanere solo una persona. A torto o a ragione.
Buona lettura.

Fonte: omaggio dell’autore al recensore.