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:: Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2022

Il 15 settembre 2020 don Roberto Malgesini, 51 anni, viene ucciso a Como da una delle moltissime persone cui forniva aiuto ogni giorno. La sua morte ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ed è stata ricordata con intensa partecipazione da papa Francesco. Questo libro ricostruisce il percorso di un sacerdote umile e concreto che ha offerto le sue risorse, le sue intuizioni e il suo sorriso perché tutti i dimenticati e scartati dalla società potessero trovare accoglienza, ascolto e aiuto. L’autore ha intervistato i famigliari, gli amici, i confratelli e i fedeli, tra i quali molti volontari che oggi stanno continuando l’opera del loro “don”.

Passi che consolano, accanto a una figura riservata e solida: un prete con il sorriso che ha vissuto secondo il cuore di Cristo e si è guadagnato la riconoscenza di tutta la città in cui ha operato.

Don Roberto Malgesini nacque a Morbegno il 14 agosto del 1969 in una famiglia benestante, i suoi genitori sono proprietari di un’autofficina. Cresce coi suoi fratelli, frequenta l’oratorio, i campi estivi, studia e si diploma in ragioneria. Finita la scuola trova impiego in banca, presso la Banca Popolare di Sondrio, ma dopo alcuni anni sente che quella vita non fa per lui ed entra in Seminario. Da quel momento la sua vita prende una direzione nuova che lo porterà come sacerdote a dedicare tutto il suo tempo al prossimo dentro e fuori le anguste mura della sua sagrestia. Leggendo Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono si capisce subito che sarebbe facile generalizzare, ridurre il suo operato terreno a frasi fatte come “prete di strada” o “prete degli ultimi” o “prete degli immigrati” anche se fu molto di più, soprattutto per il fatto che non faceva alcuna distinzioni tra persone (forse “prete di tutti” gli sarebbe piaciuto come termine), né accostava con pietismo o superiorità le persone che ha incontrato durante il suo mandato terreno e che sono diventati essenzialmente suoi amici prima di essere persone che necessitavano del suo aiuto. Eugenio Arcidiacono con uno stile semplice e diretto tenta far luce sulla vita di un uomo schivo, di poche parole, mingherlino, sempre sorridente, che amava la montagna, il Milan, la musica e aveva poca dimestichezza con l’oratoria o la parola scritta. Era un uomo di fatti, ma di poche parole, di fatti concreti, essenziali che toccavano il cuore e l’intimo anche delle persone più refrattarie od ostili. Che ad ucciderlo con alcune coltellate, mentre si preparava per il suo giro di colazioni, sia stata proprio una delle persone a cui aveva dato aiuto, e ora leggo condannata all’ergastolo per questo crimine, sgomenta, crea sconcerto anche se lui per primo lo sapeva, era cosciente dei rischi che correva. Non era un ingenuo, né un irresponsabile, ha chiuso il suo percorso terreno con il martirio consapevole di questa eventualità, retto dalla fede che tanto dopo non c’è che l’incontro con Gesù, modello su cui aveva costruito la sua vita. Non nascondiamocelo la Chiesa è fatta più di peccatori che di santi, ma quando si incontrano persone come don Roberto davvero la distanza dal Cielo sembra meno remota. Chi l’ha conosciuto serberà sempre in cuore questa amicizia, chi lo conosce solo attraverso i libri e le testimonianze può comunque entrare in contatto con una creatura che può ancora arricchire e servire come modello delle proprie vite. Una figura luminosa di cui sentiremo ancora parlare.

Eugenio Arcidiacono, nato a Torino nel 1975, è un giornalista di Famiglia Cristiana, dove si occupa di attualità e spettacoli. Vincitore nel 2008 e nel 2017 del “Premio Vergani Cronista dell’anno” del Gruppo cronisti lombardi per le sue inchieste, per San Paolo è stato coautore del libro Testimone di ingiustizia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale è quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual è il senso della mia breve vita? Cosa ci sarà dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione è il fondamento stesso della fede. È un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perché non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, «ragiona» per operare e «crede» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. Perché è un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtà, nel mio libro non è stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: è la fede che mi dà il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perché nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia è una scienza, posta la prima premessa?

La teologia è una scienza, senza dubbio. Perché, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della «fiducia» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza è la prima a credere, ad aver fede. È, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, «Dio» non si vede e deducono che la teologia non è scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non «vede» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza è la rigorosità del metodo di indagine: cioè la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, è scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, è corretto?

Già G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo è. Ciò accade perché il «numero due» della Trinità si fa carne a Betlemme di Giudea e perché lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo è l’«hang-out» tra la divinità e l’umanità, quel «saldo nodo» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme è indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtà, è una sincerità infranta. In maniera radicale con Dio: questo è il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo «in carne», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attività teologica è amare Colui da cui si è amati. Che Dio sia amore è il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sé, nella Croce. È questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non è profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, è amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non è Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio è, è stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui è scaturito lo Spirito. Nella Croce la Trinità si è come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo «nasce sotto la croce» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i «non devoti», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio è, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro è la libertà. Libertà di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertà, sebbene la libertà umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertà coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertà è la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertà umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi è un abisso. Quella dell’uomo è tale perché condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertà di Dio, invece, non è sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertà dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. Cioè quando l’uomo compie la volontà di Dio. Obbedire a Dio è il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertà consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertà coincide con la salvezza perché il bene compiuto porta al «ben-essere» mio e degli altri: cioè alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie «liberamente» di «dannarsi»: non (solo) nell’eternità, ma fin da adesso, semplicemente perché compie del male per sé, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, è accettare liberamente il «mal-essere», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo è il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatré anni. Affermare che un giovane così «singolare» sia il senso di tutta la storia è piuttosto impegnativo. Perché nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerà (ancora). E perché nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che «Gesù Cristo» è il senso della storia? Sì, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù è «comune» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù è il senso della storia perché solo in lui la carne è stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto è questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perché il sole cesserà di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù è il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalità, a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perché Gesù Cristo è il senso di tutta la storia: «ante Christum natum» e «post Christum natum».

Libertà, responsabilità, e solidarietà sono tra loro collegate, in che modo?

Libertà, responsabilità e solidarietà sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per me», cioè al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo è rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. Perché l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire così: essere liberi, responsabili e solidali «toglie peso» a un modo solitario di vivere l’esistenza perché l’egoismo e l’irresponsabilità rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, è corretto?

L’uomo teme la morte non perché non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sé, dunque, la morte è percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. È la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perché soltanto nella morte in Croce Dio è diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacità dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtà naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale è la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine «miracolo» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, così dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorché avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea «meraviglia» («miraculum»). Questa è la concezione «popolare» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto è sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale è, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore «simbolico», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, è come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. È quanto accade con il concetto «creare dal nulla»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuità. Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante è Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda «cosa è la verità?» è quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù «sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più «romana» che ci fosse: «Cosa è la verità?» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perché la verità stava dinnanzi a Pilato in persona e perché la verità non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù è fondamentale: Dio è la verità, alla quale Gesù è venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della verità: l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della Verità perché essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia è, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che così Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.

:: ELENA BARTONE: VERSI ANTICHI PER UN «NUOVO FRANCESCANESIMO» – Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (Edizioni Messaggero Padova 2021) a cura di Antonio Catalfamo

19 ottobre 2021

Elena Bartone, calabrese d’origine, da tanti anni trasferitasi in Piemonte, dove insegna Lettere alla scuola media di Bra, è presente da diversi lustri nel campo della letteratura, soprattutto (ma non solo) come poetessa. Si è riconosciuta dapprima nell’ermetismo, al pari di tanti poeti d’ispirazione religiosa, come lo stesso David Maria Turoldo, nella lettura critica che ne ha fatto Andrea Zanzotto. La ragione per cui diversi poeti religiosi sono partiti dall’ermetismo risiede, probabilmente, nel fatto che, specialmente in Ungaretti, la poesia ermetica è incentrata sul «mistero»: «M’illumino / d’immenso». Ma, come ha giustamente osservato Cesare Pavese in un suo scritto sulle Due poetiche (quella ermetica, per l’appunto, e quella neorealista, alla quale lo scrittore langarolo aderisce, seppur con una propria originalità), il poeta ermetico si ferma a questo «mistero», si bea di esso e del proprio «stupore» di fronte ad esso, e non va oltre. E’ chiaro che poeti come David Maria Turoldo che vogliono superare questa “soglia”, addentrarsi nel labirinto dell’ «io» e del mondo, per «ridurlo a chiarezza» (per usare un’altra espressione pavesiana), sono destinati a rimanere insoddisfatti dell’ermetismo e ad approdare ad altri lidi.

Lo stesso è successo ad Elena Bartone, che è approdata con gli anni a forme di spiritualità più consapevole, animata dall’ansia di conoscere la propria interiorità e l’universo in tutte le sue componenti: umane, animali, vegetali. Così si spiega il suo «francescanesimo» attuale, che ha trovato sinora concretizzazione in tre raccolte: Francesco, nel silenzio (LietoColle, Faloppio, 2015); Apostrofi di gioie sovrumane (La Vita Felice, Milano, 2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2021). Il cammino della poetessa è ancora incompiuto e i prossimi anni ci diranno quali saranno gli ulteriori sviluppi in termini di poetica e di estetica, ma anche di formazione umana.

Questo «francescanesimo» della Bartone, intanto, va studiato a fondo, perché ha dei tratti originali non solo sul piano strettamente poetico, ma anche, diremmo, speculativo, rappresentando uno sviluppo e un approfondimento del pensiero e dell’opera di san Francesco, che possono essere (e sono stati) interpretati in vari modi nel tempo, sotto l’influenza anche del contesto, anzi dei «contesti» (storico-politico, economico-sociale, ideologico, culturale, letterario), nell’ambito dei quali ogni opera viene concepita. Un percorso, quello della Bartone, che, lo ripetiamo, è originale, ma non solitario, in quanto il cammino della poetessa s’intreccia con quello della Chiesa attuale, sotto la guida e l’impulso di papa Bergoglio, che ha scoperto, per l’appunto, nuovi significati e nuove dimensioni nell’ambito del «francescanesimo», legati al momento storico attuale, al quale pure egli ha voluto richiamarsi sin dalla scelta del proprio nome di pontefice.

L’opera di san Francesco d’Assisi, che trova degna concretizzazione nel Cantico delle creature (1225), paradossalmente va incontro, nel tempo in cui i suoi versi furono concepiti, come ha opportunamente evidenziato Giuliano Procacci (Storia degli italiani), alla sensibilità della nuova classe borghese che inizia ad affermarsi e che trova utile identificarsi con una religiosità che, riconoscendo il Creatore nelle cose da lui create (il Sole, la Luna, l’universo nella sua interezza), non richiede nessuno sforzo speculativo, presenta elementi di “praticità” e di semplificazione, ponendosi, inoltre, in linea di continuità con il paganesimo dei secoli precedenti.

La religiosità di Francesco d’Assisi è, d’altra parte, diversa rispetto a quella che è maturata, nell’Alto Medioevo, nei conventi, nelle abazie, e che è sfociata poi nel tomismo, vale a dire nel tentativo di dimostrare la fede per via razionale, e, per altri aspetti, si distingue da quella di Jacopone da Todi, dei movimenti ereticali, che non è fondata sul carattere gioioso della vita, bensì sull’individuazione della sua dimensione tragica, sulla denuncia della corruzione che investe pure la Chiesa e che impone un ritorno alla purezza primigenia, che non può avvenire, però, in maniera indolore.

Ma l’opera di san Francesco, nella sua “prismaticità”, che si accompagna alla semplicità, è ancora altro. Ha una sua componente “rivoluzionaria”. Nella rappresentazione che ne danno Dario Fo e Roberto Roversi, Francesco non si limita a far voto di umiltà e di povertà, ma vuole comunicare questo suo modello di vita anche agli altri, affinché ne facciano tesoro. Perciò improvvisa uno spogliarello in una piazza di mercato, per richiamare l’attenzione di un popolo distratto, che, intento agli affari, non ascolta neanche la sua parola e il suo messaggio.

Da tutta questa “poliedricità” si possono trarre significati diversi, persino di segno opposto. Papa Bergoglio, sin dall’inizio del suo pontificato, ha offerto un’interpretazione di san Francesco che, se non è “rivoluzionaria”, è senz’altro innovativa, presentandoci il «santo poverello» sì intento alla contemplazione del creato e delle sue bellezze, ma non rinchiuso, per questo, nello spirito contemplativo, né meramente speculativo, bensì proiettato, con la ricchezza spirituale accumulata attraverso la contemplazione, il silenzio, l’introspezione, verso il mondo esterno, verso gli uomini, per trasmettere ad essi la lezione di vita da lui stesso appresa per mezzo dell’osservazione e della meditazione. Così papa Francesco è stato particolarmente attento alle tematiche ecologiche e, in generale, all’ “esserci nel mondo” di ogni individuo e della collettività umana, alla dimensione etica che deve caratterizzare l’agire del singolo e della comunità, perché «nessuno si salva da solo», in un momento storico nel quale la razza umana rischia l’estinzione, a causa della sua azione distruttiva protratta nei millenni. Tanti insegnamenti possono venire dalle parole di papa Francesco a tutti noi, credenti e non credenti, ed è stato proprio lui a superare questa distinzione, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, cancellando steccati ideologici e pregiudizi anch’essi prolungati nei secoli.

Elena Bartone ha fatto tesoro, nella sua vita e nella sua opera, di questi insegnamenti e di questa interpretazione originale del messaggio di san Francesco. Nelle poesie della sua «trilogia» parte dal creato, dai suoi monti calabresi, da luoghi simbolo come il Sacro Monte di Orta, la chiesa dei Battuti Neri, la chiesetta delle Clarisse, a Bra, che corrispondono al monte Ventoso del Petrarca, il quale racconta in una delle sue Familiares, di aver scalato questa altura della Valchiusa, in Provenza, assieme al fratello Gherardo, per scavare nella propria interiorità, alla ricerca di se stesso, ma anche della via che, attraverso la chiarificazione interiore, porta a Dio. Leggiamo nella poesia Sui monti calabri, appartenente alla raccolta Francesco, nel silenzio:

«Sui monti calabri / era calato il silenzio. / La sera si annunciava tra gli abeti. // Cercavo una risposta ai miei perché, / alle voci che un tempo / arrivavano da lontano. // Non rincorrevo l’altrove, ma la vita / nei suoi rivoli di enigmi e sobbalzi / di felicità. // Rimescolavo le carte dei giorni, / ma i conti non tornavano. / Tanto silenzio e nulla più. // In quel silenzio tutto verde / ho sentito il futuro / camminare al mio fianco».

E, inoltre, nella poesia Bra, chiesa dei Battuti Neri:

«Da qui ho sempre innalzato / preghiere al Signore, / da qui l’anima si è spinta / fino a baciare Dio. // Qui un tremore ha scosso le membra / perché ho sfiorato l’Assoluto. // Qui è tutto silenzio. / Le labbra si muovono appena, / non si odono passi. / Qui è tutto silenzio, anche sull’altare».

E, ancora, nella poesia Bra, chiesa delle Clarisse:

«Nella chiesa le candele accese / per Francesco. / Ogni candela una preghiera, / ogni preghiera una pena. // Si prega per non impazzire, / si prega per non pensare. // Tutto accade nel silenzio, dentro. / Fuori il trambusto, il ritmo, la corsa, / la follia del vivere».

E, infine, nella poesia Orta, Sacro Monte:

«Tra le chiesette del Sacro Monte / esulta lo spirito di Francesco / come al mattino una campana ubriaca / di vita. // Neanche la pioggia fa rumore. / Ed è silenzio, meraviglioso silenzio. / Come in un film scorre la vita del Santo / scandita tra cripte e arbusti secolari. // La natura tace. Religioso silenzio. / Il creato s’inchina / di fronte a tanta pace, / dentro e fuori».

C’è il silenzio, dunque, che invita a riflettere, a cogliere il messaggio che promana dal creato, attraverso lo scavo interiore, e questo processo di chiarificazione proietta verso il Creatore, con la mediazione di Francesco. Scrive, a tal proposito, Martha Canfield nella prefazione alla raccolta Francesco, nel silenzio:

«Tra tutti i santi forse San Francesco è quello che più facilmente illumina il quotidiano e riesce ad aprire una strada che parte dalla comunione squisitamente terrena con la natura, con gli animali, con gli esseri più umili e sprovveduti e fa intravedere il cammino che porta più in là, sopra l’immediato e il tangibile, verso la comunione con l’assoluto. Il raggiungimento di questa meta finale, che nel linguaggio mistico tradizionale viene designata come “nozze mistiche”, può essere difficile e doloroso, può implicare una profonda sofferenza fisica e spirituale».

Ma dopo il silenzio c’è la parola, che si concretizza nella poesia. La riflessione silenziosa e poi la parola non proiettano la poetessa solamente verso l’alto, verso l’ultraterreno, ma anche verso il mondo terreno. Anche in ciò le è maestro san Francesco, che ha rivolto gli occhi non solo verso il cielo, ma anche verso il mondo circostante, e il suo sguardo è stato quello del povero. Da qui il titolo dell’ultimo volume della «trilogia»: Con gli occhi di un povero. San Francesco, infatti, non si è accontentato di tessere le lodi del Creatore attraverso il creato, ha rivolto il suo sguardo pietoso verso il mondo terreno, per constatare con dolore come esso è stato trasfigurato, rispetto al progetto divino, dagli uomini, con la loro azione distruttiva, che ha investito il piano materiale e quello morale. Leggiamo nella poesia Francesco piange per il creato:

«Nel terzo millennio, / da lassù dove non arrivano / sospiri della notte, / né stille di solitudine, / Francesco piange. / Il creato, l’immagine di Dio, / soffre. / Gli uomini soffocano i mari. / I boschi nella loro pena muta. / E l’aria non è più libera, / prigioniera di nascoste evanescenze. / Madre terra confusa, / attaccata da mani invisibili / in cerca di distruzione. / L’erba calpestata da passi / incerti e informi. / Gli uccelli lassù hanno perso / la direzione. / La natura non conosce festa / a primavera. / Le mammole non hanno voglia / di sognare. / Gli abeti si abbandonano al vento / stanchi. / Le allodole sfiorano i pensieri / tristi dei più soli. / Le maree si innalzano / sulle umane sventure / e il sole fa delle nuvole / la sua casa. / Da lassù solo le stelle, / nel freddo silenzio, / guardano attonite».

E qui la lezione di san Francesco si trasfonde in quella di papa Francesco, della quale Elena Bartone fa ampiamente tesoro. Bergoglio ha ripetutamente denunciato l’emergenza ecologica, la corruzione morale, che investe anche settori della Chiesa, la carica distruttiva e belluina dell’uomo che dirompe nelle guerre, le disuguaglianze sociali sempre più marcate tra ricchi e poveri. Elena Bartone fa eco alle parole del Santo Padre, al suo messaggio, veicolo di un «nuovo francescanesimo», che è, nel contempo, antico. Condanna la guerra nella poesia Se la pace tace:

«Nel chiostro tutto è fermo: / la siepe che invita alla gioia, / l’alloro, la statua di Cristo. / Solo il vento scompiglia le foglie. / Una rosa gialla mi riporta a Te, / alla nuvolaglia della Tua santità, / al Tuo grido, se la pace tace, / se gli animi si perdono / nel tumulto di guerre tra fratelli».

Oggi in Italia il più lucido analista della società capitalistica matura è Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia italiana nell’immediato secondo dopoguerra (il fascismo l’aveva quasi abolita: se non ci sono più problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha senso la disciplina che intende studiarli). Ultranovantenne, ci invita continuamente con i suoi scritti a recuperare la dimensione del passato, di quando si camminava «a passo d’uomo e di cavallo» (questo il titolo di uno dei suoi preziosi volumi, che escono a ritmo vertiginoso, colmando un grande vuoto intellettuale e morale), il «mondo della penuria», nei suoi aspetti e insegnamenti positivi, accanto a quelli negativi, che imponeva la misura, la moderazione, la riflessione su come risparmiare le energie e su come autolimitarsi. E oggi occorre, appunto, autolimitarsi, superare, con un salto all’indietro, la «società irretita» di sviluppo senza progresso, riscoprendo un «nuovo umanesimo», che è, nel contempo, antico (Dalla società irretita al nuovo umanesimo è, per l’appunto, il titolo di un recente volume di Ferrarotti), fondato sull’umiltà, su una visione pauperistica della vita, sulla riscoperta dell’uomo e sulla rideterminazione della tecnologia come mezzo, non come fine. Di tutti questi valori, rilanciati da Ferrarotti, è partecipe Elena Bartone, con il suo «nuovo francescanesimo», in linea con quello di Bergoglio. La poesia I poveri costituisce, in tal senso, un manifesto programmatico:

«I poveri non conoscono cattiveria, / amano il vento e le pietre, / innalzano una preghiera al Signore / nella sera. / Un tremolio di sofferenza / percorre le membra / e poi si abbandonano al canto / della solitudine. / Inciampano lungo il percorso / dell’esistere, poi si rialzano / perché Dio cammina accanto. / Non amano la perfezione, le certezze; / ascoltano il linguaggio muto / delle cose. / Oggi come ieri, / si stringono al cordone / della povertà / e ascoltano la voce di rintocchi / d’altrove. / Piangono se le logiche del mondo / sferzano colpi / alla loro essenza / di aurore rarefatte / o se la vita sanguina / nostalgie d’altri giorni. / Il volo di una farfalla / una carezza di Francesco / nei mattini trionfanti di solarità».

Quella della Bartone potrebbe sembrare una visione conservatrice, retrograda, ma non lo è: Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione. E’ necessario, allora, cancellare l’egoismo, l’edonismo, il culto della ricchezza e della proprietà individuale e familiare (o di casta), fine a se stessa, consentire una vita più dignitosa a tutti, il minimo indispensabile per vivere, riacquistare il senso della misura, della moderazione, dell’autolimitazione, il rispetto per i propri simili e per l’ambiente, nelle sue varie componenti (umane, animali, vegetali), la dimensione preziosa della riflessione pacata e della lentezza, nel pensare e nell’agire, contro la corsa forsennata verso non si sa che cosa. Sono questi i caratteri del «nuovo umanesimo», di cui parla Franco Ferrarotti, e del «nuovo francescanesimo» di papa Bergoglio, che trova concretizzazione nell’opera poetica di Elena Bartone, che guarda indietro al passato per andare avanti, nel presente e nel futuro.

Carmine Chiodo, nella sua Prefazione ad Apostrofi di gioie sovrumane, con la consueta acutezza ed acribia filologica, ha giustamente evidenziato anche le caratteristiche stilistiche e linguistiche di queste poesie di Elena Bartone, sottolineando la capacità dell’autrice di usare ritmi diversi e forme estetiche sempre rinnovate per rappresentare gli stessi momenti spirituali, naturali e umani. Egli conclude, e noi con lui:

«Ciò che ancora colpisce dell’originale poesia della nostra poetessa è la variabilità ritmica che dice sempre la natura, lo stato dell’io poetante, che alimenta una poesia per accompagnare poi i vari istanti dell’essere dell’autrice e la sua presenza nella realtà, nelle cose. Poesia di alto sentire e delicatezza linguistica eccezionale».

Elena Bartone, calabrese di origini, vive in Piemonte, dove insegna lettere. Laureata in giurisprudenza e in lettere, ha al suo attivo dieci opere di poesia e la partecipazione a molti premi. Due volte vincitrice del Premio Cesare Pavese. Le sue poesie compaiono in molte antologie e riviste. Il suo primo libro su san Francesco d’Assisi (Francesco, nel silenzio, Falloppio 2015) è stato tradotto in spagnolo.

Source: libro del recensore.

:: Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2021

Chi non conosce la parabola del Buon Samaritano narrata nel Vangelo di Luca 10, 30-35 (se avete un Vangelo sottomano vi consiglio di rileggerla)? Forse tra le parabole usate da Gesù per farsi capire dagli uomini del suo tempo, ma anche da noi oggi, è una delle più radicali e se vogliamo emozionanti, perché ci parla della carità in azione, dei pregiudizi, di cosa possiamo fare noi concretamente nelle nostre vite per essere e non solo apparire buoni, degni dell’amore di Dio e del prossimo e della stima di noi stessi.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto.”

Così inizia, nella sua essenzialità e drammaticità ci parla della condizione umana, della sua fragilità, di quanto siamo in balia degli altri che possono assalirci e depredarci o tenderci una mano e aiutarci. Ma non solo, quest’uomo si trova ferito, sanguinante, prossimo alla morte in una landa deserta (senza aiuto la morte è certa), prossimo dunque a non perdere solo i beni materiali ma pure la cosa più preziosa, la vita, e cosa succede? Passa un sacerdote, un uomo probo, stimato, un uomo che dovrebbe essere un esempio di rettitudine e di misericordia per la sua comunità e passa oltre. Poi passa un levita, un maestro della legge e anche lui passa oltre.

Chi si ferma invece? Un Samaritano. E qui è bene aprire una parentesi. Al tempo di Gesù i Samaritani erano gente di cattiva fama, disprezzati, giudicati impuri, reietti ai margini della società. Quindi le ultime persone al mondo da cui ci si aspetterebbe qualcosa, tanto meno un atto di misericordia.

E proprio lui invece che fa? Inaspettatamente oltre a fermarsi presta soccorso, si carica in spalle l’uomo ferito, lo cura, lo porta al sicuro nella prima locanda e paga di tasca sua l’assistenza.

Fa insomma un gesto rivoluzionario, si fa garante del suo prossimo, di un estraneo incontrato per strada che può essere un ladro, un assassino, lui non lo conosce appunto, e infatti Gesù alla fine chiede, consapevole che non è una risposta così scontata, chi dei tre si è comportato rettamente, è stato prossimo per l’altro essere umano in difficoltà?

La nostra sensibilità moderna ci fa giungere subito alla giusta risposta, ma allora i pregiudizi erano molto radicati, per cui oggi al Samaritano dovremmo sostituire un drogato, un mafioso, un infedele, un eretico, per dare forte il senso dell’esclusione sociale in cui era relegato il Samaritano della parabola.

E proprio per attualizzare una parabola senza tempo e renderla più fruibile all’uomo di oggi Michele Venanzi ha scritto un racconto dal titolo Il ritorno del Samaritano, edito con Marna edizione, nella collana i Sentieri. Venanzi non è uno scrittore professionista, fa altro di professione, ma proprio la sua vicinanza alla sofferenza e alle problematiche dell’uomo di oggi, il suo interesse a unire psicologia e spiritualità, l’hanno portato ad approfondire questi temi e ad attualizzare la parabola parlandoci di Andrea, Tobia, e Taddeo, perché anche l’oste della locanda merita un posto speciale in questa storia di salvezza, il male ha fatto i suoi danni ma la solidarietà il tendere una mano al prossimo ha prevalso.

La scrittura è piana, semplice, essenziale, come il rimando e l’originale biblico, si legge in un’oretta, fermandosi a meditare e riflettere. È un bel racconto, edificante in senso buono non pedante, se avete modo ve ne consiglio la lettura.

Michele Venanzi è nato a Milano, vive oggi con la famiglia in provincia di Como. Formatosi a partire da studi classici presso i Salesiani, ha approfondito tematiche spirituali e religiose. Psicologo e psicoterapeuta, oggi si interessa di integrare psicologia e spiritualità.

Source: libro inviato dall’autore che ringraziamo.

:: Qohelet e Gesù – Credere in altro modo di Ludwig Monti (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2021

Il piccolo libretto di Qohelet, “scandaloso” gioiello biblico, sembra scardinare tutte le nostre certezze e consegnarci a un pessimismo disperante. Che legame ci può essere tra questo libro della Bibbia e Gesù?

A tale interrogativo vuole rispondere il presente volume. Partendo da un’intuizione fondamentale dei Padri della Chiesa – «il nostro Ecclesiaste è Cristo» –, l’autore ci propone una rinnovata lettura cristiana di Qohelet, intendendola più o meno così: l’uomo Gesù Cristo si è confrontato con le domande e i problemi lasciati aperti da Qohelet. Li ha affrontati, pensati, solo in parte risolti, anzi spesso li ha trasformati in nuove domande, ben sapendo che l’autore di questo libro si rivolgeva «a tutta la creazione e al mondo intero riguardo ad argomenti comuni a tutti».

Un particolare cammino di lettura di Qohelet poco battuto ma, come ben dimostra Ludwig Monti in questo volume, capace di aprire sentieri inediti di riflessione in vista di una lettura cristiana, dunque umana, di Qohelet. E, di conseguenza, dell’esistenza tout court, perché tra i libri biblici Qohelet è tra quelli più moderni, o forse eterni, nel tratteggiare il mestiere di vivere. 

Il Qohelet, o altresì noto come l’Ecclesiaste, (nella tradizione ebraica, uno dei cinque rotoli (meghillot) inclusi del Tanakh), è il più misterioso libro della Bibbia cristiana. Un testo breve se vogliamo, moderno per sensibilità e profondità, capace di scardinare molte certezze e portare alla luce le contraddizioni e le dissonanze che la vita porta con sé.

Ludwig Monti, biblista e monaco di Bose ha voluto nel suo saggio Qohelet e Gesù – Credere in altro modo, raccogliere i commenti su questo testo da Lutero a Girolamo, da Ravasi ad altri teologi e biblisti contemporanei, aggiungendoci anche sue personali intuizioni che spera siano di aiuto per la comprensione a chi si avvicina a questo testo che forse più di altri è stato vittima di fraintendimenti e interpretazioni discordanti.

Innanzitutto una precisazione è d’obbligo: non è un testo interpretabile esclusivamente spiritualmente, tutte le creature terrene sono create da Dio e perciò racchiudono quella bellezza e quella bontà che rende il creato emanazione stessa del divino.

La vita terrena, la gioia conviviale, l’amore per la propria donna, la felicità insita nei piccoli piaceri della vita sono realtà oggettive positive, non in contraddizione con i dettami morali. La vita racchiude in sé quelle ricchezze che la rendono un dono del creatore per le sue creature, e perciò vanno epurati tutti quei preconcetti negativi che hanno inquinato molte interpretazioni distorte di questo testo.

La vita è un soffio, eccetto… In questo eccetto sta racchiuso tutto il mistero e l’essenza di questo libro. Eccetto l’amore, eccetto la bellezza, eccetto la felicità, eccetto Dio. E ci svela che il grande segreto per condurre una vita giusta e seguire i comandamenti e le prescrizioni morali. Semplice, non c’è altro che dobbiamo conoscere, e come dice Gesù tutti i comandamenti sono concentrati in un’unica prescrizione: ama, ama Dio e il tuo prossimo come stesso.

Sia Qohelet che Gesù sono stati a loro modo pietre di scandalo, per i contemporanei e per le generazioni seguenti. Hanno posto domande scomode, hanno dato risposte scomode, fuori da quella comfort zone dove amiamo rifugiarci per stare al sicuro, per crogiolarci nelle nostre false sicurezze.

Il testo di Ludwig Monti è invece prezioso proprio perché fa chiarezza su molti punti oscuri, confronta traduzioni e commentari, ed è sorprendente la preparazione di questo monaco, e la sua conoscenza dei testi e dei giusti significati delle parole antiche.

La lettura di Qohelet e Gesù – Credere in altro modo è  sicuramente complessa da affrontare e bisogna avere una certa disposizione d’animo tesa all’apprendimento alla conoscenza, ma lo sforzo è compensato da un arricchimento personale davvero notevole.

Ludwig Monti, nato a Forlì nel 1974, è monaco di Bose e biblista. Collabora, tra l’altro, alle riviste Parola, Spirito e Vita, Ricerche storico bibliche, Rivista Biblica, Rivista del Clero e Rivista Liturgica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Una comunità alla fine della storia. Messia e messianismo a Qumran, Paideia, Brescia 2006; Le parole dure di Gesù, Qiqajon, Magnano 2012; I Salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Magnano 2018; Gesù, uomo libero, Qiqajon, Magnano 2020; L’ infinito viaggiare. Abramo e Ulisse, EDB, Bologna 2020 (con B. Salvarani). Con Edizioni San Paolo ha pubblicato: Le domande di Gesù (2019), volume più volte ristampato.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa Gruppo San Paolo.

:: L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi (San Paolo Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2020

È possibile dire qualcosa di nuovo su Maria di Nazaret, gettare nuova luce sulla sua vita terrena? Ci prova Natale Benazzi grazie alla consultazione di numerosi testi apocrifici non accolti dal canone ufficiale della Chiesa non tanto perché non filologicamente corretti, ma perché giudicati non essenziali. Natale Benazzi invece non si fa scoraggiare e li consulta arricchendo di particolari inediti una narrazione già abbondante. La figura di Maria ne acquista in profondità e si fa più vicina anche all’uomo di oggi, grazie a una maggiore attenzione per i particolari più minimi della vita quotidiana. Maria resta un mistero, una figura un po’ defilata nella storia della salvezza, pur considerando che è grazie al suo sì, che noi dobbiamo tutto. Senza il suo sì, la sua adesione ai progetti divini, dato in anticipo senza conoscerli, non avremmo avuto l’incarnazione, la rivelazione, la salvezza stessa. E pensare che Dio abbia dato così tanto peso alla volontà di una donna, nell’antichità il genere femminile era ancora più marginale di oggi, rende tutto ancora più straordinario. Si può dire che Maria fu la prima femminista della storia, per certi versi, la prima donna che con pudore, mitezza ma fede incrollabile impose la sua visione del mondo, riuscì a fare accettare al suo sposo il mistero dell’incarnazione, e per Giuseppe crederle divenne centrale e quasi un altro sì umano sulla storia della Liberazione umana dalla schiavitù della morte. Il libro di Benazzi ci parla dell’ultimo giorno sulla terra di Maria e di come ripercorra a ritroso tutta la sua vita narrandola a un gruppo ristretto di amici. Appassionante come un libro di avventura, L’ultima notte di Maria di Nazaret ci accompagna nei misteri della grazia non nascondendo tutte le difficoltà umane che questa donna ha affrontato assieme al suo sposo terreno. Il momento culminante della sua vita sicuramente è stato il momento in cui ha visto morire suo figlio in croce, per una madre la sofferenza peggiore che si possa immaginare, e in questo libro traspare anche questa consapevolezza, e il superamento del dolore tramite la certezza che tutto avveniva per un bene più grande. Buona lettura!  

Natale Benazzi lavora da anni nell’editoria. Responsabile del settore di spiritualità presso le Edizioni San Paolo, è scrittore e saggista. Tra le sue pubblicazioni più significative spiccano alcune ricostruzioni storiche dal tono rigoroso e narrativo, che contano anche varie traduzioni all’estero. Tra i suoi volumi ricordiamo: Il libro nero dell’inquisizione (Piemme, 1998), Il caso del monastero indemoniato (Piemme, 2000), Il Terzo Cantico (San Paolo, 2012), Storia della Chiesa in 100 vite (Newton&Compton, 2016), Maria Maddalena. Storia di un vero amore e di una straordinaria confusione (San Paolo, 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa San Paolo.

:: L’arte di vivere dei benedettini di Anselm Grün (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2020

L'arte di vivere dei benedettini

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Facciamo alcune riflessioni sul significato della parola philoxenia, hospitalitas, ospitalità. Lo xenox (lat. Peregrinus, hospes, hostis) è il forestiero, l’estraneo, che può diventare un nemico.
Ma anche tramite l’amore, ospite (hospes). Il forestiero vive lontano dal suo paese e dipende dall’amore e dalla protezione degli altri. A differenza del comune amore per il prossimo, dall’amore per gli amici, i figli e i genitori, la philoxenia (hospitalitas) è l’amore rivolto agli estranei.
Philoxenia è il movimento con cui ci avviciniamo alla persona che non conosciamo per cercare un’intesa, la accogliamo, così che grazie al nostro amore e alla nostra amicizia diventi un amico. Questo amore supera il divario che i sentimenti naturali suscitano in noi verso ciò che è estraneo. Gli estranei diventano amici questa è hospitalitas. Non è un rapporto economico, che implica comprare e pagare qualcosa, ma consiste nel donare e accogliere i doni degli altri.

Questo brano è tratto da Affinché un estraneo diventi un amico di Aquinata Bockmann, all’interno del capitolo L’ospitalità benedettina. Tutti gli ospiti che giungono in un monastero siano ricevuti come Cristo del volume L’arte di vivere dei benedettini, aneddoti e citazioni raccolte da Anselm Grün, edito in Italia da Edizioni San Paolo. Un libro ricco di riflessioni e meditazioni, sia spirituali che di buon senso pratico, che ci accompagnano nella ricca mistica benedettina.
La Regola di san Benedetto da Norcia, monaco cristiano nato circa nel 480, acquista nuova vita e può essere di aiuto anche a noi laici, specie in questo periodo di incertezza e difficoltà.
Ogni capitolo è preceduto da brani della Regola e poi dalle riflessioni di santi e commentatori cristiani, che Anselm Grun ha raccolto seguendo un filo logico e spirituale che arricchisce il lettore. Pregare, Ascoltare con il cuore, L’amore di Dio, La fiducia in Dio, Il lavoro, Umiltà, Obbedienza, Purezza di cuore, I fratelli si servano a vicenda, Lectio divina, Ospitalità benedettina, La Pax benedectina, Il silenzio, Vivere in comunità, La giusta misura e il dono del discernimento. Tutto concorre ad accrescere spiritualmente il lettore, a rafforzare lo spirito, donando pillole di saggezza che fanno bene all’anima, infondono fiducia, e rasserenano il cuore. Così siamo più forti e temprati anche ad affrontare disagi e difficoltà. Chiude la raccolta un puntuale apparato bibliografico.
È un libro da leggere e conservare sul proprio comodino, rileggendo i passi che più ci hanno colpito, o aprendo il libro a caso e leggendo cosa troviamo. Metodo infallibile per affrontare i testi religiosi, e spirituali. Insomma lasciamo fare allo Spirito Santo e troveremo il cibo di cui la nostra anima necessita.

Poi ci tengo inoltre a segnalarvi che Anselm Grun ha un legame speciale con l’Italia, e ha voluto fare un dono ai suoi lettori italiani: uue testi inediti per la Settimana Santa, donati gratuitamente.

Celebriamo il Triduo Pasquale in famiglia e Celebriamo la Via Crucis in famiglia sono disponibili gratuitamente, sul sito dell’iniziativa La Chiesa è viva: famigliacristiana.it/chiesaviva.

Al seguente link We-Transfer https://we.tl/t-DOxAvxwVCH è invece possibile scaricare il video-messaggio con gli auguri di Pasqua di Grün, assieme al testo con la traduzione del messaggio dal tedesco all’italiano.

Anselm Grün è monaco nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania). Dopo aver compiuto gli studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 è “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le Edizioni San Paolo ricordiamo: Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico (20062); Lottare e amare. Come gli uomini possono ritrovare se stessi (20072); Regina e selvaggia. Donna, vivi quello che sei! (2005); La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2007); Il libro delle risposte (2011); Autostima e accettazione dell’ombra. Come ritrovare la fiducia in se stessi (2018); I dieci comandamenti. Segnaletica verso la libertà (2019); La vera felicità. Come realizzare il potenziale presente nella nostra anima (2019).

Source: inviato dall’editore. Grazie ad Alessandro dell’ufficio stampa Edizioni San Paolo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibile anche in ebook, in alternativa scegli il punto di consegna e ritira quando vuoi.

:: La vera felicità. Come realizzare il potenziale presente nella nostra anima di Anselm Grün (Edizioni San Paolo, 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2020

La vera felicitàLa tradizione cristiana propone, come punto di riferimento per la costruzione di una vita pienamente realizzata, l’esercizio di tre virtù che non sono riducibili all’umano, ma aprono la nostra esistenza al divino: si tratta della fede, della speranza e della carità.

Anselm Grün riprende questa tradizione e la traduce con finezza teologica e psicologica nella vita attuale, a partire dall’assunto che vede ogni donna e ogni uomo alle soglie della realizzazione della propria felicità, del proprio benessere. Infatti, egli sottolinea,

«la fede è già dentro di te come potenzialità che ti è stata data con la tua natura umana. La speranza è infusa in te. Ti fa vedere di cosa sei capace. E l’amore è la tua realtà più intima».

Perciò, riflettere oggi sulle virtù significa ritrovare un angolo profondo di noi stessi, riprendere in mano il filo della gioia che ci attende, e metterci all’opera per realizzare quello che già siamo nel cuore di Dio.

Forse avete già sentito parlare di Anselm Grün, tra i filosofi e pensatori cristiani di questi anni travagliati è uno dei più conosciuti, anche grazie alla grande prolificità dei suoi scritti. Teologicamente ineccepibili, umanamente fecondi. Ho avuto modo di leggere questo suo libro quest’estate, e fino a oggi non mi sono sentita di scrivere nulla al riguardo, un po’ perchè la dimensione spirituale è una delle cose più intime e personali che ci siano, e poi vige la regola che ogni percorso spirituale ha un moto suo proprio. Insomma ognuno deve scoprire le cose da sè, a volte è controproducente imporle, sia a credenti che non credenti. Credo un libro come questo sia più utile ai secondi, a patto che rispettino alternative visioni del mondo. Non ho fatto studi teologici, quindi la mia analisi sarà puramente emozionale, come si suol dire. Anselm Grün parte da un assunto molto semplice: che l’uomo sia nato per essere felice. Questo è il progetto, questo è l’essenza più profonda del “cuore” di Dio. Per raggiungere questa felicità dobbiamo percorrere un percorso terreno che inevitabilmente termina con la morte. Ma questo stadio dell’esistenza è solo l’inizio. Per conquistare questa felicità, giù terrena come espressione massima delle nostre potenzialità, un cristiano ha tre doni molto speciali: la fede, la speranza e l’amore.  Fede in Dio, in sè stesso, negli altri. Speranza nel futuro, nel presente, nell’uomo come essere razionale e aperto all’eterno. E poi l’amore, già San Paolo nel suo “Inno all’amore” Prima Lettera ai Corinti, ci aveva detto che questo dono/virtù è il fondamento di tutto. Ecco se privilegiate la dimensione spirituale dell’essere questa lettura potrebbe farvi bene. A me l’ha fatto.

Anselm Grün è monaco nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania). Dopo aver compiuto gli studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 è “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le edizioni San Paolo ricordiamo: Autostima e accettazione dell’ombra. Come ritrovare la fiducia in se stessi (20033); Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico (20062); Lottare e amare. Come gli uomini possono ritrovare se stessi (20072); Regina e selvaggia. Donna, vivi quello che sei! (2005); La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2007); Felicità  beata (2008), Il libro delle risposte (2011).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ufficio stampa di Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo.

:: Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta di Alexandre Siniakov (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2019

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Premio miglior libro di spiritualità 2018 in Francia, Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta (Comme l’eclair parte de l’Orient, 2017) di Alexandre Siniakov, tradotto dal francese da Carlo Travaglino, narra di un viaggio, metaforico e reale, tra Oriente e Occidente, compiuto da un giovane nato a Stavropol, odierna città della Russia sud-occidentale, ai margini settentrionali del Caucaso, nel 1981 quando era ancora territorio sovietico. Il suo amore per l’Occidente, e la Francia principalmente, nacque sui libri, dove incontrò anche per la prima volta Cristo. Le limitazioni di un regime che non privilegiava la libertà di movimento personale lo spinsero ad amare le lingue, prima l’inglese e il tedesco, appresi nella scuola sovietica che frequentò, poi il francese, in modo più autodidattico, viste come dono dello Spirito Santo e strumento di libertà, di comunione e di conoscenza.
Sin da piccolo voleva partire, lasciare il soffocante microcosmo del sovkhoz, azienda agricola imposta dalle autorità sovietiche a partire dal 1929, in seguito alla collettivizzazione delle terre e dei mezzi di produzione, e andare a Parigi, in Europa dove erano ambientati molti dei libri che amava. Poi la fede cristiana irruppe nella sua vita e si rafforzò in lui la vocazione di dedicarsi interamente a Cristo diventando suo consacrato. Sembra comunque che la Provvidenza non si sia dimenticata delle sue preghiere di bambino, e infatti proprio in Francia ha proseguito il suo percorso religioso diventando attualmente direttore di un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.
Non è tenero con il regime sovietico, non è vittima dello spirito nostalgico di molti russi che rimpiangono il passato, oggettivamente delusi dal presente problematico.
Cosa mi ha colpito di più di questo sacerdote ortodosso, è la grande indipendenza e autonomia intellettuale, retta da un carattere forte e determinato, insofferente di vincoli e costrizioni, ereditato dal suo sangue cosacco. Inoltre la sua visione unitaria del cristianesimo, di cui sopporta con malcelato disagio divisioni, e scontri teologici, ecclesiologici e dottrinali, dichiarandosi un ortodosso “cattolico”, nel senso originario del termine. Forte del fatto che il cosmopolitismo cristiano non è rifiuto delle differenze, delle peculiarità culturali e linguistiche dei popoli.
È affascinante insomma la sua visione del mondo, nella prospettiva del Vangelo, pur con tutte le differenze che ancora caratterizzano cattolicesimo e ortodossia. Da cattolici è perciò necessaria una fede matura per affrontare questo testo e non essere turbati da eventuali discrepanze intellettuali. Insomma le differenze sono ancora reali, sebbene attenuate da un certo spirito di tolleranza: dalla Dormizione di Maria, al matrimonio per i sacerdoti, al non riconoscere i sacramenti oltre a quelli all’interno della Chiese Ortodosse (tanto da necessitare un secondo Battesimo per Siniakov, precedentemente battezzato alla nascita secondo il rito dei Vecchi Credenti, cosa che per lungo tempo ha alimentato suoi dubbi e perplessità, considerato che il Battesimo è proclamato come unico).
Senza peli sulla lingua Alexandre Siniakov ci accompagna nel suo personale percorso di crescita spirituale e lo fa senza evitare ingenuità da lui commesse nel passato come bruciare Il Maestro e Margherita, colto da un raptus da Santa Inquisizione, giudicandolo blasfemo. Ora se ne pente, comprendendo che quel gesto fu unicamente dettato da ignoranza, entusiasmo neofita ed eccessivo zelo riconoscendo al libro di Bulgakov il suo reale spirito di denuncia del regime sovietico, più che un attentato all’integrità della fede cristiana.
Insomma è un testo spirituale ricco e autentico, non privo di asperità, ma capace anche di voli poetici come quando ci descrive il cielo stellato della steppa, dove senza inquinamento luminoso sono visibili miriadi di stelle come ai tempi di Abramo, o di osservazioni molto personali quando ci esprime il suo metodo educativo, il suo amore per la natura e gli animali, o quando indica la necessità di abbandonare il nazionalismo religioso (fa accenno a Israele) in favore di una fratellanza universale che pone sullo stesso piano ogni uomo a qualsiasi paese, lingua, tradizione appartiene, tanto da citare gli Atti 11, 17,

Se Dio ha fatto a queste persone lo stesso dono di grazia che ha dato a noi che abbiamo creduto al Signore Gesù Cristo, chi ero io da poter impedire a Dio di agire?”.

Per raggiungere vette di saggezza quando per esempio puntualizza che più che criticare gli altri, la vera battaglia si compie all’interno di noi, lottando contro i nostri peccati e le nostre debolezze, e che il male non va cercato fuori, ma in ciò che ci impedisce di amare prima Dio, e poi il nostro prossimo.
Riportandoci al primo comandamento che già di per sé rende compiuta la Legge. Se ci limitassimo ad amare avremmo già di per sé ottenuto la pace, la completezza, la perfezione e la santità. Compreso questo ogni cammino di fede non può che portare alla salvezza per sé e per chi ci circonda, vedendo finalmente la verità luminosa in tutto il suo splendore.
Al netto delle sue connotazioni puramente spirituali, teologiche e correlate al sacro, Come la folgore sorge da Oriente ha la capacità di analizzare più nel profondo le relazioni tra Occidente e Oriente, entità più simili di quanto le apparenti divisioni sembrano comprovare, evidenziando infine quanto la spiritualità possa fungere da ponte tra due percorsi che non possono che tendere all’unità, nel rispetto delle differenze e delle perfezioni individuali.

Alexandre Siniakov nato a Stavropol (Russia) nel 1981, Alexandre Siniakov ha studiato alla Facoltà di teologia domenicana a Tolosa, prima di proseguire gli studi a Parigi, Cambridge (Gran Bretagna) e Lovanio (Belgio). È stato ordinato diacono nel 2003 e sacerdote nel 2004 a Vienna. Membro della rappresentanza della Chiesa ortodossa russa a Bruxelles, incaricato delle relazioni ecumeniche russe in Francia, dirige un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa Edizioni San Paolo.

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:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: France Spelic e le apparizioni della Madonna a Kurescek in Slovenia di Luigi Walter Veroi (Edizioni Segno, 2017) a cura di Daniela Distefano

17 giugno 2018

FRANCE SPELICQuesto volume è il primo libro in lingua italiana che narra la vita e le eccezionali esperienze mistiche di un ex poliziotto comunista sloveno, convertito al cattolicesimo, consacrato sacerdote all’età di 66 anni. Il vissuto del servo di Dio France Spelic è strettamente legato a Medjugorje, dove nel 1988 e 1989 egli ebbe le prime apparizioni della Madonna, che poi continuarono sul colle Kurescek in Slovenia (circa 15 km a sud di Lubiana) ove la Santa Vergine continuò ad apparirgli dal 1990 al 1999, comunicandogli messaggi e conferendogli grazie eccezionali, quali le stigmate, il carisma di leggere le anime dei penitenti, le guarigioni miracolose per sua intercessione. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 10 aprile 2012, schiere di credenti hanno continuato ad affluire a Kurescek, “luogo di grazie speciali” (Maria, 6 giugno 1992). Ma andiamo con ordine, scopriamo chi fu nel mondo questo miracolato, questa insolita e straordinaria figura, ancora sconosciuta in Italia, che lo scrittore sloveno Alojz Rebula definì “uno di quegli esempi in cui il Regista divino con i Suoi interventi dispone tutto con misteriosa discrezione, che da Dio nascosto si rende visibile”. France Spelic nacque nel 1927 in una famiglia molto povera. La sua conversione iniziò nel 1954 quando, presso una vicina di casa, notò un libro con la sezione cava rossa, e lì avvertì improvvisamente un desiderio insopprimibile di leggerlo, senza sapere che quel libro era la Sacra Bibbia. Fu questo uno dei tanti momenti in cui Dio interferì in modo forte nella sua vita. Una volta, alla domanda di cosa consigliare all’uomo moderno cristiano, padre Spelic rispose:

Niente di diverso da quello che dice Maria: vivere il Vangelo e il messaggio che Dio vi manda attraverso di Lei: restare fedeli alle promesse che avete fatto a Dio nel santo battesimo, nel matrimonio, nel sacerdozio e nei voti religiosi, la preghiera quotidiana”.

Un insegnamento che dovremmo applicare con umiltà, quella dimostrata durante tutto il tregitto terreno da padre Spelic:

Nel Vangelo secondo Giovanni, lessi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna”( Gv. 3,16). Nella parola CHIUNQUE ho subito visto me stesso”.

I suoi principi cristiani vennero corroborati da una fede invincibile, conquistata giorno dopo giorno, e poi sostenuta dalla forza delle visioni divine, anche e soprattutto nei momenti di forte agonia e vulnerabilità umana: Ecco uno dei messaggi della Madonna a padre Spelic:

Imparate a considerare come un valore ogni tipo di dolore. Soltanto il dolore valorizzato lo potete offrire per la riparazione e per le altre intenzioni. Il dolore non valorizzato è, invece, un dolore doppio” .

Padre Spelic rinunciò all’amore coniugale, ad una posizione sociale rispettabile, all’amicizia, si addossò una croce lottando contro il Nemico che proveniva da ogni anfratto antropico e infernale, e alla fine vinse, soggiogò la paura dell’ignoto e si affidò totalmente alla comunione con il Signore, portando sulla propria pelle il segno di un destino che egli scelse perché predestinato.

Luigi Walter Veroi è nato nel 1953 a Oderzo (TV), dove risiede. Laureato in giurisprudenza, è avvocato del Foro di Treviso dal 1982, in particolare nel settore internazionale. Giudice onorario dal 1992 al 1997, è stato membro del Comitato consultivo degli Imprenditori Italiani in Slovenia presso l’Ambasciata d’Italia in Lubiana. E’ presidente dell’unione locale della Diocesi di Vittorio Veneto dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (UGCI).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miriam dell’Ufficio stampa “Edizioni Segno”.

:: Vita del glorioso Padre San Francesco di Paola: La prima biografia sull’Eremita scritta in Calabria di Anonimo Calabrese – Introduzione ed edizione critica a cura di Rocco Benevenuto (Rubbettino 2017) a cura di Daniela Distefano

4 gennaio 2018

SAN FRANCESCO DI PAOLA

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La fausta ricorrenza del VI centenario della nascita di S. Francesco di Paola (1416-2016) patrono principale di Corigliano Calabro e della Calabria, nonché della Gente di mare d’Italia, non poteva – si legge nella Presentazione di questo libro – passare inosservata e ha offerto lo spunto alla Divisione 12 Calabria Magna Grecia del Kiwanis Distretto Italia- San Marino per elaborare un progetto che consentisse di ricordare adeguatamente la figura del Santo Patrono e nello stesso tempo, offrire, soprattutto alle future generazioni una significativa testimonianza del ricco e, ancora, poco conosciuto patrimonio storico-culturale di cui è depositaria anche la città di Corigliano Calabro.

San Francesco di Paola è un Santo carico di 600 anni di vita ma di un’attualità inossidabile: ha impegnato la penna di scrittori, studiosi, ricercatori per le innumerevoli sfaccettature della sua personalità e il fascino della sua storia non smette di sorprenderci. Il suo modus operandi era miracoloso, la sua costanza nel recuperare anime inestirpabile. Accanto alle numerose guarigioni, alcune ottenute con la sola imposizione delle mani o con la preghiera, non mancano le vittoriose cruente lotte con gli spiriti malvagi che si sono impossessati dei corpi di alcuni individui rendendoli succubi del male.
Attento ai segni dei tempi, da Paterno presagisce l’invasione di Otranto da parte dei Turchi e la sua preghiera si fa particolarmente intensa perché la misericordia di Dio soccorra la sua patria. Egli mescolò il prodigioso con l’ordinario, la lievità con la mole umana più gravosa da sostenere. Un esempio è questo episodio che lo avrebbe visto protagonista invincibile:

Un uomo di San Lucido, Giovanni De Franco, andò a trovare il beato Francesco a Paola. Come arrivò in sua presenza disse: “Oh Giovannello vieni per carità, andiamo al fiume a prendere una pietra ciascuno per costruire la chiesa”. Giunti al fiume trovarono un masso che pesava più di un cantaro. A seguito di ciò il beato Francesco disse: “Oh Giovannello porta, per carità, questo masso alla chiesa”. Rispose: “Padre, questa non la possono portare cinque uomini, come posso portarla io?”. Disse:” Prendila, per carità, che ce la farai”. Ci fece sopra il segno della croce e la pose sulle spalle di Giovannello e la portò alla chiesa. Gli sembrava leggera come un pezzo di tavola.

Il curatore ha avviato un’indagine nelle principali biblioteche e archivi europei per ritrovare nuove fonti sull’Eremita. Da tale ricognizione sono venute alla luce altre biografie anonime sul Santo, tra cui quella edita in questo volume, ora conservata nella Biblioteca Universitaria di Barcellona, ma copiata nel 1560 nel convento dei Minimi a Corigliano Calabro. Oltre ad essere la più antica biografia scritta in italo-calabrese questa nuova fonte si rivela preziosa per i dati inediti che offre. Corredata da una versione italiana, che facilita la comprensione dei termini in vernacolo ormai desueti, grazie alla Vita dell’Anonimo calabrese si è potuto svelare l’inconsistenza di certe inveterate tradizioni agiografiche e riscoprire la perla di notizie utili per conoscere la società della Calabria sotto gli Aragonesi e approfondire la figura di un Santo che trasmetteva fede all’umanità più dolente della Terra.

Rocco Benvenuto è nato a Corigliano calabro e appartiene all’Ordine dei Frati Minimi, dirige la storica rivista “La Voce del Santuario” (fondata nel 1928). E’ autore di diversi studi e testi su S. Francesco di Paola e i Minimi, tra cui una biografia del Santo tradotta in francese, inglese, spagnolo e portoghese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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