Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il libraio di Gaza, Rachid Benzine, (Corbaccio 2025) A cura di Viviana Filippini

11 Maggio 2026

Ne “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine, edito da Corbaccio, (traduzione di Lucia Corradini Caspani) Julien Desmanges è un fotografo francese a Gaza e lì sta cercando l’immagine ad affetto da fermare in uno scatto fotografico per pubblicarla. Un’immagine significativa di una realtà perennemente sotto assedio. Il fotografo aggirandosi nel labirinto delle vie di Gaza, la trova quando vede un uomo seduto davanti alla sua bottega. Un libraio circondato da pile di libri più o meno nuovi,  seduto in attesa che qualcuno passi per un saluto o per un libro. Julien chiede di poter fare una foto e Nabil, che accetta, ma prima vuole raccontare la sua storia a Julien, da subito pronto ad ascoltare.  Parola dopo parola, incontro dopo incontro, l’inviato fotografo entrerà nella vita di un uomo che, nel presente, dispensa cultura al prossimo ma che, nel suo passato, ha vissuto e affrontato prove dolorose. Ascoltando le parole di Nabil si ha la sensazione di essere nel libro della sua vita.  Un racconto fatto di gioie, ma anche di tanti dolori e difficoltà sa superare. Il lettore è posto nella stessa posizione di Julien ed è come se fosse accanto a lui ad ascoltare Nabil che narra la sua storia alternandola a suggerimenti letterari che spaziano da Racine, a Shakesperare a Primo Levi, passando per Murid Al-Barghuti e tanti altri autori. Nabil narra la sua nascita sotto le bombe nella notte tra il 31 dicembre del 1947 e l’1 gennaio 1948. Una venuta al mondo miracolosa, visto che la madre era stata ferita da una bomba. Non solo, perché Nabil è figlio di una musulmana e di un cristiano, una convivenza tra religioni differenti segnata da episodi dove si alternano suore e Imam. Non solo, perché Nabil affronterà tante difficoltà. Tra di esse ricordiamo l’abbandono della propria terra, la partenza del fratello Moussa, la vita nei campi dei profughi di Gaza dove conoscerà la moglie,  il teatro, il matrimonio, la nascita di un figlio e le continue tensioni tra le parti con la guerra dei sei giorni nel 1967, l’Intifada degli anni ’90, la prigione. Eventi che lasceranno segni evidenti in Nabil e nel suo  animo.  “Il libraio di Gaza” è la storia del racconto di una vita di un singolo uomo, Nabil, che tanto ha affrontato e vissuto e che vede in ogni pagina letta un appiglio alla salvezza. Allo stesso tempo, “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine è anche la storia di un  popolo e  del suo vivere, sopravvivere e convivere con quella sensazione di perenne precarietà che lo attanaglia.

Rachid Benzine, nato in Marocco, è professore, islamista e ricercatore presso il Fonds Ricoeur. Figura di spicco dell’islamismo liberale aperto al dialogo con il cristianesimo, è autore di numerosi testi fra cui, tradotti in italiano, “I nuovi pensatori dell’Islam”, “Lettere a Nour”, “Il Corano spiegato ai giovani” e “Canto d’amore a mia madre” (pubblicato da Corbaccio).  (fonte biografica sito Corbaccio)

:: Cacciatori di donne di Mickey Spillane (Time Crime 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 Maggio 2026

Il settimo capitolo della saga firmata da Mickey Spillane, Cacciatori di donne, segna un ritorno tanto atteso quanto destabilizzante: quello di Mike Hammer, detective iconico, diventato praticamente irriconoscibile rispetto al passato. Non è più  l’uomo duro e implacabile, in grado di affrontare il crimine con passo sicuro; è una figura crepata, consumata da sette anni di alcol, di rimorsi e di silenzi. La scomparsa di Velda, compagna di lavoro e centrale presenza nella sua vita, ha pesato come una colpa mai elaborata, trasformando l’investigatore in un relitto umano che vaga trascinandosi ai margini del mondo.
L’incipit è potente e pesantemente metaforico: Hammer viene trovato ubriaco in un fosso, immagine che rende con immediata crudezza la sua caduta. Da là prenderà il via una lenta risalita, innescata da un inatteso dettaglio: un nome appena sussurrato da un morente, un indizio che riapre la sua  ferita mai cicatrizzata. Velda potrebbe essere viva. È solo questa possibilità, fragile e incendiaria, a rimettere in moto l’uomo prima ancora del detective, riaccendendo una volontà che sembrava definitivamente spenta.
L’indagine si svilupperà seguendo una traiettoria che mischia noir classico e tensioni da Guerra Fredda. Omicidi eccellenti, un senatore, un agente federale, si intrecceranno con traffici oscuri e vecchie storie che affondano le radici nel passato. Al centro di questo complesso labirinto si staglia una figura quasi mitologica, il “Drago”, killer sovietico che incarna una minaccia tanto concreta quanto simbolica. Spillane amplia il suo orizzonte narrativo, portando Hammer oltre i soliti confini, senza tuttavia tradire l’anima hard-boiled della serie.
L’ambientazione si sviluppa  tra soffocanti interni, strade percorse da una latente violenza e angoscianti atmosfere, dove ogni incontro potrebbe trasformarsi in un agguato. Non c’è spazio per la fiducia: ogni personaggio sembra voler nascondere qualcosa, ogni verità appare provvisoria. In questo scenario si inserisce la presenza di una donna enigmatica, incarnazione della classica femme fatale, figura ambigua e magnetica, capace di orientare e al tempo stesso confondere il percorso del protagonista.
Ma è soprattutto sul piano dei personaggi che il romanzo mostra la sua forza. Hammer domina la scena con una voce che resta incisiva, pur lasciando emergere crepe profonde. Ha perso parte della sua sicurezza, ha smesso di considerarsi invincibile, e per lui  la violenza, pur restando un linguaggio familiare, non possiede più il fascino di un tempo. Ogni suo gesto pare gravato da un nuovo peso, ogni scelta porta con sé il rischio di una resa definitiva. Il rapporto con Velda si carica di una diversa tensione, più dolorosa, più autentica, mentre quello con Pat Chambers si incrina, riflettendo un’amicizia ormai logorata dalle circostanze.
La trama procede con ritmo serrato, quasi implacabile. Gli eventi si susseguono senza tregua, trascinando il lettore in una spirale fatta di scontri, rivelazioni e continui rovesciamenti. A tratti l’intreccio sfiora l’eccesso, spingendosi verso audaci soluzioni, talvolta al limite della credibilità. Eppure è proprio la sua dimensione sopra le righe a conferire al romanzo un’energia particolare, una sorta di brutale vitalità che si avvicina al grottesco e, in alcuni passaggi, richiama la velocità visiva del fumetto.
Lo stile di Spillane resta fedele alla sua natura: asciutto, diretto, privo di concessioni. Le frasi colpiscono come pugni, i dialoghi esplodono come colpi di pistola. Tuttavia, tra una scena d’azione e l’altra, si aprono imprevisti squarci di introspezione, momenti in cui emerge una malinconia profonda, capace di dare spessore umano a una narrazione altrimenti dominata dalla violenza.
Cacciatori di donne non è soltanto un ritorno, ma una trasformazione. Spillane sceglie di non ripetersi, di mettere in discussione il proprio protagonista, mostrando cosa resta dopo anni di perdita e autodistruzione. Il risultato è un noir che conserva gli elementi classici della serie, ma li rielabora in chiave più cupa e disillusa.
Il finale, intenso e coerente, chiude il cerchio senza offrire facili consolazioni. Resta la sensazione di aver attraversato una storia a tratti spietata, in cui la ricerca della verità coincide con un confronto inevitabile con se stessi. È un romanzo che parla di ossessione, di redenzione e di identità perduta, restituendo l’immagine di un uomo disposto a combattere fino all’ultima pallottola, anche quando tutto sembra già perduto.

Frank Michael Morrison Spillane (1918-2006), nato a Brooklyn, ha iniziato a scrivere mentre era al liceo. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare e divenne pilota di caccia e istruttore. È stato sposato tre volte, la terza con Jane Rodgers Johnson, e ha avuto quattro figli e due figliastri. Ha scritto il suo primo romanzo, Ti ucciderò (1947), con l’obiettivo di raccogliere i soldi per comprare una casa per sé e per la prima moglie. Il romanzo ha venduto sei milioni e mezzo di copie solo negli Stati Uniti e ha introdotto il personaggio più famoso di Spillane, l’investigatore privato Mike Hammer. Per la collana Piccola Biblioteca del Crimine sono usciti Ti ucciderò, Una ragazza e una pistola – secondo capitolo della serie Mike Hammer da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert Bray –, La vendetta è mia, Tragica notte, Il colpo gobbo, Bacio mortale e ora il settimo volume, Cacciatori di donne.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: Generose anime di eroi di Gianni Riotta (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

1 Maggio 2026

Il titolo rimanda a eroi ancestrali, le loro anime appuntite con la selce del loro sudore di sapiens. Poi Ulisse scoprì l’inganno, e tutti lo seguirono per accecare i propri Polifemi, disseminati nei campi dell’odio di classe, di razza, di genere, nel veleno col quale si annacqua la famiglia cristiana. Il libro parla di indagini (ispettore  Dallera e detective Ernst), morti tatuati, gladiatori, streghe idolatrate (shadowMum): << Il vuoto dentro di noi è peggiore della paura intorno a noi, ecco la verità che non vogliamo ascoltare>>… Ricorda San Paolo: il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina arriverà quando le persone, per “prurito di udire” (cioè per capriccio o desiderio di novità), rifiuteranno la verità per seguire maestri che assecondano i loro desideri.

Poi ci sono Acheng, innamorato e vergine, e Meredith De Lattre, spia per azzeramento sentimentale. Il padre, troppo duro, è ambasciatore chiave nelle episodi del plot, forse per sopperire alla mancanza di una figura di spicco nella vicenda di una giovane donna sola ma non solitaria. Le fanno compagnia i sogni e molto lavoro rischioso, quel tanto che basta per scansare rimpianti, e dolore per la separazione dal marito infedele. Il romanzo segue un percorso pittorico, mi ricorda un dipinto con horror vacui  dove tutto è riempito fino all’ultimo spazio vuoto della tela. Potrei intitolare questo articolo: 

“L’ultima stagione del giorno”, perché questo thriller ispira pensieri odierni e apocalittici.

E’ tutto un pullulare di  mondi sotterranei, senza connotati geografici permanenti.Un libro che parla di una ricerca disperata, di un desiderio di Redenzione, spinto fino alla maniacalità delle intercalazioni. Intessuto di ispirazioni bibliche, citazioni filosofiche, letterarie, di informatica, di cyber-society. Sembra ispirarsi, in alcuni frangenti, al salmista:  

<<Lo stolto pensa:”Dio non c’è”.

Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. …

Sono tutti traviati….>>

E poi : “Per essi non c’è conversione e non temono Dio. Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici, ha violato la sua alleanza. Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”.

Le pagine sono fitte di azioni e combinazioni; una di queste scene, con Acheng,  Meredith e altri personaggi, mi ha fatto pensare al cartone animato Scooby-Doo, laddove quattro  ragazzi e il loro cane alano girano il mondo in un furgone  chiamato  “Mystery Machine” per risolvere misteri che solitamente comprendono storie di fantasmi e altre entità soprannaturali. Al termine di ciascun episodio si scopre che queste forze hanno una spiegazione razionale e in genere si tratta di malintenzionati che cercano di spaventare e allontanare la gente per commettere crimini indisturbati. Nel thriller, i malintenzionati non solo spaventano ma minacciano, pervertono e uccidono.

Fanno da sfondo i punti caldi del pianeta, quelli dove la guerra attraversa le rotaie della realtà per scomparire dietro la tenda dell’incomprensibile. C’è persino la Roma felliniana di vicoli, ristoranti, amanti, cicisbei..e figure subdole che cercano di emergere dalla nullità ingolfandosi nel bitume del raschiamento sociale.

 La prima presidente donna deve  vedersela con il caso di cadaveri, per lo più  giovani uomini, spesso con segni di torture, abbandonati intorno ad ambasciate e altre sedi istituzionali, perfetto caso di guerra ibrida digitale.

Siamo passati così dallo “Stato minimo” (vedi l’economista del secolo scorso Friedrich August von Hayek), allo “Stato minato” del globo attuale.

-<<Meredith, sai cosa accadrebbe in America se terroristi, o mercenari di una potenza estera, si impadronissero di un ordigno nucleare o rapissero la presidente?>>.

-<<Paura, papà, città evacuate, forze armate mobilitate, voli interrotti, web censurato da NSA, Congresso e Corte Suprema nei bunker clandestini, magari Yukka, in Nevada, dove un tempo nascondevano le scorie radioattive.>>

<<No, Meredith. Dopo più di duecento anni,dal 1776, per imperfetta che sia stata, finirebbe la nostra democrazia.>>

Il primo presidente donna nel romanzo però ha una doppia croce .. la figlia rapita e la paura per la Nazione.

Aggiungerei una terza croce per lei, la figlia Aisley,  First Daughter della prima presidente donna, ha rapporti intimi con il suo ragazzo non fisso, anche se poi,  i rapitori che la tengono in ostaggio affermano che la ragazza è vergine e che la stupreranno se la madre non farà ciò che essi desiderano. Qui si aprirebbe un capitolo a parte sul tema della verginità. La perdita di fede nelle famiglie, la non fiducia nella religione cattolica cristiana, ha fatto sprofondare ai minimi termini i precetti del Signore camuffandoli per cose vecchie, datate, non più proponibili. Vediamo questa fiumana di fanciulli che come nel sogno di San Giovanni Bosco sventolano fieri il proprio fazzoletto:

<<Io pure mi avvicinai – dice Don Bosco –  a quella Signora e udii che, nell’atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: – Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l’avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra>>. Il fazzoletto della Santa Vergine Maria è la Purezza; molti si staranno contorcendo, ma forse uccidiamo i bambini con gli aborti perché non siamo più capaci di sostenerla o riconoscerla. E con questo vi auguro un lieto mese della nostra Mamma del Cielo.

:: Finché durerà la terra di Giovanni Grasso (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 aprile 2026

Finché durerà la terra di Giovanni Grasso è uno di quei romanzi capaci di muoversi su più registri senza mai perdere compattezza narrativa: thriller psicologico, noir religioso, romanzo di formazione e, contemporaneamente, riflessione amara e lucidissima sul rapporto fra fede, dubbio e potere. È un libro che intriga dalle prime pagine, ma la sua forza più autentica sta nella capacità di andare oltre la semplice trama, conducendo il lettore in una zona grigia dove il sacro si mescola all’umano, la spiritualità si contamina con l’ambizione e inevitabilmente la ricerca della verità diventa anche un confronto con le proprie debolezze.
Fulcro  della storia è Noè Simenoni, personaggio indovinato e profondamente umano, forse l’elemento più affascinante dell’intero romanzo. Ex seminarista, uomo colto, ironico, autoanalitico fino quasi all’autolesionismo, Noè regge sulle spalle il peso di un’esistenza rimasta sospesa. Non è un uomo che ha fallito: è qualcuno che non ha mai davvero trovato il suo posto nel mondo. Vive ai margini di una quotidianità fatta di piccoli lavori, preoccupazioni economiche e responsabilità familiari, accanto alla sorella minore Valeria, inquieta e dolorosamente segnata dalla vita, e a sua figlia Greta, nipotina gravemente malata, alla quale è legato da un amore struggente con il sapore di una mancata paternità. Noè non è un eroe: è impacciato, spesso ingenuo, incapace di muoversi con disinvoltura nel presente, quasi refrattario alla modernità. Eppure proprio questa sua imperfezione lo rende più vero.
Quando il Vaticano lo convoca per affidargli una delicata missione, la sua vita subisce come una frattura. L’incarico, rischioso ma ben retribuito, sarebbe per lui non solo una specie di riscatto economico, ma anche il poter finalmente dare un senso alla propria esistenza. Da qui il romanzo assume i contorni del thriller, senza tuttavia mai rinunciare alla profondità psicologica.
L’infiltrazione nella misteriosa comunità umbra guidata da due veggenti è costruita con abilità narrativa. Giovanni Grasso non si limita a raccontare una setta religiosa o un sistema di manipolazione collettiva: mette in scena un microcosmo dove convivono misticismo, suggestione, fanatismo, interessi economici e pulsioni di potere. La comunità ruota attorno alla profezia di un nuovo Diluvio universale, simbolo potentissimo che richiama inevitabilmente la figura biblica di Noè e crea un raffinato gioco di rimandi tra il titolo e il nome del protagonista.
In questo ambiguo universo, la fede smette di essere meditazione interiore per trasformarsi in strumento di controllo. Ed è qui che il romanzo trova la sua dimensione più inquietante. Grasso mette a nudo il cortocircuito tra autentica religiosità e uso spregiudicato del sacro come fonte di arricchimento e dominio. Ma il lettore, che viene immerso gradualmente in un’atmosfera densa di mistero, sospetto e tensione morale, non riceve risposte immediate. La narrazione infatti procede con colpi di scena ben calibrati che, evitando  sensazionalismo, servono  ad approfondire il conflitto interiore di Noè.
Il cuore del romanzo, infatti, non è soltanto l’indagine sulla comunità religiosa, ma il percorso di coscienza del protagonista. Fingere, mentire, scendere a compromessi: ogni passo compiuto da Noè all’interno della missione lo costringerà a misurarsi con la propria etica. La verità che cerca all’esterno finisce per riflettersi dentro di lui, obbligandolo a interrogarsi su cosa significhi davvero credere.
In questo senso, Finché durerà la terra è anche un romanzo sul dubbio. Grasso non offre certezze consolatorie; al contrario, suggerisce con intelligenza che il dubbio non è il contrario della fede, ma una sua essenziale componente. Credere non significa aderire ciecamente, bensì attraversare le ombre, riconoscere la possibilità dell’inganno, distinguere il sacro dalla sua contraffazione.
Ben  riuscito anche il tono del romanzo che  alterna tensione e ironia. Noè, con il suo disincanto e la sua goffaggine, introduce attimi di leggerezza che non spezzando la suspense, la rendono più efficace. Vena tragi-ironica che valorizza il testo e gli impedisce di diventare troppo cupo o e solenne.
Lo stile di Grasso si conferma elegante, colto, ricco di riferimenti biblici, antropologici e culturali,. Particolarmente riuscita è la sua capacità di far convivere il noir contemporaneo con una meditazione spirituale che tocca temi universali: il male, la manipolazione, la fragilità umana, il bisogno di speranza.
E proprio la speranza, evocata dal titolo e dal richiamo al patto biblico dopo il Diluvio, resta come eco al termine della lettura. Quel “finché durerà la terra” diventa promessa, ma anche interrogativo. Quanto può durare la fiducia nell’uomo? Quanto resiste la fede quando viene contaminata dal potere?
Un libro avvincente che si legge soprattutto con la sensazione, anche chiusa l’ultima pagina, di avere ancora materia su cui riflettere. E forse è questo il suo maggiore merito: non limitarsi a raccontare una storia, ma aprire uno spazio di meditazione sul nostro tempo, sui suoi inganni e sulla necessità, oggi più che mai, di continuare a credere senza smettere di dubitare.

Giovanni Grasso (Roma, 14 ottobre 1962) è un giornalista, scrittore e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal febbraio 2015. Dopo la pubblicazione di diversi saggi di storia contemporanea (la biografia di Scalfaro e di Piersanti Mattarella, i Carteggi Sturzo-Fratelli Rosselli e Sturzo-Salvemini) la sua scrittura si è concentrata su opere letterarie. I romanzi e i testi teatrali scandagliano, a cavallo tra storia e creazione, i sentimenti umani di fronte alle pagine più buie del Novecento: dalla persecuzione razziale in Germania (“Il caso Kaufmann”), all’impegno degli esuli antifascisti all’estero (“Fuoriusciti”, dedicato all’incontro-scontro tra Sturzo e Salvemini; “Icaro, il volo su Roma”, che racconta la storica impresa di Lauro de Bosis) , agli orrori della Grande Guerra (“Il segreto del tenente Giardina”).

:: Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans (Prehistorica Editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2026

Marthe, storia di una prostituta (Marthe, histoire d’une fille) è il breve romanzo di esordio di Joris-Karl Huysmans, pubblicato in Belgio nell’ ottobre del 1876 per motivi di censura, dato gli argomenti trattati, (per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti), e riproposto quest’anno in italiano da Prehistorica Editore con la traduzione di Filippo D’Angelo (che firma anche la preziosa postfazione) nella collana Ombre Lunghe dedicata alla grande narrativa.

La storia di Marthe, ispirata a una relazione che Huysmans ebbe con un’attricetta del teatro Bobino, si colloca nel filone naturalistico, alla scuola di Zola per intenderci, ma già presenta crepe e increspature che l’avvicineranno al decadentismo, impreziosendo la sua scrittura di dettagli sontuosi anche quando descrive ambienti disagiati sporcati dal vizio e dalla corruzione.

Marthe è una ragazza povera, orfana, ha perso i genitori molto presto, e si guadagna da vivere come operaia in una fabbrica di perle false nella Parigi di fine Ottocento. La vita è dura, l’ambiente malsano, e la sua grande bellezza mal si adatta a una vita di stenti e di fatiche, cerca una vita diversa e non ha molte alternative, c’è l’arte il teatro, e la prostituzione tra la strada e le case di tolleranza che fioriscono a Parigi nei quartieri più disagiati.

Huysmans racconta la sua storia senza giudizi morali, il suo lento decomporsi e graduale e crudele. Forse nella relazione con Leo potrebbe intravedere un futuro di onestà borghese ma anche questa relazione si decompone specie quando Leo viene a conoscere il suo passato, che gli aveva tenuto nascosto.

Marthe, storia di una prostituta è interessante perché sebbene non abbia il respiro dei suoi grandi capolavori successivi permette di osservare in filigrana molte delle tensioni estetiche e morali che attraverseranno tutta la sua opera. Il destino di Marthe sembra segnato, più che frutto di una sua colpa morale sembra crescere in un contesto di degrado sociale e personale, che nasce come il risultato di una lenta erosione fatta di contingenze, fragilità e determinismi ambientali.

Tuttavia, ciò che distingue Marthe da altri testi coevi è lo sguardo dello scrittore, meno scientifico e più partecipe, quasi febbrile. Huysmans non si limita a “documentare” la realtà: la sua prosa è carica di una tensione sensoriale e di un gusto per il dettaglio che sfiora talvolta il compiacimento. Le descrizioni degli ambienti — teatri, camere misere, strade — non sono semplici sfondi, ma diventano proiezioni dello stato interiore della protagonista. Si intravede qui quella sensibilità decadente che porterà l’autore, negli anni successivi, verso esiti ben più radicali.

Non c’è redenzione o punizione, l’inevitabilità del suo destino è tragica e nello stesso tempo commovente, Huysmans pur non dandolo a vedere porta il lettore a provare simpatia, se non compassione per Marthe più che repulsione, rendendola a tutti gli effetti protagonista ed eroina del romanzo pur coi suoi difetti, le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi tradimenti. E questo accresce di fascino un’opera per certi versi anche scarna e scevra di eccessivi sentimentalismi.   Il rifiuto netto di una conclusione moralizzante (fatto salvo l’esergo, che riprende l’ultimo capitolo, anche forse per motivi di censura) rende poi il romanzo ancora oggi disturbante e, per certi versi, moderno. Il lettore non è guidato verso un giudizio, una condanna, ma è costretto a confrontarsi con una realtà priva di consolazioni. E in questa modernità, che prescinde il contesto storico, sta tutta la grandezza di questo autore che saprà sorprenderci con opere ancora più radicali successivamente nella sua maturità, per poi convertirsi al cattolicesimo e passare gli ultimi suoi anni nei monasteri.

Huysmans nacque a Parigi nel 1848 da una famiglia di origine olandese, ed è per richiamare queste sue origini nordiche che germanizzò il suo nome George-Charles in Joris-Karl. Frequentò studi piuttosto irregolari e per vivere divenne funzionario del Ministero degli Interni, mentre il suo amore per la Letteratura lo indusse a scrivere fin dal 1876 romanzi di impronta Naturalista. Nel 1880 entrò a far parte dell’esclusivo Gruppo di Medan, a cui faceva da capo Zola che lo considerava il suo allievo prediletto. Nel corso di pochi anni si sentì attratto dagli atteggiamenti estetizzanti dei simbolisti (fu amico di Mallarmé) che finì per codificare nel romanzo Controcorrente del 1884, prima di attraversare una profonda crisi mistica e abbracciare la religione cattolica, fino alla morte sopraggiunta nel 1907 (Parigi).

Nato a Genova nel 1973, Filippo D’Angelo ha insegnato letteratura francese nelle Università di Limoges, Grenoble e Parigi 3. Oltre a traduzioni di autori francesi classici e contemporanei, ha pubblicato il romanzo La fine dell’altro mondo (Minimum fax, 2012) e La città del tempo (Nottetempo, 2024).

:: Maciste in giardino, Guido Quarzo (Ancora,2026) A cura di Viviana Filippini

26 aprile 2026

Nico, il protagonista di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, edito da Ancora per la collana Ancorawow, ha un problema. Un problema bello grosso tra l’altro. Ossia un enorme talpa che si nasconde nel giardino di casa sua. Un animale che il padre di Nico, viste le dimensioni, ha soprannominato Maciste. Maciste è sì la talpa che scava gallerie, ma è anche un personaggio immaginario creato da Gabriele D’annunzio per il film “Cabiria” del 1914/15, del regista Giovanni Pastrone. Ad interpretarlo in quel periodo fu Bartolomeo Pagano, poi, la figura ispirata alla mitologia greca, con quell’individuo di grande forza e potenza, rimase così nella mente da diventare protagonista di tanti film, e non solo negli anni Venti, ma anche tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nel libro di Quarzo, il Maciste in questione è raccontato al lettore dal protagonista Nico. Oltre ad essere la talpa di enormi dimensioni, è Gino Bandiera. Il Bandiera è l’omone che irrompe nella narrazione, cieco come un talpa, che passerà ore e ore nel giardino di Nico per stanare la l’animale poco vedente come lui e tutto intento a scavare per i fatti suoi. Il libro di Quarzo è una storia simpatica, avventurosa, dove alla base c’è il voler raccontare l’amicizia tra un bambino (Nico) e un adulto un po’ burbero e silenzioso (Gino Bandiera). Quello che colpisce della trama, non è solo la caccia alla talpa, ma il rapporto che si crea tra Nico e Gino, il quale, nonostante ammetta di avere un rapporto complicato con i bambini e di non riuscire a parlare loro, alla fine diventerà amico di Nico. Un legame che farà emergere la vita di Gino, i suoi lavori (al circo e come pugile), la gioia e anche le difficoltà di un uomo che ha avuto un’esistenza davvero avventurosa. In Gino Bandiera ritornano anche alla mente le figure dei grandi pugili italiani del passato (anche se lui ha vinto molto meno), come Primo Carnera, ma anche i tanti Maciste super eroi forzuti e di grande bontà comparsi al cinema. Il tutto in una trama dove non mancano i colpi di scena e l’ironia e che fa di “Maciste in giardino” di Guido Quarzo, un libro per celebrare l’amicizia tra generazioni diverse e distanti anni tra di loro. Per lettori dagli 8 anni  in su.

Guido Quarzo è molto amato da insegnanti e ragazzi e molto attivo negli incontri di lettura presso scuole e biblioteche. Con questo romanzo l’autore è stato finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017. (Fonte sito Ancora ed.)

Source: Ufficio Stampa Ancora.

:: Cracovia di Roberto M. Polce (Morellini editore, 2026) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2026

Antica capitale polacca, Cracovia è al centro della nuova guida turistica edita da Morellini editore e curata da Roberto M. Polce, esperto di cultura e storia polacca. Inserita nella collana LowCost, è una guida molto compatta, sta comodamente in una tasca di uno zaino, e offre al suo interno itinerari ricchi di fascino per un turismo colto e responsabile, oltre a numerosi consigli su monumenti, musei, percorsi di shopping e ristoranti e da non tralasciare i ricchi contenuti extra digitali. La guida racchiude tutti i segreti della città vecchia, tutelata dall’UNESCO, e dominata dal castello del Wawel, e dell’antico quartiere ebraico di Kazimierz. Notevole per il suo pregiato tessuto architectonico, uscito indenne, al contrario di molte altre città polacche, dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, Cracovia è una città che sa farsi amare oltre per i suoi tesori storici, per il suo spirito giovane, e la sua vivace vita notturna ricca di divertimenti e svaghi che attira sia turisti mordi e fuggi, che turisti più esigenti. Folcrore, cultura, storia, ottimo cibo danno al turista un’esperienza unica in una delle città più belle dell’Europa centrale, a misura anche di bambino, nella guida infatti ci sono indicati percorsi anche per i più piccoli, oltre a una sezione dedicata alle gite fuori città con indirizzi di alberghi, ristoranti, negozi, per chi può fare una vacanza più lunga. L’ultima sezione racchiude le informazioni utili, con un paragrafo dedicato anche ai viaggiatori disabili. Per accedere ai contenuti multimediali è sufficiente utilizzare il QR code o la URL contenuta nelle pagine finali della guida.

Roberto M. Polce, fotografo, giornalista, traduttore, autore di diverse guide di viaggio, soprattutto sulla Polonia (fra cui il fortunato Polonia. Usi, costumi e tradizioni pubblicato presso Morellini e giunto alla terza edizione) e le città polacche (Cracovia, Łódź, Danzica, Varsavia), dal 2007 al 2011 è stato condirettore e photoeditor della rivista fotografica di viaggi “Vie dell’Est”. Dal 2011 vive a Danzica, dove lavora nel settore turistico. Nel 2012 è stato insignito della medaglia di Benemerito della Repubblica Polacca “per la sua attività volta a rafforzare l’immagine della Polonia in campo internazionale”.

:: “La riparazione cristiana” di Elena Golia (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano

16 aprile 2026

Sulla Croce di Gesù

c’è tanto spazio ancora!

Ognuno di noi vi salga

ad occupare il posto suo

 in spirito di amore e di riparazione!

“Dio non si stanca di perdonare e voi non dovete mai stancarvi di chiedere perdono”, ha affermato Papa Francesco. Ma per chiedere il perdono occorre avere il senso del peccato… che molti non hanno! Noi ci salveremo quando avremo compreso che il Bene Spirituale è superiore a quel bene materiale, che ci è dato vivere fino a quando rimarremo su questa terra. E’ desolante, pertanto, gettare lo sguardo sui costumi morali dell’attuale società, constatando che il male derivante dal nostro peccato, è esaltato come modello di vita da seguire, mentre la virtù, che normalmente eleva e nobilita l’essere umano, è considerata come un orpello da cui liberarsi, un peso del quale  il “farsi carico” è fuori tempo e fuori luogo. La soluzione ad una simile decadenza consiste nel prenderne coscienza e correre alla riparazione del male fatto. A tal fine, Dio accetta anche l’intercessione di quelle anime sante che si adoperano a riparare non solo peccati personali, ma anche queli altrui. Dio è sommo Bene e Bontà infinita ma, essendo anche somma Giustizia, dovrà ricevere l’offerta della nostra riparazione.

Dal libretto di don Giuseppe Tomaselli, si legge:

Riparazione- Gesù afferma: “Ogni strappo che si fa alla Divina Giustizia si deve riparare.Ciò che si toglie all’amore divino, si dia raddoppiato e possibilmente centuplicato. La mia vita fu una continua riparazione dei peccati del mondo. Però l’atto più eccellente di riparazione lo compio sulla Croce, ove io, Vittima Divina, sospeso tra cielo e terra, pagavo i grandi debiti dell’umanità.

Tu, o anima, fa’ di tutto per diventare un’anima Ostia, cioè offrimi le tue pene fisiche e morali, per riparare i peccati dell’umanità. C’è tanto da riparare… per i tuoi familiari, per la tua città, per il mondo intero!

Gesù ha sete di anime

Dal libretto Anime Ostie di don Giuseppe Tomaselli.

Le Mortificazioni- Gesù dice: ”praticando bene una sola virtù, facilmente se ne praticano tante altre. Devi dare alla tua natura il necessario, mai il superfluo, più le darai, più ti chiederà. Le piccole rinunzie a cui potrai ricorrere possono essere: parlare piano; rispondere dolcemente; sedere con compostezza;alzarsi dal letto prontamente; essere sempre sorridente, anche nel momento in cui il tuo cuore è amareggiato; superare con generosità un puntiglio; non evitare la compagnia di una persona antipatica; non accalorarsi nelle discussioni e cedere facilmente dove non c’è errore o male;leggere con un poco di ritardo una lettera desiderata; non lamentarsi dei cibi; bere con ritardo; rinunciare ad un rinfresco nei calori estivi; frenare la curiosità di sentire un fatto; privarsi di un frutto o di un dolce; evitare di lodarsi; evitare la critica diretta contro gli altri; accettare lezioni di umiltà e di carità, ringraziando umilmente. Pregare per chi ci tratta male”.

Lo scrupolo

Alcune anime pie, disposte a sacrificarsi per Gesù, potrebbero cadere nella diabolica e terribile insidia dello “scrupolo”, architettata per tarpare le anime generose, facendogli sprecare il tempo che potrebbe essere utilizzato in attività proficue.  La vita di queste anime diventa pesante ed opprimente. L’anima scrupolosa fa continui esami di coscienza, fino ad esaurire le forze fisiche e diventare quasi incapace di lavorare. E’ tentata ad abbandonare la vita spirituale, per darsi ai piacere del mondo. Fino a quando quest’anima lotta contro il peccato mortale e contro mancanze involontarie, anche piccole, prova una grande pace, conseguendo discreti risultati. Ma poi, a causa di ripetuti esami di coscienza, pensando e ripensando a cose immaginarie, la fantasia si altera molto, tanto che appare “male” anche quello che tale non è.

Don Giuseppe Tomaselli afferma che, alle persone scrupolose e tormentate dalle più terribili tentazioni, occorre fare delle domande: “Se mentre voi siete con la mente ripiena di cattivi pensieri o dubbi sulla fede, io dicessi: ‘ Volete commettere un peccato mortale? Volete andare all’Inferno?’

Se l’interrogato dovesse rispondere: ‘Ma io non vorrei mai offendere Gesù!’

Io direi:’ In tanti anni di tormento non avete mai offeso Gesù! Avrete forse commesso delle imperfezioni, mai però una colpa grave!’

Il peccato mortale si fa solo quando l’anima nella pienezza delle sue facoltà dicesse: questo è un grave male, lo so e lo voglio fare con tutto il cuore! E’ quasi impossibile che le persone delicate arrivino a questo!”.

Amare il prossimo

Gesù afferma:Anima ostia, la virtù che devi coltivare innanzitutto è la carità! Amatevi gli uni e gli altri dissi agli Apostoli, da questo sarete riconosciuti per miei discepoli. Più l’anima Ostia sarà caritatevole, meglio sarà amata da me. E ogni piccola indelicatezza verso il prossimo è una spina dolorosissima conficcata nel mio Cuore”. Colui che manifesta un piccolo interesse al prossimo, condivide con Gesù una pena. Chi procura un piccolo piacere al suo simile, toglie una spina dal cuore di gesù.

Ogni volta, poi, che ti comunichi, la prima preghiera sarà per quelli che ti hanno fatto soffrire, dicendo: ‘O Gesù, per il mio prossimo, cambia in benedizioni e gioie i dispiaceri che ho ricevuto!’.  Gesù Ostia perdona, dimentica e benedice. L’anima ostia faccia lo stesso.

Chi è L’autrice di questa amalgama di preziosi ammaestramenti?  Elena Golia, nata ad Aversa (Caserta) nel 1945, dopo gli studi giovanili si reca a San Giovanni Rotondo, presso la Casa Sollievo della Sofferenza, per compiere una singolare esperienza di fede e di assistenza agli infermi, seguendo la direzione spirituale di padre Pio da Pietrelcina. Consegue il diploma di “Infermiera Professionale”; entra in contatto con Don Dolindo Ruotolo, Servo di Dio, ed incontra provvidenzialmente il Sacerdote siciliano don Giuseppe Tomaselli che la guarisce dai postumi di una malattia. Ad Aversa si sposa con un medico-chirurgo, diventa mamma di due figlie e nonna di cinque nipoti. Nel 1981, accede alla Scuola Statale dalla quale, in età matura, si colloca in pensione quale insegnante di scuola primaria. La sua fede religiosa si profonde in una produzione letteraria costituita da vari articoli, libri di testimonianza, di riflessione religiosa, preghiere. Esporta di recente la sua stampa in Polonia.

Grazie ad una meditata ricerca letteraria, con questo libretto  – edito da Edizioni Segno –  è riuscita a disegnare un quadro preciso circa la dovuta Riparazione che gli esseri umani sono tenuti a rendere a Dio per risolvere il proprio “mal fatto”.

Come ci insegnano padre Pio da Pietrelcina, don Giuseppe Tomaselli, e molti altri santi, il nostro Creatore, Sommo Bene e continua Provvidenza, è anche Somma Giustizia. Testimone principale di questa espiazione è nostro Signore Gesù Cristo, Dio incarnato, che con il suo Estremo Sacrificio è il Sommo Riparatore nella storia di questo mondo. A tale Riparazione, tuttavia, ciascuno dovrà aggiungere “ciò che manca alla sua Passione e Morte”.

Un impegno particolare dovrà essere svolto dai governanti delle Nazioni, affinché si convertano a giusti propositi, per apportare nel mondo Giustizia, Verità, e Pace. Dai testi scolastici per bambini, al campo dell’università più facoltosa, ai gangli della comunità terrena, oggi l’uomo è sfinito da quello stesso idolo materiale che si è costruito come fantoccio da idolatrare al posto di Dio, di Gesù.

Siamo scivolati con la pancia in sù, mentre il camion della guerra ci getta nella spazzatura del tempo per ritrovarci nudi di fronte al passato e al futuro. Ritroviamo la fede, e tornerà La Terra baciata dal Sole di Nostro Signore Gesù Cristo e di Maria Santissima, Sua e nostra dolce Madre.

:: Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2026

Il silenzio di Logan di Gian Lorenzo Cosi, novella o racconto lungo più che romanzo, è un thriller finanziario contemporaneo di respiro internazionale che ci porta dall’Argentario a Zurigo e Lione, fino a Dubai. Protagonista è Logan Kernmann, Ceo e fondatore della Kernmann Investment Holding AG, conosciuta semplicemente come KIHA, una società che opera nel settore finanziario internazionale, distinguendosi per discrezione e per l’attenzione a investimenti strategici di alto profilo, con una clientela proveniente principalmente da Paesi europei, ma non solo. Clienti con grandi patrimoni da amministrare non sempre provenienti da traffici leciti: hacker, oligarchi, proprietari di siti per adulti, magnati provenienti da aree geopoliticamente sensibili, personaggi insomma da cui è sempre meglio stare in guardia.

Mentre Logan è in vacanza in Italia con la moglie Maria Elena, una telefonata alla quale non può non rispondere disturba la sua pace innescando una parabola di tensione che si aggrava di giorno in giorno. Il suo cliente più importante, Thomas Saar, gli telefona per richiedere tutti i suoi capitali investiti nella KIHA, per rinvestirli in un’altra società. Logan prende tempo, non che non lo possa fare ma significherebbe mettere mano a un complicato sistema che potrebbe mettere in seria crisi la sua azienda. E così è.

Altri investitori iniziano a richiedergli i propri capitali in un gioco di scatole cinesi sempre più pericoloso. Quando una denuncia anonima allerta Luc Delacroix, investigatore dell’Interpol specializzato in reati finanziari — frodi e riciclaggio internazionale, che a sua volta allerta Olivier Widmer, Senior Compliance Officer, la situazione sembra franare senza più ritorno. Tra una honey trap, l’incendio della sua auto, minacce e ricatti e l’attenzione dell’Interpol e della FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, Logan deve fare chiarezza prima su sé stesso per affrontare le minacce che l’assillano e tra la tentazione di fuggire e diventare un latitante e quella di restare e affrontare i problemi secondo la legge, un evento imprevisto lo spingerà ad affrontare le sue responsabilità.

Questa in breve la trama, ho cercato di delineare la storia senza fare troppi spoiler. L’autore accenna i vari meccanismi finanziari senza appesantirli con spiegazioni troppo complicate per cui è un thriller accessibile in cui la suspence è costruita più sulla maturazione psicologica del protagonista, che prende coscienza di sé e delle sue priorità, che delle trappole del mondo finanziario. C’è anche sottesa una morale, che l’avidità e i capitali acquisiti troppo velocemente presuppongono sempre traffici illeciti con i quali alla fine si deve sempre fare i conti. Per buona parte della storia ho cercato di capire dove l’autore voleva andare a parare, la suspense è ben calibrata ma ho come avuto la sensazione che il finale sospeso preannunci una continuazione.

Gian Lorenzo Cosi, scrive articoli e analisi in ambito economico. È inoltre autore di brevi saggi e romanzi di taglio finanziario. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Roma Tre, ha maturato oltre 25 anni di esperienza in aziende italiane e internazionali.     

:: Saga di Grettir il forte (Iperborea, 2026), a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2026

È arrivato in libreria uno dei capisaldi della letteratura medievale nordica inserito nel filone delle Saghe degli islandesi che ha per protagonista la figura di Grettir il forte. Le sue vicende si trovano nel libro la “Saga di Grettir il forte”, edito da Iperborea, dove vengono narrate le gesta più eroiche, ma anche drammatiche di questo uomo dalla forza impressionante e in certi momenti davvero sovrumana. Chi è però Grettir il forte? Per scoprirlo basta immergersi nella storia  tradotta da Cristiano Vecli con prefazione di Fulvio Ferrari e seguire le vicende di Grettir Ásmundarson un eroe epico, un po’ giustiziere, un po’ fuorilegge, un po’ eroe un po’ emarginato, ispirato oltretutto ad un figura realmente esistita nell’XI secolo. Grettir ha origine vichinghe, discende da quei vichinghi che si ribellarono al re della Norvegia, lasciando quella terra d’origine per dirigersi in Islanda. Grettir arriva qui, ma da subito il suo carattere un po’ irruento e focoso lo portano a non riuscire ad adattarsi all’Islanda contadina e cristiana nata dopo la colonizzazione. Una sua incapacità di ambientarsi che dona al lettore un Grettir intento a vivere a modo suo, impegnato a compiere scorribande, a punire ed eliminare i cattivi di turno ma, a volte, anche i buoni, come se non sempre riuscisse a distinguere ciò che è bene da quello che è davvero male. Non mancano combattimenti con esseri umani, con le creature fantastiche dei troll, fino al dragur, un morto vivente che imperversa nelle campagne dell’Islanda. Ecco, questo gesto costringerà Grettir ad una vera e propria maledizione che lo porterà all’emarginazione e anche al terrore del buio. Situazione che però non impediranno al protagonista, animato da un’energia fuori dal comune di vivere altre mirabolanti avventura nella terra d’Islanda e, come si leggerà grazie anche ai suoi comprimari, passeranno anche per Costantinopoli, dove finisce appunto il fratello del protagonista. La saga di Grettir è affascinante e avventurosa, con elementi magici, che però non tolgono spazio a personaggi letterari che hanno tratti e caratteristiche tipicamente umani. Per esempio, Grettir è sfortunato, quello non lo si può negare ed emerge anche in diversi momenti della narrazione questo suo tale stato, però, allo stesso tempo è forte e coraggioso. Suo fratello invece- Þorsteinn- è astuto e affascinante, tanto è vero che grazie a queste sue qualità, e pure ad una buona dose di fortuna (quella che manca a Grettir) riuscirà a uscire di prigione.  La “Saga di Grettir il forte” è un altro importante tassello narrativo per la letteratura nordica e costituisce un testo letterario nel quale le atmosfere tipiche del gotico si mescolano al realismo, come per ammantare un uomo -Grettir- alle prese con gli imprevisti della vita, e  quel suo corso esistenziale dove il coraggio, la sofferenza, l’ onore e il destino più o meno avverso, sono gli elementi del vissuto di un personaggio letterario entrato nella leggenda, nella cultura norrena e oggi, a noi lettori contemporanei.

Source: ufficio stampa Iperborea.

:: Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2026

Tutto era iniziato da una lettera giunta in redazione in forma anonima al settimanale L’Eco del Lago.

La prima pagina dell’Eco si lasciava leggere, settimanalmente, da una maggioranza bulgara di primacquesi: veniva esposta il martedì mattina dalle tre edicole della città, incorniciata nelle portalocandine e collocata in bella mostra sul selciato. Da oltre un secolo – così mi piaceva pensare – quel rettangolo di carta e inchiostro scandiva vite, morti e miracoli della comunità lacustre.

Siamo a Primacqua, cittadina affacciata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, una città di provincia del grande Nord italiano coi suoi molti vizi e le sue poche virtù. A dirigere il settimanale Greg Stefanoni, un tipo bizzarro, forte bevitore, e appassionato di cinema e vinili, ma un giornalista di razza di quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani con le dinamiche più sottili del potere, che si annidano anche dietro la facciata rispettabile e quieta della provincia. La lettera anonima fa così partire un’indagine che Stefanoni affida al suo vice Angelo Giamberini, giovane cronista determinato e scrupoloso, che vede la parola corruzione collegata al ben noto imprenditore, l’ingegnere Achille Crinò. All’avvicinarsi del Natale il dramma: Giamberini viene attirato con l’inganno in un cinema abbandonato, il diroccato cinema Impero, pestato a sangue e lasciato in fin di vita. Stefanoni non può che intuire che il potere criminale è radicato a livello locale in modo ben più esteso di quanto si potesse pensare.

Sfogliando le bozze del Giambe ero arrivato a concludere che la truffa escogitata da Achille Crinò, viste anche le molte complicità da foraggiare, fosse tutto sommato di dimensioni modeste, sufficienti a mantenere una posizione di potere in ambito provinciale. Un avido, un barone gaglioffo, e una volta individuato il fine (drenare denaro pubblico attraverso la gestione e lo smercio di rifiuti ospedalieri) risultava semplice risalire ai mezzi per raggiungerlo e puntellarlo: disponibilità di valletti di corte, di funzionari e politici incapaci di sottrarsi al fascino della bustarella. Eppure, ancora una volta la punta dell’iceberg non dava conto di una sostanza ineffabile: gli intrighi di Crinò godevano di un supporto eccellentissimo, sovradimensionato rispetto all’entità del giro di affari.

E mentre Giamberini lotta in ospedale tra la vita e la morte, affiancato dalla brava e intelligente collega Giulia Portaluppi, Stefanoni inizia la sua indagine personale. Poi finalmente il capitano Di Fonzio entra in scena per un morto, un suicidio o un’induzione al suicidio?

Tra il bar di Pinuccia, e l’apporto di Concita Rizzoli, signora dei Pomeriggi italiani, televisivi la storia procede cadenzata da una scrittura fluida e ricca di dettagli dalla marca delle sigarette, alla musica, ai film, al colore locale di una città di provincia come ce ne sono tante.

Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è dunque un romanzo contemporaneo italiano a forte vocazione civile, che intreccia con una certa naturalezza l’indagine giornalistica e la denuncia sociale in un contesto provinciale solo apparentemente tranquillo, dove è facile riconoscersi, perché i meccanismi che regolano il malaffare locale sono più o meno simili e banali a tutte le latitudini. In questo senso, il romanzo si avvicina più alla tradizione del noir sociale che al giallo classico: la soluzione del mistero conta, ma conta di più il contesto che lo rende possibile. Il protagonista è un’anti-eroe credibile e umano con tutte le sue debolezze, le sue fragilità caratteriali, ma sorretto da un forte senso etico per la ricerca della verità, caratteristica di ogni buon giornalista. La scrittura è fluida, venata di ironia, solo velata e mai tesa a smorzare la tensione.

L’ambientazione poi credo sia il punto più riuscito del romanzo, la provincia come microcosmo, in cui Primacqua, luogo fittizio ma verosimile, provincia lacustre ispirata all’area del Lago Maggiore, ha un ruolo narrativo polarizzante e ricco di sfumature e atmosfera.

Greg, direttore responsabile è un romanzo in fine che funziona soprattutto per la sua credibilità morale. Più che sorprendere con colpi di scena a effetto, convince per la sua capacità di raccontare un’Italia minore ma tutt’altro che marginale, dove il giornalismo diventa uno degli ultimi strumenti di resistenza civile. Se vi piacciono i libri di autori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi, o i noir di Carlotto, troverete una lettura piacevole e ricca di rimandi all’attualità.

Paolo Risi (Varese, 1966) è laureato in Scienze Motorie e ha lavorato per due decadi in strutture per ragazzi e adulti disabili. Collabora con il magazine Zest Letteratura Sostenibile e nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Il suo racconto L’alpe del tedesco è inserito nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative (Officina Ensemble, 2018).