Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Complice la pioggia di Laura Facchi, (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 giugno 2026

Ci sono romanzi gialli costruiti attorno all’enigma e altri, invece, capaci di usare il mistero come una porta spalancata sulle fragilità umane. “Complice la pioggia” di Laura Facchi appartiene decisamente alla seconda categoria. Certo, il cold case esiste, si sente sotto la superficie e accompagna il lettore fino all’ultima pagina, ma il fulcro del libro sta soprattutto nella figura di Maura Amato, protagonista imperfetta, ironica, malinconica e tremendamente vera. Una donna che sembra arrancare dentro la propria esistenza e che, quasi senza rendersene conto, finirà per ritrovarsi proprio mentre tenta di ricomporre i frammenti della sua vita.
Laura Facchi costruisce un personaggio lontano anni luce dagli investigatori infallibili e brillanti ai quali tanta narrativa di genere ci ha abituati. Maura ha quarantacinque anni, vive in costante precarietà economica, trascina un dolore sentimentale mai davvero superato e convive con quella fastidiosa sensazione di essere sempre fuori posto, inadatta, insufficiente. Lavora come editor freelance di romanzi gialli dopo aver pubblicato due libri di poco successo, abita in una casa Aler a Milano e cerca di restare a galla tra bollette, conti in rosso e un futuro che fatica a prendere forma. Accanto a lei c’è Sedano, il gatto che sembra comprenderla più degli esseri umani, presenza tenera e quasi salvifica dentro giornate spesso opache.
Eppure Maura non suscita compassione. Al contrario, conquista immediatamente grazie alla sua ironia disincantata, allo sguardo sarcastico verso sé stessa e a quella goffa capacità di infilarsi nei guai senza possedere né il coraggio classico degli eroi né il talento dell’investigatrice nata. Proprio qui risiede uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la protagonista appare viva, concreta, umana. Potrebbe essere la vicina di casa, un’amica incontrata davanti a un caffè oppure una donna incrociata sotto la pioggia milanese mentre trascina borse troppo pesanti e pensieri ancora più ingombranti.
L’innesco narrativo possiede qualcosa di cinematografico. Dentro la tasca nascosta di un cappotto vintage verde, acquistato a Bologna e ricevuto in dono da un’amica, Maura trova un biglietto sgualcito contenente la confessione di un omicidio avvenuto vent’anni prima. Da quel momento il passato riaffiora come un rivolo da una crepa di un muro. Il morto si chiamava Paul Mezzatesta, diciassettenne ucciso durante una vacanza in campeggio all’Isola d’Elba, in una notte dominata da una pioggia feroce, quasi da uragano. Un episodio lontano nel tempo ma ancora avvolto da silenzi, omissioni e colpe mai confessate.

L’indagine prenderà quindi forma quasi casuale, spinta più dall’ostinazione e dalla curiosità di Maura che da un autentico progetto investigativo. Con la sua utilitaria azzurra raggiunge l’Elba in inverno, lontana dalla dimensione turistica luminosa e affollata. Ed è proprio qui che Laura Facchi offre una delle componenti migliori del romanzo: l’ambientazione. L’isola invernale, battuta dal vento, immersa nel freddo e nella pioggia, diventa uno spazio sospeso, malinconico e inquieto. Niente cartoline assolate né mare da vacanza estiva. Al contrario, il paesaggio assume tonalità grigie, quasi ferite, perfette per accogliere una vicenda fatta di ricordi deformati dal tempo e verità mai pronunciate.
Le strade deserte, i locali semivuoti, il maltempo persistente e quella continua sensazione di isolamento accompagnano il lettore. La pioggia evocata nel titolo non rappresenta soltanto un elemento atmosferico, bensì una presenza, capace di lavare, confondere, nascondere e infine riportare a galla ciò che tutti vorrebbero dimenticare.
Anche i personaggi secondari risultano ben delineati. Gli ex ragazzi coinvolti nella tragedia di Paul sono oggi adulti segnati dal tempo, da scelte giuste o sbagliate e da segreti custoditi troppo a lungo. Ognuno sembra indossare una maschera costruita per sopravvivere, mentre Maura, con il suo modo impacciato ma autentico di fare domande, finisce lentamente per infrangere gli  equilibri. Non sembrano veri  mostri: Laura Facchi si aggira nelle zone grigie dove il rimorso, la paura e il desiderio di proteggersi finiscono per deformare la memoria.
La scrittura è sciolta, ironica, brillante, capace di alternare leggerezza e malinconia senza perdere equilibrio. Dietro il giallo, infatti, pulsa soprattutto il racconto di una donna costretta finalmente a smettere di fuggire da sé stessa. Cercando la verità su Paul, Maura finirà per fare i conti con le occasioni perdute e con la paura di non meritare una seconda possibilità.
“Complice la pioggia” riesce pertanto a fondere mistero e  introspezione. Una storia coinvolgente, popolata da fragilità credibili e da emozioni mai urlate. E quando si arriva all’ultima pagina resta addosso non solo il ricordo dell’indagine, bensì quello di Maura, donna tenace, ironica e vulnerabile, in grado di inciampare ma anche di rialzarsi con nuova voglia di vivere.

Laura Facchi è nata nel 1971. Vive e lavora a Milano. Come reporter freelance ha esplorato diverse realtà, soffermandosi a lungo in Albania, dove ha ambientato il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino. Il Giglio d’Oro è il suo strepitoso esordio nella narrativa per ragazzi.

:: Il caso non è chiuso di Luigi Guicciardi (Damster 2026) di Patrizia Debicke

5 giugno 2026

Ci sono romanzi gialli che costruiscono la tensione attraverso l’azione e altri che, invece, scavano lentamente, lasciando emergere il marcio nascosto dietro la facciata rassicurante della normalità. Luigi Guicciardi, con questo nuovo capitolo dedicato al commissario Cataldo, sceglie la seconda strada e lo fa con una lucidità narrativa in grado  di trasformare una vicenda apparentemente lineare in un viaggio cupo dentro le menzogne familiari, nei silenzi e nelle ombre che abitano ogni casa.
Fin dalle prime pagine aleggia una sensazione quasi indefinibile. La famiglia Rubino sembra incarnare la perfezione borghese della provincia emiliana: Franco è un consulente aziendale rispettato, Aida una moglie discreta, Melissa studia maluccio ma è una giovane vitale influencer, Santiago un ragazzino introverso molto promettente nel calcio, mentre la piccola Betty rappresenta l’innocenza, il centro attorno al quale ruota la famiglia. Ma Guicciardi insinuando un dubbio sottile, fa capire al lettore che sotto quella serenità si cela qualcosa di irrisolto, pronto a esplodere!
L’autore lavora sull’ambientazione modenese, mai semplice sfondo ma presenza concreta, viva, quasi soffocante nella sua apparente tranquillità. Le strade ordinate, le abitudini della provincia, i sereni ritmi quotidiani diventano il terreno ideale per amplificare il contrasto con l’orrore che lentamente emerge. In questo contesto ogni gesto sembra assumere un altro peso, ogni sguardo può trasformarsi in indizio e ogni parola detta o taciuta assume pericolosa ambiguità.
Il rapimento della piccola Betty spezza brutalmente l’equilibrio e imprime al romanzo una fortissima accelerazione. Guicciardi evita però gli artifici spettacolari, costruendo un’indagine che vive soprattutto di tensione psicologica. La richiesta di un modesto riscatto appare subito anomala, quasi stonata rispetto alla drammaticità dell’evento. Ed è proprio questa discrepanza a rendere il caso così disturbante. Nulla sembra combaciare. Ogni elemento appare un tantino fuori posto.
Il commissario resta un punto di forza della serie, più maturo, segnato dal tempo e dalla vita familiare, con figli ormai grandi e un bagaglio umano che lo rende più credibile e vicino al lettore. Non è il classico investigatore geniale e infallibile: Cataldo osserva, dubita, riflette, si lascia guidare dall’istinto ma soprattutto dall’esperienza. Ed è proprio quella memoria del dolore umano a impedirgli di archiviare il caso troppo in fretta.
Bellissimo il rapporto con la squadra, guidata dall’inossidabile De Pasquale, presenza solida e rassicurante capace di dare equilibrio all’indagine. I dialoghi tra i personaggi risultano naturali, mai artificiosi, e contribuiscono a creare quella dimensione corale che rende la narrazione estremamente fluida. Guicciardi sa orchestrare bene i tempi dell’inchiesta: dissemina dubbi, apre piste, costruisce sospetti senza mai perdere il controllo del ritmo narrativo. Ma la vera forza del romanzo emerge dopo il ritrovamento della bambina. In un giallo tradizionale quello sarebbe il momento della liberazione, il punto nel quale il lettore può finalmente respirare. Qui invece diventa l’inizio della parte più oscura e disturbante della storia. Cataldo percepisce immediatamente una stonatura, un dettaglio sufficiente a incrinare la rassicurante conclusione del caso. Quando poi arrivano le due morti, il romanzo cambia pelle e precipita.
Guicciardi ci mostra come sia fragile il concetto di normalità. Dietro le famiglie perfette si nascondono spesso profonde fratture, desideri inconfessabili, ossessioni e segreti capaci di divorare ogni cosa. La citazione pirandelliana evocata nel romanzo: “non credere a nessuno, perché nessuno è come credi che sia” diventa il cuore della vicenda. Ogni personaggio indossa una maschera e il lettore è  spinto a interrogarsi quanto davvero conosca le persone che gli stanno vicino.
Il libro si esalta proprio in questo senso di inquietudine crescente. Non è un thriller costruito soltanto sulla ricerca del colpevole, ma una storia che mette a nudo il lato più oscuro dei rapporti umani. Alcune verità, quando emergono, non liberano: devastano. E il finale lascia addosso un disagio autentico, quasi fisico.  Guicciardi infatti  non concede facili consolazioni né rassicuranti redenzioni. Un romanzo amaro e profondamente umano, capace di trascinare il lettore fino all’ultima pagina lasciandogli addosso una sensazione persistente di inquietudine. E forse è proprio questa la sua migliore qualità: ricordarci che i mostri più pericolosi raramente hanno un volto riconoscibile, perché siedono già vicino a noi, nascosti dentro l’illusione rassicurante della normalità.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori. Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (Sellerio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2026

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor (The Pilgrim’s Mirror, 2026), scritto magistralmente in lingua inglese e tradotto in italiano, come sempre con grande perizia, da Luigi Sanvito, è il nuovo capitolo della straordinaria saga dedicata a Martin Bora, personaggio letterario ormai ben noto ai lettori appassionati di narrativa storica e militare.

Siamo a Odessa nell’autunno del 1941. Dopo essere sopravvissuto a un assalto che gli è costato la frattura di un braccio, Bora riceve dai suoi superiori un incarico delicato: indagare sulla morte del maggiore Alt, giudice militare impegnato nell’inchiesta su alcuni crimini di guerra. Quella che inizialmente appare come una classica indagine investigativa si trasforma presto in un viaggio attraverso le contraddizioni dell’Ucraina occupata, sospesa tra passato e futuro, tra memoria e tragedia, costringendo il protagonista a confrontarsi ancora una volta con i propri demoni interiori e con il conflitto irrisolto tra dovere militare e coscienza morale.

Ritengo, in tutta sincerità, che Ben Pastor sia un autentico genio della narrativa storica. Non è un’affermazione che faccio con leggerezza, ma una convinzione maturata attraverso la lettura di questo romanzo e dell’intera saga di Martin Bora. La sua scrittura è elegante, raffinata e profonda; ogni pagina è attraversata da una straordinaria ricchezza di riferimenti storici e da una penetrante analisi psicologica dei personaggi. Le sue storie possiedono un retrogusto amaro, inevitabile considerando il contesto storico in cui sono ambientate, ma al tempo stesso risultano profondamente edificanti nella loro riflessione sulla natura umana.

Martin Bora è uno dei personaggi più complessi e riusciti della narrativa contemporanea. L’autrice ne esplora l’interiorità con rara sensibilità, soffermandosi sulla sua fede religiosa, sul tormentato rapporto tra coscienza e obbedienza, sulla sua capacità di empatia e sul coraggio, tanto personale quanto militare, che lo contraddistingue. Bora non è un semplice investigatore né un semplice soldato: è un uomo che cerca di preservare la propria integrità morale in un mondo che sembra aver smarrito ogni riferimento etico.

I romanzi di Ben Pastor possono essere definiti senza esitazione alta letteratura. Ogni frase appare cesellata con cura artigianale, densa di informazioni sul periodo storico e di riflessioni che rivelano una conoscenza profonda della materia trattata. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’autrice erudita, capace di trasformare una rigorosa ricerca storica in narrazione coinvolgente.

Leggere Ben Pastor è un’esperienza immersiva. Le sue pagine trasportano il lettore nel cuore degli eventi, facendogli vivere in prima persona le vicende del protagonista. In Lo specchio del pellegrino sembra davvero di trovarsi nell’Odessa del 1941, tra occupanti romeni, soldati tedeschi, prigionieri di guerra e popolazione civile. L’ambientazione è ricostruita con una cura impressionante, senza apparenti sbavature o incongruenze. Se vi fossero eventuali imprecisioni storiche, non possiedo le competenze per individuarle; tuttavia, anche qualora esistessero, resterebbero ampiamente giustificate dalla natura stessa dell’opera narrativa, che conserva il diritto a quelle licenze poetiche necessarie alla costruzione del racconto.

Colpisce inoltre l’accuratezza della ricerca documentaria che sostiene il romanzo. Ben Pastor si è avvalsa della collaborazione di numerosi esperti in campo storico e militare e ha saputo integrare nella narrazione mappe, testimonianze, leggende locali, usi e costumi dell’epoca, conferendo al testo una straordinaria autenticità.

In conclusione, Lo specchio del pellegrino conferma ancora una volta il talento eccezionale di Ben Pastor e la grandezza letteraria del ciclo di Martin Bora. Un romanzo che unisce indagine, storia, riflessione morale e profondità psicologica, capace di coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine e di lasciargli molto su cui riflettere una volta chiusa l’ultima pagina. Per gli amanti del romanzo storico è una lettura imprescindibile; per chi ancora non conosce Martin Bora, rappresenta un eccellente motivo per avvicinarsi a una delle saghe più raffinate e intelligenti della narrativa contemporanea.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora, Lo specchio del pellegrino (2026). Premio Flaiano 2018.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: A “Spisidda”. Piccola biografia di Pina Micali (Edizioni Segno) di Fabiana D’Urso, a cura di Daniela Distefano

3 giugno 2026

Nel 2021, qualche mese prima della sua nascita in Cielo, ho telefonato alla mistica Pina Micali. Sapevo il suo numero perché era quello dell’associazione fondata per diffondere i Messaggi che Gesù e la Madonna le inviavano da decenni. Ero già credente, nel senso che credevo a quello che leggevo, e speravo di incontrarla un giorno a Giampilieri, in provincia di Messina, dove abitava e dove ha ricevuto i doni soprannaturali delle lacrimazioni delle statue e delle stimmate. E’ stato tutto velocissimo.. e delle parole che mi ha detto ricordo il tono, eloquente più di mille risposte o interrogativi. Ma la cosa che mi ha colpita di più è che dopo averle parlato per pochi istanti, mi sono resa conto che le volevo già bene, ho avuto l’impressione che fosse una mia zia cara, una persona umile, dolce ma ferma. Non l’ho più risentita, ero in un monastero quando ho appreso della sua morte, le avevo mandato per posta una lettera dicendole di quanto fosse bella per me quell’esperienza, forse non l’ha mai ricevuta né letta….. Però non si è dimenticata di me. Tornata in Sicilia, cominciai ad andare ogni giorno in chiesa, e tra le prime persone che conobbi c’erano ben tre signore di nome Pina. Sembrava che fosse questo il messaggio nascosto in quella telefonata, vai a messa, ricevi Gesù nell’Eucarestia, spogliati del ridondante che c’è nella tua vita e che ti ingombra l’anima.
E ora la sintesi del libro di Fabiana D’Urso che ha avuto la fortuna di conoscerla bene e di fare con lei un tratto del proprio cammino di vita e di fede.
La Chiesa, non si è ancora espressa sui fenomeni della casa di Giampilieri tra il 1989 e il 2021 e su lei, la donna che ha trasmesso i messaggi di Gesù e Maria alla Curia e che ha ricevuto sul proprio corpo i segni della crocifissione. Bisogna fare pochissimi metri di appartamento ed entrare nella Cappella di Nostra Signora di Giampilieri voluta e aperta quando Pina era ancora in vita per trovare la risposta a mille domande su lacrime, sangue e statue miracolose.

Nel 1990 avviene il primo incontro tra la Madonna e Pina Micali. Pina è intenta a fare le faccende di casa quando la Madonna in tutto il suo splendore le appare a mezz’aria. Il corpo non è intero, ma Pina vedrà solo un meraviglioso mezzobusto. Questo è un momento storico per la vita dell’anima pura di questa donna. L’incontro con la Madre e Regina del cielo e della terra, accade nell’umiltà e nel silenzio di una piccola casa.
Ma le prime lacrime risalgono al 1989, un anno prima. Pina aveva messo a riposare, come ogni pomeriggio, il più piccolo dei suoi figli, che a quel tempo aveva due anni. Un volto bronzeo di Gesù, improvvisamente inizia a lacrimare. Il fatto richiama subito la Curia, cominciano le lacrime di sangue.
Riportiamo uno dei messaggi della Madonna alla mistica siciliana:
“Figli miei, siate sereni nella fatica e nella grande lotta con il mio nemico che cerca di stancare e stroncare soprattutto i miei piccoli per portare tante anime nel baratro più profondo. Figli miei, la preghiera del Santo Rosario è la consapevolezza che la vostra Mamma Celeste è accanto a ciascuno di voi e dei suoi piccoli, che anelano ad abbandonarsi totalmente alla volontà del Padre nelle braccia materne, è la certezza della vittoria sul male e e della sconfitta di satana su tutti i miei piccoli, che nella quotidianità si affidano alle mie materne cure per lottare e portare in salvo tra le braccia della vostra Mamma Celeste tanti miei figli, che si affannano senza capire i tempi che vivete, essendo lontani dalla ‘parola’ del figlio mio Gesù come vita vissuta nella pienezza dell’ amore in Cristo Gesù”.

Pina Micali conosceva Dio, il volto di suo Figlio, parlava con la Vergine e vedeva gli angeli. Se aveva bisogno di conforto il Cielo scendeva a farle compagnia. E tutto attraverso un continuo insegnamento volto a istruirla secondo i dettami e i canoni della perfezione. Eppure, Dio non le aveva cambiato la natura umana ma aveva operato aprendo nella sua anima una porta di comunicazione costante con il Paradiso. I messaggi e la loro modalità di scrittura seguivano un iter di gestione quotidiano, dove tutto era semplice e familiare per lei. Dio viveva nella casa della famiglia Micali come una luce sempre accesa. La prima volta in cui vede il Cristo le appare coricato con la sua Croce a terra. Le chiederà se sia disposta ad accettare di soffrire per la salvezza di tante anime, Pina dirà di sì. All’inizio le si formarono solo delle piccole crocette di sangue sulle ginocchia e sui piedi, ma Gesù le aveva detto che ogni anno trascorso le sofferenze sarebbero aumentate sempre di più.
Il dolore che più lacerava il cuore di Gesù non era solo quello infertogli dall’umanità cieca, ma era quello che lo dilaniava per il tradimento ricevuto. La stessa Madonna con le sue lacrime e il suo peregrinare da un punto all’altro della Croce, come raccontava Pina, era uno straziante e inconsolabile dolore. La madre di tutte le madri che piange il proprio Figlio Santo, condannato come il peggiore dei ladri e massacrato nel corpo come nessun uomo potrebbe mai sopportare senza morire prima. I messaggi che Maria Santissima dona alla signora Pina sono da principio piccoli, poi si faranno sempre più importanti. La Madonna dice: “Dovete fare penitenza, recitare il Santo Rosario tre volte al giorno, fate opere buone e amatevi gli uni con gli altri”. Sono segni innumerevoli e tutti protesi a svelarci i tranelli del presente per ovviare grazie alle preghiere incessanti la voragine di Male che incombe sulle nostre famiglie, case, affetti, figli, e Amore per Dio rigato dalla paura e dalla mancanza di fiducia. E intanto Gesù ha sete, ha sete di anime e si sceglie quelle più umili e piccole per diffondere il suo Messaggio di Pace, Speranza, Amore e Salvezza.

:: 59 minuti per morire di Holly Seddon (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 Maggio 2026

Ci sono romanzi che costruiscono la tensione lentamente, insinuandosi con pazienza nella mente del lettore. E poi esistono libri come 59 minuti per morire di Holly Seddon, capaci di spalancare il baratro già nelle prime pagine e costringerti a guardarci dentro senza possibilità di fuga. Qui il tempo non è soltanto uno sfondo narrativo: diventa materia viva, una lama puntata contro ogni personaggio, un conto alla rovescia che scandisce il disfacimento progressivo della normalità. Cinquantanove minuti. Poco meno di un’ora per affrontare l’idea della fine.
L’Inghilterra è sul punto di essere colpita da missili nucleari. Un messaggio che viene trasmesso all’improvviso, interrompendo la routine di milioni di persone ingiunge: cercare immediatamente riparo. Da quell’istante il romanzo cambia pelle e si trasforma in una corsa disperata attraverso strade congestionate, stazioni nel caos, città paralizzate dal panico. L’atmosfera è claustrofobica, soffocante, costruita con precisione quasi chirurgica. Non ci sono eroi invincibili né figure salvifiche: solo esseri umani messi davanti alla paura.
Holly Seddon sceglie di raccontare l’apocalisse attraverso tre donne molto diverse tra loro, e proprio questa sua decisione rende il romanzo così potente. Carrie è una giovane madre pronta a tutto pur di raggiungere la figlia. Ogni sua pagina pulsa di angoscia, di amore feroce, di quella lucida disperazione che nasce quando il tempo si restringe e ogni secondo diventa prezioso. Il lettore sente l’angoscia che taglia il fiato, il peso dei ricordi mentre il mondo rischia di crollare. Carrie non combatte soltanto contro l’imminente catastrofe, ma anche contro il terrore di non farcela ad arrivare in tempo.
Frankie, invece, rappresenta la fragilità improvvisa delle illusioni. La sua vacanza romantica si trasforma in un incubo, e attraverso di lei emerge uno degli aspetti più inquietanti del romanzo: la rapidità con cui la civiltà può incrinarsi. Nel caos dell’emergenza affiora il lato peggiore dell’essere umano, quello dominato dall’egoismo, dalla violenza e dalla sopraffazione. Eppure l’autrice evita sempre il sensazionalismo gratuito. Non cerca di scioccare il lettore con effetti artificiosi: preferisce mostrare reazioni credibili, dolorosamente realistiche.
Poi c’è Mrs Dabb, il personaggio forse più misterioso e complesso. La sua ricerca della figlia adolescente Bunny aggiunge alla storia una dimensione quasi ossessiva, fatta di segreti e silenzi. Intorno a lei aleggia una continua ambiguità: a tratti persino inquietante. Holy Seddon dosa con abilità le informazioni sul suo passato, lasciando emergere lentamente le ferite nascoste dietro la sua apparente durezza.
La forza del romanzo sta proprio nell’umanità dei personaggi. L’attacco imminente non li trasforma in figure straordinarie: li spoglia. Via le convenzioni sociali, via le maschere quotidiane. Restano l’istinto di sopravvivenza, la paura di morire soli, il bisogno disperato di proteggere qualcuno. L’autrice osserva tutto questo con uno sguardo lucido, quasi crudele. Non giudica mai i suoi protagonisti, non distribuisce assoluzioni o condanne. Mostra soltanto quanto sia sottile il confine tra altruismo e brutalità quando il tempo possa ridursi  a un conto alla rovescia.
La scrittura accompagna perfettamente questa continua tensione. Rapida, visiva, nervosa, trascina il lettore dentro una narrazione dalla quale è difficile prendere distanza. Le scene sembrano illuminate da una luce fredda, livida, come se il mondo intero fosse sospeso nell’attesa della detonazione. Eppure, dentro il caos, Holly Seddon riesce a mantenere viva una forte dimensione emotiva. Ogni personaggio porta con sé una storia precedente alla crisi, e proprio poste sotto pressione quelle esistenze rivelano le loro crepe più profonde.
Molto efficace anche la gestione dei colpi di scena, inseriti senza forzature. Alcuni passaggi sorprendono davvero perché nascono in modo naturale dall’evoluzione psicologica dei protagonisti. Il lettore finisce così per oscillare continuamente tra speranza e sconforto, tifando per personaggi imperfetti ma autentici.
Un ritmo serrato domina quasi tutta la storia, anche se nelle ultime pagine si avverte un leggero rallentamento. Il finale appare più dilatato rispetto alla feroce tensione mantenuta fino a quel momento, e forse è una scelta voluta: dopo l’adrenalina arriva il momento delle conseguenze, del vuoto lasciato dalla paura. E proprio qui il libro trova la sua coerenza emotiva. Holly Seddon non offre una vera consolazione, né una completa catarsi. Lascia addosso inquietudine, domande irrisolte, la sensazione disturbante di aver assistito non soltanto alla possibile fine di un Paese, ma alla messa a nudo dell’animo umano.
59 minuti per morire è un thriller apocalittico, capace di trasformarsi in qualcosa di più profondo: una cruda riflessione  sulla fragilità della civiltà e sull’istinto primordiale che emerge quando tutto vacilla. Un romanzo teso, angosciante e incredibilmente umano, destinato a restare nella mente molto tempo dopo l’ultima pagina.

Holly Seddon, dopo un’infanzia trascorsa tra i paesaggi della campagna inglese, immersa nei libri e nella musica, ha intrapreso la carriera di giornalista e redattrice. Ha vissuto a Londra e Amsterdam, e oggi risiede nel Kent con la sua famiglia. È laureata in Scrittura creativa. La Newton Compton ha pubblicato Testimone silenziosa, Il segreto di Sarah e 59 minuti per morire.

:: Gli eroi della nostra Repubblica – 1946 – 2026 80 anni di libertà di Francesca De Sanctis a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2026

A 80 anni dalla nascita della Repubblica Italiana, per commemorare questo fatto fondamentale della storia italiana esce per Gallucci Gli eroi della nostra Repubblica – 1946 – 2026 80 anni di libertà di Francesca De Sanctis, una raccolta di brevi profili di coloro che in questi anni si sono distinti per meriti legati alla difesa della Costituzione italiana che ha garantito per 80 anni la nostra libertà. Da Tina Anselmi, a Giovanni Falcone, Da Rita Levi Montalcini a Don Lorenzo Milani, tanti sono gli uomini e le donne che hanno apportato un significativo contributo al benessere di un’intera nazione con il loro coraggio, e la loro fedeltà agli alti ideali che hanno animato i nostri Padri Costituenti nella formulazione dei 139 articoli di cui il testo è composto. Utile non solo per il suo valore didattico ma anche per avere uno spaccato di questi anni, che nel bene e nel male hanno portato l’Italia a raggiungere alti tragurdi di eccellenza sia a livello europeo che mondiale. Sia i giovani lettori e le giovani lettrici possono così scoprire vite eccezionali, che nella loro unicità hanno portato il paese a conseguire gli alti risultati che l’Italia ha raggiunto. 24 profili di italiani che si sono distinti nel portare il loro contributo nel migliorare la società in tutti i suoi ambiti, dallo sport, alla cultura, dall’insegnamento all’associanismo. Dai 12 anni in sù.

Francesca De Sanctis (Cassino, 1976) è giornalista professionista, critica teatrale, autrice televisiva. Dopo anni nella redazione dell’Unità, oggi scrive principalmente per l’Espresso (dove ha una rubrica settimanale dedicata al teatro) e per il Venerdì di Repubblica. Ha ideato e diretto il Festival di teatro civile CassinoOff . Il suo esordio nella narrativa, Una storia al contrario, semifinalista al Premio John Fante Opera Prima, è diventato uno spettacolo teatrale.

Alice Iuri (Udine, 1986) è un’illustratrice e designer editoriale. Il suo lavoro spazia tra disegno, progetto grafico e identità visiva, con una particolare attenzione al mondo della cultura, dell’editoria e del cinema. Collabora con case editrici, riviste e realtà culturali italiane.

:: Quello che cerchi sta cercando te di Kader Abdolah (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

15 Maggio 2026

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, quando si sente il bisogno di rallentare, fare silenzio e tornare a interrogarsi sulle cose essenziali. Quello che cerchi sta cercando te. Un viaggio mistico nella vita e nella poesia di Rumi, pubblicato da Iperborea, con la traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, è uno di quei libri. E non soltanto perché racconta la vita di Rumi, poeta mistico amatissimo ancora oggi in tutto il mondo, ma perché Kader Abdolah riesce a trasformare la sua storia in qualcosa che parla profondamente anche al presente: identità, perdita, libertà, desiderio di appartenenza, bisogno di senso.

Abdolah, scrittore iraniano rifugiato nei Paesi Bassi dagli anni Ottanta, sceglie di raccontare Rumi non come una figura distante e intoccabile, ma come un uomo attraversato dalla storia, dall’esilio e dalle trasformazioni interiori. Ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti del libro: il fatto che la spiritualità non venga mai trattata come qualcosa di astratto o decorativo, ma come un’esperienza profondamente umana, viva, concreta.

Rumi, pseudonimo di Mowlana Jalaloddin Mohammad Balkhi, nasce nel 1207 a Balkh, in un’epoca di straordinario fermento culturale destinata però a essere travolta dalla violenza dell’invasione mongola guidata da Gengis Khan. La fuga insieme al padre segna l’inizio di un lungo viaggio che attraversa Baghdad, La Mecca, Aleppo e la Via della Seta fino a Konya. Un percorso geografico che nel libro coincide anche con una continua trasformazione interiore.

La scrittura di Abdolah è evocativa, ma molto accessibile, capace di costruire atmosfere senza mai risultare pesante. Le città, i bazar, le madrase e i deserti diventano luoghi vivi, mai semplici fondali esotici. Si ha spesso la sensazione di attraversare una grande fiaba antica, ma con una sensibilità molto contemporanea.

Il cuore emotivo del libro arriva con l’incontro tra Rumi e Shams di Tabriz, il mistico che cambia radicalmente il suo modo di guardare il mondo. Abdolah racconta molto bene questa trasformazione: il passaggio da una spiritualità legata alle regole e allo studio a qualcosa di più libero, intuitivo e totalizzante. Non a caso una delle frasi più potenti del libro è: La religione dell’amore è tutta diversa dalle altre religioni. Una frase che sintetizza perfettamente la visione di Rumi e che oggi, in un tempo spesso dominato da divisioni e rigidità identitarie, suona sorprendentemente moderna.

Molto bella anche la scelta di inserire nel volume novantadue poesie e numerosi racconti attribuiti alla tradizione di Rumi. Fra i versi più intensi c’è sicuramente Non senza te:

Da anni mi chiedo:

chi sono?

Sono fuoco?

Desiderio?

Una scintilla del tutto?

Sì, cosa, chi sono?

Quando ti ho incontrato,

l’ho capito.

Che

senza di me tu non potevi essere

e

io non senza di te.

È difficile non leggere queste parole come una sorta di dialogo con Dio, o comunque con una dimensione assoluta capace di superare i confini dell’ego e della separazione.

Ed è proprio qui che si comprende anche il senso profondo del titolo. Quello che cerchi sta cercando te è una delle massime più celebri attribuite a Rumi e richiama una visione profondamente legata alla tradizione sufi: ciò che desideriamo autenticamente non è separato da noi, ma entra in relazione con il nostro modo di vivere, pensare, agire. In questa prospettiva anche il karma non viene inteso come punizione o premio, ma come una forma di attrazione spirituale e umana. Le azioni, le intenzioni e persino la consapevolezza che sviluppiamo contribuiscono a orientare ciò che entra nella nostra vita. È anche per questo che i versi di Rumi, a distanza di secoli, continuano a parlare ai lettori contemporanei: perché affrontano temi universali come nascita, morte, destino, desiderio e trasformazione con una semplicità solo apparente.

Uno degli elementi più interessanti del libro è il legame tra Abdolah e il suo protagonista. Entrambi esuli, entrambi costretti a lasciare la propria terra, entrambi profondamente legati alla parola e alla memoria culturale come forma di resistenza.

Quello che cerchi sta cercando te è quindi molto più di una biografia romanzata. È un libro che parla di ricerca interiore senza retorica, di spiritualità senza dogmi e di identità senza confini rigidi. Colto, ma scorrevole, intenso, ma mai pesante, riesce a riportare Rumi nella contemporaneità con grande eleganza, ricordandoci quanto alcune domande umane restino universali, anche a distanza di otto secoli.

Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

Elisabetta Svaluto Moreolo, dopo la laurea in traduzione alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università degli Studi di Trieste, dal 1988 svolge l’attività di lettrice e traduttrice letteraria dal nederlandese e dall’inglese, collaborando con diverse case editrici italiane. Fa parte dei traduttori accreditati della Dutch Foundation for Literature e del Rijksmuseum di Amsterdam, e dal 2000 insegna traduzione dal nederlandese alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano. Tra i numerosi autori da lei tradotti si annoverano Kader Abdolah, Gerbrand Bakker, Hugo Claus, Leon De Winter, Willem Jan Otten, Allard Schröder e Tommy Wieringa.Source: libro gentilmente inviato dall’editore, ringraziamo Francesca Gerosa, ufficio stampa Iperborea.

:: La mossa del granchio di Sandrone Dazieri (Rizzoli 2026) a cura di Patrizia Debicke

12 Maggio 2026

Con La mossa del granchio, Sandrone Dazieri riporta in scena la coppia più tormentata e magnetica del noir italiano contemporaneo: Dante Torre e Colomba Caselli. E lo fa immergendoli in una vicenda cupa, a più livelli, afflitta da ombre che arrivano dal passato e da ferite mai veramente rimarginate. Come suggerisce il titolo un romanzo che avanza di lato come fanno i granchi, per improvvise deviazioni, false piste, inattesi ritorni. Niente è lineare, né  concede tregua. Ciò nondimeno , proprio in questa trasversale costruzione si cela l’attrattiva del libro.
L’atmosfera mantiene un peso fondamentale. Le colline piemontesi, sospese fra nebbie, boschi e paesi forse solo apparentemente tranquilli, si trasformano in  un paesaggio mentale più che che geografico. L’antica chiesetta riemersa dalla frana, con quel cadavere rimasto sepolto per decenni e quel loto stilizzato tracciato sul muro, possiede contemporaneamente qualcosa di sacrale e inquietante. Sandrone Dazieri sfrutta questa ambientazione con grande abilità: il Piemonte rurale e appartato diventa uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato, un luogo in cui i segreti si depositano sotto terra come i corpi e attendono solo qualcuno disposto a riportarli alla luce. Lo scoprire che il cadavere rinvenuto appartiene ad Alba stravolge Dante Torre. Non è solo una vittima: ma il suo primo amore, la donna che lo aveva accolto nella comunità Tarayoga dopo gli orrori del Silo, offrendogli un fragile tentativo di rinascita.
Da quel momento per lui l’indagine smette di essere un lavoro e diventa una discesa personale, un’odissea dentro memorie che Dante avrebbe preferito lasciare sepolte. L’incidente, provocato dal camion che tenta di ucciderlo, imprime subito alla narrazione una brutale accelerazione. Per Dante esiste un solo pensiero: qualcuno vuole fermarlo prima che riesca ad arrivare alla verità.
L’autore fabbrica la tensione con una precisione quasi chirurgica. La trama si allarga progressivamente e dietro la fine di Alba emergono altre sparizioni, altri ex membri della comunità morti in circostanze sospette, mentre sullo sfondo si muovono servizi deviati, manipolazioni e ambigue figure. Alcune dinamiche risultano volutamente intricate, persino contorte, ma fanno parte del gioco narrativo: il lettore viene trascinato in un labirinto dove ogni risposta pone nuove domande e ogni certezza dura pochissimo.
Al centro di tutto, però, restano loro: Dante e Colomba. Due personaggi diversissimi, complementari proprio grazie alle loro fratture. Con Colomba che mantiene quella ostinata lucidità che la rende l’unico vero punto fermo in mezzo al caos. Dante, invece, continua a essere un uomo spezzato, geniale e vulnerabile, sempre perseguitato dai propri fantasmi. Il loro rapporto tanto speciale rappresenta l’anima emotiva del romanzo. Non c’è bisogno di continue dichiarazioni o di sentimentalismi: il loro legame emerge nei silenzi, nella fiducia assoluta, nella capacità di riconoscersi anche quando sembrano lontani anni luce.
Per questo uno dei momenti più intensi sarà quando Dante trova finalmente il coraggio di confessare il sentimento che prova per Colomba. È una dichiarazione sofferta , tardiva, quasi rassegnata, perché la vita della donna pare ormai decisamente orientata altrove, verso Glenn e una possibile normalità in Francia. Ma Dazieri evita qualsiasi soluzione semplice o romantica. L’amore fra Dante e Colomba rimane irregolare, incompleto, trattenuto. Forse proprio per questa impossibilità tanto credibile.
La scrittura di Dazieri conserva la qualità che da anni lo distingue: rapida, visiva, nervosa, ma mai superficiale. Ogni dettaglio può diventare un indizio, ogni dialogo contiene qualcosa che tornerà più tardi. La lettura scorre veloce, forse persino troppo. Tutti i libri della serie dedicata a Dante e Colomba hanno forse un unico difetto: finiscono in fretta. La mossa del granchio ha infatti la capacità rara di inchiodare alle pagine costringendo quasi a rallentare volontariamente il ritmo per assaporare meglio atmosfera e passaggi.
Il finale lascia sospesi, coerente con l’intero romanzo. Non offre chiusure definitive, ma apre piuttosto nuove possibilità e nuovi dubbi sul destino dei protagonisti. Resta la sensazione di aver attraversato una zona oscura e fragile dell’animo umano, dove il passato continua a reclamare il suo prezzo e nessuno può veramente ritenersi in salvo.
Romanzo complesso e profondamente noir, La mossa del granchio conferma ancora una volta la statura narrativa di Dazieri. Un autore capace di intrecciare tensione, introspezione e ritmo senza perdere mai il controllo della storia. E, anche quando la trama si fa volutamente intricata, il lettore continua a seguirlo, perché sa che dentro quel buio troverà personaggi vivi, feriti, indimenticabili.

Sandrone Dazieri (Cremona, 1964) è uno dei maggiori interpreti italiani del noir e del thriller. Inventore della serie di culto del Gorilla, ha pubblicato la Trilogia del Padre tradotta in più di venticinque Paesi. Per Nero Rizzoli ha pubblicato La danza del Gorilla (2019). Il suo ultimo romanzo è Il male che gli uomini fanno (HarperCollins, 2022).

:: Il libraio di Gaza, Rachid Benzine, (Corbaccio 2025) A cura di Viviana Filippini

11 Maggio 2026

Ne “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine, edito da Corbaccio, (traduzione di Lucia Corradini Caspani) Julien Desmanges è un fotografo francese a Gaza e lì sta cercando l’immagine ad affetto da fermare in uno scatto fotografico per pubblicarla. Un’immagine significativa di una realtà perennemente sotto assedio. Il fotografo aggirandosi nel labirinto delle vie di Gaza, la trova quando vede un uomo seduto davanti alla sua bottega. Un libraio circondato da pile di libri più o meno nuovi,  seduto in attesa che qualcuno passi per un saluto o per un libro. Julien chiede di poter fare una foto e Nabil, che accetta, ma prima vuole raccontare la sua storia a Julien, da subito pronto ad ascoltare.  Parola dopo parola, incontro dopo incontro, l’inviato fotografo entrerà nella vita di un uomo che, nel presente, dispensa cultura al prossimo ma che, nel suo passato, ha vissuto e affrontato prove dolorose. Ascoltando le parole di Nabil si ha la sensazione di essere nel libro della sua vita.  Un racconto fatto di gioie, ma anche di tanti dolori e difficoltà sa superare. Il lettore è posto nella stessa posizione di Julien ed è come se fosse accanto a lui ad ascoltare Nabil che narra la sua storia alternandola a suggerimenti letterari che spaziano da Racine, a Shakesperare a Primo Levi, passando per Murid Al-Barghuti e tanti altri autori. Nabil narra la sua nascita sotto le bombe nella notte tra il 31 dicembre del 1947 e l’1 gennaio 1948. Una venuta al mondo miracolosa, visto che la madre era stata ferita da una bomba. Non solo, perché Nabil è figlio di una musulmana e di un cristiano, una convivenza tra religioni differenti segnata da episodi dove si alternano suore e Imam. Non solo, perché Nabil affronterà tante difficoltà. Tra di esse ricordiamo l’abbandono della propria terra, la partenza del fratello Moussa, la vita nei campi dei profughi di Gaza dove conoscerà la moglie,  il teatro, il matrimonio, la nascita di un figlio e le continue tensioni tra le parti con la guerra dei sei giorni nel 1967, l’Intifada degli anni ’90, la prigione. Eventi che lasceranno segni evidenti in Nabil e nel suo  animo.  “Il libraio di Gaza” è la storia del racconto di una vita di un singolo uomo, Nabil, che tanto ha affrontato e vissuto e che vede in ogni pagina letta un appiglio alla salvezza. Allo stesso tempo, “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine è anche la storia di un  popolo e  del suo vivere, sopravvivere e convivere con quella sensazione di perenne precarietà che lo attanaglia.

Rachid Benzine, nato in Marocco, è professore, islamista e ricercatore presso il Fonds Ricoeur. Figura di spicco dell’islamismo liberale aperto al dialogo con il cristianesimo, è autore di numerosi testi fra cui, tradotti in italiano, “I nuovi pensatori dell’Islam”, “Lettere a Nour”, “Il Corano spiegato ai giovani” e “Canto d’amore a mia madre” (pubblicato da Corbaccio).  (fonte biografica sito Corbaccio)

:: Cacciatori di donne di Mickey Spillane (Time Crime 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 Maggio 2026

Il settimo capitolo della saga firmata da Mickey Spillane, Cacciatori di donne, segna un ritorno tanto atteso quanto destabilizzante: quello di Mike Hammer, detective iconico, diventato praticamente irriconoscibile rispetto al passato. Non è più  l’uomo duro e implacabile, in grado di affrontare il crimine con passo sicuro; è una figura crepata, consumata da sette anni di alcol, di rimorsi e di silenzi. La scomparsa di Velda, compagna di lavoro e centrale presenza nella sua vita, ha pesato come una colpa mai elaborata, trasformando l’investigatore in un relitto umano che vaga trascinandosi ai margini del mondo.
L’incipit è potente e pesantemente metaforico: Hammer viene trovato ubriaco in un fosso, immagine che rende con immediata crudezza la sua caduta. Da là prenderà il via una lenta risalita, innescata da un inatteso dettaglio: un nome appena sussurrato da un morente, un indizio che riapre la sua  ferita mai cicatrizzata. Velda potrebbe essere viva. È solo questa possibilità, fragile e incendiaria, a rimettere in moto l’uomo prima ancora del detective, riaccendendo una volontà che sembrava definitivamente spenta.
L’indagine si svilupperà seguendo una traiettoria che mischia noir classico e tensioni da Guerra Fredda. Omicidi eccellenti, un senatore, un agente federale, si intrecceranno con traffici oscuri e vecchie storie che affondano le radici nel passato. Al centro di questo complesso labirinto si staglia una figura quasi mitologica, il “Drago”, killer sovietico che incarna una minaccia tanto concreta quanto simbolica. Spillane amplia il suo orizzonte narrativo, portando Hammer oltre i soliti confini, senza tuttavia tradire l’anima hard-boiled della serie.
L’ambientazione si sviluppa  tra soffocanti interni, strade percorse da una latente violenza e angoscianti atmosfere, dove ogni incontro potrebbe trasformarsi in un agguato. Non c’è spazio per la fiducia: ogni personaggio sembra voler nascondere qualcosa, ogni verità appare provvisoria. In questo scenario si inserisce la presenza di una donna enigmatica, incarnazione della classica femme fatale, figura ambigua e magnetica, capace di orientare e al tempo stesso confondere il percorso del protagonista.
Ma è soprattutto sul piano dei personaggi che il romanzo mostra la sua forza. Hammer domina la scena con una voce che resta incisiva, pur lasciando emergere crepe profonde. Ha perso parte della sua sicurezza, ha smesso di considerarsi invincibile, e per lui  la violenza, pur restando un linguaggio familiare, non possiede più il fascino di un tempo. Ogni suo gesto pare gravato da un nuovo peso, ogni scelta porta con sé il rischio di una resa definitiva. Il rapporto con Velda si carica di una diversa tensione, più dolorosa, più autentica, mentre quello con Pat Chambers si incrina, riflettendo un’amicizia ormai logorata dalle circostanze.
La trama procede con ritmo serrato, quasi implacabile. Gli eventi si susseguono senza tregua, trascinando il lettore in una spirale fatta di scontri, rivelazioni e continui rovesciamenti. A tratti l’intreccio sfiora l’eccesso, spingendosi verso audaci soluzioni, talvolta al limite della credibilità. Eppure è proprio la sua dimensione sopra le righe a conferire al romanzo un’energia particolare, una sorta di brutale vitalità che si avvicina al grottesco e, in alcuni passaggi, richiama la velocità visiva del fumetto.
Lo stile di Spillane resta fedele alla sua natura: asciutto, diretto, privo di concessioni. Le frasi colpiscono come pugni, i dialoghi esplodono come colpi di pistola. Tuttavia, tra una scena d’azione e l’altra, si aprono imprevisti squarci di introspezione, momenti in cui emerge una malinconia profonda, capace di dare spessore umano a una narrazione altrimenti dominata dalla violenza.
Cacciatori di donne non è soltanto un ritorno, ma una trasformazione. Spillane sceglie di non ripetersi, di mettere in discussione il proprio protagonista, mostrando cosa resta dopo anni di perdita e autodistruzione. Il risultato è un noir che conserva gli elementi classici della serie, ma li rielabora in chiave più cupa e disillusa.
Il finale, intenso e coerente, chiude il cerchio senza offrire facili consolazioni. Resta la sensazione di aver attraversato una storia a tratti spietata, in cui la ricerca della verità coincide con un confronto inevitabile con se stessi. È un romanzo che parla di ossessione, di redenzione e di identità perduta, restituendo l’immagine di un uomo disposto a combattere fino all’ultima pallottola, anche quando tutto sembra già perduto.

Frank Michael Morrison Spillane (1918-2006), nato a Brooklyn, ha iniziato a scrivere mentre era al liceo. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare e divenne pilota di caccia e istruttore. È stato sposato tre volte, la terza con Jane Rodgers Johnson, e ha avuto quattro figli e due figliastri. Ha scritto il suo primo romanzo, Ti ucciderò (1947), con l’obiettivo di raccogliere i soldi per comprare una casa per sé e per la prima moglie. Il romanzo ha venduto sei milioni e mezzo di copie solo negli Stati Uniti e ha introdotto il personaggio più famoso di Spillane, l’investigatore privato Mike Hammer. Per la collana Piccola Biblioteca del Crimine sono usciti Ti ucciderò, Una ragazza e una pistola – secondo capitolo della serie Mike Hammer da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert Bray –, La vendetta è mia, Tragica notte, Il colpo gobbo, Bacio mortale e ora il settimo volume, Cacciatori di donne.

:: Oltre L’odio di Elisa Guidelli (Ove Possibile Media Group 2025) a cura di Valentina Demelas

2 Maggio 2026

Oltre l’odio, romanzo di Elisa Guidelli, edito da Ove possibile Media Group, racconta la guerra in modo scomodo, costringe a guardarla in faccia, ma non solo: parla anche di amore, evoluzione, perdono, dell’istinto di sopravvivenza dell’essere umano, del non farsi annientare dalla sofferenza e della forza di riuscire a restare – appunto – umani, di fonte alle aberrazioni, alle atrocità e alla brutalità.

Pagine necessarie – di grande valore letterario e storico – che provano a restituire nome, volto e voce a chi è stato travolto due volte, prima dalla violenza, poi dalla dimenticanza, raccontandone la storia vera: Zijo Ribić, bambino sopravvissuto al massacro di Skocic del 12 luglio 1992 (tre anni prima del genocidio di Srebrenica), in Bosnia ed Erzegovina.

L’autrice non arriva impreparata a una sfida del genere: prolifica scrittrice e sceneggiatrice molto nota e apprezzata, online e offline, dai primi anni Duemila – anche con lo pseudonimo di Eliselle – abituata a cercare storie e a lavorare su registri diversi, la sua scrittura si è mossa negli anni tra vari generi, e proprio questa sua duttilità porta ulteriore ricchezza e profondità al testo. Nella presentazione del libro appare con chiarezza l’ambizione di tenere insieme racconto e memoria, suspense e responsabilità civile; e la prefazione di Carlo Lucarelli, insieme alla premessa storica di Andrea Rizza Goldstein, in questo senso, non sono dettagli ornamentali: danno subito al progetto una precisa collocazione di campo.

La storia è stata raccolta direttamente dall’autrice in occasione di un viaggio organizzato da ScriptaBo – associazione di scrittori e scrittrici di Bologna e dintorni – e dall’Arci Bolzano sui luoghi di quelle memorie.

Come riporta la testimonianza, Zijo Ribić oggi continua la sua battaglia per la verità e la giustizia, anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non per vendetta. Ma perché nessuno dimentichi. E perché, un giorno, nessuno debba più sopravvivere al silenzio.

Nel frattempo, il dolore non si è fermato. Tra il 2016 e il 2017, più di vent’anni dopo la strage, Zijo ha ritrovato e identificato i resti di cinque sorelle e del fratellino minore, ritrovati in una fossa comune. I resti dei genitori erano già stati riesumati anni prima, ma mancano ancora all’appello quelli di una sorella.

La sua battaglia per la verità e per la giustizia, la sua scelta di perdonare e di non odiare, hanno aperto nuove prospettive nel difficile tentativo di dialogo e confronto con il passato.

“Non li odio”, ha detto. “Anni fa ho deciso di perdonarli, purché dicessero la verità.”

La verità, a volte, è sepolta nella terra. Ma resta sempre viva nel cuore di chi la cerca.

Parole toccanti che sottolineano come andare avanti oltre l’odio non significhi offrire una pacificazione di maniera, né addomesticare l’orrore con una morale consolatoria. Significa, piuttosto, misurarsi con una domanda più dura: come si continua a vivere dopo avere visto l’umanità frantumarsi?

La scelta narrativa del romanzo e non del saggio si rivela precisa e azzeccata – non solo perché l’autrice sia una romanziera abile, esperta e capace – poiché, nonostante il baricentro etico molto saldo, non illustra semplicemente i fatti, ma li racconta nel cuore, incide, lascia un segno, smuove, commuove, emoziona, coinvolge, accorcia le distanze, accompagna il lettore dentro la storia, impedendogli di voltarsi dall’altra parte.

Un “noir civile” che usa tensione, ritmo e urgenza non solo per intrattenere ed emozionare, ma anche per testimoniare. Si tratta di un testo essenziale, che colpisce lo stomaco e la coscienza.

Elisa Guidelli è laureata in Storia Medievale all’Università di Bologna. Ammiratrice di Matilde di Canossa, le dedica “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero, 2015), dal quale è stato tratto il soggetto per una serie tv. Molto conosciuta anche come Eliselle, vari suoi racconti fanno parte di antologie e di progetti letterari. Ha pubblicato per vari editori, tra i quali Sperling & Kupfer e Newton Compton. Tiene corsi di scrittura creativa, organizza eventi letterari, ha ideato concorsi fotografici legati ai libri. È autrice anche di romanzi per ragazzi quali “Il collegio” (Einaudi Ragazzi, 2022) e la trilogia “She Shakespeare” (Gallucci, 2022).

Source: libro gentilmente donato dall’autrice, che ringraziamo.

:: Generose anime di eroi di Gianni Riotta (Mondadori, 2026) a cura di Daniela Distefano

1 Maggio 2026

Il titolo rimanda a eroi ancestrali, le loro anime appuntite con la selce del loro sudore di sapiens. Poi Ulisse scoprì l’inganno, e tutti lo seguirono per accecare i propri Polifemi, disseminati nei campi dell’odio di classe, di razza, di genere, nel veleno col quale si annacqua la famiglia cristiana. Il libro parla di indagini (ispettore  Dallera e detective Ernst), morti tatuati, gladiatori, streghe idolatrate (shadowMum): << Il vuoto dentro di noi è peggiore della paura intorno a noi, ecco la verità che non vogliamo ascoltare>>… Ricorda San Paolo: il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina arriverà quando le persone, per “prurito di udire” (cioè per capriccio o desiderio di novità), rifiuteranno la verità per seguire maestri che assecondano i loro desideri.

Poi ci sono Acheng, innamorato e vergine, e Meredith De Lattre, spia per azzeramento sentimentale. Il padre, troppo duro, è ambasciatore chiave nelle episodi del plot, forse per sopperire alla mancanza di una figura di spicco nella vicenda di una giovane donna sola ma non solitaria. Le fanno compagnia i sogni e molto lavoro rischioso, quel tanto che basta per scansare rimpianti, e dolore per la separazione dal marito infedele. Il romanzo segue un percorso pittorico, mi ricorda un dipinto con horror vacui  dove tutto è riempito fino all’ultimo spazio vuoto della tela. Potrei intitolare questo articolo: 

“L’ultima stagione del giorno”, perché questo thriller ispira pensieri odierni e apocalittici.

E’ tutto un pullulare di  mondi sotterranei, senza connotati geografici permanenti.Un libro che parla di una ricerca disperata, di un desiderio di Redenzione, spinto fino alla maniacalità delle intercalazioni. Intessuto di ispirazioni bibliche, citazioni filosofiche, letterarie, di informatica, di cyber-society. Sembra ispirarsi, in alcuni frangenti, al salmista:  

<<Lo stolto pensa:”Dio non c’è”.

Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. …

Sono tutti traviati….>>

E poi : “Per essi non c’è conversione e non temono Dio. Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici, ha violato la sua alleanza. Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”.

Le pagine sono fitte di azioni e combinazioni; una di queste scene, con Acheng,  Meredith e altri personaggi, mi ha fatto pensare al cartone animato Scooby-Doo, laddove quattro  ragazzi e il loro cane alano girano il mondo in un furgone  chiamato  “Mystery Machine” per risolvere misteri che solitamente comprendono storie di fantasmi e altre entità soprannaturali. Al termine di ciascun episodio si scopre che queste forze hanno una spiegazione razionale e in genere si tratta di malintenzionati che cercano di spaventare e allontanare la gente per commettere crimini indisturbati. Nel thriller, i malintenzionati non solo spaventano ma minacciano, pervertono e uccidono.

Fanno da sfondo i punti caldi del pianeta, quelli dove la guerra attraversa le rotaie della realtà per scomparire dietro la tenda dell’incomprensibile. C’è persino la Roma felliniana di vicoli, ristoranti, amanti, cicisbei..e figure subdole che cercano di emergere dalla nullità ingolfandosi nel bitume del raschiamento sociale.

 La prima presidente donna deve  vedersela con il caso di cadaveri, per lo più  giovani uomini, spesso con segni di torture, abbandonati intorno ad ambasciate e altre sedi istituzionali, perfetto caso di guerra ibrida digitale.

Siamo passati così dallo “Stato minimo” (vedi l’economista del secolo scorso Friedrich August von Hayek), allo “Stato minato” del globo attuale.

-<<Meredith, sai cosa accadrebbe in America se terroristi, o mercenari di una potenza estera, si impadronissero di un ordigno nucleare o rapissero la presidente?>>.

-<<Paura, papà, città evacuate, forze armate mobilitate, voli interrotti, web censurato da NSA, Congresso e Corte Suprema nei bunker clandestini, magari Yukka, in Nevada, dove un tempo nascondevano le scorie radioattive.>>

<<No, Meredith. Dopo più di duecento anni,dal 1776, per imperfetta che sia stata, finirebbe la nostra democrazia.>>

Il primo presidente donna nel romanzo però ha una doppia croce .. la figlia rapita e la paura per la Nazione.

Aggiungerei una terza croce per lei, la figlia Aisley,  First Daughter della prima presidente donna, ha rapporti intimi con il suo ragazzo non fisso, anche se poi,  i rapitori che la tengono in ostaggio affermano che la ragazza è vergine e che la stupreranno se la madre non farà ciò che essi desiderano. Qui si aprirebbe un capitolo a parte sul tema della verginità. La perdita di fede nelle famiglie, la non fiducia nella religione cattolica cristiana, ha fatto sprofondare ai minimi termini i precetti del Signore camuffandoli per cose vecchie, datate, non più proponibili. Vediamo questa fiumana di fanciulli che come nel sogno di San Giovanni Bosco sventolano fieri il proprio fazzoletto:

<<Io pure mi avvicinai – dice Don Bosco –  a quella Signora e udii che, nell’atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: – Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l’avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra>>. Il fazzoletto della Santa Vergine Maria è la Purezza; molti si staranno contorcendo, ma forse uccidiamo i bambini con gli aborti perché non siamo più capaci di sostenerla o riconoscerla. E con questo vi auguro un lieto mese della nostra Mamma del Cielo.